LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 10
...
.
Il Boccaccio e Dante e il Petrarca erano "serbati per le frutta", come diceva il marchese, e voleva dire che s'avevano a leggere in ultimo.
Ma l'ordine era rotto; gli "Anziani" avevano preso la mano.
Si lesse una predica dei Segneri sul giudizio finale; una descrizione della chiocciola di Daniello Bartoli, per il quale sentiva il marchese un entusiasmo che non giungeva a comunicare: c'era qui il riflesso e l'eco di Pietro Giordani, gran trombettiere a quel tempo del Bartoli.
Insieme con questi seicentisti si leggeva la novella del Gerbino o la descrizione della peste o la Griselda del Boccaccio, e le "Chiare, fresche e dolci acque", e le tre sorelle sugli occhi di Laura, e il celebre "Levommi il mio pensiero", e parecchi altri sonetti del Petrarca, e i primi canti di Dante, e del Purgatorio e del Paradiso certi luoghi piccanti, come il Sordello e la collera di San Pietro.
Queste cose che avevo lette da solo, tra molta gente e tra cosí vive impressioni, acquistavano un nuovo sapore.
Non perciò i trecentisti erano dimenticati.
Il marchese che lavorava a una grammatica, attendeva pure alla pubblicazione di alcuni testi di lingua piú a lui cari, come i Fatti di Enea, i Fioretti di San Francesco, le Vite dei Santi Padri.
Questi studi di lingua s'erano già divulgati nelle scuole, e si sentiva il bisogno di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti.
Il marchese, intorniato dai giovani, attendeva a questo con gran fervore, tormentando dizionari e grammatiche.
Voleva lasciare di sé un'orma durevole pei suoi cari studi; vagheggiava soprattutto una stampa del soavissimo Domenico Cavalca, ch'egli per semplicità e affetto metteva innanzi a tutti suoi contemporanei.
Una sera, non so come, gli tornò in mente quel frate suo favorito, e volle, come nei primi tempi, si leggessero alcune sue Vite.
Fu data lettura di alcuni capitoli del sant'Antonio abate, e delle Vite di sant'Eugenia e di santo Abraam romito.
Se i trecentisti fanno "spensare", come diceva Alfieri, certo è che la loro lettura svegliava gli spiriti piú sonnolenti, e vi suscitava immagini, colori, affetti.
Nessun libro moderno trovava tanto la via del mio cuore nessuno aveva quella sincerità e caldezza di sentimento, accompagnata con l'unzione e l'ingenuità del credente.
La mia schiettezza quasi ancora fanciullesca, la mia perfetta buona fede, la mia facilità all'entusiasmo mi rendevano atto a cogliere le piú delicate gradazioni di quei sentimenti.
Mi ricordo anche oggi il tumulto che suscitò nel mio animo la lettura della vita di sant'Alessio; anche oggi mi tocca il core il grido della madre: "Fatemi loco, ch'io vegga quello che ha succhiato le mammelle mie"; e mi sdegno con lei contro i servi che "gli davano le guanciate".
Questi modi di dire non li ho dimenticati piú; ma mi è uscito di memoria tutto quel frasario convenzionale, che piaceva alla scuola, e che fu raccolto con tanta pena nei miei quaderni.
Quel sant'Alessio non mi lasciò piú, mi correva appresso dove ch'io fossi.
Una sera mi sentivo cosí tristo, che non volli uscire di casa insieme coi miei cugini, che passavano la serata presso zia Marianna.
E sempre quel sant'Alessio mi stava innanzi, e pensai di scrivere una tragedia sopra questo argomento.
La Merope del Maffei, il Saul dell'Alfieri, l'Aristodemo del Monti erano letture fresche, celate al marchese; e feci la tela, e notai i personaggi, e caldo caldo, scrissi in poche ore il primo atto.
Ci sentivo un gusto che mi alleggeriva l'umore; quegli endecasillabi mi venivano facilissimi sotto la penna.
Parecchi giorni non pensai, non sentii che di Alessio: secondo il mio costume nessun'altra cosa mi voleva entrare in capo.
Cosí in men che due settimane, quasi di un sol fiato, arrivai alla fine.
Non mancavano le tirate e le descrizioni; pur qualche cosa era lí che mi veniva dal cuore.
Avevo stretto amicizia con Enrico Amante, che abitava in un piccolo quartierino a Porta Medina, insieme con suo fratello Alberico.
Egli era studente di legge, aveva fatto buoni studi di diritto romano, conosceva assai bene il latino e scriveva l'italiano latinamente.
Il suo autore era Giambattista Vico; gli aveva fatto molta impressione quell'opuscolo dell'antica sapienza italica.
Vedeva l'Italia in Roma; sembrava un antico romano italianizzato.
Parlava come scriveva, alla maniera di Tacito, breve e reciso; era ingenuo e sincero nei suoi sentimenti.
Ammirava tutto ciò che è grande e forte; sognava il risorgimento della gente latina, libertà, gloria, grandezza, giustizia.
Odiava plebe e preti; c'era in lui anima fiera di patrizio.
Lo studio dell'antichità aveva lasciato orme profonde in quello spirito giovanile; quei sentimenti non gli venivano da un'ammirazione classica o rettorica, ma erano connaturati con lui, fatti sua carne e suo sangue.
Non mi ricordo come ci vedemmo e conoscemmo; fatto è che nacque tra noi quella rara comunione di anime, che non si rompe se non per morte.
A me parevano molto esagerate le sue opinioni; ma quella sua bontà e sincerità mi vinceva, e in quelle sue stesse esagerazioni trovavo una grandezza morale e una caldezza di patriottismo, che mi destavano ammirazione.
Andavo spesso in casa sua, e mi ci sentivo piú tranquillo, piú disposto al lavoro; gli parlavo de' miei studi, del marchese Puoti.
Egli aveva poca inclinazione alle cose letterarie; quella lingua ferrea di Vico gli piaceva piú che tutti i lisci e gli ornamenti; non capiva a che fosse buona la poesia.
Pure la mia coltura letteraria, la mia varia erudizione, la sincerità delle mie opinioni e de' miei sentimenti, la vivacità dell'ingegno e della parola me lo tenevano legato.
In certi momenti che avevo nel core qualche puntura, mi sentivo alleggerire sfogandomi con lui.
Presto divenne il mio amico intimo e confidente.
Gli volevo leggere la mia tragedia; ma non osai, sapendo in quanto dispregio avesse poeti, frati e Santi.
Era in lui piú virilità che tenerezza; io capivo istintivamente che non potea piacergli quel lirismo sentimentale di sant'Alessio.
"Non so che gusto ci è a leggere questi frati Guido e frati Cavalca", mi disse una volta.
La differenza di opinioni e di caratteri generava calde discussioni che stringevano ancora piú la nostra amicizia.
Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi.
Avevo una notizia confusa delle sue opere.
Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome.
Il marchese citava con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa e sopra tutti essi Pietro Giordani.
Tra' nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, l'Imbriani.
Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese.
Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi.
Quando venne il dí, grande era l'aspettazione.
Il marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nipote da noi volgarizzato; ma s'era distratti, si guardava all'uscio.
Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi.
Tutti ci levammo in piè mentre il marchese gli andava incontro.
Il Conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi.
Tutti gli occhi erano sopra di lui.
Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità.
Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri.
In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s'era concentrata nella dolcezza del suo sorriso.
Uno degli "Anziani" prese a leggere un suo lavoro.
Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua.
Poi si volse improvviso a me: "E voi, cosa ne dite, De Sanctis?" C'era un modo convenzionale in questi giudizi.
Si esaminava prima il concetto e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua.
Quest'ordine m'era fitto in mente, e mi dava il filo; era per me quello ch'è la rima al poeta.
L'esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire.
Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i piú acconci, ma i piú eleganti.
Parlai una buona mezz'ora, e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene.
Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l'infinito.
Il marchese faceva sí col capo.
Quando ebbi finito, il conte mi volle a sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo molta disposizione alla critica.
Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente piú alla proprietà de' vocaboli che all'eleganza; una osservazione acuta, che piú tardi mi venne alla memoria.
Disse pure che quell'onde coll'infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi.
Il marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni.
Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il conte parlava cosí dolce e modesto, ch'egli non disse verbo.
"Nelle cose della lingua, - disse, - si vuole andare molto a rilento", e citava in prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli.
"Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile".
Il marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via.
La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari.
Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza, e non vidi piú quell'uomo che avea lasciato un cosí profondo solco nell'anima mia.
Conobbi in quel torno un tale Ambrogio C..., che si spacciava parente del marchese Puoti.
Mi faceva cortesie e lodi, e io, facile all'abbandono, gli dicevo tutti i fatti miei, come si fa a vecchio amico: una facilità di cui mi sono pentito spesso.
Mi fece visita, e gli mostrai una montagna di manoscritti miei.
C'erano lí dentro compendi di libri filosofici e legali, e trattatelli scolastici, e quaderni di frasi e di sentenze e di pensieri e di proverbi, e i miei scritti giovanili, lettere, novelle, racconti, descrizioni, ritratti, fino la mia tragedia di sant'Alessio.
Rimase stupito di quella ricchezza e di tanto lavoro; e mi chiese a imprestito tutta quella roba per potervi studiare a suo agio.
Non seppi dir di no.
Colui studiò, studiò e studia ancora, perché quei manoscritti non sono tornati piú, e di lui non ho avuto piú notizia.
Cosí rimasi solo per davvero.
Quei manoscritti erano stati i miei compagni nelle ore malinconiche.
In casa non mi ci potea piú vedere, e già col pensiero dimoravo in compagnia del mio caro Enrico.
Capitolo dodicesimo
IL COLERA
E ci voleva pure il colera! Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello.
Le immaginazioni furono colpite; la paura rendeva irresistibile l'epidemia.
Si raccontavano molti casi di colera fulminante, con le circostanze piú strazianti.
Si parlava di famiglie intere spente, di migliaia di morti al giorno, e coi piú minuti particolari si descrivevano i casi di contagio.
Non c'erano allora giornali; il governo col suo mutismo accresceva il terrore e provocava le esagerazioni.
Quel tintinnio di campanelli che accompagnava le comunioni, pareva la campana dei morti; i piú agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l'uno fuggiva l'altro.
La vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte.
Il morbo, che dopo alcuni mesi pareva ammansito, riprese con piú furore l'estate dell'anno appresso.
È rimasta ancora nella memoria la giornata di San Pietro e Paolo, per il gran numero dei morti.
Avvenivano scene che richiamavano alla memoria gli untori di Milano.
Gli opuscoli dei medici confondevano ancor piú le menti.
Chi affermava l'epidemia e chi il contagio.
Molti i rimedi, e perciò si prestava poca fede ai medici e alle loro cure.
C'erano i creduli, che narravano cure miracolose; ma il morbo procedeva con tanta violenza che lasciava poco adito alla ciarlataneria.
Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del contagio raffreddava lo zelo religioso.
Nell'ultimo tempo, per non fiaccare piú gli animi, s'era tolta dagli occhi ogni parte spettacolosa, i campanelli, le fraterie, i preti, i fratelli delle congregazioni, ogni Sorta di accompagnamento, il che scemava poco la paura e accresceva lo squallore.
Erano sepolture notturne, le quali, esagerate di bocca in bocca, riempivano nel mattino la città di nuovi spaventi.
Anche a me giungeva un vocío del colera; in casa e fuori casa non si parlava che di questo.
Ma l'impressione su di me era piccola.
Uso alla vita interiore, il mondo mi passava innanzi come una fantasmagoria; non avrei saputo ridire cosa mangiavo, come vestivo e come vestivano gli altri.
Anche oggi dei miei piú cari amici ricordo le fisionomie, non il vestito.
Quelle varie voci del morbo si arrestavano come un ronzío importuno nel mio orecchio, non turbavano la mia serenità; anzi io avevo una certa inclinazione a esagerarle ancora piú, a metterci i miei colori e i miei ricami, a provocare lo spavento sulle facce, stentando molto a frenare il riso.
Vedevo le cose non quali erano, ma quali volevo che fossero secondo la disposizione della mia mente; quei mali già cosí gravi erano inadeguati alla mia immaginazione letteraria, e andavo trattando e tormentando i fatterelli che mi erano raccontati, come fossero pagine di romanzo.
Presto divenni insopportabile agli amici; il mio coraggio e la mia indifferenza già parevano loro un rimprovero; ma ciò che addirittura li metteva fuori di sé, era quella mia aria motteggiatrice, quei riso che mi appariva sulle labbra, innanzi ai moti improvvisi che certe notizie producevano sulle loro facce contraffatte dalla paura.
Sentivo talora che facevo male, e sforzavo il viso a serietà; pur ci riuscivo poco.
La mia condotta non veniva da malignità o durezza di cuore; ma da incosciente, allegra natura, che mi faceva sorvolare sui mali della vita.
Tutti se ne accorgevano, e però molti non se lo avevano a male, e talora ridevano del mio riso e mi chiamavano poeta.
Intanto la scuola del Puoti s'era sciolta da sé; il marchese con tutta la famiglia s'era ricoverato in Arienzo, dove aveva alcune possessioni, e s'era messo a dettare un'Arte di scrivere.
Gli studenti s'erano riparati nelle case loro, dove non ancora li aveva inseguiti il morbo; anche i fratelli Amante s'erano ritirati nel loro paese.
Di questa fuga generale quasi non mi accorsi, tutto pieno del mio compito in casa e fuori casa.
Zio era riuscito a levarsi qualche giorno, appoggiato sul bastone; ma questo non accresceva numero degli scolari, e poco scemava la mia fatica.
Io avevo preso dimestichezza con la casa Fernandez.
Il povero Pasqualino, riparato in villa, era stato colpito dal morbo; poi, guarito appena, e sparsasi la voce che andare in villa era peggio che stare in città, fece con la famiglia ritorno.
La sua casa era nella strada che conduceva al monastero di S.
Pasquale, e c'era un bel terrazzo ombroso, dove solevo passare qualche ora, finita la lezione.
A me non piaceva quel fare dottorale di maestro; anzi mi ci seccavo e me ne vergognavo quasi, e quando qualcuno mi diceva: "Signor maestro", quella parola mi sonava male, cosí come essere chiamato un pedagogo o un pedante, e mi sentivo vile al mio cospetto.
Questa falsa opinione mi veniva dal signor marchese, che non si lasciava mai chiamar maestro.
In quel tempo gl'insegnanti ambivano il titolo piú decoroso di professore, per non lasciarsi confondere coi maestri di musica o di ballo.
Quel maestro perciò garbava poco alla mia testa piena di fumi e di fantasie stravaganti, ed ero disposto a seppellire quel nome sotto l'altro di amico, al che mi sforzava anche la mia natura affettuosa.
Quando Pasqualino mi diceva: "Signor maestro", e faceva atto di volermi baciare la mano, mi sentivo nella gerarchia sociale inferiore al mio discepolo, quasi il suo protetto e il suo stipendiato, e rispondevo subito: "Chiamatemi amico".
Egli aveva due sorelle di modi e costumi semplici, che assistevano alla lezione, e piú tardi vi parteciparono.
Innanzi a loro sentivo anche piú vergogna di fare il maestro, e prendevo il tono della conversazione, e poi, finito, continuavo a star con loro, e spesso uscivamo sul terrazzo, intrattenendoci in discorsi familiari.
Talora facevo letture.
La mia voce era chiara, intonata, ben variata, secondo il senso e l'affetto, un po' enfatica.
Quella declamazione piaceva loro moltissimo, e io che vedevo l'effetto, ci aveva messo una certa vanità, e poco mi faceva pregare, e prendeva il libro in mano con un riso di soddisfazione anticipata.
A poco a poco il maestro scomparve e rimase l'amico.
Non volli danaro da loro, e ci andavo piú spesso, e le ore fuggivano in quelle visite desiderate.
Fino a quella età non mi era mai occorso di stare in compagnia di donne; quelle due giovanette amabili e ingenue mi attiravano con un sentimento che non sapevo e non volevo definire: insomma mi piaceva di star con loro, e mi si schiariva la faccia, e mi si scioglieva la lingua, io ingenuo al par di loro.
Avevo per la donna un culto letterario, e mi sentivo disposto a piegar le ginocchia e adorarla.
I miei sentimenti platonici e spirituali, vestiti di poesia, di cui sonava l'eco in Beatrice e in Laura, entusiasmavano quelle vergini nature, entusiasmavano me stesso.
La faccia mi si trasformava; gli occhi scintillavano, volti al cielo; la voce tremava di commozione; talora nella declamazione si sentiva un accento di verità.
Tuffato in queste distrazioni dello spirito, non mi accorgevo piú del colera, se non quando lo vedevo rappresentato sulle facce de' conoscenti.
Le occupazioni mi erano anche schermo contro il morbo, e non mi lasciavano tempo di pensarci.
Da qualche mese avevo una lezione privata anche presso il duca di Cassano.
Costui era un grosso omone, di buonissima pasta, e mi soleva ricevere con aria benevola, tanto che avevo preso dimestichezza seco.
Facevo lezione a un suo figlio, una testa stordita e distratta che poco mi badava.
Quel signorino aveva quasi l'aria di dirmi: "Non mi seccate".
Poco si andava innanzi, ancoraché io mi c'infervorassi.
Il duca, dopo la lezione, soleva intrattenersi un pochino con me, e la prima domanda era: "Come è andato?" "Male, - dicevo io con la mia sincerità; - egli tiene due diavoli addosso, che gl'impediscono ogni serietà di studio: l'esser nobile e l'esser ricco".
Il duca s'inalberava, e chiamavalo a sé e gli faceva una strillatona.
Ma come era un gran bravo uomo, gli si vedeva un certo riso di bonomia tra' baffi, che rassicurava quel birichino.
E s'era sempre da capo, lui con la sua noia e io col mio dispetto.
Intanto lettere mi venivano da babbo, da mamma e da zio, atterriti dalle voci del colera, che giungevano in paese, e mi chiamavano, e me ripugnante sgridavano e incalzavano.
Io non voleva, e per una cotal sciocca braveria, e perché non voleva lasciare a mezzo le mie lezioni, parendomi fare quasi atto di disertore.
Alfine cedetti alle grida di mia madre, e mi risolsi di andar via.
La sera fui dal duca.
Erano già parecchi giorni che infuriava di piú il colera, e il duca, per non sentirne a parlare, s'era fatto taciturno e solitario.
Giunsi io con un'aria imbarazzata, che annunziava qualche cosa di grosso.
"Cosa c'è?" disse lui.
"C'è che.." "Insomma, vi sentite male?" interruppe lui, che mi vedeva cosí smilzo e con la faccia del colera.
Io balbettava, cercando le parole, e che doveva per un mese allontanarmi, e che mia madre mi voleva, e che sarebbe stato per poco...
Ma egli appena mi udiva, e non capiva niente.
"Andate, andate", diceva, con l'aria di chi mormori tra' denti: Che il diavolo ti porti! "E come? - diceva il duca, tirandosi indietro, - siete in questo stato e venite a casa mia?" Io lo pregai a volermi permettere che prendessi commiato dal figlio; egli non disse di no, ed io entrai.
Il giovinetto ebbe assai caro di sapere che quella sera non c'era lezione, e quel mesetto di vacanza in prospettiva me lo rese amico: mi strinse la mano, e mi promise di scrivermi, e mi fece molte cerimonie.
Mai non mi aveva usato tanti riguardi il bricconcello.
Un'ora piú tardi ero già in via a Porta Capuana.
Mi avevo comprato una buona bottiglia di rum, come salvaguardia contro il mostro, e un po' di salame e non so cos'altro.
Questo era tutto il mio fardello.
Camminavo a piedi velocemente, per non perdere l'ora della diligenza.
L'idea di mettermi in una carrozzella non mi era venuta, e non mi venne che assai piú tardi, quando non guardavo piú al carlino.
Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti, che menano a quella brutta Porta Capuana, cominciò un via vai di carri funebri, con preci sommesse, con grida di monelli, che mi fece capire cos'era il colera.
Mi strinsi tutto in me, chiusi la bocca e mi turai il naso, come per salvarmi dall'infezione.
L'infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti.
Tirai di lungo, quasi scappando, e giunsi affannoso, che il carrozzone era già in via.
"Ferma, ferma, cocchiere!" Fermò, e io mi gettai dentro, che per fortuna c'era ancora un ultimo posto.
Mi ci accomodai alla meglio, tra le mormorazioni dei viaggiatori, che mi guardavano come si fa a uno straccione.
Io non me ne accorgevo; li salutai e offersi loro del rum, ed essi tirarono la mano indietro, come per dir di no.
Non ci fu verso di cavar loro una parola, e io che avevo ripreso il mio buon umore, ed ero divenuto tutto ad un tratto comunicativo, ne presi il mio partito, e mi posi a guardare le stelle, sorbendo di volta in volta un po' di rum.
Giunsi in Avellino che parevo un fantasma, e tirai da Peppangelo, il celebre locandiere a quel tempo.
"Signorino, cosa avete? voi mi sembrate uno spirito".
"Vado a letto, - diss'io, - e dammi un buon bicchiere di vino, ché la polvere m'ha asciugato la gola".
La mattina lasciai Avellino senza vedere alcuno, con l'aria di un fuggitivo.
Prima la via era buona, e io caracollava con un frustino in mano e in aria di bravo, su di una mula.
Mi veniva appresso, correndo, il contadino che m'accompagnava.
Era innanzi l'alba, e il freddo avuto mi dava un tremolio, specie per le vie umide di Atripalda.
Col levarsi del sole la via si faceva sempre piú sassosa e ripida, e la mula spaventata e poltra dava salti, tirava calci, chinava le gambe e il collo, e io mi aggrappavo sulla sella per tenermi saldo.
Il contadino andava stuzzicando la bestia, e la pigliava per la coda e la bastonava di santa ragione, imbestialito anche lui, e le due bestie parevano congiurate a farmi cascare.
Spesso il cappello rimaneva imbrogliato tra le spine, e talora davo di fronte in qualche albero.
La strada era cosí brutta, che in parecchi punti aveva l'aspetto di un vero precipizio, stretta stretta, sdrucciolevole, aperta ai fianchi, di una altezza che mi dava le vertigini, e io gridavo che volevo calare, e il contadino bestia dava dei pugni alla mula.
Avevo smesso quell'aria di bravo cavaliere, e mi rodevo tra la stizza e la paura, col capo dimesso, assetato, affamato, dissossato.
Giunsi alla famosa taverna di Santa Lucia, e il cuore mi si allargò, come vedessi Gerusalemme.
Mi aiutarono a scendere, ché ero intirizzito e non mi potevano le gambe.
Entrai in un camerone oscuro e sudicio, che mi parve una sala principesca, e mi gettai al desco senza badare al tovagliolo e alla forchetta: avrei mangiato con le dita.
Pane nero, formaggio piccante, peperoni gialli e una caraffa di vino asciutto furono per me un pranzo da re.
Mi levai arzillo e mi venne la chiacchiera con quei mulattieri, pastori e contadini, che trincavano, giocavano e bestemmiavano.
Presto mi si fecero familiari, e m'invitarono a bere, e cioncai e giocai con loro, e non mi parve scendere dalla mia altezza.
La natura non mi aveva dato un'aria signorile e di comando, e con la mia sincerità mi presentavo tal quale, senza apparecchio e senza malizia.
"Evviva lo Signorino!" dicevano; e s'erano rabboniti tra loro, e io stringeva quelle grosse mani, come per dare un pegno di fratellanza.
A quel tempo era il regno dei galantuomini; i contadini, in povertà e in servitú, erano trattati come i loro asini; io non ne sapevo nulla, ed ero soddisfatto e quasi sorpreso dei loro evviva.
Rialzato d'animo e di forza, mi messi a caracollare per la discesa, e via via giunsi a un torrente, che si menava dietro grosse pietre e faceva gran fracasso.
Il contadino, presa la briglia, andava innanzi, tirati su i calzoni; io mi tiravo su le gambe per non bagnarmi, e perdendo l'equilibrio, caddi rovescioni nell'acqua, e il contadino mi afferrò e si disperava, e io gli dicevo: "Dio non peggio".
Era un motto di papà, rimastomi impresso.
Non giunsi in paese che a ora tarda, di notte.
Entrai in casa, sorridente, con le braccia aperte.
Non mi attendevano, e maggiore fu la gioia.
Mamma voleva pagare il mulattiere.
"È pagato, - diss'io, e trassi di tasca un borsellino pieno di piastre, e gliele offersi, dicendo: - A voi, mamma, le primizie".
La buona donna rideva tra le lagrime, e tutti avevano gli occhi sbarrati su di me, come fossi un principe.
La mattina mamma mi fece mille tenerezze.
Si staccava il bambino dal petto, e mi avvicinava, ridendo, la mammella, con l'aria di chi dica: "Ti ricordi?" E mi contava tante cose, e io, stando presso al letticciuolo, negl'intimi penetrali della memoria ritrovavo certe notti lunghe, ch'io mi svegliavo con grida e con pianti clamorosi, e lei veniva e mi toglieva in collo e diceva, palpandomi: "Non aver paura, mamma è con te".
Io guardavo, guardavo, come volessi mettermela bene in mente.
Ah! povera mamma, come le volevo bene! E ora m'intenerisco che l'ho innanzi a me, quella persona alta, asciutta e spigliata, con quella faccia bruna e le folte sopracciglia e gli occhi neri e dolci.
Presto la casa fu piena di gente.
Molte strette di mano, molti baciozzi di zie e di comari.
Il discorso si oscurò subito, ché il colera non invitato, entrava nella conversazione.
Pretendevano che il morbo fosse apparso già in Avellino e in molti paesi vicini, e c'era chi sosteneva di averlo incontrato sulla via del cimitero, e della peggior natura, un vero colera fulminante; un contadino, appena colpito, morto.
"Non lo chiamate troppo, che viene per davvero", diss'io.
Quelli mi guardavano con sospetto, e volevano sapere da me perché, cosí giallo e tisico, mi avevano lasciato passare senza la quarantena; e i soprastanti del paese conchiudevano che bisognava chiudersi e non lasciare piú entrare nessuno, e per poco non mi volevano affumicare.
Pochi dí appresso mi giunse notizia che il duca di Cassano, il giorno dopo ch'ero partito, colto da timor panico, s'era rifuggito sul Vomero, ed era morto subitamente.
La notizia accese ancora piú le fantasie, e le facce erano oscure, e i discorsi lugubri.
Io aveva la testa piena di grilli e non sapeva star solo.
Mi vennero a noia paese e paesani, e presi il volo.
La mattina seguente volli partire.
Mamma, ancorché fosse innanzi l'alba, e il freddo grande, volle accompagnarmi fino al cimitero, e là c'inginocchiammo e pregammo.
Io avevo una gran tosse e lei mi si attaccò al collo, e mi stringeva forte, e mi diceva con lacrime: "Figlio mio, forse non ti vedrò piú".
Ed era presaga! Non dovevamo piú rivederci.
Trovai in Napoli il colera un po' rimesso.
Gli studenti tornavano, le scuole si riaprivano; la novità era l'edizione fatta di fresco delle poesie di Giacomo Leopardi.
Io ne andavo pazzo, sempre con quel libro in mano.
Conoscevo già la canzone sull'Italia.
Allora tutto il mio entusiasmo era per Consalvo e per Aspasia.
Avevo preso lezione di declamazione dal signor Emanuele Bidera, che aveva stampato sopra la sua arte un volume, zeppo di particolarità e minuterie.
Io era tra' suoi scolari piú diligenti, e quando c'era visita di personaggi, il primo chiamato ero io.
"Fatevi avanti, signor De Sanctis, declamatemi l'Ugolino".
Quello lí era il mio Achille.
E io, teso e fiero, trinciando l'aria con la mano diritta, cominciavo: "La testa sollevò..." Non mancavano i battimani; ma un uomo di spirito mi disse: "Piangete troppo".
Ricordo il motto, non ricordo la persona.
Ed era un motto vero.
Io peccavo per eccesso, volendo accentuare tutto e imitare tutto, suoni, immagini, idee.
Consalvo mi fece dimenticare Ugolino.
Lo andavo declamando anche per via, e parevo fin ebbro, come Colombo per le vie di Madrid, quando pensava al nuovo mondo.
Lo declamavo in tutte le occasioni, e mi c'intenerivo.
Sovente lo declamai in casa Fernandez, e mi ricordo che, per un delicato riguardo alle signorine, dove il poeta diceva "bacio", io mettevo "guardo".
Poco poi seppi che il gran poeta era morto.
Come, quando, dove non si sapeva.
Pareva che un'ombra oscura lo avvolgesse e ce lo rubasse alla vista.
Le immaginazioni, percosse da tante morti, poco rimasero impressionate da quella morte misteriosa.
Capitolo tredicesimo
ZIO CARLO E ZIO PEPPE
Il colera aveva ripreso con piú di vigore.
Ma avevo ben altro in capo.
Lo stato della famiglia mi teneva tutto tirato a sé.
C'era speranza che zio Carlo guarisse interamente con la stufa ai piedi, come diceva il medico; ma intanto una gran tristezza lo aveva preso, e stava tutto il dí taciturno.
Teneva corrispondenza epistolare una volta per settimana con zio Peppe, ch'era in paese e governava la famiglia.
Zio Carlo, veggendosi in grandi strettezze, sfogava il suo mal umore con zio Peppe, e gli chiedeva non belle frasi di condoglianza, ma soccorso di danaro.
Zio Pietro chiedeva la sua parte, scrivendo: "Non posso resistere al clamore dei miei figli, ai quali manca il bisognevole".
Zio Peppe s'ingegnava alla meglio, e mandava prosciutti e caciocavalli.
Ma ci voleva altro a calmare quei clamori! Il bisogno era grande.
Cominciarono le ire e le recriminazioni, cattive compagne dei cattivi giorni.
Le ire si volgevano contro il babbo, che aveva fatto un debito garantito da zio Carlo, e che non badava ai fatti di casa, e che si mangiava la porzione sua e di zio Pietro.
E se la pigliavano pure con me, che m'ero incocciato ad abitare con Enrico Amante.
In fondo era una lotta tra le due famiglie, quella di Napoli e quella di Morra, sostenuta e capitanata dai due preti, quello di Morra e quello di Napoli.
A me dicevano plagas del babbo, e di me scrivevano plagas a zio Peppe: "Che io faceva lo zio monaco, e stavo sempre mutolo, ed ero l'uomo del mistero, un fanatico sofistico, un testardo".
Zio Peppe mi scriveva lettere agrodolci, e che dovevo essere piú buono, e fare a modo dello zio Carlo, e non lasciar la casa, e non essere avaro dei miei guadagni verso la famiglia.
Io, presupponendo donde venissero le accuse, mi chiudevo ancora piú in me, e non dicevo verbo, e non mi lasciavo scorgere, con gli occhi a terra e il muso duro, ciò che imbestialiva gli zii.
Scrivevo poi a zio Peppe col tuono di un imperatore.
A quel tempo avevo piena fede in me, e perché guadagnavo già di bei quattrini, mi pareva essere un re; mi pareva che bastasse battere i piedi a terra per farne uscir danaro.
E scrivevo non aver bisogno di alcuno, e bastare a me io, ed esser buono anche per gli altri.
Quest'aria di gradasso non dispiaceva a zio Peppe, un po' gradasso anche lui, che fra tante tenebre vedeva in me un raggio di luce.
M'era venuto in capo, disperato com'ero dello zio Carlo, che forse zio Peppe potesse ristorare le sorti della casa, venendo in Napoli e dirigendo lui la scuola.
Avevo un po' gelosia di mio cugino che s'era avviato per il foro: e perché non io pure? Poi, quel maestro di scuola mi sonava cosa miserabile nella mente piena di Demostene e di Cicerone, e sognavo trionfi con la toga indosso, come antico romano.
Non mi spiaceva perciò che zio Peppe stesse lí a fare le cose di scuola, e ch'io entrassi in pratica, come Giovannino.
E scrissi a zio Peppe che gli avevo trovato una buona lezione, e gli dipingevo il suo nuovo stato coi piú bei colori.
Ma non voleva muoversi, e mettersi negl'impicci.
Forse aveva fiutato ch'io voleva caricar lui della soma che stava addosso a me; ma il disegno pareva bello a zio Pietro e a zio Carlo, che ci vedevano uno scopo.
Però quegli stette duro, e allora tornarono alla carica e chiedevano la loro porzione.
Sí e no; gli animi s'inasprirono, e zio Peppe scriveva a zio Carlo che gli piaceva di fare il vezzoso, e questi rispondeva all'altro che gli piaceva di fare l'indiano.
Tra i due si ficcava zio Pietro, che gridava di non poter tollerare che la sua porzione andasse a benefizio dei terzi.
Questi propositi si tenevano talora innanzi a me, che mi facevo verde.
"Anch'io voglio la mia porzione", scriveva l'uno.
"Voi rovinate la famiglia", rispondeva l'altro.
"Ciccillo è che rovina la famiglia".
"Ah! quel briccone di Ciccillo; gli scrivo subito".
"Zio Peppe, volete andare a Santo Jorio? Vi è una magnifica situazione per voi", questa era la mia risposta.
E tra scrivere, rispondere e riscrivere passava il tempo, e i bisogni crescevano e i cuori s'indurivano.
Io n'ero arrabbiatissimo; vedevo tutte le batterie rivolte contro di me, come se al mondo non ci fossi altro che io; e non c'era altro nel mio capo che io, babbo e famiglia mia.
Ora che ci guardo, mi viene da ridere.
Non pensavo che in quella farsa stizzosa ciascuno rappresentava la parte a cui lo chiamava il suo interesse, e che tutto era ragionevole e non poteva andare che cosí.
Finalmente una parola che era nel desiderio degli uni e nel timore degli altri, fu lanciata fuori come una bomba: "La divisione, vogliamo la divisione!" E qui zio Peppe a strepitare ch'era uno scandalo, e che i panni sporchi si lavano in famiglia, e che vis unita fortior.
Invano.
A Napoli non si poteva piú vivere, a Morra c'era da rivendicare il proprio.
Partirono.
Seppi che il povero zio aveva fatto la quarantena.
Quando fu lasciato entrare, ricomparve nella casa paterna, dopo molti anni di assenza e di lavoro, povero e malato, sostenuto a braccia.
E io che ce l'avevo con lui! Ora mi rimprovero di essere stato un fanciullo crudele.
Giovannino andò in casa di zia Marianna; io da Enrico Amante a San Potito, in un secondo piano.
Al primo piano abitava un tal Luigi Isernia, un avvocato amico di casa Puoti, col quale pensavo di poter fare la pratica forense, giacché quel grillo non m'era ancora uscito di capo.
Quando zio Carlo seppe il fatto, mi scrisse: "Evviva la furia francese!" E voleva che io stessi da zia Marianna insieme con Giovannino, col quale ero cresciuto.
Ma gli risposi, che quando i padri si dividono, non potevano i figli restare uniti.
Cosí si divisero a Morra e ci dividemmo a Napoli.
Capitolo quattordicesimo
CASI FORTUNATI
Il secondo palazzo di là dal quartiere dove erano allora accasermati gli Svizzeri, era quello in cui Enrico e io prendemmo casa.
Al secondo piano era un gran terrazzo, con frequenti spaccature impeciate.
Su di una parte di questo terrazzo era stata improvvisata una casetta di quattro stanze e una cucina, piena d'aria e di luce, che a noi parve una reggia.
Zio Carlo aveva dato i mobili di casa tutti a Giovannino, e a stento avevo potuto impetrare un letto.
Con quello m'impossessai d'una stanza.
In un'altra s'installò Enrico col suo letto e con alcuni vecchi mobili.
Un vecchio divano con quattro sedie sdrucite decoravano il nostro salotto.
A dritta veniva uno stanzone immenso, con una gran finestra in fondo, uscito pur allora dalle mani del fabbricatore, con le mura bianche di calce, e col tetto non incartato e col pavimento non mattonato.
Là, entrando, alla dritta era un piccolo tavolino pieno di carte e di libri, ch'io chiamavo una scrivania, e dinanzi era una sedia di paglia, sulla quale, quando mi sedevo con la penna in mano e con gli occhi al tetto irradiato di sole, parevo un re, il re di quel camerone.
Spesso vi andavo passeggiando in lungo e in largo, tutto a caccia delle idee e di frasi, e talora acchiappando mosche e allargandomi sul terrazzo, quasi l'aria mancasse ai voli della mia immaginazione.
Quel camerone oggi non v'è piú: se ne sarà cavato un par di stanze eleganti; ma io non posso pensarci senza tenerezza, e mi par che con esso se ne sia andata una parte della mia esistenza.
Là per la prima volta io mi sentii chez moi, dando libero corso alle mie meditazioni e alle mie immaginazioni.
Enrico ed io eravamo come due studenti, entrati pur allora nel pieno possesso di noi.
Un giorno mi capitò il babbo.
Veniva per "vedere il tutto", come disse.
Non era senza ansietà sul mio indirizzo, cosí solo, senza guida né freno.
Ma s'accorse subito che eravamo buoni figlioli, guidati e frenati da retti principii, ai quali si credeva come al Vangelo.
Virtú, gloria, patria, giustizia, scienza, dignità, castità erano per noi cose reali, non nomi vani.
Papà credeva di trovare due disperati, rimase ammirato alla nostr'aria spensierata e contenta.
Egli si mise per terzo, e scendendo dal suo piedistallo paterno, ci si fece un allegro compagnone, e condiva la mensa con di bei motti e con arguti brindisi.
Egli era dottore in utroque jure, e aveva interrotta la sua carriera per un matrimonio impostogli da ragioni di famiglia.
Era un buontempone, di allegro umore e di buon cuore, senza dimani.
Nei casi piú tristi si consolava dicendo: "Dio non peggio".
Usava dimesticamente con tutti, coi contadini, coi giovani; anzi aveva una certa inclinazione a fare lo scapolo, il giovanotto.
La sua immaginazione ridente lo tirava a ingrandire e indorare gli oggetti, ed era un ottimo istrumento della sua vanità non piccola.
Idolo dei fanciulli, che gli correvano appresso e lo chiamavano zio Alessandro, egli faceva con loro molti giuochi, come la testa del morto, le candele funebri, le ombre, e li divertiva e si divertiva.
Non è dunque meraviglia che, con questa uguaglianza di umore, si sia lasciato ire sino a ottantasei anni, allegro e rubicondo.
Dopo pochi dí prendemmo confidenza, e ce lo menavamo a braccetto per Napoli.
Raccontava con molto sale le piú strane storielle della sua gioventú, e faceva ridere la gente, non me, poco disposto al riso e sdegnoso di quel genere di discorsi.
Un giorno ebbe un invito a pranzo dal marchese Puoti.
Egli ne andò in sollucchero, e scrisse a zio Peppe: "Non vi dico nulla dell'invito marchesiano.
Ah! Peppe, fidiamo nella stella di Ciccillo e preghiamo Iddio che niente arresti i suoi passi".
A Morra s'era in una certa apprensione intorno al mio stato.
A forza di vivere fra quella gente, papa s'era fatto un cervello morrese, voglio dire che vedeva il mondo attraverso di Morra.
Spesso diceva: "Bisogna mostrare a Morra"; ovvero: "Cosa dirà Morra?" Appena giunto, empí tutto il paese di mia grandezza, e raccontò che m'ero già messo in sofà e poltrona, e facevo sonare il borsellino delle mie piastre di argento, a gran consolazione della famiglia, e massime di zio Peppe, che mi voleva bene e credeva a quelle fole.
Mi mandarono subito mio fratello Vito, come s'era convenuto.
Ma se a Morra ero un ricco, a Napoli ero poco meno che un pitocco.
L'affare si faceva serio.
I danari che mi parevano inesauribili, talora non bastavano al vitto.
Un dí venne Enrico, mentre io stavo a capo chino sopra un Cinonio, che fin d'allora ero miope.
"E come si fa? - interruppe lui, - quattrini non ce n'è, e stamane non si mangia".
"Il peggio è, - diss'io, - la nostra vergogna.
Che dirà Annarella? ci piglierà per due straccioni".
"A questo c'è rimedio, - rifletté lui.
- Diremo che siamo stati invitati a pranzo.
Intanto come si fa?" "Faremo danari", diss'io.
E mi posi in giro.
Che brutta giornata fu quella! Salivo le scale; ma non osavo avvicinare la mano al campanello, e morivo di vergogna, e tornavo giú.
Cosí andando con la faccia dimessa, mi sentii dire: "Oh De Sanctis!" Era Leopoldo Rodinò, lungo, pallido, asciutto, con una bella sottoveste bianca.
E "onde vieni? cosa fai?" Cominciarono i soliti parlari.
"A proposito, - diss'egli, - io ti debbo ancora pagare le copie che mi desti dei Santi Padri", e mise le mani nel taschino.
"Fai il tuo comodo", dicevo io, guardandogli le mani.
"Prendi; altrimenti mi dimentico".
E io, tra prendere e non prendere, intascai le due piastre, che mi venivano da alcune copie, dategli per uso dei suo studio, delle Vite dei Santi Padri di Domenico Cavalca, libro messo nuovamente a stampa per cura mia e di mio cugino, con una dedica al marchese Puoti.
Feci la strada d'un fiato e non capivo in me dalla gioia, figurandomi la faccia di Enrico.
E cosí per ischerzo feci prima la faccia brutta, raccontando con una mestizia affettata quell'inutile "scendere e salire per l'altrui scale".
Ma quando venni al Rodinò e mostrai le piastre, mi abbraccio.
"Oggi doppia razione", gridai io.
E chiamai Annarella e diedi gli ordini trionfalmente.
Ma non perciò le nostre condizioni erano migliori.
Io me ne apersi con don Luigi Isernia, presso il quale facevo la pratica, e il poveruomo, che capi il latino, mi disse subito che da lui non avrei cavato mai neppure un tre calli, e mi promise di presentarmi a un avvocato famoso e danaroso.
Era un tal Don Domenico, non mi ricordo piú il cognome; abitava in via Costantinopoli.
Io ci fui, e feci un'anticamera di circa due ore, tra le piú vive impazienze.
"Che modo è questo? - dicevo tra me, pestando dei piedi.
- Come foss'io un servitore! Questo signor Domenico non conosce il prezzo del tempo".
Finalmente eccolo lí quel signore, bocca ridente, che mi sbuca da una stanza, con splendore di orologio e catenella, col panciotto ben teso, e gitta l'occhio verso di me, come per caso, e dice: "Ah! voi siete qui? Andate a studio; il mio giovane vi dirà quello che avete a fare".
E mi voltò le spalle, il grand'uomo.
Entrai.
Un giovanotto sbarbato m'indicò certe carte che dovevo copiare.
"Ma io non sono un copista", dissi, mutando colore.
Egli alzò le spalle con un piglio insolente, e io abbassai il capo e copiai.
Uscii invelenito.
Mi tenevo qualcosa di grosso, poco meno che un Cicerone in erba.
"E questo vuol dire fare l'avvocato? non ne voglio piú sapere".
E feci il giuramento di Annibale, e non vidi piú in vita mia né processi, né tribunali.
Toltami cosí questa fisima dell'avvocheria, i miei studi di lettere presero un nuovo sapore, e mi ci strinsi di piú, come a naturali compagni per tutta la mia vita.
Raccontai il fatto al marchese Puoti, che ne rise assai, e mi volle dimostrare ch'io era nato professore.
Il maestro di scuola si dirugginí ai miei occhi, e prese un aspetto simpatico.
Pensavo che di tutte le professioni quella di maestro aveva meno di servile, anzi era addirittura una professione di comando.
Io non era affitto superbo, e non volevo comandare a nessuno; anzi stavo contento, per naturale modestia, all'ultimo posto; ma quell'ultimo posto lo volevo prendere io, e non volevo che mi fosse assegnato da altri; mi piaceva essere uguale tra uguali, e a chi pretendeva starmi al disopra mi ribellavo.
Il marchese era allora passato ad abitare in un secondo piano, nella via Costantinopoli.
La gioventú affluiva sempre, ed egli affidava a me i piú ignoranti, a fine di scozzonarli, perché la scuola non aveva piú con essi quell'aria di nuovo e di curioso, quello splendore, e il marchese ci si seccava visibilmente.
Amava meglio starsene tra pochi valorosi già sperimentati.
Quel fare atto di pazienza coi novizi ritrosi e riottosi poco gli andava.
Cessato il colera, se n'era venuto di Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno.
Era una specie di nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezzò Arte dello scrivere.
C'era una divisione dei diversi generi accompagnata da regole e da precetti.
Aristotile, Cicerone, Quintiliano, Seneca erano la decorazione.
"O mi metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro", cosí diceva, narrando per quali vie era giunto alla grande scoperta.
A quei tempo erano in gran voga gli studi filosofici, e il marchese, seguendo la moda, volle filosofare anche lui, e dava alle sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'era veste e non sostanza.
E non gli sarebbe mancata la berlina; ma lo salvò un certo suo natural buon senso.
Facendo olocausto delle sue pretensioni metafisiche, si limitò a quella parte letteraria, nella quale aveva esperienza e autorità.
Intanto, alzando l'animo agli studi rettorici, se ne rimetteva a me per gli studi di lingua e di grammatica, e in poco di tempo il numero dei giovani miei crebbe tanto che facevano ingombro nelle sale del marchese.
Egli, serbati per sé i migliori e i piú anziani, ai quali dava lezione tutte le domeniche, mi trovò una sala al Vico Bisi, nella quale veniva la moltitudine.
Cosí cominciò la mia scuola sotto il suo patronato.
Un lunedí andavamo, il marchese e io, per via Maddaloni, ed eccoci di contro un tal S.
da Lecce, fresco fidanzato d'una giovane e bella nipote del marchese.
Costui, con la familiarità insolente dei giovani patrizi ineducati, presa la mano del marchese, mi sbirciò dicendo: "Ah! il professorino".
Questo nome, che il marchese mi soleva dare cosí per vezzo, diveniva in quella bocca e su quella faccia un dispregiativo.
"Un professorino!" disse il marchese, piantatosi fieramente, come se l'offeso fosse lui, e guardandolo con occhio severo.
Quella guardata l'amico non se la sarà dimenticata piú.
Un "oh!" lungo e sgraziato fu la sua risposta.
E volle accompagnarci.
Arrivammo in tre nella sala.
Il marchese parlò una mezz'ora cosí a braccia, come gli veniva, e gli veniva sempre bene, perché parlava con abbondanza di cuore, senza frasi e senza affettazione.
Fu applauditissimo.
Poi venni io, e con voce tremula lessi non so quanti periodi sulla grammatica e sulla lingua.
Il marchese mi faceva animo coi suoi "bene!", e anche i giovani mi battevano le mani per incoraggiarmi, e piú di tutti il mio leccese, che mi confuse poi di complimenti.
Cosí cominciò la scuola preparatoria, che doveva condurre a quella del marchese Puoti.
Si dice che le sventure non vengono mai sole.
Simile può dirsi delle fortune.
Vi sono certi tempi nei quali i casi fortunati si succedono come le ciliege, e sembra che domini una buona stella.
Appunto in quel momento critico della vita mi rise la mia stella.
Il marchese mi presentò al duca di Sangro come suo collaboratore.
Era un bravo gentiluomo del vecchio stampo, di modi cortesissimi, e leale sotto apparenze diplomatiche.
Presi a dar lezione ai due suoi figliuoli, Nicolino e Placido, cari giovanetti.
Placido mostrava maggiore ingegno e studiava piú, e io me ne promettevo molto bene.
Il marchese si trovava allora nel piú alto della sua fortuna; aveva stretta amicizia col principe Filangieri, potentissimo in corte.
Re Ferdinando mostrava di volersi riconciliare coi pennaruli.
Le nomine di Mazzetti, di Galluppi, di Nicolini fecero buon effetto sulla pubblica opinione, e piú ancora la nomina del marchese Puoti a ispettore degli studi nel Real Collegio Militare.
il partito dell'oscurantismo accennava a voler cadere, quantunque, mandato via monsignor Colangelo, gli rimanessero valido appoggio presso al re, Cocle e Delcarretto.
Il marchese, lieto della nomina, rendette al Filangieri quelle grazie che poté maggiori, e, accompagnato da lui, fece la prima visita ufficiale.
Subito pensò a me, e mi mandò al principe con una sua lettera.
Feci le scale trepido, pensando a Gaetano Filangieri, e gittavo di qua, di là sguardi furtivi, per vedere, chi sa? la Giovannina o la Teresa, figlie del principe, amabili bellezze, delle quali il marchese aveva piena la bocca.
Fui fatto entrare in una camera addobbata con molta semplicità, dov'era il principe.
Rimasi piantato e teso innanzi a lui, mentre egli leggeva.
Il principe era una bella persona, di modi squisiti.
Parecchi segretari gli erano attorno, ai quali dettava: aveva l'aria della fretta.
"Va bene", disse a me, sorridendo, con un gesto della mano, che significava: "Ora potete andare".
Ma io non capii, e rimaneva lí piantato e teso.
"Va bene, - replicò egli, calcando sulla parola, - dite al marchese che mi farò un intrigante per voi".
Io, ignaro degli usi e timido e goffo, non mi movevo, credendo non mi fosse lecito andar via senza sua licenza.
Egli, visto il mio imbarazzo, disse: "Addio, signor De Sanctis, mi saluti il marchese".
Chinai appena il capo, e teso teso me ne uscii.
Per le scale mi andavo correggendo, e dicevo che avrei dovuto far questo o quello.
"Il principe si sarà fatta una gran risata a spese mie", conchiusi.
In effetti, il marchese mi riferí che il principe mi aveva battezzato un tedesco.
Entrando io tra gli altri giovani, egli, ridendo, esclamò: "Ecco il professor tutt'un pezzo".
Talora mi chiamava per celia uno svizzero.
Io mi faceva rosso rosso e non rispondeva.
Intanto quel bravo marchese s'era fatto di fuoco per me.
Un giorno stavamo a pranzo, core a core, Enrico ed io.
Fumavano quei bei maccheroni di zita, ed io li divorava con gli occhi, quando si udí sonare il campanello.
"Chi è? chi non è?" Annarella corre e torna subito.
"Gli è un signore tutto ricamato d'oro, che vuol sapere se abita qui De Sanctis".
"Ma è uno sbaglio", diss'io.
"Ricamati d'oro non vengono a casa nostra, - rifletté Enrico, - vanno a casa di principi".
"E costui dev'essere qualche principe, - notai io.
- Annarella, digli che ha sbagliato".
Annarella torna, e dice che quel galantuomo non ha sbagliato, e che la casa è questa, e che cerca Francesco De Sanctis, e ha una carta per lui.
"Alla buon'ora! Fatti dare dunque questa carta".
Tornò e vidi un plico con un gran bel suggello, che mi fece l'effetto dell'uomo ricamato d'oro, e quasi non volea romperlo.
"Fai presto", gridava Enrico battendo i piedi.
E io aprii e vidi il nome del re con tanto di lettere.
"Sarà un passaporto", dissi.
Ma quando vidi ch'era il decreto di mia nomina a professore del Collegio Militare, ci levammo in piè e ci abbracciammo, e se non era per vergogna di Annarella, ci saremmo messi a ballare, cosí pazza allegrezza c'invase.
Annarella, ci guardava trasognata, con la bocca mezz'aperta, come volesse dire e non dire.
"Ah! quel signore", dicemmo a due, e fummo là dove quel brav'omo ci attendeva.
"Grazie, grazie", diss'io con effusione.
"Signurí 'o rialo", diss'egli, cavandosi il berretto.
Io guardai Enrico, Enrico guardò me: in due potemmo appena fare un carlino.
Egli partí borbottando, e forse dicea: "Che sfelienzi!".
E noi ci guardammo, e ridemmo tutti e due, vedendo quel principe ricamato d'oro divenire un usciere gallonato, che faceva il pezzente.
Annarella voleva sapere cosa era seguito.
"È seguito, - diss'io, - che domani avrò tanti danari, che non saprò cosa farne".
"Eh! ne farete un abito a Rosa, la mia cara figliuola".
Glielo promisi; e mangiammo i maccheroni freddi con buonissimo appetito.
Era già qualche mese ch'io dava lezione ai figli del marchese Imperiale, Augusto e Checchino.
Giunsi là gioioso, e narrai la mia buona ventura al padre.
"Chi è stato il tuo Santo?" mi domandò.
Io non capiva.
"Il tuo merito è grande, senza dubbio, ma senza non si va avanti".
Io capii e dissi: "Il mio Santo è stato Basilio Puoti".
Capitolo quindicesimo
IL COLLEGIO MILITARE E IL CAFFÈ DEL GIGANTE
Quando zio Carlo seppe la mia nomina a professore nel Real Collegio Militare, pianse e ricordò ch'egli aveva cominciato la sua carriera professore alla Real Paggeria, dov'era il Collegio di Marina.
"E Ciccillo, tomo tomo, fa il suo cammino", conchiuse.
Una certa apparenza d'insensibilità e una certa tensione nei modi mi avevano procacciato in casa quel nome di tomo tomo, e anche di tomo sesto.
A me stesso parve gran cosa quella nomina.
Forse c'era quel pensiero del mensile fisso, che trae molti agli uffici di Stato; forse era curiosità, come d'una condizione nuova e ignota.
Il fatto è che, quando venne il tempo, poco dormii la notte e, con aria impaziente, giunsi in carrozzella nel Collegio.
Trovai al primo corridoio l'aiutante maggiore, un bassotto rugoso, con una cera punto militare, che mi guidò all'ultima camera, a sinistra.
Quei ragazzotti si levarono in piè, e io salii alla cattedra posta vicino all'ingresso.
"Sedete", gridò l'aiutante maggiore, quando mi fui seduto io, e tutti fecero come un sol tonfo, con un rumore eguale.
L'aiutante mi fece il saluto militare, e via.
Io ero lí, rosso e confuso per la novità, e quelli mi spiavano, cambiandosi cenni birichini con l'occhio.
Quando cominciai a parlare, essi mormoravano tutti insieme: "Chiosa chiosa".
Io non capivo, e stavo lí tra la stizza e la vergogna, e piú ero stizzito io, piú loro erano impertinenti, e facevano rumore coi piedi, e sghignazzavano, e si berteggiavano, guardando me.
Quell'ora fissata per la lezione mi parve una eternità.
Quando venne l'aiutante, respirai e scesi frettoloso, a capo basso.
Quella prima giornata non avea niente di trionfale; pochi badarono a me; l'aiutante mi si mostrò freddo.
Aggiungi che l'aiutante mi disse: "Signor maestro", appena con un cenno di capo, mentre si levò il berretto gallonato con un profondo saluto e con un "Signor professore", quando entrava il mio successore.
Questa differenza tra maestro e professore non era solo di stipendio, ma di grado e di dignità, ciò che mi pungeva.
La sera, caduto dalle nubi dorate delle mie illusioni, fui in casa di monsignor Sauchelli, maestro come me, e di lettere come me.
"Monsignore, - diss'io, - i vostri alunni sono cosí birichini come i miei?" Egli indovinò, e fece una risata, guardandomi con una cera di benignità equivoca, che il sangue mi fuggí dal viso.
"Tu hai poco mondo, - disse lui, prendendomi la mano; - non occorre che tu la prenda cosí sul tragico; ti spiegherò io la cosa".
E mi narrò che il mio predecessore era un tal Carlo Rocchi, un povero prete piú che sessagenario, messo al ritiro, divenuto zimbello di quei ragazzi vivaci.
"Cosí tu li trovi male avvezzi.
Poi, ci sono i soffioni che cospirano contro il marchese Puoti, e fanno la sua caricatura presso quei giovanetti, e dicono che un giorno si lasciò dire che il vero maestro dee far le chiose al libro.
Mi sono spiegato?" "Capisco perché gridavano: chiosa chiosa".
"Poi, - disse lui, squadrandomi da capo a pié, - tu non hai cera imperatoria; il tuo contegno è troppo umile, troppo semplice; con quei monelli si vuole stare in guardia, essere bene apparecchiato, non andare alla buona".
Seguí snocciolandomi consigli buoni quanto inutili.
La natura mi aveva fabbricato cosí, e a farle contro era peggio.
Il dí appresso andai prevenuto e apparecchiato.
Volevo fare l'aspetto imponente; ma in quella imponenza non c'era la calma, e c'era una stizza ridicola.
Alzavo la voce, e quelli facevano coro.
Talora il baccano era tale, che correva l'aiutante con in bocca un: "Cosa c'è?" Minacciava il piantone; ma quelli cosí piantati facevano tanti attucci col viso, che ridevano tutti, e io non sapevo perché, e m'irritavo piú.
Quando io non capivo, facevo un tale atto di sorpresa, e in quella sorpresa c'era tanta bonomia e sincerità, che quelli ridevano piú forte: i bricconcelli leggevano sulla faccia tutti i miei pensieri.
La miopia mia accresceva il disordine, perché vedevo il male spesso dove non era, e castigavo l'uno per l'altro, tra risa, grida e proteste.
Allora per la prima volta mi armai il naso di due formidabili occhiali, che a ogni mio movimento brusco ballavano, e mi facevano parere tanto curioso: quel gran coso su quel volto scarno e pallido.
Ma feci male il conto, perché ero uso a vivere dentro di me, ed ero cosí immerso nel mio pensiero, che non potevo distrarre gli occhi e volgerli in giro, e gli occhiali ci stavano per comparsa.
Però, passata la prima foga, m'accorsi che in certi momenti quei giovanotti mi prestavano attenzione, quando sentivano da me qualche fattarello, o qualche spiegazione chiara, o qualche lettura piacevole o commovente, e allora stavano cheti come olio, e talora i piú curiosi davano sulla voce ai piú impertinenti o distratti.
Pensavo: "il torto non è tutto loro, ma è anche un po' il mio, che non so interessarli".
E m'ingegnai, e posi tutto il mio insegnamento sulla lavagna per attirare l'attenzione e l'occhio di tutti.
Quelle maledette regole grammaticali io le ridussi in poche, moltiplicando le applicazioni e gli esempi, e sempre lí sulla lavagna.
Misi una certa emulazione, invitandoli alla mutua correzione.
Mi persuasi che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente.
Cosí nacquero i miei quadri grammaticali, categorizzando, subordinando e coordinando tutto.
Mi ricordai i metodi mnemonici di zio Carlo.
Se non che, quelli venivano da combinazioni esterne, superficiali e convenzionali, e i miei venivano dall'intimo nesso delle idee.
La mia mente abborriva dai fatti singoli e dai metodi empirici, e correva diritto alle leggi, ai rapporti, riducendo i particolari sotto specie e generi.
I miei quadri erano appunto una sintesi, che si andava decomponendo in analisi, e uno degli esercizi piú cari ai giovani era, posta la sintesi, di lasciare ad essi l'analisi, che li svegliava, stimolava l'ingegno, accendeva la gara tra loro.
Questi quadri avevano un altro lato buono, che non erano materia morta e noiosa nei libri, ma nascevano lí vivi sulla lavagna, formati da me e dai giovani, ciascuno per la sua parte, con una collaborazione paziente.
Cosí non lasciavo un momento d'ozio al loro cervello, e li tenevo piacevolmente avvinti alla lavagna, esercitando a un tempo i sensi, l'immaginazione e l'intelletto, e facilitando in loro i due grandi istrumenti della scienza, l'analisi e la sintesi.
L'aria della scuola era mutata; quei giovinetti si pavoneggiavano e facevano la scuola agli altri, insegnando loro tante cose nuove; io poi solleticavo il loro amor proprio, lodando, incoraggiando.
In pochi mesi mi sbrigai della grammatica, e capii che lo studio della grammatica cosí come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestialità piena di fastidio, sí che metteva in furore i giovani, quando sentivano dire: "Ora veniamo alla grammatica".
Vedevo pure che la lettura li annoiava terribilmente, e faceva lo stesso effetto sopra di me, mi annoiava terribilmente.
In quello studio di parole e di frasi non c'era sugo.
Vidi che loro andavano appresso alle cose e non alle parole; e scelsi allora dei brani, nei quali la materia fosse interessante, spiegando loro il senso e il nesso delle idee, e le gradazioni piú delicate del pensiero, incarnato nelle parole.
Posi da banda le analisi grammaticali e l'analisi logica, noiosissime, e feci l'analisi delle cose, a loro gustosissima.
Solevo scegliere i luoghi piú acconci a lusingare l'immaginazione, a movere il cuore, saltando spesso i cancelli dell'"aureo Trecento", e andando giú giú sino a Manzoni.
Olimpia e Bireno, Cloridano e Medoro, Eurialo e Niso, la presa di Troia, il pianto di Andromaca, la morte di Ettore, Egisto e Clitennestra, Ifigenia, Lucrezia e Virginia, Olindo e Sofronia, i giardini di Alcina e di Armida, la pazzia di Orlando, la morte di Rodomonte o di Argante, il giardino del Poliziano, il Mattino del Parini, il Saul, la Lucia, la Cecilia, l'Ermengarda erano letture favorite, che li facevano uscir di sé, ed io, stupito io stesso da queste novità, mi dicevo: "Meno male che il marchese non ne sa nulla!" Io leggevo bene; la mia voce andava al cuore; quell'ora di lezione, già cosí lunga, passava con un: "È già finito?" E quei bravi ragazzi restavano scontenti, e domandavano in grazia una mezz'oretta di piú, e gli alunni delle altre classi si affollavano all'ingresso, e volevano sentire anche loro.
Lasciai pure quei temi soliti di composizione simili a quei testi insulsi di lettura che si usavano nelle scuole, e che facevano "spensare" Vittorio Alfieri, e seccavano tutti quanti.
I miei temi erano letterine o fatterelli, di rado descrizioni, e sempre cavati da cose note e facili.
Il difficile, il raro, il complicato, l'epigrammatico, l'indovinello mi è stato sempre antipatico.
I piú svelti facevano di bei lavoretti.
Io soleva staccare periodi buoni o cattivi, e li fissava lí sulla lavagna, e ne faceva tema d'interrogazione: ciascuno stava teso a domandar la parola, a fare la sua osservazione.
La mia lezione divenne cosí popolare, che i piú grandi, quelli dell'ultimo anno, desiderarono ch'io li esercitassi nello scrivere, e io lo feci ben volentieri.
Cosí le cose andavano nel Collegio mica male, con soddisfazione mia e dei miei alunni.
Scendendo di là, mi andavo a chiudere nel Caffè del Gigante, dove usavano negozianti stranieri, posto nelle sale terrene del palazzo del principe Leopoldo (Borbone).
Erano quattro o cinque stanze ben larghe e ben pulite, cosa rara in Napoli, dove spesso il caffè non è che una stanza sola.
Vi si beveva un caffè buono, del quale io era ghiotto.
Ma ciò che mi tirava là erano i giornali francesi.
C'erano lí il "Siècle", i "Débats"; c'erano anche, pe' negozianti inglesi, il "Times", il "Morning-Post".
Scrivevo e pronunziavo il francese poco bene, ma l'intendeva benissimo, e leggevo in un baleno.
Trovai nei "Débats" le tornate della Camera dei Deputati e del Senato.
Mi ci gittai sopra con avidità.
Quella lettura divenne per me come una malattia, che mi si era appiccicata addosso: non potevo starne senza.
La domenica, che non c'era tornata, mi sentivo infelice.
I miei eroi erano Molé, Guizot, Berryer, Montalembert; ma il mio beniamino era Thiers.
La sua Storia della rivoluzione francese mi aveva ubbriacato; quel suo dire didattico e insinuante mi rapiva.
C'era nella sua maniera non so che di maestro di scuola, un voler spiegar le cose, senz'aria però di pedagogo, anzi facendosi piccino per meglio conquistare i suoi uditori.
Sentivo in lui confusamente qualche cosa che rispondeva alla mia natura.
Il mio genio mi tirava sempre all'opposizione, alla minoranza.
Avevo poca simpatia però con l'enfasi nebulosa di Odilon Barrot, e con gl'impeti a freddo di Ledru-Rollin.
Stavo cosí profondato in quelle letture, che non vedevo altro, non udivo niente.
Non era già un'attenzione letteraria solamente; io ci portava un'emozione e una passione, come fossi un francese, e mi trovassi lí, e prendevo parte per l'uno o per l'altro.
Giunto appena nel Caffè, la mia impazienza era vivissima, e, mentre bevevo, divoravo già con gli occhi il giornale.
Quei maledetti vecchi negozianti mi facevano crepare di rabbia con la loro flemma.
Quando prendevano un giornale, non lo lasciavano piú.
Io mi rodevo e dicevo tra me: "Pezzo d'asino! mi pare quasi che stia lí compitando le lettere".
Altro che mezz'ora! Io contavo i minuti, e mi pareva che stessero lí le ore intere.
Un giorno vidi uno di quei cotali, e mi presi in fretta il giornale, mentre bevevo il caffè.
Egli notò la mia manovra, si accostò gravemente, e disse: "Pardon", e si riprese il giornale.
Io non ci vidi riparo, e lo lasciai fare.
Strettamente la ragione era sua: tu bevi il caffè, lascia leggere me.
Nella mia vita ci è stato sempre questo, che non ho mai osato di oppormi deliberatamente a cosa che in fondo la mia coscienza dichiarava ragionevole.
Quel mostrare di aver ragione, quell'alzar la voce e volere imporsi, quel dire sí quando la coscienza dice no, il presumere e il pretendere non mi è andato mai ai versi.
Quel prendere il giornale di sul tavolo dov'era quel signore, mi era parsa una gherminella, e al suono di quel "Pardon" mi venne il rosso fino sulla fronte.
Il messere squardernò il giornale, inforcò due occhiali verdi, si prese una grossa "pizzicata" di tabacco, si pose il giornale sotto il naso, e andava dimenando il capo da destra a sinistra e da sinistra a destra.
Io credevo che per delicatezza dovesse far presto, sapendo ch'ero lettore anch'io, e che stavo lí aspettando il suo comodo.
Guardavo, cosí, distratto, ma l'occhio ansioso lo spiava, e quel lento movere del capo mi pareva eterno.
Per farlo venire in sé, guardai piú volte l'orologio, e una volta dissi a mezza voce: "Diavolo! sono già le dieci e mezzo".
Fiato sprecato.
Quel galantuomo prese una "pizzicata" di tabacco, e io cacciai fuori uno sbadiglio.
Ecco il mio uomo entrare in conversazione.
Io stendo la mano e dico: "Pardon", e cerco di pigliare il giornale; ma lui, piú lesto di me, disse: "Pardon", e ci ricadde sopra col naso.
Gran Dio! era uno sfinimento.
Si avvicinavano le undici, ora in cui solevo terminare le letture e avviarmi al palazzo Sangro.
Parte puntiglio, parte curiosità, non mi risolsi di andar via, preferendo quella lettura, tanto piú gustosa quanto piú ritardata, all'adempimento del dover mio.
Gridai: "Cameriere!" Venne; e, trovati due soldi di regalo per lui, disse: "Grazie".
"Come si fa? - diss'io, - anch'io ho diritto di leggere".
Il cameriere capí, e si voltò a quel signore pancione e tabaccone, dicendo: "Quel signore aspetta".
E lui senza moversi disse: "Ho finito".
Io respirai; l'amico era in terza pagina, e stava col naso giú giú.
Fra poco avrà finito! Ma che finito d'Egitto! Egli spiava me di sotto agli occhiali, mentre io spiava lui, e, tranquillo e impassibile, voltò la quarta pagina.
"Anche gli annunzi, - diss'io, - costui legge anche gli annunzi!" Vidi in lui un mezzo riso, e mi balenò che in lui doveva esserci partito preso, e che per me non c'era misericordia.
Uscii sconfitto, in collera contro di me che avevo perso tanto tempo attorno a un imbecille.
E giurai che non ci sarei capitato piú.
Ma poi ci capitavo spesso; la natura era piú forte dei giuramenti.
Quelle letture mi facevano tanta impressione, ch'io ne parlavo con tutti, in ogni occasione, e faceva dei soliloqui, perché nessuno leggeva i giornali.
Io avevo tale memoria, che spesso ripetevo punto per punto qualcuno di quei discorsi.
Essi mi udivano con maraviglia, ma senza interesse.
Di politica si parlava poco, e io stesso sentiva un'ammirazione letteraria per quei potenti oratori; ma di politica non me ne incaricavo, secondo il motto napolitano.
Erano alla moda pettegolezzi letterari; cominciavano a uscir fuori "Omnibus", "Poliorami" e "Strenne"; le menti costrette in piccol cerchio impiccolivano e pettegoleggiavano.
Si chiacchierava ancora molto di musica.
Bellini morto, era piú vivo che prima.
Era il tempo di Lablache e della Malibran.
San Carlo era nel suo pieno fiore; la Norma aveva voltato i cervelli i motivi li sentivi canticchiare per tutte le vie.
In mezzo a queste ebbrezze musicali e letterarie io ero una stonatura; e mi piantavano lí con Thiers e Guizot, sicché finii con ruminarli io tutto solo.
La mia vita intellettuale si compendiava nel caffè del Gigante e nella scuola al vico Bisi.
Sembravo un estraneo alla società, che mi respingeva da sé con un'alzata di spalle.
Io passava per le vie, pensando alla scuola o al caffè, e m'era dolce naufragare in quel piccolo mondo, ch'era il mio "Infinito".
Capitolo sedicesimo
LA SCUOLA AL VICO BISI
Chi sa perché questo vicolo fu chiamato Bisi? Oggi lo chiamano vico Nilo, ed è un termine piú presentabile.
Del resto, esso era degno di quel nome.
C'era lí da impiccarsi per malinconia.
Figurarsi un vicolo stretto stretto, con case altissime, che pare ti si congiungano sul capo e ti rubino la vista del cielo.
Là, in una gran sala oscura, s'impiantò la scuola nel modo piú semplice: un tavolino nudo, non netto di macchie d'inchiostro; un discreto numero di sedie piú o meno impagliate, e lunghe file di panche.
Le mura bianche e nude mi recavano alla mente il mio stanzone da studio.
La decorazione c'era, ed era nel cuor mio e dei miei giovani, che vedevamo lí attaccate a quelle mura tutte le memorie della nostra vita intellettuale.
Quando io entrava colà, e, cambiato uno sguardo coi giovani, mi si accendevano gli occhi e mi si scioglieva la lingua, quella sala mi appariva splendidamente decorata dalle immagini generate dalla mia fantasia.
Né quel luogo pareva poco decoroso al marchese Puoti, uomo semplice, ch'era egli medesimo di quella sala la piú bella decorazione.
Il mercoledí era giorno di traduzione.
Ci veniva il marchese, e si faceva presso a poco quello che s'era fatto nel suo studio, salvo che, essendo ivi gioventú nuova, capitata allora allora dalle provincie, al marchese non parea di stare in casa sua, tra gente familiare, e usava un po' piú di riserbo nei modi e nelle parole.
Anche la mia presenza gli faceva una certa impressione, perché io gli stavo a lato teso e duro, con la faccia oscura e severa, e non ridevo mai; i suoi scherzi e i suoi motteggi cadevano freddi in mezzo a una gioventú che la mia imperturbabilità teneva in soggezione.
La scuola prese presto un'aria magistrale, e fu smesso quel tono di familiarità scherzevole, che piaceva tanto in casa del marchese.
Non c'era ancora comunione spirituale tra maestro e discepoli; e quell'aria magistrale portava facilmente seco non so che di grave e pedantesco, che in certi intervalli ti toglieva ogni elasticità di pensiero, e la noia ti possedeva.
Quel mercoledí era il giorno dello sbadiglio; era quella stessa scuola di Basilio Puoti, ma senza genialità, senza sale: la veste era pur quella, ma lo spirito era altro.
il marchese ci stava a disagio; io parlavo poco, con un'aria fredda, che pareva alterigia ed era timidezza.
Talora venivano alcuni dei piú provetti suoi discepoli, e questi pigliavano la mano e dottoreggiavano e animavano la scuola.
Sorgevano dispute, e ci si metteva l'amor proprio; gli "Anziani" volevano mostrare la loro superiorità; gli altri li ribattevano e non se la lasciavano fare; il marchese balzava fuori col suo naturale, le fronti si spianavano e le ore passavano rapide.
Lunedí e venerdí ero solo io, e la scuola prendeva un'altr'aria.
Mutolo e timido, quando il marchese stava lí, allora mi sentiva io, e mi metteva tra quelle panche a confabulare, a interrogare, a spiegare; e presto giunsi ad affiatarmi con quei giovani quasi tutti della mia età.
Quando s'era fatto numero, salivo su di una cattedra e dettavo grammatica; poi mi mettevo a tavolino tra un cerchio dei giovani piú attenti, e si faceva la lettura.
Col mio fare monotono e severo c'era da morir di noia; ma tant'era la mia vivacità, e la novità delle cose, che presto vivemmo tutti insieme entro quegli studi, e non udivi batter sillaba, e la scuola pareva una chiesa di quacqueri.
Ciascuna lezione spremeva il miglior sugo del mio cervello.
Io mi ci preparavo per bene, e tutto il dí non facevo che pensare alla lezione, anche per istrada, gesticolando, movendo le labbra; e gli amici dicevano, canzonando: "Che fa De Sanctis? Pensa alla lezione".
Talora mi riscotevo, veggendo qualcuno guardarmi e ridere; ma poi tiravo di lungo con aria sdegnosa, come chi dicesse: "Gente, a cui si fa notte innanzi sera".
Il mio disprezzo dei poltroni e dei vagabondi era infinito, e battezzavo cosí tutti quelli che non si profondavano negli studi.
Pensando sempre alla stessa cosa, mi stillavo il cervello; il pensiero si volgeva in un vano fantasticare, e, non reggendo piú al gioco, mi veniva la distrazione; altri oggetti mi passavano innanzi, e finivo con sottigliezze e con frasi incoerenti: il cervello diveniva fumoso e pieno di ombre.
Talora si avvicinava qualcuno e si ostinava a volermi tener compagnia.
Io a fargli capire che volevo star solo, e lui a non volerla capire, e a dire: "Non fate cerimonie, tanto non ho che fare".
E mi si cuciva ai panni, e parlava parlava, e io non sentivo niente che mi si aggirava la lezione per lo capo; e lui a voler per forza una mia risposta, e io col mento in aria, e lui da capo ricominciava la storia: era uno sfinimento, un tormento; l'avrei preso per la gola.
Uno di questi, un tal Tommaso, mi ricordo, non gli bastando l'avermi seccato per tutta la lunga via, giunto al portone di casa, a me che gli dicevo addio, disse: "No, no, vi pare! vi accompagno per le scale".
E sali, e mi entrò in casa, e visitò le stanze, e poi si ficcò nello stanzone da studio, e con scioltezza si mise a voltolarmi libri e carte, e chiacchierava, rideva e non la finiva piú.
Io era come un condannato a morte, pallido, livido: fra due ore dovevo andare a scuola e fare la lezione, e in capo non ci avevo messo nulla, e quel manigoldo, piantato lí, ch'era una rabbia.
"Amico, l'ora della lezione si avvicina".
"Ebbene, ti accompagno a scuola".
Questa parola mi fece venire un brivido.
Lui credeva di farmi piacere, e non avendo a fare altro che mangiare, voleva fare ora per il pranzo.
Io mutai colore.
Perché non lo presi per il braccio e non lo misi alla porta? Ora mi viene questa idea; ma non mi venne allora.
Ero di una estrema delicatezza, e non avrei osato mai piú di dire a taluno: "Andate via".
Fare cosa poco amabile o poco piacevole non mi veniva in mente.
Mi risolsi di dirgli cosí come era la cosa.
E lui a fare le grandi meraviglie.
"Come! voi siete il grammatico, avete in corpo tutte le grammatiche, e dovete prepararvi la lezione? Ma voi pigliate le cose del mondo troppo tragicamente.
Con questi giovinotti sballate due o tre regole, fate qualche barzelletta, e salute a voi.
Volgete le spalle e non ci pensate piú, e non mi fate la faccia di spedale con quel chiodo fisso nel cervello".
E si rimise tra quel monte di libri, scartabellando.
"Per Iddio! ma siete matto a mettervi tutta questa roba in capo? Bembo, Salviati, Varchi, Castelvetro, Buommattei, Corticelli, bum!" E volgeva le pagine e mi parea che le stracciasse, cosí andava presto.
Poi, cavato l'oriuolo, disse: "È ora di pranzo, buona lezione"; e andò.
Io respirai.
Quel pensare per le strade mi dava la giravolta; spesso piú ripensavo e piú mi si guastava il pensiero o la frase; non vedevo piú la cosa, l'andavo cercando e non la trovavo, e piú mi si assottigliava il cervello, e piú quella mi si oscurava.
In verità, tutto questo travaglio era vano e nocivo; la lezione si faceva qualche ora prima di andare a scuola.
La pressura del tempo m'ispirava, m'illuminava; io giungeva caldo a scuola, e parlando, le cose mi venivano incontro di per sé, e mi ridevano.
Capitolo diciassettesimo
LE LEZIONI DI GRAMMATICA
Parecchi anni ero stato a leggicchiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Basilio Puoti.
Leggevo come si fa un dizionario, cercando quella pagina dove, secondo l'ordine, doveva esserci la tal regola o la tale eccezione o la tale osservazione.
Quella tanto sudata grammatichetta era già uscita in luce; ma io non ristetti da quella lettura, anzi, cessato il bisogno, mi ci misi dentro per ordine dall'a alla zeta, tirato da una specie di febbre, che non mi dava tregua, né distrazione.
Leggevo le pagine piú noiose come si fa d'un romanzo.
Cosí mi messi in corpo i Dialoghi della volgar lingua di Pietro Bembo, durando alla fatica di quei caratteri barbari, gotici, abbreviati, minuti che mi stancavano gli occhi.
E cosí m'inghiottii il Varchi, il Fortunio e i sottili Avvertimenti del Salviati e la prosa dottorale del Castelvetro e il Bartoli e il Cinonio e l'Amenta e il Sanzio e non so quanti altri autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi vantava sopra tutti gli altri il Corticelli e il Buommattei.
Quando avevo finito un libro, ne pigliavo subito un altro, senza domandarmi: "Che sugo ne ho cavato?" Del libro letto mi rimanevano notizie varie, alcune preziose e interessanti, ma niente di concorde e di sistematico.
Quelle notizie erano cacciate via dalle piú fresche, e le piú lontane talora non mi apparivano piú che come un barlume.
Tutta quella parte che riguardava le origini della lingua e delle forme grammaticali, destò in me sul principio la piú viva curiosità; ma presto me ne seccai, perché quelle etimologie arbitrarie e contraddittorie e quelle congetture avventate non avevano fondamento sodo, né davano adito a ricerche ulteriori, che rendessero interessante quello studio.
Le ricerche supponevano che si potesse andare al di là della coltura classica; ma per me, come per quegli autori, al di là non c'era che buio.
Dell'Oriente a me era noto tutto quello che avevo potuto leggere nelle storie; ma delle lingue, delle tradizioni, delle religioni, della filosofia sapevo poco meno che niente.
A me parve dunque tutto quel lavorío intorno alle etimologie e alle origini cosa vana; e con la leggerezza e la presunzione di quella età, spesso me ne prendevo gioco.
Quelle derivazioni dal greco o dall'ebraico o da non so dove, fondate sopra un certo scambio di vocali o di consonanti, mi parevano un gioco di bussolotti.
Quelle discussioni eterne sull'origine della lingua toscana o italiana mi annoiavano fieramente.
Quel pullulare perpetuo di regole e di eccezioni mi stancava, e tutte quelle dissertazioni sottili e cavillose sulle parti del discorso e sulle forme grammaticali mi annuvolavano il cervello.
Lascio stare le canzonature dei compagni, che, a vedermi quelle cartapecore in mano, affumicate dal tempo, mi chiamavano un antiquario.
E Gabriele Capuano mi diceva: "Basta ora con le anticaglie, ne sai abbastanza".
Certo, se io mi fossi dato a quegli studi e li avessi seguiti con tenacità, sarei riuscito un gran decifratore di manoscritti e di papiri, ché ci avevo pazienza e buon occhio.
Ma la vanità mi prese.
Mi sentivo rodere quando mi chiamavano "il grammatico".
Quella collaborazione col Puoti mi aveva impedantito agli occhi di molti.
Le lodi che si facevano a Gatti, a Cusani, ad Ajello, che per gli studi filosofici erano in candeliere, mi davano una inquietudine, di cui non avevo coscienza chiara, ma che pur sentivo nelle ossa.
Mi venivano nella memoria i miei antichi studi di filosofia, e quei Salviati e quei Castelvetri mi parevano addirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno e mio amore.
Perciò mi gettai con avidità sopra i rettori e i grammatici del secolo decimottavo, con un segreto che mi cresceva l'appetito, vedendomi sempre addosso gli occhi del marchese.
Lessi tutto il corso che Condillac aveva compilato a uso di non so qual principe ereditario.
Studiai molto Tracy e Dumarsais.
Il marchese, saputo dei miei studi, mi perdonò, a patto che non valicassi i confini della grammatica, e m'indicò un tale, che ora non ricordo, come un buon scrittore di grammatica generale.
Io leggeva tutto, il buono, il cattivo e il mediocre, grammatiche ragionate, filosofiche e comparate.
Quei cinquecentisti mi facevano stomaco; mi ribellai contro l'antico me, chiamando pedanteria tutto quello che due anni prima mi pareva l'apice del sapere: De Stefano e Rodinò mi si erano impiccoliti, e montai in superbia, e presi aria di filosofo.
Cosí ero fatto io, quando il marchese mi diede a scozzonare quella brava gioventú.
Il mio scopo doveva essere di apparecchiare i giovani alla scuola del Puoti; doveva essere una scuola preparatoria; ma quando mi sentivo lontano dagli occhi del marchese, mi si scioglieva la lingua, e mi abbandonavo sfrenatamente al mio genio, e davo del pedante a dritta e a manca, e avevo sempre in bocca la Scienza.
Tra i miei scartafacci pescai un giorno alcune prolusioni di quel tempo, delle quali diedi molti brani nei Nuovi saggi critici.
Il marchese le avea rivedute, e ci aveva messo quello stampo tutto suo di classicità ideale.
Ivi io me la prendo contro i pedanti con una stizza ridicola, e abbozzo l'immagine di una grammatica storica e filosofica, pigliando le mosse da un concetto di Quintiliano, e ribattendo il Sanzio, ch'io chiamavo "il Cartesio dei grammatici".
Quella tale grammatica tipica io chiamava grammatica metodica; e volevo dire che non doveva essere una lista di esempi e di regole e di osservazioni infilzate l'una all'altra, ma una vera scienza posta sopra saldi principii con quel chiaro ordine, con quel filo segreto, che ti conduce dall'un capo all'altro, quasi per mano.
Ivi prendo l'aria di un novatore, e trovo che tutto va male, che tutto è a rifare.
Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna.
"Niuna pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili nostri scrittori; malvagio gusto; pensieri non italiani; un predicar continuo purità, correzione; esempli contrari di barbarismi ed errori...; in malvagio stato trovasi la sintassi; squallida e incerta è l'ortografia; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme; niente di certo, niente di determinato intorno alla dipendenza de' tempi, al reggimento delle congiunzioni; principii opposti; opinioni contrarie".
Io avevo l'aria di voler riformare il genere umano, e parlavo alto e sicuro.
Non ci è cosa che possa tanto sui giovani quanto questo tono sicuro d'imberbe.
Fanno subito coro, e predicano il verbo, e propagano la fede.
Acquistai autorità sui discepoli, e l'impressione fu durevole, perché, con quel fine fiuto dei giovani, sentivano che in quelle lezioni io ci mettevo tutto me, ed ero sincero, e non c'era ciarlataneria, e serbava modestia e naturalezza.
Quando nell'uomo c'è l'attore, presto o tardi vengono i fischi; ma l'uomo sincero e modesto non perde mai prestigio.
C'era in me una contraddizione palpabile tra l'audacia delle opinioni e la cera bonaria e modesta: l'una mi attirava gl'intelletti, l'altra mi procurava la fede.
Io, arditissimo nei concetti, non mi tenevo da piú di nessuno dei miei discepoli; anzi mi sentivo loro compagno e uno con loro, e non mettevo nessuna cura a velare i miei lati deboli; mi mostravo tutto al naturale, e mi piaceva di stare in loro compagnia e spassarmi insieme con loro.
Cosí nacque quella parentela spirituale che non si ruppe mai piú, e che anche oggi m'intenerisce, quando qualcuno di quei giovani mi viene innanzi alla mente.
Le mie prime lezioni furono una storia della grammatica.
Volevo fare una storia delle forme grammaticali; ma al pensiero gigantesco mal rispondeva la cultura, attesa la mia scarsa grecità e l'ignoranza delle cose orientali.
Potevo rimediare con quei libri allora in moda, pieni di tante chiacchiere sulle cose greche e d'Oriente; ma queste generalità vuote non mi sono piaciute mai, né farmi bello delle altrui penne mi è mai entrato in capo.
A scrivere e a parlare mi era necessario non solo che la materia fosse a me ben nota, ma che la studiassi io quella materia, e la facessi mia.
Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a Vico ed a Schlegel, si ridusse nei modesti confini di una storia dei grammatici da me letti.
Non è già ch'io m'occupassi della loro vita e delle minime particolarità dei loro libri.
Fin d'allora la mia mira era al centro, cioè all'idea principale e dominante, lasciando da parte tutto il secondario e l'accessorio.
Non parlavo di un libro che non l'avessi studiato io medesimo; e il mio costume era, letto il libro, metterlo da parte, e pensarci su passeggiando e almanaccando.
Parlai dei grammatici che tutto derivavano dal latino.
Poi venni a quelli che erano studiosi della lingua, copiosi di regole e di esempli, che moltiplicavano in infinito.
Molto m'intrattenni sul Corticelli, sul Buommattei, sul Salviati e sul Bartoli.
Tutto era nuovo, autori, libri, giudizi.
Le mie censure erano senza pietà e senza riguardo.
Censuravo quel moltiplicare infinito di casi e di regole che si riducevano in pochi principii; quella tanta varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era facile ricondurre ad unità.
Facevo ridere, pigliando ad esempio l'a, il per, il da, irti di sensi e che pur non avevano che un senso solo.
La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il ragionevole, non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari.
Con questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi, io conciavo pel dí delle feste i cinquecentisti, e facevo lucere innanzi alla gioventú uno schema di grammatica filosofica e metodica, quale appariva negli scrittori francesi.
Dicevo che costoro erano eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, risalendo alle forme semplici e primitive: cosí "amo" vuol dire "io sono amante".
La ellissi era posta da loro come base di tutte le forme di una grammatica generale.
Questo non mi contentava che a mezzo.
Io sosteneva che quella decomposizione di "amo" in "sono amante" m'incadaveriva la parola, le sottraeva tutto quel moto che le veniva dalla volontà in atto.
I giovani sentivano quei giudizii acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l'Italia di una scienza nuova.
E in verità io sosteneva che la grammatica non era solo un'arte, ma ch'era principalmente una scienza: era o doveva essere.
Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me ancora un di là da venire.
Quel "ragionato" appiccicato alle grammatiche era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che non bastava dare le regole, ma che di ciascuna regola bisognava dare i motivi o le ragioni.
Paragonavo i grammatici o accozzatori di regole agli articolisti, che credevano di sapere il Codice, perché si ficcavano in capo gli articoli, parola per parola, e numero per numero.
Ma quel ragionare la grammatica non era ancora la scienza.
Certo era un progresso, e io ne dava lode ai nostri del Cinquecento e ai francesi, i quali ponevano la spiegazione della regola ora nella derivazione da lingue precedenti, ora nell'uso dei buoni scrittori, e ora nell'uso vivo del popolo, e cosí ne tiravano notizie utili e ragioni plausibili.
Ma questo agli occhi miei era una storia, non una scienza; e cercavo la scienza al di sotto delle forme, nel movimento immutabile delle idee, dei giudizii e del discorso.
Cosí trovavo nella logica il fondamento scientifico della grammatica; e finché mi tenevo nei termini generalissimi di una grammatica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio favorito, la mia corsa andava bene.
Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principio fissi.
Per trovare in quella storia la scienza, si richiedeva altra cultura e altra preparazione.
Nella mia ricerca dell'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil di logica, e concordare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo l'ingegno a dimostrare la conformità del fatto grammaticale con la logica, della storia con la scienza.
Chi vinceva avea sempre ragione; e coi piú sottili argomenti dimostravo la ragione della vittoria.
Anche nel metodo volevo la scienza; e metodo scientifico era non l'arbitrario succedersi delle cose, secondo i preconcetti di questo o di quello, ma la cosa stessa nel suo movimento naturale.
Io voleva una sintesi provvisoria, per darmi il piacere di decomporla e procedere analiticamente e riuscire poi ad una composizione definitiva.
La mia sintesi provvisoria era il discorso di cui davo una spiegazione intuitiva, esponendone le parti in un gran quadro sinottico.
Poi, biasimando quel rilegare in ultimo l'ortoepia e l'ortografia, io cominciavo dalle sillabe e dalle parole, in quanto sono pronunziate e scritte, salvo l'interpunzione, ch'era l'ultimo capitolo della mia grammatica.
Indi le parole erano analizzate secondo il loro contenuto, sostanze, accidenti, modificazioni, alterazioni, e parecchie cose nuove mi uscivano dette intorno agli articoli, a' pronomi, agli avverbi, alle preposizioni, alle congiunzioni.
Mi ricordo di un quadro, nel quale andavo significando tutti i movimenti intellettuali e materiali, e vi sottordinavo tutte le preposizioni, che parve cosa nuova e mirabile.
L'ellissi rappresentava una gran parte in queste analisi, e cosí spiegai tutte le interiezioni, non dimenticando mai di ricomporre e dare il significato vivo della parola, dopo di averla decomposta e trovato il suo senso logico.
Quando questo lavoro anatomico era compiuto, compariva in ultimo il verbo, come il principio della vita o del moto, che metteva in azione tutto quell'organismo.
Inselvato in quel ginepraio di tempi, di modi e di verbi irregolari, aguzzando l'ingegno in ridur tutto a regola e a logica, uscivo tutto affannoso alla riva, e ritrovavo la sintassi.
E qui le stesse pretensioni.
Io non ammetteva la irregolarità e le eccezioni, e pretendeva che il mondo andasse sempre diritto: altrimenti, dov'era la scienza? Se allora avessi conosciuto Hegel, avrei battezzato per accidente tutto quello ch'era fuori della scienza; ma non ero abbastanza ingegnoso, e volevo per forza tirare nei confini della scienza tutti i fatti grammaticali.
Non ammetteva che la sintassi fosse una parte distinta della grammatica.
Col mio metodo genetico, io li faceva uscire naturalmente dalle analisi fatte, ricomponendo per virtú del verbo, e passando, con moto celere e trionfante, alle proposizioni, ai periodi e al discorso.
La mia grammatica era un andare su su dalle parti piú semplici verso il discorso, il grande risultato della scienza, il principio e il fine.
Di questa grammatica non mi è rimasta che una vaga reminiscenza.
I giovani facevano un sunto delle lezioni, e un sunto da me corretto era il "libro della scuola", come lo si chiamava.
Uno di questi sunti mi è venuto alle mani, per gentilezza del signor Tagliaferri, allora mio discepolo.
Poco ci ho capito: già con questi occhi malati poco capir posso.
Oh! come questi sunti mi paiono pallidi dirimpetto a quelle lezioni nelle quali compariva tutta l'anima.
Avevo preso per costume di non ripetere mai un corso, e perciò quella grammatica rimase boccheggiante cosí come era stata abbozzata una volta, uno schizzo piú che un disegno finito, rimasto lí in aria, mentre io, incalzato da nuove aspirazioni, metteva mano ad altri lavori.
Pure, fu tanto l'entusiasmo grammaticale mio e dei giovani miei, che moveva quasi il riso, e ci chiamavano per ischerno "i grammatici", come chiamavano "linguaiuoli" o "frasaiuoli" gli scolari dei Puoti.
La grammatica non s'insegnava che ai bimbi, e mi biasimavano che insegnassi grammatica a giovani fatti.
"Ma c'è o non c'è una scienza della grammatica? - strillava io inferocito e con molti gesti.
- E questa grammatica generale, comparata, filosofica a chi la insegnerete voi? Ai bimbi non di certo.
Non è a lamentare che nei quadri universitari non ci sia la grammatica generale?"
In verità, io era il solo che insegnassi una grammatica di quella fatta, e, se molte osservazioni erano piú sottili che vere, se il metodo era forzato, se il contenuto era monco, se quella costruzione temeraria avea dell'affrettato e dell'imperfetto, se molte di quelle cose non attecchivano e non lasciavano orma, certo è che, fatta a quel modo, svegliava e alzava l'ingegno.
Quel disprezzo delle apparenze; quel guardare di sotto alle forme; quel pigliare per punto fermo il contenuto, il pensiero, il significato; quei conati dietro all'unità, cercando il simile e il regolare in quel mare d'irregolarità e di eccezioni; quel continuo esercizio di composizione e scomposizione rinvigoriva gl'intelletti e li predisponeva alla scienza.
Se in questa grammatica abbondava la scienza, molto scarsa era la parte dell'applicazione e dell'esempio.
Io credeva che una gran parte della grammatica si dovesse studiare in modo pratico, leggendo, scrivendo, parlando.
Ridotta la grammatica a generalità scientifica, ciò che propriamente si diceva "arte" io lo andava mostrando nelle letture, nelle composizioni e nelle conversazioni, con esercizi svariati e ingegnosi.
Capitolo diciottesimo
LETTURE E COMPOSIZIONI
Facevo la mia lezione di grammatica alla buona, seduto, senza gesti e senza intonazione oratoria, in modo familiare e didascalico.
Il corso durò due buoni anni.
Finita la lezione, facevo un po' di lettura.
Caldo ancora di fantasmi grammaticali, cercavo gli esempli e le applicazioni nel libro, ricorrendo spesso alla lavagna, perché mi piaceva di parlare ai sensi, e non ristavo finché la cosa non era chiara a tutti.
Avevo molta attitudine alle minuzie; sminuzzavo tutto, e su ciascuna minuzia esercitavo il mio cervello sottile.
Quelli che mi sentivano filosofare in grammatica, e tracciare le cose a grandi tratti, non si persuadevano come foss'io quel medesimo cosí minuto nelle minime particolarità grammaticali.
La stessa minuteria era nelle cose della lingua.
Dopo di avere analizzato e rovistato in tutti i sensi il fatto grammaticale, mi divertivo con le parole, e con la mia infinita erudizione, attinta ai testi di lingua, di ciascuna parola dicevo i derivati e i composti, i sensi antichi e nuovi, le somiglianze e le differenze, tanto che mi chiamavano "il dizionario vivente".
Talora la lettura non era che di un periodo solo, e prendeva una buona ora, e non la finivo piú, e mi ci scaldavo io, e ci si scaldavano gli altri.
E quando, riscossomi e cavato l'oriuolo, vedevo l'ora e facevo la faccia attonita, quei cari giovani mi sorridevano dicendo: "Professore, quando vi ci mettete!..." Il fatto è che in quella scuola non si sentiva la noia, perché dicevo cose novissime con un calore, con una unzione che li teneva tutti a me, vivendo tutti la stessa vita.
In quell'anno lessi dei brani del Pandolfini, del Compagni e di Frate Guido da Pisa, e terminai con la famosa leggenda del carbonaio di Iacopo Passavanti.
Nella prima lettura non andai piú in là del primo periodo del Governo della famiglia, e ci feci sopra le piú nuove e le piú sottili avvertenze, indicando le differenze di tutti quei sostantivi ammassati l'uno su l'altro, che esprimevano delicate gradazioni di una stessa cosa, e parevano simili ed erano diversi, e spiegavo anche il perché del loro collocamento.
Spesso tiravo fuori il capo da queste nebbie di minute osservazioni, e mi trovavo in puro cielo, nel cielo luminoso dell'arte, e m'entusiasmavo io, e tutti si entusiasmavano, mutando io voce e colore e accento.
Mi rimane ancora oggi l'impressione viva che fece la lettura del convito del Pandolfini.
Quando lessi: "spento il fumo alla cucina, è spento ogni grado e grazia", e quando, con intonazione solenne, uscii in quel "solitudine e deserto", quella vivace gioventú non si poté contenere, e proruppe in applausi, affollandomisi intorno.
Quella descrizione magnifica degli apparecchi del convito, dove tutto è pieno di senso, ch'io annotava e scolpiva, si trasformava nella mia calda analisi in una scena drammatica.
Un'impressione piú durevole forse fece la descrizione graziosa di una festa, nella quale il nostro messer Agnolo Pandolfini colse la moglie che s'era imbellettata.
Fece ridere quella "faccia imbrattata a qualche padella in cucina", e tutti colsero il garbo e la bonomia che è verso la fine, quando il marito, vedendola piangere, dice: "Io lasciai che s'asciugasse le lagrime e il liscio".
Pure, questo benedetto libro non l'ho aperto piú dopo quel tempo, sono passati tanti anni e tante vicende, e queste frasi mi tornano alla memoria, e mi tornano quelle letture come se le facessi ora, sí forte fu l'impressione.
Una volta la settimana si faceva il lavoro.
Di rado davo un tema; il piú delle volte se lo sceglievano loro.
Io tornava a casa carico come un ciuco.
Il dí appresso mi levavo di buon mattino, e cominciavo la lettura di tutti quei componimenti.
Avevo fatto l'occhio ai diversi caratteri, tanto che anche oggi dalle scritture piú orribili me la soglio cavare.
Mettevo in quel lavoro un'infinita pazienza, perché infinita era la mia coscienza: mi sarebbe parso un delitto l'andare in fretta o leggere a salti.
Mettevo nel margine le correzioni con le debite osservazioni, e talora tiravo in lungo, perché volevo farmi ben capire.
Fatta quella fatica, tornavo da capo a legger tutto, spesso aggiungendo altre postille; poi sceglievo in quella selva di errori quelli che davano occasione ad avvertenze grammaticali o di lingua, e che era bene che tutti sentissero.
Questa era la mia occupazione di tutto il dí.
Nel dimani andavo cosí armato a scuola, e chiamavo i giovani, uno per uno, e sempre trovavo a dir loro qualcosa, o biasimo o compatimento o lode, consegnando le carte.
Poi prendevo i miei appunti, e con l'occhio alla lavagna facevo scrivere le frasi o i periodi da me scelti, dov'erano gli errori, e volevo che i giovani me li trovassero.
Di là cavavo materia molto istruttiva di osservazioni e di applicazioni nelle cose della lingua e della grammatica.
Quello era l'esercizio piú utile.
Posso dire che s'imparava piú a quel modo che con tante regole e con tanto filosofare.
Io non lasciava mai in ozio l'intelletto e non dava luogo alle distrazioni: sempre lí, l'occhio alla lavagna, attento, caldo, come se vivessi là entro, e quella serietà, quel calore guadagnava tutti, li tirava a me.
Capitolo diciannovesimo
MALATTIE REALI E IMMAGINARIE
In questo primo anno della mia scuola mi giunse notizia che la divisione nella famiglia era compiuta.
Papà, sempre un po' poeta, avea scelto quella parte della casa ch'era in uno stato meno buono, perché col tempo era possibile allargarsi da quel lato e farsi una casa bella.
Cosí con la poesia dell'avvenire si consolava della miseria presente.
Intanto ci si stava alle strette, e bisognò farsi l'uscita da un'altra strada, fabbricare e lasciare a mezzo la fabbrica, dove gli altri, col loro pensiero prosaico, ebbero la casa bella e fatta, senza spesa e senza ansietà del domani.
Questo fu il frutto della poesia.
I due zii s'erano divisi secondo le loro inclinazioni; zio Carlo stava con gli altri, e zio Peppe con noi.
Il cugino Aniello era in Avellino a studio; poco poi rimpatriò e studiava medicina col padre.
Paolino mio fratello era in seminario.
Gli altri fratelli rimasero in casa sotto la disciplina di zio Peppe.
Vito si trovava con me ch'era un pezzo.
Io non potea troppo avergli l'occhio sopra; e poi era già grandicello, e pretendevo che facesse da sé, prendendo me per esempio.
Ma parve ch'egli incappasse in mala compagnia, e di questo me ne veniva qualche sentore, e gliene volevo male, e gli facevo lunghe paternali.
Ma vedendo le cose sempre sullo stesso andare, me ne stancai e non gli parlavo piú.
Quel mio silenzio mi pareva gli fosse freno, e invece gli fu sprone.
Quel vedersi trattato con indifferenza e non parlato e messo lí come un cencio, mi sembrava il maggior castigo che potessi dargli, e che gli fosse coltello al cuore.
Questo pareva a me, che spesso mi sono ingannato, supponendo nella gente sentimenti troppo delicati e raffinati.
A lui parve, non sentendo piú i miei rimproveri, d'essere come scarico d'un gran peso, e s'indurí e si senti piú libero.
Io che non gli vedevo cambiar registro, avrei dovuto cambiarlo io, e prendere altra via; ma la scuola mi teneva tutto a sé, e poco mi giungevano i rumori del mondo.
Un giorno, rimasto solo in casa, stanco di passeggiare e fantasticare per il solito stanzone, mi sedetti e tirai a me il cassetto della scrivania, e lo trovai vuoto, e rotta la serratura.
Rimasi spaventato, e non credevo a me e non sapevo come l'era andata; ché lí dentro ci doveano essere i miei sudati danari, e non ci trovai niente.
Con gli occhi smarriti corsi nella stanza da letto per vestirmi e correr giú, per isfogarmi con la famiglia Isernia ch'era al primo piano.
E non trovavo gli abiti, e fremevo d'impazienza; e mi volto di qua e mi volto di là, gli abiti non li trovo.
Erano scomparsi insieme con i miei danari.
Venne Enrico e gli contai la cosa.
Rimase intontito.
Mio fratello avrebbe dovuto già essere a casa, e non si vedeva.
Ci mettemmo a tavola muti.
Nessuno osava dire all'altro il suo sospetto.
"Ma, che è successo? - scoppiai io.
- Vito non viene!" E m'infilai certi calzoni vecchi, e con gli occhi di fuori lo andai cercando per le vie di Napoli cosí all'impazzata.
Fui dalla zia e da don Nicola Del Buono, alla sua scuola, da parecchi amici: nessuno seppe dirmi niente.
Tornai costernato.
Passai la sera in casa Isernia, e mi sfogai ben bene con donna Rosa e donna Maddalena, due zitellone, tutte paternostri, che per giunta mi facevano la predica e accusavano la mia poca vigilanza.
Rimasi per due giorni balordo, con gli occhi asciutti, senza forza di pensare a nulla, e quando mi si parlava del fatto, mi era trafittura.
Al terzo o quarto giorno, ritirandomi, ch'era già ora tarda, veggo scendere dalle scale un signore, e io, miope e per solito frettoloso nell'andare, lo investo e ci trovammo muso a muso.
Era il babbo.
Le lacrime da lungo tempo compresse scoppiarono con abbondanza.
Egli cercava calmarmi, chiamandomi coi piú dolci nomi, e pigliandomi la mano.
Mi narrò che quel disgraziato s'era fuggito di casa con un tal don Raffaele, che lo spogliò per via e lo abbandonò.
Cosí solo, a piedi, senza un quattrino e affamato, giunse in paese.
Le circostanze del suo arrivo e le sue risposte confuse mossero il babbo a venire da me per sapere il netto.
Fu questa una crisi terribile nella mia vita.
Non me ne sapevo persuadere, né consolare.
Quel fratello s'era perduto senza rimedio, e mi prese un dolore profondo a considerare quella leggerezza e quella ingratitudine.
Era la prima volta che dalla famiglia mi veniva una puntura cosí acerba.
Quanto piú alto e puro era il mio ideale della vita, tanto mi appariva piú riprovevole quella condotta.
Aggiungi a queste angosce del cuore la vita faticosissima, quasi senza riposo.
La mattina ero al Collegio militare; verso sera andavo a scuola; gl'intervalli della giornata erano riempiuti dalle lezioni private.
Metti pure il continuo travaglio della mente sui libri, e quell'aculeo del cervello che è la meditazione, diventa una abitudine e quasi un fantasticare, quando ci mancava sotto un fondamento serio.
Questa era la mia vita.
Mancavano quelle lunghe passeggiate che pur mi tenevano su, negli anni passati; mancavano pure le allegre conversazioni giovanili in casa Puoti, de omnibus rebus, che portavano al mio spirito notizia del mondo di fuori e lo dissetavano.
La mia vita era monotona, quasi una ripetizione quotidiana.
Seppellito nella scuola, sempre nello stesso piccolo cerchio d'idee, il cervello si fissava, e, attivissimo in un punto, rimaneva quasi stupido in tutti gli altri aspetti della vita.
Di sentire delicatissimo, quell'ambiente volgare e grossolano in cui ero pur costretto di vivere, mi offendeva e mi guastava i nervi, sí che sempre mi sentivo esule dalla società, e cercavo rifugio nei giovani.
Dimagravo a vista d'occhio; ero gracilissimo, spesso infreddato, e passavo i giorni fra tosse e mal di gola.
Una buona igiene poteva forse guarirmi; ma ero inesperto e spensierato.
Le occupazioni si prendevano tutto il tempo; pure, in certi ritagli della giornata contentava la mia voglia sfrenata di leggere, e la mia faccia gialla cadeva sui libri.
Quel frequente chinarsi del petto e del capo mi aveva incurvato il dorso.
Talora volevo leggere quello ch'era necessario a sapersi per la mia lezione: ma che! cominciato, non finivo piú che non finisse il libro.
Sceglievo un periodo per la lettura; ma l'un periodo si tirava appresso l'altro, e divoravo le pagine, e passavo ore intere come immemore.
Alzando il naso dal libro, mi guardavo intorno, come chi si sveglia e non riconosce ancora il luogo dove si trova.
Un giorno mi venne alle mani un trattato di patologia generale.
Leggo e leggo con una curiosità mista di spavento quella infinita serie di morbi, e mi pareva il corpo umano come inverminito, e che vi pullulassero quei morbi l'uno dall'altro.
Quelle descrizioni animate, che finivano quasi sempre col delirio e la morte, mi spaventavano e mi attiravano come un romanzo funebre.
Lessi piú volte la descrizione del tetano: ignoravo il nome e la cosa.
Impressionabile molto, mi pareva di sentirmi nelle ossa quei morbi che mi passavano dinanzi come fantasmi.
Eccomi alla tisi.
Mi batté il core, perché di quei mal sottile morivano per lo piú i giovani e le ragazze, e pietose storie se ne contavano, e io, cosí gracilino com'ero, mi toccavo spesso il petto per paura della tisi.
Leggo adagio, notando i fenomeni, e, quando giunsi al calore nel vôto delle mani e al rossore delle guance scarne, mi levai turbato, che mi sentivo bruciare le mani, e corsi allo specchio per mirarmi le guance.
Tacito, impensierito, stetti agitato per un paio di giorni, insino a che me ne confessai con l'antico medico di casa, signor Domenico Albanesi.
Costui era un elegante mingherlino, ben chiomato, ben vestito, di faccia aperta e allegra.
"Cos'hai?" mi disse, veggendo la mia brutta cera.
Lo pregai di tastarmi il polso, esaminarmi il petto, e la voce mi tremava.
"Ma io non t'ho visto mai cosí bene, - disse lui, toccandomi il polso.
- Tu stai benone, via! vuo' farmi il malato di Molière?" Poi, mi guardò in viso, e, vedendo che stavo lí non persuaso, aggiunse: "Dimmi, leggeresti forse qualche libro di medicina?" Gli narrai tutto, con semplicità uguale all'ingenuità.
Il medico rise molto, e, accarezzandomi il mento, disse: "Gitta al foco tutti questi libri di medicina".
Mi confortò piú quel riso che quelle parole, e tornai a casa rassicurato.
Ma pochi giorni di poi mi venne all'orecchio una notizia che mi atterrò.
Il povero medico faceva l'amoroso con una giovanetta, figlia del Ronchi, medico di Corte.
E faceva l'amoroso come si soleva in Napoli, in istrada, a chiaro di luna, guardando, facendo gesti con la bella al balcone.
Una di quelle sere che il freddo era grande, stando cosí al sereno, gli furono attaccati i polmoni, e cosí quel meschino, che rideva con me del mal sottile, moriva pochi dí appresso di mal sottile.
Il fatto mi contristò assai.
Non mi pareva vero di non dover piú incontrare per via quel giovanotto gaio e spigliato, che ammiccava di qua e di là le ragazze, e, vedendomi, diceva subito: "Come stai? Io sto benissimo".
Il fatto è ch'io era malato per davvero, malato di esaurimento, o, come si direbbe oggi, di anemia.
Me ne fece avvertito una ragazzotta robusta come una contadina, con la quale talora ci vedevamo sopra un terrazzino a pianterreno, che metteva nella sua casa.
Era conoscenza vecchia, e ci trattavamo alla buona e senza malizia.
Ella mi diceva spesso che i miei occhi erano amorosi, e io non capivo e non rispondevo a tuono.
La famiglia si riuniva sopra quel terrazzino per sollazzo, e si facevano parecchi giuochi.
Un dí giocavamo a chi alzasse una sedia con sola una mano.
Lei la ghermiva e la slanciava subito in aria; io mi ci scorticavo la mano, la levava a gran fatica, e il braccio si piegava, e piú ci poneva forza e meno mi riusciva di tenerla alta, ché il braccio mi tremava sotto.
La bricconcella se la rideva, e mi mostrava il suo braccio rotondo e rubicondo, e, guardando al mio, diceva: "Il sangue non ci arriva".
La sentivo con ammirazione.
Poi guardai e vidi che il mio braccio era esile e pallido, e presi l'abitudine di strofinarmi i polsi con la mano per farci venire il sangue.
A scuola ero un altro.
Giovane tra giovani, esaltato in me stesso; là regnava il cervello, e il cervello straviveva.
Nessuno, vedendomi cosí vivace e acceso, avrebbe pensato ch'io fossi infermo; pure, quella scuola si portava via una parte di me.
Ventura fu che l'anno volgeva al suo termine, e io potei rinfrancare le forze in Sorrento.
Capitai in casa di una buona contadina, piuttosto agiata, che aveva una figliuola unica, grandetta e belloccia.
La mamma nel dopo pranzo la lasciava con me, e passavo le ore accanto a lei, sedia a sedia, sopra un terrazzino coperto, onde si vedeva un bel cielo azzurro e il tranquillo mare.
In altri tempi avrei fatto il poeta, e cavate fantasie graziose dalla luna, dalle stelle e dalle nuvole.
Ma ora non mi veniva niente alla lingua, e stavo le ore intere a mirarla, e facevo il Consalvo, timido innanzi alla Divinità, e aspettava una parola da lei, e lei da me, e nessuno parlava.
Da questo grottesco intermezzo mi vennero a togliere alcuni amici che mi menarono seco loro a desinare.
Da quel tempo, per non trovarmi faccia a faccia con la mia bella statua di gesso, usai le ore vespertine a girare per quei dintorni.
Le camminate lunghe, l'allegra compagnia, l'aria pura, il riposo, le distrazioni mi ebbero in poco di tempo rifatto il corpo e lo spirito, tanto che, al partire di colà, osai dare alla mia contadinotta un'abbracciata.
Consalvo me lo perdoni.
Capitolo ventesimo
IMPRESSIONI POLITICHE.
ZIO PEPPE
Ripigliai le lezioni con brio.
Tutti mi facevano complimenti sulla mia buona cera.
Molti furono i nuovi venuti, nessuno m'aveva lasciato, e mi si stringevano intorno con le facce ilari, dove si leggeva la sicurezza di fare una buon'annata.
Il primo corso era stato giudicato novissimo, e, al grido, parecchi venivano tirati anche da curiosità.
Io mi sentii inetto a ripetermi, e volli dare qualcosa di nuovo.
Feci un corso sulla lingua.
Intanto non avevo intermessa la lettura dei giornali francesi.
Stavo qualche ora nel caffè del Gigante.
Avevo assistito con grande interesse alla lotta parlamentare tra il conte Molé e la coalizione, dove primeggiavano Guizot e Thiers, collegati di occasione.
Quelle giostre oratorie mi rapivano in ammirazione; non sapevo ancora quale era il dietroscena, e quanta vacuità fosse in quegli splendori.
Quella coalizione mi pareva una soperchieria e uno scandalo, e, col mio istinto che mi tirava verso i deboli, Molé mi divenne simpatico.
Ammirai soprattutto con quanta prontezza d'ingegno volse contro Guizot una frase di Tacito, che questi citava contro di lui; ma poi dimenticai Molé e fui contento di veder ministro il mio Thiers.
Costui aveva non so che di mobile e irrequieto nella condotta, piú del brillante che del sodo, ciò che alla mia immaginazione giovanile non dispiaceva.
Aspettavo grandi cose da lui; sapevo a memoria moltissimi luoghi dei suoi discorsi limpidi e filati.
Mi ricordo fra l'altro questa frase: "Io fo quello che dico, e dico quello che penso".
Ci vedevo uno dei miei piú cari ideali, la concordia tra il fare, il dire e il pensare, e m'immaginavo che avrebbe recato ad atto tutte quelle grandi idee di libertà e di riforme, di cui avea piena la bocca.
Ma i fatti mi riuscirono di molto inferiori ai discorsi, e, anche discorrendo, il ministro mi pareva inferiore al deputato.
Nelle mie passeggiate e nelle chiacchierate intime con gli amici, facevo lo sputa-senno, e pronunziavo con grande sicumera giudizi di giovane focoso e inesperto.
Forse nei miei giudizi severi entrava quella non so quale velleità che trascina i giovani in favore dell'opposizione.
Non avevo ancora una personalità in quel giudizio delle cose e degli uomini, e mi facevo molto impressionare da quello che dicevano di lui i giornali di mia lettura, il "Siècle" e i "Débats", che gli erano contrari; forse anche la grande aspettazione che avevo di lui gli nocque.
Pure, lo accompagnai con qualche simpatia nella sua campagna contro i gesuiti e contro i conventi, e poi nella sua azione diplomatica a sostegno del viceré d'Egitto.
Mi fece grande impressione, nella discussione parlamentare intorno ai gesuiti ed ai conventi, un discorso di Berryer, un pezzo oratorio di gran forza, dov'erano descritte con mirabile facondia certe lassitudini della vita, che cercano appagamento nella quiete dei conventi.
I deputati lo applaudirono molto, ma conchiusero contro, ciò che a me parve strano.
E mi parve anche piú strano quell'antipatico uomo di spirito ch'era il Dupin, il cui discorso mi sembrò cavilloso e curialesco.
Queste furono le mie prime sorprese in politica.
Ma erano nulla a quelle che vennero poi.
Vidi il Thiers invischiato nella lotta tra egiziani e turchi, e mi pareva ogni dí scoppiasse la guerra.
Ma non ne fu niente; Il ministro seppe cosí mal manovrare, che la Francia rimase isolata, e non ebbe animo di affrontare l'Europa per i begli occhi di Mehemet.
Io capii poco di quella politica farragginosa, e mi venne, cosí piccino com'ero, il sospetto che facesse apposta cosí, per distrarre i francesi dal programma liberale trombettato da lui.
Vedi malizia! E non è la prima volta che gli uomini vedono furberia in ciò che è vanità o inabilità.
Per non impiccolire Thiers, il mio beniamino, io lo creava un furbo di tre cotte.
Pure, dentro di me era sminuito il suo prestigio.
Quella sua caduta precipitosa senza lasciare dietro di sé che velleità e rumore, mi aveva guastato l'idolo.
Mi s'ingraziò un poco nell'ultima lotta, quando vidi la mala fede dei suoi avversari, che volevano per forza fare di lui la personificazione della guerra, con quelle solite formole alla francese: "Thiers c'est la guerre, et Guizot c'est la paix".
Questi assolutismi non mi entrarono.
Ci vedevo una soverchieria contro quel povero Thiers.
Guizot poi mi divenne addirittura odioso.
"Che uomo! - gridavo io, gestendo forte.
- Thiers lo invia ambasciatore a Londra, e costui cospira contro il suo ministro e viene nella Camera a combatterlo! Ben fece Berryer ad accopparlo".
Io era mobile e appassionato nei miei giudizi, molto impressionabile, trasportato dalle varie correnti, con una gran dose di bontà e d'ingenuità.
M'incalorivo molto per le cose di Francia, e non avevo orecchi né occhi per le cose nostre; anzi Napoli era per me il migliore dei mondi, perché Napoli era la mia scuola, e nella scuola mi sentivo appagato e felice.
Del resto, questa era allora la corrente.
La gioventú, mossa da un sentimento letterario, si appassionava molto per quella grande eloquenza della tribuna francese, e, sfogatasi ben bene nei caffè a chiacchiere e a gesti, non cercava altro.
E la polizia lasciava fare.
In mezzo alle mie dispute politiche e alle mie lezioni mi colse come strale una triste notizia: zio Carlo, colpito da un secondo accidente apoplettico, moriva.
Mi rimproverai allora quella non so quale freddezza che gli avevo mostrata.
Avrei voluto essere lí, a piè del suo letto, e chiedergli perdono.
Ricordavo la sua bontà per me, ch'ero stato sempre il suo prediletto.
Nel suo testamento lasciò tutto ai cugini, ciò che mi parve la conseguenza inevitabile di molte promesse, e non mi sorprese.
"Ma se egli aveva a dolersi di mio padre, che colpa ci hanno i figli?", pensavo io.
Anche a zio Peppe spiacque la cosa, e fece un contro-testamento, nel quale lasciò tutto a mio padre, per equilibrare, diceva lui.
Questi fatti avevano generato mali umori, e il povero vecchio menava in famiglia giorni annoiati e malinconici.
Il suo umore vi