I RAGAZZI GRANDI, di Carlo Collodi - pagina 2
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- E il vostro commercio delle pelli prospera sempre?
- Vi avverto, Mario - osservò Clarenza con l'accento freddo di una persona mortificata nella parte più viva del suo amor proprio - che oramai è più d'un anno che Federigo si è ritirato affatto dal commercio.
Abbandonò la mercatura per dedicarsi interamente alla vita politica!
- Come! - soggiunse il conte, dando in una gran risata.
- Avete lasciato le pelli per la politica? Un brutto baratto, cara mia; ve ne avvedrete al bilancio!
- Pazienza! D'altra parte, noi abbiamo tanto, e forse qualche cosa più, per poter vivere agiatamente.
Prova ne sia che Federigo, non avendo figli, ha fondato a tutte sue spese un educatorio per le fanciulle povere del comune.
- È una cosa che gli fa onore.
- Questo lo dite voi, e lo dicono tutti: ma il Ministero seguita a far l'indiano.
Credete voi che quei signori si siano voluti ricordare una sola volta di mio marito?...
- Per altro - soggiunse Mario, studiandosi di dare alla sua voce il colore di un dolce rimprovero - se le voci sono vere, sento dire che Federigo è uno dei caporioni del partito dei malcontenti...
- Siamo giusti, amico mio - replicò Clarenza vivace mente - come volete che mio marito sia governativo, se non è nemmeno cavaliere?
Mario aprì la bocca a mezzo sbadiglio, tanto per nascondere il balenìo d'un risolino impertinente, che gli era spuntato, senza avvedersene, a fior di labbra; quindi riprese:
- Ditemi un'altra cosa: e Federigo conserva sempre le stesse abitudini?
- Quali abitudini?
- Voglio dire - continuò l'altro scherzando - porta sempre il solito cappello alla calabrese, la solita camicia quasi sempre sbottonata da collo, la solita cravatta di seta in colori?...
- Dico la verità - rispose Clarenza, indispettita e mortificata - sono tutte cose alle quali non ho fatto mai attenzione.
Del resto - continuò con voce ironica e alzandosi in piedi - non tutti gli uomini hanno avuto dalla natura il dono di esser belli ed eleganti, come il signor conte Mario!...
- Domando scusa: non ho inteso punto di offendere, né di far confronti!...
- E allora, perché vi occupate tanto della toilette di mio marito?..
- Perché?..
Ah!...
mi domandate perché?..
Perché, Clarenza mia, più ci guardo e più mi persuado che avreste dovuto nascere ai fortunati tempi ai Luigi XIV! La vostra mano era degna dei cavalieri più brillanti della corte del gran monarca.
- Badate, Mario! se cominciate a canzonarmi, vi lascio qui su due piedi e me ne vado - disse Clarenza, rimettendosi a sedere.
- Un'altra curiosità.
E vostra sorella? non mi avete ancora detto nulla di quel caro diavoletto della Norina.
- Sta in casa con noi.
- Si è rimaritata?
- No.
- Pare impossibile: Così giovine e così graziosa!
- Vi dirò: mia sorella è la più buona figliuola di questo mondo: ma sta male un poco qui.
La Clarenza, profferendo quest'avverbio di luogo, si toccò coll'indice della mano in mezzo alla fronte.
Poi continuò:
- Se il giudizio facesse da fedi di nascita, la Norina avrebbe appena dieci anni.
Figuratevi, per dirvene una, che in questi giorni ha mandato indietro un magnifico partito.
Conoscete, per caso, il signor Valerio?
- Se lo conosco! Siamo vecchi amici.
Un bravissimo giovine e che sa fare molto bene i propri affari.
- Valerio è appunto la persona, alla quale Federigo ha ceduto tutto il suo traffico commerciale.
- E la Norina lo ha rifiutato?
- Rifiutato veramente, no; ma già è lo stesso: lo ha disgustato...
stancato.
- E il perché si sa?
- Io lo so pur troppo.
È un perché da ragazzi.
A voi, antico amico di casa, posso anche farvene la confidenza.
Nel dir quest'ultime parole, Clarenza si alzò: e con passo leggerissimo andò a metter l'occhio allo spiraglio di una porta semichiusa, che rimaneva dalla parete opposta, in faccia al caminetto.
- Scusate la mia curiosità - disse il conte, che non capiva nulla in questo brano di pantomima - e tutta questa circospezione, perché?..
Ma sarebbe per caso un segreto di Stato?...
- Ho le mie buone ragioni - rispose Clarenza, tornando verso il caminetto; - bisogna sapere che la Norina spesso e volentieri si diverte a stare a sentire dietro agli usci.
- Nossignora, nossignora! - gridò una voce limpida e squillante come un campanello - la Norina non si è divertita mai a stare a sentire dietro agli usci.
Ecco qui perché, mi è accaduto una volta...
una sola volta...
la mia signora sorella non l'ha fatta più finita!
La Norina, che era già entrata in sala improvvisamente, guardò la sorella in un certo modo tragico-comico, quasi volesse dire: carina! ci rivedremmo a quattr'occhi.
Quindi, cambiata fisonomia e fattasi tutta sorridente, si volse al conte e stendendogli la mano:
- Buon giorno - gli disse - signor Mario.
Buon giorno e bene arrivato!
- Si parlava appunto di voi.
- Me l'ero figurato.
- Raccontavo, giusto, a Mario, lo sproposito che hai fatto - soggiunse Clarenza.
- Sproposito?..
quale sproposito?
- Quello di esserti disgustato il signor Valerio.
- Per carità...
- fece la Norina, con l'accento piagnucoloso della persona annoiata - per carità...: non parliamo più di lui.
Oramai è un motivo vecchio.
Mi è venuto a noia come la pira del Trovatore.
- Hai torto!
- Pazienza! tanto peggio per me: se non foss'altro il nome di Valerio! Mi è parso sempre un nome da commedia.
- Mettiamo da parte le giuccherie: Valerio è un negoziante intelligente, che fra qualche anno sarà un bel signore...
- Ma sempre uggioso, sempre antipatico, sempre molesto.
Insomma, io sento benissimo, che se lo sposassi, farei due disgraziati!...
- disse la Norina, facendo colla bocca una smorfia curiosa, come se avesse parlato d'olio di fegato di merluzzo non depurato.
Clarenza guardò in viso la sua sorella; quindi aggiunse con accento ironico e stentato:
- Sì!...
Sposerai quell'altro!...
- Ah! dunque c'è un altro? - domandò il conte, ficcandosi tutte e due le mani nelle tasche della sottoveste e mettendosi fra mezzo alle due giovani donne.
- Io non so nulla! - replicò Clarenza.
- Eccovi la spiegazione della favola - soggiunse francamente la Norina.
- Bisogna sapere che la signora Clarenza si è messa in capo che io abbia ancora qualche speranza sul marchesino di Santa Teodora.
- Questa è la favola: io racconterò la morale - replicò Clarenza.
- Bisogna sapere che il marchesino di Santa Teodora, dopo esser venuto per qualche tempo in casa nostra con molta frequenza, cominciò un bel giorno a diradare le sue visite...
e finì poi come doveva finire..
cioè, col non venirci più!
- A buon conto, se n'è andato senza dire addio: dunque potrebbe ritornare.
- Sì, aspettalo.
- Non lo conosco punto questo Santa Teodora: è un bel giovine? - domandò il conte.
- È marchese! ecco tutta la sua bellezza!...
- disse Clarenza: e avvicinatasi a Mario, gli sussurrò sottovoce:
- Per la smania di un titolo, la Norina sarebbe capace di commettere qualunque sciocchezza.
- Volete conoscerlo, Mario? - disse la Norina, tirando fuori da un piccolo portafoglio un ritratto in fotografia.
- Vediamolo - rispose il conte: e prese in mano il ritratto, per osservarlo.
In quel mentre, la Norina gli bisbigliò velocemente negli orecchi:
- Vedete! Se domani, per disgrazia, diventassi marchesa, la Clarenza sarebbe capace di cavarmi gli occhi.
Come son curiose certe debolezze! perché è toccato a lei un pellicciaio, così pretenderebbe che tutte le donne dovessero sposare dei negozianti di pelli!...
- Dunque, Mario?..
- interruppe Clarenza, che aveva indovinato l'argomento di quel cicaleccio, mormorato a fior di labbra.
- Avete ragione - disse il conte, andando a prendere il suo cappello, che aveva posato sopra una sedia.
- Poiché volete così, vado subito a prendere la mia valigia.
- A proposito, Norina; ho da darti una notizia gradita: questo signore - (e Clarenza accennò Mario) diventa per qualche giorno ospite in casa nostra.
- Lo so! - rispose la Norina sbadatamente.
- Chi te l'ha detto? - domandò Clarenza vivacemente.
- È stato un caso - replicò la Norina, mendicando una scusa.
- Traversava appunto il salotto verde, quand'ho sentito che tu dicevi...
- Capisco, capisco: il solito caso!...
Del resto, il povero Mario è malatissimo di nervi...
ed ha bisogno di svagarsi.
Tocca dunque a noi a cercar tutti i mezzi per non dargli tempo di ricordarsi del suo malumore.
La sera faremo un po' di musica: qualche volta un po' di ballo: e appena il tempo si rimetterà, anderemo a passare una bella giornata alla nostra villa di Belmonte...
- Cara Norina! - disse Mario dandosi alla sfuggita un'occhiata di compiacenza nello specchio - mi è cascata addosso una di quelle disgrazie!...
- Pur troppo!...
- soggiunse sbadatamente la Norina.
- E come l'avete saputa?
- Sarà stata la solita combinazione, il solito caso!...
- interruppe Clarenza, ridendo e guardando la sorella.
- Le forze mi hanno talmente abbandonato! - seguitò il conte, alzandosi con fatica dalla poltrona dov'era più sdraiato che seduto, - le forze mi hanno talmente abbandonato, che io sento benissimo che vado incontro a una gran malattia.
- Ubbie! esagerazioni! - disse la Norina.
- Se tutti i dispiaceri coniugali portassero necessariamente seco una malattia, a quest'ora tutto il mondo sarebbe uno spedale...
- Che disinganno atroce! un amico, capite?..
un amico, che tradisce...
- Andate, Mario, andate a prendere la vostra roba.
- Avete ragione, Clarenza!...
Compatitemi se mi ripeto troppo spesso...
e rammentatevi che è un'opera di misericordia quella di sopportare le persone moleste! A fra poco.
E il conte se ne andò.
- Povero diavolo! eppure mi fa male! - disse Clarenza con accento di vera compassione.
- Io dico, invece, che gli sta bene!...
Quando un uomo ha per moglie una donna giovane e graziosa, come è l'Emilia, prima di mettersi in casa un amico pericoloso, dovrebbe pensarci venti volte, eppoi non farne nulla.
- Bada veh! In questo caso, secondo me, la più colpevole è l'Emilia.
Toccava a lei a protestare.
- Povera figliola! Chi lo sa! forse non prevedeva nulla di male...
forse si credeva sicura di qualunque pericolo...
- Eh! cara mia - replicò Clarenza scrollando leggermente il capo - tutte ci crediamo sicure!...
E il mondo? non lo conti per nulla? il mondo che è così chiacchierino, così pettegolo, così mettibocca?..
La Norina guardò in viso la sorella: e dette improvvisamente in una grandissima risata, mostrando trentadue denti di sfavillante bianchezza...
- E ora, di che ridi? - domandò Clarenza impermalita.
- Rido di te!
- Imbeci...!
Clarenza si riprese a tempo, e non finì la scortese parola.
- Tu che critichi tanto il poco giudizio dell'Emilia - continuò la Norina - mi sapresti dire, allora, perché hai ceduto a Mario il quartierino di nostro fratello?
- Che discorso è codesto?..
vorresti forse paragonare me coll'Emilia? L'Emilia sarà una buona donna...
e una bravissima donna...
ma in fondo in fondo, è una donna come ce ne sono tante.
Quanto poi a me! (e qui alzò la voce) - posso dirle, cara la mia signora, che io mi sento sicura e sicura davvero...
- Tutte ci sentiamo sicure!...
- soggiunse l'altra, con finissima canzonatura! ma poi, non c'è forse il mondo? quel mondaccio che è così lesto di lingua?...
- Il mondo sa con chi deve pigliarsela, e chi deve rispettare; il mondo sa che vi sono delle mogli che non ammettono nemmeno il sospetto.
Per tua regola io sono come la moglie di Cesare.
- Di che Cesare?..
- Di Cesare, romano.
- Huh!...
- fece la Norina, che era debolissima nella storia romana! forse l'avrò conosciuto questo Cesare, ma ora non ne lo ricordo!...
In questo mentre entrò nella sala il marito di Clarenza.
Federigo era uomo sulla quarantina: non elegante, ma pulito: vegeto, liscio e colorito, come una melarosa: una di quelle fisonomie comunissime che, quando si vedono la prima volta, pare di averle incontrate le molte volte e conosciute sempre.
- Finalmente!...
- disse entrando in sala e andandosi a buttare tutto di un pezzo sulla poltrona, che era dinanzi al caminetto.
- Che cos'hai fatto?..
- domandò Clarenza, senz'ombra di curiosità, quasiché conoscesse a memoria la risposta.
- Non ne posso più...
sono stanco, sfinito.
Da stamani in poi non ho avuto un momento di respiro.
Cara mia - continuò, passandosi e ripassandosi il fazzoletto bianco dal principio della fronte fino a quattro dita dietro la nuca, sopra una strisciata di cranio lucido e pulito, quasi fosse d'avorio - cara mia! la popolarità, non lo nego, ha le sue dolcezze e le sue grandi soddisfazioni, ma pur troppo è seminata anche di noie e di dispiaceri.
Se io avessi un figliuolo, gli direi contentati della modesta oscurità, e non far come tuo padre! Quando un uomo ha fatto tanto di diventar necessario al suo paese, addio pace, addio tranquillità, addio benessere.
Per lui non c'è più bene, né giorno, né notte.
- E ora di dove vieni? - domandò Clarenza.
- Esco in questo momento dal Comitato elettorale.
Finalmente, se Dio vuole, abbiamo trovato il nostro candidato.
- E sarebbe?
- Il marchese Sorbelli..
- Credevo qualche cosa di meglio - fece la Norina, torcendo un po' la bocca - il marchese non è passato mai per un'aquila.
- Non sarà un'aquila - riprese Federigo - ma però è un uomo di carattere: tutto d'un pezzo.
Non l'ho mai sentito dir bene di nessun Ministero!
- Parla bene? - chiese Clarenza.
- No - rispose il marito con la serietà dell'uomo che se ne intende - no: parla piuttosto male: ma legge benissimo: e questo è un gran requisito per un oratore.
Voglio fargli un partito...
- Saprai che fra qualche giorno avremo qui Sua Eccellenza!...
- disse Clarenza, appoggiando la voce con ironia su quest'ultime parole.
- Lo so, lo so! L'ho visto dai giornali.
- M'immagino che verrà qua per le elezioni?
- Si capisce bene.
Un po' per l'elezione e un po' per albagia.
Fa tanto piacere di ritornar ministri, nel paese dove siamo nati, e dove per tanti anni siamo stati uomini, come tutti gli altri.
- A proposito dei ministri - interruppe la moglie, con disinvoltura - sai chi abbiamo per ospite in questo momento?
- Chi?
- Il nipote di Sua Eccellenza.
- Mario?
- Lui in persona.
- Sapevo che Mario era qui - continuò Federigo - ma non sapevo che fosse alloggiato in casa nostra.
- Gli ho ceduto il quartiere di Carlo: ho fatto male?
- Hai fatto benissimo; sono avversario politico del ministro: ma voglio bene a quest'altro.
Povero Mario!...
in questi giorni ha avuto per casa una bella burrasca.
- Come lo sai?
- Ho ricevuto una lunghissima lettera dalla madre dell'Emilia.
- A quanto pare, è stata una cosa seria - disse Clarenza.
- Seria no!...
- rispose Federigo - ma poteva diventar serissima.
Risulta dai documenti che per ora si trattava semplicemente d'una chiassata...
d'un amor platonico...
- Allora è un'inezia! - soggiunse la Norina, facendo colla bocca un certo garbo, come se volesse dire: «non c'è sugo!».
- Un'inezia? - replicò vivacemente Federigo - adagio un poco con quell'inezia!...
Bisogna persuadersi, cara mia, che fra l'amor platonico e l'amare...
senza Platone, c'è appena la distanza che divide il sigaro dalla cenere.
- Pare impossibile - osservò Clarenza, tenendo gli occhi incantati e fissi verso terra.
- Non l'avrei mai creduto!...
E la madre dell'Emilia che cosa scrive?
- Mi scrive un monte di cose...
Mi scrive, che questa giuccheria avrebbe potuto benissimo restare abbuiata fra le pareti domestiche...
ma quel benedetto figliuolo di Mario, credendo di tutelare il proprio onore, ne volle fare per forza una scena da teatro diurno...
Mi scrive che l'Emilia è disperata, che non fa altro che piangere giorno e notte...
e finisce in fondo col raccomandarsi a me perché veda di trovare il verso di rimettere d'accordo questi due sciagurati.
- Pensaci bene, prima! - disse Clarenza, appoggiando la voce su quest'avvertimento.
- A che cosa?
- Non ti caricare di legna verde.
Se fossi in te me ne laverei le mani.
- No davvero: mi ci voglio provare.
Se non riesco, pazienza; mi terranno conto della buona volontà.
Si è veduto Valerio?
- Valerio? Che deve venir qui? - domandò Norina
- Così mi ha promesso! Ho da consegnargli queste carte...
- e Federigo si levò di tasca un involto di fogli e andò a posarli sulla mensola del caminetto: poi, voltandosi verso la giovine cognata, che lo guardava fisso, seguitò sorridendo:
- Sai, Norina, che or ora, tornando a casa, m'è venuta per il capo una curiosa idea?..
- Un'idea? Sentiamola.
- Se io tentassi...
- Male! male...
- interruppe l'altra.
- Lasciami finire, che Iddio ti benedica; se io tentassi - si capisce bene a tutto mio rischio e pericolo - di...riattivare le buone relazioni, come diciamo noi altri uomini politici.
- Tempo perso, Federigo! Te l'ho detto mille volte; e oggi te lo ripeto: non mi voglio rimaritare.
- Ne sei sicura?
- Sicurissima.
- Norina! tu fai uno sproposito.
- Pazienza! Maritandomi, ne farei due: uno per conto mio, e un altro per conto di quell'infelice...
- Ma la ragione di questa tua ostinazione?..
- domandò Federigo, quasi riscaldandosi.
- Te la dirò io - soggiunse Clarenza, collocandosi fra il marito e la sorella.
- Sentiamo un poco la celebre indovinatrice! - gridò con bizzosa ironia la Norina.
- Peccato che tu non faccia anche i lunari e che tu non venda i numeri per il lotto!...
Clarenza, ridendo della bizza della sorella, si piegò verso l'orecchio di Federigo, sussurrandogli abbastanza forte, per essere intesa:
- Tutto fiato buttato via: la tua signora cognatina ha sempre qualche speranza!...
- Speranza di che?..
Ah! ora capisco! - disse Federigo, in atto di rammentarsi qualche cosa - ma, se non sbaglio, quella oramai è una speranza fallita.
- Un momento - interruppe la Norina, facendosi seria: - dichiaro che io non ho nessuna speranza: ma casomai l'avessi, non vedo perché si dovrebbe chiamare una speranza fallita.
- Dunque non sai nulla?..
- C'è forse qualche cosa di nuovo?
- Mi dispiace doverti dire che il marchesino di Santa Teodora, fino da ieri, è officialmente fidanzato della figlia del console americano.
- Lo sai di certo?
- Di certissimo.
Me l'ha detto un'ora fa, alla Borsa, il segretario stesso del Consolato.
Ci furono due minuti di profondissimo silenzio.
Poi la Norina, alzando il capo, domandò:
- È bella la sposa?
- Bella no - replicò Federigo - ma un modello di virtù e di dote.
Cinquantamila franchi di rendita.
La Clarenza che, vedendo la sorella mortificata e confusa non poteva dissimulare un risolino di consolazione, diffuso per tutta la faccia, disse interrompendo:.
- Io vado a prendere la chiave del quartierino di Carlo.
Voglio vedere da me stessa se ogni cosa è all'ordine.
E uscì dalla sala.
Rimasti soli - la Norina e Federigo - quest'ultimo domandò alla sua giovane cognata, che era rimasta quasi interdetta:.
- A che cosa pensi?
- Penso a quella povera disgraziata.
- A chi?
- Alla figlia del console...
Secondo me non poteva capitar peggio.
Il marchese di Santa Teodora passa per un giovane di spirito, ma in fondo non è altro che un imbecille.
Figurati se io lo conosco bene!...
- Sono tutte cose, che io l'ho dette prima di te.
Eppure...
scommetto che l'avresti preferito a Valerio...
- Domando scusa: fra carattere e carattere non c'è confronto.
Valerio è un uomo: e quell'altro è un ragazzo.
- Questo si chiama ragionare! Ah! Norina! Peccato che tu non abbia intenzione di rimaritarti!...
- Chi l'ha detto?
- Io no.
- Nemmen'io.
- Si vede, che non avrò capito bene! - disse Federigo, con accento di falsa mortificazione.
- O forse sono io, che mi sarò spiegata male.
Insomma, ho voluto dire che io non intendo di rimaritarmi fino a tanto che non trovo una persona che mi vada a genio.
- Dico la verità: vorrei un po' sapere perché quel povero Valerio ti è tanto antipatico?
- Ho non ho mai detto che mi sia antipatico...
dico soltanto, che non mi piace.
È troppo serio, troppo sostenuto...
- Ma un'eccellente persona.
- Non c'è che dire: ma suscettibile, permaloso, delicato peggio d'una donna!...
- Eppure - continuò Federigo, accostandosi e insistendo con un certo interesse - eppure, vedi, quantunque tu l'abbia trattato piuttosto male, sono convintissimo che basterebbe una tua mezza parola, perché...
si potessero ripigliare le trattative, come diciamo noi altri uomini politici.
- Con un superbiosaccio di quella fatta?...
Mi pare un po' difficile.
- A buon conto, Valerio è stato innamorato morto di te...
e l'amore, quando è stato di quello buono, è come le malattie di petto, ha la convalescenza lunga.
Aggiungi poi che Valerio ha per me della gratitudine...
della deferenza...
Insomma, per farla finita, io scommetto che avrei accomodato ogni cosa.
- Bada, Federigo.
Io, invece, ho una gran paura che ti saresti fatto canzonare.
- Sei contenta che mi ci provi?
- Padrone! Provati pure.
- Ma se, per caso, arrivo a convertirlo, spero che non mi farai fare la figura del Pulcinella.
- Diavol mai! Non son mica una bambina!
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta ed annunziò: - Il signor Valerio.
- A tempo! - disse Federigo.
- Io scappo! - soggiunse l'altra, sottovoce.
- Sarà una vittoria, o un fiasco? Che cosa ti dice il cuore?
- Come c'entra il cuore in queste ragazzate?..
- replicò vivacemente la Norina, e sparì.
Valerio entrò in sala.
Era un giovine fra i trenta e i trentacinque anni: di statura mezzana: né bello, né brutto.
Parlava adagio, rideva poco, camminava sempre dello stesso passo, e vestiva da un anno all'altro di nero.
Queste quattro grandi qualità gli avevano procurato la reputazione di negoziante onesto, il posto di consigliere municipale e il grado di capitano nella guardia cittadina.
- Ecco, Valerio, il nostro piccolo contratto bell'e firmato - disse Federigo, porgendogli il quaderno che aveva posato, un quarto d'ora prima, sul caminetto.
- Andava bene? - domandò l'altro.
- Egregiamente.
- Ora, signor Federigo, non mi resta altro che ringraziarvi del vero favore che mi avete fatto.
- Di quale?
- Di avere acconsentito a rimanere per una piccolissima parte interessato nella mia casa commerciale.
- Si capisce bene, che è un segreto fra noi due.
Io non voglio comparire in nulla, né impicciarmi di nulla.
- A me, mi basta di sapere che siete mio socio.
Ecco la gran parola, la quale, se non foss'altro, mi pare che debba portarmi la buona fortuna.
- Oggi non siamo che soci di commercio! - soggiunse Federigo, pigliando a braccetto l'amico.
- E dire che avremmo potuto essere qualche cosa di più!...
fors'anche parenti!...
- La colpa non è stata mia.
- Non ci confondiamo.
c'è stata un po' di colpa da tutte e due le parti.
Ma nulla di serio: il gran nulla.
Tant'è vero che io ho creduto sempre - e lo credo anch'oggi - che con un po' di buona volontà si potrebbe ristabilire l'entente cordiale, come diciamo noi altri uomini politici.
- Impossibile! Assolutamente impossibile!...
- E perché?
- Facciamoci a parlar chiari, signor Federigo.
Io non sono più un ragazzo.
Sono un uomo.
La mia dignità personale non mi permette di far simili figure.
No, no: quando abbiamo presa una risoluzione - bisogna che sia quella.
Caso diverso, che cosa dovrebbe dire il mondo di me?
- Benedetto questo mondo! Lasciatelo dire: eppoi finirà col seccarsi la gola.
- Non posso!
- Ma perché?..
- Perché?..
Ci sono certe cose che si sentono, e che non si possono ridire colle parole.
Questi pentimenti, questi ritornelli sono perdonabili nelle persone leggere, negli uomini di poca conseguenza.
Quanto a me, vi confesso il vero, mi parrebbe di diventar ridicolo; mi parrebbe di far la parte di Don Fulgenzio negl'Innammorati di Goldoni.
- Che ostinato!
- Avete ragione: mille ragioni.
Disgraziatamente il mio carattere è di quelli che si spezzano, ma non si piegano.
Piuttosto soffro: mi rodo dentro di me; ma una debolezza, una ragazzata, mai!
- Mi dispiace.
Proprio mi dispiace!
- Dispiace anche a me: ma, ve lo ripeto, la colpa non è mia: la colpa è tutta della signora Norina...
- E con qual diritto il signor Valerio si permette di giudicare le mie azioni? - domandò la Norina, entrando improvvisamente nella sala.
- Domando scusa: io dicevo...
- balbettò Valerio, voltandosi tutto confuso.
- È forse lei il mio fidanzato?
- No davvero.
- Il mio tutore?
- Nemmeno per sogno.
- Il mio direttore spiritual
...
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