I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga - pagina 14
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Non c'è tasse che bastano, e un giorno o l'altro bisognerà finirla davvero.
S'ha a mutar registro con Baco da seta che si lascia metter la gonnella dalla figlia, e il sindaco lo fa lei; - a massaro Filippo poi non gliene importava un cavolo, e padron Cipolla, aveva la superbia di non voler fare il sindaco neanche se l'accoppavano.
- Tutti una manica di borbonici della consorteria; dei minchioni che oggi dicono bianco e domani nero, e l'ultimo che parla ha ragione lui.
La gente fa bene a strillare con questo governo che ci succhia il sangue peggio di una mignatta; ma i denari devono venir fuori per amore o per forza.
Qui ci vorrebbe un sindaco di testa e liberale come voi.
Lo speziale allora cominciava a dire quel che avrebbe fatto lui, e come aggiustava ogni cosa; e don Silvestro stava ad ascoltarlo zitto ed intento che pareva fosse alla predica.
Bisognava pensare anche a rinnovare il consiglio; padron 'Ntoni non ce lo volevano, perché egli aveva la testa stramba, ed era stato causa della morte di suo figlio Bastianazzo, - un uomo di giudizio colui, se fosse stato vivo! - poi in quell'affare dei lupini aveva fatto mettere la mano nel debito a sua nuora, e l'aveva lasciata in camicia.
Se gli interessi del comune li faceva a quel modo!...
Ma intanto se la Signora si affacciava alla finestra, don Franco cambiava discorso, e gridava: - Bel tempo, eh? - ammiccando di nascosto a don Silvestro, per fargli capire quel che ci aveva nello stomaco da dire.
- Andate a fidarvi di quel che vuol fare uno che ha paura della moglie! pensava fra di sé don Silvestro.
- Padron 'Ntoni era di quelli che si stringevano nelle spalle e se ne andavano coi remi in collo; e al nipote, il quale avrebbe voluto correre in piazza anche lui, a vedere quel che si faceva, gli andava ripetendo:
- Tu bada ai fatti tuoi, ché tutti costoro gridano ognuno pel suo interesse, e l'affare più grosso per noi è quello del debito.
Anche compare Mosca era di quelli che badavano ai fatti propri, e se ne andava tranquillamente, insieme al suo carro, in mezzo alla gente che gridava coi pugni in aria.
- A voi non ve ne importa se mettono la tassa del pelo? gli domandava Mena, come lo vedeva arrivare coll'asino tutto ansante e colle orecchie basse.
- Sì che me ne importa, ma bisogna camminare per pagarla, la tassa; se no si pigliano il pelo con tutto l'asino, e il carro pure.
- Dice che vogliono ammazzarli tutti, Gesummaria! Il nonno ha raccomandato di tenere la porta chiusa, e non aprire se non tornan loro.
Voi andrete ancora via domani?
- Io andrò a prendere un carico di calce per mastro Croce Callà!
- O cosa ci andate a fare? non lo sapete che è il sindaco, e vi ammazzeranno anche voi?
- Egli dice che non gliene importa a lui; che fa il muratore, e deve allestire quel muro della vigna per conto di massaro Filippo, e se non vogliono il dazio della pece, don Silvestro ci penserà lui a qualche altra cosa.
- Ve l'aveva detto io ch'è tutta roba di don Silvestro! sclamava la Zuppidda la quale era sempre lì, a soffiare nel fuoco colla conocchia in mano.
È roba di ladri e di gente che non ha nulla da perdere, e non paga nulla col dazio della pece, perché non ha mai avuto nemmeno un pezzo di tavola in mare.
- La colpa è di don Silvestro, seguitava poscia a sbraitare di qua e di là, per tutto il paese, e di quell'imbroglione di Piedipapera, il quale non ha barche, e vive alle spalle del prossimo, tiene il sacco a questo e a quello.
- Volete saperne una? Non è vero niente che ha comprato il credito dello zio Crocifisso! È tutta una finzione fra lui e Campana di legno, per spogliare quei poveretti.
Piedipapera non li ha mai visti cogli occhi cinquecento lire!
Don Silvestro, per sentire quello che dicevasi di lui, andava spesso a comprare qualche sigaro all'osteria, e allora Rocco Spatu, e Vanni Pizzuto, uscivano fuori bestemmiando; o si fermava a chiacchierare collo zio Santoro, tornando dalla vigna, e così venne a sapere tutta la storia della finta compera di Piedipapera; ma lui era "cristiano" con uno stomaco fondo come un pozzo, e metteva tutto là dentro.
Egli sapeva il fatto suo, e come Betta l'accoglieva colla bocca spalancata peggio di un cane arrabbiato, e mastro Croce Callà s'era lasciato scappare il detto che a lui non gliene importava, rispose: - Volete scommettere che ora vi pianto? - e non si fece più vedere in casa del sindaco; così ci avrebbero pensato loro a cavarsi d'impiccio, e la Betta non avrebbe potuto più dirgli sul mostaccio che voleva rovinare suo padre Callà, e i suoi consigli erano quelli di Giuda, che aveva venduto Cristo per trenta denari, e così egli voleva riescire a buttar giù il sindaco pei suoi fini, e fare il gallo in paese.
Sicché la domenica in cui doveva radunarsi il consiglio, don Silvestro, dopo la santa messa, andò a ficcarsi nello stanzone del municipio, dove c'era prima il posto della Guardia Nazionale, e si mise tranquillamente a temperare le penne, davanti alla tavola d'abete, per ingannare il tempo, mentre la Zuppidda e le altre comari vociferavano nella strada, filando al sole, e volevano strappare gli occhi a tutti loro.
Baco da seta, come corsero a chiamarlo dal muro della vigna di massaro Filippo, s'infilò il giubbone nuovo, si lavò le mani, si spolverò dalla calce, ma non volle muoversi se prima non gli chiamavano don Silvestro.
Betta aveva un bel sgridarlo, e spingerlo per le spalle fuori dell'uscio, dicendogli che chi l'aveva preparata la minestra l'avrebbe mangiata, e lui doveva lasciar fare agli altri, purché lo lasciassero star sindaco.
Stavolta mastro Callà aveva visto quella folla davanti al municipio, colle conocchie in mano, e puntava i piedi in terra, restio peggio di un mulo.
- Non ci vado se non viene don Silvestro! ripeteva cogli occhi fuori della testa; - don Silvestro lo sa trovare, un ripiego.
- Il ripiego ve lo trovo io, - rispondeva Betta.
- Non lo vogliono il dazio sulla pece? E voi lasciatelo stare.
- Brava! e i denari di dove si prendono?
- Di dove si prendono? Fateli pagare a chi ne ha, allo zio Crocifisso, a mo' d'esempio, o a padron Cipolla, o a Peppi Naso.
- Brava! se sono loro i consiglieri!
- Allora mandateli via e chiamatene degli altri; già non saranno loro che vi faranno restare sindaco quando tutti gli altri non vi vorranno più.
Voi dovete far contenti quelli che sono in maggior numero.
- Ecco come discorrono le donne! Quasi fossero quelli che mi tengono su! Tu non sai nulla.
Il sindaco lo fanno i consiglieri, e i consiglieri non possono essere che quelli e non altri.
Chi vuoi che facciano? i pezzenti di mezzo alla strada?
- Allora lasciate stare i consiglieri e mandate via il segretario, quell'imbroglione di don Silvestro.
- Brava, e chi lo fa il segretario? chi lo sa fare? Tu o io, o padron Cipolla? sebbene sputi sentenze peggio di un filosofo!
Allora la Betta non seppe più che dire, e si sfogò a scaricare ogni sorta d'improperi alle spalle di don Silvestro, ch'era il padrone del paese, e se li teneva tutti in tasca.
- Brava, soggiunse Baco da seta.
Ecco, se non c'è lui io non so cosa dire.
Vorrei vederci te nei miei panni!
Finalmente arrivò don Silvestro, colla faccia più dura del muro, le mani dietro la schiena, e zufolando un'arietta.
- Eh, non vi perdete d'animo, mastro Croce, che non casca il mondo per questa volta! - Mastro Croce da don Silvestro si lasciò menar via e metter alla tavola d'abete del consiglio, col calamaio davanti; ma dei consiglieri non c'erano altri che Peppi Naso il macellaio, tutto unto e colla faccia rossa, che non aveva paura di nessuno al mondo, e compare Tino Piedipapera.
- Quello lì non ha nulla da perdere! vociava dall'uscio la Zuppidda, e ci viene per succhiare il sangue alla povera gente, peggio di una sanguisuga, perché vive alle spalle del prossimo, e tiene il sacco a questo e a quello per fare le birbonate! Razza di ladri e di assassini!
Piedipapera, sebbene volesse far l'indifferente, pel decoro della carica, finì col perdere la pazienza, e si rizzò sulla gamba storta, gridando a mastro Cirino, l'inserviente comunale, il quale era incaricato del buon ordine, e per questo ci aveva il berretto col rosso quando non faceva il sagrestano: - Fatemi tacere quella linguaccia là.
- Eh, a voi vi piacerebbe che nessuno parlasse, eh! compare Tino?
- Come se tutti non lo sapessero il mestiere che fate, che poi chiudete gli occhi quando 'Ntoni di padron 'Ntoni viene a parlare con vostra figlia Barbara.
- Gli occhi li chiudete voi, becco che siete! quando vostra moglie fa il comodino alla Vespa, la quale viene tutti i giorni a mettersi sulla vostra porta per cercare Alfio Mosca, e voi altri tenete il candeliere.
Bel mestiere! Ma compare Alfio non vuol saperne, ve lo dico io; ci ha pel capo Mena di padron 'Ntoni, e voi altri ci perdete l'olio della lucerna, se la Vespa ve l'ha promesso.
- Ora vengo a romperti le corna! minacciò Piedipapera, e cominciò ad arrancare dietro la tavola d'abete.
- Oggi va a finir male! borbottava mastro Croce Giufà.
- Ohè! ohè! che maniere son queste, vi par d'essere in piazza! urlava don Silvestro.
- Volete scommettere che vi caccio fuori tutti a calci? Ora l'aggiusto io questa faccenda.
La Zuppidda non voleva sentirne affatto d'aggiustarla, e si dibatteva contro don Silvestro il quale la spingeva fuori tirandola pei capelli, e poi se la menò in disparte dietro il rastrello della chiusa.
- Infine che volete? le disse come furono soli, a voi che ve ne importa se mettono il dazio sulla pece? forse che lo pagate voi o vostro marito? o non devono pagarlo piuttosto quelli che hanno bisogno di far accomodare le loro barche? Sentite a me: vostro marito è una bestia ad essere in collera col municipio, e a far tutto questo chiasso.
Ora si devono fare gli assessori nuovi, in cambio di padron Cipolla o di massaro Mariano, che non valgono niente, e si potrebbe metterci vostro marito.
- Io non ne so nulla, rispose la Zuppidda, calmatasi tutt'a un tratto.
- Io non me ne immischio negli affari di mio marito.
So che si mangia le mani dalla collera.
Io non posso far altro che andare a dirglielo, se la cosa è certa.
- Andate a dirglielo, è certo come è certo Dio, vi dico! Siamo galantuomini o no? santissimo diavolo!
La Zuppidda partì correndo a prendere suo marito, il quale stava rincantucciato nel cortile a cardar stoppa, pallido come un morto, e non voleva escire per tutto l'oro del mondo, gridando che gli facevano fare qualche sproposito, santo Dio!
Per aprire il sinedrio, e vedere che pesci si pigliavano, ci mancava ancora padron Fortunato Cipolla, e massaro Filippo l'ortolano, i quali non spuntavano mai, sicché la gente incominciava ad annoiarsi, tanto che le comari s'erano messe a filare lungo il muricciuolo della chiusa.
Infine mandarono a dire che non venivano perché avevano da fare; e il dazio, se volevano, avrebbero potuto metterlo senza di loro.
- Il discorso di mia figlia Betta tale e quale! brontolava mastro Croce Giufà.
- Allora fatevi aiutare da vostra figlia Betta! esclamò don Silvestro.
Baco da seta non fiatò più e continuò a masticarsi fra i denti il suo brontolio.
- Ora, disse don Silvestro, vedrete che i Zuppiddi verranno loro stessi a dire che mi danno la Barbara, ma voglio farmi pregare, io.
La seduta fu sciolta senza concludere nulla.
Il segretario voleva un po' di tempo per prender lume; in questo mentre era suonato mezzogiorno e le comari se n'erano andate leste leste.
Le poche che erano rimaste, come videro mastro Cirino chiudere la porta e mettersi la chiave in tasca, se ne andarono anch'esse pei fatti loro di qua e di là, chiacchierando degli improperii che s'erano detti Piedipapera e la Zuppidda.
La sera 'Ntoni di padron 'Ntoni seppe quelle chiacchiere, e sacramento! voleva fargli vedere che era stato soldato, a Piedipapera! Lo incontrò giusto che veniva dalla sciara, vicino alla casa dei Zuppiddi, con quel suo piede del diavolo, e cominciò a dirgli il fatto suo, che era una carogna, e si guardasse bene dal dir male dei Zuppiddi e di quel che facevano, che lui non ci aveva nulla a vedere.
Piedipapera non aveva la lingua in tasca.
- O che ti pare che sei venuto da lontano a fare lo spaccamontagne, qui?
- Son venuto a rompervi le corna, se aggiungete altro.
- Alle grida la gente si era affacciata sugli usci, e si era radunata una gran folla; sicché si azzuffarono perbene, e Piedipapera, il quale ne sapeva più del diavolo, si lasciò cadere a terra tutto in un fascio con 'Ntoni Malavoglia, che così non valevano a nulla le gambe buone, e si avvoltolarono nel fango, picchiandosi e mordendosi come i cani di Peppi Naso, tanto che 'Ntoni di padron 'Ntoni dovette ficcarsi nel cortile dei Zuppiddi, perché aveva la camicia tutta stracciata, e Piedipapera lo condussero a casa insanguinato come Lazzaro.
- Sta a vedere! strepitava ancora comare Venera, dopo che ebbero chiusa la porta sul naso ai vicini, sta a vedere che in casa mia non sono padrona di fare quello che mi pare e piace.
Mia figlia la do a chi vogl'io.
La ragazza, tutta rossa, s'era rifugiata in casa, col cuore che gli batteva come un pulcino.
- Ti ha mezzo strappata quest'orecchia! diceva compare Turi versando adagio adagio dell'acqua sulla testa di 'Ntoni.
Morde peggio di un cane corso, compare Tino!
'Ntoni aveva ancora il sangue agli occhi, e voleva fare un precipizio.
- Sentite, comare Venera, disse allora davanti a tutto il mondo, per me se non mi piglio vostra figlia non mi marito più.
- E la ragazza sentiva dalla camera.
- Questi non son discorsi da farsi ora, compare 'Ntoni; ma se vostro nonno dice di sì, io per me non vi cambio per Vittorio Emanuele.
- Compare Zuppiddu intanto stava zitto e gli dava un pezzo di salvietta per asciugarsi; dimodoché 'Ntoni quella sera se ne andò a casa tutto contento.
Ma i poveri Malavoglia, come avevano saputo della sua rissa con Piedipapera, si aspettavano di momento in momento l'usciere che venisse a scacciarli dalla casa, giacché Pasqua era lì vicina, e dei denari del debito, a gran stento, ne avevano raccolto appena una metà.
- Vedi quel che vuol dire bazzicare dove ci son ragazze da marito! diceva a 'Ntoni la Longa.
Ora tutta la gente parla dei fatti vostri.
E mi dispiace per la Barbara.
- Ed io me la piglio! disse allora 'Ntoni.
- Te la pigli? esclamò il nonno.
- Ed io chi sono? e tua madre non conta per nulla? Quando tuo padre prese moglie, ed è quella che vedi là, me lo fece dire a me prima.
Allora viveva tua nonna, e venne a parlarmene nell'orto, sotto il fico.
Ora non si usano più queste cose, e i vecchi non servono a nulla.
Un tempo si soleva dire "ascolta i vecchi e non la sbagli".
Prima deve maritarsi tua sorella Mena; lo sai questo?
- Maledetta la mia sorte! cominciò a gridare 'Ntoni strappandosi i capelli e pestando i piedi.
Tutto il giorno a lavorare! all'osteria non ci vado! e in tasca non ho mai un soldo! Ora che mi son trovata la ragazza che mi ci vuole, non posso prenderla.
Perché son tornato dunque da soldato?
- Senti! gli disse il nonno rizzandosi su a stento pei dolori che gli mangiavano la schiena.
- Va a dormire che è meglio.
Questi discorsi non dovresti farceli mai davanti a tua madre!
- Mio fratello Luca sta meglio di me a fare il soldato! brontolò 'Ntoni nell'andarsene.
CAPITOLO 8
Luca, poveretto, non ci stava né meglio né peggio; faceva il suo dovere laggiù, come l'aveva fatto a casa sua, e si contentava.
Non scriveva spesso, è vero - i francobolli costavano venti centesimi - né aveva ancora mandato il ritratto, perché da ragazzo lo canzonavano che aveva le orecchie d'asino; e invece di tanto in tanto metteva nella lettera qualche biglietto da cinque lire, che trovava modo di buscarsi servendo gli ufficiali.
Il nonno aveva detto: "Prima deve maritarsi la Mena".
Ancora non ne parlava, ma ci pensava sempre, e adesso che tenevano nel canterano qualcosuccia per pagare il debito, aveva fatto il conto che colla salatura delle acciughe si sarebbe pagato Piedipapera, e la casa restava libera per la dote della nipote.
Perciò erano stati qualche volta a chiacchierare sottovoce con padron Fortunato, sulla riva, mentre aspettavano la paranza, o seduti al sole davanti la chiesa, quando non c'era gente.
Padron Fortunato non voleva far torto alla sua parola, se la ragazza aveva la dote, tanto più che suo figlio Brasi gli dava sempre dei grattacapi, a correre dietro le ragazze che non avevano nulla, come un baccalà che era.
- "L'uomo per la parola, e il bue per le corna", tornava a ripetere.
Mena aveva spesso il cuore nero mentre tesseva, perché le ragazze hanno il naso fine, ed ora che il nonno era sempre a confabulare con compare Fortunato, e in casa si parlava spesso dei Cipolla, ci aveva sempre la stessa cosa davanti agli occhi, come quel cristiano di compar Alfio fosse incollato sui panconi del telaio, colle immagini dei santi.
Una sera aspettò sino a tardi per veder tornare compare Alfio insieme al carro dell'asino, colle mani sotto il grembiale, perché faceva freddo e tutte le porte erano chiuse, e per la stradicciuola non si vedeva anima viva; così gli diede la buona notte dall'uscio.
- Che ve ne andate alla Bicocca al primo del mese? gli disse finalmente.
- Ancora no; ci ho più di cento carichi di vino per la Santuzza.
Dopo ci penserà Dio.
- Ella non sapeva più che dire, intanto che compar Alfio si affaccendava nel cortile a staccare l'asino, e ad appendere gli arnesi al piuolo, e portava la lanterna di qua e di là.
- Se ve ne andate alla Bicocca chi sa quando ci vedremo più! disse infine Mena che le mancava la voce.
- O perché? Ve ne andate anche voi?
La poveretta stette un pezzetto senza rispondere, sebbene fosse buio e nessuno potesse vederla in viso.
Di tanto in tanto si udivano i vicini parlar dietro gli usci chiusi, e piangere i bambini, e il rumore delle scodelle, dove stavano cenando, sicché nessuno poteva udire.
- Ora dei denari che ci vogliono per Piedipapera ne abbiamo la metà, e alla salatura delle acciughe pagheremo anche il resto.
Alfio a quel discorso lasciò l'asino in mezzo al cortile, e venne sulla strada.
- Allora vi maritano dopo Pasqua?
Mena non rispose.
- Ve l'avevo detto io! aggiunse compare Alfio.
- Li ho visti parlare io padron 'Ntoni con padron Cipolla.
- Sarà come vuole Dio! disse poi Mena.
A me non importava di maritarmi, purché mi avessero lasciata stare qui.
- Che bella cosa, aggiunse Mosca, quando uno è ricco come il figlio di padron Cipolla, che può prendersi la moglie che vuole, e può stare dove gli piace!
- Buona notte, compare Alfio; disse poi Mena, dopo essere stata un altro pezzetto a guardare la lanterna appesa al rastrello, e l'asino che andava abboccando le ortiche pel muricciolo.
Compare Alfio diede la buona notte anche lui, e se ne tornò a mettere l'asino nella stalla.
- Quella sfacciata di Sant'Agata, brontolava la Vespa, la quale era a tutte l'ore dai Piedipapera, col pretesto di farsi prestare dei ferri da calza, o per venire a regalare qualche pugno di fave che aveva raccolto nella chiusa, - quella sfacciata di Sant'Agata è sempre a stuzzicare compare Mosca.
Non gli lascia un momento per grattarsi il capo! Vergogna! - e brontolava ancora per la strada, mentre Piedipapera chiudeva l'uscio, tirandole dietro tanto di lingua.
- La Vespa è infuriata come fossimo in luglio! sghignazzava compare Tino.
- A lei che gliene importa? chiese comare Grazia.
- Gliene importa perché ce l'ha con tutti quelli che si maritano, e ora sta covando cogli occhi Alfio Mosca.
- Tu dovresti dirglielo, che a me non mi piace di tenere il candeliere.
Come se non si vedesse che sta qui per compar Alfio, e poi la Zuppidda va spargendo che noi ci troviamo il nostro conto a fare questo mestiere.
- La Zuppidda farebbe meglio a grattarsi la sua testa, perché ci è da grattare! Con quella porcheria di tirarsi in casa 'Ntoni di padron 'Ntoni, mentre il vecchio e tutti fanno il diavolo, e non ne vogliono sapere.
Chiudi la finestra.
Oggi sono stato mezz'ora a godermi la commedia che facevano 'Ntoni con la Barbara, che mi dolgono ancora le reni dallo stare chinato dietro il muro, per sentire quello che dicevano.
'Ntoni era scappato dalla Provvidenza, col pretesto di andare a pigliare la fiocina grande pei cefali; e le diceva: - Se il nonno non vuole, come faremo? - Faremo che scapperemo insieme, e poi quando la cosa è fatta dovranno pensarci loro a maritarci, e saranno costretti a dir di sì per forza, rispondeva lei; e sua madre era lì dietro ad ascoltare, ci giuocherei tutt'e due questi occhi! Bella la parte che rappresenta quella strega! Ora voglio far ridere tutto il paese.
Don Silvestro come gliela raccontai, disse che scommetteva di fare cascare la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura.
Non ci mettere il saliscendi all'uscio, perché aspetto Rocco Spatu che deve venire a parlarmi.
Don Silvestro, per far cascare comare Barbara coi suoi piedi ne aveva almanaccata una, che il frate il quale dà i numeri del lotto, non l'avrebbe trovata.
- Voglio levarmi davanti, aveva detto, tutti quelli che cercano di prendermi la Barbara.
Quando non avrà più nessuno da sposare, allora dovranno pregarmi loro, e farò i patti grassi, come s'usa alla fiera, quando i compratori sono scarsi.
Fra quelli che cercavano di prendersi la Barbara c'era stato Vanni Pizzuto, allorché andava a far la barba a mastro Turi che aveva la sciatica, ed anche don Michele, il quale si annoiava a passeggiare colla pistola appesa alla pancia, senza far nulla, quando non era dietro il banco della Santuzza, e faceva l'occhietto alle belle ragazze, per ingannare il tempo.
La Barbara da principio aveva risposto all'occhietto; ma poi, dopo che sua madre le aveva detto che quelli eran tutti mangiapani a ufo, più birri che altro, e i forestieri vanno frustati, gli aveva sbattuta la finestra sul naso, così baffuto e col berretto gallonato com'era, e don Michele se n'era mangiato il fegato, e per dispetto seguitava a passare e ripassare per la via, attorcigliandosi i baffi, e col berretto sugli occhi.
La domenica poi si metteva il cappello colla piuma, e andava a scaricarle un'occhiataccia dalla bottega di Vanni Pizzuto, mentre la ragazza andava a messa colla mamma.
Don Silvestro prese ad andare a farsi radere anche lui, fra quelli che aspettavano la messa, e a scaldarsi al braciere per l'acqua calda, e scambiare le barzellette.
- Quella Barbara gli lascia addosso gli occhi a 'Ntoni Malavoglia, andava dicendo.
Volete scommettere dodici tarì che se la piglia lui? Lo vedete che s'è messo ad aspettarla, colle mani nelle tasche?
Vanni Pizzuto allora lasciò don Michele colla saponata sulla faccia, e si affacciò all'uscio:
- Che pezzo di ragazza, per la madonna! E come cammina col naso nella mantellina, che pare un fuso! Pensare poi che deve papparsela quel cetriolo di 'Ntoni Malavoglia!
- Se Piedipapera vuol essere pagato, 'Ntoni non se la pappa; ve lo dico io.
I Malavoglia avranno altro da grattarsi, se Piedipapera si piglia la casa del nespolo.
Vanni Pizzuto tornò a prendere pel naso don Michele.
- Eh? che ne dite, don Michele? Anche voi le avete fatto il cascamorto.
Ma quella è una ragazza che fa mangiare agro di limone.
Don Michele non diceva nulla, si spazzolava, si arricciava i baffi, e si metteva il cappello davanti allo specchio.
- Ci vuol altro che cappelli colla penna per quella lì! sogghignava Pizzuto.
Finalmente una volta don Michele disse:
- Santo diavolone! se non fosse pel cappello colla penna, gli farei tenere la candela io, a quel ragazzaccio di Malavoglia.
Don Silvestro ebbe la premura di andare a raccontare ogni cosa a 'Ntoni, e che don Michele il brigadiere, era un uomo il quale non si lasciava posare le mosche sul naso; e doveva avercela con lui.
- Io gli rido sul mostaccio, a don Michele il brigadiere! rispose 'Ntoni.
Lo so perché ce l'ha con me; ma per stavolta può pulirsi la bocca, e farebbe meglio a non sciuparsi le scarpe per passare e ripassare davanti alla Zuppidda, col berretto gallonato, come se ci avesse la corona in capo; che la gente se ne impipa di lui e del suo berretto.
E se lo incontrava lo guardava bene in faccia, ammiccando gli occhi, come deve fare un giovanotto di fegato che è stato soldato, e non si lascia portar via il suo berretto in mezzo alla folla.
Don Michele continuava a passare dalla straduccia per puntiglio, per non darla vinta a lui, ché se lo sarebbe mangiato come il pane, se non fosse stato pel cappello colla penna.
- Si mangiano! diceva Vanni Pizzuto a tutti coloro che andavano a farsi radere la barba, o venivano a comprare dei sigari, o delle lenze, o degli ami da pescare, o dei bottoni d'osso di quelli da cinque un grano.
- Don Michele e 'Ntoni Malavoglia un giorno o l'altro si mangiano come il pane! È quel benedetto cappello colla penna che gli lega le mani a don Michele.
Egli pagherebbe qualche cosa a Piedipapera se glielo levasse davanti, quel cetriolo di 'Ntoni.
- Tanto che il figlio della Locca, il quale era sempre a gironzare tutto il giorno, colle braccia penzoloni, allorché li incontrava si metteva loro alle calcagna, per vedere come finiva.
Piedipapera, quando andava a farsi la barba, e sentiva che don Michele gli avrebbe dato qualche cosa per levargli davanti gli occhi 'Ntoni Malavoglia, si gonfiava come un gallo d'India, ché così lo tenevano da conto nel paese.
Vanni Pizzuto tornava a dirgli: - Il brigadiere pagherebbe qualunque cosa per avere in pugno i Malavoglia come li tenete voi.
O perché gliel'avete fatta passar liscia quella storia dei pugni che vi ha dato 'Ntoni?
Piedipapera alzava le spalle e seguitava a scaldarsi le mani sul braciere.
Don Silvestro si metteva a ridere e rispondeva per lui:
- A mastro Vanni gli piacerebbe levar le castagne dal fuoco collo zampino di Piedipapera.
Già sapete che comare Venera non vuole né forestieri né berretti gallonati; così quando si sarebbe levato d'attorno 'Ntoni Malavoglia, resterebbe lui solo a far l'asino alla ragazza.
Vanni Pizzuto non disse nulla, ma ci pensò su tutta la notte.
- Non sarebbe poi una cosa sbagliata! ruminava fra di sé; tutto sta a prendere Piedipapera per il collo, e in un giorno buono.
Il giorno buono venne a proposito, che una sera Rocco Spatu non si era fatto vivo, Piedipapera era venuto due o tre volte, ad ora tarda, a chieder di lui, colla faccia bianca e gli occhi stravolti, e le guardie doganali s'erano viste correre di qua e di là, tutte in faccende, col naso a terra come cani da caccia, e don Michele insieme a loro colla pistola sulla pancia, e i calzoni infilati negli stivali.
- Voi potreste fargli un gran servizio a don Michele, col levargli davanti 'Ntoni Malavoglia - tornò a dire Pizzuto a compare Tino, mentre costui per comprare un sigaro andava a cacciarsi nell'angolo più oscuro della botteguccia.
Gli rendereste un famoso servizio, e ve lo fareste amico per davvero!
- Magari! sospirò Piedipapera, ché gli mancava il fiato quella sera, e non aggiunse altro.
Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spiaggia, che pareva la caccia alle quaglie.
- Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare.
E' son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoletti di seta di contrabbando.
Don Michele ier sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!
Piedipapera stava nella bottega di Pizzuto a bere il bicchierino, prima dell'alba, che c'era ancora il lanternino davanti all'uscio; ma stavolta aveva la faccia di un cane che ha rotta la pentola; non diceva le solite barzellette, e domandava a questo e a quello cos'era stato quel diavolio, e se si erano visti Rocco Spatu e Cinghialenta, e si sberrettava con don Michele, il quale aveva gli occhi gonfii e gli stivali polverosi, e voleva pagargli per forza il bicchierino.
Ma don Michele era già stato all'osteria, dove la Santuzza gli diceva, mescendogliene di quel buono:
- Dove siete stato a rischiar la pelle, santo cristiano? Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?
- E il mio dovere dove lo lasciate? Se li coglievo colla pasta in mano stanotte c'era un bel guadagno per noi, sangue di un cane!
- Se vogliono farvi credere che egli era massaro Filippo, che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando, non ci credete, per quest'abito benedetto di Maria che ci ho sul petto, indegnamente! Tutte bugie di gente senza coscienza, che si danna l'anima a volere il male del prossimo.
- No, lo so cos'era! erano tutti fazzoletti di seta, e zucchero e caffè, più di mille lire di roba, corpo della madonna! che mi son sgusciati di mano come anguille; ma li ho sott'occhio tutti quelli della combriccola, e un'altra volta non mi scapperanno!
Piedipapera poi gli diceva: - Bevetelo un bicchierino, don Michele, che vi farà bene allo stomaco, col sonno che avete perso.
Don Michele era di cattivo umore e sbuffava.
- Giacché vi dice di prenderlo, prendetelo, aggiungeva Vanni Pizzuto.
Se compare Tino paga lui vuol dire che ne ha da spendere.
Denari ne ha, il furbaccio! tanto che ha comprato il debito dei Malavoglia; ed ora lo pagano a bastonate.
Don Michele si lasciò tirare a ridere un po'.
- Sangue di Giuda! esclamò Piedipapera, battendo il pugno sul banco, e fingeva di mettersi in collera davvero.
A Roma non voglio mandarlo, quel ragazzaccio di 'Ntoni, a fare penitenza!
- Bravo! appoggiò Pizzuto.
- Io non me la sarei lasciata passare liscia di certo.
Eh? don Michele?
Don Michele approvò con un grugnito.
- Ci penserò a ridurre come si deve 'Ntoni e tutta la sua parentela! minacciava Piedipapera.
- Non voglio farmi ridere sul naso da tutto il paese.
Potete star tranquillo, don Michele!
E se ne partì zoppicando e bestemmiando come se non ci vedesse più dagli occhi, mentre andava dicendo fra di sé "Convien tenerseli amici tutti, questi birri qui!"; e ruminando come potesse fare a tenerseli amici andò all'osteria, dove lo zio Santoro gli disse che non s'erano visti né Rocco Spatu né Cinghialenta, e passò dalla cugina Anna, la quale poveretta non aveva dormito, e stava sulla porta guardando di qua e di là, colla faccia pallida.
Lì davanti incontrò pure la Vespa, la quale veniva a vedere se comare Grazia ci avesse un po' di lievito, per caso.
- Ho incontrato or ora compare Mosca; disse allora lui per far quattro chiacchiere.
- Era senza il carro, e scommetto che andava a ronzare nella sciara, dietro l'orto della Sant'Agata.
"Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio".
- Bella santa da attaccarsi al muro, quella Mena! cominciò a sbraitare la Vespa, la vogliono dare a Brasi Cipolla, e seguita a civettare con questo e con quello! - Puh! che porcheria!
- Lasciatela fare! lasciatela fare! così gli altri conosceranno che roba è, e apriranno gli occhi.
Ma non lo sa compare Mosca che vogliono darle Brasi Cipolla?
- Sapete come sono gli uomini, se c'è una fraschetta che li guarda, le corrono tutti dietro per divertirsi.
Ma poi, quando vogliono far sul serio, cercano una come m'intendo io.
- Compare Mosca dovrebbe prendere una come voi.
- Io non ci penso per ora a maritarmi; ma certo che da me si troverebbe quel che ci vuole.
A buon conto il mio pezzo di chiusa ce l'ho, e nessuno ci tiene le unghie addosso, come la casa del nespolo, che se soffia la tramontana se la porta via.
Questa sarebbe da vedere, se soffia la tramontana!
- Lasciate fare! lasciate fare! che non è sempre bel tempo, e il vento se le porta all'aria le frasche.
Oggi ho da parlare con vostro zio Campana di legno, per quell'affare che sapete.
Campana di legno era proprio ben disposto per parlare di quell'affare che non finiva più, "e le cose lunghe diventano serpi".
Padron 'Ntoni gli cantava sempre che i Malavoglia erano galantuomini, e avrebbero pagato, ma ei voleva poi vedere di dove li avrebbero scavati i denari.
Già nel paese si sapeva quel che possedeva ciascuno, fino all'ultimo centesimo, e quei galantuomini dei Malavoglia, magari a vendersi l'anima al turco, non avrebbero potuto pagare nemmeno la metà, di lì a Pasqua; e per prendersi la casa del nespolo ce ne voleva della carta bollata, e delle altre spese, questo lo sapeva, e avevano ragione don Giammaria e lo speziale quando parlavano del governo ladro; lui, com'è vero che si chiamava zio Crocifisso, ce l'aveva non solo con quelli che mettevano le tasse, ma anche con quelli che non le volevano, e mettevano talmente in subbuglio il paese che un galantuomo non era più sicuro di starsene in casa sua colla sua roba, e quando erano venuti a domandargli se voleva fare il sindaco, egli aveva risposto: - Bravo! e i miei affari chi me li fa? Io bado ai fatti miei.
- Intanto padron 'Ntoni pensava a maritare la nipote, che l'avevano visto andare attorno con compare Cipolla - l'aveva visto lo zio Santoro - e aveva visto anche Piedipapera che faceva il mezzano alla Vespa, e serviva di comodino a quello spiantato di Alfio Mosca, il quale voleva arraffarsi la sua chiusa.
- Ve lo dico io che ve l'arraffa! gli gridava Piedipapera nell'orecchio per persuaderlo.
- Avete un bel strillare e fare il diavolo per la casa.
Vostra nipote è cotta come una pera per colui, e gli sta sempre alle calcagna.
Io non posso mica chiuderle l'uscio sul muso, quando viene a far quattro chiacchiere con mia moglie, per riguardo vostro, che infine è sempre vostra nipote e sangue vostro.
- Bel riguardo che mi avete! Così mi fate perdere la chiusa, col riguardo!
- Sicuro che la perdete! Se la Malavoglia si marita con Brasi Cipolla, compare Mosca non avrà più che fare, e si prende la Vespa e la chiusa, per mettersi il cuore in pace.
- Che se la pigli anche il diavolo! esclamò alfine lo zio Crocifisso stordito dalle chiacchiere di compare Tino.
- A me non me ne importa nulla; son più i peccati che mi ha fatto fare, quella scomunicata, che altro.
Io voglio la roba mia, che l'ho fatta col sangue mio come il sangue di Gesù Cristo che c'è nel calice della messa, e par roba rubata, che tutti fanno a chi piglia piglia, compare Alfio, la Vespa e i Malavoglia.
Ora incomincio la lite e mi piglio la casa.
- Voi siete il padrone.
Se dite di far la lite la faccio subito.
- Ancora no.
Aspettiamo a Pasqua; "l'uomo per la parola e il bue per le corna"; ma voglio esser pagato sino all'ultimo centesimo, e non darò più retta a nessuno per accordare dilazioni.
La Pasqua infatti era vicina.
Le colline erano tornate a vestirsi di verde, e i fichidindia erano di nuovo in fiore.
Le ragazze avevano seminato il basilico alla finestra, e ci si venivano a posare le farfalle bianche; fin le povere ginestre della sciara avevano il loro fiorellino pallido.
La mattina, sui tetti, fumavano le tegole verdi e gialle, e i passeri vi facevano gazzarra sino al tramonto.
Anche la casa del nespolo sembrava avesse un'aria di festa; il cortile era spazzato, gli arnesi in bell'ordine lungo il muricciuolo e appesi ai piuoli, l'orto tutto verde di cavoli e di lattughe, e la camera aperta e piena di sole che sembrava contenta anch'essa, e ogni cosa diceva che la Pasqua si avvicinava.
I vecchi si mettevano sull'uscio verso mezzogiorno, e le ragazze cantavano al lavatoio.
I carri tornavano a passare nella notte, e la sera si udiva un'altra volta il brusio della gente che chiacchierava nella stradicciuola.
- Comare Mena la fanno sposa, si diceva.
Sua madre ha tutta la roba del corredo per le mani.
Era passato del tempo, e il tempo si porta via le cose brutte come le cose buone.
Adesso comare Maruzza era tutta in faccende a tagliare e cucire della roba, e Mena non domandava nemmeno per chi servisse; e una sera le avevano condotto in casa Brasi Cipolla, con padron Fortunato suo padre, e tutto il parentado.
- Qui ci è compare Cipolla che è venuto a farvi una visita; disse padron 'Ntoni, facendoli entrare, come se nessuno ne sapesse niente, mentre nella cucina c'era preparato il vino ed i ceci abbrustoliti, e i ragazzi e le donne avevano i vestiti della festa.
Mena sembrava davvero Sant'Agata, con quella veste nuova e quel fazzoletto nero in testa, talché Brasi non le levava gli occhi d'addosso, come il basilisco, e stava appollaiato sulla scranna, colle mani fra le gambe, che se le fregava di tanto in tanto di nascosto dalla contentezza.
- È venuto con suo figlio Brasi, il quale adesso si è fatto grande - seguitava padron 'Ntoni.
- Sicuro, i ragazzi crescono, e ci spingono per le spalle nella fossa, rispose padron Fortunato.
- Ora bevete un bicchier di vino che è di quello buono, aggiunse la Longa, e questi ceci qui li ha abbrustoliti mia figlia.
Mi dispiace che non sapevo niente, e non vi ho fatto trovare cose degne del vostro merito.
- Eravamo qui vicino di passaggio, rispose padron Cipolla, ed abbiamo detto: andiamo a vedere comare Maruzza.
Brasi si riempì le tasche di ceci, guardando la ragazza, e dopo i monelli diedero il sacco al tondo, che invano la Nunziata colla bambina in collo cercava di trattenerli, parlando basso come se fosse in chiesa.
I vecchi in questo tempo si erano messi a discorrer fra di loro, sotto il nespolo, colle comari che facevano cerchio e cantavano le lodi della ragazza, com'era brava massaia, che teneva quella casa meglio di uno specchio.
"La figliuola com'è avvezzata, e la stoppa com'è filata".
- Anche la vostra nipote è cresciuta, osservò padron Fortunato - e sarebbe tempo di maritarla.
- Se il Signore le manda un buon partito noi non vogliamo altro, rispose padron 'Ntoni.
- "Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati" aggiunse comare la Longa.
- "A buon cavallo non gli manca sella" - conchiuse padron Fortunato; ad una ragazza come vostra nipote un buon partito non può mancare.
Mena stava seduta accanto al giovanotto, com'è l'uso, ma non alzava gli occhi dal grembiule, e Brasi si lamentava con suo padre, quando se ne andarono, che ella non gli avesse offerto il piatto con i ceci.
- Che ne volevi ancora! gli diè sulla voce padron Fortunato, quando furono lontani; se non si sentiva rosicare altri che te, come ci fosse un mulo davanti a un sacco d'orzo! Guarda che ti sei lasciato cascare il vino sui calzoni, Giufà! e mi hai rovinato un vestito nuovo!
Padron 'Ntoni tutto contento si fregava le mani, e diceva alla nuora:
- Non mi par vero d'essere in porto, coll'aiuto di Dio! La Mena non avrà nulla da desiderare, ed ora aggiusteremo tutte le altre nostre cosucce e potrete dire "Lasciò detto il povero nonno, il riso con i guai vanno a vicenda".
Quel sabato, verso sera, la Nunziata venne a prendere un pugno di fave per i suoi bambini e disse: - Compare Alfio se ne va domani.
Sta levando tutta la sua roba.
Mena si fece bianca e smise di tessere.
Nella casa di compar Alfio c'era il lume, e ogni cosa sottosopra.
Egli venne a picchiare all'uscio poco dopo, e aveva la faccia in un certo modo anche lui, e faceva e disfaceva dei nodi alla frusta che teneva in mano.
- Sono venuto a salutarvi tutti, comare Maruzza, padron 'Ntoni, i ragazzi, e anche voi, comare Mena.
Il vino di Aci Catena è finito.
Ora la Santuzza ha preso quello di massaro Filippo.
Vado alla Bicocca, dove c'è da fare col mio asino.
Mena non diceva nulla; sua madre sola aprì la bocca per rispondere: - Volete aspettarlo padron 'Ntoni? che avrà piacere di salutarvi.
Compar Alfio allora si mise a sedere in punta alla scranna, colla frusta in mano, e guardava intorno, dalla parte dove non era comare Mena.
- Ora quando tornate? domandò la Longa.
- Chi lo sa quando tornerò? Io vado dove mi porta il mio asino.
Finché dura il lavoro vi starò; ma vorrei tornar presto qui, se c'è da buscarmi il pane.
- Guardatevi la salute, compare Alfio.
Alla Bicocca mi hanno detto che la gente muore come le mosche, dalla malaria.
Alfio si strinse nelle spalle, e disse che non poteva farci nulla.
- Io non vorrei andarmene, ripeteva, guardando la candela.
E voi non mi dite nulla, comare Mena?
La ragazza aprì la bocca due o tre volte per dire qualche cosa, ma il cuore non le resse.
- Anche voi ve ne andate dal vicinato, ora che vi maritano, aggiunse Alfio.
Il mondo è fatto come uno stallatico, che chi viene e chi se ne va, e a poco a poco tutti cambiano di posto, e ogni cosa non sembra più quella.
- Così dicendo si fregava le mani e rideva, ma colle labbra e non col cuore.
- Le ragazze, disse la Longa, vanno come Dio le ha destinate.
Ora son sempre allegre e senza pensieri, e com'entrano nel mondo cominciano a conoscere i guai e i dispiaceri.
Compar Alfio, dopo che furono tornati a casa padron 'Ntoni e i ragazzi, e li ebbe salutati, non sapeva risolversi a partire, e rimaneva sulla soglia, colla frusta sotto l'ascella, a stringere la mano a questo e a quello, anche a comare Maruzza, e ripeteva, come si suol fare quando uno se ne va lontano, e non si sa bene se ci si rivede più: - Perdonatemi se ho mancato qualche volta.
- La sola che non gli strinse la mano fu Sant'Agata, la quale stava rincantucciata vicino al telaio.
Ma le ragazze si sa che devono fare così.
Era una bella sera di primavera, col chiaro di luna per le strade e nel cortile, la gente davanti agli usci, e le ragazze che passeggiavano cantando e tenendosi abbracciate.
Mena uscì anche lei a braccetto della Nunziata, ché in casa si sentiva soffocare.
- Ora non si vedrà più il lume di compar Alfio, alla sera, disse Nunziata, e la casa rimarrà chiusa.
Compar Alfio aveva caricato buona parte delle sue cosuccie sul carro, e insaccava quel po' di paglia che rimaneva nella mangiatoia, intanto che cuocevano quelle quattro fave della minestra.
- Partirete prima di giorno, compar Alfio? gli domandò Nunziata sulla porta del cortile.
- Sì, vado lontano, e quella povera bestia bisogna che si riposi un po' nella giornata.
Mena non diceva nulla, e stava appoggiata allo stipite a guardar il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto, e la pentola che bolliva l'ultima volta sul focolare.
- Siete là anche voi, comare Mena? - esclamò Alfio appena la vide, e lasciò quello che stava facendo.
Ella disse di sì col capo, e Nunziata intanto era corsa a schiumare la pentola che riversava, da quella brava massaia che era.
- Così son contento, che posso dirvi addio anche a voi! disse Alfio.
- Sono venuta a salutarvi, - disse lei, e ci aveva il pianto nella gola.
- Perché ci andate alla Bicocca se vi è la malaria?
Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore, come quando era andato a dirle addio.
- O bella! perché ci vado? e voi perché vi maritate con Brasi Cipolla? Si fa quel che si può, comare Mena.
Se avessi potuto fare quel che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!...
- Ella lo guardava e lo guardava, cogli occhi lucenti.
- Sarei rimasto qui, che fino i muri mi conoscono, e so dove metter le mani, tanto che potrei andar a governare l'asino di notte, anche al buio; e vi avrei sposata io, comare Mena, ché in cuore vi ci ho da un pezzo, e vi porto meco alla Bicocca, e dappertutto ove andrò.
Ma questi oramai sono discorsi inutili, e bisogna fare quel che si può.
Anche il mio asino va dove lo faccio andare.
- Ora addio, concluse Mena; anch'io ci ho come una spina qui dentro...
ed ora che vedrò sempre quella finestra chiusa, mi parrà d'avere chiuso anche il cuore, e d'averci chiusa sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento.
Ma così vuol Dio.
Ora vi saluto e me ne vado.
La poveretta piangeva cheta cheta, colla mano sugli occhi, e se ne andò insieme alla Nunziata a pianger sotto il nespolo, al chiaro di luna.
CAPITOLO 9
Né i Malavoglia, né alcun altro in paese sapevano di quel che stavano almanaccando Piedipapera collo zio Crocifisso.
Il giorno di Pasqua padron 'Ntoni prese quelle cento lire che ci erano nel canterano, e si mise il giubbone nuovo per andare a portarle allo zio Crocifisso.
- Che son tutte qui? disse costui.
- Tutte non ci possono essere, zio Crocifisso; voi lo sapete quel che ci vuole a far cento lire.
Ma "meglio poco che nulla" e "chi dà acconto non è cattivo pagatore".
Ora viene l'estate, e coll'aiuto di Dio pagheremo ogni cosa.
- A me perché venite a contarmela? Sapete che non c'entro, ed è affare di compare Piedipapera.
- È tutta una cosa, perché il debito mi pare di avercelo sempre con voi, quando vi vedo.
A voi compare Tino non vi dirà di no, per aspettare sino alla Madonna dell'Ognina.
- Queste qui non bastano per le spese! ripeteva Campana di legno, facendo saltare i denari nella mano.
Andate a dirglielo voi se vuole aspettarvi; perché non è più affar mio.
Piedipapera cominciò a bestemmiare e a buttare il berretto per terra, al solito suo, dicendo che non aveva pane da mangiare, e non poteva aspettare nemmeno sino all'Ascensione.
- Sentite, compare Tino, gli diceva padron 'Ntoni colle mani giunte come dinanzi al Signore Iddio, se non mi volete aspettare sino a san Giovanni, ora che sto per maritare mia nipote, è meglio che mi date un colpo di coltello addirittura.
- Santo diavolone! gridò compare Tino, mi fate fare quello che non posso, maledetto sia il giorno e il minuto in cui mi misi in quest'imbroglio! e se ne andò stracciando il berretto vecchio.
Padron 'Ntoni tornò a casa ancora pallido, e disse alla nuora: - Ce l'ho tirato, ma ho dovuto pregarlo come Dio, - e tremava ancora il poveretto.
Però era contento che padron Cipolla non ne sapesse nulla, e il matrimonio della nipote non andasse in fumo.
La sera dell'Ascensione, mentre i ragazzi saltavano attorno ai falò, le comari si erano riunite di nuovo dinanzi al ballatoio dei Malavoglia, ed era venuta anche comare Venera la Zuppidda a sentir quello che si diceva, e a dir la sua.
Oramai come padron 'Ntoni maritava la nipote, e la Provvidenza s'era rimessa in gambe, tutti tornavano a far buon viso ai Malavoglia, che non sapevano nulla di quel che ci aveva nello stomaco Piedipapera, nemmeno comare Grazia, sua moglie, la quale chiacchierava con comare Maruzza quasi suo marito non ci avesse niente di male nello stomaco.
'Ntoni andava ogni sera a far quattro chiacchiere colla Barbara e le aveva confidato che il nonno aveva detto: Prima deve maritarsi la Mena.
- E dopo vengo io! - conchiuse 'Ntoni.
La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l'invito di farsi comari; e tutti le facevano festa a Sant'Agata, persino sua madre s'era levata il fazzoletto nero, perché dove ci sono sposi è di malaugurio portare il lutto; e avevano scritto anche a Luca, per dargli la notizia che Mena si maritava.
Ella sola, poveretta, non sembrava allegra come gli altri, e pareva che il cuore le parlasse e le facesse vedere ogni cosa in nero, mentre i campi erano tutti seminati di stelline d'oro e d'argento, e i ragazzi infilavano le ghirlande per l'Ascensione, ed ella stessa era salita sulla scala per aiutare sua madre ad appendere le ghirlande all'uscio e alle finestre.
Mentre tutte le porte eran fiorite, soltanto quella di compar Alfio, nera e sgangherata, stava sempre chiusa, e non c'era più nessuno che appendesse i fiori dell'Ascensione.
- Quella civetta di Sant'Agata! andava dicendo la Vespa colla schiuma alla bocca, tanto ha detto e tanto ha fatto che ha mandato via del paese compar Alfio!
Intanto a Sant'Agata le avevano messa la veste nuova, e aspettavano la festa di san Giovanni per toglierle la spadina d'argento dalle trecce, e spartirle i capelli sulla fronte, prima d'andare in chiesa, sicché ognuna al vederla passare diceva: - Beata lei!
La mamma invece, poveretta, si sentiva dentro tutta in festa, perché la sua ragazza andava in una casa dove non le sarebbe mancato nulla, e intanto ella era sempre in faccende a tagliare e cucire.
Padron 'Ntoni voleva vedere anche lui, quando tornava a casa la sera, e teneva la tela e la matassa del cotone, e ogni volta che andava alla città portava qualche cosuccia.
Il cuore tornava ad aprirsi col bel tempo, i ragazzi guadagnavano tutti, chi più chi meno, e la Provvidenza si buscava il pane anch'essa, e facevano il conto che coll'aiuto di Dio a san Giovanni si sarebbero cavati d'imbarazzo.
Padron Cipolla allora stava delle sere intere seduto sugli scalini della chiesa con padron 'Ntoni, a discorrere di quel che aveva fatto la Provvidenza.
Brasi girandolava sempre per la straduccia dei Malavoglia, col vestito nuovo; e poco dopo si seppe per tutto il paese che quella domenica comare Grazia Piedipapera andava lei a spartire i capelli della sposa, e a levarle la spadina d'argento, perché Brasi Cipolla era orfano della madre, e i Malavoglia avevano invitato apposta la Piedipapera per ingraziarsi suo marito; e avevano anche invitato lo zio Crocifisso, e tutto il vicinato, e tutti gli amici e parenti, senza risparmio.
- Io non ci vengo! borbottava lo zio Crocifisso a compare Tino, colle spalle all'olmo della piazza.
Ho mangiato troppa bile e non voglio dannarmi l'anima.
Andateci voi che non ve ne importa niente, e non si tratta della roba vostra.
Ancora c'è tempo per mandare l'usciere; l'ha detto l'avvocato.
- Voi siete il padrone, e farò come dite voi.
Adesso non ve ne importa più perché Alfio Mosca se ne è andato.
Ma vedrete che appena si marita Mena, egli torna qui e si piglia vostra nipote.
Comare Venera la Zuppidda faceva il diavolo perché avevano invitato comare Grazia a pettinare la sposa, mentre sarebbe toccato a lei, che stava per diventare parente dei Malavoglia, e la sua figliuola s'era fatta comare di basilico con la Mena, tanto che aveva fatto cucire alla Barbara in fretta e furia la veste nuova, ché non se lo aspettava quell'affronto.
'Ntoni ebbe un bel pregarla e scongiurarla di non attaccarsi a quel pelo, e lasciar correre.
Comare Venera, tutta pettinata, e colle mani intrise di farina, che s'era messa apposta ad impastare il pane, per far veder che non le importava più d'andare al convito dei Malavoglia, rispondeva:
- Avete voluto la Piedipapera? tenetevela! O lei o io! Tutte e due al mondo non possiamo starci.
I Malavoglia lo sapevano bene di aver preferito comare Grazia per amore di quei denari che dovevano a suo marito.
Adesso erano tutti una cosa con compare Tino, dopo che padron Cipolla gli aveva fatto fare la pace con 'Ntoni di padron 'Ntoni nell'osteria della Santuzza, per quell'affare dei pugni.
- Gli leccano le scarpe perché gli devono quei soldi della casa! andava borbottando la Zuppidda.
- Anche a mio marito gli devono più di cinquanta lire per la Provvidenza.
Domani voglio farmeli dare.
- Lasciate stare, mamma! lasciate stare! supplicava la Barbara.
Ma anch'ella aveva tanto di muso, perché non aveva potuto mettere la veste nuova, e quasi quasi si pentiva dei soldi spesi pel basilico che aveva mandato a comare Mena; e 'Ntoni il quale era venuto a prenderle, lo rimandarono mogio mogio, che il giubbone nuovo gli cascava di dosso.
Madre e figlia poi stavano a guardare dal cortile, mentre infornavano il pane, la babilonia che c'era in casa dei Malavoglia, tanto che le voci e le risate si udivano fin là, per farle arrabbiare maggiormente.
La casa del nespolo era piena di gente, come quando era morto compare Bastianazzo; e Mena, senza spadina d'argento e coi capelli spartiti sulla fronte, pareva tutt'altra, talché tutte le comari le facevano ressa intorno, e non si sarebbe sentita una cannonata dal cicaleccio e dalla festa.
Piedipapera sembrava che facesse il solletico alle donne, tante ne diceva, mentre l'avvocato stava preparando le carte, giacché a mandare l'usciere c'era tempo, aveva detto lo zio Crocifisso; persino padron Cipolla si lasciò andare a dir delle barzellette, alle quali rideva soltanto suo figlio Brasi; e tutti parlavano in una volta, mentre i monelli si disputavano le fave e le castagne fra le gambe della gente.
La stessa Longa, poveretta, aveva dimenticato i suoi guai dalla contentezza; e padron 'Ntoni, seduto sul muricciuolo, diceva di sì col capo, e rideva tutto solo.
- Bada a non dar da bere ai tuoi calzoni, come l'altra volta, che non hanno sete, diceva al figlio compare Cipolla; e diceva pure che si sentiva in gamba meglio della sposa e voleva ballare la fasola con lei.
- Allora io non ho più nulla da far qui, e me ne posso andare! rispondeva Brasi il quale voleva dire le sue barzellette anche lui, e gli seccava che lo lasciavano in un cantuccio come un minchione, e non gli dava retta nemmeno comare Mena.
- La festa si fa per comare Mena, diceva la Nunziata, ma essa non è contenta come tutti gli altri.
Allora la cugina Anna finse che le scappasse di mano il boccale, nel quale c'era ancora più di un quartuccio di vino, e cominciò a gridare:
- Allegria! allegria! "Dove ci sono i cocci ci son feste", e il vino che si spande è di buon augurio.
- Un altro po' me lo versava sui calzoni anche questa volta! brontolò Brasi, il quale dacché gli era accaduta quella disgrazia sul vestito stava guardingo.
Piedipapera s'era messo a cavalcioni sul muro, col bicchiere fra le gambe, che sembrava il padrone, per quell'usciere che poteva mandare, e disse: - All'osteria non c'è nemmeno Rocco Spatu, oggi tutta l'allegria è qui, e pare di essere dalla Santuzza.
- Qui è meglio assai! osservò il figlio della Locca, il quale era venuto in coda alla folla, e l'avevano fatto entrare per dare da bere anche a lui.
Dalla Santuzza se ci andate senza denari non vi danno niente.
Piedipapera dal muro stava guardando un piccolo crocchio di persone che discorrevano fra di loro vicino alla fontana, colla faccia seria come se fosse per cascare il mondo.
Alla spezieria c'erano i soliti sfaccendati, che si dicevano le orazioni, col giornale in mano, o si piantavano le mani sulla faccia, chiacchierando, quasi volessero accapigliarsi; e don Giammaria rideva e ci tirava su una presa, che si vedeva di là il piacere che gli faceva.
- O perché non sono venuti il vicario e don Silvestro? domandò Piedipapera.
- Gliel'ho detto anche a loro, ma vuol dire che hanno da fare, rispose padron 'Ntoni.
- Son là, alla spezieria, che sembra ci sia quello dei numeri del lotto.
O cosa diavolo è successo?
Una vecchia andava strillando per la piazza, e si strappava i capelli, quasi le avessero portata la malanuova; e davanti alla bottega di Pizzuto c'era folla come quando casca un asino sotto il carico, e tutti si affollano a vedere cos'è stato, talché anche le donnicciuole guardavano da lontano colla bocca aperta senza osare d'accostarsi.
- Io, per me, vado a vedere cos'è successo; disse Piedipapera, e scese dal muro adagio adagio.
In quel crocchio, invece dell'asino caduto, c'erano due soldati di marina, col sacco in spalla e le teste fasciate, che tornavano in congedo.
Intanto si erano fermati dal barbiere a farsi dare un bicchierino d'erbabianca.
Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontano la storia d'Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle orecchie tese, fitta come le mosche.
- Il figlio di Maruzza la Longa ci era anche lui sul Re d'Italia, osservò don Silvestro, il quale si era accostato per sentire.
- Ora vado a dirlo a mia moglie! saltò su mastro Turi Zuppiddu, così si persuaderà ad andarci da comare Maruzza, ché i musi lunghi non mi piacciono, fra vicini ed amici.
Ma intanto la Longa non ne sapeva nulla, poveraccia! e rideva ed era in festa coi parenti e gli amici.
Il soldato non finiva di chiacchierare con quelli che volevano ascoltarlo, giocando colle braccia come un predicatore.
- Sì, c'erano anche dei siciliani; ce n'erano di tutti i paesi.
Del resto, sapete, quando suona la generale nelle batterie, non si sente più né scia né vossia, e le carabine le fanno parlar tutti allo stesso modo.
Bravi giovanotti tutti! e con del fegato sotto la camicia.
Sentite, quando si è visto quello che hanno veduto questi occhi, e come ci stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la Madonna! questo cappello qui lo si può portare sull'orecchio!
Il giovanotto aveva gli occhi lustri, ma diceva che non era nulla, ed era perché aveva bevuto.
- Si chiamava il Re d'Italia, un bastimento come non ce n'erano altri, colla corazza, vuol dire come chi dicesse voi altre donne che avete il busto, e questo busto fosse di ferro, che potrebbero spararvi addosso una cannonata senza farvi nulla.
È andato a fondo in un momento, e non l'abbiamo visto più, in mezzo al fumo, un fumo come se ci fossero state venti fornaci di mattone, lo sapete?
- A Catania c'era una casa del diavolo! aggiunse lo speziale.
- La gente si affollava attorno a quelli che leggevano i giornali, che pareva una festa.
- I giornali son tutte menzogne stampate! sentenziò don Giammaria.
- Dicono che è stato un brutto affare; abbiamo perso una gran battaglia, disse don Silvestro.
Padron Cipolla era accorso anche lui a vedere cos'era quella folla.
- Voi ci credete? sogghignò egli alfine.
Son chiacchiere per chiappare il soldo del giornale.
- Se lo dicono tutti che abbiamo perso!
- Che cosa? disse lo zio Crocifisso mettendosi la mano dietro l'orecchio.
- Una battaglia.
- Chi l'ha persa?
- Io, voi, tutti insomma, l'Italia; disse lo speziale.
- Io non ho perso nulla! rispose Campana di legno stringendosi nelle spalle; adesso è affare di compare Piedipapera e ci penserà lui; e guardava la casa del nespolo, dove facevano baldoria.
- Sapete com'è? conchiuse padron Cipolla, è come quando il comune di Aci Trezza litigava pel territorio col Comune di Aci Castello.
Cosa ve n'entrava in tasca, a voi e a me?
- Ve n'entra! esclamò lo speziale tutto rosso.
Ve n'entra...
che siete tante bestie!...
- Il guaio è per tante povere mamme! s'arrischiò a dire qualcheduno; lo zio Crocifisso che non era mamma alzò le spalle.
- Ve lo dico io in due parole com'è, raccontava intanto l'altro soldato.
È come all'osteria, allorché ci si scalda la testa, e volano i piatti e i bicchieri in mezzo al fumo ed alle grida.
L'avete visto? Tale e quale! Dapprincipio, quando state sull'impagliettatura colla carabina in pugno, in quel gran silenzio, non sentite altro che il rumore della macchina, e vi pare che quel punf! punf! ve lo facciano dentro lo stomaco: null'altro.
Poi, alla prima cannonata, e come incomincia il parapiglia, vi vien voglia di ballare anche voi, che non vi terrebbero le catene, come quando suona il violino all'osteria, dopo che avete mangiato e bevuto, e allungate la carabina dappertutto dove vedete un po' di cristiano, in mezzo al fumo.
In terra è tutt'altra cosa.
Un bersagliere che tornava con noi a Messina ci diceva che non si può stare al pinf panf delle fucilate senza sentirsi pizzicar le gambe dalla voglia di buttarsi avanti a testa bassa.
Ma i bersaglieri non sono marinari, e non sanno come si fa a stare nel sartiame col piede fermo sulla corda e la mano sicura al grilletto, malgrado il rollio del bastimento, e mentre i compagni vi fioccano d'attorno come pere fradicie.
- Per la madonna! esclamò Rocco Spatu.
Avrei voluto esserci anch'io a far quattro pugni!
Tutti gli altri stavano ad ascoltare con tanto d'occhi aperti.
L'altro giovanotto poi raccontò pure in qual modo era saltata in aria la Palestro, - la quale ardeva come una catasta di legna, quando ci passò vicino, e le fiamme salivano alte sino alla penna di trinchetto.
Tutti al loro posto però, quei ragazzi, nelle batterie o sul bastingaggio.
Il nostro comandante domandò se avevano bisogno di nulla.
- No, grazie tante, risposero.
Poi passò a babordo e non si vide più.
- Questa di morire arrostito non mi piacerebbe, conchiuse Spatu; ma pei pugni ci sto.
E la Santuzza come tornò all'osteria gli disse: - Chiamateli qua, quei poveretti, che devono aver sete, dopo tanta strada che hanno fatto, e ci vuole un bicchiere di vino schietto.
Quel Pizzuto avvelena la gente colla sua erbabianca, e non va a confessarsene.
Certuni la coscienza l'hanno dietro le spalle, poveretti loro!
- A me mi sembrano tanti pazzi, costoro! diceva padron Cipolla soffiandosi il naso adagio adagio.
Che vi fareste ammazzare voi quando il re vi dicesse: fatti ammazzare per conto mio?
- Poveracci, non ci hanno colpa! osservava don Silvestro.
Devono farlo per forza, perché dietro ogni soldato ci sta un caporale col fucile carico, e non ha a far altro che star a vedere se il soldato vuol scappare, e se il soldato vuol scappare il caporale gli tira addosso peggio di un beccafico.
- Ah! così va bene! Ma è una bricconata bell'e buona!
Tutta la sera si rise e si bevette nel cortile dei Malavoglia, con un bel chiaro di luna; e sul tardi poi, quando tutti erano stanchi, e ruminavano lentamente le fave abbrustolite, e alcuni anche cantarellavano sottovoce, colle spalle al muro, vennero a raccontare la storia che avevano portato in paese i due congedati.
Padron Fortunato se n'era andato di buon'ora, e aveva condotto via Brasi col vestito nuovo.
- Quei poveri Malavoglia, diceva incontrando sulla piazza Campana di legno, Dio gliela mandi buona! Hanno la iettatura addosso!
Lo zio Crocifisso stava zitto e si grattava la testa.
Lui non c'entrava più, se n'era lavate le mani.
Ora era affare di Piedipapera; ma gli dispiaceva, in coscienza.
Il giorno dopo cominciò a correre la voce che nel mare verso Trieste ci era stato un combattimento tra i bastimenti nostri e quelli dei nemici, che nessuno sapeva nemmeno chi fossero, ed era morta molta gente; chi raccontava la cosa in un modo e chi in un altro, a pezzi e bocconi, masticando le parole.
Le vicine venivano colle mani sotto il grembiule a domandare se comare Maruzza ci avesse il suo Luca laggiù, e stavano a guardarla con tanto d'occhi prima d'andarsene.
La povera donna cominciava a star sempre sulla porta, come ogni volta che succedeva una disgrazia, voltando la testa di qua e di là, da un capo all'altro della via, quasi aspettasse più presto del solito il suocero e i ragazzi dal mare.
Le vicine le domandavano pure se Luca avesse scritto, o era molto che non riceveva lettera di lui.
- Davvero ella non ci aveva pensato alla lettera; e tutta la notte non poté chiudere occhio, e aveva sempre la testa là, nel mare verso Trieste, dov'era successa quella ruina; e vedeva sempre suo figlio, pallido e immobile, che la guardava con certi occhioni sbarrati e lucenti, e diceva sempre di sì, come quando l'avevano mandato a fare il soldato - talché sentiva anche lei una sete, un'arsura da non dirsi.
- In mezzo a tutte le storie che correvano pel villaggio, e che erano venuti a raccontargliele, le era rimasto in mente di uno di quei marinari, che l'avevano pescato dopo dodici ore, quando stavano per mangiarselo i pescicani, e in mezzo a tutta quell'acqua moriva di sete.
Allora la Longa, come pensava a quell'uomo che moriva di sete in mezzo a tutta quell'acqua, non poteva stare dall'andare ad attaccarsi alla brocca, quasi ce l'avesse avuta dentro di sé quell'arsura, e nel buio spalancava gli occhi, dove ci aveva sempre stampato quel cristiano.
Coll'andare dei giorni però, nessuno parlava più di quello che era successo; ma come la Longa non vedeva spuntare la lettera, non aveva testa né di lavorare né di stare in casa; era sempre in giro a chiacchierare di porta in porta, quasi andasse cercando quel che voleva sapere.
- Avete visto una gatta quando ha perso i suoi gattini? dicevano le vicine.
La lettera non veniva però.
Anche padron 'Ntoni non s'imbarcava più e stava sempre attaccato alle gonnelle della nuora come un cagnolino.
Alcuni gli dicevano: - Andate a Catania che è paese grosso, e qualcosa sapranno dirvi.
Nel paese grosso il povero vecchio si sentiva perso peggio del trovarsi in mare di notte, e senza sapere dove drizzare il timone.
Infine gli fecero la carità di dirgli che andasse dal capitano del porto, giacché le notizie doveva saperle lui.
Colà, dopo averlo rimandato per un pezzo da Erode a Pilato, si misero a sfogliare certi libracci e a cercare col dito sulla lista dei morti.
Allorché arrivarono ad un nome, la Longa che non aveva ben udito, perché le fischiavano gli orecchi, e ascoltava bianca come quelle cartacce, sdrucciolò pian piano per terra, mezzo morta.
- Son più di quaranta giorni - conchiuse l'impiegato, chiudendo il registro.
Fu a Lissa; che non lo sapevate ancora?
La Longa la portarono a casa su di un carro, e fu malata per alcuni giorni.
D'allora in poi fu presa di una gran devozione per l'Addolorata che c'è sull'altare della chiesetta, e le pareva che quel corpo lungo e disteso sulle ginocchia della madre colle costole nere e i ginocchi rossi di sangue, fosse il ritratto del suo Luca, e si sentiva fitte nel cuore tutte quelle spade d'argento che ci aveva la Madonna.
Ogni sera le donnicciuole, quando andavano a prendersi la benedizione, e compare Cirino faceva risuonare le chiavi prima di chiudere, la vedevano sempre lì, a quel posto, accasciata sui ginocchi, e la chiamavano anche lei la madre addolorata.
- Ha ragione - dicevano nel paese.
- Luca sarebbe tornato fra breve, e i suoi trenta soldi al giorno se li sarebbe guadagnati.
"A nave rotta ogni vento è contrario".
- Avete visto padron 'Ntoni? aggiungeva Piedipapera; dopo la disgrazia di suo nipote sembra un gufo tale e quale.
- Adesso la casa del nespolo fa acqua davvero da tutte le parti, come una scarpa rotta, e ogni galantuomo bisogna che pensi ai suoi interessi.
La Zuppidda era sempre con tanto di muso, e borbottava che ora tutta la famiglia rimaneva sulle braccia di 'Ntoni! Questa volta una ragazza ci penserà prima di pigliarselo per marito.
- Cosa ci hai con quel povero giovane? domandava mastro Turi.
- Voi tacete, ché non sapete nulla; gli gridava la moglie.
I pasticci non mi piacciono! Andate a lavorare che non sono affari vostri - e lo mandava fuori dell'uscio colle braccia penzoloni e quella malabestia di dieci rotoli in mano.
Barbara, seduta sul parapetto del terrazzo, a strappare le foglioline secche dei garofani, colla bocca stretta anche lei, faceva cascare nel discorso che "maritati e muli vogliono star soli" e che "fra suocera e nuora ci si sta in malora".
- Quando Mena si sarà maritata, rispondeva 'Ntoni, il nonno ci darà la camera di sopra.
- Io non ci sono avvezza a star nella camera di sopra, come i colombi! tagliava corto la Barbara; tanto che suo padre, ch'era suo padre! diceva a 'Ntoni, guardandosi attorno, mentre se ne andavano per la straduccia: - Verrà tutta sua madre, la Barbara; pensa a non farti mettere il basto da principio, se no ti succede come a me.
Però comare Venera aveva dichiarato: - Prima che mia figlia vada a dormire nella stanza dei colombi bisogna sapere a chi resta la casa, e voglio stare a vedere dove finisce questo affare dei lupini.
Andava a finire che Piedipapera stavolta voleva essere pagato, santo diavolone! San Giovanni era arrivato, e i Malavoglia tornavano a parlare di dare degli acconti, perché non avevano tutti i denari, e speravano di raggranellare la somma alla raccolta delle ulive.
Lui se l'era levati di bocca quei soldi, e non aveva pane da mangiare, com'è vero Dio! non poteva campare di vento sino alla raccolta delle ulive.
- A me mi dispiace, padron 'Ntoni; gli aveva detto: ma che volete? Bisogna che pensi ai miei interessi.
San Giuseppe prima fece la sua barba e poi quella di tutti gli altri.
- Presto compie l'anno! aggiungeva lo zio Crocifisso, quand'era solo a brontolare con compare Tino - e non si è visto un grano d'interessi - quelle duecento lire basteranno appena per le spese.
Vedrete che al tempo delle ulive vi diranno di aspettarli sino a Natale, e poi sino a Pasqua.
Così vanno in rovina le case.
Ma io la roba mia l'ho fatta col sudore della fronte.
Adesso uno è in paradiso, l'altro vuole la Zuppidda; non possono menare innanzi quella barca rotta, e cercano di maritare la ragazza.
Costoro non pensano ad altro che a maritarsi; hanno la rabbia, come mia nipote la Vespa.
Adesso che Mena si marita, vedrete che compare Mosca torna qui, per chiapparsi la chiusa della Vespa.
In conclusione se la prendevano coll'avvocato, il quale non finiva mai di scrivere le sue carte prima di mandare l'usciere.
- Ci sarà stato padron 'Ntoni a dirgli di andare adagio; soggiungeva Piedipapera; con un rotolo di pesce se ne comprano dieci di avvocati.
Stavolta egli l'aveva rotta sul serio coi Malavoglia, perché la Zuppidda era andata a togliere la roba di comare Grazia dalla sponda del lavatoio, e ci aveva messa la sua: di quelle soperchierie che fanno montare la mosca al naso; la Zuppidda si fidava perché le dava di spalla quel cetriolo di 'Ntoni Malavoglia, il quale faceva il bravaccio.
Una manica di carogne, quei Malavoglia, e non voleva vederli più nel battesimo porco che quell'altro porco di don Giammaria gli aveva messo in fronte.
Le carte bollate allora cominciarono a piovere, e Piedipapera diceva che l'avvocato non doveva esser rimasto contento del regalo di padron 'Ntoni per lasciarsi comprare, e questo provava che razza di stitici essi fossero; se ci era da fidarsi quando promettevano che avrebbero pagato.
Padron 'Ntoni tornò a correre dal segretario e dall'avvocato Scipioni; ma questi gli rideva sul naso, e gli diceva che "chi è minchione se ne sta a casa", che non doveva lasciarvi mettere la mano alla nuora, e poiché aveva fatto il pasticcio se lo mangiasse.
"Guai a chi casca per chiamare aiuto!".
- Sentite a me, gli suggerì don Silvestro, piuttosto dategli la casa, se no se ne va in spese perfino la Provvidenza e i capelli che ci avete in testa; e ci perdete anche le vostre giornate, coll'andare e venire dall'avvocato.
- Se ci date la casa colle buone, gli diceva Piedipapera, vi lasceremo la Provvidenza, che potrete sempre guadagnarvi il pane, e resterete padroni, e non verrà l'usciere colla carta bollata.
Compare Tino non aveva fiele in corpo, e andava a parlare a padron 'Ntoni come se non fosse fatto suo, passandogli il braccio attorno al collo, e gli diceva: - Scusatemi, fratello mio, a me mi dispiace più di voi, di cacciarvi fuori dalla vostra casa, ma che volete? sono un povero diavolo; quelle cinquecento lire me le son levate dalla bocca, e san Giuseppe prima fece la sua barba.
Fossi ricco come lo zio Crocifisso non ve ne parlerei nemmeno, in coscienza mia!
Il povero vecchio non aveva il coraggio di dire alla nuora che dovevano andarsene colle buone dalla casa del nespolo, dopo tanto tempo che ci erano stati, e pareva che fosse come andarsene dal paese, espatriare, o come quelli che erano partiti per ritornare, e non erano tornati più, che ancora c'era lì il letto di Luca, e il chiodo dove Bastianazzo appendeva il giubbone.
Ma infine bisognava sgomberare con tutte quelle povere masserizie, e levarle dal loro posto, che ognuna lasciava il segno dov'era stata, e la casa senza di esse non sembrava più quella.
La roba la trasportarono di notte, nella casuccia del beccaio che avevano presa in affitto, come se non si sapesse in paese che la casa del nespolo oramai era di Piedipapera, e loro dovevano sgomberarla, ma almeno nessuno li vedeva colla roba in collo.
Quando il vecchio staccava un chiodo, o toglieva da un cantuccio un deschetto che soleva star lì di casa, faceva una scrollatina di capo.
Poi si misero a sedere sui pagliericci ch'erano ammonticchiati nel mezzo della camera, per riposarsi un po', e guardavano di qua e di là se avessero dimenticato qualche cosa; però il nonno si alzò tosto ed uscì nel cortile, all'aria aperta.
Ma anche lì c'era della paglia sparsa per ogni dove, dei cocci di stoviglie, delle nasse sfasciate, e in un canto il nespolo, e la vite in pampini sull'uscio.
- Andiamo via! diceva egli.
Andiamo via, ragazzi.
Tanto, oggi o domani!...
e non si muoveva.
Maruzza guardava la porta del cortile dalla quale erano usciti Luca e Bastianazzo, e la stradicciuola per la quale il figlio suo se ne era andato coi calzoni rimboccati, mentre pioveva, e non l'aveva visto più sotto il paracqua d'incerata.
Anche la finestra di compare Alfio Mosca era chiusa, e la vite pendeva dal muro del cortile che ognuno passando ci dava una strappata.
Ciascuno aveva qualche cosa da guardare in quella casa, e il vecchio, nell'andarsene posò di nascosto la mano sulla porta sconquassata, dove lo zio Crocifisso aveva detto che ci sarebbero voluti due chiodi e un bel pezzo di legno.
Lo zio Crocifisso era venuto a dare un'occhiata insieme a Piedipapera, e parlavano a voce alta nelle stanze vuote, dove le parole si udivano come se fossero in chiesa.
Compare Tino non aveva potuto durarla a campare d'aria sino a quel giorno, e aveva dovuto rivendere ogni cosa allo zio Crocifisso, per riavere i suoi denari.
- Che volete, compare Malavoglia? gli diceva passandogli il braccio attorno al collo.
Lo sapete che sono un povero diavolo, e cinquecento lire mi fanno! Se voi foste stato ricco ve l'avrei venduta a voi.
- Ma padron 'Ntoni non poteva soffrire di andare così per la casa, col braccio di Piedipapera al collo.
Ora lo zio Crocifisso ci era venuto col falegname e col muratore, e ogni sorta di gente che scorrazzavano di qua e di là per le stanze come fossero in piazza, e dicevano: - Qui ci vogliono dei mattoni, qui ci vuole un travicello nuovo, qui c'è da rifare l'imposta, - come se fossero i padroni; e dicevano anche che si doveva imbiancarla per farla sembrare tutt'altra.
Lo zio Crocifisso andava scopando coi piedi la paglia e i cocci, e raccolse anche da terra un pezzo di cappello che era stato di Bastianazzo, e lo buttò nell'orto, dove avrebbe servito all'ingrasso.
Il nespolo intanto stormiva ancora, adagio adagio, e le ghirlande di margherite, ormai vizze, erano tuttora appese all'uscio e le finestre, come ce le avevano messe a Pasqua delle Rose.
La Vespa era venuta a vedere anche lei, colla calzetta al collo, e frugava per ogni dove, ora che era roba di suo zio.
- Il "sangue non è acqua" - andava dicendo forte, perché udisse anche il sordo.
A me mi sta nel cuore la roba di mio zio, come a lui deve stare a cuore la mia chiusa.
Lo zio Crocifisso lasciava dire e non udiva, ora che dirimpetto si vedeva la porta di compare Alfio con tanto di catenaccio.
- Adesso che alla porta di compare Alfio c'è il catenaccio, vi metterete il cuore in pace, e lo crederete che non penso a lui! diceva la Vespa all'orecchio dello zio Crocifisso.
- Io ci ho il cuore in pace! rispondeva lui: sta tranquilla.
D'allora in poi i Malavoglia non osarono mostrarsi per le strade né in chiesa la domenica, e andavano sino ad Aci Castello per la messa, e nessuno li salutava più, nemmeno padron Cipolla, il quale andava dicendo: - Questa partaccia a me non la doveva fare padron 'Ntoni.
Questo si chiama gabbare il prossimo, se ci aveva fatto mettere la mano di sua nuora nel debito dei lupini!
- Tale e quale come dice mia moglie! aggiungeva mastro Zuppiddu.
Dice che dei Malavoglia adesso non ne vogliono nemmeno i cani.
Però quello scimunito di Brasi pestava i piedi e voleva la Mena, che gliel'avevano promessa, come fa un ragazzo davanti alle baracche dei balocchi alla fiera.
- Ti pare che io l'abbia rubata la tua roba, bietolone! gli gridava il babbo, per andarla a buttare con chi non ha niente!
Gli avevano ripreso persino il vestito nuovo a Brasi, ed ei si sfogava ad andare a stanare le lucertole nella sciara, o a mettersi a cavalcioni sul muricciuolo del lavatoio, e giurava di non far più nulla, neanche se l'ammazzavano, ora che non volevano dargli la moglie, e gli avevano ripreso persino il vestito nuovo delle nozze; per fortuna la Mena non poteva vederlo più così vestito com'era, perché i Malavoglia stavano sempre colla porta chiusa ancor essi, poveretti, nella casuccia del beccaio che avevano presa in affitto, nella strada del Nero, vicino ai Zuppiddi, e se accadeva di vederli da lontano, Brasi correva a nascondersi dietro il muro, o tra i fichidindia.
La cugina Anna che scopriva ogni cosa dal greto dove era a stendere la tela, diceva con comare Grazia: - Ora quella povera Sant'Agata resta in casa, peggio di una casseruola appesa al muro, tale e quale come le mie figliuole che non hanno dote.
- Poveretta! rispondeva comare Grazia, e le avevano perfino spartito i capelli!
Mena però era tranquilla, e s'era rimessa la spadina d'argento nelle trecce da se stessa, senza dir nulla.
Adesso aveva tanto da fare nella casa nuova dove bisognava mettere ogni cosa a un altro posto, e non si vedeva più il nespolo e la porta della cugina Anna e della Nunziata.
Sua madre la covava cogli occhi, mentre lavorava accanto a lei, e l'accarezzava col tono della voce, quando le diceva: - dammi la forbice, o, tienmi la matassa - che se la sentiva nelle viscere, la sua figliuola, ora che tutti le voltavano le spalle; ma la ragazza cantava come uno stornello, perché aveva diciotto anni, e a quell'età se il cielo è azzurro vi ride negli occhi, e gli uccelli vi cantano nel cuore.
Per altro il cuore non ce lo aveva mai avuto per quel cristiano, lo disse all'orecchio della mamma, mentre ordivano la trama.
La madre era la sola che le aveva letto in cuore, e che ci avesse lasciata cascare una buona parola in quell'angustia.
- Almeno se ci fosse compar Alfio, non ci avrebbe voltate le spalle anche lui.
Ma quando sarà il tempo del vino nuovo tornerà qui.
Le comari, poverette, non avevano voltate le spalle ai Malavoglia.
Ma la cugina Anna era sempre in faccende, con tutto quello che aveva da fare per tirare innanzi con le sue figliuole, che le erano rimaste in casa peggio di casseruole appese, e comare Piedipapera si vergognava di farsi vedere per quel tiro che compare Tino aveva fatto ai poveri Malavoglia.
Ella aveva il cuore buono, la gnà Grazia, e non diceva come suo marito: - Lasciali stare coloro, che non hanno più né re né regno.
Cosa te ne importa? - La sola che si vedesse di tanto in tanto era Nunziata, col piccino in collo, e tutti gli altri dietro; ma anche lei doveva badare ai fatti suoi.
Così va il mondo.
- Ciascuno deve badare ai fatti suoi: quello che diceva a 'Ntoni di padron 'Ntoni comare Venera.
- Ciascuno deve pensare alla sua barba prima di pensare a quella degli altri.
Tuo nonno non ti dà nulla; dunque che obbligo hai verso di loro? Se ti mariti, vuol dire che fai casa da te, e quel che guadagni, lo guadagni per la tua casa.
"Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto!".
- Bella cosa, rispondeva 'Ntoni.
Ora che i miei parenti sono in mezzo alla strada mi dite di piantarli anch'io! Come se la caverà il nonno a far andare la Provvidenza e a dar da mangiare a tanti, se lo lascio solo?
- Allora sbrigatevela tra voi altri! esclamava la Zuppidda voltandogli le spalle per andare a frugare nei cassetti, o in cucina, buttando in aria ogni cosa per darsi da fare, onde non guardarlo in faccia.
Mia figlia io non l'ho rubata! Si potrebbe chiudere gli occhi se non avete nulla, perché siete giovane, e ci avete sempre la salute da lavorare, e siete del mestiere, tanto più che adesso i mariti sono scarsi, con questa leva del diavolo che ci scopa via tutti i giovanotti del paese; ma se devono darvi la dote per papparvela con tutti i vostri, è un'altra cosa! Marito voglio dargliene uno solo alla mia figliuola, e non cinque o sei, e metterle sulle spalle due famiglie.
Barbara nell'altra stanza fingeva di non udire, e seguitava a far girare l'arcolaio lesto lesto.
Ma appena 'Ntoni si affacciava sull'uscio chinava gli occhi sui cannelli, e allungava il muso anche lei.
Talché il poveraccio si faceva giallo e verde e di cento colori, e non sapeva che fare, perché Barbara lo teneva invischiato come un passerotto, con quegli occhioni neri, e gli diceva poi: - Vuol dire che a me non mi volete bene come ai vostri! e si metteva a piangere nel grembiule quando non c'era la mamma.
- Sacramento! esclamava 'Ntoni, vorrei tornare a fare il soldato! - E si strappava i capelli e si dava dei pugni nella testa, ma non sapeva risolversi a pigliare la risoluzione che ci voleva, da vero cetriolo che era.
- Allora, diceva la Zuppidda, "'Ntrua, 'ntrua! ciascuno a casa sua!".
E suo marito le ripeteva: - Te l'avevo detto che a me i pasticci non mi piacciono! - Voi andatevene a lavorare! rispondeva lei, che non sapete nulla.
'Ntoni, ogni volta che andava dai Zuppiddi, trovava tanto di grugno, e la gnà Venera gli rinfacciava ogni volta che i Malavoglia avevano invitato la Piedipapera a pettinare la Mena, bella pettinatura che le aveva fatto! per leccare le ciabatte a compare Tino, a motivo di quei quattro soldi della casa; che poi la casa se l'era presa egualmente, e li aveva lasciati in camicia come Gesù Bambino.
- Vi pare che non lo sappia cosa ha detto vostra madre Maruzza in quei tempi in cui portava il naso in su, che la Barbara non era quella che ci voleva per suo figlio 'Ntoni, perché era avvezza come una signorina, e non sapeva quel che ci vuole ad essere una buona moglie di marinaro.
Me l'hanno raccontato al lavatoio, comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca.
- Comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca sono due carogne, rispondeva 'Ntoni, e parlano per l'invidia che non ho sposato la Mangiacarrubbe.
- Per me pigliatevela pure! Bel guadagno che ci fa la Mangiacarrubbe!
- Allora, comare Venera, se mi dite questo è come se mi diceste: in casa mia non ci mettete più piede.
'Ntoni voleva far l'uomo, e non si lasciava vedere per due o tre giorni.
Ma la piccola Lia, che non sapeva tutte quelle chiacchiere, continuava a venire a giocare nel cortile di comare Venera, come l'avevano avvezzata, quando la Barbara le dava i fichidindia e le castagne, perché voleva bene a suo fratello 'Ntoni, ed ora non le davano più nulla; la Zuppidda le diceva: - Che vieni a cercare tuo fratello qui? Tua madre ha paura che vogliono rubartelo tuo fratello!
Comare la Vespa veniva anche lei nel cortile dei Zuppiddi, colla calzetta al collo, a dire roba di fuoco degli uomini, che sono peggio dei cani.
E la Barbara rinfacciava alla ragazzina: - Lo so che non sono brava massaia come tua sorella! E comare Venera conchiudeva: - Tua madre che fa la lavandaia, invece di stare a ciarlare dei fatti altrui al lavatoio, farebbe bene a dare una risciacquata a quei quattro soldi di vestina che hai indosso.
La bambina molte cose non le capiva; ma quel po' che rispondeva faceva montare la mosca al naso alla Zuppidda, e le faceva dire ch'era sua madre Maruzza che la indettava, e la mandava apposta da quelle parti per stuzzicarle la bile, tanto che finalmente la piccina non ci andò più, e la gnà Venera disse che era meglio, così non venivano in casa a far le spie, che temevano sempre volessero rubarsi quel tesoro di Cetriolo.
Le cose arrivarono al punto che comare Venera e la Longa non si parlavano più, e se si vedevano in chiesa si voltavano la schiena.
- Vedrete che arriveranno a metter fuori le scope! diceva la Mangiacarrubbe gongolando.
Non mi chiamo la Mangiacarrubbe se non ci arrivano! Bell'affare che ha fatto la Zuppidda con Cetriolo!
Di solito gli uomini non s'immischiano in quelle liti di donne, se no le questioni s'ingrosserebbero e potrebbero andare a finire a coltellate; invece le comari, dopo che hanno messo fuori la scopa, e si sono voltate le schiene, e si sono sfogate a dirsi improperi, e a strapparsi i capelli, si riconciliano subito, e si abbracciano e si baciano, e si mettono sull'uscio a chiacchierare come prima.
'Ntoni poi, stregato dagli occhi della Barbara, era tornato quatto quatto a piantarsi sotto la finestra, per metter pace, che la gnà Venera voleva buttargli sulla testa la broda delle fave, qualche volta, ed anche la figliuola si stringeva nelle spalle, ora che i Malavoglia non avevano più né re né regno.
E glielo disse anche in faccia, alla fine, onde levarsi d'addosso quella noia, perché quel cristiano stava sempre davanti alla sua porta come un cane, e le avrebbe fatto perdere la fortuna, se mai qualcun altro avesse avuto l'intenzione di passare di là per lei.
- Orbè, compare 'Ntoni, "I pesci del mare son destinati a chi se l'ha da mangiare"; mettiamoci il cuore in pace voi ed io, e non ci pensiamo più.
- Voi potete mettervelo il cuore in pace, comare Barbara, ma per me, "Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare".
- Provate, che ci riescirete anche voi.
A provare non si perde nulla.
Io vi auguro ogni bene e ogni fortuna, ma lasciatemi badare ai fatti miei, ché ho già ventidue anni.
- Io lo sapeva che dovevate dirmi così quando ci hanno preso la casa, ora che tutti ci voltano le spalle.
- Sentite, compare 'Ntoni, mia madre può venire da un momento all'altro, e non è bene che mi trovi qui con voi.
- Sì, sì, è vero; ora che ci hanno tolto la casa del nespolo non è giusto.
Egli aveva il cuore grosso, il povero 'Ntoni, e non voleva lasciarla così.
Ma ella doveva andare a riempir la brocca alla fontana, e gli disse addio, correndo lesta lesta, e dimenando i fianchi con bel garbo - ché Zuppidda la chiamavano perché il nonno di suo padre s'era rotta la gamba in uno scontro di carri alla festa di Trecastagni, ma Barbara le sue brave gambe ce le aveva tutte e due.
- Addio, comare Barbara! rispose il poveraccio, e così ci mise una pietra su quel che era stato, e se ne tornò a remare come un galeotto, che già quella era una vera galera, dal lunedì al sabato, ed egli era stanco di rompersi l'anima per niente, perché quando non si ha nulla è inutile arrabbattarsi da mattina a sera, e non trovate un cane che vi voglia, per questo egli ne aveva le tasche piene di quella vita; preferiva piuttosto di non far niente davvero, e starsene in letto a fare il malato, come quando era seccato del servizio militare, e il nonno poi non stava a cercare il pelo nell'uovo come il dottore della fregata.
- Che hai? gli domandava.
- Nulla ho.
Ho che sono un povero diavolo.
- E che vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati.
Egli si lasciava caricare svogliatamente degli attrezzi meglio di un asino, e lungo la giornata non apriva bocca che per bestemmiare o brontolare: "Chi cade nell'acqua è forza che si bagni".
Se suo fratello si metteva a cantare, mentre stavano alla vela:
- Sì, sì, canta pure.
Quando sarai vecchio poi abbaierai come il nonno.
- Ad abbaiare adesso non ci guadagni nulla nemmeno; rispondeva il ragazzo.
- Hai ragione, perché la vita è bella!
- Bella o no, non l'abbiamo fatta noi così com'è, conchiudeva il nonno.
La sera mangiava ingrugnato la sua minestra, e la domenica andava a gironzare attorno all'osteria, dove la gente non aveva altro da fare che ridere e spassarsi, senza pensare che il giorno dopo si tornava a fare quel che si era fatto in tutta la settimana; oppure stava delle ore intere seduto sugli scalini della chiesa, col mento in mano, a veder passare la gente, almanaccando su quei mestieri in cui non ci era nulla da fare.
La domenica almeno si godeva quelle cose che si hanno senza quattrini, il sole, lo star colle mani sotto le ascelle a non far nulla, e allora gli seccava anche quella fatica di pensare al suo stato, di desiderare quelle cose che aveva visto da soldato, col ricordo delle quali ingannava il tempo nei giorni di lavoro.
Gli piaceva stendersi come una lucertola al sole, e non far altro.
E come incontrava i carrettieri che andavano seduti sulle stanghe - Bel mestiere che fanno! borbottava.
Vanno in carrozza tutto il giorno! e se vedeva passare qualche povera donnicciuola, che tornava dalla città, curva sotto il carico come un asino stanco, e andava lamentandosi per via, secondo il costume dei vecchi:
- Vorrei farlo io quello che fate voi, sorella mia! le diceva per confortarla.
Alla fin fine è come andare a spasso.
CAPITOLO 10
'Ntoni andava a spasso sul mare tutti i santi giorni, e gli toccava camminare coi remi, logorandosi la schiena.
Però quando il mare era cattivo, e voleva inghiottirseli in un boccone, loro, la Provvidenza e ogni cosa, quel ragazzo aveva il cuore più grande del mare.
Il sangue dei Malavoglia! diceva il nonno; e bisognava vederlo alla manovra, coi capelli che gli fischiavano al vento, mentre la barca saltava sui marosi come un cefalo in amore.
La Provvidenza si avventurava spesso al largo, così vecchia e rattoppata com'era, per amore di quel po' di pesca, ora che nel paese c'erano tante barche che spazzavano il mare colla scopa.
Anche in quei giorni in cui le nuvole erano basse, verso Agnone, e l'orizzonte tutto irto di punte nere al levante, si vedeva sempre la vela della Provvidenza come un fazzoletto da naso, lontano lontano nel mare color di piombo, e ognuno diceva che quelli di padron 'Ntoni andavano a cercarsi i guai col candeliere.
Padron 'Ntoni rispondeva che andava a cercarsi il pane, e quando i sugheri scomparivano ad uno ad uno, nel mare largo che era verde come l'erba, e le casucce di Trezza sembravano una macchia bianca, tanto erano lontane, e intorno a loro non c'era che acqua, si metteva a chiacchierare coi nipoti dalla contentezza, che poi alla sera la Longa e tutti gli altri li avrebbero aspettati sulla riva, quando vedevano la vela far capolino tra i fariglioni, e sarebbero stati a guardare anche loro la pesca che saltellava nelle nasse e riempiva il fondo della barca come fosse d'argento; e padron 'Ntoni soleva rispondere prima che nessuno avesse aperto bocca - Un quintale, o un quintale e venticinque - che non si sarebbe sbagliato di un rotolo; e poi se ne parlava tutta la sera, mentre le donne pestavano il sale fra i ciottoli, e quando contavano i barilotti ad uno ad uno, e lo zio Crocifisso veniva a vedere quel che avevano fatto, per gettare la sua offerta a occhi chiusi, e Piedipapera gridava e bestemmiava per dire il prezzo giusto, ché allora facevano piacere le grida di Piedipapera, già a questo mondo non bisogna restare in collera colla gente, e la Longa poi si contava a soldo a soldo davanti al suocero i denari che portava Piedipapera nel fazzoletto, e diceva: - Questi sono per la casa! Questi altri sono per la spesa.
La Mena aiutava anch'essa a pestare il sale, e a mettere in ordine i barilotti, e ci aveva un'altra volta la veste turchina e la collana di corallo che avevano dovuto dare in pegno allo zio Crocifisso; ora le donne potevano tornare ad andare alla messa del paese, ché se qualche giovinotto gettava gli occhi sulla Mena, gliela stavano facendo, la sua dote.
- Per me, diceva 'Ntoni, menando il remo adagio adagio perché la corrente non li facesse derivare dal cerchio delle reti, mentre il nonno pensava a tutte quelle cose: - per me desidero questo soltanto, che quella carogna della Barbara s'abbia a mangiare i gomiti quando ci avremo il fatto nostro anche noi, e s'abbia a pentire d'avermi chiusa la porta in faccia.
- "Il buon pilota si conosce alle burrasche"; rispondeva il vecchio.
Quando saremo un'altra volta quel che siamo sempre stati, ognuno ci farà buon viso, e torneranno ad aprirci la porta.
- Chi non ce l'ha chiusa in faccia, aggiunse Alessi, è stata la Nunziata, ed anche la cugina Anna.
- "Carcere, malattie e necessità, si conosce l'amistà".
Per questo il Signore le aiuta, costoro, con tutte quelle bocche che hanno in casa.
- Quando la Nunziata va a far la legna nella sciara, o il fagotto della tela è troppo pesante per lei, l'aiuto anch'io, poveretta, disse Alessi.
- Adesso aiuta a tirare da questa parte, ché san Francesco stavolta ha mandata la grazia di Dio! Il ragazzo tirava e puntava i piedi, e sbuffava che pareva facesse tutto lui.
Intanto 'Ntoni cantava, sdraiato sulla pedagna e colle braccia sotto il capo, a veder volare i gabbiani bianchi sul cielo turchino che non finiva mai, e la Provvidenza si dondolava sulle onde verdi, che venivano da lontano fin dove arrivava la vista.
- Che vuol dire che il mare ora è verde, ora è turchino, e un'altra volta è bianco, e poi nero come la sciara, e non è sempre di un colore come dell'acqua che è? chiese Alessi.
- È la volontà di Dio, rispose il nonno, così il marinaio sa quando può mettersi in mare senza timore, e quando è meglio non andarci.
- Quei gabbiani hanno una bella sorte, che volano sempre in alto, e non hanno paura delle ondate se il mare è in tempesta.
- Allora non hanno da mangiare nemmeno loro, povere bestiole.
- Dunque tutti hanno bisogno del bel tempo, tale e quale come la Nunziata che non può andare alla fontana se piove, conchiuse Alessi
- "Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo", osservò il vecchio!
Ma quando era mal tempo, o che soffiava il maestrale, e i sugheri ballavano sull'acqua tutto il giorno, come se ci fosse chi suonava il violino, o il mare era bianco al pari del latte, o crespo che sembrava che bollisse, e la pioggia si rovesciava sino a sera sulle loro spalle che non ci erano cappotti che bastassero, e il mare friggeva tutto intorno come il pesce nella padella, allora era un altro par di maniche, e 'Ntoni non aveva voglia di cantare, col cappuccio sul naso, e gli toccava vuotare dall'acqua la Provvidenza che non si finiva più, e il nonno badava a ripetere "Mare bianco, scirocco in campo" o "mare crespo, vento fresco" come se fossero là per imparare i proverbi; e con quei benedetti proverbi, mentre la sera stava a guardare il tempo dalla finestra col naso in aria, diceva pure "Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dire sereno; quando è pallida, pioverà".
- Se lo sapete che pioverà perché torniamo ad andare in mare oggi? gli diceva 'Ntoni.
Non era meglio restarci in letto un altro par d'ore?
- "Acqua di cielo, e sardelle alle reti!" rispondeva il vecchio.
'Ntoni si dava l'anima al diavolo, coll'acqua a mezza gamba.
- Stasera, gli diceva il nonno, la Maruzza ci farà trovare una bella fiammata e ci asciugheremo tutti.
E la sera, sull'imbrunire, come la Provvidenza, colla pancia piena di grazia di Dio, tornava a casa, che la vela si gonfiava come la gonnella di donna Rosolina, e i lumi delle case ammiccavano ad uno ad uno dietro i fariglioni neri, e pareva che si chiamassero l'un l'altro, padron 'Ntoni mostrava ai suoi ragazzi il bel fuoco che fiammeggiava nella cucina della Longa, in fondo al cortiletto della straduccia del Nero, che c'era il muro basso e dal mare si vedeva tutta la casa, colle quattro tegole sotto cui si appollaiavano le galline, e il forno dall'altro lato della porta.
- Lo vedete che la Longa ce l'ha fatta trovare la fiammata! - diceva tutto giulivo; e la Longa li aspettava sulla riva colle ceste pronte, che quando dovevano riportarsele indietro vuote non avevano voglia di ciarlare, ma invece se le ceste non bastavano, e Alessi doveva correre a casa a prenderne delle altre, il nonno si metteva le mani alla bocca per chiamare - Mena! oh Mena! - E Mena sapeva cosa voleva dire, e venivano tutti in processione, lei, la Lia, ed anche la Nunziata, con tutti i suoi pulcini dietro; allora era una festa, né si badava più al freddo, o alla pioggia, e davanti alla fiammata stavano a chiacchierare sino a tardi della grazia di Dio che aveva mandato san Francesco, e quel che si sarebbe fatto dei denari.
Ma a quel giuoco da disperati si arrischiava la vita per qualche rotolo di pesce, e una volta i Malavoglia furono a un pelo di rimettercela tutti la pelle, per amor del guadagno, come Bastianazzo, mentre erano all'altezza dell'Agnone, verso sera, e il cielo era tanto fosco che non si vedeva più neppure l'Etna, e il vento soffiava a ondate che pareva avesse la parola.
- Brutto tempo! diceva padron 'Ntoni.
Il vento oggi gira peggio della testa di una fraschetta, e il mare ha la faccia come quella di Piedipapera quando vuol farvi qualche brutto tiro.
Il mare era del color della sciara, sebbene il sole non fosse ancora tramontato, e di tratto in tratto bolliva tutt'intorno come una pentola.
- Adesso i gabbiani devono essere tutti a dormire; osservò Alessi.
- A quest'ora avrebbero dovuto accendere il faro di Catania, disse 'Ntoni, ma non si vede niente.
- Tieni sempre la sbarra a greco, Alessi, ordinò il nonno, fra mezz'ora non ci si vedrà più peggio di essere in un forno.
- Con questa brutta sera e' sarebbe meglio trovarsi all'osteria della Santuzza.
- O coricato nel tuo letto a dormire, non è vero? rispose il nonno; allora dovevi fare il segretario, come don Silvestro.
Il povero vecchio aveva abbaiato tutto il giorno pei suoi dolori.
- È il tempo che muta! diceva lui, lo sento nelle ossa io.
Tutt'a un tratto si era fatto oscuro che non ci si vedeva più neanche a bestemmiare.
Soltanto le onde, quando passavano vicino alla Provvidenza, luccicavano come avessero gli occhi e volessero mangiarsela; e nessuno osava dire più una parola, in mezzo al mare che muggiva fin dove c'era acqua.
- Ho in testa, disse a un tratto 'Ntoni, che stasera dovremmo dare al diavolo la pesca che abbiamo fatta.
- Taci! gli disse il nonno, e la sua voce in quel buio li fece diventare tutti piccini piccini sul banco dov'erano.
Si udiva il vento sibilare nella vela della Provvidenza e la fune che suonava come una corda di chitarra.
All'improvviso il vento si mise a fischiare al pari della macchina della ferrovia, quando esce dal buco del monte, sopra Trezza, e arrivò un'ondata che non si era vista da dove fosse venuta, la quale fece scricchiolare la Provvidenza come un sacco di noci, e la buttò in aria.
- Giù la vela! giù la vela! gridò padron 'Ntoni.
Taglia! taglia subito!
'Ntoni, col coltello fra i denti, s'era abbrancato come un gatto all'antenna, e ritto sulla sponda per far di contrappeso, si lasciò spenzolare sul mare che gli urlava sotto e se lo voleva mangiare.
- Tienti forte! tienti forte! gli gridava il nonno in quel fracasso delle onde che lo volevano strappare di là, e buttavano in aria la Provvidenza e ogni cosa, e facevano piegare la barca tutta di un lato, che dentro ci avevano l'acqua sino ai ginocchi.
Taglia! taglia! ripeteva il nonno.
- Sacramento! esclamò 'Ntoni.
Se taglio, come faremo poi quando avremo bisogno della vela?
- Non dire sacramento! che ora siamo nelle mani di Dio!
Alessi s'era aggrappato al timone, e all'udire quelle parole del nonno cominciò a strillare - Mamma! mamma mia!
- Taci! gli gridò il fratello col coltello fra i denti.
Taci o ti assesto una pedata!
- Fatti la croce, e taci! ripeté il nonno.
Sicché il ragazzo non osò fiatare più.
Ad un tratto la vela cadde tutta di un pezzo, tanto era tesa, e 'Ntoni la raccolse in un lampo e l'ammainò stretta.
- Il mestiere lo sai come tuo padre, gli disse il nonno, e sei Malavoglia anche tu.
La barca si raddrizzò e fece prima un gran salto; poi seguitò a far capriole sulle onde.
- Da' qua il timone; ora ci vuole la mano ferma! disse padron 'Ntoni; e malgrado che il ragazzo ci si fosse aggrappato come un gatto anche lui, arrivavano certe ondate che facevano sbattere il petto contro la manovella a tutt'e due.
- Il remo! gridò 'Ntoni, forza nel tuo remo, Alessi! che a mangiare sei buono anche tu.
Adesso i remi valgono meglio del timone.
La barca scricchiolava sotto lo sforzo poderoso di quel paio di braccia.
E Alessi ritto contro la pedagna, ci dava l'anima sui remi come poteva anche lui.
- Tienti fermo! gli gridò il nonno che appena si sentiva da un capo all'altro della barca, nel fischiare del vento - Tienti fermo, Alessi!
- Sì, nonno, sì! rispose il ragazzo.
- Che hai paura? gli disse 'Ntoni.
- No, rispose il nonno per lui.
Soltanto raccomandiamoci a Dio.
- Santo diavolone! esclamò 'Ntoni col petto ansante, qui ci vorrebbero le braccia di ferro come la macchina del vapore.
Il mare ci vince.
Il nonno si tacque e stettero ad ascoltare la burrasca.
- La mamma adesso dev'essere sulla riva a vedere se torniamo; disse poi Alessi.
- Ora lascia stare la mamma, aggiunse il nonno, è meglio non ci pensare.
- Adesso dove siamo? domandò 'Ntoni dopo un altro bel pezzo, col fiato ai denti dalla stanchezza.
- Nelle mani di Dio, rispose il nonno.
- Allora lasciatemi piangere, esclamò Alessi che non ne poteva più.
E si mise a strillare e a chiamare la mamma ad alta voce, in mezzo al rumore del vento e del mare; né alcuno osò sgridarlo più.
- Hai un bel cantare, ma nessuno ti sente, ed è meglio starti cheto, gli disse infine il fratello con la voce mutata che non si conosceva più nemmen lui.
Sta zitto che adesso non è bene far così, né per te, né per gli altri.
- La vela! ordinò padron 'Ntoni; il timone al vento verso greco, e poi alla volontà di Dio.
Il vento contrastava forte alla manovra, ma in cinque minuti la vela fu spiegata, e la Provvidenza cominciò a balzare sulla cima delle onde, piegata da un lato come un uccello ferito.
I Malavoglia si tenevano tutti da un lato, afferrati alla sponda; in quel momento nessuno fiatava, perché quando il mare parla in quel modo non si ha coraggio di aprir bocca.
Padron 'Ntoni disse soltanto: - A quest'ora laggiù dicono il rosario per noi.
E non aggiunsero altro, correndo col vento e colle onde, nella notte che era venuta tutt'a un tratto nera come la pece.
- Il fanale del molo, - gridò 'Ntoni, - lo vedete?
- A dritta! gridò padron 'Ntoni, a dritta! Non è il fanale del molo.
Andiamo sugli scogli.
Serra! serra!
- Non posso serrare! rispose 'Ntoni colla voce soffocata dalla tempesta e dallo sforzo, la scotta è bagnata.
Il coltello, Alessi, il coltello.
- Taglia, taglia, presto.
In questo momento s'udì uno schianto: la Provvidenza, che prima si era curvata su di un fianco, si rilevò come una molla, e per poco non sbalzò tutti in mare; l'antenna insieme alla vela cadde sulla barca rotta come un filo di paglia.
Allora si udì una voce che gridava: - Ahi! come di uno che stesse per morire.
- Chi è? chi è che grida? domandava 'Ntoni aiutandosi coi denti e col coltello a tagliare le rilinghe della vela, la quale era caduta coll'antenna sulla barca e copriva ogni cosa.
Ad un tratto un colpo di vento la strappò netta e se la portò via sibilando.
Allora i due fratelli poterono sbrogliare del tutto il troncone dell'antenna e buttarlo in mare.
La barca si raddrizzò, ma padron 'Ntoni non si raddrizzò, lui, e non rispondeva più a 'Ntoni che lo chiamava.
Ora, quando il mare e il vento gridano insieme, non c'è cosa che faccia più paura del non udirsi rispondere alla voce che chiama.
- Nonno, nonno! gridava anche Alessi, e al non udir più nulla, i capelli si rizzarono in capo, come fossero vivi, ai due fratelli.
La notte era così nera che non si vedeva da un capo all'altro della Provvidenza, tanto che Alessi non piangeva più dal terrore.
Il nonno era disteso in fondo alla barca, colla testa rotta.
'Ntoni finalmente lo trovò tastoni e gli parve che fosse morto, perché non fiatava e non si moveva affatto.
La stanga del timone urtava di qua e di là, mentre la barca saltava in aria e si inabissava.
- Ah! san Francesco di Paola! Ah! san Francesco benedetto! strillavano i due ragazzi, ora che non sapevano più che fare.
San Francesco misericordioso li udì, mentre andava per la burrasca in soccorso dei suoi devoti, e stese il suo mantello sotto la Provvidenza, giusto quando stava per spaccarsi come un guscio di noce sullo scoglio dei colombi, sotto la guardiola della dogana.
La barca saltò come un puledro sullo scoglio, e venne e cadere in secco, col naso in giù.
- Coraggio, coraggio! gridavano loro le guardie dalla riva, e correvano qua e là colle lanterne a gettare delle corde.
- Siam qui noi! fatevi animo! - Finalmente una delle corde venne a cadere a traverso della Provvidenza, la quale tremava come una foglia, e batté giusto sulla faccia a 'Ntoni peggio di un colpo di frusta, ma in quel momento gli parve meglio di una carezza.
- A me! a me! gridò afferrando la fune che scorreva rapidamente e gli voleva scivolare dalle mani.
Alessi vi si aggrappò anche lui con tutte le sue forze, e così riescirono ad avvolgerla due o tre volte alla sbarra del timone, e le guardie doganali li tirarono a riva.
Padron 'Ntoni però non dava più segno di vita, e allorché accostarono la lanterna si vide che aveva la faccia sporca di sangue, sicché tutti lo credettero morto, e i nipoti si strappavano i capelli.
Ma dopo un paio d'ore arrivò correndo don Michele, Rocco Spatu, Vanni Pizzuto, e tutti gli sfaccendati che erano all'osteria quando giunse la notizia, e coll'acqua fresca e le fregagioni gli fecero riaprir gli occhi.
Il povero vecchio, come seppe dove si trovava, che ci voleva meno di un'ora per arrivare a Trezza, disse che lo portassero a casa su di una scala.
Maruzza, Mena, e le vicine, che strillavano sulla piazza e si battevano il petto, lo videro arrivare in tal modo, disteso sulla scala, e colla faccia bianca, come un morto.
- Niente! niente! - andava assicurando don Michele in capo alla folla, - una cosa da nulla! - e corse dallo speziale per l'aceto dei sette ladri.
Don Franco venne in persona tenendo colle due mani la boccetta, e accorsero anche Piedipapera, comare Grazia, i Zuppiddi, padron Cipolla e tutto il vicinato, nella strada del Nero, ché in quelle occasioni si mette un sasso su ogni quistione, ed era venuta anche la Locca, la quale andava sempre dove c'era folla, quando sentiva del brusio pel paese, di notte o di giorno, quasi non chiudesse più gli occhi, e aspettasse sempre il suo Menico.
Sicché la gente si accalcava nella stradicciuola davanti alla casa dei Malavoglia, come se ci fosse il morto, tanto che la cugina Anna dovette chiuder l'uscio sul mostaccio a tutti.
- Lasciatemi entrare! gridava la Nunziata picchiando coi pugni sull'uscio, che era accorsa mezzo svestita.
Lasciatemi vedere cos'è successo da comare Maruzza!
- Allora era inutile mandarci per la scala, che dopo non ci lasciano entrare in casa per vedere cos'è! strepitava il figlio della Locca.
La Zuppidda e la Mangiacarrubbe avevano dimenticato tutti gli improperi che si erano detti, e cianciavano davanti alla porta, colle mani sotto il grembiule.
- Già quel mestiere lì è fatto in tal modo, e si finisce col lasciarci la pelle.
Una che mariti la figlia con gente di mare, diceva la Zuppidda, un giorno o l'altro se la vede tornare a casa vedova, e cogli orfani per giunta, ché se non fosse stato per don Michele, dei Malavoglia quella notte non restava nemmeno la semenza.
Il meglio era fare come quelli che non fanno nulla, e si guadagnano la loro giornata egualmente, come don Michele, a mo' d'esempio, il quale era grasso e grosso meglio di un canonico, e andava sempre vestito di panno, e si mangiava mezzo paese, e tutti lo lisciavano; anche lo speziale, il quale voleva mangiarsi il re, gli faceva tanto di cappello, col cappellaccio nero.
- Non è nulla, venne a dire don Franco; gli abbiamo fatta la fasciatura; ma se non viene la febbre, se ne va.
Piedipapera volle andare a vedere anche lui, perché era di casa, e padron Fortunato, e chi d'altri poté entrare, a furia di gomitate.
- La faccia non mi piace niente affatto! sentenziava padron Cipolla scrollando il capo; come vi sentite, compare 'Ntoni?
- Per questo padron Fortunato non gli ha voluto dare il figlio alla Sant'Agata, diceva intanto la Zuppidda, che l'avevano lasciata sulla porta.
Ha il naso fine quell'omaccio!
E la Vespa soggiungeva:
- "Chi ha roba in mare non ha nulla".
Ci vuole la terra al sole, ci vuole.
- Che notte è venuta pei Malavoglia! esclamava comare Piedipapera.
- Avete visto, che tutte le disgrazie in questa casa arrivano di notte? osservò padron Cipolla, uscendo dalla casa con don Franco e compare Tino.
- Per buscarsi un pezzo di pane, poveretti! aggiungeva comare Grazia.
Per due o tre giorni padron 'Ntoni fu più di là che di qua.
La febbre era venuta, come aveva detto lo speziale, ma era venuta così forte che stava per portarsi via il malato.
Il poveraccio non si lagnava più, nel suo cantuccio, colla testa fasciata e la barba lunga.
Aveva solo una gran sete, e quando Mena o la Longa gli davano da bere afferrava il boccale con le mani tremanti, che pareva volessero rubarglielo.
Don Ciccio veniva la mattina; medicava il ferito, gli tastava il polso, voleva veder la lingua, e poi se ne andava scrollando il capo.
Una notte persino lasciarono accesa la candela, quando don Ciccio aveva dimenato il capo più forte; la Longa ci aveva messo accanto l'immagine della Madonna, e dicevano il rosario davanti al letto del malato, il quale non fiatava più e non voleva nemmeno dell'acqua, e nessuno andò a dormire, tanto che la Lia si rompeva le mascelle dallo sbadigliare, pel gran sonno.
Nella casa c'era un silenzio di malaugurio, sicché i carri passando per la strada facevano ballare i bicchieri sulla tavola, e trasalire coloro che stavano a vegliare il malato; così passò anche tutta la giornata, e le vicine stavano sulla porta, cianciando a voce bassa fra di loro, e guardando pel vano dell'uscio cosa succedeva.
Verso sera padron 'Ntoni volle veder tutti i suoi ad uno ad uno, cogli occhi spenti, e domandava cosa aveva detto il medico.
'Ntoni era accanto al capezzale e piangeva come un ragazzo, ché il cuore l'aveva buono, quel giovane.
- Non piangere così! gli diceva il nonno.
Non piangere.
Ora tu sei il capo della casa.
Pensa che ci hai tutti gli altri sulle spalle, e fa come ho fatto io.
Le donne si mettevano a gridare colle mani nei capelli, udendolo discorrere a quel modo, persino la piccola Lia, giacché le donne non hanno giudizio in quelle circostanze, e non si accorgevano che il poveretto si turbava in volto al vederle disperarsi, come se stesse per morire.
Ma egli continuava con voce fioca: - Non fate tante spese quando non ci sarò più.
Il Signore lo sa che non possiamo spendere, e si contenterà del rosario che mi diranno Maruzza e la Mena.
Tu, Mena, fai sempre come ha fatto tua madre, che è stata una santa donna, e dei guai ne ha visti anche lei; e ti terrai sotto le ali tua sorella, come fa la chioccia coi suoi pulcini.
Finché vi aiuterete l'un l'altro i guai vi parranno meno gravi.
Ora 'Ntoni è grande, e presto Alessi sarà in grado di aiutarvi anche lui.
- Non dite così! supplicavano le donne singhiozzando, come se egli avesse voluto andarsene di sua volontà.
- Per carità non dite così.
Egli scuoteva il capo tristamente, e rispondeva:
- Adesso che vi ho detto quello che volevo dirvi, non me ne importa.
Io sono vecchio.
Quando non c'è più olio il lume si spegne.
Ora voltatemi dall'altra parte che sono stanco.
Più tardi chiamò ancora 'Ntoni, e gli disse:
- Non la vendete la Provvidenza, così vecchia come è, se no sarete costretti ad andare a giornata, e non sapete com'è dura, quando padron Cipolla o lo zio Cola vi dicono: - Non ho bisogno di nessuno per lunedì.
- E quest'altra cosa voglio dire a te, 'Ntoni, che quando avrete messo insieme qualche soldo, dovete maritare prima la Mena, e darle uno del mestiere che faceva suo padre, e che sia un buon figliuolo; e voglio dirti anche che quando avrete maritato pure la Lia, se fate dei risparmi metteteli da parte e ricomprate la casa del nespolo.
Lo zio Crocifisso ve la venderà, se ci avrà il suo guadagno, perché è stata sempre dei Malavoglia, e di là sono partiti vostro padre e la buon'anima di Luca.
- Sì! nonno! sì! prometteva 'Ntoni piangendo.
Alessi ascoltava anche lui, serio serio come fosse già un uomo.
Le donne credevano che il malato avesse il delirio, udendolo chiacchierare e chiacchierare, e gli mettevano delle pezze bagnate sulla fronte.
- No, diceva padron 'Ntoni, sono in sensi.
Voglio finire tutto quel che devo dirvi prima di andarmene.
Intanto cominciavano ad udirsi i pescatori che si chiamavano da un uscio all'altro, e i carri cominciavano a passare di nuovo per la via.
- Fra due ore sarà giorno, disse padron 'Ntoni, e potrete andare a chiamare don Giammaria.
Quei poveretti aspettavano il giorno come il Messia, e andavano ad ogni momento a socchiudere la finestra per veder se spuntasse l'alba.
Finalmente la stanzuccia cominciò a farsi bianca, e padron 'Ntoni tornò a dire: - Ora chiamatemi il prete, che voglio confessarmi.
Don Giammaria venne quando il sole era già alto, e tutte le vicine, come udirono il campanello per la stradicciuola del Nero, accorrevano a vedere il viatico che andava dai Malavoglia, ed entravano tutte, perché dove va il Signore non si può chiudere l'uscio in faccia alla gente, tanto che quei poveretti al vedersi la casa piena non osavano nemmeno piangere e disperarsi, mentre don Giammaria borbottava fra i denti, e mastro Cirino gli metteva il cero sotto il naso al malato, giallo e stecchito come un altro cero anche lui.
- E' sembra il patriarca san Giuseppe addirittura, su quel letto e con quella barba lunga! beato lui! esclamava la Santuzza, che piantava i boccali e ogni cosa, e andava sempre dove sentiva il Signore - come una cornacchia! - diceva lo speziale.
Don Ciccio arrivò che c'era ancora il vicario coll'olio santo, tanto che voleva voltare la briglia dell'asinello e tornarsene indietro.
- Chi vi ha detto che c'era bisogno del prete? Chi è andato a chiamare il viatico? Quello dobbiamo dirvelo noi altri medici, quando è l'ora; e mi meraviglio del vicario che è venuto senza la polizza del viatico.
Ora volete saperlo? non c'è bisogno del viatico.
Se sta meglio, vi dico!
- È il miracolo della Madonna Addolorata! esclamava la Longa; la Madonna ci ha fatto il miracolo, perché il Signore ci è stato troppe volte in questa casa! - Ah! Vergine benedetta! esclamava Mena colle mani giunte.
Ah! Vergine santa, che ci avete fatta la grazia! - E tutti piangevano dalla consolazione, come se l'infermo fosse già stato in grado di tornare ad imbarcarsi sulla Provvidenza.
Don Ciccio se ne andava borbottando: - Così mi ringraziano! Se campano, la Madonna ha fatto la grazia! Se muoiono, son io che li ammazzo!
Le comari aspettavano sulla porta per veder passare il morto, che dovevano venirselo a prendere da un momento all'altro.
- Poveretto! brontolavano anch'esse.
- Quel vecchio ha il cuoio duro; se non batte il naso per terra come i gatti, non muore.
State attenti a quel che vi dico oggi - predicava la Zuppidda.
- Siamo qui da due giorni ad aspettare: muore, non muore? Vi dico che egli ci sotterrerà tutti.
- Le comari fecero le corna.
"Lontano sia ché son figlia di Maria!" e la Vespa baciava anche la medaglia che ci aveva sull'abitino.
"Sciatara e matara! Tuono dell'aria, e vino solforoso!" La Zuppidda soggiunse: - Voi almeno non avete figli da maritare, come li ho io, che farei gran danno se andassi sotterra.
- Le altre ridevano, perché la Vespa non ci aveva che lei stessa da maritare, e non ci arrivava anche.
- Quanto a questo, padron 'Ntoni fa più danno di tutti, perché è la colonna della casa, - rispose la cugina Anna.
Quel cetriolo di 'Ntoni ora non è più un ragazzo.
- Ma tutte si strinsero nelle spalle.
- Se muore il vecchio, la vedrete come casca quella casa!
In questa arrivò la Nunziata, lesta lesta, colla brocca sul capo.
- Largo! largo! ché aspettano l'acqua da comare Maruzza.
E i miei ragazzi se si mettono a giocare mi lasciano la roba in mezzo alla strada.
Lia s'era messa sulla porta, tutta pettoruta a dire alle comari: - Il nonno sta meglio.
Ha detto don Ciccio che il nonno per adesso non muore; e non le pareva vero che tutte le comari stessero ad ascoltarla come una donna fatta.
Venne anche Alessi e disse alla Nunziata:
- Ora che sei qui, in due salti vado a vedere che n'è della Provvidenza.
- Questo qui ha più giudizio del grande! diceva la cugina Anna.
- A don Michele g