LA MADRE AMOROSA, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
.
OTT.
Donna Aurelia, che avete voi che piangete?
AUR.
Nulla, conte.
Lasciatemi in pace.
OTT.
Che sì che indovino la causa del vostro cordoglio?
AUR.
Non mi tormentate, vi prego.
OTT.
Eh signora, lodo l'amor delle madri verso i loro figliuoli; ma quando son questi ingrati...
AUR.
Signore, di chi parlate?
OTT.
Ho inteso vostra figlia partir di qui borbottando, e replicare dieci volte da se medesima: sì, lo voglio.
AUR.
(Oh me infelice!) (sospirando piano)
OTT.
E voi soffrirete, che a vostro dispetto e su gli occhi vostri, si facciano tali nozze?
AUR.
No, conte, non si faranno.
OTT.
Chi ve ne accerta?
AUR.
Mia figlia non vorrà darmi un così gran dispiacere.
OTT.
Ella? se come una pazza va ripetendo lo voglio?
AUR.
Non doveva parlare di questo.
OTT.
Basta, non vo', coll'insistere maggiormente, inquietarvi.
Donna Aurelia, son qui per darvi un testimonio della mia stima, e permettetemi ch'io dica, del sincero amor mio.
AUR.
(Laurina dove sarà?) (da sé)
OTT.
Mi permettete ch'io parli?
AUR.
Sì, parlate.
OTT.
Più volte vi ho fatto comprendere, donna Aurelia il desiderio mio di acquistare il tesoro del vostro cuore, unito a quello della vostra mano.
Ora parmi che un accasamento per voi potesse piucché mai riuscire opportuno.
Siete attorniata da una cognata indiscreta, da una figlia (soffrite ch'io lo ripeta) all'amor vostro ingrata.
Fate quanto potete per impedire ch'ella sia di Florindo, ma quando tutto si unisse a distruggere le vostre massime e la vostra savia condotta, pensate a voi stessa.
Io vi offerisco una casa, uno sposo.
Il matrimonio di vostra figlia non recherà a voi disonore, se voi avrete, benché invano, procurato impedirlo; ed io sorpasserò egualmente un simile accasamento, come se donna Laurina non fosse nata del vostro sangue.
AUR.
Ah conte, a voi sarebbe facile scordarvi che Laurina fosse mio sangue; ma io, che nelle viscere mie l'ho nutrita, non posso lusingarmi di farlo.
Non cesserò mai di operare per la salvezza del suo decoro; e quando tutto riuscisse vano, potrei morire, ma non abbandonare mia figlia.
Per ora non mi parlate di nozze, non mi parlate di amori, che d'altro affetto non son capace per ora che di quello di madre.
OTT.
Povera dama! mentre voi con simili tenerezze languite per la figliuola, ella pensa a tradirvi.
AUR.
Non lo farà, conte: Laurina non lo farà.
OTT.
Dove pensate ch'ella sia incamminata?
AUR.
Le ho comandato andare nella sua camera.
OTT.
Ed io l'ho veduta verso la camera di sua zia.
AUR.
Possibile? Ah ingrata...
Ma non lo credo.
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE e detti.
AUR.
Signor Pantalone, avete voi veduta mia figlia?
PANT.
Siora sì.
AUR.
Dove?
PANT.
Verso le camere de siora donna Lugrezia.
AUR.
Oh cielo!
OTT.
Non ve l'ho detto?
AUR.
Ah ingrata!
OTT.
Sì, è un'ingrata, ed io conoscendola...
AUR.
Basta, conte; io posso dirlo, voi non dovete dirlo.
Gl'insulti delle madri non offendono le figliuole.
Gl'insulti d'un cavaliere non si convengono ad una dama.
A me tocca il correggerla, a voi il rispettarla.
(parte)
OTT.
Anche la virtù deve avere i suoi limiti.
L'amore di donna Aurelia eccede troppo i confini della giustizia.
PANT.
Ah, caro sior conte, l'amor de madre xe un gran amor.
OTT.
Sì è vero.
Ma...
non voglio perderla di vista.
Ella ha bisogno di chi le presti soccorso.
(parte)
PANT.
Sto sior conte ghe preme molto donna Aurelia.
El gh'ha una gran carità per ela.
Ma za la xe carità pelosa.
El mondo xe tutto cussì, tutto interesse.
Ghe despiase che donna Aurelia ama tanto so fia, perché el so amor el lo vorave tutto per elo.
Olà, cossa vedio? Siora donna Laurina co sior Florindo? Zogheli alle scondariole? So madre va per cercarla da una banda, e ela scampa da un'altra.
Vôi retirarme un pochetto, e véder un poco, e sentir, se se pol, che intenzion che i gh'ha.
Povera donna Aurelia, la me fa peccà! (si ritira)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA LAURINA e FLORINDO.
LAUR.
Signor Florindo, ho tanta volontà di parlarvi.
FLOR.
Ma qui in queste stanze possiamo esser sorpresi da vostra madre.
LAUR.
L'ho veduta passare dall'altra parte col conte Ottavio.
FLOR.
Sì, questa vostra signora madre, cotanto austera con voi, fa all'amore peggio d'una ragazza.
LAUR.
E poi vuol impedire ch'io non lo faccia.
Non vuole ch'io mi mariti.
FLOR.
Non vorrà che voi vi maritiate, perché averà ella intenzione di farlo.
LAUR.
Lo faccia, e lo lasci fare.
Io non impedisco ch'ella si soddisfi, né ella impedisca che possa io soddisfarmi.
FLOR.
Donna Laurina, se voi non fate una risoluzione, vostra madre per puntiglio non vorrà certamente che siate mia.
LAUR.
Ma qual risoluzione poss'io prendere?
FLOR.
Un'altra volta io ve l'ho suggerita.
Datemi la mano di sposa, e dopo il fatto la sua collera non ci potrà fare paura.
LAUR.
Darvi la mano...
Se ci fosse almeno mia zia.
FLOR.
Ecco il signor Pantalone.
Alla presenza di quest'uomo vecchio e civile, ci porgeremo scambievolmente la destra.
LAUR.
Questi è un amico di mia madre; non ne vorrà probabilmente sapere.
SCENA SEDICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Bravi; pulito!
FLOR.
Signor Pantalone, favorisca di grazia.
PANT.
Son qua; cossa comandela?
FLOR.
Vossignoria, ch'è uomo ben nato, civile e discreto, spero non averà difficoltà di farci un piacere.
PANT.
Le comandi: son qua per servirle dove che posso.
LAUR.
Ma per amor del cielo, non mi tradite.
PANT.
Me maraveggio.
Non son capace, patrona.
FLOR.
So che siete un vero galantuomo, tutto mi comprometto da voi.
PANT.
Via, cossa me comandela? Se la sarà una cossa onesta, le se assicura che la farò volentiera.
LAUR.
Oh, in quanto a questo, è onestissima.
FLOR.
È una bagattella, signor Pantalone.
PANT.
Via, cossa xela?
FLOR.
Noi ci vorressimo in questo momento sposare, e vi preghiamo favorirci per testimonio.
PANT.
Una bagattella!
LAUR.
Mia zia lo acconsente.
PANT.
Ma ghe par che tra persone civil se fazza i matrimoni in sta maniera?
FLOR.
Siamo sforzati a farlo per le persecuzioni di donna Aurelia.
PANT.
Siora donna Aurelia xe una donna prudente.
LAUR.
Non ve l'ho detto io ch'egli tiene da mia madre? (a Florindo)
FLOR.
Basta, scusate se vi ho dato il presente disturbo.
(a Pantalone)
PANT.
Queste no le xe cosse da domandar a un galantomo della mia sorte.
FLOR.
Via, signore, è finita.
Vossignoria si servi.
Vada dove vuole, che non intendo volerlo più trattenere.
PANT.
(Me despiase mo adesso lassarli soli).
(da sé)
LAUR.
Se ha qualche affare, signor Pantalone, si accomodi, vada pure.
PANT.
Eh, no gh'ho gnente da far.
Stago volentiera un pochetto in conversazion.
LAUR.
(Vecchiaccio).
(da sé)
FLOR.
Bene, e voi restate.
Signora donna Laurina, siete disposta a quanto vi ho suggerito?
LAUR.
Dispostissima, signor Florindo.
FLOR.
Animo dunque, porgetemi la mano.
PANT.
Cossa fale?
FLOR.
Noi ci sposiamo in presenza vostra.
PANT.
Me maraveggio.
Mi no ghe ne voggio saver.
FLOR.
Dunque andatevene.
PANT.
Sì, sì, anderò...
(Ma no gh'ho cuor de lassarli precipitar).
(da sé) La senta, no se poderave più tosto...
FLOR.
Voi m'inquietate, signor Pantalone.
PANT.
Siora donna Laurina, la ghe pensa ben.
LAUR.
Voi non siete mio padre.
FLOR.
Non mi obbligate a perdervi finalmente il rispetto.
PANT.
Cossa voravelo far?
LAUR.
Ecco mia zia.
FLOR.
Ci sposeremo in presenza sua.
PANT.
Bon pro ghe fazza.
LAUR.
Mia zia mi ama molto più di mia madre.
PANT.
Sì, la se ne accorzerà ela.
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA LUCREZIA e detti.
PANT.
Siora donna Lugrezia, la favorissa.
LUCR.
Che cosa volete, signore?
PANT.
Ghe cedo el posto.
(in atto di partire)
LUCR.
Dove andate? (a Pantalone)
PANT.
A muarme de camisa, per la fadiga che ho fatto.
(parte)
LUCR.
E voi altri che fate qui?
LAUR.
Mia madre non vuole assolutamente ch'io sposi il signor Florindo.
LUCR.
Vostra madre ha poco giudizio.
FLOR.
Voi per altro, signora, me l'avete promessa.
LUCR.
È verissimo, e son donna da mantener la parola.
LAUR.
Conosco, signora zia, che voi mi amate davvero.
LUCR.
Sì, vi amo con tutto il cuore; ma vostra madre mi vuol far perder la sofferenza.
FLOR.
E per questo è bene che si sollecitino le nostre nozze.
LUCR.
Si sollecitino pure.
FLOR.
Son pronto a darle la mano.
LUCR.
Adagio un poco.
Vi è una difficoltà.
FLOR.
Che difficoltà ci trovate, signora?
LUCR.
I ventimila scudi di contraddote.
FLOR.
Li ho promessi e li darò.
LUCR.
Ci vuole il notaro.
FLOR.
A me non credete?
LUCR.
Vi credo; ma le cose s'hanno da fare come van fatte.
LAUR.
Eh via, signora zia, a me non importa...
LUCR.
Se non importa a voi, importa a me.
FLOR.
Ora, come abbiamo a fare a trovare il notaro?
LUCR.
Cercatelo immediatamente.
Riconducetelo qui, e terminiamo una volta questa faccenda.
FLOR.
E se non lo trovassi?
LUCR.
Non ci sarebbe altro rimedio, per far più presto, che portar qui il denaro.
FLOR.
Ma questo poi...
LUCR.
Non vi è altro.
Ve la dico in rima: o trovatemi il notaro, o contatele il denaro.
FLOR.
Dunque me n'andrò.
LUCR.
Sì, e fate presto a tornare.
FLOR.
Pazienza.
LAUR.
Chi sa se saremo più in tempo.
FLOR.
Signora donna Lucrezia, se per causa vostra mi convenisse perdere la mia Laurina, giuro al cielo, farei qualche grande risoluzione.
(parte)
LAUR.
Se perdo Florindo, signora zia, mi vedrete dare nelle disperazioni.
(parte)
LUCR.
Bellissima! Di questo loro amore, di queste loro nozze, voglio profittare ancor io.
Voglio, se posso, risparmiar la dote della nipote.
Io sono l'erede di mio fratello, e se non iscorporo questa dote, tanto è maggiore la mia eredità.
Così potrò vivere con più comodi, e se morisse mio marito ch'è vecchio, potrei sperare di rimaritarmi con qualche personaggio di qualità.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di donna Aurelia.
DONNA AURELIA, poi DONNA LAURINA.
AUR.
Florindo si avanza troppo, e Laurina mia non conosce l'inganno della sua passione.
Tocca a me farglielo rilevare per quanto posso, per quanto mi fia possibile.
Eccola.
Voglia il cielo che la colpiscano le mie parole.
LAUR.
Signora, eccomi ai vostri comandi.
AUR.
Dove siete stata sinora?
LAUR.
Nella mia camera.
AUR.
A far che nella vostra camera?
LAUR.
A piangere liberamente.
AUR.
Povera figlia! voi siete afflitta; vi compatisco, e sento al vivo dentro di me medesima le vostre pene.
LAUR.
Ah signora madre, voi non mi amate.
AUR.
Sì, figlia, vi amo teneramente, e desidero di vedervi contenta.
LAUR.
Se fosse vero, voi non mi affliggereste così.
AUR.
Via, voglio consolarvi; credetemi, son pronta a farlo.
LAUR.
Dite davvero, signora madre?
AUR.
Sì, cara, sedete ed ascoltatemi.
LAUR.
(Questa volta Florindo è mio).
(da sé, e seggono)
AUR.
Laurina amatissima, niuna persona di questo mondo può amarvi più della madre, e a niuno, meglio che a me, si conviene la confidenza del vostro cuore.
Di me non vi siete fidata, e dall'aver operato senza il consiglio mio, sono derivati i disordini che sconcertano la nostra casa.
LAUR.
Signora, il rispetto...
AUR.
Sì, v'intendo: per rispetto non mi avete confidato gli arcani vostri, ma di questo rispetto vi siete poscia scordata, quando avete determinato di farvi sposa senza l'assenso mio.
LAUR.
Voi continuate a rimproverarmi.
AUR.
No, figlia, non vi rimprovero più.
Quello ch'è stato, è stato.
Parliamo adesso con libertà.
Son madre al fine, e posso bene sacrificare un puntiglio, per chi sarei anche pronta di sacrificare la vita.
LAUR.
Via, non mi fate piangere.
AUR.
Eh figlia, ho tanto pianto per voi, che le vostre lacrime non arriveranno mai ad equivalere alle mie; ma non voglio che più si pianga.
Ditemi con sincerità, con franchezza: siete voi innamorata?
LAUR.
Sì, signora, lo sono.
AUR.
È Florindo l'oggetto de' vostri amori?
LAUR.
Non vi è bisogno che lo ripeta.
Già lo sapete.
AUR.
Voi mi rispondete con un poco di temerità.
LAUR.
Già lo vedo: voi volete alla fine mortificarmi.
AUR.
Non è vero.
Voglio soffrirvi, desidero consolarvi.
Ma ditemi, in grazia, quanto tempo è che voi amate il signor Florindo?
LAUR.
In verità, signora, non è più di dodici giorni.
AUR.
E in così poco tempo avete concepito per lui un così grande affetto?
LAUR.
Eppure, signora, io l'amo teneramente.
AUR.
No, Laurina, voi non l'amate.
LAUR.
Volete voi saperlo meglio di me?
AUR.
Sì, lo conosco meglio di voi, e lo voglio far rilevare a voi stessa.
LAUR.
In che maniera?
AUR.
Voi abborrite la soggezione, siete annoiata della casa paterna, bramate di figurar nel gran mondo, bramate avere uno sposo al fianco.
Florindo è il primo che vi si offre; ecco l'origine, ed ecco il fine del vostro amore.
LAUR.
(Tutto il sangue mi si rivolta).
(da sé)
AUR.
Laurina, voi arrossite.
LAUR.
Io, signora? V'ingannate.
AUR.
Che vi pare di questo mio vaticinio?
LAUR.
Se desidero maritarmi, non fo torto a nessuno.
AUR.
Fate torto alla vostra nascita col desiderare Florindo.
LAUR.
Eccoci al punto.
Voi non volete ch'io mi mariti.
AUR.
No, anzi desidero maritarvi.
LAUR.
Ma come? Non la capisco.
AUR.
Vi troverò io uno sposo.
LAUR.
Perché volete affaticarvi a ritrovarmi uno sposo, se l'ho bello e trovato?
AUR.
Quante volte ve l'ho da ripetere? Florindo non è per voi.
(alterata)
LAUR.
Ecco qui il bell'amore! Mi grida, mi mortifica.
AUR.
Via, se amate veramente Florindo, io medesima ve lo concedo in isposo.
LAUR.
Dite davvero?
AUR.
Sì, ma voglio assicurarmi che veramente lo amiate.
LAUR.
E come?
AUR.
Ascoltatemi.
Florindo è un uomo vile, nato di genitori plebei, sollevati a qualche comodo dalla fortuna.
LAUR.
Per questo...
AUR.
Ascoltatemi.
Suo padre lo lasciò ricco, ma in pochi anni ha egli consumata l'eredità in crapule, in dissolutezze, in giuoco, in donne.
LAUR.
Non credo...
AUR.
Lasciatemi terminare.
Egli è pieno di debiti, e se vi sposa, e la zia vi dà la dote, o in pochi dì egli la consuma, o vi conduce a parte delle di lui miserie, a piangere seco il tristo effetto d'un amore imprudente.
LAUR.
Signora, avete ancor terminato?
AUR.
Vengo alla conclusione.
So che voi non vorrete credere per vera la descrizione fattavi del vostro amato Florindo, ma figuratevi per un momento ch'ei fosse tale, quale ve l'ho dipinto; lo prendereste voi per marito?
LAUR.
Se tale ei fosse...
certamente...
non lo prenderei.
AUR.
Lode al cielo, voi non lo amate.
(s'alza) Se lo amaste davvero, l'amore vi farebbe essere più pazza ancora che voi non siete.
Ecco avverato quanto vi dissi, eccovi il vostro cuore scoperto.
Voi non amate Florindo, ma in lui bramate uno sposo.
Ma questo sposo che voi bramate, non amereste riceverlo dalle mani di vostra madre?
LAUR.
Se voi me lo aveste proposto, non lo avrei ricusato.
AUR.
E se ora vel proponessi, sareste in grado di ricusarlo?
LAUR.
Il mio dovere sarebbe, ch'io mi rassegnassi al volere della mia genitrice.
AUR.
Lo conoscete dunque questo dovere.
LAUR.
Sì, signora: non sono mai stata disobbediente.
AUR.
Se siete ragionevole, se conoscete il vostro dovere, principiate ora ad usarlo.
LAUR.
Ma come, signora?
AUR.
Licenziate Florindo.
LAUR.
Licenziar Florindo? Vi vorrebbe una ragione per farlo.
AUR.
La ragione più forte per voi sia il comando di vostra madre.
LAUR.
Ciò non potrà difendermi dai rimproveri di Florindo e dagl'insulti della zia.
Vi vorrebbe qualche cosa di più.
AUR.
Che cosa vi suggerirebbe la vostra prudenza?
LAUR.
Per esempio...
un altro partito migliore di questo.
AUR.
Sì, vi ho inteso.
Voi volete marito.
L'avrete, ve lo prometto.
LAUR.
Fin che io non l'abbia, sarò sempre molestata dal signor Florindo.
AUR.
Sarà mia cura far ch'ei desista d'importunarvi.
LAUR.
Signora, vi prego non far rumori.
Si staccherà a poco a poco.
Finalmente, s'egli mi ama...
AUR.
Basta così.
Tocca a me a regolarvi.
(alterata)
LAUR.
Ah, lo vedo.
Voi mi volete oppressa, mortificata, delusa.
AUR.
No, cara, vi amo quanto l'anima mia.
Bramo la vostra quiete, la vostra pace, la vostra sola fortuna.
Ma io conosco i mezzi per conseguirla.
Siete stanca di viver meco? Pazienza.
Anderete a vivere con uno sposo ma per quanto egli vi ami, l'amor coniugale non potrà mai eguagliarsi all'amor materno, e nelle occasioni di qualche angustia non troverete già nel marito la tenerezza, il conforto, che vi somministra una madre.
V'annoia forse la soggezione, e bramosa di libertà vi lusingate ottenerla col matrimonio? Oh figlia, quanto è più duro il legame degli sponsali di quello della filiale rassegnazione.
Quanto più duri e meno ragionevoli esser sogliono i comandi di un marito indiscreto...
Ma non vo' proseguire a discreditarvi uno stato al quale voi aspirate, perché non crediate ch'io voglia tiranneggiare l'arbitrio vostro.
Accompagnatevi pure, che il cielo vi benedica.
Ma fatelo da vostra pari.
Soffrirò perdere la vostra amabile compagnia, ma non soffrirò la perdita del decoro vostro.
Lasciate uno sposo ch'è indegno di voi, ed attendetene un altro che vi convenga.
Io stessa vi prometto, Laurina, di procurarvelo, e vado in questo momento ad operare per voi.
Sì cara, per voi che siete l'anima mia, per voi che amo più della mia vita medesima.
E se queste viscere vi hanno data la vita, saprei ancora, salvo il decoro vostro, per voi andare incontro alla morte.
(parte)
LAUR.
In verità, che mi ha intenerita.
Mi ha cavate le lacrime dal cuore.
Povera madre! può essere più buona più amorosa? Mi ha promesso ella stessa di trovarmi lo sposo; e son sicura che lo ritroverà.
Florindo mi piace, gli voglio bene: ma se è poi tale, come me lo ha dipinto la mia genitrice, non merita ch'io lo ami, non merita ch'io lo sposi.
SCENA SECONDA
DONNA LUCREZIA e detta.
LUCR.
C'è qui la signora cognata?
LAUR.
Non signora, non ci è.
LUCR.
Voleva fargli vedere una certa carta.
LAUR.
Che carta, signora?
LUCR.
Una carta che avete da vedere anche voi.
LAUR.
Dunque, se non ci è mia madre, posso vederla intanto io.
LUCR.
Sì, signora, eccola qui.
Questa è l'accettazione della vostra persona in un ritiro.
LAUR.
Io in un ritiro?
LUCR.
Voi in un ritiro, quando avanti sera non diate la mano al signor Florindo.
LAUR.
Perdonatemi, signora zia, in un ritiro non ci anderò.
LUCR.
In casa più non vi voglio.
LAUR.
Mi mariterò.
LUCR.
Sì, col signor Florindo.
LAUR.
E se non mi mariterò con lui, mia madre me ne troverà un altro.
LUCR.
Fidatevi di vostra madre, e lo vedrete.
LAUR.
Ella me l'ha promesso.
LUCR.
Se avesse voglia di darvi marito, non impedirebbe che prendeste questo.
LAUR.
Dice ch'è nato vile.
LUCR.
Che importa il nascere? Le azioni si osservano.
Tratta da cavaliere, è generoso e splendido, né si fa star da nessuno.
LAUR.
Dice ch'è discolo, e pieno di vizi.
LUCR.
Non è vero.
Io lo conosco.
Non ve lo avrei proposto.
E poi, se ha qualche vizietto, bisogna compatire la gioventù.
Col matrimonio si assoderà, e voi starete da principessa.
LAUR.
Ma se mia madre dice che ha consumato ogni cosa, che presto presto sarà miserabile!
LUCR.
Oh spropositi! Da ciò si vede che vostra madre v'inganna.
È ricco, ricchissimo: e poi, se vi fa ventimila scudi di contraddote!
LAUR.
Son confusa...
Non so che mi dire.
LUCR.
Vostra madre pensa solo a se stessa.
Quel caro conte Ottavio le fa fare tutto a suo modo.
LAUR.
Certo; parlano sempre fra di loro segretamente, e mi guardano, e non vogliono ch'io senta.
LUCR.
Vedete? Consigliano insieme, e vi rovinano.
Basta, io non voglio altro impazzire.
Oggi si ha da decidere: o sposa di Florindo, o in un ritiro per tutto il tempo della vita vostra.
(parte)
LAUR.
Io in un ritiro? Piuttosto sposar Florindo.
Sì, sposarlo piuttosto, se fosse anche come me lo ha dipinto mia madre.
Dica ella ciò che sa dire: avanti sera io mi sposerò con Florindo.
Ma può essere ch'ella ne trovi un altro...
Eh, non è così facile.
Mi lusingherà: passerà il tempo.
Florindo si stancherà, e mia zia mi vuol chiudere fra quattro mura.
Ho da risolvere.
Sì, venga il signor Florindo, ed io gli do immediatamente la mano.
(parte)
SCENA TERZA
Altra camera.
DONNA AURELIA ed il conte OTTAVIO.
OTT.
Sì, donna Aurelia, ho motivo di consolarmi.
AUR.
Direte più che mia figlia è di cattivo temperamento?
OTT.
No certamente.
La lodo anzi, e l'ammiro.
Merita bene la di lei rassegnazione, che voi cerchiate di soddisfarla.
AUR.
Lo farò, se la sorte seconderà i miei disegni.
OTT.
Poss'io sapere che cosa ella desideri?
AUR.
A voi non nascondo cosa alcuna della mia famiglia.
Ella vuole un marito.
OTT.
L'averà: non è in istato di disperarlo.
AUR.
Per farle staccar dal cuore Florindo, sarebbe necessario che avessi in pronto uno sposo da sostituire a quell'altro.
OTT.
Avete forse patteggiato con lei sul ravvedimento di questo suo sconsigliato amore?
AUR.
No, conte.
Mia figlia sa il suo dovere.
Ella ha rinunziato all'amor di Florindo per compiacere sua madre.
OTT.
Sia ringraziato il cielo, mi consolate davvero.
AUR.
Conte, lo troveremo noi uno sposo per Laurina?
OTT.
Veramente vuole il decoro, che per parte d'una figlia nobile e ricca non si vada a mendicare i partiti.
AUR.
Mia figlia è sfortunata; e quantunque il padre le abbia lasciata una ricca dote, sino che vive la di lei zia, non può sperare di averla senza una lite.
OTT.
Donna Laurina è giovine.
Verrà il suo tempo; non abbia fretta.
AUR.
Ma intanto...
OTT.
Intanto, donna Aurelia, pensate meglio a voi stessa.
AUR.
E come?
OTT.
Prima che passino gli anni verdi dell'età vostra, accompagnatevi ad uno sposo che vi ama.
AUR.
Conte, mi amate voi veramente?
OTT.
Sì, vi amo colla tenerezza maggiore.
Son anni che vivo adoratore del vostro merito, ma la stima che ho di voi fatta, non ha mai oltraggiata quella perfetta amicizia, che mi legava allo sposo vostro.
Ho ricusati vari partiti di accasamento, non ritrovando oggetto che quanto voi mi piacesse: ed ora che siete libera, che posso amarvi senza rimorsi al cuore, vi svelo la fiamma, e vi domando pietà.
AUR.
Un cavaliere che per tanti anni mi ha conservato amore senza mercede, sarebbe ora disposto a continuare ad amarmi senza speranza?
OTT.
Sarei lo stesso di prima, se lo stato vostro di vedovanza non mi lusingasse di conseguirvi.
AUR.
E se io avessi costantemente proposto di non passare alle seconde nozze, mi abbandonereste voi colla vostra amicizia?
OTT.
No certamente.
Ma cercherei dissuadervi da un proposito strano, che mal conviene per tanti titoli alla vostra situazione presente.
AUR.
Conte, ho fissato: non voglio più maritarmi.
OTT.
Voi lo direte, perché mi odiate.
AUR.
No certamente.
Vi stimo, e dirò ancora, vi amo.
Se dovessi unirmi con altro sposo, giuro sull'onor mio, altri che il conte Ottavio non scieglierei.
Ma torno a dirvi: ho fissato, non voglio più maritarmi.
OTT.
Pazienza, lo sventurato son io.
AUR.
Vi allontanerete per questo dalla mia casa?
OTT.
Ci verrò, signora, se voi me ne darete la permissione.
AUR.
Una lunga pratica potrebbe rendersi di osservazione.
OTT.
Capisco.
Voi mi licenziate per sempre.
AUR.
Anzi vi desidero sempre meco.
Non ho altri che voi cui possa confidare il mio cuore.
Se voi mi abbandonate, caro conte, chi mi darà consiglio, chi mi conforterà nelle mie sventure?
OTT.
Signora, il vostro ragionamento è sì vario, ch'io non arrivo a capirlo.
AUR.
Se il vostro amore per me fosse cotanto forte, cotanto virtuoso, quanto voi lo vantate, ve lo farei capire ben tosto.
OTT.
Se dubitate della fortezza dell'amor mio, ponetelo alla prova, e ne rileverete gli effetti.
AUR.
Conte, badate bene come voi v'impegnate.
OTT.
Son cavaliere, non son capace mancare alla mia parola.
AUR.
Voglio che voi mi amiate, senza speranza di conseguirmi.
OTT.
Sì, giuro di farlo.
AUR.
Voglio che non vi allontaniate dalla mia casa, e senza dar motivo di mormorare,
OTT.
Insegnatemi a farlo.
AUR.
Sposatevi a Laurina mia figlia.
OTT.
Signora, ci penserò.
AUR.
No, voi avete a risolvere.
OTT.
L'affare merita qualche riflesso.
AUR.
Tutti i vostri riflessi io li ho prevenuti.
Voi siete unico di casa vostra, siete nobile, siete ricco; siete in età da non differire l'accasamento per aver successione, e questa ve la potete promettere più dalla figlia, che dalla madre.
Laurina brama uno sposo; ho promesso di darglielo io stessa, e quanto più presto la lego altrui, tanto più facilmente da Florindo la sciolgo, e voi siete l'unico mezzo che mi può dare la pace.
Fatelo, se voi mi amate, fatelo per pietà di questa donna infelice che dite di aver amata, che or protestate di amare.
Ma se mai questo medesimo amore vi consigliasse colla speranza di farmi vostra, giuro in faccia di voi, giuro a tutti i numi del cielo, di non istringere, finché io viva, ad altro sposo la mano.
Disperando di farmi vostra, avete cuore di abbandonarmi? Se il vostro amore è sincero, voi non potete farlo.
Se della nostra amicizia si mormorasse con discapito del mio decoro, avreste animo di soffrirlo? Se il vostro amore è discreto, voi mi risponderete che no.
Che altro mezzo vi resta adunque per dimostrarmi l'affetto vostro, e portar questo al grado eroico della virtù, che dar la mano a mia figlia? Fatelo, conte, fatelo, se voi mi amate, e se per farlo vi resta qualche delicato riguardo di non confondere gli sguardi fra la madre e la figlia, sappiate che ho provveduto a tutto, che sono dama, che amo teneramente mia figlia: ma soprattutto amo ed apprezzo il decoro mio, il decoro vostro, e quello della vostra illustre famiglia.
OTT.
Donna Aurelia, il vostro ragionamento comprende infinite cose.
Non siate tiranna meco, pretendendo che tutte in una volta le abbia a considerare.
Datemi almeno poche ore di tempo.
AUR.
Sì, la vostra domanda non può essere più discreta.
Vi lascio in libertà di pensare; ma quando avrete pensato venite alle mie stanze coll'ultima vostra determinazione, e se fia l'amor vostro di quella tempra che lo vantate, lo conoscerò dagli effetti.
(parte)
SCENA QUARTA
Il conte OTTAVIO, poi BRIGHELLA.
OTT.
Ah donna Aurelia, voi mi ponete in un gran cimento.
Dovrò sposar la figlia, perché amo la madre? Ma se la madre ha giurato di non volermi! E bene, non potrò vivere senza di lei? Sì, ma se da me dipende la di lei pace, sono un ingrato se non procuro di assicurargliela, anche a costo della mia vita medesima.
Finalmente donna Laurina è sua figlia, e godrò in lei una porzione di quel cuore...
Eh, lusinghe vane, altro è il cuore della madre, altro è il cuor della figlia.
Numi, consigliatemi voi.
BRIGH.
Signor conte.
OTT.
Che c'è?
BRIGH.
No la va a le nozze?
OTT.
Che nozze?
BRIGH.
No la sa gnente?
OTT.
Io non so di che parli.
BRIGH.
Donna Lugrezia e don Ermanno i fa cosse stupende per le nozze de so nevoda.
OTT.
Di donna Laurina? Con chi?
BRIGH.
No la sa, che la sposa el sior Florindo?
OTT.
No, Brighella, tutto è disciolto.
BRIGH.
La perdoni.
I è là un'altra volta in camera siora donna Laurina, sior Florindo, el nodaro, i testimoni, e se fa el contratto.
OTT.
Brighella, dici davvero?
BRIGH.
L'è cussì da galantomo.
OTT.
Oh cielo! E donna Aurelia che dice?
BRIGH.
No la se vede.
Credo che né anche la lo sappia.
OTT.
Avvisiamola presto.
BRIGH.
Vorla che la trova? che ghe lo diga?
OTT.
Sì, cercala tu, la cercherò ancor io.
Ma no, fermati.
(Se segue il matrimonio di donna Laurina, allora esco io dall'impegno).
(da sé) Andiamo.
(a Brighella)
BRIGH.
L'è meio; fora dei strepiti.
OTT.
Ma la povera donna Aurelia? Averò cuore di abbandonarla? Posso impedire che sia tradita, e non lo farò? Son cavaliere, son uno che l'ama.
Brighella, cercala, avvisala.
Povera dama! Non si abbandoni, che non lo merita la sua bontà.
(parte)
BRIGH.
Sto povero signor l'è cotto.
Lo compatisso, e tanto lo compatisso, che faria de tutto per renderlo consolà.
Gran cossa l'è sto amor! Chi nol prova, nol crede.
Mi l'ho provà pur troppo, e lo so.
Ho scomenzà da ragazzo, e co l'andar dei anni ho cambià el modo, ma non ho cambià la natura.
Dai diese sina ai disdotto ho fatto l'amor co fa i colombini, zirando intorno alla colombina, ruzando pian pianin sotto ose, e dandoghe qualche volta una beccadina innocente.
Dai disdotto sina ai vintiquattro ho fatto l'amor co fa i gatti, a forza de sgraffoni e de morsegotti.
De vintiquattro me son maridà, e ho fatto come i cavai da posta.
Una corsa de un'ora, e una repossada de un zorno.
Adesso me tocca a far co fa i cani: una nasadina, e tirar de longo.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera di donna Lucrezia.
DON ERMANNO e TRACCAGNINO.
ERM.
Non voglio che dicano ch'io e donna Lucrezia siamo avari.
Vuò dar fondo alla casa, e si sguazzi.
Facciamo un poco d'illuminazione.
Tu metterai queste due candele sulle lumiere, (a Traccagnino) e queste altre due sui candelieri.
TRACC.
De cossa eli sti moccoli de candele, che i è cussì negri?
ERM.
Sono di cera.
Sono candele che hanno servito allo sposalizio del povero mio cognato.
TRACC.
El li pol lassar in testamento fin a la quarta generazion.
(va a metterli sulle lumiere) I oio da accender sti mòccoli?
ERM.
Signor no.
È ancora presto.
Si farà l'illuminazione quando compariranno gli sposi, quando il contratto sarà sottoscritto.
TRACC.
Lo sottoscriverali adesso el contratto?
ERM.
Ora, in questo momento.
Frattanto che il notaro scrive, voglio preparare qualche cosa per le nozze.
Voglio fare quello che non ho più fatto.
TRACC.
Bravo! Che el se fazza onor, sior patron.
ERM.
Prendi questo mezzo paolo, e va a comprare dei confetti.
TRACC.
Nol vol che i ghe fazza mal.
ERM.
Eccoti un altro mezzo paolo.
Va a prendere un fiaschetto di vino dolce.
TRACC.
Oh, el vin l'è da persone ordinarie.
ERM.
Che cosa ci vorrebbe?
TRACC.
Della cioccolata.
ERM.
Costa troppo.
TRACC.
Qualche acqua fresca.
ERM.
Oh sì.
Prepara quattro o sei caraffe di acqua fresca del nostro pozzo.
Il rinfresco sarà civile, e non farà male a nessuno.
TRACC.
Acqua de pozzo? Questo l'è el rinfresco che usa anca i aseni, sior patron.
ERM.
Vorrei spendere un altro mezzo paolo, e non so in che.
TRACC.
Mi, sior, ve lo farò spender ben.
ERM.
In che cosa?
TRACC.
In t'un brazzo e mezzo de corda.
ERM.
Da che fare?
TRACC.
Da impiccar un avaro.
ERM.
Chi è questo avaro? (con collera)
TRACC.
Eh, gnente.
Uno che conosso mi.
ERM.
Zitto, che rumore è questo?
TRACC.
In quella camera i cria.
ERM.
Sento una voce...
TRACC.
Questa l'è la patrona.
No vôi strepiti.
(parte)
ERM.
Anderò io a vedere.
(s'avvia verso la camera)
SCENA SESTA
DONNA LUCREZIA, poi DONNA LAURINA dalla camera di fondo; e detto.
LUCR.
Venite meco, e lasciatela dire.
LAUR.
Ah, signora zia, difendetemi.
ERM.
Che cosa c'è?
LAUR.
Mia madre grida, minaccia.
ERM.
Nelle nostre camere non ci verrà.
LUCR.
Non dovrebbe ardir di venirci; eppure ci sarebbe venuta, se non la tratteneva il signor Pantalone de' Bisognosi.
SCENA SETTIMA
FLORINDO dalla stessa camera, e detti.
FLOR.
Giuro al cielo, non soffrirò tali insulti.
ERM.
Che cosa è stato?
FLOR.
Vostra cognata non ha prudenza.
LUCR.
Eh, l'aggiusterò io.
ERM.
L'aggiusteremo noi.
SCENA OTTAVA
Il NOTARO dalla stessa camera, e detti.
NOT.
Signori, mi vogliono far fare la figura del babbuino?
LUCR.
Con chi l'avete?
NOT.
Mi mandano a chiamare per la seconda volta, e nuovamente sono cacciato via.
(parte)
LUCR.
Animo dunque, si termini di stipulare il contratto.
Si costituisca la contraddote, e gli sposi si diano immediatamente la mano.
FLOR.
Via, signora donna Laurina, porgetemi la destra.
LAUR.
Eccola, signore.
SCENA NONA
PANTALONE e detti.
PANT.
Con grazia, se pol vegnir?
ERM.
Che cosa volete voi a quest'ora?
PANT.
Vegniva per dir una parola a sior Florindo.
FLOR.
Che volete da me, signore?
PANT.
Ghe dirò: un certo mio debitor m'ha da dar mille ducati napolitani; non avendo bezzi, el me esebisce un pagherò fatto da ela; e mi, prima de accettar, vôi sentir cossa che la dise.
FLOR.
Ora non è tempo: discorreremo domani.
LUCR.
Ha debiti il signor Florindo? (a Pantalone)
ERM.
Se ha dei debiti, non fa per noi.
PANT.
Sentì come che xe concepida sta obligazion.
Pagherò io sottoscritto, a chi presenterà il presente viglietto, ducati mille napolitani, subito che avrò sposata la signora donna Laurina, e conseguita la di lei dote.
LUCR.
Sposata donna Laurina?
ERM.
E conseguita la di lei dote?
FLOR.
Eh, ch'io non so nulla.
PANT.
Questo xe so carattere.
(a don Ermanno)
ERM.
Sì, lo conosco.
Altro che la contraddote!
PANT.
Séntela, siora donna Lugrezia? El spera de remetterse co la contraddote de siora donna Laurina, e quando el l'averà sposada, el ghe moverà per averla una lite spaventosa.
ERM.
Lite? Non vogliamo liti.
LUCR.
Venite con me, Laurina.
FLOR.
Signora mia, questa è una sopraffazione.
Mille ducati di debito per me è un niente.
Li pagherò avanti sera.
I miei beni si sanno, la contraddote non può mancare.
LUCR.
Benissimo, credo tutto: ma questa è la conclusione.
Qui la sposa, e qui la contraddote.
Quella a me, questa a voi; altrimenti, se la contraddote è fondata sull'aria, il matrimonio va a terra.
Andate innanzi, Laurina.
LAUR.
Sì, signora...
LUCR.
Andate là, vi dico.
LAUR.
(Ora è il tempo ch'io mi raccomandi a mia madre).
(da sé)
FLOR.
Partite senza mirarmi nemmeno? (a donna Laurina)
LAUR.
Parto mortificata.
(Mia madre mi consolerà).
(da sé, e parte)
FLOR.
Signora donna Lucrezia, non mi trattate così.
Sappiate...
LUCR.
Compatitemi, ne parleremo.
(Senza la contraddote, non si ha Laurina da maritare).
(da sé, e parte)
FLOR.
Così mi lascia? Signor don Ermanno, che dite voi?
ERM.
Dico così, signore, che questa sera ne parleremo.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO e PANTALONE
FLOR.
Mi piantano? mi deridono? Giuro al cielo! Voi, signor Pantalone, mi renderete conto di tale insulto.
PANT.
Xe mezz'ora che aspetto che la se volta a parlar con mi.
FLOR.
Eccomi, che pretendereste di dire?
PANT.
Che la se contenta de pagar sta polizza de mille ducati.
FLOR.
La pagherò.
PANT.
Quando?
FLOR.
Quando mi parerà.
PANT.
La la pagherà sala quando? Quando el giudice l'obligherà.
FLOR.
A me il giudice?
PANT.
Se ghe piase.
FLOR.
Caro signor Pantalone, sapete chi sono.
PANT.
E ela sa chi son mi.
FLOR.
Trattiamo da galantuomini, da buoni amici.
PANT.
Son qua; volentiera, parlemo pur.
FLOR.
Favorite di venir meco.
PANT.
Vegno dove la vol.
FLOR.
(Conviene ch'io l'accomodi ad ogni patto.
Da questo può dipendere la mia pace e la mia fortuna).
(parte)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Anca sta volta son arrivà a tempo per sospender ste nozze.
Se no giera mi, la povera donna Aurelia fava qualche sproposito.
Vederemo dove che l'anderà a fenir.
Florindo xe al basso, el farà dei sforzi, ma nol farà gnente.
Mi son qua per la verità, per la giustizia, per la rason, e per ste cosse me farave anca taggiar a tocchi, se bisognasse.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera di donna Aurelia.
DONNA AURELIA sola.
AUR.
A me un insulto di questa sorte? Rapirmi una figliuola ch'io amo più di me stessa? Strapparmela dal seno, e con essa strapparmi il cuore? Misera me! Ecco il bel frutto ch'io raccolgo dalle mie sollecitudini per allevarla.
Ah Laurina ingrata, e sarà vero che tu cooperi a maltrattarmi, a deridermi, a mortificarmi? Tu stessa, scordata dell'amor mio, porgerai la tua mano a mio dispetto a Florindo? Te ne pentirai, ingrata, sì, te ne pentirai.
Piangerai un giorno amaramente senza rimedio, maledirai la tua debolezza, e ti sovverrà della giustizia che ti faceva tua madre.
Sì, te ne pentirai.
Ma che mi gioverà il tuo pentimento? Egli mi accrescerà il rammarico, la mortificazione, il cordoglio.
L'amor mio non ha da attendere la ricompensa dal tuo pentimento, l'ha da pretendere dalla tua obbedienza; e se questa non può ottenersi dalla tua gratitudine, s'ha da procurare dalla mia autorità, dal tuo rispetto, anche a costo di una giusta rigorosa violenza.
Ricorrerò ai tribunali, farò valere le mie ragioni, e se donna Lucrezia persisterà a pretendere...
Ecco Laurina mia.
Oh cieli! Qual motivo me la guida ora dinanzi agli occhi? Come ho io da riceverla? Con amore, o con isdegno? Armarmi dovrei di rigore, di minaccie, ma sono una madre amante: nel vederla m'intenerisco, e posso appena trattenere il pianto negli occhi.
SCENA SECONDA
DONNA LAURINA e detta.
LAUR.
Signora, se mi permettete...
AUR.
Avanzatevi.
Che volete voi dirmi?
LAUR.
Vorrei domandarvi perdono.
AUR.
Di che?
AUR.
Di un dispiacere ch'io vi ho dato.
AUR.
Oh Dio! Laurina mia, hai tu dato la mano a Florindo?
LAUR.
Non signora, ma era in punto di dargliela.
AUR.
Respiro.
Che mai t'induceva a procurare la tua rovina e la mia morte?
LAUR.
Le parole, le lusinghe, le importunità di mia zia.
AUR.
E che ti ha trattenuto sul momento di farlo?
LAUR.
L'amore ed il rispetto che ho per la mia genitrice.
AUR.
Oimè! posso crederlo?
LAUR.
Se voi non lo credete, mi fate piangere.
AUR.
No, non piangere, figliuola mia, consolami, e dimmi come il cielo ti ha illuminata.
LAUR.
Non sono poi sconoscente come voi vi pensate,
AUR.
Ma ti eri lasciata condurre sino a quel passo.
LAUR.
Vi domando perdono.
AUR.
Ti eri scordata allora della tua cara madre.
LAUR.
Voi volete ch'io pianga: vi contenterò.
AUR.
No, cara, rasserenati.
Tu sei l'anima mia.
A Florindo penserai in avvenire?
LAUR.
Non ci penserò più.
AUR.
Ciò basta per consolarmi.
Tutti mi scordo i dispiaceri avuti finora; e ti amerò sempre più, e sarai sempre la mia adorata figliuola.
LAUR.
Lo so che mi volete bene.
AUR.
Ti amo quanto l'anima mia.
LAUR.
Tant'è vero che voi mi volete bene, che mi avete anche promesso di maritarmi.
AUR.
Sì, è vero, e ti mariterò.
LAUR.
E mi avete promesso anche di farlo presto.
AUR.
Tu dici di amarmi, e non vedi l'ora d'allontanarti da me.
LAUR.
Quando sarò maritata, verrò ogni giorno a vedervi.
AUR.
Ma perché tanta sollecitudine per accasarti?
LAUR.
Per liberarmi dalle persecuzioni del signor Florindo.
AUR.
Egli non ardirà importunarti...
LAUR.
E per liberarmi da quelle della signora zia.
AUR.
Io son tua madre; io posso di te disporre.
LAUR.
Fate dunque valere la vostra autorità.
Disponete di me, e maritatemi.
AUR.
Lo farò.
LAUR.
Ma quando?
AUR.
Lo farò, quando l'opportunità mi consiglierà ch'io lo faccia.
LAUR.
Ecco qui; io sarò sempre in agitazione.
AUR.
Perché?
AUR.
Perché, se la zia mi tormenta, son di cuor tenero, mi lascio facilmente condurre, e non so quello che possa di me succedere.
AUR.
Bell'amore che tu hai per me!
LAUR.
Se non vi amassi, non parlerei così, signora.
AUR.
Laurina, non ti so intendere.
LAUR.
(Non lo capisce ch'io voglio marito?) (da sé)
AUR.
Ti replico, che penserò a maritarti.
LAUR.
(Non intende che l'indugiare m'infastidisce?) (da sé)
AUR.
Tu parli da te stessa.
Che pensi, Laurina mia?
LAUR.
Penso che mia zia mi ha detto delle cose tante; non vorrei ch'ella mi obbligasse.
AUR.
No, non ti obbligherà.
Parlerò io per te.
Son tua madre, solleciterò le tue nozze, lo sposo lo ritroverò quanto prima.
LAUR.
Davvero?
AUR.
E spero d'averlo anche trovato.
LAUR.
Davvero? (ridendo)
AUR.
Tu ridi, eh?
LAUR.
Mi consolo, vedendo che mi volete bene davvero.
AUR.
Eh, figliuola, l'amor mio tu non lo conosci.
Vedrai che cosa farò per te.
LAUR.
Cara la mia signora madre.
Or ora mi fate piangere dall'allegrezza.
AUR.
(Gioventù sconsigliata, tu piangi e ridi, ed il perché non lo sai).
(da sé)
SCENA TERZA
DONNA LUCREZIA e dette.
LUCR.
Scusi la signora cognata, se vengo nelle sue camere.
AUR.
Io non ho mai negato né a voi, signora, né a chi che sia ne' miei appartamenti l'ingresso.
LUCR.
So che siete gentile, e se poc'anzi vi è stato dato qualche dispiacere nel quarto mio, scusate l'amore che tanto io che don Ermanno professiamo alla vostra figliuola.
AUR.
Voi l'amate poco, signora cognata, se pensate di maritarla col signor Florindo.
LUCR.
Consolatevi, che queste nozze non si faranno più.
AUR.
Me ne ha assicurato Laurina ancora.
LAUR.
Sì, signora, le ho detto tutto, e sopra ciò non occorre discorrer altro.
LUCR.
Bisognerà discorrere per quel che deve avvenire.
AUR.
Certamente, questa è una cosa alla quale si ha da pensare seriamente.
LUCR.
Una giovane da marito non istà bene in casa.
LAUR.
Mia madre ha già pensato di collocarmi.
LUCR.
Come? Quando? Con chi?
LAUR.
Sentite, signora madre, la signora zia domanda come e quando.
LUCR.
E con chi?
LAUR.
Con chi non importa tanto.
Preme il come e il quando.
AUR.
Lo sposo si ritroverà.
Ci penserò io, e si ritroverà quanto prima.
LAUR.
Avete sentito? Ci giuoco io, che lo ritrova prima che passino due o tre giorni.
(a donna Lucrezia)
LUCR.
Ma per la dote, come si farà?
AUR.
La dote sua è nelle vostre mani.
Voi solleciterete a farlene l'assegnamento.
LAUR.
Signora zia...
LUCR.
L'eredità di mio fratello è confusa, piena di debiti e di litigi.
Non può sperarsi lo scorporo di una tal dote per qualche anno.
LAUR.
Ah, io non aspetto.
AUR.
Vi contenterete di mostrare lo stato dell'eredità, e poscia ne parleremo.
LAUR.
Questa è una cosa che non si finirà così presto.
LUCR.
Dice bene Laurina.
Intanto si ha da pensare a collocarla.
AUR.
Bene, pensiamoci.
LAUR.
Intanto mi mariterò...
LUCR.
No, intanto anderete in un ritiro.
LAUR.
In un ritiro?
AUR.
Mia figliuola è custodita da me.
LAUR.
Sì signora, ho mia madre che mi custodisce.
LUCR.
Io sono l'erede di mio fratello, io sono la tutrice della ragazza; voglio ch'ella vada in ritiro, e voi non lo dovete e non lo potete impedire.
LAUR.
Signora madre...
(raccomandandosi)
LUCR.
(Se va in ritiro, può essere che non esca più).
(da sé)
LAUR.
Signora madre...
(come sopra)
AUR.
Ne parleremo, signora cognata.
LUCR.
Pensateci, e risolviamo.
Se Florindo l'avesse presa, non ci sarebbero state difficoltà.
AUR.
Laurina non lo avrebbe preso giammai.
LUCR.
Perché?
AUR.
Per non disgustare sua madre.
LAUR.
Certo non la disgusterei per tutto l'oro del mondo.
Ella non vuole ch'io vada in ritiro, e non ci anderò.
LUCR.
Mi fate ridere, donna Aurelia.
Non ha sposato il signor Florindo, perché si è scoperto aver egli dei debiti, aver ipotecati i suoi beni, e non essere in grado di assegnarle la contraddote; per altro ella era sul punto di dargli francamente la mano.
AUR.
Senti, Laurina?
LAUR.
Non è vero, signora.
LUCR.
Non è vero? Audace, non è vero? Siete una sfacciatella.
L'amor della madre vi rende ardita a tal segno, e la sua troppa condescendenza vi farebbe divenir peggio ancora.
Ci metterò io rimedio.
Domani, o per amore, o per forza, vi anderete a chiudere nel ritiro.
(parte)
SCENA QUARTA
DONNA AURELIA e DONNA LAURINA
LAUR.
Signora madre...
(raccomandandosi)
AUR.
Eh, signora figliuola! Voi siete d'un bel carattere, per quel che vedo.
LAUR.
Via, non mi fate piangere...
AUR.
Meritereste che vi facessi piangere amaramente.
Ma vi amo troppo.
Però l'amor mio non mi renderà cieca a tal segno di compiacervi soverchiamente.
Se meno vi amassi, non penserei alla vostra fortuna.
Procurerò di farla, ancorché non la meritiate: e se da voi non posso sperare quella mercede che all'affetto mio si conviene, appagherò me stessa nel procurarvi un bene, a costo di sacrificar me medesima a quel tenero amore che a voi mi lega.
Cara figlia, tu mi sei poco grata; ma io ti sarò sempre amorosa.
(parte)
LAVR.
Mi ha un poco mortificata; ma finalmente mi ha consolata.
Se mi vuol bene davvero mi mariterà.
Questa è una cosa ch'io desidero, e non so perché.
Se la desidero tanto, deve essere un bene, e se questo bene l'apprezzo, ancorché poco io lo conosca, possedendolo sarò contenta, conoscendolo sarò felice e posseduto ch'io l'abbia, mi averò almeno levata una violentissima curiosità.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada.
FLORINDO solo.
FLOR.
Ah! Pantalone mi ha rovinato.
Sul momento di stabilire la mia fortuna, l'ha egli precipitata.
Perduta ho una sposa amabile, un'eredità doviziosa, e quel ch'è peggio, la riputazione medesima.
Mille ducati ch'io doveva a quel mercante, ceduti da lui a quell'ardito di Pantalone, mi pongono in rovina, in discredito, in disperazione.
Se io non riparo a questo, non mi rimetto mai più.
Come mai potrebbe rimediarvisi?
SCENA SESTA
Il NOTARO e detto.
NOT.
Riverisco il signor Florindo.
FLOR.
Ah signor notaro, altri che voi non mi potrebbe aiutare.
NOT.
Con lei, signore, sono assai sfortunato.
Due volte sono stato in un giorno chiamato e licenziato senza conclusione veruna.
FLOR.
Avete sentita la sfacciataggine di Pantalone?
NOT.
Certo poteva lasciar di venire in quella occasione.
Per altro poi è cessionario di mille ducati.
FLOR.
Questi mille ducati mi converrà pagarli.
NOT.
Certamente, la riputazione lo vuole.
FLOR.
Ma vi sono alcune piccole difficoltà.
NOT.
E quali sono queste difficoltà?
FLOR.
La prima si è, che non ho denari.
NOT.
Basta questa: non occorre trovarne altre.
FLOR.
Ma voi, signor notaro, potreste bene aiutarmi.
NOT.
Io potrei trovarvi i mille ducati, e di più ancora, se aveste il modo di assicurarli.
FLOR.
Dei beni ne ho, come sapete.
NOT.
Sì signore, e so anche che la maggior parte l'avete già ipotecata.
FLOR.
Mille ducati son certo che li troverei con qualche giorno di tempo, ma oggi mi premerebbe averli, oggi li vorrei, per riparare il discapito dell'onor mio, e per riprendere caldo caldo il contratto con donna Laurina.
NOT.
Son qui per servirvi in tutto quello che sia possibile.
FLOR.
Io ho ancora un gioiello, ch'era di mia madre: vendute molte altre gioje, serbai questo per regalarlo alla sposa.
Nel caso in cui sono, vorrei servirmene.
Non vorrei venderlo, ma vorrei impegnarlo: il suo valore è di quattrocento zecchini.
Mille ducati si avrebbero a ritrovare.
NOT.
Quando il gioiello abbia l'intrinseco suo valore, non diffido di ritrovarli.
Ma sapete in tali occasioni quello che si scapita.
FLOR.
Lo so benissimo, e vi vorrà pazienza.
Ecco qui il gioiello, che appunto me l'ho messo in tasca per tale effetto.
Osservatelo.
NOT.
Io di gioje non me n'intendo.
FLOR.
Fatelo vedere, e trovatemi sollecitamente chi dia il denaro.
NOT.
Le gioje si stimano ora più, ora meno.
FLOR.
Mille ducati li ho trovati ancora, e se non fosse morto un amico mio, che mi assisteva in tali negozi, sarei sicuro di ritrovarli in mezz'ora.
NOT.
Farò il possibile per servirvi.
Ma circa l'interesse, come ho da regolarmi?
FLOR.
Mi rimetto in voi.
Al sei per cento, se si può; e, quando occorra, anche l'otto, ed anche il dieci.
NOT.
E il dodici, se farà bisogno.
FLOR.
Che si trovino ad ogni costo.
NOT.
Procurerò di servirvi.
Questo veramente non è l'uffizio mio, ma in atto di amicizia lo farò volentieri.
FLOR.
Vi sarò obbligato.
Sollecitate, vi prego.
Vado per un affare e vi aspetto al caffè.
NOT.
Ma per riscuoterlo poi?
FLOR.
Ci penseremo.
Colla dote di donna Laurina rimedieremo a moltissime piaghe.
NOT.
Ma se la dote non gliela vogliono dare?
FLOR.
Amico, quando sarà mia moglie, la dote gliela daranno.
Ella è erede di suo padre.
La zia si lusinga, ed io le accordo tutto per ora, ma a suo tempo so quello che dovrò fare.
Ve lo confido, perché so che mi volete bene.
A rivederci; vi aspetto.
(parte)
SCENA SETTIMA
Il NOTARO, poi DON ERMANNO
NOT.
Dice benissimo.
La figliuola è l'erede, ma per avere la sua eredità, o dovrà aspettare la morte della zia, o dovrà incontrare un'acerrima lite, e non avendo denari per sostenerla, non so come gli riuscirà.
ERM.
Oh signor notaro, che dite di quel caro signor Florindo? Ha dei debiti, è mezzo fallito.
NOT.
Eppure mi pare impossibile.
So che suo padre lo ha lasciato assai ricco.
ERM.
Sì, è vero, ma ha mangiato ogni cosa.
NOT.
Come potete di ciò assicurarvi?
ERM.
Non avete inteso che ha mille ducati di debito, de' quali è creditore il signor Pantalone?
NOT.
Mille ducati di debito non è gran cosa per lui.
Chi sa come sia la faccenda? Li pagherà, e non sarà altro.
ERM.
Lo dite voi, che li pagherà; ma mille ducati non sono mille soldi.
NOT.
A proposito di mille ducati, vi ho da parlare, signor don Ermanno.
ERM.
Che cosa avete a dirmi?
NOT.
Viè un galantuomo che avrebbe per l'appunto bisogno di mille ducati.
Se voi vi sentiste di darglieli, sarebbe un buon negozietto.
ERM.
Chi è questi che li vorrebbe?
NOT.
Non vuol essere conosciuto.
ERM.
Non sarebbe già il signor Florindo?
NOT.
Oh pensate! È uno di fuori, che è venuto apposta in Napoli per questo affare.
ERM.
E come li vorrebbe questi denari?
NOT.
Li vorrebbe sopra questo gioiello.
ERM.
Vediamolo.
(si mette gli occhiali) Lo vuol vendere per mille ducati?
NOT.
Caro signor don Ermanno, voi so che di gioje ve ne intendete: vi pare che lo volesse vendere per mille ducati?
ERM.
Che dunque intenderebbe di fare?
NOT.
Intenderebbe di dare il sei per cento.
ERM.
Tenete il vostro gioiello.
NOT.
Via, anche l'otto.
ERM.
Non ho denari, amico.
NOT.
E quando non si potesse fare a meno, darebbe anche il dieci per cento.
ERM.
Lasciate vedere quel gioiello.
NOT.
Eccolo.
ERM.
Via, gli daremo ottocento ducati...
NOT.
No, devono esser mille, e si pagherà il dieci per cento.
ERM.
Per un anno?
NOT.
Per un anno.
ERM.
E terminato l'anno?
NOT.
E
...
[Pagina successiva]