I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 22
...
.
Fra pochi dí qualunque ivi allo spettaculo era in su que' luoghi dimorato, cosa miserabile! in brieve morí, e amorbossi chi gli ricevette in casa, amorbossi chi gli visitò, per modo che tutta la terra sentí la ruina e strage di quella pestiferissima velenosa furia.
O veneno nocentissimo, o infirmità orribilissima, o cosa molto da fuggirla! Non so io se qui merito essere in queste parole duro e impio riputato, ma poiché di questo trattiamo, siaci licito non tacere l'utile della famiglia.
Dirò quello comandano i dotti fisici, quale confermano il giudicio di ciascuno prudente, quale anche ogni uomo non in tutto pazzo può per esperienza cosí el vero conoscere.
Fugga el padre, fugga el figliuolo, fugga il fratello, fuggano tutti, poiché a tanta forza di veneno, a tanta bestemmia, nulla si truova che giovi se non fuggirla.
Fuggansi, poiché altra arme o arte cóntroli niuna ci vale.
Non si può, non, propulsare, non difendere quella rabbia mortifera ed essecrabile.
Adunque vorranno i savi prima salvare sé fuggendo, che rimanendo non giovare ad altri e nuocere a sé.
Piaccia a' piatosi non meno la salute sua che una vana opinione di grazia.
All'uomo per salvare sé, chi niega non essere licito e concesso dalle leggi uccidere chi con inimico animo l'assaliva? Se cosí lice, quale pertinace mi negherà non molto piú meritare perdono chi abandonerà quell'uomo, el quale al continuo gli porga pericolo di morte? Anzi qual prudente, quale affezionato al bene e salute de' suoi mai riputasse abbandonatosi, ove si vegga di quelle cose tutte copia, quali giovano a' bisogni suo', medici, servidori, e medicine? Può a quel modo guarire, ove avendo atorno i suoi non però meglio potrebbe guarire, ma presto ucciderli.
Non voglio essere lungo in questo ragionamento, el quale priego Iddio in la nostra famiglia mai acaggia da seguirmi con opera quanto la necessità e utilità della famiglia desidera.
Torniamo a' primi ragionamenti.
Fuggansi adunque, sí come dicemmo, tutti e' luoghi e tutte le cagioni atte a infermare alcuno della famiglia.
Truovo ancora che in altro modo si rende la famiglia men populosa, quando ella si divide, e dove prima era una sola ben populosa e ben grande, testé son due né populose, né grandi, come già intervenne ad alcuna famiglia in Italia.
Qual fusse la ragione testé nollo ricerco.
Ben confermo che a me pare da credere cosí, che qualunque padre vorrà la sua famiglia essere divisa e minore, cosí e piú debole, per constituire sé piú maggiore e piú fermo, costui prima sarà ingiusto molto e da biasimare; imperoché, comune giudicio di tutti e' prudenti, l'utilità e onore di tutta la famiglia si dee preporre alla propia, come tutto proverremo nel luogo suo; poi costui medesimo cosí ingiusto non si può riputare prudente, anzi giace in grandissimo errore, s'egli sta col pensiero e mente occupato a essere capo maggiore che alle membra della famiglia sua si convenga.
Le deboli membra non possono sofferire el capo troppo grave, anzi pel troppo peso si fiaccano, e il capo non sostenuto da tutti i membri cade e si fracassa.
Però colui el quale sarà saggio, e per giudicio intenderà in altri quello che altri co' suoi dolori pruova, costui conoscerà che d'uno trave segato quella e quell'altra parte molto piú sarà debole a sostenere il peso che s'elle fossono non dispartite.
Né mai si potrà tanto raggiugnere el già diviso legno che sia, come prima era, fermo e tegnente.
Ma di questa materia piú diremo appieno nel luogo suo, ove acaderà a dire dell'amicizie, concordia e unione quali bisogna nella famiglia.
Per ora tanto basti avisarvi che le famiglie per essere divise non solo minuiscono di numero e gioventú, ma ancora scemano d'autorità, rendono minore la fama e dignità, per modo che in grande parte ogni nome e grazia acquistata si perde.
Molti ameranno, temeranno, onoreranno una famiglia unita, e' quali di due famiglie discorde e divise nulla stimeranno.
Abbiamo adunque detto come si debbe fare e conservare la casa populosa, come a farla populosa tolgasi moglie, procreasi figliuoli, come a conservalla si vuole dare opera che la gioventú perseveri in lunga vita con sanità e unione; le quali tutte cose con nostra industria e diligenza potremo quanto al bene e utile della famiglia si richiede, essequire.
Ma perché alcuna volta contro ad ogni nostra umana prudenza accade che 'l numero nella famiglia manca, o perché le mogli rimangono sterili, o perché la morte ci toglie e' già acquistati figliuoli, però mi pare necessario qui ancora considerare in che modo allora ci sia licito mantenere la famiglia pur populosa.
Appresso gli antichi, e' quali con molta prudenza e consiglio a ogni commodità e necessità della famiglia provedevano, soleva licita essere e legittima consuetudine fare divorzio dalle loro maritate, e divider l'uso e unione congiugale e separarsi dalla moglie.
Questo facevano quando vedevano del matrimonio loro seguire niuno frutto, e per pruova conoscevano cosí insieme sé non essere utili a quanto si desidera ne' matrimonii, divenire padri.
E nacque questo uso e licenza non prima in Roma che anni dugento e trenta doppo la rapina fatta delle donne sabine, tanto avea voluto Romulo ne' matrimonii essere integrità e pudicizia.
E non però sanza cagione Spurio Corvinio, overo Corpilio, fu el primo el quale repudiò la sua moglie perché essa era infecunda e sterile.
Parsegli non disonesto lasciar questa, disiderando altronde avere figliuoli.
Ma oggi e' costumi civili, le religiose constituzioni le quali affermano el matrimonio essere non congiunzione di membra tanto, ma piú unione di volontà e animo, e per questo statuiscono sponsalizio essere sacramento e legame religioso, però vetano che quegli e' quali sono cosí per divino sacramento congiunti mai si separino per volontà umana.
Quella adunque utile alla famiglia antiqua consuetudine di lasciare quella sterile per tôr questa colla quale s'acquisti figliuoli, oggi, come vedete, non è valida a rompere el vincolo religioso congiugale.
Solo, quella può separare la congiunzione delle membra, ove siano alla salute e vita loro dannose.
Giova adunque questa separazione non ad ampliare el numero della famiglia, ma a conservalla.
Restaci quella altra consuetudine antichissima che solevano e' fortissimi cittadini, e' quali forse aveano tradutta l'età sua nell'arme fra gli esserciti in remotissime province per rendere suo officio al nome e autorità della patria, poi quando si riducevano in riposo fra' suoi e in la sua già ultima età cessavano dalle publice fatiche e davansi a' civili onestissimi ozii, ove grandemente desideravano come in la superiore età coll'opera e sudore, cosí testé con prudenza e consiglio essere a' cittadini suoi gratissimi e carissimi; e conoscevano quanto negli ozii sia voluttà, quel che loro nell'arme non era licito avere, la carissima e amatissima compagnia della moglie; e non dubitavano quanto sia alla republica e alle famiglie private utilissimo procreare figliuoli, e per questo curavano non uscire di vita sanza vedere chi sia nel nome e fortune sue osservatore e successore, facevano come oggi alcuni, e come a que' tempi sí degli altri assai, sí anche el figliuolo d'Africano superiore, quale adottò el figliuolo nato di Paulo Emilio.
E pare a me questa utilissima, licita consuetudine, adottarsi degli altri già nati figliuoli, ove a te quegli nascere non possano.
Potrei adurne piú cagioni; solo ne dirò qualcuna per brevità; e per non lasciare questo luogo sí nudo, sia licito adottare per ovviare che la famiglia non declini in solitudine e ad infelicità.
Sia ancora non inutile considerare che se già e' figliuoli nascono, a noi sta niuna certezza quanto e' sieno per crescere e sani e interi di membra e sentimento.
Ma in quelli e' quali già in parte sono allevati, non sarà tanto da dubitare quali uomini e' possano con nostro studio e diligenza divenire, però che già da' costumi della indole ed effigie loro assai di presso apparisce e comprendesi onde tu possa constituire a te non incerta espettazione.
Ma ritorniamo alla brevità nostra, e sia persuaso che l'adottare non è cosa se non usitata, giusta e utilissima alle famiglie.
E perché questo adottare quasi non è altro se non aggiugnere uno nuovo cugino a' tuoi nipoti e un congiunto a' tuoi parenti, però si vuole sceglierlo tale quale que' di casa l'acettino volentieri.
Vuolsi conferire con tutti, acciò che niuno poi biasimi quello quale essi abbino lodato e consentito; vuolsi aver cura d'adottare nati di buon sangue e di buon sentimento, di gentile aspetto, e tali nell'altre cose che la casa mai abbia con ragione da dolersene.
E poi' maggiori cosí faranno quanto in loro sarà possibile, prima con aver buon consiglio e diligenza, poi con aver buona cura e sollecitudine in fare dotto e costumato el fanciullo e mantenerlo virtuoso.
E stimi chi adotta, se nollo amerà come figliuolo, gli altri di casa non terranno quello per congiunto, onde costui sarà non solo come forestiero in casa, ma piú viverà carico d'invidia, né forse libero da ingiurie e danno.
E ciascuno sa quanto nelle famiglie le discordie sieno da fuggire.
Vuolsi adunque adottare nati atti a virtú, amarli e farli virtuosi, ché allora tutti e' tuoi staranno lieti e contenti vedere in la famiglia un virtuoso.
Circa il fare e mantenere una famiglia populosa pare a me qui resti a dire piú nulla, se già a voi non altro venisse a mente.
BATTISTA Io non so in che mi ti lodare piú, Lionardo, o della facilità quale tu hai usata in narrarci quanto ti priegammo, o dello ingegno col quale tu hai cosí distinto e disposto in mezzo cose qual mai arei stimato si facessono a questa materia, sopra tutto, Lionardo, in tanta copia di perfettissimi quanti recitasti documenti.
A me piace questa tua maravigliosa brevità, e in tanta brevità parse a me el tuo stile nel dire elegantissimo, facile e molto chiaro.
Né mai arei pensato ivi fusse stato a gran quantità presso tanto che dirne.
Abbiamotene grazia.
Quando che sia a noi gioverà avere imparato da te queste cose bellissime e utilissime alla famiglia.
Cosí aspettiamo dell'altre che restano, ché, se ben mi ricordo, rimane a dire in che modo la famiglia diventi ricca, amata e famosa.
Séguita.
LIONARDO Ben istà.
Ma prima quel mi pare da fare.
Parmi vostro officio sempre coll'animo e con tutte l'opere osservare in ciò che potete a vostro padre esser dovunque bisogni presti, grati e utili.
Ite adunque.
Vedete prima se a Lorenzo bisognasse nulla.
Non si vuole posporre la pietà ad alcuno studio.
Va, Battista.
Tu me poi ritroverrai qui.
BATTISTA O diem utilissimam! Vado.
Carlo, tu sta con Lionardo, non rimanga solo.
Cosí feci.
Andai.
Vidi a nostro padre bisognava nulla.
Per questo a lui pregai licenza, se cosí gli piaceva, ritornassi da Lionardo, el quale m'aspettava per seguire quanto gli avea cominciato per insegnarci cose molto utili.
- Da Lionardo, - disse Lorenzo nostro padre, - non potete imparare se non virtú.
Piacemi, ite, non perdete tempo; qui testé nulla bisogna di te, e, se tu bene bisognassi, piú a me sarà caro sapere sia dove diventi piú dotto.
Va, Battista, e stima, figliuol mio, ogni tempo essere perduto se non quello el quale tu adoperi in virtú.
Né potresti a me fare cosa piú grata quanto di farti virtuoso.
Lascia qual sia faccenda adrieto per acquistare virtú e onore.
Va, non indugiare.
Va, figliuol mio -.
Cosí disse Lorenzo, e io cosí feci, rende'mi a Lionardo, narra'gli la risposta.
- Oh! que' padri felici, - disse allora Lionardo, - e' quali non avendo maggior desiderio se non che diventino virtuosi, s'abattono ad avere figliuoli, e' quali sono cupidissimi di prendere buone arti e ornarsi d'ottimi costumi e grazia di molti.
Seguite, fratelli miei, Battista e tu Carlo, adempiete quanto in voi sia la voglia ed espettazione di vostro padre, poiché né lui desidera da voi altro, né voi potete far cosa piú in uomo lodata.
Date opera quanto fate di dí in dí essere piú dotti e piú lodati.
E noi ora che faremo? Seguiteremo noi dicendo di quello che resta a' ragionamenti nostri? A me pare già tardi.
Ricciardo e Adovardo omai dovranno indugiare non troppo a giugnere; però temo non ci basterà il tempo e saracci interrotto el ragionamento.
Pertanto forse sarebbe il meglio soprastare in domani e direnne piú pensato e piú intero, ché testé mi pare stare coll'animo sospeso aspettando vedere Ricciardo, el quale uomo modestissimo, umanissimo, sempre e per sua carità in me, e per mia reverenza inverso di lui, fu a me in luogo di padre.
E non so come, qualunque io sento passare mi pare sia Ricciardo, tanto desidero e aspetto vederne Lorenzo essere lieto, el quale vie piú di me con troppo desiderio l'aspetta.
Allora gli rispuosi io: - Lionardo, facciamo come testé nostro padre disse: riputiamo perduto ogni tempo se non quello quale spenderemo in virtú.
Ora credo non ci sia che fare altro.
Adòperati in farci migliori.
Tu insino a qui dicesti, quanto a mio giudicio in quella materia dir si poteva, molto utilissime cose non sanza perfetto ordine, con eloquenza non meno succinta che chiara ed elegante: onde non dubito testé potrai in quel che resta fare il simile.
Ricciardo stimo non giugnerà però sí tosto, né a te l'animo mai suole pendere meno inverso l'utilità nostra che verso l'amore di Ricciardo.
Per tua facilità e grazia verso di noi sempre potemmo riputarti fratello, e per quanta da te riceviamo dottrina e cognizione di cose perfettissime, dovemo ricognoscerti non solo come maestro, ma certo in luogo di padre.
E non riputiamo men grado avere avuto l'essere e vita dal padre, che ricevere da te el ben starci in vita con lodo e onore.
Però, Lionardo, segui.
Facciamo questo tempo nostro adoperandolo.
Cosí manco resterà domani che dire.
Segui.
Ascoltiànti.
LIONARDO Adunque piacemi.
Sarò nondimeno, poiché 'l tempo cosí richiede, brevissimo quanto la materia patirà.
Ascoltatemi.
Abbiamo la casa come dicemmo populosa, piena di gioventú.
Vuolsi essercitarla, non lasciarla impigrire in ozio, cosa come inutile e poco lodata alla gioventú, cosí alle famiglie gravissima e troppo dannosa.
Non però bisogna qui metter a voi in odio l'ozio, quali io veggio studiosi e operosi, ma pure per piú incitarvi a seguire come fate in ogni fatica e in ogni laborioso essercizio per acquistare virtute e meritar fama, ponete animo qui e pensate da voi quale uomo, non dico cupido di laude, ma in qualche parte timido d'infamia possiate non trovare, ma fingere, a cui non dispiaccia grandemente l'ozio e desidia? Chi mai stimasse potere asseguire pregio alcuno o dignitate sanza ardentissimo studio di perfettissime arti, sanza assiduissima opera, senza molto sudare in cose virilissime e faticosissime? Certo sarà necessario a chi curi d'ornarsi di laude e fama fuggire e ostare molto all'ozio e inerzia, non meno che a' capitalissimi e nocentissimi inimici.
Nulla si truova onde tanto facile surga disonore e infamia quanto dall'ozio.
El grembo degli oziosi sempre fu nido e cova de' vizii; nulla si truova tanto alle cose publice e private nocivo e pestifero quanto sono i cittadini ignavi e inerti.
Dell'ozio nasce lascivia; della lascivia nasce spregiare le leggi; del non ubbidire le leggi segue ruina ed esterminio delle terre.
Quanto prima si comincia essere contumace a' costumi e modi della patria, tanto subito si stende negli animi arroganza, superbia, e ogni ingiuria d'avarizia e rapina.
Ardisconsi latrocinii, omicidii, adulterii, e ogni scellerata e perniziosa licenza trascorre.
Adunque l'ozio, cagion di tanti mali, molto a' buoni debba essere in odio.
E quando bene l'ozio fusse non quanto ciascuno conosce ch'egli è, pernizioso e nimico a' buon costumi, e origine e fabrica d'ogni vizio, quale benché inetto uomo mai volesse essere in vita sanza essercitare lo 'ngegno, le membra e ogni virtú? In qual cosa a te pare differenza da un tronco, da una statua, da un putrido cadavere a uno in tutto ozioso? Quanto a me, non parerà ben vivo colui el quale non sente onore e vergogna, né muove sua membra e sé stessi con qualche prudenza e conoscimento, ma bene stimerò non vivo colui el quale giacerà sepellito nell'ozio e inerzia, e fuggirà ogni buono studio e opera.
E a me sarà costui da nollo riputare degno di vita, el quale non molto vorrà in virtú e laude usare ogni suo sentimento e movimento.
E questo medesimo ozioso, mentre che seguirà invecchiando in desidia e inerzia senza porgere di sé a' suoi e alla patria sua utilitate alcuna, questo certo sarà tra' virili uomini da stimarlo da meno che un vilissimo tronco, poiché d'ogni cosa posta in vita manifesto si vede quanto la natura a tutte contribuisce movimento e sentimento, sanza le quale cose nulla si può veramente giudicarsi in vita.
E come, benché tu abbia gli occhi, pure tenendoli chiusi e al loro officio no'gli adoperando, tanto ti gioveranno quanto se tu non gli avessi, cosí chi l'operazioni per le quali si distingue la vita per sé non frutterà, costui si potrà in questo riputare non aver vita.
Veggonsi l'erbe, le piante, e gli arbucelli quanto s'adoperino a crescere e porgerti di sé stessi qualche piacere o utile.
Gli altri animali, pesci, uccegli e quegli di quattro piè, tutti al continuo in qualche industria e opera s'afaticano, né mai si veggono oziosi, sempre s'argomentano in vita a sé e ad altri essere non inutili; e truovi chi edifica el nido pe' figliuoli, vedi chi discorre a pascere e' nati, tutti s'adoperano quasi da natura loro sia in odio ogni ozio, tutti con qualche buona opera fuggono la inerzia.
Pertanto cosí mi pare da credere sia l'uomo nato, certo non per marcire giacendo, ma per stare faccendo.
L'ingegno, lo 'ntelletto e giudicio, la memoria, l'apetito dell'animo, l'ira, la ragione e consiglio e l'altre divine forze e virtú, colle quali l'uomo vince la forza, volontà e ferocità d'ogni altro animale, certo non so quale stolto negasse esserci date per nolle molto adoperare.
Né mi può non dispiacere la sentenza dello Epicuro filosofo, el quale riputa in Dio somma felicità el far nulla.
Sia licito a Dio, quello che forse non è a' mortali volendo, far nulla; ma io credo ogni altra cosa potere essere a Dio di sé stessi forse meno ingrata e agli uomini, dal vizio in fuori, piú licita che starsi indarno.
Manco a me dispiace la sentenza d'Anassagora filosafo, el quale domandato per che cagione fusse da Dio procreato l'uomo, rispose: «Ci ha produtto per essere contemplatore del cielo, delle stelle, e del sole, e di tutte quelle sue maravigliose opere divine».
E puossi non poco persuadere questa opinione, poiché noi vediamo altro niuno animante non prono e inclinato pendere col capo al pasco e alla terra; solo l'uomo veggiamo ritto colla fronte e col viso elevato, quasi come da essa natura sia cosí fabricato solo a rimirare e riconoscere e' luoghi e cose celeste.
Dicevano gli Stoici l'uomo essere dalla natura constituito nel mondo speculatore e operatore delle cose.
Crisippo giudicava ogni cosa essere nata per servire all'uomo, e l'uomo per conservare compagnia e amistà fra gli uomini.
Dalla quale sentenza Protagora, quell'altro antico filosafo, fu, quanto ad alcuni suol parere, non alieno, el quale affirmava l'uomo essere modo e misura di tutte le cose.
Platone scrivendo ad Archita tarentino dice gli uomini essere nati per cagione degli uomini, e parte di noi si debbe alla patria, parte a' parenti, parte agli amici.
Ma sarebbe lungo sequire in questa materia tutti e' detti de' filosafi antichi, e molto piú lungo sarebbe agiugnervi le molte sentenze de' nostri passati teologi.
Per ora questi m'occorsono a mente, a' quali, come vedi, tutti piace nell'uomo non ozio e cessazione, ma operazione e azione.
E confermeratti questa comune e vera sentenza, se coll'animo mirerai quanto vedi piú che negli altri animali l'uomo da essa infanzia per ogni corso della sua età sé sempre adoperare, tale che quegli e' quali sono in tutto fuori d'ogni onesta e virile opera, questi pure in qualche modo faccendo qualche cosa sé stessi oziosi trastullano.
E quanto chi mi lodasse piú l'ozio, chi non preponessi l'adoperare le membra, ingegno e ragione in qualche laude, costui appresso di me sarebbe in maggiore errore che s'egli stimasse vera quella opinione di quello afflitto padre per la morte della figliuola, el quale consolando sé stessi disse, poteva pensare e' mortali essere nati per patire in vita pena de' loro sceleratissimi flagizii e peccati! Pertanto troppo mi piace la sentenza d'Aristotile, el quale constituí l'uomo essere quasi come un mortale iddio felice, intendendo e faccendo con ragione e virtú.
Ma sopra tutte lodo quella verissima e probatissima sentenza di coloro, e' quali dicono l'uomo essere creato per piacere a Dio, per riconoscere un primo e vero principio alle cose, ove si vegga tanta varietà, tanta dissimilitudine, bellezza e multitudine d'animali, di loro forme, stature, vestimenti e colori; per ancora lodare Iddio insieme con tutta l'universa natura, vedendo tante e sí differenziate e sí consonante armonie di voci, versi e canti in ciascuno animante concinni e soavi; per ancora ringraziare Iddio ricevendo e sentendo tanta utilità nelle cose produtte a' bisogni umani contro la infermità a cacciarla, per la sanità a conservalla; per ancora temere e onorare Iddio udendo, vedendo, conoscendo el sole, le stelle, el corso de' cieli, e' tuoni e saette, le quali tutte cose non può non confessar l'uomo essere ordinate, fatte e dateci solo da esso Iddio.
Aggiugni qui a queste quanto l'uomo abbia a rendere premio a Dio, a satisfarli con buone opere per e' doni di tanta virtú quanta Egli diede all'anima dell'uomo sopra tutti gli altri terreni animanti grandissima e prestantissima.
Fece la natura, cioè Iddio, l'uomo composto parte celesto e divino, parte sopra ogni mortale cosa formosissimo e nobilissimo; concessegli forma e membra acomodatissime a ogni movimento, e quanto basta a sentire e fuggire ciò che fusse nocivo e contrario; attribuígli discorso e giudicio a seguire e apprendere le cose necessarie e utili; diègli movimento e sentimento, cupidità e stimoli pe' quali aperto sentisse e meglio seguisse le cose utile, fuggisse le incommode e dannose; donògli ingegno, docilità, memoria e ragione, cose divine e attissime ad investigare, distinguere e conoscere quale cosa sia da fuggire e qual da seguire per ben conservare sé stessi.
E aggiunse a questi tanti e inestimabili doni Iddio ancora nell'animo e mente dell'uomo, moderazione e freno contro alle cupidità e contro a' superchi appetiti con pudore, modestia e desiderio di laude.
Statuí ancora Iddio negli animi umani un fermo vinculo a contenere la umana compagnia, iustizia, equità, liberalità e amore, colle quali l'uomo potesse apresso gli altri mortali meritare grazia e lode, e apresso el Procreatore suo pietà e clemenza.
Fermovvi ancora Iddio ne' petti virili a sostenere ogni fatica, ogni aversità, ogni impeto della fortuna, a conseguire cose difficillime, a vincere il dolore, a non temere la morte, fermezza, stabilità, constanza e forza, e spregio delle cose caduche, colle quali tutte virtú noi possiamo quanto dobbiamo onorare e servire a Dio con giustizia, pietà, moderanza, e con ogni altra perfetta e lodatissima operazione.
Sia adunque persuaso che l'uomo nacque, non per atristirsi in ozio, ma per adoperarsi in cose magnifice e ample, colle quali e' possa piacere e onorare Iddio in prima, e per avere in sé stessi come uso di perfetta virtú, cosí frutto di felicità.
Forse a voi pareva mi fussi troppo dal proposito alienato, ma non sono state se non necessarie queste recitate cose a provare quanto io stimo avervi persuaso.
Ma non disputiamo testé quale di quelle opinioni piú sia vera e da tenere.
Diciamo al nostro proposito che l'uomo sia posto in vita per usare le cose, per essere virtuoso e diventar felice, imperoché colui el quale si potrà dire felice, costui agli uomini sarà buono, e colui el quale ora è buono agli uomini, certo ancora è grato a Dio.
Chi male usa le cose nuoce agli uomini e non poco dispiace a Dio; e chi dispiace a Dio stolto è se si reputa felice.
Adunque si può statuire cosí: l'uomo da natura essere atto e fatto a usufruttare le cose, e nato per essere felice.
Ma questa felicità da tutti non è conosciuta, anzi da diversi diversa stimata.
Alcuni reputano felicità avere bisogno di nulla, e questi cercano le ricchezze, le potenze e amplitudine.
Alcuni stimano a felicità non sentire incarico o dispiacere alcuno, e questi si danno alle delizie e voluttà.
Alcuni altri pongono la felicità in luogo piú erto e piú difficile a giugnervi, ma piú onesto e piú sopra i lascivi appetiti, in essere onorati, stimati dagli altri uomini, e questi intraprendono le fatiche e gran fatti, le vigilie e virili essercizii.
Forse di questi ciascuno può aggiugnere non molto discosto dalla felicità adoperandosi con virtú, usando le cose con ragione e modo.
E cosí adoperando l'altre cose insieme a sé stessi con temerità e sanza ordine, gli segue molto errore, e tanto piú a lungi si truova addutto errando quanto di sé e de' doni d'Iddio peggio meriterà con vizii e impietà.
Questo sarà quando el vizioso verrà ne' suoi presi essercizii piú o manco che non richiede e patisce l'onestà e ragione.
Volere con avarizia, con brutte arti arricchire; volere con vizii essere onorato; volere ne' lascivi ozii non sentire gravezza alcuna, a me pare sia non altro che disporsi a male usare le cose per nuocere agli uomini, dispiacere a Dio in quel modo ed essere infelice e misero, la qual cosa molto si debba da ciascuno non in tutto insensato fuggire, e molto piú da coloro e' quali vorranno rendere la sua famiglia felice.
Cerchino adunque costoro in prima per sé essere felici, poi procureranno la felicità de' suoi; e, come dissi, la felicità non si può ottenere sanza essercitarsi in buone opere, giuste e virtuose.
Sono l'opere giust'e buone quelle che non solo nuociono a niuno, ma giovano a non pochissimi.
Sono l'opere virtuose quelle nelle quali si truova niuna suspizione né congiunzione di disonestà, e quelle saranno ottime opere, le quali gioveranno a molti, e quelle fieno virtuosissime le quali non si potranno asseguire sanza molta virilità e onestà.
Se pertanto noi abbiamo a prendere essercizio virile e onestissimo, a me pare si doverrà molto bene, innanzi che noi ci dedichiamo ad alcuno fermo essercizio, ripensare molto ed essaminare con quale ci sia piú facile giugnere verso alla felicità.
Ogni uomo non si truova abile a cosí facilmente essere felice.
Non fece la natura gli uomini tutti d'una compressione, d'uno ingegno e d'uno volere, né tutti a un modo atti e valenti.
Anzi volse che in quello in quale io manco, ivi tu supplisca, e in altra cosa manchi la quale sia apresso di quell'altro.
Perché questo? Perch'io abbia di te bisogno, tu di colui, colui d'uno altro, e qualche uno di me, e cosí questo aver bisogno l'uno uomo dell'altro sia cagione e vinculo a conservarci insieme con publica amicizia e congiunzione.
E forse questa necessità fu essordio e principio di fermare le republice, di costituirvi le leggi molto piú che come diceva...
fuoco o d'acque essere stato cagione di tanta fra gli uomini e sí con legge, ragione e costumi colligata unione de' mortali.
Ma non usciamo del proposito.
Vorrassi, a conoscere quale essercizio piú si convenga, considerare queste due cose: l'una essaminare lo 'ngegno, lo 'ntelletto, el corpo tuo, e ogni cosa la quale sia in te; poi appresso porre ben mente di quegli aiuti, amminicoli e appoggi e' quali sono necessarii e utili in quel tale essercizio, a quale ti pare essere piú che agli altri sufficiente, di quelli come tu abbia ad averne in tempo attitudine, copia e libertà.
Pogniamo caso: se colui volessi essercitare fatti d'arme sentendosi debole, poco robusto, poco valente a sostenere le fatiche, a durare nel sudore, a stare nella polvere, sotto l'aria, sotto el sole, questo per lui non sarebbe atto essercizio.
E se io volessi seguire lettere sendo povero, non avendo ben donde supplire alle spese, quali non poche si convengono agli studii delle lettere, ancora non sarebbe questo essercizio per me.
Ma volendo tu darti a cose civili, trovandoti moltitudine di parenti, copia d'amici, abondanza di roba, e in te sendo d'ingegno, d'eloquenza e di grazia non rozzo, né inetto, quello essercizio ben si farebbe per te.
Vorrassi adunque prima contrapesare fra sé stessi ogni cosa, come dissi, quanto la natura abbia donato a te e al corpo tuo, e quanto la fortuna ti conceda e in tempo monstri non privartene.
Interviene che alcuna volta si mutano le compressioni, le fortune, e' tempi e l'altre cose.
Allora si faccia come diceva Talete filosofo: «Adàttati al tempo».
Se tu avessi a ire in villa possendovi andar bellamente per qualche viottolo, vorresti tu pure irvi per la strada militare e regia quando quella fosse rotta, piena di precipizii, fatiche e pericoli? Credo io che pur no.
Anzi, sendo tu non imprudente, andresti per una dell'altre, la quale in sé piú fusse onesta e piú a te facile.
Cosí sarà nel corso della vita nostra umana prudenza fare.
Se 'l fiume e onda de' tempi, se l'impeto e diluvio della fortuna c'interrompe la via, se la ruina delle cose la impaccia e guastala, vuolsi allora pigliare altro essercizio a tradurci quanto meglio a noi sia possibile verso la desiderata felicità.
E non stimo io essere altro felicità se non vivere lieto, sanza bisogno e con onore.
E se tu vedrai te essere atto a piú che uno essercizio, adrízzati in prima con quello el quale piú sia onorato in sé e utile a te e alla famiglia tua; e a qualunque essercizio ti darai, sempre ti segga in mente essere nato a bene adoperarti per adducerti a felicità, e sempre ti sia proposto in animo che al bene adoperarsi niuna cosa piú giova quanto se tu al tutto delibererai essere quello el quale agli altri vorrai parere.
Chi aspetterà essere riputato liberale, Battista, sarà suo debito donare a molti spesso e largheggiare; chi vorrà essere riputato giusto e buono, costui conviene mai ingiurii alcuno, sempre retribuisca secondo e' meriti, vincendo non di contenzione ma d'umanità e facilità; chi soccombe al dolore e teme e' casi avversi, chi pregia la fortuna e le cose caduche, costui mai meriterà essere riputato né forte, né di grande animo.
Ma colui del quale sarà la memoria, el conoscimento, el vero fermo e intero giudicio da' suoi cittadini provato e adoperato, colui uno si potrà riputare e stimarlo prudente.
Adunque ciascuno in quello essercizio al quale sé stessi darà, studii con ogni opera e diligenza essere quale e' vuol parere.
E stimo io niuno vorrebbe parere cattivo o maligno.
Piú tosto credo ciascuno ama essere tenuto modesto, umano, temperato, facile, amorevole, servente, faccente, studioso.
Le quali lode se sono da pregiarle e da volerle, a noi rimane officio quanto in noi sia con opera non meno che con animo e volontà cosí essercitarci d'essere, perché poi essendo in noi, cosí agli altri parremo.
Niuna cosa manco si può occultare che la virtú.
Sempre fu la virtú sopra tutti gli umani beni clarissima e illustrissima.
E dipoi si cerchi e sforzisi con tutte le mani e co' piedi, con tutti e' nerbi, con ogni diligenza, sollecitudine e cura, curisi ivi con ogni nostra opera, arte e industria, tra gli essercitati ed eruditi uomini in quello al quale ti desti essercizio, essere sopra tutti peritissimo e dottissimo.
E chi, quanto si richiede, persevererà affaticandosi e sudando in quel ch'egli studii al tutto e contenda essere molto el primo, stimo a costui non sarà cosa troppo difficilissima occupare ogni prima laude e nome.
Dicesi che l'uomo può ciò che vuole.
Se tu ti sforzerai, come ho detto, con tutte le forze e arte tue, sono io un di quegli che non dubito te in qualunque essercizio conscenderai al primo e suppremo grado di perfezione e fama.
Chi s'inframmette ad essercizio non in tutto atto e condecente a sé, di costui non merita lo studio però essere biasimato.
E chi con ogni studio e diligenza seguirà essercitandosi in quello che la natura e fortuna gli asecondi, costui merita lode e pregio, benché ivi a lui quello riesca poco fruttuoso.
Ma ben meriterebbe essere ripreso chi eleggesse cosa poco a sé accommodata.
Non in ogni cosa si loda opporsi alla fortuna, né poco giova sapere col corso delle cose tragittarsi a buona quiete e tranquillità del vivere.
Conviensi adunque aviare in modo che a tempo non di te abbia, ma piú della fortuna, se caso aviene, ad inculparti.
E certo poco arai da rimordere te stessi, ove con maturo consiglio tu arai preso essercizio quanto dissi atto a te e alla fortuna tua.
Cosí colui el quale averà preso atto e conveniente essercizio a sé, e in quello resterassi adrieto e non ascenderà alle prime lode, le piú volte costui non arà se non da incolpare la sua negligenza.
E in questa materia si può addurre similitudine.
Pogniamo per caso che al porto di Vinegia s'aparasse e ornasse uno spettaculo navale, nel quale fusse grande multitudine di concertatori e navi, e tu fra esse fussi duttore d'una, le quali tutte rigattessero un lungo corso simile a quello discrive Virgilio fatto ne' giuochi d'Enea appresso di Cicilia, ma piú ciascuna delle navi adoperasse o veli o remi, quali al navichiero paresse al suo presto tragettare convenientissimo.
Tu per giugnere al termine ove si serba le grillande e insigni della vittoria, e ove si rendono i premi e onori meritati, sommamente contenderesti onde la tua e quell'altra e anche la terza nave aggiugnerebbono a' primi meritati onori, e forse anche la quarta ne riporterebbe se non suppremo premio, almen qualche nome, e pure ritornerebbe ricordata dalla moltitudine, e in le recitazioni del veduto spettaculo forse sarebbe o da qualche loro avenuta sciagura, o da qualche errore scusata, e cosí in qualche parte onestata e lodata dove accadesse.
Ma l'altre tutte sarebbono sconosciute, e di loro si tacerebbe, per modo che forse meglio sarebbe a que' concertatori essersi stati in terra oziosi con gli altri giudicando, ridendo, e quanto volessino biasimando la tardità e negligenza d'altri, che con essi aversi con negligenza, se cosí si può dire, affannato, e vedersi non pregiati, ancora e beffati da tutti.
Cosí nel corso e concertazione dell'onore e laude nella vita de' mortali mi stimo sarebbe utilissimo provedere e prendere atta in prima e facile navicella e via alle forze e ingegno tuo, e con essa sudare d'essere il primo, come agli animi non desidiosi e piccolissimi sta bene sperare e desiderare d'essere, e al tutto contendere d'essere se non il primo almanco tra' primi veduto fuori di quella moltitudine sconosciuta e negletta, certare con tutte le forze e ingegno di conseguire qualche clarità e laude.
A conseguire laude si richiede virtú; a ottenere virtú solo bisogna cosí volere sé tanto essere, piú che parere, tale quale desideri d'essere tenuto.
Per questo si dice che alla virtú pochissime cose sono necessarie.
Come vedi, solo la ferma, intera e non fitta volontà basta, e sarà in colui fizione, el quale monstrerrà quello volere quale gli dispiace.
Ma non ci stendiamo in disputare quanto sia facillissimo conseguire la virtú.
Altrove sarà da dirne.
Solo statuiamo che a chi cerca meritare il primo, sederà onesto nel secondo luogo; fra gli ultimi niuno siede se non sconosciuto e negletto, ove non si truova onestamento alcuno.
E qui sia utile ancora considerare quanto ogni tua opera e fatica ti seguirà con emolumento e profitto, con molto onore e frutto di fama, ove tu te conduchi tra' primi.
Tu vedi in ogni artificio chi si truova piú dotto, in colui piú concorrono ricchezze, e piú tra' suoi gli s'augumenta autorità e dignità.
Pensa tu stessi quali sono quegli, a fare per vil cosa ch'ella sia, diciamo cosí un calzare, e' quali non cerchino tra quegli artefici sempre il miglior maestro.
Se ne' vilissimi mestieri sempre i piú dotti piú sono richiesti, e cosí piú famosi, voglio stimate questo che ne' lodatissimi essercizii non sarà punto il contrario.
Anzi a te piú gioverà essere il primo, o vero tra' primi, quanto intenderai in te essere piú parte di felicità che in e' molt'altri.
Se tu sarai litterato, tu conoscerai quanto sieno meno felici gl'ignoranti, e quanto sieno infelicissimi quegli ignoranti e' quali pure vorranno parere dotti.
E vogliovi adducere una similitudine giocosa, ma molto, quanto stimo, appropriata a questi ragionamenti.
Se fusse chi volesse parere notatore, in verità non fusse, ma sé stessi cosí in sul lito al securo comovesse, spandendo le palme e gittando le braccia molto, e soffiasse qua e là, e a sua posta galleggiasse in terra simile a quelli che nuotano dentro al fiume, se Dio t'aiuti, Battista, potresti tu vedendolo tenerti di non ridere? Quanto io, credo tra la brigata sarebbe a chi verrebbe voglia dargli qualche sferzata.
Tu vero che? Riputerestilo in questo essere non pazzo? Certo non ti parrebbe savio.
E se questo medesimo stolto pur volesse parere notatore, e gittassesi a mezzo là nel corso e onda del fiume, non sarebbe egli veramente pazzo? Sí, credo.
E quell'altro il quale si stava cortese e vestito, né curava essere lodato né conosciuto per notatore, pur vedendo perire quel temerario, cupido di parere quel che non era, e presuntuoso in monstrare di sapere quello che non sapeva, subito si spogliò e gittossi e cavonnelo.
Che dici? Non sarà costui da molto rendergli grazia e lodo? Però vedi tu quanto nelle cose meglio sia essere che parere.
E quinci tu stessi da te considera quanto giovi sopra degli altri sapere, e quanto sia lodo a' tempi e a' bisogni adoperare quello che tu sai.
Alle quali cose se tu ben vi penserai, credo non dubiterai che cosí in ogni essercizio chi vuole parere conviene certo che sia.
Abbiamo detto la gioventú non stia indarno ma pigli onesto essercizio, nel quale sé esserciti con virile opera, e seguasi quello essercizio quale renda piú utile e fama alla famiglia; eleggasi essercizio qual sia piú atto alla natura e alla fortuna nostra, e in quello si perseguiti in modo essercitando che per noi non manchi aggiugnere a' supremi gradi.
Ora, perché le ricchezze, per le quali quasi ciascuno in prima si essercita, sono utilissime a perseverare nelle principiate faccende con lodo e grazia, ad acquistarsi amistà, onore e fama, però sarà luogo a dire in che modo s'acquisti ricchezza, e in che modo quelle si conservino.
La qual cosa era una delle quattro quali dicemmo essere necessarie a rendere e mantenere felice una famiglia.
Adunque ora cominceremo ad accumulare ricchezze.
Forse questo tempo, che già siamo presso al brunire della sera, s'aconfarà a questi ragionamenti.
Niuno essercizio, a chi hane l'animo grande e liberale, pare manco splendido che paiono quegli instituti essercizi per coadunare ricchezze.
Se voi qui considererete alquanto e discorrerete, riducendo a memoria quali siano essercizii accomodati a fare roba, voi gli troverete tutti posti non in altro che in comperare e vendere, prestare e riscuotere.
E io stimo che a voi', e' quali, quanto giudico, pur non avete l'animo né piccolo né vile, que' tutti essercizii suggetti solo al guadagno potranno parervi bassi e con poco lume di lode e autorità.
Già poiché in verità el vendere non è se non cosa mercennaria, tu servi alla utilità del comperatore, paghiti della fatica tua, ricevi premio sopraponendo ad altri quello che manco era costato a te.
In quel modo adunque vendi non la roba, ma la fatica tua; per la roba rimane a te commutato el danaio; per la fatica ricevi il soprapagato.
El prestare sarebbe lodata liberalità, se tu non ne richiedessi premio, ma non sarebbe essercizio d'aricchirne.
Né pare ad alcuni questi essercizii, come gli chiameremo, pecuniarii mai stieno netti, sanza molte bugie, e stimano non poche volte in quegli intervenire patti spurchi e scritture non oneste.
Però dicono al tutto questi come brutti e mercenarii sono a' liberali ingegni molto da fuggire.
Ma costoro, quali cosí giudicano di tutti gli essercizii pecuniarii, a mio parere errano.
Se l'acquistare ricchezza non è glorioso come gli altri essercizii maggiori, non però sarà da spregiar colui el quale non sia di natura atto a ben travagliarsi in quelle molto magnifiche essercitazioni, se si trametterà in questo al quale essercizio conosce sé essere non inetto, e quale per tutti si confessa alle republice essere molto e alle famiglie utilissimo.
Sono atte le ricchezze ad acquistare amistà e lodo, servendo a chi ha bisogno.
Puossi colle ricchezze conseguire fama e autorità adoperandole in cose amplissime e nobilissime con molta larghezza e magnificenza.
E sono negli ultimi casi e bisogni alla patria le ricchezze de' privati cittadini, come tutto el dí si truova, molto utilissime.
Non si può sempre nutrire chi coll'arme e sangue difenda la libertà e dignità della patria solo con stipendii del publico erario; né possono le republice ampliarsi con autorità e imperio sanza grandissima spesa.
Anzi, soleva dire messer Cipriano nostro Alberti che lo 'mperio delle genti si compera dalla fortuna a peso d'oro e di sangue.
El quale detto d'uomo prudentissimo se si può riputare quanto a me pare verissimo, certo le ricchezze de' privati cittadini le quali soppriranno a' bisogni della patria saranno da crederle utilissime.
E secondo che soleva dire messer Benedetto nostro Alberti, quello erario sarà copiosissimo non el quale arà infinite somme di debitori e amplissimo numero di censi, ma ben sarà abundantissimo fisco quello al quale e' cittadini suoi non poverissimi saranno affezionati, e al quale tutti e' ricchi saranno fedelissimi e giustissimi.
Né qui a me pare da udire coloro e' quali stimano tutti gli essercizii pecuniarii essere vili.
Io veggo la casa nostra Alberta, come in tutti gli altri onestissimi, cosí in questi essercizii pure pecuniarii, gran tempo aversi saputo reggere e in Ponente e in diverse regioni del mondo sempre con onestà e integrità, onde noi abbiamo conseguita fama e autorità appresso di tutte le genti non pochissima, né a' meriti nostri indegna.
Imperoché mai ne' traffichi nostri di noi si trovò chi ammettesse bruttezza alcuna.
Sempre in ogni contratto volsono i nostri osservare somma simplicità, somma verità, e in questo modo siamo in Italia e fuor d'Italia, in Ispagna, in Ponente, in Soria, in Grecia, e a tutti e' porti conosciuti grandissimi mercatanti.
E sono e' nostri Alberti sempre a' bisogni della patria nostra stati non poco utilissimi.
Truovasi che de' trenta e due danari, e' quali la patria nostra in que' tempi spendeva, sempre di quegli piú che uno era aggiunto dalla famiglia nostra.
Gran somma! ma sempre maggiore fu la volontà, affezione e prontitudine nostra verso la patria.
Cosí acquistammo nome, fama e pregio apresso di tutti, ma grazia e amore piú apresso tutte le nazioni strane che appresso de' nostri cittadini.
Ma sia altro tempo a dolerci della fortuna e de' casi nostri.
Gloriànci piú tosto e godiamo di quanto si può la famiglia nostra Alberta veramente gloriare.
Di questo, Battista e tu Carlo, e' mi giova ragionare con voi, di simile cose le quali appartenghino a memoria e predicazione delle lode de' nostri Alberti, uomini prestantissimi e singularissimi, acciò che voi siate cupidissimi, quanto sete, e molto affezionati sempre e volenterosi di mantenere quanto in voi sia, e accrescere in quel tutto potrete la dignità, autorità, fama e gloria di casa nostra, le quali acquistate da' nostri maggiori, a noi sarebbe vergogna nolle conservare con molta virtú.
Dico si può gloriare la casa Alberta che da ducento e piú anni in qua mai fu essa sí povera ch'ella non fusse tra le famiglie di Firenze riputata ricchissima.
Né a memoria de' nostri vecchi, né in nostre domestice scritture troverrete che in casa Alberta non sempre fussono grandissimi e famosissimi, veri, buoni e interi mercatanti.
Né per ancora in la patria nostra vederete essere durata ricchezza alcuna sí grande, sí lungo tempo, e con manco biasimo quanto la nostra.
Anzi, pare in la terra nostra niuna, se non solo la nostra famiglia Alberta, gran ricchezza niuna giugnesse mai a' suoi nipoti eredi.
In pochi dí sono inanite e ite, come dicono e' vulgari, in fummo, e di qualche una di loro rimasone povertà, miseria e infamia.
Non mi piace qui stendere a recitare essempli, né investigare che cagione o che infortunio cosí tra' nostri concittadini dilegui le grandissime ricchezze, ché arei troppo che dire, e infiniti m'occorrono essempli verissimi ma odiosi.
Sia ditto da me con onore e reverenza delle famiglie: questo sarà dolersi della fortuna, non biasimarsi de' costumi d'alcuno.
Cerchi, Peruzzi, Scali, Spini e Ricci, e infinite altre famiglie nella terra nostra amplissime e oggidí ornatissime di virtú e nobilissime, le quali già abondavano di grandissime e ismisurate ricchezze, si vede quanto subito, ingiuria della fortuna, sieno cadute in infelicità e parte in grandissime necessitati.
Ma della famiglia nostra, in ogni altro modo perseguitata dalla fortuna, mai si trovò chi a ragione si chiamasse non giuste e benigne trattato da noi.
Mai fu nella famiglia nostra Alberta chi ne' traffichi rompesse la fede e onestà debita, el quale onestissimo costume, quanto veggo, in la famiglia nostra Alberta sempre s'osserverà, tanto veggo e' nostri uomini non avari al guadagno, non ingiusti alle persone, non pigri alle faccende.
E stimo io sia non tanto per prudenza e sagacità de' nostri uomini, ma veramente premio d'Iddio, poich'e' nostri onestamente avanzano.
Cosí Iddio, a cui sopra tutto piace l'onestà e giustizia, dona loro grazia che possino in lunga prosperità goderne.
Perché mi sono io steso in questo ragionamento? Solo per monstrarvi che ancora degli essercizii non pochi si truovano onesti e lodati, co' quali s'acquista non minime ricchezze; e, come vedete l'uno essere questo dei mercatanti, cosí pensate si truova degli altri simili essercizii onestissimi e pecuniosissimi.
Adunque si vuole conoscere questi quali e' sieno.
Cosí faremo.
Porremo qui in mezzo tutti gli essercizii, e sceglieremo qua' sieno e' migliori; poi cercheremo in che modo con quegli si diventi pecunioso e copioso.
Gli essercizii e' quali non referiscono premio e guadagno, mai ti faranno esser ricco, e quegli essercizii e' quali porgono guadagni spessi e grandi, questi cosí fatti sono attissimi ad aricchirti.
Consiste adunque, se io non erro, quanto ci acquista la nostra industria, non quanto ci doni la ventura, grazia o favore d'alcuno, el ragionevole diventare ricco solo ne' guadagni.
El diventar povero ove consisterà? Nella fortuna, confessolo.
Ma escludiamo la fortuna ove noi ragioniamo della industria.
Se adunque nel guadagnare s'adempie le ricchezze, e se i guadagni seguono la fatica, diligenza e industria nostra, adunque l'impoverire contrario al guadagno diverrà dalle cose contrarie, dalla negligenza, ignavia e tardità, li quali vizii non sono in la fortuna, né in le cose estrinsece, ma in te stessi.
Consiste ancora lo 'mpoverire, quanto si vede, in un soperchio spendere, e in una prodigalità la quale dissipi e getti via le ricchezze.
Contrario allo spendere, contrario alla negligenza mi pare la sollecitudine e cura delle cose, cioè la masserizia.
La masserizia adunque conserverà le ricchezze.
Cosí abbiamo trovato che per diventare ricco si conviene guadagnare e poi serbare el guadagnato, e con ragione esserne massaio.
Ma diciamo prima universale di tutti e' guadagni, poi udirete della masserizia.
E' guadagni vengono parte da noi, parte dalle cose fuor di noi.
In noi sono atte a guadagnare l'industrie, lo 'ngegno e simili virtú riposte negli animi nostri come son queste: essere, chiamiàllo per nomi suoi, argonauta, architetto, medico e simili, da' quali in prima si richiede giudicio e opera d'animo.
Sonci ancora a guadagnare atte le operazioni del corpo, come di tutte l'opere fabrili e meccanice e mercenali, andare, lavorare colle braccia, e simili essercizii, ne' quali e' primi premi si rendono alla fatica e sudore dell'artefice.
E sono ancora in noi accommodati a guadagnare quegli essercizii ne' quali l'animo e le membra insieme concorrono all'opera e lavoro, nel quale numero sono e' pittori, scultori, e citaristi, e altri simili.
Tutti questi modi del guadagnare, e' quali sono in noi si chiamano arti, e sono quelle le quali sempre con noi dimorano, le quali col naufragio non periscono, anzi insieme co' nudi nuotano, e al continuo seguono compagne della vita nostra, nutrice e custode delle lode e fama nostra.
Fuori di noi le cose atte a guadagnare sono poste sotto imperio della fortuna, come trovare tesauri ascosi, venirti eredità, donazioni, alle quali cose sono dati uomini non pochi.
Molti fanno suo essercizio acquistarsi amicizie di signori, rendersi familiari a ricchi cittadini, solo sperando indi riceverne qualche parte di ricchezza, de' quali si dirà a pieno nel luogo suo.
E sono que' tutti essercizii nella fortuna posti, da' quali la nostra industria umana lungi sarà esclusa.
Solo el caso e corso delle cose in essi potrà satisfare alle espettazioni e desiderii nostri.
Niuna nostra opera o consiglio potrà ivi acquistarvi se non quanto la fortuna vorrà con noi liberale essere e facile.
E fuor di noi ancora si truovano posti guadagni, e' quali si tranno delle cose, come sono usure, e come si piglia frutto da' nostri armenti, dall'agricoltura, da' boschi, e in Toscana da' nostri scopeti, le quali cose sanza umana fatica, sanza molta industria fruttano.
Sono poi da questi usciti essercizii quasi infiniti, ne' quali adoperano chi una, chi una altra parte, chi piú e chi tutte queste da me dette cose, animo, corpo, fortuna, e cose.
Quali essercizii sarebbe prolisso e forse superfluo tutti annumerarli, però che ciascuno da sé stessi collo ingegno discorrendo facile può tutti riconoscerli.
Ma poiché da questi principii noi tutti gli abbiamo qui in mezzo, diànci a scegliere qua' sieno piú atti a una magnifica e simile alla nostra onoratissima famiglia.
E' primi lodati essercizii, dicono alcuni, sono quegli ne' quali la fortuna tiene licenza niuna, imperio niuno, ne' quali l'animo e il corpo non serve.
La quale sentenza a me sempre parerà virile e interissima, imperoché se la fortuna non potrà turbarli, quelli a te dureranno utili quanto vorrai, e se questi dureranno a tua voglia, non potranno essere certo non utili a te e lieti.
E molto qui a me piace costoro in questa sentenza commendino libertà, però che in quel modo ivi pare escludano usure, avarizie, e tutti e' mercennarii e viziosi guadagni, ché sapete l'animo sottomesso ad avarizia non si può chiamare libero, e niuna opera mercennaria si truova ben degna di libero e nobile animo.
Ma che alcuno mi escluda in tutto da' nostri essercizii la fortuna non so quanto sia da consentirli.
Né so se io qui mi stimo bene, non però vorrei io errare, ma quasi cosí potrei credere che niuno famoso essercizio si truova nel quale la fortuna non guidi le prime parti.
In le opere militari, credo si può dire che la vittoria sia figliuola della fortuna.
Gli essercizii delle lettere ancora si truovano sottoposti a mille impeti della fortuna; ora mancano e' padri; ora seguano e' parenti invidiosi, duri, inumani: ora t'asalisce povertà, ora cadi in qualche infortunio, per modo che certo non puoi negare la fortuna ivi tenere gran parte d'imperio come sopra delle cose umane, cosí sopra gli studii tuoi, ne' quali tu non puoi molto perseverare sanza copia delle medesime umane cose sottoposte alla fortuna.
E cosí adunque in ogni essercizio famosissimo e glorioso converratti non escludere la fortuna, ma moderarla in prudenza e consiglio.
Potresti dire, ragioniamo pure del guadagno, nel quale sempre la 'ndustria e prudenza insieme colla sollecitudine e cura troppo valse.
Sta bene.
Non però ancora mi pare stôrmi di quella opinione, e pure stimo cosí: s'e' guadagni vengono da nostra industria, quegli saranno non grandi, quando la nostra industria e consiglio sarà piccolo.
De' piccoli traffichi niuno, per grande industria che si truovi, può ritrarne grandissimi guadagni.
Questi pertanto diventeranno maggiori crescendo in noi colle faccende insieme industria e opera.
Adunque in gran traffichi si truovano e' gran guadagni, ne' quali io dubito la fortuna non raro vi s'aviluppi in le mercatantie simili a quelle di quegli nostri Alberti, quando e' facevano per terra venire dall'ultima Fiandra insino in Firenze lane a un tratto quanto bastava a tutti e' pannieri di Firenze insieme e gran parte di Toscana.
Non racontiamo l'altre moltissime mercantie condutte in Firenze, tradutte da que' di casa nostra sino dalle estreme provincie con molta spesa, per monti e passi asperrimi e difficillimi.
Quelle tante lane venivan elle forse fuori delle braccia della fortuna? Quanti pericoli passavano, quanti fiumi, quante difficultà prima ch'elle si posassino al sicuro! Ladri, tiranni, guerre, negligenza, vizio di procuratori, e simili casi da ogni banda loro non gli mancavano.
Cosí credo intervenga quasi in tutte le grande faccende, in tutti e' traffichi e mercantie degni a una tanto nobile e onesta famiglia.
Vogliono essere e' mercatanti cosí fatti come furono i nostri passati, come sono i presenti, e non dubito per avenire sempre saranno i nostri Alberti, - fare grande imprese, condurre cose utilissime alla patria, serbare l'onore e fama della famiglia, e di dí in dí non meno in autorità e in grazia crescere che in pecunia e roba.
Potremo adunque statuire, come dicevano coloro, sia ne' nostri essercizii l'animo mai servo, sempre libero, il corpo non suggetto ad alcuna disonestà e turpitudine, ma sempre ornato di modestia e temperanza, e seguasi in quegli essercizii ne' quali la fortuna tenga, non vo' dire niuna, ma non troppa licenza.
Abbiamo ora scelto e' primi migliori essercizii.
E' secondi migliori saranno quegli e' quali piú a questi primi s'accosteranno, e gli altri appresso saranno que' che manco giaceranno da' primi lodatissimi essercizii rimossi e luntani, in quali se servirà meno, e quali anco meno alla fortuna saranno sottoposti.
Abbià'gli tutti scelti.
Ora di questi quali apprenderemo noi? Quegli certo, come dissi di sopra, e' quali piú a noi si confaranno.
Poi come gli adopereremo noi? Qui forse si richiederebbe maggiore e piú accurata risposta, ma per essere brevissimo vi darò regole generali, colle quali potrete in ogni essercizio non errare.
Dicovelo: in quel che appartiene all'animo, fate quanto dicevano coloro: l'animo mai serva.
Serve l'animo quando e' sia cupido, avaro, misero, timido, invidioso, o sospettoso, imperoché i vizii signoreggiano e premono l'animo, né mai lasciano aspirarlo con alcuna libertà e leggiadra volontà a degnamente acquistare lode e fama.
E come l'infermità del corpo tengono el corpo giacendo e grave in modo che lo 'nfermo non ha libertà delle membra sua, cosí l'avarizia, la timidità, la suspizione, la sete del guadagno e gli altri simili morbi dell'animo debilitano la forza dello 'ngegno, e tengono la mente oppressa, né lasciano el discurso e ragione nell'animo satisfare ad alcuna propria necessità.
E sono, come al corpo vacazion d'ogni dolore, sincerità di sangue e fermezza di membra, cosí all'animo necessarie quiete, tranquillità e verità, le quali cose, come le sue a el corpo sono da moderato e netto vivere, cosí queste all'animo nascono da ragione e virtú.
Ma alla virtú qual si richiede all'animo, sta contro el vizio, el quale sempre sta grave e priva la mente, cogitazione e operazione degli animi d'ogni virile e dovuta libertà.
Adunque non sia vizioso l'animo, e non servirà; ornisi di virtú, e arà libertà.
Non sia sottoposto l'animo ad alcuno errore, non si sottometta ad alcuna disonestà per avanzare auro, fugga ogni biasimo per non perdere fama, non perda virtú per acquistare tesauro, imperoché, come soleva dire Platone, quel nobilissimo principe de' filosofi: «Tutto l'oro nascoso sotto terra, tutto l'oro serbato sopra terra, tutto l'avere del mondo non è da comparare colla virtú».
Piú vale la virtú constante e ferma che tutte le cose sottoposte alla fortuna, caduche e fragili, piú la fama e nome nutrita da virtú che tutti e' guadagni.
Troppo sarà grandissimo guadagno, se noi asseguiremo grazia e lode, per le quali cose solo si cerca vivere in ricchezza.
Non servirà l'animo adunque per arricchire, né constituirà el corpo in ozio e delizie, ma userà le ricchezze solo per non servire.
E forse non è se non spezie di servitú sottomettersi, pregare e suplicare per sovvenire a' bisogni tuoi.
Non, pertanto, si spregino le ricchezze, ma signoreggisi alle cupidità e nel mezzo della copia e abundanza delle cose.
Cosí viveremo liberi e lieti.
Poi in quello ove s'adopera il corpo, perché ogni opera del corpo si può quasi chiamare servitú, non è servitú a mio credere altro che stare sotto imperio altrui.
Avere imperio sopra d'alcuno credo sia non altro che fruttare l'opere sue.
Qui adunque servasi el manco si può, servasi non per premio, ma per grazia; servasi piú tosto alla famiglia sua che agli altri, piú tosto agli amici che agli strani, piú volentieri a' buoni che a' non buoni; la patria vero a tutti si preponga.
In quello che avviene dalla fortuna nolla temete, neanche la desiderate.
Se la fortuna vi dona ricchezze, adoperatele in lodo e onore vostro e de' vostri, sovvenitene agli amici, adoperatele in cose magnifiche e onestissime.
Se la fortuna con voi sarà tenace e avara, non però per questo viverete solliciti, né troppo manco contenti, neanche prenderete nell'animo gravezza alcuna sperando, aspettando da lei piú che la vi porga.
Spregiatela piú tosto, ché facile cosa vi sarà spregiare quello che voi non arete.
E se la fortuna a voi toglie le già date e bene adoperate ricchezze, che si dee fare se non portarlo in pace e forte? Volere con maninconie, con miseria d'animo acquistare o riavere quello che a noi sia vietato, sarebbe pazzia, sarebbe servire, sarebbe certo essere infelice.
In quello poi procede dalle cose, si vuole esservi né sí desidioso, né si occupato, che tu ancora non sia utile agli altri piú lodati essercizii.
Agiugni a tutti questi documenti quello che sempre mi parse necessario a tutta la vita, sanza il quale nulla rimane lodato, nulla sta utile, nulla con autorità e dignità si conserva; e questo sarà quello che darà l'ultimo lustro a tutte le nostre operazioni, pulitissimo e splendidissimo in vita, e doppo noi firmissimo e perpetuissimo, dico la onestà.
In tutti e' tuoi pensieri e instituti, in tutti gli atti e modi, in tutt'i fatti, opere ed essercizii, in tutte le parole, in tutte le espettazioni, in tutti e' desiderii, in tutte le volontà, in tutti gli appetiti, in ogni qualunque sia nostra cosa consiglierenci sempre colla onestà, la quale sempre fu ottima maestra delle virtú, fedele compagna delle lodi, benignissima sorella de' costumi, religiosissima madre d'ogni tranquillità e beatitudine al vivere.
E non sia inetta al proposito questa similitudine: stimate che l'ombra nostra sia questa divina e santissima onestà, la quale sempre presente intende, conosce, pon mente, giudica quanto, in che modo, e a che fine qui noi adoperiamo e facciamo; cosí tutto nota, tutto distingue, tutto essamina, tutto ci va considerando; del ben fare graziosa ti loda, abondante ti ringrazia, molto ti porge dignità e autorità; del male irata ti sgrida, veemente t'acusa, turbata ridice, promulga a tutti el vizio e il vituperio tuo.
Con questa cosí fatta onestà adunque fate che voi vi consigliate sempre, e con molta reverenza e osservanza seguite el consiglio suo, el quale sempre sarà interissimo e maturissimo, non manco e utilissimo.
L'onestà mai ti lascerà servire, sempre sarà tuo scudo verso gl'impeti della fortuna, né mai seguendo e ubidendo suoi comandamenti e consigli, cosa maravigliosa e incredibile, mai di tuo alcuno detto o fatto arai da penterti.
E cosí sempre satisfacendo al giudicio della onestà ci troverremo ricchi, lodati, amati e onorati.
Ma se il vizioso non si consiglierà, non seguirà el giudicio e ricordo della onestà, lui mai si troverrà contento, ricco, né lodato, né amato, né felice, e infinite volte vorrebbe piú tosto essere povero che vivere ricco con quelle molte reprensioni acerbissime, le quali e' disonesti al continuo patiscono ne' loro animi.
E stimate sempre che manco nuoce la povertà che il disonore, e piú giova la fama e grazia che tutte le ricchezze.
Ma di questo sarà altrove da disputarne.
Noi vero qui ci consiglieremo in ogni nostra via, in ogni spasso, non colla utilità, non colla voluttà, ma colla onestà.
Sempre daremo luogo alla onestà, che con noi sia come un publico, giusto, pratico e prudentissimo sensale, el quale misuri, pesi, anoveri molto bene piú volte, e stimi e pregi ogni nostro atto, fatto, pensiero e voglia.
E cosí con lei diventeremo, se non di molta roba ricchi, almeno di fama, lodo, grazia e favore e onore abundantissimi, cose tutte da preporre a qual si sia grandi e amplissime ricchezze.
Cosí adunque faremo.
Saracci sempre l'onestà presso e a fronte, temerélla e amerélla.
Credo per ora qui bastino questi come generali documenti a non essere povero.
Noi non cerchiamo altro.
Le ricchezze si vogliono per non aver bisogno, e troppo a me sarà colui ricco a chi nulla bisognerà; e chi come abbiamo detto sé stessi esserciterà, costui certamente di nulla arà bisogno, anzi piú tosto d'ogni onesta cosa abonderà.
Poiché noi cosí testé abbiamo veduto quali sieno e' piú utili essercizii, piú da pigliare, e in che modo s'abbia a reggervisi, ora veggo vorresti spiegassimo e riconoscessimo qua' sian questi essercizii, come sieno chiamati, se sono que' dell'arme, quegli dell'agricultura, o quelli delle scienze e arti, o vero pur quegli della mercantia, e usciti di questi essercizii disiderresti udire della masserizia, la quale dissi era delle due l'una a diventar ricco.
BATTISTA Sí.
Ma pon mente, Carlo, e' mi pare sentire...
LIONARDO E anche a me.
Ben te lo dissi, Battista, e tu vedi testé, che apunto in sul piú fermo nostro ragionare...
CARLO Egli è Ricciardo.
BATTISTA Sí?
CARLO Sí.
LIONARDO Andià'gli contro, poi domani per tempo saremo qui insieme.
BATTISTA Sta bene.
Và.
Io ti seguo.
PROEMIO DEL LIBRO TERZO
A FRANCESCO D'ALTOBIANCO ALBERTI
Messere Antonio Alberti, uomo litteratissimo tuo zio, Francesco, quanto nostro padre Lorenzo Alberti a noi spesso referiva, non raro solea co' suoi studiosi amici in que' vostri bellissimi orti passeggiando disputare quale stata fosse perdita maggiore o quella dello antiquo amplissimo nostro imperio, o della antiqua nostra gentilissima lingua latina.
Né dubitava nostro padre a noi populi italici cosí trovarci privati della quasi devuta a noi per le nostre virtú da tutte le genti riverenza e obedienza, molto essere minore infelicità che vederci cosí spogliati di quella emendatissima lingua, in quale tanti nobilissimi scrittori notorono tutte le buone arti a bene e beato vivere.
Avea certo in sé l'antico nostro imperio dignità e maiestà maravigliosa, ove a tutte le genti amministrava intera iustizia e summa equità, ma tenea non forse minore ornamento e autorità in un principe la perizia della lingua e lettere latine che qualunque fosse altro sommo grado a lui concesso dalla fortuna.
E forse non era da molto maravigliarsi se le genti tutte da natura cupide di libertà suttrassero sé, e contumace sdegnorono e fuggirono e' ditti nostri e leggi.
Ma chi stimasse mai sia stato se non propria nostra infelicità cosí perdere quello che niun ce lo suttrasse, niun se lo rapí? E pare a me non prima fusse estinto lo splendor del nostro imperio che occecato quasi ogni lume e notizia della lingua e lettere latine.
Cosa maravigliosa intanto trovarsi corrotto o mancato quello che per uso si conserva, e a tutti in que' tempi certo era in uso.
Forse potrebbesi giudicare questo conseguisse la nostra suprema calamità.
Fu Italia piú volte occupata e posseduta da varie nazioni: Gallici, Goti, Vandali, Longobardi, e altre simili barbare e molto asprissime genti.
E, come o necessità o volontà inducea, i popoli, parte per bene essere intesi, parte per piú ragionando piacere a chi essi obediano, cosí apprendevano quella o quell'altra lingua forestiera, e quelli strani e avventizii uomini el simile se consuefaceano alla nostra, credo con molti barbarismi e corruttela del proferire.
Onde per questa mistura di dí in dí insalvatichí e viziossi la nostra prima cultissima ed emendatissima lingua.
Né a me qui pare da udire coloro, e' quali di tanta perdita maravigliandosi, affermano in que' tempi e prima sempre in Italia essere stata questa una qual oggi adoperiamo lingua commune, e dicono non poter credere che in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in quella lingua latina molto a' bene dottissimi difficile e oscure, e per questo concludono la lingua in quale scrissero e' dotti essere una quasi arte e invenzione scolastica piú tosto intesa che saputa da' molti.
Da' quali, se qui fusse luogo da disputare, dimanderei chi apresso gli antichi non dico in arti scolastice e scienze, ma di cose ben vulgari e domestice ma' scrivesse alla moglie, a' figliuoli, a' servi in altro idioma che solo in latino.
E domanderei chi in publico o privato alcuno ragionamento mai usasse se non quella una, quale perché a tutti era commune, però in quella tutti scrivevano quanto e al popolo e tra gli amici proferiano.
E ancora domanderei se credono meno alle strane genti essere difficile, netto e sincero profferire questa oggi nostra quale usiamo lingua, che a noi quella quale usavano gli antichi.
Non vediamo noi quanto sia difficile a' servi nostri profferire le dizioni in modo che sieno intesi, solo perché non sanno, né per uso possono variare casi e tempi, e concordare quanto ancora nostra lingua oggi richiede? E quante si trovorono femmine a que' tempi in ben profferire la lingua latina molto lodate, anzi quasi di tutte piú si lodava la lingua che degli uomini, come dalla conversazione dell'altre genti meno contaminata! E quanti furono oratori in ogni erudizione imperiti al tutto e sanza niuna lettera! E con che ragione arebbono gli antichi scrittori cerco con sí lunga fatica essere utili a tutti e' suoi cittadini scrivendo in lingua da pochi conosciuta? Ma non par luogo qui stenderci in questa materia; forse altrove piú a pieno di questo disputaréno.
Benché stimo niuno dotto negarà quanto a me pare qui da credere, che tutti gli antichi scrittori scrivessero in modo che da tutti e' suoi molto voleano essere intesi.
Se adunque cosí era, e tu, Francesco, uomo eruditissimo, cosí reputi, qual giudicio di chi si sia ignorante sarà apresso di noi da temere? E chi sarà quel temerario che pur mi perseguiti biasimando s'io non scrivo in modo che lui non m'intenda? Piú tosto forse e' prudenti mi loderanno s'io, scrivendo in modo che ciascuno m'intenda, prima cerco giovare a molti che piacere a pochi, ché sai quanto siano pochissimi a questi dí e' litterati.
E molto qui a me piacerebbe se chi sa biasimare, ancora altanto sapesse dicendo farsi lodare.
Ben confesso quella antiqua latina lingua essere copiosa molto e ornatissima, ma non però veggo in che sia la nostra oggi toscana tanto d'averla in odio, che in essa qualunque benché ottima cosa scritta ci dispiaccia.
A me par assai di presso dire quel ch'io voglio, e in modo ch'io sono pur inteso, ove questi biasimatori in quella antica sanno se non tacere, e in questa moderna sanno se non vituperare chi non tace.
E sento io questo: chi fusse piú di me dotto, o tale quale molti vogliono essere riputati, costui in questa oggi commune troverrebbe non meno ornamenti che in quella, quale essi tanto prepongono e tanto in altri desiderano.
Né posso io patire che a molti dispiaccia quello che pur usano, e pur lodino quello che né intendono, né in sé curano d'intendere.
Troppo biasimo chi richiede in altri quello che in sé stessi recusa.
E sia quanto dicono quella antica apresso di tutte le genti piena d'autorità, solo perché in essa molti dotti scrissero, simile certo sarà la nostra s'e' dotti la vorranno molto con suo studio e vigilie essere elimata e polita.
E se io non fuggo essere come inteso cosí giudicato da tutti e' nostri cittadini, piaccia quando che sia a chi mi biasima o deponer l'invidia o pigliar piú utile materia in qual sé demonstrino eloquenti.
Usino quando che sia la perizia sua in altro che in vituperare chi non marcisce in ozio.
Io non aspetto d'essere commendato se non della volontà qual me muove a quanto in me sia ingegno, opera e industria porgermi utile a' nostri Alberti; e parmi piú utile cosí scrivendo essercitarmi, che tacendo fuggire el giudicio de' detrattori.
Però, Francesco mio, come vedesti di sopra, scrissi duo libri, nel primo de' quali avesti quanto in le bene costumate famiglie siano e' maggiori verso la gioventú desti e prudenti, e quanto a' minori verso de' vecchi sia debito e officio fare, e ancora trovasti quanta diligenza sia richiesta da' padri e dalle madri in allevare e' figliuoli e farli costumati e virtuosi.
El secondo libro recitò quali cose s'avessero a considerare maritandosi, e narrò quanto allo essercizio de' giovani s'apartenea.
Persino a qui adunque abbiàn fatta la famiglia populosa e avviata a diventar fortunata; ora, perché la masserizia si dice essere utilissima a ben godere le ricchezze, in questo terzo libro troverrai descritto un padre di famiglia, el quale credo ti sarà non fastidioso leggere; ché sentirai lo stile suo nudo, simplice, e in quale tu possa comprendere ch'io volli provare quanto i' potessi imitare quel greco dolcissimo e suavissimo scrittore Senofonte.
Tu adunque, Francesco, perché sempre amasti me, sempre a te piacquero le cose mie, leggerai questo buon padre di famiglia, da cui vedrai come prima sé stessi e poi ciascuna sua cosa bene governi e conservi.
E stimerai ch'io desidero non satisfare a' meriti tuoi verso di me mandandoti questo libro quasi come pegno e segno della nostra amicizia, ma giudicherai me molto piú a te rendermi obligato ove io dimanderò da te che tu duri fatica in emendarmi, acciò che noi lasciamo a' detrattori tanto men materia di inculparci.
Leggimi, Francesco mio suavissimo, e quanto fai amami.
LIBRO TERZO
LIBER TERTIUS FAMILIE: ECONOMICUS
Avea già datoci a piú cose risposta Lionardo, delle quali Carlo e io circa i ditti di sopra ragionamenti o dubitavamo o non bene ci ricordavamo, e avea cominciato grandemente a lodarci della diligenza la quale Carlo e io avàmo tenuta la notte passata in trascrivere in brevissimi commentarii quanto il dí di sopra nelle udite sue disputazioni tenevamo.
In questo, Giannozzo Alberto, uomo per sua grandissima umanità e per suoi costumi interissimi da tutti chiamato e riputato, come veramente era, buono, sopragiunse.
Venia per vedere Ricciardo.
Salutocci e domandò quanto si sentisse bene Lorenzo, e quanto si fusse confortato per la giunta del fratello.
Lionardo lo ricevè con molta riverenza e disse: - Ben vorrei, Giannozzo, voi fossi qui ieri da sera stato quando Ricciardo qui giunse.
GIANNOZZO Bene arei cosí voluto.
Nollo seppi in tempo.
LIONARDO Sarebbevi l'animo, credo, tutto intenerito.
Stavasi Lorenzo pur grave a dire il vero, pur debole, Giannozzo.
Questo suo male verso la sera il prieme, e piú lo tiene la notte grave che il dí.
Sentí Lorenzo e conobbe la voce del fratello quasi come lasso si destasse.
Alzò su gli occhi insieme e levò alquanto una mano con tutto il braccio scoperto e lasciollo un poco piú là ricadere, e sospirò, e volgendosi verso el fratello lo mirava ben fiso, e in tutto che fosse debolissimo pur s'aiutava ad onorarlo.
Porsegli la mano.
Ricciardo si gli accostò, e cosí presi si tenerono non piccolo spazio abbracciati.
L'uno e l'altro pareva volesse salutarsi e dire piú cose, ma nulla potesse profferire.
Lacrimorono.
GIANNOZZO Ah, carità!
LIONARDO Poi si lasciorono l'uno l'altro.
Ricciardo si sforzava molto non parere piangioso.
Lorenzo, doppo un poco, le prime sue parole furono queste: «Fratello mio, Battista costí e Carlo ormai saranno tuoi».
Non fu tra noi chi piú potesse tenere le lacrime.
GIANNOZZO O pietà! E Ricciardo?
LIONARDO Pensatelo voi.
GIANNOZZO O fortuna nostra! Ma come si sente Ricciardo?
LIONARDO Pur bene di quello ch'io veggia.
GIANNOZZO Io venia per vederlo.
LIONARDO Credo io lui testé si posa.
GIANNOZZO Non suole Ricciardo cosí essere pigro e sonnolento.
Mai mi sta in mente vidi uomo piú che Ricciardo desto e sempre adoperarsi.
LIONARDO Non vi maravigliate, Giannozzo, se Ricciardo soprastà alquanto ricreandosi.
Stanotte molto si riposò tardi, rotto pel camminare, e forse coll'animo da molti pensieri stracco e convinto.
GIANNOZZO Troppo bene a noi vecchiacciuoli ogni piccolo travaglio nuoce.
Questo pruovo io testé in me.
Stamani in su la prima aurora per servire allo onore e utile d'uno mio amico io sali' in Palagio.
Non fu tempo ivi a quello ch'io volea; vennine qua ratto.
Se in questo mezzo salutassi Ricciardo, potrei ire al tempio a vedere il sacrificio e adorare Iddio, poi tornerei a fare quanto allo amico mio bisognasse.
Ora qui a me pare essere tutto rotto, tutto sono lasso.
Per certo questi dí serotini fanno a noi il contrario che agli arbori.
Sogliono e' dí serotini alleggerire, spogliare e diffrondare gli alberi.
Vero a noi vecchietti e' dí serotini nella età nostra ci caricano e veston di molta ombra e affanno.
E cosí, figliuoli miei, chi piú ci vive piú ci piange in questo mondo.
Quello mio amico, anche lui si sente carico d'anni e di povertà, e se io non traprendessi parte de' suoi incarichi, sallo Iddio in quanta miseria giacerebbe.
LIONARDO Adunque non sanza cagione da' nostri e dagli altri tutti vi sento, Giannozzo, appellare buono, poiché per molte altre ragioni e per questa ancora cosí meritate, che mai vi sentite sazio di molto servire agli amici, sollevare e' miseri, sovvenire agli affannati.
Ma sedete, Giannozzo.
Voi siete stracco, e a questa età si conviene cosí.
Sedete.
GIANNOZZO Or sí, farò.
Intendi però, Lionardo, questo m'interviene da non molti anni in qua.
Non posso affaticarmi a gran parte quanto io soleva.
LIONARDO E quante ancora cose a voi era consuetudine fare giovane, quale ora non faresti vecchio! E piàcevi testé quante altre che allora forse non vi pareano grate!
GIANNOZZO Molte, Lionardo mio.
E' mi ricorda quando io era giovane, se si faceva, come spesso in quelli tempi, in quello buono stato della terra nostra si faceva, giostre o simile alcuno publico giuoco, la maggiore contenzione tra' miei vecchi e me era questa una, però che io insieme con gli altri al tutto volea uscire in mezzo a farmi valere.
Tornavano quelli di casa nostra sempre con molta lode e pregio.
Io di questo godea tra me stessi, ma pure e' mi dolea non essere stato di quelli uno in affannarmi e come gli altri meritare.
O famiglia Alberta, che sempre vedevi altretanti piú che di tutte le maggiori famiglie di Firenze nostra gioventú Alberta a mezzo il campo trascorrere lieta, animosa, atta nell'armi! Tutto il popolo parea non avesse cura ad altri che a' nostri Alberti; non sapea il popolo lodare chi non era Alberto; pareva a ciascuno frodare de' meriti nostri, se ivi si lodava altri che noi Alberti.
Io, pensa, come dall'uno lato godea della tanta grazia in quale giustamente erano i nostri Alberti, e dall'altro lato, stima tu, Lionardo, uno giovane che abbia l'animo desto e virile, quale in quelli tempi era il mio, gli sarà troppa molestia non potendo come desidera essere tra quelli suoi, farsi mirare da tutti e lodare.
Cosí a me intervenia.
Io aodiava chiunque me ne stoglieva, e ogni parola di quelli nostri vecchi allora mi pareva veramente alle orecchie mie, Lionardo, una sassata.
Non poteva ascoltarli quando e' mi sgomentavano tutti insieme, e dicevano la giostra essere giuoco pericoloso, di niuno utile, di molta spesa, atta ad acquistarsi piú invidia che amistà, piú biasimo che lodo, esservi troppe sciagure, nascervi questioni, avermi piú caro che io non pensava né forse meritava.
E io queto, accigliato.
Poi appresso quelli pur numeravano molte storie di quanti erano usciti di quelle armi parte morti, parte in tutto il resto della vita inutili e guasti.
Fare'ti ridere se io ti contassi con quante astuzie piú volte cercai ottenere licenza da' miei maggiori, senza le cui voluntà arei né in quello, né in altra cosa mai fatto nulla.
Interposi pregatori, parenti, amici e amici degli amici.
Dissi averlo promesso, eravi chi affirmava me averlo giurato a' compagni.
Nulla giovava.
Pertanto fu volta che io volea loro, non quanto io solea, bene.
Ben conosceva io tutto farsi perché io era loro pur troppo caro, e perché amorevoli temevano a me non intervenisse qualche sciagura, come spesso a' ben robusti e a' molto valenti interviene o in la persona o nello onore.
Ma pure e' mi parevano odiosi in tanto dissuadermi e cosí essere contro a questa mia virile voglia troppo ostinati.
E molto piú mi dispiacevano quando io stimava lo facessino per masserizia, come egli erano, sai, pur buoni massaiotti, quale io testé sono diventato.
E in quelli tempi era giovane, spendeva e largheggiava.
LIONARDO Testeso?
GIANNOZZO Testé, Lionardo mio, sono io prudente, e cognosco chi getta via il suo essere pazzo.
Chi non ha provato quanto sia duolo e fallace a' bisogni andare pelle mercé altrui, non sa quanto sia utile il danaio.
E chi non pruova con quanta fatica s'acquisti, facilmente spende.
E chi non serva misura nello spendere, suole bene presto impoverire.
E chi vive povero, figliuoli miei, in questo mondo soffera molte necessità e molti stenti, e meglio forse sarà morire che stentando vivere in miseria.
Sicché, Lionardo mio, quello proverbio de' nostri contadini, credi a me come a chi in questo possa per pruova e conoscimento non piú esserne certo, cosí comprendo che gli è verissimo: «Chi non truova il danaio nella sua scarsella molto manco il troverrà in quella d'altrui».
Figliuoli miei, e' si vuole essere massaio, e quanto da uno mortale inimico guardarsi dalle superflue spese.
LIONARDO Non credo però, Giannozzo, in questo tanto fuggire le spese a voi piaccia né essere, né parere avaro.
GIANNOZZO Dio me ne guardi! Avaro sia chi male ci vuole.
Nulla si truova tanto contrario alla fama e grazia degli uomini quanto la avarizia.
E qual sarà sí chiara e nobile virtú alcuna, la quale non stia oscurata e isconosciuta sotto della avarizia? Ed è cosa odiosissima quanto al continuo abita in l'animo degli uomini troppo stretti e avari, gran rodimento e grave molestia ora affannata in congregare, ora adolorata per qualche fatta spesa, le quali cose pessime sempre vengono agli avari.
Mai gli veggo lieti, mai godono parte alcuna delle sue fortune.
LIONARDO Chi non vuole parere avaro, lo tiene necessità essere spendente.
GIANNOZZO E anche a chi vuole parere non pazzo, gli sta necessità essere massaio.
Ma se Dio t'aiuti, perché non è egli da volere prima essere massaio che spendente? Queste spese, credete a me, il quale omai per uso e pruova intendo qualche cosa, queste simili spese non molto necessarie tra' savi sono non lodate, e mai vidi, e cosí stimo voi vederete mai fatta sí grande, né sí abondante spesa, né sí magnifica ch'ella non sia da infiniti per infiniti mancamenti biasimata: sempre v'è stato o troppo quella, o manco quella altra cosa.
Vedetelo se uno apparecchia uno convito, benché il convito sia spesa civilissima e quasi censo e tributo a conservare la benivolenza e contenere familiarità tra gli amici: lasciamo adrieto il tumulto, la sollecitudine, gli altri affanni: quello si vorrà, questo bisognerà, anzi questo altro; il trambusto, le seccaggine, che prima ti senti stracco che tu abbi cominciato a disponere alcuno apparecchio; e anche passiamo il gittare via la roba, scialacquamenti, strusciamenti per tutta la casa: nulla può stare serrato, perdesi questo, domandasi questo altro; cerca di qua, accatta da colui, compera, spendi, rispendi, getta via.
Agiugni qui dipoi e' ripetii e molti pentimenti, quali tu e col fatto e doppo nell'animo porti, che sono affanni e stracchezze inestimabili e troppe dannose, delle quali tutte, spentone il fummo alla cucina, spentone ogni grazia, Lionardo, ogni grazia, e apena ne se' guatato in fronte.
E se la cosa è ita alquanto assettata, pochi ti lodano di veruna tua pompa, e molti ti biasimano di poca larghezza.
E hanno questi molto bene ragione.
Ogni spesa non molto necessaria non veggo io possa venire se non da pazzia.
E chi in cosa alcuna diventa pazzo, gli fa mestiero ivi in tutto essere pazzo, imperoché volere essere con qualche ragione pazzo sempre fu doppia e incredibile pazzia.
Ma lasciamo andare tutte queste cose, quali sono piccole a petto a quest'altre, le quali testé diremo.
Queste simili spese del convivare e onorare gli amici possono una o due volte l'anno venire, e seco portano ottima medicina, ché chi una volta le pruova, se già costui non sarà fuori di sé, credo fuggirà la seconda.
Vieni tu stessi, Lionardo, qui apresso uno poco pensando.
Pon mente che niuna cosa piú sarà atta a fare ruinare non solo una famiglia, ma uno comune, uno paese, quanto sono questi..., come gli chiamate voi ne' vostri libri, questi e' quali spendono sanza ragione?
LIONARDO Pròdigi.
GIANNOZZO Chiamali come tu vuoi.
S'io avessi di nuovo a imporli nome, che potre' io chiamarli se non molto male che Iddio loro dia? Sviàti che e' sono da sé molto, e' isviano altrui.
L'altra gioventú, com'è corrotto ingegno de' giovani trarre piú tosto a' sollazzosi luoghi che alla bottega, ridursi piú tosto tra giovani spendenti che tra vecchi massai, veggono questi tuoi pròdigi abondare d'ogni sollazzo, subito ivi s'accostano, dànnosi con loro alle lascivie, alle delicatezze, allo ozio, fuggono i lodati essercizii, pongono la loro gloria e felicità in gittar via, non amano essere quanto si richiede virtuosi, poco stimano ogni masserizia.
Vero, e chi di loro mai potesse diventare virtuoso vivendo assediato da tanti assentatori ghiotti, bugiardi, e da tutte le turme de' vilissimi e disonestissimi uomini, trombetti, sonatori, danzatori, buffoni, ruffiani, frastagli, livree e frange? E forse che tutta questa brigatina non concorre a fare cerchio in su l'uscio a chi sia prodigo, come a una scuola e fabrica de' vizii, onde e' giovani usati a tale vita non sanno uscirne? O! per continuarvi, Dio buono, che non fanno egli di male! Rubano il padre, parenti, amici, impegnano, vendono.
E chi mai potrebbe di tanta perversità dirne a mezzo? Ogni dí senti nuovi richiami, ogni ora vi cresce fresca infamia, al continuo si stende maggiore odio e invidia e nimistà e biasimo.
Alla fine, Lionardo mio, questi pròdigi si truovano poveri in molta età, sanza lodo, con pochissimi, anzi con niuno amico; imperoché quelli goditori leconi, quali e' riputavano in quelle grande spese essere amici, e quelli assentatori bugiardi, e' quali lodavano e chiamavano virtú lo spendere, cioè il diventare povero, e col bicchiere in mano giuravano e promettevano versare la vita, tutti questi sono fatti come tu vedi e' pesci: mentre l'esca nuota a galla, e' pesci in grande quantità germugliano; dileguata l'esca, solitudine e diserto.
Non mi voglio stendere in questi ragionamenti, né dartene essempli, o racontarti quanti io n'abbia con questi occhi veduti prima ricchissimi, poi per sua poca masserizia stentare, Lionardo, ché sarebbe lunga narrazione; non ci basterebbe il dí.
Sicché per essere brieve dico cosí: quanto la prodigalità è cosa mala, cosí è buona, utile e lodevole la masserizia.
La masserizia nuoce a niuno, giova alla famiglia.
E dicoti, conosco la masserizia sola essere sofficiente a mantenerti che mai arai bisogno d'alcuno.
Santa cosa la masserizia! e quante voglie lascive, e quanti disonesti appetiti ributta indrieto la masserizia! La gioventú prodiga e lasciva, Lionardo mio, non dubitare, sempre fu attissima a ruinare ogni famiglia.
I vecchi massari e modesti sono la salute della famiglia.
E' si vuole essere massaio, non fosse questo per altro se none che a te stessi resta nell'animo una consolazione maravigliosa di viverti bellamente con quello che la fortuna a te concesse.
E chi vive contento di quello che possiede, a mio parere non merita essere riputato avaro.
Questi spendenti veramente sono avari, i quali perché e' non sanno saziarsi di spendere, cosí mai si sentono pieni d'acquistare e da ogni parte predare questo e quello.
Non stimassi tu però essermi grata alcuna superchia strettezza.
Ben confesso questo; a me pare da dislodare troppo uno padre di famiglia se non vive piú tosto massaio che godereccio.
LIONARDO Se gli spenditori, Giannozzo, dispiaciono, chi non spenderà vi doverà piacere.
L'avarizia, bench'ella stia, come dicono questi savi, in troppo desiderare, ella ancora sta in non spendere.
GIANNOZZO Bene dici il vero.
LIONARDO E l'avarizia dispiace?
GIANNOZZO Sí troppo.
LIONARDO Adunque questa vostra masserizia che cosa sarà?
GIANNOZZO Tu sai, Lionardo, che io non so lettere.
Io mi sono in vita ingegnato conoscere le cose piú colla pruova mia che col dire d'altrui, e quello che io intendo piú tosto lo compresi dalla verità che dall'argomentare d'altrui.
E perché uno di questi i quali leggono tutto il dí, a me dicesse «cosí sta», io non gli credo però se io già non veggo aperta ragione, la quale piú tosto mi dimonstri cosí essere, che convinca a confessarlo.
E se uno altro non litterato mi adduce quella medesima ragione, cosí crederrò io a lui senza allegarvi autorità, come a chi mi dia testimonianza del libro, ché stimo chi scrisse pur fu come io uomo.
Sí che forse io testé non saprò cosí a te rispondere ordinato quanto faresti tu a me, che tutto il dí stai col libro in mano.
Ma vedi tu, Lionardo, quelli spenditori, de' quali io ti dissi testé, dispiaciono a me, perché eglino spendono sanza ragione, e quelli avari ancora mi sono a noia, perché essi non usano le cose quando bisogna, e anche perché quelli medesimi desiderano troppo.
Sa' tu quali mi piaceranno? Quelli i quali a' bisogni usano le cose quanto basta e non piú, l'avanzo serbano; e questi chiamo io massai.
LIONARDO Ben v'intendo, quelli che sanno tenere il mezzo tra il poco e il troppo.
GIANNOZZO Sí, sí.
LIONARDO Ma in che modo si conosce egli quale sia troppo, quale sia poco?
GIANNOZZO Leggermente, colla misura in mano.
LIONARDO Aspetto e desidero questa misura.
GIANNOZZO Cosa brevissima e utilissima, Lionardo, questa.
In ogni spese prevedere ch'ella non sia maggiore, non pesi piú, non sia di piú numero che dimandi la necessità, né sia meno quanto richiede la onestà.
LIONARDO O Giannozzo, quanto giova piú nelle cose di questo mondo uno simile sperto e pratico che uno rozzo litterato!
GIANNOZZO Che dici tu? Non avete voi queste cose tutte ne' libri vostri? Eppur si dice nelle lettere si truova ogni cosa.
LIONARDO Cosí può essere, ma io non mi ricordo altrove averle trovate.
E se voi sapessi, Giannozzo, quanto ci siate utile e bene accaduto a proposito, voi ve ne maraviglieresti.
GIANNOZZO Dici tu il vero? Io godo se io vi sono utile in cosa alcuna.
LIONARDO Utilissimo.
Questi giovani qui, Battista e Carlo, desideravano udire della masserizia qualche buono documento, e io insieme con loro bramava il simile.
Ora da chi poteriamo noi udirne piú a pieno e con piú verità che da voi, il quale siete tra' nostri riputato né sí spendente che in voi non sia onestissima masserizia, né sí sete massaio che uomo vi possa riputare non liberale? Però voglio avervi pregato, poiché la masserizia è sí utilissima, non vogliate noi non la conosciamo piú tosto da voi, da cui l'udiremo con piú fede e con piú verità che da altri, il quale c'insegnerebbe forse piú tosto essere avaro che vero massaio.
Seguite, Giannozzo, dirci quello sentite di questa santa masserizia, che spero udiremo da voi come sino a qui cosí del resto cose elettissime.
GIANNOZZO Io non saprei dirvi di no per rispetto alcuno, pregandomi tu, Lionardo.
E' m'è debito fare cose piaccino a' miei.
E tanto piú voglio essere facile a narrarvi quello quale per pruova alla masserizia conosco, quanto voi avete voglia, e quanto a voi sarà utilissimo avermi udito.
Né voi avete piú desiderio d'udirmi che io di farvi massai.
E dicovi tanto, a me questo giova la masserizia: se io mi truovo in fortuna alcuna, come mi truovo, grazia d'Iddio, mezzanamente ben posto, io vi posso dire avermivi piú per masserizia che per altra industria alcuna.
Vero...
Ma sedete.
Siedi, Lionardo.
Questi garzoni staranno in piè.
LIONARDO Sto bene.
GIANNOZZO Siedi.
LIONARDO Sedete voi.
Sapete il costume nostro di casa.
In presenza dei piú atempati fu mai chi s'asedesse.
GIANNOZZO Sí, fuori in publico.
Questi saranno ragionamenti tra noi in casa, utili a noi.
Siedi.
Egli è meglio lasciarsi vincere ubidendo che volere fare a suo modo stimando parere costumato.
Siedi.
Or bene, che diciavamo noi della masserizia? Ch'ella era utile.
Io non so quelli vostri libri quello se ne vogliano; io vi dirò di me, che masserizia sia la mia, di che cose e in che modo.
Che la masserizia sia utile, necessaria, onesta e lodata stimo niuno dubita.
Che se ne dice apresso de' vostri libri?
LIONARDO Che stimate voi, Giannozzo, se none, come voi dicesti, quelli antichi scrittori fussero uomini come testé sete voi?
GIANNOZZO Sí, ma piú dotti.
E se cosí non fosse, l'opere loro non viverebbono tante età.
LIONARDO Confessolo, ma a mio parere e' non dicono però di queste simili altro che quello se ne vegga per ogni diligente padre di famiglia.
Che poterebbono essi dire piú che voi in sul fatto stessi ve ne vediate con l'occhio e colla pruova? Troppo dicono, se non fusse chi serbasse, sarebbe stultizia portare in casa il guadagnato, e anche sarebbe non manco da ridere se uno volesse serbare quello che non li fusse arecato.
GIANNOZZO Sí.
Oh, quanto e' dicono bene! Che giova guadagnare se non se ne fa masserizia? L'uomo s'afatica guadagnando per avéllo a' bisogni.
Procaccia nella sanità pella infirmità, e come la formica la state pel verno.
A' bisogni adunque si vuole adoperare le cose; non bisognando, serbàlle.
E cosí hai: tutta la masserizia sta non tanto in serbare le cose quanto in usarle a' bisogni.
Intendi?
LIONARDO Sí bene, però che non usare a bisogni sarebbe avarizia e biasimo.
GIANNOZZO Ancora e danno.
LIONARDO Danno?
GIANNOZZO Grande.
Ha' tu mai posto mente a queste donnicciuole vedovette? Elle ricolgono le mele e l'altre frutte.
Tèngolle serrate, sèrballe, né prima le guaterebbono s'elle non fossero magagnate e guaste.
Fanne conto; troverrai ch'ella n'averà a gittare e' tre quarti pelle finestre, e può dire averle serbate per gittarle.
Non era meglio, stolta vecchierella, gittare quelle poche prime, prendere le buone pella tua mensa, donarle? Non si chiama serbare questo, ma gittare via.
LIONARDO E quanto meglio! Arebbene qualche utile, o vero gliene sarebbe renduto pur qualche grazia.
GIANNOZZO Ancora: e' cominciò a piovere una gocciola in sulla trave.
L'avaro aspettava domani, e di nuovo posdomane.
Pioveva ancora; l'avaro non volle entrare in spesa.
Di nuovo ancora ripiove; all'ultimo il trave corroso dalle piove e frollo si troncò.
E quello che costava uno soldo, ora costa dieci.
Vero?
LIONARDO Spesso.
GIANNOZZO Però vedi tu ch'egli è danno questo non spendere e non sapere usare le cose al bisogno.
Ma poiché la masserizia sta in usare e serbare le cose, veggiamo quale cose s'abbino a usare e serbare.
E qui in prima a me pare che volere usare e serbare le cose altrui sarebbe o arroganza, o violenza al tutto o ingiustizia.
Dico io bene?
LIONARDO Molto.
GIANNOZZO Però conviene le cose di che noi abbiàno a essere veri e solliciti massai veramente siano nostre.
Ora quali saranno elleno?
LIONARDO Io odo dire la moglie mia, e' figliuoli miei, la casa mia.
Forse queste?
GIANNOZZO Oh! queste, Lionardo mio, non sono nostre.
Quello che io ti posso tôrre a ogni mia posta, di chi sarà.
Tuo?
LIONARDO Piú vostro.
GIANNOZZO La fortuna può ella a ogni sua posta tôrci moglie, figliuoli, roba e simili cose?
LIONARDO Può certo sí.
GIANNOZZO Adunque sono elle piú sue che nostre.
E quello che a te mai può essere tolto in modo alcuno, di chi sarà?
LIONARDO Mio.
GIANNOZZO Può egli a te essere tolto questo che a tua posta tu ami, desideri, appetisca, sdegni e simili cose?
LIONARDO Certo no.
GIANNOZZO Adunque simili cose sono tue proprie.
LIONARDO Vero dite.
GIANNOZZO Ma per dirti brieve, tre cose sono quelle le quali uomo può chiamare sue proprie, e sono in tanto che dal primo dí che tu venisti in luce la natura te le diede con questa libertà, che tu l'adoperi e bene e male quanto a te pare e piace, e comandò la natura a quelle sempre stiano pressoti, né mai persino all'ultimo dí si dipartano di sieme da te.
L'una di queste sappi ch'ell'è quello mutamento d'animo col quale noi appetiamo e ci cruciamo tra noi.
Voglia la fortuna o no, pure sta in noi.
L'altro vedi ch'egli è il corpo.
Questo la natura l'ha subietto come strumento, come uno carriuolo sul quale si muova l'anima, e comandògli la natura mai patisse ubidire ad altri che all'anima propria.
Cosí si vede in qualunque animale si sia rinchiuso e subietto ad altri, mai requia per liberarsi e rendersi proprio a sé, per adoperare sue alie o piè e altri membri non a posta d'altri, ma con sua libertà, a sua voglia.
Fugge la natura avere il corpo non in balia dell'anima, e sopra tutti l'uomo naturalmente ama libertà, ama vivere a sé stessi, ama essere suo.
E questo si truova essere generale appetito in tutti e' mortali.
Adunque queste due, l'animo e il corpo, sono nostre.
LIONARDO La terza quale sarà?
GIANNOZZO Ha! Cosa preziosissima.
Non tanto sono mie queste mani e questi occhi.
LIONARDO Maraviglia! Che cosa sia questa?
GIANNOZZO Non si può legare, non diminuirla; non in modo alcuno può quella essere non tua, pure che tu la voglia essere tua.
LIONARDO E a mia posta sarà d'altrui?
GIANNOZZO E quando vorrai sarà non tua.
El tempo, Lionardo mio, el tempo, figliuoli miei.
LIONARDO Bene dite il vero, ma non mi venia in mente possedere cosa alcuna, quale io non potessi transferire in altrui.
Anzi mi parea tutte l'operazioni dell'animo mio potélle dare ad altri per modo che piú non fossino mie: amare, odiare, e a persuasione d'altrui commuovermi, e a volontà d'altrui volere, non volere, ridere e piagnere.
GIANNOZZO Se tu avessi te in una barchetta e navigassi alla seconda per mezzo del nostro fiume Arno, e, come alcuna volta a' pescatori acade, avessi le mani e il viso tinti e infangati, non sarebbe tua quella acqua tutta, ove tu la adoperassi in lavarti e mondarti? Vero? Cosí, se tu non la adoperassi...
LIONARDO Certo non sarebbe mia.
GIANNOZZO Cosí proprio interviene del tempo.
S'egli è chi l'adoperi in lavarsi il sucidume e fango quale a noi tiene l'ingegno e lo intelletto immundo, quale sono l'ignoranza e le laide volontà e' brutti appetiti, e adoperi il tempo in imparare, pensare ed essercitare cose lodevoli, costui fa il tempo essere suo proprio; e chi lascia transcorrere l'una ora doppo l'altra oziosa sanza alcuno onesto essercizio, costui certo le perde.
Perdesi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarà il tempo che saprà adoperarlo.
Ora avete voi, figliuoli miei, l'operazioni dell'animo, il corpo e il tempo, tre cose da natura vostre proprie, e sapete quanto le siano preziose e care.
Per rimedire e sanare il corpo ogni cosa preziosa si spone, e per rendere l'anima virtuosa, quieta e felice, s'abandona tutti gli appetiti e desiderii del corpo; ma il tempo quanto e a' beni del corpo e alla felicità dell'anima sia necessario, voi stessi potete ripensarvi, e troverrete il tempo essere cosa molto preziosissima.
Di queste adunque si vuole essere massaio tanto e piú diligente quanto elle piú sono nostre che altra cosa alcuna.
LIONARDO Mandate a memoria, Battista e tu Carlo, questi non detti de' filosofi, ma come oraculi d'Apolline ottimi e santissimi documenti, quali non troverrete in su' nostri libri.
Troppo vi siamo obligati, Giannozzo.
Seguite.
GIANNOZZO Dissi che la masserizia stava in usare ancora e in serbare le cose.
Parmi da investigare di queste tre, corpo, anima e tempo, in che modo s'abbino a conservare, e poi apresso s'abbino a usare.
Ma io dispongo essere brevissimo.
Uditemi.
E prima dell'animo, del quale io cosí fo masserizia, Lionardo mio.
Io l'adopero in cose necessarie a me e a' miei, e cerco conservallo in modo che piaccia a Dio.
LIONARDO Quale sono le cose necessarie a voi e a' vostri?
GIANNOZZO La virtú, la umanità, la facilità.
Non mi detti alle lettere quando io era giovane, e questo venne piú tosto da negligenza de' miei che da mio alcuno mancamento.
E' miei missoro me ad altri essercizii, quanto a quelli tempi loro parse necessario, forse desiderando prima da me utile che laude, quali né seppi, né potei facilmente lasciarli.
Ma io per me sempre mi sono adoperato in farmi bene volere con ogni quale si possa ingegno e arte, e sopra tutto con essere e volere parere buono, giusto e quieto, e non mai dispiacere, non ingiuriare alcuno: non in detti, né in fatti, mai alcuno, né presente né assente, molestai.
E sono queste l'operazioni dell'animo veramente ottime, alle quali sono simili fare come testé fo io, insegnare quello che l'uomo sa di bene, ammonire chi errasse, tutto porgerti pieno di fede e carità, emendando come padre, consigliando con diligenza, verità e amore, e cosí adoperare lo 'ngegno, l'industria, l'intelletto in onore di me e de' miei.
Sono ancora operazioni dell'animo quali io di sopra dissi, amare, odiare, sdegnarsi, sperare, desiderare e simili.
Adunque si vuol queste bene saperle usare e contenere, amare i buoni, odiare i viziosi, sdegnarti contro a' maligni, sperare cose amplissime, desiderare cose ottime e lodatissime.
LIONARDO Santamente.
E queste parole di Giannozzo, Battista e tu Carlo, vedete voi quanto abbino in sé nervo e polso.
Ma seguite, Giannozzo.
Poi per conservare l'animo a Dio, che modo tenete voi?
GIANNOZZO Due modi tengo, l'uno in cercare e fare quanto possa in me stessi l'animo lieto, né mai averlo turbato d'ira, o cupidità, o alcuno altro superchio appetito.
Questo sempre stimai essere ottimo modo.
L'animo puro e simplice troppo mi pare che piaccia a Dio.
L'altro modo a piacere a Dio a me pare sia fare mai cosa della quale dubiti s'ella sia bene fatta o male fatta.
LIONARDO E questo credete voi che basti?
GIANNOZZO Credo certo sí che basti assai, secondo che io mi ricordo avere inteso.
Eh! figliuoli miei, sapete voi perché i' dissi fare mai se tu dubiti? Imperoché le cose vere e buone stanno da sé allumate e chiare, allegre, scorgonsi invitanti, voglionsi fare.
Ma le cose non buone sempre giaciono adombrate di qualche vile o sozzo diletto, o di che viziosa opinione si sia.
Non adunque si vogliono fare, ma fuggille, seguire la luce, fuggire le tenebre.
La luce delle operazioni nostre sta nella verità, stendesi con lode e fama.
E niuna cosa piú è tenebrosa nella vita degli uomini quanto l'errore e la infamia.
LIONARDO Niuna masserizia tanto sarà mai quanto questa vostra perfettissima.
Oggi impariamo non solo quale sia la vera masserizia, ma insieme l'ottimo civilissimo vivere, diventare virtuoso, adoperare la virtú, vivere lieto e fare cose delle quali non dubiti.
Ma, Giannozzo, s'egli è licito il domandarne, questi prestantissimi e divini ammaestramenti fabricastegli voi stessi da voi, o vero gli avete, quanto mi parse testé dicessi, imparati da altrui?
GIANNOZZO Ben vi paiono begli, che, figliuoli miei? Tenetegli a mente.
LIONARDO Cosí faremo, che nulla piú potrebbe esserci grato e a perpetua memoria commendato.
GIANNOZZO Egli è quanto? L'anno doppo al quarantotto, dico io bene? Anzi fu l'anno doppo, in casa di messer Niccolaio Alberto, padre di messere Antonio, al quale Niccolaio messere Benedetto, padre di messer Andrea, Ricciardo e di Lorenzo vostro padre, Battista e tu Carlo, fu fratello cugino, però che Iacopo padre di messer Niccolaio e Nerozzo vostro bisavolo, padre di Bernardo tuo avolo, Lionardo, e padre di messer Benedetto, e Francesco avo di Bivigliano furono fratelli nati d'Alberto fratello di Lapo e Neri figliuoli di messer Iacobo iurisconsulto nato di messer Benci iurisconsulto, e fu questo Lapo avolo di messer Iacobo cavaliere, il quale messer Iacobo fu fratello di Tomaso nostro padre, e fu padre del vescovo Paolo nostro cugino, e cugino di messer Cipriano, al quale testé vive el nepote messere Alberto, e quello Neri di sopra fratello di Lapo e Alberto fu padre di messere Agnolo.
Mai sí.
LIONARDO E tutta questa moltitudine de' nostri avoli chiamati messeri, furono eglino cavalieri o pur cosí per età o altra dignità chiamati?
GIANNOZZO Furono, e notabilissimi, cavalieri quasi tutti fatti con qualche loro singularissimo merito.
E questo messer Niccolaio nostro, uomo d'animo e costumi nobilissimo, uno di quelli sedendo in magistrato, tenendo il suppremo luogo ad aministrare giustizia fra il collegio di quelli pochi i quali reggono tutta la republica, porgendo la insegna e vessillo militare al guidatore del nostro essercito contro all'oste di Pisa, non sanza grande letizia di tutti i nostri cittadini e merito della famiglia nostra, li fu donato grado e onoranza di cavalleria sulla porta di quello palagio, di quello publico seggio e ridotto de' nostri magistrati, al quale fondato e principiato da' nostri Alberti, sempre fu ogni sua dignità e maiestà con quanta mai potemmo opera e spesa per noi conservata e amplificata.
Come sapete, i primi fondamenti del nostro publico palagio furono imposti sendo Alberto figliuolo di messer Iacobo iurisconsulto collega priore in la amministrazione della republica.
E io spesso fra me stessi pongo mente che da grandissimo tempo sino a qui mai fu in casa nostra Alberta alcuno del sangue nostro il quale non fosse padre, o figliuolo, zio o nipote di cavalieri nati di noi Alberti.
Ma lasciamo andare questa genealogia, la quale non sarebbe al proposito nostro della masserizia, né a quello di che tu mi adomandi se quelli precetti quali io recitava erano da me fabricati, o pur intesi da altri.
Dico che in casa di messer Niccolaio, sendovi messer Benedetto Alberto, come era loro usanza mai ragionare di cose infime, sempre di cose magnifice, sempre fra loro in casa conferendo quanto apartenesse allo utile della famiglia, allo onore e commodo di ciascuno, sempre stavano o leggendo questi vostri libri, sempre o in palagio a consigliare la patria, e in qualunque luogo disputando con valenti uomini, monstrando la virtú loro e rendendo virtuosi chi gli ascoltava, cosí solevano al continuo essercitarsi.
Onde per questo io e gli altri nostri giovani Alberti, quanto dalle altre faccende a noi era licito, al continuo eravamo con loro per imparare e per onorarli.
E fra l'altre volte, come degli altri tuttora, in casa di messer Niccolaio capitò uno sacerdote vecchio, canuto, tutto ornato di modestia e umanità, con quella sua barba stesa e piena di molta gravità, con quel fronte aperto pieno di costumi e riverenza, il quale fra molti bellissimi ragionamenti cominciò ivi narrare di queste cose, non della masserizia no, ma diceva de' doni quali Iddio diede a' mortali, e seguiva narrando quanto dovea l'uomo di tanti beneficii averne grazia a Dio, e molto dimonstrava quanto sarebbe l'uomo ingrato non riguardando e non adoperando bene la grazia quale avesse ricevuta da Dio.
Ma diceva niuna cosa era propria nostra, se non solo un certo arbitrio e forza di mente, e se pure alcuna si poteva chiamare nostra, queste erano le sole tre quali dissi, anima, corpo e tempo.
E benché il corpo fusse sottoposto a molti morbi, a molti casi e miserie, pure il dimonstrava in tanto essere nostro quanto sofferendo con virilità e con pazienza, vincendo le cose avverse e moleste, noi meritavamo non meno che adoperando le membra in cose liete e ben grate.
Ma io non saprei racontare queste cose sí bene quanto colui le seppe con maraviglioso ordine dire.
Stesesi in uno grande ragionamento, disputando quale di queste tre dette cose piú fosse proprie de' mortali, e se io bene mi ricordo, fece non piccolo dubio se il tempo era piú o meno nostro che l'animo, e cosí ci tenne dicendo molte cose, le quali messer Benedetto e messer Niccolaio confessorono mai avere udite.
E' mi piacque tanto quello vecchio che io l'udi' fermo e fiso parecchi ore senza tedio alcuno.
Né mai mi dimenticai quelle sue gravissime parole; sempre mi rimase in animo quella dignità e presenza sua.
Se non mel pare testé vedere modesto, grazioso e nel ragionare riposato e dolce.
Poi, come vedi, da me a me adussi que' suoi detti al mio proposito nel vivere.
LIONARDO Dio gli renda premio a quello vecchio, e a voi mercé, che sí bene avete quei suoi detti recitati.
Ma poiché cosí al vostro ragionare consegue dire, detto dell'animo, ora del corpo che masserizia ne fate voi?
GIANNOZZO Buona, grande, simile a quella dell'animo.
Io l'adopero in cose oneste, utili e nobili quanto posso, e cerco conservallo lungo tempo sano, robusto e bello.
Tengomi netto, pulito, civile, e sopratutto cerco d'adoperare cosí le mani, la lingua e ogni membro, come l'ingegno e ogni mia cosa, in onore e fama della patria mia, della famiglia nostra e di me stessi.
Sempre m'afatico in cose utili e oneste.
LIONARDO Certo meritate grazia e lode, e con queste parole date a noi buono ricordo a seguire quanto ci solete monstrare con vostra opera ed essemplo.
Ma poi, Giannozzo, alla sanità che trovate voi essere utile? A voi crederrò io, perché mai mi ramenta vedere piú fresco, piú ritto, e da ogni parte piú bello vecchio di voi: la voce, la vista, e' nervi tutti netti, puri e liberi.
Cosa maravigliosa e troppa rara in questa età.
GiANNOZZO Ben! grazia d'Iddio, cosí mi sento assai sano, ma manco gagliardo che io non solea.
Benché a questa età non si richiede gagliardia, ma prudenza e discrezione, pur vorrei almanco potere, come io solea, camminare.
Né dubitare, per questo pur lascio adrieto molte faccende e mie e degli amici miei, ove io non posso essere per altrui opera sollicito quanto sarei per la mia.
Ma, lodato Iddio, pur mi reputo parte di lodo in questa mia età essere come io sono piú che molti altri meno vecchi di me, libero e leggiere da ogni infermità.
La sanità in uno vecchio suole essere testimonianza della continenza avuta nella gioventú; e vuolsi avere cura della sanità in ogni età, e tanto avella piú cara quanto ella è maggiore; e delle cose care dobbiamo esserne riguardatori e buoni massai.
LIONARDO Cosí confesso si vuole esserne massaio.
Ma che cose trovate voi in prima utilissime alla sanità?
GIANNOZZO Lo essercizio temperato e piacevole.
LIONARDO Doppo questo?
GIANNOZZO Lo essercizio piacevole.
LIONARDO E apresso?
GIANNOZZO Lo essercizio, Lionardo mio.
L'essercitarsi, figliuoli miei, sempre fu maestro e medico della sanità.
LIONARDO E non faccendo essercizio?
GIANNOZZO Rare volte m'accade che io non possa darmi a qualche essercitazione, ma pur se mai m'interviene per altre occupazioni che io manco m'esserciti che l'usato, truovo che molto mi giova la dieta.
Non mangiare se tu non senti fame; non bere se tu non hai sete.
E truovo in me questo: per cruda che sia cosa a digestire, vecchio come io sono, soglio dall'uno sole all'altro averla digestita.
Ma, figliuoli miei, prendete questa regola brieve, generale, molto perfetta: ponete diligenza in conoscere qual cosa a voi suole essere nociva, e da quella molto vi guardate; quale vi giova, e voi quella seguite.
LIONARDO Sta bene.
Adunque la pulitezza, l'essercizio, la dieta, guardarsi da' contrarii, conservano la sanità.
GIANNOZZO E anche la gioventú e la bellezza.
In questo mi pare differenza tra 'l vecchio e 'l giovane, perché l'uno è debole, l'altro è robusto, l'uno è fresco, l'altro sta vincido e passo.
Adunque chi conserva la sanità conserva le forze e la gioventú insieme e le bellezze.
E pare a me stiano le bellezze in molta parte giunte al buono colore e freschezza del viso, e niuna cosa tanto conserva all'uomo buono sangue e bene vigoroso colore quanto l'essercizio insieme colla sobrietà del vivere.
LIONARDO Avete detto della masserizia quale fate dell'animo e di quella del corpo.
Resta a dire del tempo.
E di questa, Giannozzo, che masserizia ne fate voi? Il tempo al continuo fugge, né puossi conservare.
GIANNOZZO Dissi io la masserizia sta in bene adoperare le cose non manco che in conservalle, vero? Adunque io quanto al tempo cerco adoperarlo bene, e studio di perderne mai nulla.
Adopero tempo quanto piú posso in essercizii lodati; non l'adopero in cose vili, non spendo piú tempo alle cose che ivi si richiegga a farle bene.
E per non perdere di cosa sí preziosa punto, io pongo in me questa regola: mai mi lascio stare in ozio, fuggo il sonno, né giacio se non vinto dalla stracchezza, ché sozza cosa mi pare senza repugnare cadere e giacere vinto, o, come molti, prima aversi vinti che certatori.
Cosí adunque fo: fuggio il sonno e l'ozio, sempre faccendo qualche cosa.
E perché una faccenda non mi confonda l'altra, e a quello modo poi mi truovi averne cominciate parecchie e fornitone niuna, o forse pur in quello modo m'abatta avere solo fatte le piggiori e lasciate adrieto le migliori, sapete voi, figliuoli miei, quello che io fo? La mattina, prima, quando io mi levo, cosí fra me stessi io penso; oggi in che arò io da fare? Tante cose: annòverole, pensovi, e a ciascuna assegno il tempo suo: questo stamane, quello oggi, quell'altra stasera.
E a quello modo mi viene fatto con ordine ogni faccenda quasi con niuna fatica.
Soleva dire messer Niccolaio Alberto, uomo destissimo e faccentissimo, che mai vide uomo diligente andare se non adagio.
Forse pare il contrario, ma certo, quanto io pruovo in me, e' dice il vero.
All'uomo negligente fugge il tempo.
Segue che il bisogno o pur la volontà il sollecita.
Allora quasi perduta la stagione gli sta necessità fare in furia e con fatica quello che in sua stagione, prima, era facile a fare.
E abbiate a mente, figliuoli miei, che di cosa alcuna mai sarà tanta copia, né tanta abilità ad averla che a noi non sia difficilissimo quella medesima fuori di stagione trovarla.
Le semente, le piante, e' nesti, fiori, frutti e ogni cosa alla stagione sua pronto si ti porge: fuori di stagione non senza grandissima fatica si ritruovano.
Per questo, figliuoli miei, si vuole osservare il tempo, e secondo il tempo distribuire le cose, darsi alle faccende, mai perdere una ora di tempo.
Potrei dirvi quanto sia preziosa cosa il tempo, ma altrove sia da dirne con piú elimata eloquenza, con piú forza d'ingegno, con piú copia di dottrina che la mia.
Solo vi ricordo a non perdere tempo.
Cosí facciate come fo io.
La mattina ordino me a tutto il dí, il giorno seguo quanto mi si richiede, e poi la sera inanzi che io mi riposi ricolgo in me quanto feci il dí.
Ivi, se fui in cosa alcuna negligente, alla quale testé possa rimediarvi, subito vi supplisco: e prima voglio perdere il sonno che il tempo, cioè la stagione delle faccende.
Il sonno, il mangiare e queste altre simili posso io recuperare domane e satisfarle, ma le stagioni del tempo no.
Benché, a me rarissimo aviene, - se io arò bene distribuito le faccende mie a ciascuno tempo e ordinato, né sarò stato dipoi negligente, - dico, rarissimo e quasi mai m'acade che io abbia ivi a perdere o sopratenere mia necessità alcuna.
E se egli acade che io per allora nulla possa rimediarvi, vengo insegnando a me stessi come per l'avenire abbia non simile a perdere tempo.
Fo adunque di queste tre cose quanto avete udito.
Adopero l'animo e il corpo e il tempo non se non bene.
Cerco di conservalle assai, curo non perderne punto.
E a questo mi porgo sollecitissimo e quanto piú posso desto e operoso, imperoch'elle a me paiono quanto le sono preziosissime e molto piú proprie mie che altra alcuna cosa.
Ricchezze, potenze, stati, sono non degli uomini, no, della fortuna sí; e tanto sono degli uomini quanto la fortuna gli permette usare.
LIONARDO E di queste cosí a voi concesse per la fortuna, fatene voi masserizia alcuna?
GIANNOZZO Lionardo mio, non faccendo masserizia di quello che usandolo diventa nostro, sarebbe negligenza ed errore.
Tanto sono le cose della fortuna nostre sí quanto ella ce le permette, e ancora quanto noi le sappiamo usare.
Benché, a noi Alberti in queste nostre calamità la fortuna ci sta pur troppo contraria e molesta, non facile e liberale delle cose sue, ma iniqua e malvagia a turbarci qualunque nostra ben propria cosa, e possiamo, a dirti il vero, male essere veri massai.
In questo nostro essilio sempre siamo stati in quella espettazione di ritornare alla patria, riaverci in casa nostra, riposarci tra' nostri, la quale cosa quanto piú speravamo e desideravamo, tanto piú ci era dolore a noi insieme e danno, imperoché mai sapemmo fermare l'animo né il vivere nostro ad alcuno stabile ordine.
E se io avessi potuto il primo dí non dico in noi credere, ma fingere quanto infortunio e quanta miseria abbia la famiglia nostra Alberta già tanto tempo sofferta, se io giovane avessi creduto quel che io pruovo vecchio, diventare fuori di casa mia canuto, figliuoli miei, forse arei tenuto altri modi.
LIONARDO Però dice, Battista, - raméntati quello terenziano Demifo, - ciascuno, quando le cose gli secondano, allora molto gli è mestiero fra sé pensare in che modo, accadendo, e' sofferisca l'avversa signoria della fortuna, pericoli, danni, essilii.
Tornando di viaggio sempre pensi qualche malefatto de' figliuoli, o della moglie, o qualche sinistro a' suoi, cose possibili quali tutto il dí avengono, acciò che all'animo nulla sopravenga non preveduto.
Suole meno ferire il visto prima dardo.
E cosí ciò che truovi salvo meglio che non avevi teco pensato, stimalo a guadagno.
Se cosí dobiamo fare ne' tempi felici, ancora molto piú quando le cose cominciano a declinare e ruinare.
GIANNOZZO O Lionardo mio, in che modo arei io cosí potuto stimare in altrui durezza nelle ingiurie nostre piú che in me stessi? Come potevo io, figliuoli miei, stimare che quelli i quali avevano per qual che si fosse o non onesta, o poco licita cagione offesa la famiglia nostra, piú fossero ostinati in malivolenza e odio che noi, i quali ogni dí piú sentavamo l'offese e le ingiurie loro? E io pur sono uno di quelli quale già piú anni dell'animo mio cancellai il nome e memoria di ciascuno da chi noi perfino testé sentiamo tanta iniquità e tanto dolore.
Né mi parse mai in uomo alcuno durare quanto in costoro animo al tutto inumano e crudelissimo, ingiusti a cacciarci, crudeli a perseguitarci.
Né loro basta tenerci in tanta miseria vivi.
Ancora pongono premio a chi ci acresca l'ultime nostre miserie.
Ma Dio di questo sia inverso di noi iudice piú piatoso che severo verso chi erra.
E dico, figliuoli miei, che buono per me, se io già piú anni in me avessi avuta altra opinione.
LIONARDO E che aresti voi fatto? Come aresti voi ordinato la masserizia?
GIANNOZZO Meglio del mondo; una vita quieta senza grave alcuna sollecitudine.