AMORE E GINNASTICA, di Edmondo De Amicis - pagina 3
...
.
A questo si dedicava con zelo materno: si sforzava di persuader le madri dell'efficacia del suo metodo, quando riluttavano; faceva una guerra implacabile ai busti troppo stretti e ai vestiti troppo stringati; teneva un quadro della statura e del peso di certe alunne per accertarsi degli effetti della sua cura; s'era comperato a sue spese un dinamometro per misurare la loro forza; andava facendo dei piccoli risparmi per comprarsi un apparecchio da misurar la capacità polmonare; avrebbe voluto che s'inventassero dei congegni per misurar la bellezza del portamento, la destrezza, la facoltà d'equilibrio, ogni cosa.
E oltre alle sue lezioni, s'occupava di problemi tecnici speciali, teneva dietro ai vari congressi regionali dei maestri di ginnastica, registrandone le deliberazioni, leggeva quante opere straniere sulla materia le capitassero alle mani tradotte, e non perdeva un numero dei dieci giornali ginnastici d'Italia, di parecchi dei quali era corrispondente.
Uno dei suoi articoli sull'utilità pratica del salto, scritto con garbo e con forza, aveva destato l'ammirazione del maestro Fassi, e dato occasione alla loro amicizia; la quale, peraltro, era da parte del maestro un po'interessata, poiché, pieno di idee e di cognizioni nella sua scienza, egli mancava affatto di stile, come il Marechal di Emilio Augier, e anche un po' di grammatica; e la Pedani provvedeva mirabilmente alla sua deficienza, convertendo i suoi appunti in articoli, ai quali egli metteva con mano franca la propria firma.
Ma la Pedani, che non scriveva per la gloria, non se ne curava.
Tutta dedicata alle sue scuole, in giro tutti i giorni ai quattro angoli di Torino, a tavolino a studiare quando non era in giro, occupata da sé sola in esperimenti ginnastici quando non studiava sui libri, essa esercitava infaticabilmente il suo apostolato per la rigenerazione fisica della razza senza avvedersi né dei mille sguardi che si avvolgevano da ogni parte intorno al suo bellissimo corpo, né delle invidie e delle gelosie che suscitava.
Tanto che chi la conosceva da vicino la considerava come una natura di donna, misteriosa, refrattaria all'amore, e quasi priva d'istinto sessuale, e l'ingegner Ginoni, a cui piaceva di scherzar con lei, la chiamava «la vulneratrice invulnerabile».
E pareva ch'ella giustificasse quest'idea con la nessuna o pochissima cura che prendeva del suo abbigliamento, se non per la pulitezza, che serbava irreprensibile.
Usciva un giorno col cappellino messo di sbieco, un altro col cappotto sbottonato o con gli stivaletti da casa, camminava a passi troppo lunghi, si lasciava sfuggir delle note di voce maschile che facevano voltar la gente stupita, e pronunciava un'erre quadruplicata che dava lo stridore d'una raganella.
Ma invano.
Tutti questi difetti e anche il nasino non finito scomparivano nella bellezza poderosa e trionfante del suo corpo giovanile di guerriera.
Avevano, lei e la Zibelli, una donna di servizio fra tutt'e due, e una stanza che serviva di salotto comune.
Da una parte del salotto c'era la camera della Pedani, dall'altra quella della sua amica, diversissime fra loro, come le indoli delle due persone.
Quella della Zibelli era tenuta con molt'ordine, ornata di quadretti a pastello dipinti da lei in altri tempi, e d'una profusione di lavori d'uncinetto e di traforo, di fiori finti di carta e di cuoio, di paralumi, di guernizioni e di ninnoli, fatti pure dalla sua mano; fra cui vari scaffalini coperti di tendine ricamate, nei quali eran mescolati ai libri scolastici molti romanzi francesi; poiché, secondo le lune, essa si chiudeva rigidamente nella scuola e nella pedagogia, come in un chiostro intellettuale, per dimenticare il mondo e le sue tentazioni, o si buttava con tutta l'anima alle letture di fantasia.
Nella camera della Pedani, all'opposto, c'era sempre l'arruffio d'un magazzino di rigattiere: vestiti gettati qua e là; delle bluse da ginnastica, di rigatino oscuro, appese a dei chiodi; in un canto un bastone Iäger, due paia di manubri sotto il letto, degli zoccoli da esercizio a piè dell'armadio, e sparpagliati un po' da per tutto numeri del «Nuovo Agone», del «Campo di Marte», della «Palestra di Padova», del «Gymnaste Belge» e d'altri giornali della stessa famiglia.
A capo del letto, accanto a un calendario scolastico stracciato, pendeva dal muro, dentro una cornice dorata, una iscrizione calligrafica, regalatale dalle sue alunne, di due versi del Parini:
Che non può un'alma ardita
Se in forti membra ha vita?
La libreria era un monte di volumi scuciti sopra un tavolo coperto da una gazzetta, una collezione tutta ginnastica di prontuari, di manuali, d'atlanti, di letteratura meloginnica, di opuscoli sull'igiene, sul nuoto, sul velocipedismo, e di pubblicazioni del Club alpino; poiché la sua passione per la ginnastica abbracciava tutte le discipline fisiche del genere umano.
Ma quello che dava alla sua camera un aspetto curiosissimo era un gran numero di ritratti, tolti i più da giornali illustrati e appiccicati alle pareti, come in una bottega di venditor di stampe.
Oltre al Baumann, che campeggiava, c'erano i ginnasti italiani più benemeriti: il Gallo di Venezia, il Pizzarri di Chioggia, il Ravano di Genova; sopra questi, il Ravestein, il Nestore dei ginnasti tedeschi; Firmino Lampière, l'«uomo vapore»; una fotografia del Bargossi; un ritratto in oleografia di Ida Lewis, decorata della medaglia d'oro dal Congresso degli Stati Uniti per aver salvato dei naufraghi; ed altri a decine.
Questo strano bazar le serviva da camera da letto e da scrittoio, e perfino da palestra e da scuola, poiché lí faceva ogni giorno i suoi esercizi appena levata e dava le sue lezioni particolari.
Ed era anche un secondo salotto per tutt'e due, perché, quando erano in buon accordo, ci veniva ogni momento la Zibelli, attirata dalla bizzarria di quel disordine, a far quattro chiacchiere con la sua amica.
Erano lí appunto tutt'e due, alle sette della sera, dopo aver desinato, sedute a un piccolo tavolino rischiarato da un lume di benzina, e la Pedani sfogliava sotto gli occhi dell'amica, che le teneva un braccio intorno al collo, la Ginnastica degli anelli del dottor Orsolato, quando venne la portinaia a portar la lettera del segretario.
La Pedani la fece entrare nella sua camera per ripeterle ancora una volta quello che le andava dicendo da un mese, di non torturare più la sua bambina.
Aveva una figliuola che ingobbiva, diceva lei, e s'era lasciata persuadere da un bottegaio ortopedico del vicinato a metterle un busto di lastrine metalliche, il quale, premendola troppo al costato, la faceva soffrire e strillare come un'indemoniata.
La Pedani voleva che la mamma buttasse via quello strumento, cagione possibile d'una consunzione polmonare, e che affidasse la bimba a lei per la cura ginnastica.
Ma quella non ci credeva.
E anche questa volta le diede la risposta solita:
- Ah! ci vuol altro che la sua ginnastica, signora maestra!
- Mi fate pietà, - le rispose la Pedani..
Poi, uscita la portinaia, guardò la soprascritta della lettera, di cui non riconosceva i caratteri.
La Zibelli si alzò come per uscire, ma l'incertezza del suo passo mostrava cosí poca voglia d'andarsene che la Pedani le disse di rimanere.
D'altra parte, essa non faceva segreti né con lei né con altri.
Aperta la busta, guardò la firma, e cominciò a leggere senza dare alcun segno di maraviglia.
Solo quando ebbe finito, sorrise, tentennando il capo, con gli occhi fissi sul foglio, come se per la prima volta le si chiarissero alla mente i vari indizi che le avrebbero dovuto far prevedere quel caso.
La Zibelli, punta dalla curiosità, ma trattenuta da quel silenzio, non osò far domande; ma seguí con l'occhio tutti i suoi movimenti.
L'altra s'alzò, buttò sbadatamente la lettera nel cassetto del tavolino dei libri, e avvicinatasi all'armadio, prese il suo cappello.
La Zibelli si ricordò che la sua amica doveva andare al Club alpino a sentire una conferenza della contessa Palazzi-Lavaggi sulle ascensioni alpine delle donne.
Un'idea le balenò; ma per stornare ogni sospetto, disse sorridendo:
- Ah! tu fai dei misteri.
- Non è un mistero, - rispose la Pedani con indifferenza; - te lo dirò poi -.
E si mise il cappellino alla carlona.
La Zibelli, scherzando, l'accompagnò fino all'uscio, s'andò ad accertare che la serva era in cucina, rientrò lesta nella camera dell'amica, pigliò la lettera nel cassetto, guardò la firma, e impallidí.
Poi lesse la lettera intera, e fu presa da una tal fiammata di rabbia che si guardò intorno con la tentazione di rompere e di calpestare ogni cosa.
Anche quello le portava via! Oh la nefasta creatura! Essa l'avrebbe in quel momento crivellata a colpi di spillo.
E ciò che l'arrabbiava di più era che, sebbene nella lettera non fosse nessun accenno al matrimonio, si capiva però dalla gravità quasi comica d'ogni frase che non era una dichiarazione d'amore fatta alla leggiera, con uno scopo di semplice galanteria; ma una lettera ruminata e ponzata, lo sfogo d'una passione che durava da un pezzo, e con un proposito serio.
E lei s'era potuta illudere in quel modo, e aveva fatto da comodino a tutti e due! Sbatté il foglio nel cassetto, fece due o tre giri per la camera, come se quell'aria la soffocasse e avendo bisogno subito d'una vendetta, datasi in fretta una ravviata ai capelli, uscí di casa, attraversò il pianerottolo, e picchiò all'uscio del maestro Fassi, accomodando alla meglio un viso ridente.
Le aperse la signora Fassi con un viso arcigno che aveva preparato per ricevere la Pedani; ma, vedendo lei, si rasserenò, e la fece entrare in una piccola stanza con le pareti bianche e nude, nella quale quattro ragazzetti facevano un baccano d'inferno intorno a una tavola mezzo apparecchiata.
La Zibelli sapeva di trovare nella signora Fassi un'alleata sicura contro la Pedani, la cui familiarità con suo marito le spiaceva anche più che non dicesse.
Era una donna sui quaranta, con un seno enorme che le impicciava le braccia e con una gran bocca che perdeva le labbra, vestita sempre in casa come una bracina; la quale metteva tre quarti d'ora a scendere e a salir le scale, soffermandosi a parlare con voce piagnucolosa con quanti incontrava, e in particolar modo col segretario, che risapeva i fatti di tutti dalla bocca sua.
Era molto gelosa dei robusti trentotto anni di suo marito, e pareva che avesse un concetto maraviglioso della sua rozza bellezza di caporalone, la quale non consisteva in altro che nella fierezza delle impostature e in due folti baffi che gli andavano dalla bocca alle orecchie.
Ma lo temeva pure, e non osava per questo di far degli sgarbi aperti alla rivale.
La Zibelli disse d'esser venuta per isvagarsi un pochino, fece l'allegra, accarezzò i bimbi, girò per la stanza, aspettando il momento opportuno.
Il quale le parve giunto quando la signora Fassi le domandò se quella sera era sola in casa.
- Sola, - rispose.
- Maria è uscita.
Del resto..
ora non bada più a me.
Ci ha ben altro.
E vista la curiosità della Fassi, non potendosi più contenere, con un tuono forzato di scherzo, senza parlar della lettera, le accennò l'amore del segretario.
Quella rimase con la bocca aperta: la cosa le pareva incredibile.
Poi disse:
- Come lo sa?
- Lo so, - rispose la maestra.
- Ma...
per sposarla?
La maestra fece un segno, come per dire che non c'era dubbio.
- Il segretario è matto, - disse la Fassi, con dispetto mal celato.
- Ma...
e lei?
- Lei, - rispose la Zibelli, - per ora, fa l'indifferente, Ma dirà dieci sí, l'un dietro l'altro.
- Bah! - esclamò la signora, dopo un momento di riflessione.
- Il signor Celzani ci penserà prima un par di volte.
- Ma cosa vuol che pensi don Celzani! - ribatté la Zibelli; e certa di deporre il seme in buon terreno, buttò là come alla sbadata alcune parole, che quella raccolse e registrò nel più profondo della memoria.
- Don Celzani è un ingenuo; per lui una ragazza di trent'anni e una di quindici son tutt'uno.
Non conoscendo lui il mondo, crede che non lo conosca nessuno.
Scommetto che non sa neppure che prima di venire a Torino, Maria è stata maestra in mezza dozzina di comuni.
- E si mise a ridere.
- Si sa le avventure delle maestre nei villaggi; di lei, poi, n'han parlato anche i giornali.
C'è perfino la storia di una compagnia di bersaglieri, nientemeno.
Ah! ci son dei belli originali a questo mondo!
E trascinata dalla rabbia stava per dire di peggio, quando s'udí una forte scampanellata, i ragazzi ammutolirono a un tratto, la signora corse ad aprire, e il maestro Fassi entrò, molto eccitato, con la «Gazzetta di Torino» nella mano.
Tornava allora da Chieri, dove andava due volte la settimana a dar lezione di ginnastica al liceo e alla scuola tecnica.
Salutata appena la Zibelli, si voltò verso sua moglie, mostrando il giornale stretto nel pugno:
- Ne vuoi sapere una nuova, un asino d'un maestro di ballo che salta su con un articolo nella «Gazzetta di Torino», offeso con me perché nell'«Agone» della settimana passata ho detto che il ballo è una diramazione della ginnastica? Ma sai che ci vuol tutta! Ma le ho fatto un onore che non merita all'arte delle pirulette.
Te lo concerò io in un altro articolo, hai da vedere in che maniera, quello sgambettino presuntuoso -.
E seguitò a declamare, abbozzando l'articolo, mentre faceva dei nastri per la stanza.
- È tempo una volta di cantarla chiara a questi ignoranti.
Loro non fanno una differenza al mondo tra un maestro di ginnastica e un acrobata di circo.
Ma il maestro di ginnastica è un uomo di scienza, o signori! Egli deve conoscere la ginnastica teorica, l'anatomia applicata, la pedagogia, l'igiene, la storia della ginnastica, la costruzione di attrezzi e palestre, e la tecnologia; e dev'essere artista! Pezzi d'asini, non sanno che ci vuol la vita d'un uomo soltanto per imparare e tenere a mente tutti gli esercizi? Che si potrebbero scrivere cento volumi solamente sull'installazione degli attrezzi? E poi, vedete a che cosa deve ricorrere un maestro di ginnastica!
E cavò di tasca un foglio, sul quale da un professore di matematica di Chieri s'era fatto cercare per mezzo di formole algebriche il numero dei cambiamenti di posizione nell'esercizio delle bacchette.
Questa era la sua grande smania, di render la ginnastica quanto più possibile complessa e difficile, non solo nel concetto altrui, ma nel proprio.
Non aveva, come la Pedani, alcun ideale del bene dell'umanità: adorava la sua scienza per le soddisfazioni che vi trovava e vi sperava il suo orgoglio.
Oltre che a Chieri, insegnava al liceo e alla scuola tecnica di Carmagnola, a un ginnasio e a un liceo di Torino, agli Artigianelli e alla Società di ginnastica, e da per tutto s'adoperava a inculcare la sua idea, La prima nazione del mondo, aveva detto un grande uomo, sarà quella che avrà più salute, ossia, quella che farà più ginnastica.
A questa scienza, dunque, soggiungeva lui, dovevano convergere tutti gli sforzi dei grandi ingegni, dei governi, della società intera; questa doveva esser messa in cima a tutte le scienze, e la classe dei maestri di ginnastica diventar l'aristocrazia della nazione, E intanto cercava la celebrità per tutte le vie, covando molte e diverse ambizioni; delle quali era principalissima quella d'inventare un attrezzo e di dargli il proprio nome.
E ricascò addosso al ballerino, rimproverandosi di aver profanato, a proposito del ballo, il nome di ginnastica, come lo profanavano le compagnie acrobatiche che s'appropriavano l'aggettivo; e si scagliò contro il governo che, non ostante le istanze del secondo congresso della federazione, s'ostinava a non voler proibire ai saltimbanchi di vituperare la scienza, Già, a tutto si sarebbe riparato adottando, com'egli aveva proposto, la denominazione più nobile e più logica di «istruzione fisica».
Poi domandò bruscamente, alla Baumann: - Che novità?
La moglie gli sciorinò la novità: don Celzani che voleva sposare la maestra Pedani.
Ma, dicendo questo, non vide punto sul viso del marito l'espressione di gelosia che s'aspettava.
Infatti egli non sentiva per la Pedani che l'ammirazione d'un meccanico per una bella macchina, e non aveva mai avuto altro pensiero su di lei che quello di servirsene pe'suoi fini ambiziosi.
Gli spiacque nondimeno quella notizia, prevedendo che, maritata, essa gli sarebbe sfuggita di mano, ed egli sarebbe rimasto senza stile.
Ma non espresse questo pensiero.
- Pazzie! - disse invece, - Una vera maestra di ginnastica non deve prender marito, deve conservarsi come un soldato, libera dell'anima e del corpo.
La maestra Pedani deve consacrarsi tutta alla sua missione.
E la sua missione non è di far dei figliuoli, è di raddrizzare quelli degli altri.
Non farà questa asineria.
Io la persuaderò.
Poi domandò di scatto: - Ma come mai quel santificetur ha avuto la faccia d'innamorarsi d'una cosí bella ragazza?
La signora Fassi arrischiò qualche osservazione sulla bellezza; trovava, per esempio, che don Celzani aveva l'aria più distinta di lei.
E poi la Pedani era una ragazza senza sentimento, si vedeva.
Anche la Zibelli fece i suoi appunti.
Aveva una bella vita, ecco tutto.
Del resto, nessuna finezza di fattezze: era troppo grossa; mancava di grazia; in casa, urtava tutto; aveva il passo d'un'elefantessa.
Il maestro scrollò le spalle, - Tutto questo non conta un'acca, - disse.
- La Pedani non è pane per i suoi denti; lasciando stare che lui è un ciuchino, e lei una ragazza di talento.
- Talento! - esclamò la moglie, voltandosi verso la Zibelli.
- Mio marito le corregge gli articoli.
La Zibelli sapeva la verità su questa faccenda; ma mostrò di credere, sorridendo.
E disse con gravità:
- Non ha sintassi.
Scrive a salti.
- Questo è vero, - osservò il maestro.
- Anzi, per quel che riguarda il giornalismo, sarebbe meglio che si contentasse d'una parte più modesta, che la mettesse meno in vista.
C'è delle questioni, nel campo della ginnastica, che una donna non può e non deve affrontare.
Ma, insomma...
don Celzani non la sposerà, voi vedrete.
Gli metterò io una pulce in un orecchio.
So io come si fa abbassare la coda a questi chiericotti...
Lo interruppe una scampanellata.
Era la Pedani che, tornata dal Club alpino, dove non c'era stata conferenza, veniva a prender l'amica.
Entrò nella stanza e non si volle sedere.
Era colorita di rosa dall'aria frizzante della sera, ansava un poco, dilatando le narici e sollevando il largo petto, e tutta la sua persona spiccava in nero sulla parete bianca con tale arditezza e vigoria di contorni, che la signora Fassi dovette volger la parola ai ragazzi per rompere il silenzio ammirativo cagionato da quella vista.
- Ti vengo a prendere, - diss'ella alla Zibelli, mettendo quattro erre nell'ultima parola; e chi l'avesse sentita senza vederla, l'avrebbe creduta piuttosto un marito, che un'amica.
La Zibelli si mosse, e scambiate altre poche parole coi padroni di casa, uscirono tutte e due, la Pedani per l'ultima, riempiendo per un momento con le sue belle spalle tutto il vano dell'uscio mezzo aperto.
- Tutto sommato, - disse il maestro, fissando ancora l'uscio dopo che era uscita, - non si può dire che don Celzani abbia gli occhi nel sedere.
E sua moglie soggiunse con un sorriso astuto: - Non l'ha ancora sposata.
Il segretario stette penosamente incerto tutto quel giorno e la mattina dopo, se dovesse aspettare una risposta per iscritto, oppure farsi coraggio e chiederla a voce.
Finí col farsi coraggio, e al tocco e tre quarti, ora in cui sapeva che di domenica la maestra usciva sola per andare alla Palestra, si piantò dietro all'uscio di casa sua, spiando pel buco della chiave quando ella fosse comparsa sul pianerottolo.
A vederlo in quell'atteggiamento si sarebbe preso per un uomo appostato per commettere un assassinio, tanto tutta la sua persona era agitata e la respirazione affannosa.
Un rumore lo scosse, egli cacciò fuori il capo, ma lo ritrasse subito; non era che il vecchio professor Padalocchi, chiuso nel suo gran cappotto impellicciato, e tutto curvo, che usciva, tossendo, per la sua solita passeggiata igienica.
Ma un momento dopo egli sentí il passo della Pedani, Dio grande! L'occasione era perduta.
La maestra, raggiunto sul pianerottolo il vecchio, che le fece un grande saluto, si soffermò e attaccò discorso con lui.
Ogni parola della loro conversazione cadde come un peso enorme sul cuore del povero innamorato.
Il signor Padalocchi si lamentò d'un nuovo incomodo: aveva la respirazione incompleta.
- Perché, - gli domandò la Pedani, - non fa un po' di ginnastica polmonare?
Quegli sorrise, ella insiste.
- Glielo dico sul serio.
Non c'è di meglio per dilatare il petto.
Provi a fare tutti i giorni, appena levato, delle inspirazioni ed espirazioni lunghe e ripetute...
in questa maniera.
E le fece, e il segretario ebbe un'ondata di sangue alla testa.
- Ne faccia dieci o venti dapprima, - continuò la maestra, - e n'aggiunga tutti i giorni, se può, una decina.
Le assicuro che a capo di due settimane si sentirà molto meglio.
È un esercizio di effetto immancabile.
Io ne faccio ogni mattina cento e trenta.
Il professore parve persuaso e la ringraziò.
- Faccia la prova, - ripete la Pedani, - e me ne riparlerà.
E poi...
le impresterò io un libro, che contiene tutti i precetti.
A rivederla.
Ciò detto, affrettò il passo.
Il segretario sperò d'indovinare un barlume dell'animo di lei dal modo come avrebbe guardato l'uscio di casa sua, passandovi davanti; ma essa passò senza guardar l'uscio.
E questo lo sgomentò.
Era nondimeno ancora in tempo a raggiungerla sotto il portone, non foss'altro che per interrogarla con gli occhi; ma nell'atto di slanciarsi fuori, si sentí gridare in viso: - Oh dolce segretario!...
- Dio grande! Era 1'Ingegner Ginoni, il quale veniva, come tutti gli anni, a pregare il padron di casa, suo vecchio amico, di scendere quella sera da lui per un piccolo trattamento di famiglia che soleva fare nel giorno natalizio dei suoi gemelli.
Anche il secondo colpo era fallito.
Non gli restava più che aspettar la sentenza dalla posta.
C'era poca gente, quella sera, in casa Ginoni.
Il professor Padalocchi non aveva potuto venire, la Zibelli non aveva voluto, il padron di casa non compariva: nella sala da pranzo, intorno a una gran tavola ovale, coperta di fruttiere piene di dolci e di bottiglie di vini sardi e siciliani, non c'era che la famiglia, la maestra Pedani, e tre piccole amiche della figliuola, con la loro nonna, che stavan di casa sull'altra scala.
Ma la gioventù, ch'era la maggioranza della riunione, le dava grazia e allegrezza, formandovi una bella corona di teste bionde sotto alla luce calda d'una ricca lampada a gas, che indorava ogni cosa.
La bimba, di cui la Pedani era ancora maestra di ginnastica alla scuola Margherita, aveva tredici anni, e pareva il ritratto del figliuolo più piccolo, suo gemello, alunno di terza ginnasiale.
Il figliuol maggiore - Alfredo - di ventun'anno, studente di matematica all'Università e velocipedista chiarissimo, era un biondino ardito, con due begli occhi maligni, già disinvolto come un uomo rotto al mondo; e s'era messo a sedere cosí vicino alla maestra, che questa aveva dovuto farsi un po'indietro per non strisciarlo con la spalla e col fianco.
Egli era l'idolo di sua madre, che non aveva ancora quarant'anni: una acciuga elegante e indolente, con un gran naso aristocratico, benevola, quando non l'urtavano nell'amor cieco che aveva per quel figliuolo.
Il più simpatico della famiglia era l'Ingegnere, bell'uomo sulla cinquantina, grigio, ridente, lavoratore, gran parlatore, gran celione, amante della vita larga, ma senza fumo.
Marito e moglie avevano una simpatia cordiale per la Pedani, in parte per l'originalità rispettabile del suo carattere e più perché la loro bimba l'adorava; e non dissentivano da lei che per un'avversione dichiarata alla ginnastica, nata da che un loro nipote, alunno d'un collegio convitto di Milano, anni prima, s'era rotto un braccio cadendo dalle pertiche d'ascensione.
- Amici, - le soleva dire il Ginoni incontrandola su per le scale; - ma fino alla soglia della palestra.
Oppure: - Abbasso la ginnastica! - e ogni volta che si trovavano insieme, la stuzzicava facetamente su quell'argomento.
E la conversazione cadde lí, anche quella sera.
Fra l'altre cose, per criticare il nuovo metodo d'insegnamento, l'ingegnere raccontava di aver visto l'anno prima eseguire i passi ritmici alle Figlie dei militari dell'istituto di San Domenico, dov'era andato per visitare i locali.
Sí, lo spettacolo gli era piaciuto.
Quelle cento e cinquanta ragazze grandi, con quei bei vestiti neri e azzurri, e con quei piccoli grembiali bianchi, schierate in un vasto cortile, che si movevan tutte insieme al comando d'una maestra, con dei movimenti graziosi di contraddanza, facendo un fruscio cadenzato che pareva una musica di bisbigli; tutte quelle belle braccia e quelle piccole mani per aria, quelle grosse trecce saltellanti sulle nuche rosee e sui torsi snelli, quei trecento piedi arcati e sottili, e la grazia indefinibile di quelle mosse cosí tra il ballo e il salto, con quelle vesti lunghe, che davan loro l'aspetto di un corpo di ballo pudibondo, era nuovo e seducente senza dubbio.
Ma, Dio mio! Quante parole metteva fuori quella maestra per farle muovere! Chiacchierava più lei di quello che esse movessero, eran dei comandi interminabili da generale di brigata, una complicazione faticosa di coreografia.
E poi, un movimento rattenuto e misurato a centimetri, insufficiente per quei corpi fatti e pieni di vita, una combinazione d'esercizi compassati, cercati con la penna, per servir di spettacolo a commissioni e a invitati.
A lui sarebbe venuto voglia di troncar la rappresentazione a metà, e di sguinzagliarle tutte in un prato fiorito, come una mandra di puledre.
Ma la Pedani, su questo, era d'accordo con lui.
Essa era baumannista appunto perché il Baumann faceva guerra alla ginnastica coreografica e voleva per le ragazze una scuola più virile.
- Allora, - disse l'ingegnere, - per farla arrabbiare le dirò male del Baumann.
- Io lo difenderò, - rispose la maestra.
- Si provi.
- No, - disse lui, sorridendo, - non lo farò, non sono abbastanza enciclopedico perché ora la ginnastica abbraccia tutte le scienze -.
E citò un conferenziere della Filotecnica che, sere innanzi, dovendo trattar della ginnastica, aveva fatto prima una corsa sterminata a traverso alla filosofia, all'etnologia, all'antropologia, e messo sottosopra tutto lo scibile umano; poi aveva finito coi manubri.
- La ginnastica, - rispose tranquillamente la Pedani, - ha relazione con tutte le scienze.
- E come no? - ribatte l'ingegnere.
- Anzi, è la chiave di tutte.
Ora dicono che un ragazzo che trova difficoltà a risolvere un problema, non ha che a fare un quarto d'ora d'esercizio alle parallele, poi si rimette a tavolino, e tutto è fatto,
- Il signor ingegnere scherza, - disse la Pedani, alzando una spalla, - io non rispondo più.
- Non scherzo, - rispose il Ginoni, continuando a scherzare, - Non s'è anche detto che la ginnastica darà il gambetto alla medicina? Mi par che sia il maestro Fassi che ha scritto che ci son certi esercizi che equivalgono a certe ricette.
Bel tipo quel maestro Fassi! È anche lui, credo, che trova delle trasformazioni maravigliose nella musculatura dei suoi alunni dalla mattina del lunedí alla sera del sabato.
Per esempio, egli ha un'ideale di società originalissimo: la gente saltellante per le strade, capre e parallele in tutte le piazze, la lotta obbligatoria in tutti gli uffizi, esercizi degli arti superiori nei salotti...
- Non dica di più, ingegnere, - disse la Pedani,- perchè mi rincresce davvero di sentire un uomo come lei mettere in ridicolo una cosa tanto seria.
Come si fa a scherzare sulla ginnastica mentre abbiamo, su trecentomila iscritti alla leva, ottantamila riformati per inattitudine fisica! Mentre abbiamo i ginnasi pieni di giovanetti scoloriti, che hanno petti e braccia di bambini, e su dieci ragazze della miglior società non se ne trovan due senza qualche difetto di costituzione!...
Oh! è un triste scherzo!
- Domando perdono, - rispose 1'ingegnere - Io non combatto la ginnastica...
ginnastica.
Io l'ho con questa nuova ginnastica scientifico-letterario-apostolico-teatrale, che hanno inventata per dar delle feste e degli spettacoli, per fabbricare dei grandi uomini e moltiplicare i congressi, e per menare la lingua e la penna mille volte più che non le braccia e le gambe.
Non è mica questa, credo, la ginnastica che difende la signorina.
- Non la difendo, - rispose questa, - perchè non esiste, perchè non è altro che un'invenzione di loro signori.
Io non conosco altro che una ginnastica ragionata, fondata sulla conoscenza dell'anatomia, della fisiologia e dell'igiene, che dà all'infanzia la forza, l'agilità, la grazia, la salute, il buon umore, e rialza tutte le facoltà morali e intellettuali.
Io credo a questi effetti perchè sono provati e li vedo; credo quindi che la ginnastica sia la più utile, la più santa delle istituzioni educative della gioventù, e quelli che la combattono, mi scusi...
mi fanno pena, mi paiono gente accecata, nemici incoscienti dell'umanità.
L'ingegnere rise un poco del leggero tono declamatorio delle ultime parole: - No, signorina, - disse poi - non sono nemico di chi senza consultare il medico come si dovrebbe far sempre e non si fa mai, mette a far ginnastica dei ragazzi che hanno delle infermità e dei difetti, e che si fanno del male; mi comprende? Sono anche nemico di chi fa nascere fra i robusti e i deboli delle gare d'amor proprio, che ai deboli costano delle rotture di collo; nemico di chi riduce la ginnastica, che dovrebb'essere un sollievo dello spirito, a un artificio teorico che occupa e affatica la mente come un altro studio qualunque.
E questo è quel che succede.
E sono anche nemico delle esagerazioni.
Credo che i buoni effetti, che sono innegabili, della ginnastica si esagerino iperbolicamente, ingannando il mondo.
Mi permetta di assicurarle, per esempio, che nessun esercizio e nessun attrezzo avrebbe mai dato a lei la fiorente salute e la conformazione, che ella si può vedere nell'armadio a specchio.
Il figliuolo maggiore approvò, facendo l'atto di batter le mani.
Negli occhi alla Pedani passò il lampo d'un sorriso.
Ma si rifece subito seria.
- Sempre cosí, - rispose; - io dico delle ragioni, lei degli scherzi.
Non le dico più che una cosa.
La Germania e l'Inghilterra, che sono le due prime nazioni d'Europa, sono quelle che fanno più ginnastica.
Il popolo greco, che fu il primo dell'antichità, era il popolo più ginnastico del mondo -.
E soggiunse con un sorriso: - Lei lo sa: Aristodemo, perchè gli abitanti di Cuma, ch'egli aveva assoggettati, non potessero più ribellarsi alla sua tirannia, proibí loro di far la ginnastica.
- L'avrà fatto per amicarseli, - rispose l'ingegnere.
La maestra tacque un momento.
Poi disse con vivacità: - Per fortuna, non la pensan tutti come lei.
Lei non conosce il nostro mondo.
L'idea si fa strada da ogni parte, anche in Italia.
Lo sa lei che abbiamo delle centinaia di società di ginnastica? Che ci sono dei signori appassionati che profondono il loro patrimonio per fondar palestre, che c'è un gran numero di medici giovani che consacrano alla ginnastica tutti i loro studi, e delle centinaia di maestri che imparano apposta le lingue straniere per studiare la letteratura ginnastica universale, la quale conta migliaia di volumi, scritti da scienziati eminenti?
L'ingegnere fece un gesto vago, senza rispondere, perché era occupato da qualche momento a far dei cenni col capo al suo figliuolo maggiore, il quale si avvicinava tanto alla maestra e la bruciava con gli occhi in un modo, che era una vera indecenza.
- Abbasso Baumamn! - disse infine, per dir qualche cosa,
Ma quando le toccavano il Baumann, la Pedani non ammetteva celie.
Saltò su.
Il Baumann era benemerito del paese, era il fondatore d'una nuova ginnastica che avrebbe dato immensi frutti, un grande ingegno, un gran dotto, un creatore di caratteri.
Essa l'aveva conosciuto al Congresso: era una figura di uomo predestinato a grandi cose: vicino alla sessantina, pareva un giovane; aveva una fronte superba, il gesto fulmineo, la parola scultoria, un'eloquenza dominatrice di soldato e d'apostolo.
Il Baumann, datigli i mezzi, avrebbe rifatto una nazione.
Non foss'altro che per la riforma che voleva fare della ginnastica femminile, le donne d'Italia gli avrebbero dovuto innalzare una statua.
L'ingegnere fece insieme una piruletta e un frullo con una mano.
La signora Ginoni prese allora la parola, con la sua voce indolente: - Eppure, cara maestra, la ginnastica, per le ragazze, ha anche i suoi inconvenienti.
I maestri di ballo osservano che toglie la grazia e abitua a movimenti scomposti.
Cosí i maestri di pianoforte dicono che, quando tornan dalla palestra, le signorine non san più sonare.
Anche i professori di disegno si lamentano.
- È gelosia di mestiere, - rispose la maestra; - lo creda, signora.
È impossibile che faccia danno al ballo o a qualunque arte l'esercizio ginnastico, poiché per effetto appunto di quest'esercizio la sinovia si versa più abbondante nelle articolazioni mobili delle ossa e rende tutti i movimenti più facili e più liberi...
Vede? Anche il suo figliuolo mi dà ragione.
A proposito, - soggiunse, voltandosi verso lo studente, - debbo ringraziarla del suo bel regalo.
Il giovane diede un guizzo; ma non arrossí punto: ci voleva altro.
Però, avrebbe preferito il silenzio.
E con molta disinvoltura disse a sua madre che aveva mandato alla maestra, supponendo che le dovesse piacere, il piano d'un ginnasio greco, copiato da lui in biblioteca,
La signora sorrise a fior di labbra.
E disse alla Pedani:
- Domenica scorsa, Alfredo ha vinto il premio d'una bandiera alle corse dei velocipedi.
La Pedani si fece raccontare: essa si occupava con curiosità di quelle gare, conosceva i nomi dei vincitori soliti, andava qualche volta alla pista, e benché non fosse mai montata sopra un velocipede, discorreva di bicicli, di tricicli e di biciclette con piena cognizione della materia.
Ma questa volta, raccontandole le vicende della sua corsa, nella quale egli aveva cavallerescamente aspettato che si rialzasse il suo competitore caduto, il giovane le si strinse addosso per modo, civettando col capo e con gli occhi, che suo padre non poté a meno di fargli un cenno severo, che egli non vide.
- Vede dunque, - disse la maestra all'ingegnere, facendosi un po'in dietro con la seggiola, - anche il suo studente è con noi.
Siamo dunque in maggioranza per la ginnastica, in questa casa.
Il Fassi, io e la mia amica, il signor Padalocchi che fa ginnastica polmonare, suo figlio, il commendator Celzani...
Al nome di Celzani l'ingegnere diede una risata, - Ah! Quanto al commendator Celzani, - disse, - lo lasci stare.
- Come? - domandò la Pedani.
- Non va forse a tutti i saggi di ginnastica che si dànno, dal primo all'ultimo, alla Palestra, a scuole, a istituti?...
La sua approvazione vuol dir molto.
Non mi potrà negare la serietà del commendator Celzani.
- Io non la nego; tutt'altro! - rispose il Ginoni con brio; - tanto più che è mio buon amico.
Anzi, dico che è una delle più venerande canizie di Torino.
Soltanto...
- e qui guardò furtivamente le bimbe grattandosi il mento, come se cercasse un modo di spiegarsi senza farsi capire da loro.
Ma le bimbe, occupate a spartirsi i confetti, non gli badavano.
- Soltanto...
- riprese, il suo culto per la ginnastica è troppo parziale.
Veda un po' s'egli si cura più che tanto della ginnastica maschile.
E poi, dà troppo più importanza alla seconda età che alla prima.
Però, è ammirabile la puntualità con cui va a quegli spettacoli e l'attenzione che vi presta.
Egli ci trova proprio degli alti godimenti...
intellettuali.
E n'esce tutto grave, coi suoi dolci occhi azzurri socchiusi, immerso in profondi pensieri.
Ah! se si potessero scrivere! Io lo conosco.
E non è il solo.
Egli è un tipo.
...
[Pagina successiva]