STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 102
...
.
Dee far le lodi di san Francesco? Ed eccoti una tirata sulla fame dell'oro.
Gli manca ogni talento pittorico, ogni movimento di affetto o d'immaginazione, e non ha alcuna esaltazione o entusiasmo lirico.
C'è più poesia nelle Vite del Cavalca, che in queste sue insipide Maddalene Lucie Cecilie, Stefani e Sebastiani.
Dante in pochi tratti ti fissa nella memoria santo Stefano assai meglio che non fa in sette strofe il Chiabrera, errante tra reminiscenze sacre e profane, e affatto incapace di cogliere l'individuo nella sua personalità.
In qualche strofa di fra Iacopone senti la Vergine; ma non la trovi nelle cento strofe che le sono qui consacrate.
Il martirio di san Sebastiano è materia pietosissima.
In mano al Chiabrera diviene ampollosa e fredda rettorica.
Dove non è insipido, riesce pretensioso, come quando, esortando le muse a cantare il santo trafitto, dice:
tendete, arciere d'ammirabil canto,
musici dardi al saettato Santo.
Se guardi alla materia, ci è qui tutto il mondo eroico, morale e religioso del cristianesimo, ma non ce n'è lo spirito, nè poteva infonderlo co' suoi decreti il Concilio di Trento.
La letteratura religiosa è una moda, anzi che un sentimento; lo spirito vi rimane estraneo, e si conserva classico e letterario quanto alle forme, nell'indifferenza del contenuto.
Che cosa move davvero o interessa il Chiabrera? Nulla, perchè nella sua coscienza nulla ci è, non fede, non moralità, non patria, e non amore, e non arte, ancorchè di tutto questo tratti.
Certo, il Chiabrera è un bravissimo uomo, sinceramente pio e onesto, natura soave e tranquilla.
Ma perchè un contenuto sia poetico, non basta sia nell'animo come un mondo abituale e tradizionale, a quel modo che era nel Chiabrera: dee essere passione, che stimoli l'immaginazione e svegli la meditazione Una passione l'ha il Chiabrera, e non è pel contenuto, a lui indifferente, quale esso sia, ma per le forme.
Dico «forme», e non «forma», perchè a lui manca pure quel senso della bellezza e della forma, che fa grandi i nostri artisti del Cinquecento.
Perciò gli fa difetto ogni qualità di poeta e di artista, la fede del contenuto e il senso della forma.
Ha pure in grado mediocrissimo quel senso musicale, che natura concede così facilmente a italiani, sgraziato nell'intreccio delle rime e nella combinazione de' suoni, e talora dà in dissonanze e stonature.
La sua idea fissa è di trovare, come Colombo, un mondo nuovo, e parve a' contemporanei ci fosse riuscito, sì che Urbano scrisse sulla sua tomba: «novos orbes poëticos invenit».
Mondi nuovi poetici ci erano allora, ed erano i mondi che creavano Camoens, Cervantes, Montaigne, Shakespeare e Milton.
Ma in Italia, mancata ogni vita interiore, la novità era nelle forme, ed esausto il mondo latino, il Chiabrera si mise a cercar novità nel mondo greco: «thebanos modos fidibus hetruscis adaptare primus docuit», dice Urbano.
I quali modi tebani sono le strofe, l'antistrofe e l'epodo, accozzamenti di parole fuor dell'usato, costruzioni artificiali, una certa moralità astratta e volgare, una sobrietà e semplicità di colori.
Forme meccaniche, le quali non vengono da virtù interiore, ma sono pura imitazione.
Anzi niente è più lontano dallo spirito del Chiabrera che la bellezza greca, quel candore, quella grazia, e quella semplicità; e spesso la sua semplicità è aridità, il suo candore è volgarità, e la sua grazia è cascaggine; affettato e pretensioso in quei modi e in quelle forme, che presso i greci sono vezzi natii: veggasi il suo ditirambo.
Del resto, più che nell'eroico, riesce nel grazioso, e se oggi alcuna cosa si legge pure di lui, sono alcune sue canzonette.
Ma chi ricordi l'Aminta, giudicherà queste canzonette assai povera cosa.
Anche il Gravina studiò alla greca semplicità, come medicina al secolo tronfio e manierato, e sforzandosi di esser semplice, riuscì insipido, freddo e volgare.
Gli è che l'imitazione greca, dopo tanto latineggiare, era il naturale sviluppo di un fatto puramente letterario e meccanico, non animato da alcuna vita interiore di poeta o di secolo.
Un altro poeta eroico fu il senatore Vincenzo Filicaia, di cui rimangono le canzoni per la liberazione di Vienna.
Prende volentieri accento di profeta, e si dà tutta l'apparenza di un sacro furore.
Sembra non parli, ma canti, anzi urli, col pugno teso, gli occhi stralunati, gli atti convulsi.
Ammassa esclamazioni, interrogazioni ripetizioni, con un grande rimbombo di suoni e di frasi.
Pomposa rettorica, nella quale si scopre la simulazione della vita.
Non è in lui alcun sentimento del reale, ma un calore d'immaginazione, un orecchio musicale, ed una non mediocre abilità nella fattura del verso, che gli assegna un posto tra' poeti di second'ordine.
Il Chiabrera e il Filicaia furono anche poeti nazionali.
L'uno lamenta la vita molle de' guerrieri italiani, o, com'egli dice, la leggiadria dell'italica gente:
...
...
E dove
calzar potrassi una gentil scarpetta,
un calcagnetto sì polito? ...
Lungo fora a narrar come son gai
per trapunto i calzoni, e come ornate
per entro la casacca in varie guise
serpeggiando sen van bottonature.
Splendono soppannati i ferraiuoli
bizzarramente; e sulla coscia manca
tutti d'argento arabescati e d'oro
ridono gli elsi della bella spada.
Dell'altro è il verso celebre:
O fossi tu men bella, o almen più forte!
Ma l'Italia era per loro un sentimento così superficiale come la religione, un tema a sonetti e canzoni, come le Vendemmie o le Lodi di Cristina.
Quando il Filicaia domanda all'Italia dov'è il suo braccio, e perchè si serve dell'altrui, e ricorda che gli stranieri sono tutti nemici nostri, e furono nostri servi, senti ch'è a mille miglia lontano dalla realtà, che vagheggia un'Italia di tradizione e di reminiscenza, di cui non è più vestigio neppure nella sua coscienza, ch'egli medesimo non prende sul serio le sue maraviglie e i suoi furori, e che le sue parole sono ebollizioni e ciance rettoriche.
I contemporanei erano pure fatti così; e ammiravano quel bel sonetto tirato giù con un solo impeto tra mille splendori di una calda immaginazione, come ammiravano una bella predica, salvo a far tutto il contrario di quello che diceva il Vangelo e il predicatore.
Questa è la vita morale, religiosa e nazionale italiana a quel tempo: un mondo tradizionale tornato in moda, favorito dagl'interessi, mantenuto nelle sue apparenze, rimbombante nelle frasi, non sentito, non meditato, non ventilato e rinnovato, non contrastato e non difeso, non realtà e non idealità, cioè a dire non praticato nella vita, e non scopo o tendenza della vita.
Il tarlo della società era l'ozio dello spirito, un'assoluta indifferenza sotto quelle forme abituali religiose ed etiche, le quali, appunto perchè mere forme o apparenze, erano pompose e teatrali.
La passività dello spirito, naturale conseguenza di una teocrazia autoritaria, sospettosa di ogni discussione, e di una vita interiore esaurita e impaludata, teneva l'Italia estranea a tutto quel gran movimento d'idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni di Europa; e fin d'allora ella era tagliata fuori del mondo moderno, e più simile a museo che a società di uomini vivi.
La letteratura era a quell'immagine, vuota d'idee e di sentimenti, un gioco di forme, una semplice esteriorità.
Si frugava nel vecchio arsenale classico, si giravano e rigiravano quei pensieri e quelle forme.
Il mondo greco appena libato era corso in tutte le direzioni, e dava un certo aspetto di novità alle forme letterarie.
La poesia italiana nella sua lunga durata avea messo in circolazione un repertorio oramai fatto abituale e vuoto di affetto; e non ci essendo la forza di rinnovare il contenuto, tutti eran dietro ad aguzzare, assottigliare, ricamare, manierare, colorire un mondo invecchiato che non dicea più niente allo spirito.
Meno il contenuto era vivo, e più le forme erano sottili, pretensiose, sonore.
Nacque una vita da scena, con grande esagerazione e abbondanza di frasi un eroismo religioso, patriottico, morale a buon mercato, perchè dietro alle parole non ci era altro.
Di questo eroismo rettorico il più bel saggio è la Fortuna del Guidi, il quale trovò modo di rendere ridicola e millantatrice la Fortuna di Dante: tanto si era perduto il senso del vero e del semplice.
E ne uscì quella maniera preziosa e fiorita, della quale dava già esempio l'Aretino, quando la sua mente non era abbastanza solleticata dall'argomento.
Uno degl'ingegni meno guasti fu il Chiabrera: pur sentasi questo suo epitaffio a Raffaello:
Per abbellir le immagini dipinte,
alle vive imitar pose tal cura,
che a belle far le vere sue Natura
oggi vuole imitar le costui finte.
E il prezioso non è solo ne' concetti, ma nelle forme, cercandosi i modi più disusati in dir cose le più semplici.
Ecco un esempio di queste forme preziose nella Fortuna del Guidi:
Questa è la man che fabbricò sul Gange
i regni agl'Indi, e sull'Oronte avvolse
le regie bende dell'Assiria a' crini;
pose le gemme a Babilonia in fronte,
recò sul Tigri le corone al Perso,
espose al piè di Macedonia i troni.
Tra' verseggiatori più preziosi e affettati è da porre il Lemene, e tra' più civettuoli e fioriti Giovambattista Zappi.
La degenerazione del genere si vede nel Frugoni, il più vuoto e il più pretensioso.
Spettacolo assai istruttivo è questo di un popolo che per parecchie generazioni spende tutta la sua attività intorno a quistioni di forme, ed erge a suo obbiettivo la parola in se stessa, staccata da ogni contenuto.
Che è divenuta Firenze, la madre di Dante, di Michelangiolo e di Machiavelli? Eccola, quale è vantata dal Filicaia:
Qui del puro natio dolce idioma
l'oro s'affina; e se non è a' dì nostri
spenta la gloria de' toscani inchiostri,
forse invidia ne avranno Atene e Roma...
Qui d'ogni voce il peso, il senso, il suono
a rigoroso esame ognor si chiama,
e il reo si purga e si trasceglie il buono.
Onde l'alto lavor fregia e ricama
la gran maestra del parlar, che trono
erge a se stessa, ed a se stessa è fama.
Firenze è la gran maestra della parola.
Là è il suo trono e la sua fama.
E qual maraviglia che gli uomini di qualche ingegno, trovando insipida e invecchiata la parola, l'ornano, l'aguzzano, l'imbellettano, e, come dice il Filicaia, vi fanno intorno fregi e ricami? Nè ci è coscienza che tanto liscio al di fuori, con tanta insipidezza e vacuità nel fondo, è un'ultima forma della decadenza; anzi abbondano i Pindari e gli Anacreonti, moltiplicano i poeti in tutt'i canti d'Italia, e co' poeti le accademie, e si tengono primi in tutta Europa, della quale ignorano la coltura.
Possiamo ora spiegarci come l'Arcadia acquistò l'importanza di un grande avvenimento, sì che per parecchie decine di anni occupò l'attenzione pubblica.
Si videro uomini dottissimi e gravissimi fanciulleggiare tra quei pastori e pastorelle, e dettar le leggi dell'accademia con una solennità, come fossero le leggi delle dodici tavole.
Parea che a restaurare la poesia e il buon gusto bastasse l'osservanza di alcune regole, e moltiplicarono i medici, quando il malato era morto.
Gli arcadi, rimasti proverbiali, come di gente dotta e insieme frivola, per correggere l'eroico si gettarono nel pastorale, come se trasportando la vita ne' campi e tra' pastori, trovassero quella naturalezza e semplicità che non è nella materia, ma nell'anima dello scrittore.
Furono aridi, insipidi, leziosi, affettati, falsi.
Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de' poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da' più chiari uomini di quel tempo.
Dicesi che fu il corruttore del suo secolo.
Piuttosto è lecito di dire che il secolo corruppe lui, o, per dire con più esattezza, non ci fu corrotti, nè corruttori.
Il secolo era quello, e non potea esser altro, era una conseguenza necessaria di non meno necessarie premesse.
E Marino fu l'ingegno del secolo, il secolo stesso nella maggior forza e chiarezza della sua espressione.
Aveva immaginazione copiosa e veloce, molta facilità di concezione, orecchio musicale, ricchezza inesauribile di modi e di forme, nessuna profondità e serietà di concetto e di sentimento, nessuna fede in un contenuto qualsiasi.
Il problema per lui, come pe' contemporanei, non era il che, ma il come.
Trovava un repertorio esausto, già lisciato e profumato dal Tasso e dal Guarini, i due grandi poeti della sua giovanezza.
Ed egli lisciò e profumò ancora più, adoperandovi la fecondità della sua immaginazione e la facilità della sua vena.
La moda era alle idee religiose e morali, e il Murtola scriveva il Mondo creato, il Campeggi le Lagrime della Vergine, e il Marino la Strage degl'innocenti, e le sue stesse poesie erotiche inviluppava in veli allegorici.
Ma la vita era in fondo materialista, gaudente, volgare, pettegola, licenziosa; il naturalismo viveva nella sua forma più grossolana sotto a quelle pretensioni religiose.
Le prime poesie del Marino furono sfacciatamente lubriche, come la prima sua giovinezza; e quando venne a età più matura, cercò non la correzione, ma la decenza esteriore, decorando i suoi furori erotici di un ammanto allegorico.
Nelle tradizioni della poesia ci è un concetto, che mette capo in Circe ed Ulisse, ed è l'imbestiamento dell'uomo per opera dell'amore, e la sua liberazione per opera della ragione.
Questo concetto diviene un episodio importante in tutte le nostre poesie romanzesche ed eroiche, ed è anche la Musa che ispira Dante e il Petrarca.
Angelica, Alcina, Armida sono le Circi italiane, co' loro giardini, co' loro palagi e castelli incantati, co' loro viaggi attraverso lo spazio.
Questo è l'episodio più interessante, anzi è il concetto fondamentale della Gerusalemme Liberata.
L'episodio del Tasso incastrato fra elementi religiosi ed eroici diviene ora esso solo il poema, diviene l'Adone.
La storia del naturalismo poetico incomincia nell'Amorosa visione, e finisce nell'Adone.
I due poemi sono assai simili di concetto.
L'amore, principio della generazione, è anima del mondo, è la corona della natura e dell'arte, in esso s'inizia, in esso si termina il circolo della vita.
Venere e Adone è la congiunzione non solo spirituale, ma corporale del divino e dell'umano; è l'amore sensuale che investe tutta la natura, cielo e terra.
Nel paradiso teologico di Dante il corpo si solve nello spirito; ma in questo paradiso mitologico lo spirito ha la sua perfezione e la sua vita nell'amore sensuale.
Un senso tragico si aggiunge a questa commedia terrena.
L'uomo è mortale, e i suoi piaceri sono lievi e fugaci; e la conclusione è la morte di Adone fra il compianto degl'immortali.
La base è l'amore sensuale rappresentato in tutt'i suoi gradi nel giardino del Piacere, uno di quei giardini d'amore già celebri nelle rime del Poliziano, dell'Ariosto e del Tasso, qui diviso in cinque giardini corrispondenti a' cinque sensi, sì che questa sola descrizione prende già buona parte del poema.
Nel giardino del Tatto Adone gode gli ultimi diletti, e s'indìa, è rapito in cielo, attinge la felicità.
Il cielo o il paradiso del Marino non comprende che la Luna, Mercurio e Venere, tutto l'universo dell'amore.
La Luna è la sede della natura, Mercurio è la sede dell'arte, e sede dell'amore è Venere.
È tutto il cielo della vita, simile a' diversi gradi dell'Amorosa visione.
Ma l'apoteosi e il trionfo dell'amore è di breve durata, e Venere non ha il tempo di rendere immortale il suo amato.
Adone muore, vittima della gelosia di Marte, e gli ultimi canti narrano la morte di Adone, il compianto di Venere e degli dei, e le sue esequie.
È inutile dire che tutte queste combinazioni non hanno pel Marino alcun valore effettivo ed intrinseco, e che esse sono una materia qualunque arricchita di moltissime favole mitologiche, buona a sviluppare le sue forze poetiche, il solito macchinismo fantastico dell'amore ne' poemi italiani.
I concetti e le passioni sono insulse personificazioni, come l'amore, l'arte, la natura, la filosofia, la gelosia, la ricchezza ed altre figure allegoriche.
Dico insulse, perchè a quelle personificazioni manca e la profondità del significato e la serietà della vita.
È lo scheletro de' poemi italiani, aggiuntivi anche certi episodi ingegnosi per far la corte alle famiglie principesche d'Italia e alla casa di Francia.
Ma è un puro scheletro, dove non penetra per alcuno spiraglio la vita.
E poichè quello solo c'interessa che vive, questo poema non c'ispira nessuno interesse.
Non c'è un solo personaggio che attiri l'attenzione e lasci di sè un vestigio nella memoria; non una sola situazione drammatica o lirica di qualche valore.
La vita è materializzata e allegorizzata, tutta al di fuori, ne' suoi accidenti, contrasti e simiglianze esteriori; e come le simiglianze o i contrasti esterni sono infiniti, nascono rapporti capricciosi, arbitrari tra le cose, che sono veri, quanto a questa o a quella apparenza, ma ridicoli e falsi per rispetto alla totalità della vita.
Abbiamo veduto in che modo la rosa è rappresentata nel Poliziano, nell'Ariosto e nel Tasso.
Sono pochi particolari che lumeggiano la rosa nella sua individualità, e non alterano la sua natura.
Sentite ora la rosa del Marino:
Rosa, riso d'amor, del ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura,
della Terra e del Sol vergine figlia,
d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
onor dell'odorifera famiglia;
tu tien d'ogni beltà le palme prime,
sopra il vulgo de' fior donna sublime.
Quasi in bel trono imperatrice altera
siedi colà su la nativa sponda;
turba d'aure vezzosa e lusinghiera
ti corteggia d'intorno e ti seconda;
e di guardie pungenti armata schiera
ti difende per tutto e ti circonda.
E tu fastosa del tuo regio vanto,
porti d'or la corona e d'ostro il manto.
Porpora de' giardin, pompa de' prati,
gemma di primavera, occhio d'aprile,
di te le grazie e gli amoretti alati
son ghirlanda a la chioma, al sen monile.
Tu qualor torna agli alimenti usati
ape leggiadra, o zeffiro gentile,
dài lor da bere in tazza di rubini
rugiadosi licori e cristallini.
Non superbisca ambizioso il sole
di trionfar fra le minori stelle,
chè ancor tu fra i ligustri e le viole
scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
splendor di queste piagge, egli di quelle;
egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
tu sole in terra ed egli rosa in cielo.
E ben saran tra voi conformi voglie:
di te fia 'l sole, e tu del sole amante.
Ei delle insegne tue, de le tue spoglie
l'aurora vestirà nel suo levante.
Tu spiegherai ne' crini e nelle foglie
la sua livrea dorata e fiammeggiante;
e per ritrarlo ed imitarlo a pieno,
porterai sempre un picciol sole in seno.
Evidentemente, qui non ci è il sentimento della natura, e non la schietta impressione della rosa.
Hai combinazioni astratte e arbitrarie dello spirito, cavate da somiglianze accidentali ed esterne, che adulterano e falsificano le forme naturali, e creano enti mostruosi che hanno esistenza solo nello spirito.
La vita pastorale già nel Tasso ha i suoi ricami, che però fregiano forse un po' troppo, ma non adulterano gli oggetti e i sentimenti.
Ed anche l'Adone ha il suo pastore, che vuole imitare, anzi oltrepassare il pastore di Erminia, e conchiude così:
Lunge da' fasti ambiziosi e vani,
mi è scettro il mio baston, porpora il vello,
ambrosia il latte, a cui le proprie mani
servon di coppa, e nèttare il ruscello.
Son ministri i bifolci, amici i cani,
sergente il toro e cortigian l'agnello,
musici gli augelletti e l'aure e l'onde,
piume l'erbette, e padiglion le fronde.
Queste lambiccature e finezze di spirito egli le chiama in una sua lettera a Claudio Achillini «ricchezze di concetti preziosi», e ivi pone l'eccellenza della poesia:
È del poeta il fin la maraviglia:
parlo dell'eccellente e non del goffo;
chi non sa far stupir, vada alla striglia.
La novità e la maraviglia non è nel repertorio, che è vecchissimo, un rimpasto di elementi e motivi per lungo uso divenuti ottusi; ciò che è ripulito e messo a nuovo è lo scenario, o lo spettacolo, vecchio anch'esso, ma lustrato e inverniciato.
Il qual lustro gli viene non dalla sua intima personalità più profondamente esplorata o sentita, ma da combinazioni puramente soggettive, ispirate da simiglianze o dissonanze accidentali, e perciò tendenti al paradosso e all'assurdo: di che nasce quello stupore in che il Marino pone il principale effetto della poesia.
Nè queste combinazioni artificiali sono solo intorno alle cose, come giardini, campi, fiori, ma anche intorno alle persone allegoriche, come la gelosia, l'amore, e intorno agli atti, come il riso, il bacio.
Il Marino confessa di avere innanzi un zibaldone, dove avea scritto per ordine di materia quello che di più piccante e maraviglioso avea trovato ne' poeti greci, latini e italiani e anche spagnuoli; e ammassa e concentra tutti quei tesori di concetti preziosi in un punto solo.
Ma non è un freddo imitatore e raccoglitore.
La sua immaginazione si avviva tra quelle ricchezze, e diviene attiva, si fa alleata dello spirito, trasforma quelle combinazioni e quei rapporti in immagini, e le immagini hanno il loro finimento nella facile e briosa vocalità de' suoni.
Talora i concetti stessi spariscono; ma rimane sempre un'onda melodiosa, la cantilena:
Adone, Adone, o bell'Adon, tu giaci,
nè senti i miei sospir, nè miri il pianto;
o bell' Adone, o caro Adon, tu taci,
nè rispondi a colei che amasti tanto!
Lasciami, lascia imporporare i baci,
anima cara, in questo sangue alquanto;
arresta il volo, aspetta tanto almeno
che il mio spirto immortal ti mora in seno.
La poesia italiana in quest'ultimo momento della sua vita non è azione, e neppure narrazione, è spettacolo vocalizzato, descrizione a tendenze liriche, tra lo scoppiettio de' concetti, il lustro delle immagini, e la sonorità delle frasi e delle cadenze, e i vezzi delle variazioni.
Il suo ideale è l'idillio, una vita convenzionale, mitologica, amorosa, allegrata dal riso del cielo e della terra.
L'Adone è esso medesimo un idillio inviluppato in un macchinismo mitologico, come l'Euridice, la Proserpina.
Un idillio del Marino, di colorito freschissimo e moderno, tutto impregnato di ardente sensualità, è la sua Pastorella.
Chi ricordi la pastorella di Guido Cavalcanti, così sobria e semplice nella sua maniera, può misurare fino a qual grado di ricercatezza nello sviluppo e nelle determinazioni di queste situazioni liriche era giunta la poesia.
Pure la sensualità era ancora quello che rimaneva di vivo in questi poeti seicentistici, esalata in tenerezze, languori, voluttà, galanterie e dolcitudini.
Un ideale frivolo e convenzionale, nessun senso della vita reale, un macchinismo vuoto, un repertorio logoro, in nessuna relazione con la società, un assoluto ozio interno, un'esaltazione lirica a freddo, un naturalismo grossolano sotto velo di sagrestia, il luogo comune sotto ostentazione di originalità, la frivolezza sotto forme pompose e solenni, l'inezia collegata con l'assurdo e il paradosso, la vista delle cose superficiale e leggiera, la superficie isolata dal fondo e alterata con relazioni artificiali, la parola isolata dall'idea e divenuta vacua sonorità, questi sono i caratteri comuni a tutt'i poeti della decadenza, messa la differenza degl'ingegni.
Questi caratteri sono più o meno comuni a tutte le forme dello scrivere, tragedie, commedie, poemi, idilli, canzoni, discorsi, prefazioni, descrizioni, narrazioni, orazioni, panegirici, quaresimali, epistole, verso e prosa.
Il Marino della prosa fu Daniello Bartoli, fabbro artificiosissimo e insuperabile di periodi e di frasi, di uno stile insieme prezioso e fiorito.
È stato in ogni angolo quasi della terra; ha fatto migliaia di descrizioni e narrazioni: non si vede mai che la vista di tante cose nuove gli abbia rinfrescate le impressioni.
Retore e moralista astratto, pieno il capo di mitologia e di sacra Scrittura copiosissimo di parole e di frasi in tutto lo scibile, colorista brillante, credè di poter dir tutto, perchè tutto sapeva ben dire.
La natura e l'uomo non è per lui altro che stimolo e occasione a cavargli fuori tutta la sua erudizione e frasario.
Altro scopo più serio non ha.
Estraneo al movimento della coltura europea e a tutte le lotte del pensiero, stagnato in un classicismo e in un cattolicismo di seconda mano, venutogli dalla scuola, e non frugato dalla sua intelligenza, il suo cervello rimane ozioso non meno che il suo cuore; e la sua attenzione è tutta intorno alla parte tecnica e meccanica dell'espressione.
Tratta la lingua italiana, come greco o latino, come lingua morta, già fissata, e da lui pienamente posseduta.
Sferza i pedanti col suo Torto e Dritto del non si può.
Fugge le smancene toscane, e ricorda la risposta fatta a certi messi toscaneggianti, che domandavano qualche sussidio per rifare il ponte della loro città:
Qualor, talor, e quinci e quindi, e guari,
rifate il ponte co' vostri danari.
La sua lingua spedita, colorita, elegante, copiosa ha quel carattere di lingua classica italiana già così spiccato nel Tasso, nel Guarini e nel Marino e in quasi tutt'i seicentisti.
Il toscano parlato ha poca presa anche su moltissimi uomini colti della Toscana, e rimane stazionario in bocca al volgo.
La lingua classica nella sua fattura esterna e grammaticale tocca in lui un alto grado di perfezione per copia e scelta di vocaboli, per regolarità di costruzione, per speditezza di giunture e movimenti musicali.
Ama starsi nel minuto, notomizzare, descrivere, e vi spiega tutte le ricchezze del dizionario.
Descrive lungamente e con infiniti particolari le chiocciole, e conchiude:
«Eccovene in prima vestite di uno schietto drappo: argentine, bianche lattate, grigie, nericate, morate, purpuree, gialle, bronzine, dorate, scarlattine, vermiglie.
Poi, le addogate con lunghe strisce e liste di più colori a divisa, e quali se ne vergano per lo lungo, quali per lo traverso, alcune diritto, altre più vagamente a onda.
Ma certe in vero maravigliose, lavorate a modo d'intarsiatura, con minuzzoli di più colori bizzarramente ordinati, o d'un musaico di scacchi, l'un bianco e l'altro nero, quanto alla figura formatissimi, e alle giunture non isfumati punto, ma con una division tagliente, come appunto fossero alabastro e paragone, strettamente commessi.
Le più sono dipinte a capriccio, o granite, gocciolate, moscate, altre qua e là tócche con certe leggerissime leccature di minio, di cinabro, d'oro, di verdazzurro, di lacca; altre pezzate con macchie più risentite e grandi; altre o grandinate di piastrelli o sparse di rotelle, o minutissimo punteggiate; altre corse di vene come i marmi, con un artificio senz'arte, o spruzzate di sangue in mezzo ad altri colori, che le fan parere diaspri.»
E segue ancora per un pezzo su questo andare.
L'immaginazione rimane smarrita fra tante ricchezze, e perchè tutto è rilievo, manca il rilievo.
Non ci è senso di arte, nè di natura, e chi vuol sentire la differenza, ricordi la descrizione che fa l'Aretino del cielo di Venezia, così trepida d'impressioni e movimenti interni.
E non ha neppur senso d'uomo, nè di tante sue situazioni affettuose, nè di tanti suoi ritratti di personaggi ideali o storici alcuna cosa è rimasta viva.
Eccolo in Terra Santa.
Che impressioni e che affetti non dee destare quella vista in un buon cristiano, com'era il Bartoli! Ma se ne sbriga così:
«Lagrime di dolore e baci di pietoso affetto unitamente si debbono a questo venerabile terreno, che col piè scalzo e in atto non di curioso geografo, ma di pellegrino divoto, calchiamo.»
E attendiamo gli ardori estatici del pellegrino.
Ma è un cominciare con Plinio e un finire con Lucano, con intramessa di fredde amplificazioni rettoriche.
Stessa coltura e stesso contenuto nel padre Segneri.
Non ha altra serietà che letteraria, ornare e abbellire il luogo comune con citazioni, esempli, paragoni e figure rettoriche: perciò stemperato superficiale, volgare e ciarliero.
Si loda il suo esordio alla predica del paradiso: «Al cielo, al cielo!».
Il concetto è questo: - La terra non offre un bene perfetto; miriamo dunque al cielo.
E noi abbiamo conosciuto già questo mondo, già l'abbiamo sperimentato, ed ancora tolleriam di rimanerci.
Eh! Al cielo, al cielo! - Ora la prima parte non ha bisogno di dimostrazione, perchè ammessa da tutti.
Ma qui si accaneggia il Segneri, e intorno a questo luogo comune intesse tutt'i suoi ricami.
E se avesse veramente il sentimento della terrena infelicità e delle gioie celesti, non mancherebbe ai suoi colori novità, freschezza, profondità.
Ma non è che uno spasso letterario, un esercizio rettorico.
Luogo comune il concetto; luoghi comuni gli accessorii.
Non mira efficacemente a convertire, a persuadere l'uditorio; non ha fede, nè ardore apostolico, nè unzione; non ama gli uomini, non lavora alla loro salute e al loro bene.
Ha nel cervello una dottrina religiosa e morale di accatto, ed ereditaria, non conquistata col sudore della sua fronte, una grande erudizione sacra e profana: ivi niente si move, tutto è fissato e a posto.
La sua attività è al di fuori, intorno al condurre il discorso e distribuire le gradazioni, le ombre e la luce e i colori.
Gli si può dar questa lode negativa, che se spesso stanca, non annoia l'uditorio, che tien sospeso e maravigliato con un «crescendo» di gradazioni e sorprese rettoriche; e talora piacevoleggia e bambineggia per compiacere a quello.
Ancora è a sua lode, che si mostra scrittore corretto, e non capita nelle stramberie del Panigarola, o nelle sdolcinature e affettazioni de' suoi successori.
Si può ora scorgere il cammino della letteratura, iniziata nel Boccaccio, reazione all'ascetismo, negativa e idillica.
La negazione percorse tutta la scala delle forme comiche dalla caricatura del Boccaccio all'umorismo del Folengo, e si sciolse nello sfacciato cinismo di Pietro Aretino: fu essa vita e anima delle novelle, delle commedie, de' capitoli, de' poemi romanzeschi.
Semplice negazione, finì nella sensualità, nella licenza delle idee e delle forme, in un pretto materialismo.
Accanto a questo elemento negativo ci era l'idillio, un ritiro dell'anima dalle astrazioni teologiche e dalle agitazioni politiche nella semplicità e nella quiete della natura, un naturalismo spiritualizzato dal sentimento della forma o della bellezza, che produsse i miracoli della poesia e della pittura.
La grazia, l'eleganza, la finitezza delle forme, la misura e l'armonia nell'insieme e nelle parti sono l'impronta di quest'aurea età.
Ma questa letteratura portava in sè il germe della dissoluzione, ed era la sua tendenza accademica, letteraria e classica, per la poca serietà del suo contenuto e la sua separazione da tutt'i grandi interessi morali, politici e sociali che allora commovevano e ringiovanivano molta parte di Europa.
Giunta l'arte a quella perfezione, aveva bisogno di un nuovo contenuto per trasformarsi e rinsanguarsi.
E se la reazione tridentina ci avesse dato questo nuovo contenuto, sarebbe stata la benvenuta.
Avremmo avuto una seria ristaurazione religiosa e letteraria.
Ma fu ristaurazione delle forme, non della coscienza.
Agli stessi riformatori mancava nella loro opera la serietà della coscienza, come vedrà chi studi bene la storia del Concilio di Trento non dico nel Sarpi, ma nello stesso Pallavicino, voce leziosa e affettata di quei padri riformatori.
Di che nacque l'ultimo pervertimento del carattere nazionale.
L'idea che a salvare l'anima bastasse andare a messa e portare addosso uno scapolare, e che l'assoluzione del confessore fosse sufficiente a lavare tutte le macchie, salvo a tornar da capo, diede alle plebi italiane quell'impronta grottesca di bassezza, immoralità e divozione, che anche oggi in molti luoghi non si è cancellata.
Quanto alle classi colte, la vita era menzogna, una vita ostentatrice di sentimenti religiosi e morali senza alcuna radice nella coscienza.
Tale la vita, tale la letteratura.
Quella sua tendenza accademica e letteraria divenne la sua forma definitiva.
Fu rettorica, cioè a dire menzogna, espressione pomposa di sentimenti convenzionali.
Il pio Torquato prese sul serio quel nuovo contenuto, e vagheggiò un mondo eroico e religioso, che naufragò tra gli elementi che lo accompagnavano idillici e fantastici.
Come sotto lo scapolare batteva il core del brigante, sotto a quelle forme pompose viveva invitto il naturalismo lirico, fantastico, idillico del vecchio contenuto.
L'Armida divenne l'Adone, e l'Aminta il Pastorfido.
Fra tante vite di santi e rappresentazioni sacre, fra tante liriche eroiche, morali e patriottiche, ciò che ancor vive è il naturalismo, una certa ebbrezza musicale de' sensi, che fa cantare a' marinai napolitani le stanze di Armida e i lubrici versi del Marino.
Tutti si sentivano innanzi a un mondo poetico invecchiato, e volevano rinnovarlo, e non vedevano che bisognava innanzi tutto rinnovare la coscienza.
Aguzzarono l'intelletto, gonfiarono le frasi, e non potendo esser nuovi, furono strani L'attività si concentrò intorno alla frase, e il mondo letterario segregato dalla vita, e vuoto di ogni scopo serio, divenne un esercizio accademico e rettorico.
La parola come parola, fine a se stessa, è il carattere della forma letteraria o accademica.
Nel secolo scorso aveva un aspetto ciceroniano e boccaccevole; ora, divenuta l'essenza stessa della letteratura, vi si aggiunge un'aria preziosa, cioè a dire una ostentazione di peregrinità nella sottigliezza del concetto o nel giro della frase.
Citammo già alcuni esempi di Pietro Aretino.
Ora ci è in tutti anche ne' più semplici, un po' di Pietro Aretino.
E quando questo sforzo dello spirito pareva soverchia fatica, gli scrittori rimanevano senza più semplici parolai o frasaiuoli: ciò che si diceva «stile fiorito».
Queste sono le due forme della decadenza, di cui si vedono già i vestigi in Pietro Aretino, e che ora tengono il campo nelle accademie letterarie.
Gli accademici s'incensano, si batton le mani, si decretano l'immortalità.
Abbiamo gli Ardenti, i Solleciti, gl'Intrepidi, gli Olimpici, i Galeotti, gli Storditi, gl'Insipidi, gli Ottusi, gli Smarriti.
Acquistano un'importanza artificiale, molti vi pigliano il battesimo di grandi uomini, come fu del Salvini, dotto uomo ma d'ingegno assai inferiore alla fama.
Corona di questa letteratura frivola sono gli acrostici, gl'indovinelli, gli anagrammi, e simili giuochi di spiriti oziosi.
La parola, come parola, può per qualche tempo avere un'esistenza artificiale nelle accademie, ma non potrà mai formare una letteratura popolare, perchè la parola, se come espressione è potentissima, come semplice sensibile è inferiore a tutti gli altr'istrumenti dell'arte.
La parola è potentissima, quando viene dall'anima, e mette in moto tutte le facoltà dell'anima ne' suoi lettori; ma quando il di dentro è vuoto, e la parola non esprime che se stessa, riesce insipida e noiosa.
Allora la vista materiale, il colore, il suono, il gesto sono ben più efficaci alla rappresentazione che quella morta parola.
Si comprende adunque come i parolai con tutto il loro spirito e la loro eleganza mantennero la loro influenza in un circolo sempre più ristretto di lettori, e come al contrario presero il sopravvento gli attori, i musici e i cantanti, divenuti popolarissimi in Italia e fuori.
Le accademiche commedie del Fagiuoli doveano piacer meno che le commedie a soggetto, venute sempre più in voga, dove il fondo monotono e tradizionale era ringiovanito dagli accessorii improvvisati e dall'abile mimica.
D'altra parte nella parola si sviluppava sempre più l'elemento cantabile e musicale, già spiccatissimo nel Tasso, nel Guarini, nel Marino.
La sonorità o la melodia era divenuta principal legge del verso o della prosa, e si fabbricavano i periodi a suon di musica: ciascuno aveva nell'orecchio un'onda melodiosa.
Parte di rettorica era la declamazione, cioè a dire un modo di recitare solenne e armonioso.
La parola non era più una idea, era un suono; e spesso recitavasi a controsenso, per non guastare il suono.
Questo movimento musicale della nuova letteratura già visibile nel Petrarca e nel Boccaccio, pure armonizzato con le idee e le immagini, ora in quella insipidezza di ogni vita interiore diviene esso il principale regolatore di tutti gli elementi della composizione: tutto il solletico è nell'orecchio.
E si capisce come, giunte le cose a questo punto, la letteratura muore d'inanizione, per difetto di sangue e di calore interno, e divenuta parola che suona, si trasforma nella musica e nel canto, che più direttamente ed energicamente conseguono lo scopo.
Perciò fra tanta letteratura accademica il melodramma o il dramma musicale è il genere popolare, dove lo scenario, la mimica, il canto e la musica opera sull'immaginazione ben più potentemente che la parola insipida, vacua sonorità, rimasta semplice accessorio.
La letteratura moriva, e nasceva la musica.
Già la musica non fu mai scompagnata dalla poesia.
Liriche sacre e profane erano cantate e musicate, e ancora tutta la varietà delle canzoni popolari.
Nel teatro i cori e gl'intermezzi erano cantati.
Ma quando il dramma divenne insulso, e la parola perdette ogni efficacia, si cercò l'interesse nella musica, e tutto il dramma fu cantato.
E come la musica non bastasse, si ricorse a tutt'i mezzi più efficaci su' sensi e sull'immaginativa, magnificenza e varietà di apparati scenici, combinazioni fantastiche di avvenimenti, allegorie e macchine mitologiche.
Fu da questa corruzione e dissoluzione letteraria che uscì il melodramma, o l'«opera», serbata a sì grandi destini.
Il primo tipo del melodramma è l'Orfeo.
Il Tasso, il Guarini, il Marino sono scrittori melodrammatici.
La lirica seicentistica è in gran parte melodrammatica.
E quelle canzonette, tutti quei languori di Filli e Amarilli sono i preludi del Metastasio.
I trilli, le cadenze, le variazioni, i parallelismi, le simmetrie, le ripigliate, tutt'i congegni della melodia musicale, appariscono già nella poesia.
La parola, non essendo altro più che musica, avea perduta la sua ragion d'essere, e cesse il campo alla musica e al canto.
XIX
LA NUOVA SCIENZA
La letteratura non poteva risorgere che con la risurrezione della coscienza nazionale.
Come negazione, ebbe vita splendida, che si chiuse col Folengo e l'Aretino.
Arrestato quel movimento negativo dal Concilio di Trento, nacque un'affermazione ipocrita e rettorica, sotto alla quale senti una delle forme più deleterie della negazione, l'indifferenza.
In quella stagnazione della vita pubblica e privata, non rimane alla letteratura altro di vivo che un molle lirismo idillico, il quale si scioglie nel melodramma, e dà luogo alla musica.
Ma quel movimento non era puramente negativo.
Vi sorgeva dirimpetto l'affermazione del Machiavelli, una prima ricostruzione della coscienza, un mondo nuovo in opposizione dell'ascetismo, trovato e illustrato dalla scienza.
È in questo mondo nuovo che la letteratura dovea cercare il suo contenuto, il suo motivo, la sua novità.
Accettarlo o combatterlo era lo stesso.
Ma bisognava ad ogni costo avere una fede, lottare, poetare, vivere, morire per quella.
I princìpi furono favorevoli.
Insieme con la nuova letteratura si era sviluppata un'agitazione filosofica nelle università e nelle accademie, indipendente dalla teologia cattolica o riformista, o piuttosto in opposizione mascherata alla teologia e all'aristotelismo dominante ancora nelle scuole.
I liberi pensatori eran detti «filosofi moderni» o i «nuovi filosofi», come predicatori di nuove dottrine, e vedemmo come il Tasso nella sua giovinezza soggiacque alla loro autorità.
Tra questi nuovi filosofi, che proclamavano l'autonomia della ragione, e la sua indipendenza da ogni autorità di teologo e di filosofo, disputando soprattutto contro Aristotile, era Bernardino Telesio, dell'Accademia Cosentina, nel quale è già spiccata la tendenza all'investigazione de' fatti naturali e al libero filosofare lasciate da parte le astrazioni e le forme scolastiche.
Tra questi «uomini nuovi», come li chiama Bacone, ebbe qualche fama il Patrizi, e Mario Nizzoli da Modena, che combattè ugualmente Aristotile e Platone, fuggì il gergo scolastico, e fu detto dal Leibnitz «exemplum dictionis philosophiae reformatae».
Gli uomini nuovi chiamavano pedanti gli avversari, e come portavano i tempi, alternavano le villanie con gli argomenti.
Il carattere di questo nuovo filosofare era l'indipendenza della filosofia dirimpetto la fede e l'autorità, il metodo sperimentale, e la riabilitazione della materia o della natura, risecato dalla investigazione tutto ciò che è soprannaturale e materia di fede.
Filosofia e letteratura andavano di pari passo; il Machiavelli e l'Ariosto s'incontravano sullo stesso terreno, ciascuno co' suoi mezzi.
L'ironia dell'Ariosto ha il suo comento nella logica del Machiavelli.
Come negazione, la nuova filosofia era troppo radicale, perchè non solo negava il papato, ma il cattolicismo, e non solo il cattolicismo, ma il cristianesimo, e non solo il cristianesimo, ma l'altro mondo, e non solo l'altro mondo, ma Dio stesso.
Non è che queste cose apertamente si negassero, anzi il linguaggio era pieno di cautele e di ossequi, maestro il Machiavelli; ma co' più umili inchini le mettevano da parte, come materia di fede, e vi sostituivano la «natura», il «mondo», la «forza delle cose», la «patria», la «gloria», altri elementi ed altri fini.
Era in fondo l'umanismo e il naturalismo, appoggiato alla ragione e all'esperienza, che prendeva il suo posto nel mondo.
Questo grande movimento dello spirito che segna l'aurora de' tempi moderni, e che si può ben chiamare il Rinnovamento, avea nell'intelletto italiano la sua posizione più avanzata.
Tutte le idee religiose, morali e politiche del medio evo erano parte affievolite, parte affatto cancellate nella coscienza degli uomini colti, anche de' preti, anche de' papi: l'indifferenza pubblica aveva la sua espressione nell'ironia, nel cinismo, nell'umorismo letterario.
Ora questa negazione e indifferenza universale non potea produrre un organismo politico e sociale, anzi era indizio più di dissoluzione, che di nuova formazione.
La negazione non era effetto di una energica affermazione, come fu per la Riforma, reazione contro il paganesimo e il materialismo della Corte romana prodotta da un vivace sentimento spiritualista, religioso e morale, secondato da passioni e interessi politici.
La Riforma riuscì, perchè fu limitata nella sua negazione e nelle sue conclusioni, perchè avea a sua base lo spirito religioso e morale delle classi colte, e perchè, combattendo il papa e sostenendo i principi nella loro lotta contro l'imperatore, seppe metter dalla sua gl'interessi e le ambizioni.
Presso noi, la negazione era un fatto puramente intellettuale, e quanto più assolute le conclusioni dell'intelletto, tanto più era debole la volontà e la forza di effettuarle.
L'ideale stava a troppa distanza dal reale.
La stessa utopia ne' suoi voli d'immaginazione rimaneva inferiore a quella posizione così avanzata dell'intelletto.
Rimasero dunque conclusioni accademiche, temi rettorici, investigazioni solitarie nell'indifferenza pubblica.
Le stesse audacie del Machiavelli passarono inosservate.
La libertà del pensiero non era scritta in nessuna legge, ma ci era nel fatto, e si filosofava e si disputava sopra qualsivoglia materia senz'altro pericolo che degli emuli e invidiosi, che talora concitavano contro gli uomini nuovi le ire papali.
Se il movimento avesse potuto svilupparsi liberamente, non è dubbio che avrebbe trovato il suo limite nelle applicazioni politiche e sociali, fermandosi in quelle idee medie, che meno sono lontane dalla realtà, e che si trovano già delineate nel Machiavelli, il più pratico e positivo di quegli uomini nuovi.
Avremmo forse avuto la «patria» del Machiavelli, una chiesa nazionale, una religione purgata di quella parte grottesca e assurda, che la rende spregevole agli uomini colti, e una educazione civile dell'animo e del corpo.
Ma appunto allora l'Italia perdette la sua indipendenza politica e la sua libertà intellettuale; anzi la vittoria della Riforma in molte parti di Europa rese timidi e sospettosi i governanti, e cominciò feroce persecuzione contro gli uomini nuovi, eretici e filosofi, e più gli eretici, come più pericolosi.
Avemmo il Concilio di Trento e l'Inquisizione, e, cosa anco peggiore, l'educazione gesuitica, eunuca e ipocrita.
I più arditi esularono; e venne su la nuova generazione, con apparenze più corrette, e con una dottrina ufficiale che non era lecito mettere in discussione.
Salvar le apparenze era il motto, e bastava.
E ne uscì una società scredente, sensuale, indifferente, rettorica nelle forme, insipida nel fondo, con letteratura conforme.
Religione, patria, virtù, educazione, generosità, sono temi poetici e oratorii frequentissimi, con esagerazioni spinte all'ultimo eroismo, perchè in nessuna relazione con la serietà e la pratica della vita.
Ma nè l'Inquisizione co' suoi terrori, nè poi i gesuiti co' loro vezzi poterono arrestare del tutto quel movimento intellettuale, che avea la sua base nel naturale sviluppo della vita italiana.
Poterono bene ritardarlo tanto e impedirlo nel suo cammino, che ci volle più di un secolo, perchè acquistasse importanza sociale.
La reazione aveva anche i suoi uomini dotti.
Ma la differenza era in questo, che ne' suoi uomini era stagnata ogni attività intellettuale ed ogni vigore speculativo, volto il lavoro della mente agli accidenti e alle forme, più che alla sostanza, com'era pure de' letterati; dove negli altri hai un serio progresso intellettuale, vivificato dalla fede, e stimolato dalla passione.
La reazione avea vinto pienamente, avea seco tutte le forze sociali, e l'opposizione cacciata via dalle accademie e dalle scuole, frenata dall'Inquisizione e dalla censura, toltale ogni libertà e forza di espansione, era una infima minoranza appena avvertita nel gran movimento sociale.
Perciò alla reazione mancò la lotta, dove si affina l'intelletto e si accendono le passioni, e per difetto di alimento rimase stazionaria e arcadica.
L'attività intellettuale e l'ardore della fede rimase privilegio dell'opposizione, sì che dove trovi movimento intellettuale, ivi trovi opposizione più o meno pronunziata, e spesso involontaria e quasi senza saputa dello scrittore.
La storia di questa opposizione non è stata ancora fatta in modo degno.
Pure, là sono i nostri padri, là batteva il core d'Italia, là stavano i germi della vita nuova.
Perchè infine la vita italiana mancava per il vuoto della coscienza, e la storia di questa opposizione italiana non è altro se non la storia della lenta ricostituzione della coscienza nazionale.
Cosa ci era nella coscienza? Nulla.
Non Dio, non patria, non famiglia, non umanità, non civiltà.
E non ci era più neppure la negazione, che anch'essa è vita, anzi ci era una pomposa simulazione de' più nobili sentimenti con la più profonda indifferenza.
Se in questa Italia arcadica vogliamo trovare uomini, che abbiano una coscienza, e perciò una vita, cioè a dire che abbiano fede, convinzioni, amore degli uomini e del bene, zelo della verità e del sapere, dobbiamo mirare là, in questi uomini nuovi di Bacone, in questi primi santi del mondo moderno, che portavano nel loro seno una nuova Italia e una nuova letteratura.
E inchiniamoci prima innanzi a Giordano Bruno.
Cominciò poeta, fu grande ammiratore del Tansillo.
Aveva molta immaginazione e molto spirito, due qualità che bastavano allora alla fabbrica di tanti poeti e letterati; nè altre ne avea il Tansillo, e più tardi il Marino e gli altri lirici del Seicento.
Ma Bruno avea facoltà più poderose, che trovarono alimento ne' suoi studi filosofici.
Avea la visione intellettiva, o, come dicono, l'intuito, facoltà che può esser negata solo da quelli che ne son senza, e avea sviluppatissima la facoltà sintetica, cioè quel guardar le cose dalle somme altezze e cercare l'uno nel differente.
Non era di ugual forza nell'analisi, dove non mostra pazienza e sagacia d'investigazione, ma quell'acutezza sofistica d'ingegno, che fa di lui l'ultimo degli scolastici nelle argomentazioni, e il precursore de' marinisti ne' colori.
Supplisce all'analisi con l'immaginazione, fantasticando, dove non giunge la sua visione, saltando le idee medie, e sforzandosi divinare quello che per lo stato allora della cognizione non può attingere.
Spesso le sue idee sono immagini, e le sue speculazioni sono fantasie e allegorie.
Ci era nel suo petto un dio agitatore, che sentono tutt'i grand'ingegni; ed era un dio filosofico, attraversato e avviluppato di forme poetiche, che gli guastano la visione e lo dispongono più a costruire lui il mondo, che a speculare sulla costruzione di quello.
Con queste forze e con queste disposizioni si può immaginare qual viva impressione dovettero fare sul suo spirito gli studi filosofici.
La sua cultura è ampia e seria: si mostra dimestico non solo de' filosofi greci, ma de' contemporanei.
Ha una speciale ammirazione verso il «divino» Cusano e molta riverenza pel Telesio.
Il suo favorito è Pitagora, di cui afferma invidioso Platone.
Alla sua natura contemplativa e poetica dovea riuscire sommamente antipatico Aristotile, e ne parla con odio, quasi nemico.
Cosa dovea parere a quel giovine tutto quell'edifizio teologico-scolastico-aristotelico sconquassato dagli uomini nuovi, ma saldo ancora nelle scuole, sul quale s'innestava una società corrotta e ipocrita? Il primo movimento del suo spirito fu negativo e polemico, fu la negazione delle opinioni ricevute, accompagnata con un amaro disprezzo delle istituzioni e de' costumi sociali.
Era il tempo delle persecuzioni.
I migliori ingegni emigravano, regnava l'Inquisizione.
E Bruno era frate, e frate domenicano.
Come uscì dal convento, e perchè esulò, s'ignora.
Ma a quel tempo bastava poco ad essere battezzato eretico: ricordiamo i terrori del povero Tasso.
Fuggì Bruno in Ginevra, dove trovò un papa anche più intollerante.
Fuggì a Tolosa, a Lione, a Parigi, dove ebbe qualche tregua, e pubblicò il suo primo lavoro.
Era il 1582.
Aveva una trentina di anni.
Cosa è questo primo lavoro? Una commedia, il Candelaio.
Bruno vi sfoga le sue qualità poetiche e letterarie.
La scena è in Napoli, la materia è il mondo plebeo e volgare, il concetto è l'eterna lotta degli sciocchi e de' furbi, lo spirito è il più profondo disprezzo e fastidio della società, la forma è cinica.
È il fondo della commedia italiana dal Boccaccio all'Aretino, salvo che gli altri vi si spassano, massime l'Aretino, ed egli se ne stacca e rimane al di sopra.
Chiamasi «accademico di nulla accademia, detto il Fastidito».
Nel tempo classico delle accademie il suo titolo di gloria è di non essere accademico.
Quel «fastidito» ti dà la chiave del suo spirito.
La società non gl'ispira più collera; ne ha fastidio, si sente fuori e sopra di essa.
Si dipinge così:
«L'autore, sì lo conosceste, ...
have una fisonomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno; ...
un che ride sol per far comme fan gli altri.
Per il più lo vedrete fastidito, restio e bizzarro.»
Il mondo gli parve un gioco vano di apparenze, senza conclusione.
E il risultato della sua commedia è «in tutto non esser cosa di sicuro; ma assai di negozio, difetto abbastanza, poco di bello e nulla di buono».
Nessuno interesse può destare la scena del mondo a un uomo, che nella dedica conchiude così:
«Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla si annichila, è un solo, che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo.
Con questa filosofia l'animo mi s'ingrandisce, e me si magnifica l'intelletto.»
Ma non gli s'ingrandisce il senso poetico, il quale è appunto nel contrario, nel dar valore alle più piccole rappresentazioni della natura, e prenderci interesse.
Un uomo simile era destinato a speculare sull'uno e sul medesimo, non certo a fare un'opera d'arte.
Non si mescola nel suo mondo, ma ne sta da fuori e lo vede nelle sue generalità.
Ecco in qual modo dipinge l'innamorato:
«Vedrete in un amante sospiri, lacrime, sbadacchiamenti, tremori, sogni, rizzamenti e un cuor rostito nel fuoco d'amore; pensamenti, astrazioni, collere, malinconie, invidie, querele, e men sperar quel che più si desia.»
E continua di questo passo, ammassando tutt'i luoghi topici della rettorica e tutte le frasi della moda:
«cuor mio», «mio bene», «mia vita», «mia dolce piaga» e «morte», «dio», «nume», «poggio», «riposo», «speranza», «fontana», «spirito», «tramontana stella», ed «un bel sol che all'alma mai tramonta», ...
«crudo core», «salda colonna», «dura pietra», «petto di diamante», ...
«cruda man che ha le chiavi del mio core», «mia nemica», «mia dolce guerriera», «bersaglio sol di tutt'i miei pensieri», e «bei son gli amor miei, non quei d'altrui».
È il vecchio frasario de' petrarchisti, venutogli a noia e ammassato qui alla rinfusa.
Ci è il critico, non ci è il poeta comico che ci viva dentro e ci si trastulli.
Fino il titolo, il Candelaio, lo mena a questa considerazione filosofica: che è la candela destinata a illuminare le «ombre delle idee».
Perciò costruisce il suo mondo comico a quel modo che costruisce il suo universo, guardando nelle apparenze l'essenza e la generalità:
«Eccovi avanti agli occhi oziosi princìpi, debili orditure, vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti di petto, scoverture di corde, falsi presuppositi, alienazioni di mente, poetici furori, offuscamento di sensi, turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d'intelletto, fede sfrenata, cure insensate, studi incerti, somenze intempestive, e gloriosi frutti di pazzia.»
Con queste disposizioni non individua, come fa l'artista, ma generalizza, mette insieme le cose più disparate, perchè nelle massime differenze trova sempre il simile e l'uno, e profonde antitesi, similitudini, sinonimi, con una copia, un brio, una novità di relazioni che testimoniano straordinaria acutezza di mente.
Chi legge Bruno si trova già in pieno Seicento, e indovina Marino e Achillini.
Ecco un periodo alla sua donna:
«Voi, coltivatrice del campo dell'animo mio, che dopo di avere attrite le glebe della sua durezza, e assotigliatogli il stile, acciocchè la polverosa nebbia sollevata dal vento della leggerezza non offendesse gli occhi di questo e quello, con acqua divina, che dal fonte del vostro spirito deriva, m'abbeveraste l'intelletto.»
Sembra un periodo rubato a Pietro Aretino, che ne facea mercato.
Il difetto penetra anche nella rappresentazione, essendo i caratteri concepiti astrattamente, perciò tesi e crudi, senza ombre e chiaroscuri, con una cinica nudità, resa anche più spiccata da una lingua grossolana, un italiano abborracciato e mescolato di elementi napolitani e latini.
In questo mondo comico i tre protagonisti, che sono i tre sciocchi beffardi e castigati, abbracciano la vita nelle sue tre forme più spiccate, la letteratura, la scienza e l'amore nella loro comica degenerazione.
La letteratura è pedanteria, la scienza è impostura, l'amore è bestialità.
Il personaggio meglio riuscito è il pedante, che finisce sculacciato e rubato.
E il pedante sotto vari nomi diviene parte sostanziale anche del suo mondo filosofico, diviene il suo elemento negativo e polemico.
Dirimpetto alla sua speculazione ci è sempre il pedante aristotelico, che rappresenta il senso comune o le opinioni volgari, ed è messo alla berlina.
La speculazione si sviluppa in forma di dialogo, dove il pedante rappresenta la parte del buffone resa più piccante dalla solennità magistrale.
A questo elemento comico aggiungi un altro elemento letterario, l'allegorico e il fantastico, che lo dispone a inviluppare i suoi concetti sotto immagini e finzioni, com'è nel suo Asino cillenico e nello Spaccio della bestia trionfante.
Qui arieggia Luciano, come in altri dialoghi più severamente speculativi arieggia Platone.
Il suo dialogo Degli eroici furori ricorda la Vita nuova di Dante, una filza di sonetti, ciascuno col suo comento, il quale nella sua generalità è una dottrina allegorica intorno all'entusiasmo e alla ispirazione.
Il contenuto nel Bruno è in molta parte nuovo, ma le sue forme letterarie non nascono dal contenuto, sono appiccate a quello, e sono forme invecchiate e corrotte dal lungo uso, perciò senza grazia e semplicità, e senza calore intimo.
Se non disgustano e non annoiano, si dee al suo acuto spirito e alla sua attività intellettuale, che non ti fa mai stagnare, e ti sorprende di continuo con sali, frizzi, antitesi, bizzarrie, concetti e finezze, che è il cattivo gusto degli uomini d'ingegno.
Ma quest'uomo così inviluppato in forme tradizionali e già guaste, che accennavano già ad una prossima dissoluzione della letteratura italiana, era nella sua speculazione perfettamente libero, e costruiva un nuovo contenuto, da cui dovea uscire più tardi una nuova critica e una nuova letteratura.
La sua filosofia è la condanna più esplicita delle sue forme e de' suoi pregiudizi letterari.
Non vo' già analizzare il suo sistema filosofico: chè non fo storia di filosofia.
Ma debbo notare le idee e le tendenze che ebbero una decisa influenza sul progresso umano.
Ne' suoi primi scritti, tutti in latino, si vede il giovane, a cui si apre tutto il mondo della cognizione, e cerca riassumerlo, costruire l'albero enciclopedico.
Raimondo Lullo avea già tentata questa sintesi, come aiuto della memoria.
Bruno rifà il suo lavoro, stabilisce categorie e distinzioni, note mnemoniche, o idee generali, intorno a cui si aggruppino i particolari, come «cielo», «albero», «selva».
Queste note le chiama «suggelli», a cui è aggiunto «sigillus sigillorum», cioè le idee prime, da cui discendono le altre.
Il suo entusiasmo per quest'«architettura lulliana», titolo di un suo scritto, è tale, che la chiama «arte delle arti», perchè vi si trova «quidquid per logicam, metaphysicam, cabalam, naturalem magiam, artes magnas atque breves theoretice inquiritur».
Bruno non avea attinto che il meccanismo della scienza, perchè queste categorie o distribuzioni per capi e per materia sono distinzioni formali e arbitrarie, e rassomigliano un dizionario fatto per categorie a soccorso della memoria.
Il volgo ci dà molta importanza e crede, imparando quelle categorie, di avere imparato a così buon mercato tutte le scienze.
Dicesi che molti gli stessero attorno per aver da lui il secreto di diventar dottori in qualche mese, e che beffati gliene volessero: anzi a queste inimicizie plebee si attribuisce la sua fuga da Parigi e la sua andata a Londra.
Ivi continuò i suoi studi lulliani e pubblicò Explicatio triginta sigillorum, con una introduzione intitolata: Recens et completa ars reminiscendi.
In questi studi meccanici e formali si rivela già un principio organico, che annunzia il gran pensatore.
L'arte del ricordarsi si trasforma innanzi alla sua mente speculativa in una vera arte del pensare, in una logica che è ad un tempo una ontologia.
Ci è un libro pubblicato a Parigi nel 1582, col titolo: De umbris idearum, e lo raccomando a' filosofi, perchè ivi è il primo germe di quel mondo nuovo, che fermentava nel suo cervello.
Ivi tra quelle bizzarrie mnemoniche è sviluppato questo concetto capitalissimo, che le serie del mondo intellettuale corrispondono alle serie del mondo naturale, perchè uno è il principio dello spirito e della natura, uno è il pensiero e l'essere.
Perciò pensare è figurare al di dentro quello che la natura rappresenta al di fuori, copiare in sè la scrittura della natura.
Pensare è vedere, ed il suo organo è l'occhio interiore, negato agl'inetti.
Ond'è che la logica non è un argomentare, ma un contemplare, una intuizione intellettuale non delle idee, che sono in Dio, sostanza fuori della cognizione, ma delle ombre o riflessi delle idee ne' sensi e nella ragione.
Bruno parla con disprezzo dantesco del volgo, a cui è negato il lume interno, la visione del vero e del buono riflesso nella ragione e nella natura; e premette al suo libro questa protesta:
Umbra profunda sumus, ne nos vexetis, inepti;
non vos, sed doctos tam grave quaerit opus.
Che vuol dire in buono italiano: - Chi non ci vede, suo danno, e non ci stia a seccare.
-
Questo concetto rinnovava la scienza nella sua sostanza e nel suo metodo.
Il dualismo teologico-filosofico del medio evo, da cui scaturiva il dualismo politico, papa e imperatore, dava luogo all'unità assoluta.
E il formalismo meccanico aristotelico-scolastico cedeva il campo a un metodo organico, cioè a dire derivato dall'essenza stessa della scienza.
Il nuovo concetto era la chiave della speculazione di Bruno.
A Londra Bruno sostenne una disputa sul sistema di Copernico, lungamente da lui narrata e con colori molto comici nella Cena delle ceneri, cioè del primo dì di quaresima.
Poi sviluppò più ampiamente le sue idee nel dialogo della Causa, principio e uno, e nell'altro dell'Infinito, universo e mondi, pubblicati a Londra nel 1584.
Quei tre libri sono la sua metafisica.
Ciò che ti colpisce dapprima in questa speculazione è la riabilitazione, anzi l'indiamento della materia scomunicata, chiamata «peccato».
Bruno ha chiara coscienza di ciò che fa.
Perchè mette in bocca al pedante aristotelico le opinioni volgari che correvano intorno alla materia.
Il pedante è Polinnio, ed è descritto così:
«Questo è un di quelli che, quando ti arràn fatta una bella costruzione, prodotta una elegante epistolina, scroccata una bella frase da la popina ciceroniana, qua è risuscitato Demostene, qua vegeta Tullio, qua vive Salustio; qua è un Argo che vede ogni lettera, ogni sillaba, ogni dizione...
Chiamano all'essamina le orazioni, fanno discussione de le frasi, con dire: - Queste sanno di poeta, queste di comico, queste di oratore! Questo è grave, questo è lieve, quello è sublime, quell'altro è «humile dicendi genus».
Questa orazione è aspera, sarebbe lene, se fusse formata cossì.
Questo è un infante scrittore, poco studioso dell'antiquità, non redolet arpinatem, desepit Latium. Questa voce non è tosca, non è usurpata da Boccaccio, Petrarca e altri probati autori...
- Con questo trionfa, si contenta di sè, gli piaceno più ch'ogn'altra cosa i fatti suoi: è un Giove che da l'alta specula rimira e considera la vita degli altri uomini suggetta a tanti errori, calamitadi, miserie e fatiche inutili.
Solo lui è felice, lui solo vive vita celeste, quando contempla la sua divinità nello specchio di uno spicilegio, un dizionario, un Calepino, un lessico, un Cornucopia, un Nizzolio...
Se avvien che rida, si chiama Democrito; se avvien che si dolga, si chiama Eraclito; se disputa, si chiama Crisippo; se discorre, si nome Aristotile; se fa chimere, si appella Platone; se mugge un sermoncello, se intitula Demostene; se construisce Virgilio, lui è il Marone.
Qua corregge Achille, approva Enea, riprende Ettore, esclama contro Pirro, si condole di Priamo, arguisce Turno, scusa Didone, comenda Acate, e infine mentre «verbum verbo reddit» e infilza salvatiche sinonimie «nihil divinum a se alienum putat», e così borioso smontando de la sua catedra, come colui c'ha disposti i cieli, regolati i senati, domati gli eserciti, riformati i mondi, è certo che se non fosse l'ingiuria del tempo, farebbe con gli effetti quello che fa con l'opinione.
O tempora o mores! Quanti son rari quei che intendeno la natura dei participi, degli adverbi, delle coniunczioni !
Polinnio sarebbe immortale, se fosse in azione così vivo e vero, come è dipinto qui, ma l'artista è inferiore al critico, nè il Polinnio che parla è uguale al Polinnio descritto con così felice umore sarcastico.
Polinnio sa a mente tutto quello che è stato scritto intorno alla materia, e tutto solo, «ita, inquam, solus ut minime omnium solus», come fosse in cattedra, ti sciorina sulla materia una lezione, anzi, come dice lui, una «nervosa orazione:»
«La materia...
di peripatetici dal principe..., non minus che dal Platon divino e altri, or «caos», or «hyle» or «silva», or «massa», or «potenzia», or «aptitudine», or «privationi admixtum», or «peccati causa», or «ad maleficium ordinata», or «per se non ens», or «per se non scibile», or «per analogiam ad formam cognoscibile», or «tabula rasa», or «indepictum», or «subiectum», or «substratum», or «substerniculum», or «campus», or «infinitum», or «indeterminatum», or «prope nihil», or« neque quid, neoue quale, neque quantum», tandem ...
«femina» vien detta, tandem, inquam, ut una complectantur omnia vocula, «foemina» .»
Ebbene, questa materia, che Polinnio per disprezzo chiama «femmina», la «causa del peccato», la «tavola rasa», il «prope nihil», il «neque quid, neque quale, neque quantum», è proclamata da Bruno immortale e infinita.
Passano le forme: la materia resta immutabile nella sua sostanza:
«Nella natura, variandosi in infinito, e succedendo l'una a l'altra le forme, è sempre una materia medesma...
Quello che era seme, si fa erba, e da quello che era erba, si fa spica, da che era spica, si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavero, da questo terra, da questo pietra...
Bisogna dunque che sia una medesima cosa, che da sè non è pietra, non terra, non cadavere, non uomo, non embrione, non sangue...; ma che dopo che era sangue, si fa embrione, ricevendo l'essere embrione; dopo ch'era embrione, riceve l'essere uomo, facendosi uomo.»
E poichè tutte le forme passano, ed ella resta, Democrito e gli epicurei «quel che non è corpo dicono esser nulla: per conseguenza vogliono la materia sola essere la sustanza delle cose, e anche quella essere la natura divina», le forme non essendo «altro che certe accidentali disposizioni della materia», come sostengono i cirenaici, cinici e stoici.
Bruno avea dapprima la stessa opinione, diffusa già in molti contemporanei, soprattutto nei medici, parendogli che quella dottrina avesse «fondamenti più corrispondenti alla natura che quei di Aristotile».
Cominciò dunque prettamente materialista; ma considerata la cosa «più maturamente» non potè confondere la potenza passiva di tutto e la potenza attiva di tutto, chi fa e chi è fatto, la forma e la materia: onde venne nella conclusione esserci nella natura due sustanze, l'una ch'è forma, l'altra che è materia, la «potestà di fare» e la «potestà di esser fatto».
Perciò nella scala degli esseri «c'è un intelletto, che dà l'essere a ogni cosa, chiamato da' pitagorici...'datore delle forme'; una anima e principio formale, che si fa ed informa ogni cosa, chiamata da' medesimi 'fonte delle forme'; una materia, della quale vien fatta e formata ogni cosa, chiamata da tutti 'ricetto delle forme'.
Quanto all'intelletto, «primo e ottimo principio», «non possiamo conoscer nulla, se non per modo di vestigio, essendo la divina sostanza infinita e lontanissima da quegli effetti che sono l'ultimo termine del corso della nostra discorsiva facultade ».
Dio dunque è materia di fede e di rivelazione, e secondo la teologia e «ancora tutte riformate filosofie» è cosa «da profano e turbolento spirito il voler precipitarsi a ...
definire circa quelle cose che son sopra la sfera della nostra intelligenza».
Dio «è tutto quello che può essere»; in lui potenza e atto «son la medesima cosa», possibilità assoluta, atto assoluto.
«Lo uomo è quel che può essere; ma non è tutto quel che può essere...
Quello, che è tutto quel che può essere, è uno il quale nell'esser suo comprende ogni essere.
Lui è tutto quel che è e può essere.» In lui ogni potenza e atto è «complicato, unito e uno: nelle altre cose è esplicato, disperso e moltiplicato».
Lui è «potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere.» Perciò il Rivelatore lo chiama «Colui che è», il «Primo» e il «Novissimo», poichè «non è cosa antica e non è cosa nuova», e dice di lui: «Sicut tenebrae eius, ita et lumen eius».
«Atto absolutissimo» e «absolutissima potenza, non può esser compreso dall'intelletto se non per modo di negazione; non può ...
esser capito, nè in quanto può esser tutto», nè in quanto è tutto.
Ond'è che il sommo principio è escluso dalla filosofia, e Bruno costruisce il mondo, lasciando da parte la più alta contemplazione, che ascende sopra la natura, la quale «a chi non crede è impossibile e nulla».
Quelli che non hanno il lume soprannaturale, stimano ogni cosa esser corpo, o semplice, come lo etere, o composto, come gli astri, e non cercano la divinità fuor de l'infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo e in quelle».
Questa è la sola differenza tra il «fedele teologo» e il «vero filosofo».
E Bruno conchiude: - Credo che abbiate compreso quel che voglio dire.
- Il medio evo avea per base il soprannaturale e l'estramondano: Bruno lo ammette come «fedele teologo», ma come «vero filosofo» cerca la divinità non fuori del mondo, ma nel mondo.
È in fondo la più radicale negazione dell'ascetismo e del medio evo.
Lasciando da parte la contemplazione del primo principio, rimangono due sostanze: la forma che fa e la materia di cui si fa, i due princìpi costitutivi delle cose.
La forma nella sua assolutezza è l'«anima del mondo», la cui «intima, più reale e propria facoltà e parte potenziale» è l'«intelletto universale».
Come il nostro intelletto produce le specie razionali, così l'intelletto o l'anima del mondo produce le specie naturali, «empie il tutto, illumina l'universo», come disse il poeta: «...totamque infusa per artus / mens agitat molem, et toto se corpore miscet».
Questo intelletto, detto da' platonici «fabro del mondo», e da Bruno «artefice interno», «infondendo e porgendo qualche cosa del suo alla materia, ...
produce il tutto».
Esso è la forma universale e sostanziale insita nella materia, perchè non opera circa la materia e fuor di quella, ma figura la materia da dentro, «come da dentro del seme o radice» forma «il stipe, da dentro il stipe caccia i rami, da dentro i rami le formate brance, da dentro queste ispiega le gemme, da dentro forma, figura e intesse come di nervi le fronde, li fiori e li frutti».
La natura opra dal centro, per dir così, del suo soggetto o materia.
Sicchè la forma, se come causa efficiente è estrinseca, perchè «non è parte delle cose prodotte»; «quanto all'atto della sua operazione», è intrinseca alla materia, perchè opera nel seno di quella.
È causa, cioè, fuori delle cose; ed è insieme principio, cioè insito nelle cose.
Non ci è creazione, ci è generazione, o, come dice Bruno, «esplicazione».
La forma è in tutte le cose, e perciò tutte le cose hanno anima.
Vivere è avere una forma, avere anima.
Tutte le cose sono viventi.
«Se la vita si trova in tutte le cose, l'anima» è «forma di tutte le cose»: presiede alla materia, «signoreggia nelli composti, effettua la composizione e consistenza delle parti».
Perciò essa è immortale e una non meno che la materia.
Ma «secondo la diversità delle disposizioni della materia e secondo la facultà de' princìpi materiali attivi e passivi, viene a produr diverse figurazioni».
Sono queste forme esteriori, che solo si cangiano e annullano, «perchè non sono cose, ma de le cose, non sono sustanze, ma de le sustanze sono accidenti e circostanze.
Perciò dice il poeta: «Omnia mutantur, nihil interit».
E Salomone dice: «Quid est quod est? Ipsum, quod fuit.
Quid est quod fuit? Ipsum, quod futurum est.
Nihil sub sole novum».
Vani dunque sono i terrori della morte, e più vani i terrori dell'«avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avvelena».
Machiavelli avea già parlato di uno «spirito del mondo» immortale ed immutabile, fattore della storia secondo le sue leggi costitutive.
Quello spirito della storia nella speculazione di Bruno è il «fabro del mondo», il suo «artefice interno».
Dirimpetto alla forma assoluta è la materia assoluta, cioè secondo sè, distinta dalla forma.
Come la forma esclude da sè ogni concetto di materia, così la materia esclude da sè ogni concetto di forma.
La materia è «informe», potenza passiva «pura, nuda, senz'atto, senza virtù e perfezione», «prope nihil»: è l'indifferente, lo stesso e il medesimo, il tutto e il nulla.
Appunto perchè è tutte le cose, non è alcuna cosa.
E perchè non è alcuna cosa, non è corpo; «nullas habet dimensiones», è indivisibile, soggetto di cose corporee e incorporee.
Se avesse certe dimensioni, certo essere, certa figura, certa proprietà, certa differenzia, non sarebbe assoluta.»
Ma forma e materia nella loro assolutezza, come aventi vita propria, estrinseca l'una all'altra, sono non distinzioni reali, ma vocali e nominali, sono distinzioni logiche e intellettuali, perchè «l'intelletto divide quello che in natura è indiviso», com'è vizio di Aristotile, e degli scolastici, che popolarono il mondo di entità logiche, quasi fossero sussistenze reali.
Bruno si beffa in molte occasioni di questi filosofi, che moltiplicarono gli enti, immaginando fino la «socrateità» come l'essenza di Socrate, la «ligneità» come essenza del legno.
Questa distinzione tra gli enti logici e gli enti reali è già un gran progresso.
Non che le distinzioni logiche sieno senza importanza, anzi esse sono una serie corrispondente alla serie delle cose, sono le generalità della natura; il torto è di considerarle cose viventi e reali, e credere, per esempio, che forma e materia sieno due sostanze distinte, appunto perchè possiamo e dobbiamo concepirle distinte.
In natura o nella realtà forma e materia sono una sola sostanza.
L'una implica l'altra: porre l'una è porre l'altra.
La forma non può sussistere se non aderente alla materia, una forma che stia da sè è una astrazione logica Parimente la materia vuota e informe è un'astrazione; essa è come una «pregnante che ha già in sè il germe vivo».
Non ci è forma che non abbia in sè «un che materiale», e non ci è materia che non abbia in sè il suo principio formale e divino.
Bruno dice: «Lo ente, logicamente diviso in quel che è e può essere, fisicamente è indiviso, indistinto e uno».
Perciò la potenza coincide coll'atto, la materia con la forma.
Giove, «la essenzia per cui tutto quel ch'è ha l'essere», è «intimamente» in tutto; onde «s'inferisce che tutte le cose sono in ciascuna cosa, e tutto è uno».
La materia non è dunque nulla, «prope nihil», come vuole Aristotile; anzi ha in sè tutte le forme, e le produce dal suo seno per opera della natura, efficiente o artefice «interno e non esterno, come aviene nelle cose artificiali».
Se il principio formale fosse esterno, si potrebbe dire ch'ella «non abbia in sè forma e atto alcuno»; ma le ha tutte, perchè tutte le caccia «dal suo seno».
Perciò la materia non è «quello in cui le cose si fanno», ma quello «di cui ogni specie naturale si produce».
Ciò che, oltre i pitagorici, Anassagora e Democrito, comprese anche Mosè, quando disse: «'Produca la terra li suoi animali',...
quasi dicesse: 'Producale la materia'».
Adunque le «forme» ed «entelechie» di Aristotile e le «fantastiche idee di Platone», i «sigilli ideali separati dalla materia ...
son peggio che mostri», sono «chimere e vane fantasie».
La materia è fonte dell'attualità, è non solo in potenza, ma in atto; è sempre la medesima e immutabile, in eterno stato, e non è quella che si muta, ma quella intorno alla quale e nella quale è la mutazione.
Ciò che si altera è il composto, non la materia.
Si dice stoltamente che la materia appetisca la forma.
Non può appetere «il fonte delle forme che è in sé», perchè nessuno appete ciò che possiede.
E perciò, in caso di morte, non si dee dire che «la forma fugge...
o...
lascia la materia, ma più tosto che la materia rigetta quella forma» per prenderne un'altra.
Il povero Gervasio, che fa nel dialogo la parte del senso comune e volgare, vedendo a terra non solo le opinioni aristoteliche di Polinnio, ma tante altre cose, esce in questa esclamazione: - «Or ecco a terra non solamente li castelli di Polinnio, ma ancora d'altri che di Polinnio!».
-
Adunque, se gl'individui sono innumerabili, ogni cosa è uno, e il conoscere questa unità è lo scopo e termine di tutte le filosofie e contemplazioni naturali, montando non al sommo principio, escluso dalla speculazione, ma alla somma monade o atomo o unità, anima del mondo, atto di tutto, potenza di tutto, tutta in tutto.
Questa sostanza unica è «l'universo, uno, infinito, immobile».
«Non è materia, perchè non è figurato, nè figurabile..., non è forma, perchè non informa, nè figura» sostanza particolare, «atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo...
È talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima; perchè è il tutto indifferentemente, e però è uno, l'universo è uno».
In lui tutto è centro: il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessuna parte, ed anche la circonferenza è dappertutto e in nessuna parte il centro.
Non c'è vacuo tutto è pieno: quello in cui vi può essere corpo, e che può contenere qualche cosa, e nel cui seno sono gli atomi.
Perciò l'universo è di dimensione infinita e i mondi sono innumerabili.
La causa finale del mondo è la perfezione, e agl'innumerabili gradi di perfezione rispondono i mondi innumerabili: animali grandi, co' loro organi e il loro sviluppo, de' quali uno è la terra.
Per la continenza di questi innumerabili si richiede uno spazio infinito, l'eterea regione, dove si muovono i mondi, perciò non affissi e inchiodati.
Vano è cercare il loro motore esterno, perchè tutti si muovono dal principio interno, che è la propria anima.
Il punto di partenza è una reazione visibile contro il soprannaturale e l'estramondano.
Il mondo popolato di universali nel medio evo è negato da Bruno in nome della natura.
Dio stesso, dice Bruno, se non è natura, è natura della natura; se non è l'anima del mondo, è l'anima dell'anima del mondo.
E in questo caso è materia di fede, non è parte della cognizione.
La base della sua dottrina è perciò l'intrinsechezza del principio formale o divino della natura.
Ciascuno ha Dio dentro di sè.
Il vero e il buono luce dentro di noi non per lume soprannaturale, ma per lume naturale.
Il naturalismo reagiva contro il soprannaturale.
Quelli che hanno lume soprannaturale, come i profeti, cioè a dire che ricevono il lume dal di fuori, egli li chiama «asini» o «ignoranti», de' quali fa un ironico panegirico nell'Asino cillenico, e tra questi e quelli che hanno il lume naturale e vedono per virtù propria è la stessa differenza che è «tra l'asino che porta i sacramenti e la cosa sacra».
Quelli sono vasi e strumenti; questi principali artefici ed efficienti: quelli hanno più dignità, perchè hanno la divinità; questi sono essi più degni, e sono divini.
L'asinità è la condizione della fede: chi crede, non ha bisogno di sapere; e l'asinità conduce alla vita eterna.
«- Forzatevi, forzatevi dunque ad essere asini, o voi che siete uomini!...
- grida Bruno con umore - così, divoti e pazienti, sarete contubernali alle angeliche squadre...
E voi che siete già asini,...
adattatevi a proceder...
di bene in meglio, afinchè perveniate...
a quella dignità che non per scienze ed opre,...
ma per fede s'acquista.
Se...
tali sarete..., vi troverete scritti nel libro della vita, impetrerete la grazia in questa militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale vive e regna Dio per tutt'i secoli de' secoli.»
Questa tirata umoristica finisce con un «molto pio» sonetto in lode degli asini, il cui concetto è che «il gran Signor li vuol far trionfanti».
Nè solo è l'asino trionfante, ma l'ozio, perchè l'eterna felicità s'acquista per «fede», non per «scienze», e non per «opre».
Anche dell'ozio hai un panegirico ironico, e per saggio diamo il seguente sillogismo:
«Li dèi son dèi, perchè son felicissimi; li felici son felici perchè son senza sollecitudine e fatica; fatica e sollecitudine non han coloro che non si muovono e alterano; questi son massime quei ch'han seco l'ocio: dunque gli dèi son dèi, perchè han seco l'ocio.»
Sillogismo pieno di senso nella sua frivola apparenza.
Momo, il censore divino, ne resta intrigato, e dice che «per aver studiato logica in Aristotile non aveva imparato di rispondere agli argomenti in quarta figura».
L'ozio fa naturalmente l'elogio dell'età dell'oro, la sua età, il suo regno, e cita i bei versi del Tasso:
...
...
legge aurea e felice,
che natura scolpì: «S'ei piace, ei lice».
E finisce con questa esortazione:
Lasciate le ombre, ed abbracciate il vero,
non cangiate il presente col futuro.
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
mentre l'ombra desia di quel ch'ha in bocca.
Avviso non fu mai di saggio e scaltro,
perdere un ben per acquistarne un altro.
A che cercate sì lunge diviso,
se in voi stessi trovate il paradiso?
L'ozio e l'ignoranza sono i caratteri della vita ascetica e monacale, della quale Bruno aveva avuto esperienza.
«[La libertade], - fa egli dire a Giove - quando verrà ad essere ociosa, sarà frustratoria e vana, come indarno è l'occhio che non vede, e mano che non apprende.
Ne l'età...
dell'oro per l'ocio gli uomini non erano più virtuosi, che sin al presente le bestie son virtuose, e forse erano più stupidi che molte di queste.»
Bruno rigetta quella vita oziosa, che fu detta «aurea», e ch'egli chiama «scempia», fondata sulla passività dell'intelletto e della volontà, e non può parlarne senz'aria di beffa.
Il soprannaturale è incalzato ne' suoi princìpi e nelle sue conseguenze.
Secondo la morale di Bruno il lume naturale viene destato nell'anima dall'amore del divino, o dal principio formale aderente alla materia, e per il quale la materia è bella.
Amare la materia in quanto materia è cosa bestiale e volgare, e Bruno se la prende col Petrarca e i petrarchisti, lodatori di donne per ozio e per pompa d'ingegno, a quel modo che altri «han parlato delle lodi della mosca, dello scarafone, dell'asino, de Sileno, de Priapo, scimmie de' quali son coloro che han poetato a' nostri tempi - dic'egli - delle lodi degli orinali, della piva, della fava, del letto, delle bugie, del disonore, del forno, del martello, della carestia, della peste».
Obbietto dell'amore eroico è il divino, o il formale: la bellezza divina «prima si comunica alle anime, e...
per quelle...
si comunica alli corpi; onde è che l'affetto ben formato ama...
la corporal bellezza, per quel che è indice della bellezza del spirito.
Anzi quello che n'innamora del corpo è una certa spiritualità che veggiamo in esso, la qual si chiama 'bellezza', la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o minori, non nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza de membri e colori.» L'amore sveglia nell'anima il lume naturale, o la visione intellettiva, la luce intellettuale, e la tiene in istato di contemplazione o di astrazione, sì che pare insana e furiosa, come posseduta dallo spirito divino.
Questo è non il volgare, ma l'eroico furore, per il quale l'anima si converte come Atteone in quel che cerca, cerca Dio e diviene Dio, e avendo contratta in sè la divinità, non è necessario che la cerchi fuori di sè.
«Però ben si dice il regno di Dio essere in noi, e la divinitade abitare in noi per forza della visione intellettuale.
Non tutti gli uomini hanno la visione intellettuale, perchè non tutti hanno l'amore eroico; ne' più domina non la mente, che innalza a cose sublimi, ma l'immaginazione, che abbassa alle cose inferiori; e questo volgo concepisce l'amore a sua immagine:
fanciullo il credi, perchè poco intendi;
perchè ratto ti cangi, e' par fugace;
per esser orbo tu, lo chiami cieco.
L'amore eroico è proprio delle nature superiori, dette «insane», non perchè non sanno, ma perchè «soprasanno», sanno più dell'ordinario, e tendono più alto, per aver più intelletto.
La visione o contemplazione divina non è però oziosa ed estrinseca, come ne' mistici e ascetici: Dio è in noi, e possedere Dio è possedere noi stessi.
E non ci viene dal di fuori, ma ci è data dalla forza dell'intelletto e della volontà, che sono tra loro in reciprocanza d'azione: l'intelletto, che, suscitato dall'amore, acquista occhio e contempla; e la volontà che, ringagliardita dalla contemplazione, diviene efficace, o doppiata: ciò che Bruno esprime con la formola: «io voglio volere».
Dalla contemplazione esce dunque l'azione: la vita non è ignoranza e ozio, anzi è «intelletto e atto mediante l'amore», secondo la formola dantesca rintegrata da Bruno: è intendere ed operare.
Maggiori sono le contrarietà e le necessità della vita, e più intensa è la volontà, perchè amore è unità e amicizia de' contrari, o degli oppositi, e nel contrasto cerca la concordia.
La mente è unità,;l'immaginazione è moto, è diversità; la facultà razionale è in mezzo, composta di tutto, in cui concorre l'uno con la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto con lo stato, l'inferiore col superiore.
Come gli dèi trasmigrano in forme basse e aliene, o per sentimento della propria nobiltà ripigliano la divina forma; così il furioso eroico, innalzandosi per la conceputa specie della divina beltà e bontà, con l'ale dell'intelletto e volontà intellettiva s'innalza alla divinità, lasciando la forma di soggetto più basso:
da soggetto più vil divegno un dio...
Mi cangio in Dio da cosa inferiore.
«Cangiarsi in Dio» significa levarsi dalla moltitudine all'uno, dal diverso allo stesso, dall'individuo alla vita universale, dalle forme cangianti al permanente, vedere e volere nel tutto l'uno e nell'uno il tutto.
O, per uscire da questa terminologia, Dio è verità e bontà scritta al di dentro di noi, visibile per lume naturale; e cercarla e possederla è la perfezione morale, lo scopo della vita.
È stato notato che Bruno non ti offre un sistema concorde e deciso.
La filosofia è in lui ancora in istato di fermentazione.
Hai i vacillamenti dell'uomo nuovo, che vive ancora nel passato e del passato.
Combatte il soprannaturale, ma il suo lume naturale, la sua «mens tuens», la sua intuizione intellettiva, ne serba una confusa reminiscenza.
Contempla Dio nella infinità della natura, ma non sa strigarsi dal Dio estramondano, e non sa che farsene, rimasto come un antecedente inconciliato della sua speculazione.
Ora quel Dio è verità e sostanza, e noi siamo sua ombra, «umbra profunda sumus»; ora quel Dio è proprio la natura, o, «se non è natura, è natura della natura».
Ci è in lui confuso Cartesio, Spinosa e Malebranche.
Combatte la scolastica, e ne conserva in gran parte le abitudini.
Odia la mistica, e talora, a sentirlo, è più mistico di un santo padre.
Rigetta l'immaginazione, e ne ha tutt'i vizi e tutte le forme.
Manca l'armonia nel suo contenuto e nelle sue forme.
E non è maraviglia che anche oggi i filosofi si accapiglino nella interpretazione del suo sistema.
Interessantissima è questa storia interiore dello spirito di Bruno nelle sue distinzioni e sottigliezze, e nelle oscillazioni del suo sviluppo; anzi è questa la sua vera biografia.
Niente è più drammatico che la vita interiore di un grande spirito nella sua lotta con l'educazione, co' maestri, con gli studi, col tempo, co' pregiudizi, nelle sue imitazioni, fluttuazioni e resistenze.
La sua grandezza è appunto in questo, di vincere in quella lotta, cioè che di mezzo a quelle fluttuazioni si stacchino con maggior forza ed evidenza le sue tendenze predilette, che gli danno un carattere ed una fisonomia.
E questa fisonomia di Bruno noi dobbiamo cercare, a traverso i suoi ondeggiamenti.
Innanzi tutto, Bruno ha sviluppatissimo il sentimento religioso, cioè il sentimento dell'infinito e del divino, com'è di ogni spirito contemplativo.
Leggendolo, ti senti più vicino a Dio.
E non hai bisogno di domandarti, se Dio è, e cosa è.
Perchè lo senti in te, e appresso a te, nella tua coscienza e nella natura.
Dio è «più intimo a te che non sei tu a te stesso».
Tutte le religioni non sono in fondo che il divino in diverse forme.
E sotto questo aspetto Bruno ti fa un'analisi assai notevole delle religioni antiche e nuove.
L'amore del divino, il «furore eroico», è il carattere delle nobili nature.
E questo amore ci rende atti non solo a contemplare Dio come verità, ma ancora a realizzarlo come bontà.
Ivi ha radice la scienza e la morale.
Questi concetti non sono nuovi, e di simili se ne trovano nella Scrittura e ne' padri.
Ma lo spirito n'è nuovo.
Non è solo questo, che «i cieli narrano la gloria di Dio», ma quest'altro, che i cieli sono essi medesimi divini, e si movono per virtù propria, per la loro intrinseca divinità.
È la riabilitazione della materia o della natura, non più opposta allo spirito e scomunicata, ma fatta divina, divenuta «genitura di Dio».
È il finito o il concreto che apparisce all'infinito, e lo realizza, gli dà l'esistenza.
O, come dicesi oggi, è il Dio vivente e conoscibile che succede al Dio astratto e solitario.
L'universo, eterno ed infinito, è la vita o la storia di Dio.
Questo è ciò che fu detto il «naturalismo di Bruno», o piuttosto del secolo, ed era il naturale progresso dello spirito, che usciva dalle astrattezze scolastiche, o, come dice Bruno, «dalle credenze e dalle fantasie», e cercava la sua base nel concreto e nel finito era la prima voce della natura che scopriva se stessa e si proclamava di essenza divina, una e medesima che la divinità, «secondo che l'unità è distinta nella generata e generante, o producente e prodotta».
Bruno nel suo entusiasmo per la natura divina dice che lo spirito eroico
«vede l'anfitrite, il fonte di tutti i numeri, di tutte specie, di tutti i raggioni, che è la monade, vera essenza dell'essere di tutti, e, se non la vede in sua essenza, in absoluta luce, la vede nella sua genitura, che gli è simile, che è la sua imagine: perchè dalla monade, che è la divinitate, procede questa monade, che è la natura, l'universo, il mondo, dove [ella] si contempla e si specchia»
cioè dove s'intende ed è intelligibile.
Questa visione di Dio, privilegio dello spirito eroico, non ha nulla a fare col lume soprannaturale, con la fede, o la grazia, o l'estasi, o altro che dal di fuori piova nell'anima.
Dio, fatto conoscibile nel mondo, diviene materia della cognizione, e l'anima effettua la sua unione con lui per un atto della sua energia, per intrinseca virtù.
La visione è intellettiva, e il suo organo è la mente, dove Dio, o la Verità, si rivela, come «in propria e viva sede», a quelli che la cercano, «per forza del riformato intelletto e volontà», cioè per la scienza.
L'amore del divino, spinto sino al «furore eroico», lega Bruno co' mistici.
Il naturalismo letterario era pretto materialismo, che si sciolse nella licenza e nel cinismo, e mise capo in ozio idillico snervante, peggiore dell'ozio ascetico.
Il naturalismo di Bruno era al contrario non il divino materializzato, ma la materia divinizzata.
La materia in se stessa è volgare bestialità; essa ha valore come divina.
Il divino non è infuso o intrinseco, ma è insito e connaturato.
Cercarlo ed effettuarlo è il degno scopo della vita.
E non si rivela se non a quelli che lo cercano e lo conquistano col lavoro della mente illuminata dall'amore eroico.
Ciò distingue i vulgari da' nobili spiriti.
Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.
«Molti rimirano, pochi vedono.» Bruno parla spesso con tale unzione e con tale esaltazione mistica, che ti pare un Dante o un san Bonaventura.
Ma i mistici sono semplicemente contemplanti, dove per Bruno non è contemplazione nella quale non sia azione, e non è azione nella quale non sia contemplazione.
La nuda contemplazione è ozio.
Contemplare è operare.
Si vede l'uomo che esce dal convento ed entra nella vita militante.
Folengo esce dal convento, rinnegando Dio e sputando sul viso alla società.
In lui il secolo scettico e materialista ha la sua ultima espressione.
Anche a Bruno abbonda la satira e l'ironia; anche in lui ci è un lato negativo e polemico, sviluppato con potenza e abbondanza d'immaginazione.
Ma questo lato rimane assorbito nella sua speculazione.
Il suo scopo è tutto positivo: è la restaurazione di Dio, e con esso del sentimento religioso e della coscienza.
Ciò che Savonarola tentò con la fede e con l'entusiasmo, egli tenta con la scienza.
Non accetta Dio come gli è dato, nè se ne rimette alla fede, perchè non è un credente.
Dio vuole cercarlo e trovarlo lui, con la sua attività intellettuale, con l'occhio della mente.
E questo Dio, da lui trovato, e di cui sente l'infinita presenza in se stesso e negl'infiniti mondi e in ciascun essere vivente, nel massimo e nel minimo, non rimane astratta verità nella sua intelligenza, ma scende nella coscienza e penetra tutto l'essere, intelletto, volontà, sentimento e amore.
Comincia scredente, finisce credente.
Ma è un «credo» generato e formato nel suo spirito, non venutogli dal di fuori.
Per questo «credo» non gli fu grave morire ancor giovane sul rogo, dicendo a' suoi giudici le celebri parole: «Maiori forsitan cum timore sententiam in me dicitis, quam ego accipiam».
Sembra che il suo maggior peccato innanzi alla Chiesa sia stata la sua fede negl'infiniti mondi, come traspare da questa malvagia ironia dello Scioppio: «Sic ustulatus misere periit, renunciaturus credo, in reliquis illis, quos finxit, mundis, quonam pacto homines blasphemi et impii a romanis tractari solent».
Insisto su questo carattere entusiastico e religioso di Bruno, o, com'egli dice, «eroico», che gli dà la figura di un santo della scienza.
Quante volte l'umanità, stanca di aggirarsi nell'infinita varietà, sente il bisogno di risalire al tutto ed uno, all'assoluto, e cercarvi Dio, le si affaccia sull'ingresso del mondo moderno la statua colossale di Bruno.
Il suo supplizio passò così inosservato in Italia, che parecchi eruditi lo mettono in dubbio.
Nè le opere sue vi lasciarono alcun vestigio.
Si direbbe che i carnefici insieme col corpo arsero la sua memoria.
Anche in Europa il brunismo lasciò deboli tracce.
Il progresso delle idee e delle dottrine era così violento, che il gran precursore fu avvolto e oscurato nel turbinìo.
Come Dante, Bruno attendeva la sua risurrezione.
E quando dopo un lungo lavoro di analisi riappare la sintesi, Jacobi e Schelling sentirono la loro parentela col grande italiano, e riedificarono la sua statua.
In Bruno trovi la sintesi ancora inorganica della scienza moderna, con le sue più spiccate tendenze, la libera investigazione, l'autonomia e la competenza della ragione, la visione del vero come prodotto dell'attività intellettuale, la proscrizione delle fantasie, delle credenze e delle astrazioni, un più intimo avvicinamento alla natura o al reale.
Dico «tendenze», perchè nel fatto l'immaginazione e il sentimento soprabbondavano in lui, e gli tolsero quella calma armonica di contemplazione, senza la quale riesce difettiva la virtù organizzatrice, e quella pazienza di osservazione e di analisi, senza la quale le più belle speculazioni rimangono infeconde generalità.
Quanto alla sua sintesi, il Dio astratto ed estramondano fatto visibile e conoscibile nella infinita natura, l'unità e medesimezza di tutti gli esseri, l'eternità e l'infinità dell'universo nella perenne metempsicosi delle forme, il sentimento dell'anima o della vita universale, l'infinita perfettibilità delle forme nella loro trasformazione, la produttività della materia dal suo intrinseco, l'azione dinamica della natura nelle sue combinazioni, la libertà distinta dal libero arbitrio e rappresentata come la stessa effettuazione del divino o della legge, la moralità e la glorificazione del lavoro, sono concetti che, svolti lungamente e variamente da Bruno in opere latine e italiane, appaiono punti luminosi nella speculazione moderna, e ne trovi i vestigi in Cartesio, in Spinosa, in Leibnitz, e più tardi in Schelling, in Hegel e ne' presenti materialisti.
Se dovessi con una sola formola caratterizzare il mondo di Bruno, lo chiamerei il «mondo moderno ancora in fermentazione».
Roma bruciava Bruno, Parigi bruciava Vanini.
I loro carnefici li dissero atei.
Pure Dio non fu mai cosa sì seria, come nel loro petto.
- Andiamo a morir da filosofo - disse Vanini, avvicinandosi al rogo.
Eran detti anche «novatori», titolo d'infamia, che è divenuto il titolo della loro gloria.
Nel 1599.
Bruno era già nelle mani dell'Inquisizione, e Campanella nelle mani spagnuole.
Nel primo anno del Seicento Bruno periva sul rogo, e Campanella aveva la tortura.
Così finiva l'un secolo, così cominciava l'altro.
«Tu, asinus, nescis vivere», dicevano a Campanella amici e nemici: «ne loquaris in nomine Dei».
E lui prendeva ad insegna una campana, con entrovi l'epigrafe: «Non tacebo».
Anche Bruno diceva di sè: «Dormitantium animorum excubitor».
La nuova scienza sorge come una nuova religione, accompagnata dalla fede e dal martirio.
«Philosophus» diceva il Pomponazzi per esperienza propria «ab omnibus irridetur, et tamquam stultus et sacrilegus habetur; ab inquisitoribus prosequitur, fit spectaculum vulgi: haec igitur sunt lucra philosophorum, haec est eorum merces».
Pure questi uomini nuovi derisi, perseguitati, spettacolo del volgo, avevano una fede invitta nel trionfo delle loro dottrine.
L'accademia cosentina di Telesio avea per impresa la luna crescente, col motto: «Donec totum impleat orbem».
Bruno, perseguitato dal suo secolo, diceva: - La morte in un secolo fa vivo in tutti gli altri.
- Campanella paragona il filosofo al Cristo, che il terzo giorno, spezzando la pietra, risorge.
Il carattere era pari all'ingegno.
Dietro al filosofo ci era l'uomo.
Telesio è detto da Bacone il «primo degli uomini nuovi».
Ma la novità era già antica di un secolo, e Telesio che avea fatto i suoi studi a Padova, a Milano, a Roma, professato a Napoli, quando, stanco di lotte e di persecuzioni, deliberò di ritrarsi nella nativa Cosenza, vi portò il motto del pensiero italiano, la «filosofia naturale», fondata sull'esperienza e sull'osservazione.
Il suo merito è di avere esercitata una seria influenza intellettuale tra' suoi concittadini e di aver fondata sotto nome di «accademia» una vera scuola filosofica.
Come Machiavelli, così egli non segue altro che l'osservazione e la natura: «poichè la sapienza umana è arrivata alla più alta cima che possa afferrare, se ha osservato quello che si presenta a' sensi, e ciò che può esser dedotto per analogia dalle percezioni sensibili».
Sincero, modesto, d'ingegno non grande ma di grandissima giustezza di mente e di sano criterio, fu benemerito meno per le sue dottrine, che per il metodo ed il linguaggio.
E in verità, la grande e utile novità era allora il metodo.
Il suo maggiore elogio lo ha fatto Campanella in queste parole: «Telesius in scribendo stylum vere philosophicum solus servat, iuxta verum naturam sermones significantes condens, facitque hominem potius sapientem quam loquacem».
L'obbiettivo era sciogliere il pensiero dalla servitù di Aristotile, «tiranno degl'ingegni», e metterlo in diretta comunicazione con la natura, rifarlo libero, ciò che con una precisione uguale alla concisione dice Campanella nel suo famoso sonetto a Telesio:
Telesio, il telo della tua faretra
uccide de' sofisti in mezzo al campo
degl'ingegni il tiranno senza scampo:
libertà dolce alla verità impetra.
L'impresa non era lieve.
Resistevano tutte le dotte mediocrità, tutto quel complesso di uomini e d'istituzioni che l'Aretino chiamava «la pedanteria», i «Polinnii» di Bruno spalleggiati da francescani, domenicani e gesuiti, e spesso l'ultimo argomento era il rogo, il carcere, l'esilio.
Dir cose nuove era delitto non solo alla Chiesa, ma a' principi venuti in sospetto di ogni novità nelle scuole: pure la fede di un rinnovamento era universale, e «Renovabitur» fu il motto del Montano, discepolo di Telesio, nel compendio che scrisse della sua dottrina.
Si era fino allora pensato col capo d'altri: gli uomini volevano ora pensare col capo loro.
Questo era il movimento.
E fu così irresistibile, che la novità usciva anche da' segreti del convento.
Fu là che si formò ne' forti studi libera e ribelle l'anima di Bruno.
E là, in un piccolo convento di Calabria, si educava a libertà l'ingegno di Tommaso Campanella.
Assai presto oltrepassò gli studi delle scuole, e, fatto maestro di sè, lesse avidamente e disordinatamente tutti quei libri che gli vennero alle mani.
Nella solitudine si fa presto ad esser dotto.
Ivi il giovine raccolse immensi materiali in tutto lo scibile.
Il suo idolo era Telesio, il gran novatore; il suo odio era Aristotile con tutto il suo seguito, e, come Bruno, preferiva gli antichi filosofi greci, massime Pitagora.
Venuto in Cosenza, i suoi frati, che già conoscevano l'uomo, non vollero permettergli di udire, nè di veder Telesio: ciò che infiammò il desiderio e l'amore.
Il giorno che Telesio morì, fu visto in chiesa accanto alla bara il giovine frate, che dovea continuarlo.
I cosentini, sentendolo nelle dispute, dicevano che in lui era passato lo spirito di Telesio.
La scuola telesiana o riformatrice, come era detta, gli fu tutta intorno, il Bombino, il Montano, il Gaieta, da lui celebrati insieme col maestro.
Il suo primo lavoro fu una difesa di Telesio contro il napoletano Marta.
Venuto a Napoli per la stampa dell'opera, attirò l'attenzione per il suo ardore nelle dispute, per l'agilità e la presenza dello spirito, per la franchezza delle opinioni, e per l'immenso sapere.
E gl'invidiosi dicevano: - Come sa di lettere costui, che mai non le imparò? - E recavano a magia, a cabala, a scienza occulta ciò che era frutto di studi solitari.
Le opinioni telesiane poco attecchivano in Napoli, onde il buon Telesio avea dovuto andar via per le molte inimicizie.
Anche il Porta ci stava a disagio, e dovea con le commedie far perdonare alla sua filosofia.
Naturalmente, si strinse un legame tra Campanella e l'autore della Magia naturale e della Fisionomia.
Disputavano, leggevano, conferivano i loro lavori.
Frutto di questa dimestichezza fu il libro De sensu rerum, a cui successe l'altro: De investigatione.
Ivi si stabilisce per qual via si giunga a ragionare «col solo senso e colle cose che si conoscono pe' sensi»: ciò che è il metodo sperimentale, base della filosofia naturale.
Ci si vede l'influenza di Telesio, di Porta e di tutta la scuola riformatrice.
Porta potè esser tollerato a Napoli, perchè era non solo gentiluomo e assai riverito, ma uomo di spirito, e amabilissimo.
Ma Campanella non sapea vivere, come dicevano i suoi emuli.
Era tutto di un pezzo, e alla naturale, veemente, rozzo, audace di pensiero e di parola.
E venne in uggia a moltissimi, e anche ai suoi frati, che non gli potevano perdonare l'odio contro Aristotile.
Come Bruno, lasciò il convento, e indi a non molto Napoli, e con in capo già una nuova metafisica tutta abbozzata, fu a Roma, poi a Firenze, dove il destino faceva incontrare i due grandi ingegni di quel tempo, Campanella e Galilei.
Michelangiolo moriva, e tre giorni prima, il 15 febbraio del 1564, nasceva in Pisa Galileo Galilei.
Tutto gli rise nel principio, levato maraviglioso grido di sè per le sue invenzioni della misura del tempo per mezzo del pendolo, del termometro, del compasso geometrico, del telescopio.
Con questo potente istrumento iniziò le sue speculazioni astronomiche, che rinnovavano il cielo biblico e tolemaico.
Parecchi fatti, divinati da Bruno, acquistavano certezza, come ciò che si vede e si tocca.
Il suo Nunzio sidereo appariva così maraviglioso, come il viaggio di Colombo.
Le montuosità della luna, le fasi di Venere e di Marte, le macchie del sole, i satelliti di Giove erano tali scoperte a breve distanza, che spoltrivano gli animi oziosamente cullati ne' romanzi e nelle oscenità letterarie.
La filosofia naturale vinceva oramai le ultime resistenze nella pubblica opinione.
Non si trattava più d'ipotesi e di astratti ragionamenti.
I fatti erano là, e parlavano più alto che i sillogismi de' teologi e degli scolastici.
La cosa effettuale di Machiavelli, il lume naturale di Bruno, il metodo sperimentale di Telesio, la libertà dolce alla verità di Campanella avevano il loro riscontro nelle belle parole di Galileo: - «Ah viltà inaudita d'ingegni servili, farsi spontaneamente mancipio!» -.
Il buon Simplicio, il pedante aristotelico, come Polinnio, risponde: - «Ma, quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia?» -.
E Galileo replica pacatamente: - «...I ciechi solamente hanno bisogno di guida..
Ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta» -.
Il lume soprannaturale, la scienza occulta, il mistero, il miracolo scompariva innanzi allo splendore di questo lume naturale dell'occhio e della mente: la magia, l'astrologia, l'alchimia, la cabala sembravano povere cose innanzi a' miracoli del teles