COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 34
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Ma nell'altro arem? Qui tutto è rigorosamente turco dal vestire della signora fino alla più piccola suppellettile.
Di libri non c'entra che il Corano, di giornali non ci penetra che lo Stambul.
Se la signora s'ammala, non si chiama il medico, ma una di quelle tante dottoresse turche, che hanno uno specifico miracoloso per tutti i mali.
Se il padre e la madre della signora son gente infetta dalla tabe europea, non si permette loro di veder la figliuola che una volta la settimana.
Tutte le aperture della casa sono bene ingraticolate e chiavistellate, e d'europeo non c'entra proprio altro che l'aria, eccetto il caso che la signora abbia avuto la disgrazia d'imparare un po' di francese da bambina, chè allora la suocera è capace di metterle in mano un qualche romanzaccio della peggio specie, per poterle dir poi: - Lo vedete che bella società è quella che voi volete scimmiottare? che fior di roba produce? che belli esempi vi porge?
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Eppure la vita delle donne turche è piena d'accidenti, di brighe, di pettegolezzi, che a primo aspetto non si credono possibili in una società dove i due sessi non hanno comunicazione diretta fra loro.
In un arem, per esempio, c'è la vecchia madre che vuol levar dal cuore di suo figlio una delle mogli per farci entrare la prediletta da lei, e cerca ogni modo di nascondergli i figliuoli di quella, e di farne trasandare l'educazione perchè egli non ci ponga affetto, e non li preferisca a quei dell'altra.
In un altro c'è una moglie, che non potendo staccare il marito dalla sua rivale per riaverne l'amore essa sola, cerca almeno di sfogare il proprio dispetto staccandolo da quella per un'altra, e a questo scopo cerca per mare e per terra una bella schiava da metter sotto gli occhi all'Effendi, perchè se ne incapricci e tradisca con essa la sua favorita.
Un'altra moglie, che fa per inclinazione naturale la sensale di matrimonii, s'ingegna di fare in maniera che un tale suo parente veda spesso una tale ragazza, e se ne innamori, e la sposi, e la rubi così al proprio marito il quale cova da un pezzo il proposito di farla sua.
Qui è un gruppo di signore che si quotano a un tanto ciascuna per regalare, con qualche secondo fine, una bella schiava al gran Visir o al Sultano; là sono altre signore, alto locate, che movendo mille fili segreti di parentele potenti, vengono a capo di quello che vogliono, e fanno cader nemici da alte cariche, e salirvi amici, e divorziar l'uno, e partire un altro per una provincia lontana.
E benchè ci sia meno commercio sociale che nelle nostre città, non si sanno meno che fra noi i fatti degli altri.
La fama d'una donna spiritosa, o d'una gran maldicente, o d'una gelosa feroce, o d'una grulla, si spande molto al di là del cerchio dei conoscenti.
Anche là i motti arguti e i bei giochi di parole, a cui la lingua turca si presta mirabilmente, corrono di bocca in bocca e fanno dei giri infiniti.
Le nascite, le circoncisioni, i matrimonii, le feste, tutti i più piccoli avvenimenti che seguono nelle colonie europee e nel Serraglio, sono argomento di chiacchiere interminabili.
Avete visto il nuovo cappellino dell'Ambasciatrice di Francia? Si sa nulla della bella schiava venuta dalla Georgia, che la Sultana Validè regalerà al Sultano il giorno del gran Beiram? È vero che la moglie di Ahmed-Pascià è uscita ieri l'altro cogli stivaletti all'europea guerniti di nappine di seta? Sono finalmente arrivati i vestiarii da Parigi per la rappresentazione del Bourgeois gentilhomme al teatro del Serraglio? È una settimana che la moglie di Mahmud-effendi va a pregare ogni mattina nella moschea di Baiazet per ottenere la grazia di due gemelli.
È seguito uno scandalo in casa del tal fotografo di via di Pera, perchè Ahmed-effendi ci ha trovato il ritratto di sua moglie.
La signora Aiscè beve vino.
La signora Fatima s'è fatta fare dei biglietti di visita.
La signora Hafiten è stata vista entrare alle tre e uscire alle quattro dalla bottega d'un franco.
La piccola cronaca maligna circola con una rapidità incredibile fra quelle innumerevoli casette gialle e vermiglie, s'allaccia con quella della corte, si spande per Scutari, s'allunga sulle due rive del Bosforo fino al mar Nero, e arriva non di rado fino alle grandi città di provincia, di dove ritorna ricamata e frangiata a provocar nuove risate e nuovi pettegolezzi nei mille arem della metropoli.
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Sarebbe un divertimento curioso, se ci fossero fra i turchi, come ce n'è fra noi, di quei gazzettini viventi del bel mondo, che conoscono tutti e sanno e propalano tutto; sarebbe un divertimento insieme e uno studio amenissimo dei costumi di Costantinopoli, l'andarsi a piantare con uno di costoro all'entrata delle Acque dolci d'Europa, un giorno di festa, e farsi dire una paroletta a proposito di tutte le persone notevoli per un verso o per l'altro che ci passerebbero davanti.
Ma che importa che non si sia fatto? Le cose si sanno, le persone si possono immaginare.
Per me è come se vedessi e sentissi in questo momento.
La gente passa, e il turco accenna e ciancia.
Quella signora lì s'è rotta che è poco con suo marito ed è andata a stare a Scutari; Scutari è il rifugio delle malcontente e delle imbronciate; è andata a stare con una sua amica, e ci starà fin che suo marito, il quale in fondo le vuol bene, le andrà ad annunziare che s'è sbarazzato della concubina, cagione della rottura, e la ricondurrà a casa pacificata.
Questo effendi che passa è un impiegato del Ministero degli esteri, il quale per non aver che fare con parenti e parenti di parenti, che spesso mettono la discordia in casa, ha fatto come fanno tanti altri: ha sposato una schiava araba, che prende appunto in questi giorni le prime lezioni di lingua turca dalla sorella del marito.
Quest'altra bella donnina è una divorziata, la quale aspetta che l'effendi tale abbia ripudiata una delle sue quattro mogli per andare a prendere il posto che le è stato promesso da un pezzo.
Quell'altra laggiù è una signora che dopo aver fatto divorzio due volte dallo stesso marito, lo vuol sposare daccapo, e lui è d'accordo; e per far questo essa sposa fra qualche giorno, come vuole la legge, un altr'uomo, il quale sarà suo marito per una notte sola, e farà divorzio subito, dopo di che la bella capricciosa potrà celebrare il suo terzo matrimonio col primo sposo.
Questa brunetta cogli occhi spiritati è una schiava abissina, stata regalata da una gran signora del Cairo a una gran signora di Stambul, la quale è morta, e le ha lasciato il posto di padrona di casa.
Questo effendi di cinquant'anni è già stato marito di dieci donne.
Questa vecchietta vestita di verde può vantarsi d'essere stata moglie legittima di dodici uomini.
Quest'altra è una signora che si fa d'oro comprando ragazze di quattordici anni, a cui fa insegnare la musica, il ballo, il canto, le belle maniere della società signorile, e poi le rivende col guadagno del cinquecento per cento.
Ecco là un'altra bella signora di cui posso dirvi il costo esatto: è una circassa che fu comprata a Tophané per cento e venti lire turche e rivenduta tre anni dopo per la bagattella di quattrocento.
Questa qui che s'aggiusta il velo è passata per una trafila singolare: è stata prima schiava, poi odalisca, poi moglie, poi divorziata, poi moglie daccapo, e adesso è vedova e sta brigando per un nuovo matrimonio.
Guardate questo effendi: è in una condizione curiosa; ve la do in mille a indovinare; sua moglie è innamorata d'un eunuco, e si dice che è capace di dare a suo marito una cattiva tazza di caffè, per andare a stare in pace coll'amante, e non sarebbe il primo esempio d'un amore così mostruosamente spirituale.
Quello là è un negoziante che per ragioni di commercio ha sposate quattro donne, e ne tiene una a Costantinopoli, una a Trebisonda, una a Salonico e la quarta in Alessandria d'Egitto, ed ha così quattro porti amorosi in cui riparare al termine dei suoi viaggi.
Questo bel pascià di ventiquattr'anni non era un mese fa che un povero uffiziale subalterno della guardia imperiale, e l'ha fatto pascià di sbalzo il Sultano per dargli in moglie una sua sorella; ma sconta i peccati degli altri mariti turchi, perchè con una Sultana non si celia, e si sa che quella è "gelosa come un usignolo", e forse, se cercassimo bene tra la folla, troveremmo una schiava che lo pedina alla lontana per scoprir chi guarda e chi non guarda.
Guardate questo bel fusto di donna: non c'è bisogno d'un occhio fine per accorgersi che è un fiore uscito dal Serraglio; è stata una bella del Sultano, e l'ha sposata mesi sono un impiegato del Ministero della guerra, che per mezzo suo ha ora un piede nella Corte e farà in poco tempo molta strada.
Ecco là una bambina di cinque anni che fu fidanzata oggi a un ragazzo di otto; lo sposino è stato condotto dai parenti a farle visita, l'ha trovata di suo genio e ha fatto subito le furie perchè un cuginetto alto un metro l'ha baciata in presenza sua.
Ecco una vecchia strega che ieri l'altro ha fatto scannar due montoni in ringraziamento ad Allà perchè la sbarazzò d'una nuora che detestava.
Ecco là una medichessa briccona, a cui una signora ha messo nelle mani una delle sue schiave, incaricandola di farle andare a male il frutto d'un suo intrighetto coll'Effendi, poichè se la schiava mette al mondo una creatura, la padrona non la può più vendere e il padrone bisogna che se la tenga.
Quest'altra è una donna dello stesso conio, a cui certi effendi danno di tratto in tratto l'incarico di verificare de visu se una schiava che vogliono pigliarsi in casa è proprio schietta farina.
Quella là col viso tutto coperto e col feregé lilla, è la moglie d'un turco amico mio; ma non è turca, è cristiana, è va tutte le domeniche in chiesa; ma non ne dite nulla a nessuno, per riguardo a lei, non già per il marito, chè il Corano non proibisce di sposar le cristiane, e per purificarsi dall'abbraccio d'un infedele basta lavarsi il viso e le mani.
Ah! che cos'abbiamo perduto! È passata una carrozza del Serraglio; c'era dentro la terza cadina del Sultano: ho riconosciuto il nastro color di rosa al collo dell'intendente: la terza cadina, regalo del pascià di Smirne, che ha i più grandi occhi e la più piccola bocca dell'impero; una figura sul gusto di questa piccola hanum col nasino arcato, che ieri offese Gesù e Maometto con un pittore inglese di mia conoscenza.
La sciagurata! E pensare che quando i due angeli Nekir e Munkir giudicheranno l'anima sua, essa crederà di scusarsi colla solita bugia, dicendo che in quel momento aveva gli occhi chiusi e non riconobbe l'infedele!
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Ma dunque ci sono delle turche infedeli? Se ce ne sono! Nonostante la gelosia degli effendi e la vigilanza degli eunuchi, nonostante i cento colpi di frusta che il Corano minaccia ai colpevoli, nonostante che i mariti turchi formino tra loro una specie di società di mutua assicurazione, e che segua là tutto l'opposto di quello che segue in altri paesi, dove par che tutti cospirino tacitamente a danno della felicità coniugale; si può quasi affermare che le "velate" di Costantinopoli non commettono meno peccati che le "non velate" di molte città cristiane.
Se ciò non fosse, Caragheuz non avrebbe così spesso sulla bocca la parola kerata, la quale, tradotta in un nome storico, significa Menelao.
O com'è possibile? È possibile in mille maniere.
Già bisogna dire che donne nel Bosforo non se ne gettano più, nè dentro un sacco, nè senza sacco, e che i castighi del digiuno, del silenzio, del cilicio, delle bastonate sulle piante dei piedi, non son più che minacce di qualche kerata bestiale.
La gelosia cerca d'impedire il tradimento; ma quando s'accorge di non esservi riuscita, non fa più nè le furie nè le vendette d'una volta, poichè ora è assai più difficile di tener nascoste le tragedie domestiche fra le mura della casa, e nella società musulmana è entrata, con molte altre forze europee, la forza del ridicolo, di cui la gelosia ha paura.
E oltre a ciò la gelosia turca, che nella maggior parte dei casi è una gelosia fredda, corporale, d'amor proprio più che d'amore, è bensì severa, pesante, ed anche vendicativa; ma non può avere i mille occhi e l'attività investigatrice e infaticabile di quella che vien proprio dal vivo dell'anima innamorata.
E poi chi vigila sulle donne separate dal marito, od anche non separate, ma che stanno in una casa a parte, dove egli non va tutti i giorni? Chi le segue per i vicoli intricati di Pera e di Galata e per i quartieri lontani di Stambul? Chi impedisce a un bell'aiutante di campo del Sultano di fare quel che gli vidi far io, di passar di galoppo accanto a una carrozza, alla svoltata d'uno stradone, nel punto in cui l'eunuco che è dinanzi gli volge le spalle e quello di dietro non può vederlo perchè c'è la carrozza frammezzo, e di gettare passando un bigliettino nello sportello? E le sere del Ramazan che le donne stan fuori fino a mezzanotte? E le cocone compiacenti, specie quelle che stanno sul confine d'un sobborgo cristiano e d'un sobborgo musulmano, che ricevono in casa un'amica velata, senza chiuder la porta ad un amico europeo? Le avventure però non son più nè strane nè terribili come altre volte.
Non ci son più le gran dame che di notte, dopo soddisfatto un capriccio, precipitano nel Bosforo per un trabocchetto il giovane di bottega che ha portata all'arem la stoffa comprata da loro la mattina; come faceva una Sultana del secolo scorso.
Ora tutto procede prosaicamente.
I primi convegni si danno per lo più nelle retrobotteghe.
Si sa; ci sono da per tutto dei bottegai che fanno bottega d'ogni cosa.
E non c'è da domandare se le autorità turche cerchino di impedire questi abusi.
Basti il dire che delle prescrizioni per il buon ordine che dà la Polizia di Costantinopoli in occasione delle grandi feste, la maggior parte si riferiscono alle donne, e sono direttamente rivolte a loro in forma di consigli o di minaccie.
È proibito alle donne, per esempio, d'entrare nelle stanze interne delle botteghe: debbono stare in modo da esser viste dalla strada.
È proibito alle donne di andare in tramway per divertimento: ossia debbono scendere al termine della corsa e non tornare subito indietro per la stessa via.
È proibito alle donne di far segni alla gente che passa, di fermarsi qui, di passar per di là, di trattenersi più di quel certo tempo in quei dati luoghi: tutte prescrizioni che ognuno può immaginare come vengano poi rispettate e se sia possibile farle rispettare.
E poi c'è quel benedetto velo, che fu istituito come una salvaguardia dell'uomo, e che ora è diventato una salvaguardia della donna, perchè se lo mettono trasparente per far saltare i capricci, e fitto per poterli appagare; dal che si dice che nascano molti accidenti bizzarri: di amanti fortunati che dopo molto tempo non sanno ancora chi siano le loro belle; di donne che si nascondono sotto il nome d'un'altra per fare una vendetta; di corbellature, di riconoscimenti, d'imbrogli, che danno luogo a chiacchiere e a battibecchi infiniti.
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Le chiacchiere vanno poi tutte a confondersi e a ribollire nelle case di bagni, che sono i luoghi usuali di convegno per le donne turche.
Il bagno è in certo modo il loro teatro.
Ci vanno a coppie e a brigate colle schiave, portando con sè cuscini, tappeti, oggetti di toeletta, ghiottonerie, e qualche volta il desinare, per starvi dalla mattina alla sera.
Là, in quelle sale semioscure, fra i marmi e le fontane, si trovano qualche volta insieme più di duecento donne, nude come ninfe o mal velate, che a detta delle signore europee che ci furono, presentano uno spettacolo da far cadere il pennello di mano a cento pittori.
Vi si vedono le hanum bianchissime accanto alle schiave nere come l'ebano; le belle matrone dalle forme poderose che rappresentano l'ideale della bellezza per i turchi di gusto antico; delle sposine smilze e giovanissime, coi capelli corti e ricciuti, che sembrano giovinetti; circasse coi capelli d'oro che cascano fino alle ginocchia; turche che hanno fino a cento trecce nerissime sparse per il seno e per le spalle; altre coi capelli divisi in un'infinità di piccole ciocche disordinate che fanno la figura d'una parrucca enorme; una con un amuleto al collo, un'altra con uno spicchio d'aglio legato al capo per scongiurare il mal d'occhio; delle mezze selvagge con rabeschi sopra le braccia; le donnine alla moda che hanno intorno alla vita le tracce del busto e intorno al collo del piede i segni dello stivaletto; e qualche volta anche delle povere schiave che mostrano sulle spalle le impronte del frustino degli eunuchi.
Si vedono mille gruppi e mille atteggiamenti graziosi e bizzarri; alcune fumano sdraiate sui tappeti, altre si fanno pettinar dalle schiave, altre ricamano, altre canterellano, ridono, si spruzzano e si rincorrono, o strillano sotto le doccie, o gozzovigliano sedute in cerchio, o tagliano i panni al prossimo aggruppate in disparte.
E scoprendo il loro corpo, scoprono anche, là più che altrove, la loro indole fanciullesca.
Si misurano i piedini, si giudicano, si confrontano.
Una dice francamente: - Son bella; - un'altra: - Son passabile: - un'altra: - Mi rincresce d'aver questo difetto - oppure: - Ma sai che sei più bella di me, tu? - E qualcuna dice in tuono di rimprovero all'amica: - Ma guarda dunque la signora Ferideh com'è diventata grassa a mangiar gamberi schiacciati, tu che dicevi che fanno meglio le pallottole di riso? - E quando c'è una cocona garbata la circondano e le fanno mille domande: - Ma è vero che andate ai balli scoperte fin qui? Il vostro effendi che cosa ne pensa? E gli altri uomini che cosa ne dicono? E come vi pigliate per ballare? In codesto modo? Ma davvero? Ma son proprio cose che bisognerebbe vederle per poterci credere!
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E non solo nei bagni, ma per tutto e in tutte le occasioni cercano di conoscere signore europee, e son felici quando possono attaccar discorso con esse, e specialmente quando possono riceverle in casa.
Allora radunano le amiche, mettono in vista tutte le donne di servizio, fanno un po' di festa, rimpinzano la visitatrice di dolci e di frutti, e di rado la lasciano andar via senza un regalo.
Il sentimento che le muove a queste dimostrazioni è più la curiosità, si capisce, che la benevolenza; e infatti, appena hanno preso un po' di famigliarità colla nuova amica, si fanno dire mille particolari della vita europea, esaminano il suo vestiario parte per parte dal cappellino agli stivaletti, e non sono soddisfatte se non quando l'hanno condotta al bagno e hanno visto bene com'è fatta una nazarena, una di queste donne straordinarie, che studiano tante cose, che dipingono, che scrivono per le stampe, che lavorano negli uffici pubblici, che montano a cavallo, che salgono sulla cima delle montagne.
Da molto tempo, però, non hanno più di loro le strane idee che avevano prima della riforma; non credono più, per esempio, che il busto sia una specie di corazza messa dai mariti alle mogli per assicurarsi della loro fedeltà, e di cui essi soli abbian la chiave; nè che le donne europee siano di tutti coloro con cui vanno una volta a braccetto; per il che le guardavano con diffidenza e ne parlavano con disprezzo, non invidiando nemmeno la loro coltura, di cui non avevano idea o che non erano in grado d'apprezzare.
Ora nutrono invece per esse un tutt'altro sentimento, e son diventate diffidenti nel senso opposto; si vergognano, cioè, in faccia a loro, della propria ignoranza; temono di parer rozze o sciocche o puerili; e molte non s'abbandonano più coll'ingenuità confidente delle prime volte.
Ma le imitano sempre più nel vestire e nei modi.
Quelle che studiano una lingua europea, la studiano più per imitazione che per desiderio di sapere, o la studiano per parlare con le cristiane.
Discorrendo, s'ingegnano d'incastrare nel turco qualche parola francese; quelle che non sanno quella lingua, fingon di saperla o almeno d'intenderla; sono beate di sentirsi chiamar madame; vanno apposta in certe botteghe di franchi per essere salutate con quel titolo; e Pera, la gran Pera le attira, come il lume le farfalle; attira i loro passi, le loro fantasie e i loro quattrini, e qualche volta anche i loro peccati.
Per questo son smaniose di conoscer signore franche, che sono per esse come le rivelatrici d'un nuovo mondo.
Da loro si fanno descrivere i grandi spettacoli dei teatri d'occidente, i balli splendidi, i bei conviti, i ricevimenti sontuosi delle gran dame, le avventure carnevalesche e i grandi viaggi, e tutte queste immagini luminose turbinano poi tutte insieme nella loro testina affaticata, fra le pareti uggiose dell'arem, all'ombra dei giardini malinconici; e come le donne europee sognano gli orizzonti sereni dell'Oriente, esse sospirano in quei momenti, la vita varia e febbrile dei nostri paesi, e darebbero tutte le meraviglie del Bosforo per un quartiere nebbioso di Parigi.
Ma non è soltanto la vita varia e febbrile ch'esse sospirano; è anche, e più sovente e più intimamente desiderata, la vita domestica, il piccolo mondo della casa europea, il cerchio degli amici devoti, le mense coronate di figli, le belle vecchiezze onorate; quel santuario pieno di memorie, di confidenze e di tenerezze, che può render bella l'unione di due anime anche senza l'amore; al quale si ritorna anche dopo una lunga vita d'aberrazioni e di colpe; nel quale, anche fra i dolori del presente e le tempeste della giovinezza, il pensiero si rifugia e il cuore si conforta, come in una promessa di pace per gli anni più tardi, come nella bellezza d'un tramonto sereno contemplato dall'oscurità della valle.
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Ma c'è una gran cosa da dire a conforto di tutti coloro che lamentano la sorte della donna turca, ed è che la poligamia decade di giorno in giorno.
Già è stata considerata sempre dai turchi medesimi piuttosto come un abuso tollerabile che come diritto naturale dell'uomo.
Maometto disse: - È sempre lodevole chi sposa una donna sola, - benchè egli ne abbia sposato parecchie; e sposano infatti una donna sola tutti coloro che vogliono dar l'esempio di costumi onesti ed austeri.
Chi n'ha più d'una, non è apertamente disapprovato, ma non è nemmeno lodato.
Sono pochi i turchi che sostengono la poligamia apertamente, più rari quelli che l'approvino nella loro coscienza.
Quasi tutti ne comprendono l'ingiustizia e le male conseguenze; molti la combattono a viso aperto e con ardore.
Tutti coloro che sono in una condizione sociale che impone una certa rispettabilità di carattere e una qualche dignità di vita, non hanno che una donna.
Ne hanno una sola gli alti impiegati dei ministeri, gli ufficiali dell'esercito, i magistrati, gli uomini di religione.
Una sola, per necessità, tutti i poveri e quasi tutti gli uomini del mezzo ceto.
Quattro quinti dei turchi di Costantinopoli non sono più poligami.
Molti, è vero, non sposano che una donna per la manìa d'imitar gli europei; e molti altri, che hanno una moglie sola, si rifanno colle odalische.
Ma quella manìa d'imitazione ha le sue prime radici in un sentimento confuso della necessità d'un cangiamento nella società musulmana; e l'uso delle odalische, apertamente biasimato come vizio, non può che scemare col ristringersi del commercio, ancora tollerato, delle schiave, fin che si confonderà colla corruzione ordinaria di tutti i paesi europei.
Ne nascerà una corruzione maggiore? Ad altri la sentenza.
Questo è il fatto: che la trasformazione europea della società turca non è possibile senza la redenzione della donna, che la redenzione della donna non si può compiere senza la caduta della poligamia, e che la poligamia cade.
Nessuno forse leverebbe la voce, se la sopprimesse improvvisamente domani un decreto del Gran Signore.
L'edifizio è crollato e non c'è più che da sgombrar le rovine.
La nuova aurora tinge già di rosa le terrazze degli arem.
Sperate, o belle hanum! Le porte del selamlik saranno spezzate, le grate cadranno, il feregé andrà a decorare i musei del gran bazar, l'eunuco non sarà più che una reminiscenza nera dell'infanzia, e voi mostrerete liberamente al mondo le grazie del vostro viso e i tesori della vostra anima; e allora, ogni volta che si nomineranno in Europa le "perle dell'Oriente", s'intenderà di nominar voi, o bianche hanum; voi, belle musulmane, colte, argute e gentili; non le inutili perle che brillano intorno alla vostra fronte in mezzo alle pompe fredde dell'arem.
Coraggio, dunque! Il Sole si leva.
Per me - e questo lo dico ai miei amici increduli - vecchio come sono, non ho ancora rinunziato alla speranza di dare il braccio alla moglie d'un pascià di passaggio per Torino, e di condurla a passeggiare sulle rive del Po, recitandole un capitolo dei Promessi Sposi.
IANGHEN VAR
Stavo appunto fantasticando intorno a questa passeggiata, verso le cinque della mattina, nella mia camera dell'Albergo di Bisanzio, e così tra il sonno e la veglia, vedendo lontano la collina di Superga, cominciavo a dire alla mia hanum viaggiatrice: - "Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno fra due catene non interrotte...." - quando mi comparve dinanzi, col lume in mano, il mio amico Yunk "bianco vestito" e mi domandò con gran meraviglia: - Che cosa accade questa notte a Costantinopoli?
Tesi l'orecchio e sentii un rumore sordo e confuso che veniva dalla strada, un suono di passi affrettati per le scale, un mormorio, un fremito, che pareva di giorno.
Mi affacciai alla finestra e vidi giù nell'oscurità un gran correre di gente verso il Corno d'oro.
Corsi sul pianerottolo, afferrai un cameriere greco che scendeva le scale a precipizio e gli domandai che cos'era accaduto.
Egli si svincolò dicendo: - Ianghen var, per Dio! Non avete sentito il grido? - E poi soggiunse scappando: - Guardate la cima della Torre di Galata.
- Tornammo alla finestra e guardando giù verso Galata vedemmo tutta la parte superiore della gran torre illuminata da una luce purpurea vivissima, e una gran nuvola nera che s'alzava dalle case vicine in mezzo a un vortice di scintille e s'allargava rapidamente sopra il cielo stellato.
Subito il nostro pensiero corse ai formidabili incendii di Costantinopoli, e specialmente a quello spaventevole di quattr'anni innanzi; e il nostro primo sentimento fu di terrore e di compassione.
Ma immediatamente dopo, - lo confesso e me ne vergogno, - un altro sentimento egoistico e crudele, - la curiosità del pittore e del descrittore, - prese il disopra e, - confesso anche questo, - ci scambiammo un sorriso che il Doré avrebbe potuto cogliere a volo per stamparlo sulla faccia d'uno dei suoi demoni danteschi.
Chi ci avesse aperto il petto, in quel momento, non ci avrebbe trovato che un calamaio e una tavolozza.
Ci vestimmo e scendemmo in furia giù per la gran strada di Pera.
Ma la nostra curiosità, per fortuna, fu delusa.
Non eravamo ancora arrivati alla torre di Galata che l'incendio era quasi spento.
Finivano di bruciare due piccole case; la gente cominciava a ritirarsi; le strade erano allagate dall'acqua delle pompe e ingombre di mobili e di materasse, fra le quali andavano e venivano, nell'oscurità grigia del mattino, uomini e donne in camicia, tremanti dal freddo, levando in cento lingue un vocìo assordante, nel quale non si sentiva più che quel resto di paura che dà sapore alla chiacchiera dopo un grave pericolo svanito.
Vedendo che tutto stava per finire, scendemmo verso il ponte per consolarci del nostro dispetto scellerato colla levata del sole.
Qui assistemmo a uno spettacolo che valeva quello d'un incendio.
Il cielo cominciava appena a chiarirsi dietro le colline dell'Asia.
Stambul, scossa per poco al primo annunzio dell'incendio, era già rientrata nella quiete solenne della notte.
Le rive e il ponte erano deserti; tutto il Corno d'oro dormiva, coperto da una bruma leggerissima e immerso in un silenzio profondo.
Non moveva una barca, non volava un uccello, non stormiva un albero, non si sentiva un respiro.
Quella interminabile città azzurra, muta e velata, pareva dipinta nell'aria, e sembrava che, gettando un grido, avrebbe dovuto svanire.
Costantinopoli non ci s'era mai mostrata in un aspetto così aereo e così misterioso; non ci aveva mai presentato più vivamente l'immagine di quelle città favolose delle storie orientali, che il pellegrino vede sorgere improvvisamente dinanzi a sè, e vi trova, entrando, un popolo immobile, pietrificato, negli infiniti atteggiamenti di una vita affaccendata ed allegra, dalla vendetta improvvisa d'un Re dei geni.
Stavamo là appoggiati alle spallette del ponte, contemplando quella scena meravigliosa, senza più pensare all'incendio, quando sentimmo prima un vocìo fioco e confuso di là dal Corno d'oro, come di gente che chiedesse soccorso, e poi uno scoppio di grida altissime: - Allà! Allà! Allà! - che risonarono improvvisamente nel vano enorme e silenzioso della rada, e nello stesso tempo apparve sulla sponda opposta, e si slanciò giù per il ponte, correndo precipitosamente verso di noi, una folla rumorosa e sinistra.
- Tulumbadgi! - gridò uno dei guardiani del ponte.
- (I pompieri!)
Noi ci tirammo da una parte.
Un'orda di selvaggi seminudi, col capo scoperto, coi petti irsuti, grondanti di sudore, vecchi, giovani, neri, nani e giganti cappelluti e rapati, faccie d'assassini e di ladri, quattro dei quali portavano sulle spalle una piccola pompa e pareva una bara di fanciullo; armati di lunghe aste uncinate, di fasci di corde, d'ascie, e di picconi, - ci passarono accanto, urlando e anelando, cogli occhi dilatati, coi capelli sparsi, coi cenci al vento, stretti, impetuosi e biechi, - e gettandoci in viso una tanfata d'odor di belve, disparvero nella strada di Galata, d'onde ci giunsero le loro ultime grida fioche di Allà, e poi fu di nuovo un silenzio profondo.
L'impressione che mi fece quell'apparizione tumultuosa e fulminea in quella quiete arcana della grande città addormentata, non la so esprimere; - so che compresi e vidi in un momento mille scene d'invasioni barbariche, di saccheggi e d'orrori di paesi e di tempi lontani, che fino allora la mia immaginazione si era sforzata inutilmente di rappresentarsi al vivo, e che mi domandai se quella era la città, se quello era proprio il ponte, su cui, di giorno, passavano degli ambasciatori europei, delle signore vestite alla parigina e dei venditori di giornali francesi.
Un minuto dopo, il silenzio solenne del Corno d'oro fu rotto di nuovo da un gridìo lontano, e un'altra turba scamiciata e selvaggia ci passò dinanzi, come un turbine, sul ponte ondeggiante e sonante, levando un frastuono confuso di urli, di sbuffi, d'aneliti, di risa soffocate e sinistre, e un'altra volta le grida prolungate e lamentevoli di Allà si perdettero per le strade di Galata, seguite da un silenzio mortale.
Poco dopo passò un'altra turba, e poi una quarta, e poi altre due, e infine passò il pazzo di Pera, nudo dalla testa ai piedi, mezzo morto dal freddo, gettando grida acutissime, inseguito da un branco di monelli turchi, che disparvero con lui e coi pompieri dietro le case della riva franca; e sulla grande città, dorata dai primi raggi dell'aurora, tornò a regnare un altissimo silenzio.
Di lì a poco si levò il sole, comparvero i muezzin sui minareti, si mossero i caicchi, si svegliò il porto, cominciò a passar gente sul ponte e a spandersi intorno il rumor sordo della vita cittadina, e noi ritornammo verso Pera.
Ma l'immagine di quella grande città assopita, di quel cielo albeggiante, di quella pace solenne, di quelle orde selvaggie, ci rimase così profondamente stampata nella mente, che oggi ancora non ci rivediamo una volta senza ricordarcela, con un misto piacevolissimo di stupore e di paura, come una scena veduta nella Stambul d'altri secoli, o sognata nell'ebbrezza dell'hascisc.
Così non vidi lo spettacolo di un incendio a Costantinopoli; ma se non lo vidi coi miei occhi, conobbi tanti testimonii oculari di quello che distrusse Pera nel 1870, e ne raccolsi notizie così minute, che posso dire d'averlo visto colla mente, e descriverlo forse con non minore evidenza che se ne fossi stato anch'io spettatore.
La prima fiamma s'accese in una piccola casa di via Feridié, in Pera, il giorno cinque di giugno, stagione in cui una buona parte della popolazione agiata di Costantinopoli villeggia sul Bosforo; al tocco dopo mezzogiorno, ora in cui quasi tutti gli abitanti della città, anche europei, stanno chiusi in casa a far la siesta.
Nella casa di via Feridié non c'era che una vecchia serva; la famiglia era partita la mattina per la campagna.
Appena s'accorse dell'incendio, la vecchia si slanciò nella strada e si mise a correre gridando: - Al fuoco! - Subito accorse gente dalle case intorno, con secchie e con piccole pompe -, perchè era già caduta la legge insensata che proibiva di spegnere gli incendii prima che arrivassero gli ufficiali dei Seraschierato -, e, come sempre, si precipitarono tutti verso la fontana più vicina per prender acqua.
Le fontane di Pera, a cui i portatori d'acqua vanno ad attingere, a certe ore, per le famiglie del quartiere, vengono tutte chiuse a chiave dopo la distribuzione, e l'impiegato che le ha in custodia non può più aprirle senza il permesso dell'autorità.
In quel momento appunto v'era accanto alla fontana una guardia turca della municipalità di Pera, che aveva la chiave in tasca, e stava là spettatrice impassibile dell'incendio.
La folla affannata lo circonda e gl'intima di aprire.
Egli rifiuta dicendo che non ha l'ordine.
Gli si stringono addosso, lo minacciano, lo afferrano: egli resiste, si dibatte, grida che non leveranno la chiave che dal suo cadavere.
Intanto le fiamme avvolgono tutta la casa e cominciano ad attaccarsi alle case vicine.
La notizia dell'incendio si propaga di quartiere in quartiere.
Dalla sommità della torre di Galata e di quella del Seraschiere, i guardiani hanno visto il fumo e messo fuori le grandi ceste purpuree, segnale degl'incendii di giorno.
Tutte le guardie di città corrono per le strade battendo i loro lunghi bastoni sul ciottolato e mettendo il grido sinistro: - Ianghen var! - C'è il fuoco! - a cui rispondono con rulli cupi e precipitosi i mille tamburi delle caserme.
Il cannone di Top-hané annunzia il pericolo alla immensa città con tre colpi che risuonano dal mar di Marmara al mar Nero.
Il Seraschierato, il serraglio, le ambasciate, tutta Pera e tutta Galata sono sottosopra; e pochi minuti dopo arrivano a spron battuto in via Feridié il ministro della guerra, un nuvolo di ufficiali, un esercito di pompieri, e cominciano precipitosamente il lavoro.
Ma come accade quasi sempre, quel primo tentativo riuscì inutile.
Le strade strettissime non concedevano libertà di movimenti; le pompe non servivano, l'acqua era insufficiente e lontana; i pompieri, mal disciplinati, come sempre, e piuttosto intesi a crescere che a scemare la confusione, per pescare nel torbido; e per di più scarseggiavano i facchini per il trasporto delle robe, essendone andato un gran numero, quel giorno, alla festa nazionale armena che si celebra a Beicos.
È a notarsi, inoltre, che le case di legno erano allora in assai maggior numero che non siano ora, e che anche le case di pietra e di mattoni avevano, come quelle di legno, dei tetti sottili, difesi da radissime tegole, e perciò facilissimi ad accendersi.
E non v'era nemmeno il vantaggio che presenta, in simili occasioni, la popolazione musulmana, la quale, fatalista ed apatica com'è in faccia alla sventura, non si atterrisce gran fatto all'aspetto d'un incendio, e se non aiuta abbastanza a spegnere, non intralcia almeno l'opera degli altri con la propria forsennatezza.
Quella era popolazione quasi tutta cristiana e perdette immediatamente la testa.
L'incendio non abbracciava ancora che poche case, che già in tutte le strade d'intorno era un tramestìo indescrivibile, un precipitar di mobili dalle finestre, un tumulto di pianti e di grida, uno sgomento, un ingombro, contro cui non potevano nè le minaccie, nè la forza, nè le armi.
Un'ora era appena trascorsa dall'apparire delle prime fiamme, e già tutta la strada Feridié era accesa, e gli ufficiali e i pompieri indietreggiavano rapidamente da tutte le parti, lasciando qua e là morti e feriti, e la speranza di soffocar l'incendio sul nascere era perduta.
Per maggior disgrazia tirava quel giorno un vento fortissimo che abbatteva le fiamme delle case ardenti sopra i tetti delle case vicine, in larghe vampe orizzontali, che parevano tende ondeggianti, in modo che il fuoco penetrava in tutte le case dal tetto, come rovesciatovi sopra da un vulcano.
L'accensione era così rapida, che le famiglie raccolte nelle case, sicure d'essere ancora in tempo a portar via una parte dei loro averi, si sentivano tutt'a un tratto crepitare il tetto sul capo, e appena riuscivano a metter in salvo la vita.
Le case s'accendevano l'una dopo l'altra come se fossero state intonacate di pece, e subito, dalle innumerevoli finestrine prorompevano le fiamme lunghe, diritte, mobilissime, come serpenti smaniosi di preda, che si curvavano fino a lambire la strada quasi per cercar vittime umane.
L'incendio non correva, volava, e prima di avvolgere, copriva, come un mare di fuoco.
Dalla via Feridiè irruppe furiosamente nella via di Tarla-Bascì, di qui tornò indietro e invase come un torrente la via di Misc, poi infiammò come una foresta secca il quartiere Aga-Dgiami, poi la via Sakes-Agatsce, poi quella di Kalindgi-Kuluk, e poi di strada in strada, coprì di fuoco tutta la china di Yeni-Sceir, e s'incrociò col turbine di fiamme che veniva giù strepitando e muggendo per la gran strada di Pera.
Non c'erano soltanto mille incendii da spegnere, mille nemici sparsi da combattere; erano come le insidie e i colpi di mano inaspettati d'un grande esercito, che pareva fosse guidato astutamente da una volontà unica, per cogliere nella rete la città intera, e non lasciar scampo a nessuno.
Erano tanti torrenti di lava che si riunivano e s'incrociavano, precipitando e spandendosi in laghi di fuoco con una rapidità che preveniva tutti i soccorsi.
In capo a tre ore metà di Pera era in fiamme.
Una miriade di colonne di fumo vermiglio, sulfureo, bianco, nero, fuggivano rapidissimamente rasente i tetti e s'allungavano a perdita d'occhi lungo le colline, ottenebrando e tingendo di colori sinistri i vasti sobborghi del Corno d'oro; per tutto era un turbinio furioso di cenere e di scintille; e il vento sbatteva contro le case ancora intatte dei bassi quartieri una vera grandine di braci e di tizzi, che spazzavano le strade come scariche di mitraglia.
Le strade dei quartieri accesi non erano più che grandi fornaci, sopra alcune delle quali le fiamme formavano come un fitto padiglione, e là precipitavano e saltellavano con un fracasso orrendo i pini del mar Nero delle travature dei tetti, i travicelli sottili dei ciardak, i balconi vetrati, i minareti di legno delle piccole moschee, che pareva rovinassero spezzati da un terremoto.
Per le strade ancora accessibili, si vedevano passare, come spettri, illuminati da bagliori d'inferno, lancieri a cavallo, ventre a terra, che portavano in tutte le direzioni gli ordini del Seraschierato; ufficiali del Serraglio, col capo scoperto e la divisa abbruciacchiata; cavalli sciolti di soldati caduti; frotte di facchini carichi di masserizie, sciami di cani ululanti, turbe di fuggiaschi che inciampavano e stramazzavano urlando giù per le chine, tra i feriti, i cadaveri e le macerie, e sparivano tra il fumo e le fiamme, come legioni di dannati.
Per un momento, fu visto immobile dinanzi all'imboccatura d'una strada accesa del quartier Aga-Dgiami, il Sultano Abdul-Aziz, a cavallo, circondato dal suo corteo, pallido come un cadavere, cogli occhi dilatati e fissi nelle fiamme, come se ripetesse tra sè le parole memorabili di Selim I: - Ecco il soffio ardente delle mie vittime! Io lo sento, che distruggerà la città, il mio serraglio e me pure! - E poi disparve in un nuvolo di cenere, trascinato dai suoi cortigiani.
Tutto l'esercito di Costantinopoli e tutta l'innumerevole turba dei pompieri era in moto, a frotte, a lunghissime catene, a semicerchi immensi che abbracciavano interi quartieri, sorvegliati e diretti da visir, da ufficiali di corte, da pascià, da ulema; in alcuni punti, per tagliar la strada alle fiamme, fervevano battaglie disperate; case dietro case, in pochi minuti, cadevano sotto le scuri; i tetti formicolavano di gente ardita che affrontava il fuoco a bruciapelo, e cadevano a capofitto nei crateri aperti sotto i loro piedi, e altri vi succedevano, come in una mischia, ostinati, gettando grida selvaggie, e agitando i fez abbruciacchiati in mezzo al fumo color di foco.
Ma l'incendio s'avanzava vittorioso in mezzo ai mille getti d'acqua, sorpassando a grandi salti piazze, giardini, grandi edifici di pietra, piccoli cimiteri, e faceva da tutte le parti retrocedere pompieri, soldati e cittadini, come un esercito in rotta, flagellandoli alle spalle con una pioggia di carboni roventi.
Si compievano, anche in quell'orrenda confusione, dei belli atti di coraggio e di umanità.
Si videro in molti punti, fra le rovine ardenti delle case, sventolare i veli bianchi delle Suore di Carità, curve sui moribondi; dei turchi che si slanciarono tra le fiamme e ricomparvero poco dopo sollevando sulle braccia scorticate dei bambini cristiani; altri musulmani che, dinanzi a una casa infiammata, immobili, colle braccia incrociate in mezzo a una famiglia cristiana in preda alla disperazione, offrivano freddamente cento lire turche a chi salvasse un ragazzo europeo rimasto nel fuoco; alcuni che raccoglievano in drappelli, per le strade, i bimbi smarriti, e li legavano colle bende del turbante, per restituirli poi ai parenti; altri che aprivano le loro case ai fuggitivi seminudi; più d'uno, che, per dar un esempio di coraggio e di disprezzo dei beni terreni, mentre la propria casa bruciava, stava seduto nella via sopra un tappeto, fumando tranquillamente il narghilè, e si faceva in là, con suprema indifferenza, man mano che le fiamme s'avvicinavano.
Ma il coraggio e la freddezza d'animo non valevano più oramai contro quella tempesta di fuoco.
A momenti, pareva che, scemando un poco il vento, l'incendio rimettesse della sua furia; ma subito il vento ricominciava a soffiare con maggior veemenza, e le fiamme, che s'erano appena risollevate, tornavano a curvarsi con impeto e a vibrare come freccie le loro punte diritte e implacabili, levando uno strepito cupo e precipitoso, rotto dagli scoppi improvvisi delle farmacie piene di petrolio, dalle detonazioni del gaz sparso per le case, di cui i tubi disfatti mandavano fuori rigagnoli di piombo fuso; dai tetti che rovinavano d'un colpo come schiacciati da una valanga; dal crepitìo dei giardini di cipressi che si contorcevano e s'infiammavano a un tratto, sciogliendosi in una pioggia di resina ardente; dai gruppi di vecchie case di legno, che s'accendevano scoppiettando come fuochi d'artifizio, e sprigionavano fasci enormi di fiamme bianche in cui parevano che soffiassero mantici di cento officine.
Era uno stritolamento, un rovinìo, una distruzione rabbiosa, che pareva prodotta nello stesso tempo da un incendio, da un'inondazione, da una convulsione della terra e dalla rapina d'un esercito.
Nessuno aveva mai nè visto nè sognato un simile orrore.
La popolazione pareva impazzita.
Per le strade di Pera era un rimescolamento vertiginoso e un urlìo forsennato come sul ponte d'un bastimento nel momento del naufragio.
In mezzo ai mobili rotolati, sotto al balenìo delle spade degli ufficiali, fra gli urti e le bastonate dei facchini e dei portatori d'acqua, in mezzo ai cavalli dei Pascià e alle frotte dei pompieri che passavano di corsa investendo e rovesciando quanto incontravano, famiglie italiane, francesi, greche, armene, poveri e ricchi, donne e fanciulli, smarriti, smemorati, si cercavano brancolando, si chiamavano gridando e piangendo, soffocati dal fumo e accecati dalle scintille; passavano ambasciatori, seguiti da drappelli di servi, carichi di carte e di libri; frati che innalzavano un crocifisso sopra la folla; gruppi di donne turche che portavano fra le braccia gli oggetti più preziosi dell'arem; stuoli di gente curva sotto spoglie di chiese, di teatri, di scuole, di moschee; e a quando a quando, una nuvola enorme di fumo caliginoso, spinta giù da una ventata improvvisa, immergeva tutti nelle tenebre e cresceva lo scompiglio e il terrore.
A crescere ancora gli orrori di quel disastro, c'era, come sempre, ma più quel giorno che mai, una miriade di ladri d'ogni paese, sbucati da tutti i covi di Costantinopoli, riuniti a drappelli d'intesa fra loro, e vestiti da facchini, da signori o da soldati, i quali entravano nelle case e rubavano a man salva, e correvano poi in frotte a Kassim-Pascià e a Tataola, a depositarvi il bottino; e i soldati li cacciavano, stendendosi in cordoni, e assalendoli a pattuglie, e seguivano lotte, dispersioni e inseguimenti, che aggiungevano sgomento a sgomento.
I pompieri, i facchini, i portatori d'acqua, spalleggiati dai loro parenti, stretti in bande brigantesche, sotto gli occhi delle famiglie desolate di cui ardevano le case, interrompevano il lavoro, e mettevano a prezzo d'oro la continuazione.
I mobili ammucchiati a traverso le strade strette, difesi dalle famiglie, erano presi d'assalto da torme di predoni, colle armi alla mano, e poi ridifesi, come barricate, dall'assalto di altri predoni.
Turbe di fuggitivi, incontrandosi colle loro robe nei varchi angusti, si disputavano ferocemente la precedenza del passaggio, e lasciavano il terreno ingombro di gente soffocata o ferita.
Ma già dopo le prime quattr'ore d'incendio, la furia del foco era tale che pochi s'affannavano più per le proprie robe, e a tutti pareva già molto di metter in salvo la vita.
Due terzi di Pera ardevano, e le fiamme, correndo sempre più rapidamente in tutte le direzioni, accerchiavano quasi all'improvviso dei vasti spazii prima che la gente, ch'era dentro, se ne avvedesse.
Centinaia di sventurati, stretti in folla, si slanciavano su per una stradicciuola tortuosa per cercare uno scampo, e improvvisamente, a una svoltata, si vedevano venir contro un uragano di vampe e di fumo, che li ricacciava indietro, forsennati, a cercare un'altra uscita.
Famiglie intere, - ed una, fra queste, di ventidue persone, - erano tutt'a un tratto circondate, asfissiate, arse, carbonizzate.
Presi dalla disperazione, si rifugiavano nelle cantine dove rimanevano soffocati, si precipitavano nei pozzi e nelle cisterne, s'impiccavano agli alberi, o dopo aver cercato inutilmente un ricovero nei ripostigli più segreti della casa, smarrita la ragione, uscivano all'aperto e correvano a buttarsi nelle fiamme.
Dai luoghi alti di Pera, si vedevano giù per le chine, in mezzo a cerchi di fuoco, famiglie inginocchiate sulle terrazze, colle braccia tese e le mani giunte, che chiedevano al cielo il soccorso che non speravano più dalla terra.
Si vedevano venir giù di corsa dalle alture di Pera e sparpagliarsi per Galata, per Top-hanè, per Funduclù, per i bassi cimiteri, stormi di gente pallida e scapigliata, stravolta dal terrore, che cercava ancora dove nascondersi, come se fosse inseguita dal fuoco; fanciulli insanguinati, donne lacere, coi capelli arsi, che stringevano fra le braccia bimbi morti o acciecati; uomini col viso e le braccia scorticate che si scontorcevano per terra fra gli spasimi dell'agonia; vecchi singhiozzanti come bambini, signori ridotti alla miseria che davan del capo nei muri, giovanetti deliranti che andavano a cadere estenuati sulla riva del Corno d'oro, famiglie che portavano cadaveri anneriti, sventurati impazziti dallo spavento che trascinavano seggiole attaccate a uno spago o si serravano sul petto delle bracciate di cocci e di cenci, prorompendo in grida lamentevoli o in risa frenetiche.
E intanto, continuavano a salire dai quartieri bassi, dagli arsenali di Ters-hanè e di Top-hanè, dalle caserme, dalle moschee, dai palazzi del Sultano, e correvano come a un assalto, urlando Janghen var e Allà, su per le colline, fra il turbinìo della cenere e delle scintille, sotto una pioggia di caligine ardente, per le strade coperte di tizzoni e di rottami, battaglioni di nizam, bande di ladri, falangi di pompieri, generali, dervis, messi della Corte, famiglie che tornavano indietro a cercare i parenti perduti, predatori ed eroi, la sventura, la carità e il delitto, confusi in una turba spaventevole, che montava rumoreggiando come un mare in tempesta, colorata dai riflessi vermigli dell'immensa fornace.
E poco lontano da quell'inferno, rideva, come sempre, la maestà serena di Stambul e la bellezza primaverile della riva asiatica, specchiata dal mar di Marmara e dal Bosforo, coperto di bastimenti immobili; una folla immensa, che faceva nere tutte le rive, assisteva muta e impassibile allo spettacolo spaventoso; i muezzin annunziavano con lente cantilene dai terrazzi dei minareti il tramonto del sole; gli uccelli roteavano allegramente intorno alle moschee delle sette colline; e i vecchi turchi, seduti all'ombra dei platani, sopra le alture verdi di Scutari, mormoravano con voce pacata: - È sonata l'ultima ora per la città dei Sultani.
- Il giorno prescritto è venuto.
- La sentenza d'Allà si compisce.
- Così sia - Così sia.
L'incendio, per fortuna, non si protrasse nella notte.
Alle sette della sera s'accendeva, per ultimo, il palazzo dell'ambasciata d'Inghilterra; dopo di che il vento cessava improvvisamente, e le fiamme morivano, spontaneamente o soffocate, da tutte le parti.
In sei ore due terzi di Pera erano stati distrutti dalle fondamenta, nove mila case incenerite, due mila persone morte.
Dopo l'incendio famoso del 1756, che distrusse ottanta mila case, e spianò due terzi di Stambul, sotto il regno di Otmano III, non s'era più visto un disastro così tremendo; e nessun incendio, dalla presa di Costantinopoli in poi, mietè un così gran numero di vite.
Il giorno seguente Pera offriva un aspetto meno spaventevole, ma non meno triste che durante l'infuriare dell'incendio.
Dov'era passato il fuoco, era un deserto, e apparivano le forme nude e sinistre della grande collina; nuovi prospetti, una luce nuova, vastissimi spazi coperti di cenere in mezzo ai quali non rimanevano che le torricine affumicate dei camini, come monumenti funebri; quartieri interi scomparsi come accampamenti di beduini portati via dall'uragano; strade e crocicchi di cui non rimanevan più che le traccie nere e fumanti sulla terra, fra le quali erravano migliaia di sventurati cenciosi e sparuti, che chiedevano l'elemosina in mezzo a un via vai di soldati, di medici, di monache, di sacerdoti d'ogni religione e d'impiegati di tutti i gradi, che distribuivano pane e denaro, e guidavano lunghe file di carri carichi di materasse e di coperte, mandate dal governo per la gente rimasta senza casa.
Il governo aveva fatto pure distribuire le tende dei soldati.
Le alture di Tataola e il grande cimitero armeno erano coperti d'accampamenti, in cui brulicava una folla immensa.
Per tutto si vedevano strati e monti di masserizie su cui sedevano famiglie estenuate e istupidite.
Nel vasto cimitero di Galata erano sparsi e accatastati alla rinfusa, come in un bazar messo sottosopra, lungo i sentieri e in mezzo ai sepolcri, divani, letti, cuscini, pianoforti, quadri, libri, carrozze sconquassate, cavalli feriti legati ai cipressi, portantine dorate d'ambasciatori e gabbie di pappagalli degli arem, custoditi da una folla di servi e di facchini neri di caligine e cascanti di sonno.
Una poveraglia innumerevole, immonda, non mai veduta, girava per le strade a cercar chiodi e serrature fra le macerie, scansando i soldati e i pompieri addormentati per terra, sfiniti dalle fatiche della notte; si vedeva per tutto gente affaccendata a rizzar baracche sulle rovine delle proprie case, con tende ed assiti; famiglie inginocchiate in mezzo ai muri affumicati di chiese senza tetto, dinanzi ad altari bruciati; gruppi di uomini e di donne che correvano affannosamente, col capo chino, osservando viso per viso lunghe file di cadaveri carbonizzati e sformati, e lì riconoscimenti, grida disperate, scoppi di pianto, gente che stramazzava come fulminata, in mezzo a una processione di lettighe e di bare, a un polverìo denso, a un'aria infocata, a un puzzo di carni arse, a nuvoli di scintille che si sollevavano improvvisamente sotto le vanghe e i picconi degli scavatori, e ricadevano sopra una folla fitta, lenta, silenziosa, sbalordita, accorsa da tutte le parti di Costantinopoli, sopra alla quale apparivano le faccie pallide e gravi dei Consoli e degli Ambasciatori, che arrestavano i cavalli sui crocicchi, e guardavano intorno sgomentati dall'immensità del disastro.
Eppure anche quell'immenso disastro, come segue sempre nei paesi orientali, fu presto dimenticato.
Quattro anni dopo io non ne vidi più traccia, fuorchè qualche tratto di terreno sgombro all'estremità di Pera, dinanzi all'altura di Tataola.
Dell'incendio si parlava già come d'un avvenimento molto lontano.
Per qualche tempo, mentre le ceneri erano ancora calde, i giornali avevano chiesto al governo dei provvedimenti: che riordinasse il corpo dei pompieri, che mutasse le pompe, che si procurasse maggior abbondanza d'acqua, che regolasse la costruzione delle case; ma il governo aveva fatto il sordo e gli europei avevano rimesso il cuore in pace, continuando a vivere alla turca, ossia fidando un po' nel buon Dio e un po' nella buona fortuna.
Così, nulla o quasi nulla essendo mutato, si può andar sicuri che quello del 1870 non fu l'ultimo dei grandi incendi dai quali "è scritto" che la città dei Sultani sia ogni tanti anni desolata.
Le case di Pera sono ora quasi tutte, è vero, di muratura; ma costrutte la maggior parte malamente, da architetti senza studii e senza esperienza, non invigilati dal Governo, e spesso anche costrutte dal primo venuto, in maniera che molte rovinano prima d'esser terminate, e quelle che rimangono su, non possono opporre alcuna resistenza alle fiamme.
L'acqua, specialmente a Pera, è sempre scarsa e soggetta a un monopolio vergognoso; e siccome viene in gran parte dai serbatoi del villaggio di Belgrado, costrutti dai Romani, manca affatto quando non cadono pioggie abbondanti in primavera e in autunno; onde chi ha denari deve pagarla a peso d'oro e i poveri bevono fango.
I pompieri sono sempre piuttosto una grande banda di malfattori, che un corpo ordinato di operai; banda composta di gente d'ogni paese, dipendenti più di nome che di fatto dal Seraschierato, da cui non ricevono che una razione di pane; inesperti, indisciplinati, ladri, detestati e temuti dalla popolazione quanto il fuoco che non sanno spegnere, e sospetti, non senza fondamento, di desiderare gl'incendi, come occasione di far bottino.
Le pompe non scarseggiano, è vero, e i turchi ne vanno alteri come di macchine meravigliose; ma sono ridicole carabattole, che contengono una dozzina di litri d'acqua, e mandano uno zampillo sottilissimo, piuttosto adatto a innaffiare giardini che a spegnere incendi.
E sarebbe nondineno una gran fortuna, se rimanendo questi inconvenienti, fossero cessati gli altri, che sono molto più gravi.
Non è credibile, senza dubbio, quello che molti credono ancora, che il Governo, cioè, susciti gl'incendii per allargare le strade, chè il danno e il pericolo sarebbero troppo sproporzionati ai vantaggi; nè accade più come per il passato, che il "partito d'opposizione" dia fuoco a un quartiere di Costantinopoli per spaventare il Sultano, nè che l'esercito incendii un sobborgo per ottenere un accrescimento di paga.
Ma il sospetto, che gl'incendii siano molte volte suscitati da coloro che ne possono trarre guadagno, è sempre vivo, e il fatto provò troppo spesso che non è un sospetto infondato.
Per il che la popolazione vive in un'ansietà continua.
Teme dei portatori d'acqua, dei facchini, degli architetti, dei mercanti di legna e di calce, e massimamente dei servitori, che sono la peggior genìa di Costantinopoli, legati la maggior parte con ladri, i quali sono alla loro volta ordinati in associazioni e in comitati, da cui altre compagnie occulte compran la roba rubata e facilitano con varii mezzi il delitto.
E la polizia locale mostra con questa gente una fiacchezza, per non chiamarla indulgenza, la quale produce quasi gli effetti della complicità.
Non fu mai condannato un incendiario.
Raramente i ladri, dopo gl'incendii, sono colti e puniti.
È anche più raro che gli oggetti sequestrati dalla polizia siano restituiti ai proprietarii.
Di più, essendoci a Costantinopoli del canagliume di tutti i paesi, l'azione della giustizia è inceppata in mille modi dai trattati internazionali; i Consolati reclamano a sè i malfattori della propria nazione; i processi durano un secolo; molti delinquenti scappano; il timore del castigo non serve quasi affatto di freno agli scellerati, e il saccheggio negl'incendii è considerato da loro quasi come un privilegio tacitamente riconosciuto dalle autorità, come era altre volte per gli eserciti il mettere a sacco le città espugnate.
Per questo la parola "incendio" significa ancora per la popolazione di Costantinopoli "tutte le sventure" e il grido di Janghen var è sempre un grido tremendo, solenne, fatale, al cui suono tutta la città si rimescola fin nel più profondo delle sue viscere, come all'annunzio d'un castigo di Dio.
E chi sa quante volte la grande metropoli dovrà ancora essere incenerita e rialzata sulle sue ceneri prima che la civiltà europea abbia piantato la sua bandiera sul palazzo imperiale di Dolma-Bagcé!
Nei tempi andati, quando scoppiava un incendio in Costantinopoli, se il Sultano si trovava in quel momento nell'arem, gli portava l'annunzio del pericolo un'odalisca tutta vestita color di porpora dal turbante alle babbuccie, la quale aveva l'ordine di presentarsi a Lui in qualunque luogo egli fosse; fosse anche stato in braccio alla più cara delle sue favorite.
Essa non aveva che da presentarsi sulla soglia: il color di fuoco dei suoi panni era l'annunzio muto della sventura.
Ebbene, chi crederebbe che fra tante immagini grandiose e terribili che mi si affacciano alla mente quando penso agl'incendii di Costantinopoli, sia la figura di quell'odalisca quella che scuote più vivamente tutte le mie fibre d'artista? Io vorrei essere pittore per dipingere quel quadro, e supplicherò tutti i pittori di dipingerlo, sin che n'abbia trovato uno che s'innamori dell'argomento, e a lui sarò grato per la vita.
Egli rappresenterà, in una stanza dell'arem imperiale, tappezzata di raso e rischiarata da una luce soavissima, sopra un largo divano, accanto a una circassa bionda di quindici anni, coperta di perle, Selim I, il Sultano tremendo, che s'è svincolato impetuosamente dalle braccia della sua cadina, e fissa i grand'occhi atterriti sopra l'odalisca purpurea, muta, sinistra, ritta sulla soglia come una statua, la quale, con un volto pallido che rivela la venerazione e il terrore, sembra voler dire: - Re dei Re, Allà ti chiama e il tuo popolo desolato t'aspetta! - e sollevando la cortina della porta, mostra di là da un terrazzo, in una grande lontananza azzurrina, la città enorme che fuma.
LE MURA
Il giro intorno alle antiche mura di Stambul lo volli far solo, e consiglio ad imitarmi tutti gl'Italiani che andranno a Costantinopoli, perchè lo spettacolo delle grandi rovine solitarie non lascia un'impressione veramente profonda e durevole se non in chi è tutto inteso a riceverla, e può seguire liberamente il corso dei suoi pensieri, in silenzio.
C'era da fare una passeggiata di circa quindici miglia italiane, a piedi, sotto i raggi del sole, per strade deserte.
- Forse - dissi al mio amico - a metà strada mi piglierà la tristezza della solitudine e t'invocherò come un Santo; ma tant'è, voglio andar solo.
- Alleggerii il portamonete per il caso che qualche ladro suburbano avesse voluto vederci dentro, gittai qualchecosa "dentro alle bramose canne" per poter dir poi a me stesso: - "taci, maledetto lupo" -; e m'incamminai alle otto della mattina, sotto un bel cielo lavato da una pioggerella della notte, verso il ponte della Sultana Validè.
Il mio disegno era d'uscire da Stambul per la porta del quartiere delle Blacherne, di percorrere la linea delle mura dal Corno d'oro fino al castello delle Sette Torri, e di ritornare lungo la riva del Mar di Marmara, girando così intorno a tutto il grande triangolo della città musulmana.
Passato il ponte, svoltai a destra e m'innoltrai nel vasto quartiere chiamato Istambul-disciaré, o Stambul esterna, che è una lunga striscia di città, compresa fra le mura ed il porto, tutta casupole e magazzini d'oli e di legna, stata distrutta più volte dagli incendii.
Fra le viuzze e la riva del Corno d'oro, lungo la quale si stende una fila di piccoli scali e di seni pieni di bastimenti e di barconi, c'è un viavai fitto di facchini, di ciucci e di cammelli, un rimescolìo di gente strana e di cose sporche, e un urlìo incomprensibile, che fa pensare a quei porti meravigliosi del mar dell'Indie e del mar della China dove s'incontrano i popoli e le merci dei due emisferi.
Le mura che rimangono da questo lato della città, sono alte cinque volte un uomo, merlate, fiancheggiate di cento in cento passi da piccole torri quadrangolari, e in molte parti rovinate; ma sono il tratto meno notevole e per arte e per memorie delle mura di Stambul.
Attraversai il quartiere del Fanar, passando sulla riva ingombra di fruttaioli, di pasticcieri, di venditori d'anice e di rosolio, e di cucine esposte all'aria aperta, in mezzo a gruppi di bei marinari greci atteggiati come le statue dei loro Numi antichi; girai intorno al vastissimo ghetto di Balata; percorsi il quartiere silenzioso delle Blacherne, e uscii finalmente di città per la porta chiamata Egri-Kapú, poco lontana dalla riva del Corno d'oro.
Tutto questo è presto detto; ma è una camminata di un'ora e mezzo, ora in salita, ora in discesa, intorno a laghi di mota, sopra ciottoli enormi, per vicoli senza fine, sotto volte oscure, a traverso a vasti spazii solitari, senz'altra guida che la punta dei minareti della moschea di Selim.
A un certo punto si cominciano a non veder più nè faccie nè abiti di franchi; poi spariscono le casette all'europea; poi il ciottolato, poi le insegne delle botteghe, poi l'indicazione delle strade, poi ogni rumor di lavoro; e più si va innanzi, più i cani guardano torvo, più i monelli turchi fissano con l'occhio ardito, più le donne del volgo si nascondono la faccia con cura, fin che ci si trova in piena barbarie asiatica, e la passeggiata di due ore pare che sia stata un viaggio di due giorni.
Uscendo da Egri-Kapú, voltai a sinistra e vidi improvvisamente un larghissimo tratto delle mura famose che difendono Stambul dalla parte di terra.
Sono passati tre anni da quel momento; ma non posso ricordarmene senza provare un sentimento vivissimo di maraviglia.
Non so in quale altro luogo dell'Oriente si trovino così raccolte la grandezza dell'opera umana, la maestà della potenza, la gloria dei secoli, la solennità delle memorie, la mestizia delle rovine, la bellezza della natura.
È una vista che ispira insieme ammirazione, venerazione e terrore; uno spettacolo degno d'un canto d'Omero.
A primo aspetto, si scoprirebbe il capo e si griderebbe: - Gloria! - come dinanzi a una schiera interminabile di giganteschi eroi mutilati.
La cinta delle mura e delle torri enormi si stende fin dove arriva lo sguardo, salendo e scendendo a seconda delle alture e degli avvallamenti, dove bassissima che par che si sprofondi nella terra, dove alta che par che coroni la sommità d'una montagna; svariata d'infinite forme di rovine, tinta di mille colori severi, dal calcareo fosco quasi nero al giallo caldo quasi dorato, e rivestita d'una vegetazione rigogliosa d'un verde cupo, che s'arrampica su per i muri, ricasca in ghirlande dai merli e dalle feritoie, si rizza in ciuffi alteri sulla cima delle torri, s'ammucchia in piramidi altissime, vien giù quasi a cascatelle dalle cortine, e colma brecce, spaccature e fossati, e si avanza fin sulla via.
Sono tre ordini di mura che formano come una gradinata gigantesca di rovine: il muro interno, che è il più alto, fiancheggiato, a brevi distanze eguali, da grossissime torri quadrate; quel di mezzo, rafforzato da piccole torri rotonde; l'esterno senza torri, bassissimo, e difeso da un fosso largo e profondo, anticamente riempito dalle acque del Corno d'oro e del Mar di Marmara, ora coperto d'erba e di cespugli.
Tutte queste mura sono ancora, presso a poco, quali erano il giorno dopo la presa di Costantinopoli: perchè sono pochissima cosa i ristauri fatti da Maometto e da Bajazet II.
Vi si vedono ancora le breccie che v'apersero i cannoni enormi d'Orbano, le tracce dei colpi degli arieti e delle catapulte, gli squarci delle mine, e tutti gl'indizii dei luoghi dove si diedero gli assalti più furiosi e si opposero le resistenze più disperate.
Le torri rotonde delle mura di mezzo sono quasi tutte rovinate fino alle fondamenta; le torri delle mura interne, quasi tutte ritte; ma smerlate, scantonate, ridotte in punta alla sommità come tronchi d'alberi enormi acuminati a colpi d'accetta, e screpolate di cima in fondo o incavate alla base come scogli rosi dal mare.
Pezzi smisurati di muratura, rotolati giù dalle cortine, ingombrano la piattaforma del muro di mezzo, quella del muro esterno ed il fosso.
Piccoli sentieri serpeggiano fra le macerie e le erbaccie e si perdono nell'ombra cupa della vegetazione alta, fra i macigni e gli scoscendimenti della terra messa a nudo dai muri precipitati.
Ogni tratto di bastione compreso fra due torri è un quadro stupendo di rovine e di verde, pieno di maestà e di grandezza.
Tutto è colossale, selvatico, irto, minaccioso, e improntato d'una bellezza pomposa e triste, che impone la riverenza.
Par di vedere le rovine d'una catena sterminata di castelli feudali, o i resti d'una di quelle muraglie prodigiose che circondavano i grandi imperi leggendarii dell'Asia orientale.
La Costantinopoli del secolo decimonono è sparita; si è dinanzi alla città dei Costantini; si respira l'aria del quattrocento; tutti i pensieri corrono al giorno dell'immensa caduta e si rimane per un momento sbalorditi e sgomenti.
La porta per cui ero uscito, chiamata dai turchi Egri-Kapú, era quella famosa porta Caligaria, per la quale fece la sua entrata trionfale Giustiniano, ed entrò poi Alessio Comneno per impadronirsi del trono.
Dinanzi v'è un cimitero musulmano.
Nei primi giorni dell'assedio era stato messo là quello smisurato cannone d'Orbano, intorno al quale lavoravano quattrocento artiglieri e che cento buoi stentavano a smovere.
La porta era difesa da Teodoro di Caristo e da Giovanni Greant, contro l'ala sinistra dell'esercito turco che si stendeva fino al Corno d'oro.
Da quel punto fino al Mar di Marmara non c'è più un sobborgo nè un gruppo di case.
La strada corre diritta fra le mura e la campagna.
Non v'è nulla che distragga dalla contemplazione delle rovine.
Mi misi in cammino.
Andai per un lungo tratto in mezzo a due cimiteri; uno cristiano a sinistra, sotto le mura; un altro maomettano, a destra, vastissimo e ombreggiato da una selva di cipressi.
Il sole scottava; la strada si stendeva dinanzi a me bianca e solitaria, e sollevandosi a poco a poco tagliava con una linea retta, sulla sommità dell'altura, il cielo, limpidissimo.
Da una parte le torri succedevano alle torri, dall'altra le tombe succedevano alle tombe.
Non sentivo che il rumore cadenzato del mio passo e di tratto in tratto il fruscìo di un lucertolone fra i cespugli vicini.
Andai così per un lungo tratto, fin che mi trovai impensatamente davanti a una bella porta quadrata, sormontata da un grande arco a tutto sesto e fiancheggiata da due grosse torri ottagone.
Era la porta d'Adrianopoli, la Polyandria dei Greci; quella che sostenne nel 625, sotto Eraclio, l'urto formidabile degli Avari, che fu difesa contro Maometto II dai fratelli Paolo e Antonino Troilo Bochiardi, e che divenne poi la porta delle uscite e dell'entrate trionfali degli eserciti musulmani.
Nè dinanzi nè intorno non c'era anima viva.
Improvvisamente uscirono di galoppo due cavalieri turchi, mi ravvolsero in un nuvolo di polvere e sparirono per la strada d'Adrianopoli; poi tornò a regnare un silenzio profondo.
Di là, voltando le spalle alle mura, mi avanzai per la strada d'Adrianopoli, discesi nel vallone del Lykus, salii sopra un'altura, e mi trovai dinanzi al vastissimo piano ondulato e arido di Dahud-Pascià, dove tenne il quartier generale Maometto II, durante l'assedio di Costantinopoli.
Stetti qualche tempo là immobile, guardando intorno con una mano sugli occhi, come per cercare le traccie dell'accampamento imperiale e rappresentarmi il grande e strano spettacolo che doveva offrire quel luogo sul finire della primavera del 1453.
Là proprio rifluiva, come al suo cuore, la vita di tutto l'enorme esercito che stringeva nel suo formidabile amplesso la grande città moribonda.
Di là partivano gli ordini fulminei che movevano le braccia di centomila operai, che facevano trascinare per terra duecento galere dalla baia di Besci-tass alla baia di Kassim-Pascià, che spingevano nelle viscere della terra eserciti di minatori armeni, che sguinzagliavano da cento parti i drappelli d'araldi ad annunziar l'ora degli assalti, e facevano, nel tempo che s'impiega a contare le pallottoline d'un tespì, tendere trecentomila archi e sguainare trecentomila scimitarre.
Là i messi pallidi di Costantino s'incontravano coi genovesi di Galata venuti a vender l'olio per rinfrescare i cannoni d'Orbano e colle vedette musulmane che spiavano dalla riva del Mar di Marmara se apparissero all'orizzonte le flotte europee a portar gli ultimi soccorsi della cristianità all'ultimo baluardo dei Costantini.
Là era un formicolìo di cristiani rinnegati, d'avventurieri asiatici, di vecchi sceicchi, di dervis macilenti, laceri e stremati dalle lunghe marcie, che andavano e venivano affannosamente intorno alle tende di quattordicimila giannizzeri, fra schiere interminabili di cavalli bardati, fra lunghissime file di alti cammelli immobili, in mezzo a catapulte e a baliste infrante, a rottami di cannoni scoppiati, a piramidi di palle enormi di granito; incrociandosi con le processioni dei soldati polverosi che portavano a due a due, dalle mura all'aperta campagna, cadaveri sformati e feriti urlanti, a traverso una nuvola perpetua di fumo.
In mezzo all'accampamento dei giannizzeri s'alzavano le tende variopinte della Corte, e al di sopra di queste, il padiglione vermiglio di Maometto II.
E ogni mattina, allo spuntar del giorno, egli era là, ritto dinanzi all'apertura del suo padiglione, pallido della veglia affannosa della notte, col suo gran turbante ornato d'un pennacchio giallo e il suo lungo caffettano color di sangue, e fissava il suo sguardo d'aquila sull'immensa città che gli si stendeva dinanzi, tormentando con una mano la folta barba nera e coll'altra il manico d'argento del suo pugnale ricurvo.
Accanto a lui c'era Orbano, l'inventore del cannone prodigioso, che doveva pochi giorni dopo, scoppiando, slanciare le sue ossa sulla spianata dell'Ippodromo; l'ammiraglio Balta-Ogli, già turbato dal presentimento della sconfitta, che fece cadere sul suo capo il bastone d'oro del Gran Signore; il comandante temerario dell'Epepolin, il grande castello mobile, coronato di torri e irto di ferro, che cadde poi incenerito davanti alla porta di San Romano; una corona di legisti e di poeti abbronzati dal sole di cento battaglie; un corteo di pascià colle membra coperte di cicatrici e i caffettani lacerati dalle freccie; una folla di giannizzeri giganteschi colle lame nude nel pugno e di sciaù armati di verghe di acciaio, pronti a far cadere le teste e a lacerare le carni ai ribelli e ai vigliacchi; tutto il fiore di quella sterminata moltitudine asiatica, piena di gioventù, di ferocia e di forza, che stava per rovesciarsi, come un torrente di ferro e di fuoco, sugli avanzi decrepiti dell'Impero bizantino; e tutti, immobili come statue, tinti di rosa dai primi raggi dell'aurora, guardavano all'orizzonte le mille cupole argentee della città promessa dal Profeta, sotto le quali sonavano, in quell'ora, le preghiere e i singhiozzi del popolo codardo.
Io vedevo i visi, gli atteggiamenti, i pugnali, le pieghe delle cappe e dei caffettani, e le grandi ombre che s'allungavano sul terreno incavato dalle ruote dei cannoni e delle torri.
Ma a un tratto, lasciando cader gli occhi sopra una grossa pietra mezzo affondata nella terra, e leggendovi una rozza iscrizione, quel gran quadro disparve come una visione fantasmagorica, e vidi sparpagliarsi per la pianura brulla una moltitudine allegra di cacciatori di Vincennes, di zuavi e di fantaccini dai calzoni rossi; sentii cantare le canzonette della Provenza e della Normandia; vidi il maresciallo Saint-Arnaud, Canrobert, Forey, Espinasse, Pelissier; riconobbi mille volti e mille colori vivi nella mia memoria e cari al mio cuore fin dall'infanzia...
e rilessi con un sentimento inesprimibile di sorpresa e di piacere quella povera iscrizione.
La quale diceva: - Eugène Saccard, caporal dans le 22° léger, 16 Juin 1854.
Di là ripassai per il vallone del Lykus e ritornai sulla strada che fiancheggia le mura, sempre solitaria e sempre serpeggiante fra le rovine e i cimiteri.
Passai dinanzi all'antica porta militare di Pempti, ora murata; attraversai un'altra volta il Lykus, che entra nella città in quel punto, e arrivai finalmente dinanzi alla porta chiamata del Cannone, dal gran cannone d'Orbano, che v'era appostato davanti; la porta contro cui rivolse il suo ultimo assalto l'esercito di Maometto.
Alzando gli occhi alla sommità delle mura, vidi dietro ai merli parecchie orribili faccie nere, coi capelli scarmigliati, che mi guardavano in aria di stupore.
Seppi poi che s'era annidata là una tribù di zingari, ficcando le sue capanne nelle spaccature delle cortine e delle torri.
Qui le traccie della lotta sono veramente gigantesche e superbe: le mura sventrate, crivellate, stritolate; le torri dimezzate ed informi, le piattaforme sepolte sotto monti di ruderi, le feritoie squarciate, il terreno sconvolto, il fosso ingombro di rottami colossali, che sembrano massi di roccie franati da una montagna.
La battaglia tremenda sembra stata combattuta il giorno innanzi e le rovine raccontano meglio d'una voce umana l'orribile eccidio di cui furono spettatrici.
E fu poco meno che il medesimo dinanzi a tutte le porte, per tutta la lunghezza delle mura.
La lotta cominciò allo spuntare del giorno.
L'esercito ottomano era diviso in quattro enormi colonne, e preceduto da centomila volontarii, che formavano un'immensa avanguardia predestinata alla morte.
Tutta questa carne da cannone, questa turba indisciplinata e temeraria di tartari, di caucasei, d'arabi, di negri, guidati dai sceicchi, eccitati dai dervis, cacciati innanzi a nerbate da un esercito di sciaù, si slanciò per la prima all'assalto, carica di terra e di fascine, formando una sola catena e cacciando un urlo solo dal Mar di Marmara al Corno d'oro.
Arrivati sulla sponda del fosso, una grandine di ferro e di pietre li arresta e li macella; cadono a cento a cento, schiacciati dai macigni, crivellati dalle freccie, fulminati dalle palle, arsi dalle vampe delle spingarde, vecchi, fanciulli, schiavi, ladri, pastori, briganti; altre turbe, spinte da turbe più lontane, sottentrano; in poco tempo il fosso e le sponde sono coperte di mucchi di cadaveri, di membra palpitanti, di turbanti insanguinati, d'archi, di scimitarre; su cui altri torrenti d'armati passano muggendo e vanno a frangersi e a insanguinarsi ai piedi delle cortine e delle torri, sotto un rovescio più fitto di giavellotti e di sassi, in una nuvola densa che nasconde le mura, i difensori, i morti, la strada; fin che mille trombe ottomane fanno sentire i loro squilli selvaggi sopra il tumulto della battaglia, e la grande avanguardia dimezzata e sanguinosa retrocede confusamente da tutta la linea delle mura.
Allora Maometto II sguinzaglia all'assalto il grosso delle sue forze.
Tre grandi eserciti, tre fiumane d'uomini, condotti da cento Pascià, sorvolati da mille stendardi, s'avanzano, s'allargano, coprono le alture, allagano le valli, scendono levando un frastuono spaventoso di trombe, di timballi e di spade, e gettando un grido: - La Ilah illa lah! - che rimbomba come uno scoppio di fulmine dal Corno d'oro alle Sette Torri, spiccano la corsa e vanno a precipitarsi contro le mura come un oceano in tempesta contro una riva di roccie tagliate a picco.
Allora comincia la grande battaglia, ossia cento battaglie, alle porte, alle breccie, nei fossi, sulle piattaforme, ai piedi delle cortine, da un capo all'altro dell'enorme baluardo secolare di Costantinopoli.
Dieci mila feritoie vomitano la morte sopra duecento mila vite.
Dall'alto delle cortine e delle torri ruzzolano i macigni, le travi, le botti piene di terra, le fascine accese.
Le scale, cariche d'assalitori, rovinano; i ponti levatoi delle torri di assedio precipitano; le catapulte fiammeggiano.
Schiere dietro schiere s'avventano e ricadono, sfolgorate, sulle macerie, sui molti sfracellati, sui moribondi, nel sangue, nell'acqua, sulle armi dei compagni, dentro a un fumo fitto, illuminato qua e là dalle vampe improvvise del fuoco greco, fra i sibili rabbiosi della mitraglia, fra gli scoppi delle mine, fra gli urli dei mutilati, fra i rimbombi formidabili delle diciotto batterie di Maometto, che fulminano la città dalle alture.
Di tratto in tratto la battaglia si rallenta come per riprender respiro, e allora sulla larga breccia di porta San Romano, a traverso il fumo diradato, si vede per qualche momento ondeggiare il mantello di porpora di Costantino, scintillare le armature di Giustiniani e di Francesco di Toledo, e agitarsi confusamente le terribili figure dei trecento arcieri genovesi.
Poi la mischia si riaccende, il fumo rinasconde le breccie, le scale si riappoggiano alle mura, e ricominciano a cader rovine su rovine e cadaveri su cadaveri alla porta d'Adrianopoli, alla porta Dorata, alla porta di Selymbria, alla porta di Tetarté, alla porta di Pempti, alla porta di Russion, alle Blacherne, all'Heptapyrgion; e turbe armate dietro turbe armate, che par che escano dalla terra, seguitano a irrompere contro le mura, valicano il fosso, superano le prime cortine, cadono, risorgono, s'arrampicano su per le macerie, strisciano sui cadaveri, sotto nuvoli di freccie, sotto tempeste di palle, sotto nembi di fuoco.
Finalmente gli assalitori, diradati e sfiniti, cedono, retrocedono, si sparpagliano, e un grido altissimo di vittoria e un coro solenne di canti sacri s'innalza dalle mura.
Dall'altura di fronte a San Romano, Maometto II, circondato da quattordicimila giannizzeri, vede, e rimane qualche tempo incerto se debba ritentare l'assalto o rinunziare all'impresa.
Ma girato uno sguardo sui suoi formidabili soldati che lo guardano in volto fremendo d'impazienza e d'ira, si rizza superbamente sulle staffe e getta un'altra volta il grido della battaglia.
Allora è la vendetta di Dio che si scatena.
I giannizzeri rispondono con quattordicimila grida in un grido; le colonne si movono; una turba di dervis si spande per il campo a rianimare i dispersi, i sciaù arrestano i fuggenti, i pascià riformano le schiere, il Sultano, brandendo la sua mazza di ferro, s'avanza tra uno sfolgorìo di scimitarre e d'archi, in mezzo a un mare di turbanti e di caschi; sulla porta di San Romano torna a rovesciarsi una grandine di freccie e di palle; Giustiniani, ferito, scompare; gl'italiani, scoraggiti, si scompigliano; il gigantesco giannizzero Hassan d'Olubad sale per il primo sui baluardi; Costantino, combattendo in mezzo agli ultimi suoi valorosi della Morea, è precipitato dai merli, lotta ancora sotto alla porta, stramazza in mezzo ai cadaveri...; l'Impero d'Oriente è caduto.
La tradizione dice che un grande albero segnava il luogo dove fu trovato il corpo di Costantino; ma non ne vidi più traccia.
Fra quei ruderi, dove corsero rigagnoli di sangue, la terra era tutta bianca di margheritine e di ombrellifere, sulle quali svolazzava un nuvolo di farfalle.
Colsi un fiore per ricordo, sotto gli sguardi attoniti degli zingari, e mi rimisi in cammino.
Le mura mi si stendevano sempre dinanzi a perdita d'occhi.
Nei luoghi alti nascondevano affatto la città, in modo che chi non l'avesse saputo, non avrebbe pensato mai che dietro quelle rovine solitarie e silenziose, ci potesse essere una vasta metropoli, coronata di grandi monumenti e abitata da un grande popolo.
Nei luoghi bassi, invece, apparivano dietro i merli punte inargentate di minareti, sommità di cupole, tetti di chiese greche, vette di cipressi.
Qua e là, per uno squarcio delle cortine, vedevo di sfuggita, come per una porta improvvisamente aperta e chiusa, un pezzo di città: gruppi di case che parevano abbandonate, vallette deserte, orti, giardini, e più lontano, sfumati nella chiarezza bianca del mezzogiorno, i contorni fantastici di Stambul.
Passai dinanzi alla porta murata di Tetartè, non indicata che da due torri vicinissime.
In quel tratto le mura sono meglio conservate.
Si vedono dei lunghi pezzi delle cortine di Teodosio II, quasi intatte; delle belle torri del prefetto del Pretorio Antemio e dell'imperatore Ciro Costantino, che portano ancora gloriosamente sul capo invulnerato la loro corona di quindici secoli, e par che sfidino un nuovo assalto.
In alcuni punti, sulle piattaforme, ci sono delle capanne di contadini, che danno un risalto inaspettato, colla loro fragile piccolezza, alla salda maestà delle mura, e paion nidi d'uccelli appesi ai fianchi dirupati d'una montagna.
E a destra sempre cimiteri, boschi di cipressi in salita e in discesa, vallette grigie di pietre sepolcrali; qui un convento di dervis, mezzo nascosto da una corona di platani; là un caffè solitario; più in là una fontana ombreggiata da un salice; e di là dai boschetti, sentieri bianchi che si perdono nella campagna alta ed arida, sotto un cielo abbagliante, in cui ruotano degli avoltoi.
Dopo un altro quarto d'ora di cammino arrivai dinanzi alla porta chiamata Yeni-Mewle-hane, da un famoso convento di dervis che c'è davanti: una porta bassa, nella quale sono incastrate quattro colonne di marmo, e ai cui lati s'innalzano due torri quadrate, ornate d'un'iscrizione di Ciro Costantino, del 447, e d'un'iscrizione di Giustino II e di Sofia, nella quale l'ortografia dei nomi imperiali è sbagliata: saggio curioso della ignoranza barbarica del V secolo.
Guardai dentro la porta, sulle mura, intorno al convento, nei cimiteri: non c'era anima nata.
Riposai qualche momento appoggiato alle spallette del piccolo ponte che accavalcia il fosso delle mura, e poi ripresi la mia strada.
Io darei il ricordo d'una delle più belle vedute di Costantinopoli per poter trasfondere in chi legge soltanto un'ombra del sentimento profondo e singolarissimo che provavo andando così solo fra quelle due catene interminabili di rovine e di sepolcri, sotto quel sole, in quella solitudine severa, in mezzo a quella immensa pace.
Molte volte, nei giorni tristi della mia vita, fantasticando, desiderai di trovarmi fra una carovana di gente misteriosa e muta, che camminasse eternamente, per paesi sconosciuti, verso una meta ignorata.
Ebbene, quella strada rispondeva a quel mio desiderio.
Avrei voluto che non finisse mai.
Ma non m'inspirava mestizia; mi dava invece serenità e ardimento.
Quei colori vigorosi della vegetazione, quelle forme ciclopiche delle mura, quelle grandi linee del terreno simili alle onde d'un oceano agitato, quelle solenni memorie d'imperatori, d'eserciti, di lotte titaniche, di popoli scomparsi, di generazioni defunte, accanto a quella città enorme, in quel silenzio mortale, rotto soltanto dal frullo possente delle ali dell'aquile che spiccavano il volo dalla sommità delle torri, mi destavano nella mente un ribollimento di fantasie gigantesche e di desiderii smisurati, che mi raddoppiava il sentimento della vita.
Avrei voluto esser più alto di due palmi e vestire l'armatura colossale del Grand'Elettore di Sassonia che avevo veduto nell'Armeria di Madrid, e che il mio passo risonasse in quel silenzio come il passo misurato d'un reggimento d'alabardieri del medioevo.
Avrei voluto aver la forza d'un Titano per sollevare fra le braccia i ruderi immani di quelle mura superbe.
Camminavo colla fronte alta, colle sopracciglia corrugate, colla mano destra serrata, apostrofando a grandi versi sciolti Costantino e Maometto, rapito in una specie d'ebbrezza guerriera, con tutta l'anima nel passato; e mi sentivo tanta giovinezza nella mente e nel sangue, ed ero così beato d'esser solo, e così geloso di quella solitudine piena di vita, che non avrei voluto incontrare nemmeno il più intimo dei miei amici.
Passai dinanzi all'antica porta militare di Trite, oggi chiusa.
Le cortine e le torri sfracellate indicano che dinanzi a quel tratto di mura debbono esser stati posti alcuni dei grossi cannoni d'Orbano.
Si crede anzi che fosse là una delle tre grandi breccie che Maometto II accennò all'esercito il giorno prima dell'assalto, quando disse: - Voi potrete entrare in Costantinopoli a cavallo per le tre brecce che ho aperte.
- Di là riuscii davanti a una porta aperta, fiancheggiata da due torri ottagone, e riconobbi dal piccolo ponte a tre archi d'un bel color d'oro, la porta di Selivri, da cui partiva la grande strada che conduceva alla città di Selybmria, che le diede il nome, cangiato dai Turchi in Selivri.
Durante l'assedio di Maometto, difendeva quella porta Maurizio Cattaneo, genovese.
La strada conserva ancora alcune pietre del lastricato che vi fece fare Giustiniano.
Dinanzi c'è un vasto cimitero e di là dal cimitero il monastero notissimo di Baluklù.
Appena entrato nel cimitero, trovai da me solo il luogo solitario dove sono sepolte le teste del famoso Alì di Tepeleni, pascià di Giannina; dei suoi figli: Velì, governatore di Trihala, Muctar, comandante d'Arlonia, Saalih, comandante di Lepanto; e di suo nipote Mehemet, figlio di Velì, comandante di Delvina.
Sono cinque colonnine di pietra, terminate in forma di turbante, che portano tutte la data del 1827, e un'iscrizione semplicissima, fatta da quel povero Solimano dervis, amico d'infanzia d'Alì, che comperò le teste, dopo che furono staccate dai merli del Serraglio, e le seppellì di sua mano.
L'iscrizione del cippo d'Alì, che è posto nel mezzo, dice: - Qui giace la testa del famoso Alì-Pascià di Tepeleni, governatore del Sangiaccato di Giannina, il quale, per più di cinquant'anni, s'affaticò per l'indipendenza dell'Albania.
- Il che prova che anche sui sepolcri musulmani si scrivono delle pietose menzogne.
Mi arrestai qualche momento a contemplare quella poca terra che copriva quel formidabile capo, e mi venivano in mente le domande d'Amleto al teschio di Yorik.
Dove sono i tuoi Palicari, leone d'Epiro? Dove sono i tuoi bravi Arnauti e i tuoi palazzi irti di cannoni e il tuo bel chiosco riflesso dal lago di Giannina e i tuoi tesori sepolti nelle roccie e i begli occhi della tua Vasiliki? E pensavo alla bellissima donna vagante per le vie di Costantinopoli, povera e desolata dai ricordi della sua felicità e della sua grandezza, quando sentii un leggero fruscio, e voltandomi, vidi un uomo lungo e stecchito, vestito d'una gran tonaca scura, col capo scoperto, che mi guardava in aria interrogativa.
Da un cenno che mi fece, capii che era un monaco greco di Baluklù, che voleva farmi vedere la fontana miracolosa, e m'incamminai con lui verso il monastero.
Mi condusse a traverso un cortile silenzioso, aperse una porticina, accese una candela, mi fece scendere con sè per una scaletta, sotto una volta umida e oscura, e fermandosi dinanzi a una specie di cisterna, sulla quale raccolse con una mano la luce della fiammella, mi accennò di guardare i pesci rossi che guizzavano nell'acqua.
Mentre guardavo, mi borbottò un discorso incomprensibile che doveva essere la favola famosa del miracolo dei pesci.
Mentre i Musulmani davano l'ultimo assalto alle mura di Costantinopoli, un monaco greco, in quel convento, friggeva dei pesci.
Improvvisamente s'affacciò alla porta della cucina un altro monaco, tutto atterrito, e gridò: - La città è presa! - Che! - rispose l'altro: - lo crederò quando vedrò i miei pesci saltar fuori della padella.
- E i pesci saltarono fuori sull'atto, belli e vivi, mezzi bruni e mezzi rossi perchè non erano fritti che da una parte, e furono rimessi religiosamente, come ognuno può pensare, nell'acqua dov'erano stati pigliati e dove guizzano ancora.
Finita la sua chiacchierata, il monaco mi gettò sul viso alcune goccie dell'acqua sacra, che gli ricascarono in mano convertite in soldi, e dopo avermi riaccompagnato alla porta, stette un pezzo a guardarmi, mentre m'allontanavo, coi suoi piccoli occhi annoiati e sonnolenti.
E sempre, da una parte, mura dietro mura e torri dietro torri, e dall'altra cimiteri ombrosi, qualche campo verde, qualche vigneto, qualche casa chiusa, e di là, il deserto.
Qualche volta, guardando le mura da un luogo basso, mi pareva di vederne l'ultimo profilo; ma fatta una breve salita, le vedevo di nuovo stendersi dinanzi a me senza fine, e a ogni passo saltavan fuori le torri, lontano, l'una dietro l'altra, a due, a tre insieme, come se accorressero sulla strada per veder chi turbava il silenzio di quella solitudine.
La vegetazione, in quel tratto, è maravigliosa.
Alberi frondosi si rizzano sulle torri, come sopra vasi giganteschi; dai merli spenzolano ciuffi di fiori gialli e di fiori rossi e ghirlande d'edera e di caprifoglio; di sotto ci son mucchi inestricabili di corbezzoli, di lentischi, di ortiche, di pruni, in mezzo a cui sorgono dei platani e dei salici, che coprono d'ombra il fosso e le sponde.
Grandi tratti di muro sono completamente coperti dall'edera, che trattiene come una rete i mattoni e i calcinacci staccati, e nasconde le breccie e le feritoie.
Il fosso è coltivato a orticelli; sulle sponde pascolano capre e pecore custodite da ragazzi greci, coricati all'ombra degli alberi; dai muri escono stormi d'uccelli; l'aria è piena delle fragranze acute dell'erbe selvatiche; e spira non so che allegrezza primaverile sulle rovine, che paiono inghirlandate e infiorate per il passaggio trionfale d'una Sultana.
Tutt'a un tratto mi sentii nel volto un soffio d'aria salina, e alzando gli occhi vidi lontano, dinanzi a me, l'azzurro del Mar di Marmara.
Nello stesso punto mi parve che una voce sommessa mi mormorasse nell'orecchio: - Il castello delle Sette Torri - e mi fermai un momento in mezzo alla strada, con un sentimento vago d'inquietudine.
Poi ripresi il cammino, passai dinanzi all'antica porta Deleutera, oltrepassai la porta Melandesia, e mi trovai in faccia al castello.
Questo edificio di malaugurio, innalzato da Maometto II sull'antico Cyclobion dei Greci, per difendere la città nel punto in cui le mura che la proteggono dalla parte di terra si congiungono con quelle che la difendono dalla parte del Mar di Marmara, e convertito poi in prigione di Stato, appena le ulteriori conquiste dei Sultani, mettendo al sicuro Stambul dal pericolo d'un assedio, lo ebbero reso inutile come fortezza; non è più ora che uno scheletro di castello, custodito da pochi soldati; una rovina maledetta, piena di memorie dolorose e orribili, che corrono in leggende sinistre per le bocche di tutti i popoli di Costantinopoli, e non veduta dai viaggiatori, per solito, che di sfuggita, dalla prora del bastimento che li porta al Corno d'oro.
I Turchi lo chiamano Jedi-Kulé, ed è per loro ciò che la Bastiglia per la Francia e la Torre di Londra per l'Inghilterra: un monumento che ricorda i tempi più nefandi della tirannia dei Sultani.
Le mura della città lo nascondono agli occhi di chi guarda dalla strada, eccetto due delle sette grandi torri che gli diedero il nome, delle quali non ce n'è più intere che quattro.
Nel muro esterno rimangono due colonne corinzie, che appartenevano all'antica Porta dorata, per la quale fecero le loro entrate trionfali Narsete ed Eraclio, e che è la stessa, giusta una leggenda comune ai musulmani ed ai greci, per la quale passeranno i Cristiani il giorno che rientreranno vincitori nella città di Costantino.
La porta d'entrata è dentro le mura, in una piccola torre quadrata, dinanzi a cui sonnecchia una sentinella in babbuccie, la quale acconsente quasi sempre a lasciar entrare nello stesso tempo una moneta in tasca e un viaggiatore nel castello.
Entrai e mi trovai solo in un grande recinto, d'un aspetto lugubre di cimitero e di carcere, che mi fece arrestare il passo.
Tutt'intorno s'alzano mura enormi e nere, che formano un pentagono, coronate di grosse torri quadrate e rotonde, altissime e basse, alcune diroccate, altre intere e coperte da alti tetti conici, rivestiti di piombo, e innumerevoli scale in rovina, che conducono ai merli e alle feritoie.
Dentro al recinto c'è una vegetazione alta e fitta, dominata da un gruppo di cipressi e di platani, sopra i quali spunta il minareto d'una piccola moschea nascosta; fra le piante più basse, i tetti d'un gruppo di capanne, in cui dormono i soldati; nel mezzo, la tomba d'un vizir che fu strangolato nel castello; qua e là i resti deformi d'un antico ridotto; e fra i cespugli e lungo i muri, frammenti di bassorilievi, tronchi di colonne e capitelli affondati nella terra, mezzo coperti dalle erbaccie e dall'acqua dei pantani: un disordine bizzarro e triste, pieno di misteri e di minaccie, che mette ripugnanza a inoltrarsi.
Stetti un po' incerto guardando intorno, e poi andai innanzi, con circospezione, come per timore di mettere il piede in una pozza di sangue.
Le capanne erano chiuse, la moschea chiusa; tutto solitario e quieto, come in una rovina abbandonata.
In qualche punto dei muri ci sono ancora tracce di croci greche, frammenti di monogrammi costantiniani, ali spezzate d'aquile romane e resti di fregi dell'antico edifizio bizantino, anneriti dal tempo.
Su alcune pietre si vedono incise rozzamente delle iscrizioni greche in caratteri minuti: quasi tutte iscrizioni dei soldati di Costantino, che custodivano la fortezza, sotto il comando del fiorentino Giuliani, il giorno prima della caduta di Costantinopoli; povera gente rassegnata a morire, che invocava Iddio perchè salvasse la loro città dal saccheggio e le loro famiglie dalla schiavitù.
Delle due torri poste dietro alla Porta dorata, una è quella in cui venivano chiusi gli ambasciatori degli Stati ch'erano in guerra coi Sultani, e vi si leggono ancora sui muri parecchie iscrizioni latine, delle quali la più recente è degli ambasciatori veneti imprigionati sotto il regno d'Ahmed III, quando scoppiò la guerra della Morea.
L'altra è la torre famosa a cui si riferiscono le più lugubri tradizioni del castello: la torre che racchiudeva un labirinto di segrete orrende, sepolcri di vivi, nelle quali i vizir e i grandi della Corte aspettavano, pregando nelle tenebre, l'apparizione del carnefice, o impazziti dalla disperazione, lasciavano sulle pareti le traccie sanguinose delle unghie e del cranio.
In uno di quei sepolcri c'era il grande mortaio in cui si stritolavano le ossa e le carni agli ulema.
A pian terreno v'è lo stanzone rotondo, chiamato prigione di sangue, dove si decapitavano secretamente i condannati, e si buttavano le teste in un pozzo, detto il pozzo di sangue, di cui si vede ancora la bocca nel mezzo del pavimento ineguale, coperta da due lastre di pietra.
Sotto c'era la così detta caverna rocciosa, rischiarata da una lanterna appesa alla volta, dove si tagliava la pelle a striscie ai condannati alla tortura, si versava la pece infiammata nelle piaghe aperte dalle verghe e si schiacciavano colle mazze i piedi e le mani, e gli urli orrendi degli agonizzanti non arrivavano che come un lamento fioco agli orecchi dei prigionieri della torre.
In un angolo del recinto si vedono ancora le traccie d'un cortile nel quale si troncava la testa, di notte, ai condannati comuni; e là vicino c'era ancora, non è gran tempo, un muro di ossa umane che s'innalzava fin quasi alla piattaforma del castello.
Vicino all'entrata c'è la prigione di Otmano II, la prima vittima imperiale dei Giannizzeri.
È la stanza dove il povero Sultano diciottenne, a cui la disperazione raddoppiava le forze, resistette furiosamente ai suoi quattro carnefici, fin che una mano spietata e codarda, esercitata a far gli eunuchi, lo afferrò "alle sorgenti della virilità" e gli strappò un altissimo grido, che fu soffocato dal capestro.
In tutte le altre torri e in parte delle mura c'era un andirivieni di corridoi tenebrosi, di scalette segrete, di porte basse, chiuse da battenti di ferro o di travi, sotto le quali curvarono la testa per l'ultima volta pascià, principi imperiali, governatori, ciambellani, grandi ufficiali nel fiore della giovinezza e nel colmo della potenza, a cui tutto veniva tolto in un'ora; e il loro capo aveva già rigato di sangue le mura esterne del castello, che le loro spose li aspettavano ancora vestite a festa fra gli splendori degli arem.
Passavano per quei corridoi stillanti d'acqua e per quelle scale sepolcrali, di notte, al lume delle lanterne, soldati e carnefici dalle mani sanguinose, e messaggieri del Serraglio che venivano a portare ai condannati a morte, ancora illusi da un barlume di speranza, l'ultimo no dei Sultani, e cadaveri cogli occhi fuor della fronte e coll'orrendo cordone di seta alla gola, portati da sciaù affannati e stanchi dalle lunghe lotte combattute nelle tenebre contro la rabbia della disperazione.
Alla estremità opposta di Stambul, sulla collina del Serraglio, v'era il tribunale spaventoso della Corte.
Qui era una macchina enorme di supplizio, coronata da sette patiboli di pietra, la quale riceveva dal mare e dalla terra, al lume della luna, le vittime vive, e non restituiva al sole che teschi e cadaveri; e dall'alto delle torri, in cui si moriva, le sentinelle notturne vedevano lontano i chioschi del Serraglio illuminati per le feste imperiali.
Ed ora si prova un senso di piacere al veder il castello infame così deformato, come se tutte le vittime risuscitate l'avessero roso e sgretolato colle unghie e coi denti per vendicarsi sulle mura non potendo vendicarsi sugli uomini.
Il grande mostro, disarmato e decrepito, sbadiglia colle cento bocche delle sue feritoie e delle sue porte squarciate, ridotto a un vano spauracchio, e una miriade di topi, di biscie e di scorpioni giallognoli, pullulati, come vermi, dal suo corpaccio infracidito, gli brulica nel ventre vuoto e per le reni spezzate, in mezzo a una vegetazione insolente che lo inghirlanda e lo impennacchia per ludibrio.
Dopo essermi affacciato a varie porte senza veder altro che una fuga precipitosa di topacci, salii per una scala erbosa sopra una delle cortine del lato occidentale.
Di là si domina tutto il castello: un vasto disordine di rovine, di torri, di merli, di scale, dì piatteforme, tutto nerastro o rosso cupo, intorno a un gran mucchio di verde vivo; e di là, altre torri e altri merli innumerevoli delle mura orientali di Stambul; così che a socchiuder gli occhi, par di vedere una sola vastissima fortezza abbandonata, che si disegna sull'azzurro del Mar di Marmara.
A sinistra si vede una gran parte di Stambul, tagliata da parecchie lunghissime strade serpeggianti, che fuggono nella direzione dell'antica via trionfale degl'Imperatori Bizantini, la quale dalla Porta Dorata, passando per il foro d'Arcadio e per il foro di Costantino, andava fino alla reggia.
Era una veduta immensa e ridente, che mi faceva parer più sinistro il mucchio di rovine malaugurate che avevo ai piedi.
Rimasi lungo tempo là, appoggiato a un merlo infocato dal sole, abbagliato da una luce vivissima, guardando sotto quel grande sepolcro scoperchiato con quella curiosità pensierosa e diffidente con cui si guardano i luoghi dove fu commesso di fresco un delitto.
Regnava un silenzio profondo.
Per i muri correvano delle grosse lucertole, giù nei fossi gracidavano i rospi, sopra le torri roteavano dei corvi, intorno al capo mi ronzava un nuvolo d'insetti venuti su dai pantani delle rovine, e l'aria un po' agitata mi portava il puzzo d'un cavallo putrefatto, disteso in fondo al fosso esterno della fortezza.
Mi prese un senso di schifo e di ribrezzo; eppure mi sentivo inchiodato là, come affascinato, immerso in una specie d'assopimento; e tenendo gli occhi socchiusi, quasi sognando, in quella pace morta del mezzogiorno, mi pareva d'udire, nel ronzio monotono degl'insetti, il tonfo dei teschi gettati nel pozzo, le grida lamentevoli dei moribondi dei sotterranei e la voce del figliuolo minore di Brancovano, che sentendosi sul collo il freddo del capestro, gridava: - Padre mio! Padre mio! - E siccome ero stanco e la luce m'abbagliava, chiusi gli occhi e rimasi un momento assopito; e subito tutte quelle orribili immagini mi si affollarono alla mente con un'evidenza spaventosa.
In quel punto fui riscosso da un grido acuto e sonoro, e vidi sotto, sul terrazzo del piccolo minareto, il muezzin della moschea del castello.
Quella voce lenta, dolce, solenne, che parlava di Dio, in quel luogo, in quel momento, mi discese nel più profondo dell'anima! Pareva che parlasse in nome di tutti coloro che eran morti là dentro, che dicesse che i loro dolori non erano stati inutili, che le loro ultime lacrime erano state raccolte, che le loro torture avevano avuto un compenso, che essi avevano perdonato, che bisognava perdonare, che si doveva pregare e confidare in Dio, anche quando il mondo ci abbandona, e che tutto è vano sulla terra fuorchè questo sentimento infinito di amore e di pietà...
E uscii dal castello, commosso.
Ripresi il mio cammino verso il mare lungo le mura esterne di Stambul.
Là vicino c'è la stazione di Adrianopoli e s'incrociano sotto le mura parecchi tronchi di strada ferrata.
Mi trovai in mezzo a lunghe file di vagoni logori e polverosi.
Non c'era nessuno.
Se fossi stato un turco fanatico, nemico delle novità europee, avrei potuto incendiare l'una dopo l'altra quelle baracche, e andarmene tranquillamente senz'essere molestato.
Andai innanzi sull'orlo della strada temendo di sentire da un momento all'altro l'olà minaccioso d'un guardiano; ma nessuno mi diede noia, In poco tempo arrivai all'estremità delle mura.
Credevo di poter entrare in Stambul per di là: fui deluso.
Le mura del lato di terra si congiungono sulla spiaggia con quelle della parte di mare, e non c'è effigie di porta.
Allora mi avanzai su per le rovine d'un antico molo e sedetti sopra un macigno, in mezzo all'acqua.
Di là non vedevo altro che il Mar di Marmara, i monti dell'Asia, e le alture azzurrine, che parevano lontanissime, di Scutari.
La spiaggia era deserta; mi pareva d'esser solo nell'universo.
Le onde venivano a rompersi ai miei piedi e mi spruzzavano il volto.
Rimasi là un pezzo, pensando a mille cose, vagamente.
Vedevo me, solo, uscir dalla porta Caligaria e venir giù lentamente per la strada solitaria, fra i cimiteri e le torri, e seguitavo quell'uomo, come se fosse un altro.
Poi mi diedi a cercare Yunk nella città immensa.
Poi stetti a osservare le onde che venivano l'una dopo l'altra a distendersi mormorando sulla riva e sparivano l'una dopo l'altra in silenzio; e vedevo in esse l'immagine dei popoli e degli eserciti che eran venuti l'un dopo l'altro a urtarsi contro le mura di Bisanzio: le falangi di Pausania e d'Alcibiade, le legioni di Massimo e di Severo, le torme dei Persiani, le orde degli Avari, e gli Slavi e gli Arabi e i Bulgari e i Crociati, e gli eserciti di Michele Paleologo e di Comneno e quei di Baiazet Ilderim e quelli del secondo Amurat e quelli di Maometto il conquistatore, svaniti l'un dopo l'altro nel silenzio infinito della morte; e provavo la tristezza che stringeva il cuore al Leopardi la sera del dì di festa, quando sentiva morire a poco a poco il canto solitario dell'artigiano, che gli rammentava il suono dei popoli antichi, e pensava che tutto passa come un sogno sopra la terra.
Di là tornai indietro fino alla porta delle Sette Torri ed entrai dentro le mura per percorrere tutta Stambul lungo la riva del Mar di Marmara.
Ero già mezzo sgambato; ma nelle lunghe passeggiate, a un certo punto, nasce dalla stanchezza medesima una cocciutaggine animalesca che ravviva le forze.
Mi vedo ancora camminare e camminare per quelle strade deserte, sotto quel sole ardente, dominato da non so che sonnolenza fantastica, nella quale mi passavan dinanzi faccie d'amici di Torino, episodi di romanzi, vedute di altri paesi e pensieri vaghi sulla vita umana e sull'immortalità dell'anima; e tutto metteva a capo alla tavola rotonda dell'albergo di Bisanzio, scintillante di lumi e di cristalli, che vedevo lontanissima, al di là d'una città cento volte più grande di Stambul, e già coperta dalla notte.
Attraverso un sobborgo musulmano, che par disabitato, nel quale spira ancora la tristezza del castello delle Sette Torri, ed entro nel vasto quartiere di Psammatia, abitato da greci e da armeni, e anch'esso deserto.
Vado innanzi per una interminabile stradicciuola tortuosa, dalla quale vedo giù a destra, fra casa e casa, le mura merlate della città, che profilano i loro merli neri nell'azzurro vivo del mare.
Passo sotto la porta di Psammatia e mi trovo daccapo in un quartiere musulmano, tra finestre ingraticolate, porte chiuse, piccole moschee, giardini nascosti, cisterne erbose, fontane abbandonate.
Attraverso lo spazio dov'era l'antico foro boario, vedendo sempre, giù a destra, le mura e le torri, e non incontrando che qualche cane che si ferma per vedermi passare e qualche monello turco, seduto in terra, che mi fissa in volto, pensando un'impertinenza.
Qualche finestra s'apre e si chiude improvvisamente, e vedo di sfuggita una mano o il lembo d'una manica di donna.
Giro intorno ai vasti giardini di Vlanga che fanno corona all'antico porto di Teodosio; vedo dei vasti spazii colle traccie d'un incendio recente, dei luoghi dove pare che la città finisca nella campagna, dei conventi di dervis, delle chiese greche, delle piazzette misteriose ombreggiate da un grande platano, sotto il quale sonnecchia qualche vecchio col bocchino del narghilè tra le dita.
Vado innanzi, mi fermo dinanzi a un piccolo caffè per bere un bicchier d'acqua messo in mostra sulla finestra, chiamo, picchio, nessuno risponde.
Esco dal quartiere greco di Jeni-Kapú, entro in un altro quartiere musulmano, rientro un'altra volta fra le casette greche ed armene del quartiere di porta Kum, e m'accompagnano sempre da una parte i merli delle mura e l'azzurro del mare, e non incontro che cani, mendicanti, monelli, e sento sonare in alto la voce dei muezzin che annunziano il tramonto.
L'aria si fa oscura; e continuano a succedersi le casette, le moschee malinconiche, i crocicchi deserti, le imboccature dei vicoli; e comincio a sentirmi spossato e a pensare di buttarmi sopra una materassa dinanzi al primo caffè veduto, quando, a una svoltata, mi sorge improvvisamente dinanzi la mole enorme di Santa Sofia.
Oh, la cara vista! Le forze mi tornano, i pensieri si rasserenano, affretto il passo, arrivo al porto, passo il ponte, ed ecco dinanzi alla porta illuminata del primo caffè di Galata, Yunk, Rosasco, Santoro, tutta la mia piccola Italia che mi viene incontro col volto sorridente e colle mani tese...
e tiro uno dei più lunghi e larghi respiri che abbiano mai tirato i polmoni d'un galantuomo.
L'ANTICO SERRAGLIO
Come a Granata prima d'aver visto l'Alhambra, così a Costantinopoli pare che tutto rimanga da vedere fin che non si è penetrati fra le mura dell'antico Serraglio.
Mille volte al giorno, da tutti i punti della città e del mare, si vede là quella collina verdissima, piena di segreti e di promesse, che attira sempre gli sguardi come una cosa nuova, che tormenta la fantasia come un enimma, che si caccia in mezzo a tutti i pensieri, a segno che si finisce per andarci prima del giorno fissato, più per liberarsi da un tormento che per cercarvi un piacere.
Non c'è infatti un altro angolo di terra in tutta Europa, di cui il solo nome risvegli nella mente una più strana confusione d'immagini belle o terribili; intorno al quale si sia tanto pensato e scritto e cercato d'indovinare; che abbia dato luogo a tante notizie vaghe e contradditorie; che sia ancora oggetto di tante curiosità inappagabili, di tanti pregiudizii insensati, di tanti racconti meravigliosi.
Ora tutti ci penetrano e molti ne escono coll'animo freddo.
Ma si può esser sicuri che, anche fra secoli, quando forse la dominazione ottomana non sarà più che una reminiscenza in Europa, e su quella bella collina s'incroceranno le vie popolose d'una città nuova, nessun viaggiatore vi passerà senza riveder col pensiero gli antichi chioschi imperiali, e senza pensare con invidia a noi del secolo diciannovesimo che abbiamo ancora ritrovato in quei luoghi le memorie vive e parlanti della grande reggia ottomana.
Chi sa quanti archeologi cercheranno pazientemente le traccie d'una porta o d'un muro nei cortili dei nuovi edifizii e quanti poeti scriveranno dei versi sopra poche macerie sparse sulla riva del mare! O forse anche, fra molti secoli, quelle mura saranno ancora gelosamente custodite, e andranno a visitarle dotti, innamorati ed artisti, e la vita favolosa che vi fu vissuta per quattrocent'anni, si ridesterà e si spanderà in una miriade di volumi e di quadri su tutta la faccia della terra.
Non è la bellezza architettonica che attira su quelle mura la curiosità universale.
Il Serraglio non è un grande monumento artistico come l'Alhambra.
Il solo cortile dei leoni della reggia araba vale tutti i chioschi e tutte le torri della reggia turca.
Il pregio del Serraglio è d'essere un grande monumento storico, che commenta ed illumina quasi tutta la vita della dinastia ottomana; che porta scritta sulle pietre dei suoi muri e sul tronco dei suoi alberi secolari tutta la cronaca più intima e più secreta dell'impero.
Non vi manca che quella degli ultimi trent'anni e quella dei due secoli che precedettero la conquista di Costantinopoli.
Da Maometto II che ne pose la fondamenta a Abdul-Megid che l'abbandonò per andare ad abitare il palazzo di Dolma-Bagcé, ci vissero venticinque Sultani.
Qui la dinastia pose il piede appena conquistata la sua metropoli europea, qui salì all'apice della sua fortuna, qui cominciò la sua decadenza.
Era insieme una reggia, una fortezza e un santuario; v'era il cervello dell'impero e il cuore dell'islamismo; era una città nella città, una rocca augusta e magnifica, abitata da un popolo e custodita da un esercito, la quale abbracciava fra le sue mura una varietà infinita d'edifizi, luoghi di delizie e luoghi d'orrore, città e campagna, reggie, arsenali, scuole, uffici, moschee; dove si alternavano le feste e le stragi, le cerimonie religiose e gli amori, le solennità diplomatiche e le follie; dove i Sultani nascevano, erano innalzati al trono, deposti, incarcerati, strozzati; dove s'ordiva la trama di tutte le congiure ed echeggiava il grido di tutte le ribellioni; dove affluiva l'oro e il sangue più puro dell'impero; dove girava l'elsa della spada immensa che balenava sul capo di cento popoli; dove per quasi tre secoli tennero fisso lo sguardo l'Europa inquieta, l'Asia diffidente e l'Affrica impaurita, come a un vulcano fumante, che minacciasse la terra.
Questa reggia mostruosa è posta sulla collina più orientale di Stambul, che declina dolcemente verso il mar di Marmara, verso l'imboccatura del Bosforo e verso il Corno d'oro; nello spazio occupato anticamente dall'Acropoli di Bisanzio, da una parte della città e da un'ala dei grandi palazzi degl'imperatori.
È la più bella collina di Costantinopoli e il promontorio più favorito dalla natura di tutta la riva europea.
Vi convergono, come a un centro, due mari e due stretti; vi mettevano capo le grandi strade militari e commerciali dell'Europa orientale; gli acquedotti degl'imperatori bizantini vi conducevano torrenti d'acqua; le colline della Tracia lo riparano dai venti del settentrione; il mare lo bagna da tre parti; Galata lo prospetta dal lato del porto; Scutari lo guarda dalla parte del Bosforo; e le grandi montagne della Bitinia gli chiudono dinanzi colle loro cime nevose gli orizzonti dell'Asia.
È un colle solitario, posto all'estremità della grande metropoli, quasi isolato, fortissimo e bellissimo, che sembra fatto dalla natura per servire di piedestallo a una grande monarchia e per proteggere la vita deliziosa ed arcana d'un principe quasi Dio.
Tutta la collina è circondata, ai piedi, da un alto muro merlato, fiancheggiato da grosse torri.
Sulla riva del mar di Marmara e lungo il Corno d'oro, queste mura sono le mura stesse della città; dalla parte di terra, son mura innalzate da Maometto II, le quali separano la collina del Serraglio da quella su cui s'innalza la Moschea di Nuri-Osmaniè, svoltano ad angolo retto vicino alla Sublime Porta, passano dinanzi a Santa Sofia, e descrivendo una grande curva in avanti, vanno a congiungersi con quelle di Stambul sulla riva del mare.
Questa è la cinta esterna del Serraglio.
Il Serraglio propriamente detto si stende sulla sommità, circondato alla sua volta da alti muri, che formano come un ridotto centrale della gran fortezza della collina.
Ma sarebbe fatica sprecata il descrivere il Serraglio quale è ridotto al presente.
La strada ferrata passa a traverso le mura esterne; un grande incendio, nel 1865, distrusse molti edifizi; i giardini sono in gran parte devastati; vi furono innalzati ospedali, caserme e scuole militari; degli edifizi rimasti parecchi vennero cangiati di forma e di uso; e benchè i muri principali rimangano, in modo da presentare ancora tutta intera la forma del Serraglio antico, le piccole alterazioni son tante e tali, e l'abbandono in cui è lasciata ogni cosa da circa trent'anni ha mutato in maniera l'aspetto delle parti intatte, che non si potrebbe descrivere il luogo fedelmente senza che ne rimanesse delusa anche la più modesta aspettazione.
Val meglio per chi scrive e per chi legge il rivedere questo Serraglio famoso qual era nei bei tempi della grandezza ottomana.
Allora, chi poteva abbracciare tutta la collina con uno sguardo, o dai merli d'una delle torri più alte, o da un minareto della moschea di Santa Sofia, godeva una veduta meravigliosa.
In mezzo all'azzurro vivo del mare, del Bosforo e del porto, dentro al grande semicerchio bianco delle vele della flotta, si vedeva la vasta macchia verde della collina, circondata di mura e di torri, coronate di cannoni e di sentinelle; e in mezzo a questa macchia, ch'era una selva d'alberi enormi, fra i quali biancheggiava un labirinto di sentieri e ridevano i colori di mille aiuole fiorite, si stendeva, sull'alto del colle, il vastissimo rettangolo degli edifizi del serraglio, diviso in tre grandi cortili, o meglio in tre piccole città fabbricate intorno a tre piazze ineguali, da cui s'innalzava una moltitudine confusa di tetti variopinti, di terrazze colme di fiori, di cupole dorate, di minareti bianchi, di cime aeree di chioschi, d'archi di porte monumentali, frammezzati di giardini e di boschetti, e mezzo nascosti dalle fronde.
Era una piccola metropoli bianca, scintillante e disordinata, leggera come un accampamento di tende, da cui spirava non so che di voluttuoso, di pastorale e di guerriero; in una parte piena di gente e di vita; in un'altra solitaria e muta come una necropoli; dove tutta scoperta e dorata dal sole; dove inaccessibile ad ogni sguardo umano e immersa in un'ombra perpetua; rallegrata da infiniti zampilli, abbellita da mille contrasti di splendori e d'oscurità e di colori possenti e di sfumature di tinte argentee e azzurrine, riflesse dai marmi dei colonnati e dalle acque dei laghetti, e sorvolata da nuvoli di rondini e di colombi.
Tale era l'aspetto esterno della città imperiale, non vastissima all'occhio di chi la guardava dall'alto; ma così divisa e suddivisa e intricata dentro, che servitori, i quali ci vivevano da cinquant'anni, non riuscivano a racappezzarvisi, e i giannizzeri che l'invadevano per la terza volta ci si smarrivano ancora.
La porta principale era ed è sempre la Bab-Umaiùn, o porta augusta, che dà sulla piccola piazza dove s'innalza la fontana del Sultano Ahmed, dietro alla moschea di Santa Sofia.
È una grande porta di marmo bianco e nero, decorata di ricchi arabeschi, sulla quale s'appoggia un alto edifizio, con otto finestre, coperto da un tetto sporgente; e appartiene a quel misto di stile arabo e persiano, da cui si riconoscono quasi tutti i monumenti innalzati dai Turchi nei primi anni dopo la conquista, prima che cominciassero ad imitare l'architettura bizantina.
Sopra l'apertura, in una cartella di marmo, si legge ancora l'iscrizione di Maometto II: - Allà conservi in eterno la gloria del suo possessore - Allà consolidi il suo edifizio - Allà fortifichi le sue fondamenta.
È la porta dinanzi alla quale veniva ogni mattina il popolo di Stambul a vedere di quali grandi dello Stato o della corte fosse caduta la testa nella notte.
Le teste erano appese a un chiodo dentro a due nicchie che si vedono ancora, quasi intatte, a destra e a sinistra dell'entrata; oppure esposte in un bacino d'argento, accanto al quale era affissa l'accusa e la sentenza.
Sulla piazza, davanti alla porta, si buttavano i cadaveri dei condannati al capestro; e là s'arrestavano, aspettando l'ordine d'entrare nel primo recinto del Serraglio, i distaccamenti degli eserciti lontani, venuti a portare i trofei delle vittorie; e ammucchiavano sulla soglia augusta armi, bandiere, teschi di capitani e splendide divise insanguinate.
La porta era custodita da un grosso drappello di capigì, figli di bey e di pascià, vestiti pomposamente; i quali assistevano dall'alto delle mura e delle finestre alla processione continua della gente che entrava ed usciva, o tenevano indietro colle larghe scimitarre la folla muta dei curiosi, venuti là per veder di sfuggita, per uno spiraglio, un pezzo di cortile, un frammento della seconda porta, un barlume almeno di quella reggia enorme ed arcana, argomento di tanti desiderii e di tanti terrori.
Passando di là, il musulmano devoto mormorava una preghiera per il suo Sublime Signore; il giovinetto povero e ambizioso, sognava il giorno in cui avrebbe oltrepassato quella soglia per andar a ricevere la coda di cavallo; la fanciulla bella e cenciosa fantasticava, con una vaga speranza, la vita splendida della Cadina; i parenti delle vittime abbassavano il capo, fremendo; e in tutta la piazza regnava un silenzio severo, non turbato che tre volte al giorno dalla voce sonora dei muezzin di Santa Sofia.
Dalla porta Umaium s'entrava nel così detto cortile dei Giannizzeri, che era il primo recinto del Serraglio.
Questo gran cortile c'è ancora, circondato d'edifizi irregolari, lunghissimo, e ombreggiato da varii gruppi d'alberi, fra cui il platano enorme detto dei Giannizzeri, del quale dieci uomini non bastano ad abbracciare il tronco.
A sinistra di chi entra, v'è la chiesa di Sant'Irene, fondata da Costantino il Grande, e convertita dai turchi in armeria.
Più in là e tutt'intorno v'era l'ospedale del Serraglio, l'edifizio del tesoro pubblico, il magazzino degli aranci, le scuderie imperiali, le cucine, le caserme dei capigì, la zecca, e le case degli alti ufficiali della Corte.
Sotto il grande platano ci sono ancora due colonnette di pietra, sulle quali si eseguivano le decapitazioni.
Di qui passavano tutti coloro che dovevano andare al divano o dal Padiscià.
Era come uno smisurato vestibolo aperto, sempre affollato, nel quale tutto era rimescolìo e affaccendamento.
Centocinquanta fornai e duecento tra cuochi e sguatteri lavoravano nelle grandi cucine, a preparare il vitto per la famiglia sterminata "che mangiava il pane e il sale del Gran Signore".
Dalla parte opposta s'affollavano le guardie ed i servi, finti malati, per farsi ammettere alla vita molle dell'ospedale sontuoso, in cui erano impiegati venti medici e un esercito di schiavi.
Lunghe carovane di muli e di cammelli entravano a portar provvigioni alle cucine, o a portar armi d'eserciti vinti nella chiesa di Sant'Irene, dove accanto alla sciabola di Maometto II scintillava la scimitarra di Scanderberg e il bracciale di Tamerlano.
I percettori delle imposte passavano, seguiti da schiavi carichi d'oro, diretti alla tesoreria, dove c'erano tante ricchezze, come diceva Sokolli, gran vizir di Solimano il Grande, da costrurre delle flotte colle ancore d'argento e coi cordami di seta.
Passavano a frotte, condotti dai bei pal