UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 22
...
.
Lo derideva per le sue debolezze, lo descriveva come un piccolo orso che non sapeva fare complimenti e che mancava di diplomazia; una sera disse agli amici del mercoledì, lui presente, che probabilmente c'erano già stati filosofi maggiori di Alfonso, ma nessuno che come lui avesse preso sul serio la filosofia e vivesse conformemente ai suoi dettami.
Ne derivò - questo però quando furono a quattr'occhi - l'aggettivo di "rospo".
Rospo quando balbettava mezza frase e non sapeva dirla tutta, rospo quando diceva che un successo letterario valeva poco perché veniva fatto dagl'ignoranti, infine rospo gli diceva quando egli le portava il suo abbozzo fatto per esser gettato via.
Gli diceva questa parola con un sorriso così buono, guardandolo con ammirazione come un originale meritevole di venir studiato...
ma non letto, sì che egli stava rigido, parlava poco, smozzicava le parole per meritarsi più volte tale qualifica.
Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che Alfonso bensì disponesse di un maggior numero d'idee elevate, ma che non sapesse unirle a farne un buon romanzo.
Era troppo greve e troppo grigio.
Prima o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica ma con romanzi no, era cosa troppo leggiera per lui.
Però le noie del lavoro non erano piccole.
Al secondo capitolo c'era una scena coniugale terribile fra Clara e il marito nella stanza nuziale, ma al terzo già, e ciò per volere espresso di Annetta, ambidue gli sposi sapevano di amarsi, mentre una grande, immensa fierezza li teneva ancora divisi.
Tutto il resto del romanzo doveva trattare di queste due fierezze che bisognava domare perché questo era l'argomento del romanzo.
Almeno avesse trattato di queste due fierezze, ma Annetta voleva innestare al romanzo mille altre storielle che coll'argomento principale nulla avevano da fare.
Entravano in scena il suocero dell'antico fidanzato, il bottegaio, la moglie del nobile, la rivale di Clara, poi anche un fratello di Clara e una sorella dell'industriale i quali finivano con lo sposarsi, e infine diversi altri personaggi che prendevano parte a una commediola politica, un'elezione fatta per ingrossare la novelluccia a romanzo.
Alfonso aveva proposto di omettere tutta questa roba inutile e di lasciare le due fierezze che Annetta aveva volute, una di fronte all'altra a sbrigarsela fra di loro; ne poteva ancora risultare una buona analisi della fierezza.
Ad Annetta la proposta sembrò addirittura comica.
Capitolo per capitolo doveva comporsi di lunghe chiacchierate, lotte fra le due donne, Clara e la moglie del nobile; ogni capitolo poi doveva essere adornato da una o più occhiate di amore fra marito e moglie.
Si restava sempre là.
Il lavoro, per Alfonso, cominciava a somigliare straordinariamente al lavoro bancario.
Alla sera vi si metteva con uno sbadiglio, lottando col sonno, unicamente attento a tenersi strettamente a quanto Annetta gli aveva ordinato di fare, lieto quando aveva terminato.
Talvolta la noia del lavoro era tale che finiva coll'andare da Annetta senz'aver fatto nulla.
All'ultima ora non aveva lavorato, risolvendo di mandare a scusarsi il giorno appresso e rinunziare di vederla per quel giorno pur di non aver da scrivere quella roba.
Ma non sapeva rinunziare a vederla e andava da lei trovando qualche altra scusa.
Annetta lo accoglieva sempre gentilmente e non gli moveva un solo rimprovero.
Gli faceva leggere quello ch'ella aveva fatto e poi lo lasciava parlare d'altro.
Non le dispiaceva di sentirlo parlare.
Egli non aveva più che timidezze di proposito perché aveva capito che certe timidezze con Annetta era bene di conservarle.
Quando stava per lasciarle si rammentava degli avvertimenti di Macario, di quel piccolo cenno di Francesca, infine del contegno di Spalati, il più vecchio amico di Annetta, il quale se si prendeva delle libertà, lo faceva sempre con un aspetto tanto più rispettoso quanto la parola era libera.
Era tanto abile Spalati che le mancava di rispetto soltanto quando l'adulava.
Le sue adulazioni pigliavano in tal modo un aspetto ardito che le faceva apparire sincere.
Era capacissimo di dirle ch'ella usava troppo l'aggettivo come Victor Hugo.
Alfonso aveva capito il metodo, e il contegno gli era facilitato dalla comodità di poter simulare il carattere che gli era stato attribuito.
Dimostrando disprezzo per le forme esteriori, gli era lecito di trascurarne qualcuna, e poi non era il culto di tali forme che Annetta esigeva.
Occorreva saper dimostrarle a tempo debito un briciolo di ammirazione o di entusiasmo.
Erano le serate più divertenti quelle in cui del romanzo nulla affatto si parlava, ma Alfonso s'accorse che a lungo andare la lentezza nel lavoro poteva dispiacere ad Annetta.
Ne venne avvisato anche da Francesca che una seconda volta dimostrò di volerlo dirigere nella sua relazione con Annetta.
Lo accolse essa una sera, Annetta essendo ancora nella sua stanza.
- Non ha fatto nulla neppur oggi? - gli chiese con accento di rimprovero.
- Badi che Annetta facilmente s'impazienta.
Per combinazione quella sera aveva fatto qualche cosa.
Comprese l'importanza dell'avvertimento e se lo tenne per detto: da allora, e per parecchio tempo, ogni sera portò qualche prova di aver lavorato o pensato per il romanzo.
Ciò gli riusciva più che mai difficile.
Alla banca aveva molto da fare.
Aveva ora sulle spalle quasi tutto il lavoro di Miceni, così che quotidianamente c'erano furie di lavoro alle quali a fatica giungevano a bastare lui ed Alchieri.
Sentiva più forte il bisogno delle lunghe passeggiate e poi di riposo.
La prima volta che gli accadde dopo la raccomandazione di Francesca di dover recarsi da Annetta senza apportare una sola pagina di scritto, quantunque venisse accolto da Annetta col solito gentile sorriso, temette ch'ella nascondesse l'ira di cui aveva parlato Francesca e, punto rassicurato, credette di esser congedato improvvisamente e per sempre.
Nella paura non gli bastò di dire una scusa ma parlò del suo molto da fare, poi di un suo male di testa e persino di notizie inquietanti che aveva ricevute da casa sulla salute di sua madre e che gli toglievano la quiete necessaria per lavorare.
Annetta lo stava a udire con l'aspetto di grande partecipazione, e ciò commosse profondamente Alfonso.
Era avvilito di doversi scusare come uno scolaretto dove avrebbe voluto poter parlare altrimenti, e fu tale avvilimento che gli cacciò agli occhi delle lagrime, attribuite da Annetta alla sua preoccupazione per la salute della madre.
Per Annetta Alfonso dovette essere divertente quella sera più del solito.
Dopo di aver parlato delle tante cause che gli avevano impedito di lavorare al romanzo, egli era passato a parlare del suo desiderio di dedicarsi a quel lavoro e poi ad asserire che la sua occupazione prediletta era di pensare, meditare per quella bellissima opera.
Per la prima volta, non costretto adulava, ma era il momento in cui avrebbe fatto anche monete false per assicurarsi l'amicizia di Annetta.
Descrisse le sue occupazioni alla banca e non avendo il coraggio di lagnarsi con la figliuola del signor Maller del lavoro bancario in generale, si lagnò che ancora non gli si affidava quel lavoro a cui egli credeva di avere diritto, più intelligente e più libero.
- Vuole che ne parli a papà? - chiese Annetta molto commossa.
- Ella infatti avrebbe diritto ai lavori più difficili.
Egli non aveva preveduto tale offerta che sommamente gli dispiacque.
Protestò che non voleva approfittare della buona amicizia di Annetta per ottenere protezione.
Già una raccomandazione non bastava a rompere l'ordine gerarchico della banca, mentre a lui toglieva parte delle sue illusioni su quelle serate.
Annetta volle sapere quali fossero queste illusioni.
- Quando sono qui - rispose Alfonso - non voglio rammentarmi che di essere suo amico e letterato.
Per ora non sono altro.
Annetta lo ringraziò.
- Ella dunque si diverte qui, se ne potrebbe essere sicuri?
Passava a un tono più leggero di molto e Alfonso non se ne accorse subito, tutto occupato a rendere Annetta sicura ch'egli in quella casa sempre si divertiva.
Era stata una frase detta da Annetta in buona fede credendola molto cortese, ma bastò a procurare ad Alfonso parecchie ore di agitazione.
Era cortese, ma tanto presto ella aveva dimenticato di aver visto piangere un uomo da non sapergli dire che quella frasuccia da conversazione? Egli non sapeva veramente perché quella frase gli sembrasse offensiva e per capirlo gli bisognò pensarci a lungo.
Intanto provava un immenso malcontento di sé, quasi avesse rimorso per un'azione malvagia o ridicola.
Egli aveva pianto ed ella s'era trovata in dovere di dirgli una parola gentile! C'era tale differenza fra l'importanza dei due fatti, ch'egli si vergognava di aver sparso quelle lagrime.
Una donna che avesse provato un briciolo di affetto per lui avrebbe pianto con lui.
Era una bella serata dall'aria fredda ma calma e un cielo fosco con poche stelle.
Egli rimase a lungo sulla via sentendosi incapace di trovar quiete in una stanza.
Per la seconda volta ebbe il desiderio di rompere la sua relazione con Annetta e sempre per lo sconforto che lo invadeva, quando nella grande amicizia da essa dimostratagli trapelava l'immensa sua freddezza e indifferenza.
Erano sorprese dolorose che lo scotevano dal vivere inerte più in un'abitudine che in un'idea o in uno scopo, e analizzava allora questo scopo, sorpreso di non esser vissuto più conformemente ad esso oppure di vederlo sotto tutt'altra luce, di trovarsi altrettanto lontano dal raggiungerlo quanto prima gli era sembrato di esserci vicino.
Era una passione invincibile la sua da esporsi a tanti affanni per soddisfarla? Neppure al principio della sua relazione con Annetta aveva sentito tanto chiaramente che il suo amore era stato aumentato dalle ricchezze che circondavano Annetta, una specie di adornamento che abbelliva la bella figura come la legatura un diamante.
Se ne rammentava ancora! Prima di conoscere la grazia e la bellezza di Annetta, lo aveva agitato, commosso il saperla figliuola di Maller, ed era stato da quell'agitazione e da quella commozione ch'era nato il sentimento ch'egli chiamava amore.
Ma a quale scopo tale analisi? Egli s'era accorto della differenza che correva fra il suo modo di sentire e quello di coloro che lo contornavano e credeva consistesse nel prendere lui con troppa serietà le cose della vita.
Quella era la sua sventura! Valeva la pena di arrovellarsi a quel modo per trovare un'uscita da un viluppo che naturalmente doveva svolgersi da sé? Se Annetta lo amava, egli aveva, è ben vero, molto da guadagnare, la sua vita ne sarebbe stata mutata; se non lo amava, nulla aveva da perdere.
Volle essere calmo, ma naturalmente i ragionamenti non lo liberarono né dai dubbi né dall'agitazione.
Servirono a non fargli prendere risoluzioni alle quali lo avrebbe portato il suo carattere tanto turbato nelle situazioni esitanti, indecise, e lo salvarono dall'analisi dei propri istinti e del proprio carattere.
Lo faceva soffrire il conoscersi.
Il giorno appresso s'imbatté sul Corso in Macario che correva verso il mare.
Non si vedevano da più settimane.
Macario ebbe la gentilezza di darne la colpa ad Alfonso:
- È tanto occupato del romanzo - gli chiese - che non è più possibile vederla?
Era la prima volta che Macario gli parlasse del romanzo e quel suo tono amichevolmente scherzoso diede una sorpresa aggradevole ad Alfonso.
Fu di nuovo il buon amico cui piaceva tanto istruire Alfonso, il quale dal canto suo fece del suo meglio, ma invano, per riavere quel suo aspetto sommesso d'altre volte.
Non sapeva più trattenere la parola che gli veniva spontanea a completare o rettificare le idee di Macario.
Macario lo invitò a una gita in mare e Alfonso dovette rifiutare perché era vicina l'ora in cui gli toccava essere in ufficio.
Lo accompagnò per un pezzo verso il molo.
Macario salutò una signora che non doveva essere di prima gioventù, grassa e greve ma ancora elegante.
- Ecco una signora - disse - della quale, a quanto si dice, si può divenire l'amante con facilità, e non sarebbe mica poco piacevole.
- Da questa osservazione passò a ragionare ad Alfonso della seduzione in generale.
- Per saper prendere una donna che vuole darsi ci vuol poco, ma già tanto che la persona più astuta non ci arriva.
Bisogna sapere il quando, perché anche una donna che vuole non vuole sempre, e saputo questo quando, bisogna saper attaccare prontamente, cosa anche meno facile, perché per tale specie di risoluzione ci vuole più nervi che ad un generale per dirigere una battaglia.
La risoluzione non diviene più facile per quanto si sappia di essere atteso e quindi sicuramente vittorioso.
Con le donne indecise poi, alle quali bisogna apportare una convinzione e toglierne un'altra, è cosa tanto difficile che io che pur so fare non mi ci sono mai messo.
Sono però convinto che anche là si tratta più di agire che di parlare.
Parlare prima, molto tempo prima, ma i discorsi non portano nessuna donna al passo senza rimedio.
Con le donne bisogna saper agire.
Baciare per esempio, baciare una mano, un volto, un collo, un piede magari, quello ch'è più vicino.
I buoni parlatori non sono mai fortunati con le donne.
Sembrava fatta per lui quella predica, ma andando all'ufficio Alfonso rideva.
Aveva sognato di aver preso sul serio i consigli di Macario e di aver agito con Annetta.
Vedeva la bianca mano alzarsi minacciosamente e terminare la scena col suono di uno schiaffo.
Macario aveva forse anche sperato che i suoi consigli venissero seguiti e Alfonso lo sospettava capace di tanto.
Tanto meglio! Quella specie di agguato che Macario gli aveva teso diventava per lui un avvertimento.
Ebbe ben presto l'occasione di ripensare al consiglio di Macario.
Una sera Francesca li lasciò soli, Annetta scriveva calma con la sua bella scrittura minuta ma a tratti decisi; teneva il braccio sinistro teso sul tavolo sul quale poggiava il petto, e la sua mano arrivava proprio sotto alla bocca di Alfonso.
Era impossibile non pensare all'atto consigliato da Macario e Alfonso fremette accorgendosi che i peli del suo mento già avevano toccata quella mano e che non perciò veniva ritirata.
Si ricordò che Macario aveva dichiarato che un uomo diveniva ridicolo agli occhi di una donna già pel fatto di arrischiate meno di quanto ella desiderasse.
La decisione non era presa ch'egli per un movimento quasi involontario aveva poggiato le sue labbra su quella mano.
Sentì il contatto di quella carne vellutata e se ne rammentò più tardi; per allora, spaventato del proprio ardire, non sapendo come riparare, tentava di prendere l'aspetto indifferente come un bambino quando vuole che di una propria cattiveria venga data la colpa ad altri.
Il fulmine temuto non cadde! Egli vide che il volto di Annetta aveva cambiato colore e che la penna s'era fermata sulla carta.
Forse Annetta rimase indecisa sul contegno da prendere.
La mano si ritirò lentamente con movimento naturale come se ella ne avesse avuto bisogno per poggiarvi il capo.
Un minuto circa durò il silenzio, un secolo per Alfonso.
Finalmente ella parlò e non del bacio.
Gli parlò con disinvoltura, guardandolo più volte sorridente e amichevole.
Egli era salvo! Più che salvo, felice! La dichiarazione era fatta! Almeno ella doveva ora sapere che non si trovava più dinanzi l'impiegato, né il letterato.
Quando egli soffriva per una parola fredda oppure per gelosia, poteva sperare ch'ella qualche cosa ne indovinasse.
Voleva essere modesto, non dare altro significato al silenzio di Annetta che di una mite indulgenza, ma ne era già felice.
Così si cominciava appena, ma il passo fatto era gigantesco.
Per quella sera non ebbe dubbi.
Egli amava Annetta e la voleva sua.
Era bensì la via che aveva battuto per arrivare alla ricchezza, ma allora egli non ne sapeva nulla.
Un sorriso di Annetta era la felicità! Gli era stato domandato un atto e la sua dichiarazione era stata un atto ardito ma non brutale: dolce, rispettoso anche più di quanto avrebbe potuto esser la parola.
Per parecchie sere, Francesca rimase presente alle loro sedute e ad Alfonso non dispiacque.
Con gli occhi parlava ora: il linguaggio degli occhi è come quello della musica; non concreta nulla quando non c'è la parola, ma quando c'è o c'è stata dice meglio e più che la parola stessa.
Non erano sguardi arditi, ed egli né cercava più di scoprire una linea frugando con occhio indiscreto in quelle vesti morbide, né stringendole la mano accarezzava per soddisfarsi nel contatto.
Quella dichiarazione, quell'uscita dal desiderio solitario aveva fortificato il suo amore, gli aveva fatto respirare aria pura.
Egli non avrebbe però saputo dare un'appendice in parole a quel bacio.
Una sera, erano in biblioteca, Francesca nel bel mezzo della seduta si allontanò sulle punte dei piedi per non disturbarli.
La sua assenza durò un quarto d'ora e quando ritornò li trovò al punto a cui li aveva lasciati.
Alla sua uscita Alfonso era trasalito credendo, sempre secondo quanto gli aveva predicato Macario, di essere ora obbligato a dire qualche cosa.
Rimuginò alcune ideuccie, ma Annetta gl'impedì di dirle parlandogli con tutta tranquillità del romanzo.
Ella dunque nulla attendeva ed era bene non fare cosa da lei non prevista.
Tacque dunque; la sua posizione era già bella ed egli altro non sapeva desiderare per il momento.
Non parlava di amore, ma tutto quanto egli diceva ad Annetta veniva alterato dal suo sentimento.
Se non faceva altro che dichiarazioni d'amore! Quando parlava ad Annetta, in modo ben diverso da Macario, accennava al sottinteso che c'era in ogni sua parola col suo sorriso o col suono della sua voce.
Dicendo la cosa più semplice sentiva fondersi la sua voce in una dolcezza di cui non l'aveva saputa capace e la dichiarazione era così chiara, tanto ardita da sembrargli una presa di possesso, che lo scoteva tutto nell'ebbrezza del sogno realizzato.
Si ritrovò con Macario e costui con insistenza sospetta gli parlò di nuovo dei modi di prendere una donna.
Alfonso stette a udire indifferente le brutalità che gli venivano suggerite, perché egli ora sapeva meglio quello che faceva al caso suo.
Si trovava bene in quello stadio della sua relazione con Annetta e non voleva abbandonarlo senza sapere quale sarebbe stato lo stadio prossimo.
Anche lontano da Annetta soffriva meno.
Si annoiava nell'attesa della sera, ma non sognava tanto perché un sorriso di Annetta aveva scacciato quei fantasmi ch'ella stessa aveva creati.
Alfonso si figurava, che anche non amandolo, ella doveva essere lusingata dal suo amore e dal suo rispetto.
Egli esagerava la sua timidezza perché la timidezza spiegava e rendeva possibile il prolungarsi della strana situazione.
Il lavoro letterario in mezzo a questi amori languiva ed era quello che più lusingava Alfonso, perché sembrava che anche per Annetta esso fosse divenuto cosa secondaria.
Una sera avvenne che Alfonso portò del lavoro fatto e che Annetta si dimenticò di chiedergliene la lettura.
In quanto procedeva però, era fatto del tutto secondo i propositi di Annetta e Alfonso sentiva ogni giorno chiarirsi più nullo il soggetto, più sciocco il romanzo.
Pensava che aumentando la confidenza fra di loro sarebbe pur venuto il giorno in cui avrebbe potuto dirle la sua opinione, ma per il momento non osava neppur di esprimere il dubbio più lieve.
Non voleva esporsi al pericolo di veder diminuita la luce che brillava negli occhi di Annetta quando lo guardava.
Per lui quel romanzo aveva minima importanza e per esso non avrebbe acconsentito a udire neppure una parola brusca dall'amata.
Venne strappato a quell'idillio non per suo volere e non per volere di Annetta; Macario glielo aveva creato senza saperlo, Miceni e Fumigi lo distrussero.
Miceni era colui che più palesemente invidiava Alfonso per la sua famigliarità in casa Maller.
Naturalmente non glielo aveva detto e come al solito Alfonso si rifiutava di ammetterlo anche quando Miceni col suo carattere bizzarro lo lasciava trasparire all'evidenza.
Le piccole punture di Miceni non arrivavano a ferirlo neppure quando costui aveva cominciato col parlare di un suo amore per Annetta e pretendere che sarebbe stato corrisposto se egli ci avesse messo maggiore impegno.
Alfonso, da alcune parole dettegli da Macario, sapeva che cosa egli dovesse pensare di tale avventura.
Quasi accordando ad Alfonso maggiore confidenza, un giorno Miceni gli raccontò anche la ragione per cui egli aveva smesso di fare la corte ad Annetta: per riguardo a Fumigi, perché sapeva che costui ne era innamorato.
Fumigi era un suo vecchio amico che gli aveva procurato l'impiego da Maller e aveva quindi diritto a riguardi da parte sua.
Quest'asserzione lasciò Alfonso meno freddo dell'altra.
Anch'egli s'era accorto che Fumigi era innamorato di Annetta ed era amore che aveva, doveva riconoscerlo, molta probabilità di giungere al suo scopo.
A mente fredda comprendeva che, non troppo vecchio, Fumigi era un partito conveniente per Annetta.
Avvedutosi che Alfonso si turbava quando gli si parlava di Fumigi, Miceni si prese di spesso il piacere di stuzzicarlo liberandosi della propria gelosia alla vista di quella di Alfonso.
È più difficile apparire indifferente quando non lo si è, che appassionato essendo indifferente.
Miceni cominciava di solito a parlargli di affari d'ufficio, il pretesto per recarsi in quella stanza.
Quando veniva costretto a nominare Annetta, Alfonso cribrava ogni parola prima di emetterla e con una disinvoltura ch'egli stesso sentiva eccessiva e da cui doveva trasparire l'affettazione ne parlava come se l'avesse vista poche volte in sua vita.
La diceva bella e, per colmo d'indifferenza, confessava di desiderarla come si desiderano tutte le belle donne.
Ma quando gli si parlava di Fumigi, neppure la parola voleva più ubbidire al suo proposito d'indifferenza.
Non gl'importava che Miceni credesse ch'egli fosse amato da Annetta, ma gli doleva profondamente che anche un solo uomo ritenesse che l'amato fosse altri.
Diceva con calma visibilmente forzata ch'egli conosceva Fumigi e che non credeva che amasse Annetta.
Allora anche Miceni perdeva la calma:
- Per qual ragione vorresti che io venga a dirtelo se non fosse vero? Informati.
In città lo sanno tutti all'infuori di te.
S'accalorava altrettanto lui per affermare quanto Alfonso per negare; ma Alfonso, quando s'accorgeva d'essere distante di troppo dalla sua parte d'indifferente, tagliava corto alla discussione dichiarando che la cosa poteva comportarsi come voleva, che a lui non importava niente.
Le parole erano energiche, ma troppo, e l'aspetto del volto e il suono della voce tutt'altro che da indifferente.
Lieto come se avesse apportato una buona notizia, Miceni gli raccontò che Fumigi e Annetta si fidanzavano.
Alfonso si mise a ridere calmo e questa volta sinceramente calmo.
- Ero ieri a sera in casa di Maller e me ne avrebbero prevenuto se fosse stato vero.
- Non è ancora ufficiale; ma probabilmente, mentre qui parliamo, Fumigi entra per la prima volta in casa di Annetta quale sposo.
La sua voce era divenuta subito acuta come se la tranquillità di Alfonso lo avesse offeso.
Alfonso non si degnò di discutere.
La sera innanzi Annetta lo aveva trattato anche meglio del solito.
Gli aveva raccontato della sua fanciullezza, della vita di collegio ove era stata mandata alla morte della madre.
Erano confidenze e, sorpreso e beato, Alfonso ci vide un altro miglioramento della sua posizione.
Da qualche tempo egli si ammirava come persona abile e uscendo quella sera dalla casa Maller mormorò:
- Questa è la vera arte.
Progredire senza fatica.
Per quella sera non aveva da andare da Annetta, ma pur agitato dalle parole di Miceni si aggirò lungamente per via dei Forni.
La casa conservava il solito aspetto.
La lunga fila di stanze non abitate aveva le finestre chiuse ermeticamente, tutte le tendine calate; una finestra del tinello soltanto era socchiusa.
Uscendo dalla via dei Forni verso il mare s'imbatté in Fumigi.
Per aver tanto pensato a lui, Alfonso, vedendoselo tutt'ad un tratto dinanzi, s'imbarazzò e gli parve che la confusione dell'altro non fosse minore.
- Ella...
va? - chiese Fumigi balbettando e facendo un cenno verso la casa dei Maller da cui Alfonso veniva.
- No! - disse Alfonso con vivacità.
Gli sembrava che Fumigi volesse accusarlo di un delitto.
- Cammino da un'ora circa per fare del movimento.
Se vuole farmi compagnia...
Sulla figurina di Fumigi, vestita di solito con tanta regolarità, c'era qualche disordine; la cravatta non voleva stare a posto, il collare del soprabito nero, del resto nuovissimo, non era spiegato.
- Andiamo al porto nuovo? - chiese.
Guardò ancora l'orologio e dopo una piccola esitazione si mise a camminare accanto ad Alfonso.
Tacquero movendosi ai pallidi raggi del sole che tramontava.
Dal piazzale della stazione si volsero verso il mare e si fermarono sul primo molo fatto da poco, dal selciato bianco, regolare.
- Splendido! - disse Alfonso guardando il sole e lieto di poter parlare.
Mezza palla incandescente guardava ancora fuori del mare.
Non sembrava che la luce tranquilla, bianca che illuminava le case alla riva, provenisse da quel corpo rosso.
Esso dava i riflessi rosei all'orizzonte e arrossava a metà una nuvoletta bianca, immobile sulla città nelle cui contrade interne già imbruniva.
Veramente nessuno dei due aveva occhi per il magnifico spettacolo.
Alfonso osservava Fumigi che era assorto nei suoi pensieri tanto da non curarsi neppure più di celare la sua preoccupazione.
Guardò di nuovo l'orologio e mormorò alcune parole che Alfonso non intese; poi si cacciò le mani in tasca fremendo dall'impazienza e guardando l'acqua sotto ai suoi piedi.
Aveva dimenticato persino d'essere accompagnato.
- Ha fretta? - gli chiese Alfonso.
- No! - rispose Fumigi - mi basta d'essere a un appuntamento per le sette e mezzo.
Quanto gli era stato raccontato da Miceni era dunque vero, e Alfonso pensò che l'appuntamento a cui Fumigi importava di giungere in tempo era con Maller.
Fumigi attendeva una decisione e Alfonso si credeva ancora tanto sicuro del fatto suo che quell'impazienza febbrile gli fece compassione perché sapeva che al poveretto stava per toccare un dolore.
L'anormalità nel contegno di Fumigi era tale che per poter fingere di non conoscerne la causa non si poteva fingere di non avvedersene.
- Sta forse poco bene?
- No...
sì, un poco di emicrania.
Ma quello che mi disturba di più si è di dover stare all'aperto per essere sicuro di non mancare all'appuntamento.
Del resto, a pensarci, l'assicuro che m'inquieto per cosa che assolutamente non lo merita.
- È cosa di piccola importanza? - chiese Alfonso stupefatto.
- No, di grandissima, ma insomma...
- e diede un'alzatina di spalle la quale ad Alfonso sembrò volesse significare una sicurezza assoluta del fatto suo.
- Allora perché agitarsi?
Alfonso continuava a tranquillarlo, ma avrebbe dato molto per togliere a Fumigi quella fiducia che lo feriva profondamente.
Per brevi istanti Fumigi sembrò più tranquillo.
Poscia ripiombò nelle sue meditazioni e dava tanto poco ascolto ad Alfonso che tutto ad un tratto si congedò interrompendo altra frase che Alfonso andava fabbricando per dargli calma.
Aveva bisogno di rimanere solo, ma più che altro desiderava di perdere tempo, e si congedava avendo così qualche cosa da dire che non fosse quello che per sollevarsi avrebbe raccontato tanto volentieri.
Si congedò con molte parole raccontando che anche prima dell'appuntamento doveva recarsi in altro luogo.
Alfonso lo seguì con occhio attento e non gli sfuggì in lui una lieve esitazione sulla via da prendere quando fu giunto nel bel mezzo della piazza.
Era chiaro! Il poveretto portava a spasso i suoi dubbi dolorosi; altro scopo non aveva di moversi.
E Alfonso da quella sola esitazione fu mosso a compassione e tolto all'ira destata in lui dalla sciocca sicurezza di Fumigi.
Tant'oltre andò questa compassione ch'egli si perdeva a sognare sulle vie ch'erano aperte per conciliare la sua con la felicità di Fumigi.
Non ve n'era, ma ciò non gli impedì di costruire su quella situazione un romanzo in cui a sé riserbava la parte non disaggradevole di amico di casa Fumigi.
Disaggradevole per lui era il sentimento di aver cooperato a fare l'infelicità di Fumigi, di aver meritato l'odio di qualcuno per la prima volta in vita sua, lui consapevole.
Bastava a procurargli un profondo disgusto della sua felicità.
Andò a lavorare al romanzo perché gli sembrava di meritare così meglio la sua fortuna, e si sottopose al disgustoso lavoro quasi avesse voluto placare l'invidia degli dei dimostrandosi meno felice.
Bastò una parola di Miceni per togliergli in parte la sua sicurezza.
- Probabilmente a quest'ora tutto è conchiuso!
Se in quello stesso istante ad Alfonso fosse stato annunziato che Fumigi, subito il rifiuto da Annetta, si era ucciso, non gliene sarebbe doluto affatto.
E il caso volle che per parecchi giorni rimanesse in tale stato d'animo.
Quella sera non venne ricevuto da Annetta.
Lo fermò sulle scale la cameriera per avvisarlo che la signorina Annetta non poteva riceverlo.
- C'è qualche cosa di nuovo? - chiese Alfonso spaventato.
Poi, vedendo la sorpresa dell'altra, aggiunse a spiegazione:
- La signorina è forse indisposta?
- No! - rispose la cameriera, una donna vecchiotta, vestita con pretesa e che aveva trattato Alfonso sempre con grande indifferenza forse anche perché egli s'era dimenticato di farle un poco la corte - sta benone.
- Corse via come se per il molto da fare non potesse rimanere in ozio neppure per pochi momenti.
Bastò per dare ad Alfonso il dubbio che la domanda di Fumigi fosse stata accolta altrimenti di quanto egli avesse supposto.
Donde era derivata a lui quella sicurezza in cui si era cullato? Non sapeva nulla di nuovo, ma ora andava raccogliendo prove che la domanda di Fumigi era stata accolta favorevolmente e non più, come aveva fatto sino ad allora, indizii che fosse stata respinta.
Persino la fretta della cameriera gli parve che provasse essere avvenuto un grave mutamento nella vita di Annetta.
Egli era ancora convinto che Fumigi dovesse essere stato rifiutato, ma soltanto perché non gli sembrava ammissibile che Annetta si adattasse a sposarlo; non per altro amore, non per amore a lui.
Egli non c'entrava in quella risoluzione, questo ora sentiva.
Era ora minacciato da una grande sventura, ma quando l'imminente pericolo fosse stato scongiurato egli non si sarebbe perciò sentito più sicuro.
Il giorno dopo Miceni gli disse che ancora nulla di nuovo sapeva, ma che non aveva premura.
La sua carta da visita per felicitazione sarebbe sempre giunta in tempo.
Scappò via non permettendo ad Alfonso di dare una risposta ch'egli doveva prevedere poco gentile.
Non s'erano detti una sola parola sulle relazioni di Alfonso con Annetta, ma Miceni agiva come se le conoscesse e Alfonso se ne accorgeva.
Andò alla sera da Annetta.
Per la via si abbandonò alle maggiori speranze.
Si aspettava di trovarla immutata e attendendolo in quella biblioteca ove poteva passare altre ancora di quelle serate indimenticabili.
Stava per deporre il cappello all'entrata già rassicurato, quando Santo, ch'era sul pianerottolo, lo chiamò:
- La signorina non può riceverla quest'oggi; è indisposta.
Alfonso impallidì.
Ma Miceni aveva dunque ragione?
- Molto ammalata? - chiese a Santo.
Anche con costui bisognava fingere.
- Oh! sa! le donne! - fece Santo con l'irriverenza che gli era propria quando parlava dei suoi padroni dietro alle loro spalle.
Non era ammalata! In quel tinello completamente illuminato come nelle serate di ricevimento, forse ella sedeva accanto a Fumigi, il quale gustava a pieno della gioia di quelle dolci espansioni, quella calma del possesso non più contrastato che Alfonso credeva fosse la suprema delle felicità.
Santo già gli aveva voltato le spalle.
Fino ad allora e dacché lo aveva veduto in casa Maller, Santo lo aveva trattato con servilità anche seccante.
Il suo disprezzo era segno evidente che lo considerava decaduto.
Alfonso lo seguì per alcuni passi:
- La prego di dire alla signorina Annetta ch'io sono stato qui e che mi dispiacque molto di aver udito della sua indisposizione.
Scese le scale guardando dinanzi a sé e senza degnarsi di corrispondere al saluto che Santo pur gli fece.
Il suo pensiero era ancora sempre rivolto a quei due che soli nel tinello forse si baciavano, ma finché non giunse sulla via camminò impettito badando di non lasciar trasparire neppure dal suo volto qualche cosa dei sentimenti che lo agitavano.
Era possibile che in quella casa qualcuno lo osservasse per gioire del suo dolore.
Era un'idea sciocca; nessuno di lui più si occupava neppure per fargli del male.
Piovigginava ed egli teneva l'ombrello chiuso in mano.
Era irritato perché pensava al modo col quale avrebbe dovuto raccontare il fatto a Miceni e andava immaginando l'ironia atroce quanto facile di costui.
Ma egli non aveva più da aver riguardi.
Celare le illusioni sciocche, ora lo riconosceva, nutrite da lui fino a quel giorno, era cosa impossibile con Miceni.
Ebbene, egli avrebbe cercato di descrivergli come queste illusioni erano nate e come Annetta le avesse incoraggiate.
Se tutto era finito come egli andava ripetendo a se stesso, molto ma molto era perduto per lui.
Lo scopo della sua vita; perché che cosa gli restava? L'ambizione l'aveva dimenticata in quell'amore e non credeva che in lui potesse rivivere, e per il suo destino in casa Maller non valeva la pena di vivere.
Era stato un sogno magnifico quello di farsi trarre dal suo avvilimento con un bacio di donna.
La vita perdeva quel suo aspetto di rigidezza ingiusta, mandava la fortuna e la felicità a chi la meritava e senza esigerne lotta; di lassù veniva una regola, per lui la ricchezza e l'amore.
Si ritrovò bagnato fino alle ossa e molto lontano da casa.
Era poi vero? Egli riteneva che se non si fosse trovato nel dubbio, la sua agitazione sarebbe stata minore.
Avrebbe deciso sul contegno da tenere e credeva di potersi ancora procurare qualche soddisfazione nella sua sventura.
Poteva portare il capo alto, rimeritare l'indifferenza con l'indifferenza, essere ferito e ferire mostrando d'essere incolume.
Annetta era capace di voler trionfare del dolore che aveva saputo apportargli.
Era proprio quale Macario l'aveva descritta! Fredda e vana, ed anzitutto vana.
Non aveva egli in mano la prova palmare di quella vanità, in quel romanzo, un dettato della vanità in persona, dal concetto generale tronfio e vacuo alla singola frase enfatica, il volo di chi non sa camminare? Non era soltanto per spirito di vendetta ch'egli pensava di lei così.
Caduta dall'altezza a cui il suo amore l'aveva posta, egli credeva ora di vederla quale era.
Giunto a casa trovò un bigliettino di Annetta col quale lo invitava a portarsi la dimane da lei.
"Mio buon amico!" Già l'intestazione sarebbe dovuta bastare a toglierlo dalla sua disposizione e dargli una gioia immensa.
Invece lesse e rilesse cercandovi quello che non c'era: l'assicurazione ch'egli aveva avuto torto di temere di Fumigi e di dubitare dell'amore di Annetta per lui.
Quel biglietto non escludeva la sua sventura, e se momentaneamente la escludeva non ne toglieva la minaccia.
Alla calma non sapeva ritornare, ed anche il sentimento di essere tanto più felice che poco prima non era aggradevole.
Specialmente quando è passato, il dolore ha delle attrattive seducenti, e ai deboli ambiziosi è soddisfazione di potersene vestire.
Era felicità quella derivante da questa situazione quando il caso gli aveva rivelato quale sventura questa stessa situazione potesse apportargli? Poteva sempre esser gettato da parte come una cosa inutile, e non appena Annetta lo avesse negletto egli sarebbe ridivenuto il povero impiegatuccio al quale non sarebbe stato neppure lecito dimostrare il proprio dolore.
Non era più quel dolore che poco prima lo aveva cacciato per le vie della città, ma una grande commozione, un compianto di se stesso.
Se Fumigi era stato respinto, la sua relazione con Annetta continuava immutata apparentemente; realmente la sua gelosia, i suoi timori, la minaccia che gli era stata fatta, gliela rendevano insopportabile.
Non v'era che una via per uscire da tale situazione.
Poteva essere lui il primo a ritirarsi e almeno, per quanto addolorato di dover fare una tale rinunzia, avrebbe potuto ripensare a tutta l'avventura senz'arrossire, senza sentirsene offeso.
Neppure interrotta così però, il ricordo ne sarebbe stato piacevole.
La durezza e la vanità di Annetta che gli sembrava di avere scoperte allora allora non avrebbe mai saputo dimenticare.
Era stata dura l'esperienza ch'egli aveva fatta e gli sarebbe servita per tutta la vita.
Voleva ora ritornare alle sue abitudini da puritano, a quell'ideale di lavoro e di solitudine che nessuno gli contendeva.
Quella era la felicità.
L'abitudine e la regolarità gliela dovevano dare.
Ma quando si trovò con Annetta, quando ella gli strinse la mano affettuosamente, col medesimo dolce sorriso con cui lo aveva congedato pochi giorni prima, come se nulla nel frattempo fosse avvenuto da poter turbare i loro buoni rapporti, egli dimenticò questi propositi.
Poteva uscire da quella situazione, ora lo comprendeva, anche altrimenti che abbandonando il giuoco.
Altro rammarico non sentiva che di non saper dire prontamente tutto ciò che nei giorni precedenti aveva supposto e sospettato per provocare una spiegazione che poteva bensì togliergli l'amicizia di Annetta, ma forse anche raffermarla, migliorarla, svelarglisi quale amore.
Intanto, per timidezza, al suo volto non lasciò esprimere che tranquillità e cordialità.
Erano nel tinello e soli perché Francesca era indisposta.
Annetta parlò di un capitolo del romanzo, fece delle proposte per esso; Alfonso le approvò e senza sforzo poté mostrare di ammirarle.
Non era il momento di accalorarsi per idee critiche.
Annetta avrebbe però avuto bisogno di qualche consiglio perché trovava delle difficoltà a procedere in un argomento che tendeva all'assurdo.
I suoi due eroi erano ancora sempre là, amandosi appassionatamente e per superbia non dicendoselo.
Alla conclusione del romanzo non mancava che questa confessione e nella testolina di Annetta cominciavano a mancare le idee per tirare innanzi.
Improvvisamente Alfonso divenne ciarliero.
Ciarlava per il bisogno di parlare, e parlò del romanzo e della sua ammirazione per le idee di Annetta perché d'altro non poteva.
Quando si grida è indifferente quale parola si vesta del grido, lo sfogo si trova nell'emissione di voce.
Alfonso nel fiume delle proprie parole si calmava e se tacque fu proprio per calcolo e con isforzo al pensare che se non lasciava parlare Annetta nulla da lei avrebbe potuto apprendere.
Per ultimo e con una freddezza di calcolo che immediatamente lo portò allo scopo, descrisse con parola animata la sua vita di ogni giorno concludendo che di un anno intero le ore liete da lui vissute sommavano a pochi giorni quantunque contasse fra quelle tutte le ore passate in casa Maller.
Invitatane, Annetta descrisse come aveva passato l'ultima settimana.
Quando ella cominciò, Alfonso arrossendo la guardò fisso, non sembrandogli sufficiente attenzione l'ascoltare.
Voleva indovinare quando da quella esposizione ella sarebbe stata portata a pensare a Fumigi e voleva vedere come, pensandoci, atteggiasse il volto.
Quella settimana era stata due volte a teatro.
Aveva però avuto anche parecchie sere di noia ed una sera era stata lì lì per mandarlo a pregare di venir a sollevarla dalla noia con le sue idee filosofiche e la sua collaborazione al romanzo.
- Sarei venuto tanto volentieri! - mormorò Alfonso con voce soffocata dall'emozione.
- Sì? - chiese Annetta arrossendo ella pure - per un'altra volta, siamo intesi?
Fu questa gentilezza che diede un coraggio da leone ad Alfonso.
- Niente altro? - mormorò quand'ella ebbe finito di descrivere la sua settimana.
- Niente altro! - rispose Annetta sorpresa e tutt'ad un tratto impallidendo.
- Io ho passato una brutta settimana - disse Alfonso con voce profonda.
Le raccontò ch'era stato avvisato minacciargli una sventura e che dapprima non ci aveva creduto, ma che ad ogni passo aveva trovato indizii che sussisteva la minaccia e fors'anche la sventura in modo che quando seppe che quest'ultima era stata evitata non volle crederlo perché da troppo lungo tempo l'aveva ritenuta inevitabile.
Ancora ne dubitava.
La successione dei fatti era stata esposta con tale verità che, rammentandosi del dolore provato, gli vennero le lagrime agli occhi e si fermò per arrestarle.
Fu questa la dichiarazione e quando Alfonso più tardi ci ripensò dovette sorridere perché certamente non era stato l'amore che gli aveva cacciato le lagrime agli occhi ma bensì, come sempre da lui, la compassione di se stesso.
Per quanto non parlasse più, le lagrime gl'inondavano le guancie e non le rasciugava perché un gesto le avrebbe mostrate ad Annetta la quale forse non se ne avvedeva.
Era la seconda volta ch'egli piangeva dinanzi a lei e la prima non aveva avuto a lodarsi del risultato ottenuto.
- Lacrime! - esclamò Annetta commossa - ed io ne sono la causa?
Volle quietarlo e lo prese amichevolmente per mano.
Il gesto, non il contatto, non la soddisfazione del desiderio, rese beato Alfonso.
Distruggeva il malessere che aveva sentito pel sentimento della glaciale freddezza della sua relazione con Annetta, e ci correva tanto da quella sua visione di tali rapporti a quelli reali in cui Annetta prendeva la parte di consolatore, ch'era un salto da far chiudere gli occhi.
Egli baciò la mano di Annetta senza moverla.
Chinò la testa fino ad arrivarci con le labbra e anche questa volta ebbe cura di rendere rispettoso l'atto ardito.
Appena appena giunse a sfiorare con le labbra quella mano; era un abbozzo di bacio ed egli non desiderava neppure di andare più oltre.
Fin qui non erano avanzati che di poco e sarebbero potuti ritornare alla dolcezza dei loro rapporti quasi ingenui se con quel bacio si fossero separati.
- La spiegazione è sufficiente - disse Annetta con un sorriso, ma con voce rotta dall'emozione e che sorprese Alfonso.
Ritirò la mano.
- Povero Fumigi! - esclamò Alfonso cui non riuscì di mettere nella propria voce l'emozione che aveva sentita in quella di Annetta.
- Non tanto povero!
Disse ch'era uomo forte e energico il quale avrebbe saputo guarire presto di quella piccola ferita.
S'era sentita onorata dalla sua domanda e non aveva accettato perché non voleva maritarsi.
- Anche il nostro ideale artistico mi fa prediligere la mia libertà, - e questa frase con quella prima persona al plurale cancellò in Alfonso l'impressione di freddo che gli aveva dato la precedente.
- Del resto, Fumigi rimane il mio buon amico, me lo promise! E adesso ritorniamo al nostro romanzo.
Ma non ci ritornarono.
Lo stacco era troppo grande fra quella cosa fredda, voluta, e la loro passione che se ciarlava era per nascondersi.
Alfonso vedeva Annetta di nuovo tranquilla, la voce soda e sicura, ferma la mano che teneva la penna.
- Che cosa vuole quest'imbecille? - chiese Alfonso alludendo all'eroe che passava accanto alla moglie che lo amava, in un corridoio oscuro, per dignità fingendo di non vederla.
- Questa dignità esiste poi?
S'inginocchiò dinanzi ad Annetta e cercò di riprenderle la mano.
Era detto ed era agito bene con aspetto di spontaneità mentre realmente si trattava di un'audacia calcolata.
Ella si mise a ridere, ma avvicinò la sua alla testa bruna di Alfonso e nessuno dei due avrebbe saputo dire come fossero giunti per la prima volta a baciarsi sulle labbra.
Egli lo aveva previsto tanto poco, che cessato il contatto gli parve di non averne sentito tutta la felicità che avrebbe dovuto e tentò di rifarsi in un secondo bacio.
Ma ella aveva allontanata la testa e s'era alzata in piedi spaventata, non sembrandole, seduta, di essere al sicuro.
Aveva però le guancie intensamente colorate dal sangue, gli occhi splendidi, lucenti e gli diede un'occhiata che ad Alfonso non parve d'ira quantunque Annetta dovesse avere avuto l'intenzione di intimidirlo.
Così era assolutamente bella.
- Basta, signor Nitti!
Egli si alzò e restando fermo al suo posto, con voce sorda dall'agitazione, le disse per tranquillarla che veramente bastava, ch'egli avrebbe potuto viverle accanto tutta la vita e non chiederle altro.
Annetta sorrise per ringraziarlo; si sentiva di nuovo al sicuro accanto a quel ragazzo.
Era stata proprio questa qualità di ragazzo che l'aveva portata con lui tanto innanzi.
Che cosa aveva da temere da quella timidezza personificata? Era stata commossa dalla soavità di quell'amore senza parole, da quel silenzio timido perdurante anche dopo una prima arditezza lasciata impunita.
Egli non aveva mai in nessun modo accennato a quel bacio rubato sulla sua mano, non aveva tradito impazienza ed ella ingenuamente aveva creduto ch'egli non chiedesse altro.
Ingenuamente e superbamente.
Ammetteva che il piccolo favore, perché venuto da lei, potesse bastare.
Avevano ora fatto un passo gigantesco innanzi e non c'era più via al ritorno.
Avevano parlato e quello ch'era peggio Alfonso aveva assistito alla commozione da persona debole di Annetta, aveva improvvisamente scoperto di essere lui il più forte.
Annetta non se ne accorse e non comprese, e con un sorriso che doveva attenuare il dispotismo del suo ordine gl'impose di mai più parlarle d'amore.
Venne subito disingannata.
Egli chiese per grazia di poterne parlare anche una volta e fece una dichiarazione in piena regola, mescolando ricordi di romanzi letti con frasi da lungo tempo rimuginate nel cervello e che non attendevano che l'occasione per venir rivolte ad Annetta.
Era stato il suo più vivo desiderio di poterle parlare del suo amore e aveva pensato che quella sarebbe stata la sua prima creazione poetica; accompagnato sempre dalla parola intelligente, l'amore ne sarebbe stato nobilitato, elevato, ed era per essa che la differenza delle loro condizioni doveva essere dimenticata.
Invece ora si accorgeva che il desiderio non ha parola.
Mentre si abbandonava a delle sentimentalità di proposito, perché gli sembrava che così fosse suo dovere, ne sentiva la convenzionalità senza sangue e senza vita e se ne meravigliava non sapendo a che cosa attribuire tale freddezza.
Soltanto quando parlò dell'intimità amichevole con Annetta, la sua voce si fuse e tremò in una commozione che gli toglieva il respiro.
A questa dolce intimità pensava dacché aveva avvicinato Annetta per la prima volta, ma ora, parlandone, tutt'altro desiderio si vestiva della stessa parola e passandogli dinanzi agli occhi gli dava le vertigini.
- Io lo sapeva, - disse Annetta con sincerità - ma sarebbe stato meglio di non dirmelo.
Lo minacciò scherzosamente col dito e sul suo volto passò un'ombra di serietà.
Del resto, come a lui che le diceva, a lei le parole di amore sembravano più fredde di quanto le aveva precedute e provocate; di quelle non temeva.
Non erano che una soddisfazione alla sua vanità e lo interruppe dicendogli con grande dolcezza:
- Basta, basta! - così che se Alfonso non vi si fosse annoiato avrebbe continuato.
Per quella sera bastò, ma non per il seguito.
Fino ad allora timido anche per calcolo, Alfonso s'era accorto quanto maggior felicità gli fosse derivata dal passo fatto.
Con sufficiente chiarezza gli era stato indicato fino a quale punto gli era lecito di andare, e, se non oltre, voleva almeno trovarsi sempre là.
Ne aveva conquistato il diritto.
Ogni sera diceva ad Annetta la parola d'amore; se prima non lo poteva, andandosene, stringendole la mano per congedarsi.
Improvvisamente Francesca era ridivenuta la compagna indivisibile di Annetta.
Assisteva sempre alle loro sedute ed ora che poco o nulla lavoravano al romanzo, ella prendeva parte attiva ai loro discorsi.
Era scomparso ogni sforzo nelle sue relazioni con Annetta dapprima fredde poi esageratamente amichevoli, e le due donne cinguettavano dinanzi a lui di mode, di viaggi, di persone ch'egli non conosceva, lasciandolo imbarazzato e muto.
Rimaneva muto anche quando parlavano d'altro, perché proprio non si sentiva più di rivolgere ad Annetta né frasi banali, né disquisizioni critiche.
Tutto ciò era troppo freddo, nullo e mancava di scopo.
A che scambiare delle parole che a lui non importava di dire, a lei di udire? Egli rimuginava ancora delle parole, ma erano tali che dovevano ammettere, immediatamente dopo dette, qualche atto ardito e appassionato.
D'altro non gl'importava.
Il bacio sulla mano di Annetta gli aveva dato il bisogno di parlare, quello sulle labbra glielo aveva tolto.
Veniva sempre ricevuto in quel tinello perché c'era la stufa e là ogni oggetto gli ricordava i desideri e le soddisfazioni avute.
Quella confusione di mobili diversi, ogni singolo oggetto, quei mobili grevi e comodi, erano indissolubilmente legati alle sue sensazioni, gli parevano parte di Annetta o specchi che ridavano sempre la sua figura.
Quando lo si faceva attendere, lungamente solo in quel tinello, si cullava in tali sensazioni e divenivano tanto forti, la vicinanza di Annetta tanto sensibile, che se costei improvvisamente fosse entrata, l'avrebbe presa fra le braccia e trattata come cosa propria, dicendole una sola parola che gli sembrava che tutto dovesse spiegare e giustificare.
Veniva invece prima Francesca e trovava Alfonso confuso, inceppato dalla parola che aveva preparata e che doveva rimanergli nella strozza.
Una sera venne Francesca e lo avvisò che Annetta era stata costretta ad accompagnare il padre da certi parenti.
Non lo avevano potuto rendere avvisato in tempo, gli disse Francesca con un sorriso malizioso, ma lo pregava di rimanere perché ella gli poteva tenere compagnia.
Alfonso non seppe reggere a tale disillusione.
Stette lì impalato per un quarto d'ora a rispondere a monosillabi alle domande che la signorina aveva la bontà di fargli, poi, per levarsi dalla noia di dover fingere, se ne andò dicendo ch'era venuto soltanto per scusarsi che doveva mancare per quella sera perché indisposto.
Francesca lo salutò con un inchino ironico ma benevolo.
Per l'impazienza il contegno di Alfonso perdette la correttezza che Annetta fino ad allora aveva amato in lui, e se non se ne adirò subito fu perché ogni sua sconvenienza veniva spiegata e scusata da sofferenze visibili.
Quando Francesca soltanto si avvicinava ad una finestra per guardare sulla via egli improvvisamente diventava attivo, energico, mentre fino ad allora era rimasto ripiegato su se stesso, sui propri sogni e desiderî, assente del tutto.
Le diceva la parola d'amore con una mezza voce che conservava le inflessioni del grido, un grido melodrammatico, rotto.
Agli occhi di Annetta il suo maggior delitto fu di non saper conservare immutato il suo contegno con i terzi.
Dinanzi ad altra gente egli ridivenne muto come altra volta per timidezza e peggio anche perché appariva malcontento e irritato.
Prarchi venuto un mercoledì gli chiese se stesse male.
La domanda aprì finalmente la bocca ad Alfonso perché per descrivere se stesso poteva ancora parlare.
Parlò commosso di una sua malattia che non sapeva definire, un'inquietudine che gli toglieva il sonno, il piacere allo studio, la gioia della vita; tutto l'annoiava.
Con tutta serietà Prarchi diede il suo parere medico.
Naturalmente qualificò la malattia indefinita per malattia di nervi e diede il consiglio di andare a passare un mesetto a casa sua, all'aria aperta.
Annetta, quantunque dovesse aver compreso di quale malattia si trattasse, gli propose con dolcezza di chiedere per lui il permesso.
L'offerta di curarlo in tale modo irritò Alfonso così che si lasciò trascinare ad esclamare:
- Dovrei andare molto lontano acciocché mi giovasse.
Se Prarchi non fosse stato tanto semplice da voler fare la diagnosi della malattia coi sistemi insegnatigli nelle cliniche, indubbiamente la frase di Alfonso sarebbe bastata per fargli capire di che cosa si trattasse.
Una sera la trovò sola, e quando egli, già turbato profondamente dalla combinazione insperata, si accingeva a mettere in atto un suo proposito ardito, ella gli lanciò delle parole brusche che fecero su lui l'effetto di una doccia d'acqua fredda.
Gli disse che aveva trovato un sotterfugio per allontanare Francesca e parlare con lui a quattr'occhi.
Era malcontenta di lui; era risentita del suo contegno divenuto fiero e noncurante degli occhi che sorvegliavano.
Voleva comprometterla? Gli gettò un'occhiata diffidente di cui Alfonso intuì tutto il senso.
Ella aveva creduto di avere a fare con un timido profondamente innamorato e senza scopo.
Ora lo esaminava con diffidenza temendo di scoprire in lui un abile ingannatore che volesse comprometterla.
Alfonso ne fu spaventato.
Egli non aveva l'intenzione di comprometterla, ma aveva avuto, consapevole, lo scopo ch'ella gli attribuiva e ch'ella credeva volesse raggiungere compromettendola.
Egli si attendeva ora che gli venisse proibito l'accesso in quella casa; sarebbe stata una conseguenza logica di quanto ella gli aveva detto.
Non poteva scusarsi; era stato ardito, s'era contenuto male.
Sua unica difesa fu di impallidire e di fare come se per bene non avesse compreso quello che gli veniva rimproverato.
Ma per Annetta il suo spavento fu la migliore scusa.
Continuò a rimproverarlo ma affettuosamente, chiedendogli se più non gli bastasse la sua amicizia e se non pensasse che coi suoi modi si esponeva al pericolo di perdere anche quella.
- Sarò come ella vorrà ch'io sia! - disse Alfonso che si sentì sollevato vedendola lontana dal proibirgli l'accesso in casa sua.
Era chiaro ch'ella non voleva che impedirgli di andare troppo oltre, intimidirlo.
Ella stessa, presa da un capogiro, era andata fin dove a mente fredda non sarebbe giunta e rimpiangeva l'epoca in cui quel giovine forte e intelligente l'amava e l'ammirava timidamente.
Annetta provava la compassione sempre con grande vivacità.
Gli si era avvicinata e stringendogli la mano, gli chiese:
- Vediamo, signor Alfonso, non si potrebbe vivere di nuovo da buoni amici, lieti, contenti, come altre volte? Che cosa le è accaduto da renderla eternamente muto e proprio sempre occupato di far sapere alla gente ch'è malcontento?
- È che ho sempre delle parole qui, - e accennò alla gola, - e che mi viene impedito di dirle.
- Sempre ancora chiamava parole quelle ch'egli aveva in gola! Era ridivenuto subito lieto quale Annetta da un mese non lo aveva veduto: da quella sera in cui per l'ultima volta avevano parlato insieme del loro amore.
Il fatto si è che, colpito dalla rude lezione che Annetta gli aveva data, egli per il momento non era affatto travagliato da desiderî.
Le baciò le mani ch'ella gli abbandonava e quest'abbandono non gli dava altro piacere che di sentirsi rassicurato del tutto, ma anche la noia di dover simulare un grande entusiasmo.
Ella s'incalorì, perché l'agitazione della serata ridava a lui la parola vivace e originale che sempre riusciva a scoterla.
Se ne andò stanco ma calmo del tutto, così che la sua stanchezza somigliava a sazietà.
Mentre Annetta aveva creduto d'intimidirlo e ricondurlo al rispetto ch'egli altre volte le aveva dimostrato, egli aveva sofferto al ritrovarla quale Macario l'aveva descritta.
Quella sera l'aveva vista dapprima fredda e sdegnosa, evidentemente un contegno risultato dal calcolo, il timore di vedersi compromessa in un'avventura poco conveniente; poi lo sdegno non s'era mitigato, ma ella s'era agitata.
Lo amava forse, ma la cura del suo interesse lottava con quest'amore e vittoriosamente sempre finché in lei non parlavano i sensi.
Tutto ciò era tanto chiaro, si manifestava con tale evidenza che neppur sognando Alfonso non poteva non tenerne conto.
Perché, come al solito, egli cercava di annullare il suo malessere spingendo la sua fantasia a deviare dalla realtà, ma questa volta era sogno che non valeva la pena di venir fatto.
Poteva figurarsi che Annetta cedesse, sentisse gli stessi suoi desideri, ma per istanti.
Erano commozioni precedute e seguite da freddezza glaciale e persino accompagnate da un freddo calcolo che segnava i limiti alla piccola passioncella che la signorina si accordava.
Doveva dunque essere una lotta che dopo vinta bisognava sempre ricominciare.
E non era questo l'unico dolore che quella serata gli apportava.
Fino allora e per quanto fosse stato conscio che la ricchezza di Annetta era stata la prima origine del suo amore, non s'era mai ideato l'impressione che in lui doveva produrre l'accorgersi che altri, anzi Annetta stessa, sapesse e forse esagerasse l'importanza di tale elemento.
Egli l'amava! Anche nel soliloquio perdeva la freddezza per difendersi da quella taccia.
Ora egli l'amava! C'era un'enorme differenza fra lui e quell'abile intrigante che Annetta sembrava sospettare in lui, perché quelli ch'ella aveva creduto che fossero mezzi per raggiungere i suoi scopi, la melanconia, l'inquietezza, erano invece derivati dal desiderio, dall'amore.
Certamente il suo non era un amore rispettoso, e gl'impedivano di essere tale le durezze nel carattere di Annetta, ma l'amava e voleva convincersi che se avesse mutato di condizione l'avrebbe amata lo stesso.
Lo sentì con tanta violenza che gli parve di non averglielo mai espresso come allora lo sentiva.
Ad onta del suo amore rimase duro, persino ingiusto nel giudicare il carattere di Annetta.
Perché se Annetta rimpiangeva le sue momentanee disfatte, non ne toglieva via la possibilità, vietandogli l'accesso in casa sua? Egli non ammise che Annetta si ripromettesse di trionfare della propria debolezza.
No! Ella semplicemente fingeva di sfuggire quegl'istanti di smarrimento, ma li desiderava anche quand'era calma.
Il disprezzo di Alfonso veniva aumentato da questa conclusione, ma ne venivano aumentate anche le sue speranze.
Da allora, come Annetta glielo aveva comandato, dinanzi ai terzi seppe in parte padroneggiarsi, ma quando con essa poteva trovarsi solo era ardito proprio per proposito, per calcolo e si costringeva all'arditezza non lasciandosi arrestare dal sangue che gli affluiva al core e gli toglieva la parola.
Una sera, dopo aver atteso invano che Francesca si allontanasse, avendolo Annetta accompagnato fino sul pianerottolo, egli risolutamente compì il piano che da parecchie sere s'era proposto.
In piena luce, là, dinanzi a tutte quelle porte, l'una o l'altra delle quali improvvisamente poteva venir aperta, l'attirò a sé e la baciò sulle labbra.
Annetta spaventata si tolse all'abbraccio, ma molto commossa e per niente irritata, mormorò con dolcezza:
- Mi lasci, Alfonso!
Se ne andò col passo da ebbro, ma nella grande agitazione sapeva con chiarezza perché Annetta non avesse trovato parole di rimprovero.
Le piacevano gli ardimenti eccessivi, e le esitazioni che il rispetto impone non soddisfacevano che la sua vanità.
Attirandola a sé egli aveva mormorato: - Se adesso mi uccidessero sarebbe pure la bella morte!
Era una frase melodrammatica che non ci sarebbe stato bisogno di pronunziare, l'atto si scusava già da sé agli occhi di Annetta o Alfonso aveva fondato motivo di crederlo.
La sera dopo ella si rifiutò di accompagnarlo oltre la porta del tinello, ma ridendo, con l'aria di persona che scherzando fa un dispetto a qualcuno.
Si era riso molto tutta la sera perché Alfonso s'era fermamente proposto di rendersi aggradevole; era certo che ad Annetta gli uomini tristi e i malcontenti non piacevano.
Non amava che le facce liete.
Non fu l'unico suo riguardo ai voleri di Annetta.
Era stato sospettato di volerla compromettere ed egli voleva guardarsi da quella bassezza tanto più che sperava di non averne di bisogno.
Specialmente con Macario fu guardingo.
Sospettava che costui per suoi scopi particolari cercasse di sapere quali forme assumesse il loro lavoro letterario.
Alfonso credette di dover dimostrare molto interesse a tale lavoro e, ad onta di ciò, di fingere che per solo spirito di dovere continuasse a frequentare casa Maller - perché davvero - assicurava - bisogna contenervisi con troppi riguardi che mi annoiano.
Sentiva però che l'altro non gli credeva.
Per salvarsi più facilmente dalle macchinazioni ch'egli temeva e anche per farsi un merito della sua discrezione, raccontò ad Annetta delle domande che Macario gli aveva fatte e delle proprie risposte.
Ella non fu del tutto soddisfatta da queste e gli consigliò di esagerare meno per farsi credere più facilmente.
Ella giudicava giustamente e Alfonso riconobbe che ad onta della delicatezza della sua onesta coscienza egli non aveva messo tutta la sua perspicacia a far credere Macario nella freddezza dei suoi rapporti con Annetta.
No! Gli era bastato di tranquillare questa coscienza e aveva trattato la cosa come se fosse stata d'importanza secondaria.
In fondo non gli dispiaceva di rendere Macario geloso.
Questa sua debolezza diveniva apertamente manifesta quando, in luogo di Macario, doveva ingannare Miceni.
La cosa era facilissima, Miceni essendo ben lontano dal sospettare qualche cosa, tanto lontano che Alfonso se ne indispettiva e più volte provava il desiderio di farlo suo confidente e renderlo invidioso piuttosto che sprezzante, perché, era sempre più evidente, Miceni sembrava supporre che Alfonso amasse Annetta e non ne fosse corrisposto.
Non sapeva del rifiuto dato da Annetta a Fumigi e anzi Fumigi doveva avergli detto tutt'altro che la verità per spiegargli perché non avesse avuto luogo la promissione di che gli aveva parlato.
Era strano con quanta facilità Miceni, solitamente tanto malizioso, tenesse per vere le favole che gli erano state raccontate.
Diceva ad Alfonso che Fumigi era in procinto di sposare un'altra ragazza più ricca e più bella di Annetta e che perciò aveva abbandonato quest'ultima.
Era reso più facile ad Alfonso tacere di sé e delle sue fortune con Annetta, all'accorgersi che per vendicarsi di Miceni, farlo stizzire, gli bastava deridere Fumigi e le sue pretensioni.
- Da un momento all'altro questo signore lasciò l'idea di chiedere la mano di Annetta? Strano! A me invece venne detto ch'egli abbandonò tale idea dopo averla già messa ad esecuzione!
Miceni allora diveniva rosso come un gambero cotto e rispondeva come avrebbe risposto a un'offesa personale, violentemente.
Diceva che Annetta era una vanerella la quale avrebbe voluto veder morire qualcuno d'amore per lei, ma che fino ad allora non le era riuscito.
Alfonso non poté portare ira contro Fumigi che per breve tempo.
Una mattina, andando all'ufficio, vide la piccola personcina trotterellare nella stessa sua direzione.
Passò oltre fingendo di non vederlo, ma Fumigi gli corse dietro chiamandolo ad alta voce.
Si volse e rimase stupito al trovarsi dinanzi una figura ben differente da quella a cui s'era atteso.
Non era la magrezza né la pallidezza di volto che lo sorprendeva; era l'inquietudine dell'occhio, era uno strano movimento della bocca che masticava o meglio ruminava, ma più che altro era il vestito trascurato, indecente, una giacca troppo lunga che non sembrava fatta sul suo dosso, calzoni bianchi leggeri ad onta della temperatura ch'era di poco al di sopra dello zero, e sul ginocchio destro una larga macchia d'inchiostro che Alfonso per cortesia non volle fissare.
- Le annunzio che mi sposo con...
con - e parve che non rammentasse il nome della sua amata.
Alfonso si congratulò esitante.
Non capiva; quell'uomo più che di persona felice aveva l'aspetto di pazzo.
Ragionava passabilmente però e soltanto la lingua non gli serviva come avrebbe dovuto.
S'era messo a discorrere furiosamente e Alfonso provava difficoltà a seguirlo, perché la pronunzia di Fumigi era fosca e poco precisa.
Quando costui si accorse di non venir compreso, adirandosi si mise a gridare per divenire più esatto.
- Capisco, capisco! - disse Alfonso spaventato.
Fumigi gli raccontava dei suoi studî di meccanica.
Aveva inventato un locomobile con il quale si risparmiava il settantacinque per cento di combustibile.
Non era ancora sicuro del fatto suo perché gli mancava il mezzo per poter misurare con precisione il consumo di gas.
Era una macchina a pressione d'aria.
- Sono pur disgraziato di mancare...
di quel mezzo...
per misurare...
In teoria sono sicuro...
Alfonso, che di meccanica nulla sapeva, tanto per dimostrare che prendeva interesse a quanto gli veniva raccontato gli chiese:
- Perché non si serve di un gazometro?
L'altro lo guardò stupefatto:
- Proverò, - masticò.
- Lei va ancora dalla signorina Annetta?
Pronunziava questo nome con tutta indifferenza.
- Di rado.
- Io non più perché mi manca il tempo.
Tanto...
tanto da fare.
All'orologio della piazza sonarono le nove.
Fumigi contò i nove tocchi
- Già le nove? Devo andarmene.
Pose la destra mollemente in quella di Alfonso e ritiratala subito la lasciò cadere al fianco.
La sua bocca non aveva dato alcun saluto subito di nuovo occupata a masticar e il suo pensiero era già tutto rivolto al luogo ove doveva recarsi: si voltò e trotterellò verso il mare traversando diagonalmente il Corso.
Quel giorno Miceni e Alfonso non litigarono.
Profondamente commosso, Alfonso chiese a Miceni di quale malattia soffrisse Fumigi.
- Malattia? - chiese Miceni già col tono dell'ira, - non è malattia, è una sovreccitazione nervosa che si buscò dal troppo lavoro.
Inventa macchine e continua a lavorare tutto il giorno in ufficio.
- Ne ho piacere! - disse Alfonso con sincerità.
- Il medico ha assicurato che guarirà?
Aveva il desiderio di essere certo che la malattia di Fumigi non era grave.
- Ma sì! - rispose Miceni bruscamente.
Racconsolato, Alfonso sperò di veder ben presto di nuovo Fumigi e guarito.
Lo avrebbe trattato affettuosamente e nel modo che gli sarebbe stato possibile avrebbe cercato di lenire i dolori ch'egli aveva aiutato a procurare a quel povero ometto disgraziato.
La sera s'imbatté in Prarchi.
Correva infuriato per il Corso; lo fermò - scusi, non ho tempo! - gli disse Prarchi cercando di passar oltre.
- Solo una domanda.
Come sta Fumigi?
Immediatamente Prarchi dimenticò di non avere tempo.
- Come sa ella ch'è ammalato?
- Ho parlato questa mane con lui e mi parve che avesse un contegno strano di molto.
Prarchi esitò per un istante, poi:
- È vero - confermò - anch'io me ne sono accorto.
Però nulla ancora posso dire.
Finora lo si lasciò col solo suo medico di casa ed oggi soltanto vengo chiamato da Maller.
Udii parlare di eccitazione nervosa ed è possibile.
Un mese fa era eccitato e null'altro.
S'era rimesso tutt'ad un tratto ai suoi studî e, quando lo consigliai di riposare, mi rispose con un'energia di cui non lo avrei creduto capace: Morire ma arrivare ad un risultato; son vecchio e ho fretta.
Oggi non so.
Chissà? Forse m'inganno e non si tratta che di eccitazione come la chiamano.
Di nuovo Prarchi esitò.
Poi risoluto, commosso e con voce profonda disse:
- A lei posso dirlo.
Vorrei ingannarmi, ma non lo credo.
Si tratta di paralisi progressiva.
La prego di non parlare di ciò con nessuno per ora.
Gli strinse la mano che Alfonso gli aveva porto prima di udire il terribile verdetto e se ne andò correndo.
141
XIII
La posizione finanziaria di casa Lanucci non voleva migliorare.
Gli affari del vecchio avevano sempre il medesimo risultato e Gustavo era rimasto una seconda volta senza impiego.
Aumentando la miseria, cresceva il malumore, e Alfonso, che aveva finito coll'essere più frequentemente dai Maller che coi Lanucci, soffriva di più della loro compagnia perché non abituato alla ruvidezza del bisogno.
Il giorno che Gustavo a faccia tosta venne ad avvisare che aveva abbandonato l'impiego perché il suo principale lo aveva insultato, ebbe luogo una scena brusca.
Dapprima il vecchio aveva ammirato la fierezza del figliuolo e gli aveva anzi detto ch'era un vero Lanucci.
Gli andò il sangue alla testa soltanto in seguito all'osservazione fatta tristamente dalla signora, che da questo fatto le finanze della famiglia venivano peggiorate.
All'idea dell'aumento di miseria, il vecchio perdette la logica e la fierezza dei sentimenti.
Gridò e imprecò sempre più irritato dalle risposte petulanti di Gustavo il quale cercava di salvaguardare alla meglio la propria dignità.
Nella sua santa ira, il vecchio disse ch'era finalmente stanco di sopportare lui le spese di tutta la famiglia.
La signora lo pregò più volte di non gridare tanto.
Più colta, ella comprendeva quanto dovesse spiacere ad Alfonso quella scena e se ne vergognava, ma non trovò migliore mezzo per farlo tacere che di gridare più di lui.
Di lì a poco, il sangue riscaldato, uscivano anche dalla sua bocca delle parole ingiuriose e dava libero sfogo all'amarezza che la tristezza della vita aveva accumulata nel suo cuore.
Allorché il vecchio, cui mancavano altri argomenti, ripeté ch'era stanco di lavorare lui per tutti, ella senza ritegno gli disse che non era vero che lavorasse per tutti e ch'egli guadagnava appena tanto da sostentare se stesso.
Bastò per far tacere il Lanucci; avvilito, le labbra pallide, gli occhiali fuori di posto, perché male costruiti pendevano a destra quando egli dimenticava di sostenerli, dopo un lungo silenzio disse con dolcezza:
- Non era per te ch'io parlava ma per quel poltrone.
È poi giusto ch'egli viva alle nostre spalle quando persino Lucia trova il modo di guadagnarsi il suo pane?
La signora Lanucci s'era subito commossa e Alfonso credeva ch'ella già rimpiangesse le dure parole lanciate al marito.
Vedendo che il vecchio non voleva ancora quietarsi, ella s'adirò di nuovo e gli gridò imperiosamente:
- Basta, basta, - gettando un'occhiata ad Alfonso il cui silenzio interpretava sinistramente.
Egli invece taceva per commozione e comprendeva la ragione di quei litigi.
Prese le parti del vecchio e pregò la signora che gli venisse lasciata la libertà di difendersi.
Allora ella, essendo sicura che ad Alfonso la vista delle loro dispute non destava né sdegno né disprezzo, divenne più mite come sarebbe stata da bel principio, se non le fosse importato più di diminuire la cattiva impressione in Alfonso che di offendere il marito.
- Adesso basta! - ripeté però.
- Tu, lo spero, ti degnerai di cercarti un altro impiego e così ogni argomento a litigi fra te e tuo padre sarà scomparso.
Forse anche quello che oggi per noi è una sventura, domani può divenire una fortuna.
Puoi divenire colui che ci renda un poco più ricchi e quindi più buoni!
Strinse la mano al marito e le lagrime le vennero agli occhi.
Al principio della disputa, dimostrativamente e gridando, Lucia s'era turate le orecchie con le mani, e unicamente il contegno di costei disgustò Alfonso.
Se lo avesse dimostrato, la signora Lanucci non avrebbe più saputo gioire del compatimento da lui manifestato, perché se temeva di disgustare Alfonso era sempre perché non aveva ancora abbandonato le speranze riposte in lui per Lucia.
Le sembrava che se un giovine come Alfonso fosse entrato nella sua famiglia, l'avrebbe riformata, e di più, per quanto Lucia lo negasse, ella supponeva che costei ne fosse innamorata; non le sembrava che potesse essere altrimenti.
Ma Lucia aveva i gusti differenti e non sapeva scorgere in Alfonso le virtù che la madre ci trovava.
Naturalmente, non essendo cieca, da molto tempo le speranze della vecchia andavano diminuendo, ma vivevano sempre.
Non ne aveva parlato con la figliuola che quando Alfonso aveva principiato a darle lezioni, e le spiegazioni della madre erano bastate a Lucia per sopportare quell'inferno di professore che le avevano imposto.
Ciò era un segno della sua intelligenza, ma ancora maggiore fu quello ch'ella diede abbandonando ogni speranza molto tempo prima della madre.
Colpita da qualche atto d'indifferenza di Alfonso, qualche volta la signora Lanucci dichiarava al marito di aver perduto le sue speranze, ma realmente erano anche allora piuttosto movimenti d'ira che di sconforto.
Sarebbe stato troppo bello e secondo il comune buon senso era cosa che non soltanto poteva accadere, ma che doveva accadere, perché quando due giovini, amabili ambidue, si trovano continuamente insieme, è inevitabile che prima o poi si amino.
Così le speranze della signora Lanucci vissero sempre non comunicate che al marito, a bassa voce, in letto, prima di chiudere gli occhi al sonno e sognarne.
In casa Lanucci fu dessa la prima a scoprire che Alfonso era innamorato di Annetta.
Non la conosceva affatto, e prima che non le fosse divenuta interessante per la passione di Alfonso, ne aveva anche ignorato l'esistenza, ma di quest'amore aveva saputo quasi contemporaneamente ad Alfonso stesso.
Lo vide inquieto, di umore variabile; ne trasse la conclusione, per caso giusta, che lo agitava amore, e l'altra che quest'amore fosse ispirato da Annetta Maller.
Non le tolse le speranze questa scoperta perché giustamente pensò che la sua passione doveva apportare ad Alfonso molti dolori dai quali avrebbe potuto rifugiarsi fra le braccia sempre aperte di Lucia.
Quando Alfonso ancora passava buona parte del suo tempo con essi, ella s'era divertita a fare qualche allusione maliziosa allo scopo di saperne di più, e il contegno di Alfonso fu tanto balordo ch'ella, sulle indicazioni tratte da lui in questo modo, poté persino seguire le fasi per cui passò quest'amore, vicende solite ch'ella caratterizzò all'ingrosso come le sapeva: - Caldo...
freddo...
disputa...
pace...
lo amava!
Lo amava, certo, lo amava! Ella lo aveva letto sulla fronte di Alfonso quella sera in cui egli era ritornato beato dalla visita ai Maller, dopo tre giorni di disperazione in seguito all'avventura con Fumigi.
In quei tre giorni ella aveva tutto sperato; dopo, ella fu là là per disperare perché il bacio di Annetta era quasi visibile sulle labbra di Alfonso: gli aveva mutato la fisonomia.
Ma subito la mattina appresso sperò d'essersi ingannata vedendolo in tinello, a colazione, molto triste.
Gli si sedette accanto e con l'aspetto di affettuosa partecipazione gli chiese la causa dei suoi malumori, dei dolori da cui doveva essere travagliato a giudicarne dalla sua fisonomia.
Egli rispose tristamente che era indisposto, ma quando la signora con un poco d'ira lo ammonì che delle signorine del gran mondo non bisognava fidarsi perché si compiacevano di lusingare civettando ma che alla fine abbandonano senza riguardi, egli rispose di non comprendere a chi ella volesse alludere perché egli non veniva lusingato da nessuno.
Ebbe però un sorriso lieto e sicuro di persona che sa il fatto suo così ch'ella lo lasciò convinta di aver giudicato giustamente la sera innanzi.
Annetta gli aveva detto di amarlo e forse lo amava.
Per trarne delle conclusioni, ella voleva attendere di sapere che cosa ne pensasse il vecchio Maller, il quale con la sua opposizione poteva restituire Alfonso a Lucia.
Comunicò al marito le sue osservazioni e vi appiccicò una lunga ragionata con la quale volle provare a lui, e nello stesso tempo a sé stessa, che Maller non avrebbe dato giammai il suo assenso al matrimonio della figliuola con un impiegatuccio.
Il Lanucci, invece, udì con gioia dell'avventura di Alfonso.
Da lungo tempo egli non divideva più le speranze della moglie e non poteva non gioire di vedere un suo amico divenire il genero di Maller.
Egli sarebbe divenuto il protetto di una persona altolocata e riteneva che gli sarebbe bastata una tale protezione per far bene nei suoi affari.
Così mentre la Lanucci trattava Alfonso con maggiore freddezza, egli incominciò a dimostrargli della deferenza, e quando la moglie esaminava le parole di Alfonso cercando di vederne afforzate le sue speranze, egli indagava a quale punto Alfonso fosse arrivato, sempre desiderando di ricevere la buona novella che attendeva.
Anche Lucia divenne più amica di Alfonso, mentre prima, offesa della sua assoluta indifferenza, lo aveva trattato con affettato disprezzo.
Mai bella, nell'ultimo tempo era divenuta più piacente; avendo passato l'epoca dello sviluppo, la sua bocca appariva più piccola e il volto quindi più regolare, le manine erano belle, i piedi piccoli sempre elegantemente calzati.
Qualche zerbinotto al Corso le aveva fatto dei complimenti, i quali la facevano risentirsi più fortemente dell'indifferenza di Alfonso.
Quando le dissero, la madre non seppe tacere neppure con essa, che Alfonso era innamorato, ella divenne con lui più mite perché quest'amore le parve scusasse il suo contegno.
Gustavo fu il più franco.
Andò diritto da Alfonso e gli raccomandò, per il caso che diventasse genero di Maller, di procurargli un posto di fante alla banca ove sospettava si stesse molto comodi.
Costui era ancora l'unica persona della famiglia Lanucci che ad Alfonso non dispiacesse.
Preferiva anzitutto la sua franchezza alla falsità degli altri, a quelle allusioni che pure per una o per altra ragione non erano disinteressate.
Il carattere di Gustavo gli piaceva.
Da lungo tempo il giovane Lanucci aveva cessato di lottare contro la propria poltroneria e per risparmiarsi i rimorsi l'aveva elevata a teoria.
Così era divenuto tranquillo tanto, che a parlare con lui, vedendolo sempre quieto, contento di sé, senza dubbi, anche Alfonso trovava pace.
Nei suoi lunghi riposi, Gustavo aveva fantasticato molto e il bisogno di denaro gli aveva dato delle idee originali e comiche.
Il suo buon umore era inalterabile e non cedeva né alle sgridate dei cari genitori (non ometteva mai l'aggettivo), né ai rimproveri degli eventuali principali cui egli sempre attribuiva dei caratteri bizzarramente infelici: - Non sanno vivere! - diceva veramente sorpreso quando li vedeva adirarsi per un disordine in carte che avevano affidato alle sue cure oppure per qualche sua impertinenza.
- Uomini che moriranno giovini - oppure: - Ecco un uomo che io non sposerei.
Macario rimase assente per tutto il mese di marzo e Alfonso fece le sue passeggiate alla mattina con Gustavo il quale era mattiniero, unica buona abitudine a cui si fosse riusciti di costringerlo.
Erano passeggiate brevi a un colle situato circa mezz'ora di cammino lontano dalla città.
Giuntivi, Alfonso cercava l'ombra e si sedeva, mentre Gustavo si sdraiava al sole come un gatto, e per certe sue teorie igieniche apriva la bocca per farvi entrare luce e calore.
Stava zitto per delle ore come Alfonso sebbene per tutt'altre ragioni.
Teneva gli occhi chiusi e si addormentava definitivamente, o cadeva in una specie di nirvana in cui nulla comprendeva pur ancora balbettando delle parole senza senso.
Quando aveva denari, e per pochi che fossero, non abbandonava la città, perché preferiva di dormire in qualche bottega di caffè o stare a guardare per delle intere giornate a giuocare a bigliardo.
Non giuocava perché non amava agitarsi, e non si ubriacava che di rado perché dopo una sbornia rimaneva indisposto per molto tempo.
Aveva amici sobri, lavoratori, operai delle diverse officine per le quali era passato.
Lo amavano molto perché buffone e più anche perché non aveva giammai gareggiato con nessuno.
Nell'ozio gli venne la buona idea di addossarsi volontario un lavoro che da prima non gli parve né difficile né faticoso: si propose di trovare il marito per la sorella.
Diceva che l'età di Lucia domandava il matrimonio e ch'era certo che se nessuno se ne curasse lo sposatore non si sarebbe trovato giammai.
Chiese ai genitori il permesso di poter condurre in casa dei giovanotti suoi amici.
Il padre glielo diede pronto, perché per lui il matrimonio di Lucia avrebbe significato l'eliminazione di una bocca dalla casa.
La madre invece si oppose ma era a magro di argomenti non avendo il coraggio di dire delle sue speranze su Alfonso.
Si rosicchiava le unghie.
Aveva parlato con disprezzo degli operai amici di Gustavo.
- Non vuoi accordarla a un operaio? - chiese il vecchio sorpreso.
- E a chi poi? Attendi qualche principe?
Da molti anni padre e figlio non s'erano trovati tanto d'accordo e marciavano uniti contro la povera donna che in cuor suo, mentre si difendeva alla meglio, malediceva Alfonso che ancora non aveva voluto innamorarsi dell'unica giovanetta del suo stato ch'egli avvicinasse.
Finì col fare una buona proposta.
In luogo degli amici di Gustavo, operai o peggio, bisognava trarre in casa gli amici di Alfonso, agenti di banca e scritturali.
- Anche quelli! - disse il vecchio approvando, - ma però quelli e questi perché così siamo più sicuri di arrivare al nostro scopo.
Diede formalmente a Gustavo l'incarico di condurre in casa i suoi amici, i più ricchi, possibilmente.
Intanto la Lanucci aveva ora l'occasione di parlare in argomento con Alfonso e non sperava poco da questo colloquio.
Se il disgraziato, così ella lo chiamava, avesse tradito dubbi, dispiacere o la menoma esitazione, ella avrebbe trovato il modo di salvare Lucia dagli amici di Gustavo.
Egli aveva preso l'abitudine di ritirarsi nella sua stanza anche dopo pranzato per non essere obbligato ad assistere al vuoto chiacchierio dei Lanucci durante la mezz'ora di tempo che aveva prima di andare all'ufficio.
Un giorno ella ve lo seguì.
Vedendola, Alfonso che s'era già messo al tavolo, si alzò e stettero uno di fronte all'altra fra il tavolo e il letto.
Affettuosa come non era stata da lungo tempo con lui, gli disse ch'essendo già abituata a considerarlo quale figliuolo gli chiedeva un favore di quelli che non si chiedono solitamente che ai propri intimi.
- Dica! dica! - la incoraggiò Alfonso con gentilezza.
- Così presto non si può dire, bisogna che le spieghi parecchie cose.
Amava di parlare e mentre Alfonso con fatica si costringeva ad ascoltarla, ella cominciò a raccontare la storia della sua famiglia, alla quale, ella asseriva, competeva tutt'altra posizione di quella che occupava.
Era impoverita per alcuni errori di suo padre, catastrofe ch'ella ingrossò descrivendo il loro stato anteriore come più elevato di quanto fosse stato in realtà.
- Quindi, - il discorso era stato preparato e aveva capo e coda, - non possiamo rassegnarci a vivere in questa posizione mentre se acconsentiamo di maritare Lucia ad un operaio o altra simile gente, - col suo disprezzo le pareva di fondare meglio il suo diritto a superiorità, - è un atto che definitivamente c'inchioda qui.
- Continuò con un altro "quindi" mentre Alfonso aveva pur finito coll'interessarsi alla questione perché temeva di vedersi improvvisamente aggredito con un'offerta di matrimonio.
Ella indovinò la sua paura al suo aspetto imbarazzato, ma per quanto avesse anche compreso ch'era veramente paura e non speranza, la prova non le parve sufficiente.
Dal tinello giungevano i suoni poco aggradevoli di una disputa fra Gustavo e Lucia ed ella fece un passo verso la porta per correre fra due litiganti, ma si fermò non volendo lasciare Alfonso nel sospetto che lo si volesse pigliare per il collo.
Lo pregò di condurre in casa dei giovani, magari poveri, ma appartenenti alla classe intelligente.
Poi, troppo attenta ad osservare il contegno di Alfonso, non sentì neppure il suono di uno schiaffo caduto certamente sulla guancia di Lucia, perché fu costei che ne accusò ricevuta piangendo e gridando.
- Desidera dunque ch'io conduca degli amici in casa? - chiese lieto Alfonso.
- Ma le occorreva prendere una via sì lunga per chiedermi cosa tanto semplice? Non sono, come lo disse lei stessa, di famiglia e non devo, per quanto posso, aiutare ognuno di voi a raggiungere un poco di felicità? Non appena potrò le condurrò quanti amici vorrà.
Non pensava concretamente a nessuno dei suoi amici, ma l'offerta era fatta con spontaneità, e la signora Lanucci dovette ringraziare per quanto la prontezza di Alfonso l'addolorasse.
Volontieri lo avrebbe ora esonerato da quell'ufficio, ma decentemente non lo poteva.
Volle almeno diminuire il suo zelo:
- Non occorre premura.
Abbiamo tutto il tempo necessario per fare le cose con calma.
In tale modo anche la vecchia fu indotta ad acconsentire ai piani di Gustavo ed anzi, nell'ira, le parve che il suo assenso bastasse per portare subito a compimento il matrimonio di Lucia.
- Adesso tocca a te di agire - disse a Gustavo, - e al più presto.
Forse che così si riesce ancora a far morire di rabbia qualcuno.
- Questo qualcuno era Alfonso.
Quel Gustavo aveva dei brutti amici.
Portò per primo un rivenditore di libri usati ma ricchissimo.
Alfonso ignorando che anche Gustavo avesse ricevuto l'identico suo incarico non pensava che fosse quell'uomo un candidato alla mano di Lucia.
Non avrebbe potuto indovinarlo.
Il candidato era cinquantenne, ma dimostrava un'età anche più avanzata avendo la pelle incartapecorita dal sole e dalle intemperie, alle quali, per il suo mestiere, doveva stare esposto.
Gli occhi gli lagrimavano e non sapendo ch'era una visita da sposo che gli si faceva fare, aveva omesso di farsi togliere dalle guancie certo pelo bianco, giallastro che vi cresceva irregolarmente.
Quando se ne andò, la Lanucci ridendo guardò il marito e anche questi sorrise.
Gustavo se ne sentì offeso e non seppe resistere al desiderio di difendersi subito:
- È però lucente d'oro, - disse.
- I gusti delle donne non si sanno mai e sarebbe stata una bella fortuna se a Lucia fosse piaciuto.
Il secondo amico che Gustavo presentò in casa fu il padrone di un macello, benestante, più giovine dell'altro ma non meno sucido.
Era vedovo da poco tempo e Gustavo riteneva che cercasse moglie.
S'ingannava.
Il beccaio bevette di troppo del vino che c'era sul tavolo dei Lanucci e nella somma beatitudine, volendo dimostrare la sua riconoscenza ai novelli amici, esclamò:
- Ah! qui si sta bene! Sempre in compagnia di amici starei io! Adesso che grazie al cielo sono vedovo, posso finalmente permettermelo!
La Lanucci dichiarò che non voleva più rivederlo e desiderava anche che le visite degli amici di Gustavo cessassero.
Il giovanetto si difendeva.
- Non posso mica dire ai miei amici di venire in casa mia per fare loro sposare mia sorella.
Devo scegliere quelli che più mi sembrano inclinare al matrimonio.
Un vedovo come il beccaio, per esempio, mi sembrava adatto.
S'era pur sposato già una volta!
Parve ora ad Alfonso che gli altri presentati fossero stati invitati da Gustavo piuttosto per far mostra di avere fra' suoi amici delle persone rispettabili che per la speranza di vederli innamorarsi di sua sorella.
Uno di questi fu il signor Rorli, un ricco fabbricante di paste di Napoli.
Gustavo ne aveva da lungo tempo annunziata la visita e indotto la madre a preparare una cena copiosa.
Il signor Rorli non venne la prima sera in cui era atteso e non venne che otto giorni appresso dopo aver messo altre due volte in subbuglio la famigliuola con avvisi della sua venuta.
Era giovanissimo, molto magro, il volto dalla pelle bruna sulla quale poco risaltavano i suoi baffi biondi.
Era vestito bene, ma troppo riccamente; portava anelli alle dita e sul petto una catena d'oro la quale Gustavo disse valere trecento franchi e più.
Parve che quella sera si divertisse molto.
Spiegò la fabbricazione delle sue paste e rifiutò la rappresentanza della sua fabbrica al Lanucci che gliela chiedeva, dicendogli dapprima che non lavoravano a mezzo di agenti e poi che ne avevano già quattro, due buoni argomenti che naturalmente tolsero al vecchio ogni speranza.
Mangiò molto, ciò che diede alla signora Lanucci una grande opinione della sua salute, perché diceva che le persone magre che molto mangiano sono le più forti.
Quell'appetito le portò via la cena e a Rorli, che le chiese perché non mangiasse, rispose con grande distinzione:
- A sera non mangio mai.
- Egli non se ne curò più oltre, come del resto non si curò di Lucia che gli stava seduta accanto.
Parlò più che con altri con Alfonso che la Lanucci gli aveva presentato quale impiegato della casa A.
Maller e C.
e letterato.
Una grandezza ingrandisce la casa ove abita.
Rorli si mise a chiacchierare di letteratura e naturalmente di romanzi francesi.
Era entusiasta di Alessandro Dumas e di Paul de Kock, ammirazioni che Alfonso aveva dimenticate.
Fra' due fece la peggior figura Alfonso, il quale aveva dichiarato di conoscere quella gente ma poi non aveva saputo dimostrare di conoscerne tutte le opere, compresi dei lavorucci che per la prima volta udiva nominare, mentre Rorli ne sapeva raccontare alla Lanucci, che ci si divertiva un mondo, tutto l'argomento.
Era in fondo un grande ciarlatano che riportò l'ammirazione di tutti nonché di Alfonso, il quale, pur riconosciutolo ignorante, era rimasto impressionato da tanta facilità di parola.
Poi fino a tarda ora, dalla sua stanza, udì le confabulazioni dei Lanucci e chiaramente che la vecchia dichiarava che il fabbricante molto le piaceva.
Ma il Rorli non si fece più vedere.
Aveva forse capito di che si trattasse e, invitato da Gustavo, si scusava e prometteva di venire e mancava.
Gustavo però aveva ottenuto un trionfo e lungamente se ne vantò.
Alfonso, tanto per darsi l'aspetto di occuparsene anche lui, portò seco un giorno Miceni sotto il pretesto di fargli vedere la sua stanza.
Abituato a maggiore comodità ed eleganza, Miceni non seppe trattenere il riso dinanzi a quelle mura nude, quell'enorme letto di ferro e il tavolinetto di cui una delle quattro gambe era troppo corta.
La signora Lanucci lo fece accomodare in tinello e gli presentò la figliuola ch'egli salutò seduto, con un leggero cenno del capo ma molto amichevolmente, avvezzo come era a trattare con le sartine.
Fece però molti complimenti, ciarlò molto e di cose che alle donne piacciono.
Persino ammirò il vestito di Lucia e lo paragonò a quello che aveva visto portato dalla signora Canciri, una delle più ricche signore del paese.
Era un donnaiuolo per il quale ogni donna era desiderabile e ispirare un desiderio sempre una gioia.
- Ho da trattenerlo a cena? - chiese la Lanucci con voce angosciata ad Alfonso vedendo che la seduta si prolungava di troppo.
- Lo inviti! Non accetterà.
La Lanucci con imbarazzo lo invitò avvertendo subito che la cena era modesta ma che dove c'era da mangiare per cinque ci sarebbe stato abbastanza per sei.
Miceni rifiutò ringraziando, e comprendendo che la famigliuola era in procinto di sedersi a tavola prese commiato.
Se ne andò accompagnato da Alfonso ch'era impaziente di sapere quale impressione avesse prodotto su lui Lucia.
C'era da lusingarsi perché le aveva dimostrato tutt'altro che indifferenza.
Sulle scale, buie e di legno fino al primo piano, Miceni si appoggiò confidenzialmente al braccio di Alfonso e gli chiese:
- L'hai avuta?
Alfonso indignato protestò.
- Non adirarti.
Se realmente non hai neppure provato è l'unica causa per cui non sei riuscito, e in questo caso devo confessare che sei anche più sciocco di quanto io non ti credessi.
Una ragazza in quelle condizioni, posta accanto ad un giovine che vive in condizioni migliori, prima o poi gli si getta al collo, a meno ch'egli non accenni a respingerla.
Non si poteva adirarsi e Alfonso vergognandosi si scusò:
- Non mi piace!
- Davvero? - chiese Miceni sorpreso.
- Allora non mi resta che deplorare che il tuo gusto non sia meglio sviluppato.
Ritornato in casa, Alfonso fu penosamente impressionato dalle buone parole che i Lanucci spendevano su Miceni.
Anche Lucia diede a capire che non le era dispiaciuto.
Alfonso la guardò indagando se fosse veramente tanto desiderabile come a Miceni era sembrata.
Certamente non era più assolutamente brutta.
Semisdraiata su una seggiola, la sua vita mostrava il profilo gentile, e la gonnella inamidata, gonfia, ingentiliva la sua magrezza.
Una sera d'aprile, Alfonso uscì dalla casa di Annetta alle dieci e fuori trovò, freccia del Parto dell'inverno, un vento indemoniato sorto da poco più di un'ora.
Fischiava per le vie deserte di città vecchia inviperendosi ove si restringevano.
Ospite inaspettato, frantumava le lastre non assicurate, spazzava dai tetti tutto ciò che non vi era solidamente fermato o che non vi apparteneva.
Alfonso aveva freddo, ma in quel diavoleto portava seco la felicità di un bacio rubato ad Annetta.
Trovò la famiglia Lanucci ancora a cena con un nuovo ospite, certo Mario Gralli, proto in una tipografia.
Era un giovane bruno, gli occhi piccolissimi, ma lo sguardo duro e fiero che lo qualificava furbo e tenace.
Glielo presentarono con le solite parole, e Alfonso, poco lusingato di aver da fare la conoscenza di tutto il sobborgo, lo trattò con freddezza.
Gralli si alzò per salutare e Alfonso ebbe qualche sorpresa di trovarlo più piccolo di quanto s'era aspettato al vederlo seduto.
Era vestito accuratamente quantunque di stoffe rozze; il solino naturalmente giallognolo si adattava esattamente al collo e la cravatta frusta ma non sucida era annodata con una certa qual civetteria.
Parlava poco e evidentemente mal volontieri.
Gettava qua e là qualche monosillabo di risposta contentandosi poi di guardare in faccia chi gli parlava, fisso ma disattento.
Non erano gl'imbarazzi di Alfonso, il quale sempre aveva voluto parlare e non aveva saputo, ma indifferenza di piacere.
Se ne andò poco dopo la venuta di Alfonso, forse seccato dalla nuova faccia quando appena cominciava a sentirsi bene con gli altri.
Quando si alzò, ad Alfonso parve ch'egli abbandonasse la mano di Lucia tenuta nelle sue sotto la tovaglia.
Così presto tanto innanzi?
Poi gli venne raccontato che Mario Gralli era veramente il primo candidato alla mano di Lucia.
Era da qualche tempo intimo di Gustavo cui dava da guadagnare qualche poco facendolo incaricare della distribuzione di alcuni giornali agli abbonati, e a Gustavo l'impieguccio piaceva perché delle cinque o sei ore che passava in tipografia, di lavoro non ne aveva che una o due.
Avendo da ciarlare per tante ore e facendogli difetto altri argomenti, Gustavo gli raccontò dei suoi propositi per l'avvenire della sorella e del desiderio che avevano in famiglia di vederla accasata al più presto.
Un giorno, invitatane dal fratello, Lucia venne in tipografia a vedere le macchine.
Era vestita bene come sempre e il Gralli subito ne parve preso.
La condusse a vedere le singole macchine.
Al loro passaggio gli operai facevano posto rispettosamente e se a Mario, in Lucia, per allora, più che altro era piaciuta la teletta, a Lucia Mario piacque al vederlo contornato di tanto rispetto.
Fu proprio così che i due si trovarono.
Il Gralli guadagnava molto e, contenta la figliuola, i genitori nulla potevano obbiettare.
Del resto non erano stati interpellati, perché il Gralli aveva dichiarato a Gustavo di non poter formulare tanto presto la sua domanda ufficialmente, non prima di un anno.
Direttamente coi genitori non ne parlò affatto, ma sempre a mezzo di Gustavo.
Fece loro spiegare che nella sua posizione non era ancora abbastanza sicuro avendola ottenuta in seguito alla morte improvvisa di un suo capo e che non sapeva se gli sarebbe stata lasciata.
Gustavo aggiunse di suo l'osservazione che non gli sarebbe sembrato decente d'insistere presso Mario acciocché facesse subito la domanda.
Tutto questo venne raccontato ad Alfonso dalla signora Lanucci.
La stessa sera, con aspetto lieto, gli aveva detto d'essere molto contenta dell'avvenimento perché sempre aveva amato le belle lettere e le sembrava che la tipografia fosse molto vicina alla letteratura.
Andò di nuovo da lui alla mattina allorché egli stava per uscire.
Da prima, con l'aspetto della sera e veramente da persona che dà un annunzio giocondo, aveva detto la frase:
- Finalmente anche per noi si vede un po' di luce.
Improvvisamente mutò di aspetto e di modi.
Parlò delle cure che domandava l'avvenimento vicino e avendo cominciato a lagnarsi continuò dicendo che le dispiaceva dover fidarsi di quanto risolvesse Gustavo e di quanto egli giudicasse.
Infine si mise a singhiozzare disperatamente dichiarando che non aveva creduto giammai di dover accordare la figliuola a persona ch'ella non conosceva.
Ella aveva passato una brutta notte e la sua dolce fisonomia di grassa anemica era scomposta; i suoi capelli bianchi in disordine aumentavano il suo aspetto da sofferente.
Alfonso cercò di calmarla dicendole che il Gralli aveva prodotto in lui ottima impressione.
Sempre piangendo, ella assicurò che anche a lei lo sposo di Lucia piaceva, e aggiunse che sapeva di aver torto di piangere perché il pianto era di malaugurio per un avvenimento simile.
Il dolore era il più forte ed ella si lasciò trascinare a confessargli le speranze ch'ella aveva nutrite dacché egli era entrato in casa.
Adesso poteva dirglielo perché non era più possibile che la sua confidenza venisse presa per un attentato e meravigliò Alfonso con la sua sincerità.
Però, mentendo, e Alfonso lo sospettò, disse che delle sue speranze Lucia nulla aveva saputo.
Fu del tutto e commoventemente sincera quando gli spiegò le ragioni per le quali aveva desiderato di vederlo innamorarsi di Lucia.
- Lei la conoscevo.
Avrei avuto la certezza che quand'anche le cose loro si fossero volte a male, lei avrebbe trovato sempre ancora la pazienza necessaria per trattare sua moglie con dolcezza.
In due, così come me lo figuravo io, non si è mai del tutto infelici.
Alfonso non fu imbarazzato sul contegno da tenere.
Più di una volta aveva sentito il desiderio, un desiderio molto platonico, di render felice quella povera vecchia e si credeva ora in diritto di simulare dispiacere di non poter più fare quello che non avrebbe fatto in nessun caso.
- Sarebbe stato un bel sogno, è vero, - disse Alfonso, - ma per ora non si poteva realizzarlo perché la mia posizione è anche più misera e malsicura di quella di Gralli.
Saremmo morti di fame.
Quando fu solo ripensò commosso al tragico dolore della Lanucci.
Quella povera donna in mezzo alle sue disgrazie aveva rivolte tutte le speranze all'avvenire della figliuola e perciò era stata sempre più rassegnata e più lieta che gli altri.
Ora appena le sue speranze morivano.
Sua figlia doveva subire il suo stesso destino.
Sarebbe stata circondata da una famiglia di disgraziati per nulla migliore di quella da cui usciva.
- Signorina, - disse Alfonso alla sera seriamente a Lucia, - voglio essere il primo a farle le mie congratulazioni e perciò gliele faccio subito.
Lucia ringraziò cerimoniosamente.
- Non c'è ancora nulla da congratularsi perché Mario non fece ancora ufficialmente la domanda, - lo chiamava già confidenzialmente col nome di battesimo; - da lei però posso accettare delle congratulazioni in anticipazione.
Alla sera Alfonso s'addormentò insolitamente presto, dopo aver subito per due ore la noia mortale della compagnia dei Lanucci e di Gralli.
Sofferse al vedere lo sposo privo di spirito e d'idee, ma come comprendeva che la vecchia ne soffriva, così anche capiva che Lucia non se ne avvedeva e che il suo sposo le piaceva così dignitosamente muto.
Alfonso si trasse le coperte fino al mento e a conclusione di una lunga riflessione sull'andamento delle cose umane mormorò:
- L'uomo dovrebbe poter vivere due vite: Una per sé e l'altra per gli altri.
Pensava che se avesse avuto due vite, ne avrebbe dedicata una alla felicità dei Lanucci.
154
XIV
Una sera Annetta annunziò ad Alfonso che pochi giorni appresso doveva arrivare suo fratello Federico.
Gliene dava l'avviso acciocché si preparasse per contenersi con la massima prudenza.
Federico l'amava molto e finché soggiornava in città sarebbe stato difficile che la lasciasse mai sola.
Non commettesse dunque delle imprudenze, perché destando in Federico il più leggero sospetto avrebbero dovuto cessare di vedersi.
Alfonso le promise tutto ciò ch'ella gli chiese.
Quella sera ella gli aveva molto permesso ed egli voleva contraccambiarla di eguale arrendevolezza; le chiese persino se ella desiderasse che per quel tempo sospendesse le sue visite e si dichiarò pronto di compiacerla.
Tanto ella non volle, perché anche una tale improvvisa interruzione poteva destare sospetti.
Non trovò necessario di dirgli che le sarebbe dispiaciuto di non vederlo per tanto tempo.
In certo modo le relazioni fra Alfonso e Annetta erano divenute meno affettuose.
Ella non gli aveva detto giammai di amarlo.
Se lo era lasciato dire, ma da qualche tempo neppure lui non provava più il bisogno di ripeterlo né essa s'accorgeva di tale mancanza.
Pareva che perciò il loro contegno fosse divenuto più franco e che si trovassero in un accordo tacito che però realmente non sussisteva; perché Alfonso ancora sempre sperava qualche cosa d'altro e aveva riconosciuto, dolendosene, che la via sulla quale si trovava era quella che poteva condurlo alla conquista di una ganza ma non di un'amante o di una moglie.
In presenza di altra gente, egli aveva l'aspetto di corteggiatore, lanciava delle occhiate, faceva complimenti o chiedeva di essere per un solo istante solo con essa per poterle dire qualche cosa.
Quando finalmente erano soli, con un sorriso in cui egli credette talvolta di scorgere l'ironia, ella gli diceva che poteva parlare.
Senz'aprir bocca egli l'attirava a sé e furiosamente la baciava.
A un dato punto ella si difendeva, ma con la calma energica della persona sicura di sé.
Non avevano più dispute dacché Alfonso era divenuto più prudente dinanzi a coloro di cui Annetta temeva i sospetti.
Sembrava proprio ch'ella stessa fosse disposta a divenire piuttosto sua ganza che sua moglie; si adirava per il suo contegno in pubblico, non per quello a quattr'occhi.
Lo si avvisò in ufficio ch'era arrivato Federico e ciò gli produsse una strana impressione di sgomento.
A poco alla volta aveva conquistato l'amicizia di tutti coloro che frequentavano casa Maller.
Era stata una conquista lenta e difficile che gli sembrava fosse riuscita per caso fortunato, per essere stata preparata prima dalla stima che gli aveva regalata Macario, poi dal rispetto che Annetta, un'ignorante, aveva credito di tributargli.
Ora interveniva un nuova persona che sembrava usasse pensare con la propria mente e chissà con quali massime.
Era da temerne, visto che Annetta ne temeva per lui.
Federico era di certo un ambizioso che avrebbe cominciato col disprezzarlo.
Per quella sera non andò da Annetta; non voleva farsi vedere troppo presto.
La sera appresso gli sembrava che fosse un secolo dacché non l'aveva veduta e andò in casa Maller ingenuamente credendo che così dovesse sembrare anche agli altri.
Trovò soltanto Francesca e fece il viso di chi soltanto dopo di aver ingoiato un liquore s'accorge ch'è amaro.
Francesca comprese.
- Per una sera, - gli disse sorridendo, - si contenti di parlare con me di Annetta.
Ella ha dovuto uscire col signor Federico.
Dunque ascolto! Mi racconti qualche cosa dei suoi rapporti con Annetta.
- Stette zitta, attendendo ch'egli parlasse, mentre egli rimaneva muto, sorpreso dallo strano esordio col quale Francesca sembrava di voler estorcergli delle confidenze.
- Credevo le facesse piacere di parlare di Annetta e con me lo può, visto che, come avrà capito, lo spero, sono la sua confidente.
- Volle dargli una prova ch'ella sapeva tutto: - Mai più sul pianerottolo! - gli disse con una risata e minacciò con la bianca mano, la parte più perfetta del suo corpo.
Alludeva a quell'abbraccio che Alfonso tempo prima sul pianerottolo aveva rubato ad Annetta.
A lui bastava la prova ch'ella gli aveva data, specialmente perché sentiva forte il bisogno di parlare di Annetta e di lagnarsi di lei.
Disse dunque che dei suoi rapporti con Annetta, come li chiamava Francesca, egli non era affatto affatto soddisfatto.
Annetta non era quale egli l'avrebbe voluta.
- Lei non avrebbe veramente delle ragioni a lagnarsi, - osservò Francesca in un tono che a lui sembrò ironico.
- Sembra ch'ella non apprezzi come dovrebbe la fortuna toccatale.
Egli apprezzava come doveva la sua fortuna, ma non gli sembrava che tale fortuna fosse molto grande.
Chiese di udire da Francesca in quali termini letteralmente Annetta le avesse fatto le sue confidenze; voleva sentire se almeno in quell'occasione fosse stato parlato di amore.
Francesca asserì di non rammentarsene e perciò di non poter compiacerlo.
- Sa, - chiese Alfonso serio, serio, - che non mi ha detto mai di amarmi? Di Annetta davvero non so se mi ami o mi derida.
Parve che Francesca stesse per ridere della confidenza di Alfonso, ma poi molto seria lasciò cadere la frase pensata ad alta voce:
- Sono tutti così i Maller.
La freddezza è il carattere di famiglia.
Alfonso non dimenticò questa frase che gli sembrò una conferma delle voci corse sul conto di Francesca e delle sue relazioni con Maller.
Chi altri della famiglia poteva ella aver conosciuto freddo in amore?
- Però, e questo è certo, - continuò Francesca, - Annetta non la deride e posso dire di non averla mai vista come è ora.
- Subito divagò e parve presa dal desiderio di esser creduta attenta invigilatrice di fanciulle anche da Alfonso.
- Se non compio quello che sarebbe il mio dovere raccontando ogni cosa a Maller è perché mi affido alla sua onestà e nell'onestà del carattere di Annetta.
- Ad ogni modo gli consigliava di non lusingarsi di troppo sull'amore di Annetta ch'ella supponeva dovesse improvvisamente morire.
Era la prima avventura di tale specie che le toccava, ma si poteva predirne la conclusione, e di nuovo Alfonso volle scorgere qualche cosa di amaro nel suo sorriso.
- Non mi faccio più lusinghe, so ch'è uno scherzo, - faceva il forte ma parlava con fatica.
Con compassione materna Francesca esclamò:
- Non sarebbe questo per lei il momento di ritornare a casa sua? Non s'è ancora avvisto che questa città non fa per lei?
- Perché? - chiese Alfonso che si commoveva vedendosi compianto.
- Se non lo capisce, non glielo posso spiegare.
Anch'io vivrei volentieri in campagna e darei molto ma molto per non aver lasciato il suo villaggio, il nostro n'è vero?
Si guardarono inteneriti.
La loro sorte simile li riavvicinava e li commoveva.
Francesca volle dargli un consiglio e lo pregò di ascoltarlo e seguirlo come se gli pervenisse da una madre.
La premessa fece sperare molto ad Alfonso di questo consiglio e fu grande la sua disillusione allorché ella gli disse semplicemente che non comprendeva perché egli continuasse ad agitarsi il sangue con Annetta, quando finalmente doveva aver riconosciuto che a portare vita e passione in quella statua ci voleva ben altra arte che la sua.
Ella gli consigliava di contenersi precisamente come glielo domandava Annetta, freddamente.
Era questo il grande consiglio? Se anche non con le stesse parole, tale consiglio gli era stato dato già da Annetta stessa e suppose che per desiderio di costei gli venisse ripetuto.
Forse anche Francesca prendeva il suo ufficio di custode più seriamente di quanto egli fino allora avesse creduto e gli parlava così per diminuire il pericolo che minacciava Annetta.
Ma al momento di congedarsi, il linguaggio di Francesca mutò e gli disse due o tre brevi frasi di cui egli non comprese subito tutta l'importanza.
- Non capisce che le carezze senza conseguenze tolgono ogni influenza su noi donne agli uomini che le fanno? Baciucchiare! Ma è proprio il modo per non arrivare a baciare mai!
Lo guardò indagando se venisse compresa e abbozzò un sorriso, strizzando d'occhio a spiegazione di quanto aveva detto: un perfetto sorriso da complice.
Questo era il consiglio! Non lo aveva ancora capito e già aveva compreso che le supposizioni ch'egli aveva fatte sulle intenzioni di Francesca erano erronee.
Ne fu sbalordito! Era forse per spensieratezza che quelle ultime frasi erano state pronunziate, ma più verosimilmente tutte le altre erano state dette per mascherare queste ultime e darsi l'aspetto di persona di cui solo la lingua commette un errore.
Quest'aspetto non era stato conservato perché quell'occhiata diffidente e indagatrice e quel sorriso furbesco lo avevano tradito.
Gli era stato dato un consiglio e si capiva anche a quale scopo.
Non per allontanarlo da Annetta.
Gli veniva indicato un mezzo per trionfare di lei.
Non gli veniva consigliata cosa a lui del tutto nuova e si rammentava di un'affettazione di freddezza che Annetta aveva voluto dare all'eroe del loro romanzo, la quale essa diceva che doveva vincere le ritrosie della loro eroina; era precisamente quella la freddezza voluta da Francesca.
Il consiglio era buono! Doveva essere piacevole seguirlo perché, se anche non lo avesse condotto a quella vittoria prevista da Francesca, sperava almeno di arrivare a quello ch'egli desiderava, conquistarsi l'affetto di Annetta.
Immediatamente egli sperava di sentire dal contegno suggeritogli maggior soddisfazione che da quello aggressivo seguito fino allora.
Il piacere di poter stringersi Annetta al petto o di baciarla, da lungo tempo non era più tale da pareggiare l'avvilimento che gli dava una sua parola brusca o una accoglienza fredda.
Già dal solo proposito di assumere quel contegno sentiva cessare la tensione dei suoi nervi potendo finalmente uscire dalla lotta di ogni giorno nella quale si trovava da oltre un anno, lotta che aveva sempre il medesimo risultato, mai né una vittoria né una disfatta definitiva.
Per lungo tempo non poté mettere in atto il suo proposito.
Venne presentato a Federico Maller.
Lo aveva già veduto altre volte e da lontano, sulla via, gli era sembrato un bel giovane elegante.
Biondo, alto, slanciato, un volto meno che ovale, affilato, con occhi grandi intensamente azzurri e dolci, aveva un'apparenza aristocratica qualche poco effeminata.
Da vicino invece l'occhio perdeva la sua dolcezza perché inquieto e inquadrato in certa pelle abbondante e oscura; sul volto giovanile sembrava andasse formandosi la ruga.
Quel poco che alla sua fisonomia rimaneva di donna era da virago.
Aveva capelli radi e disposti con arte per farli sembrate più numerosi.
Per Alfonso fu un disinganno che venne aumentato dai modi bruschi che Federico usò con lui.
Dopo la presentazione Federico gli chiese se da suo padre si trovasse contento e la risposta balbettata di Alfonso non gli piacque troppo essendosi atteso un inno di lode alla banca Maller.
Avvedutosi di aver errato una volta, Alfonso non seppe riacquistare la parola, e quella sera, per colpa di Federico, somigliò molto a quell'altra, la prima ch'egli aveva passata in casa Maller.
Uscendo s'imbatté sul corridoio in Annetta.
- Sono molto contenta di lei, - gli disse ella stringendogli con calore la mano.
Voleva ricompensarlo del suo contegno prudente ch'ella credeva conseguenza delle sue raccomandazioni.
Egli tentò di attirarla a sé, ma ella gli sfuggì con un grido di spavento e messasi al sicuro, minacciandolo con la mano, gli disse:
- Incorreggibile!
Così egli se ne andò addolorato di non aver avuto sufficiente disinvoltura con Federico e forza di volontà con Annetta.
Ella aveva le sue ragioni di essere soddisfatta di lui e tali che le avevano impedito di avvedersi quanto a disagio egli si fosse sentito quella sera! In quanto all'errore ch'egli aveva commesso con Federico si tranquillò pensando che non gli doveva importare di troppo.
Prima di averlo avvicinato, lungamente egli aveva pensato a quella figurina aristocratica e l'aveva sognata entrare decisivamente in azione in suo favore.
Ora riconosceva che nessuno dei Maller avrebbe fatto volontariamente un passo per lui ed egli ritornava con maggior desiderio a pensare al piano di Francesca.
Era difficile mostrare più freddezza di quella che Annetta esigeva da lui durante il soggiorno di Federico in città.
Quando si trovavano soli, il tempo era troppo breve perché Alfonso potesse trovare l'energia di costringersi alla freddezza, e uno sguardo o una parola dolce lo portavano immediatamente ad aggressioni delle quali poscia non sapeva pentirsi.
In compenso Alfonso non ebbe alcuna ragione di lagnarsi di Federico perché dopo quella prima sera venne trattato da lui con aristocratica freddezza, ma non bruscamente.
Poco dopo l'arrivo del fratello, Annetta aveva pregato Alfonso di fargli credere che non lavoravano più al romanzo.
A Federico ne era stato parlato e sembrava ch'egli non si fosse mostrato soddisfatto di tale collaborazione.
Una sera, con un sorriso che voleva essere amichevole, chiese ad Alfonso:
- E quel romanzo perché non venne terminato?
- Non per colpa mia.
Un bel giorno alla signorina l'argomento spiacque e lo lasciò.
Forse si riprenderà!
Federico parlò contro i lavori fatti in collaborazione.
Un lavoro non poteva essere buono se fatto in due e, se risultava buono, era segno che ogni singolo dei due collaboratori sapeva fare di meglio.
Alfonso non si sentì il coraggio di sostenere una discussione:
- Secondo i casi e i temperamenti, credo, - disse modestamente.
A modi amichevoli fra' due non si arrivò mai.
Alfonso si sentiva specialmente seccato che Federico non sapesse ascoltare e non prendesse interesse che alle cose concernenti la propria personcina o che alla medesima potessero dare maggior risalto.
Pensò che anche quella persona aristocratica doveva essere poco abituata a frequentare società e a subirne il peso, perché il primo risultato che si ha dall'abitudine di avvicinare i proprî simili, specie gl'intelligenti, è di saper sopportare la noia delle idee altrui.
Bastava questo solo difetto di Federico per dividere definitivamente i due uomini, perché, dal canto suo, Alfonso, - era un frutto della sua ambizione letteraria, - esigeva talvolta di essere ascoltato attentamente.
Sospettava che il contegno di Federico fosse tale soltanto in sua compagnia, per disprezzo.
Anche dopo di aver riconosciuto che non v'era la possibilità di amicarsi Federico, di tempo in tempo veniva trascinato a dei tentativi a questo scopo dei quali unico risultato era il suo avvilimento.
L'ultima sera in cui Alfonso dov