MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 20
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- Quante chiacchiere! Infine siamo marito e moglie sì o no? - Entrando nella camera nuziale trasse un sospirone.
- Ah! se Dio vuole, è finita! Ce n'è voluto...
ma è finita, se Dio vuole!...
Non lo fo più, com'è vero Iddio, se si ha a ricominciare da capo!...
Voleva far ridere anche la sposa, metterla un po' di buon umore, per star meglio insieme in confidenza, come dev'essere fra marito e moglie.
Ma lei, ch'era seduta dinanzi allo specchio, voltando le spalle all'uscio, si riscosse udendolo entrare, e avvampò in viso.
Indi si fece smorta più di prima, e i lineamenti delicati parvero affilarlesi a un tratto maggiormente.
Proprio quello che aveva detto la zia Cirmena! Una ragazza che vi basiva per un nulla, e v'imbrogliava la lingua e le mani.
Gli seccava, ecco, quel giorno di nozze che non gli aveva dato un sol momento buono.
- Ehi?...
Perchè non dici nulla?...
Cos'hai?...
- Rimase un momento imbarazzato, senza saper che dire neppure lui, umiliato nel suo bel vestito nuovo, in mezzo ai suoi mobili che gli costavano un occhio del capo.
- Senti...
s'è così...
se la pigli su quel verso anche tu...
Allora ti saluto e vo a dormire su di una sedia, com'è vero Dio!...
Essa balbettò qualche parola inintelligibile, un gorgoglìo di suoni timidi e confusi, e chinò il capo ubbidiente, per cominciare a togliersi il pettine di tartaruga, colle mani gracili e un po' sciupacchiate alle estremità di ragazza povera avvezza a far di tutto in casa.
- Brava! brava! Così mi piaci!...
Se andiamo d'accordo come dico io, la nostra casa andrà avanti...
avanti assai! Te lo dico io! Faremo crepare gli invidiosi...
Hai visto stasera, che non son voluti venire alle nozze?...
Quante spese buttate via!...
Hai visto che mi mangiavo il fegato e ridevo?...
Riderà meglio chi ride l'ultimo!...
Via, via, perchè ti tremano così le mani?...
non sono tuo marito adesso?...
a dispetto degli invidiosi!...
Che paura hai?...
Senti!...
quel Ciolla!...
mi farà fare uno sproposito!...
Essa tornò a balbettare qualche parola indistinta, che le spirò di nuovo sulle labbra smorte, e alzò per la prima volta gli occhi su di lui, quegli occhi turchini e dolci che gli promettevano la sposa amorevole e ubbidiente che gli avevano detto.
Allora egli tutto contento, con un risata larga che gli spianò il viso ed il cuore, riprese:
- Lascialo cantare.
Non me ne importa adesso di Ciolla...
di lui e di tutti gli altri!...
Crepano d'invidia perché i miei affari vanno a gonfie vele, grazie a Dio! Non te ne pentirai, no, di quello che hai fatto!...
Sei buona!...
non hai la superbia di tutti i tuoi...
In cuore gli si gonfiava un'insolita tenerezza, mentre l'aiutava a spettinarsi.
Proprio le sue grosse mani che aiutavano una Trao, e si sentivano divenir leggere leggere fra quei capelli fini! Gli occhi di lui si accendevano sulle trine che le velavano gli omeri candidi e delicati, sulle maniche brevi e rigonfie che le mettevano quasi delle ali alle spalle.
Gli piaceva la peluria color d'oro che le fioriva agli ultimi nodi delle vertebre, le cicatrici lasciatele dal vaccinatore inesperto sulle braccia esili e bianche, quelle mani piccole, che avevano lavorato come le sue, e tremavano sotto i suoi occhi, quella nuca china che impallidiva e arrossiva, tutti quei segni umili di privazioni che l'avvicinavano a lui.
- Voglio che tu sii meglio di una regina, se andiamo d'accordo come dico io!...
Tutto il paese sotto i piedi voglio metterti!...
Tutte quelle bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!...
Vedrai! vedrai!...
Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!...
da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello che vuole...
e buone gambe pure...
per arrivare dove vuole...
Tu sei buona e bella!...
roba fine!...
roba fine sei!...
Essa rannicchiò il capo nelle spalle, simile a una colomba trepidante che stia per esser ghermita.
- Ora ti voglio bene davvero, sai!...
Ho paura di toccarti colle mani...
Ho le mani grosse perchè ho tanto lavorato...
non mi vergogno a dirlo...
Ho lavorato per arrivare a questo punto...
Chi me l'avrebbe detto?...
Non mi vergogno, no! Tu sei bella e buona...
Voglio farti come una regina...
Tutti sotto i tuoi piedi!...
questi piedini piccoli! Hai voluto venirci tu stessa...
con questi piedini piccoli...
nella mia casa...
La padrona!...
la signora bella mia!...
Guarda, mi fai dire delle sciocchezze!...
Ma essa aveva l'orecchio altrove.
Pareva guardasse nello specchio, lontano, lontano.
- A che pensi? ancora al Ciolla?...
Vo a finire in prigione, la prima notte di matrimonio!...
- No! - interruppe lei balbettando, con un filo di voce.
- No...
sentite...
devo dirvi una cosa...
Sembrava che non avesse più una goccia di sangue nelle vene, tanto era pallida e sbattuta.
Mosse le labbra tremanti due o tre volte.
- Parla, - rispose lui.
- Tutto quello che desideri...
Voglio che sii contenta tu pure!...
Com'era di luglio, e faceva un gran caldo, si tolse anche il vestito, aspettando.
Ella si tirò indietro bruscamente, quasi avesse ricevuto un urto in pieno petto; e s'irrigidì, tutta bianca, cogli occhi cerchiati di nero.
- Parla, parla!...
Dimmelo qui all'orecchio...
qui che nessuno ci sente!...
Rideva tutto contento colla risata grossolana, nell'impeto caldo che cominciava a fargli girare il capo, balbettando e anfanando, in maniche di camicia, stringendosi sul cuore che gli batteva fino in gola quel corpo delicato che sentiva rabbrividire e quasi ribellarsi; e come le sollevava il capo dolcemente si sentì cascar le braccia.
Ella si asciugò gli occhi febbrili, col viso tuttora contratto dolorosamente.
- Ah!...
che gusto!...
Aveva ragione la zia Cirmena!...
Bel divertimento!...
Dopo tanti stenti, tanti bocconi amari!...
tante spese fatte!...
Si dovrebbe essere così contenti qui...
due che si volessero bene!...
Nossignore! neanche questo mi tocca! Neanche il giorno delle nozze, santo e santissimo!...
Dimmi almeno che hai!...
- Non badate a me...
Sono troppo agitata...
- Ah! quel Ciolla!...
ancora!...
Com'è vero Dio, gli tiro addosso un vaso di fiori adesso!...
Voglio far la festa anche a lui, la prima notte di matrimonio!
PARTE SECONDA
I
- Tre onze e quindici!...
Uno!...
due!...
- Quattr'onze! - replicò don Gesualdo impassibile.
Il barone Zacco si alzò, rosso come se gli pigliasse un accidente.
Annaspò alquanto per cercare il cappello, e fece per andarsene.
Ma giunto sulla soglia tornò indietro a precipizio, colla schiuma alla bocca, quasi fuori di sé, gridando:
- Quattro e quindici!...
E si fermò ansante dinanzi alla scrivania dei giurati, fulminando il suo contradittore cogli occhi accesi.
Don Filippo Margarone, Peperito e gli altri del Municipio che presiedevano all'asta delle terre comunali, si parlarono all'orecchio fra di loro.
Don Gesualdo tirò su una presa, seguitando a fare tranquillamente i suoi conti nel taccuino che teneva aperto sulle ginocchia.
Indi alzò il capo, e ribatté con voce calma:
- Cinque onze!
Il barone diventò a un tratto come un cencio lavato.
Si soffiò il naso; calcò il cappello in testa, e poi infilò l'uscio, sbraitando:
- Ah!...
quand'è così!...
giacch'è un puntiglio!...
una personalità!...
Buon giorno a chi resta!
I giurati si agitavano sulle loro sedie quasi avessero la colica.
Il canonico Lupi si alzò di botto, e corse a dire una parola all'orecchio di don Gesualdo, passandogli un braccio al collo.
- Nossignore, - rispose ad alta voce costui.
- Non ho di queste sciocchezze...
Fo i miei interessi, e nulla più.
Nel pubblico che assisteva all'asta corse un mormorìo.
Tutti gli altri concorrenti si erano tirati indietro, sgomenti, cacciando fuori tanto di lingua.
Allora si alzò in piedi il baronello Rubiera, pettoruto, lisciandosi la barba scarsa, senza badare ai segni che gli faceva da lontano don Filippo, e lasciò cadere la sua offerta, coll'aria addormentata di uno che non gliene importa nulla del denaro:
- Cinque onze e sei!...
Dico io!...
- Per l'amor di Dio, - gli soffiò nelle orecchie il notaro Neri tirandolo per la falda.
- Signor barone, non facciamo pazzie!...
- Cinque onze e sei! - replicò il baronello senza dar retta, guardando in giro trionfante.
- Cinque e quindici.
Don Ninì si fece rosso, e aprì la bocca per replicare; ma il notaro gliela chiuse con la mano.
Margarone stimò giunto il momento di assumere l'aria presidenziale.
- Don Gesualdo!...
Qui non stiamo per scherzare!...
Avrete denari...
non dico di no...
ma è una bella somma...
per uno che sino a ieri l'altro portava i sassi sulle spalle...
sia detto senza offendervi...
Onestamente...
"Guardami quel che sono, e non quello che fui" dice il proverbio...
Ma il comune vuole la sua garanzia.
Pensateci bene!...
Sono circa cinquecento salme...
Fanno...
fanno...
- E si mise gli occhiali, scrivendo cifre sopra cifre.
- So quello che fanno, - rispose ridendo mastro-don Gesualdo.
- Ci ho pensato portando i sassi sulle spalle...
Ah! signor don Filippo, non sapete che soddisfazione, essere arrivato sin qui, faccia a faccia con vossignoria e con tutti questi altri padroni miei, a dire ciascuno le sue ragioni, e fare il suo interesse!
Don Filippo posò gli occhiali sullo scartafaccio; volse un'occhiata stupefatta ai suoi colleghi a destra e a sinistra, e tacque rimminchionito.
Nella folla che pigiavasi all'uscio nacque un tafferuglio.
Mastro Nunzio Motta voleva entrare a ogni costo, e andare a mettere le mani addosso al suo figliuolo che buttava così i denari.
Burgio stentava a frenarlo.
Margarone suonò il campanello per intimar silenzio.
- Va bene!...
va benissimo!...
Ma intanto la legge dice...
Come seguitava a tartagliare, quella faccia gialla di Canali gli suggerì la risposta, fingendo di soffiarsi il naso.
- Sicuro!...
Chi garantisce per voi?...
La legge dice...
- Mi garantisco da me, - rispose don Gesualdo posando sulla scrivania un sacco di doppie che cavò fuori dalla cacciatora.
A quel suono tutti spalancarono gli occhi.
Don Filippo ammutolì.
- Signori miei!...
- strillò il barone Zacco rientrando infuriato.
- Signori miei!...
guardate un po'! a che siam giunti!...
- Cinque e quindici! - replicò don Gesualdo tirando un'altra presa.
- Offro cinque onze e quindici tarì a salma per la gabella delle terre comunali.
Continuate l'asta, signor don Filippo.
Il baronello Rubiera scattò su come una molla, con tutto il sangue al viso.
Non l'avrebbero tenuto neppure le catene.
- A sei onze! - balbettò fuori di sé.
- Fo l'offerta di sei onze a salma.
- Portatelo fuori! Portatelo via! - strillò don Filippo alzandosi a metà.
Alcuni battevano le mani.
Ma don Ninì ostinavasi, pallido come la sua camicia adesso.
- Sissignore! a sei onze la salma! Scrivete la mia offerta, segretario!
- Alto! - gridò il notaro levando tutte e due le mani in aria.
- Per la legalità dell'offerta!...
fo le mie riserve!...
E si precipitò sul baronello, come s'accapigliassero.
Lì, nel vano del balcone, faccia a faccia, cogli occhi fuori dell'orbita, soffiandogli in viso l'alito infuocato:
- Signor barone!...
quando volete buttare il denaro dalla finestra!...
andate a giuocare a carte!...
giuocatevi il denaro di tasca vostra soltanto!...
Don Ninì sbuffava peggio di un toro infuriato.
Peperito aveva chiamato con un cenno il canonico Lupi, e s'erano messi a confabulare sottovoce, chinati sulla scrivania, agitando il capo come due galline che beccano nello stesso tegame.
Era tanta la commozione che le mani del canonico tremavano sugli scartafacci.
Il cavaliere lo prese per un braccio e andarono a raggiungere il notaro e il baronello che disputavano animatissimi in un canto della sala.
Don Ninì cominciava a cedere, col viso floscio e le gambe molli.
Il canonico allora fece segno a don Gesualdo d'accostarsi lui pure.
- No, - ammiccò questi senza muoversi.
- Sentite!...
C'è quell'affare della cauzione...
Il ponte se n'è andato, salute a noi!...
C'è modo d'accomodare quell'affare della cauzione adesso...
- No, - ripigliò don Gesualdo.
Sembrava una pietra murata.
- L'affare del ponte...
una miseria in confronto.
- Villano! mulo! testa di corno! - ricominciò ad inveire il barone sottovoce.
Don Filippo, dopo il primo momento d'agitazione, era tornato a sedere, asciugandosi il sudore gravemente.
Intanto che il canonico parlava sottovoce a mastro-don Gesualdo, il notaro da lontano cominciò a far dei segni.
Don Filippo si chinò all'orecchio di Canali.
Sottomano, in voce di falsetto, il banditore replicò:
- L'ultima offerta per le terre del comune! A sei onze la salma!...
Uno!...
due!...
- Un momento, signori miei! - interruppe don Gesualdo - Chi garantisce quest'ultima offerta?
A quell'uscita rimasero tutti a bocca aperta Don Filippo apriva e chiudeva la sua senza trovar parola.
Infine rispose:
- L'offerta del barone Rubiera!...
Eh? eh?
- Sissignore.
Chi garantisce pel barone Rubiera?
Il notaro si gettò su don Ninì che sembrava volesse fare un massacro.
Peperito dimenavasi come l'avessero schiaffeggiato.
Lo stesso canonico allibì.
Margarone balbettava stralunato.
- Chi garantisce pel barone Rubiera?...
chi garantisce?...
-
A un tratto mutò tono, volgendola in burla: - Chi garantisce pel barone Rubiera!...
Ah! ah!...
Oh bella! questa è grossa! - E molti, al pari di lui, si tenevano i fianchi dalle risate.
- Sissignore, - replicò don Gesualdo imperturbabile.
- Chi garantisce per lui? La roba è di sua madre.
A quelle parole cessarono le risate, e don Filippo ricominciò a tartagliare.
La gente si affollava sull'uscio come ad un teatro.
Il canonico, che sembrava più pallido sotto la barba di quattro giorni, tirava il suo compagno pel vestito.
Il notaro era riuscito a cacciare il baronello contro il muro, mentre costui, in mezzo al baccano, vomitava:
- Becco!...
cuor contento!...
redentore!
- La parola del barone! - disse infine don Filippo.
- La parola del barone Rubiera val più delle vostre doppie!...
don...
don...
- Don Filippo! - interruppe l'altro senza perdere la sua bella calma.
- Ho qui dei testimoni per metter tutto nel verbale.
- Va bene! Si metterà tutto nel verbale!...
Scrivete che il baronello Rubiera ha fatto l'offerta per incarico di sua madre!...
- Benone! - aggiunse don Gesualdo.
- Quand'è così scrivete pure che offro sei onze e quindici a salma.
- Pazzo! assassino! nemico di Dio! - si udì gridare mastro Nunzio nella folla dell'altra sala.
Successe un parapiglia.
Il notaro e Peperito spinsero fuori dell'uscio il baronello che strepitava, agitando le braccia in aria.
Dall'altro canto il canonico, convulso, si gettò su don Gesualdo, stringendoglisi addosso, sedendogli quasi sulle ginocchia, colle braccia al collo, scongiurandolo sottovoce, in aria disperata, con parole di fuoco, ficcandoglisi nell'orecchio, scuotendolo pei petti della giacca, quasi volesse strapazzarlo, per fargli sentir ragione.
- Una pazzia!...
Dove andiamo, caro don Gesualdo?...
- Non temete, canonico.
Ho fatto i miei conti.
Non mi scaldo la testa, io.
Don Filippo Margarone suonava il campanello da cinque minuti per avere un bicchier d'acqua.
I suoi colleghi s'asciugavano il sudore anch'essi, trafelati.
Solo don Gesualdo rimaneva seduto al suo posto come un sasso, accanto al sacchetto di doppie.
A un certo punto, dalla baraonda ch'era nell'altra stanza, irruppe nella sala mastro Nunzio Motta, stralunato, tremante di collera, coi capelli bianchi irti sul capo, rimorchiandosi dietro il genero Burgio che tentava di trattenerlo per la manica della giacca, come un pazzo.
- Signor don Filippo!...
sono il padre, sì o no?...
comando io, sì o no?...
Se mio figlio Gesualdo è matto!...
se vuol rovinarci tutti!...
c'è la forza, signor don Filippo!...
Mandate a chiamare don Liccio Papa!...
- Speranza, dall'uscio, col lattante al petto, che si strappava i capelli e urlava quasi l'accoppassero.
- Per l'amor di Dio! per l'amor di Dio! - supplicava il canonico, correndo dall'uno all'altro.
- I denari del ponte!...
Vuole la mia rovina!...
Nemico di suo padre stesso! - urlava mastro Nunzio.
- Erano forse denari vostri? - scappò infine a gridare il canonico; - non era sangue del figlio vostro? non li ha guadagnati lui, col suo lavoro? - Tutti quanti erano in piedi, vociando.
Si udiva Canali strillare più forte degli altri per chetare don Ninì Rubiera.
Il barone Zacco avvilito, se ne stava colle spalle al muro, e il cappello sulla nuca.
Il notaro era sceso a precipizio, facendo gli scalini a quattro a quattro, onde correre dalla baronessa.
Per le scale era un via vai di curiosi: gente che arrivava ogni momento attratta dal baccano che udivasi nel Palazzo di Città.
Santo Motta dalla piazza additava il balcone, vociando a chi non voleva saperle le prodezze del fratello.
S'era affacciata perfino donna Marianna Sganci, coll'ombrellino, mettendosi la mano dinanzi agli occhi.
- Com'è vero Dio!...
Io l'ho fatto e io lo disfo!...
- urlava il vecchio Motta inferocito.
- Largo! largo! - si udì in mezzo alla folla.
Giungeva don Giuseppe Barabba, agitando un biglietto in aria.
- Canonico! canonico Lupi!...
- Questi si spinse avanti a gomitate.
- Va bene - disse, dopo di aver letto.
- Dite alla signora Sganci che va bene, e la servo subito.
Barabba corse a fare la stessa imbasciata nell'altra sala.
Quasi lo soffocavano dalla ressa.
Il canonico si buscò uno strappo alla zimarra, mentre il barone stendeva le braccia per leggere il biglietto.
Canali, Barabba e don Ninì litigavano fra di loro.
Poscia Canali ricominciò a gridare: - Largo! largo! - E s'avanzò verso don Gesualdo sorridente:
- C'è qui il baronello Rubiera che vuole stringervi la mano!
- Padrone! padronissimo! Io non sono in collera con nessuno.
- Dico bene!...
Che diavolo!...
Oramai siete parenti!...
E tirando pel vestito il baronello li strinse entrambi in un amplesso, costringendoli quasi a baciarsi.
Il barone Zacco corse a gettarsi lui pure nelle loro braccia, coi lucciconi agli occhi.
- Maledetto il diavolo!...
Non sono di bronzo!...
Che sciocchezza!...
Il notaro sopraggiunse in quel punto.
Andò prima a dare un'occhiata allo scartafaccio del segretario, e poi si mise a battere le mani.
- Viva la pace! Viva la concordia!...
Se ve l'ho sempre detto!...
- Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Marianna Sganci!...
- disse il canonico commosso, porgendo la lettera aperta a don Gesualdo.
E fattosi al balcone agitò il foglio in aria, come una bandiera bianca; mentre la signora Sganci dal balcone rispondeva coi cenni del capo.
- Pace! pace!...
Siete tutti una famiglia!...
Canali corse a prendere per forza mastro Nunzio, Burgio, perfino Santo Motta, scamiciato, e li spinse nelle braccia dei nuovi parenti.
Il canonico abbracciava anche comare Speranza e il suo bambino.
Avrebbero pianto gli stessi sassi.
- Per parte di moglie...
siete cugini...
- E' vero, - aggiunse don Ninì tuttora un po' rosso in viso.
- Siamo cresciuti insieme con Bianca...
come fratello e sorella.
- Caro don Nunzio!...
vi rammentate la fornace del gesso...
vicino Fontanarossa?...
Il vecchio burbero fece una spallata, per levarsi d'addosso la manaccia del barone Zacco, e rispose sgarbatamente.
- Io mi chiamo mastro Nunzio, signor barone.
Non ho i fumi di mio figlio.
- E perché poi? A vantaggio di chi vi fate la guerra?...
Chi ne gode di tanto denaro buttato via?...
- conchiuse Canali infervorato.
- Pazzie! ragazzate!...
Un po' di sangue alla testa!...
La giornata calda!...
Un puntiglio sciocco...
un malinteso...
Ora tutto è finito! Andiamo via! Non facciamo ridere il paese!...
- E il notaro cercava di condurli a spasso tutti quanti.
- Un momento! - interruppe don Gesualdo.
- La candela è ancora accesa.
Vediamo prima se hanno scritto l'ultima mia offerta.
- Come, come? Che discorsi!...
Cosa vuol dire?...
Torniamo da capo?...
- Di nuovo s'era levato un putiferio.
- Non siamo più amici? Non siamo parenti?
Ma don Gesualdo s'ostinava, peggio di un mulo:
- Sissignore, siamo parenti.
Ma qui siamo venuti per la gabella delle terre comunali.
Io ho fatta l'offerta di sei onze e quindici tarì a salma.
- Villano! testa di corno!
Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu costretto a sedere di nuovo sul seggiolone, sbuffando.
Vuotò di un fiato il bicchiere d'acqua, e suonò il campanello.
- Signori miei! - vociava il segretario, - l'ultima offerta...
a sei onze e quindici! - Tutti se n'erano andati a discutere strepitando nell'altra sala, lasciando solo don Gesualdo dinanzi alla scrivania.
Invano il canonico, inquieto, gli soffiava all'orecchio:
- Non la spuntate, no!...
Si son dati l'intesa fra di loro!...
- A sei onze e quindici la salma!...
ultima offerta!...
- Don Gesualdo! don Gesualdo! - gridò il notaro quasi stesse per crollare la sala.
Rientrarono nuovamente in processione: il barone Zacco facendosi vento col cappello; il canonico e Canali ragionando fra loro due a bassa voce; don Ninì, più restìo, in coda agli altri.
Il notaro con le braccia fece un gesto circolare per radunarli tutti intorno a sé:
- Don Gesualdo!...
sentite qua!
Volse in giro un'occhiata da cospiratore e abbassò la voce:
- Una proposta seria! - e fece un'altra pausa significativa.
- Prima di tutto, i denari della cauzione...
una bella somma!...
La disgrazia volle così...
ma voi non ci avete colpa, don Gesualdo...
e neppure voi, mastro Nunzio...
E' giusto che non li perdiate!...
Accomoderemo la cosa!...
Voi, signor barone Zacco, vi rincresce di lasciare le terre che sono da quarant'anni nella vostra famiglia?...
E va bene!...
La baronessa Rubiera adesso vuole la sua parte anche lei?...
ha più di tremila capi di bestiame sulle spalle...
E va bene anche questa! Don Gesualdo, qui, ha denari da spendere lui pure; vuol fare le sue speculazioni sugli affitti...
Benissimo! Dividete le terre, fra voi tre...
senza liti, senza puntigli senza farvi la guerra a vantaggio altrui...
A vantaggio di chi, poi?...
del comune! Vuol dire di nessuno! Mandiamo a monte l'asta...
Il pretesto lo trovo io!...
Fra otto giorni si riapre sul prezzo di prima; si fa un'offerta sola...
Io no...
e nemmeno loro!...
Il canonico Lupi!...
in nome vostro, don Gesualdo...
Ci fidiamo...
Siamo galantuomini! Un'offerta sola sul prezzo di prima; e vi rimangono aggiudicate le terre senza un baiocco d'aumento.
Solamente una piccola senseria per me e il canonico...
E il rimanente lo dividete fra voi tre, alla buona...
d'amore e d'accordo.
Vi piace? Siamo intesi?
- Nossignore, - rispose don Gesualdo, - le terre le piglio tutte io.
Mentre gli altri erano contenti e approvavano coi cenni del capo l'occhiata trionfante che il notaro tornava a volgere intorno, quella risposta cadde come una secchia d'acqua.
Il notaro per primo rimase sbalordito; indi fece una giravolta e s'allontanò canterellando.
Don Ninì scappò via senza dir nulla.
Il barone stavolta finse di calcarsi il cappello in capo per davvero.
Lo stesso canonico saltò su inviperito:
- Allora vi pianto anch'io!...
Se volete rompervi le corna, il balcone è lì, bell'e aperto!...
Vi offrono dei buoni patti!...
vi stendono le mani!...
Io vi lascio solo, com'è vero Dio!
Ma don Gesualdo si ostinava, col suo risolino sciocco, il solo che non perdesse la testa in quella baraonda.
- Siete una bestia! - gli disse sempre ridendo.
Il canonico spalancò gli occhi e tornò docile a vedere quel che stava macchinando quel diavolo di mastro-don Gesualdo.
Il notaro, prudente, seppe dominarsi prima degli altri, e tornò indietro col sorriso sulle labbra e le tabacchiera in mano lui pure.
- Dunque?...
le volete tutte?
- Eh...
eh...
Cosa stiamo a farci qui dunque! - rispose l'altro.
Neri gli offrì la tabacchiera aperta, e riprese a voce bassa, in tono di confidenza cordiale:
- Che diavolo volete farne?...
circa cinquecento salme di terre!...
Don Gesualdo si strinse nelle spalle.
- Caro notaro, forse che voglio ficcare il naso nei vostri libracci, io?
- Quand'è così, don Gesualdo, state a sentire...
discorriamola fra di noi...
Il puntiglio non conta...
e nemmeno l'amicizia...
Badiamo agli interessi...
A ogni frase piegava il capo ora a destra e ora a sinistra, con un fare cadenzato che doveva essere molto persuasivo.
- Se le volete tutte, ve le faremo pagare il doppio, ed ecco sfumato subito metà del guadagno...
senza contare i rischi...
le malannate!...
Lasciateci l'osso, caro don Gesualdo! tappateci la bocca...
Abbiamo denti, e sappiamo mordere! Andremo a rotta di collo noialtri e voi pure!...
Don Gesualdo scrollava il capo, sogghignando, come a dire: - Nossignore! Andrete a rotta di collo voialtri soltanto! - Seguitava a ripetere:
- Forse che io voglio cacciare il naso nei vostri scartafacci?
Poi, vedendo che il notaro diventava verde dalla bile, volle offrirgli una presa lui.
- Vi spiego il mistero in due parole, giacché vedo che mi parlate col cuore in mano.
Piglierò in affitto le terre del comune...
e quelle della Contea pure...
tutte quante, capite, signor notaro? Allora comando ai prezzi e all'annata, capite?...
Ve lo dico perchè siete un amico, e perché a far quel che dico io ci vogliono molti capitali in mano, e un cuore grande quanto il piano di Santamargherita, caro notaro.
Perciò spingerò l'asta sin dove voialtri non potrete arrivare.
Ma badate! a un certo punto, se non mi conviene, mi tiro indietro, e vi lascio addosso il peso che vi rompe la schiena...
- E questa è la conclusione?...
- Eh? eh? Vi piace?
Il notaro si volse di qua e di là, come cercasse per terra, si calcò il cappello in capo definitivamente, e volse le spalle:
- Salute a chi rimane!...
Ce ne andiamo...
Non abbiamo più nulla da fare.
Il canonico, ch'era stato ad ascoltare a bocca aperta, si strinse al socio con entusiasmo, appena rimasero soli.
- Che botta, eh? don Gesualdo! Che tomo siete voi!...
La mia mezzeria ci sarà sempre?
Don Gesualdo rassicurò il canonico con un cenno del capo, e disse a Margarone:
- Signor don Filippo, andiamo avanti...
- Io non vo niente affatto! - rispose finalmente Margarone adirato.
- La legge dice...
Non c'è più concorrenza!...
Non trovo garanzia!...
Devo consultare i miei colleghi.
- E si mise a raccogliere gli scartafacci in fretta e in furia.
- Ah! così si tratta?...
è questa la maniera?...
Va bene! va benone! Ne discorreremo poi, signor don Filippo...
Un memoriale a Sua Maestà!...
- Il canonico col mantello sul braccio come un oratore romano, perorava la causa dell'amico minaccioso.
Don Gesualdo invece, più calmo, riprese il suo denaro e il taccuino zeppo di cifre: - Io sarò sempre qua signor don Filippo, quando aprite di nuovo l'asta.
- Signori miei!...
guardate un po'...
a che siam giunti! - brontolava Margarone.
Per la scala del Palazzo di Città e per tutto il paese era un subbuglio, al sentire la lotta che c'era stata per levare di mano al barone Zacco le terre del comune che da quarant'anni erano nella sua famiglia e il prezzo a cui erano salite.
La gente si affacciava sugli usci per veder passare mastro-don Gesualdo.
- Guardate un po', signori miei, a che s'era arrivati!...
- Fresco come un bicchier d'acqua, quel mastro-don Gesualdo che se ne andava a casa, colle mani in tasca...
In tasca aveva più denari che capelli in testa! e dava da fare ai primi signori del paese! Nell'anticamera aspettava don Giuseppe Barabba, in livrea: - Signor don Gesualdo, c'è di là la mia padrona a farvi visita...
sissignore! - Donna Mariannina in gala era seduta sul canapè di seta, sotto lo specchio grande, nella bella sala gialla.
- Nipote mio, l'avete fatta grossa! Avete suscitato l'inferno in tutto il parentado!...
Sicuro! La moglie del cugino Zacco è venuta a farmi vedere i lividori!...
Sembra ammattito il barone!...
Prende a sfogarsi con chi gli capita...
Ed anche la cugina Rubiera...
dice ch'è un proditorio! che il canonico Lupi vi aveva messi d'amore e d'accordo, e poi tutt'a un tratto...
E' vero, nipote mio? Son venuta apposta a discorrerne con Bianca...
Vediamo, Bianca, aiutami tu.
cerchiamo d'accomodarla.
Voi, don Gesualdo, le farete questo regalo, a vostra moglie.
Eh? che ne dite?
Bianca guardava timidamente ora lei ed ora il marito, rannicchiata in un cantuccio del canapè, colle braccia sul ventre e il fazzoletto di seta in testa, che s'era messo in fretta onde ricevere la zia.
Aprì la bocca per rispondere qualche cosa, messa in soggezione da donna Mariannina, la quale continuava a sollecitarla:
- Eh? che ne dici? Adesso sono anche affari tuoi.
Bianca tornò a guardare il marito, e tacque imbarazzata.
Ma egli la tolse d'impiccio.
- Io dico di no, - rispose semplicemente.
- Ah? ah? Dite così?...
Donna Mariannina rimase a bocca aperta lei pure un istante.
Poscia divenne rossa come un gallo: - Ah! dite di no?...
Scusatemi...
Io non c'entro.
Ero venuta a parlarne con mia nipote, perché non vorrei liti e questioni fra parenti...
Anche coi tuoi fratelli, Bianca...
quel che non ho fatto per indurli...
don Diego specialmente ch'è così ostinato!...
Una disgrazia...
un gastigo di Dio!
- Che volete farci? - rispose don Gesualdo.
- Non tutti i negozi riescono bene.
Anch'io, se avessi saputo...
Non parlo per la moglie che ho presa, no! Non me ne pento!...
Buona, interessata, ubbidiente...
Glielo dico qui, in faccia a lei...
Ma quanto al resto...
lasciamo andare!
- Dite bene, lasciamo andare.
Apposta son venuta a parlare con Bianca, perché so che le volete bene.
Adesso siete marito e moglie, come vuol Dio.
Anch'essa è la padrona...
- Sissignore, è la padrona.
Ma io sono il marito...
- Vuol dire che ho sbagliato, - disse la Sganci punta al vivo.
- No, non avete sbagliato vossignoria.
E' che Bianca non se ne intende, poveretta.
E' vero, Bianca, che non te ne intendi, di'?
Bianca disse di sì, chinando il capo ubbidiente.
- Sia per non detto.
Non ne parliamo più.
Ho fatto il mio dovere da buona zia, per cercare di mettervi d'accordo...
Anche oggi, laggiù, al Municipio, avete visto?...
quello che vi feci dire dal canonico Lupi?...
- Lupus in fabula! - esclamò costui entrando come in casa propria, col cappello in testa, il mantello ondeggiante dietro, fregandosi le mani.
- Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie...
- Voi piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi ha preso il terno al lotto!
- Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche? Un povero diavolo che s'arrabatta da mattina a sera!...
- Si discorreva della gabella delle terre...
- disse don Gesualdo tranquillamente, tirando su una presa, - così, per discorrere...
- Ah! ah! - rispose il canonico; e si mise a guardare in aria.
La zia Sganci osservava lei pure i mobili nuovi, voltando la testa di qua e di là.
- Belli! belli! Me l'aveva detto la cugina Cirmena.
Peccato che non mi sentissi bene la sera del matrimonio...
- E gli altri pure, signora donna Mariannina! - rispose il canonico con una risatina.
- Fu un'epidemia!...
- No! no! Posso assicurarvelo! in fede mia!...
La Rubiera, poveretta!...
E anche suo figlio...
Lo sento sempre che si lagna...
- Zia, come potrei?...
- Donna Mariannina s'interruppe.
- Ma abbiamo detto di non parlarne più.
Lui però si duole di non poter venire a fare il suo dovere...
Dissidi ce n'è sempre, dico io, anche tra fratelli e sorelle...
Ma passeranno, coll'aiuto di Dio...
Sai, Bianca? tuo cugino si marita.
Ora non c'è bisogno di far misteri perché tutto è combinato.
Don Filippo dà la tenuta alla Salonia, trenta salme di terra! Una bella dote.
Bianca ebbe un'ondata di sangue al viso, indi divenne smorta come un cencio; ma non si mosse né disse verbo.
Il canonico rispose lui invece, masticando ancora l'amaro.
- Lo sappiamo! lo sappiamo! L'abbiamo capita oggi, al Municipio!...
- Infine non seppe più frenarsi, quasi bruciasse a lui la ferita.
- La baronessa Rubiera ha cercato di dare il gambetto a me pure!...
a me che le avevo proposto l'affare!...
Si è messa d'accordo cogli avversari! Tutti contrari!...
I parenti della moglie schierati contro il marito!...
Uno scandalo che non s'è mai visto...
Hanno bandito un nuovo appalto per il ponte onde fargli perdere la cauzione a questo disgraziato! Tutte le angherie!...
Per la costruzione delle nuove strade fanno venire i concorrenti sin da Caltagirone e da Lentini!...
- Di là almeno non ci capita addosso qualche altro parente!...- ha detto il barone Mèndola, colla sua stessa bocca nella farmacia.
Donna Marianna diventava di cento colori e si mordeva le labbra per non spifferare il fatto suo.
Don Gesualdo invece se la rideva tranquillamente, sdraiato sul suo bel canapè soffice, e a un certo punto gli chiuse anche la bocca colla mano al canonico.
- Lasciate stare!...
Queste son chiacchiere che non vanno al mulino.
Ciascuno fa il suo interesse.
- Dico per rispondere a donna Mariannina.
Volete sentirne un'altra, eh? la più bella? Si sono pure messi d'accordo per vendere il grano a rotta di collo, e far cascare i prezzi.
Una camorra! Il baronello Rubiera ha detto che non gliene importa di perdervi cent'onze, pur di farne perdere mille a don Gesualdo che ha i magazzini pieni...
Al marito di sua cugina! Vergogna! Ce n'ho venti salme anch'io, capite, vossignoria! Una birbonata!
Il canonico andava scaldandosi maggiormente di mano in mano, rivolto a mastro-don Gesualdo: - Bel guadagno avete fatto a imparentarvi con loro.
Chi l'avrebbe detto...
eh? L'avete sbagliata!...
Scusate, donna Bianca! non parlo per voi che siete un tesoro!...
Allora, cara donna Mariannina!...
allora, quand'è così, muoia Sansone con tutti i Filistei.
- E lasciamoli morire, - disse la signora Sganci alzandosi.
- Già il mondo non finirà per questo.
- Come la nipote s'era alzata anch'essa dal canapè, mortificata da tutti quei discorsi, colle braccia incrociate sul ventre, donna Mariannina continuò ridendo e fissandole gli occhi addosso: - E' vero, Bianca che il mondo non lo lascerai finire, tu? - Bianca tornò a farsi rossa.
- Evviva! Mi congratulo.
Ora che avete questa bella casa dovete fare un bel battesimo...
con tutti i parenti...
d'amore e d'accordo.
Se no, perché li avrete spesi tanti denari?
Don Gesualdo non voleva darla vinta ai suoi nemici, ma dentro si rodeva, perché davvero non gli servivano gran cosa tutti quei denari spesi.
- Eh, eh, - rispose con quel certo buon umore che voleva sfoggiare allora.
- Pazienza! Serviranno per chi verrà dopo di noi, se Dio vuole! - E batteva affettuosamente sulla spalla della moglie, amorevole e sorridente, mentre pensava pure che se i suoi figliuoli avessero avuto la stessa sorte, erano proprio denari buttati via, tante fatiche, i guadagni stessi, sempre con quel bel risultato! Poi, quando la zia Sganci se ne fu andata, prese a brontolare contro di Bianca, che non si era messo il vestito buono per ricevere la zia: - Allora a che serve aver la roba? Diranno che ti tengo come una serva.
Bel gusto spendere i denari, per non goderne né noi né gli altri!
- Lasciamo stare queste sciocchezze, e parliamo di cose serie! - interruppe il canonico che s'era riannuvolato in viso.
- C'è un casa del diavolo.
Cercano di aizzarvi contro tutto il paese, dicendo che avete le mani lunghe, e volete acchiappare quanta terra si vede cogli occhi, per affamare la gente...
Quella bestia di Ciolla va predicando per conto loro...
Vogliono scatenarci contro anche i villani...
a voi e a me, caro mio! Dicono che io tengo il sacco...
Non posso uscir di casa...
Don Gesualdo scrollava le spalle.
- Ah, i villani? Ne riparleremo poi, quando verrà l'inverno.
Voi che paura avete?
- Che paura ho, per...
mio!...
Non sapete che a Palermo hanno fatto la rivoluzione.
Andò a chiudere l'uscio in punta di piedi, e tornò cupo, nero in viso.
- La Carboneria, capite!...
Anche qui hanno portato questa bella novità! Posso parlare giacché non l'ho avuta sotto il suggello della confessione.
Abbiamo la sètta anche qui!
E spiegò cos'era la faccenda: far legge nuova e buttar giù coloro che avevano comandato sino a quel giorno.
- Una setta, capite? Tavuso, mettiamo, al posto di Margarone; e tutti quanti colle mani in pasta! Ogni villano che vuole il suo pezzo di terra! pesci grossi e minutaglia, tutti insieme.
Dicono che vi è pure il figlio del Re, nientemeno! il Duca di Calabria.
Don Gesualdo, ch'era stato ad ascoltare con tanto d'occhi aperti, scappò a dire:
- S'è così...
ci sto anch'io! non cerco altro!...
E me lo dite con quella faccia? Mi avete fatto una bella paura, santo Dio!
L'altro rimase a bocca aperta: - Che scherzate? O non sapete che voglia dire rivoluzione? Quel che hanno fatto in Francia, capite? Ma voi non leggete la storia...
- No, no, - disse don Gesualdo.
- Non me ne importa.
- Me ne importa a me: Rivoluzione vuol dire rivoltare il cesto, e quelli ch'erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti!...
- Ebbene? Cos'ero io vent'anni fa?
- Ma adesso no! Adesso avete da perdere, cristiano santo! Sapete com'è? Oggi vogliono le terre del comune; e domani poi vorranno anche le vostre e le mie! Grazie! grazie tante! Non ho dato l'anima al diavolo tanti anni per...
- Appunto! Bisogna aiutarsi per non andare in fondo al cesto, caro canonico! Bisogna tenersi a galla, se non vogliamo che i villani si servano colle sue mani.
Li conosco...
so fare, non dubitate.
E spiegò meglio la sua idea: cavar le castagne dal fuoco con le zampe del gatto; tirar l'acqua al suo mulino, e se capitava d'acchiappare anche il mestolo un quarto d'ora, e di dare il gambetto a tutti quei pezzi grossi che non era riescito ad ingraziarsi neppure sposando una di loro, senza dote e senza nulla, tanto meglio...
Gli andarono in quel momento gli occhi su Bianca che stava rincantucciata sul canapè, smorta in viso dalla paura, guardando or questo e or quello, e non osava aprir bocca.
- Non parlo per te, sai.
Non me ne pento di quel che ho fatto.
Non è stata colpa tua.
Tutti i negozi non riescono a un modo.
Poi se capita di fare il bene, nel tempo stesso...
Il canonico cominciava a capacitarsi, cogli occhi e la bocca di traverso, pensieroso, e appoggiava anche lui il discorso del socio: - Non si voleva torcere un pelo a nessuno...
se si arrivava ad afferrare il mestolo un po' di tempo...
quante cose si farebbero...
- Voi dovreste farne una!...
- interruppe don Gesualdo.
- Parlare con chi ha le mani in questa faccenda, e dire che vogliamo esserci anche noi.
- Eh? Che dite?...
un sacerdote!
- Lasciate stare, canonico!...
Poi se vi è il figlio del Re, potete esserci anche voi!
- Caspita! Al figlio del Re non gliela tagliano la testa, se mai!
- Non temete, che non ve la tagliano la testa! Già, se è come avete detto, dovrebbero tagliarla a un paese intero.
Credete che non abbia fatto i miei conti, in questo tempo?...
Quando saremo lì, a veder quel che bolle in pentola...
Bisogna mettersi vicino al mestolo...
con un po' di giudizio...
col denaro...
So io quello che dico.
Bianca cominciò allora a balbettare: - Oh Signore Iddio!...
Cosa pensate di fare?...
Un padre di famiglia!...
- Il canonico, indeciso, la guardava turbato, quasi sentisse il laccio al collo.
Don Gesualdo per rassicurarlo soggiunse:
- No, no.
Mia moglie non sa cosa dice...
Parla per soverchia affezione, poveretta.
- Poscia, mentre accompagnava il suo socio in anticamera, soggiunse:
- Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi.
Già i figliuoli sono un gran legame.
Speriamo almeno che abbiano ad esser felici e contenti loro; giacché io...
Volete che ve la dica, eh, canonico, come in punto di morte? Mi sono ammazzato a lavorare...
Mi sono ammazzato a far la roba...
Ora arrischio anche la pelle, a sentir voi!...
E che ne ho avuto, eh? ditelo voi!...
II
C'era un gran fermento in paese.
S'aspettavano le notizie di Palermo.
Bomma che teneva cattedra nella farmacia, e Ciolla che sbraitava di qua e di là.
Degli arruffapopolo stuzzicavano anche i villani con certi discorsi che facevano spalancare loro gli occhi: Le terre del comune che uscivano di casa Zacco dopo quarant'anni...
un prezzo che non s'era mai visto l'eguale!...
Quel mastro-don Gesualdo aveva le mani troppo lunghe...
Se avevano fatto salire le terre a quel prezzo voleva dire che c'era ancora da guadagnarci su!...
Tutto sangue della povera gente! Roba del comune...
Voleva dire che ciascuno ci aveva diritto!...
Allora tanto valeva che ciascuno si pigliasse il suo pezzetto!
Fu una domenica, la festa dell'Assunta.
La sera innanzi era arrivata una lettera da Palermo che mise fuoco alla polvere, quasi tutti l'avessero letta.
Dallo spuntare del giorno si vide la Piazza Grande piena zeppa di villani: un brulichìo di berrette bianche; un brontolìo minaccioso.
Fra Girolamo dei Mercenari, che era seduto all'ombra, insieme ad altri malintenzionati, sugli scalini dinanzi allo studio del notaro Neri, come vide passare il barone Zacco colla coda fra le gambe, gli mostrò la pistola che portava nel manicone.
- La vedete, signor barone?...
Adesso è finito il tempo delle prepotenze!...
D'ora innanzi siam tutti eguali!...
- Correva pure la voce dei disegni che aveva fatto fra Girolamo: lasciar la tonaca nella cella, e pigliarsi una tenuta a Passaneto, e la figliuola di Margarone in moglie, la più giovane.
Il notaro ch'era venuto a levar dallo studio certe carte interessanti, dovette far di cappello a fra Girolamo per entrare: - Con permesso!...
signori miei!...
- Poi andò a raggiungere don Filippo Margarone nella piazzetta di Santa Teresa: - Sentite qua; ho da dirvi una parola!...
- E lo prese per un braccio, avviandosi verso casa, seguitando a discorrere sottovoce.
Don Filippo allibbiva ad ogni gesto che il notaro trinciava in aria; ma si ostinava a dir di no, giallo dalla paura.
L'altro gli strinse forte il braccio, attraversando la viuzza della Masera per salire verso Sant'Antonio.
- Li vedete? li sentite? Volete che ci piglino la mano, i villani, e ci facciano la festa? - La piazza, in fondo alla stradicciuola, sembrava un alveare di vespe in collera.
Nanni l'Orbo, Pelagatti, altri mestatori, eccitatissimi, passavano da un crocchio all'altro, vociferando, gesticolando, sputando fiele.
Gli avventori di mastro Titta si affacciavano ogni momento sull'uscio della bottega, colla saponata al mento.
Nella farmacia di Bomma disputavasi colle mani negli occhi.
Dirimpetto, sul marciapiede del Caffè dei Nobili, don Anselmo il cameriere aveva schierate al solito le seggiole al fresco; ma non c'era altri che il marchese Limòli, col bastone fra le gambe, il quale guardava tranquillamente la folla minacciosa.
- Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete?
- Vogliono le terre del comune, signor marchese.
Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, e che adesso tocca a noi, perchè siamo tutti eguali.
- Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no! Tutti eguali!...
Portatemi un bicchier d'acqua, don Anselmo.
Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come un'ondata di gente, e un brontolìo più minaccioso, che si propagava in un baleno.
Santo Motta allora usciva dall'osteria di Pecu-Pecu, e si metteva a vociare, colla mano sulla guancia:
- Le terre del comune!...
Chi vuole le terre del comune!...
Uno!...
due!...
tre!...
- E terminava con una sghignazzata.
- Largo!...
largo!...
- La gente correva verso la Masera.
Al disopra della folla si vide il baronello Rubiera colla frusta in aria, e la testa del suo cavallo che sbuffava spaventato.
Il campiere che gli stava alle costole, armato sino ai denti, gridava come un ossesso: - Signor barone!...
Questa non è giornata!...
Oggi ci vuol prudenza!...
- Dalla parte di Sant'Agata comparve un momento anche il signor Capitano, per intimorire la folla ammutinata colla sua presenza.
Si piantò in cima alla scalinata, appoggiato alla canna d'India, don Liccio Papa dietro, che ammiccava al sole, con tanto di tracolla bianca attraverso la pancia.
Ma vedendo quel mare di teste se la svignarono subito tutti e due.
Alle finestre facevano capolino dei visi inquieti, dietro le invetriate, quasi piovesse.
Il palazzo Sganci chiuso ermeticamente, e don Giuseppe Barabba appollaiato sull'abbaino.
Lo stesso Bomma aveva sfrattato gli amici prima del solito, per timore dei vetri.
Di tanto in tanto, nel terrazzo dei Margarone, al disopra dei tetti che si accavallavano verso il Castello, compariva la papalina e la faccia gialla di don Filippo.
A mezzogiorno, appena suonò la messa grande, ciascuno se ne andò pei fatti suoi; e rimase solo a vociare Santo Motta, nella piazza deserta.
- Avete visto com'è andata a finire? - Ciolla corse a desinare lui pure.
Don Liccio Papa, adesso che non c'era più nessuno, si fece vedere di nuovo per le vie, con la mano sulla sciaboletta, guardando fieramente gli usci chiusi.
Infine entrò da Pecu-Pecu, e si posero a tavola con compare Santo.
- Avete visto com'è andata a finire? - Ciolla soleva desinare in fretta e in furia col cappello in testa e il bastone fra le gambe, per tornar subito in piazza a mangiar l'ultimo boccone, portandosi in tasca una manciata di lupini o di ceci abbrustoliti, d'inverno anche con lo scaldino sotto il tabarro, bighellonando, dicendo a ciascuno la sua, sputacchiando di qua e di là, seminando il terreno di bucce.
- Avete visto com'è andata a finire? - Faceva la prima tappa dal calzolaio, poi dal caffettiere, appena apriva, senza prendere mai nulla, girava a seconda dell'ombra, d'inverno in senso inverso, cercando il sole.
E le cose tornarono ad andare pel suo verso, al pari di Ciolla.
Giacinto mise fuori i tavolini pei sorbetti, don Anselmo schierò le seggiole sul marciapiede del Caffè dei Nobili.
Rimanevano le ultime nuvole del temporale: dei capannelli qua e là, dinanzi alla bottega di Pecu-Pecu e al Palazzo di Città; gente che guardava inquieta, curiosi che correvano e si affollavano al più piccolo rumore.
Ma del resto ogni cosa aveva ripreso l'aspetto solito delle domeniche.
L'arciprete Bugno che stava un'ora a leccare il sorbetto col cucchiarino; il marchese e gli altri nobili seduti in fila dinanzi al Caffè; Bomma predicando in mezzo al solito circolo, sull'uscio della farmacia; uno sciame di contadini un po' più in là, alla debita distanza; e ogni dieci minuti la vecchia berlina del barone Mèndola che scarrozzava la madre di lui, sorda come una talpa, dal Rosario a Santa Maria di Gesù: le orecchie pelose e stracche delle mule che ciondolavano fra la folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla frusta fra le gambe, accanto al cacciatore gallonato, colle calze di bucato che sembravano imbottite di noci, e le piume gialle del cappellone della baronessa che passavano e ripassavano su quell'ondeggiare di berrette bianche.
Tutt'a un tratto accadde un fuggi fuggi: una specie di rissa dinanzi all'osteria.
Don Liccio Papa cercava d'arrestare Santo Motta, perché aveva gridato la mattina; e il capitano l'incitava da lontano, brandendo la canna d'India: - Ferma! ferma!...
la giustizia!
Ma Santo si liberò con uno spintone, e prese a correre verso Sant'Agata.
La folla fischiava ed urlava dietro allo sbirro che tentava d'inseguirlo.
- Ahi! ahi! - disse Bomma ch'era salito su di una sedia per vedere.
- Se non rispettano più l'autorità!...
- Tavuso gli fece segno di tacere, mettendosi l'indice attraverso la bocca.
- Sentite qua, don Bastiano! - E si misero a discorrere sottovoce, tirandosi in disparte.
Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il notaro, col bastone dietro la schiena.
Bomma cominciò a fargli dei segni da lontano; ma il notaro finse di non accorgersene; accennò al Capitano che s'avviava verso il Collegio, ed entrò in chiesa anche lui dalla porta piccola.
Il Capitano passando dinanzi alla farmacia fulminò i libertini di un'occhiataccia, e borbottò, rivolto al principale:
- Badate che avete moglie e figliuoli!...
- Sangue di!...
corpo di!...
- voleva mettersi a sbraitare il farmacista.
In quel momento suonava la campanella della benedizione, e quanti erano in piazza s'inginocchiarono.
Poco dopo, Ciolla, che ingannava il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto dinanzi alla bottega del sorbettiere vide una cosa che gli fece drizzar le orecchie: il notaro Neri che usciva di chiesa insieme al canonico Lupi, e risalivano verso la Maddalena, passo passo, discorrendo sottovoce.
Il notaro scrollava le spalle, guardando sottecchi di qua e di là.
Ciolla tentò di unirsi a loro, ma essi lo piantarono lì.
Bomma, da lontano, non li perdeva di vista dimenando il capo.
- Badate a quel che fate!...
Pensate alla vostra pelle! - gli disse il Capitano passandogli di nuovo accanto.
- Becco!...
- voleva gridargli dietro il farmacista.
- Badate a voi piuttosto!...
- Ma il dottore lo spinse dentro a forza.
Ciolla era corso dietro al canonico e al notaro Neri per la via di San Sebastiano, e li vide ancora fermi sotto il voltone del Condotto, malgrado il gran puzzo, quasi al buio, che discorrevano sottovoce, gesticolando.
Appena s'accorsero del Ciolla se la svignarono in fretta, l'uno di qua e l'altro di là.
Il notaro continuò a salire per la stradicciuola sassosa, e il canonico scese apposta a rompicollo verso San Sebastiano, fermando il Ciolla come a caso.
- Quel notaro...
me ne ha fatta una!...
Aveva il consenso di massaro Sbrendola...
un contratto bell'e buono...
e ora dice che non si rammenta!
- Va là, va là, che non me la dai a bere! - mormorò Ciolla fra di sè, appena il canonico ebbe voltate le spalle.
E corse subito alla farmacia:
- Gran cose c'è per aria! Cani e gatti vanno insieme! Gran cose si preparano! - Tavuso gonfiò le gote e non rispose.
Lo speziale invece si lasciò scappare: - Lo so! lo so!
E si picchiò la mano aperta sulla bocca, fulminato dall'occhiata severa che gli saettò il dottore.
Verso due ore di notte, don Gesualdo stava per mettersi a cenare, quando venne a cercarlo in gran mistero il canonico, travestito da pecoraio.
Bianca fu lì lì per abortire dallo spavento.
- Don Gesualdo siamo pronti, se volete venire; gli amici vi aspettano.
Ma gli tremava la voce al poveraccio.
Lo stesso don Gesualdo, al momento di buttarsi proprio in quella faccenda, gli vennero in mente tante brutte idee; si fece pallido, e gli cadde la forchetta di mano.
Bianca poi si alzò convulsa, incespicando qua e là, pigliandosela col canonico, che metteva in quell'impiccio un padre di famiglia.
- Se fate così!...
- balbettò il canonico; - se mi fate anche la jettatura...
allora, buona notte!
Don Gesualdo cercava di volgerla in ridere, colle labbra smorte - Bravo canonico! Adesso si vedrà se siete un uomo!...
Sono contento, vedi, Bianca! Sono contento d'andare magari verso il precipizio, per vedere che cominci ad affezionarti a me e alla casa...
Tutto sudato, colle mani un po' tremanti, si imbacuccò ben bene in uno scapolare, per prudenza, e scesero in istrada.
Non c'era anima viva.
Sul terrazzo del Collegio una mano ignota aveva spento finanche il lampione dinanzi alla statua dell'Immacolata: una cosa da fare accapponar la pelle, quella sera! Egli allora si sentì stringere il cuore da una tenerezza insolita, pensando alla casa e ai parenti.
- Povera Bianca! Avete visto? E' buona, sì, in fondo...
Non lo credevo, davvero!...
- Zitto! - interruppe il canonico.
- Se vi fate conoscere alla voce, è inutile nascondersi e sudare come bestie!
Ogni momento andava voltandosi, temendo di essere spiati.
Arrivati nella via di San Giovanni videro un'ombra che andava in su verso la piazza, e il canonico disse piano:
- Vedete?...
E' uno dei nostri!...
Va dove andiamo noi.
Era in un magazzino di Grancore, giù nelle stradicciuole tortuose verso San Francesco, che sembravano fatte apposta.
Una casetta bassa che aveva una finestra illuminata per segnale.
Si bussavano tre colpi in un certo modo alla porticina dove si giungeva scendendo tre scalini; si attraversava un gran cortile oscuro e scosceso, e in fondo c'era uno stanzone buio dove si capiva che stava molta gente a confabulare insieme dal sussurrìo che si udiva dietro l'uscio.
Il canonico disse: - E' qui! - e fece il segnale convenuto.
Tutti e due col cuore che saltava alla gola.
Per fortuna in quel momento giunse un altro congiurato, imbacuccato come loro, camminando in punta di piedi sui sassi del cortile, e ripeté il segnale istesso.
- Don Gesualdo, - disse il notaro Neri cavando il naso da una gran sciarpa.
- Siete voi? Vi ho riconosciuto al canonico che sembra un cucco, poveraccio!
Il notaro la pigliava allegramente.
Narrava che a Palermo avevano fatto il pasticcio; avevano ammazzato il principe di Aci e s'erano impadroniti di Castellammare: - Chi comanda adesso è un prete, certo Ascenso!
- Ah? - rispose il canonico che si sentiva in causa.
- Ah?
- Silenzio per ora!...
Andiamo adagio! Sapete com'è?...
a chi deve prima attaccare il campanello al gatto! E ogni galantuomo non vorrebbe mettere il piede in trappola.
Ma se siamo in tanti...
C'è anche il barone Zacco stasera.
- Che aspettiamo ad entrare, signori miei? - interruppe don Gesualdo a quella notizia, coraggioso come un leone.
Quando tornarono ad uscire, dopo un gran pezzo, erano tutti più morti che vivi.
Bomma sforzavasi di fare il gradasso; Tavuso non diceva una parola; e il notaro stava soprapensieri anche lui.
Zacco corse ad attaccarsi al braccio di don Gesualdo, quasi fossero divenuti fratelli davvero.
- Sentite, cugino, ho da parlarvi.
- E seguitarono ad andare a braccetto in silenzio.
- Ssst!...
un fischio!...
verso i Cappuccini!...
- Il barone mise mano alla pistola: tutti con un gran batticuore.
Si udirono abbaiare dei cani.
- Fermo!...
- esclamò il canonico sottovoce, afferrando il braccio armato del barone che mirava al buio, - è fra Girolamo, che non vuol esser visto da queste parti! - Appena si udì richiudere l'uscio, nel vano del quale era balenata una sottana bianca, il farmacista borbottò col fiato ai denti: - L'abbiamo scappata bella, parola d'onore! - Il barone invece strinse forte il braccio di don Gesualdo senza dir nulla.
Poi lasciò andare ciascuno per la sua strada, Bomma in su, verso la Piazza Grande, il canonico a piè della scalinata che saliva a San Sebastiano.
- Da questa parte, don Gesualdo...
venite con me.
- E gli fece fare il giro lungo pei Cappuccini, risalendo poi verso Santa Maria di Gesù per certe stradicciuole buie che non si sapeva dove mettere i piedi.
A un tratto si fermò guardando faccia a faccia il suo amico novello con certi occhi che luccicavano al buio.
- Don Gesualdo, avete sentito quante belle chiacchiere? Adesso siamo tutti fratelli.
Nuoteremo nel latte e nel miele, d'ora in poi...
Voi che ci credete, eh?
L'altro non disse né sì né no, prudente, aspettando il seguito.
- Io no...
Io non mi fido di tutti questi fratelli che non mi ha partorito mia madre.
- Allora perché siete venuto, vossignoria?
- Per non farci venire voi, caspita! Io non fo misteri.
Giuochiamo a tagliarci l'erba sotto i piedi fra di noi che abbiamo qualcosa da perdere, ed ecco il bel risultato! Far la minestra per i gatti, e arrischiare la roba e la testa!...
Io bado ai miei interessi, come voi...
Non ho i fumi che hanno tanti altri...
Parenti! parentissimi! quanto a me volentieri...
Allora mettiamoci d'accordo piuttosto fra di noi...
- Ebbene? che volete fare?
- Ah? che voglio fare? La pigliate su quel verso? Mi fate lo gnorri?...
Allora sia per non detto...
Ciascuno il suo interesse! Fratelli! Carbonari! Faremo la rivoluzione! metteremo il mondo a soqquadro anche!...
Io non ho paura!...
- Nel calore della disputa il barone si era addossato all'uscio di un cortile.
Un cane si mise a latrare furiosamente.
Zacco spaventato se la diede a gambe colla pistola in pugno, e don Gesualdo dietro di lui, ansante.
Prima di giungere in piazza di Santa Maria di Gesù, uno che andava correndo lo fermò mettendogli la mano sul petto.
- Signor don Gesualdo!...
dove andate?...
c'è la giustizia a casa vostra!
Quello che temeva il canonico! quello che temeva Bianca! Egli correva al buio, senza saper dove, con una gran confusione in testa, e il cuore che voleva uscirgli dal petto.
Poi, udendo colui che gli arrancava dietro, con un certo rumore quasi picchiasse in terra col bastone, gli disse: - E tu chi sei?
- Nardo, il manovale, quello che ci lasciò la gamba sul ponte.
Non mi riconoscete più, vossignoria? Donna Bianca mi ha mandato a svegliare di notte.
E narrava com'era arrivata la Compagnia d'Arme, all'improvviso, a quattr'ore di notte.
Il Capitano e altri Compagni d'Arme erano in casa di don Gesualdo.
Lassù, verso il Castello, vedevansi luccicare dei lumi; c'era pure una lanterna appesa dinanzi alla porta dello stallatico, al Poggio, e dei soldati che strigliavano.
Più in là, nelle vicinanze della Piazza Grande, si udivano di tanto in tanto delle voci: un mormorìo confuso, dei passi che risuonavano nella notte, dei cani che abbaiavano per tutto il paese.
Don Gesualdo si fermò a riflettere: - Dove andiamo, vossignoria? - chiese Nardo.
- Ci ho pensato.
Non far rumore.
Ah! Madonna Santissima del Pericolo! Va a chiamare Nanni l'Orbo.
Lo conosci? il marito di Diodata?
Cominciava ad albeggiare.
Ma nelle viottole fuori mano che avevano preso non s'incontrava ancora anima viva.
La casuccia di Diodata era nascosta fra un mucchio di casupole nerastre e macchie di fichi d'India, dove il fango durava anche l'estate.
C'era un pergolato sul ballatoio, e un lume che trapelava dalle imposte logore.
- Bussa tu, se mai...
- disse don Gesualdo.
Diodata al vedersi comparire dinanzi il suo antico padrone ansante e trafelato si mise a tremare come una foglia.
- Che volete da me a quest'ora?...
Per l'amor di Dio! lasciatemi in pace, don Gesualdo!...
Se torna mio marito!...
E' uscito or ora, per cogliere quattro fichi d'India!...
qui accanto.
- Bestia! - disse lui.
- Ho altro pel capo! Ci ho la giustizia alle calcagna!...
- Che c'è? - chiese Diodata spaventata.
Egli colla mano le fece segno di star zitta.
In quel momento tornò correndo compare Nardo; la gamba di legno si udiva da lontano sull'acciottolato.
- Eccolo!...
eccolo che viene!...
Entrò Nanni l'Orbo, torvo, colla canna da cogliere i fichi d'India in spalla, e gli occhi biechi che fulminavano di qua e di là.
Invano Diodata, colle braccia in croce giurava e spergiurava.
- Padron mio! - esclamò Nanni - a che giuoco giuochiamo? Questa non è la maniera!...
- Bestia! - gridò infine don Gesualdo, scappandogli la pazienza.
- Ho la forca dinanzi agli occhi, e tu vieni a parlarmi di gelosia!
Allo strepito accorsero i vicini - Lo vedete? - ripigliò Nanni infuriato.
- Che figura fo dinanzi a loro padron mio? In coscienza, quel po' che avete dato a costei per maritarla è una miseria, in confronto della figura che mi fate fare!
- Taci! Farai correre gli sbirri con quel chiasso! Che vuoi? Ti darò quello che vuoi!...
- Voglio l'onor mio, don Gesualdo! L'onor mio che non si compra a denari!
Cominciarono ad abbaiare anche i cani del vicinato.- Vuoi la chiusa del Carmine?...
un pezzo che ti fa gola!
Infine compare Nardo riuscì a metterli d'accordo sulla chiusa del Carmine.
- Corpo di Giuda! La roba serve per queste occasioni...
carceri, malattie e persecuzioni...
Voi l'avete fatta, don Gesualdo, e serve per salvare la vostra pelle...
Don Gesualdo con una faccia da funerale brontolò:
- Parla! Sbraita! Hai ragione! Adesso hai ragione tu!
- Considerate dunque il vostro prossimo, vossignoria! La moglie da mantenere...
I figli che nasceranno...
Se mi tornano a casa anche gli altri...
quelli che son venuti prima, bisogna mantenerli come fossero miei...
perché sono il marito di Diodata...
La gente dirà magari che li ho messi al mondo io!...
- Basta! basta! Se t'ho detto di sì per la chiusa!
- Parola di galantuomo? Davanti a questi testimoni? Quand'è così...
giacchè mi dite che siete venuto soltanto per salvare la pelle, potete rimanere tutto il tempo che vi piace.
Sono un buon diavolaccio, lo sapete!...
S'era fatto tardi.
Compare Nanni, completamente rabbonito, propose anche di andare a vedere quel che accadeva fuori:
- Voi fate liberamente come se foste in casa vostra, don Gesualdo...
Compare Nardo verrà con me.
Al ritorno, per segnale, busserò tre colpi all'uscio.
Ma se no, non aprite neanche al diavolo.
Era un terrore pel paese: porte e finestre ancora chiuse, Compagni d'Arme per le vie, rumore di sciabole e di speroni.
Le signorine Margarone, in fronzoli e colla testa irta di ciambelle come un fuoco d'artificio, correvano ogni momento al balcone.
Don Filippo, tronfio e pettoruto, se ne stava adesso seduto nel Caffè dei Nobili, insieme al Capitano Giustiziere e l'Avvocato Fiscale, facendo tremare chi passava colla sola guardatura.
Nella stalla di don Gesualdo dei trabanti governavano i cavalli, e il Comandante fumava al balcone, in pantofole, come in casa sua.
Nanni l'Orbo tornò ridendo a crepapelle.
Prima di entrare però bussò al modo che aveva detto, tossì, si soffiò il naso, pure si trattenne un po' a discorrere ad alta voce con una vicina che si pettinava sul ballatoio.
Don Gesualdo stava mangiando una insalata di cipolle, onde prevenire qualche malattia causata dallo spavento.
- Prosit! prosit, don Gesualdo! A casa vostra ci ho trovato dei forestieri, tale e quale come voi qui da me.
Il barone Zacco corre ancora!...
L'hanno visto prima dell'alba più in là di Passaneto, figuratevi! a casa del diavolo!...
dietro una siepe, più morto che vivo!...
Sua moglie fa come una pazza...
Sono stato anche a cercare del notaro Neri, se s'ha a scrivere due parole della chiusa del Carmine che date a mia moglie pei servizi prestati...
Non che non mi fidi...
sapete bene...
per la vita e per la morte.
Nessuno l'ha più visto, il notaro! Dicono ch'è nascosto nel monastero di San Sebastiano...
vestito da donna...
sissignore! Gli sbirri cercano da per tutto! Ma qui non avete da temere, vossignoria!...
Udite? udite?
Sembrava che si divertisse a fare agghiacciare il sangue nelle vene al prossimo suo, quel briccone! Udivasi infatti un vocìo di comari, un correre di scarponi grossi strilli di ragazzi.
Diodata s'arrampicò sino all'abbaino del granaio per vedere.
Poi Nanni venne a dire:
- E' il viatico, Dio liberi!...
Va in su verso sant'Agata.
Ho visto il canonico Lupi che portava il Signore...
cogli occhi a terra!...
una faccia da santo, com'è vero Iddio!
- Stasera, appena è scuro, mi farai trovare una cavalcatura laggiù alla Masera, e mi darai qualche cosa da travestirmi; - disse don Gesualdo, che sembrava più smorto alla luce dell'abbaino.
- Perché? Non vi piace più lo stare in casa mia? Diodata vi avrebbe fatto qualche mancanza?
- No, no...
Mi pare mill'anni d'esser lontano...
- Qui però non avete da temere...
Gli sbirri non vengono a cercarvi qui! A casa vostra piuttosto! Guardatevi!...
Infatti Bianca la sera innanzi s'era visto capitare a tre ore di notte il Capitan d'Arme, un bell'uomo colla barba a collana e i baffi alla militare, che recava il biglietto d'alloggio.
Bianca, già inquieta per suo marito, non sapendo che fare, aveva mandato a chiamare lo zio Limòli, il quale giunse sbadigliando e di cattivo umore.
Invano il Capitan d'Arme accarezzandosi i baffi che aveva lasciato crescere da poco, le diceva colla voce grossa:
- Non temete!...
Calmatevi, bella signora!...
Noi militari siamo galanti col bel sesso!...
- Poi - aggiunse il marchese - questi qua sono militari per modo di dire; come io ho fatto il voto di castità perché sono cavaliere di Malta.
Il Capitano si accigliò, ma l'altro, senza accorgersene continuò, battendogli familiarmente sulla spalla:
- Vi conosco, don Bastiano!...
Eravate piccolo così, colle brache aperte, quando si faceva delle scappatelle insieme a vostro padre...
Allora il voto mi dava noia come vi dà noia adesso quella stadera che portate appesa al fianco...
Bei tempi!...
Bell'uomo vostro padre! Il cuore e la borsa sempre aperti!...
Don Marcantonio Stangafame!...
dei Stangafame di Ragusa!...
una delle prime famiglie della Contea! Peccato che siate in tanti! L'avete indovinata a farvi nominare Capitan d'Arme!...
Quattrocent'onze all'anno, per rispondere dei furti campestri...
E' una bella somma...
Vi rimane in tasca tale e quale...
poiché il territorio è tranquillo!...
Una bagattella soltanto pei dodici soldati che vi tocca mantenere...
due tarì al giorno per ciascuno, eh?...
- Basta, corpo di...
bacco!...
- gridò il Capitan d'Arme battendo in terra la sciabola.
- Sembrami che vogliate burlarvi di me, corpo di...
bacco!
- Ehi, ehi! Adagio, signor capitano! Sono il marchese Limòli, e ho ancora degli amici a Napoli per farvi scapitanare e tagliare i baffi novelli, sapete!
Capitò in quel momento il ragazzetto del sagrestano che veniva a fare un'imbasciata di gran premura, balbettando, imbrogliandosi, tornando sempre a ripetere la stessa cosa rosso dalla suggezione.
Il marchese, che cominciava a farsi un po' sordo, tendeva l'orecchio, gli faceva dei versacci lo intimidiva maggiormente strillando: - Eh? che diavolo vuoi?
Ma Bianca mise un grido straziante un grido che fece rimanere lo zio a bocca aperta, e scappò per la casa cercando il manto, cercando qualcosa da buttarsi in capo per uscire di casa, per correre subito.
III
Da gran tempo, ogni giorno, alla stessa ora, donna Giuseppina Alòsi che stava al balcone facendo la calza per aspettare la passata di Peperito, don Filippo Margarone mentre rivoltava la conserva di pomidoro posta ad asciugare sul terrazzo, l'arciprete Bugno nell'appendere al fresco la gabbia del canarino, fin coloro che stavano a sbadigliare nella farmacia di Bomma, se volgevano gli occhi in su, verso il Castello, al di sopra de' tetti, solevano vedere don Diego e don Ferdinando Trao, uno dopo l'altro, che facevano capolino a una finestra, guardinghi, volgevano poi un'occhiata a destra, un'altra a sinistra, guardavano in aria, e ritiravano il capo come la lumaca.
Dopo qualche minuto infine aprivasi il balcone grande, stridendo, tentennando, a spinte e a riprese, e compariva don Diego, curvo, macilento, col berretto di cotone calcato sino alle orecchie, tossendo, sputando, tenendosi all'inferriata con una mano; e dietro di lui don Ferdinando che portava l'annaffiatoio, giallo, allampanato, un vero fantasma.
Don Diego annaffiava, nettava, rimondava i fiori di Bianca; si chinava a raccattare i seccumi e le foglie vizze; rimescolava la terra con un coccio; passava in rivista i bocciuoli nuovi, e li covava cogli occhi.
Don Ferdinando lo seguiva passo passo, attentissimo; accostava anche lui il viso scialbo a ciascuna pianta, aguzzando il muso, aggrottando le sopracciglia.
Poscia appoggiavano i gomiti alla ringhiera, e rimanevano come due galline appollaiate sul medesimo bastone, voltando il capo ora di qua e ora di là, a seconda che giungeva la mula di massaro Fortunato Burgio carica di grano, o saliva dal Rosario la ragazza che vendeva ova, oppure la moglie del sagrestano attraversava la piazzetta per andare a suonare l'avemaria.
Don Ferdinando stava intento a contare quante persone si vedevano passare attraverso quel pezzetto di strada che intravvedevasi laggiù, fra i tetti delle case che scendevano a frotte per la china del poggio; don Diego dal canto suo seguiva cogli occhi gli ultimi raggi di sole che salivano lentamente verso le alture del Paradiso e di Monte Lauro, e rallegravasi al vederlo scintillare improvvisamente sulle finestre delle casipole che si perdevano già fra i campi, simili a macchie biancastre.
Allora sorrideva e appuntava il dito scarno e tremante, spingendo col gomito il fratello, il quale accennava di sì col capo e sorrideva lui pure come un fanciullo.
Poi raccontava quello che aveva visto lui: - Oggi ventisette!...
ne sono passati ventisette...
L'arciprete Bugno era insieme col cugino Limòli!...
Per un po' di giorni, verso i primi d'agosto, era venuto soltanto don Ferdinando ad annaffiare i fiori, strascinandosi a stento, coi capelli grigi svolazzanti, sbrodolandosi tutto a ogni passo.
Allorché ricomparve anche don Diego, parve di vedere Lazzaro risuscitato: tutto naso, colle occhiaie nere, seppellito vivo in una vecchia palandrana, tossendo l'anima a ogni passo: una tosse fioca che non si udiva quasi più, e scuoteva dalla testa ai piedi lui e il fratello che gli dava il braccio, come andasse facendo la riverenza a ogni vaso di fiori.
E fu l'ultima volta.
D'allora in poi s'erano viste raramente insieme le teste canute dei due fratelli, dietro i vetri rattoppati colla carta, cercando il sole, don Diego sputando e guardando in terra ogni momento.
Il giorno in cui avvenne quel parapiglia nel Palazzo di Città, che le voci si udivano sin nella piazzetta di Sant'Agata, apparve per un istante alla finestra la cima di un berretto bianco tremolante.
Ma allorquando la processione di San Giuseppe si fermò dinanzi al portone dei Trao, per l'omaggio tradizionale alla famiglia, le finestre rimasero chiuse, malgrado il vocìo della folla.
Don Ferdinando scese per comprare l'immagine del santo gonfio d'asma, cogli occhi arsi di sonno piegato in due le mani nerastre tremanti così che non trovavano quasi nel taschino i due baiocchi per l'immagine.
Il procuratore di San Giuseppe, che dirigeva la processione, gli disse:
- Vedrete quant'è miracolosa quell'immagine! Tanta salute e provvidenza a tutti, in casa vostra!
E gli affidò anche il bastone d'argento del santo, da metterlo al capezzale del malato: un tocca e sana.
Eppure non giovò neanche quello.
Compare Cosimo e Pelagatti, partendo per la campagna due ore prima dell'alba, o tornando a notte fatta, vedevano sempre il lume alla finestra di don Diego.
E il cane nero dei Motta uggiolava per la piazza, come un lamento.
Poi, verso nona, bussava al portone il ragazzo di don Luca, portando un bicchiere di latte.
Di tanto in tanto veniva don Giuseppe Barabba, con un piatto coperto dal tovagliuolo, o il servitore del Fiscale che recava un fiasco di vino.
A poco a poco diradarono anche quelle visite.
L'ultima volta il dottor Tavuso se n'era andato scrollando le spalle.
I ragazzi del vicinato giuocavano tutto il giorno dietro quel portone che non si apriva più.
Una sera, tardi, i vicini, che stavano cenando, udirono la voce chioccia di don Ferdinando chiamare il sagrestano, lì dirimpetto: una voce da far cascare il pan di bocca.
E subito dopo un gran colpo al portone sconquassato, e dei passi che si allontanarono frettolosi.
Fu giusto quella notte che arrivava la Compagnia d'Arme.
Una baraonda per tutto il paese.
Al rumore insolito anche Don Diego aprì un istante gli occhi.
Burgio che era sul ballatoio di casa sua, coll'orecchio teso verso la Piazza Grande dove udivasi quel parapiglia, vedendo gente nel balcone dei Trao, domandò inquieto:
- Che c'è?...
Cosa succede?
- Don Diego!...
- rispose il sagrestano; e fece il segno della croce, quasi massaro Fortunato avesse potuto vederlo al buio.
- Solo come un cane!...
me lo lasciano sulle spalle!...
Ho mandato Grazia pel dottore...
a quest'ora!...
- Sentite, laggiù, verso la piazza?...
sentite?...
Che giornata spunterà domattina, Dio liberi!...
- Basta avere la coscienza netta, massaro Fortunato.
Sono stato sempre un povero diavolo!...
Bacio la mano di chi mi dà pane...
- Il dottore!...
quello sì!...
deve avere la tremarella addosso a quest'ora!...
E anche il canonico Lupi, dicono!...
Buona sera!...
I muri hanno orecchie al buio!
Infatti il dottor Tavuso, ch'era il capo di tutti i giacobini del paese, e stava nascosto nella legnaia, tremando come una foglia, vide giunta l'ultima sua ora all'udir bussare all'uscio con tanta furia.
- Li sbirri!...
la Compagnia d'Arme!...
Quando gli dissero che era la moglie del sagrestano, invece, la quale veniva a cercarlo per don Diego moribondo, montò in furia come una bestia.
- E' ancora vivo?...
Mandatelo al diavolo!...
Vengono a spaventarmi!...
a quest'ora!...
di questi tempi!...
Un padre di famiglia!...
Andate a chiamare i suoi parenti piuttosto...
o il viatico, ch'è meglio!...
La zia Sganci non volle neppure aprire.
Barabba rispose dietro il portone, chiuso con tanto di catenaccio:
- Buona donna, questi non son tempi di correre di notte per le strade.
Domattina, se Dio vuole, chi campa si rivede.
Per fortuna, Grazia non aveva di che temere; e suo marito l'avrebbe mandata senza sospetto in mezzo a un reggimento di soldati.
L'andare attorno così tardi, in quella tal notte, era proprio uno sgomento.
Lo stesso baronello Rubiera, che era uscito di buon'ora dalla casa dei Margarone, s'era fatto accompagnare col lampione.
- Ninì! Ninì! - strillò dal balcone donna Fifì con la vocina sottile, quasi il suo fidanzato corresse a buttarsi in un precipizio.
- Non temere...
no! - rispose lui con la voce grossa.
All'udir gente nella piazzetta, dal portone dei Trao, che rimbombò come una cannonata, uscì correndo don Luca:
- Signor barone!...
sta per morire vostro cugino don Diego!...
solo come un cane!...
Non c'è nessuno in casa!...
Rimpetto al palazzo nero e triste dei Trao splendeva il balcone lucente dei Margarone, e in quella luce disegnavasi l'ombra di donna Fifì, rammentandogli un'altra ombra che soleva aspettarlo altra volta alla finestra del palazzo smantellato.
Don Ninì se ne andò frettoloso, a capo chino, portandosi seco negli occhi i ricordi di quella finestra chiusa e senza lume.
- Bella porcheria!...
Me lo lasciano sulle spalle!...
a me solo! - brontolò don Luca tornando nella camera del moribondo.
Don Ferdinando stava seduto a piè del letto, senza dir nulla, simile a una mummia.
Di tanto in tanto andava a guardare in viso suo fratello; guardava poi don Luca, stralunato, e tornava a chinare il capo sul petto.
Alla sfuriata del sagrestano però si rizzò all'improvviso, quasi gli avessero dato uno scossone, e domandò piano, con la voce assonnata di uno che parli in sogno:
- Dorme?
- Sì, dorme!...
Andate a dormire voi pure, se volete!...
Ma l'altro non si mosse.
Il malato da prima voleva sapere ogni momento che ora fosse; poi, verso mezzanotte, non domandò più nulla.
Stava cheto, col naso contro il muro, e la coperta sino alle orecchie.
Grazia, di ritorno, aveva accostato l'uscio, messo il lume accanto, sul tavolino, ed era andata a dare un'occhiata a casa sua.
Il marito si accomodò alla meglio su due sedie.
Don Ferdinando, di tratto in tratto, si alzava di nuovo, in punta di piedi, si chinava sul letto, simile a un uccello di malaugurio, e tornava a domandare piano, all'orecchio di don Luca:
- Che fa? dorme?
- Sì! sì!...
Andate a dormire voi pure!...
andate!
E l'accompagnò lui stesso in camera sua, per liberarsi almeno da quella noia.
Don Ferdinando sognava che il cane nero dei vicini Motta gli si era accovacciato sul petto, e non voleva andarsene, per quanto egli cercasse di svincolarsi e di gridare.
La coda del cane, lunga, lunga che non finiva più, gli si era attorcigliata al collo e alle braccia, al pari di un serpente, e lo stringeva, soffocandolo, gli strozzava la voce in gola, quando udì un'altra voce che lo fece balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore.
- Alzatevi, don Ferdinando! Questa non è ora di dormire!...
Don Diego pareva che russasse forte, si udiva dall'altra stanza; supino, cogli occhi aperti e spenti, le narici filigginose: un viso che non si riconosceva più.
Come don Ferdinando lo chiamò prima pian piano, e tornò a chiamarlo e a scuoterlo inutilmente, gli si rizzarono quei pochi capelli in capo, e si rivolse al sagrestano, smarrito, supplichevole:
- Che fa ora?...
che fa?...
- Che fa?...
Lo vedete che fa!...
Grazia! Grazia!
- No!...
Fermatevi!...
Non aprite adesso!...
Era giorno chiaro.
Donna Bellonia in sottana stava a spiare dalla terrazza verso la Piazza Grande per incarico del marito, spaventata dal tramestìo che s'era udito tutta la notte nel paese; e Burgio strigliava la mula legata al portone dei Trao.
Alle grida di don Luca, levò il capo verso il balcone, e domandò cosa c'era con un cenno del capo.
Il sagrestano rispose anche lui con un gesto della mano, facendo segno di uno che se ne va.
- Chi? - domandò la Margarone che se ne accorse.
- Chi? don Diego o don Ferdinando?
- Sissignora, don Diego! Lo lasciano sulle spalle a me solo!...
Corro dal dottore...
almeno per la ricetta del viatico, che diavolo!...
Signori miei! deve andarsene così un cristiano, senza medico né speziale?...
Speranza cominciò dallo sgridare suo marito che aveva legata la mula alla casa del moribondo: - Porta disgrazia! Ci vorrebbe quest'altra!...
- Poi si diedero a strologare i numeri del lotto insieme a donna Bellonia, ch'era corsa a prendere il libro di Rutilio Benincasa.
Donna Giovannina s'affacciò asciugandosi il viso; ma non si vide altro che il sagrestano il quale correva a chiamare Tavuso, lì a due passi una porticina verde, colla fune del campanello legata alta perché non andassero a seccarlo di notte.
Picchia e ripicchia infine la serva di Tavuso gli soffiò attraverso il buco della serratura:
- O chetatevi che il dottore non esce di casa, se casca il mondo! E' più malato degli altri, lui!
Bomma, giallo al par del zafferano, stava pestando cremor di tartaro in fondo alla farmacia, solo come un appestato.
Don Luca entrò a precipizio, col fiato ai denti:
- Signor don Arcangelo!...
don Diego Trao è in punto di morte.
Il dottore non vuol venire...
Cosa fo?
- Cosa fate?...
La cassa da morto fategli, accidenti a voi! M'avete spaventato! Non è questa la maniera...
oggi che ogni galantuomo sta coll'anima sulle labbra!...
Andate a chiamargli il prete piuttosto...
lì, al Collegio, c'è il canonico Lupi che s'arrabatta a dir messe e mattutino fin dall'alba, per farsi vedere in chiesa!...
Cade sempre in piedi colui! Se ne ride degli sbirri!...
Io fo lo speziale! Pesto cremor di tartaro, giacché non posso pestar altro...
non posso!
Ma, vedendo passare Ciolla ammanettato come un ladro, si morse la lingua, e chinò il capo sul mortaio.
- Signori miei! - sbraitava Ciolla, - guardate un po'!...
un galantuomo che se ne sta in piazza pei fatti suoi!...
- I Compagni d'Arme, senza dargli retta, lo cacciavano innanzi a spintoni; don Liccio Papa di scorta colla sciabola sguainata, gridando: - Largo! largo alla giustizia!...
- Il Capitano Giustiziere, dall'alto del marciapiede del Caffè dei Nobili, sentenziò:
- Bisogna dare un esempio! Ci pigliavano a calci dove sapete, un altro po'!...
manica di birbanti!...
Un paese come il nostro, che prima era un convento di frati!...
Al castello! al castello! Don Liccio, eccovi le chiavi!...
Grazie a Dio si tornava a respirare.
I ben pensanti sul tardi cominciarono a farsi vedere di nuovo per le strade; l'arciprete dinanzi al caffè; Peperito su e giù pel Rosario; Canali a braccetto con don Filippo verso la casa della ceraiuola; don Giuseppe Barabba portando a spasso un'altra volta il cagnolino di donna Marianna Sganci; la signora Capitana poi in gala, quasi fosse la sua festa, adesso che ci erano tanti militari, colla borsa ricamata al braccio, il cappellino carico di piume, scutrettolando, ridendo, cinguettando, rimorchiandosi dietro don Bastiano Stangafame, il tenente, tutti i colleghi di suo marito, il quale se ne stava a guardare da vero babbèo, colla canna d'India dietro la schiena, mentre i suoi colleghi passeggiavano con sua moglie, spaccandosi come compassi, ridendo a voce alta, guardando fieramente le donne che osavano mostrarsi alle finestre, facendo risuonare da per tutto il rumore delle sciabole e il tintinnìo degli speroni, quasi ci avessero le campanelle alle calcagna.
Le ragazze Margarone, stipate sul terrazzo, si rodevano d'invidia.
- Specie il tenente ci aveva dei baffoni come code di cavallo, e due file di bottoni lungo il ventre che luccicavano da lontano.
Talché in quell'aria di festa suonò più malinconico il campanello del viatico.
Correvano anche delle voci sinistre: - Una battaglia c'è stata!...
dei condannati a morte!...
- Uno di quelli che portavano il lanternone dietro il baldacchino disse che il viatico andava dai Trao.
- Un'altra grande famiglia che si estingue! - osservò gravemente l'Avvocato Fiscale scoprendosi il capo.
La signora Capitana, saltellando sulla punta delle scarpette per mostrare le calze di seta stava rimbeccando don Bastiano con un sorriso da far dannare l'anima:
- Lo so! lo so! giuramenti da marinaio!...
Il Capitan d'Arme ammiccò a donna Bianca la quale passava in quel momento, con un'aria che voleva dire: - Anche costei!...
che colpa ci ho? - scappellandosi con soverchio ossequio.
Ma quella poveretta non gli rispose.
Andava quasi correndo, trafelata, col manto giù per le spalle, il viso ansioso e pallido.
Donna Fifì Margarone si tirò indietro dal balcone con una smorfia, appena la vide sboccare nella piazzetta dalla salita di Sant'Agata.
- Ah!...
finalmente!...
la buona sorella!...
quanta degnazione!...
- Bianca! Bianca! - gridava lo zio Limòli che non poteva tenerle dietro.
Dinanzi al portone, spalancato a due battenti, si affollavano i ragazzi di Burgio e di don Luca.
La moglie del sagrestano ne usciva in quel momento, arruffata, gialla, senza ventre, e si mise a distribuire scappellotti a diritta e a manca:
- Via! via di qua!...
Che aspettate? la festa? - Poscia entrò in chiesa frettolosa.
Delle comari stavano alle finestre, curiose.
In cima alla scala don Giuseppe Barabba spolverava delle bandiere nere, bucate e rose dai topi, collo stemma dei Trao: una macchia rossa tutta intignata.
Era corsa subito la zia Macrì colla figliuola, e il barone Mèndola che stava lì vicino; una va e vieni per la casa, un odor d'incenso e di moccolaia, una confusione.
In fondo, attraverso un uscio socchiuso, scorgevasi l'estremità di un lettuccio basso, e un formicolìo di ceri accesi, funebri, nel giorno chiaro.
Bianca non vide altro, in mezzo a tutti quei parenti che le si affollavano intorno, sbarrandole il passo: - No!...
lasciatemi entrare!
Apparve un momento la faccia stralunata di don Ferdinando, come un fantasma; poi l'uscio si chiuse.
Delle braccia amiche la sorreggevano, affettuosamente, e la zia Macrì ripeteva: - Aspetta!...
aspetta!...
Tornò la moglie del sagrestano, ansante, portando dei candelieri sotto il grembiule.
Suo marito, che si affacciò di nuovo all'uscio, venne a dire:
- C'è il viatico...
l'estrema unzione...
Ma non sente...
- Voglio vederlo!...
Lasciatemi andare!
- Bianca!...
in questo momento!...
Bianca!...
- Vuoi ammazzarlo?...
Una commozione!...
Se ti sente!...
Non far così, via, Bianca!...
Un bicchier d'acqua!...
presto!...
Donna Agrippina corse in cucina.
S'aprì l'uscio un'altra volta su di un luccichìo di processione.
Il prete, il baldacchino, i lanternoni del viatico passarono come una visione.
Il marchese, inchinandosi sino a terra, borbottò:
- Domine, salva me...
- Amen! - rispose il sagrestano.
- Ho fatto quel che ho potuto...
solo come un cane!...
due volte dal medico!...
di notte!...
Anche dal farmacista!...
dice che il conto è lungo...
e non ci ha l'erba di Lazzaro risuscitato, poi!...
- Perché?...
perchè non mi lasciate entrare?...
Che ho fatto?...
- Essa tremava così che i denti facevano tintinnare il bicchiere, quasi fuori di sè, fissando addosso alla gente gli occhi spaventati.
- Lasciatemi! lasciatemi entrare!
Lo zio marchese si affrettò a cavare il fazzoletto per asciugarle tutta l'acqua che si era versata addosso.
Il barone Mèndola e la zia Macrì stavano discorrendo nel vano del finestrone: - Una malattia lunga!...
Tutti così quei Trao!...
non c'è che fare!...
- Guarda! - esclamò il barone che stava da un po' attento.
- Hanno aperto un finestrino sul mio tetto...
laggiù!...
quel ladro di Canali!...
Fortuna che me ne sia accorto! Lo citerò in giudizio!...
una citazione nera come la pece!...
- Don Luca! don Luca! - si udì gridare.
L'uscio si spalancò a un tratto, e comparve don Ferdinando agitando le braccia in aria.
Don Luca corse a precipizio.
Successe un momento di confusione: delle strida, delle voci concitate, un correre all'impazzata, donna Agrippina che cercava l'aceto dei sette ladri, gli altri che stentavano a trattenere Bianca, la quale faceva come una pazza, con la schiuma alla bocca, gli occhi che mandavano lampi, e non si riconoscevano più.
- Perchè?...
perchè non volete? Lasciatemi! lasciatemi!...
lasciatemi entrare!...
- Sì! sì! - disse lo zio marchese.
- E' giusto che lo veda!...
Lasciatela entrare.
Ella scorse un corpo lungo e stecchito nel lettuccio basso, un mento aguzzo, ispido di barba grigiastra, rivolto in su, e due occhi glauchi, spalancati.
- Diego!...
Diego!...
fratello mio!...
- Non fate a quel modo, donna Bianca! - disse piano don Luca.
- Se ci sente ancora, il poveretto, figuratevi che spavento!...
Essa si arrestò tutta tremante, atterrita, colle mani nei capelli, guardandosi intorno trasognata.
A un tratto fissò gli occhi asciutti ed arsi su don Ferdinando che annaspava stralunato, quasi volesse allontanarla dal letto.
- Nulla!...
nulla m'avete fatto sapere!...
Non son più nulla...
un'estranea!...
Fuori, dalla casa e dal cuore!...
fuori!...
da per tutto!
- Zitta!...
- balbettò don Ferdinando mettendo il dito tremante sulla bocca.
- Poi!...
poi!...
Adesso taci!...
Tanta gente, vedi!...
- Bianca! Bianca!...
- supplicavano gli altri abbracciandola, spingendola, tirandola per le vesti.
- Portatela via!...
- gridò la zia Macrì dall'uscio.
- Nello stato in cui è, la poveretta...
succederà qualche altra tragedia!...
Frattanto giunse donna Sarina Cirmena, scalmanata, in un bagno di sudore.
- L'ho saputo or ora! - balbettò lasciandosi cadere sul seggiolone di cuoio in mezzo ai parenti riuniti nella gran sala.
- Che volete? con quel parapiglia che c'è stato nel paese! Se non era pel viatico che vidi venire da queste parti...
Il marchese indicò l'uscio dell'altra stanza con un cenno del capo.
La zia Cirmena, accasciata sul seggiolone, col fazzoletto agli occhi, piagnucolò:
- Io non ci reggo a queste scene!...
Sono tutta sottosopra!...
- E siccome continuava a interrogare cogli occhi or questo e or quello, donna Agrippina rispose sottovoce, compunta, facendo il segno della croce:
- Or ora!...
cinque minuti fa!
Don Giuseppe venne recando in fascio le bandiere:
- Ecco!...
Il falegname è avvertito.
Il barone Mèndola s'alzò per andare a sentire cosa volesse.
- Va bene, va bene, - disse Mèndola.
- Or ora si pensa a tutto.
Don Luca? ehi? don Luca?
Appena il sagrestano affacciò il capo all'uscio, si udirono delle strida che laceravano il cuore.
- Povera Bianca!...
sentite?
- Fa come una pazza! - confermò don Luca.
- Si strappa i capelli!...
Il barone Mèndola lo interrogò dinanzi a tutti quanti:
- Avete pensato a ogni cosa, eh, don Luca?
- Sissignore.
Il catafalco, le bandiere, tante messe quanti preti ci sono.
Ma chi paga?
- Andate! andate! - interruppe vivamente la Cirmena spingendo per le spalle il sagrestano verso la camera del morto, dove cresceva il trambusto.
- Mi dispiace! - osservò la zia Macrì alzandosi per vedere dov'era arrivato il sole.
- Mi dispiace che si fa tardi e a casa mia non c'è nessuno per preparare un boccone.
Uscì don Luca dalla camera del morto, turbato in viso.
- E' un affar serio...
Bisognerà portarla via per amore o per forza!...
Vi dico ch'è un affar serio!
- E' permesso? Si può?
Era il vocione del cacciatore che accompagnava la baronessa Mèndola, col cappello piumato, le calze imbottite di noci.
La vecchia, senza bisogno di udir altro, diritta e stecchita come un fuso, andò a prendere il suo posto fra i parenti che al suo apparire s'erano taciuti, seduti intorno sui seggioloni antichi, col viso lungo e le mani sul ventre.
La baronessa guardava intorno, gridando a voce alta:
- E la Rubiera? e la cugina Sganci? Ora che si fa? Bisogna avvertire il parentado per le esequie...
- Eccola lì! - disse donna Sarina all'orecchio della Macrì.
- Cascasse il mondo...
non manca mai!...
Avete visto il subbuglio che c'è per le strade?
La cugina rispose con un sorriso pallido, facendo segno che la vecchia non aveva paura di nulla perché era sorda.
- Il fatto è...
- cominciò il barone.
Ma in quel momento portavano Bianca svenuta, le braccia penzoloni, donna Agrippina e il sagrestano rossi, ansanti, e col fiato ai denti.
- Quasi fosse morta! - sbuffò il sagrestano.
- Gli pesano le ossa!...
- La zia Macrì consigliò: - Lì, lì, nella sua camera!...
- Il fatto è...
- riprese il barone Mèndola sottovoce, tirando in disparte il cugino Limòli e donna Sarina Cirmena, - il fatto è che bisogna concertarsi pel funerale.
Adesso vedrete che spuntano fuori i parenti del cognato Motta...
Faremo un bel vedere!...
al fianco di Burgio e di mastro Nunzio Motta!...
Ma il marito non si può lasciarlo fuori...
E' una disgrazia, non dico di no...
ma bisogna sorbirsi mastro-don Gesualdo, eh?...
- Sicuro! sicuro! - rispose la zia Cirmena.
Essa voleva fare qualche altra obiezione.
Ma il marchese Limòli disse il fatto suo:
- Lasciate correre, cugina cara!...
Tanto!...
il morto è morto, e non parla più.
- Allora!...
- ribatté la Cirmena diventando rossa, - è una bella porcheria che mastro-don Gesualdo non si sia fatto neppur vedere!
Mèndola uscì sul pianerottolo per dire a Barabba di correre a casa Sganci.
- Ci vogliono denari, - disse piano tornando indietro.
- Avete sentito il sagrestano? Le spese chi le fa?
La zia Macrì finse di non udire, discorrendo sottovoce colla Cirmena:
- Povera Bianca!...
in quello stato! Quanti mesi sono? lo sapete?...
- Sette...
devono esser sette...
Insomma un affar serio!...
Il marchese Limòli, che discuteva insieme a Mèndola e a Barabba sui preparativi del funerale conchiuse:
- Io inviterei l'Arciconfraternita dei Bianchi trattandosi di una persona di riguardo...
- Sicuro...
Bisogna far le cose con decoro...
senza risparmio!...
Ma ciascuno vogava al largo quando si parlava di anticipare un baiocco.
Nella camera del morto durava intanto il contrasto fra la moglie del sagrestano, che voleva farne uscire don Ferdinando, e lui che si ostinava a rimanere: come un guaiolare di cagnuolo, e la voce aspra della zia Grazia, la quale strillava:
- Madonna santa! non capite proprio nulla?...
Siete un ragazzo tale e quale! Il mio ragazzo avrebbe più giudizio di voi, guardate!
E tutt'a un tratto, in mezzo al crocchio dei parenti che discorrevano sottovoce, si vide capitare don Ferdinando strascicando le gambe, coi capelli arruffati, la camicia aperta, il viso di un cadavere anch'esso, recando uno scartafaccio che andava mostrando a tutti quanti:
- Ecco il privilegio!...
Il diploma del Re Martino...
Bisogna metterlo nell'iscrizione mortuaria...
Bisogna far sapere che noi abbiamo diritto di esser seppelliti nelle tombe reali...
una cum regibus! Ci avete pensato alle bandiere collo stemma? Ci avete pensato al funerale?
- Sì, sì, non dubitate...
Come ciascuno evitava di impegnarsi direttamente, voltandogli le spalle, don Ferdinando andava dall'uno all'altro biascicando, colle lagrime agli occhi:
- Una cum regibus!...
Il mio povero fratello!...
Una cum regibus!...
- Va bene, va bene, - gli rispose il marchese Limòli.
- Non ci pensate.
Il barone Mèndola, che era stato a confabulare con della gente, fuori sul pianerottolo, rientrò gesticolando:
- Signori miei!...
se sapeste!...
Casco dalle nuvole!...
- Zitto! - gli fece segno il marchese, - zitto! Che cos'è adesso?...
Nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto; delle voci affannose e supplichevoli; un tramenìo come di gente in lotta; grida deliranti di dolore e di collera; poscia un urlo che fece trasalire tutti quanti.
L'uscio fu sbatacchiato con impeto, e ne uscì all'improvviso il marchese stravolto.
Un momento dopo si affacciò la zia Macrì gridando:
- Un medico! Presto! presto!
Giungevano allora altri parenti in processione, compunti coi guanti neri.
In mezzo al rumore delle seggiole smosse la zia Macrì tornò a gridare:
- Presto! un medico! presto!
IV
"Se agglomerate cerimonie tema non forman delle mie verghe non ne traligna l'ossequio.
Sì che sorgenti men fallaci e più stabili le sole preci ne reputo.
Il favor di un vostro sguardo è quel che anelo, e lo ambisco mercé delle melenzose mie riga.
L'ore 7 del 17.
" Barone Antonino Rubiera."
- Sicuro! - aggiunse mastro Titta che stava sull'uscio del palchetto, mentre donna Fifì compitava la letterina.
- Me l'ha data lui stesso, il baronello, per consegnarla di nascosto alla prima donna.
Ma, per carità! Son padre di famiglia!...
Non mi fate perdere il pane.
Donna Fifì, gialla dalla bile, non rispose neppure.
Di nascosto, dietro il parapetto, spiegazzava la lettera con mano febbrile.
Indi la passò alla mamma che balbettava.
- Ma sentiamo...
Cosa dice?...
- Me ne vo, - riprese il barbiere umilmente.
- Torno sul palcoscenico perché adesso lei ammazza il primo amoroso, e devo pettinarla coi capelli giù per le spalle...
Mi raccomando, donna Fifì!...
Non mi tradite!...
- Ma che dice? - ripeté la mamma.
Nicolino cacciò il capo fra di loro, e si buscò una pedata.
Agli strilli accorse don Filippo, che stava passeggiando nel corridoio, perché il palco era pieno zeppo.
- Che c'è?...
Al solito! Facciamo ribellare tutto il teatro...
soltanto noi!...
Canali cacciò anche lui il capo dentro il palchetto.
- State attenti! Ora c'è la scena in cui s'ammazzano!...
- Magari! - borbottò fra i denti Fifì.
- Eh? Che cosa?
- Nulla.
Fifì ha mal di capo, - rispose don Filippo.
Quindi piano alla moglie: - Si può sapere che cosa c'è?
- Si soffoca! - aggiunse Canali.
- Mi fate un po' di posto?...
Guardate lassù!...
quanta gente! Quasi quasi mi metto in maniche di camicia.
C'era una siepe di teste.
Dei contadini ritti in piedi sulle panche della piccionaia, che si tenevano alle travi del soffitto per guardar giù in platea; dei ragazzi che si spenzolavano quasi fuori della ringhiera, come stessero a rimondar degli ulivi; una folla tale che la signora Capitana, nel palco dirimpetto, minacciava di svenirsi ogni momento, colla boccetta d'acqua d'odore sotto il naso.
- Perché non si fa slacciare dal Capitan d'Arme? - disse Canali che aveva di tali uscite.
Il barone Mèndola, il quale stava facendo visita a donna Giuseppina Alòsi nel palco accanto, si voltò colla sua risata sciocca che si udiva per tutta la sala.
Donna Giovannina si fece rossa.
Mita sgranò tanto d'occhi, e la mamma spinse Canali fuori dell'uscio.
Poi disse a Fifì:
- Bada! La Capitana ti guarda col cannocchiale!...
- No! Non guarda me! - rispose lei facendo una spallata.
- Ne volete sentire una nuova? - seguitò il barone ostinandosi a cacciare il capo nel vano dell'uscio.
- C'è un casa del diavolo, dalla Capitana!...
Fa sorvegliare la locanda dov'è alloggiata la prima donna!...
Suo marito stesso, poveretto!...
Pare che ne abbia scoperto delle belle!...
- Il Capitan d'Arme, seccato, fu costretto a rimbeccargli: - Perché non badate a quel che succede in casa vostra, caro collega?
- Ehm! ehm! - tossì don Filippo gravemente.
Dalla platea intimarono pure silenzio, giacché s'alzava il sipario.
Donna Bellonia allora cavò fuori gli occhiali per leggere il biglietto, dietro le spalle di Fifì.
- Ma che dice? Io non ci capisco niente!...
- Ah, non capite?...
Non me ne ha scritta mai una così bella!...
l'infame! il traditore!...
Il fatto è che Ciolla, il quale si piccava di letteratura, ci s'era stillata la quintessenza del cervello, chiusi tutti e due a quattr'occhi col baronello nella retrobottega di Giacinto.
Don Filippo tornò a domandare:
- Ma che c'è? Si può sapere?
- Ssst!!! - zittirono dalla platea.
Si sarebbe udita volare una mosca.
La prima donna, tutta bianca fuorché i capelli, sciolti giù per le spalle, come l'aveva pettinata mastro Titta, faceva accapponar la pelle a quanti stavano a sentirla.
Alcuni, dall'ansia, s'erano anche alzati in piedi, malgrado le proteste di quelli ch'erano seduti dietro e non vedevano niente.
Lo stesso Canali, commosso, si soffiava il naso come una tromba.
- Guardate! guardate!...
adesso!...
"Io!...
io stessa!...
con questa destra che tu impalmasti, giurandomi eterna fé!..."
L'amoroso, un mingherlino che lei si sarebbe messo in tasca, indietreggiava a passi misurati, con una mano sul giustacuore di velluto, e l'altra, in atto di orrore, fra i capelli arricciati.
- Non ci reggo, no! - borbottò Canali.
E scappò via, giusto nel momento che risuonavano gli applausi.
- Che comica, eh? Che talento? - esclamò don Filippo smanacciando lui pure.
- Peste!...
maleducato!...
Nicolino impaurito sgambettava e cacciavasi verso l'uscio a testa in giù, strillando che voleva andarsene.
Un terremoto giù in platea.
Tutti in piedi, vociando e strepitando.
La prima donna ringraziava di qua e di là, dimenando i fianchi, saettando il collo a destra e a sinistra al pari di una testuggine, mandando baci e sorrisi a tutti quanti sulla punta delle dita, colle labbra cucite dal rossetto, il seno che le scappava fuori tremolante ad ogni inchino.
- Sangue di!...
corpo di!...
- esclamò Canali che era tornato ad applaudire.
- Son maritato!...
son padre di famiglia!...
Ma farei uno sproposito!...
- Papà mio! papà mio! - proruppe allora donna Fifì, scoppiando a piangere addosso al genitore.
- Se mi volete bene, papà mio, fatemi bastonare a dovere quella sgualdrina!...
- Eh?...
- balbettò don Filippo rimasto a bocca aperta e con le mani in aria.
- Che ti piglia adesso?
Donna Bellonia, Mita, Giovannina, tutte insieme si alzarono per calmare Fifì, circondandola, spingendola in fondo, verso l'uscio, per nasconderla.
Nei palchi dirimpetto, giù in platea, vi fu un ondeggiare di teste, delle risate, dei curiosi che appuntavano il cannocchiale verso il palchetto dei Margarone.
Don Filippo, onde far cessare lo scandalo, si mise in prima fila, insieme a Nicolino, appoggiandosi al parapetto, salutando le signore col sorriso a fior di labbra, mentre borbottava sottovoce:
- Stupida!...
Tuo fratello, così piccolo, ha più giudizio di te, guarda!...
Anche nel palco accanto si udiva un tramenìo.
La signora Alòsi tutta affaccendata, con la boccettina d'acqua d'odore in mano, e il barone Mèndola voltando la schiena al teatro, scuotendo per le braccia un ragazzetto bianco al par della camicia, abbandonato sulla seggiola.
- Gli è venuto male al piccolo La Gurna...
- disse il barone Mèndola dal palco di donna Giuseppina.
- Capisce come uno grande!...
Una seccatura!
- Come la mia Fifì...
or ora!...
Benedetti ragazzi! Pigliano tutto sul serio!...
Il fanciullo, pallido, con grandi occhi intelligenti e timidi, guardava ancora la scena a sipario calato.
Donna Giuseppina, dopo che il nipotino si fu riavuto alquanto, offrì per cortesia la sua boccetta d'odore ai Margarone.
Don Filippo seguitò a brontolare sottovoce:
- Tale e quale come il ragazzo La Gurna che ha sett'anni!...
Vergogna!...
Non mi ci pescate più, parola d'onore!
Ma tacque vedendo entrare Mèndola che veniva a far visita, vestito in gala, colla giamberga verde bottiglia, i calzoni fior di pomo, soltanto il corvattone nero pel lutto del cugino Trao.
Andava così facendo visite da un palco all'altro, per non pagare il posto.
- Non vi scomodate...
un posticino...
in un cantuccio...
Voi, Canali, potete andare da donna Giuseppina, qui accanto, che non c'è nessuno!...
No, no, in verità, nessuno!...
Sarino, il suo figliuoletto, quello alto quanto il ventaglio, sapete la canzone?...
e Corradino La Gurna, il ragazzo della zia Trao...
Donna Giuseppina lo conduce dove va per servirle di paravento...
quando aspetta certe visite...
capite? L'hanno mandato apposta da Siracusa per romperci le tasche!...
- Poscia, appena Canali se ne fu andato: - Ora arriva anche Peperito!...
Non mi piace giuocare a tressetti!...
- E ammiccò chiudendo un occhio.
Nessuno gli rispose.
Allora vedendo quei musi lunghi, ripigliò, cambiando tono:
- Che produzione, eh? La donna specialmente!...
M'ha fatto piangere come un bambino!
- Anche qui! anche qui! - rispose don Filippo, fingendo di volgerla in burletta.
- Ah, donna Fifì?...
Allegramente, ché adesso, al terz'atto, fanno pace fra di loro.
Lui è ferito soltanto.
Lo salva una ragazza che l'ama di nascosto, e viceversa poi si scopre esser sua sorella di latte...
Una produzione che fu replicata due sere di seguito a Caltagirone...
Ohi! ohi!...
cos'è adesso?
Il Capitan d'Arme, dal palco dirimpetto, credendo di non esser visto, dietro le spalle della Capitana, faceva segno verso di loro col fazzoletto bianco, fingendo di soffiarsi il naso.
Mèndola nel voltarsi sorprese pure donna Giovannina col fazzoletto al viso.
Ella abbassò subito gli occhi e si fece rossa come un peperone.
- Ah! ah!...
Sicuro! Una bella compagnia! Fortuna che sia capitata da queste parti! La prima donna specialmente!...
Sta lì, di faccia a casa mia, nella locanda di Nanni Ninnarò.
Bisogna vedere ogni sera, dopo la recita!...
- E terminò la frase all'orecchio di don Filippo, il quale rispose: - Ehm!...
ehm!...
- Ti dò uno sgrugno, - minacciò intanto la mamma sottovoce, mangiandosi cogli occhi Giovannina.
- Ti fo venire adesso il raffreddore!...
- Sicuro! - riprese il barone ad alta voce perché non capissero le ragazze.
- Padrone del campo veramente è il padre nobile, quello che avete visto col barbone bianco.
Finta che litigano ogni sera sul palcoscenico...
Ma poi, a casa, bisogna vedere!...
Non vi dico altro! Ho fatto un buco apposta nell'impannata del granaio che guarda appunto in camera sua.
Però ci sono gli avventizî, i devoti spiccioli, capite? quelli che vanno a portare la loro offerta...
Il figlio del notaro Neri ha saccheggiato la dispensa, nel tempo che suo padre era fuggiasco...
salsicciotti, reste di fichi secchi, pezze intere di cacio...
Portava ogni giorno qualcosa in tasca...
Ohi! ohi!...
La signora Capitana si disponeva ad andarsene prima del tempo.
In piedi, sul davanti del palchetto, aveva tolto con mal garbo il guardaspalle al Capitan d'Arme, e l'aveva dato al tenente, il quale glielo accomodava sugli omeri nudi in barba al suo superiore, adagio adagio, facendo il comodo suo, senza curarsi di tutti quegli occhi che avevano addosso.
Don Bastiano Stangafame dall'altro lato, col ventaglio in mano, e il marito, pacifico, che guardava e taceva.
Mèndola diede una gomitata a Margarone, e tutti e due si misero a guardare in aria, grattandosi il mento.
Canali osservò dal palco accanto:
- Un po' per uno, non fa male a nessuno!...
- Badate a voi piuttosto!...
badate!...
- Sì, sì, l'ho visto venire...
Adesso scappo, prima che giunga il cavaliere...
S'imbatté col Peperito giusto sull'uscio del corridoio.
- Oh, cavaliere!...
Beato chi vi vede! S'era inquieti da queste parti...
parola d'onore!...
- Perché? - balbettò Peperito facendosi rosso.
- Così...
Una produzione come questa che fa correre tutto il paese...
Si diceva...
come va che il cavaliere?...
Peperito esitò alquanto, cercando la risposta, non sapendo se dovesse mettersi in collera, e poi gli sbatté l'uscio sul muso.
- Ora fanno il quadro degli innocenti! - soggiunse Canali ridendo.
- Vado in platea per vederlo di laggiù.
- Allegramente, donna Fifì! - disse poi Mèndola.
- Non vi sono né morti né feriti!...
Se non arriviamo a farvi ridere in nessun modo, vuol dire...
In quella si udì nel corridoio un fruscìo di seta, e un rumore di sciabole e di speroni.
Donna Giovannina si fece di brace in volto, sentendosi addosso gli occhi della mamma.
La signora Capitana spinse l'uscio del palchetto, e mise dentro la sua testolina riccioluta e sorridente.
- No, no, non vi scomodate.
Son passata un momento a salutarvi.
Un'indecenza questa produzione...
Io me ne vo per non sentir altro...
E il vestito della donna!...
avete visto, nel chinarsi?...
- Eh! eh!...
- rispose don Filippo accennando alle sue ragazze.
- Precisamente! Una mamma non potrà condurre in teatro le figliuole.
- E' giusto! - osservò allora don Filippo.
- Dovrebbe interessarsene l'autorità...
Il tenente, che le cortesie della signora Capitana avevano messo in vena, aggiunse:
- Io sono l'autorità.
Ora corro sul palcoscenico per vedere s'è quel che dico io...
Voglio toccare con mano come san Tommaso!
Ma nessuno rise.
Solo la Capitana, dandogli un colpetto sul braccio, si chinò sorridendo all'orecchio di donna Bellonia per confidarle ciò che affermava il tenente: - Io dico di no, invece.
Guardate donna Giovannina...
E' grassa quasi quanto la prima donna, eppure non si vede...
Un po'...
sì...
da vicino...
forse pel busto che stringe troppo...
- Graziosissimo!...
- borbottò il Capitan d'Arme dal corridoio.
- Elegantissimo!...
Zacco, che giungeva allora, al vedere gli uniformi stava per torna