ZIBALDONE, di Giacomo Leopardi - pagina 30
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Del resto nelle altre arti le bestie non essendo influite dalla materia che nella musica ha influsso naturale e indipendente dall'arte, non possono essere influite dall'arte stessa, non avendo la stessa idea della bellezza che abbiamo noi, e che è tanto diversa anche tra noi.
E quanto all'imitazione del vero che in noi cagiona una maraviglia naturale, potrebb'essere che la producesse anche in loro senza che noi ce ne accorgessimo, e potrebb'essere che non la capissero, ma prendessero gli oggetti imitati per veri, o finalmente (che dev'essere il più ordinario) si formassero di quegli oggetti d'arte un'idea confusa tra l'oggetto vero, e un altro che lo somigli, non potendo sapere quelle cose che sappiamo noi intorno all'artefice, e alla maniera e alla difficoltà d'imitare in quel modo ec.
ec.
cose tutte che producono la maraviglia.
E infatti vedrete in molti barbari che le belle imitazioni delle nostre arti in vece di destare maggior maraviglia, appena li commuovono.
Del rimanente anche intorno alla bellezza e a qualunque altra cosa appartenente alle arti, bisogna sempre ricordarsi della differente maniera di esistere, differente capacità di comprendere, di rapportare, di esser commossi ec.
e così regolarsi nell'istituire il paragone tra l'uomo e gli altri animali, e anche tra un uomo e un altr'uomo, non riputando necessario e assoluto e perciò universale quello ch'è arbitrario e relativo o nell'uomo o in qualunque animale, e perciò può non trovarsi o trovarsi differentemente negli altri.
Il piacere che ci dà il suono non va sotto la categoria del bello, ma è come quello del gusto dell'odorato ec.
La natura ha dato i suoi piaceri a tutti i sensi.
Ma la particolarità del suono è di produrre per se stesso un effetto più spirituale [158]dei cibi dei colori degli oggetti tastabili ec.
E tuttavia osservate che gli odori, in grado bensì molto più piccolo, ma pure hanno una simile proprietà, risvegliando l'immaginazione ec.
Laonde quello stesso spirituale del suono è un effetto fisico di quella sensazione de' nostri organi, e infatti non ha bisogno dell'attenzione dell'anima, perchè il suono immediatamente la tira a se, e la commozione vien tutta da lui, quando anche l'anima appena ci avverta.
Laddove la bellezza o naturale o artifiziale non fa effetto se l'anima non si mette in una certa disposizione da riceverlo, e perciò il piacere che dà, si riconosce per intellettuale.
Ed ecco la principal cagione dell'essere l'effetto della musica immediato, a differenza delle altre arti, e v.
questi pens.
p.79.
Osservate come non si legga ch'io sappia di nessun effetto prodotto nelle bestie dal canto.
(In verità anticamente si diceva, excantare, ora incantare i serpenti, e Frigidus in pratis CANTANDO rumpitur anguis dice Virgilio, ma son favole che non hanno esperienze moderne a favore.
D'Arione si legge che innamorò i delfini col suono.
Chateaubriand racconta di quel serpente ammansato dal suono ec.
ec.
Del resto i poeti dicevano favolosamente che le bestie si fermassero a udire il canto di questo o di quello).
La ragione è perchè questo è cosa più umana del suono, e perciò di un effetto più relativo, come anche la differenza dei suoni cagiona diversi effetti secondo la natura degli organi dove opera.
Così nè più nè meno i diversi odori, i diversi sapori, i diversi colori de' quali l'uno diletterà principalmente questa persona, e l'altro quest'altra.
Il canto umano fa effetto grande nell'uomo.
Al contrario quello degli uccelli non molto.
Grandissimo però dev'essere il diletto che cagiona negli uccelli, giacchè si vede che questi cantano per diletto, [159]e che la loro voce non è diretta ad altro fine come quella degli altri animali.
(eccetto le cicale i grilli e altri tali che nel continuo uso della loro voce non par che possano avere altro fine che il diletto) Ed io sono persuaso che il canto degli uccelli li diletti non solo come canto, ma come contenente bellezza, cioè armonia, che noi non possiamo sentire non avendo la stessa idea della convenienza de' tuoni.
(7.
Luglio 1820.)
Osservate ancora un finissimo magistero della natura.
Gli uccelli ha voluto che fossero per natura loro i cantori della terra e come ha posto i fiori per diletto dell'odorato, così gli uccelli per diletto dell'udito.
Ora perchè la loro voce fosse bene intesa, che cosa ha fatto? Gli ha resi volatili, acciocchè il loro canto venendo dall'alto, si spargesse molto in largo.
Questa combinazione del volo e del canto non è certamente accidentale.
E perciò la voce degli uccelli reca a noi più diletto che quella degli altri animali (fuorchè l'uomo) perchè era espressamente ordinata al diletto dell'udito.
E credo che ne rechi anche più agli altri animali che sono in uno stato naturale, e forse perciò più capaci di trovarci o tutta o in parte quell'armonia che ci trovano gli stessi uccelli, e che noi non ci troviamo, perchè allontanandoci dalla natura, abbiamo perduto certe idee primitive intorno alla convenienza, non assolute e necessarie, ma tuttavia dateci forse arbitrariamente dalla natura.
Io credo che i selvaggi trovino il canto degli uccelli molto più dolce, e mi pare che si potrebbe provar lo stesso degli antichi, i quali è noto che sentivano maggior diletto di noi nel canto delle cicale ec.
delle quali pure e simili si può notare che cantano sopra gli alberi.
Da tutte le cose dette nei pensieri qui sopra, inferite che le nostre cognizioni intorno alla natura o dell'uomo o delle cose, e le nostre deduzioni, raziocini, e conclusioni, per la maggior parte non sono assolute ma relative, [160]cioè sono vere in quanto alla maniera di essere delle cose esistenti, e da noi conosciute per tali, ma era in arbitrio della natura che fossero altrimenti.
E intendo anche della maggior parte degli assiomi astratti, pochi de' quali sono veramente assoluti e necessari in qualunque sistema di cose possibili (benchè paiano), eccetto forse in matematica.
E apprendiamo a formarci della possibilità un'idea più estesa della comune, e della necessità e verità un'idea più limitata assai.
Vedete in questo proposito il fine del primo Libro del Zanotti sopra le forze che chiamano vive.
Applicate le cose dette nel pensiero che incomincia Anche la stessa negligenza ec.
(p.50.) alle produzioni francesi riputate da quella nazione, modelli di semplicità naïveté ec.
p.e.
al Tempio di Gnido di Montesquieu, sebbene in questo il male deriva piuttosto dal contrasto della semplicità delle cose col ricercato e manierato dello stile.
La rivoluzione Francese posto che fosse preparata dalla filosofia, non fu eseguita da lei, perchè la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla.
E quando anche la filosofia fosse buona ad eseguire essa stessa una rivoluzione, non potrebbe mantenerla.
È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l'andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per la prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita.
Cosa non solamente lagrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perchè dirittamente contraria alla natura dell'uomo e del mondo.
Le Comité d'instruction publique réçut ordre de présenter un projet tendant à substituer un culte raisonnable au culte catholique! (Lady Morgan, France [161]l.8.
3me édit.
française, Paris 1818.
t.2.
p.284.
note de l'auteur) E non vedevano che l'imperio della pura ragione è quello del dispotismo per mille capi, ma eccone sommariamente uno.
La pura ragione dissipa le illusioni e conduce per mano l'egoismo.
L'egoismo spoglio d'illusioni, estingue lo spirito nazionale, la virtù ec.
e divide le nazioni per teste, vale a dire in tante parti quanti sono gl'individui.
Divide et impera.
Questa divisione della moltitudine, massimamente di questa natura, e prodotta da questa cagione, è piuttosto gemella che madre della servitù.
Qual altra è la cagione sostanziale della universale e durevole servitù presente a differenza de' tempi antichi? Vedete che cosa avvenne ai Romani quando s'introdusse fra loro la filosofia e l'egoismo, in luogo del patriotismo.
Il qual egoismo è così forte che dopo la morte di Cesare, quando parea naturalissimo, che le antiche idee si risvegliassero ne' romani, fa pietà il vederli così torpidi, così indifferenti, così tartarughe, così marmorei verso le cose pubbliche.
E Cicerone nelle filippiche il cui grande scopo era di render utile la morte di Cesare, vedete se predica la ragione, e la filosofia, o non piuttosto le pure illusioni, e quelle gran vanità che aveano creata e conservata la grandezza romana.
(8.
Luglio 1820.).
V.
p.357.
capoverso 1.
In proposito di quello che ho detto p.145.
osservate come infatti l'eloquenza vera non abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore.
Intendo un popolo padrone di se, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto, sia per la sua condizione in genere, sia in quella tal congiuntura, come alle nostre prediche il popolo non è vivo, non ha azione ec.
ec.
Oltre che il soggetto delle prediche non ha il movimento, l'azione, la vita necessarie alla grande eloquenza, e perciò quella del pergamo, quando anche sia somma e perfetta, è tutt'altra eloquenza che l'antica, e forma [162]un genere a parte.
Del resto appena le repubbliche e la libertà si sono spente, le assemblee, le società, i tribunali, le corti, non hanno mai sentito la vera eloquenza, non essendo uditorii capaci di suscitarla.
E questo probabilmente è uno de' motivi per cui la repubblica di Venezia non ha avuto mai eloquenza, perch'era una repubblica aristocratica e non democratica.
Vedete quello che dice Cicerone nell'oraz.
pro Deiotaro capo 2.
Racconta Diogene Laerzio di Chilone Lacedemonio il quale interrogato in che differissero i dotti dagl'indotti, rispose: nelle buone speranze (???????????????).
Io non so dire se avesse riguardo alle cose di questo mondo o di una vita avvenire.
Certamente rispetto a quelle, oggidì avviene appunto il contrario.
In che differisce l'ignorante dal savio? Nella speranza.
Lo scopo dell'incivilimento moderno doveva essere di ricondurci appresso a poco alla civiltà antica offuscata ed estinta dalla barbarie dei tempi di mezzo.
Ma quanto più considereremo l'antica civiltà, e la paragoneremo alla presente, tanto più dovremo convenire ch'ella era quasi nel giusto punto, e in quel mezzo tra i due eccessi, il quale solo poteva proccurare all'uomo in società una certa felicità.
La barbarie de' tempi bassi non era una rozzezza primitiva, ma una corruzione del buono, perciò dannosissima e funestissima.
Lo scopo dell'incivilimento dovea esser di togliere la ruggine alla spada già bella, o accrescergli solamente un poco di lustro.
Ma siamo andati tanto oltre volendola raffinare e aguzzare che siamo presso a romperla.
E osservate che l'incivilimento ha conservato in grandissima parte il cattivo dei tempi bassi, ch'essendo proprio loro, era più moderno, e tolto tutto quello che restava [163]loro di buono dall'antico per la maggior vicinanza (del quale antico in tutto e per tutto abbiam fatto strage), come l'esistenza e un certo vigore del popolo, e dell'individuo, uno spirito nazionale, gli esercizi del corpo, un'originalità e varietà di caratteri costumi usanze ec.
L'incivilimento ha mitigato la tirannide de' bassi tempi, ma l'ha resa eterna, laddove allora non durava, tanto a cagione dell'eccesso, quanto per li motivi detti qui sopra.
Spegnendo le commozioni e le turbolenze civili, in luogo di frenarle com'era scopo degli antichi (Montesquieu ripete sempre che le divisioni sono necessarie alla conservazione delle repubbliche, e ad impedire lo squilibrio dei poteri, ec.
e nelle repubbliche ben ordinate non sono contrarie all'ordine, perchè questo risulta dall'armonia e non dalla quiete e immobilità delle parti, nè dalla gravitazione smoderata e oppressiva delle une sulle altre, e che per regola generale, dove tutto è tranquillo non c'è libertà), non ha assicurato l'ordine ma la perpetuità tranquillità e immutabilità del disordine, e la nullità della vita umana.
In somma la civiltà moderna ci ha portati al lato opposto dell'antica, e non si può comprendere come due cose opposte debbano esser tutt'uno, vale a dire civiltà tutt'e due.
Non si tratta di piccole differenze, si tratta di contrarietà sostanziali: o gli antichi non erano civili, o noi non lo siamo.
(10.
Luglio 1820.)
Io riguardo l'indebolimento corporale delle generazioni umane, come l'una delle principali cause del gran cangiamento del mondo e dell'animo e cuore umano dall'antico al moderno.
Così anche della barbarie de' secoli di mezzo, stante la depravazione de' costumi sotto i primi imperatori e in seguito, la quale è certa cagione d'infiacchimento corporale, come [164]appresso i Persiani divenuti fiacchissimi (e perciò barbari e privi di libertà) per la depravazione degli antichi costumi e istituti che li rendevano vigorosissimi.
V.
la Ciroped.
cap.
ult.
art.5.
e segg.
sino al fine.
In proposito di quello che ho detto p.108.
notate come ci muova a compassione e c'intenerisca il veder qualunque persona che nell'atto di provare un dispiacere, una sventura, un dolore ec.
dà segno della propria debolezza, e impotenza di liberarsene.
Come anche il veder maltrattare anche leggermente una persona che non possa resistere.
(11.
Luglio 1820.)
Il racconto è uffizio della parola, la descrizione del disegno (eseguito in qualunque modo).
Quindi non è maraviglia che quello sia più facile di questa al parlatore.
E questa è una delle primarie cagioni per cui era falso ed assurdo quel genere di poesia poco fa tanto in pregio e in uso appresso gli stranieri massimamente, che chiamavano descrittiva.
Perchè quantunque il poeta o lo scrittore possa bene assumere anche l'uffizio di descrivere, è da stolto il farne professione, non essendo uffizio proprio della poesia, e quindi non è possibile che non ne risulti affettazione e ricercatezza, e stento, volendolo fare per istituto e per argomento, lasciando stare la noia che deve nascere dalla lettura di una poesia tutta diretta a un uffizio proprio di un'altra arte, e perciò e inferiore a questa, malgrado qualunque studio, e stentata, e tediosa per la continuazione di una cosa che non appartenendole non può esser troppo lunga, al contrario di quelle che le appartengono, nelle quali nessuno biasima che [la] poesia si ravvolga tutta intera.
(12.
Luglio 1820.)
[165]Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempierci l'animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale.
L'anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt'uno col piacere.
Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch'è ingenita o congenita coll'esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita.
E non ha limiti 1.
nè per durata, 2.
nè per estensione.
Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli 1.
nè la sua durata, perchè nessun piacere è eterno, 2.
nè la sua estensione, perchè nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto.
Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perchè, come ho detto non finisce se non coll'esistenza, e quindi l'uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio.
Non ha limiti per estensione perch'è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come desiderio del piacere.
Ora una tal natura porta con se materialmente l'infinità, perchè ogni piacere è circoscritto, ma non il piacere la cui estensione è indeterminata, e l'anima amando sostanzialmente il piacere, abbraccia tutta l'estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire, perchè non si può formare idea chiara di una cosa ch'ella desidera illimitata.
Veniamo alle conseguenze.
Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo, e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato.
Quando giungi a possedere il cavallo, [166]trovi un piacere necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell'anima, perchè quel desiderio che tu avevi effettivamente, non resta pago.
Se anche fosse possibile che restasse pago per estensione, non potrebbe per durata, perchè la natura delle cose porta ancora che niente sia eterno.
E posto che quella material cagione che ti ha dato un tal piacere una volta, ti resti sempre (p.e.
tu hai desiderato la ricchezza, l'hai ottenuta, e per sempre), resterebbe materialmente, ma non più come cagione neppure di un tal piacere, perchè questa è un'altra proprietà delle cose, che tutto si logori, e tutte le impressioni appoco a poco svaniscano, e che l'assuefazione, come toglie il dolore, così spenga il piacere.
Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la vita, non perciò l'animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne l'estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che riempiesse tutta l'anima.
Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia ec.
non hanno questa qualità.
Il fatto è che quando l'anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, e che comprenda tutta l'estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perchè non si tratta di una piccola ma di una somma [167]inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza.
E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perchè l'anima nell'ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato.
Veniamo alla inclinazione dell'uomo all'infinito.
Indipendentemente dal desiderio del piacere, esiste nell'uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono.
Considerando la tendenza innata dell'uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere.
E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1.
in numero, 2.
in durata, 3.
e in estensione.
Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec.
Perciò non è maraviglia 1.
che la speranza sia sempre maggior del bene, 2.
che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.
Quindi bisogna considerare la gran misericordia e il gran magistero della natura, che da una parte non potendo spogliar l'uomo e nessun essere vivente, dell'amor del piacere che è una conseguenza immediata e quasi tutt'uno coll'amor proprio e della propria conservazione necessario alla sussistenza delle cose, dall'altra parte non potendo fornirli di piaceri reali infiniti, ha voluto supplire 1.
colle illusioni, e di queste è stata loro liberalissima, e bisogna considerarle come cose arbitrarie in natura, la quale poteva ben farcene senza, 2.
coll'immensa varietà [168]acciocchè l'uomo stanco o disingannato di un piacere ricorresse all'altro, o anche disingannato di tutti i piaceri fosse distratto e confuso dalla gran varietà delle cose, ed anche non potesse così facilmente stancarsi di un piacere, non avendo troppo tempo di fermarcisi, e di lasciarlo logorare, e dall'altro canto non avesse troppo campo di riflettere sulla incapacità di tutti i piaceri a soddisfarlo.
Quindi deducete le solite conseguenze della superiorità degli antichi sopra i moderni in ordine alla felicità.
1.
L'immaginazione come ho detto è il primo fonte della felicità umana.
Quanto più questa regnerà nell'uomo, tanto più l'uomo sarà felice.
Lo vediamo nei fanciulli.
Ma questa non può regnare senza l'ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi.
La cognizione del vero cioè dei limiti e definizioni delle cose, circoscrive l'immaginazione.
E osservate che la facoltà immaginativa essendo spesse volte più grande negl'istruiti che negl'ignoranti, non lo è in atto come in potenza, e perciò operando molto più negl'ignoranti, li fa più felici di quelli che da natura avrebbero sortito una fonte più copiosa di piaceri.
E notate in secondo luogo che la natura ha voluto che l'immaginazione non fosse considerata dall'uomo come tale, cioè non ha voluto che l'uomo la considerasse come facoltà ingannatrice, ma la confondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni dell'immaginazione per cose reali e quindi fosse animato dall'immaginario come dal vero (anzi più, perchè l'immaginario ha forze più naturali, e la natura è sempre superiore alla ragione).
Ma ora le persone istruite, quando anche sieno fecondissime d'illusioni le hanno per tali, e le seguono più per volontà che per persuasione, al contrario degli antichi [169]degl'ignoranti de' fanciulli e dell'ordine della natura.
2.
Tutti i piaceri, come tutti i dolori ec.
essendo tanto grandi quanto si reputano, ne segue che in proporzione della grandezza e copia delle illusioni va la grandezza e copia de' piaceri, i quali sebbene neanche gli antichi li trovassero infiniti, tuttavia li trovavano grandissimi, e capaci se non di riempierli, almeno di trattenerli a bada.
La natura non volea che sapessimo, e l'uomo primitivo non sa che nessun piacere lo può soddisfare.
Quindi e trovando ciascun piacere molto più grande che noi non facciamo, e dandogli coll'immaginazione un'estensione quasi illimitata, e passando di desiderio in desiderio, colla speranza di piaceri maggiori e di un'intera soddisfazione, conseguivano il fine voluto dalla natura, che è di vivere se non paghi intieramente di quella tal vita, almeno contenti della vita in genere.
Oltre la detta varietà che li distraeva infinitamente, e li faceva passare rapidamente da una cosa all'altra senz'aver tempo di conoscerla a fondo, nè di logorare il piacere coll'assuefazione.
3.
La speranza è infinita come il desiderio del piacere, ed ha di più la forza se non di soddisfar l'uomo, almeno di riempierlo di consolazione, e di mantenerlo in piena vita.
La speranza propria dell'uomo, degli antichi, fanciulli, ignoranti, è quasi annullata per il moderno sapiente.
V.
il pensiero che incomincia Racconta, p.162.
Del resto il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione (non solamente nell'uomo ma in ogni vivente), la pena dell'uomo nel provare un piacere è di veder subito i limiti della sua estensione, i quali l'uomo non molto profondo gli scorge solamente da presso.
Quindi è manifesto 1.
perchè tutti [170]i beni paiano bellissimi e sommi da lontano, e l'ignoto sia più bello del noto; effetto della immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere, effetto delle illusioni voluto dalla natura.
2.
perchè l'anima preferisca in poesia e da per tutto, il bello aereo, le idee infinite.
Stante la considerazione qui sopra detta, l'anima deve naturalmente preferire agli altri quel piacere ch'ella non può abbracciare.
Di questo bello aereo, di queste idee abbondavano gli antichi, abbondano i loro poeti, massime il più antico cioè Omero, abbondano i fanciulli veramente Omerici in questo, (v.
il pensiero Circa l'immaginazione, p.57.
e l'altro p.100.) gl'ignoranti ec.
in somma la natura.
La cognizione e il sapere ne fa strage, e a noi riesce difficilissimo il provarne.
La malinconia, il sentimentale moderno ec.
perciò appunto sono così dolci, perchè immergono l'anima in un abbisso di pensieri indeterminati de' quali non sa vedere il fondo nè i contorni.
E questa pure è la cagione perchè nell'amore ec.
come ho detto p.142.
Perchè in quel tempo l'anima si spazia in un vago e indefinito.
Il tipo di questo bello e di queste idee non esiste nel reale, ma solo nella immaginazione, e le illusioni sole ce le possono rappresentare, nè la ragione ha verun potere di farlo.
Ma la natura nostra n'era fecondissima, e voleva che componessero la nostra vita.
3.
perchè l'anima nostra odi tutto quello che confina le sue sensazioni.
L'anima cercando il piacere in tutto, dove non lo trova, già non può esser soddisfatta.
Dove lo trova, abborre i confini per le sopraddette ragioni.
Quindi vedendo la bella natura, ama che l'occhio si spazi quanto è possibile.
La qual cosa il Montesquieu (Essai sur le goût, De la curiosité.
p.374.375.) attribuisce alla curiosità.
Male.
La curiosità non è altro che una determinazione [171]dell'anima a desiderare quel tal piacere, secondo quello che dirò poi.
Perciò ella potrà esser la cagione immediata di questo effetto, (vale a dire che se l'anima non provasse piacere nella vista della campagna ec.
non desidererebbe l'estensione di questa vista), ma non la primaria, nè questo effetto è speciale e proprio solamente delle cose che appartengono alla curiosità, ma di tutte le cose piacevoli, e perciò si può ben dire che la curiosità è cagione immediata del piacere che si prova vedendo una campagna, ma non di quel desiderio che questo piacere sia senza limiti.
Del rimanente alle volte l'anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche.
La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell'infinito, perchè allora in luogo della vista, lavora l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale.
L'anima s'immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perchè il reale escluderebbe l'immaginario.
Quindi il piacere ch'io provava sempre da fanciullo, e anche ora nel vedere il cielo ec.
attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano.
Al contrario la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l'anima.
Ne deducono ch'ella è nata per il grande ec.
Non è questa la ragione.
Ma proviene da ciò, che la moltiplicità delle sensazioni, confonde l'anima, [172]gl'impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l'esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d'un piacere in un altro senza poterne approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito.
Parimente la vastità quando anche non sia moltiplice, occupa nell'anima un più grande spazio, ed è più difficilmente esauribile.
La maraviglia similmente, rende l'anima attonita, l'occupa tutta e la rende incapace in quel momento di desiderare.
Oltre che la novità (inerente alla maraviglia) è sempre grata all'anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.
Da questa teoria del piacere deducete che la grandezza anche delle cose non piacevoli per se stesse, diviene un piacere per questo solo ch'è grandezza.
E non attribuite questa cosa alla grandezza immaginaria della nostra natura.
Posta la detta teoria, si viene a conoscere (quello ch'è veramente) che il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell'anima.
Quindi 1.
un assopimento dell'anima è piacevole.
I turchi se lo proccurano coll'oppio, ed è grato all'anima perchè in quei momenti non è affannata dal desiderio, perchè è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l'anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n'avvede.
2.
la vita continuamente occupata è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie.
L'animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro il provvedere ai suoi bisogni ordinari ec.
ec.
ec.) giacchè li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l'anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose, e la speranza di quei [173]piccoli fini, e i piccoli disegni sulle occupazioni avvenire o sulle speranze di un esito generale lontano e desiderato, bastano a riempierlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo, il quale non è troppo lungo perchè sottentri la noia; oltre che il riposo dalla fatica è un piacere per se.
Questa dovea esser la vita dell'uomo, ed era quella dei primitivi, ed è quella dei selvaggi, degli agricoltori ec.
e gli animali non per altra cagione se non per questa principalmente, vivono felici.
Ed osservate come lo spettacolo della vita occupata laboriosa e domestica, sembri anche oggidì, a chi vive nel mondo, lo spettacolo della felicità, anche per la mancanza dei dolori, e delle cure e afflizioni reali.
3.
il maraviglioso, lo straordinario è piacevole, quantunque la sua qualità particolare non appartenga a nessuna classe delle cose piacevoli.
L'anima prova sempre piacere quando è piena (purchè non sia di dolore), e la distrazione viva ed intera è un piacere rispetto a lei assolutamente, come il riposo dalla fatica è piacere, perchè una tal distrazione è riposo dal desiderio.
E come è piacevole lo stupore cagionato dall'oppio (anche relativamente alla dimenticanza dei mali positivi), così quello cagionato dalla maraviglia, dalla novità, e dalla singolarità.
Quando anche la maraviglia non sia tanta che riempia l'anima, se non altro l'occupa sempre fortemente, ed è piacevole per questa parte.
Notate che la natura aveva voluto che la maraviglia 1.
fosse cosa ordinarissima all'uomo, 2.
fosse spessissimo intera, cioè capace di riempier tutta l'anima.
Così accade ne' fanciulli, e accadeva ne' primitivi, e ora negl'ignoranti, ma non può accadere senza l'ignoranza, e l'ignoranza d'oggi non può mai esser come quella dell'uomo che non vive in società, perchè vivendo in società, [174]l'esperienza de' passati e de' presenti l'istruisce, più o meno, ma sempre l'istruisce, e la novità diventa rara.
4.
anche l'immagine del dolore e delle cose terribili ec.
è piacevole, come ne' drammi e poesie d'ogni sorta, spettacoli ec.
Purchè l'uomo non tema o non si dolga per se, la forza della distrazione gli è sempre piacevole.
Non è bisogno che quelle immagini siano di cose straordinarie: in questo caso cadrebbero sotto la categoria precedente.
Ma la semplice immagine del dolore ec.
è sufficiente a riempier l'animo e distrarlo.
5.
la grandezza di ogni qualsivoglia genere (eccetto del proprio male) è piacevole.
Naturalmente il grande occupa più spazio del piccolo, salvo se la piccolezza è straordinaria, nel qual caso occupa più della grandezza ordinaria.
Questo ch'io dico della grandezza è un effetto materiale derivante dalla inclinazione dell'uomo al piacere, e non dalla inclinazione alla grandezza.
Si potrebbe forse dir lo stesso del sublime, il quale è cosa diversa dal bello ch'è piacevole all'uomo per se stesso.
In somma la noia non è altro che una mancanza del piacere che è l'elemento della nostra esistenza, e di cosa che ci distragga dal desiderarlo.
Se non fosse la tendenza imperiosa dell'uomo al piacere sotto qualunque forma, la noia, quest'affezione tanto comune, tanto frequente, e tanto abborrita non esisterebbe.
E infatti per che motivo l'uomo dovrebbe sentirsi male, quando non ha male nessuno? Poniamo un uomo isolato senza nessuna occupazione spirituale o corporale, e senza nessuna cura o afflizione o dolor positivo, o annoiato [175]dalla uniformità di una cosa non penosa nè dispiacevole per sua natura, e ditemi per che motivo quest'uomo deve soffrire.
E pur vediamo che soffre, e si dispera, e preferirebbe qualunque travaglio a quello stato.
(Anzi è famosa la risposta affermativa data dai medici consultati dal duca di Brancas, se la noia potesse uccidere.
Lady Morgan France l.8.
notes).
Non per altro se non per un desiderio ingenito e compagno inseparabile dell'esistenza, che in quel tempo non è soddisfatto, non ingannato, non mitigato, non addormentato.
E la natura è certo che ha provveduto in tutti i modi contro questo male, all'orrore e ripugnanza del quale nell'uomo, si può paragonare quell'orrore del vuoto che gli antichi fisici supponevano nella natura, per ispiegare alcuni effetti naturali.
Ha provveduto col dare all'uomo molti bisogni, e nella soddisfazione del bisogno (come della fame e della sete, freddo, caldo ec.) porre il piacere, quindi col volerlo occupato; colla gran varietà, colla immaginazione che l'occupa anche del nulla, ed anche col timore (il quale sebbene è un effetto naturale e spontaneo anch'esso dell'amor proprio, tuttavia bisogna considerare il sistema della natura in genere, e la mirabile armonia e corrispondenza di diversi effetti a questo o quello scopo), coi pericoli i quali affezionano maggiormente alla vita, e sciolgono la noia, colle turbazioni degli elementi, coi dolori e coi mali istessi, perchè è più dolce il guarir dai mali, che il vivere senza mali; e con tali altri disastri, che si considerano come mali, e quasi difetti della natura, scusandola col definirli per accidenti fuori dell'ordine; ma che forse essendo tali ciascuno, non lo sono tutti insieme; ed appartengono anch'essi al gran sistema universale.
In somma il sistema della natura rispetto all'uomo è sempre diretto ad allontanar da lui questo male formidabile della noia, che a detta di tutti i filosofi essendo così frequente all'uomo moderno, è quasi sconosciuto al primitivo (e così agli animali).
E osservate come i fanciulli anche in una quasi perfetta inazione, pur di rado o non mai sentano [176]il vero tormento della noia, perchè ogni minima bagattella basta ad occuparli tutti interi, e la forza della loro immaginazione dà corpo e vita e azione ad ogni fantasia che si affacci loro alla mente ec.
e trovano in somma in se stessi una sorgente inesauribile di occupazioni e sempre varie.
Questo senza cognizioni, senza esperienze, senza viaggi, senz'aver veduto udito ec.
in un mondo ristrettissimo e uniforme.
E laddove parrebbe che quanto più questo mondo e questo campo si accresce e diversifica, tanto più ampio e vario per l'uomo dovesse essere il fondo delle occupazioni interne come son quelle dei fanciulli, e la noia tanto più rara, nondimeno vediamo accadere tutto il contrario.
Gran lezione per chi non vuol riconoscere la natura come sorgente quasi unica di felicità, e l'alterazione di lei, come certa cagione d'infelicità.
Del resto che la forza e fecondità dell'immaginazione 1.
come rende facilissima l'azione, così spessissimo renda facile l'inazione, 2.
sia cosa ben diversa dalla profondità della mente, la quale per lo contrario conduce all'infelicità, è manifesto per l'esempio de' popoli meridionali, segnatamente degl'italiani, rispetto ai settentrionali.
Giacchè gl'italiani 1.
come una volta per il loro entusiasmo figlio di un'immaginazione viva e più ricca che profonda, erano attivissimi, così ora una delle cagioni per cui non si accorgono o almeno non si disperano affatto di una vita sempre uniforme, e di una perfetta inazione, è la stessa immaginazione ugualmente ricca e varia, e la soprabbondanza delle sensazioni che ne deriva, la quale gl'immerge senza che se n'avvedano in una specie di rêve, come i fanciulli quando son soli ec.
cosa continuamente inculcata dalla Staël, laddove i settentrionali non avendo tal sorgente di occupazione interna atta a consolarli, per necessità ricorrono all'esterna, e divengono attivissimi.
2.
la profondità della mente, [177]e la facoltà di penetrare nei più intimi recessi del vero dell'astratto ec.
quantunque non sia loro ignota a cagione della loro sottigliezza, prontezza e penetrazione, (che rende loro più facile il concepimento e la scoperta del vero, laddove agli altri bisogna più fatica, e perciò spesso sbagliano con tutta la profondità) contuttociò non è il loro forte, e per lo contrario forma tutta l'occupazione e quindi l'infelicità dei settentrionali colti (osservate perciò la frequenza de' suicidi in Inghilterra) i quali non hanno cosa che li distragga dalla considerazione del vero.
E quantunque paia che l'immaginazione anche appresso loro sia caldissima originalissima ec.
tuttavia quella è piuttosto filosofia e profondità, che immaginazione, e la loro poesia piuttosto metafisica che poesia, venendo più dal pensiero che dalle illusioni.
E il loro sentimentale è piuttosto disperazione che consolazione.
E la poesia antica perciò appunto non è stata mai fatta per loro; perciò appunto hanno gusti tutti differenti, e si compiacciono degli enti allegorici, delle astrazioni ec.
(v.
p.154.) perciò appunto sarà sempre vero che la nostra è propriamente la patria della poesia, e la loro quella del pensiero.
(V.
p.143-144.)
Dopo che la natura ha posto nell'uomo una inclinazione illimitata al piacere, è rimasta libera di fare che questa o quella cosa fosse considerata come piacere.
Perciò le cagioni per cui una cosa è piacevole, sono indipendenti dalla sovresposta teoria, dipendendo dall'arbitrio della natura il determinare in qual cosa dovessero consistere i piaceri, e conseguentemente quali particolari dovessero esser l'oggetto della sopraddetta inclinazione dell'uomo.
Esclusi quei piaceri che ho annoverati poco sopra (p.172.
segg.), i quali sono piaceri, non perch'è piaciuto alla natura di volerli tali indipendentemente dalla inclinazione dell'uomo al piacere, ma solamente o principalmente per questo, che l'uomo desidera [178]illimitatamente il piacere.
Del resto la virtù, i piaceri corporali, quelli della curiosità (v.
se vuoi Montesquieu nel luogo citato p.170.
qui sopra) (giacchè, come ho detto, per piacere intendo e vanno intese tutte le cose che l'uomo desidera) ec.
ec.
sono piaceri perchè la natura ha voluto, e potevano non essere con tutta la inclinazione dell'uomo al piacere, come l'idea assoluta che l'uomo ha della convenienza non è ragione perchè queste o quelle cose gli paiano convenienti, e belle.
E dei piaceri altri sono comuni, altri particolari di questa o quella nazione, altri di questa o quella classe d'uomini, come i piaceri appartenenti all'avarizia all'ambizione ec., altri anche individuali, secondo le assuefazioni, le opinioni, le costituzioni corporali, i climi ec.
come l'idea rispettiva della bellezza dipende dalle assuefazioni costumi opinioni ec.
(V.
Montesquieu l.c.
De la sensibilité.
p.392.) E la natura ha posto nell'uomo diverse qualità delle quali altre si sviluppano necessariamente, altre o si sviluppano o restano chiuse e inattive secondo le circostanze.
E di queste seconde altre la natura voleva, o non proibiva che si sviluppassero, altre non voleva, e sviluppandosi, rendono l'uomo infelice.
E la cagione per cui le ha poste nell'uomo non volendo che sviluppassero, starà nel sistema profondo della natura, e probabilmente si potrebbe scoprire, se non ci fermassimo adesso sul generale.
Secondo queste diverse qualità, l'uomo trova piacevoli diverse cose, e l'uomo incivilito prova diversi piaceri dal primitivo, e sentirà dei piaceri che il primitivo non provava, e non proverà molti di quelli che il primitivo provava.
E perciò dall'esserci ora piacevole una cosa il cui piacere dipenda dal nostro eccessivo incivilimento, non deduciamo che questo era voluto dalla natura.
E se ora [179]p.e.
l'eccessiva curiosità del vero ci proccura molti piaceri quando arriviamo a conoscerlo, non perciò dobbiamo stimare che la natura ci volesse così curiosi, nè che questi piaceri sieno naturali, nè che l'uomo naturale ne avesse gran vaghezza, o non sapesse benissimo contenersi in questo desiderio, nè per conseguenza che l'infelicità dell'uomo fosse necessaria, e provenga dalla natura assoluta dell'uomo, quando proviene dalla nostra rispettiva e corrotta.
Perchè molte circostanze che hanno sviluppato in noi questa o quella qualità non erano volute dalla natura, e provengono dall'uomo e non da lei.
Del resto atteso la detta teoria de' piaceri particolari, potrebbe anche essere che l'idea dell'infinito, la maraviglia e qualcuna delle cose piacevoli che ho annoverate come tali a cagione solamente dell'inclinazione nostra al piacere, fossero piacevoli anche indipendentemente da questa; e la ragione fosse l'arbitrio della natura, come negli altri piaceri.
Mi sembra però che la ragione della loro piacevolezza sia bastantemente spiegata nel modo che ho fatto, e che tutti i loro accidenti possano cadere sotto quelle considerazioni.
L'infinità della inclinazione dell'uomo al piacere è un'infinità materiale, e non se ne può dedur nulla di grande o d'infinito in favore dell'anima umana, più di quello che si possa in favore dei bruti nei quali è naturale ch'esista lo stesso amore e nello stesso grado, essendo conseguenza immediata e necessaria dell'amor proprio, come spiegherò poco sotto.
Quindi nulla si può dedurre in questo particolare dalla inclinazione dell'uomo all'infinito, e dal sentimento della nullità delle cose (sentimento non naturale nell'uomo, e che perciò non si trova nelle bestie, come neanche nell'uomo [180]primitivo, ed è nato da circostanze accidentali che la natura non voleva).
E il desiderio del piacere essendo una conseguenza della nostra esistenza per se, e per ciò solo infinito, e compagno inseparabile dell'esistenza come il pensiero, tanto può servire a dimostrare la spiritualità dell'anima umana, quanto la facoltà di pensare.
Anzi è notabile come quel sentimento che pare a prima giunta la cosa più spirituale dell'animo nostro (v.
p.106-107.), sia una conseguenza immediata e necessaria (nella nostra condizione presente) della cosa più materiale che sia negli esseri viventi cioè dell'amor proprio e della propria conservazione, di quella cosa che abbiamo affatto comune coi bruti, e che per quanto possiamo comprendere può parer propria in certo modo di tutte le cose esistenti.
Certamente non c'è vita senza amor di se stesso, e amor della vita.
Quanto poi alla facoltà che ha l'immaginazione nostra di concepire un certo infinito, un piacere che l'anima non possa abbracciare, cagione vera per cui l'infinito le piace, quanto dico a questa facoltà, la quale è indipendente dalla inclinazione al piacere, e stava in arbitrio della natura di darcela o non darcela, giudichi ciascuno quanto possa provare in favore della nostra grandezza.
Io per me credo 1.
che la natura l'abbia posta in noi solamente per la nostra felicità temporale, che non poteva stare senza queste illusioni.
2.
osservo che questa facoltà è grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari ec.
Quindi congetturo e mi par ben verisimile che esista anche nelle bestie in un certo grado, e relativamente a certe idee, come son quelle dei fanciulli ec.
3.
considero che la ragione, la quale si vuole avere per fonte della nostra grandezza, e cagione della nostra superiorità sopra gli altri animali, qui non ha che far niente, se non per [181]distruggere; per distruggere quello che v'ha di più spirituale nell'uomo, perchè non c'è cosa più spirituale del sentimento nè più materiale della ragione, giacchè il raziocinio è un'operazione matematica dell'intelletto, e materializza e geometrizza anche le nozioni più astratte.
4.
che le illusioni sono anzi affatto naturali, animali, atti dell'uomo e non umani secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti all'istinto, il quale abbiamo comune cogli altri animali, se non fosse affogato dalla ragione.
Applicate queste considerazioni a quello che soglion dire gli scrittori religiosi, che il non poter noi trovarci mai soddisfatti in questo mondo, i nostri slanci verso un infinito che non comprendiamo, i sentimenti del nostro cuore, e cose tali che appartengono veramente alle illusioni, formino una delle principali prove di una vita futura.
Tutto il sopraddetto intorno alla teoria del piacere è un nuovo argomento del quanto si potrebbe semplificare la teoria dell'uomo e delle cose, (v.
p.53.) e del come il sistema intero della natura si aggiri sopra pochissimi principii i quali producono gl'infiniti e variatissimi effetti che vediamo, e stabiliti i quali, si direbbe che la natura ha avuto poco da faticare, perchè le conseguenze ne son derivate necessariamente e come spontaneamente.
I fenomeni dell'animo umano notati dai moderni psicologi perderebbero tutta la maraviglia, la quale deriva ordinariamente dall'ignoranza della relazione e dipendenza che hanno gli effetti particolari colle cause generali.
P.e.
quei fenomeni che ho analizzati e spiegati di sopra, derivano immediatamente da un principio notissimo, che è l'amor del piacere.
E questo amor del piacere è [182]una conseguenza spontanea dell'amor di se e della propria conservazione.
Questo è un principio anche più noto e universale, e quasi finale.
Tuttavia quantunque la natura potesse separar queste due cose, esistenza e amor di lei, e perciò l'amor proprio sia una qualità posta da lei arbitrariamente nell'essere vivente, a ogni modo la nostra maniera di concepir le cose appena ci permette d'intendere come una cosa che è, non ami di essere, parendo che il contrario di questo amore, sarebbe come una contraddizione coll'esistenza - Perciò l'amor proprio si può considerare ancor esso (nella natura quale la vediamo) come una conseguenza dell'esistere, e questo in certo modo anche negli esseri inanimati.
Ora discendiamo.
Esistenza.
amore dell'esistenza (quindi della conservazione di lei, e di se stesso) - amor del piacere (è una conseguenza immediata dell'amor proprio, perchè chi si ama, naturalmente è determinato a desiderarsi il bene che è tutt'uno col piacere, a volersi piuttosto in uno stato di godimento che in uno stato indifferente o penoso, a volere il meglio dell'esistenza ch'è l'esistenza piacevole, invece del peggio, o del mediocre ec.) - amore dell'infinito ec.
colle altre qualità considerate di sopra.
Così queste qualità che paiono disparatissime e particolarissime vengono dirittamente dal principio generale dell'amor proprio, e tanto necessariamente e materialmente, che si può dire che la natura, dato che ebbe all'uomo l'amor proprio, e secondo la nostra maniera di concepire, data che gli ebbe l'esistenza, non ebbe da far altro, e le dette qualità (delle quali ci facciamo tanta maraviglia), senza opera sua, vennero da loro.
[183]Conseguito un piacere, l'anima non cessa di desiderare il piacere, come non cessa mai di pensare, perchè il pensiero e il desiderio del piacere sono due operazioni egualmente continue e inseparabili dalla sua esistenza.
(12-23.
Luglio 1820.)
Noi supponiamo sempre negli altri una grande e straordinaria penetrazione per rilevare i nostri pregi veri o immaginari che sieno, e profondità di riflessione per considerarli, quando anche ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità rispetto a qualunque altra cosa.
(23.
Luglio 1820.)
La speranza non abbandona mai l'uomo in quanto alla natura.
Bensì in quanto alla ragione.
Perciò parlano stoltamente quelli che dicono (gli autori della Morale universelle t.3.) che il suicidio non possa seguire senza una specie di pazzia, essendo impossibile senza questa il rinunziare alla speranza ec.
Anzi tolti i sentimenti religiosi, è una felice e naturale, ma vera e continua pazzia, il seguitar sempre a sperare, e a vivere, ed è contrarissimo alla ragione, la quale ci mostra troppo chiaro che non v'è speranza nessuna per noi.
(23.
Luglio 1820.)
Se nella giornata tu hai veduto o fatto qualche cosa non ordinaria per te, la sera nell'addormentarti o per qualunque altra cagione, e in qualunque stato, chiudendo gli occhi, ti vedi subito innanzi, non dico al pensiero, ma alla vista, le immagini sensibili di quello che hai veduto.
E ciò quando anche tu pensi a tutt'altro, e neanche ti ricordi più di quello che avevi veduto forse molte ore addietro, nel quale intervallo ti sarai dato a tutte altre occupazioni.
In maniera [184]che questa vista, quantunque appartenga intieramente alle facoltà dell'anima, e in nessun modo ai sensi, tuttavia non dipende affatto dalla volontà, e se pure appartiene alla memoria, le appartiene, possiamo dire esternamente, perchè tu in quel punto neanche ti ricordavi delle cose vedute, ed è piuttosto quella vista che te le richiama alla memoria, di quello che la stessa memoria te le richiami al pensiero.
Effettivamente molte volte neanche pensandoci apposta, ci ricorderemmo di alcune cose, che all'improvviso ci vengono in immagine viva e vera dinanzi agli occhi.
E notate che ciò accade senza nessun motivo e nessuna occasione presente, che tocchi nella memoria quel tasto, perchè del rimanente molte volte accade che una leggerissima circostanza, quasi movendo una molla della nostra memoria, ci richiami idee e ricordanze anche lontanissime, senza nessuno intervento della volontà, e senza che i nostri pensieri d'allora ci abbiano alcuna parte.
Più volte m'è accaduto di addormentarmi con alcuni versi o parole in bocca, ch'io avrò ripetute spesso dentro la giornata, o dentro qualche ora prima del sonno, o vero coll'aria di qualche cantilena in mente; dormire pensando o sognando tutt'altro, e risvegliarmi ripetendo fra me gli stessi versi o parole, o colla stess'aria nella fantasia.
Pare che l'anima nell'addormentarsi deponga i suoi pensieri e immagini d'allora, come deponiamo i vestimenti, in un luogo alla mano e vicinissimo, affine di ripigliarli, subito svegliata.
E questo pure senza operazione della volontà.
Parimente s'io dentro la giornata aveva letto per un certo tempo del greco o latino o francese o italiano elegante ec.
quando la mia memoria era più pronta, (perchè ora [185]che nello svegliarmi la trovo ottusissima, non mi accade così facilmente) mi risvegliava con varie frasi di quelle lingue in mente, e quasi parlando quelle lingue fra me, non ostante che nel sonno, nessuna idea me le avesse richiamate.
Questo pure involontariamente.
E così si può dire di cento altre idee d'ogni sorta, che al risvegliarti si presentano spontaneamente affatto.
(24.
Luglio 1820.)
Qualunque cosa ci richiama l'idea dell'infinito è piacevole per questo, quando anche non per altro.
Così un filareo un viale d'alberi di cui non arriviamo a scoprire il fine.
Questo effetto è come quello della grandezza, ma tanto maggiore quanto questa è determinata, e quella si può considerare come una grandezza incircoscritta.
Ci piacerà anche più quel viale quanto sarà più spazioso, più se sarà scoperto, arieggiato e illuminato, che se sarà chiuso al di sopra, o poco arieggiato, ed oscuro, almeno quando l'idea di una grandezza infinita che ci deve presentare deriva da quella grandezza che cade sotto i sensi, e non è opera totalmente dell'immaginazione, la quale come ho detto, si compiace alcune volte del circoscritto, e di non vedere più che tanto per potere immaginare ec.
(25.
Luglio 1820.)
In ordine alle donne, diceva taluno, ho già perdute due virtù teologali, la fede e la speranza.
Resta l'amore, cioè la terza virtù, della quale per anche non mi posso spogliare, con tutto che non creda nè speri più niente.
Ma presto mi verrà fatto, e allora finalmente mi appiglierò alla contrizione.
(25.
Luglio 1820.)
[186]La ragione che reca Montesquieu (Essai sur le goût.
Des plaisirs de la symétrie) perchè l'anima amando la varietà, tuttavia dans la plupart des choses elle aime à voir une espèce de symétrie, il che sembra che renferme quelque contradiction, non mi capacita.
Une des principales causes des plaisirs de notre ame, lorsqu'elle voit des objets, c'est la facilité qu'elle a à les appercevoir; et la raison qui fait que la symétrie plaît à l'ame, c'est qu'elle lui épargne de la peine, qu'elle la soulage, et qu'elle coupe, pour ainsi dire, l'ouvrage par la moitié.
De-là suit une règle générale: par-tout où la symétrie est utile à l'ame et peut aider ses fonctions, elle lui est agréable; mais, par-tout où elle est inutile, elle est fade, parce qu'elle ôte la variété.
Or les choses que nous voyons successivement doivent avoir de la variété; car notre ame n'a aucune difficulté à les voir: celles, au contraire, que nous appercevons d'un coup d'oeil doivent avoir de la symétrie.
Ainsi, comme nous appercevons d'un coup d'oeil la façade d'un bâtiment, un parterre, un temple, on y met de la symétrie, qui plaît à l'ame par la facilité qu'elle lui donne d'embrasser d'abord tout l'objet.
Ora io domando perchè noi vedendo una campagna, un paesaggio dipinto o reale ec.
d'un colpo d'occhio come un parterre, e gli oggetti di quella e di questa vista, essendo i medesimi, noi vogliamo in quella la varietà, e in questa la simmetria.
E perchè ne' giardini inglesi parimente la varietà ci piaccia [187]in luogo della simmetria.
La ragion vera è questa.
I detti piaceri, e gran parte di quelli che derivano dalla vista, e tutti quelli che derivano dalla simmetria, appartengono al bello.
Il bello dipende dalla convenienza.
La simmetria non è tutt'uno colla convenienza ma solamente una parte o specie di essa, dipendente essa pure dalle opinioni gusti ec.
che determinano l'idea delle proporzioni, corrispondenze, ec.
La convenienza relativa dipende dalle stesse opinioni gusti, ec.
Così che dove il nostro gusto indipendentemente da nessuna cagione innata e generale, giudica conveniente la simmetria, quivi la richiede, dove no non la richiede, e se giudica conveniente la varietà, richiede la varietà.
E questo è tanto vero, che quantunque si dica comunemente che la varietà è il primo pregio di una prospettiva campestre, contuttociò essendo relativo anche questo gusto, si troveranno di quelli che anche nella prospettiva campestre amino una certa simmetria, come i toscani che sono avvezzi a veder nella campagna tanti giardini.
E così noi per l'assuefazione amiamo la regolarità dei vigneti, filari d'alberi, piantagioni solchi ec.
ec.
e ci dorremmo della regolarità di una catena di montagne ec.
Che ha che far qui l'utile o l'inutile? perchè quando sì, quando no negli oggetti della stessa natura? perchè in queste persone sì, in quelle no? Di più quegli stessi alberi che ci piacciono collocati regolarmente in una piantagione, ci piaceranno ancora collocati senz'ordine in una selva, boschetto ec.
La simmetria e la varietà, gli effetti dell'arte e quelli della natura, sono due generi di bellezze.
Tutti [188]due ci piacciono, ma purchè non sieno fuor di luogo.
Perciò l'irregolarità in un'opera dell'arte ci choque ordinariamente (eccetto quando sia pura imitazione della natura, come ne' giardini inglesi) perchè quivi si aspetta il contrario; e la regolarità ci dispiace in quelle cose che si vorrebbero naturali, non parendo ch'ella convenga alla natura, quando però non ci siamo assuefatti come i toscani.
Notate che ne' pazzi i più malinconici e disperati, è naturalissimo e frequente un riso stupido e vuoto, che non viene da più lontano che dalle labbra.
Vi prenderanno per la mano con guardatura profondissima, e nel lasciarvi vi diranno addio con un sorriso che parrà più disperato e più pazzo della stessa disperazione e pazzia.
Cosa però notabilissima anche nei savi ridotti alla intiera disperazione della vita, e massimamente dopo concepita una risoluzione estrema, che li fa riposare appunto in questa estremità d'orrore, e li placa, come già sicuri della vendetta sopra la fortuna e se stessi.
(26.
Luglio 1820.)
Nessun dolore cagionato da nessuna sventura, è paragonabile a quello che cagiona una disgrazia grave e irrimediabile, la quale sentiamo ch'è venuta da noi, e che potevamo schivarla, in somma al pentimento vivo e vero.
Così il bene come il male aspettato sono ordinariamente più grandi che il bene o il male presente.
La cagione di tutte due le cose è la stessa, cioè l'immaginazione determinata dall'amor proprio occupato nel primo caso dalla speranza, nel secondo dal timore.
Perchè una cosa non piacevole per se stessa, tuttavia [189]piaccia quando riesce inaspettata, in somma da che derivi il piacere della sorpresa considerata puramente come sorpresa, si spiega colla teoria della noia esposta di sopra in questi pensieri.
Perchè l'uomo prova piacere ogni volta ch'è mosso potentemente, purchè non dal timore o dal male.
Perchè poi il piacere inaspettato riesca ordinariamente maggiore dell'aspettato, si spiega parte colla detta ragione, parte con quella che ho notata, p.73.
E v.
se vuoi Montesquieu Essai sur le goût.
Des plaisirs de la surprise.
Amsterdam 1781.
p.386.
Du je ne sais quoi.
p.394.
progression de la surprise p.398.
L'affettazione ordinariamente è madre dell'uniformità.
Da ciò viene che sazia ben presto.
In tutti gli scritti di un gusto falso e affettato, come in tante poesie straniere, come nelle poesie orientali, osservate che voi sentirete sempre un senso di monotonia, come guardando quelle figure gotiche che dice Montesquieu, l.c.
des Contrastes p.383.
E questo quando anche il poeta o lo scrittore abbia cercato la varietà a più potere.
Ragioni.
1.
L'arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura, anzi vediamo quante varietà svaniscano quando l'arte se ne impaccia, come nei caratteri e costumi e opinioni dell'uomo e in tutto il gran sistema della natura umana già pieno di varietà, sia nelle idee e nell'immaginazione sia nel materiale, ed ora dall'arte reso tanto uniforme.
Così dunque l'affettazione.
2.
L'affettazione continua è una uniformità da se sola, cioè in quanto è una qualità continua dell'opera d'arte.
Non dite che in questo caso anche la naturalezza continua dovrebbe riuscire uniforme.
1.
la naturalezza non risalta nè stanca [190]nè dà negli occhi come l'affettazione (ch'è una qualità estranea alla cosa), eccetto s'ella pure fosse ricercata e affettata, nel qual caso non è più naturalezza ma affettazione, come spessissimo nelle dette poesie.
2.
la naturalezza appena si può chiamar qualità o maniera, non essendo qualità o maniera estranea alle cose, ma la maniera di trattar le cose naturalmente, e com'elle sono, vale a dire in mille diversissime maniere, laonde le cose sono varie nella poesia, nello scrivere, in qualunque imitazion vera, come nella realtà.
Applicate queste osservazioni anche alle arti, p.e.
ai paesaggi fiamminghi paragonati a quelli del Canaletto veneziano (v.
la Dionigi Pittura de' paesi), alle stampe di Alberto Duro, dove lo stento e l'accuratezza manifesta del taglio dà un colore uguale e monotono alla più gran varietà di oggetti imitati nel resto eccellentemente e variatissimamente.
Così accade che la negligenza apparente, e l'abbandono, lasciando cader tutte le cose nella scrittura come cadono naturalmente (o in pittura ec.) sia certa origine di varietà, e quindi non istanchi come le altre qualità della scrittura ec.
p.e.
anche l'eleganza: giacchè nessuna stancherà meno della disinvoltura.
Dalle due sopraddette ragioni intendete perchè la massima parte delle scritture e specialmente poesie francesi stanchino sopra modo.
Il loro eterno stile di conversazione 1.
dev'essere infinitamente meno vario del naturale, come l'arte della natura.
2.
dà un colore uniforme alle cose più varie, ed un colore ch'essendo estraneo alla cosa, risalta, e stanca a brevissimo andare.
In fatti osservate che le poesie francesi paiono tutte d'un pezzo, per la grande monotonia, e il senso che producono è questo, d'una cosa dura dura e non pieghevole, nè adattabile [191]a niente.
Il suono dello j, e ge e gi francese è un suono distintissimo che manca alla nostra lingua, e forma effettivamente un'altra lettera dell'alfabeto.
Nè si può chiamare un composto di g, ed s.
1.
perchè è distintissimo dal suono di ciascuna di queste due lettere, 2.
perchè si pronunzia tutto in un solo istante, e non successivamente come noi italiani pronunzieremmo sgi o sghi o gsi, ma sibbene come il z il quale è una lettera bella e buona distintissima dalle altre, e non un composto di t ed s.
Osservate anche le due diverse pronunzie del z l'una o l'altra delle quali manca io credo a parecchie nazioni, e la s schiacciata dei francesi che manca parimente a noi.
(28.
Luglio 1820.)
Il primo autore delle città vale a dire della società, secondo la Scrittura, fu il primo riprovato, cioè Caino, e questo dopo la colpa la disperazione e la riprovazione.
Ed è bello il credere che la corruttrice della natura umana e la sorgente della massima parte de' nostri vizi e scelleraggini sia stata in certo modo effetto e figlia e consolazione della colpa.
E come il primo riprovato fu il primo fondatore della società, così il primo che definitamente la combattè e maledisse, fu il redentore della colpa, cioè Gesù Cristo, secondo quello che ho detto p.112.
Con quello che dice Montesquieu, Essai sur le Goût.
Des diverses causes qui peuvent produire un sentiment.
De la sensibilité.
De la délicatesse p.389-393.
spiegate la cagione per cui c'interessino tanto le Storie romana e greca, i fatti cantati da Omero e da Virgilio ec.
le tragedie ec.
composte [192]sopra quegli argomenti ec.
ec.
E come quell'interesse non ci possa esser suscitato da nessun'altra storia, o poema sopra altri fatti ancorchè benissimo cantati, come dall'Ossian, o tragedia d'altri argomenti, quando anche appartengano alla nostra storia patria più immediata, come agli avvenimenti de' bassi tempi ec.
e molto meno dalle poesie orientali, e da cento altre belle cose volute e messe in voga dai nostri romantici, che di vera psicologia non s'intendono un fico.
Tutto proviene dalla moltiplicità delle cause che producono in noi un sentimento, e sono, rispetto alle dette cose, ricordanze della fanciullezza, abitudine presa, fama universale di quelle nazioni e di quei poeti, affezionamento ancorchè involontario, continuo uso di sentirne parlare, rispetto venerazione ammirazione amore per quelli che ne hanno parlato, tutte ragioni la mancanza delle quali rende difficilissimo, e forse impossibile il fare ugualmente interessante un soggetto nuovo, massime in poesia, dove tutto il diletto proviene dall'interesse, e non può stare colla sola curiosità, o desiderio d'istruirsi ec.
come nelle storie e simili.
E v.
il mio discorso sui romantici.
Souvent notre ame se compose elle-même des raisons de plaisir, et elle y réussit surtout par les liaisons qu'elle met aux choses.
Questo e tutto l'altro che dice Montesquieu è notabilissimo, e applicabile a diversissimi casi e condizioni nelle quali ci riesce piacevole quello che ad altri non riesce, e a noi [193]stessi non riusciva in altre circostanze.
P.e.
fu un tempo non breve in cui la poesia classica non mi dava nessun piacere, e io non ci trovava nessuna bellezza.
Fu un tempo in cui io non trovava altro studio piacevole che la pura e secca filologia, che ad altri par noiosissima.
Fu un tempo in cui le scienze mi parevano studi intollerabili.
E quanti nelle loro professioni trovano piaceri, che agli altri parranno maravigliosi, non potendo comprendere che diletto si trovi in quelle occupazioni! E nominatamente in quello che appartiene alle lettere e belle arti, chi non sa e non vede tuttogiorno che il letterato e l'artista trova piaceri incredibili e sempre nuovi nella lettura o nella contemplazione di questa o di quell'opera, che letta o contemplata dai volgari, non sanno comprendere che diascolo di gusto ci si trovi? E piuttosto lo troveranno in cento altre operacce di pessima lega.
Con questo spiegate ancora la diversità de' gusti ne' diversi tempi, classi, nazioni, climi ec.
(29.
Luglio 1820.)
Gran magistero della natura fu quello d'interrompere, per modo di dire, la vita col sonno.
Questa interruzione è quasi una rinnovazione, e il risvegliarsi come un rinascimento.
Infatti anche la giornata ha la sua gioventù ec.
v.
p.151.
Oltre alla gran varietà che nasce da questi continui interrompimenti, che fanno di una vita sola come tante vite.
E lo staccare una giornata dall'altra è un sommo rimedio contro la monotonia dell'esistenza.
Nè questa si poteva diversificare e variare maggiormente, che componendola in [194]gran parte quasi del suo contrario, cioè di una specie di morte.
Il ritrovare e procacciare la felicità destinata dalla natura all'uomo, non è più opera del privato neanche per se solo.
Non in società, perchè ognuno vede come ci si vive, e il privato non può migliorare le nostre istituzioni.
Non nella vita domestica solitaria e primitiva, perchè i piaceri suoi non possono più cadere in persone disingannate ed esaurite nella immaginazione.
Il dare al mondo distrazioni vive, occupazioni grandi, movimento, vita; il rinnuovare le illusioni perdute ec.
ec.
e opera solo de' potenti.
La politica non deve considerar solamente la ragione, ma la natura, dico la natura vera e non artefatta nè alterata.
Il codice de' Cristiani in quante cose si scosta dalla fredda ragione per accostarsi alla natura! Esempio poco o nulla imitato dai legislatori moderni.
Oltre che il virtuoso è per l'ordinario sconosciuto e non voluto conoscere e confessare dalla moltitudine che è formata dai tristi, tale è la misera condizione dell'uomo in società, e dell'intrigo delle circostanze, ch'egli è sovente sconosciuto e pigliato per tutt'altro, anche dagli altri pochissimi virtuosi.
Io mi sono abbattuto a dovere stimare ed amare due persone di rettissimo cuore, che per alcuni incontri datisi tra loro, si stimavano scambievolmente con intima persuasione, pessimi di carattere e di cuore.
Tant'è, noi giudichiamo del carattere degli uomini dal modo nel quale si sono portati verso noi o perchè credessero di dovere, e anche dovessero portarsi così, o arbitrariamente, o per forza di congiunture, o anche per colpa.
E il [195]più scellerato del mondo, se non ci avrà nociuto, e per qualunque motivo, avrà avuto occasione di beneficarci, anche semplicemente di trattarci bene, di mostrarcisi affabile manieroso rispettoso ec.
basterà questo perch'egli nell'animo nostro abbia un posto non cattivo, ed anche di uomo onesto.
E quando anche l'intelletto ripugni, il cuore e la fantasia ne terranno sempre questo concetto.
Questa dovrebb'essere regola generale per qualunque senta dir bene o male di chicchessia.
Se quegli che parla, parla per altrui relazione, o se parla di mala fede può avere altri motivi.
Ma tolti questi due casi, ordinariamente nella vita privata, tu devi supporre che quegli che ti parla ha ricevuto bene o male da quella tal persona, e da tutto il suo discorso non credere di restare informato se non di questo.
(31.
Luglio 1820.)
Gli uomini sono come i cavalli.
Per tenergli in dovere e farsi stimare bisogna sparlare bravare minacciare e far chiasso.
Bisogna adoperar l'espediente di quelle monache del Tristram Shandy.
(1 Agosto 1820.)
Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l'inclinazione.
Se è tolto l'ottenere, non è tolto nè possibile a togliere il desiderare.
Non è spento nei giovani l'ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia.
Ma tolti gli oggetti ai quali anticamente si era rivolto questo ardore, vedete a che cosa li debba portare e li porti effettivamente.
L'ardor giovanile, cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella considerazione [196]degli uomini di stato.
Questa materia vivissima e di sommo peso, ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è considerata appunto come non esistente.
Frattanto ella esiste ed opera senza direzione nessuna, senza provvidenza, senza esser posta a frutto (opera perchè quantunque tutte le istituzioni tendano a distruggerla, la natura non si distrugge, e la natura in un vigor primo freschissimo e sommo com'è in quell'età) e laddove anticamente era una materia impiegata e ordinata alle grandi utilità pubbliche, ora questa materia così naturale, e inestinguibile, divenuta estranea alla macchina e nociva, circola e serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico, che non si può sopire nè impiegare in bene nè impedire che non iscoppi in temporali in tremuoti ec.
(1.
Agosto 1820.).
Alla p.164.
pensiero primo, aggiungi.
Se tu vedi un fanciullo, una donna, un vecchio affaticarsi impotentemente per qualche operazione in cui la loro debolezza impedisca loro di riuscire, è impossibile che tu non ti muova a compassione, e non proccuri, potendo, d'aiutarli.
E se tu vedi che tu dai incomodo o dispiacere ec.
ad uno il quale soffre senza poterlo impedire, sei di marmo, o di una irriflessione bestiale, se ti dà il cuore di continuare.
Anche gli uomini già sazi della lode, e persuasi della loro fama che non guadagna per le espressioni particolari di questo o di quello, sono sensibili alla lode che riguarda qualche pregio diverso da quelli per cui sono famosi.
E però, eccetto le persone avvezze a essere adulate in ogni cosa, nessuno diviene indifferente alla lode in [197]genere, ma alla lode di quelle tali sue qualità.
Di più la lode più cara è spesso quella che cade sopra una cosa nella quale tu desideri, ma dubiti o stimi di non esser lodevole, o che altri non ti abbia per tale.
Dice Diogene Laerzio di Chilone che ???(??????????(???????????????????????????????(???????????????????????????????????.
E questo precetto si deve estendere, massimamente oggidì in tanta propagazione dell'egoismo, a tutti i vantaggi particolari di cui l'individuo può godere.
Perchè se tu sei bello non ti resta altro mezzo per non essere odiosissimo agli uomini che un'affabilità particolare, e come una certa noncuranza di te stesso, che plachi l'amor proprio altrui offeso dall'avvantaggio che tu hai sopra di loro, o anche dall'uguaglianza.
Così se tu sei ricco, dotto, potente ec.
Quanto maggiore è l'avvantaggio che tu hai sopra gli altri, tanto più per fuggir l'odio, t'è necessaria una maggiore amabilità, e quasi dimenticanza e disprezzo di te stesso in faccia agli altri, perchè tu devi medicare una cagione d'odio che tu hai in te stesso e che gli altri non hanno: una cagione assoluta, che ti fa odioso per se sola, senza che tu sia nè ingiusto nè superbo nè ec.
Ed era questa una cosa notissima agli antichi, tanto persuasi della odiosità dei vantaggi individuali, che ne credevano invidiosi gli stessi dei, e nella prosperità avevano cura dell'invidiam deprecari tanto divina che umana, e quindi un [198]seguito non interrotto di felicità li rendeva paurosi di gravi sciagure.
V.
Frontone de Bello Parthico.
(4.
Agosto 1820.).
V.
p.453.
capoverso ult.
Montesquieu (Essai sur le Goût.
Du je ne sais quoi) fa consistere la grazia e il non so che, principalmente nella sorpresa, nel dar più di quello che si prometta ec.
In questa materia della grazia così astrusa nella teoria delle arti, come quella della grazia divina nella teologia, noterò 1.
L'effetto della grazia non è di sublimar l'anima, o di riempierla, o di renderla attonita come fa la bellezza, ma di scuoterla, come il solletico scuote il corpo, e non già fortemente come la scintilla elettrica.
Bensì appoco appoco può produrre nell'anima una commozione e un incendio vastissimo, ma non tutto a un colpo.
Questo è piuttosto effetto della bellezza che si mostra tutta a un tratto, e non ha successione di parti.
E forse anche per questo motivo accade quello che dice Montesquieu, che le grandi passioni di rado sono destate dalle grandi bellezze, ma ordinariamente dalla grazia, perchè l'effetto della bellezza si compie tutto in un attimo, e all'anima dopo che s'è appagata di quella vista non rimane altro da desiderare nè da sperare, se però la bellezza non è accompagnata da spirito, virtù ec.
Al contrario la grazia ha successione di parti, anzi non si dà grazia senza successione.
Quindi veduta una parte, resta desiderio e speranza delle altre.
2.
Perciò la grazia ordinariamente consiste nel movimento: e diremo così, la bellezza è nell'istante, e la grazia nel tempo.
Per movimento intendo anche tutto quello che spetta alla parola.
3.
Veramente non è grazia [199]tutto quello ch'è sorpresa.
Già si sa quante sorprese non abbiano che far colla grazia, ma anche in punto di donne, e di bello, la sorpresa non è sempre grazia.
Ponete una bellissima donna mascherata, o col viso coperto, e supponete di non conoscerla, e ch'ella improvvisamente vi scopra il viso, e che quella bellezza vi giunga affatto inaspettata.
Quest'è una bella e piacevole sorpresa, ma non è grazia.
E per tener dietro precisamente a quello che dice Montesquieu, che la grazia deriva principalmente da questo che nous sommes touchés de ce qu'une personne nous plaît plus qu'elle ne nous a paru d'abord devoir nous plaire; et nous sommes agréablement surpris de ce qu'elle a su vaincre des défauts, que nos yeux nous montrent et que le coeur ne croit plus, supponete di vedere una donna o un giovane di persona disavvenente, e all'improvviso mirandolo in volto, trovarlo bellissimo; questa pure è sorpresa, ma non grazia.
4.
Pare che la grazia consista in certo modo nella naturalezza, e non possa star senza questa.
Tuttavia primieramente, siccome la natura, secondo che osserva anche Montesquieu, è ora più difficile a seguire, e più rara assai che l'arte, così notate che quelle grazie che consistono in pura naturalezza, non si danno ordinariamente senza sorpresa.
Se tu senti o vedi un fanciullo che parla o vero opera, le sue parole e le sue azioni e movimenti, ti riescono sempre come straordinari, hanno un non so che di nuovo e d'inaspettato che ti punge, e fa una certa maraviglia, e tocca la curiosità.
Così in qualunque altro soggetto di naïveté.
In secondo luogo ci sono anche delle cose non naturali, che pur sono graziose; o vero naturali, ma graziose non per questo che sono naturali.
P.e.
[200]alcuni difettuzzi in un viso, piacciono assai, e paiono grazie a molti.
Chi s'innamora di un naso rincagnato (come quel Sultano di Marmontel), chi di un occhio un po' falso ec.
Un parlar bleso ec.
a molti par grazia.
E si vedono tuttogiorno, amori nati appunto da stranezze o difetti della persona amata.
Così nello spirito e nel morale.
Il primo amore dell'Alfieri fu per una giovane di una certa protervia che mi faceva, dic'egli, moltissima forza.
E di questo genere si potrebbero annoverare infinite cose che paiono graziosissime e destano fiamma in questo o in quello, e ad altri parranno tutto il contrario.
Così un viso di quel genere che chiamano piccante, vale a dire imperfetto, e irregolare, fa ordinariamente più fortuna di un viso regolare e perfetto.
Par cosa riconosciuta che la grazia appartenga piuttosto al piccolo che al grande, e che se al grande conviene la maestà, la bellezza, la forza ec.
la grazia e la vivacità non gli possa convenire.
Questo in qualsivoglia cosa, e astrattamente parlando, uomini, statue, manifatture, poesie ec.
ec.
ec.
Un piccolin si mette Di buona grazia in tutto dice il Frugoni.
Ed è cosa ordinaria di chiamar graziosa una persona piccola, e spesso in maniera come se piccolezza fosse sinonimo di grazia.
5.
Da queste cose deducete che in somma la definizione della grazia non si può dare, e Montesquieu non l'ha data, benchè paia crederlo, e bisogna sempre ricorrere al non so che.
Perchè 1.
se la sorpresa è spesso compagna della grazia, è certo che questa è ben diversa dalla sorpresa, cioè perchè una cosa sia graziosa, non basta che sorprenda, bisogna che sia di quel tal genere, [201]e questo genere che cos'è? 2.
non la sola naturalezza, come abbiamo veduto; non il perfetto, anzi spesso il difettoso, l'irregolare, e lo straordinario; non tutto l'imperfetto, l'irregolare, e lo straordinario, com'è manifesto: che cosa dunque? 3.
Concedo che spesso il sentimento della grazia contenga sorpresa, ma non è grazioso per questo che sorprende, altrimenti tutto il sorprendente sarebbe grazioso, ma perch'è un certo non so che.
4.
Quel modo in cui Montesquieu spiega questo non so che nelle parole riportate di sopra, non sussiste se non in alcuni casi.
Un viso piccante ed irregolare nous plaît veramente d'abord e senz'altro, e qui non c'entra l'aver saputo vincere il difetto ec.
Si vede ch'esso stesso contiene propriamente in se una qualità piacevole distinta da tutto il resto.
È vero che un viso irregolare piace con una certa sorpresa, ma quel che piace non è solamente nè principalmente la sorpresa, altrimenti un viso mostruoso piacerebbe di più.
Applicate queste considerazioni agli altri esempi riportati di sopra, in tutti i quali non ha che far niente il dare più di quello che si prometta, o non è la cagion principale ed intima di quel tal piacere, ma piuttosto estrinseca e accidentale.
5.
Il grazioso è relativo come il bello, cioè ad uno sì, a un altro no ec.
L'esperienza lo mostra, che come non c'è tipo della bellezza, così neanche della grazia.
E quantunque paia che l'idea della naturalezza debba essere universale, tuttavia non è, e presso noi passano per naturali infinite cose che sono tutt'altro, e ai villani parranno naturali e graziose cento maniere che a noi parranno grossolane ec.
Così secondo le diverse nazioni costumi abitudini opinioni ec.
Non che la natura non abbia le sue maniere [202]proprie, certe e determinate, ma succede qui come nel bello.
Un cavallo scodato, un cane colle orecchie tagliate, è contro natura, una donna coi pendenti infilzati nelle orecchie, un uomo colla barba tagliata ec.
eppur piacciono.
Molto più discordano i gusti intorno alla grazia indipendente dalla naturalezza.
6.
Quantunque questo non so che, non si possa definire, se ne possono notare alcune qualità 1mo Spessissimo la semplicità è fonte, o proprietà della grazia.
2do.
Quantunque la grazia ordinarissimamente consista nell'azione, tuttavia può stare qualche volta anche senza questa, come appunto molte grazie derivanti dalla semplicità, p.e.
nelle opere di belle arti, nell'abito di una pastorella, citato anche da Montesquieu come grazioso, insieme colle pitture di Raffaello e Correggio.
Anche un viso piccante ma non bello, si può dire che contenga questo non so che, e punga, senza bisogno di azione, come p.e.
veduto in un ritratto, quantunque d'ordinario prenda risalto dal movimento.
3zo.
La naturalezza non è la sola fonte della grazia, e pure non c'è grazia, dove c'è affettazione.
Il fatto è che quantunque una cosa non sia graziosa per questo ch'è naturale, tuttavia non può esser graziosa se non è, o non par naturale, e il minimo segno di stento, o di volontà, ec.
ec.
basta per ispegnere ogni grazia.
Dico, se non pare, perchè le grazie della poesia, del discorso, delle arti ec.
per lo più paiono naturali e non sono.
4to La piccolezza abbiamo veduto come abbia che far colla grazia.
5to Lo svelto, il leggero, parimente ha che far colla grazia.
E notate che i movimenti molli e leggeri di una persona di taglio svelto, sono graziosi senza sorpresa, giacchè non è strano che i moti di una tal persona sieno facili e leggeri.
Bensì muovono una certa maraviglia o ammirazione [203]diversa dalla sorpresa, la quale nasce dall'inaspettato, o dall'aspettazione del contrario.
Così la maraviglia prodotta dalle belle arti, con tutto che appartenga al bello, non ha che far colla grazia.
6to L'effetto della grazia ordinariamente è quello che ho detto, di scuotere e solleticare e pungere, puntura che spesso arriva dirittamente al cuore, come se tu vedi due occhi furbi di una donna rivolti sopra di te, nel qual caso la scossa si può paragonare anche all'elettrica.
Ma in quella grazia che spetta p.e.
alla semplicità pare che se l'effetto è di solleticare, non sia di pungere, e forse si può fare su questa considerazione una distinzione di due grazie, l'una piccante, l'altra molle, insinuante, glissante dolcemente nell'anima.
E forse la prima si chiama più propriamente il non so che.
7mo La vivacità ha che far colla prima specie di grazia.
Ma con tutto ciò la vivacità non è grazia.
8vo Nei cibi parimente si dà una certa grazia, ora della prima, ora anche della seconda specie.
Quelli che chiamano ragoûts appartengono alla prima.
E qui pure discordano i gusti infinitamente.
In somma non saprei che dire.
Si potrebbe conchiudere che la grazia consiste in un certo irritamento nelle cose che appartengono al bello e al piacere.
Così si verrebbe ad escludere un viso mostruoso ec.
e dall'altra parte, il piacere troppo spiccato e sfacciato, come quello della bellezza, dei godimenti corporali, del desiderio soddisfatto; potendo la grazia chiamarsi piuttosto uno stuzzica-appetito, che una soddisfazione di esso.
(4-9.
Agosto 1820.)
L'affettazione nuoce anche alla maraviglia, capital cagione del diletto nelle arti.
Primieramente il conoscere il proposito toglie [204]la sorpresa.
Poi, e questo è il principale, non vedi somma difficoltà in una figura somigliantissima al vero, ma stentata.
Oltre che lo stento detrae al vero, perchè non appartiene al vero se non la naturalezza, non è maraviglia, che con fatica ti sia riuscito, quello che volevi.
E non è maraviglia che tu facci una cosa volendo, come che tu la facci, senza che gli altri si accorgono che tu l'abbi voluto.
E non è difficile il fare una cosa difficile, difficilmente, ma in modo che paia facile.
Così c'è il contrasto fra la nota difficoltà della cosa, e l'apparente difficoltà del modo.
L'affettazione toglie il contrasto ec.
ec.
V.
se vuoi Montesquieu, Essai sur le goût.
Amsterdam 1781.
du je ne sais quoi.
p.396-397.
(9.
Agosto 1820.)
In proposito di quello che ho detto p.197.
io so di una donna desiderosa di concepire che bastonava fieramente una cavalla pregna, dicendo, tu gravida e io no.
L'invidia e l'odio altrui per le felicità che hanno, cade ordinariamente sopra quei beni che noi desideriamo di avere e non abbiamo, o de' quali vorremmo esser gli unici o i principali possessori ed esempi.
Sopra gli altri beni non è cosa ordinaria l'invidia, ancorchè sieno beni grandissimi.
Del resto quantunque l'invidia riguardi per lo più i nostri simili, coi quali solamente sogliamo entrare in competenza, nondimeno si vede che il furore di questa passione può condurre all'invidia e all'odio anche delle altre cose.
(10.
Agosto 1820.)
Tutti i caratteri principali dello spirito antico, che si trovano in Omero, e negli altri greci e latini, si trovano anche [205]in Ossian, e nella sua nazione.
Lo stesso pregio del vigor del corpo, della giovanezza, del coraggio, di tutte le doti corporali.
La stessa divinizzazione della bellezza.
Lo stesso entusiasmo per la gloria e per la patria.
In somma tutti i beati distintivi di una civilizzazione che sta nel suo vero punto fra la natura e la ragione.
Del resto, pietà filiale, e paterna, e tutti gli altri sentimenti doverosi e naturali, hanno fra i caledoni tutta la loro forza.
Il divario tra i greci ed Ossian consiste principalmente in una malinconia generata dalle disgrazie particolari, e non dalla disperante filosofia, ma più propriamente e generalmente dal clima.
Questa cagione non solo si conosce ma si sente nell'Ossian, e perciò rende la sua malinconia molto inferiore a quella dei meridionali, Petrarca, Virgilio, ec.
nei quali si conosce e sente anche una potenza di allegria, come pure in Omero ec.
cosa necessaria alla varietà, all'ampiezza della poesia composta di diversissimi generi, e quasi anche al sentimento.
Ossian prevedeva il deterioramento degli uomini e della sua nazione.
V.
Cesarotti osservazione ultima al poemetto della guerra di Caroso.
Ma certo quando egli diceva ec.
(v.
gli ultimi versi d'esso poemetto) non prevedeva che la generazione degl'imbelli si dovesse chiamar civile, e barbara la sua, e le altre che la somigliarono.
Oste albergatore, ed anche ospite, ossia albergato, appresso gli antichi italiani.
V.
la Crusca.
Hostis aveva appunto questa seconda significazione appresso gli antichi latini.
V.
il Forcellini.
[206]Ed ecco una parola latina disusata ai tempi di Cicerone, ricomparisce nei principii della nostra lingua.
E forse hostis avrà avuto anche il significato di albergatore, come oste oggidì, e come hospes ed ospite in latino ed in italiano hanno lo stesso doppio senso di albergatore e albergato.
(10.
Agosto 1820.)
Straniero ossia ospite si prendeva per nemico anche nell'antica lingua celtica.
V.
Cesarotti note al Fingal, Canto primo.
Bassano 1789.
t.1.
p.17.
E così appoco appoco si sarà cambiato il significato di hostis, cioè considerando lo straniero come nemico.
Cleobulo, dice Diog.
Laerz, ???????????????????????(uxori) ????????????????? ?????????????, ??????????????????????????????????????????????????????????????? V.
p.233.
Il medesimo, ??????????????????????????????????????????????????????????
In proposito di quello che ho detto p.68.
nel pensiero, Guardate, Chilone, dice il Laerz.
???????????????????????????????????????????????????.
V.
la nota d'Is.
Casaubono al Laerz.
Vit.
Polemon.
l.4.
segm.16.
La grazia propriamente non ha luogo se non nei piaceri che appartengono al bello.
Una novità, un racconto curioso, una nuova piccante, tutto quello che punge o muove o solletica la curiosità, sono irritamenti piacevoli ma non hanno che far colla grazia.
E quelli che appartengono ai cibi, o a qualunque altro piacere parimente, somigliano alla grazia, e possono esserne esempi, ma non confondersi con lei.
Perciò la grazia va definita semplicemente, un irritamento nelle cose che appartengono al bello, tanto sensibile, quanto intellettuale, come il bello poetico ec.
[207]Le grazie della lingua sono più che mai relative a quelle persone che la intendono perfettamente ec.
e non mai assolute.
Così le grazie attiche, toscane ec.
forse più graziose per gli altri italiani che per gli stessi toscani, a cagione di una certa sorpresa ec.
ma poco o nulla agli stranieri.
Oggidì è cosa molto ordinaria che un uomo veramente singolare e grande si distingua al di fuori per un volto o un occhio assai vivo, ma del resto per un corpo esilissimo e sparutissimo e anche difettoso.
Pope, Canova, Voltaire, Descartes, Pascal.
Tant'è: la grandezza appartenente all'ingegno non si può ottenere oggidì senza una continua azione logoratrice dell'anima sopra il corpo, della lama sopra il fodero.
Non così anticamente, dove il genio e la grandezza era più naturale e spontanea, e con meno ostacoli a svilupparsi, oltre la minor forza della distruttrice cognizione del vero inseparabile oggidì dai grandi talenti, e il maggior esercizio del corpo riputato cosa nobile e necessaria, e come tale usato anche dalle persone di gran genio, come Socrate ec.
E Chilone uno de' sette savi non credeva alieno dalla sapienza il consigliare come faceva, ??????????????????(Laerz.), e questo consiglio si trova registrato fra i documenti della sua sapienza.
In particolare poi quanto alla politica, oggidì l'uomo di stato si può dir che sia come l'uomo di lettere, sempre occupato alle insaluberrime fatiche del gabinetto.
Ma nelle antiche repubbliche chi aspirava agli affari civili, e nella sua giovanezza fortificava necessariamente il corpo cogli esercizi la milizia ec.
senza i quali sarebbe stato quasi infame; e lo stesso esercizio della politica era pieno di azione corporale, trattandosi di agire col popolo, clienti, impegni ec.
ec.
Così anche la vita di qualunque altro uomo di genio era sempre piena di azione nell'esercizio stesso delle sue facoltà.
[208]Esempio ne può essere Omero, secondo quello che si racconta della sua vita, viaggi ec.
Di Cicerone che tanto incredibilmente affaticò la mente e la penna, e che nacque di quell'ingegno e natura unica che ognun sa, niun dice che fosse di corpo, non che infermiccio, ma gracile, le quali qualità oggi s'hanno per segni caratteristici, e condizioni indispensabili de' talenti non pur sommi ma notabili, e massime di chi avesse coltivato e occupato tanto la mente negli studi letterari e nello scrivere, come Cicerone anzi per una metà.
Quel che dico di Cicerone può dirsi di Platone, e di quasi tutti i grandissimi ingegni e laboriosissimi letterati e scrittori antichi.
V.
però Plutarco Vita di Cic.
(11.
Agosto 1820.).
V.
p.233.
capoverso 3.
La grazia appena io credo che possa esser concepita dai francesi con idea vera.
Certo i loro scrittori non la conoscono.
Lo confessa pienamente Thomas Essai sur les Éloges ch.9.
Infatti manca loro cette sensibilité tendre et pure, cioè inaffettata e naturale (l'avrebbero per natura, ma la società non vuole che la conservino: l'avevano i loro antichi scrittori) e cet instrument facile et souple vale a dire una lingua come la greca e l'italiana.
V.
senza fallo quel passo di Thomas.
(13.
Agosto 1820.)
Non solamente il bello ma forse la massima parte delle cose e delle verità che noi crediamo assolute e generali, sono relative e particolari.
L'assuefazione è una seconda natura, e s'introduce quasi insensibilmente, e porta o distrugge delle qualità innumerabili, che acquistate o perdute, ci persuadiamo ben presto di non potere avere, o di non poter non avere, e ascriviamo a leggi eterne e immutabili, a sistema naturale, a Provvidenza ec.
l'opera del caso e delle circostanze accidentali e arbitrarie.
Aggiungete all'assuefazione, le opinioni i climi i temperamenti corporali o spirituali, e persuadetevi che molto ma molto poche verità sono assolute e inerenti al sistema delle cose.
Oltre all'indipendenza da queste verità che può trovarsi in altri sistemi di cose.
(13.
Agosto 1820.)
In somma dal detto qui sopra e da mille altre [209]cose che si potrebbero dire, si deduce quanto giustamente i moderni ideologisti abbiano abolite le idee innate.
Archelao diceva secondo Diogene Laerzio che ?? ??????? ??? ?? ??????? non è determinato dalla natura ma dalla legge.
E così la legge naturale ancora potrà esser considerata come un sogno.
Abbiamo si può dire innata l'idea astratta della convenienza, ma quali cose si convengano in morale, appartiene alle idee relative.
Considerate la morale dei diversi popoli, massimamente barbari.
E mettetevi nello stato primitivo dell'uomo.
Vedrete che il far male agli altri per vostro bene non vi ripugna.
Il vostro simile in natura non è una cosa così inviolabile, come credete.
L'uomo solitario e selvaggio fa mondo da se, e il suo simile è come un'altra fiera del bosco.
Bensì l'uomo è naturalmente più inclinato al suo simile, come rispettivamente le altre bestie.
Ma anche il leone combatte col leone, e il toro col toro per li suoi diletti e vantaggi.
Ho detto p.178.
che la natura ha poste negli esseri diverse qualità che si sviluppano o no, secondo le circostanze.
P.e.
la facoltà di compatire.
In natura è molto meno operosa.
Ma non è già propria del solo uomo.
In casa mia v'era un cane che da un balcone gittava del pane a un altro cane sulla strada.
V.
quello che racconta il Magalotti di una cagna nelle Lettere sull'Ateismo.
In natura si ristringe a quegli esseri che ci toccano più da vicino.
Così gli uccelli coi loro figliuolini, vedendoseli rapire ec.
Se vedranno un [210]altro uccello della specie loro, travagliato o moribondo, non se ne daranno pensiero.
Secondo lo sviluppo delle diverse qualità per le diverse circostanze, è nata la legge detta naturale.
Il rubare l'altrui non ripugna assolutamente alla natura.
Costume degli Spartani.
Differenze dalle leggi antiche alle moderne.
La società non è già propria del solo uomo.
Le formiche la fanno per trasportar pesi.
Le api hanno anche un governo.
In somma considerando la natura dell'uomo e delle cose, si vedrà che tolte alcune idee astratte e indeterminate, ossia non applicate, ma da applicarsi, tutto il resto è relativo, e dipende dalle circostanze, e che negli altri esseri come nell'uomo ci sono diverse qualità ingenite che sviluppandosi o no, ci fanno poi giudicare vanamente della somiglianza assoluta della nostra razza colle altre.
(14.
Agosto 1820.)
Diciamo male che il tal desiderio è stato soddisfatto.
Non si soddisfanno i desideri, conseguito che abbiamo l'oggetto, ma si spengono, cioè si perdono ed abbandonano per la certezza acquistata di non poterli mai soddisfare.
E tutto quello che si guadagna conseguito l'oggetto desiderato, è di conoscerlo intieramente.
(14.
Agosto 1820.)
Come l'amore così l'odio si rivolge principalmente sopra i nostri simili, nè si desidera mai così intensamente la vendetta di una bestia come di un nemico.
E notate: quando altri ci abbia fatto del male non volendo, tuttavia il risentimento che [211]ne proviamo è maggiore che per una bestia la quale volendo ci abbia fatto un maggior male.
Alla p.196.
capoverso primo, aggiungi.
Ci commuove molto più una rondinella che vede strapparsi i suoi figli, e si travaglia impotentemente a difenderli, di quello che una tigre, o altra tal fiera nello stesso caso.
V.
Virg.
Georg.
4.
Qualis populea moerens philomela sub umbra ec.
È curioso che si riprenda (dagli stranieri particolarmente) Michelangelo per aver troppo voluto dimostrare la sua scienza anatomica nelle scolture, e si dia per regola di nasconder sempre questa scienza nell'arte dello scolpire o del dipingere, ed esser meglio ignorarla affatto che ostentarla (come si dice, mi pare, di Raffaello, che non si curò di studiarla); e che frattanto gli stranieri massimamente non sieno mai così contenti come quando hanno inzeppato le loro poesie di tecnicismi, di formole, di nozioni astratte e metafisiche, di psicologia, d'ideologia, di storia naturale, di scienza, di viaggi, di geografia, di politica, e d'erudizione, scienza, arte, mestiero d'ogni sorta.
E mentre non vogliono l'erudizione antica, lodano e abusano vituperosamente della moderna.
(15.
Agosto 1820.).
V.
la p.238.
capoverso 8.
A proposito di quello che ho detto p.152.
pens.
ult.
notate che l'immaginazione dei fanciulli ha ordinariamente tutte due queste qualità, ma l'una, cioè la fecondità, in maggior grado.
E perciò come sono facili a fissarsi in un'idea, così anche a distrarsi, nel mezzo di un discorso, dello studio, di qualsivoglia occupazione onde si suol dire che i fanciulli non sono buoni allo studio non solo pel poco intelletto, ma perchè son pieni di distrazioni.
[212]Giacchè la loro fantasia ha gran facilità di staccarsi subito da un oggetto per attaccarsi a un altro.
Eccetto alcuni fanciulli d'immaginazione destinata a grandi cose, e a fargli infelici quando saranno maturi, la profondità della quale li fissa fortemente in questa o in quella idea, ordinariamente paurosa o dolorosa, e li tormenta nella stessa fanciullezza, com'è accaduto a me.
Ed è notabile come questa profondità della immaginazione li renda gelosissimi del metodo e del consueto, fuor del quale non trovano pace, spaventandosi dello straordinario, e contando per disgrazia insopportabile l'aver tralasciato di fare una cosa loro solita ec.
Es.
di Pietrino, e mio.
Del resto l'effetto della immaginazione dei fanciulli qual sia, v.
p.172.
fine.
Domandava una donna (un cortigiano) a un viaggiatore, avendogli a dire una cosa poco piacevole; volete ch'io vi parli sinceramente? Rispose il viaggiatore, anzi ve ne prego.
Noi altri viaggiatori cerchiamo le rarità.
(16.
Agosto 1820.)
La soprabbondanza della immaginazione è quella che tormenta i fanciulli detti qui sopra, e perciò in luogo di cercarla nello straordinario, cercano di spegnerla o addormentarla col metodo.
Cosa che accade anche agli uomini.
V.
il carattere di Lord Nelvil nella Corinna.
(16.
Agosto 1820.)
L'irritamento della grazia è piacevole come un irritamento corporale nel gusto nel tatto, ec.
E come una maggiore irritabilità e dilicatezza del palato, fibre [213]ec.
rende più suscettibili e di più fino discernimento rispetto a questi irritamenti corporali, così nella grazia riguardo allo spirito.
V.
se vuoi Montesquieu l.
più volte cit.
De la délicatesse.
Che se l'effetto rispettivo della grazia de' due sessi è molto maggiore di un irritamento, la cagione non è la sola grazia, come non la sola bellezza negli stessi casi.
Ma la grazia irrita allora una parte sensibilissima dell'uomo, che è l'inclinazione scambievole all'uno de' due sessi, la quale svegliata e infiammata produce effetti che la grazia per se, ed in qualunque altro caso non produrrebbe, quando anche fosse in molto maggior grado.
Così nella pittura farà molto più effetto la grazia di una donna ec.
che di un uomo, la grazia anche di un uomo, che quella di un bel cavallo, perchè sempre la inclinazione che abbiamo ai nostri simili viene ad essere stuzzicata naturalmente più da quello che da questo oggetto.
Lo stesso dite di una pianta rispetto a un cavallo dipinto o scolpito, o di un edifizio dipinto, sebbene in questo caso agisce molto la considerazione in cui noi prendiamo quell'oggetto, cioè di opera umana, e perciò forse più efficace in noi.
Del resto tutto il medesimo accade in materia del bello.
(17.
Agosto 1820.)
Le illusioni per quanto sieno illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano ancora nel mondo, e compongono la massima parte della nostra vita.
E non basta conoscer tutto per perderle, ancorchè sapute vane.
E perdute una volta, nè si perdono in modo che non ne resti [214]una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l'esperienza, e certezza acquistata.
Io ho veduto persone savissime, espertissime, piene di cognizioni di sapere e di filosofia, infelicissime, perdere tutte le illusioni, e desiderar la morte come unico bene, e augurarla ancora come tale, agli amici loro: poco dopo, bensì svogliatamente, ma tuttavia riconciliarsi colla vita, formare progetti sul futuro, impegnarsi per alcuni vantaggi temporali di quegli stessi loro amici ec.
Nè poteva più essere per ignoranza o non persuasione certa e sperimentale della nullità delle cose.
Ed a me pure è avvenuto lo stesso cento volte, di disperarmi propriamente per non poter morire, e poi riprendere i soliti disegni e castelli in aria intorno alla vita futura, e anche un poco di allegria passeggera.
E quella disperazione e quel ritorno, non avevano cagion sufficiente di alternarsi, giacchè la disperazione era prodotta da cause che duravano quasi intieramente nel tempo ch'io riprendeva le mie illusioni.
Tuttavia qualche piccolo motivo di consolarmi, bastava all'effetto, ed è cosa indubitata che le illusioni svaniscono nel tempo della sventura, (e perciò è verissimo, e l'ho provato anch'io, che chi non è stato mai sventurato, non sa nulla.
Io sapeva, perchè oggidì non si può non sapere, ma quasi come non sapessi, e così mi sarei regolato nella vita.) e ritornano dopo che questa è passata, o mitigata dal tempo e dall'assuefazione.
Ritornano con più o meno forza secondo le circostanze, il carattere, il temperamento corporale, e le qualità spirituali tanto ingenite come acquisite.
Quasi tutti gli scrittori di vero e squisito sentimentale, dipingendo la disperazione e lo scoraggiamento totale della vita, hanno cavato i colori dal proprio cuore, e dipinto uno stato nel quale [215]essi stessi appresso a poco si sono trovati.
Ebbene? con tutta la loro disperazione passata, con tutto che scrivendo sentissero vivamente la natura e la forza di quelle acerbe verità e passioni che esprimevano, anzi dovessero proccurarsene attualmente una intiera persuasione ec.
per potere rappresentare efficacemente quello stato dell'uomo, e per conseguenza sentissero ed avessero quasi per le mani il nulla delle cose, tuttavia si prevalevano del sentimento stesso di questo nulla per mendicar gloria, e quanto più era vivo in loro il sentimento della vanità delle illusioni, tanto più si prefiggevano e speravano di conseguire un fine illusorio, e col desiderio della morte vivamente sentito, e vivamente espresso, non cercavano altro che di proccurarsi alcuni piaceri della vita.
E così tutti i filosofi che scrivono e trattano le miserabili verità della nostra natura e ch'essendo privi d'illusioni in fondo, non cercano poi altro veramente col loro libro che di crearsi, e godersi alcuni illusorii vantaggi della vita (v.
Cic.
pro Archia c.11.) Tant'è: la natura è così smisuratamente più forte della ragione, che ancorchè depressa e indebolita oltre a ogni credere, pure gli resta abbastanza per vincere quella sua nemica, e questo negli stessi seguaci suoi, e in quello stesso momento in cui la predicano e la divulgano; anzi con questo stesso predicare e divulgar la ragione contro la natura, la danno vinta alla natura sopra la ragione.
[216]L'uomo non vive d'altro che di religione o d'illusioni.
Questa è proposizione esatta e incontrastabile: Tolta la religione e le illusioni radicalmente, ogni uomo, anzi ogni fanciullo alla prima facoltà di ragionare (giacchè i fanciulli massimamente non vivono d'altro che d'illusioni) si ucciderebbe infallibilmente di propria mano, e la razza nostra sarebbe rimasta spenta nel suo nascere per necessità ingenita, e sostanziale.
Ma le illusioni, come ho detto, durano ancora a dispetto della ragione e del sapere.
È da sperare che durino anche in progresso: ma certo non c'è più dritta strada a quello che ho detto, di questa presente condizione degli uomini, dell'incremento e divulgamento della filosofia da una parte, la quale ci va assottigliando e disperdendo tutto quel poco che ci rimane; e dall'altra parte della mancanza positiva di quasi tutti gli oggetti d'illusione, e della mortificazione reale, uniformità, inattività, nullità ec.
di tutta la vita.
Le quali cose se ridurranno finalmente gli uomini a perder tutte le illusioni, e le dimenticanze, a perderle per sempre, ed avere avanti gli occhi continuamente e senza intervallo la pura e nuda verità, di questa razza umana non resteranno altro che le ossa, come di altri animali di cui si parlò nel secolo addietro.
Tanto è possibile che l'uomo viva staccato affatto dalla natura, dalla quale sempre più ci andiamo allontanando, quanto che un albero tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi.
Sogni [217]e visioni.
A riparlarci di qui a cent'anni.
Non abbiamo ancora esempio nelle passate età, dei progressi di un incivilimento smisurato, e di un snaturamento senza limiti.
Ma se non torneremo indietro, i nostri discendenti lasceranno questo esempio ai loro posteri, se avranno posteri.
(18-20.
Agosto 1820.)
Ripetono tutto giorno i francesi che Bossuet ha soggiogato la sua lingua al suo genio.
Io dico che il suo genio è stato soggiogato dalla lingua costumi gusti del suo paese.
I francesi che scrivono sempre come conversano, timidissimi per conseguenza, o piuttosto codardi, come dev'esser quella nazione presso cui un tratto di ridicolo scancella qualunque più grave e seria impressione, e fa più romore degli affari e pericoli di Stato, si maravigliano d'ogni minimo ardire, e stimano sforzi da Ercole quelli che in Italia e nel resto d'Europa sono soltanto deboli argomenti d'ingegno robusto, libero, inventore e originale.
E per una parte hanno ragione, perchè l'osar poco in Francia, dove la regola è di vivre et faire comme tout monde, costa assai più che l'osar molto altrove.
Ma in fatti poi cercando in Bossuet questo grande ardire, e questa robustissima eloquenza, trovate piuttosto impotenza che forza, e vedrete che appena alzato si abbassa.
Questo senza fallo è il [218]sentimento ch'io provo sempre leggendolo; appena mi ha dato indizio di un movimento forte, sublime, e straordinario, ed io son tutto sulle mosse per seguitarlo, trovo che non c'è da far altro, e ch'egli è già tornato a parler comme tout le monde.
Cosa che produce una grande pena e disgusto e secchezza nella lettura.
Questo non ha che fare colle inuguaglianze proprie dei grandi geni.
Nessun genio si ferma così presto come Bossuet.
Si vede propriamente ch'egli è come incatenato, e fa sforzi più penosi che grandiosi per liberarsi.
E il lettore prova appunto questo medesimo stato.
E perciò volendo convenire che Bossuet sia stato veramente un genio, bisogna confessare che tentando di domar la sua lingua e la sua nazione, n'è stato domato.
Me ne appello a tutti gli stranieri e italiani.
Se non che la voce di tutta la Francia ha tanta forza, che forma il giudizio d'Europa.
E il ridirsi è quasi impossibile.
Sicchè queste parole intorno a Bossuet sieno dette inutilmente.
(20.
Agosto 1820.)
Non è cosa così dispiacevole come il vedere uno scrittore dopo intrapreso un gran movimento, immagine, sublimità ec.
mancar come di fiato.
È cosa che in certo modo rassomiglia agli sforzi impotenti di chi si vede che vorrebbe esser grande, bello ec.
nello scrivere, e non può.
Ma questa è più ridicola, quella più penosa.
In Bossuet l'incontri a ogni momento.
Una grande spinta; credi che seguiterà l'impulso, ma è già finito.
Quando anche [219]il seguito del suo parlare sia forte magnifico ec.
non è più fuoco naturale, ma artifiziale, e preso dai soliti luoghi.
Lascio quando Bossuet non ha niente di vita neppur momentanea, e queste lagune sono immense e frequentissime.
Perchè se la morale ch'egli sempre predica è sublime, sono sublimità ordinarie, e appartengono al consueto stile degli oratori, non hanno che fare coll'entusiasmo proprio e presente.
Ma tu vorresti ch'egli esaurisse l'affetto ec.
Non mi state a insegnare quello che tutti sanno.
Dall'eccesso al difetto ci corre un gran divario.
Ed è contro natura che un uomo quando si è abbandonato all'entusiasmo, ritorni in calma, appena incominciata l'agitazione.
E non c'è cosa più dispettosa che l'essere arrestato in un movimento vivo e intrapreso con tutte le forze dell'animo o del corpo.
Leggendo i passi più vivi di Bossuet il passaggio istantaneo e l'alternativa continua e brusca del moto brevissimo, e della quiete perfetta, vi fa sudare, e travagliare.
Si accerti lo scrittore o l'oratore, che finattanto che non si stancano le sue forze naturali (non dico artifiziali ma naturali) nemmeno il lettore o uditore si stanca.
E fino a quel punto non tema di peccare in eccesso.
Il quale anzi è forse meno penoso del difetto, in quanto il lettore sentendosi stanco, lascia di seguir lo scrittore, e anche leggendo, riposa.
Ma obbligato [220]a fermarsi prima del tempo, non può, come nell'altro caso, disubbidire allo scrittore, il quale per forza gli taglia le ali.
In somma se l'eloquenza è composta di movimenti ed affetti della specie descritta, e di freddezze e trivialità mortali nel resto, allora Bossuet sarà veramente eloquente in mezzo agli eleganti del suo secolo, come dice Voltaire.
(21.
Agosto 1820.)
Si dice con ragione che al mondo si rappresenta una Commedia dove tutti gli uomini fanno la loro parte.
Ma non era così dell'uomo in natura, perchè le sue operazioni non avevano in vista gli spettatori e i circostanti, ma erano reali e vere.
Della natura abbiamo tutto perduto fuorchè i vizi.
Veramente molti di questi non sono naturali, molti sono peggiorati e accresciuti, ma molti saranno ancora primitivi, e in ogni modo non c'è vizio primitivo che non ci rimanga.
E tanto più malvagi quanto non sono contemperati colle virtù e con altre qualità che la natura avea poste in noi.
La compassione spesso è fonte di amore, ma quando cade sopra oggetti amabili o per se stessi, o in modo che aggiunta la compassione lo possano divenire.
E questa è la compassione che interessa e dura e si riaffaccia più volte all'anima.
Maggiori calamità in un oggetto anche innocentissimo ma non amabile, come in persona vecchia e brutta, non destano che una compassione passeggera, la quale [221]finisce ordinariamente colla presenza dell'oggetto, o dell'immagine che ce ne fanno i racconti ec.
(E l'anima non se ne compiace, e non la richiama.) I quali ancora bisogna che sieno ben vivi ed efficaci per commuoverci momentaneamente, laddove poche parole bastano per farci compatire una giovane e bella, ancorchè non conosciuta, al semplice racconto della sua disgrazia.
Perciò Socrate sarà sempre più ammirato che compianto, ed è un pessimo soggetto per tragedia.
E peccherebbe grandemente quel romanziere che fingesse dei brutti sventurati.
Così il poeta ec.
Il quale ancora in qualsivoglia caso o genere di poesia, si deve ben guardare dal dar sospetto ch'egli sia brutto, perchè nel leggere una bella poesia noi subito ci figuriamo un bel poeta.
E quel contrasto ci sarebbe disgustosissimo.
Molto più s'egli parla di se, delle sue sventure, de' suoi amori sfortunati, come il Petrarca ec.
La vispezza e tutti i movimenti, e la struttura di quasi tutti gli uccelli, sono cose graziose.
(21.
Agosto 1820.)
E però gli uccelli ordinariamente sono amabili.
Quella tal compassione che ho detto per oggetti non amabili, si rassomiglia molto e partecipa del ribrezzo, come se noi vediamo tormentare una bestia ec.
E perciò a destarla ci vogliono grandi calamità, altrimenti la compassione per li piccoli mali di quei tali oggetti, appena, o forse neppur si desta negli stessi animi ben fatti.
(21.
Agosto 1820.).
[222]Ses héros aiment mieux étre écrasés par la foudre que de faire une bassesse, ET LEUR COURAGE EST PLUS INFLEXIBLE QUE LA LOI FATALE DE LA NÉCESSITÉ.
Barthélemy dove discorre di Eschilo.
(22.
Agosto 1820.)
La lettura per l'arte dello scrivere è come l'esperienza per l'arte di viver nel mondo, e di conoscer gli uomini e le cose.
Distendete e applicate questa osservazione, specialmente a quello che è avvenuto a voi stesso nello studio della lingua e dello stile, e vedrete che la lettura ha prodotto in voi lo stesso effetto dell'esperienza rispetto al mondo.
(22.
Agosto 1820.)
Dice Macchiavelli che a voler conservare un regno una repubblica o una setta, è necessario ritirarli spesso verso i loro principii.
Così tutti i politici.
V.
Montesquieu, Grandeur etc.
ch.8.
dalla metà in poi, dove parla dei Censori.
Giordani sulle poesie di M.
di Montrone applica questo detto alle arti imitatrici.
Ai principii s'intende, non quando erano bambine, ma a quel primo tempo in cui ebbero consistenza.
(Così anche si potrebbe applicare alle lingue.) Ed io dico nello stesso senso; a voler conservare gli uomini, cioè farli felici, bisogna richiamarli ai loro principii, vale a dire alla natura.
- Oh pazzia.
Tu non sai che la perfettibilità dell'uomo è dimostrata.
- Io vedo che di tutte le altre opere della natura è dimostrato tutto l'opposto, cioè che non si possono perfezionare, ma alterandole, si può solamente corromperle, e questo principalmente per nostra mano.
Ma l'uomo si considera quasi come fuori della natura, e non sottomesso alle leggi naturali che governano tutti gli esseri, e appena si riguarda come [223]opera della natura.
- Frattanto l'uomo è più perfetto di prima.