LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 41
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Anche questi professori sono di sentimento che per qualche tempo io dovrò fare così, e, passato poi il periodo che attualmente ha preso la mia macchina, si potrà diradare i salassi, e ritornare a poco a poco all'antico equilibrio.
Ciò di cui qui si manca è il comodo de' bagni per la scarsezza di acqua, circostanza che ha fatto sì che quest'uso salubre non siasi introdotto in pubblico e sia poco praticato in privato.
Questo Sig.
Angiolo Rossi mi va da molto tempo facendo istanza perché io lo accompagni per tre o quattro giorni a Sinigaglia.
Io non ci sono niente niente disposto e spero di sicuro di sgabellarmela, anzi me la sgabellerò.
Torricelli poi mi fa per lettera più forza ancora affinché vada a passare almeno una settimana con lui.
Dicendo però di no a Rossi, negherò anche a Torricelli, la cui Fossombrone è sulla stessa strada di Sinigaglia.
È vero: mi pare che Frecavalli non possa essersi piccato.
Se lo vedi, salutamelo.
Di Antaldi va bene.
Io aveva già preparato la lettera per impostarla questa sera.
È meglio che resti inutile.
Sono obligato a Marcelli della sua cortesia.
Mi ha scritto Corazza che appena finite le mietiture farà il riscontro delle piante secondo la nota che glie ne mandai.
Dice che ti mandò gli altri due prosciutti, ma che non ne ha avuto riscontro.
Babocci per ora non mi ha fatto sapere altro.
Qui piove regolarmente ogni giorno, e molte di queste acque sono temporali belli e buoni.
Insomma pare che quest'anno a Perugia non vi sarà estate.
Non mi pare d'aver altro da dirti per quest'ordinario.
Ti abbraccio dunque di tutto cuore, e ti prego di salutarmi chi ti chiede di me.
Sono il tuo P.
LETTERA 168.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Risconto la tua del 23.
- Farai fare la sola gabbia piccola al prezzo di Sc.
1:20, purché sia bella e forte; e poi me ne darai avviso.
Starò aspettando il Sig.
Fani con le cose da te consegnategli, ed eseguirò appuntino la tua commissione col nostro figlio.
L'ho veduto questa mattina, e l'ho trovato rosso e rotondo come una mela-appia.
In questa settimana i suoi studii gli hanno fruttato un ottimo e tutti bene.
Gli è venuta una vogliarella.
Amerebbe di avere un paio (almeno) di racchette e qualche volantino.
Io gliel'aveva promessi dopo il mio ritorno a Roma, ma pare che il povero ciuco amerebbe più oggi l'uovo che domani la gallina.
Le racchette dovrebbero, egli dice, essere di quelle che hanno da una parte la cartapecora e dall'altra la reticella di corda di budello; ovvero colla sola cartapecora perché il botto del colpo è l'affar principale.
In casa dovrebbero esserci ancora quel tali cartocci da raccogliere i volantini per aria.
Ci si potrebbero unire.
Povero figlio! Si porta bene.
Gli vogliamo negare questa soddisfazione? Egli ti chiede la benedizione, ti abbraccia, e saluta Antonia e tutti.
Va bene di Costanzi.
Ti accludo la carta firmata in bianco.
- Io credo però che il Sig.
Fabj con quelle offerte e dimande voglia scoprir terreno.
- La sentenza è notificata.
Il Sig.
Bianchi ad ogni mia richiesta (che sarà pronta) mi darà gli Sc.
14:42 dietro mia semplice quietanza a tuo nome, benché io non sia nominato nella causa.
Farò la quietanza colla riserva delle spese.
Intanto sappi che la presentazione, con copia rilasciata al domicilio, ha importato baiocchi 37 1/2.
Fa' aggiungere questa partita al conto.
- Ringrazio tanto il nostro Ricci.
- Lo stato della povera Angelica mi fa molta pena.
- Saluto tutti e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
LETTERA 169.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 8 agosto 1833
Mia cara Mariuccia
La tua del 3 corrente invece di arrivarmi il 5, come dovevami, è giunta jeri.
Appena impostata la mia precedente n.
23 passai avanti al Collegio di Ciro, come fanno le rondinelle, le quali per ogni volta che s'imbucano nel nido vi volano attorno almeno trecento.
Trapassato che ebbi di un poco il portone, mi udii chiamare a voce bassa: Papà, papà; e nell'alzare il capo vidi Ciro alle finestre del suo dormitorio, che mi faceva de' baciamani.
Quindi a poco si affacciò anche il Cameriere David accanto a Ciro, e ad un'altra finestra il prefetto, il quale mi partecipò che per quel giorno, stante il tempo dubbio, non si andava a spasso, ma invece si conducevano gli alunni a giuocare negli spiazzi del Collegio.
Il nostro figlio aveva in capo un berretto di lanetta nera, che era mio, e glielo regalai quest'ottobre nel suo ingresso all'instituto.
Mi piacque di vedere che ancora lo conservi.
Questa mattina gli ho fatto la visita del giovedì, giusta il costume, e gli ho letto le cose a lui appartenenti della tua lettera del 3.
Egli le ha udite con molta attenzione e ilarità, e poi se l'è volute rileggere da sé, dicendomi infine: Papà ringraziate la Mamma a nome mio, ditele che stia bene, e che io Le do tanti baci e le chiedo la benedizione.
E dopo incaricatomi de' saluti per Antonia e per tutti gli altri, ha finito con due zompetti.
Qui sopraggiunsero i Sig.ri Presidente e Rettore, che gli fecero mille carezze, e m'incaricarono di dirti mille cose da loro parte.
Il Sig.
Pres.
Colizzi poi aggiunse che per ora sarà difficile assai che possa farti in Roma un'altra visituccia.
Circa all'affare Costanzi va bene.
Io seguito sempre a ripetere quanto ti dissi, cioè che il Signor Fabj di lui curiale non venne a parlarti che per cercare di pescare qualche altro vampiro da opporti.
Intanto però non so cosa vorrà sostenere.
Di Bertinelli nulla mi fa specie, e non so come quell'uomo vorrà cavarsela da tante pastoje nelle quali tiene avvolti i piedi.
- Povera Angelica! Quella è una donna perduta.
Evviva la spenditrice universale! Ti costerà fatica, ma ne uscirai di certo con onore.
Fa' i miei complimenti con lo sposo.
- Vado a scrivere a Terni intorno a Canale, e vedremo che si potrà fare.
Del resto tu hai operato molto e bene a questo proposito.
Se ti dovessi raccontare al vivo l'acqua che qui cadde tutto jeri e il furioso temporale di questa notte, farei opera inutile per la sua difficoltà.
L'acqua si è mangiata nella nottata una strada che si faceva di nuovo, e i tuoni saranno stati un migliaio.
Ah! Iddio liberi l'Italia nell'autunno da qualche calamità! Basta, a buon conto Ciro nostro dice che non ha udito niente perché ha fatto, come fa sempre, tutto un sonno.
Vedo ancora per Perugia l'Avvocato Marsuzi, il quale con un piglio a destra ed un altro a sinistra, e camminando a gran falde spalancate, prende tutto il corso per sé.
Debbo farti i saluti.
del Sig.
Luigi Micheletti e della Signora Cangenna di lui moglie, come altresì della Sig.ra Marchesa Monaldi, la quale manda spesso da me un professore di letteratura del Collegio di Ciro a informarsi delle mie nuove.
Ogni tanto vado io stesso a riverirla.
Ieri, con quel delicato diluvio, venne detto Professore, e mi offerì da parte della Sig.ra Marchesa la chiave del suo palco al teatro nobile ogni volta che io la desideri.
Forse una sera che non piova e non sia freddo (vedi pretensione!) l'accetterò.
Del resto anche senza questa chiave io frequento moltissimo il teatro, mentre in 64 giorni dacché sono a Perugia (ed il teatro ha agito sempre) vi sono stato per mezz'ora una sera onde vedere il teatro civico, dove allora erano le recite.
Procura di star bene anche tu, amami, e credimi sempre il tuo
aff.mo P.
LETTERA 170.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 22 agosto 1833
Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 20.
Tanto l'altro jeri mattina quanto jeri mattina e giorno, e finalmente questa mattina sono stato presente agli esami annuali del Collegio Pio.
L'udire que' cari ragazzetti a parlare di tante cose erudite, scientifiche e amene, era un piacere da muover le lagrime.
Ciro nostro fu esaminato jeri al giorno sulla grammatica italiana, e questa mattina ha subìto l'esame sulla geografia.
Nella grammatica si portò assai bene, avendo sempre risposto assennatamente, con precisione e con grazia alle varie quistioni promossegli dagli esaminatori, professori della Università.
Nella geografia poi non ti so dire con quanto garbo e possesso ha dato sulla carta la descrizione di tutta l'Asia.
Se ne stava ritto in piedi avanti al quadro eretto sul cavalletto e lì con la sua bacchettina in mano andava indicando i luoghi, le posizioni e i confini, a mano a mano che veniva esponendo con la voce.
Senza mai impuntarsi, e parlando chiaramente e con pausa, ha esaminato tutto il suolo dell'Asia; ne ha indicato le principali Città, i fiumi, i monti: ha distinto le dominazioni, ha annoverato le particolarità dei luoghi e dato un dettaglio delle produzioni e del commercio delle varie nazioni di quella parte di mondo.
Bisognava udirlo a profferire netti e spediti que' brutti nomacci da fracassar la lingua d'ogni galantuomo.
Quella regione gli è toccata a caso: del resto egli conosce tutto il globo egualmente.
Anche i tre suoi compagni, e specialmente Grazioli, si sono portati assai bene.
Grazioli poi ha l'abilità di delineare all'improvviso col gesso sulla lavagna la superficie di qualunque parte di Mondo.
Ha poi Ciro fatto, per esporlo al saggio di settembre, un grande specchio di varii caratteri con a piedi una bella cartina geografica miniata.
Il Maestro di calligrafia mi disse jeri: il suo Sig.
Ciro è il mio sostituto.
Molte e molte carezze gli sono state fatte questa mattina dal professor Mezzanotte che lo ha interrogato.
Insomma Ciro è un bravo ragazzetto, buono, studioso, e amato da tutti.
Egli ti chiede la benedizione e ti abbraccia, mandando i consueti saluti.
- Fu un mio equivoco l'aver udito che già fosse deciso dover Ciro dare il saggio pubblico.
Ciò non è ancora stato determinato, e dipende da certe regole dell'instituto, anche estraneamente all'abilità.
Io spero però che di certo gli toccherà, benchè del primo anno di convitto.
Te ne darò notizie a suo tempo.
Mi duole di Celani, ma più e più del male del povero Pietro Mazzarosa.
Confido però che a quest'ora già starà meglio.
Mi congratulo della buona riuscita delle tue provviste, e del regalo ricevutone.
- Parlerò alla Rossi della gabbia e ci sentiremo.
Non so se ti dissi che essa non vuole che il marito sappia questa sua commissione di modo che è bene che ciò lo senta Biscontini onde in qualche circostanza (non prevenuto) non avesse ad uscirsene col Sig.
Rossi.
Godrò sapere l'esito della causa Costanzi.
- Qui, malgrado la stagione orribile, non vi sono gran malattie, meno qualche poco di reuma da non farne caso.
- Farai bene ad andare in Albano, ma vacci in buona ed allegra compagnia.
Sicuro, Calcagni d'Albano è fratello della Contessa Toruzzi.
Come diavolo commettere una simile imprudenza! Figurati che incendio rovinoso! quel gran locale, e destinato a quell'uso! proprio, poveretto, piove sul bagnato.
Di' a Biagini, quando lo vedi, che ho letto la sua lettera al Prof.
Mezzanotte, il quale lo ringrazia e conviene in tutto e per tutto con lui.
E salutamelo.
Ringrazio chi si ricorda di me e, al solito abbracciandoti sono
Il tuo P.
LETTERA 171.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 agosto 1833
Mio caro Checco
Che diavolo di poema vorresti tu ch'io ti mandassi se in tutto il tempo da che son qui non ho saputo formare un pensiere che mi valesse una parola? Mi chiederai dunque come io passi la mia vita, poiché sei quasi anticipatamente persuaso che io non vada in alcun luogo, e conservi le mie casalinghe abitudini di Roma.
Sto in casa, sto in camera, e leggo.
Passeggio quando l'atmosfera lo concede, passo qualche mezz'ora nel negozio del libraio Bartelli, visito il mio Ciro due volte per settimana, e il resto in casa, in camera, e leggo.
Ho portato meco da cominciar de' lavori e da finirne d'incominciati, ma sarà l'aria troppo fina ed elastica, io, ti ripeto, non so formare un pensiere.
Tu mi desti una vagliatina giudiziosa della mia ode per la povera Lepri: quando vedrai che setacciata me n'ha fatta Torricelli, sentirai allora che nespole! A dargli retta, come forse vorrei, bisognerebbe aprire un buco sino al nucleo della terra, e seppellirla laggiù, acciò il mondo non restasse impestàt, per dirla alla vicariana, cioè secondo Monsieur Vicar.
È vero che il Torricelli conchiude le sue osservazioni esser quelle di un trecentista, ma buggiararlo quel beato Trecento come la sona! Or tu mo stampala, ardila, nettatici, dàlla a salumaio, falla portare dal fiume: ti do carta bianca.
Di Ciro fatti dare notizie da Mariuccia, la quale sino al giorno corrente ha sempre avuto da me il regolar gazzettino intorno alla vita ed ai fatti di questo caro raponzolo, e direi meglio raperonzo per amor del Trecento.
Il tuo bacio glielo darò giovedì, press'a poco all'ora in cui tu riceverai la presente.
Qui non sono niente e poi niente rigidi in fatto di censura di stampe: anzi si stampa tutto senza che questi buoni Revisori vi mutino un ette.
Ciò ti farà piacere.
Lascia però ch'io ti dia il contropelo.
Tutto deve mandarsi alla Censura romana, meno (per grazia) gli articoli del giornale, che da rami divengono bacchette, e meno gli avvisi di nuove tinte per le scarpe, osterie da aprirsi e tridui da celebrarsi.
Protesto altamente contro la taccia del miscere sacra profanis: ma quando la cosa è così, e bisogna dirla tutta in un tempo, va a fare altrimenti.
Come va che Biagini mi dimanda se mi ricordo del cerotto che mi commettesti? Non l'ha già avuto e pagato?
E tu che fai? Scrivi? Leggi? Mangi? hai le tue regolari deiezioni? Aprimi il cuore.
Veramente il cuore accanto alle deiezioni non te lo doveva metterci, ma ripeterò, quando bisogna dir tutto in un fiato, va a fare altrimenti!
Qui una comica Compagnia Ciarli-Brenci etc.
etc.
dopo avere gridato cinquanta sere, passò a gridare a Spoleto, dove il pover'uomo del prim'uomo (Brenci) morì una bella sera sul campo della gloria.
Almeno dicono che morisse a sospetto di fuga.
No, lo dico seriamente e con dispiacere: fu colpito d'apoplessia e morì sul palco.
Ferretti lo avrà conosciuto.
Salutamelo il caro Giacomo, o fammelo salutare con tutta la famiglia.
Stanno tutti bene?
E salutami Biagini, Ricci, Piccardi e suoi, tuo padre, tuo fratello, Lepri, Pulieri, Rosani e chi ti pare, ché pare anche a me.
E ti abbraccio.
Il tuo B.
LETTERA 172.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 3 settembre 1833
Mia cara Maruccia
Rispondo alla tua del 31 passato agosto.
Domenica vidi Ciro nostro, il quale si dispone pel saggio pubblico che sarà giovedì 5 corrente alla mattina.
Nel dopo pranzo della seguente domenica succederà la solenne premiazione.
Egli è giudicato già degno di premio: credo però che il successo debba dipendere da un bussolo con qualche altro di eguale suo merito.
In ogni modo l'onore sarà sempre lo stesso.
Vado facendo eseguire d'accordo col bravo guardarobiere varii lavori nel corredo di Ciro pel mezzo-tempo e pel futuro inverno, stagioni che qui sono molto distinte l'una dall'altra.
A cose fatte ti darò ragguaglio di tutto quanto è stato giudicato necessario di fare.
Questo guardarobi e il cameriere della Camerata sono due veramente eccellenti giovanotti, ed io alla mia partenza li rimunererò con un'altra mancia delle premurosissime attenzioni che mostrano al nostro caro figlio.
Dalla mia precedente avrai udito quando arriverà a Roma il vetturale.
Va benone intorno alle vedute di Roma etc, e ne ringrazio te e l'ottimo Biagini che mi saluterai tanto tanto.
Mi ha consolato la guarigione di Mazzarosa, come seguita a rattristarmi lo stato infelice della povera Angelica.
Qui è caduta la neve sulle montagne di confine, e fa molto freddo.
Ciro ti bacia la mano, ti abbraccia, e ti chiede la benedizione.
Saluta poi Antonia e tutti.
Io ti abbraccio e sono di cuore
il tuo P.
LETTERA 173.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 7 settembre 1833
Cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5, e la riscontro.
Lo stesso malvagio tempo che tu mi descrivi essere stato a Roma in detto giorno fu egualmente qui, unito a un sensibile freddo, di modo che ci volle tutto il mio desiderio di udire Ciro al saggio che mi determinasse ad uscire di casa; ed uscii tutto vestito da inverno.
Sono varii giorni che diluvia di continuo.
Vedremo domani se vorrà, il Signor Tempo permettermi di concorrere allo spettacolo della premiazione, di cui poi ti darò un distinto ragguaglio.
- Ho mandato a vedere se alla posta fosse giunto il pacco per Ciro: mi han detto di no, mentre i gruppi qui non vengono che il lunedì, siccome non ne partono che la domenica, mentre nelle sole domeniche parte di qui il Corriere per Fuligno e ne ritorna il lunedì.
Gli altri due corsi settimanali si fanno per via di staffette latrici di sole lettere.
Dunque darò al nostro caro figlio il regalo appena sia giunto.
Circa alla spedizione della gabbia va bene; e darò a Ciro tutto ciò che vi è annesso per lui.
- La tua intenzione riguardo a Costanzi è buona, ma bisogna poi vedere se il mobilio della sua casa potrà saldare gli Sc.
1200, più qualche arretrato che siavi di frutti spese etc.
Oltre di ché insorgeranno delle dispute sulla comproprietà dei fratelli ed altri di famiglia.
Perciò sta' oculata.
Vedi di far sollecitare la liquidazione delle spese Marcucci, affinché si possa ultimare il tutto con Bianchi fin ch'io sarò qui.
Ti accludo un foglio bollato e da me firmato in bianco, onde tu te ne serva a tuo senno.
L'ho sottoscritto in basso per lasciarti più spazio a scrivere: per la qual cosa, fatta prima una minuta ti regolerai sulla quantità del bianco da riempire.
- Ho piacere che il nostro Biagini abbia già avuto il cerotto che mi richiese.
Il figlio del dottor Micheletti è morto realmente.
Questo ragazzo d'indole assai recalcitrante ripugnava a tutte le volontà paterne, e più alle di lui disposizioni intorno alla educazione.
Mutati varii luoghi ne' quali era stato messo a studiare, finalmente pareva che nel Collegio di Arezzo si fosse un poco calmato.
Ma, avvicinandosi l'epoca delle vacanze, voleva ritornare a farle a Casa.
Il padre che conosceva che una volta tornato si sarebbe penato a farlo ripartire, gli lasciò libera la scelta tra il villeggiare in una bella campagna che possiede il Collegio Aretino, e tra il passare ad un ameno casino di certi Signori d'Arezzo, di lui Clienti.
Udita il fanciullo tale alternativa a lui ingrata, che fa! Una sera si avvolge un panno bagnato attorno al collo e un altro in testa, e poi aperta la finestra si pone in letto per dormire.
Casualmente il Rettore vide dalla sua stanza la finestra aperta del Micheletti, e recatosi nella di lui camera gliela chiusa.
Il ragazzo all'udire aprir la porta si pose la testa fra i lenzuoli, e finse dormire cosicché il Superiore credette la finestra di lui esser rimasta aperta per dimenticanza e più non vi badò.
Riuscito il Rettore, si rialza Micheletti e bagnati di nuovo i panni ripete il mal giuoco, ed anzi riaperta la finestra vi si sdraiò sotto sulla nuda terra, e così seminudo si addormentò.
Figurati alla mattina! Fu ritrovato tutto gonfio.
Interrogato ripetutamente confessò finalmente il tutto, e dopo una orribile malattia di 24 giorni spirò lunedì 2 alle ore tre pomeridiane.
Il povero padre è al colmo dell'afflizione, tanto più che avendo il Collegio tardato a scrivergli fino al 15° giorno del male, ed essendo giunta la lettera mentre egli era a Città di Castello, ha saputo il caso poco prima della morte.
La moglie del Micheletti partì bene subito, ma delirando sempre il figlio non l'ha potuto vedere.
Eppure a malgrado che il povero padre si rammarichi tanto, pure confessa che forse la provvidenza ha così disposto per risparmiargli altre lagrime più amare che il figlio avrebbe un giorno potuto fargli spargere.
Noi, cara Mariuccia, ringraziamo Iddio che Ciro nostro è savio, e i suoi superiori più assai diligenti.
Ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
LETTERA 174.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 10 settembre 1833
Cara Mariuccia
Jeri non ebbi tue lettere, ma bensì la spedizione per Ciro, al quale corsi subito a portarla.
E giunse bene a proposito, mentre nella solenne premiazione di domenica nominato Ciro a tre premii, uno cioè in lingua italiana, uno in geografia ed uno in calligrafia, non ebbe la sorte di conseguirne alcuno, non essendo mai uscito al bussolo in cui fu posto il suo nome tre volte co' suoi competitori nelle tre classi enunciate.
Nella geografia ebbe due altri emuli, uno solo nella lingua italiana, e cinque nella calligrafia.
La sortizione di tutti i nomi in competenza si fece alla presenza degli spettatori a suono di sceltissima banda, la quale si tramezzò a tutti gli atti della funzione.
Dispiacque a tutti i Superiori la poca fortuna di Ciro, al quale però furono tanto più prodigati elogi da essi e da molti astanti, in quanto che si sapeva che i competitori più fortunati di lui erano tutti del secondo anno di collegio, e Ciro del primo; circostanza che pure a detta di alcuno si poteva meglio calcolare dai giudici che stabilirono l'ordine della premiazione.
Io ti spedisco per la posta il libretto di prospetto.
So che ti converrà avere delle noje alla dogana, ma pure pensando che ti farà piacere il leggerlo te lo mando.
Aggiungo su questo proposito che il Rettore convenne con me che forse i primi elogi della scuola si convengono a Ciro, ma che dovendo purtuttavia gli esaminatori e i Consuperiori del Collegio attenersi ai risultati positivi degli esami trimestrali, non potevano negare una parità a chi realmente la ottenne.
Ciro poi si espresse che quantunque avrebbe amato il conseguimento di qualche premio, nulladimeno si appagava dell'onore che la sorte non può contrastargli.
Non ti puoi figurare la di lui gioia al ricevere le vedute di Roma e la pianta.
Disse che quello era il suo premio.
Tutti i ragazzetti della sua Camerata gli si affollarono intorno, ed egli fece da Cicerone.
I ringraziamenti che ti fa sono infiniti; e così ti chiede la benedizione, ti abbraccia, e saluta Antonia, Domenico e tutti.
- Ti debbo dire che da alcuni giorni soffre della flussione all'occhio destro, la quale però, come vedi, non gli ha impedito di fare regolarmente le sue faccende.
Il professore del Collegio gli ordinò certi bagnoli approvati da altro eccellente oculista Sig.
Achille Dottorini, che io ci ho già condotto due volte a mio conto, e ce lo farò tornare fino a completa guarigione.
Il Dottorini, che Biscontini deve certo conoscere, mi assicura che non è niente, e neppure gli ha vietato che possa discretamente applicare.
Sta', cara Mariuccia, tranquilla, e assicurati che con un poco di cura svanirà questo male, il quale è molto minore di quello che Ciro ebbe già a Roma all'occhio medesimo varii anni addietro.
Appena sarà un poco più diminuito il sangue comparsogli sul bianco dell'occhio, all'angolo esterno, il bravo Dottorini gli darà un collirio che servirà a guarirlo del tutto e a rifortificare i vasellini ingorgati.
In caso poi che tardasse alquanto il sangue a svanire saranno applicate alle tempie due mignattine per accelerarne la risoluzione.
Ti ho dato notizia di questo piccolo incomodo del nostro caro figlio, acciò semai ti venisse saputo per parte indiretta, non ti prenda alcuna pena, e ti fidi di me.
Del resto Ciro sta in piedi, allegro, e se la ride; e i superiori gli hanno tutti i più delicati riguardi perché non abbia aria o altri nocumenti esteriori.
Domenica sera andò qui in iscena una opera in Musica, intitolata la Orfanella di Ginevra, cantata benissimo.
C'è un basso poi, chiamato Angelini Dossi che a Valle farebbe fanatismo.
Io comperai un palco al second'ordine per 50 baiocchi, onde salvarmi dalla piena della platea, e mi divertii moltissimo.
Le decorazioni sono eccellenti.
L'opera è al teatro Nobile vicinissimo alla casa dove abito.
Aspetterò la gabbia.
La Signora Rossi è contentissima della scattola che ci hai fatto fare.
La medesima Signora ti prega dirle come sono grandi le pelli di ermellino, e quanto costano l'una.
Per la grandezza puoi fartela dare in modello dal pellicciaio, e poi col lapis disegnarmene la circonferenza sulla tua stessa lettera.
- Avrai avuto la mia, dove ti parlai de' lavori di sarto che faccio fare per Ciro, tanto per l'autunno che pel prossimo inverno.
Ti abbraccio di cuore, e sono il tuo P.
P.S.
È general voce che il Marchese Ettore Florenzi sia morto al suo casino della Colombella.
LETTERA 175.
A ORSOLA MAZIO - ROMA
Di Perugia, 24 settembre 1833
Carissima Orsolina,
Io già sapeva che tu saresti balestrata in ottobre: ti ringrazio però di avermene data partecipazione tu stessa, e tengo ciò in conto di quella gentilezza che ti distingue.
Sii felice, cara cugina, e felice quanto il mio cuore ti desidera e quanto tu meriti di essere.
Lo sposo che la provvidenza ti ha destinato ha tutti i caratteri da farti presagire una bella vita di pace.
Sii felice, ti ripeto.
Io vidi andare a marito tua madre: vedo oggi il tuo imeneo, e così spero trovarmi un giorno agli sponsali della prima tua figlia.
Allora io era quale ora tu sei, e al futuro matrimonio della tua prole tu sarai quale adesso io mi trovo.
Parlo di età.
Io vo sempre sventuratamente innanzi a te; e quando tu ancora vigorosa abbraccerai i tuoi nipotini, mi sarà forza di bamboleggiare con essi.
Vedi, cara cugina, come ancora fra le gioie possano trovarsi pensieri di malinconia.
Ma e poi perché? Se io sarò vecchio, lo saranno tutti quelli che vivranno di poi, e beato chi guardando sui giorni vissuti non vi troverà vergogna che lo faccia arrossire.
Dunque, innanzi, e ciascuno adempia alla propria missione.
Se le tue nozze accadessero verso la fine di ottobre, o almeno a mese inoltrato, io spererei di trovarmi personalmente ad accompagnarti all'altare.
Se poi dovrà accadere altrimenti, mi contenterò in arrivando di salutarti Matrona.
Avrai avuto in mia casa notizie del mio Ciro, e delle belle speranze ch'egli mi dà.
Salutami testa per testa tutti i tuoi, e in favore della circostanza i saluti pel caro Balestra sien due, e più se ti piace reiterarli.
Sono veramente pago di averlo preso parente.
Perdoni, Signora Sposa, la confidenza cuginale di questa mia lettera, e mi creda sempre
Suo aff.mo cugino G.
G.
Belli
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 24 settembre 1833
Cara Mariuccia
La guarigione di Ciro mi ha per due ordinarii trattenuto dallo scriverti, onde, non essendovi più un urgente bisogno di carteggio in tutti i corsi postali, rimetterci in regola.
Rispondo pertanto oggi alle tue carissime de' 17 e 21.
Comincerò dal dirti che Ciro seguita a star bene, anzi mi dice il cameriere che neppure gli fa più i bagnoli.
Io l'ho veduto fin qui ogni giorno, e nel solo sabato scorso che non lo vidi, lo incontrai alla Università dov'è l'esposizione del concorso annuale e triennale delle belle arti.
Giovedì 19 non solo non andò Ciro in campagna ma non ci andò neppure nessuno del collegio, stante il pessimo tempo.
Vi andarono però jeri, ed io li vidi tornare.
Ciro era tutto vispo e contento.
Ti dice egli al solito mille cose affettuose, baciandoti la mano e dandoti i saluti per Antonia, etc.
etc.
- Circa ad Angelica, se i polmoni son tocchi, il parto non la può salvare.
Non so perché tanto strepito per la scoperta del corpo di Raffaello, mentre si è sempre saputo che stava sotterrato in quel luogo.
Se lo volevano fuori lo potevano scavar prima.
In tutti i modi, certamente questa è per le arti una bella reliquia.
- Ora che Biscontini non c'è chi guiderà, il nostro delicato affare con l'avv.
Costanzi? E Biscontini non torna in Curia che ad anno nuovo! Che carte vuoi che abbia occulte Costanzi? Non ne può avere, e se ne avesse, le avrebbe già tratte fuori.
Egli tenta come tanti altri che girano mille tribunali per pagar quattro in luogo di uno.
Ti ringrazio de' saluti di Zia Teresa e Mariuccia, come ancora della notizia del matrimonio di Orsolina.
In questo ordinario ho avuto da lei stessa la formale partecipazione, e vado a risponderle rallegrandomi.
- Bravo Biagini! Birbo quel Pippaccio! - Ho avuto lettera di Corazza il quale dice che gli orribili tempi hanno impedito fino ad ora la consumazione della conta degli alberi, la quale però spera di finire in questi giorni, finita la fiera di Campitello.
I ristauri sono a buon punto.
Secondo i termini del contratto egli e Stocchi vanno ad eseguire un taglio nella Macchietta, e perciò stanno all'ordine quattro prosciutti, che io gli scrivo di mandarteli.
Ho avvisato anche Babocci del mio ritorno a Terni circa il 10 ottobre.
I tempi qui seguitano ad essere bestiali, ed io mi sento tutto indolito.
Come salvarsi del tutto? Hai tempo a star dentro: l'aria fredda e umida penetra per ogni luogo.
Sono abbracciandoti di cuore il
tuo P.
LETTERA 177.
AL DOTT.
RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia [5 ottobre 1833]
...
La vostra lettera, segnata da Voi col 23 settembre, non giunse a questo uficio postale che il 27, ed in quel giorno io era in letto con febbre di reuma, che per varii altri ha durato ad affligermi.
Nello scorso ordinario io mandai ciò a notizia di mia moglie, di modoché se voi in oggi la vedeste sappiate che questo non è più per essa un mistero.
Tuttavia il male non è stato grave, ed ora me ne trovo libero.
Mi affliggono veramente le novelle che di voi mi date, e veggo con amarezza che non sia ancor sazia la fortuna di perseguitarvi, quandoché nel Mondo avrebbe dove assai meglio e con più di giustizia esercitare le sue persecuzioni.
Ma poiché quasi sempre gli avvenimenti sono condotti dalla mano degli uomini, i quali poi al complesso de' loro maneggi si compiacciono d'attribuire l'astratto nome di Sorte, non è da stupirsi se i mali effetti della lor gravità cadano più spesso sui migliori che non sui tristi, dappoiché o questi raramente mancano di armi di difesa contro gli attacchi de' loro uguali, o gli ultimi amano, piuttostocché offenderli, farseli complici nella eterna insidia che tendono alla odiata virtù.
Comprendo le mie parole dover giungere fiacco balsamo e inefficace alle acerbe vostre ferite, ma poiché so pure che l'esser compatito nella sventura è, se non altro, un male di meno, io intendo che voi, prendiate per ora dalla mia penna que' conforti che non mancherei di apprestarvi vicino onde ajutarvi a sostenere i colpi della disgrazia la quale siccome tutti gli altri mali agenti della terra non sa poi a lungo resistere contro una determinata costanza.
Tenetevi cara la tibi-Seraphina, nella quale veggo più semplicità che mal'animo contro di voi.
Poverina! Sarebbe necessario un cuore di bronzo per tener saldo contro i combinati attacchi di una raffinata malizia, di maniera che fra tante suggestioni perverse non è maraviglia che il di lei nuovo cuore vada fluttuando.
Io parto di qui fra quattro giorni.
Addio, caro Bertinelli: sono sempre il v.ro aff.mo a.co
Belli
LETTERA 178.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, 15 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Giunsi in questa Città la sera di domenica 13 dopo un felicissimo viaggio.
Ti assicuro che l'essermi allontanato da te mi ha costato molta pena, la quale è però mitigata dall'averti lasciato in buona salute e così bene affidato qual sei.
Procura di conservarti sano col moderato uso di tuttociò che ti si concede al sollievo dello spirito e del corpo, e fa' che le notizie che io andrò di te ricevendo mi riescano sempre di consolazione sotto ogni rapporto, così di salute, come di condotta e profitto, tantoché col rivederti nel prossimo anno ti ritrovi convenientemente più vicino al perfezionamento a cui ti si va conducendo.
Riverisci per me il Sig.
Presidente, il Signor Economo, e il Sig.
Prefetto.
Amami e ricevi la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 179.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, 24 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Mi ha scritto la tua mamma le seguenti cose sul tuo conto.
Io ti copio qui appresso le medesime parole della sua lettera.
Eccole.
"Ieri ho ricevuto una lettera di Ciro, diretta a te.
Credo che abbia sbagliato dirigendola a Roma invece che a Terni, poiché diversamente mi sembrerebbe assai singolare che io non ci sia nominata nemmeno con un saluto.
Mi dispiace peraltro che, ancorché fosse destinata per Terni, non ci abbia messo nessuna parola per quelli di Casa Vannuzzi, nostri parenti, che pure egli conosce, e dai quali ha ricevute molte finezze al suo passaggio per quella Città.
Bisogna che Ciro sia un poco più premuroso sul punto della gratitudine.
Ora dimentica sempre anche Antonia, che è per lui come una seconda Madre; e a me non piace tanta disinvoltura, la quale col tempo diviene durezza ed egoismo.
Debbo pure osservare che le ultime due lettere scritte da lui tanto a te che a me, sono così tirate via e di un caratteraccio così brutto, che fanno nausea: ed anche di questo non sono contenta.
In questo modo egli fa mostra di peggiorare piuttosto che migliorare".
Tu sai, Ciro mio (riprendo qui io tuo Papà) che molte volte ti ho a Perugia rimproverato della tua indifferenza e negligenza nel dimandare nuove della tua tenera Madre, la quale non sarebbe mai stata fra noi nominata se non te ne avessi parlato sempre io pel primo.
Comprendo che circa le lettere che tu scrivi te ne vien data la minuta bell'e fatta, ma chi stende la minuta non è obligato di conoscere tutti gl'impegni del tuo cuore verso le persone alle quali tu devi mostrare riconoscenza.
Devi tu stesso pregarlo ad includerci le debite menzioni.
Riguardo al carattere, badaci un poco di più, caro figlio, e non mostrar di disimparare.
Riverisci per me i Sig.ri tuoi Superiori, e credimi sempre
tuo aff.mo Padre.
LETTERA 180.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Roma, 30 novembre 1833
Mio caro figlio
Riscontro la tua graditissima lettera del 19 spirante, e ti faccio stimolo con la presente a scrivermene un'altra quanto prima, onde istruire la tua Mammà e me stesso del tuo stato di salute e di tutto il resto che ti concerne.
Io già sapeva, sin dal mio partir da Perugia, che i tuoi studii pel nuovo anno scolastico dovevano essere l'aritmetica e la lingua latina: mi ricordo anzi che circa a quest'ultima tu mi dicesti essertene già tanto anticipato qualche principio dal tuo buon Maestro Sig.
Felicioni.
Mi piacerà oggi di udire come ti sembri riuscirti difficile questo dotto idioma.
Io però tengo per fermo che le notizie che tu già possiedi di grammatica in genere, sienti per facilitare d'assai i progressi in una lingua così necessaria a chi nel Mondo vuol sapere.
Ed è tanta, Ciro mio, la necessità del conoscere la lingua latina, che non solo la ignoranza di essa ci priva della conoscenza di tanti capi-d'opera originali, ma ci niega altresì il possedere a perfezione la stessa nostra lingua nativa, che, figlia della latina, prende da quella il più bel lustro delle sue forme.
Allorché tu avrai familiare la superba lingua del Lazio, sarai stupefatto delle bellezze sublimi degli antichi Autori; e le stesse carte che tu scriverai, riterranno l'indole delle tue buone letture.
Il Sig.
Rettore sa se io ti dico il vero.
Studia dunque, o mio Ciro: un poco di fatica sarà un giorno ricompensata da infinito piacere e da gloria.
Te lo prometto.
Riguardo alla Calligrafia, mi sembra, Ciro mio caro, che tu vada prendendo qualche difetto, il quale con qualche attenzione potrai facilmente ritoglierti.
Per esempio, la lettera F, che una volta era da te scritta secondo le forme più lodevoli, ora la fai nel seguente modo...
Questa, figlio mio, è una forma un po' sconcia, e disarmonizza nella scrittura colle lettere vicine.
Giudicherai tu stesso della Verità delle mie asserzioni dalle due parole che qui appresso io ti segno
affetto
difficoltà.
Non vedi tu, Ciro mio, che nel modo scritto alla tua guisa le due ff sembrano piuttosto due lunghe zeta, tantoché quelle due parole si leggono meglio per azzetto dizzicoltà che non per affetto difficoltà? Di dove hai cavato questa barocca forma di lettera? - Nel resto poi bada di non tirar via nello scrivere.
Io so che fra gli studii non si può scrivere sempre con tanto agio e tanta attenzione, mentre l'applicazione ed il tempo debbonsi economizzare in favor del soggetto che si scrive, e non già totalmente o in gran parte concedersi al carattere con cui si scrive: ma almeno in qualche particolar circostanza, dove lo studio non entri per primo, sii accurato nello scrivere in modo da non perdere un'abilità che avevi acquistata.
E in quanto alle lettere che mi dirigi, sieno esse più brevi, se vuoi, ma più corrette, imperocché io ci trovo non poca negligenza nella ortografia, e per conseguenza molte correzioni.
Riflessione, Ciro mio, riflessione in ogni cosa, e non si sbaglia mai, o raramente.
Come ti trovi nella nuova Camerata? - La famiglia Fani mi scrisse i tuoi saluti: il Sig.
Biscontini me li ha portati.
La tua Mammà ti dice mille cose piene di amore e di tenerezza, e ti esorta a studiare, esser buono, e stare allegro.
Antonia e gli altri nostri buoni domestici ti salutano.
Presenta i miei rispettosi ossequii ai Sig.ri tuoi Superiori, e ricevi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 181.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 dicembre 1833
Mio carissimo Ciro
Non dubitare, non perderti di animo.
La lingua latina, sul principio dello studiarla, suole riuscire un poco difficile a quasi tutti; ed io mi ricordo che anche a me accadeva altrettanto allorché io era della tua età, e, come te, principiante.
Di mano in mano però l'esercizio continuo, e l'abitudine che ne consegue, rendono familiare qualunque più astrusa difficoltà.
A te non manca ingegno.
Non ti dico ciò perché tu ne insuperbisca, mentre il talento e tutto quello che abbiamo al Mondo di buono è dono gratuito della Providenza, e non già nostro merito particolare.
Intendo solamente di dimostrarti che con disposizioni sufficienti di spirito non si deve disperare di buon successo in nulla di quanto s'intraprende con ferma volontà.
Il peggio che possa accadere a uno studente è il diffidar troppo di sé, e lasciarsi sgomentare dalle prime difficoltà, inseparabili da tutti i nuovi sperimenti.
Col coraggio e colla perseveranza ogni giorno si guadagna una vittoria sopra gli ostacoli, e non solamente si superano i presenti, ma si acquista ad un tempo il vigore per superare i futuri.
I più famosi uomini della Terra sono stati fanciulli, niuno di essi era nato istruito: tutti si trovarono nuovi al principio nella carriera del sapere.
Che mai sarebbe accaduto di loro, e quale di tante famose opere avremmo noi oggi, se alle prime difficoltà sbigottiti, si fossero arrestati sulla via che li condusse poi a tanta altezza di gloria? Tu hai detto saggiamente che raddoppiando d'impegno speri di far que' progressi che lo studio non nega mai alla costanza.
Quello che oggi ti sarà sembrato oscuro e spinoso, col ritornarci sopra a mente serena e non divagata ti si farà dimani chiaro, molle e fiorito.
Vedi, o mio Ciro, la natura d'inverno.
Ti parrebbe mai che quel prato sterile, nudo e malinconico dovesse poi ben presto ricoprirsi di tutti i doni della fecondità? Eppure pochi raggi di un benefico Sole di primavera bastano a produrre il miracolo.
Dov'erano nevi e brine sorgono indi a poco pingui erbe e vaghissime; e colorite frutta appaiono sugli aridi rami degli alberi.
Altrettanto accade nell'uomo.
Esso non ha da principio che la capacità di produrre; ma il calor dell'ingegno unito al tempo e alla pazienza lo muta a poco a poco in tutt'altro da quello di prima e dice la Sagra Scrittura che colui che seminerà con lagrime, raccoglierà esultando vale a dire, che le fatiche sostenute nel coltivare saranno premiate dall'allegrezza della raccolta.
Sta' dunque di buon'animo, Ciro mio: studia con fiducia di riuscire, e riuscirai.
Il profitto verrà da sé, senza quasi che tu te ne accorga: e un giorno sarai certo che io ti diceva la verità.
Studio, coraggio, e il successo è infallibile.
Tuo padre non t'inganna.
Ho veduto il Signor Presidente Colizzi.
Egli mi ha dato buone notizie di te, e ti vuol bene.
Procura dunque, mio caro figlio, di non demeritare mai la di Lui grazia, né quella degli altri tuoi buoni Superiori.
Sii umano, gentile, obbediente, assiduo ne' tuoi doveri, e grato alle cure che ti sono prodigate in tante maniere.
Ama pure, e rispetta i tuoi compagni, imita il buon procedere di ognuno e non invidiare la gloria di alcuno.
Sii sempre verace ed umile, e quando mai ti avvenga di fallire, ringrazia chi ti ammonisce.
Questi consigli ti diamo tua Madre ed io, ed intendiamo che siano il miglior regalo che possiamo farti per le imminenti SS.
feste, che desideriamo felici a te, a' tuoi Superiori e a tutto il Collegio.
Fra giorni poi avrai qualche cosetta da goderti per amor nostro.
I giuochi però saranno meno, perché ormai ti fai grande.
Ti benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
P.S.
Oltre a Mammà (che ti benedice con me) ti salutano tutti i buoni amici di Casa, e Antonia, e Domenico e gli altri nostri amorosi familiari.
LETTERA 182.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 dicembre 1833
Ciro mio
In questa cassetta che, come nell'anno scorso, ti sarà stata mandata dal Sig.
Angiolo Rossi, e che tu dopo averla vuotata gli restituirai, sono i piccoli doni che ti godrai in quest'anno per amor nostro, secondo che io ti avvisai nella mia lettera del 19.
Vi troverai dunque:
1° Un pangiallo, dono di Annamaria.
2° Un torrone, dono di Domenico.
3° Un cartoccio di mandorle attorrate, dono di Antonia.
4° Un'altro di confetti, dono di Antonia.
5° Una cassettina di colori, dono del Sig.
Marchese Ossoli.
6° N.
7 pennelletti con loro bacchettine.
7° N.
6 piattini da stemprarvi i colori.
8° Un cerino.
9° Due trucchi da terra.
10° Due paja guanti.
11° Un pajo straccali.
12° Una piccola scrivania.
13° Le tue carte mimiche.
14° Il bucciotto, rappresentante il Cavallerizzo.
15° La pompa ad acqua.
16° Il ritratto del Buffon.
17° Le Novantanove disgrazie di Pulcinella.
18° Quattro barattoletti di manteca, fatta da Antonia.
19° Ventiquattro aranci.
20° Un pallone da camera.
21° Quattro libre di cioccolata.
Vorrei sapere quando principieranno le recite nel Collegio, quale commedia si eseguirà; e quale parte tu precisamente vi abbia.
Il Signor Presidente Colizzi ti saluta.
Tu riverisci da parte mia e di Mamà il degnissimo Signor Rettore e il Signor Economo, e per mezzo di questi anche il Sig.
Luigi Micheletti e di lui Consorte, augurando a tutti un buon Capo-d'-anno.
Tutti i nostri parenti ed amici ti salutano, e ti esortano a farti onore, per gloria di te stesso, e della famiglia, che un giorno spera da te il suo lustro.
Tua Madre intanto ed io travagliamo per prepararti uno stato che tu poi dovrai consolidare co' tuoi proprii meriti.
Addio, mio caro figlio.
Ricevi la nostra benedizione.
Sono
il tuo affezionatissimo padre
P.S.
I nostri buoni domestici ti dicono mille cose affettuose, le quali tu riceverai con gratitudine.
LETTERA 183.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 1° febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Giunto di notte a Terni, t'impostai le due righe già preparate fin da Roma, le quali avrai ricevute.
Non avrei mai creduto di essere in tanta compagnia nella diligenza.
Eravamo otto.
- Nella prima giornata e nella notte consecutiva si ebbe diluvio.
Jeri poi da Fuligno fin qui un vento agghiacciante e così impetuoso che faceva prova di atterrare il legno.
Oggi è nuvolo, freddissimo, e minaccia neve.
E la bella è che tutti affermano che sino a jeri si era qui avuta una primavera.
Sempre io mi porto appresso il buon tempo.
Arrivai qui jeri sera, e non ti dirò la sorpresa di questa buona famiglia, che ha messo sossopra la casa onde farmi festa e graziosa accoglienza.
Questa mattina poi ho goduto l'affetto prodotto in Ciro nostro dalla mia repentina visita.
È rimasto estatico, e poi colla voce agitata mi è saltato al collo, dicendo: Papà! è Papà! E Mammà è venuta? Poi ha principiato a saltare rosso come un gambero.
Egli sta di un bene da non potersi spiegare, colorito, prosperoso, lietissimo, e con due guancie grosse e dure come due pietre.
Mi ha condotto a vedere la sua camera, dove ha portato zompando la tazza da noi donatagli, e da lui gradita oltremodo.
Oggi dev'essere giunta a Roma la lettera in cui egli ci dava conto dell'esame trimestrale.
I Superiori ne sono restati contenti e mi han detto che Grazioli stesso gli è rimasto di un grado inferiore.
Lunedì sera andrò ad udirlo recitare in una Commedia intitolata: i Golosi.
Dicono che ha una parte non tanto breve.
Se dovessi riferirti tutte le cose da lui dettemi per questo mio viaggio, e per te, e per Antonia, Domenico, etc.
etc.
non finirei mai.
Parlava, saltava, e si stropicciava le mani, battendole quindi per festa che veramente veniva dal cuore.
Di' al Sig.
Dr.
Micheletti che appena arrivato (a tre ore di notte), consegnai a Barbanera pel di lui studio la lettera e il plico.
Circa a questo, è curiosa che smontato io di diligenza mi scomparve dinnanzi il Sig.
Bianconi che doveva consegnarmelo.
Dovetti dunque farlo cercare per le locande di Fuligno per chiederglielo.
Egli, trovato che fu, mi mandò per risposta che nulla doveva egli darmi per Perugia.
Mi fu pertanto forza, mentre io pranzava, di rimandarci una seconda volta il cameriere di Pollo con una ambasciata più viva e circostanziata.
Allora venne indietro il plico.
Col locandiere Pollo ebbi battaglia.
Di questa parleremo e rideremo poi a voce col Dottor Micheletti.
Sappia Biscontini che dallo stesso Barbanera ho fatto avvisare il Dr.
Speroni.
Ancora però non ho veduto alcun di lui messo per ritirare la roba che debbo consegnargli.
(Ecco che arriva il Dr.
Speroni).
Ho incontrato per istrada questo Sig.
Bianchi, la cui famiglia poi visiterò.
Mi ha detto il Rettore che a loro richiesta, otto giorni indietro, condusse in loro casa Ciro, che ne fu ricolmato di finezze.
La sola visita che è stata da me fatta finora è al Sig.
Rossi nel suo sgabbuzzino.
Egli sta bene e saluta te e Biscontini.
Io ho freddo, sto bene, ti abbraccio di cuore e ti prego ricordarmi agli amici.
Sono
il tuo P.
P.S.
- Martedì 4 puoi azzardare due righe di risposta.
È vero che se debbo trovarmi la sera del 5 a Fuligno per la diligenza della notte, non potrei avere la tua lettera; ma in ogni modo sarà bene che me la invii per tutti i casi che in detto giorno non mi facessero ripartire, mentre Ciro non è affatto contento di soli quattro giorni, e questi Signori Fani ne vorrebbero almeno sette.
Basta, vedremo.
Benedici Ciro che lo desidera tanto.
LETTERA 184.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 4 febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua del 1° corrente.
- Come ti dissi nella mia dello stesso giorno, io già sapeva l'arrivo a Roma della lettera del nostro Ciro.
Sapeva altresì dell'altra lettera di Casa Fani, e me ne hanno qui manifestato il contenuto.
Ti ringrazio delle notizie che mi dai dell'Accademia del Venerdì 31, e mi rallegro che tu abbia goduto di una bella serata.
Anche io sono qui andato sino ad ora una volta al teatro, e questa volta fu sabato a sera, essendovi stata opera tanto la vigilia che il giorno della Candelora.
La esecuzione della Norma mi piacque ben poco.
La Taccani (meno l'antipatia) è sul gusto della Tacchinardi.
Il tenore cantò come un bagherino, movendosi come un manipolatore di torroni.
Il basso e nella voce, e nella figura, e nella mimica, e nel vestiario, pareva un confratello del Suffragio che siasi alzato il cappuccio.
Del resto non occorre parlare.
Jeri sera fui al teatrino del Collegio Pio.
Le decorazioni e il vestiario sono senza pecca.
I convittori declamano come violini scordati.
Due soli ragazzetti de' più piccoli mostrano qualche disposizione naturale.
Pronunciano tutti alla barbarica, e dicono degli spropositi sistematici, che il Sig.
Direttore doveva prevenire.
Ciro non recitò jeri sera, ma insieme con altri compagni comparve da soldato nella farsa del pitocchetto, e con essi eseguì delle evoluzioni militari, che furono il più bel pezzo della serata.
Erano assai cari que' raponzoli, in uniforme e baffetti, marciare armati a suono di tamburo, ed obbedire con sufficiente precisione al comando di un colonnello, rappresentato da uno de' collegiali più grandi, che aveva parte nella farsa.
Egli, cioè Ciro, recita questa sera, ed io andrò ad udirlo.
Essendo egli uno de' piccoli, spero per questo motivo che sia meno cagnolo degli altri maggiori, perché qui vedo che appunto la natura che inclinerebbe al buono è poi falsata in appresso dalla pretensione che va in sull'esagerato, e dalla direzione di un soggetto, i cui allievi me lo fanno calare di credito.
Ci fu anche un ballo di cinque ballerini, pure collegiali.
Consisteva in una specie di contradanza di un centinaio al più di zompetti e di alzate di braccia concertata per dieci scudi da quel manichino vecchio del Serpos, al quale avrei invece contato dieci nerbate sulla schiena degna di un basto sdrucito.
Ha ridotto questi poveri ragazzi, che sembrano dieci salami attaccati a cinque prosciutti, prendendo il prosciutto per vita e il salame per gamba.
Io domani non partirò più, perché non essendo ancora attivata la diligenza nuova per Todi e Narni, se io andassi a Fuligno onde attendervi la diligenza ordinaria che vi passa nella notte seguente tutti mi dicono che in questi ultimi giorni del romano carnevale si può scommettere cento contro uno che non vi troverei posto.
Che farei allora a Fuligno? E troverei altra vettura subito, quando anche volessi stare in viaggio tre giorni? Sarà dunque più prudente che io parta di qui domenica 9, per profittare del seguente corso di diligenza che arriverà a Roma la mattina dell'11, ultimo giorno di Carnevale, pel qual corso mi soggiungono tutti che si può invece scommettere la testa che il posto vi sarà, mentre chi vorrà correre ai soli moccoletti? Intanto ci riudiremo in seguito.
Ciro sta benone: ti saluta, ti abbraccia, e ti chiede la benedizione.
Nell'aritmetica egli ha fatto in tre mesi quel che gli altri in due anni.
Così precisamente mi ha detto il maestro.
È arrivato a tutti i calcoli delle frazioni e si dispone già ai calcoli superiori, introduttivi alle operazioni algebriche.
Nella lingua latina ha dato anche saggi assai sufficienti.
Circa poi alla sua dolcezza, bontà e modestia, ti assicuro che non solo in Collegio, ma è lodato anche per la Città.
Egli saluta Antonia, Domenico etc.
Di' mille cose per me ai Calvi, a Biagini, Spada, Pippo e a tutti gli amici.
Ti abbraccio di nuovo e sono
il tuo P.
LETTERA 185.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 6 febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua del 4 corrente.
Martedì sera come ti dissi, fu la serata che andò in iscena Ciro.
Recitò egli in una commediola in due atti, della Rosellini di Firenze, intitolata: I Golosi.
I due ragazzi erano Ciro e Grazioli, ai quali accaddero certe avventure spiacevoli, per essere entrati in un orto altrui a spogliare un albero di frutta.
Il carattere però che rappresentava Grazioli era di un giovanetto sprezzatore dei consigli della età matura, laddove al contrario quello dell'Enrichetto, di lui cugino (parte di Ciro) si opponeva alle derisioni e irriverenze dell'altro.
La dissero entrambi benino e con molta disinvoltura, malgrado una ben piena udienza che ingombrava il teatro.
Io non soglio farmi velo alla verità di privati affetti; e perciò qualora ti dica e ti ripeta che que' ragazzetti declamano con maggior naturalezza che i più grandi, credimi.
Una volta Ciro dimenticò due o tre parole di un suo discorso, e senza smarrirsi fece un'alzatina di spalle e tirò via.
Tutti risero.
Un'altra volta, dovendo dare ad una villanella due frutta che aveva in saccoccia, se ne scordò; e dopo qualche momento ricordatosene, disse: ah! a proposito..., e, cavatele fuori, le consegnò.
Que' raponzoletti ebbero molti applausi.
Mi ha dimandato questa mattina il nostro Ciro quando io parta.
Gli ho risposto: domenica mattina.
Egli allora: bravo, bravo, Papà: va benone: così state un po' più: va benone.
E qui due zompetti al solito, e una stropicciata di mani.
Egli ti saluta tanto e poi tanto, ti chiede la benedizione, e ti promette di farsi onore.
Saluta anche Antonia, Domenico, i di lui figli ed Annamaria.
I giuocherelli da noi mandatigli hanno fatto furore.
I tempi sono assai cattivi, e di carnevale qui non ce n'è neppure l'idea, meno il teatro, ed alcune feste di ballo, le quali, come puoi pensare, io non frequento affatto.
Ieri sera incoronarono al Teatro la prima donna Taccani, con molta derisione della più sana parte della Città.
Incoronata per mano d'un genio, che n'ebbe da essa la mancia di uno scudo, fu ricoperta da una pioggia d'oro come Danae, colla sola differenza che gli zecchini si commutavano in un diluvio di pezzetti di talco gettati giù dai cieli del palco scenico.
Al fine poi dell'opera la Signora fu condotta a casa fra bande e torcie in un legno da gala della Regina di Baviera.
E qui notisi di passaggio che questa Signora dell'altissimo canto ha avuto qui la paga di trecento scudi.
Ma una corona, una pioggia di talco, e un trionfo l'hanno posta in Perugia nell'ordine delle dame di fama europea.
Iddio però gliela mandi buona, perché di detronizzazioni in questo malaugurato secolo non è penuria; e le corone che da un paese si danno, spesso da un altro si tolgono.
Povera Taccani allora; e più povera Perugia! La Taccani è una buona donnina di secondo ordine.
Ma a quelle di primo cosa darà il Trasimeno?
Saluta tutti, e ricevi un abbraccio di cuore
dal tuo P.
Alla presente non rispondere, perché io sarò partito allorché arriverebbe il riscontro.
LETTERA 186.
A FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma, 15 marzo 1834
Pregiatissimo amico
Il corriere del 13 mi portò il vostro manifesto colle due annesse tessere di dichiarazione che voi proponete a' vostri antichi Soci, onorevoli forse tutti come voi dite, ma non tutti per avventura egualmente generosi.
- Coll'ordinario poi di oggi ricevo la cara e gentil vostra del 9, marcata in arrivo il 13, ma non più presto pervenutami, stante la mancanza dell'indirizzo, che io raccomando a tutti i pochi miei corrispondenti al fine di non andare a farmi pestare inutilmente le coste per dieci volte all'inferriate postali, e perder quindi la virtù della perseveranza proprio in quel torno che mi avrebbe fruttato una lettera.
Il portalettere però, che conosce me e le mie mance, trovata oggi la vostra epistola negli scaffali dell'Uficio, ne l'ha tolta, ed ora vi rispondo al momento.
Per soddisfare alla dimanda intorno al numero delle copie che rimangono in essere de' quattro fascicoli sino ad oggi stampati, non parmi poter fare di meglio che riepilogare qui le notizie datevi con due miei fogli del 27 e 29 Luglio 1830, riscontrate prima in vostro nome il 5 agosto seguente dal Sig.
Honory, e poscia da Voi medesimo sotto il 19 del medesimo mese.
In questa anzi e successiva vostra del 16 ottobre, detto anno, mi annunciavate che le carte della gestione Cavalletti, speditevi da me il 29 luglio anteriore, erano sotto l'esame vostro e del Sig.
Vincenzo Bontà, del quale esame mi avreste poi partecipato il risultamento: e a ciò si rimase.
Intanto le notizie eccole qui:
Copie esistenti
dei fascicoli:
In carta
ordinaria
Velina bianca
Velina perla
1°
N.
33
N.
20
N.
1
2°
- " 53
- " 31
--" 5
3°
- " 66
- " 34
-" 10
4°
" 105
- " 57
-" 13
___
___
___
N.
257
N.
142
N.
29
Totale per fascicoli
Totale per qualità
Fasc.° 1°...
N.
54
Fasc.° 2°.
.
.
" 89
Carta ordinaria .
.
.
N.
257
Fasc.° 3°.
.
" 110
Velina bianca .
.
.
.
.
" 142
Fasc.° 4°.
.
" 175
Velina perla .
.
.
.
.
.
.
." 29
_____________
.
.
.
.
.
.
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.
N.
428
corrisponde al .
.
.
N.
428
Questo è il numero de' quaderni deposti presso di me dal distributore Sig.
Cavalletti, e questo è il medesimo numero che deve al presente esistere, perché quantunque da me non riscontrati prima di scrivere la presente, pure so che da luogo in cui stanno niuno può averne rimossi.
Attenderò dunque il Sig.
Biolchini per mostrargli il detto fondo e per tenere con lui que' proposito che meglio crederà egli giovare alla vostra ristorata intrapresa; e ben volentieri mi recherei tosto io medesimo a visitarlo, dove io sapessi chi sia e in qual parte abbia dimora, cose entrambe a me ignote, dappoiché io, poco al fatto della letteratura romana, niuno mai vedo di coloro che sono da lui segretario assistiti.
Questi Signori arcadisti tengonsi troppo in sull'alto, senza pensare che vien sempre la falce del Tempo a fare di tutto le debite detrazioni.
Isthuc est sapere, non quod ante pedes modo est videre, sed etiam illa quae futura sunt prospicere.
E quando Terenzio ciò scrisse chi sa che in quel futura non volesse anche considerare il giudizio degli uomini.
- La carta mi manca, ma non il desiderio di trattenermi con voi.
Fate dunque che non mi manchi di che trattenermi in questa occupazione.
Sono il vostro aff.mo amico e servitore
G.
G.
Belli
Palazzo Poli 2° piano
Autografo nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro.
LETTERA 187.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 25 marzo 1834
Carissimo figlio
Alle altre tue qualità, delle quali confesso di non saper lamentarmi, va però in te unita una certa malattiola di cervello, di cui desidererei veramente che tu ti guarissi.
E non ti pare difatti di avere il cervelletto un po' guasto, allorché tanto facilmente dimentichi così il tuo dovere di farmi avere le tue nuove, come il desiderio che la tua Mammà ed io nudriamo di riceverle? Te lo ripeterò ancora: io non credo che ciò in te nasca da difetto di cuore, poiché il solo sospettarne mi causerebbe il più grave rammarico.
Ma se in queste tanto frequenti negligenze (condannate dai regolamenti del tuo Collegio, ed accusate dai miei replicati lamenti) si debba far grazia al tuo cuore ed assolverlo sino dalla possibilità della colpa, ritorna sempre più evidente la giustizia del mio dubbio sulla leggerezza di quella tua testina, alla quale non manca altro per volar via che metter fuori due ali come quelle de' passeri.
Tu, in questo rapporto, prendi, mio caro Ciro, una ben nociva abitudine.
L'avvezzar l'anima nostra a troppo spesse negligenze, fa sì che questi atti di trascuranza prendono a poco a poco un carattere d'indolenza su tutti que' nostri doveri, la osservanza de' quali richieda il minimo fastidio e la più lieve fatica.
E sappi, Ciro mio caro, e credilo, e scolpiscitelo bene in mente, che le abitudini contratte nella fanciullezza difficilmente poi si abbandonano in età più matura, anche a malgrado della ragione che persuade e della volontà che stimola a correggersi.
Forse talvolta una risoluzione ben ferma e determinata potrà dare all'uomo avviziato qualche vittoria sopra se stesso, ma sempre le antiche inclinazioni si studieranno di prevalere, e quando anche il trionfo della ragione e della volontà sia completo, quale prudenza è mai quella e quale interesse è di un Uomo, che si riserbi tanti sforzi futuri per combattere un nemico e cacciarlo di casa, quando con sì poca fatica poteva prima impedirgli l'ingresso? Anche in questa mia lettera io conosco il bisogno de' soccorsi del gentilissimo Signor Rettore, onde farti bene penetrare il senso della presente mia morale lezione.
Tu già sai esser mio desiderio che tu rilegga nel tempo futuro le mie lettere, e così la maggior chiarezza ed evidenza che prenderanno allora a' tuoi occhi serviranno tanto a convincerti dello sviluppo del tuo intelletto quanto della verità de' miei avvertimenti, suggeriti dalla esperienza che è la prima e più sicura guida delle umane operazioni.
Ringrazia in mio nome il Signor Rettore della lettera da Lui scrittami il 20, e previenilo (come è dovere) che quanto prima io andrò a mettermi di concerto col Sig.
Vincenzo Fani, onde principiare a darti le preliminari nozioni della Musica, avanti di venire alla pratica dello strumento, il pianforte.
Mammà, che ha ricevuto la tua del 20, ti benedice ed abbraccia.
Altrettanto faccio io, incaricandoti de' miei rispetti a' tuoi superiori.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 188.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[14 aprile 1834]
C.
A.
Quanti erano gli altri? 75.
Volgi il numero, ed eccotene 57.
Su questi la solita riserva.
Non così sugli altri due non romaneschi, che anzi...
È roba di stagione.
Ne mando anche a Biagini.
Ti abbraccio di cuore.
14 Ap.e
Il tuo B.
LETTERA 189.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[24 aprile 1834]
Caro Checco
Ieri sera non parlai de' due sonetti qui inclusi perchè, quantunque fatti, mancavano delle note.
Leggitili eppoi me li renderai, non avendone io altra copia, e dovendone fare un certo uso.
Ti abbraccio.
24 aprile 1834
Il tuo Belli
LETTERA 190.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 8 maggio 1834
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua del 6 corrente.
Le nuove del nostro Ciro le avrai già avute dalla mia precedente.
Esse continuano ad essere le medesime.
Questa mattina è venuto in questa Casa Fani insieme alla sua Camerata per veder passare la processione delle Rogazioni che si è fatta un'ora avanti il mezzodì, con un vento che gettava i Cristi per terra, e infasciava le teste de' frati nelle loro tonache.
Oggi dopo il pranzo sono io stesso andato a prenderlo e l'ho portato a spasso con me.
Egli sta sempre colla solita allegria e con due guance che paiono pietre.
Ti chiede la benedizione, ti dà mille baci, de' quali alcuni per Antonia, e ti prega salutargli Domenico, Annamaria, Biagio e Gregorio.
Circa a quest'ultimo, ha riso udendo la di lui speranza di venir qui a trovarlo coi danari del terno.
Compiaciti finalmente di riverire in di lui nome tutti gli amici.
In quanto alla dimanda che mi fai intorno al danaro di cui io creda abbisognare fino al mio ritorno a Roma, ti dico che di non molto più avrei d'uopo; ma poiché nel mio passaggio per Terni vi dovrò pagare almeno otto copie d'archivio d'istrumenti e certe fedi catastali e di registro per la Congregazione del Patrimonio Canale (che te ne dovrà rimborsare, secondoché disse Biscontini essere stato stabilito), così sarà bene che tu mi spedisca una venticinquina di scudi, pei quali però puoi prenderti largo fin verso i venti del mese, quando così ti piaccia.
La mia dozzina è già pagata, e le spese per Ciro e qualche altra per me occorrente alla giornata vado facendole a poco a poco.
Ti saluta la famiglia Rossi, e porzione di questa Casa Fani, mentre le Signore, meno la Madre, partirono jeri per la campagna, a dieci miglia di distanza, dove resteranno quindici o venti giorni in un luogo detto la Spina.
Di ciò peraltro, vedendo Angiolino Vani, non fargliene motto, mentre ignorando io se vogliono che lo sappia, mi spiacerebbe che questa notizia gli andasse per parte mia.
A mano a mano che ti capita l'occasione salutami Checco, Biagini, Pippo, Ferretti, il can.co Spaziani, Casa De Witten, Casa Marini, e gli altri amici della nostra famiglia.
Procura di non scalmarti tanto, se i caldi seguitano.
Qui jeri tirò una fredda tramontana.
Ti abbraccio di nuovo e sono
Il tuo P.
P.S.
Oggi ho scritto a Stanislao Bucchi per avere il Certificato ipotecario onde stipulare con Vannuzzi.
Ieri venne a Perugia espressamente il Sig.
Luigi Micheletti e mi pagò Sc.
1:95 per Biscontini.
LETTERA 191.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, sabato 17 maggio 1834
Caro Ferretti
Tu mi dicesti: scrivimi; ed io ti scrivo.
E per non venirti avanti con le mani vuote, ti mando quattro ciarle in versi, se vuoi, per lo Spigolatore.
Ho qui letto un serto di sonetti tributati da chiari nomi alla memoria del giovanetto Adolfo Mezzanotte, morto alle speranze della patria e del padre: e ci ho voluto cacciare il naso ancor io.
È temerità ma non sarà né la prima né l'ultima de' poetastrelli miei pari.
L'ultima parola del tredicesimo verso è un predicato che poco anzi nulla conviene al suo subbietto, ma sì al frutto di esso.
Io però ho avuto bisogno di quel traslato, e forse potrà perdonarmi sì in vista de' molti obblighi ai quali mi sono nel sonetto vincolato.
Eppoi in poesia si è talvolta trovato di peggio.
Questa, per verità, non sarebbe una buona ragione, ma almeno m'illude la coscienza.
Come stai? La tua famiglia che fa? Salutamela.
Qui fa caldo e freddo a ore; e si va dal mussolo al borgonzone, come del fritto all'arrosto.
Abbracci: addio
Il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
LETTERA 192.
AL PROF.
ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
[19 maggio 1834]
Amico carissimo
Lessi ieri di fiato la Olimpia del vostro povero Adolfo, nonché i funebri versi dell'amicizia, dai quali è l'opera accompagnata.
Chiuso il libro, scrissi il Sonetto che vi mando in tardo testimonio della mia ammirazione per un giovinetto il di cui corpo deve aver ceduto all'azione dell'anima.
Fra i molti peccati che potrete notare nel mio meschino lavoro accuso intanto io medesimo spontaneamente la poca convenienza che lega il suggetto e il predicato messi in fine del 13° verso, dappoiché tra arbore e precoce abbisogna il grado intermedio di frutto.
Ma poichè a qualche difficoltà mi ha assoggettato il riepilogare con qualità contrarie, e in due versi, le tre proporzioni già sviluppate, spero che l'ardire del translato mi si vorrà da voi perdonare.
Nulla dimeno su questo come sugli altri spropositi, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Dal momento in cui venni da voi giovedì, e vi trovai dormiente, sono tuttora in casa per un reumettaccio preso pel repentino abbassamento della temperatura atmosferica.
Io sono un termometro, un barometro e un igrometro.
Vedete dunque in me in intiero gabinetto fisico.
Vi abbraccio di cuore come meritate; e sono il vostro amico
Di casa, 19 maggio 1834.
G.
G.
Belli
[segue il sonetto: "Fiamma, cui l'esca in gradual misura"]
LETTERA 193.
A MELCHIORRE MISSIRINI - FIRENZE
Di Roma, 18 giugno 1834
Mio carissimo Missirini
Allorché giunse a Roma la Vostra lettera del 4 maggio, a me indirizzata, io ne era da pochi giorni partito e mi trovava in Perugia, dove a brevissimi intervalli torno sempre a recarmi trattovi dall'amore del mio figlio, che sta ivi educandosi in quel buon Collegio Pio, instituito e diretto dal sommo uomo Don Giuseppe Colizzi, romano di nascita ma di fama italiana.
Trovato dunque il caro vostro foglio in mia Casa, avidamente l'ho letto, nuovamente rallegrandomi della vostra amicizia e gentilezza, comunque cose non nuove a me che in tanti anni ne godo e conosco il pregio.
Sulle parole di sconforto, colle quali pure mi avete alcun poco amareggiata la piacevole vista de' Vostri caratteri, io non so che dirvi, al buio qual sono del tenore delle disgrazie onde vi dite travagliato.
Queste, giammai non mancano alla vita, e meno a quella de' buoni e degli innamorati degli uomini e del loro bene.
Di qualunque natura poi elle si siano, molto malagevole riesce il consolare un sapiente, il quale, a malgrado della sua cognizione del Mondo e della trista parte che vi tocca alla virtù, ti dice pure io sono infelice.
Ogni genere di conforto tratto dagli aiuti della filosofia egli già lo conosce, e inutile troppo gli verrebbe da altri quando nol trovi efficace nella stessa propria sapienza.
Vergognandomi io pertanto di assumere gli uficii del consolatore con Uomo tanto a me superiore per animo e senno, vi farò ripetere due parolette da Seneca, del quale niun saggio che viva sdegnerebbe considerarsi discepolo:
Res humanas ordine nullo
Fortuna regit: spargitque manu
Munera carca, peiora forens.
Io però mai non soglio meravigliarmi de' fausti successi del malvagio, sommati in confronto de' buoni eventi del virtuoso, e sempre su ciò vado ripetendo a' miei amici che delle due strade aperte agli umani desiderii per giungere al loro scopo, l'inonesto può batterle entrambe, mentre non avendo scrupoli di mettersi su quella del torto gli è pur sempre libero l'andare per quella del dritto: laddove all'onest'uomo non essendo scelta da fare non può egli giungere al bene che per un solo cammino.
Pare quindi assai naturale in questo, come in tutto il resto delle umane cose, che più sono i mezzi e più facile il fine.
Certo è nulladimeno che a' vostri qualsivogliansi mali peggior rimedio non potevate apprestare che quello di avvolgervi lo spirito fra i sepolcri e fra le tante scoraggianti idee che offre la Morte; seppure bello e virtuoso pensiere di scemare qualche male alla umanità soffrendo non vaglia esso solo a bilanciare in voi tutto il disgusto che deve venirvi dal quadro il più luttuoso della nostra caducità.
Ma io temo che voi leverete quella vostra potente voce, e sarà indarno.
Alcuni radicali pregiudizii, e peggio se fomentati da malinteso spirito religioso, prima di svellersi intieramente dall'indurito suolo della società, deve passarvi sopra gran ferro di tempo, e gran fuoco di filosofia.
Il primo sempre lavora ma nel senso solo di distruzione dove non venga aiutato dalla luce dell'altro.
Il Mondo vi pare filosofo? Appena nelle società più civili io conterei un centesimo di uomini civilizzati.
Altra è la politezza, altra la filosofia: quella investe la superficie e la fa bella: questa penetra la massa e la rende buona.
E il Mondo sinora non è a rigore che bello.
Vero pure è sempre che migliorandosi, per gli sforzi insistenti de' Saggi, il centro delle ramificazioni sociali, i raggi obbediscono al di lui impulso e girano spesso ciecamente attorno a un nucleo di benefica non conosciuta e non meritata influenza.
Levate dunque sempre la voce Voi animosi che avete petto da tanto, e se un sollecito esito non coronerà le vostre speranze sotto i vostri occhi che ne vissero bramosi, vi sosterrà il conforto di quella gran verità: di', di', di', e qualche cosa resta.
Molte forze, tutte cospiranti ad un fine, spesso vincono la stessa natura.
I miei amici ed io abbiamo trovato bellissimi e di voi degni i due vostri sonetti per la Tacchinardi - Persiani e per la Ronzi.
Il nostro Ferretti li riproduce in questi fogli romani.
Non so se questo Architetto Sig.
Gaspare Servi, Direttore de' due giornali artistico-letterarii il Tiberino e lo Spigolatore, vi abbia l'atto avere un libriccino di poesie offertegli dagli amici nella recente occasione del suo matrimonio colla Sig.ra Annetta Contini figlia del Colonnello di questo nome.
Ad ogni modo voglio terminare d'imbrattare questo foglio di carta col trascrivervi lo strambottaccio fattogli da me.
Brutto pagamento io vi do per l'invio de' soavi versi Vostri, ma la botte dell'aceto non può dar greco o Chianti.
Sorbitevi sù questa amara bevanda, e se la vi par troppo amara, serrate gli occhi e la bocca dicendo: transeat a me.
- Prima di passare a' versi, conchiuderò col dirvi in prosa che la gentilezza del Sig.
Camillo Torriglioni vi farà pervenire la presente, e che io sono e sarò sempre vostro amico ed ammiratore.
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli, 2° piano
[Segue l'ode "Il Sole dell'Imeneo"]
LETTERA 194.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 luglio 1834
Mio carissimo figlio
Con la massima consolazione la tua Mammà ed io abbiamo letto la tua lettera del 24 corrente; perché ci è il più sicuro testimonio dell'esser tu perfettamente guarito.
Farai molto bene se, come dici, ti avrai per l'avvenire que' discreti riguardi che ti possano preservare da una ricaduta.
Io ignoro come sia andata questa volta; ma se mai avesse contribuito al tuo male qualche soverchia mancanza di cautela, spero che potrà servirti di esperienza pel futuro.
Figlio mio caro, il dolore è il miglior maestro degli uomini; e la memoria di quello che già si è sofferto serve a darci regola nella nostra condotta.
Vivendo, e osservando naturalmente i casi umani, ti avvedrai da te stesso di questa altra verità che ti accenno.
Già al mio partire di Perugia io ti aveva promesso che verso il mese di agosto ci saremmo riveduti.
Ciò dunque accadrà entro la prima dècade dell'entrante mese.
Dal Sig.
Professor Colizzi ha la tua Mammà ricevuto notizia della visita da te fatta alla Sig.ra Principessa di Danimarca.
Questa Signora è venuta oggi verso il mezzodì a trovare la tua Mammà, e, non avendola rinvenuta in Casa, tornerà questa sera per darle nuove di te.
Pel giorno 12 agosto io già sarò di certo a Perugia, ma se mai per qualche imprevista circostanza non vi fossi ancor giunto, ti ricordo di spedire in quello stesso giorno martedì 12 agosto una lettera a Mammà, onde le giunga il 14 vigilia della di lei festa ed insieme del di lei giorno natalizio.
Tu sai quanto devi alla tua buona Mammà, e perciò non fare che essa in quella circostanza, nella quale tutti i parenti e gli amici sogliono congratularsi, manchi di una prova della memoria e dell'affetto di un figlio.
Su questo dunque ci siamo intesi.
Torna a riverire in nostro nome i tuoi Sig.ri Superiori: ricevi i saluti e i rallegramenti di tutti quelli che ti conoscono: seguita a star bene, e fatti onore.
Ti abbraccio e benedico insieme con Mammà, e sono il tuo
aff.mo padre
LETTERA 195.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI PEROZZI - MORROVALLE
Di Roma, 31 luglio 1834
Cara amica,
non mi fate passeggiare per una ridicolezza di sessanta baiocchi.
Nell'ultima vostra, data di Morrovalle, luglio 1834 mi diceste: nell'ordinario ventuno ve li spedirò etc.
Il fatto è però che sino a questo giorno non è venuto niente in nessun ordinario.
Che questa gran somma l'aveste tenuta voi o l'avessi avuta io, era indifferente, ma poiché mi annunziate l'impostamento, in tal caso è meglio che l'abbia io anziché la tenga il pubblico ufficio.
Vedete dunque se la Posta di Macerata abbia spediti questi benedetti sei paoli, e in caso che sì, annunziatemi il giorno della spedizione onde farla nota a questi Ministri che la niegano.
Io vi sto seccando per simile inezia, ma convenite che nella circostanza attuale farei male a lasciar correre, onde regalare dei paoli alla Ill.ma Amministrazione.
Neppure io godo di tener dietro a certa sorta di affaroni.
Al ritorno della vostra risposta io non sarò più in Roma, partendone dopo dimani.
Ma ci sarà chi farà per me secondo che Voi vi compiacerete indicarmi direttamente, di che poi mi si darà avviso dove io potrò ritrovarmi.
Salutatemi tutta la Vostra famiglia, compreso il Sig.
Giuseppe vostro suocero e credetemi il vostro affez.
a.co e serv.re
G.
G.
Belli
LETTERA 196.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 12 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Partito da Terni colla diligenza domenica alle 2 dopo il mezzodì arrivai a Fuligno la sera alle 9 circa, e vi passai la nottata.
Ieri mattina poi, volendo proseguire il viaggio per questa Città, non trovai un posto, e ad un'ora dopo il mezzogiorno dovei prendere un legno, altrimenti andavo a rischio di consumare a Fuligno il risparmio che volevo ragionevolmente fare nella vettura.
Qui pure però ebbi una delle solite porcherie da' vetturini, della quale parleremo in voce, mentre mi preme ora di parlarti di Ciro.
Ieri sera non giunsi in tempo per vederlo.
L'ho però veduto questa mattina, e l'ho trovato estremamente contento della mia visita.
Egli mi ha subito fatto mille dimande di te.
La di lui salute è affatto ristabilita e si è ben rimesso, stando inoltre d'un umore lietissimo.
Interrogato da me sulle probabili cause della di lui malattia, mi ha risposto che forse dev'essere stato qualche improvviso colpo d'aria senza alcuna preoccupazione, lo che mi confermano il Rettore e gli altri.
Mi ha recato nella sua stanza a vedere il pianforte, che mantiene benissimo, e del quale è oltre ogni dire contento.
L'acqua della Scala gli è stata gratissima; ed avendone ancora una caraffina della precedente, ne ha regalato una della nuova al Rettore, che l'ha assai gradita.
La cioccolata pure gli è giunta accettissima; ma dove ha dato in salti è stato al vedere il cannocchiale.
Vedremo poi venerdì cosa dirà dell'astuccio.
Egli si preparava già a scriverti una lettera per la tua festa, e dice che son già varii giorni che faceva i conti sull'ordinario postale che ti facesse giungere la sua lettera il più vicino che fosse possibile al giorno della tua festa.
- Lunedì 18 si dà principio agli esami generali dell'anno scolastico, e durerà il saggio anche il martedì e il mercoledì.
Te ne darò a suo tempo il ragguaglio.
Il nostro Ciro intanto si va preparando per riuscire il meglio che saprà.
Egli ti chiede la benedizione, ti dà mille baci, e ti dice di star tranquillissima sulla sua salute, perché ora si sente assolutamente bene.
In Collegio varii sono stati i ragazzi malati di gola, e lo stesso Cameriere di Ciro, dopo di averlo assistito ebbe anch'egli una angina più forte assai di quella sofferta da lui.
Al Presidente Colizzi non ho ancora fatto la tua ambasciata perchè non l'ho fin qui veduto.
Ho già pagato un mese della mia dozzina, e soddisfatto lo stipendio di giugno e luglio al Maestro di musica Sig.
Fani.
Fra qualche giorno poi gli pagherò il Metodo generale dello studio al pianforte che gli ha fatto copiare, e, per mio ordine, rilegare come un libro onde coll'uso non gli si sciupi nell'adoperarlo.
Questo metodo, dei migliori che si conoscono, era necessario, e la spesa andrà unita alle altre occorse per le cose preparatorie a quest'ornamento che vogliamo dare al nostro carissimo e meritevolissimo figlio.
Qui l'aria è molto più fresca che a Roma, passandovi una differenza di varii gradi, in causa dell'elevazione del suolo e della ventilazione assai libera.
A me però piaceva più il caldo uguale ed unito della nostra Città.
Ho veduto questa mattina in Casa Bianchi il tenente Lovery, che sta bene, e meglio che quando era a Fuligno.
Se vedi la madre, dille che le di lui circostanze di servizio sono ancora le stesse che gli rendono impossibile il lasciare la sua Compagnia, che manca di Capitano.
Un saluto a tutti gli amici, e alla nostra famiglia.
Sta' bene Mariuccia mia, e il Cielo possa concederti mille e mille altri giorni simili a quello del prossimo 15 agosto, che tu puoi credere quanto io ti desideri felice e lieto per mia consolazione e del figlio nostro, acciocché riuniti un giorno tutti e tre godiamo insieme il frutto delle nostre più care speranze.
In questo desiderio ti rinnovo la protesta della mia sincera affezione, e sono di cuore il tuo
P.
P.S.
È verissimo che Ciro fu assistito colla maggior premura ed attenzione, specialmente dal suo buon Cameriere.
Darò per conseguenza mancia doppia a questo bravo giovanotto.
LETTERA 197.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 21 agosto 1834
Caro Ferretti
Si dà per certo che Gamurri abbia preso per sei anni il teatro di Tordinona.
Si suppone pertanto che possa essere in Roma persona che lo rappresenti.
Su queste due basi il Sig.
Angiolo Fani, quel medesimo che tu conoscesti in compagnia del tenore Furloni, mi ha pregato di scriverti se sarebbe possibile il trovarsi un impegno per essere scritturato nel prossimo carnevale come prima viola, posto che egli ha occupato in molte orchestre, e fra le altre a Bologna, a Sinigaglia, ed anche a Roma nel carnevale rotto a mezzo dalla morte di Papa Leone.
Io ignoro se tu avresti mezzi da favorirlo.
Se ne hai, spero che vorrai impiegare in suo pro' qualche parola.
Dammi nuove di tua salute, e della tua famiglia.
Il mio Ciro sta bene e si fa onore.
Io sto così così in questo urtantissimo clima.
Ma v'è Ciro e ci vuol pazienza.
Salutami gli amici e credimi sempre
Il tuo aff.mo amico vero
G.
G.
Belli
P.S.
Devi aver avuto una lettera del Prof.
Mezzanotte.
LETTERA 198.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 26 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Per quest'anno non sarà necessario il supplir noi ai torti che potesse soffrir Ciro dalla fortuna nel bussolo dell'estrazione de' premii.
Egli a buon conto ha già assicurato il primo premio assoluto nell'aritmetica ragionata; e pel resto poi si vedrà, mentre per la lingua latina sarà imbussolato nel giorno e nell'atto istesso della premiazione solenne, la quale accadrà nel dopo-pranzo del giovedì 4 settembre.
In questi giorni intanto il Signor Ciretto se la diverte, essendo il Collegio condotto a tutte le feste della Città in luoghi sicuri e distinti.
Fatti leggere da Biscontini il programma de' divertimenti perugini della corrente settimana, esposto nell'Osservatore del Trasimeno di sabato 23, e a tutto quello che vi udrai (meno il teatro) i Collegiali sono condotti.
Perugia in questi giorni è trasformata in una Casa del diavolo.
Io, al mio solito, non vado a veder niente, e neppure mi sono ancora ridotto a recarmi al teatro.
Non ho proprio voglia di nulla, né mi sento il coraggio di esporre la mia vacillantissima salute ad alcun minimo rischio.
Mi trovo già vecchio e fuori quasi del Mondo.
Ho piacere che Antonia abbia poi scritto, e godo di udirla guarita prima di averla saputa ammalata.
Dissi un giorno a Ciro (parlandogli indifferentemente delle visite che di tanto in tanto riceve) che all'entrar di novembre vedrebbe forse qualche conoscente della nostra famiglia.
Quel munelletto mi rispose subito: è Mammà; e ad una mia negativa soggiunse: dunque è di certo o Antonia o Domenico.
Io allora volsi altrove il discorso, perché quel furbo mi avrebbe capito per aria.
- Dopo dimani lo rivedrò al Collegio, seppure non lo incontrerò prima, ed allora lo saluterò e benedirò da tua parte.
(L'ho veduto poco prima di impostare la presente.
Sta benone, e ti abbraccia).
Al mio partire da Terni lasciai Vannuzzi col Chirurgo che stava allora tagliandogli un carbonchio sotto l'ascella destra.
In quest'ordinario mi ha scritto riguardo ad una certa commissione che mi dette la moglie, e mi dice di esser quasi guarito.
Ho avuto una lettera di Ferretti, che mi annunzia nella sua famiglia esser qualche solito malannuccio.
Pover'uomo! Combatter sempre colla salute è un gran ché!
Se pei primi dell'entrante mese fossi in grado di mandarmi un poco di danari, mi faresti piacere.
Avendo speso circa a sette scudi e mezzo pel viaggio da Roma a Terni e da Terni a Perugia, dieci per la dozzina d'un mese, due pel Maestro di Musica di Ciro a tutto luglio, qualche mancia in Collegio, e qualche altra mia spesetta giornaliera, degli Sc.
25:64 da me sin qui avuti poco più ne rimane.
Al mio ritorno in Roma poi faremo la solita distinta della somma totale servita per me, e di quella servita per Ciro, nella quale figurerà la Musica, il vestiario, le mance, la solita scorta annuale nelle mani del Rettore, e qualche altra cosetta che avrò stimato necessario d'impiegare per lui.
Il Sig.
Angiolo Rossi sta male di podagra, i di cui accessi sonogli divenuti molto frequenti.
Egli, la moglie, il Dottor Micheletti, e il Presid.e Colizzi ti dicono mille cose.
Non so se Biscontini sappia che verso la fine di settembre verrà a Roma il Dr.
Speroni.
Se non lo sa, diglielo in mio nome.
Salutami tutti gli amici di Casa, e specialmente Spada, Biagini e Pippo, a mano a mano che andrai vedendoli.
Manda pure i miei rispetti in casa Marini e in casa De Witten.
Dubito che Orsolina e Balestra non torneranno davvero per adesso, ed alla Madre per quest'anno gliel'avranno ficcata.
Procura, Mariuccia mia, di star bene, e credimi sempre di cuore il tuo
aff.mo P.
P.S.
È a Perugia Enrichetto Dedominicis.
L'ho veduto col Marchese Uguccioni, che ti saluta, come ti salutano anche il Conte Solone Campelli di Spoleto, che è pur qui, e Menicucci.
Ho trovato un conticino di medicine servite per la malattia di Ciro.
Io era nell'opinione che anche la spezieria andasse a carico del collegio, ma sul libretto de' regolamenti ho verificato il contrario, e così l'ho saldato.
Ciro mi ha dimandato un giuoco di scacchi.
Gliel'ho preso di poco costo, ma pure bellino.
- Gli ho fatto rilegare alcuni libri di studio, che erano alquanto sciupatelli perché in origine legati in rustico.
Etc.
LETTERA 199.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 2 settembre 1834
Mia Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 30.
Nello scriverti la mia precedente non ti parlai della mia vacillantissima salute perché in quel giorno fossi realmente malato, ma per le tristi esperienze giornaliere del disordine del mio temperamento, di che tu stessa da tre anni a questa parte sei pur troppo testimonio.
Tu sai cosa è divenuta la mia povera macchina dopo la breve malattia del 1831, e la non meno terribile del 1832, sofferta da me in Fossombrone, benché di minore durata.
Da quelle due fatali epoche il mio sangue è in continuo stato d'irritazione; e se io voglia esser sincero, non un solo giorno passò mai perfettamente contento di me.
Conosci tu bene tutti i motivi accumulati assieme per mantenere in me vivo questo principio d'irritabilità; e quindi l'aumento dell'umor mio malinconico, al quale non trovo sollievo che nella pace della solitudine.
Solitudine poi senza qualche applicazione per me è impossibile: dunque ecco il quadro delle mie attuali necessità.
Per ritornare all'espressioni sfuggitemi nella mia lettera del 26, ti ripeto che io in quel giorno non era realmente malato, ma purtuttavia già da sei giorni mi sentiva molestato dalle mie accensioni ora alla gola, ora in tutta la bocca, e nel collo, e pel petto, e per la schiena, e per le spalle, e per le viscere: un po' in qua e un po' in là.
Purtuttavia nella stessa sera, che era placidissima e temperata volli tentare di andare ad udire la Straniera al teatro, e, come lo aveva preveduto, mi annojai terribilmente.
Nel Mercoldì stetti così così: il giovedì 28 ci crebbe il mio fuoco, malgrado le grandi bibite che ho sempre fatte, malgrado rigorosa dieta che sempre osservo, e malgrado l'astinenza dal vino.
Così me la passai ardendo sino al sabato 30, nel qual giorno mi si fece trarre dieci once di sangue.
Ma il dolore, particolarmente nel petto cresceva in un grado ben doloroso, dimodoché domenica fu di precisa necessità di cavarmi un'altra libra di sangue che appena caduto nel bicchiere si coagulò in modo, che dopo fasciatomi il braccio io voltai il bicchiere sottosopra, e il sangue vi restò fisso come fosse di cera.
Mi hanno dato dei calmanti e dei purganti: mi han fatto dei clisterii, ma col solito vano successo.
Oggi sto meglio e profitto del miglioramento per scriverti la presente ed assicurarti dell'avanzamento della mia guarigione.
Circa ai danari potevi pure mandarmi quel che per ora potevi.
Volendo tu, per altro, un'idea da me della somma, ti faccio riflettere che dovrò ordinare l'occorrente vestiario d'inverno per Ciro.
E più pagare un paio di calzoni di tela russa ordinaria per lui, mentre il Pres.
Colizzi ha giudiziosamente stabilito di farne un paio a tutti i collegiali onde risparmiare loro i calzoni di scottino neri ne' due mesi della villeggiatura.
Dovrò pagare il metodo di pianforte che ordinai, come ti dissi altra volta.
Pagherò le due mesate di agosto e di settembre al Maestro Fani.
Rinnuoverò il deposito nelle mani del Rettore, e un poco più forte dell'ordinario, volendo io che l'accordatore lo paghi egli mensilmente.
In quanto alle future mesate di Fani non ho ancora deciso come mi regolerò e ne parleremo in seguito.
Pagherò il Medico, il Chirurgo e lo Speziale per me.
Quindi dovrò pensare a qualche altro poco di tempo che mi tratterrò qui oltre il mese, mentre i due mesi intieri non ve li passerò più come avevo divisato, e ciò ond'evitare l'aria pungente dell'approssimarsi di ottobre.
Finalmente dovrò pensare al viaggio del ritorno.
Per tutti questi fini, mandami se puoi una trentina di scudi, che se mai per caso non bastassero a tutto, vi sarà tempo a pensarci.
Io so che tu non vuoi udire da me parlare di conti, ma siccome io mi faccio un gran carico delle spese della nostra famiglia, così non so evitare di entrare in questi dettagli persuaso come sono che la più stretta economia in cui vivo non lascia di esigere delle spese necessarie per tuttociò che ho nominato.
Conosco, ti ripeto, che a' tuoi occhi io non abbisogno di prove e di giustificazioni: contuttociò soffri le mie minuzie come una mia particolare soddisfazione.
Di Devillers va benissimo.
Ieri venne a trovarmi il nostro Ciro col Sig.
Rettore.
Egli sta benissimo, e giovedì sarà premiato.
Io non potrò, credo, andare alla funzione perché finisce di notte, e si fa in una sala che pel gran concorso di gente è caldissima.
A suo tempo però te ne manderò il programma come nell'anno scorso.
Ti ringrazio veramente di cuore delle tue care ed affettuose espressioni e ne riparleremo in voce.
Mi ha scritto Babocci, e di ciò pure parleremo poi.
Intanto si fa quel che si deve.
- Antaldi non ha ancora dato riscontro.
Vedrai che vorranno pagare tutta l'annata assieme.
Regoleremo in seguito anche questa faccenda.
Procura di star bene, e ricevi gli abbracci del nostro Ciro ed i miei.
Sono sempre il tuo
Aff.mo P.
LETTERA 200.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 11 settembre 1834
Mio caro Ferretti
Eccoti un'altra mia lettera, la quale spera di trovare te più tranquillo, tua moglie più vocale della Selva di Dodona, Barbaruccia senza tosse, Chiarina smummiata, e Cristina libera della sua piastra di piombo.
Vorrebbe anche trovar guarito Gaiassi che tu mi desti quasi per disperato.
Il Mezzanotte, al quale partecipai il tuo paragrafo, mi disse di salutarti.
Deve egli averti mandato a quest'ora una sua ode sugli esercizii equestri dati dal Guerra in Perugia.
Fani si è diretto a Gamurri per mezzo del Tenore Peruzzi che canta in questo teatro.
Il Sig.
Peruzzi abita nella medesima casa, dove io alloggio, ed anzi dorme in una stanza accanto alla mia.
Avendo io spesso parlato di te con lui, ha voluto che scrivendoti ti facessi mille saluti in suo nome.
Egli partirà, credo, il 16 per tornare a Bologna dove è domiciliato.
Ottimo giovane!
Sull'articolo della mia salute ti dirò solamente che se non mi facevo due sanguignoni in 24 ore, la finiva male; come poi la dovrà finir male con tanti necessari salassi.
Qui è il caso dell'incendio.
O bruciarsi, o gettarsi dalla finestra.
- Io mi dissanguo, e intanto il calore delle mie viscere si mantiene.
E non bevo vino, e ingozzo fiumi d'acqua, e mangio come un grillo.
Ah! bisognerà cercare qualche sistema di cura, altrimenti gli anni nestorei da te auguratimi vorranno essere pochetti!
Ti mando 14 versi scritti ieri dal Sig.
996 per M.ma Enrichetta Meric Lalande che ha trattato i Perugini come cani, malgrado le sue buone varie migliaia di franchi.
Essa, indipendentemente del suo orgoglio che le fa trascurare anche i mezzi restatile, è una stella in tramonto.
Vanta che potrebbe venire a Roma anche con 20.000 franchi.
Se l'impresario gliene dà mille, e la prende (odi Geremia) l'impresario fallisce.
Ma Gamurri ha ben altro pel capo, e ci regalerà piuttosto la Ungher o la Schutz (ho scritto bene?) qualunque delle quali vale in oggi per dieci Madame Enrichette, con tanto minore superbia.
- Del resto i 14 versi del Sig.
996 potranno servire di svegliarino contro l'avarizia di Madama e delle sue consorelle di pretensione.
Sarebbe ora di finirla con queste file di migliaia accanto a poche cifre di quarti-d'ora.
E qui cadrebbero in acconcio due versi di un altro poeta amico tuo:
Che ad estirpar tal musico sozzume
Non basta un secchio ma vi vuole un fiume.
Salutami tanto Maggiorani, Biagini, Spada, Quadrari, ed altri amici che tu vada vedendo.
E sono di te e della tua famiglia
amico vero
G.
G.
Belli
PER FAMOSA CANTATRICE
Questa superba Dea del ciel di Francia,
Che, vana ancor d'un appassito alloro,
Sogna i trionfi e il plauso alto e sonoro
De' più bei dì che le fioria la guancia,
Non paga pur che italica bilancia,
Come al suo Brenno già, le pesi l'oro,
Sprezza la mano che il civil tesoro
Profonde in trilli ed in canora ciancia.
Badi però, che sorgeran Camilli
A rovesciar quella bilancia sozza
Ove senno e virtù cedono ai trilli.
E, per dio, cesseranno i tempi indegni
Che a disbramar la fame d'una strozza
È poco il censo che distrugge i regni.
996
LETTERA 201.
A RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia, 23 settembre 1834
La vostra lettera del 15, perché mancante del mio secondo nome nell'indirizzo ha passato quella sorte alla quale io volli ovviare allorché assunsi quel distintivo che mi individualizzasse tra la folla dei Giuseppe Belli che corrono il Mondo.
È capitata nelle mani di un Giuseppe Belli nativo (credo) di Città di Castello, e finalmente l'ho io avuta jeri, aperta per colpa dell'equivoco e non dell'uomo.
Io non sono in collera con alcuno: non posso dunque esserlo con Voi, e tanto meno poi in quanto che io manco di que' meriti che abbiano a far correre un amico a vedermi, almeno allorché sono malato.
Vivete dunque tranquillo, e lasciate in pace Esaù e Giacobbe nel Santo seno di Abramo.
La mia salute è sempre vacillante.
Ciro prospera e si fa onore.
Dopo domani io lascio questa Città.
Qui ha cantato la celebre Sig.ra Enrichetta Meric Lalande.
Un certo Sig.
Novecentonovantasei ha pubblicato alcuni versi in di lei onore.
Voglio trascriverli perché han fatto romore, e da quando teatro è teatro non si è mai più udito un simile elogio il quale tende ad encomiare la Signora Lalande e le di lei consorelle nella bell'arte del Canto.
Vi abbraccio e sono
Il V.° Belli
LETTERA 202.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 novembre 1834
Mio caro figlio
Ieri tornò Domenico e mi portò la tua lettera del 6.
In questa lettera tu, Ciro mio, ne hai fatta una delle tue solite.
La tua Mammà che tanto ansiosamente aspetta e legge ogni lettera che da te procede, nello scorrere quest'ultima non ci trovò neppure una parola per lei, come se essa non esistesse sulla Terra.
Ma ti pare mostrare un buon cuore col dimenticare così ogni dovere di amore, di rispetto e di gratitudine? Ciro mio caro, tu hai una mente troppo leggiera, la quale non si risente che di momentanee impressioni.
Bisogna dunque studiarsi di correggere una inclinazione naturale che frutta vivi dispiaceri a noi per adesso, e che un giorno ne frutterà a noi insieme e a te medesimo.
Sappi che la tua povera Mammà, la quale non pensa che a te, rimase jeri assai afflitta della tua colpevole dimenticanza.
Per rimediare alla meglio al tuo errore io ti consiglio di diriggere a Mammà stessa la prima lettera che tu scriverai, chiedendole scusa di un fallo che il nostro amore vuole ben credere involontario.
Spero io poi che in quella lettera a Mammà non sarò scordato io alla mia volta.
E scrivila bene.
Circa ai regali, de' quali mi ringrazii, hai preso un equivoco grosso.
Noi questa volta non ti abbiamo mandato che il fazzoletto nero da collo e la Rosa de' Venti.
Tutto il resto fu dono del buon Domenico, il quale non dev'essere frodato della tua gratitudine.
Antonia è ritornata prima di Domenico, molto afflitta dal non aver potuto passare per Perugia onde rivederti.
Ringrazia in mio nome il degnissimo Signor Rettore della di lui lettera e di ciò che in essa mi dice e m'invia: e riveriscilo distintamente, come ancora il Sig.
Presidente Colizzi.
So che quest'anno ai tuoi studi si è aggiunta la Storia, che è la prima maestra della vita.
Applica dunque, sii buono, e ricordati di noi.
Ti benedico ed abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 203.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 dicembre 1834
Mio caro e carissimo figlio
Non potevi farmi una più grande sorpresa di quella che ho da te ricevuta nella tua lettera latina, la quale sebbene io medesimo avrei conosciuta improntata dell'opera dell'ottimo Sig.
Rettore, purtuttavia mi è stata una testimonianza parlante dei progressi che ad ogni modo tu vai facendo in una lingua così bella e tanto necessaria a chiunque voglia nel Mondo distinguersi dal volgo degli uomini.
Senza il latino è ben difficile arrivare alla vera sapienza, dappoiché quanto di classico e di sublime si sappia desiderare tutto si ritrova nei libri di quegli altissimi ingegni che resero un giorno famosa la patria nostra, e di una fama che dopo tanti secoli ancora dura e non sarà mai per mancare.
A misura che tu, Ciro mio, ti avvanzerai negli studi, ti innamorerai di questo idioma e delle stupende opere che in quello sono scritte.
Grazie dunque, mio carissimo Ciro, grazie di questo bel dono che mi hai fatto, poichè io lo tengo appunto in conto di regalo e il più accetto che tu potessi mai farmi, e tanto più quanto che in quelle parole meo consilio io leggo una prova della tua intenzione di farmi piacere.
Sulla lettera nulla ho da rilevare, mentre gli stessi errori nei quali eri trascorso nel mettere in pulito la minuta, sono stati dalla mano maestra corretti.
Di un solo piccolo rilievo io mi contenterò, ed è circa all'anno della data.
Lo so che noi siamo nel 1834 e che tu nel 1834 scrivevi, ma pure avendo tu adottato lo stile antico di datare, io crederei che invece di dire XV Kalendas Januarii DCCCXXXIV avresti tu dovuto scrivere XV Kalendas Januarii MDCCCXXXV.
Il Signor Rettore potrà dirti se io abbia torto.
Nel risponderti io aveva divisato farlo in latino, ma poi mi hai dato soggezione, adesso che ti vedo diventato un Ciceroncino: e ho detto fra me stesso: se dio mi guardi io scrivessi qualche sproposito, che bella figura farei io vecchio avanti a un dottore di neppure undici anni? Dunque eccoti una lettera italiana, ma scritta più col cuore che con la mano.
- La tua Mammà ha aggradito il tuo foglio al pari di me, ed entrambi ti incarichiamo di rendere mille e mille grazie al tuo degnissimo Sig.
Rettore per la cortese assistenza prestatati.
La tua epistola ha girato le mani dei nostri più buoni amici, e tutti hanno diviso la nostra consolazione.
Ieri ho consegnato al Vetturale Castellino la solita cassetta diretta in Casa Fani per esserti inviata in Collegio.
Essa dovrebb'essere a Perugia sul finire di questa settimana.
Tu vi troverai qualche piccolo dono per la ricorrenza del nuovo anno.
Siamo stati in molto pensiere su che mandarti.
I giuochi non sono più degni di un Marco Tullietto, nè tu sembri più desiderare bucciotti.
Cose di lusso e di mollezza non ti convengono per le varie disposizioni del Collegio.
Dunque cosa mandarti? Contentati del poco che vi rinverrai: e piuttosto se un'altra volta desidererai qualche cosa, indicamelo, e spero che si tratterrà di oggetti da poterti appagare.
- La scattola non serve che la rimandi ad alcuno.
È troppo vecchia e sciupata.
Se ti serve a qualche uso mettila sotto il tuo letto: altrimenti fanne quello che vuoi.
Un piego color di rosa che vi è dentro, diretto a codesto Sig.
Dottore Ferdinando Speroni, se potesse senza molto incomodo di qualcuno essere ricapitato alla libreria Bartelli ne sarei grato a chi si prendesse gentilmente questo disturbo.
Dimanda al Sig.
Felicetti se hai bisogno di nulla nel tuo corredo, come camicie, calze etc.
ed, avendone bisogno, per quando si dovrà fartene l'invio.
Rispondimi su ciò.
Mammà, gli amici e i domestici (particolarmente Antonia) ti rendono infiniti augurii per le feste e pel nuovo anno; ed io vi unisco anche i miei per tutti gli ottimi tuoi Superiori e Maestri.
Ti abbraccio e benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 204.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 27 gennaio 1835
Mio caro Ciro
Riscontro la tua del 15 cadente.
- Due ore dopo avere impostato la mia precedente incontrai per la strada il Sig.
Professor Colizzi arrivato in Roma poche ore prima, e lo trovai nella sua solita buona salute, ciò che mi fece sommo piacere.
Dal medesimo, che ho quindi riveduto altre volte, ebbi le buone notizie della tua salute, ed anche sufficienti relazioni intorno ai tuoi portamenti tanto morali quanto scolastici.
Le medesime cose mi conferma il vigilantissimo Sig.
Rettore, il quale mi riverirai e ringrazierai del gentile riscontro da Lui dato alle mie dimande relativamente a codesto Sig.
Tozzi.
Ai primi dunque dell'imminente mese cade nel Collegio il consueto saggio trimestrale.
Procura alacremente, Ciro mio caro, di non restare addietro agli altri.
Ne' soli difetti vorrei che tu fossi l'ultimo: ne' fatti d'onore godrei udirti sempre il primo.
Comprendo benissimo non esser ciò sempre possibile, dappoiché la medesima gara animando anche gli altri, non è più dalla volontà individuale che dipende l'avanzar gli altrui passi, ma sì invece dal vario vigore accordato a cadauno dalla Provvidenza.
In questo caso basta che la coscienza non ci rimproveri di non esser giunti a quel punto a cui le nostre forze sarebbero state sufficienti.
Tu avrai senza dubbio udito a spiegare la parabola evangelica del padrone e de' servi.
Uno ebbe dal Signor suo cinque talenti, e tanto s'ingegnò che al Signore li rese in capo a un tal tempo, con più altri cinque di lucro.
Domine, quinque talenta dedisti mihi, et ecce alia quinque superlucratus sum.
Un altro servo al contrario prese i cinque talenti di sua parte, li seppellì, e, ritornato il Signore a chiedergli ragione del suo traffico, glieli restitui non diminuiti ma neppure aumentati.
Credi tu che il padrone si rimanesse pago al non trovarvi diminuzione? No, figlio mio: l'obbligo del servo era di accrescere e non soltanto di conservare: e così cosa accadde? Il pigro trafficatore fu paragonato a quegli alberi infruttiferi, i quali, non dando di sé che il legno de' rami e del tronco, non sono utili che a far fuoco.
Difatti non mai accade vedere che un Agricoltore getti alle fiamme una pianta feconda.
I talenti della parabola erano monete, ma sotto il velo di quelle monete noi dobbiamo intendere le buone disposizioni dell'anima, colle quali ciascun uomo che vive è obbligato a procacciarsi valore e fama di buon aiutatore della società di cui Iddio lo volle individuo.
Il Vangelo, Ciro mio, è il libro della verità, e il primo Maestro della morale umana.
Quanto dunque in quello si racchiude non dev'esser preso quale passatempo e fuggilozio, ma in senso di guida infallibile delle nostre operazioni.
I pericoli da esso dimostrati sorprenderanno chiunque non modelli la sua vita a norma di que' sapienti precetti.
Sarà buon uficio di cortesia se tu andrai dimandando al Sig.
Maestro Fani notizie della salute della Sig.ra Angiola, caduta in non lieve infermità.
Quella Signora ti ha dimostrato molte premure, e tu non fartene notare per dimentico.
La tua Mammà ti benedice ed abbraccia.
Gli amici e i domestici, specialmente Antonia, ti salutano.
Riverisci i tuoi Superiori e credimi sempre l'aff.mo tuo padre.
P.S.
Amerei sapere a che ti trovi nello studio della musica.
LETTERA 205.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma 3 febbraio 1835
Mio caro Ciro
Colla tua del 29 perduto gennaio mi fai de' rimproveri da' quali debbo difendermi.
Delle tue lettere, alle quali ti lagnavi non avere avuto riscontro, la prima fu da me riscontrata nella mia al Sig.
Rettore a cui in quello stesso ordinario dovetti scrivere, e la seconda te l'accusai il 27, come tu stesso hai veduto.
Mi dirai che questo mio riscontro fu un poco tardo; ma a questo proposito io ti ho già detto altra volta che mi piace scriverti verso l'epoca precisa in cui per le consuetudini del collegio tu devi mandarmi una tua lettera.
Operando in tal modo io vengo a darti come uno stimolo e a risvegliare la tua memorietta, che talvolta si è in questo rapporto addormentata.
Ti pare, Ciro mio, che io saprei dimenticarmi di te? Pure lo sai quanto io e tua madre ti amiamo.
Ho scelto questo giorno per risponderti, stanteché oggi secondo qualche ordinario ecclesiastico ricorre la tua festa, facendosi commemorazione di S.
Ciro Alessandrino, nobile medico.
Tu sei Ciro, potrai conseguire la nobiltà della virtù, ed esser medico di te stesso mediante un regolar metodo di vita: e così, dalla patria in fuori, somiglierai al tuo santo.
Santo poi non ti ci spero: mi basta che sii buono.
La mia presente, oltre a ciò, ti arriverà in punto che i tuoi Saggi saranno bene incaminati.
Io questa volta non posso assistervi; ma chiudo gli occhi, e mi pare di essere presente in codesta sala accademica, e vederti sull'impalcato a far l'obligo tuo.
Da questa mattina fino a tutto il prossimo giovedì rari momenti passeranno ne' quali io non rinnovi nel mio spirito l'idea di questa mia assistenza intellettuale ai saggi tuoi e de' tuoi bravi emuli.
Ne attendo con ansietà i successi.
Dimanda al Sig.
Felicetti se tu abbisogni di camicie e di calze e per qual tempo ti potranno occorrere, affinché vi sia agio di lavorarle.
Rispondimi su ciò.
Il Signor Presidente non ho potuto in questi giorni vederlo: appena lo vedrò gli presenterò i tuoi ossequi.
Tu intanto presenta i miei e quelli di Mamà tua al degnissimo Sig.
Rettore.
Antonia e gli altri domestici ti salutano, gli amici di casa ti abbracciano, tua madre ed io poi e ti salutiamo, e ti abbracciamo e ti benediciamo affettuosamente.
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 206.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 17 febbraio 1835
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 7 corrente, il cui ricevimento ti feci già accusare per mezzo del Sig.
Vincenzo Fani che mi saluterai.
Veramente, Ciro mio, di quel mediocre se ne poteva fare di meno.
Il peggio è per me che un mediocre del Maestro significa assai più che uno degli esaminatori, perché l'esito di un esame non sempre prova l'abilità o l'ignoranza di un discepolo: laddove al contrario i voti del precettore sono la vera e precisa manifestazione del merito e demerito dello scolare in tutto il periodo di studio del quale si tratta.
Adesso dunque io vo vedendo che quel benedetto mediocre influirà maluccio sullo scrutinio della premiazione.
Da ciò prendi, Ciro mio, esempio della irrimediabilità del tempo perduto.
Il fatto sarà sempre fatto, e non si può più ripetere indietro.
Se fu fatto bene, ci frutterà utile; se fu fatto male, ci frutterà danno.
È vero che a tutto può darsi un rimedio, ma sempre il passato è passato.
Una volta un bambino aveva perduto un soldo, e piangeva.
Il padre per calmarlo gliene dette un altro, dicendogli: eccoti ricco come prima.
Ma il fanciulletto, possessore della nuova moneta, seguitò a cercare la smarrita, dicendo: se ritrovo quell'altra sarò più ricco di prima.
Così è del tempo e del profitto di esso: potremo riparare al perduto con un novello impiego di volontà; ma se ci fosse dato richiamare a noi quel che fuggì, saremmo felici del doppio.
Studia, Ciro mio caro, studia di cuore e senza interruzione.
Un giorno benedirai, credi a tuo padre, benedirai le fatiche della tua fanciullezza.
Eccoti vicino alle recite carnevalesche.
Reciti tu quest'anno? In tutti i modi divertiti, e col divertimento rinfranca il tuo spirito per le tue applicazioni.
Il Sig.
Fari mi partecipò la tua idea di studiare la introduzione della Straniera: Voga voga etc.
- Bravo Ciro mio, imparala bene.
La tua Mammà ti ringrazia delle amorose espressioni da te usate con lei, ti benedice, ti abbraccia e ti dà mille baci.
Così ti salutano i nostri amici, Antonia e gli altri domestici.
Il Sig.
Presidente sta bene e ti saluta anch'egli.
Tu presenta i miei rispetti al Sig.
Rettore, e credimi, pieno di amore
il tuo aff.mo padre
LETTERA 207.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 marzo 1835
Mio carissimo figlio
Nella tua lettera del 21 febbraio, in cui rispondi alle mie riflessioni su quell'importuno mediocre da te riportato negli esami, prometti di fare il possibile affinché il futuro esperimento vada assai meglio.
Intanto mi dici che pel passato ci vuol pazienza.
Hai ragione, Ciro mio: ci vuol pazienza.
Che si può fare di meglio che esercitare questa bella virtù, la quale diviene altronde necessità quando manca affatto un migliore rimedio? Te lo diceva anche io che al fatto, al passato non si può far più ritorno.
Né io ritornerei più su questo punto se precisamente questo tuo confortarmi alla pazienza non mi suscitasse qualche riflessione novella.
La pazienza è un un'amabile dono della provvidenza, destinato a consolare i rammarichi della vita e a contentare l'uomo in quella moderazione d'animo che dà risalto alle sue più belle prerogative.
Ma sventuratamente questo prezioso regalo del cielo cede assai presto ai ripetuti cimenti.
Il nostro caso dell'esame non entra ora fra le cause alle quali io voglio indirizzare la tua attenzione.
Esso è un lieve danno che tu puoi ben risarcire, e ciò basti.
Voglio invece darti regola che può servirti in tutte le occasioni in cu