IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga - pagina 8
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- Vorrei vedere tua moglie per dirle queste cose.
Intanto erano giunti dinanzi alla casa, e alzando il capo vide il lume nella camera del cognato.
- Se le tue sorelle avessero saputo che venivi, sarebbero al balcone per vederti.
Ma torna domenica, che se posso le condurrò un po' fuori a spasso per vederti.
Le povere ragazze non osano parlarne dinanzi allo zio.
Se non fosse per lui ti farei salire di sopra...
Ma sai che abbiamo bisogno di lui.
Ora addio!
E infilò la scala, stanca, tenendosi alla ringhiera.
Il figlio tornò indietro, col cuore stretto, avendo sempre dinanzi agli occhi quella mano scarna, che si appoggiava alla ringhiera, e quel dorso curvo, che ansimava ad ogni scalino.
Quante volte, in mezzo alle spensierate prodigalità del presente ricco di sensazioni e di divertimenti, gli si sarà abbuiata la gioia rammentando le inquiete raccomandazioni della mamma e i suoi consigli di parsimonia? Finita la vendemmia, i vicini di campagna, i quali non sapevano come ingannare il tempo, mentre aspettavano la raccolta delle olive, vennero a fare visita agli sposi: la signora Goliano, la signora Brancato, le ragazze Favrini, infagottate in abiti da festa, rialzando sino al ginocchio le sottane per non insudiciarle sull'erba umida: i mariti nascondendo nei guanti nuovi le loro mani nere dal sole, vere mani da contadini.
Si faceva della musica, si ballava, si improvvisavano delle merende nell'erba, delle sciarade in azione, prendendosi in giro per le mani a significare O, e camuffati colle coperte del letto, e cogli scialli avvolti in turbante quando il tutto era Serraglio.
Elena, elegante, piena di brio, aveva messo in rivoluzione il vicinato.
Le signore, tappate in casa, lavoravano d'ago e di forbice tutto il giorno per copiare le sue vesti attillate, i suoi guanti lunghi, i suoi cappellini arditi, si cucivano delle sottane, si mettevano in testa tutti i fiori del giardino.
Ella era tanto felice che non si accorgeva dei momenti di preoccupazione, delle ansietà crudeli che passavano di tanto in tanto sul volto del marito, allorché andava a rincantucciarsi nello studiolo per scrivere al notaio, delle lunghe confabulazioni col messo che portava la risposta.
Tutt'al più gli domandava:
- Di che scrivi?
- D'affari, rispondeva lui.
- Ah! E si stringeva nelle spalle con un atto d'ingenuo egoismo, quasi il suo solo e grande affare fosse di godersi quella vita facile e allegra, senza badare alle pene segrete che arrecava a Cesare tutto quel movimento, quell'allegria rubata alla sua luna di miele, quel desiderio di piacere che ispirava sua moglie, che egli indovinava colla sua penetrazione delicata e quasi malaticcia, che sentiva ronzare là intorno, per quei burroni, fra quelle macchie, dove i vicini stavano tutto il giorno col pretesto di cacciare.
Però sarebbe morto di vergogna prima di confessarle la sua strana gelosia.
Anzi, allorché udiva l'abbaiare dei cani nella Rocca, o lo sparo dei fucili, la chiamava, le indicava la leggera fumata che si dileguava lentamente da un folto di macchie arrampicate sulla fenditura della montagna ad un'altezza vertiginosa, e le diceva: - Là, vedi, là! dev'essere il tale, o il tal altro.
- Ah! esclamava Elena, mettendosi una mano sugli occhi, lassù?...
su quel precipizio?
E restava intenta, coi pugni stretti.
Alle volte chiedeva:
- Perché non sei cacciatore anche tu?
Ella aveva di cotesti istinti, quella giovinetta.
Lui non trovava altro che un sorriso dolce e triste.
Delle altre volte ella esclamava:
- Se fossi un uomo, vorrei andare a caccia anch'io!...
Dev'essere una bella cosa!...
una cosa in cui ci si sente vivere!
I vicini avevano progettato una cavalcata sugli asini che per Elena fu un vero avvenimento.
Era una bella sera fresca e profumata.
Ogni siepe, ogni macchia di capperi, ogni sterpolino di rovo era in festa, coi suoi fiori, colle sue bacche, coi suoi ciuffetti ondeggianti, col ronzio degli insetti, col trillare dei grilli, col cinguettio dei pettirossi che si annidavano, col gracidar delle rane che saliva dalla pianura, stesa come un mare, laggiù, sino alle montagne color di cielo.
Tutte quelle cose che lasciano germi misteriosi nella testa o nel cuore.
Di tanto in tanto la brezza recava il suono delle campane dal paesetto in festa, dorato dal sole, scintillante da tutte le sue finestre.
Elena chiamava suo marito che cavalcava un po' avanti, col pretesto di farsi accorciare la staffa, ma in realtà per vedersi china sul ginocchio la sola testa in cui potesse supporre in quel momento i medesimi pensieri che si agitavano nella sua, in mezzo a quegli uomini che cavalcavano come se andassero alla fiera, e quelle donne che ciarlavano tutte insieme al pari di gazze.
- Tu sei per me! gli disse all'orecchio.
Stammi vicino.
Non mi lasciar sola.
La viottola formava un gomito e s'internava in un boschetto lungo il vallone, di cui i rami si intrecciavano sul sentiero perennemente verde di muschio, irto di sassi umidi.
In fondo l'acqua scorreva con un gorgoglio sommesso, quasi fosse stata a cento metri di profondità sotto i roveti che coprivano il vallone, su cui si posavano le cicale al meriggio, colle ali aperte, con un ronzio fresco anch'esso come lo scorrere delle acque, e le rondini volavano inquiete.
Ogni volta che i rami si diradavano vedevasi sempre a sinistra la Rocca, ritta sino al cielo, nuda, screpolata da larghe fenditure boscose, sparsa come una lebbra da qualche rara macchia.
Si sentiva sempre, a ridosso del sentiero, anche quando i rami la nascondevano, dall'uggia densa, dall'umidità perpetua, da un non so che di tetro e di selvaggio che spandeva fin dove stendevasi la sua ombra.
Di tratto in tratto un merlo fuggiva all'improvviso, schiamazzando, facendo scrosciare le frasche.
Erano rimasti soli; si era dileguato perfino il rumore delle cavalcature che precedevano.
Elena allora trasaliva e scoppiava a ridere.
E all'orecchio, attirandolo più vicino a sé: - Se ci assalissero i ladri, mi difenderesti? - Egli si metteva a ridere; Elena tornava ad insistere, voleva sapere se si sentiva di difenderla.
Si corrucciava quasi che egli non fosse un ercole, e che non fosse pronto a farsi ammazzare per lei.
Infine gli diceva:
- Quanto ti voglio bene! Come mi sento felice!
E sporgendo il viso verso di lui, gli avventava un bacio.
Giunti alla pianura uno della comitiva propose di fare una visita alla villa del Barone.
A dritta e a manca si stendevano delle praterie immense, solcate dal maggese, tagliate a vasti quadrati di fave; qua e là giallastre di stoppia a perdita di vista.
Alle falde delle colline si arrampicavano le vigne, in interminabili filati già diradati dall'autunno, sino agli oliveti, folti, vasti come un mare di nebbia, grigiastri nell'ora malinconica.
Più in alto, sulle cime brulle, si vedevano errare le numerose mandre, come delle immense ombre di nuvole vaganti in un giorno procelloso sul paesaggio lontano, e i buoi che scendevano al piano, più radi, di cui si sentiva la campanella monotona nel gran silenzio del tramonto.
Di tanto in tanto, s'incontrava un casolare, un gruppetto di fabbricati rustici, specie di piccoli centri di cultura, cogli arnesi sparsi all'intorno sull'aia verde, le alte biche di paglia che sovrastavano il tetto colla crocetta di canna.
In fondo, in mezzo a un quadrato di verdura cinto da un muro bianco si vedeva un gran casamento col tetto rosso, i vetri delle finestre lucenti, sormontato da un campanile tozzo.
- Son le case del Barone, dicevano.
C'è anche la chiesa.
- Quei possessi, di qua, di là, dappertutto, erano del Barone, sin dove si vedevano biancheggiare delle mandre che pascolavano nelle sue terre, sin dove si udiva la campanella della sua chiesa.
Narravano pure quel che rendevano quelle vigne, quanto valessero quegli oliveti, quanti capi di bestiame pascolassero nel suo, quanto misuravano quelle buone terre in pianura che valevano 200 ducati la salma.
Pareva che volessero fare entrare nella testa di quella cittadina l'importanza enorme della ricchezza.
- Alle volte, quando l'annata è buona, quei casamenti là non gli bastano per rinchiudervi la sua raccolta.
- I giorni in cui vendemmia il Barone non si può avere più un ragazzo o una vendemmiatrice a 15 miglia in giro.
- I suoi fattori facevano il prezzo del bestiame alle fiere.
I denari gli piovevano da ogni parte come la grandine.
- Ed è figliuol unico! Nelle case ricche i figliuoli vengono sempre con parsimonia! Sua madre, la baronessa, per non lasciarlo affogare nel denaro, ogni anno gli comprava una tenuta, o un oliveto.
- È una donna coi calzoni, dicevano.
Se campa lascerà tanta terra al figliuolo, che i suoi possessi non finiranno più.
Non si può maritare, perché è difficile trovare una moglie ricca come lui.
La viottola, dacché erano entrati nelle terre del barone, diventava una bella strada carrozzabile, fiancheggiata da una doppia fila di alberi giovani, ancora circondati da un muricciuolo a secco per difenderli dalle bestie.
- Faranno ombra quando saranno cresciuti, e intanto daranno frutto, e non si mangeranno la terra a tradimento - aggiungevano.
- La baronessa è una donna coi calzoni! Facendo la strada non ha voluto perder del tutto la terra, e ha fatto la strada perché ci hanno cavalli e carrozze.
Potrebbero sfoggiarla in città, tanto son ricchi!
Sulla strada passavano continuamente carri, e bestie da soma, e vetturali che salutavano i vicini rispettosamente, da gente di buona famiglia.
Di là dalle siepi, pei campi, scorazzavano stormi interi di tacchini e di polli.
In fondo si vedeva il caseggiato massiccio, grande quanto un villaggio, su cui aleggiava un nugolo di piccioni.
Tutt'intorno all'aia che si stendeva dinanzi al portone spalancato erano delle carrette colle stanghe in aria, degli aratri staccati, una doppia fila di cestoni giganteschi di vimini, che aspettavano i buoi, riboccanti di fieno, fissati al suolo con dei cavicchi di legno e la fune pendente da un lato.
A diritta ed a manca si stendevano delle tettoie immense, delle montagne di fieno grandi come case; sulla porta stavano una dozzina di contadini, delle donne accoccolate, dei campieri massicci, colla tracolla sull'uniforme sbottonato e gli sproni agli stivali, a godersi la domenica, senza far nulla, colle mani in mano, e un branco di cani ronzanti e abbaianti intorno.
Il fattore si alzò per ricevere gli ospiti, e andò ad acquietare i cani a grida e a sassate.
La piccola comitiva entrò in una corte vasta quanto una piazza, coperta di erba secca come un prato.
Alcuni sentieri battuti la segnavano con lunghe strisce biancastre da un capo all'altro e la facevano sembrare più grande.
All'ingiro erano dei magazzini che non finivano più, con piccole finestre ingraticolate lungo i muri screpolati, con delle immense cantine di cui l'umidità sotterranea trasudava dalle muraglie verdastre, delle rimesse spalancate come stallazzi, delle case di contadini nere e profonde a guisa di antri.
Ai due lati, degli abbeveratoi larghi come stagni, che allagavano quella parte della corte, dove sguazzavano le anitre e sgambettavano i monelli colle brache tirate sul ginocchio.
La notte vi si sentivano le rane.
Da un lato era la scala sconquassata, tremante in ogni balaustro di granito, larga come una scalinata di cattedrale, che si arrampicava tutta a gobbe sino alla porta dell'abitazione principale sormontata da un grande scudo, sbocconcellato, incoronato da un cimiero di cui restava una sola piuma di pietra confitta a un rampone di ferro.
Sotto l'arco della scala si rincantucciava come sotto il pronao di una basilica medioevale, la porta della chiesa sgangherata, bianca dal tempo, murata da ciottoli e da arnesi gettati lì contro per tener sgombra la corte, e al di sopra, sullo scudo impennacchiato che si reggeva sui ramponi arrugginiti, rizzava il capo dimezzato il campanile, colla campanella fessa, colla croce magra di ferro, sull'immenso azzurro del cielo.
Elena camminava adagio sull'erba secca, in quell'immensa corte deserta e silenziosa, quasi timida, dietro il servo dagli scarponi da contadino che andava ad annunziare la visita col berretto in mano, precedendoli in punta di piedi per la vasta anticamera sonora e scura come una chiesa, dall'ammattonato nudo, dalle pareti imbiancate a calce, alle quali tutt'ingiro, al disopra di selle vecchie e di finimenti messi sul cavalletto, di giganteschi cestoni colmi di legumi e di nocciuoli, erano appesi dei ritratti di famiglia, fatti colla scopa, polverosi, alcuni senza cornice, ma tutti decorati da un grosso blasone messo in cima, di lato, sotto i piedi, coronato, zeppo di croci, di torri, di sbarre, di stelle, e di bestie feroci.
I ritratti rappresentavano cavalieri bardati di ferro, gentiluomini di s.
m.
cattolica, colla testa adagiata sul collaretto spagnuolo come su di un piatto, creadi del re; gli ultimi, i più recenti, vestiti dell'abito di spada, o in costume da senatore, la più alta carica municipale del paese, imbacuccati nella toga che nessuno aveva mai avuto, e che l'artista disegnava di maniera su di un modello noto; dame stecchite nel busto, e che sembrava fossero state sempre dipinte, per non aversi a piegare.
Tutti sotto il nero fumo, e il giallo d'ocra, serbavano il cipiglio solenne, l'atteggiamento maestoso di gente che ha lì, a portata di mano, il berretto ricamato di perle da barone; e persino quei faccioni moderni di buoni campagnuoli, erano posati pian piano dall'artista sul rettangolo bianco del collare della toga, onde mostrare che erano teste per quelle corone là.
- Son gli antenati del Barone, - andavano chiacchierando dietro le spalle di Elena - gente venuta di Spagna col re, ce n'è di 600 anni fa! Hanno avuto sempre voce in capitolo.
E la fortuna poi di non aver mai troppi figliuoli!
Elena ascoltava, intenta, colle sopracciglia aggrottate, passando in rivista i ritratti, senza dire una parola, mentre gli altri chiacchieravano familiarmente col domestico della raccolta, degli armenti, dei nuovi acquisti che aveva fatto la baronessa, interessandosi come se fossero della famiglia anche loro; il servitore stesso diceva: - Le nostre pecore, le nostre vigne, la tenuta che abbiamo acquistato da ultimo.
La baronessa soleva stare in una cameraccia tutta bucata da porte e da finestre, nella quale si gelava d'inverno, ingombra di mobili dorati, di specchi, di scaffali pieni di cartaccie polverose, di macchine per far nascere i bachi, di sacchetti che contenevano i campioni delle derrate, col suo vecchio scrittoio in mezzo, e le sue donne in giro, ciarlanti tutte in una volta, spettinate, male in arnese, alcune delle quali si arrischiavano di venire anche scalze nelle ore tarde, filavano, facevano la calza, litigavano fra loro, mentre la padrona rivedeva i conti, dava gli ordini ai fattori, consultava l'avvocato che veniva apposta da Altavilla, spartiva il lavoro.
Ella accolse i nuovi arrivati colla cordialità che si leggeva sulla faccia dei suoi antenati imbavagliati nel collare della toga; baciò le donne, fece portare dei rinfreschi che sarebbero bastati per una compagnia, li menò in giro per la casa, vasta quanto un convento, nel tinello in cui nessuno mangiava più da un secolo, nel salone che non era stato mai terminato, negli stanzoni abbandonati e ingombri di mobili vecchi, e che servivano quasi tutti da magazzini.
- Non c'è dove mettere uno spillo - diceva la baronessa.
- La casa è tanto piccola! - Gli uomini ammiccavano cogli occhi, e immergevano le mani nei cestoni riboccanti di ogni ben di Dio.
- Queste son le stanze di mio figlio; - disse poi la baronessa conducendoli in un altro quartierino un po' meglio arredato del resto della casa, di cui però il solo lusso erano delle armi e degli arnesi da caccia di gran prezzo, sparsi per ogni dove, in ogni angolo, sui divani, sui mobili, sullo scrittoio polveroso e dal calamaio vergine.
- È la sua passione, - diceva la baronessa.
- Cani e schioppi! non pensa ad altro.
Voglio maritarlo per fargli entrare qualche altra cosa in testa.
- Le signore guardavano contegnose, colle labbra strette, e il fazzoletto ricamato fra le mani inguantate.
Ella si era presa di una gran simpatia per l'Elena, la conduceva per mano, la chiamava figliuola mia, le diceva: - Voglio cercargli una moglie bella come voi, al mio Peppino.
Ma non una cittadina, perché con noi non saprebbe adattarsi, in paese, e da mio figlio voglio separarmi solo quando sarò morta.
Che volete, è figlio unico! - Poi facendogli vedere nella sua camera, a capo del lettuccio piatto, il ritratto di un giovanotto bruno e tarchiato, un po' al modo di quei signori messi a festa, soggiunse: - Questo è Peppino!
Elena lo guardò un po' per compiacenza, e rispose qualche parola insignificante.
Peppino era uno come tutti gli altri, coi capelli ricciuti per giunta, e pettinati apposta per andare a farsi il ritratto, insaccato in un vestito che voleva esser di città, con certi solini e certa cravatta che Elena aveva visti solamente ad Altavilla.
Poi si rimise a considerare silenziosamente la baronessa che discorreva con gli uomini di maggese, di rimonda d'olive, di prezzi di derrate, e interrogava le donne sui lavori che avevano per mano, con la benevolenza di una parente.
Era una donnetta piccola e magra, cogli occhiali sul naso, vestita sempre di scuro dacché le era morto il marito, con un grembiale di seta verde, ed uno scialletto nero incrocicchiato sul petto; infine aveva sul mento un po' di barba, e un modo di camminare dondolandosi, così piccola com'era, quasi fosse stata sempre a cavallo, per giustificare quel che dicevano di lei che portasse i calzoni - per forza! diceva a chi le raccomandava di riposarsi oramai alla sua età; - quel ragazzo non ha nessuno altri che badi ai suoi interessi; se non ci fossi io se lo mangerebbero vivo.
Tutti ladri! lo sapete meglio di me, cari miei!
Al momento di accomiatarsi li accompagnò sino al ballatoio, volle assolutamente farli scortare da due campieri colle lanterne accese, che si era fatto buio.
- La cittadina avrà paura a quest'ora, per le nostre campagne.
Io non avrei paura di niente; tutti mi conoscono, grazie a Dio.
Mi dispiace che non ci sia Peppino.
Ma tornate un'altra volta, quando andrete a spasso da queste parti.
Venite a San Martino, sapete, gusteremo il vino nuovo.
Era sopraggiunta la notte, profonda tutto intorno ai lumi del casamento, nella campagna silenziosa, scintillante di stelle al di sopra della Rocca che si stampava in distanza come un nugolone minaccioso.
Le cavalcature andavano passo passo, fiutando il cammino dietro i fanali delle guide che sembravano far saltellare i ciottoli della viottola.
Qua e là un lumicino ammiccava nel tenebrore, e ad ogni fermata si udiva l'acqua del vallone che scorreva lenta, sotto i macchioni, e il gracidare lontano delle rane nella pianura.
Ad intervalli arrivava l'uggiolare di un cane, perduto nello spazio, in quello sterminato silenzio che faceva rabbrividire leggermente l'Elena quasi pel primo freddo dell'autunno inoltrato.
Tutto a un tratto si udì lo scalpitio di un cavallo.
- Questo è il Barone! disse uno dei campieri.
Un cane si mise ad abbaiare sospettoso e feroce in fondo alla viottola.
Poco dopo comparve infatti don Peppino, nell'ombra, sull'alto cavallo pugliese come un fantasma nero, seguito da due campieri di cui luccicavano le borchie d'ottone, e le carabine ad armacollo.
Qualcuno diede la voce, e il Barone fermò il cavallo per salutare le signore.
- Siamo stati alla villa, - gli dissero.
- Questa qui è la signora forestiera.
Don Peppino allora smontò da cavallo, per salutare la signora, tenendo il cappello in mano, colossale al lume dei fanali che lo rischiaravano dal petto in su; ma timido, come un ragazzo.
Elena aveva inchinato appena il capo.
Il barone consegnò le redini ad uno dei campieri.
Egli continuava a discorrere, col piede su d'un sasso, mentre il vecchio servo inginocchiato gli sfibbiava gli sproni, colla testa bianca a livello degli stivali del padrone.
- Ora andate alle case, disse infine.
Io verrò dopo.
Badate di non fare star fermo il cavallo a questa aria.
Egli volle accompagnare la brigatella sino al principio della viottola.
Poi salutò le signore, si inchinò più profondamente all'Elena, e scomparve nel buio.
- E pensare che se lo incontrasse qualche briccone, potrebbe cavargli 20 mila ducati di taglia! osservò uno della brigata.
- Don Peppino è bravo come un cane corso, - aggiunse un altro.
- E non si lascerebbe pigliare.
Allora senza saper perché Elena, per tutto il resto del viaggio, pensò a quel ragazzo che non aveva paura di andare solo al buio, a quell'ora.
VI
L'ortolano, tutto sottosopra, venne ad annunziare che arrivava la visita del signor Barone.
Elena era sotto il pergolato, dove soleva passare le ore calde della giornata, col ricamo o con un libro in mano.
Senza scomporsi accennò di sì col capo al contadino stupefatto e ricevette il Barone fra quelle quattro macchie di dalie come una regina.
Don Peppino, avvezzo alle accoglienze premurose e imbarazzate, fu sconcertato da quella disinvoltura signorile.
Egli era venuto con delle intenzioni conquistatrici veramente baronali, vestito in gala, sbattendo il frustino sugli stivali.
Giunto al cospetto dell'Elena, per non fare la figura che aveva visto fare agli altri, girando il cappello nelle mani, cominciò ad ammirare il paesaggio, il banco di legno rustico sotto il pergolato, il panierino da lavoro adorno di nastri.
Elena offrì il rosolio in una cassetta da liquori simile a quella che la Baronessa madre teneva sottochiave per le grandi occasioni.
A don Peppino sembrava di trovarsi al teatro, quando i dilettanti di Altavilla rizzavano una campagna di cartone, nella quale le pastorelle recitavano coi guanti e le scarpette verniciate.
Al momento di congedarsi offrì di venire a prendere la signora in carrozza, per fare una trottata sino ad un paesetto vicino.
Elena dopo un lieve cenno di ringraziamento che non voleva dire né si né no, ed un mezzo sorriso più insignificante ancora, seguitava a lavorare d'uncinetto attentamente, lasciando al marito la cura di rispondere.
Questi disse:
- Volentieri, se ciò fa piacere ad Elena.
Ma appena il barone fu partito, Elena gli buttò le braccia al collo.
- Hai fatto bene a dir di sì.
Ne morivo di voglia!
Nella sera, alla Rosamarina si parlava ancora del Barone, ed Elena disse:
- Peccato che colui sia tanto ricco!
- Io son più ricco di lui! rispose suo marito baciandole le mani.
Intanto il Barone non ha queste!
- No! no davvero! disse Elena con un movimento leggiadro della spalla, e non le avrebbe mai.
Mi piacerebbe esser ricca, ma non con un marito così fatto!
- Oh, tu sapresti ridurlo a modo tuo! rispose storditamente Cesare sorridendo.
Chi può analizzare le conseguenze lontane delle parole più semplici! Elena si mise a ridere del pari, mormorando:
- Ah, sì! - Ma rimase un momento soprappensieri.
Il barone venne il giorno dopo sino al principio della strada carrozzabile col suo phaeton e i suoi quattro cavalli bai.
Elena era leggiadrissima nel suo vestito grigio e nero, sotto l'ombrellino di seta greggia.
Due altre signore del vicinato erano venute, e riempivano il legno di stoffe gaie, di ombrellini rossi, di allegria e di risa.
Raramente gli abitanti del villaggio avevano visto siffatto spettacolo per le strade larghe e deserte del paese, e fu un gridio, una festa generale, lungo i muri degli orti, le facciate basse delle casette, appena si udì da un capo all'altro del paese il trotto sonoro dei quattro cavalli.
I monelli correvano vociando dietro il cocchio, le comari si additavano Elena dagli usci, colle rocche, a bocca aperta, tutti quelli che giuocavano a tresette si affacciarono sulla porta del casino.
Il barone arrestò il phaeton dinanzi al caffè, con un tratto vigoroso del polso che fece piegare sui garretti i cavalli fumanti, e ordinò dei gelati.
Le signore, rosse come i loro ombrellini, vergognose di vedersi il punto di mira di tutto il paesetto affollato intorno al legno, col naso in aria, per vederle mettere il cucchiarino nel gelato, chiacchieravano a voce alta, ridevano forte, con la bocca stretta, e tenevano il mignolo in aria, quasi fossero innanzi allo specchio.
Elena invece discorreva tranquillamente col Barone, tutto occupato di lei, colla frusta ritta come un cocchiere, sorbiva il suo gelato guardando i curiosi, assisa naturalmente sull'alto cocchio come su di un trono, coll'ombrellino sulla spalla, rispondeva con un lieve chinar di capo alla presentazione che le faceva don Peppino dei primarii del paese venuti dal casino a far circolo intorno al legno, a testa scoperta.
Soltanto le narici delicate di lei si dilatavano di tanto in tanto, e al marito che le domandava se si divertisse, rispondeva di sì, di sì, chinandosi verso di lui, cogli occhi lucenti - il suo sorriso non era stato mai così grazioso.
Quando ritornarono indietro, a sera, ella non disse più una parola, stretta nel suo scialletto.
Guardava la vasta pianura che si addormentava, le colline sfumate in un nembo di vapori azzurrognoli, su cui si spegnevano gli ultimi raggi del sole dorati nelle nuvole bianche, aspirando avidamente i vigorosi profumi dell'autunno, assorta, in mezzo al cicaleccio delle sue compagne, nel ronzio misterioso che fanno gli insetti al cader della sera, nel trillare dei grilli lontani che davano un che di sconfinato alla campagna.
La prima parola che le rivolse il marito la scosse bruscamente come da un sogno.
Il barone tornò spesso alla Rosamarina, a far visita alla signora Elena, a bere il rosolio sotto il pergolato, a cacciare la beccaccia nel vallone.
A poco a poco diveniva disinvolto, ed anche Elena, che si abituava alle maniere ed alle mode della provincia, andava familiarizzandosi con lui.
Scopriva che egli era un buon giovane, in fondo, semplice e bravo all'occorrenza, generoso e servizievole.
Fra i signorotti e le dame del vicinato che formavano la società della Rosamarina egli era il gallo della Checca, gli uomini gli facevano la corte come una signora, e le donne se lo mangiavano cogli occhi.
Coll'Elena sola egli era ancora timido, chinava il capo ai menomi capricci di lei, lusingava in tutti i modi la sua vanità, le esprimeva la sua adorazione nel modo che un seduttore raffinato avrebbe solo stimato opportuno con lei, cercando di vederla il più che poteva, standole vicino in silenzio, cogli occhi sul lembo della sua veste, seguendola come un cane.
Ella diceva: - È un buon ragazzo! - e si metteva a ridere stringendosi nelle spalle.
Però non lo evitava più colla stessa indifferenza; alle volte accettava il suo braccio, andando per la viottola, si faceva accompagnare pei sentieri del giardino, lo riceveva sotto il pergolato, chiacchierando di tutto, cogliendo insieme i più bei fiori pel vaso della mensa, facendosi aiutare nello scegliere la lana per un tappetino che destinava al marito.
Spesso, quando organizzavano coi vicini una qualche scarrozzata nei dintorni, ella aveva il capriccio di guidare i cavalli accanto a don Peppino, ritta sul seggio, coi piedini posati arditamente sulla panchetta, tenendo una sigaretta fra le labbra, raggiante, e si voltava di tanto in tanto verso il marito e la compagnia, esclamando: - Va bene? va bene? - con una voce vibrante senza saperlo di voluttà, di una gioia fanciullesca.
Il Barone stava tutt'occhi alle teste dei cavalli, faceva sentire la sua voce; di tanto in tanto posava la mano su quella di lei per dare una trinciata di morso, era costretto a premere qualche volta col ginocchio le ginocchia di lei strette nel vestito attillato.
Una sera, nella vasta pianura già velata di ombra, mentre il gracidare delle rane spandeva come una larga malinconia, egli raccolse un fiore campestre che le era caduto dal petto, e se lo portò alle labbra.
Elena aggrottò le ciglia, e per tutta la sera fu di un umore orribile.
Suo marito non le aveva mai visto quegli occhi sotto quelle sopracciglia aggrottate e quasi congiunte; né aveva mai sospettato quanta violenza di malumore ci potesse essere in quel carattere.
Ma la moglie, mentre risalivano la viottola, sotto i rami intrecciati come una volta, stringendosi al petto il braccio di lui, gli disse:
- Io ti voglio un gran bene, sai!
D'allora in poi, né scarrozzate, né gite nei dintorni, né partite di piacere.
Elena lasciò cascare persino l'invito che aveva fatto la baronessa di andare a passare il San Martino in casa sua.
Sembrava in collera con don Peppino che aveva interrotto bruscamente i suoi piaceri fanciulleschi.
Ella continuava a riceverlo perché non poteva fare altrimenti, per non dare nell'occhio, ma tutti s'accorgevano del suo mutamento; e il Barone stava davanti a lei come uno scolaretto, a testa bassa, tanto che finì col diradare le visite.
Però era sempre a ronzare lì intorno, colla cacciatora di velluto e lo schioppo in spalla.
Elena lo vedeva da lontano, fra i cespugli della Rocca, o sui greppi vicini, e seguitava a chiacchierare col marito, o a lavorare sotto il pergolato, senza alzare il capo.
Però le si leggeva nel sorriso che si arrestava all'angolo della bocca, nella ruga che si disegnava rapidamente fra le sue sopracciglia, in certo imbarazzo dello sguardo, come una vaga preoccupazione, una sfumatura d'inquietudine.
E, cosa strana, guardava alle volte Cesare che era sempre vicino a lei delicatamente affettuoso, con una certa timidezza carezzevole e femminina nelle sue espansioni.
Ella sembrava dirgli storditamente:
- Cosa te ne importa? Dimmi che cosa te ne importa?
E la sua voce si animava di una sorda vibrazione.
Una sera che c'era stata più gente, suo marito dovette andare a cercarla sulla terrazza, dove stava appoggiata alla ringhiera, imbacuccata in uno scialle, assorta nella contemplazione della Rocca che si levava come un'ombra gigantesca e minacciosa, là di faccia.
Ella trasalì leggermente al sentirselo vicino, e gli piantò in faccia quegli occhi strani.
- Ah! finalmente! disse: - È un'ora che ti aspetto!
Ella sentiva per quel cuore amante e delicato una tenerezza capricciosa e dispotica.
Rivolta verso di lui, colle labbra strette, bianca come un fantasma, a quel chiarore incerto, lo guardava con degli occhi che corruscavano di tratto in tratto, quasi per l'irrompere di una scarica elettrica, come non sapesse ella stessa il sentimento che suo marito le ispirava.
All'improvviso afferrò la fronte di lui colle due mani, e la baciò.
Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta.
Allorché se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe voluto lasciarla più, sentiva una specie di sgomento, come la prima volta che Elena si era abbandonata a lui, nella via scura.
- Che hai? ripeteva Elena.
Dillo a me!
Allora, egli cercando cosa avesse, trovava la vaga angoscia che offuscava tutta la sua felicità.
Le parlava di sua madre inferma, della sua casa, dalla quale era bandito.
Elena, colle ciglia aggrottate, non rispondeva, passeggiando al buio pei sentieri del giardino, in mezzo alle lucciole che sprizzavano scintille fra le tenebre, e di tanto in tanto gli si stringeva contro il braccio, quasi pel trasalire di una commozione inesplicata.
- Per me! per me! - Ma allora si irrigidiva a un tratto come pel corruscare di una sorda irritazione.
Camminava assorta, fissando le tenebre, ascoltando vagamente il vento autunnale che gemeva nella gola del vallone, e faceva mormorare il giardino a guisa di un mare, e Cesare non scorgeva quella ruga sottile e fuggevole che si disegnava in mezzo alle sopracciglia di lei, né l'inspirazione avida che le faceva bere l'aria fredda della notte colle narici palpitanti, colle labbra turgide e semiaperte, con un anelito vigoroso del petto che somigliava molto ad un sospiro.
E se egli la interrogava:
- Nulla! rispondeva con quell'aggrottare di sopracciglia.
- Tu non mi vuoi bene.
Non so.
Mi pare che dovrebbe essere altrimenti.
Alle volte però, impietosita dall'afflizione che scorgeva nei lineamenti del marito gli diceva:
- Non mi vuoi bene?...
Non mi vuoi bene quanto ne vuoi a tua madre?...
Non ti basto io?...
Gli abbandonava il capo sull'omero, con una brusca risoluzione accarezzandolo coll'anelito e col suono della voce, cedendo alla tentazione istintiva di provare su di lui il suo fascino irresistibile, coll'occhio fisso, intento a qualcosa che capiva e vedeva soltanto lei.
In quel tempo i vicini avevano fatto ritorno ad Altavilla, e il barone venne a congedarsi.
Elena lo vide così stravolto in viso, così imbarazzato, che di tanto in tanto saettava su di lui alla sfuggita un'occhiata acuta, accompagnata da un sorriso sardonico che le contraeva l'angolo della bocca.
Don Peppino chiacchierava col marito di caccia, di affari di campagna, di pettegolezzi municipali.
Ella si scaldava al sole di novembre dietro i vetri, agghiacciata dal primo freddo, dondolando il piede, pigliando pochissima parte alla conversazione e quel poco dedicandolo quasi esclusivamente a suo marito.
Don Peppino aveva chiesto se si fermassero ancora qualche tempo in villa, Elena aveva risposto:
- Finché mio marito vorrà starci io non mi annoierò di certo.
Il marito dovette andare a prendere una lettera che aveva preparato per sua madre, e che don Peppino si era offerto di recapitare.
Rimasta sola col barone, Elena riprese vivamente la conversazione, quasi temesse di lasciarla languire.
Ma il suo interlocutore non l'ascoltava più, quantunque tenesse gli occhi fissi su di lei, facendosi sempre più smorto.
Tutt'a un tratto, con voce malferma le chiese:
- Mi avete perdonato?
- Che cosa? rispose Elena tranquillamente.
Egli non insistette, fece per alzarsi, ricadde sulla sedia.
Infine le prese la mano, sinceramente commosso.
- Ci lasciamo amici? dite?
- Perché non dovremmo lasciarci amici? esclamò Elena, ritirando adagio adagio la mano.
- Mi permettete dunque di venire a trovarvi.
Ella si fece seria in viso, e stava per rispondere no.
Ma la parola le parve troppo dura.
Sentì per istinto di donna come fosse anche compromettente.
- Noi ci fermeremo appena qualche giorno prima di tornare in città.
Avrò tutta la casa sottosopra.
Non so nemmeno se riceverò.
Don Peppino si alzò contegnoso, un po' triste, nel momento in cui rientrava il marito, prese la lettera, salutò la signora, che gli stese la mano, e partì.
Il barone s'era incaricato pure di una lettera di Cesare pel notaio, il quale il giorno dopo era passato dalla Rosamarina, andando al suo podere, ed Elena aveva visto che si erano messi a discorrere con suo marito sulla porta del palmento, accanto alla mula che brucava l'erba fra l'acciottolato.
Il notaio si stringeva nelle spalle, guardava il casamento dall'alto al basso, andava a misurare i muri colla sua bacchettina, dimenava il capo, e l'altro gli andava dietro, mogio, parlando basso, quasi supplichevole.
Infine il notaio si arrampicò di nuovo sulla mula, facendo ohi! e là, dall'arcione che gli arrivava al petto: - Non val tanto; credete a me che me ne intendo.
Fate venire anche cento periti, se volete.
Saranno tutte spese buttate.
Questo è un fondo d'economia, da tirarne frutto coi denti.
Vostro padre, buon'anima, c'era affezionato perché era stato il primo pezzo di terra della famiglia.
Ma del resto fate bene a venderlo, giacché avete dei debiti.
Se no, ve lo mangiano!
Egli raccolse le redini, e s'avviava passo passo per la scesa della viottola, dondolando sulla sella, senza dar retta all'altro che gli andava dietro, continuando a parlargli sottovoce.
Sì, diceva il notaio, - sì, son tutte chiacchiere.
Ma vostro zio non vuole sentir nulla.
Vi ha dato il fondo, e la parte di casa che vi spettava dell'eredità di vostro padre, tre stanze.
Ci ha fatto a sue spese la scala, da una delle finestre.
Così, se volete vendere subito la Rosamarina, avrete dove stare, sin che non tornate in città.
Elena era stata a sentire tutto dal balcone.
Appena suo marito le comparve dinanzi, disse:
- Vendi la Rosamarina?
Cesare balbettò una risposta evasiva.
Ma ella più ferma di lui, soggiunse:
- Sarà meglio, giacché hai dei debiti, e la Rosamarina non rende nulla.
Ora è finito il tempo della villeggiatura, bisogna avere anche di che istallarci in città.
- Non osavo dirtelo, perché credevo ti ci fossi affezionata.
Ella rispose colla solita scrollatina di spalle.
- Non importa.
Giacché bisogna vendere è meglio farlo subito.
Da quel momento divenne tutt'a un tratto completamente estranea e indifferente a quella bella natura che l'aveva fatta andare in estasi di ammirazione, appoggiata al balcone, o sdraiata sull'erba.
Gettava via con noncuranza le ultime rose intristite che suo marito andava a cercarle al riparo degli alti aranci.
Sbadigliava nelle stanze, dietro i vetri ermeticamente chiusi.
La campagna, di un verde più cupo nelle parti boscose, andavasi scolorando nella pianura solcata da lunghe fila d'uccelli neri, sotto un cielo grigio, macchiato dalle case nerastre del paese.
Ella doveva subire potentemente quel mutamento.
Ripeteva: - Quando partiremo?
Suo marito voleva farle osservare che era meglio aspettare l'esito delle pratiche intavolate dal notaio.
Ma Elena rispondeva:
- Qui non c'è più nessuno.
Non mi ci posso vedere, ora che dobbiamo vendere il podere.
- Non avremo dove abitare.
L'hai sentito.
Appena tre stanze.
- Che importa? Per quel che dobbiamo starci!...
A lui stringeva il cuore di andare ad abitare accanto ai suoi, coll'uscio murato, di salire e scendere per quella scaletta esterna adattata al balcone, senza vedere alcuno dei suoi.
Gli pareva ora veramente di esser il Figliuol Prodigo, sentiva la collera fredda e implacabile di quello zio che l'aveva idolatrato alla sua maniera calma, dietro quei vetri inesorabilmente chiusi.
Elena, appena giunta in paese, era andata a far visita ai Goliano, ai Brancato, a tutte le amiche della villeggiatura, che l'avevano ricevuta impalate su divani pompejani, duri come banchi di pietra, in vecchi saloni saccheggiati, mobigliati soltanto di stemmi giganteschi, dove si sentiva l'odor delle scuderie sottoposte, sciorinando ad ogni momento la litania delle loro parentele aristocratiche e dei loro possessi, saettando alla sfuggita sguardi velenosi sulle sue eleganti toelette nuove da sposa, e ad ogni suo atto da cittadina.
Ella, dopo che ebbe fatto passeggiare per tutte le stradicciuole di Altavilla le sue belle toelette nuove, davanti ai curiosi che si affacciavano agli usci, cominciò ad annoiarsi nel suo salottino, che aveva messo in ordine alla meglio con quattro gingilli ed un po' di stoffa, aspettando il ricambio delle visite che non venivano, mentre suo marito correva dal notaio e dall'agrimensore, leggiucchiando dietro i vetri, colla prospettiva della piazza deserta e allagata di fango, e del casino di conversazione, dove i primari del paese correvano a rintanarsi in fretta, sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati.
Ella vedeva sempre don Peppino sulla porta del casino, il quale guardava anche lui la pioggerella fina che cadeva inesauribile, con una grande aria di melanconia in tutta la sua persona .
Suo marito tornava a casa tardi dalla Rosamarina, le domandava scusa se era stato costretto a lasciarla sola tutto quel tempo, le domandava se si fosse annoiata di soverchio.
L'abbracciava sempre colla stessa tenerezza come se fosse la prima volta; le diceva che con lei era felice, e non pensava ad altro; le accarezzava i capelli e le baciava l'omero.
Ella si lasciava abbracciare distrattamente, collo sguardo vagabondo, rispondeva che era felice anche lei, ma cominciava a far freddo colà.
S'irritava ad ogni nuova difficoltà che incontrava la vendita, e ritardava la partenza.
Oramai si sentiva scacciata dal paese, insultata da quelli stessi che erano andati a divertirsi nella sua campagna, ed a bere il suo vino.
Allora, aggrottando le sopracciglia, diceva:
- Alla fin fine, se tu avessi sposata una serva, i tuoi parenti non avrebbero potuto far peggio!
Un giorno il marito commosso, quasi colle lagrime agli occhi dal giubilo, la pregò di affacciarsi alla finestra che dava nel cortile, perché sua madre voleva conoscerla dal finestrino dirimpetto.
Elena accondiscese senza esitare, ma egli lesse tale ironia sottile nella sua premura che credette di dover aggiungere:
- Sai, quella povera donna è fra l'incudine e il martello.
Mio zio è ostinato, ma è il sostegno della famiglia!
E le teneva le mani, fermandola un momento, fissandola cogli occhi lustri, palpitante.
A lei non piacevano quelle debolezze sentimentali.
Ritrasse le sue mani e andò alla finestra.
La suocera aspettava nascosta nel vano dello spiraglio di faccia, col viso pallido, e dietro alle sue spalle curve si vedevano le faccie timide e curiose delle figliuole, che volevano conoscere la cognata.
Elena fece una graziosa riverenza, come se l'avessero presentata alla suocera nel salone del municipio, e la madre alzò la mano per benedirli, lei e il figliuolo, il quale si sentiva piegar le ginocchia e stringere il cuore, mentre sua moglie salutava leggiadramente.
Ei tenendo la testa di Elena fra le mani, dopo averla baciata in fronte, mormorò:
- Povera mamma! anch'essa ti vorrebbe bene!
- Io non ci ho colpa, rispose Elena freddamente.
Altre volte ella osservava anche sorridendo che era un'intrusa, nella famiglia e nel paese, con un sorriso amaro che si fermava e durava nell'angolo della sua bella bocca.
Finalmente chiese a suo marito:
- Perché non vengono a restituirmi la visita i Goliano, e i Brancato?
- Lasciali stare! borbottò suo marito.
Son villani superbiosi!
- Anch'io sono superba, disse Elena secco secco.
E non cessava dal ripetere:
- Spicciati a conchiudere questo affare della vendita.
Mille lire dippiù o di meno non fanno nulla.
L'importante è tornar presto in città e che tu ripigli la professione.
Egli rispondeva che era in trattative con Brancato, il vicino, il quale se odorava la premura di vendere l'avrebbe menato per le lunghe, onde strozzarlo.
- Ah! esclamava Elena.
È così? Che bella gente!
In questo mentre ingannava il tempo coi preparativi della partenza, faceva e disfaceva i bauli, poi tornava a sbadigliare dietro i vetri del balcone, a guardare la pioggerella fina d'autunno che cadeva sempre.
Ogni volta vedeva il barone piantato sulla porta del casino, si sentiva attratta insensibilmente verso di lui dalla monotonia di quella vita che li accomunava nella stessa noia; gli era quasi grata, inconsciamente, della compagnia che egli le teneva da lontano, nelle lunghe ore malinconiche in cui aspettava sola a casa il risultato degli andirivieni di suo marito, di occupare, in certo qual modo, la sua attenzione.
Gradatamente s'interessava ai suoi gesti, al suo modo di vestire, all'aria del suo volto, all'uggia che doveva mettergli in corpo quel tempaccio, ai pensieri che doveva ruminare per occupare la mente; e in fondo a quei pensieri, vedeva se stessa, la simpatia che le aveva mostrato quell'uomo scappellato da tutti, in quel paese che a lei faceva fare anticamera, che la trattava da eguale soltanto in campagna, dove può permettersi delle familiarità anche con dei subalterni.
Questa idea la faceva arrossire di sdegno ogni volta che vedeva passare il signor Goliano, o il signor Brancato, sotto l'ombrello, coi calzoni rimboccati, e facevano tanto di cappello al barone, il quale rispondeva soltanto con un cenno amichevole del capo.
Allora delle tentazioni strane le brulicavano nel cervello.
- Ma spicciati! diceva a suo marito.
Tu non ne vieni mai a capo.
- Oggi abbiamo un'altra offerta dal Goliano, ma non vuole arrivare ai settemila
- Tu ti lasci soprastare dai Goliano e dai Brancato.
E sei un uomo di legge!
Il barone, aveva preso gusto a fare la sentinella, e a poco a poco s'era scaldata la testa.
Alla Rosamarina era ancora una ragazzata, il contagio dell'allegria spensierata e della grazia seduttrice di lei.
Ora, dietro i vetri del balcone, nella tristezza delle giornate piovose, la vista di Elena assumeva un che di malinconico e d'interessante che non gli si levava più dal pensiero.
Egli passava i giorni sulla porta del casino anche dopo che era tornato il bel tempo; passeggiava la sera per la piazza dinanzi la casa di lei, quando Cesare non c'era.
Elena cominciava a sentirsi preoccupata di quell'uomo che pensava continuamente a lei, che era sempre lì intorno, a spiare ogni suo movimento, nascosto dietro l'angolo di una viuzza, nel vano di una porta, come un innamorato di quindici anni, e indovinava i momenti crudeli che colui doveva passare ogni volta che suo marito tornando dalla campagna, nel buio del balcone dov'ella aveva voluto aspettarlo, la baciava sui capelli e sulle mani.
Nelle sere di luna, vedendo quell'ombra nella piazza solitaria e inondata di luce pallida, le tornavano in mente le canzoni e le aspirazioni indistinte dei sedici anni, quando alla primavera aveva sentito battere il cuore verso qualche cosa che non aveva raggiunto mai, e le aveva lasciato una malinconia e un rancore di promessa delusa.
Una di quelle sere che Cesare tardava a tornare più del solito, levando gli occhi a caso sulle finestre di fianco abitate dallo zio canonico, che le tenevano il broncio, vide un uomo che non conosceva, nero, nel vano luminoso del balcone, il quale la spiava, pallido e impassibile.
Allora tutta la sua fierezza si ribellò in un lampo.
Si rizzò in piedi, rossa come se l'avessero schiaffeggiata, senza pensare a suo marito che doveva arrivare da un momento all'altro, e fece segno a quell'uomo che passeggiava nella piazza di salire.
Don Peppino entrò, pallido come un cencio, cercando la prima parola.
Ma ella era infuocata in viso, le si leggeva in volto una strana risoluzione, e se aveva le mani tremanti, la voce era ferma.
- Signore! - gli disse.
- Qui, nella casa accanto, c'è un uomo che ci spia.
Avete visto?
Don Peppino voleva balbettare qualche cosa.
Ma Elena l'interruppe:
- Ditemi se è lo zio di mio marito.
- Sì, disse il Barone.
- Tanto peggio per lui! esclamò allora Elena bruscamente.
Vi ho chiamato perché avevo bisogno di parlarvi.
Don Peppino fuori di sé dalla sorpresa e dalla gioia stava per recitare la sua parte.
Le diceva colle mani giunte e l'accento sincero e commosso, che l'amava come un pazzo, l'aveva amata sin da quando l'aveva conosciuta alla Rosamarina e amava per lei quei luoghi dove l'aveva vista.
Che non poteva più vivere senza sapersi amato da lei, ora che ella gli aveva detto una buona parola, che l'avrebbe seguita a Napoli, in capo al mondo.
Elena a misura che si rimetteva andava facendosi sempre più pallida.
Chinava il capo come per mettersi in difesa, fissava su di lui gli occhi profondi, diffidenti, quasi corrucciati.
- No! gli disse con voce sorda.
Restate dove siete, non mi seguite, non fate altri scandali.
Vi ho chiamato per dirvi che non vi amo, e che voglio amare soltanto mio marito.
Il barone se ne andò barcollando, e sulla scala s'incontrò col marito.
Questi vedendo Elena così sconvolta, le chiese:
- Che hai?
Ella non rispose, poi, dopo un pezzetto, gli annunziò:
- Il barone è venuto a farmi visita, sai?
Don Peppino, sentendo che la Rosamarina era in vendita, andò dal notaio e offrì diecimila lire.
A sua madre che voleva impedire quella prodigalità rispose:
- È un capriccio, lo so, lasciatemelo soddisfare.
Alla Rosamarina v'è la caccia più abbondante del territorio.
Poi ho impegnata la mia parola.
Goliano e Brancato, come seppero che l'acquisto che avevano maturato con tante lungaggini sfumava loro di mano, fecero un casa del diavolo, dicendo che il barone spendeva diecimila lire per comprarsi la grazia del venditore.
Il notaio diede questo consiglio:
- Lasciateli dire, è il dispetto che li fa parlare, quando il contratto sarà firmato si rosicheranno le mani.
Cesare arrivò a casa con tal viso che Elena domandò subito:
- Cos'è stato?
- Il barone ha offerto diecimila lire della Rosamarina, rispose il marito.
Elena rimase immobile, rigida e bianca come una statua di marmo, scrutando profondamente negli occhi del marito coi suoi occhi grigi.
Dopo un istante di silenzio gli chiese con voce lenta:
- E tu?...
Tu che ne dici?
- Nulla, rispose egli seccamente.
Poscia le afferrò le mani con impeto, l'avvinghiò fra le braccia con uno slancio di tenerezza quasi minacciosa.
- Va a firmare il contratto con Brancato, per settemila lire, disse Elena.
- È la miglior risposta.
VII
Don Liborio e tutta la famiglia erano andati ad incontrare gli sposi, in gala, con un gran landò di rimessa.
Donn'Anna inzuppò un fazzoletto di lagrime nell'andare.
Ma eran lagrime di gioia, e avrebbe voluto pianger così anche per l'altra figliuola che se ne stava tranquilla, colle mani conserte sotto il seno, sulla panchetta dirimpetto.
Don Liborio, più padrone di sé, irrigidito nel solino inamidato, si asciugava la fronte col fazzoletto, guardando la sfilata dei viaggiatori che uscivano dal cancello.
Come spuntò Cesare, colla sacca a tracolla, dando il braccio all'Elena elegantissima, gli stese pel primo la mano con un gesto magnanimo che scancellava tutto quel che era stato.
Donn'Anna intanto si abbrancicava alla figliuola, la quale sorrideva, e si aggiustava il cappellino scomposto dalle espansioni materne.
Don Liborio non permise che gli sposi andassero all'albergo, sinché avessero trovato di fare il nido, e li volle tutti a casa.
La sera, appena giunse Roberto, ricominciarono le strette di mano.
Poi ciascuno se ne tornò al suo posto, come al solito.
Elena quasi fosse in visita, coi guanti, lodando tutto, assicurando che sarebbe stata benissimo, pregando Roberto di aiutarla a trovare un quartierino, non troppo grande, un nido, purché fosse in una casa di bell'apparenza, colla scala di marmo.
La Rosamarina e le tre stanze di Altavilla avevano dato novemila lire di netto.
Elena, quando ebbe trovato il nido che cercava, arredò un salotto, una camera da letto, uno spogliatoio, ed uno studiolo pel marito.
Sull'uscio inchiodarono una bella placca d'ottone - Avvocato Dorello - e il marito, nello studiolo nuovo, aspettò i clienti.
In questo tempo Elena era occupatissima a mandare delle partecipazioni alle sue amiche di collegio più in vista, alle conoscenze migliori che aveva racimolate qua e là, e a ricever visite nel suo salottino color d'oro, in mezzo ai suoi ninnoli luccicanti e ai suoi vasi pieni di fiori.
In meno di un mese aveva il suo giorno di ricevimento, il suo taccuino pel giro delle visite, qualche amica che veniva a prenderla in carrozza, gli assidui che aspettavano il suo turno al San Carlo per farsi vedere nel palchetto di lei.
Aveva fatto buona impressione nella società dov'era penetrata, seguita dal marito in guanti grigi.
- Farai delle conoscenze che potranno esserti utili, - gli diceva.
- Magistrati, colleghi illustri; acquisterai dei clienti ricchi che ti metteranno in voga.
E lo lasciava nel vano di una porta, nell'angolo di un divano, accanto a un tavolino di primiera, a soffocare gli sbadigli dietro il cappello, a interessarsi al giuoco che non capiva, a rispondere al chiacchierio vuoto dei conoscenti che passando accanto a lui barattavano quattro parole per cortesia, quando una contradanza improvvisata o un pezzo di musica scacciavano nei vani delle finestre e sotto le cortine degli usci gli uomini serii, deputati provinciali, consiglieri di corte d'appello, avvocati panciuti che si facevano vento col cappello a molle, ammiravano la folla, si lagnavano del caldo, gli spifferavano dei complimenti intorno alla grazia e all'eleganza della sua signora, osservavano che era necessario un po' di svago per uno che ha delle occupazioni serie nella giornata, si meravigliavano come mai non lo vedessero spesso al Tribunale.
Lui, arrossendo, doveva confessare che non aveva affari.
Il suo interlocutore, per cortesia, rispondeva garbatamente che la andava così, quando si voleva mantenere un po' di decoro, in principio di carriera...
A meno di buttarsi in braccio agli albergatori, agli osti, ai sensali di affari, come quelli che fanno la posta a qualche cliente che arriva smarrito dalla provincia.
E finivano col volgere un'occhiata discreta sulla moglie dell'avvocato senza affari, elegante, sorridente, disinvolta al pari di una gran dama, e corteggiata come una regina.
Allorché Elena, appena finito di desinare, correva ad accendere tutte le candele del suo spogliatoio, e si abbigliava per andare a passare la sera a teatro, alla Filarmonica, o in società, il marito rimaneva un po' triste, pensando al tempo in cui ella era tutta per lui, alle serate intime della Rosamarina.
Gli pareva che degli estranei che lo salutavano appena, della musica che non capiva, dei piaceri che non divideva, gli rubassero qualche cosa della sua donna, un pensiero, un'attenzione, qualche momento di allegria, e forse anche di ebbrezza.
Egli provava una voluttà amara ad analizzare, colla delicata percezione della sua natura quasi femminea, quelle sfumature dei sentimenti di Elena che si dileguavano da lui.
Poi, come la vedeva ricomparire in gala, raggiante di sapersi così bella, le sorrideva, affascinato da quel sorriso trionfante di vanità.
Né osava più dire, a lei, sfolgorante di tanta eleganza, che avrebbe preferito andare a passeggio da soli, al buio, ben stretti l'un contro l'altro, misteriosamente, come quella sera in cui per la prima volta erano andati per le strade silenziose tremando, e stringendosi il braccio.
Elena, com'egli le aveva espresso una volta timidamente cotesto desiderio, l'aveva guardato in viso un momento, con lieve aria di sorpresa, poi aveva risposto compiacentemente:
- Sì, come vuoi.
Egli non aveva voluto.
Nelle case dove accompagnava l'Elena, mentre rimaneva a discorrere colle persone serie, non vedeva più sua moglie per tutta la sera che dietro una siepe di abiti neri, nel gruppo più vivace delle stoffe vistose e dei ventagli che alitavano come farfalle, sotto le lumiere scintillanti, nel cerchio che allargavasi attorno alle contradanze improvvisate, accanto al pianoforte, quando provavasi della musica alla sordina, nel circolo ristretto dei privilegiati che si aggruppavano vicino al canapè della poltrona di casa.
Di tanto in tanto, come un getto fresco di allegria, udiva una parola di lei, uno scoppio di risa represso col fazzoletto profumato.
Osservava alla sfuggita, con uno sguardo discreto che voleva parere distratto, la sua testolina fine, bruna e piena di vita, un riflesso della seta della sua veste, un movimento del suo ventaglio o delle sue spalle seminude, la posa leggiadra con cui si appoggiava al braccio del suo ballerino, o l'atteggiamento improntato di diffidenza ironica e graziosa con cui ascoltava il discorso misterioso ed animato che le sussurava sotto il naso un individuo elegante, imprigionandole il vestito colla sua poltrona, piegando verso di lei il petto rigido della camicia e il capo diviso nettamente in due dalla riga irreprensibile.
Egli solo, il marito, il più estraneo di tutti, non poteva prendere il braccio di lei che nell'anticamera, dopo che il corteggiatore più assiduo della serata l'aveva aiutata a indossare la mantellina, sfiorandole coi guanti le spalle nude.
Alcune volte, per quanto ei si sforzasse dissimulare, Elena si accorgeva della sua tristezza nel tornare a casa.
E gli domandava inarcando le ciglia, sinceramente sorpresa:
- Che hai?
Egli arrossiva sotto lo sguardo penetrante di lei.
Sarebbe morto piuttosto che confessare a se stesso la gelosia vaga, dolorosa, umiliante, che tentava di soffocare.
Accusava la noia di passare una serata con gente che non conosceva, la sua indole timida e ritrosa, la preoccupazione che gli dava lo stato d'incertezza dei suoi affari.
Ella non si lasciava illudere, gli leggeva in cuore meglio di come non sapesse egli stesso; gli diceva:
- Che vuoi...
Bisogna fare come fanno gli altri.
Ma son tutta tua, lo sai.
Però aveva bisogno di quella vita, di quel lusso, di quelle seduzioni, se ne inebbriava spensieratamente, senza sospettare il male.
Dopo aver assaporato il trionfo della sua eleganza, della sua bellezza e del suo spirito, quando aveva indovinato vagamente l'ammirazione bramosa corruscante negli occhi ardenti che si posavano sulle sue spalle, l'emozione dalla quale prendevan risalto i complimenti insignificanti che le erano stati rivolti, si buttava al collo di suo marito, gli diceva:
- Come ti amo! - senza accorgersi ch'egli impallidiva a quell'effusione.
Nel salotto dai fiori azzurri tornava ad esser di lui, gli parlava guardandolo nello specchio del grande armadio di mogano che prendeva intera la parete, mentre si svestiva lentamente, al lume delle candele che dorava la bianchezza pallida delle sue spalle e la sottile lanuggine delle braccia bellissime.
Si lasciava accarezzare distrattamente, gli porgeva le labbra e la fronte, e gli diceva: - Ora discorriamo un po' fra di noi.
- Raccontava gli aneddoti della serata, le galanterie che le avevano recitato, sorridendo indifferentemente, con un moto leggiadro delle spalle nude.
Quindi gli stendeva le mani al di sopra del capo, senza voltarsi, come a dirgli: - Di che temi, scioccherello? - E gli domandava se si fosse divertito egli pure, se fosse contento della sua serata, con chi avesse parlato, se avesse trovato qualche cosa.
Trovare! Ella lo ripeteva con una leggerezza incantevole, quasi fosse stata la cosa più facile del mondo, senza accorgersi dell'ombra che la sua domanda metteva negli occhi del marito, o se accorgevasene si faceva a un tratto anch'essa pensierosa, guardandosi seminuda nello specchio con occhi vaghi che sembravano neri come carboni.
Infine si scuoteva con quel moto impaziente delle spalle, si voltava bruscamente verso di lui, per dirgli:
- Non temere.
Ci arriveremo!
Ella parlava di questo avvenire come di uno stato di altre soddisfazioni ed altre agiatezze.
Non sapeva nemmeno che i denari della vigna e della casa sfumavano rapidamente.
Credeva di non spendere altro che le cinque lire dei guanti o della carrozza che l'accompagnava a casa.
Suo marito avrebbe voluto risparmiarle a qualunque costo le sorde angoscie che lo tormentavano, mentre ella rideva e folleggiava in un salone tutto oro.
Per lui solo le meditazioni penose, i tentativi umili, l'andar su e giù per le scale altrui, i batticuori dell'aspettativa, gli scoramenti amari.
- Ch'ella non sappia nulla almeno...
sin che si può! - E non lo sorprendeva la crudele indifferenza di lei riguardo ai loro interessi.
Solamente Elena cominciava a notare che quell'avvenire si faceva aspettare, e che alla moglie del procuratore generale o di un avvocato illustre venivano usati dei riguardi che mancavano a lei, ricercata, corteggiata, con guanti da venti lire alle mani.
Suo marito non ci pensava, lui! E il sorriso di Elena finiva allo specchio, in una contemplazione astratta di se stessa.
Un mattino egli ricevette due righe per la posta.
«Badate a Cataldi! marito esemplare!».
Cataldi era un giovanotto il quale spendeva pazzamente il denaro che non aveva, biondo e delicato come una fanciulla, bel giuocatore, carico di debiti, audace cogli uomini, e cortesemente impertinente colle signore.
Elena sorrideva volentieri con quel pazzo, il quale non cercava di meglio che saldare i suoi debiti, facendosi uccidere in duello, dicevano.
Elena invece, col fazzoletto ricamato sulla bocca, mormorava sorridendo: - Che matto!
Cataldi se lo lasciava dire di buon grado in faccia, ogni volta che l'asserragliava in un cantuccio, nel vano di una finestra, dietro un canapè, a ridosso della coda del pianoforte, dove poteva.
E s'impadroniva del suo ventaglio, del ciondolo del braccialetto, del lembo di un pizzo, senza lasciarsi imporre dai suoi corrucci da bambina o dalla sua collera leggiadra, facendole piegare il capo e arrossire la nuca sotto le sue calde proteste, recitate con una flemma imperturbabile, con una franchezza che aveva del cinismo.
- Via! quando vi risolverete a dirmi che mi amate! Lasciatevi far la corte.
Che temete? Non ci crediamo né voi né io.
Voi non amerete mai, come me.
Voi avete tutti i miei difetti.
Siete insensibile, egoista e vana.
Voi dareste l'anima ed il corpo per conoscere l'amore anche di vista.
Io son l'uomo fatto apposta per voi.
Elena gli dava del ventaglio sulle mani, si turava le orecchie, chinava graziosamente il capo per sfuggirgli, ridendo insieme agli altri che protestavano per lei, e accennavano al marito.
Cataldi alzava le spalle.
- Né lui, né nessuno, - diceva.
- Ella non amerà mai altri che se stessa.
- Il marito alle volte, in mezzo al cicaleccio grave degli uomini serii, nel vano degli usci, e colla destra dentro lo sparato del panciotto, coll'occhio turbato e fisso sul gruppo intorno all'Elena, impallidiva leggermente, e smarriva la risposta.
Senza pensarci un momento, al leggere la lettera anonima, egli andò in cerca dell'Elena che suonava al piano, e gliela porse.
- Questa è della Silvia, disse subito Elena.
- È una cosa secca e brutta come lei.
E siccome il marito rimaneva zitto.
- Ebbene, gli disse, che vuoi fare?
- Io non lo so.
Tu saprai meglio di me.
- Non bisogna badarci.
È una calunnia di gelosa.
- Tu ci credi? brutto!
Ma ella non aveva giammai visto suo marito così pallido.
Improvvisamente si fece rossa come il fuoco.
- Tu ci credi?
Egli esclamò con una voce che Elena non aveva mai udito, guardando stranamente qua e là:
- Ah, no! Elena...
Non ci credo!
- Ebbene? Cosa vuoi che faccia?
- Non lo so.
Non lo so! - ed evitava di guardarla, e la voce gli tremava.
Elena in fondo non si sentiva cattiva.
Si avvicinò a lui pentita, e gli disse:
- Perdonami...
Cosa vuoi che io faccia?...
Vuoi che non esca più la sera? Tutto quello che vuoi lo farò.
- No...
no...
mormorò egli scuotendo tristamente il capo...
Tu non m'intendi...
E con uno sforzo, afferrandole la mano, a viso basso:
- Voglio...
voglio che tu mi ami sempre!
- Ah! cattivo!...
come sei cattivo oggi!...
D'allora in poi andò di rado in società, onde evitare d'incontrarsi col Cataldi.
Questi ogni volta che poteva vederla le diceva:
- Come? mi fuggite! Comincereste ad amarmi diggià?
Elena non era donna da restare imbarazzata per così poco.
Rispondeva:
- Sì, comincio ad amarvi, da lontano.
Più lontano starete e meglio sarà per voi...
E Cataldi imperturbato:
- Tosto o tardi finirete per cedere all'attrazione.
Sapete l'affinità dei simili? Io la subisco diggià!
In prova di che la seguiva da per tutto dove poteva.
Faceva stupire il mondo colla costanza della sua inclinazione.
- Cotesta piccina, dicevano, ha stregato quel farfallone di Cataldi.
Non s'è visto mai così accecato! - Elena stessa diventava schiva a restia a poco a poco.
Non poteva dissimulare un lampo degli occhi, o una fiamma fugace alle gote, o un leggiero palpito delle narici appena lo vedeva comparire dove ella si trovava.
In cuor suo, al vederlo così sottomesso, pensava: - Com'è carino! - E s'irritava che non le permettessero quel trastullo innocente.
Alle volte faceva anche il broncio.
Cataldi le ripeteva:
- Non credo ai vostri sguardi.
Non credo al vostro rossore.
Non credo che mi fuggiate, e nondimeno eccomi accanto a voi, a rendermi perfettamente ridicolo per voi.
Un giorno s'incontrarono a caso ad una serata di musica dove Elena aveva risoluto di non andare perché suo marito faceva il muso lungo.
- Ma all'ultimo momento...
Cataldi la colse sulla gran terrazza che sporgeva sul mare per dichiararle:
- Quando mi direte che mi amate - me lo direte, siatene certa - sarà forse la prima volta in cui amerò davvero, perché non vi crederò affatto.
- Tanto meglio.
Siete avvisato.
Non perdete il tempo dunque.
- Io non ho nulla da fare.
Intanto mi piace misurarmi con voi che siete di una bella forza.
In questo momento un'ombra tagliò il vano luminoso del balcone, e apparve il marito.
Il suo viso sembrava più bianco nell'oscurità.
Egli disse ad Elena con voce calma che l'aspettavano per suonare un pezzo a quattro mani nel salone, e fece un cenno impercettibile onde pregare Cataldi di fermarsi un istante.
Elena stavolta allibì.
Però era una di quelle fragili donnine che hanno una gran forza di dissimulazione.
Faceva scorrere nervosamente intorno ai polsi i suoi numerosi braccialetti mentre spiegavano la musica sul leggio, cogli occhi sul balcone.
Ma quasi subito rientrò suo marito, tranquillo in apparenza come l'aveva visto pochi minuti prima, e Cataldi rimase ad ascoltare sotto le tende, impenetrabile anche lui.
Stavolta fu Elena che cercò di scambiare due parole da solo a solo con lui, dopo che ebbe suonato assai male, mentre duravano gli applausi.
Ella lo fermò in un canto, un po' pallida, facendosi vento col ventaglio, e gli chiese con voce breve e secca:
- Cos'è stato?
- Una cosa assai strana.
Mi ha pregato di lasciarvi in pace.
Così come ve lo dico adesso, tranquillamente e con queste medesime parole.
È una cosa semplicissima, che a nessuno è venuta in mente di dire, e che vi fa rimanere senza risposta.
Il marito invece non le diceva nulla, né lungo la strada, né per tutto il tempo che ella aveva messo a fare la sua toletta da notte con studiata lentezza, sino all'ora in cui egli andava, come di solito a lavorare per un par d'ore.
Allora ella lo fermò sull'uscio, prendendogli le mani, e guardandolo fiso.
- Son sempre la tua Elena! lo sai?
Egli esitò, arrossendo, impallidendo a vicenda, col viso basso.
Ad un tratto le buttò le braccia al collo, e si mise a piangere come un ragazzo.
Piangeva d'amore, di vergogna, di collera e di gelosia.
Piangeva di doverla accompagnare lui stesso nelle feste, in mezzo alla folla, colle braccia nude, colle spalle nude, lui che avrebbe schiaffeggiato chi le avesse detto, vedendola passare: - Com'è bella! - che avrebbe ucciso chi avesse osato sollevare con due dita il velo che copriva le spalle di lei.
Piangeva per quella contraddizione vergognosa, per quella tirannia della corruzione mondana che costringeva lui, il marito, a lasciare la moglie adorata senza difesa, in mezzo alle insidie velate, e alle brame incessanti dei seduttori, sola, perché gli altri fossero più liberi di confessarle col frasario ipocrita tutte le brame oscene che accendeva la sua casta bellezza nella loro fantasia viziosa, coi complimenti sfacciati, cogli sguardi impudichi che la ricercavano sotto le stoffe trasparenti.
E andarsene lontano per non sembrare di voler ascoltare quel che le dicevano, e guardarla alla sfuggita, e se ella arrossiva dover fingere di non accorgersene, e se sorrideva volentieri con un altro trattarlo da amico! Ecco cos'era ridotto a fare lui, il marito, il tutore, l'amante, lui che avrebbe dato tutto il sangue delle vene per lasciarle ignorare l'esistenza del male: ad aiutarla colle sue mani a spogliarsi del pudore, dell'innocenza, ad essere spettatore di tutte le lusinghe che le offrivano a suo discapito, a sentir discutere e dileggiare la fedeltà delle mogli, a sapere che l'uomo il quale le parlava all'orecchio sottovoce le diceva che l'amava più del marito, il bugiardo! mentre doveva lasciarla fra due ore, e andarsene col sigaro in bocca, e avere l'indomani degli interessi e dei pensieri che non erano per lei! E lei l'ascoltava! e gli sorrideva, pur non credendogli una parola, ma per mostrarsi disinvolta, per paura che l'accusassero di non aver spirito, per abitudine di donna avvezza ad esser corteggiata, sicché era di cattivo umore tutta la sera quando l'erano mancate di queste piccole soddisfazioni di amor proprio, ed egli doveva scorgere i suoi trionfi cogli altri nel buon umore che gli dimostrava allorché rimanevano soli.
Ah! - e questo lo spaventava e l'irritava! - ch'egli l'amasse in tal modo, che egli la sentisse così dentro e palpitante nella sua carne, nel suo cuore, in tutto il suo essere, che non potesse più vivere senza di lei! che ormai dovesse amarla ad ogni costo, com'ella avrebbe voluto essere amata.
No, egli non era geloso di Cataldi, né di questo né di quell'altro.
Era geloso di tutto, di tutti quelli che le dicevano quant'era bella; del bisogno che ella provava di sentirselo dire e di veder prostrate ai suoi piedi tutte quelle adulazioni.
Indovinava che egli non le bastava più, che c'era qualcosa di lei che gli si involava ogni giorno, ora per un invito a un ballo, domani per una serata di gala al San Carlo, quando era attesa nei ritrovi, il momento in cui si faceva bella per gli altri, i capelli che adornava, le braccia che scopriva, la veste che non gli era dato sgualcire.
E l'amava sempre, come prima, più di prima, in un modo diverso! E si rassegnava a ciò, e si contentava di quello che ella poteva lasciargli nel suo cuore, nella sua mente, quando aveva pensato: - Piacerò in tal modo a questo o a quell'altro? - e quando il cuore di lei aveva battuto più forte al sentire altre parole che egli non le aveva dette! Non era una cosa abbietta? Non era orribile? Ma l'amava così! Oggi diceva:
- Ella si lascia dire che è amata, ma non ama che me! -domani avrebbe detto: - Ella sorride, ella arrossisce di piacere, ella china il capo lentamente...
Ma poi, quando ritornerà ad esser mia!...
Più tardi...
Chissà?...
chissà?...
Elena aveva chinato il capo, colle sopracciglia aggrottate, indovinando vagamente.
Poi gli fissò gli occhi in faccia, in silenzio, a lungo.
Egli teneva fra le mani il viso pallido.
Poi lentamente Elena gli prese il capo fra le mani, e lo baciò, a lungo, senza dire una parola.
VIII
- E tuo marito?
- Sta bene.
Un po' musone, come al solito, ma di salute sta bene.
Elena col cappellino in testa, e il libricciuolo da messa in mano, andava ogni domenica a far visita alla mamma, seduta sul canapè, senza levare la veletta, elegante persino se metteva un vestito di percallo, diceva donn'Anna; e il vestito di Elena era di seta nera, tutto ricami e fronzoli di conterie che le pesavano sul corpicino delicato, e glielo modellavano artisticamente.
Donn'Anna, cogli occhiali sul naso, palpava il tessuto fitto, il ricco ricamo, con un accennare soddisfatto del capo, e soggiungeva:
- E le cose tue? vanno benone, lo vedo.
Tuo marito ha degli affari?
- Così.
Non molti...
Sai bene...
In principio...
- Non fa nulla.
Tuo padre dice che in quel ragazzo c'è della stoffa buona...
Intanto non ti lascia mancar niente.
Vorrei vedere tua sorella accasata come te.
Quel benedetto ospizio è sempre ad un punto.
E' li trattano come cani quei trovatelli! Roberto dice sempre che a gennaio gli impiegati avranno l'avanzamento non so di quanto, ma è sei anni che lo dice.
Camilla, col libro da messa in mano anche lei, aggiunse:
- Duemila e cinquecento lire.
- Duemila e cinquecento lire! ripeté donn'Anna.
Tuo marito li guadagna in un mese, scommetto.
Tu stai come una regina.
Teatri, conversazioni, ricevimenti.
Non ti manca nulla, figlia mia, che Dio ti benedica.
- Non vado quasi più, mamma.
Esco di rado.
Mio marito preferisce stare in casa.
- Ah! che idee gli vengono in capo a quel benedetto uomo.
Cosa ci state a fare in casa? la muffa? A cosa ti servirà in casa l'educazione che ti ho fatto dare? e mi è costata un occhio! Dimmi la verità.
Tuo marito comincia a diventare geloso?
- No, mamma.
Non ho detto questo.
- Non ci badare.
Tutti i mariti sono così.
Tanti turchi addirittura.
Anche tuo padre, se ci avessi badato...
Loro a divertirsi di qua e di là; ma la povera moglie tappata in casa.
Vedi, lo stesso Roberto, che non può stare un momento lontano da tua sorella, quando sarà suo marito...
Si udì una scampanellata, e arrivò Roberto in persona, con un mazzolino da un soldo, che si tolse dall'occhiello del vestito per aumentarne il valore.
Ma vedendo le due sorelle lì presenti non sapeva come dividerlo.
- Tocca a lei, disse Elena con una smorfietta.
Io son maritata.
- Parlavamo appunto di ciò, aggiunse donn'Anna.
Che voi altri uomini siete tutti premurosi prima del matrimonio, e dopo correte di qua e di là, Dio sa dove.
Anche don Liborio, vedete, il quale non ha nulla da fare, non si vede più in casa.
- Viene tutti i giorni a trovar Cesare, rispose Elena.
Don Liborio andava dal genero ogni mattina, pettoruto, facendo risuonare la mazza sugli scalini di marmo.
S'istallava nello studio, colla fronte tra le mani, scartabellando libracci, pigliando delle note, parlando di scrivere un trattato che sarebbe bastato da solo a spalancargli le porte della fama.
I clienti verranno in seguito, - aggiungeva.
I clienti sono come le pecore.
E si sdraiava nel seggiolone per sviluppare la sua idea, stuzzicandola con grosse prese di tabacco.
Andava dicendo dappertutto:
- Mio genero, l'avvocato, sta scrivendo un trattato di polso, che farà rumore.
Donn'Anna invece predicava che bisognava darsi le mani attorno per acchiappare dei clienti, che stando rinchiuso nello studio non si accorgevano di lui, e gli lasciavano far la muffa.
Dov'erano andati i sogni da ragazza dell'Elena? i castelli in aria fatti al chiaro di luna sul terrazzino, cogli occhi fissi alla finestruola dello studente, nei lunghi silenzi riboccanti di echi di un mondo sconosciuto, allorché l'amante le sedeva accanto nel salottino di via Foria? Ora vedeva ritornare a casa suo marito stanco e disanimato.
Egli le rispondeva col sorriso triste.
Aveva il povero orgoglio mascolino di nasconderle le sue angoscie e di risparmiarle delle pene alle quali ella non poteva arrecare alcun rimedio.
A lei invece la preoccupazione concentrata di lui sembrava egoistica; l'irritava alle volte contro di lui; le pareva della rassegnazione fiacca.
E mentre stavano zitti l'uno di fianco all'altra, gli volgeva alla sfuggita degli sguardi singolari, gli diceva:
- Ci devono essere tante vie aperte per un uomo...
Oppure:
- Se fossi in te mi par che troverei...
I giorni che scorrevano uniformi! Ogni mattina Cesare come apriva il balcone, e si vedeva dinanzi il mare azzurro e scintillante di sole, sentiva rinascere in cuore una vaga speranza, qualcosa che gli faceva baciare come un buon augurio i capelli di Elena disciolti sul guanciale, o la manica della sua veste da camera bianca nella quale ella cominciava ad aggirarsi per le stanzine ridenti, fresca e rosea.
Subiva delle strane superstizioni.
Aveva i suoi giorni fausti, dei segni che gli presagivano bene, se un bambino passava per la strada, se si udiva il fischio della ferrovia, se il vento spingeva al largo il fumo dei piroscafi dentro al molo.
Recitava mentalmente, e a mani giunte, una corta preghiera dinanzi al ritratto della madre che aveva inchiodato sulla parete di faccia alla scrivania, e sull'uscio, di nascosto, prima di uscire, si faceva la croce, come faceva lo zio canonico, mentre Elena andava a mettersi al balcone e pareva che volesse accompagnarlo cogli occhi più che poteva.
- Per lei! mormorava Cesare fervidamente.
Purché Elena non manchi di nulla! Purché non soffra di tali angustie! - Si fermava sulla porta per udire il suono del pianoforte di lei.
La salutava colla mano dalla strada, mentre ella gli sorrideva dal balcone, discinta, languida e abbandonata sulla ringhiera, nella fresca brezza mattutina.
E incontrando Cataldi, che ronzava lì attorno, provando dei cavalli, imbarcandosi in una lancia sottile ed elegante, passeggiando lentamente col sigaro in bocca, e la mazzettina sotto l'ascella, Cesare pensava tristamente fra se stesso:
- Ah! perché non sono come costui!
I procuratori ai quali andava a raccomandarsi lo facevano aspettare in un'anticamera piena di gente.
L'ascoltavano appena, in piedi, distratti, facendo segno a qualcun altro che erano subito da lui, cercando fra le cartacce della scrivania, gli promettevano che all'occorrenza si sarebbero ricordati di lui, e lo congedavano con una stretta di mano calorosa.
Il suo antico maestro, un avvocato in voga sopraffatto dal lavoro in modo che doveva rifiutare dei clienti, gli aveva risposto francamente che aveva già nello studio due giovani senza beni di fortuna, che bisognava aiutare a spingere innanzi in tutti i modi.
Egli aveva accolto l'antico alunno come un padre, gli parlava amichevolmente, e faceva aspettare una folla di gente per discorrere con lui, ma credeva che Cesare non fosse tanto bisognoso quanto i due giovani che proteggeva.
Lo vedeva ben vestito, gli sapeva una moglie elegante.
Cesare non ebbe il coraggio di disingannarlo, e tornò colle gambe ed il cuore rotti nello studiolo, dove il suocero si accaniva ad aiutarlo nel suo lavoro immaginario, sprofondato dietro un monte di libri e di opuscoli, così infatuato dalla sua idea che non si avvedeva dello scoraggiamento e della stanchezza che c'erano negli occhi fissi del genero, nel viso lungo, nelle braccia pendenti.
Elena al sentirsi ripetere continuamente: - Nulla! nulla! - al veder sempre quella fisonomia scorata, sentiva mancarsi d'animo anche lei; l'insuccesso continuo l'indispettiva contro quell'uomo che non sapeva esser forte, che non sapeva lottare, che non sapeva pigliare d'assalto la sua posizione, che cercava di dissimularle la stanchezza del viso, e la preoccupazione fissa dinanzi all'occhio.
Stava ritta sull'uscio, ascoltando sbadatamente il cicaleccio vuoto del genitore, senza aprir bocca.
O al più mormorava:
- Non capisco.
Mi pare che se fossi un uomo saprei trovare!
Don Liborio affermava: - Tuo marito ha ingegno da vendere.
Peccato che gli manchi la fibra!
Elena scrollava il capo.
Infine un procuratore legale, degli infimi, vero «strascina faccende», venne a proporgli un processo importante, diceva lui, una causa di prescrizione in cui erano in giuoco 200.000 lire.
Il poveretto non badò che il leguleio unto e sciamannato gli parlava col cappello in capo; e dopo che l'ebbe accompagnato sino all'uscio, corse ad abbracciar l'Elena per darle la buona notizia, cogli occhi gonfi di lagrime e la voce tremante di gioia.
Elena non divideva quel giubilo sproporzionato, ma ne indovinava confusamente il motivo e si sentiva montare le fiamme al viso.
- Va! va! - ripeteva in preda a un esplicabile turbamento.
- Lasciami sola un momento.
Son fatta così.
Son cattiva! son cattiva! Ma ti voglio tanto bene...
Povero Cesare!
Però l'affare grosso del procuratore «strascina faccende» non fruttò nulla a Cesare, malgrado l'impegno col quale ci si mise.
Il cliente fu condannato a rilasciare il fondo che voleva appropriarsi, e il procuratore, furibondo, per non dargli un soldo, andò predicando dappertutto che Dorello aveva rubata la laurea.
I colleghi si scandolezzarono che egli avesse assunto la difesa di quel processo vergognoso e infruttifero.
Un camerata dell'università, ch'era andato ad esercitare la professione di notaio in provincia, gli mandò una cliente la quale aveva il marito accusato di grassazione, giurando che non poteva pagar più di 25 lire.
Il presidente del tribunale gli assegnò qualche difesa officiosa al correzionale, che lo faceva guardare in cagnesco dall'imputato, il quale si credeva condannato perché era difeso gratis.
Invano si arrabattava nei bassi fondi e nelle anticamere della giustizia, in mezzo a gente cenciosa e colla barba lunga, su e giù per le scale tappezzate di cartacce sudicie, nella folla dei causidici e dei litiganti ansiosi.
- Quello è il tuo campo di battaglia! profferiva il suocero.
Là trionferai!
Donn'Anna voleva sapere perché il genero non rinunziava alla lusinga di far l'avvocato, e non cercava invece un impiego, come Roberto il quale aveva il suo soldo fisso, e se gli aumentavano lo stipendio avrebbe potuto ammogliarsi, senza altri fastidi.
Don Liborio saltava in aria al sentir parlare d'impiego, diceva che era un avvilirsi, per un avvocato, il quale aveva la stoffa di ministro, lo stesso che diventare un rodicarte, un servitore del pubblico.
Piuttosto avrebbe voluto fare del genero un deputato, un consigliere provinciale.
Elena non apriva bocca in quelle discussioni di famiglia, ma si ribellava in cuor suo all'idea di presentarsi in un salone accompagnata da uno scribacchino di tribunale, o da un impiegatuccio dell'agenzia delle tasse; si accasciava anche lei sul divano, colle braccia in croce sui ginocchi, cogli occhi fissi che splendevano di luce nera.
Adesso non gli domandava più nulla.
Lo aspettava sul terrazzino, lo vedeva venire a testa bassa, col cappello all'indietro, il vestito sbottonato, le scarpe polverose, strascinando i passi; andava ad aprirgli l'uscio, e tornavano a sedere sul balcone, senza dire una parola, colle braccia inerti, sino a tarda sera.
Ormai amava anch'essa la solitudine della via Piliero, il mormorio del mare, il silenzio della notte stellata, tutte quelle cose che almeno la lasciavano fantasticare come voleva.
Allora prestava l'orecchio al rumore di un passo noto, sotto le sue finestre, perseverante, che sembrava recarle l'omaggio di un cortigiano fedele nella sventura, e le rammentava il lusso in cui era vissuta, le feste splendide, l'ossequio universale alla sua bellezza.
La sua bellezza! cosa valeva? a che serviva adesso? A vedersi sempre fra i piedi un marito che non osava amarla, tanto era avvilito.
A stare accanto a lui, la sera, nel buio del terrazzino, quando avrebbe voluto star sola, ad udir quel passo, a guardar quell'ombra che passeggiava là davanti la cancellata del molo.
E la presenza del marito richiamava ruvidamente ad un guardingo esame di se stesso il pensiero di lei, il quale scorazzava tra fantasie che non avrebbe confessato a se stessa.
Dio solo può sapere quali idee passassero in mente a quel marito e a quella moglie, seduti tanto vicini sul medesimo balcone.
IX
La casa era continuamente assediata da creditori, da gente che veniva per aver saldato un conto di venti lire, e perdeva mezza giornata ad aspettare sulla scala.
La serva, creditrice di parecchie mesate, faceva causa comune con loro, restava un quarto d'ora a confabulare sottovoce, sporgendo il mento aguzzo, impietosita dalle loro lagnanze, portava delle seggiole in anticamera perché aspettassero comodamente, andava a chiamare la padrona ad alta voce, grattandosi i gomiti nudi in aria ingenua, per impedirle che facesse dire di non essere in casa.
Elena allora, pallida di collera, doveva rispondere sorridendo, doveva trovare delle buone parole per quella gente che le parlava a voce alta, e col cappello in capo.
Suo marito avrebbe sofferto la tortura per risparmiare a sua moglie coteste scene.
Non usciva quasi più, non aveva più testa di lavorare, gli toccava stare ad attendere dietro i vetri se arrivava un creditore.
Alle volte, nelle ore in cui la via Piliero era più frequentata, vedeva passare Cataldi, e sentiva a quella vista più doloroso e profondo il suo avvilimento; arrossiva se lo sorprendeva la moglie quasi stesse a spiarla, gli pareva di vederla aggrottar le ciglia o impallidire.
Accorreva il primo ad ogni scampanellata minacciosa, per mettersi a parlamentare, a promettere, a scongiurare.
Erano lotte di tutti i giorni, angoscie dissimulate a voce bassa, con aria calma, a capo chino, rosso di vergogna, col creditore insolente, nel vano dell'uscio, tendendo l'orecchio ansioso ad ascoltare se alcuno udisse nelle altre stanze, impallidendo se l'altro alzava la voce, e cercando di calmarlo col gesto supplichevole più che colla voce e colle parole.
Erano ripieghi meschini, sotterfugi volgari coi quali bisognava ingannare la spietata curiosità della serva, o la vaga inquietudine di Elena.
Ma almeno si lusingava che ella non sapesse nulla, non fosse consapevole delle umiliazioni che gli toccava subire.
Esciva per procurarsi cinquanta lire con un lavoro che gli davano a fare di seconda mano.
E tornava di corsa, col denaro in tasca, acchiappato dopo due ore di corsa, di sollecitazioni, di raggiri, inquieto, spiando le finestre da lontano, tremando di incontrare qualcuno per le scale.
Gli toccava scongiurare umilmente le minacce del beccaio e del fornaio, che l'aspettavano sulla scala di marmo, entravano dietro a lui nell'anticamera, lo seguivano scamiciati colla pipa in mano sino allo studio.
Egli doveva tirarli ad uno ad uno nel vano di una finestra, abbassando il viso e la voce perché nessun altri udisse, e soprattutto l'Elena, posando la mano sulla manica delle loro camicie sudicie per ammansarli, accompagnandoli egli stesso all'uscio perché non osava chiamare la serva, la quale, nella cucina fredda, alzava le spallacce, sotto il fazzoletto unto.
Poi doveva fingere di essere tranquillo, rientrando nelle belle stanzine arredate di mobili nuovi, colle stoffe freschissime, si sdraiava sul divano soffice, posava i piedi indolenziti sul tappeto morbido.
Sua moglie fingeva anch'essa di non accorgersi del pallore di lui, della sua agitazione; non gli diceva nulla di quel che accadeva nella sua assenza.
Si dava sempre da fare nelle altre stanze per non esser costretta a rimanere faccia a faccia con lui.
Una volta sola, uscì in questa osservazione:
- Quando non ci sei, è una cosa da impazzire con quello scampanellio continuo all'uscio!
Un mattino vennero dei facchini a prendere il pianoforte.
Il marito che non sapeva nulla, escì al rumore dallo studio per informarsi cosa fosse.
- Ho venduto il pianoforte, rispose Elena secco secco.
Egli arrossì, e non aprì più bocca sinché i facchini portarono via lo strumento prediletto di Elena.
Poi, come l'uscio fu rinchiuso, prendendo il suo coraggio a due mani, balbettò:
- Perché hai venduto il pianoforte?
- Era necessario.
- Lo so, dico perché non hai venduto qualche altra cosa?
- Il pianoforte era mio...
Intendo che non serviva più a nulla.
Non suono più.
Lagrime amare comparvero negli occhi di lui, che non osava alzare il capo.
Elena seguitò a spingere alcune poltrone nel posto lasciato vuoto dal pianoforte.
Poi lo schianto di quel dolore timido e peritoso le toccò il cuore.
Si accostò a lui intenerita, e l'abbracciò senza dir motto.
Egli guardandola negli occhi parve volesse dirle qualcosa di decisivo.
Ma era così commosso che non trovava parola.
Solo di tanto in tanto le stringeva le mani senza aprir bocca.
- Come ti ho reso infelice! mormorò alfine.
- Tu? rispose Elena, stringendosi nelle spalle.
Che idea? Tu hai fatto quel che potevi.
Ma egli aspettava qualche altra parola, avrebbe voluto che Elena indovinasse qual dolore, quale umiliazione fosse stata per lui vederla nascondere e dissimulare le sue sofferenze.
Gli sembrava che ella lo respingesse, e in certi momenti si spalancasse fra di loro un gran vuoto.
- Senti, Elena! le disse timidamente, se potessi morire, per levarti da questo stato, lo farei.
Elena non ebbe un sol lampo di carità negli occhi, quel lampo che forse suo marito aspettava trepidante.
Soffriva troppo da qualche tempo anche lei.
- No! tu non ci hai colpa, no! gli diceva.
- Son io che non ho fortuna; non ne ho mai avuta, mai! da bambina, da giovanetta tante belle promesse, tante parole...
ecco il risultato! Se l'avessi saputo...
- Elena! balbettò il marito.
Ella lo guardò un istante: - Che idea! Sei matto? No, non dico questo...
- Se morissi, mormorò Cesare tristamente, tu saresti libera.
- Belle cose che mi dici! Bel conforto che mi dai! Adesso specialmente...
Se l'avessi saputo non avrei voluto mettere delle altre creature infelici al mondo, ecco!...
Tu non sapevi quest'altra cosa...
Il marito impallidì al sentirsi annunziare in tal modo quell'avvenimento che è una festa per ogni madre, e per un po' rimase soprapensieri.
- Che brutta accoglienza trova questa povera creaturina! mormorò infine.
Elena non rispose.
Però anch'essa si lasciava vincere a poco a poco, senza coraggio per rinunziare ai sogni della sua giovinezza, senza forza per cercare un conforto e una distrazione nella maternità, avvilita dal rovescio, con degli impeti di rivolta comechesia contro il destino, dei rancori sordi contro tutto ciò che contribuisse alla sua sorte, come della frenesia, un bisogno di rappresaglia, cedendo grado a grado a delle aspirazioni insensate di cercarsi da sé quello che la sorte le negava, di fuggire dalla realtà in qualsiasi modo.
Allora la tentazione che stava in agguato, che le ronzava d'attorno, nel cervello, nel sangue, dinanzi agli occhi, la colse, se non pel cuore, per la mente guasta e fuorviata, nello spirito inquieto e bramoso.
Là, sul canto del Piliero, mentre andava dalla mamma per fuggire le angustie della casa - e si fermò su due piedi al veder Cataldi, impallidendo a un tratto quasi fosse già colpevole.
E le lusinghe di lui, e le parole scellerate, l'accento caldo, gli sguardi che accendevano il sangue:
- No! no! no! - ripeteva ad intervalli, sempre con voce più fioca, sempre colla fronte più bassa.
Infine...
Adesso esciva tutti i giorni.
Si vestiva in fretta, modestamente, di nero, sgattaiolava lesta per le scale, e correva dalla mamma, al passeggio, pur di non stare in casa.
La serva si presentava al padrone tranquillamente, colla sporta al braccio, perché gli desse il denaro per le provviste.
C'erano dei momenti in cui al poveretto sembrava di perdere completamente la testa nel cercare di combinare la spesa colle poche lire che gli restavano.
Doveva ricorrere a degli espedienti, far dei calcoli mentali, inventar dei pretesti, perché la serva che gli piantava gli occhi in faccia, con un sorrisetto ironico sulle labbra sottili, colle braccia pendenti come a significargli che si seccava ad attendere, non indovinasse il suo imbarazzo, il suo rossore.
Alle volte la serva posava la sporta per terra, si metteva le manacce sotto il grembiale sudicio, per fargli capire che era stanca di quella storia ogni santo giorno, e borbottava che cotesto avrebbe dovuto essere affare della signora, che gli uomini non se ne intendono, che in tutte le case dov'era stata, non aveva mai visto una cosa simile.
Egli doveva mandarla via colle buone, senza rimproverarla, e dopo che se n'era andata brontolando e strascinando le ciabatte per gli scalini di marmo, venti volte si era piegato sulla ringhiera, come attratto dal vuoto che si sprofondava sotto di lui per tre piani.
Ormai nessun'altra risorsa.
Quei due o tre procuratori che gli avevano procurato del lavoro di seconda mano gli facevano rispondere che non erano in casa.
O se non potevano evitarlo per le scale gli spiattellavano sul viso: - Mio caro, voi siete una macchina.
Comprendiamo i vostri bisogni, ma non possiamo rinunziare al lavoro utile per darlo a voi.
Ei sarebbe morto dieci volte di fame, piuttosto che andare a domandare del denaro in prestito, se non fosse stato per l'Elena.
L'unico a cui credeva di potersi rivolgere era il cugino Roberto.
Ma gli ripugnava l'idea che Elena avesse potuto saperlo.
Piuttosto, spinto dalla necessità si risolvette a tornare dallo zio Luigi, il quale gli aveva chiuso l'uscio sul naso dopo il suo matrimonio, prevedendo quello che doveva succedere coll'istinto dell'avaro.
Ma il bisogno stringeva talmente alla gola il povero giovane, gli metteva tal disperazione nell'anima e negli occhi, che lo zio Luigi stesso non poté parare interamente la stoccata.
Egli sfogò la bile che gli recava la domanda facendogli un lungo sermone, rimproverandogli la sua follia, rinfacciandogli che glielo aveva predetto.
Il poveretto, seduto di faccia allo scrittoio, inerte, col dorso abbandonato sulla spalliera della seggiola, si lasciava dir tutto, confessava tutto, conveniva che si meritava tutto.
Egli aveva bisogno di duecento lire, tutto era lì.
Ne aveva bisogno come il pane da mangiare.
Egli era venuto per chiederne in prestito cinquecento.
Ma il cuore gli era venuto meno dinanzi alla faccia dello zio.
- Duecento lire! esclamò lo zio Luigi rizzandosi sul seggiolone, come se gli avessero dato una coltellata.
- No! non posso.
Facciamo a metà.
Cento li perdi tu, e cento io.
Il disgraziato tornò a casa con cento lire in tasca come se ci avesse un tesoro.
E sinché durarono si chiuse nello studiolo, senza dar retta al suocero il quale gli suggeriva temi importantissimi di legislazione.
All'Elena, che tornava inquieta all'ora del desinare, si mostrava più calmo, e alle volte sembrava che fosse spinto a farle una confidenza, la guardava con effusione di tenerezza, le diceva:
- Se mi riesce quel che ho in mente di fare, le nostre angustie avranno fine.
Ma quando terminarono anche quelle poche lire, il poveretto non ebbe più testa di lavorare, né d'altro.
Ricominciarono le angoscie di ogni giorno.
Infine, colla disperazione nel cuore tornò dallo zio, balbettando che gli prestasse ancora cento lire, cinquanta anche...
quel che voleva.
Non avevano più un soldo in casa, non avevano da comprare il pane, fra una settimana...
a qualunque costo...
gli avrebbe restituite le cento lire...
Oppure...
oppure...
- Ma sì - gli rispose questa volta lo zio pacificamente.
Figurati! Le ho messe qua apposta.
Ti darò quelle stesse cento lire che dovevi restituirmi il mese scorso.
Se le hai restituite devono esser lì.
- E gli apriva il cassetto della scrivania.
- Non c'è nulla.
Che vuoi farci? Vuol dire che non me le hai restituite.
Quando me le porterai, le metterò là.
Talché se ne avrai bisogno un'altra volta, saprai dove trovarle.
Il povero Cesare grado grado s'era adattato anche alla vergogna di chieder del denaro in prestito al cugino dell'Elena.
Andò a trovarlo nell'ora in cui sapeva che doveva essere in casa, finito il servizio dell'ufficio.
Infatti lo trovò in pantofole, scamiciato, che spazzolava dei panni, distesi su di una cordicella, e li ripiegava accuratamente, imbottendo di giornali vecchi le maniche dei vestiti perché non prendessero delle pieghe.
- Se non si ha questa cura, uno ha sempre l'aspetto di essere vestito come un ciabattino, gli diceva per scusarsi di essersi fatto trovare in quell'arnese, pregandolo di mettersi a sedere sul canapè duro come una panchetta, domandandogli a qual motivo doveva ascrivere la fortuna...
Come Cesare gli spiegò il motivo arrossendo, Roberto non batté ciglio.
Per sì poca cosa che non valeva la pena, immaginarsi! fra amici come loro, poteva quasi dire parenti! Era che il suo sarto la mattina stessa gli aveva portato via una grossa somma.
Tutto ciò che aveva sottomano in quel momento.
Mio caro Dorello, non potete immaginare quel che si spende, per poco che uno non voglia andar vestito come un ciabattino.
Già voi lo sapete.
Come si chiama il vostro sarto? vedo che vi serve bene.
Un po' passata quella moda del bavero di velluto, ma è ben fatto.
Tutto l'abito sta nel bavero.
È una disperazione come cangian le mode.
Certi colori vistosi poi se li portate una stagione vi strillano addosso l'anno dopo.
E sempre spendere! Al giorno d'oggi prender moglie diventava una cosa impossibile.
Ora usavano i calzoni larghissimi.
Tutti quelli dell'anno passato erano inservibili.
Cesare, colla febbre nel cervello, dovette subirsi la discussione ragionata dell'ultimo figurino, e dichiarare se preferiva le camicie col colletto ritto oppure rovesciato.
Roberto spinse l'amabilità sino a fargli passare in rassegna i suoi vestiti, le camicie ricamate, le scarpe messe in fila sotto il cassettone.
Il poveretto disperato ricorse alla sua mamma, e scrisse una lettera in cui si sentivano delle lagrime vere.
Due giorni dopo gli giunse un vaglia telegrafico di duecento venti lire.
Pallido di gioia e di commozione corse a dire all'Elena:
- Mia madre mi ha mandato del denaro!
Egli non sospettò nemmeno quel che fosse costato, e quel che dovesse ancora costare alle povere donne quel vaglia mandato a fare di nascosto, coi denari ricavati da una vendita di sommacco insaccato di notte nel magazzino.
Nel mercato del paesetto quella vendita clandestina gettò lo scompiglio, alterò i prezzi della derrata.
Si venne a conoscere che erano state fatte delle vendite fuori della piazza, e l'ufficiale telegrafico andò a raccontare al caffè e alla spezieria il grosso vaglia che gli avevano fatto fare.
Lo zio canonico senza dire una parola tornò subito a casa, giallo come una candela, e si fece consegnare le chiavi da Susanna alla quale erano affidate da tempo immemorabile.
La ragazza allibita, corse a dire alla mamma:
- Lo zio ha scoperto ogni cosa!
La madre si mise a letto la sera stessa colla febbre, e nel delirio farneticava che il cognato li scacciava tutti di casa, e le sue orfanelle andavano a vendere del sommacco per le strade.
Cesare, ignaro di tutto ciò, ripeteva all'Elena, per farsi coraggio:
- Se mi riesce quello che ho in mente, finiranno le nostre angustie.
Elena ormai sembrava che si fosse rassegnata a quello stato, o che le fosse divenuto indifferente.
Dapprima mal dissimulava il cattivo umore che le arrecava il vedersi continuamente il marito in casa.
Ripeteva le osservazioni di sua madre che a quel modo avrebbe fatto la muffa.
Tradiva dei momenti di esasperazione in cui la sua testa era altrove, cogli occhi fissi ed astratti, il viso un po' pallido e le labbra serrate.
Usciva spesso, in fretta, a capo chino, e quando suo marito le domandava dove fosse stata, una fiamma appena repressa passava attraverso il suo pallore trasparente.
Egli invece aveva rinunziato all'avvocatura, al ministero, alle splendide aspirazioni del suocero.
S'era rassegnato a scendere di un grado nella gerarchia forense, e s'era fatto iscrivere qual procurato
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