TERENZIO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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Ha dalla sorte impero.
SCENA SECONDA
LUCANO e detti.
FAB.
Signor, lascia ch'io baci di questa toga un lembo,
Che Roma copre in faccia delle sventure al nembo.
Tanto l'onor sublime di tuo cliente estimo,
Ch'essere mi procaccio ad inchinarti il primo.
LUC.
Al Senato m'invio.
Tu mi precedi, e prendi,
Per l'umili tue cure la sportula che attendi.
(dà alcune monete a Fabio.)
FAB.
Deh non fia ver...
(mostra ricusarle.)
LUC.
Ricevi questo leggier tributo
Dai padri della patria agli umili dovuto.
La cena offriasi un tempo per sportula ai clienti,
Or della cena in luogo, ori si danno e argenti.
LIS.
Ad altri offerte sono le cene ed i conviti.
LUC.
Sì, Lisca, offerte sono le cene ai parassiti.
Chi nome tal non sdegna, alle mie mense attendo.
LIS.
L'onor mi fa superbo; del nome io non mi offendo.
LUC.
Che dicesi da Roma del mio comico vate?
FAB.
Andrà di gloria carco in questa e in ogni etate.
LIS.
Stupido ognun l'ammira.
FAB.
Piace lo stile eletto.
LIS.
Felice è negl'intrecci.
FAB.
Nel scioglierli perfetto.
LIS.
Dai stranieri non ruba.
FAB.
Cerca l'invenzione.
LIS.
Parlasi per giustizia.
FAB.
Non è adulazione.
LUC.
Da me sua libertade Roma impaziente attende.
FAB.
La libertà de' schiavi o si dona, o si vende.
LIS.
Venderla non conviene a chi ha gli erari aperti.
Donarla? Per tal dono si esigono altri merti.
FAB.
Vedrai, se tu lo rendi al libero suo stato,
Mostrarsi l'Africano al benefizio ingrato.
LIS.
Rari son que' liberti che serbino la fede.
LUC.
Mel chiedono gli edili, Lelio, Scipion mel chiede.
Pende da lui soltanto libero andar, se 'l brama;
Il merto e la virtute stima Lucano ed ama.
Vogliano i dei del Lazio che ad un sol punto ei ceda,
Farò che di giustizia l'esempio in me si veda.
Onorerò sua fronte con fasto e con decoro,
Con cene, con trionfi, con profusione d'oro.
Conviterò il Senato, i patrizi, i clienti,
Prodigo in ciò spendendo le mine ed i talenti.
FAB.
Da tutti commendata fia l'opera famosa.
LIS.
Loderà ciascheduno la mano generosa.
FAB.
Con pompa e con decoro sciogli pur sue catene.
LIS.
Onora il tuo liberto coi pranzi e colle cene.
LUC.
Vanne ai curuli edili; sappian che ad essi io vengo.
(a Fabio.)
FAB.
Obbedisco.
(Son pago, se profittare ottengo.
Abbia Terenzio pure di libertà il tesoro,
Se pascolo alla sete sperar posso dell'oro).
(da sé, e parte.)
LUC.
Lasciami solo, e torna all'ore vespertine.
(a Lisca.)
LIS.
Godrò l'ore oziose passar nelle cucine.
(Piacemi che Lucano i favor suoi dispense,
Quando de' schiavi in grazia si accrescono le mense).
(da sé, e parte.)
SCENA TERZA
LUCANO, poi DAMONE
LUC.
Olà.
(chiama.) Terenzio è tale, che per virtute ed uso
Non ha dal proprio seno il suo dovere escluso.
Conoscerà, lo spero, quel che a lui giova e lice;
Me non vorrà scontento per vivere infelice.
Olà.
(torna a chiamare.)
DAM.
Signor.
LUC.
Si chiama, e non risponde alcuno?
DAM.
Rispondere poteva veramente più d'uno.
Terenzio con Creusa eran di me più innanti,
Ma avean altro che fare gli sguaiatelli amanti.
LUC.
Amanti?
DAM.
Sì, signore.
Se a voi non è palese,
Saprete il loro fuoco, passato il nono mese.
LUC.
Parli da stolto.
DAM.
È vero: parlo da stolto, e 'l sono.
Se il mio dover non faccio, domandovi perdono.
In casa, ove gli amori accorda il padron mio,
Dovrei con una schiava far il galante anch'io.
Far nascer degli schiavi dovrei al mio signore,
Ma un brutto malefizio m'ha fatto il genitore;
Piace a me pur la donna, ma sol, con mio tormento,
Scacciar deggio le mosche, mirarla e farle vento.
LUC.
Venga Terenzio.
DAM.
In pace resti anche un poco almeno;
Non può l'affar che tratta, aver spedito appieno.
LUC.
Tosto lo voglio.
Intendi?
DAM.
Se fossero rinchiusi?...
Dirò che lo domandi, che venga, e che mi scusi.
LUC.
Ma no...
DAM.
No, lo diceva; in caso tal non s'usa
Dar noia a chi sta bene.
LUC.
Qui mandami Creusa.
DAM.
Tempo maggior per essa vi vuol, pria che disposta...
LUC.
Venga tosto, ti dico.
DAM.
Ma se...
LUC.
Non vo' risposta.
DAM.
Andrò di volo.
(Amante so ch'è il padron di lei.
Principio una vendetta formar de' torti miei.
Penso allo stato mio, m'arrabbio e mi confondo;
Perché nessun godesse, vorrei finisse il mondo).
(da sé, e parte.)
SCENA QUARTA
LUCANO, poi CREUSA.
LUC.
Manometter lo schiavo parmi il miglior consiglio;
Grato mi rendo a Roma, si evita il mio periglio.
Potrei costui, che forma finora il mio diletto,
Vittima, per vendetta, ridur del mio dispetto,
Ché alfin merita, e suda, e acquista fama invano
Chi può, per sua sventura, spiacere ad un Romano;
E a noi de' servi nostri in mano diè la sorte
L'arbitrio della vita, l'arbitrio della morte...
Ma con costei che or viene, dimessa nel sembiante,
Parlar vo' da signore, nascondere l'amante.
E se giovar non vale pietà col cuore ingrato,
Faccia il rigor sue prove; rendalo umiliato.
CRE.
Eccomi a cenni tuoi.
LUC.
Dove finor Creusa?
CRE.
Al ricamo.
LUC.
Tu menti.
CRE.
Mentir per me non s'usa.
LUC.
Usar non lo dovresti, ma sei Greca mendace.
CRE.
Al signor non rispondo.
LUC.
(Umiltà quanto piace!) (da sé.)
CRE.
(Dei della patria mia, che anche sul Tebro ho in cuore,
Di Grecia a voi s'aspetta difendere l'onore).
(da sé.)
LUC.
Stavi al ricamo intenta! E che facea 'l tuo vago
Teco, allor che la tela passata era dall'ago?
CRE.
Signor, di chi favelli?
LUC.
Non intendermi fingi:
Ma le pupille abbassi, ma di rossor ti tingi.
CRE.
(Ahimè! quali disastri minaccia la mia stella?) (da sé.)
LUC.
(Ah, invan tento sdegnarmi in faccia alla mia bella).
(da sé.)
Creusa, ti sovviene chi tu sei, chi son io?
CRE.
Di te son io l'ancella, Lucano è il signor mio.
Roma te diede al mondo, e la mia patria è Atene:
Tu sei nato agli onori, Creusa alle catene.
Viltà però degli avi nell'alma non mi aggrava:
Libera in Grecia nacqui, la sorte mi fe' schiava.
Tra' Siculi infelici dal genitor condutta,
Mirai dall'armi vostre quell'isola distrutta:
All'aquile fatali, al popolo Romano,
Fra l'armi il padre mio fe' resistenza invano;
Vuole il destin, che a Roma tutto s'arrenda e ceda:
Ei fu preda di morte, io d'un guerrier fui preda.
Questi a vecchio mercante hammi, crudel, venduta;
Indi a te dal mercante offerta e rivenduta.
Bella pietà finora dolce mi rese il giogo;
Le lacrime in secreto concesse per mio sfogo:
E in avvenir, signore, per tua mercede io spero
Prove goder maggiori di dolcissimo impero:
Che se scacciar dal cuore non posso i patri lari,
Almeno i dei di Roma mi rendano più cari.
LUC.
Onora i lacci tuoi l'alma città latina,
De' popoli l'asilo, del mondo la reina;
E un senator Romano, di cui cadesti in sorte,
Fa belle d'una Greca le docili ritorte.
Un lustro egli è che meco sei per mio ben venuta,
In merto ed in bellezza, come in età, cresciuta;
Vedi qual io son teco.
Non esser aspra e schiva.
Gratitudine è quella che gli animi ravviva.
Fammi veder che meglio la pietà mia comprendi,
E della mia pietade prove maggiori attendi.
CRE.
Fui sempre a' cenni tuoi obbediente ancella.
LUC.
D'obbedienza chiedo una prova novella.
CRE.
Quale, signor?
LUC.
Che mi ami.
CRE.
Dal cuor nasce l'affetto.
Obbliga servitute nulla più che al rispetto.
LUC.
Dunque m'aborri, ingrata?
CRE.
Il mio rispetto osserva
Le leggi d'una schiava, il dover d'una serva.
LUC.
Serva, soggetta e schiava all'arbitro, al signore,
Prestar dee servitute, e se 'l richiede, amore.
CRE.
Amore è larga fonte, divisa in più d'un ramo;
Amasi in varie guise, in una sola io t'amo.
Amano i figli il padre, l'amico ama l'amico,
Padron s'ama dai servi, e questo è amor pudico.
Da fiamma contumace, che l'onestade eccede,
Schiava fra' lacci ancora esente andar si crede.
LUC.
No, se per lei vezzosa il suo signor sospira.
CRE.
A nozze tali in Roma un eroe non aspira.
LUC.
Ad altro aspirar puote, quando l'amor l'accieca.
CRE.
Offender l'onestade non consente una Greca.
LUC.
De' Romani la legge te dallo scorno esime.
CRE.
Le leggi d'onestade di Romolo fur prime.
LUC.
Quelle che Roma approva, deon reputarsi oneste.
CRE.
Quelle che in Grecia appresi, signor, non sono queste.
LUC.
In Grecia or più non sei, ma in Roma, e fra catene.
CRE.
Il piè strascino in Roma, ma il cuor serbo in Atene.
LUC.
Posso veder s'è vero, col trartelo dal petto.
CRE.
Fallo pur se t'aggrada; la morte è il mio diletto.
LUC.
Il tuo diletto, ingrata, morte non è, ma vita,
Che invan goder tu speri col tuo Terenzio unita.
CRE.
Ad uom di pari sorte, di pari grado e amore,
Femmina non è rea, s'offre la destra e il cuore.
LUC.
Fin dove lusingarti potrebbe un folle ardire?
CRE.
A tollerar la pena, a soffrire, a morire.
LUC.
Dunque d'amar confessi.
CRE.
Non so mentir: l'ho detto.
LUC.
(Ah! che mi desta in seno pietà, più che dispetto).
(da sé.)
Fingi d'amarmi almeno.
CRE.
Che pro, s'io lo facessi?
LUC.
Fingi d'amarmi, e finti concedimi gli amplessi.
CRE.
Deh piacciati, signore, pregio di cuor sincero;
Piacciati in donna umile, più che beltade il vero.
Il dir mi costa poco: ardo per te d'amore;
Ma invan lo dice il labbro, se non l'accorda il cuore.
Gli amplessi lusinghieri, l'amor dissimulato,
Son fiori che la serpe nascondono nel prato.
SCENA QUINTA
DAMONE e detti.
DAM.
Signor.
LUC.
Che vuoi, importuno? (alterato.)
DAM.
Perdono io ti domando.
Non sapea...
chiudo l'uscio, e aspetto il tuo comando.
(accennando di partire per cagion di Creusa.)
CRE.
Sciocco! (a Damone.)
DAM.
La spiritosa! (a Creusa, con caricatura.)
LUC.
Che dir volevi, audace? (a Damone.)
DAM.
Tornerò.
Colla schiava segui la tresca in pace.
(vuol partire.)
LUC.
Fermati.
DAM.
Non mi muovo.
LUC.
Perché sei tu venuto?
DAM.
Credimi, colla Greca non ti aveva veduto.
CRE.
(Vil gente scellerata!) (da sé.)
LUC.
Parla.
(a Damone.)
DAM.
Un cursor togato
Venuto è ad invitarti in nome del Senato.
LUC.
Vadasi.
Oltre al dovere sarò da' padri atteso.
Tu resta, e ciò rammenta ch'hai da' miei labbri inteso; (a Creusa.)
Rammenta che alle preci disceso è il tuo signore.
(Amante, e non nemica, brama d'averla il cuore).
(da sé, e parte.)
SCENA SESTA
CREUSA e DAMONE.
DAM.
(Se ami Lucan Terenzio, ciascun lo può decidere;
Con lui fin nella casa la donna vuol dividere).
(da sé.)
CRE.
Di', che mediti, audace, di me nel tuo pensiero?
DAM.
Io sono un indovino, che medita sul vero.
CRE.
Vattene.
DAM.
Qui vo' stare.
CRE.
Anima vile!
DAM.
Greca.
CRE.
Perfido!
DAM.
Greca.
CRE.
Indegno!
DAM.
Greca.
CRE.
Ribaldo!
DAM.
Greca.
CRE.
Che dir col dirmi Greca, pensi co' labbri tuoi?
DAM.
Dir tutto il male intendo, che immaginar ti puoi.
CRE.
Vile Africano indegno, che da' Romani apprese
La gloria a invidiare dell'Attico paese!
Prima che Roma fosse, era famosa e forte
La madre de' sapienti, città di cento porte;
E Sparta, e Acaia, e Creta, e tante altre che han reso,
Più assai che non è il Tebro, conto il Peloponneso.
Roma si vanti pure capo del mondo altera;
Ma sol secoli cinque son ch'ella nacque e impera.
L'epoca della Grecia, cangiata in vario stato,
Confina con il tempo del mondo rinnovato;
Nell'Asia e nell'Europa l'ampio dominio estese;
Roma da Grecia i riti e le sue leggi apprese.
DAM.
Per me parlasti greco, però non ti rispondo.
Il dì quando son nato, per me principiò il mondo.
E quando sarò morto, il mondo avrà il suo fine;
Altr'epoche non curo né greche, né latine.
Gli Ateniesi in Roma so che son furbi e scaltri.
Possano crepar tutti, e tu prima degli altri.
SCENA SETTIMA
CREUSA, poi LIVIA.
CRE.
Ah, tollerar non posso chi la mia patria insulta,
Entro al cuor mio la serba forza d'amore occulta.
Sa il ciel se per Terenzio amor mi tiene oppressa,
Ma lui darei ben anche per la mia patria istessa.
E mille vite e mille darei, quand'io le avessi,
Purché schiava d'Atene Roma ridur potessi.
Ah misera dolente, tutti gli affetti miei
Inutili mi sono, si vogliono per rei.
Soffro i Quiriti alteri, veggo penar gli amici,
E son la sventurata maggior tra gl'infelici.
Avolo mio, Critone, se in vita il ciel ti serba,
Se la nipote in cuore hai, che perdesti acerba,
Prega di Grecia i numi, cui venerar ti è dato,
Che muovansi a pietade del mio misero stato;
E traggano i tuoi voti dal doloroso esiglio
L'orfana sfortunata dell'unico tuo figlio.
LIV.
Lungi dalle mie stanze Creusa ognor dimora.
CRE.
Quivi il signor me volle, cui servir deggio ancora.
LIV.
Opra altrui di tue mani promessa ho con impegno.
Pronte son lane e sete; dell'opra ecco il disegno.
(porge a Creusa una tela disegnata.)
CRE.
Fatto sarà.
LIV.
Per modo lo vo' sollecitato,
Che dal lavor non parta, pria che sia terminato.
Avrai stanza remota; cibo darotti a parte.
Sola potrai far prova maggior di tua bell'arte.
Tempo ti do sei lune a compiere il lavoro;
Promettoti per premio dramme parecchie d'oro,
Promettoti due vasi d'olio che non ha pari,
Per ardere in segreto a' tuoi paterni lari.
CRE.
Sola sei lune intere? Sola dagli altri esclusa?
LIV.
Sola al ricamo intenta, e per mia man rinchiusa.
CRE.
Arte che l'alma impegna, riesce più dolce e vaga,
Qualor la mente oppressa dall'opera si svaga.
LIV.
Ma lo svagar talora scema al lavor l'affetto,
Diviso in varie parti il cuore e l'intelletto.
CRE.
Credi, vedrai che l'uso...
LIV.
Basta così, lo voglio.
Udir da' servi miei vane ragion non soglio.
Mira il disegno, e dimmi se quei d'Apelle imita.
CRE.
Esser da greca scuola veggo la mano uscita.
Maestro di tal arte chiaro l'autor comprendo,
Ma sia favola o storia, la tela io non intendo.
LIV.
La spiegherò, se 'l brami.
Que' due di vario sesso,
Che timidi, qual vedi, vagheggiansi dappresso,
Sono da pari laccio ambi legati e servi;
Mira nel volto i segni degli animi protervi.
Quel che là vedi in atto d'impor cenni al littore,
Minaccevole in volto, de' perfidi è il signore.
Scoperte con isdegno di lor le fiamme impure,
Condannali alle verghe, condannali alla scure.
CRE.
Manca, se all'occhio il vero tramanda l'intelletto,
Altra figura al quadro, per renderlo perfetto.
Donna qui vi vorrebbe in abito romano,
In atto di svelare de' miseri l'arcano,
Col viso e colle mani mostrando il suo livore,
Armando di sua mano la man del senatore.
LIV.
(Temeraria! M'intese, e mi risponde ardita.
La guideran gl'insulti al fin della sua vita).
(da sé.)
CRE.
Se mal pensai...
(a Livia.)
LIV.
T'accheta.
Viene Terenzio a noi.
(osservando fra le scene.)
CRE.
Per evitar tuoi sdegni, vo a chiudermi, se 'l vuoi.
LIV.
Resta.
Che pensi, audace? Che amor per lui m'aggrave?
Il cuor dell'eroine mal veggono le schiave.
CRE.
Se tal dubbio fallace nutrisse il mio pensiero,
Tua scusa non richiesta par che mi dica: è vero.
LIV.
Taci.
CRE.
Non parlo.
LIV.
E bada, in faccia al tuo diletto,
A Livia che t'ascolta non perdere il rispetto.
Non veggano quest'occhi uscir da tue pupille
In faccia del tuo vago le fiamme e le faville.
CRE.
(Misera me!) (da sé.)
LIV.
Terenzio, a che t'arresti? Il cuore
Dipingesi per reo dal soverchio timore.
(parla verso la scena, da dove viene Terenzio.)
SCENA OTTAVA
TERENZIO e le suddette.
TER.
Di colpa non è segno; rispetto in me tu vedi.
Franco sarò, se 'l brami, audace anche, se 'l chiedi.
Che leggesi, permetti che vegga da Creusa.
(a Livia.)
LIV.
Non legge.
TER.
Che fa dunque?
LIV.
Non si domanda.
TER.
Scusa.
(umiliandosi a Livia.)
LIV.
A te che cal di lei?
TER.
Nulla; ma è naturale
Curiosità, che onesta negli uomini prevale.
LIV.
Non ti celar, Terenzio: l'amor tuo non mentire.
TER.
Mentir di Livia in faccia? Troppo sarebbe ardire.
LIV.
Vorrei, s'ella ti amasse, felicitar tua brama;
Ma struggerti gli è vano, per donna che non ti ama.
TER.
Mi disprezzi? (a Creusa.)
LIV.
T'aborre.
(a Terenzio.)
TER.
Questo a lei lo domando.
(a Livia, accennando a Creusa.)
LIV.
All'inchiesta rispondi.
(a Creusa.)
CRE.
Taccio per tuo comando.
(Livia.)
LIV.
Fissar le imposi gli occhi su quel disegno, e tace.
(a Terenzio.)
TER.
Il suo tacer comprendo.
Lo soffro, e mi do pace.
(a Livia, accennando a Creusa.)
LIV.
Senti? di te non cura; ti lascia al tuo destino.
(a Creusa.)
TER.
(Livia conosco appieno.
M'infingo, e l'indovino).
(da sé.)
LIV.
Sposa non peneresti mirarla in altro laccio? (a Terenzio.)
TER.
Non penerei.
CRE.
Ma pure...
(verso Terenzio.)
LIV.
Or dei tacere.
(a Creusa.)
CRE.
Taccio.
TER.
Per me se il cor le avesse punto d'amore il dardo,
Almeno alle mie luci alzar dovrebbe il guardo.
Creusa de' suoi sguardi Terenzio non fa degno.
CRE.
(alza gli occhi verso Terenzio.)
LIV.
Mira il quadro.
(a Creusa, con isdegno.)
CRE.
(Crudele!) (da sé, parlando di Terenzio; indi osserva il disegno.)
TER.
(S'accosta a Creusa, osservando anch'egli la tela che tiene in mano.)
LIV.
Che ti par del disegno?
CRE.
A questo servo ingrato, che irrita il suo signore,
Vicine esser dovrebbono le verghe del littore.
TER.
Qual favola è codesta? (a Livia.)
LIV.
Soggetto è d'un ricamo.
TER.
Posso vederlo?
LIV.
Il mira.
TER.
(Taci, Creusa, io t'amo).
(piano a Creusa, mostrando di osservare il disegno.)
Nuovo pensiere, e vago.
(a Livia, accennando il disegno.)
LIV.
Vedi lo schiavo avvinto? (a Terenzio.)
TER.
Veggolo.
Temerario! (In quello io son dipinto).
(da sé.)
LIV.
Che ti par?
TER.
Giustamente s'opprime e si minaccia.
(Vuol la ragion ch'io finga).
(da sé.)
CRE.
(Vuole il dover ch'io taccia).
(da sé.)
SCENA NONA
DAMONE e detti.
DAM.
Terenzio, mio signore, signor mio prelibato, (a Terenzio, con ironia.)
Se in comodo si trova, da Lelio è domandato.
TER.
Vil feccia! (a Damone.)
DAM.
Scelta schiuma! (a Terenzio.)
TER.
Andrò, se mel concedi.
(a Livia.)
LIV.
Fermati.
(a Terenzio.) Lelio venga.
(a Damone.)
DAM.
Lelio verrà a' tuoi piedi.
(a Terenzio, con ironia.)
(Oh di magion felice mirabile comparto!
Padre, figlia, due schiavi...
bella partita in quarto).
(da sé, e parte.)
SCENA DECIMA
TERENZIO, LIVIA e CREUSA.
TER.
Livia, per tuo rispetto soffro le ingiurie, e taccio.
LIV.
Terenzio, i sacrifici conosco, e men compiaccio.
(con tenerezza.)
Non ti curar de' servi, ch'han gli animi vulgari.
CRE.
Gli animi di chi serve non van tutti del pari.
(a Livia.)
LIV.
Taci.
(a Creusa.)
CRE.
Obbedisco.
LIV.
E gli occhi tieni al disegno intenti.
CRE.
(Quando avran fine, o numi, gli spasimi e i tormenti?) (da sé.)
SCENA UNDICESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Venere a Livia doni pace, salute e sposo.
LIV.
Marte a Lelio compensi l'augurio generoso.
LEL.
Di Cerere nel tempio gli edili han ragunato
In ordin de' comizi il popolo e il Senato;
Tribuni e magistrati, ciascun Terenzio noma.
Vanne; Lucan ti aspetta; tu sei l'amor di Roma.
(a Terenzio.)
TER.
Vado.
(in atto di partire, mirando Creusa.)
CRE.
Mi lasci? (a Terenzio.)
LIV.
Ardita! A che ti sprona il cuore? (a Creusa.)
Quella che in lei tu vedi, è invidia e non amore.
(a Terenzio.)
TER.
Il mio dover mi porta 've il mio signor mi chiama.
Conosco chi m'adula, discerno chi ben ama.
Secondino pietosi i numi il mio disegno;
Del cuor che ha maggior pregio, il ciel mi renda degno.
(parte.)
SCENA DODICESIMA
LIVIA, CREUSA e LELIO.
LIV.
(Se libero è Terenzio, degno sarà del mio).
(da sé.)
CRE.
(Colpa non ha il cuore, se misera son io).
(da sé.)
LIV.
Vanne Creusa.
CRE.
Dove?
LIV.
Dove a te dissi, e quando.
Chiuditi, e d'uscir fuori s'aspetti il mio comando.
CRE.
(Perfida! Ti conosco.
Uscir da quelle porte
Farammi, a tuo dispetto, o il mio Terenzio, o morte).
(da sé, e parte.)
SCENA TREDICESIMA
LIVIA e LELIO.
LIV.
Ch'ami costei Terenzio, sento nel mondo invalso.
(a Lelio.)
LEL.
Spesso nel volgo sparge fama bugiarda il falso.
LIV.
Ma ciò si lasci, e dimmi: il popolo latino
Offre al comico vate l'onor di cittadino?
LEL.
Arbitro è sol Lucano di sì bel dono, e Roma
Pregalo che tal fregio conceda alla sua chioma.
Quel ch'ora dagli edili s'agita in sacra sede,
È all'opre di Terenzio generosa mercede.
Nel dì pria delle none d'april, ne' giochi usati,
Per Rea, madre de' numi, Mengalesi chiamati,
L'Eunuco in un sol giorno due volte empieo l'arena
Con destra e con sinistra tibia sonora, amena:
Onor ch'è riserbato a' comici preclari,
L'impari tibia usata, concessa ai più vulgari.
Con pubblico decreto merta che a lui sia dato
Premio che de' poeti sorpassi il premio usato.
LIV.
Credi che il suo signore la libertà gli done?
LEL.
Lo credo.
LIV.
E allor fia degno di dame e di matrone?
LEL.
L'uso di Roma è tale.
La verga che percuote
Per amor, non per ira, dello stranier le gote,
Fa che del sangue istesso ogni bruttura emende,
E degli onori a parte de' cittadini il rende.
LIV.
Qual credi tu più degna del libero Africano?
LEL.
Quella cui per amore fe' sua figlia Lucano.
LIV.
Da lui dipender deggio obbediente figlia.
LEL.
Livia, da lui lontana, il cuor che ti consiglia?
LIV.
Finché Terenzio è servo, pensare a lui non deggio.
Coll'anime vulgari amante non vaneggio.
La libertà ch'ei spera, è incerta alla sua chioma,
Nel nostro sen riposa l'onor di tutta Roma.
LEL.
Mille, per uom sì conto, avran ferito il cuore.
LIV.
Cedere all'adottiva dovran del suo signore.
LEL.
Credimi, se tu tardi, cotal condizione
Non valeratti dopo la sua manomissione.
LIV.
Troppo sarebbe ingrato, cercando altri legami.
LEL.
Livia, per quel ch'i' sento, tu confessi che l'ami.
LIV.
No, non amo uno schiavo, né l'amerò giammai.
Sia libero Terenzio, dirò s'unqua l'amai.
L'onor delle Romane fisso nell'alma i' porto;
Ma farmi non ardisca donna qualunque un torto.
(parte.)
SCENA QUATTORDICESIMA
LELIO solo.
LEL.
Il torto che paventi, credo l'avrai da tale,
Che per voler del fato ti è serva, e ti è rivale.
Giugne tant'oltre il fasto delle Romane in core,
Che credonsi le sole custodi dell'onore.
Preme a noi pur, che regni in lor gloria latina;
Ma donna far non puote di Roma la rovina.
Misero l'uom, se stesse l'onor d'una famiglia
Nel cuore della sposa, nel cuore della figlia!
Facciano il lor dovere, sia donna o sia fanciulla;
Puniscasi chi manca, e l'uom non perde nulla.
(parte.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
LISCA e DAMONE.
DAM.
Lisca, onor delle mense, quanto ch'io t'amo il sai;
Dar cibo a tutte l'ore a te non ricusai.
Solo alle cene è in uso chiamarsi i convitati;
Da pochi sono in Roma i pranzi praticati.
Mangiar tre volte al giorno, e quattro, se abbisogna,
S'ammette nella plebe, nei grandi è una vergogna.
Ma il tuo stomaco avvezzo a digerir di volo,
Dal mattino alla sera suol fare un pasto solo.
LIS.
Se per rimproverarmi rammenti ciò, Damone,
Del tuo nulla mi dai, la spesa è del padrone.
DAM.
È ver, ma son quell'io...
Basta, non vo' dir questo.
Ti sono amico, il dissi, lo dico e lo protesto,
E se nulla poss'io far a te che ti piaccia,
Da te cosa a me grata è giusto che si faccia.
LIS.
Impiegami, Damone, parla, domanda, imponi.
Parla, eccellente cuoco d'anitre e di pavoni.
Per te che non farei, che far da me si possa?
Amico fino all'ara, e anche fino alla fossa.
DAM.
Terenzio, qual io sono, è schiavo al signor mio;
Né vale il dir ch'egli abbia cosa che non ho io,
Ché, fuori d'una sola, di cui 'l destin m'ha privo,
Penso com'egli pensa; com'egli vive, io vivo.
Africa ad ambedue diè povero il natale;
Esser dovrebbe in Roma sorte ad entrambi eguale:
Ma a lui si fan gli onori, per lui s'han de' riguardi,
Ed io non trovo in Roma un cane che mi guardi.
LIS.
Lo sai perché?
DAM.
Lo vedo.
Perché il padron destina
Alle scene Terenzio, Damone alla cucina.
Ma d'ingiustizia tale mi lagno, e vo' lagnarmi,
Fino che 'l giorno arrivi ch'io possa vendicarmi.
A te, che amico sei, ch'hai cervel buono e sodo,
Chiedo che a me consigli della vendetta il modo.
LIS.
Sì, volentier; darotti facil consiglio e certo,
Che sopra al tuo rivale salir farà il tuo merto.
Mirar precipitati vuoi tutti i pregi sui?
Studiati una commedia formar meglio di lui.
DAM.
N'ho voglia; lo farei, ma non ne so principio.
LIS.
Poeta divenire può tosto ogni mancipio.
T'insegnerò.
DAM.
Lo voglia Vulcan, Cerere e Bacco.
LIS.
Dai numi di cucina far devi ogni distacco:
Hansi a invocar le Muse, Minerva e 'l biondo Apollo;
E di padella in vece, porsi la cetra al collo.
Odimi.
Se prometti a me dar due fagiani,
Opra passar per tua farò delle mie mani.
DAM.
Raro il fagiano è in Roma, che in Grecia ha suo ricetto;
Ma se l'impegno adempi, anch'io te li prometto.
LIS.
Perché schernito resti Terenzio nel cimento,
Della commedia nostra sia Plauto l'argomento.
Veggasi nel confronto questo e poi quel dipinto;
Terenzio ha i suoi nemici; diran ch'ei resta vinto;
E tua sarà la gloria d'averlo scorbacchiato.
Terenzio fia deriso, Damone vendicato.
DAM.
Bene, bene, ma bene, duemila volte bene.
Lisca, i fagian son tuoi...
Ma un dubbio ora mi viene:
Se a me conto si chiede chi Plauto fosse, o quale,
Non so s'uomo sia stato, o bestia irrazionale.
LIS.
Lume ti do che basta: Plauto nell'Umbria nacque,
Fallito mercatante, tristo in miseria giacque,
E tanto in poche lune l'oppresse il rio destino,
Che a raggirar s'indusse la macina al mulino.
Negli ozi lacrimosi, per quel che a noi si dice,
Diè a immaginar commedie principio l'infelice;
E queste indi ridotte al novero di venti,
Tornaronlo in fortuna, produssero portenti.
Avea stil sì purgato, onde le Muse anch'esse
Udrebbonsi, parlando, a dir le cose istesse.
Giustizia anche a' dì nostri gli rendono i sapienti,
Di Plauto commendando i semplici argomenti,
E l'arte, onde soleva dipingere i costumi,
Il mondo conoscendo, da quel prendendo i lumi.
Soggetto di commedia non dà la di lui vita,
Ma favole sognando cosa farem compita;
Basta che nel confronto penda il giudizio almeno,
Di critica l'applauso dal volgo verrà pieno.
Bastan tre o quattro soli a screditar lo schiavo,
A far che il popol gridi: bravo, Damone, bravo.
DAM.
Tante da te ne intesi; io ne dirò una sola:
Di quanto a me dicesti non intendo parola.
Studia di mia vendetta modi men duri e strani,
Se il premio vuoi che cerchi aver dalle mie mani.
LIS.
Farò...
Tu che faresti?
DAM.
Farei, se col padrone
Avessi confidenza, parecchie cose buone.
Gli direi, per esempio...
sì, questo dir potrei,
E prove a sostenerlo, e testimoni avrei
Passan segreti amori fra Terenzio...
LIS.
E Creusa?...
DAM.
No.
Interromper chi parla la civiltà non usa
Passan segreti amor fra Terenzio...
LIS.
E Barsina?
DAM.
No, che crepar tu possa innanzi domattina:
Fra lui e l'adottiva figlia del suo signore.
Oh vedi, se uno schiavo gli reca un bell'onore!
Se il sa Lucan, vedrassi Terenzio alla catena,
Avrà di mille verghe i colpi sulla schiena;
Ché in Roma è minor colpa render un uomo esangue,
Che d'una cittadina bruttar l'illustre sangue.
LIS.
Questo farò.
Svelato da me sarà l'arcano;
Ti è noto, se mi crede, se ascoltami Lucano.
DAM.
Pera Terenzio, e cada in odio dei Romani.
LIS.
Abbia Damon l'intento, e Lisca i due fagiani.
SCENA SECONDA
FABIO e detti.
FAB.
Fortunato Terenzio!
LIS.
Qual novità?
DAM.
Che fu?
FAB.
Una commedia sola puossi pagar di più?
In premio dell'Eunuco, gli edili in pien Senato
Con ottomila nummi han lui rimunerato.
DAM.
Cieca fortuna ingrata, per te bestemmierei.
Lisca, non perder tempo.
Già sai quel che far dei.
Vo' a ricercar fagiani, e non risparmio spese,
S'anche gettar dovessi quel che rubai in un mese.
(parte.)
SCENA TERZA
FABIO e LISCA.
LIS.
Buon per noi che a' privati sien le ricchezze sparte;
Possiam dell'altrui bene noi pure essere a parte.
Di schiavo fortunato amici esser conviene;
Godrem da lui fors'anco dei pranzi e delle cene.
FAB.
Non è di coltivarlo questa per me ragione;
Ma calmi della stima ch'ave di lui il padrone.
Sportula, col suo mezzo, maggior posso acquistarmi,
Ond'è che di adularlo fa d'uopo, e vo' provarmi.
LIS.
Farai poca fatica, se hai l'adular per uso.
FAB.
Andar, chi non sa farlo, vedo da' ricchi escluso.
SCENA QUARTA
TERENZIO e detti.
TER.
(D'un senator di Roma ecco i seguaci arditi:
Adulator clienti, e ingordi parassiti).
(da sé, restando indietro ed osservando i suddetti.)
FAB.
Teco son lieto, amico, per il novello onore.
(a Terenzio, incontrandolo.)
LIS.
Teco de' nuovi acquisti rallegromi di cuore.
(a Terenzio.)
TER.
(Sappia Creusa anch'essa le mie fortune, e speri.
Cambiar per lei fors'anco vedrò gli astri severi).
(da sé, non badando a quei che gli parlano, e in atto d'incamminarsi altrove.)
FAB.
Non odi, o mal gradisci gli atti di cuor sincero? (a Terenzio.)
LIS.
Grato non è Terenzio al cuor d'amico vero? (a Terenzio.)
TER.
Gli animi, i cuor d'entrambi, noti mi sono appieno:
Conosco il dolce riso per me fatto sereno.
(ironico.)
Ma Lisca, s'io perissi, per questo non digiuna;
E Fabio non ha d'uopo di me per sua fortuna.
FAB.
T'amo per amor vero.
LIS.
Nol fo per l'interesse.
TER.
Stolto Terenzio fora, se cieco a voi credesse
I nobili compiango, compiango i candidati,
Che fondan lor grandezza nell'essere adulati.
Pane gettato invano, sportule invan disperse
Per gente di mal cuore, per anime perverse.
Merto non ha bisogno di lode adulatrice;
Ricchezza mal usata fa il prodigo infelice.
Onde di buon acquisto i beni mal locati
Fan giudicare al mondo che sien male acquistati.
Della fortuna il dono, de' miei sudori il prezzo,
Dividere agl'ingrati per me non sono avvezzo.
Cercate chi vi creda.
Da me non aspettate
Ch'essere sulle scene esposti alle fischiate:
Opera degna essendo de' comici scrittori
Schernir i parassiti, scoprir gli adulatori,
Onde dell'alme indegne il vizio si corregga,
O almen del loro inganno il popolo s'avvegga;
E apprendan cittadini, e apprendan senatori
Ai miseri dar mano, punire i traditori.
(parte.)
SCENA QUINTA
FABIO e LISCA.
FAB.
Lisca?
LIS.
Fabio? È un avaro.
FAB.
Superbo è quell'audace.
LIS.
Convien precipitarlo.
FAB.
Questo si fa, e si tace.
LIS.
Pronto è il modo.
FAB.
In qual guisa?
LIS.
Aiutami.
FAB.
Consiglia.
LIS.
Terenzio ama colei che di Lucano è figlia.
FAB.
Grave è la colpa in servo.
LIS.
A noi tal colpa giove.
FAB.
Crederallo Lucano?
LIS.
Ho testimoni e prove.
FAB.
Eccolo.
(osservando fra le scene Lucano che si appressa.)
LIS.
A tempo giunge.
SCENA SESTA
Lucano ed i suddetti.
LUC.
Grata a Terenzio è Roma.
Sol resta a' pregi suoi libero ornar la chioma.
Romolo, che de' padri la crudeltate ha in ira,
Pietà nel seno mio verso lo schiavo inspira.
FAB.
Romolo, che del Lazio regge fra' numi il fato,
Libero aver fra' suoi aborrisce un ingrato.
LIS.
Lodasi di Lucano l'almo pietoso impegno;
Ma di ricchezze e onori Terenzio non è degno.
LUC.
Qual ragionar novello contr'uom da voi lodato?
FAB.
Terenzio è menzognero.
LIS.
Terenzio è scellerato.
LUC.
Ragion diasi di questo.
FAB.
Schiavo di mente insana,
Amar Livia non teme, seduce una Romana.
LUC.
Livia da lui amata? (a Fabio e Lisca.)
FAB.
Lo so.
LIS.
Di ciò m'impegno.
LUC.
Se libero lo rendo, d'amarla non è indegno.
Olà! (chiama.)
SCENA SETTIMA
DAMONE ed i suddetti.
DAM.
Sempre sol io agli ordini mi trovo.
LUC.
Livia a me.
(a Damone.)
DAM.
Sì, signore.
(Lisca, che v'è di nuovo?
Nulla facesti?) (piano a Lisca.)
LIS.
(Ho fatto).
(piano a Damone.)
DAM.
(Compro i fagian?) (piano a Lisca.)
LIS.
(Puoi farlo).
(come sopra.)
DAM.
(Lisca è il grand'uom! Vorrei propriamente indorarlo).
(da sé, e parte.)
SCENA OTTAVA
LUCANO, FABIO e LISCA.
LUC.
Colpa sarebbe in servo l'amar donna Romana,
Ma in lui la colpa emenda bella virtute e strana.
L'amor di tutta Roma mi offre per lui la scusa.
(Più facile al cuor mio dipinta da Creusa).
(da sé.)
Solo restar con Livia per or mi cale.
Andate.
FAB.
Lisca? (piano a Lisca.)
LIS.
Fabio? Addio cene.
(piano a Fabio.)
FAB.
Son le speranze andate.
(partono.)
SCENA NONA
LUCANO, poi LIVIA.
LUC.
Mezzo miglior di questo non puommi offrir la sorte:
Staccasi da Creusa, se 'l rendo altrui consorte.
La servitù col tempo smarrisce nell'oblio,
E poi Livia è mia figlia, ma non del sangue mio.
Ma che Terenzio l'ami, finor si rende oscuro.
Eccola; può il suo labbro di ciò farmi sicuro.
LIV.
(S'avanza rispettosa, e non parla.)
LUC.
Livia, so qual di figlia si desti in sen timore,
Se tocchi fian dal padre gli arcani del suo cuore.
Sia padre di natura, sialo, qual io, d'affetto,
Nell'anime ben nate imprime egual rispetto.
Prima che si discenda a ciò che in sen tu celi,
Di chi ti parla al cenno togli dall'alma i veli,
Certa che la menzogna, non il desio mi sdegna,
Certa che un cuor sincero a secondarlo impegna.
LIV.
Parla, signor, ma pensa che se di te son figlia,
A farmi di te degna il cuor sol mi consiglia.
Parla, ma credi in prima, per tuo, per mio conforto,
Che fa chi vil mi crede a mia virtude un torto.
LUC.
Anzi nel dubbio ancora, per cui parlarti aspiro,
Quanto più mi lusingo, più la virtude ammiro.
Franco si sciolga il labbro: Ami Terenzio, amata?
LIV.
Se schiavo amar potessi, vorrei non esser nata.
E s'egli in me tentasse sedurre un cuor Romano,
Saprei, s'altri non fosse, punirlo di mia mano.
Dacché dagli avi nostri fur le Sabine umili
Rapite, e di man tolte ad uomini non vili,
Di Romolo coi figli dacché congiunte furo,
Serbar nelle lor vene sangue romano e puro.
Né si dirà che sia Livia la figlia indegna,
Che renderlo macchiato alle latine insegna.
LUC.
(Proviam cotesto orgoglio).
(da sé.) Vo' che tu l'ami.
(con impero.)
LIV.
Il vuoi? (con qualche tenerezza,)
LUC.
Ardirai contraddirmi? (come sopra.)
LIV.
Sei padre, e tutto puoi.
(come sopra.)
LUC.
Sì, tutto posso, è vero, sul cuor, su tuoi desiri,
Ma un sacrifizio ingiusto per me far non si aspiri.
(cambiando stile.)
Di Romolo son figlio, padre di Roma anch'io:
L'onor deggio del Lazio serbar nel tetto mio.
A schiavo non consente unir legge sovrana,
Maggior d'ogni grandezza, il cuor d'una Romana.
LIV.
Per prova o per ischerno dunque parlasti, o padre.
(mortificata.)
LUC.
No; di Terenzio sposa, d'eroi ti voglio madre.
LIV.
Come, signor? (rasserenandosi.)
LUC.
M'ascolta.
Pria che l'odierna luce
Spenga nel sen di Teti dell'aureo cocchio il duce,
Libero per mio dono il vate valoroso
Di me sarà liberto, di Livia sarà sposo.
LIV.
E d'uom nato straniero, d'uom che fra' ceppi langue,
Cambiar può nelle vene l'atto solenne il sangue?
LUC.
Lo può.
LIV.
Né più gli resta, mercé di Roma amica,
Alcuna macchia in seno della viltade antica?
LUC.
Nel fausto lieto giorno purissimo rinasce,
Qual di Romana figlio che bamboleggia in fasce.
LIV.
Sapienza degli dei! Bella pietà di Roma! (con letizia.)
LUC.
Ma sciolta di catene dal piè la dura soma,
Se Livia ancor lo sdegna, con lei non infierisco.
LIV.
Al padre che comanda, oppormi io non ardisco;
Ma poi...
LUC.
Sarai contenta.
LIV.
Ma poi, dicea, signore,
Se libero lo rendi, di lui qual sarà il cuore?
Spesso del benefizio dagli uomini s'abusa...
LUC.
Dov'è la greca schiava?
LIV.
Nelle mie stanze è chiusa.
LUC.
Per qual cagion si cela? Fugge da me?
LIV.
Ricama.
LUC.
Qui venga.
LIV.
Intenta all'ago...
LUC.
Venga, il signor la chiama.
LIV.
(Non mi tradir, fortuna, or che mi mostri il viso;
Balzami il cuor nel seno pel giubilo improvviso).
(da sé, e parte.)
SCENA DECIMA
LUCANO, poi TERENZIO.
LUC.
Terenzio se di Livia, se di Creusa è amante,
Amerà in una il grado, nell'altra il bel sembiante;
Della più vil non teme mostrar acceso il cuore;
Dell'altra non ardisce svelar l'occulto ardore.
Ma se sperar potesse aver nobil donzella,
Schiava non ardirebbe di preferire a quella.
E molto meno ardito esser può a quest'eccesso,
Di contrastar gli affetti al suo signore istesso.
Tal mi lusinga il cuore, tal la virtù m'affida,
Che all'opre di Terenzio fu ognor regola e guida.
Se nel timor persiste l'uom che per ciò più estimo,
Darogli animo io stesso, a parlar sarò il primo.
TER.
(Creusa a me s'asconde.
La misera è in periglio.
Dissimular la pena parmi il miglior consiglio).
(da sé.)
LUC.
Terenzio, in tal momento ti rechi al mio cospetto,
Che dei pensieri miei tu stesso eri l'oggetto.
Consolomi che Roma giustizia al tuo talento
Reso abbia cogli onori, coll'oro e coll'argento.
TER.
Altro di mio non vanto che del tuo cuore il dono.
È tuo l'oro e l'argento, se di te schiavo io sono.
LUC.
Fra noi un cotal nome mandar puossi in oblio:
Servo non più, liberto sarai per amor mio.
Finor di tue fatiche a te donato ho il frutto,
Son tuoi gli ultimi acquisti, puoi disporre di tutto:
Mente, saper, consiglio ch'ogni poeta eccede,
Da me, da Roma esige amor, stima e mercede.
TER.
Signor, dal dolce peso di tante grazie oppresso,
Poco è ch'io ti offerisca la vita, il sangue istesso;
A me sei più che padre, se l'amor tuo m'invita
Al don di libertade, che val più della vita.
LUC.
Pria che all'occaso giunga di sì bel giorno il sole,
Fra il novero sarai della romulea prole.
Il nome di Terenzio, da me portato in prima,
Servo a te diedi ancora, in segno di mia stima.
Ora mi scordo i lacci, scordomi il grado antico,
Anticipo a chiamarti figlio, liberto, amico.
Meco da questo punto tu pur cambia lo stile;
Meno ti renda il grado, a cui t'inalzo, umile.
A me svela il tuo cuore, confida i tuoi pensieri;
I labbri incoraggiti mi parlino sinceri.
Questa mercé ti chiedo a mia beneficenza:
Fammi, se mi sei grato, del cuor la confidenza.
TER.
(Come svelar l'affetto che all'amor suo contrasta?) (da sé.)
LUC.
Segui a tacer? Che parli ti prego, e non ti basta?
TER.
Signor, di tue richieste veggo, conosco il fine;
Del giusto i miei desiri eccedono il confine.
Ravviso il contumace amor che m'arde in petto;
Reprimerlo son pronto, di spegnerlo prometto.
Se in ciò potei spiacerti, deh, per pietà, mi scusa.
LUC.
(Chi sa s'egli favelli di Livia, o di Creusa?
Un ver scoprir io temo, che m'abbia a recar pena).
(da sé.)
TER.
Vorrei, pria di spiacerti, soffrir doppia catena;
Quell'unico mi caglia giusto, soave amore,
Che grato ognor mi renda al cuor del mio signore.
LUC.
Che ami lo so.
Svelato fummi di te l'affetto,
Ma dubbio ancor mi resta dell'amor tuo l'oggetto.
Non arrossir nel dirlo.
Vedi qual per te sono
Disposto a compiacerti.
TER.
Signor, chiedo perdono.
Cieco è Amor.
La natura frale al desio s'arrende;
L'uso, il comodo, il tempo l'alme più schive accende.
L'occhio principia, e il cuore trae seco, a poco a poco,
Da piccola scintilla prodotto il maggior foco.
Perdon, se nel mirare dapprima il vago oggetto,
Qual si dovea non ebbi a te, signor, rispetto.
Se il grado mio scordato, in quel fatal momento,
M'arresi al dolce incanto che forma il mio tormento;
Se di colei, che merta del mondo aver l'impero,
Questo mio cuor s'accese miserabile, altero.
LUC.
(Par che di Livia parli).
(da sé.) Se tanto ho a te concesso,
Poss'anco ciò donarti, che amo quanto me stesso:
Dal prezioso acquisto, che offro a' tuoi merti ancora,
Vedi se Lucan ti ama, se ti distingue e onora.
TER.
(L'offerta a lui penosa m'atterra, e mi confonde).
(da sé.)
LUC.
(Al maggior de' miei doni stupisce e non risponde).
(da sé.)
TER.
Dunque, signor...
LUC.
Sì, amico, non ti avvilir, fa cuore.
La mia pietà vuol lieto mirarti anche in amore.
Più di Ciprigna il figlio il cuor non ti martelli,
E di dolcezza pieni farai carmi più belli,
S'è ver che quella sia che ti ha tenuto in pene...
TER.
Signor, vedi Creusa che timida sen viene.
LUC.
Questa è colei, Terenzio, questa è colei che gravi
Lacci impose a quest'alma, ch'ha del mio cuor le chiavi.
So che tu pur la stimi, so che tu pur l'amasti:
Buon per te, che per tempo fiamme nel cuor cangiasti;
Perciò l'amor sospeso a te più forte io rendo.
Consolati, Terenzio.
TER.
Sì, signor.
(Non l'intendo).
(da sé.)
LUC.
Olà, perché t'arresti? (verso la scena, da dove viene Creusa.)
SCENA UNDICESIMA
CREUSA e li suddetti.
CRE.
Temeva disturbarti.
LUC.
Sempre hai tu da fuggirmi? Sempre ho io da pregarti?
Saran le tue ripulse ai miei desiri eterne?
TER.
(Preso ho affé, questa fiata, lucciole per lanterne).
(da sé.)
LUC.
Rispondimi, Creusa: stanca sei coi disprezzi
Pagar chi studia e pena a meritar tuoi vezzi?
TER.
(Che mai dirà?) (da sé.)
CRE.
Signore, mio cuor sempre è lo stesso;
Quel che poc'anzi ho detto, posso ridirti adesso.
LUC.
Se di Terenzio invano ti lusingasti, osserva:
Libero, e a Livia sposo, sprezza te Greca, e serva.
CRE.
(Barbaro) (da sé.)
TER.
(Sventurata! Or comprendo l'errore).
(da sé.)
LUC.
Dille tu, s'io mentisco.
(a Terenzio.)
TER.
Non mente un senatore.
LUC.
(D'un più discreto amore l'esempio egli ti reca).
(a Creusa.)
CRE.
Da un African l'esempio sdegna un'anima greca.
LUC.
Tu, se 'l mio ben ti cale, se aneli alla mia pace,
Modera quell'ingrata nel disprezzarmi audace.
Cerca ragion che vaglia a impietosirle il seno;
Per quel che a te donai, poss'io chiederti meno?
Vo ad affrettar la pompa che far ti dee Romano,
Vo in tuo favor di Livia lieto a dispor la mano.
Fa tu che quell'altera dal cuor non mi discacci.
(a Terenzio.)
Tu pensa a compiacermi, o a raddoppiar tuoi lacci.
(a Creusa, indi parte.)
SCENA DODICESIMA
TERENZIO e CREUSA.
TER.
(Come con lei scolparmi?) (da sé.)
CRE.
(Che potrà dir l'ingrato?) (da sé.)
TER.
Ah Creusa, che pensi?
CRE.
Mai non ti avessi amato
TER.
Non aspettar che parli teco a pro di Lucano.
CRE.
Per lui, per te mi parla; meco favelli invano.
TER.
Ti son fedel.
CRE.
Si vede.
TER.
Ascolta in pochi accenti
La ragion dell'inganno.
CRE.
Non vo' saperla.
(si scosta.)
TER.
Eh, senti.
(seguitandola.)
SCENA TREDICESIMA
LIVIA ed i suddetti
LIV.
Creusa, a che qui resti, partito il tuo signore?
TER.
Io, per ordin di lui, deggio parlarle al cuore.
(a Livia.)
LIV.
Te per tal opra ha scelto, ch'ardi per lei nel seno? (a Terenzio.)
CRE.
Di quel che per te peni, arde per me assai meno.
LIV.
Schiava vulgare, ardita, meco a garrir non chiamo.
CRE.
Partirò.
LIV.
Fallo tosto.
Sollecita il ricamo.
Quel che a te diei disegno, richiama alla memoria,
E pensa che vicina la favola è all'istoria.
CRE.
Favola per me il foco fu di Terenzio altero;
Ma quel che per te nutre, Livia felice, è vero.
(parte.)
SCENA QUATTORDICESIMA
TERENZIO e LIVIA
TER.
Fermati, ascolta.
(vuol seguitarla.)
LIV.
Come? In faccia mia seguirla?
TER.
Per ordin di Lucano parlar deggio, e sentirla.
LIV.
Ciò da me potrà farsi.
TER.
È ver, ma tu non sai...
LIV.
Terenzio con Lucano testé di te parlai.
(dolcemente.)
TER.
Di me che mai ti disse l'amabile signore?
LIV.
Ti lodò, mi propose...
L'intesi a mio rossore.
TER.
Previdi ch'ei ti avrebbe mosso per me allo sdegno.
LIV.
Non è cuor di liberto d'una Romana indegno.
TER.
Dunque, se tal divengo, Livia Terenzio adora?
LIV.
Se libero ti rendi...
Ma no, sei schiavo ancora.
(parte.)
SCENA QUINDICESIMA
TERENZIO solo.
TER.
Fin che fra' lacci io sono, di te mi credi indegno;
Tal io, se li disciolgo, di te più non mi degno.
Dove fondate il fasto, donne Romane altere,
Che rendere vi puote ai miseri severe?
Livia, che ha cuor superbo, stimo d'un'altra meno;
Più val schiava Creusa, che ha la virtude in seno.
Duolmi senza mia colpa averle ora spiaciuto;
Rete tra i fior si tese; in quella io son caduto.
Ma tratto dal mio piede di servitute il laccio,
Creusa e me fors'anco saprò trar d'ogn'impaccio.
Ah, voglia quel che a noi sovrasta eterno fato,
Ch'io possa esser felice, ma senza essere ingrato,
Valgami nel grand'uopo, a superar gli obietti,
La bella comic'arte di maneggiar gli affetti.
E se noi dall'arena abbiam comici il vanto
Di trar sovente il riso, di trar talora il pianto,
Quel che su finte scene l'arte maestra aduna,
Tentar vo' per me stesso, per far la mia fortuna.
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
TERENZIO solo.
TER.
A me doni preziosi? a me carmi ed onori?
Per me l'amor di Roma, l'amor de' senatori?
Di schiavitù fra i lacci viver non si rifiuta,
Quando a un sì caro prezzo la libertà è venduta.
E libertade istessa, cui la natura inclina,
Per rendermi felice, la sorte mi destina.
Ma, ahimè, l'alma trafitta un altro ben sospira,
Senza di cui la vita, non che la sorte ho in ira:
Un ben, che agli altri beni accrescere può il fregio,
Cui più d'ogni tesoro ave il mio cuore in pregio;
E lieto sceglierei viver fra' lacci ancora,
Pria di smarrir la vista del bel che m'innamora;
Provandosi per questo che il mondo e i beni suoi
Prezzo d'opinione ricevono da noi,
Stimandosi più quello che più diletta e piace,
Trovando sua ricchezza il cuor nella sua pace.
SCENA SECONDA
DAMONE ed il suddetto.
DAM.
Cerco il padron per tutto, e lo ricerco invano.
Saprà dov'è Terenzio, ch'è un membro di Lucano.
TER.
Sì, amabile Damone, lo so dov'ei si trova:
Sollecita d'amore per me l'ultima prova.
Con Lelio e con Scipione, e col pretor di Roma,
Accelera, concerta l'onor della mia chioma.
DAM.
Oh Roma fortunata, poiché fra' lustri suoi
Onorerà Terenzio, la feccia degli eroi!
TER.
Così sciolto da' lacci fosse Damone ancora,
Che 'l numero infelice de' servi disonora.
DAM.
Per me più stimo e apprezzo spennar polli e pavoni,
Dell'arte, onde ti vanti, de' mimi ed istrioni.
TER.
Che dir degl'istrioni, che dir de' mimi intendi?
Di questi e quelli il vanto, il merto, non comprendi.
Ister, che fra gli Etruschi dir vuol gioco da scena,
Diede agli attori il nome della commedia amena;
Mimus, che imitatore dir vuol, diè nome ai mimi,
Quei che ciò fan coi gesti, chiamati pantomimi.
DAM.
Uomini che di fama, che degli onor son privi,
Satirici, impudenti, scandalosi, lascivi.
TER.
Roma per mie commedie a me reca gli onori,
L'autor non è scorretto, onesti son gli attori.
Scena che virtù insegna, dà merto e preferenza;
Quel che detesto anch'io, del ballo è la licenza.
DAM.
Teco la perde sempre chi dir vuol sua ragione;
Dimmi dove poss'io ritrovar il padrone.
TER.
Lice, cortese amico, lice saper l'arcano,
Per cui mosso è Damone a ricercar Lucano?
DAM.
Amico eh?
TER.
Terenzio a te tal si professa.
Fummo in pari fortuna; siam d'una patria istessa.
Cartagine non sappia, che invidia in suol romano
D'un Africano il bene desti in altro Africano.
Spera che se la sorte in me ricchezze aduna,
D'un che fratello i' chiamo, posso far la fortuna.
DAM.
Tu mi deridi e sprezzi.
Di me ti sei servito
Ponendo sulle scene l'Eunuco sbalordito.
TER.
T'inganni, e tale inganno comune è a più soggetti,
Che credon dal poeta segnati i lor difetti.
S'incontran facilmente dal comico imitate
Persone che l'autore non ha nemmen sognate,
Facile essendo a caso toccar d'un tale il fondo,
Da chi prende i difetti a criticar del mondo.
DAM.
Questa ragion m'appaga; amico esser ti voglio;
Vedi se di cucina puoi tormi dall'imbroglio.
Chiedimi al signor nostro.
Spezza la mia catena,
E dammi, se puoi farlo, impiego sulla scena.
TER.
Mie favole son greche.
Sai di Grecia i costumi?
DAM.
Basta che tu m'impieghi ad accendere i lumi.
TER.
A così vile uffizio non serbo un uom ch'io stimo;
A recitar principia.
Puoi divenire il primo.
Valerti delle usate maschere t'apparecchia;
In grazia della voce puoi far da donna vecchia.
DAM.
Vuol dir che far io posso da strega o da mezzana;
Ma questa, per dir vero, sembrami cosa strana,
Ch'entri in ogni commedia la donna da partito,
Il figlio disonesto, il padre sbalordito,
Che abbiano dei mezzani a trionfar le trame,
Che Roma nel teatro soffra una scuola infame.
TER.
Giustamente in te parla della ragione il lume;
Degn'è di correzione sì pessimo costume.
Principio a moderarlo died'io con mano ardita;
Spero cambiarlo affatto, se 'l ciel mi darà vita:
E se poter cotanto i numi a me non danno,
Faran l'opra compita gli autor ch'indi verranno.
Ma del padron ti scordi.
DAM.
Lo cerca un vecchio Greco.
TER.
Sai che voglia?
DAM.
Nol so, poco parlato ha meco.
Del senator Lucano cercava infra la gente;
Sue voci mal intese sentii per accidente.
Per picciole monete m'offersi accompagnarlo;
Guidailo a queste soglie, sperando di trovarlo.
Tu che lo sai, m'insegna 've trovasi il padrone.
TER.
Cercalo dal pretore, da Lelio o da Scipione;
Ma fa che in questa sala passi frattanto il Greco.
Io che la Grecia scorsi, godrò di parlar seco.
DAM.
Vedrai barba ateniese ridicola ed amena;
Godilo, e fa che Roma goda il ritratto in scena.
Poiché (di' quel che vuoi) dai comici perfetti
Si fan di questo e quello ritratti maledetti.
(parte.)
SCENA TERZA
TERENZIO, poi CRITONE.
TER.
Guardimi il ciel ch'i' abusi di comica licenza:
So lo scenico frizzo purgar dall'insolenza.
E quando i rei costumi deonsi trattar severi,
Usar deve il poeta rispetto agli stranieri.
CRIT.
Roma, superba Roma, che altera il capo estolli,
Sdegnando gli stranieri mirar dai sette colli,
Lunga stagione invano speri prosperi auspici,
Se barbara a tal segno tu sei cogl'infelici.
TER.
Vecchio, di che ti lagni?
CRIT.
Chi sei tu che mel chiedi?
Sei di Roma, o straniero?
TER.
Servo i' son, qual tu vedi.
CRIT.
Della vista il difetto soffre l'età canuta;
La tunica servile non ti aveva veduta.
Donde sei?
TER.
Africano.
Terenzio è il nome mio.
CRIT.
Terenzio?...
Anche in Atene nome cotal s'udio.
Dicesi ch'egli merta i lauri alle sue chiome,
Rivivere facendo qui di Menandro il nome.
Se' tu il comico vate?
TER.
Quello son io.
CRIT.
Deh insegna
A Roma dalle scene, che tirannia mal regna.
Cantino i carmi tuoi di Tr
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