PROFUGIORUM AB AERUMNA, di Leon Battista Alberti - pagina 4
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Niuno si truova più lieve che colui el quale non ferma el suo volere a qualche certezza; e fa niuno tanto contro alle voglie sue quanto colui che pur vuole quel che e' non ha, però che ciò che e' fa per averlo vorrebbe non lo fare.
E a precludere queste moleste voglie gioverà considerare le cose con ragione e verità, non con quella opinione qual biasimava Aristones filosofo in noi mortali, e meravigliavasi donde fusse che gli uomini si dessono a intendere d'esser beati più dalle cose superflue che dalle necessarie.
E molto gioverà in noi statuire che le cose buone e necessarie sono e poche e facili, dove, contro, le non necessarie sono molte e fallaci e fragili e difficili e raro oneste.
Quale, se ben fussero da pregiarle, dobbiamo riconoscere in noi quello che ne ammonia Pittagora, che cosa niuna fuori di noi si truovi nostra; e non che nostra, ma né volle la natura noi omicciuoli esser d'altro che di noi stessi custodi, quando di tante sue cose la natura solo a noi lasciò un picciolo uso d'una minima parte.
E quando ben fussero ottime e nostre, riconosciamoci mortali ed assiduo penderci da molti vari casi sopra capo e non lungi la morte.
E se bene vivessimo gli anni di Nestore o di qualvuoi altro che più visse, ricordianci assidui, come disse Manilio quel poeta:
...labor ingenium miseris dedit et sua quemque
advigilare iussit fortuna premendo.
E certo, come disse Crisippo, troverrai niuno infra e' mortali a cui non spesso occorrano cose da dolorarlo.
Adunque pensaremo che ogni volubilità della fortuna possa in noi di dì in dì quel ch'ella suole in tutti gli altri mortali.
Ma in questo pensiero non però ci attristeremo quasi come tuttora aspettassimo qualche ruina in nostre fortune e cose.
Né ancora solliciteremo noi stessi a curare ogni minimo movimento de' tempi e delle cose, perché, come scrisse Augusto principe ad Liviam questo sarebbe un perpetuo estuare coll'animo e un quasi straccare sé stesso.
Ma ben ci prepareremo e offirmerenci coll'animo a sopportare senza contumacia ciò che possa avvenire.
E se pur cosa verrà contro tua volontà, prepàrati che non venga contro a tua opinione.
Stima che in te potranno le avversità quanto poterono in ciascuno degli altri uomini.
Con questo premeditare che tu se' mortale e che ogni duro caso può avvenirti, asseguiremo quel che molto si loda presso de' prudenti, quali ne ricordano: diamo opera ch'e' tempi passati e questi presenti giovino a que' che ancor non vennero, e ricordianci che ne' tempi della seconda fortuna prepariamo e' rimedi contro l'avversità.
Così noi in questa tranquillità d'animo assettianci a un curare poco e a un quasi dimenticarci le ingiurie della fortuna prima che ne offendano.
E interverracci simile a quel Bion filosofo, qual morendo si gloriava mai avere in sua vita sofferto cose contro a sua voglia.
E così addestrati col tempo impreenderemo non dedicarci a stimare e amare le cose più che a loro si convenga.
Modera la oppinione e iudizio, tempererai gli affetti e' moti dell'animo.
Temperato l'amore, si spegne la volontà.
Estinta la volontà, non desidererai; non desiderando, non ti duole el non avere o avere quello che tu nulla stimi.
Dicono: ama la patria, ama e' tuoi sì in far loro bene quanto e' vogliano.
Ma e' dicono ancora che la patria dell'uomo si è tutto el mondo, e che 'l savio, in qualunque luogo sarà constituto, farà quel luogo suo; non fuggirà la sua patria, ma addotterassene un'altra, e quivi arà bene assai dove e' non abbia male, e fuggirà sempre essere a sé stessi molesto.
E lodano quel detto antiquo di quel Teucer, uomo prudentissimo tanto nominato, qual dicea che la patria sua era dov'egli bene assedesse.
E sono miei quegli pe' quali io viva contento e quieto coll'animo; quelli vero pe' quali io viva discontento e perturbato, sono non miei, ma più tosto alieni e da connumera'gli fra' nostri nimici.
Aggiugni a queste che per escludere da noi ogni gravezza d'animo, molto s'acconfarà fuggire que' luoghi, quelle cose, quelle persone, quali siano atte a importarci molestia e perturbazione.
Fra la moltitudine puoi né stare né andare che tu non sia urteggiato.
Sentenza di Crasso oratore: le volontà di colui non esser libere, quale sia osservato da molti.
La solitudine sempre fu amica della quiete; e questo vero quando la sia non oziosa.
L'ozio, - chi dubita? - nutrisce ogni vizio; e nulla più perturba che 'l vizio.
Dicea Ovidio:
et capiunt vitium, ni moveantur, aquae.
Molto più l'animo, nato a mobilità e varietà, più che ogni onda.
Sarà adunque la solitudine con qualche essercizio, de' quali più giù diremo.
E poiché tante cose aduniamo e facciamo e ordiniamo per salute del corpo per gratificare alle nostre membra, curiamo quando che sia la salute dell'animo nostro.
Dicea Omero poeta che agli uomini nascono molti mali dal ventre; e noi pur ci diamo a servire al ventre, onde a noi resultano infiniti incommodi.
Dianci adunque a vivere non alle membre nostre ma a noi stessi, cioè a ben fruttare el nostro ingegno.
Quando vediamo che sollecitarci in curare le cose di fuori di noi, sono nostre opere e nostri pensieri tanto d'altrui e non nostre quanto quella e quell'altra cosa la richiede e adopra, lascianle guidare alla fortuna di chi elle sono.
Non però voglio posporre la salute del corpo; volo sustentare, non saziarlo.
Dicea Diogenes cinico: se col grattarsi el ventre si sedasse la fame, forse sì farebbe per gli uomini e forse che no.
La fame, se non gli satisfai, infesta e fassi ubidire.
Apulegio, accusato, negava sé esser pallido per le cure amatorie, ma affermava che le fatiche degli studi lo allassavano.
Quattro cose connumerano e' fisici esterminare e prosternere in noi le forze della natura: il dolore, le vigilie, el fetore, le cure dell'animo.
E non so come, indebolite le membra, l'animo sia men libero e men suo.
Adunque daremo al corpo quantunche bisogna, e ritrarremolo dalle cose nocive alla sanità.
E per non eccitare all'animo altre cure, schifaremo d'avere più d'una faccenda qual sia nulla grave o difficile più che possino le forze nostre.
Non però in questa porremo ogni nostro studio, ogni opera, ogni assiduità; anzi interlasseremo qualche ora, e poseremo quando che sia quella veemente contenzione d'animo e perseveranza di nostro studio.
Asinio Pollione, nobile oratore, scrive Seneca, sino all'ora del dì decima sé essercitava in ogni laboriosa industria: doppo all'ora decima sé contenea in tanto ozio che neppure leggea le lettere scrittegli da' suoi amici.
E non senza onestissima ragione e' nostri maggiori patrizi in Roma vetavano si facesse in Senato dopo certa ora nuova relazione, ché voleano a tante faccende interporvi qualche ozio e quiete.
Antioco re, dopo che perdé l'Asia, ringraziò el Senato di Roma e fu lieto gli si minuissero faccende.
E noi poco prudenti non solo con troppa sollicitudine ci affanniamo in più nostre faccende, ma e non richiesti intraprendiamo le faccende altrui.
Antiquo proverbio: chi s'impaccia rimane impacciato.
E dispiacemi la stultizia di molti quali, nulla curiosi d'addestrare se stessi a virtù, mai restano investigare e' fatti e detti altrui.
E interviene loro come a chi ama, quale scrive quel vezzosissimo poeta Properzio:
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rursus puerum quaerendo audita fatigat,
quem, quae scire timet, quaerere plura jubet.
Interverratti forse che ti converrà inframettere a qualche faccenda aliena dall'ozio tuo.
Tu qui pon quello studio in pensar di non la ricevere a te qual tu porresti in essequirla ricevendola.
Argumentava Aristotile in questa forma: come la guerra si soffre a fine di pace, così le faccende si pigliano per assettarci in ozio.
Qual cosa non potremo se non satisfarèno alle necessità, e per adempiere la necessità cerchiamo l'utile.
Ma cosa niuna disonesta sarà mai necessaria.
Per vivere adunque in ozio onesto intrapreenderemo le fatiche, non per agitarci ambiziosi e ostentosi.
Onde a me coloro paiono pessime consigliati quali curano fra le prime cose la repubblica e spesso abbandonano le sue faccende per agitarsi in quella ambizione de' magistrati; e ripresi rispondono così doversi dove chi si sta sia lasciato stare, e pare loro non essere uomini se non sono sollicitati e richiesti da molti.
Questi a me paiono poco prudenti se fuggono starsi contenti di sé stessi e pertanto liberi e beati.
Solea dire Galba, quello uno de' dodici principi romani: niuno mai sarà sforzato a rendere ragione dell'ozio suo.
Né senza cagione ascrivea l'Epicuro agli dii summa beatitudine el convenirli far nulla altro che contemplar sé stessi.
Né mi dispiace quel detto di Crasso, qual negava parerli omo libero colui qual talora non possa far nulla.
E in una nave, come argomenta Platone, se al governo siede omo atto e destro a quello essercizio, che arroganza sarà quella di chi ne lo lievi e prepongasi ad amministrare le cose? E se non v'è atto, che a te? Non voler tu solo di quello che è publico più che se ne vogliano tutti gli altri.
Ma quello temerario qual non sa regger sé in quiete e in tranquillità, come reggerà gli altri? Come più uomini? Come uno intero popolo e moltitudine? Non mi stenderò in questa parte.
E non racconto quante perturbazioni apporti seco ogni ambizione e ostentazione di nostra virtù e prudenza e dottrina, onde, lasciamo le invidie quante elle siano in altrui, e certo in noi insurge cagion di contendere e gareggiare, e ogni contenzione e gara tiene in sé faville di rissa, quale agitate accendono grave odio e inimicizia.
Atqui amat victoria curam, dicea Catullo; e colle gare e colle concertazioni sempre fu iunta la indignazione; e gli sdegni sono nella vita dell'uomo mala cosa, e troppo atti a troppo perturbar e' nostri animi.
Ateglies Samio atleta, nato muto, sendogli ratto el premio e titolo della vittoria in teatro, acceso d'indegnazione ruppe in voce e sgroppò la lingua a favellare e condolersi.
Cleopatra, spreta da Cesare Augusto, sé stessi uccise.
Tanto possono in noi gli sdegni non solo commuovere gli animi atti e quasi fatti a perturbazione, ma ancora travaricare e pervertere ogni instituto e ordine di natura.
Ma di questo altrove.
Alcuni da natura sono suspiziosi, acerbi, proni ad iracundia.
Voglionsi schifare, però che come l'altrui incendio scalda e' nostri prossimi parieti, così l'altrui infiammata ira nuoce a chi, e cedendoli e vitandoli, non se allontana.
E sopratutto que' che sono inerti, oziosi e insieme lascivi e prosecutori delle voglie sue.
E in prima si voglion fuggire e' raportatori, e massime e' bugiardi, que' potissime che sono versuti e callidi; da qual sorte di gente mai ti resterà se non che lagnarti e indegnarti.
E con tutti conviensi esser tardi al credere e persuaderti ch'ogni uomo sia buono.
E chi ti referisce male d'altri, quasi protesta non amarlo; e chi non ama chi tu reputi buono, mostra te essere imprudente iudicatore delle altrui virtù, e d'altra parte mostra sé esser non buono.
Non si li vuol credere.
Per gli orecchi, dicono, entra la sapienza; ma e ancora indi, non meno che per gli occhi, entra perturbazione e tempesta non poca a' nostri animi.
Adunque otturiàngli.
Fu chi volle viver cieco per meglio filosofare e per non vedere d'ora in ora cose quale lo distraessero dalle sue ottime cogitazioni e distogliessero dalle continue sue investigazioni di cose occultissime e rarissime.
Non ardirei biasimare tanto filosofo, ma né ancora saprei imitarlo.
Più mi diletterebbe quel Cotis principe a cui recita Plutarco che fu presentato alcuni vasi di terra bellissimi e lavorati con figure e cornici maravigliose; el quale accettò el dono con ogni grazia, e molto gli mirò e lodò, poi gli ruppe per non avere a crucciarsi se un de' suoi forse gli avesse lui rotti.
Così noi; e faremo come a Vinegia que' che seggono iudici a' litigi: quando e' si consigliano per pronunziare la sentenza, oppongono una tavoletta, e ivi dopo iunti e' capi si consigliano.
Noi per intercluderci e nasconderci da molte inezie e fastidi del volgo e degli insolenti, ne opporremo el libro in quale occupati acquiesceremo.
E poi che oggi così si vive che nulla si fa o dice non fitto e simulato, prima ne consiglieremo e col tempo e con noi stessi quanto sia da credere o refutare ogni altrui parola o fatto; e delle nostre saremo massai più che di cosa alcuna, però che la parola uscita mai si può revocare: se taci, sempre puoi non tacere.
Sentenza d'Ippocrates: el tacer non dà sete.
Né qui ancora mi stendo in raccontare come la natura oppose due valli e siepi alle parole nostre, denti e labbra; all'udire diede due aperte vie e patentissime.
Piaceracci adunque ubidire la natura: udiremo di qua e di qua; el parlare nostro lo riconosceremo datoci non per detraere, non per eccitar discordie e danno ad altri, ma per commutare nostri affetti, nostri sensi e cognizione a bene e beato vivere.
Un precetto approvano gli antichi a vivere in pura tranquillità e quiete d'animo: che mai pure pensi far cosa quale tu non facessi presente gli amici e nimici tuoi.
Ma a me pare potere affermare questo, che chi viverà disposto di mai dir parola non verissima, a costui mai verrà in mente cosa non da volerla fare palese in mezzo della moltitudine, in teatro.
Quanto sia la verità degna e utilissima a ogni ferma quiete, e contro, quanto sia impedimento e forza a disturbarci nella busia, altrove sarà da ragionarne.
E poi che facemmo menzione degli amici, prestaremo ogni diligenza in non accoppiarsi a familiarità di chi a te comandi in le voglie sue, dove tu ne' tuoi bisogni abbi a pregare lui.
Aurea sentenza de' nostri maggiori, qual racconta Seneca: cosa niuna costa caro quanto quello che tu comperi co' prieghi.
Co' pari a te vivi lieto.
Ma fa come quel .....
presso a Terenzio comico, qual negava essere alcuno de' suoi a cui e' volesse ogni sua cosa esser palese.
Studia perseverare in benivolenza, ma stima potere, quando che sia, essergli men coniunto che tu non fusti.
Sopra tutti gli altri ricordi non voglio preterire questo: dico a te, Battista, fuggi ogni commerzio, fuggi trame e lezi di qualunque femmina.
Apresso a Omero, quel sapientissimo Agamennon afferma infra' mortali essere animal veruno più scelesto che la femmina.
Tutte sono pazze e piene di pulce le femmine, e da loro mai riceverai se non dispiacere e impaccio e indignazione.
Vogliolose, audaci, inconstante, suspiziose, ostinate, piene di simulazione e crudelità.
Così di dì in dì precludendo in noi e tagliando la via alle perturbazioni in modo ch'elle trovino chiuso ogni addito e otturato ogni fenestra per donde elle possino entrare ne' nostri animi, daremo ogni opera e industria di vivere liberi e vacui d'ogni molestia.
E insieme studieremo, qual facea Alessandro, essercitando le sue gente e commilitoni in ogni preludio e movimento atto a bene adoperarsi in arme contro a' loro nimici, così noi studieremo essercitare nostre membra e sensi in ogni tolleranza e fortezza, per la quale ne rendiamo fermi e constanti contro ogni impeto della fortuna e de' casi avversi.
E saranno e' primi nostri essercizi tutti addiritti a profugar lungi da noi ogni vizio, però che da' vizi nascono agli animi nostri manifestissime ruine.
E qui in due cose mi par bisogni essercitarci: in moderar le volontà, e temperar l'ira.
A tutt'e due daremo e modo e freno se statuiremo curar meno e meno tuttora stimare qualunque piacere nostro e qualunque dispiacere.
Avvederenci d'esser bene composti coll'animo a questa una opera quando accettaremo da noi stessi niuna eccezione contraria.
Oggi siede el popolo allo spettacolo, e io voglio essercitarmi in curar nulla questa voluttà; rinchiuderommi tra' miei libri e starommi solo.
Se così deliberasti fare, niuna suasione d'altrui, nulla cosa potrà avvenirti in mente che ti distolga dal tuo instituto.
Ma tu quanto darai orecchie o fede a cosa che ti disduca da questo proposito, quanto penderai coll'animo verso dove la voluttà t'alletta, tanto sarai non ben costituto né bene addritto a sostenere te stessi; e quanto non atuterai le voglie tue e dara'ti a non repugnarle, tanto dispiacerai a te stessi, e tanto sarai non tuo né libero.
Spegni, succulca quel pensiero.
Refuta ogni cagione e condizione quale interrumpa e' tuoi culti a virtù.
Scrive, presso a Erodoto istorico, Amasis re d'Egitto a Policrate tiranno fortunatissimo: «S'egli è chi desideri bene a' suoi amici, io sono uno di que' tali.
Né stimo che tu creda me esserti amico per rispetto delle tue fortune; ma poiché 'nsino alli dii par che non possino patire in noi mortali troppa felicità, sempre iudicai commodissimo ausarsi a tollerare ora le cose seconde ora le avverse.
Questi vivuti sempre in felicità, che sanno essi quello che possa la fortuna? Che possono essi o pensare con ragione o statuire con diritto o integro iudicio? Niente.
Adunque, se tu mi crederai come ad amico fedele e non in tutto imprudente, piglierai da me qualche argomento contro la fortuna; e a quelle cose che apresso di te sono carissime, e quali perdute molto ti dorrebbono, gittale da te, e quinci comincia imparare soffrire te stessi contro al dolore e contro la ingiuria de' tempo avversi.
Vale».
Così adunque a noi; e in questo così essercitarci faremo come fa el musico che insegna ballare alla gioventù: prima sussequita col suono el moto di chi impara.
e così di salto in salto meno errando insegna a quello imperito meno errare.
Così noi, se non così a perfetta misura, potremo nei gravi nostri moti subito adattare noi stessi.
Nondimeno errando cureremo tradurci sì che ogni dì si aggiunga in noi qualche parte a esser più compiuti e perfetti in virtù; e accrescerassi alla virtù quanto scemeremo al vizio.
Sono alcuni da natura proclivi e addritti a qualche affetto d'animo non lodato.
Cinna fu crudele, Silla fu concitato e veemente, Mario perseverò in sua iracundia.
A simili bisogna nelle picciole e lieve cose avvezzarsi a quasi edificare in sé un'altra natura.
Furono tra e' filosofi chi per ausarsi a non isdegnarsi se altri non li compiacea e conferiva quel che e' pregava, solea con molta instanza e con lunghe suasioni chiedere dalle statue più cose.
E Crates filosofo irritava una e un'altra vilissima e procacissima trecca o meretrice a garrire seco; e questo facea per avvezzarsi a udire sanza stomaco e perturbazione parole villane e rissose contro a sé.
Leggesi che ad Epaminunda, illustrissimo principe e lume di Grecia, fu dato una faccenda vilissima per dispettarlo, che provedesse a certe strade.
Rise e lieto si die' a quanto gli fu imposto.
Così tu simile godi ti sia dato materia in quale tu impari vincere te stessi.
Le dure condizioni de' tempi sono materia ad informarci a virtù.
Tigranes, nipote del re Archelou, perché più tempo visse stadico in Roma, dimenticò el fastu e superbia regia e divenne paziente quasi fino a essere servile.
Udisti da chi t'odia un morso di parole.
Vedesti quello insolente onteggiarti.
Tu, delibera sofferirlo, almeno simular d'essere sofferente.
E interverratti come fra gli amici, che servendo ad altri obbliga lui, contro, a pari servire sé.
Così tu usandoti gratificare alla virtù, ella ti si darà pronta a mai abbandonarti; e interverracci che simulando diventerremo quali vorremo parere.
Ottima simulazione sarà qui fare quello che fa chi non si perturba né si commuove.
A Plutarco parea che con moderare la lingua si spenga l'ira; e in ogni vita sarà utilissimo el moderarla.
Dicea Platone che gli dii rendeano in premio delle parole inconsiderate e lievi, pena gravissima.
Scauro non volle che 'l servo dello inimico suo gli referissi e' malefici del patrone suo.
Filippo re de' Macedoni, escluso la notte dalla moglie, tacque.
M.
Babio rimise salvi e liberi a Cleopatra que' duo militi Gabbiani che gli aveano ucciso el figliuolo.
Così fa chi sia bene consigliato e ben offirmato e constante: modera e comprime quelle cose per donde s'accenda l'ira e le perturbazioni, e più gode e mostra non satisfarsi crucciato ove e potea saziarsi.
Né sia chi stimi non essercitandosi abituare in sé virtute alcuna.
Non scrivendo, non pingendo, mai diventeresti pittore o scrittore.
E scrivendo non bene s'impara scriver bene, pur che facendo curi fuggir quello che in te facea scriverti non bene.
E per adattarci a virtù intrapreenderemo qualche essercizio virtuoso, in quale occupati ne esserciteremo assiduo pensando, investigando, adunando, componendo e commentando, e accomandando alla posterità nostra fatica e vigilie.
E così ne distorremo e separaremo da ogni contagione e macula del vizio, e viveremo lieti e contenti.
Oh dolce cosa quella gloria quale acquistiamo con nostra fatica! Degne fatiche le nostre per quale possiamo a que' che non sono in vita con noi mostrare d'esser vivuti con altro indizio che colla età, e a quelli che verranno lasciargli di nostra vita altra cognizione e nome che solo un sasso a nostra sepoltura inscritto e consignato.
Dicea Ennio poeta: non mi piangete, non mi fate essequie, ch'io volo vivo fra le parole degli uomini dotti.
Ma non mi stendo in lodare l'affaticarsi in cose pregiate e degne.
Solo ammonisco qui Battista quanto io stimo bisogni essercitarsi.
Chi vive senza faccende, dicea Plauto quel poeta, ha più che fare che chi è faccendoso; e' va su e va giù, e non sta qui né quivi, erra e combatte sé stessi.
E noi, produtti in vita quasi come la nave, non per marcirsi in porto ma per sulcare lunghe vie in mare, sempre tenderemo collo essercitarci a qualche laude e frutto di gloria.
E gioverà imporre a noi stessi qualche necessità di così essercitarci in virtù.
Io deliberai un tempo riconoscere tutto quello che scrisse Aristotile in filosofia.
Chiamai alcuni studiosi e a me imposi legger loro ogni dì due ore.
Quella ascrittami quasi necessità mi fece assiduo più ch'io forse non sarei stato.
Scrive Solino che 'l cervo ausa e' suoi nati a correre e fuggire.
E se el cervo e l'altre bestie da natura cognoscono e' suoi bisogni e utilità, noi nati uomini a che ne addestreremo? Adunque noi in ogni attitudine a bene vivere, ma in prima in quel che più bisogna più ne auseremo.
E non sia chi dubiti che sopra tutto bisogna ausarsi ad odiare e fuggire ogni vizio prossimo molto.
E molto giova darsi a meritare fama e immortalità di suo nome e memoria.
Ma sopra ogni cosa conviensi ben curare e cultivare l'animo con buona instituzione e degna erudizione.
E' vezzi del corpo infracidano l'animo e rendonlo vizioso.
Però sarà nostra precipua e assidua opera essercitarci a vita qual si contenti di cose e poche e facili a trovarle.
Scrive Iulio Capitolino che Marco Aurelio Antonino, rettore dello imperio di Roma, per imparare a sofferire se stessi dormiva in terra, e cose molte altre facea simili a Diogene filosofo, quale e' recitano che a mezzo inverno abbracciava le statue marmoree cariche di ghiaccio solo per ausarsi a sofferire le cose avverse.
Appresso Silio poeta, Serano lodava Regulo in questi versi:
Illuviem atque inopes mensas durumque cubile
et certare malis urgentibus hoste putabat
devicto maius; nec tam fugisse cavendo
adversa egregium, quam perdomuisse ferendo.
E' nostri maggiori Latini assuefacieno gli esserciti suoi a quel cibo militare e castrense quale era simplice e senza apparato, ed era non altro che lardo e cacio.
Voleano questi essere espediti alle faccende virili e disoccupati da questi altri impacci servili.
Così noi avvezzeremo le nostre membra a esser contente del poco e a soffrire senza delicatezza, e coll'uso asseguiremo ogni gran cosa.
Scriveno che a Iulio Viatore, eques romano, e' medici proibirono le cose umide; e lui con ausarsi divenne che in senettù bevea nulla.
Qui Battista solea non potere senza gran molestia e perturbazione della sanità sua stare colla testa discoperta tanto quanto egli adorasse el sacrificio.
Vedilo testé che d'astate in astate avezzo non può in mezzo dell'alpe e al nevischio soffrir coperto el capo; e quel che non potette l'arte e cura de' medici, può lui col ridursi in questo suo uso.
Ma quanto possa ne' mortali ogni uso altrove sarà da recitarlo.
Solo qui resti suaso che se l'uso può, bisogna distorci da ogni uso per quale mancandoci quella e quell'altra cosa a noi venga perturbazione, e conferirci a qualunque uso ne aiuti poco chiedere cose da altri che da noi stessi.
Diogenes filosofo non volle revocare el servo suo fuggitivo.
Parsegli provarsi se forse fusse non da meno che 'l servo suo, quale se e' potea solo viversi senza Diogenes, molto più dovea potere Diogenes vivere senza un servo e fuggitivo.
A molti insueti parrebbono cose dure queste qual io racconto.
Non sono; e sono facili a chi così dispone volere.
E certo ben disse M.
Varrone in satyris: «Se di tutta l'opera che tu ponesti in fare che 'l servo tuo fusse buon pistore, tu in adornare te stessi ne avessi esposta la duodecima parte, già più tempo saresti ottimo cittadino.
Ora venderesti quel servo molti danari.
Te chi mai comperasse per qualunque sia vile prezzo?».
E questi essercizi a chi così deliberò, sono certo soavi provandoli, perché si sente di cosa in cosa più su attingere a virtù, e provandoli ancora adducono una felicità da volerla.
E chi non volesse non aver bisogno alcuno di tante e sì varie cose quante e' richiede? A chi può tradur suo vita con poche cose, a costui bisognano poche cose.
E parmi in prima libertà degna d'uomo potersi senza fastidio e molestia vivere di ciò che gli sia apparecchiato.
Dicea Solon filosofo: fra' beni nel secondo luogo sarà bisognarci pochissimo cibo, quando el primo bene sia al tutto nulla bisognarci.
Nuoce forse che 'nsino a qui fummo educati in grembo della mamma e in delizie e vezzi del babbo, e ora a noi suppeditano abundante le fortune, né ci pare in tanta amplitudine convenirsi questa austerità del vivere.
E qui bisogna provedere.
Dissi: rammentati esser uomo esposto a ogni caso; sai ch'e' tempi succedono vari, le cose della fortuna sono inconstanti; bisognaci ne' tempi felici prepararci a potere contro la infelicità.
E chi non imparò soffrire, non sa, Niccola, non sa soffrire; e chi imparò, sa e giovagli.
Al fratello suo, sdegnato che non era fatto uno de' magistrati chiamati efori, Chilon filosofo, qual più volte era stato in quel numero e luogo di diggnità, rispose: «O fratel mio, non ti maravigliare se teco non sono e' nostri cittadini tali quali e' sono verso di me.
Tu non sai soffrire le ingiurie.
Io imparai non le curare sofferendole».
Ottavia, sorella di Brittanico, scrive Cornelio, imparò persino da' teneri anni ascondere el dolore, la carità e ogni affetto; e giovògli, e fu degna instituzione e dovuta a uno principe in mezzo di tanta affluenza e licenza avvezzarsi a moderare e contenere se stessi.
In Arabia dove sono e' pascoli lietissimi, scrive Curzio ch'e' pastori lievano e distengono le pecore da' prati, e questo fanno che per troppo cibo diventerebbono infette.
E certo, come dicea Cesare appresso di Sallustio, fra' primi e massimi mali dobbiamo reputarci la troppa licenza.
Interpelleremo adunque e comminuiremo a noi stessi quanta potremo licenza, volendo meno che noi non possiamo in ogni altra cosa che in acquistar virtù e meritar gloria.
Dicea Solone che le ricchezze ingeneravano sazietà; e la sazietà produce contumelia, e dalle contumelie vediamo che arde el vendicarsi.
Queste ricchezze e copia bisogna ausarsi a poco pregiarle, alienandole da noi con spenderle in cose degne e lodate, e in prima donandole e quasi deponendole presso de' buoni e degli studiosi; però che quello che desti non lo torrà la fortuna, e quello ch'ella ti togliesse, non ti agraverà.
Aggiugni a queste che bisogna avvezzarsi sopra tutto a dimenticare le picciole ingiurie per in tempo potere e sofferire e dimenticarsi le maggiori.
Ad Antistenes filosofo parea niuna disciplina migliore in vita che disimparare el ricordarsi delle offese.
Aristotile negava essere opera d'animo grande e forte refricarsi a mente presertim quel che dispiace.
Per questo desiderava Temistocle imparare da Simonide non quella sua arte del ricordarsi, ma più tosto qualche altra arte del dimenticarsi.
Tutte queste racconte cose asseguiremo volendo e con modo addestrandoci di cosa in cosa e di tempo in tempo.
E conviensi col tempo affaticarsi; e in le fatiche bisogna tolleranza, nella tolleranza fortezza, nella fortezza consiglio e ragione.
E in ogni nostro consiglio conviensi adattare a iustizia e umanità con molta voluttà d'ogni tuo acquisto in virtù.
Ditto d'Aristotile: la voluttà dello affaticarsi dà buon fine a ogni opera.
Amasis re degli Egizi rispose esser facillima qualunque cosa si faccia con voluttà.
Un ricordo non voglio preterire, che a ogni ottima instituzione, a ogni bene addutta ragione del vivere, a ogni culto e ornamento dell'animo nostro molto e molto gioverà darsi alle lettere, alla cognizione e perizia de' ricordi e ammonimenti quali e' dotti commendorono alla posterità.
Come la mano compremendo radolca e prepara la cera a bene ricevere l'impressione e sigillo della gemma, così le lettere adattano la mente ad ogni officio e merito di gloria e immortalità.
E che ti pare, Niccola, di ciò che noi dicemmo insino a qui? Vedesti in che modo bisogni prepararsi e aversi in vita per escludere alle perturbazioni ogni addito onde possino importarsi e occupare gli animi nostri.
Seguiterebbeci luogo d'investigare quali argumenti e arte di curarci perturbati ne espurgassero del seno ogni rancore e ansietà.
Ma a tanta opera non mi sento atto.
E quanto recitai, conosco bisognerebbe averci premeditato.
Io raccontai ciò che nel ragionare m'occorse a mente, sanza ordine e forse confuse.
Fecilo nondimeno, e non ad altro fine se non per confutarti, che dicevi desiderare da' dotti qualche utile precetto a questa causa.
Vedestigli tu in questo come nell'altre cose quali appartengano a bene e beato vivere, che furono non negligenti, e satisfecero a ogni nostro bisogno ed espettazione.
NICCOLA.
Vidi e piacemi.
Ma qui Battista e io in prima desideriamo e preghianvi seguiate mostrarci, come testé dicevi, che arte e argumenti a noi lievi le già concepute ansietà dell'animo.
AGNOLO.
Vederemo.
LIBRO II
Qual convenga in noi essere premeditazione e instituzione d'animo per escludere e proibire da noi ogni perturbazione vedesti nel libro di sopra, e credo ti satisfece.
Vedesti con quanta brevità e' ti raccolse molta copia d'ottimi ricordi e sentenze de' nostri maggiori uomini stati prudentissimi e sapientissimi in vita.
In questo libro vedrai in che modo, se forse già fussi occupato da qualche merore e tristizia, o da qualche altro impeto e agitazione d'animo, possi con ragione e modo espurgarla e restituirti ad equabilità e tranquillità d'animo e di mente.
Qual cosa accadde che Agnolo Pandolfini, omo eruditissimo e disertissimo, disputò insieme con Niccola di Messer Veri de' Medici, omo fra' primi litterati in Toscana non postremo, e fra' non ultimi umanissimi el primo in cui sia coniunta molta prudenza con molta affabilità.
E cadde la cosa in questo modo, che la mattina dopo a' ragionamenti di sopra, Niccola e io eravamo nel tempio nostro massimo stati ad onorare el sacrificio, e vedutoci insieme ne accogliemmo per salutarci.
Erano con Agnolo due messi da' magistrati massimi.
Adunque giunto a noi Agnolo ci salutò e disse: - Questi mi chieggono e instanno ch'io salisca su in Palagio a consigliare cogli altri padri la patria e curare el ben pubblico.
Sia della mia volontà e de' miei studi cognitore e testificatore Dio immortale e gli altri abitatori e moderatori del cielo, come cosa niuna tanto mi sta ad animo né tanto mi siede in mente quanto di conservare e amplificare l'autorità, dignità e maiestà della patria mia insieme colla utilità e pregio di ciascuno privato buon cittadino.
Ma che perversità sarà la nostra se noi chiamati a consigliare ci converrà dire non quello che forse a noi parerà utile, onesto e necessario a' tempi, alle condizioni del vivere e della fortuna nostra, ma converracci dire quel che stimeremo grato a chi ne richiese? Natura degli uomini prepostera e in molti modi da biasimarla.
Noi vediamo le fiere nate a essere impetuose, rapaci e al tutto indomite, che mai s'ametteranno ad iniuriarsi insieme se qualche furore non le eccita e concita.
Noi vero uomini, nati per essere modesti, mansueti e trattevoli, par che sempre cerchiamo d'essere contumaci, molesti, infesti agli altri uomini.
E questo se egli è furore, chiunque volesse aggiungervi consiglio, costui quasi vorrebbe, come dicea quel poeta, impazzar con qualche ragione.
Iersera mi tenneno sino a molta notte, e ora mi rivogliono; né fie tempo d'essere al bisogno di qui a più ore.
E s'io vi giovassi, non aspetterei esservi richiesto.
Adunque adopereremo questo tempo in altro, e forse a chi che sia gioveremo; dove dicendo lassù quel ch'io sento, non gioverei a me, e dicendo quel ch'io non sento, non piacerei ad altri.
Così disse Agnolo a noi; e poi si volse a que' due publici e mandònnegli a' superiori magistrati con buona scusa.
E voltossi a Niccola, e sorrise e disse: - Dove eravate voi addritti? Forse ad essercizio, che? Ben fate.
L'essercizio e la sobrietà, due cose ottime, conservano la sanità, mantengono la gioventù, producono la vita.
E questi be' soli c'invitano a godere questa amenità di questi nostri prospetti lietissimi.
Vorrebbesi testé, Battista, esser laggiù a quel nostro Gangalandi co' cani, o alle colline o a' piani, ed essercitarsi qualche ora, e poi ridursi agli studi delle lettere e a filosofia come è tua usanza, Battista.
Ma se vi pare, Niccola, e se voi siete oziosi, passeggiamo per insino a' Servi.
Gireremo da S.
Marco, e restituiremoci qui.
Piacevi? - Questo disse Agnolo.
Risposegli Niccola: - Nulla suol pari dilettar qui Battista quanto l'essercizio; e vidilo io non raro lo 'nverno, perché fuori piovea, uscire da' libri ed essercitarsi colla palla in ogni moto e flessione e agilità.
Gli altri dì asciutti raro fu che non salisse su erto a salutare el tempio di S.
Miniato.
E in villa quali siano e' suoi essercizi, ve gli vedete voi, Agnolo, che gli sete vicino.
E certo s'io avessi edificio sì atto e sì magnifico in luogo sì grato e sì salubre come voi, Agnolo, non so dove traducessi molta parte de' miei dì altrove che solo ivi.
Adunque a Battista, a cui diletta lo essercitarsi, non dubito piace quel che a voi.
Ed era nostro pensiero essere pure con voi ovunque a voi talentassi; e questo sì per farvi compagnia, - ché a noi l'esser con voi, omo maturissimo e gravissimo, acquista reverenza e grazia, - sì ancora ci diletta essere con voi per richiedere e impetrare da voi quanto poi ieri sera ne promettesti di narrarci oggi, quello che restava circa a moderar e assettare gli animi nostri per vivere liberi e vacui d'ogni perturbazione.
A questo siamo non solo oziosi, ma in prima cupidissimi d'udirvi e insieme seguitarvi.
Avvianci.
AGNOLO.
Are' io forse, come e' dicono, levatomi di spalla un peso per pormelo in capo? I' mi levai quella molestia dalle spalle di que' che mi voleano in Palagio, e venni a voi per caricarmi d'una maggior soma.
A quale vi prometto nulla mi succinsi e assettai con premeditarvi quanto io dovea.
Ma di che possiamo noi ragionare più accommodato a questi tempi e a questa nostra pubblica fortuna che solo di questa una cosa per quale ne rendiamo liberi e vacui d'ogni estuazione e turbidamento d'animo? E non recuso satisfarvi quanto in me sia.
E sarà el mio ragionare un quasi investigare e commentare con voi quel che giovi.
Se ci abbatteremo pure a una cosa commoda e che ci attagli, sarà buona opera la nostra, già che el merore, le tristezze e gli altri crucciati dell'animo sono, come dicea Crisippo e come chi lo pruovò el sa, molto maggiori e più acerbi che que' del corpo.
E per curare el corpo quante cose s'investigorono, quante tuttora si ripruovano? Per sanificare l'animo e restituirlo a sua naturale integrità chi sarà che ne biasimi se investigheremo e accoglieremo ogni ragione di argumenti? Ma noi, - come e' dicono, nihil dictum quin prius dictum, - che potremo noi adducere cosa non spesso udita e racconta da molti altri? Referiremo quanto verremo di cosa in cosa ricordandoci; e forse in molte qualcuna ci si acconfarà.
E come alle infermità del corpo uno solo modo di curarlo basta, così alla malattia dell'animo una qualche sola curazione forse basterà.
Ma donde cominceremo noi? Investigheremo noi quante siano le perturbazioni dell'animo, opera né facile né picciolissima? Se, come si dice, ogni animo perturbato sente d'insania, e infinite sono le spezie della pazzia, saranno e infinite le perturbazioni.
A Biante filosofo parea morboso quello animo quale appetisse le cose impossibili.
Rido.
E guardiamo, Niccola, ancora noi che questa nostra non sia manifesta infermità d'animo volere col nostro ingegno, a tanta opera debolissimo, trattar quello che sia impossibile pur connumerarlo.
NICCOLA.
E' si legge appresso de' poeti che quel Sileno insegnò a Mida non temer la morte.
Non referisco Platone e gli altri simili quali con suoi ammonimenti e ricordi giovorono a chi forse gli ascoltò.
Così voi, non dubito, con tanta vostra copia, quanta ieri ne esplicasti, pari potrete giovarci e satisfarci.
Né fie questa cosa a voi difficile e non atta.
Vedemmo già prove maggiori del vostro ingegno, e preghiamovi e aspettiamo ne satisfacciate.
AGNOLO.
A che penso io testé? A tutti quando siamo vacui di merore ci duole el dolore altrui; e quando siamo oppressi da dolore, ci agrata el dolore altrui, e ne' nostri mali pigliamo conforto da' mali altrui.
Quinci el vendicare, el punire e rendere alle offese.
Donde vien questo?
NICCOLA.
E intendiamovi, Agnolo, e dilettaci.
Seguite.
Voi fate come fece Dario in Asia, qual dispargea qua e là fuggendo l'oro, le gemme e le cose preziosissime per meglio suttrarsi in fuga e per arrestare e ritardare chi lo perseguia.
Così voi, per distorci da quanto ci promettesti, ora interponete nuove quistioni, degne certo ma da considerarle altrove.
Noi vi preghiamo; donateci questa opera.
E quanto sino a qui motteggiasti, sia quasi come proemio a questa materia.
AGNOLO.
Così vi piace, e Dio ne aspiri.
Su, convienci resummere una delle divisioni nostre d'ieri in questa materia; e diremo che le perturbazioni accorreno e insisteno ne' nostri animi o dalla commozione de' tempi, o dalla durezza della fortuna nostra, o da qualche sinistro caso, o da malignità e protervia degli uomini co' quali ne abbiamo in vita, o da qualche nostro detto o fatto con poca maturità e consiglio.
Questa fu nostra divisione ieri.
Aggiugniànvi quest'altra, che alcuni sono rimedi che giovano a non più una che un'altra perturbazione.
Alcuni giovano a una e non pari a un'altra nostra commozione e perversione di mente e ragione.
Addurremo adunque prima a ciascun morbo que' propri rimedi quali adattati e bene accommodati svelgano e diradichino ed espurghino da noi ogni concetto e infisso rancore.
Poi accoglieremo insieme que' tutti rimedi quali stimeremo atti a sedare ed estinguere qualunque molesto agitamento e furore fusse eccitato e commosso in le nostre menti e pensieri.
E cominceremo a curare quelle contusioni e punture d'animo quali importò in noi la nostra imprudenza e temerità.
Qui non bisogna preterire uno commune e grave errore di molti, quali si reputano constituti in vita quieta e tranquilla, succedendogli la fortuna e le cose grate secondo li suoi pensieri e voglie.
E non s'avveggono costoro così sé essere in mezzo avvinti da veementissime oppressioni, e stimansi poi iniuriati dalla fortuna e affannati dalle avversità dove essi sono a sé stessi gravezza e molestia.
Ed eccovi come a colui, omo fortunatissimo, diletta la casa, la villa, gli ornamenti; stima l'amplitudine, la dignità, el potere in sue voglie e sentenze più che altri; agradagli la moglie; gode vedersi fatto padre; gloriasi in ogni buona indole e speranza de' suoi nati.
Oh inezia degli uomini! Oh ragione mal compensata! Questi sono, o mortali, questi a voi sono e' veneni dell'animo.
Quinci insurge quello che corrumpe a' nostri petti la vera e degna virilità; onde poi effeminati non tolleriamo noi stessi e inculpiamo la innocenza altrui de' nostri errori.
Fu el troppo amare quella e quell'altra cosa, fu el troppo ricevere a te questa e quest'altra voluttà, seme e ignicolo di tanta e sì importuna fiamma qual t'incende ad ira e a dolerti d'avere interlassato e perduto quello che tanto ti contentava.
Ad uno che volea fuggire la patria e irne in essilio, disse Socrate: «Più tosto, per mio consiglio, fuggi questa morosità dell'animo tuo, qual fa che dovunque tu sia abbi te non bene».
Voglionsi adunque in prima deporre queste affezioni e adempimenti d'ogni suo diletto, qual cose son radici e capo di tante nostre ansietà e tormenti.
Deporremole consigliandoci col vero e ubbidendo alla ragione.
Queste a te mostreranno onde tu possa riconoscere le volontà e instituti di chi tu ami essere da natura volubile e inconstante; e mostrerannoti gli animi di chi ti si porge amico essere iunti a benivolenza teco solo tanto quanto fra voi durerà quel vincolo quale vi strinse ad amarvi insieme.
Ché se vi collegò a tanta coniunzione qualche utilità o qualche gratissima ragione di convivervi insieme con festa e sollazzo, non voglio ti persuada avere la fortuna tra voi sempre equabile e secunda.
Né dubitare, a te succederanno e' tempi tali quali per sua usanza e natura sino a questo dì succedereno a te e agli altri mortali.
E tu riconoscilo quanto d'ora in ora e' furono vari e mutabili.
Onde conoscerai che queste tue fortune, questo fiore e grazia di vostra età e forma, quando che sia, voleranno fra le cose perdute e spente.
Adunque, non preporre alle espettazioni tue tanta speranza, che tu escluda ogni ragione e consiglio per quale possi dubitare e presentire in te quello che può e suole avvenire ad altri con suo gravezza e tristezza.
Eccoti padre a questi e questi figliuoli; eccoti fra' tuoi cittadini e altrove non rari amici, molti coniunti a familiarità, innumerabili conoscenze e commerzi; eccoti ricchezze pari a un re, amplitudine, autorità, dignità, quanto si può desiderare fra' mortali.
Oh! te uomo e infelice, se forse arai ogni altra cosa, e non arai te stessi.
Né pensare aver te stessi ove non possi moderarti molto più in le cose seconde che in le avverse.
E non sempre, no, rimane el figliuolo erede al padre; né so se molti più furono padri e madre quali facessero essequie a' suoi minori che non furono figliuoli quali piangessero e' suoi maggiori.
E questi nostri amici, chi affermerà che ne apportino in vita più piaceri che dispiaceri? Ben disse Valerio Marziale: Nemini feceris te nimium sodalem: amabis minus, dolebis etiam minus.
Dico, Niccola, e dico a te, Battista: Oh perniziosissima peste a' mortali el troppo amore! Scrive Plinio che Publio Catineio Filotimo, lasciato erede in tutte le fortune di colui a cui e' fu servo in vita e molto amato, per troppo desiderio del padrone suo si gittò in mezzo del fuoco dove s'ardea e onorava el morto.
Fu cosa questa d'animo impotente e furioso.
Ma quali siano e' furori che tuttora traportino que' miseri mortali in quali arde troppo amore, altrove ne disputeremo.
E queste nostre speranze e contentamenti quant'elle siano certe e stabili, lascio considerarlo a chi più spera e gode che non si li conviene.
Questo bene ricorderei a chi mi volesse udire, che in ogni suo accogliere suo ragione e summa in questa causa, soscrivesse insieme le durezze e maninconie qual sono aggiunte e asperse con tante sue voluttà e letizie.
E chi non vede ch'ogni umano piacere, altro che quello qual sia posto in pura e semplice virtù, sempre sta pieno d'infinite suspizioni e paure e dolori, ora di non asseguire, ora di perdere quello che gli dilettava e satisfacea? Appresso di Virgilio, Eneas fuggendo da Troia suo patria incesa ed eversa col padre in collo e col figliuolo a mano, non e' suoi armati nimici, ma e' coniuntissimi lo perturbavano.
Leggiadro poeta!, namque inquit:
et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati ex agmine Grai;
nunc omnes terrent aure, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.
Ma non mi estenderò in demostrarvi che 'l gaudio e lo sperare sono per sé all'animo perturbazione e morbo non meno che si sia la paura e insieme el dolore.
Altrove sarà da disputarne.
Basti avervi, quasi accennando, mostrato che per vivere vita quieta e tranquilla, bisogna moderarci e frenarci in ogni nostra voluttà e successo d'ogni nostra opinione ed espettazione.
E se da qualche nostro o detto o fatto inconsiderato e immoderato, o da qualche passata desidia e inerzia nostra ne perturbiamo, siaci non ingrato quel pentimento per quale impariamo odiare e fuggire ogni immodestia e intemperanza.
E se, come dice Catullo poeta, a ciascuno è attribuito el suo errore, ma niun vede quanto a lui sia magro el dorso, giovici qualche volta avere errato dove indi ne riconosciamo fragili e non più divini che gli altri mortali.
E così indi a noi stia un certo eccitamento e stimolo a meglio meritar di nostra industria e solerzia: Me dolor et lacrimae, - dicea Properzio poeta, - merito fecere disertum.
E quanti, perché fastidirono suoi brutti costumi passati, divennero ornatissimi di vita e virtù! Scrive Elio Sparziano istorico che Adriano principe, beffato in Senato per una orazione quale e' pronunziò con troppa inezia, deliberò emendarsi, e datosi con assiduità e diligenza agli studi divenne ottimo oratore.
E non senza ragione Peto Trasea, presso a Cornelio storico, dicea che tutte le egregie leggi e onesti essempli quali sono infra e' buoni, nacquero da' delitti e mancamenti de' non buoni.
Adunque si vuole non solo come dicea ....., presso a Terenzio, dalla vita altrui emendare la sua, ma in prima dal nostro proprio vivere e costumi si vuole di dì in dì prendere argumento e via a miglior stato di mente e d'animo, e succedere emendandoci e godendo in ogni nostro acquisto e accrescimento in virtù e laude.
Dicemmo delle perturbazioni quale in noi insurgono non altronde che da noi stessi.
Seguita testé luogo da investigare in che modo rendiamo e' nostri animi quieti e tranquilli se forse da iniuria e improbità d'altrui fussimo concitati e vessati.
Ma prima assolveremo quanto a questa parte bisogna intendere, che non raro crediamo nulla errare ed erriamo, che ne adduciamo in perturbazione e grave molestia col nostro inconsiderato discorso di ragione e imprudenza.
E simile spesso ne stimiamo offesi da altri dove siamo d'ogni nostro dispiacere autori e apparecchiatori.
Che credi tu, Niccola, che sia facile a noi mortali schifare e non ricevere a sé invidia quando ella si succenda e infiammisi da tante parti, or dalle cose quali in altrui vediamo e sentiamo, ora da cose quali in noi riconosciamo? Grave, hui! Grave perturbazione l'invidia! Ma quanto ella possi ne' nostri animi assai ne scrisse el tuo Leonardo tragico, omo integrissimo e tuo amantissimo, Battista, in quel suo Hiensale, quale egli apparecchiò per questo vostro secondo certame coronario, instituzione ottima, utile al nome e dignità della patria, atta ad eccitare preclarissimi ingegni, accommodata a ogni culto di buoni costumi e di virtù.
Oh lume de' tempi nostri! Ornamento della lingua toscana! Quinci fioriva ogni pregio e gloria de' nostri cittadini.
Ma dubito non potrete, Battista, recitare vostre opere; tanto può l'invidia in questa nostra età fra e' mortali e perversità.
Quel che niuno può non lodare e approvare, molti studiano vituperarlo e interpellarlo.
O cittadini miei, seguirete voi sempre essere iniuriosi a chi ben v'ami? E dovete sì certo, dovete favoreggiare a' buoni ingegni e meglio gratificare a' virtuosi che voi non fate.
Son questi e' frutti delle vigilie e fatiche di chi studia beneficarvi? Ma della invidia e degli incommodi quali sono in le lettere, altrove sarà da disputarne.
Tu, Battista, seguita con ogni opera e diligenza esser utile a' tuoi cittadini.
Dopo noi sarà chi t'amerà, se questi t'offendono.
Per ora qui basti al nostro proposito constituire che la invidia in molti modi nuoce alle cose pubbliche e alle private: ed è un male occulto quale prima n'ha infetti e compresi che noi sentiamo le sue insi
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