TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 91
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- Questa donna ch'è stata di tutti, - tonava il pubblico accusatore, coll'indice appuntato verso di lei, come la spada della giustizia; - questa donna che, per ogni trivio, fece infame mercato della propria abbiezione, e della cecità, voglio anche concedere alla difesa, della acquiescenza del suo amante, questa donna, o signori, osò arrogarsi il diritto delle affezioni pure e delle anime più oneste; osò esser gelosa, il giorno in cui il suo complice apriva gli occhi sulla propria vergogna, e si sottraeva al turpe vincolo, per rientrare nel consorzio dei buoni, ritemprandosi colla santità del matrimonio! -
Ella udì pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e fissi, senza dir verbo.
Si alzò traballando, come ubbriaca, e nell'uscire dalla gabbia di ferro, batté il viso contro la grata.
Prima l'aveva fatta cadere il signorino - se ne rammentava ancora come un bel sogno lontano, svanito.
- Aveva pianto e supplicato.
Indi, a poco a poco, vinta dal rispetto, dalla lusinga di quella tenerezza prepotente, dalla collera di quel ragazzo abituato a fare il suo volere in casa, s'era abbandonata timorosa e felice.
Era stato un bel sogno, ch'era durato un mese.
Egli saliva furtivo nella cameretta di lei, colle scarpe in mano, e si abbracciavano tremanti, al buio.
Il giorno in cui il giovanetto dovette far ritorno all'Università, pioveva a dirotto; essa si rammentava pure dello scrosciare malinconico e continuo di quella grondaia.
L'avevano sentito tutta la notte, colle braccia al collo l'una dell'altro, cogli occhi sbarrati nelle tenebre, contando le ore che sfilavano lente sui tetti.
Poi lo vide partire coll'ombrello sotto l'ascella e la cappelliera in mano, senza dirle una parola davanti ai suoi.
La signora però, coll'istinto della gelosia materna, indovinò le lacrime che doveva soffocare la ragazza in quel momento, e si diede a sorvegliarla.
Un giorno, dopo averla mandata fuori con un pretesto, salì nella cameretta di lei, si chiuse dentro, e quando la Lena fu di ritorno colla spesa, trovò la padrona seria e accigliata, che le aggiustò il conto su due piedi, le ordinò di far fagotto, e la mise alla porta con una brutta parola.
La povera Lena, non sapendo che fare, schiacciata sotto la vergogna, prese la diligenza per la città, e andò a trovare il suo amante.
Egli non era in casa.
L'aspettò sulla porta, seduta sul marciapiede, col fagottino accanto.
Dopo la mezzanotte lo vide che rientrava insieme a un'altra.
Allora si alzò, colle gambe rotte dal viaggio, e si allontanò rasente al muro zitta zitta.
Il giovane non ne seppe mai nulla.
Era sopravvenuto un altro guaio, il suo fallo che era visibile a tutti.
Cercò inutilmente di collocarsi.
Spese quei pochi quattrini che le avanzavano, e infine, per vivere, fu costretta a prendere alloggio in un albergaccio dove la Questura veniva, di tanto in tanto, a far le sue retate.
Lì ebbe a fare la prima volta con quella gente.
Padrona e avventori ridevano delle paure sciocche di lei, quando le guardie entravano all'improvviso di notte, e frugavano sotto i letti.
Uno di quegli avventori, detto il Bulo, uomo sulla cinquantina, colla faccia dura, il quale arrivava ogni quindici o venti giorni, senza bagaglio, ed era sempre in moto di qua e di là, s'innamorò di lei.
Ella disse di no.
Allora egli le offerse di sposarla.
Lena disse ancor di no, sbigottita da quella faccia, e vergognosa di dover confessare il suo passato.
Poscia, quando fu all'ospedale, e che lui soltanto venne a trovarla, colle mani piene d'arance, vinta da una gran debolezza, chinò il capo piangendo, e gli confessò il suo fallo.
Il Bulo protestava che non gliene importava nulla - acqua passata - purché non si ricominciasse da capo - e così si accordarono.
Il Bulo non era affatto geloso; la lasciava sola per mesi e settimane, e continuava ad andare sempre in giro pel suo mestiere, che non si sapeva quale fosse.
Il Crippa, suo compagno, bazzicava solo in casa, aiutandolo nei negozi ai quali ei solo aveva mano, aspettandolo quando non c'era, avendo sempre qualche cosa da dirgli sottovoce, prima che il Bulo si mettesse in viaggio.
Nel medesimo tempo faceva l'asino alla comare, s'irritava alla resistenza di lei, abituato a fare il gallo della Checca, sempre vestito come un figurino, coi capelli arricciati e lucenti.
Le portava dei vasetti di pomata, delle boccette di profumeria.
Ella ribatteva che suo marito non se lo meritava.
- Era stato tanto buono con lei! - Il Crippa, che certe storie non le capiva, badava a ripetere: - Or bene, giacché vostro marito ha chiuso gli occhi una prima volta...
-
Fu un giorno che il marito tardava a venire, e il Crippa la colse nella stanza di sopra, col pretesto di cercare un pacchettino che il compare gli aveva scritto di mandargli.
La Lena, china sul cassetto del mobile, cercava insieme a lui, col seno gonfio, quando il bell'Armando tutt'a un tratto l'afferrò pei fianchi e le accoccò un bacio alla nuca.
- No! no! - balbettava essa tutta tremante, bianca come cera; ma il sangue le avvampò all'improvviso in faccia; arrovesciò il capo, cogli occhi chiusi, le labbra convulse, che scoprivano i denti.
Dopo rimase tutta sottosopra, tenendosi la testa fra le mani, quasi fuori di sé.
- Cosa ho fatto, Dio mio! Cosa m'avete fatto fare! -
Il Crippa, contento come una Pasqua, cercava di chetarla.
Oramai...
suo marito non ne avrebbe saputo mai nulla, parola di galantuomo, se avesse avuto giudizio anche lei.
Il Bulo però lo seppe o lo indovinò, al vedere l'aria smarrita della Lena, che ancora non aveva fatto il callo a certe cose.
Crippa, il bell'Armando, più sfacciato, gli faceva le solite accoglienze da fratello, buttandogli le braccia al collo, dandogli conto dei loro negozi per filo e per segno.
Il Bulo lo guardò colla faccia dura, e gli rispose secco secco:
- Vi ringrazio, compare, di tutto quello che avete fatto per me, e un giorno o l'altro ve lo renderò -.
La Lena sentì gelarsi il sangue a quelle parole.
Ma il Crippa, che aveva mangiato la foglia anche lui, le disse all'orecchio, mentre il compare era andato di sopra un momento, a mutarsi i panni:
- Stai tranquilla, che ci penso io! -
La notte stessa vennero le guardie ad arrestare il Bulo, e misero sottosopra tutta la casa, rimovendo perfino i mattoni del pavimento per vedere quel che c'era sotto.
Il Bulo, mentre lo menavano via ammanettato, le lasciò detto per ultimo addio:
- Salutami il compare, e digli che ci rivedremo al mio ritorno -.
Il giorno dopo arrivò il Crippa, fresco come una rosa.
La Lena, che aveva qualche sospetto, non seppe nascondergli la brutta impressione.
Però egli si scolpò subito giurando colle braccia in croce.
Due giorni dopo arrestarono anche lui, come complice del Bulo, mettendoli a confronto l'uno con l'altro.
Ma prove non ce n'erano; il Crippa dimostrò ch'era innocente come Dio, e per ribattere l'accusa spiattellò innanzi ai giudici la storia della comare, un tiro che cercava di giocargli il marito per gelosia.
- Pelle per pelle, cara mia!...
- disse poi alla Lena.
- Da mio compare non me l'aspettavo questo servizio!...
Quante ne ho passate, vedi, per causa tua!...
-
Ormai non c'era più rimedio.
Tutto il paese lo sapeva.
Perciò ella si mise col Crippa apertamente.
E si rammentava anche di questo - che un giorno, dopo che gli si era data tutta, anima e corpo, dopo che per amor suo aveva sofferto ogni cosa, la fame, gli strapazzi, la vergogna del suo stato, dopo che per lui era arrivata a vendere sin la lana delle materasse, il bell'Armando l'aveva piantata per correre dietro a una stracciona che gli spillava quei pochi soldi strappati a lei.
E quando, pazza di dolore e di gelosia, cercava di trattenerlo, cogli occhi arsi di lagrime, dicendogli: - Guarda, Mando!...
Guarda che ti rendo la pariglia!...
- egli si stringeva nelle spalle, per tutta risposta.
Poi, allorché s'incontrarono di nuovo, era passato tanto tempo! tanto tempo! e tante vicende! Anch'essa era mutata, tanto mutata! Ma quell'uomo non se l'era potuto levare mai dal cuore, e adesso, la sciagurata, chinava il capo e si sentiva venir rossa come una volta.
Fu una sera tardi, che ella tornava a casa tutta sola, per combinazione.
Egli la chiamò per nome, guardandola negli occhi con un certo fare, con un risolino che la rimescolava tutta.
Lei voleva scusarsi balbettando, tentando di giustificarsi umilmente, mentre sentiva che il cuore le balzava verso quell'uomo.
Lui le tappò la confessione in bocca con un bel bacio, un bacio che la fece impallidire, e le passò il cuore come un ferro.
Avrebbe preferito una coltellata addirittura.
Ma egli non era geloso, no.
Ormai!...
Un giorno le capitò dinanzi tutto rabbuffato.
Aveva bisogno di denari; ma si fece pregare un bel pezzo prima di confidarglielo.
Lena glieli diede il giorno dopo.
D'allora in poi tornò spesso a domandargliene, senza farsi più pregare.
E infine quando la poveretta, colla nausea alla gola, come una costretta a mandar giù delle porcherie, si arrischiò a dirgli: - Ma dove vuoi che li pigli questi denari? - per tutta risposta Mando le voltò le spalle.
- Senti, - esclamò la Lena con un impeto di tenerezza selvaggia, buttandoglisi al collo; - se li vuoi...
se li vuoi proprio questi denari...
Ma dimmi almeno che mi vorrai bene lo stesso...
-
Egli si lasciò abbracciare, ancora accigliato, brontolando fra i denti.
Lena glielo diceva spesso:
- Vedi, lo so che tu non mi vuoi bene.
Ma non me ne importa; perché te ne voglio tanto io; tutto il male che ho fatto, l'ho fatto per te, intendi? -
E il giorno in cui venne a sapere che egli prendeva moglie, l'ultima volta che ebbe ancora il coraggio di comparirle dinanzi col sorrisetto ironico e la giacchetta nuova, gli disse:
- Lo so che la sposi pei quattrini.
Ma ora tu devi fare quel che io ho fatto per te -.
Il bell'Armando fingeva di non capire.
Allora Lena lo afferrò pei capelli profumati, colle labbra bianche, e gli disse:
- Guarda, Mando! Guardami bene negli occhi! E dimmi s'è possibile finirla così, del tutto, dopo quel che abbiamo fatto tutti e due! Dimmi se potresti dormire senza rimorsi nel letto di tua moglie...
-
Il Crippa campò, per sua fortuna; mise giudizio, ed ebbe figliuoli e sonni tranquilli, in quel buon letto morbido e caldo, mentre la Mora scontava la pena sul tavolaccio dell'ergastolo.
NANNI VOLPE
Nanni Volpe, nei suoi begli anni, aveva pensato soltanto a far la roba.
- Testa fine di villano, e spalle grosse - grosse per portarci trent'anni la zappa, e le bisacce, e il sole, e la pioggia.
Quando gli altri giovani della sua età correvano dietro le gonnelle, oppure all'osteria, egli portava paglia al nido, come diceva lui: oggi un pezzetto di chiusa, domani quattro tegole al sole: tutto pane che si levava di bocca, sangue del suo sangue, che si mutava in terra e sassi.
Allorché il nido fu pronto, finalmente, Nanni Volpe aveva cinquant'anni, la schiena rotta, la faccia lavorata come un campo; ma ci aveva pure belle tenute al piano, una vigna in collina, la casa col solaio, e ogni ben di Dio.
La domenica, quando scendeva in piazza, col vestito di panno blu, tutti gli facevano largo, persino le donne, vedove o zitelle, sapendo che ora, fatta la casa, ci voleva la padrona.
Egli non diceva di no, anzi, ci stava pensando.
Però faceva le cose adagio, da uomo uso ad allungare il passo secondo la gamba.
Vedova non la voleva, ché vi buttano ogni momento in faccia il primo marito; giovinetta di primo pelo neppure, per non entrare subito nella confraternita, diceva lui.
Aveva messo gli occhi sulla figliuola di comare Sènzia la Nana, una ragazza quieta del vicinato, cucita sempre al telaio, che non si vedeva alla finestra neppure la domenica, e sino ai ventott'anni non aveva avuto un cane che le abbaiasse dietro.
Quanto alla dote, pazienza! Vuol dire che aveva lavorato egli per due.
La Nana era contenta; la ragazza non diceva né si né no, ma doveva esser contenta anche lei.
Soltanto qualche mala lingua, dietro le sue spalle, andava dicendo: - Acqua cheta rovina mulino -.
Oppure: - Questa è volpe che se la mangia il lupo, stavolta! -
A Pasqua finalmente giunse il momento della spiegazione.
I seminati erano alti così, gli ulivi carichi, Nanni Volpe aveva terminato allora di pagare l'ultima rata del mulino.
- Ogni cosa proprio opportuna.
- Infilò il vestito blu, e andò a parlare a comare Sènzia.
La ragazza era dietro l'uscio della cucina ad ascoltare.
Quando poi sua madre la chiamò, comparve tutta rossa, lisciata di fresco, colla calzetta in mano, e il mento inchiodato al petto.
- Raffaela, qui c'è massaro Nanni che ti vuole per sposa, - disse la madre.
La giovane rimase a capo chino, seguitando a infilare i punti della calza, col seno che le si gonfiava.
Massaro Nanni aggiunse:
- Ora si aspetta che diciate anche voi la vostra -.
La mamma allora venne in aiuto della sua creatura.
- Io, per me, sono contenta -.
E Raffaela levò gli occhi dolci di pecora, e rispose:
- Se siete contenta voi, mamma...
-
Le nozze si fecero senza tanto chiasso, perché compare Nanni Volpe non aveva fumi pel capo, e sapeva che a fare un tarì ci vogliono venti grani.
Pure non si dimenticarono i parenti più stretti ed i vicini; ci furono dolci del Monastero, e vino bianco.
Fra gli invitati c'erano anche quelli che sarebbero stati gli eredi di Nanni Volpe, poveri diavoli che s'empivano di roba, e si sarebbero mangiata cogli occhi anche la sposa.
Questa, impalata nel vestito di lana e seta, cogli ori al collo, badava già ai suoi interessi, l'occhio al trattamento, il sorrisetto della festa e una buona parola per tutti, amici e nemici.
Nanni Volpe, tutto contento, si fregava le mani, e diceva fra sé e sé:
- Se non riesce bene una moglie come questa vuol dire che non c'è più né santi né paradiso! -
E Carmine, suo cugino alla lontana, che lo chiamava zio per amor della roba, ed ora gli toccava anche mostrarsi amabile con lei che gli rubava il fatto suo, diceva alla zia, ogni manciata di confetti che abbrancava:
- Avessi saputo la bella zia che mi toccava!...
Vorrei pigliarmi gli anni e i malanni di mio zio, stanotte! -
Chiusa la porta, quando tutti se ne furono andati, compare Nanni condusse la sposa a visitare le stanze, il granaio, sin la stalla, e tutto il ben di Dio.
Dopo posò il lume sul canterano, accanto al letto, e le disse:
- Ora tu sei la padrona -.
Raffaela, che sapeva dove metter le mani, tanto gliene aveva parlato sua madre, chiuse gli ori nel cassetto, la veste di lana e seta nell'armadio; legò le chiavi in mazzo, così in sottanina com'era, e le ficcò sotto il guanciale.
Suo marito approvò con un cenno del capo, e conchiuse:
- Brava! Così mi piaci! -
Tutto andava pel suo verso.
Nanni Volpe badava alla campagna, duro come la terra, e sua moglie poi gli faceva trovare la camicia di bucato bella e pronta sul letto, quando tornava il sabato sera, la minestra sul tagliere, il pane a lievitare per l'altra settimana.
Teneva conto della roba che il marito mandava a casa: tanti tumoli di grano, tanti quintali di sommacco, tutto segnato nelle taglie, appese in mazzo a pié del crocifisso; buona massaia e col timor di Dio, a messa col marito la domenica e le feste, confessarsi due volte al mese, e il resto del tempo poi tutta per la casa, sino a far la predica al marito, se Carmine, il nipote povero, veniva a ronzargli intorno.
- Non gli date nulla, a quel disutilaccio, o se no, non ve lo levate più di dosso.
A lasciarli fare, i vostri parenti, vi mangerebbero vivo -.
E compare Nanni si fregava le mani, e rispondeva:
- Brava! Così mi piaci! -
Carmine alla fine aveva odorato da che parte soffiasse il vento, e s'era attaccato alla gonnella della zia per strapparle di mano qualche misura di fave, o qualche fascio di sarmenti, nell'inverno rigido che spaccava le pietre.
- Che ci avete un sasso lì nel cuore, per lasciar morire di fame il sangue vostro? Con tanto ben di Dio che ci avete in casa! Se voi volete, lo zio Nanni non dice di no.
- Io che posso farci? Lo sai che è lui il padrone -.
Poi un'altra volta:
- Almeno aveste dei figliuoli, pazienza! Ma cosa volete farne di tutta quella roba, quando sarete morti, marito e moglie?
- Se non abbiamo figliuoli, vuol dire che non c'è la volontà di Dio -.
Il giovinastro allora si grattava il capo, guardando la zia cogli occhi di gatto.
Un giorno, per toccarle il cuore, arrivò a dirle:
- Così bella e giovane come siete, è un vero peccato che non ci sia la volontà di Dio!
- O a te che te ne importa? -
Carmine ci pensò su un momento, e poi rispose, fregandosi le mani:
- Vorrei essere nella camicia dello zio Nanni, e vi farei vedere se me ne importa!
- Zitto, scomunicato! O lo dico a tuo zio, i discorsi che vieni a farmi, sai!
- Me lo date dunque cotesto fiasco di vino?
- Sì, per levarmiti dai piedi.
Non dir nulla a compare Nanni però -.
Carmine, finalmente, trovato ora il tasto che bisognava toccare, quando aveva bisogno di qualcosa, tornava a dire alla zia:
- Siete bella come il sole.
Siete grassa come una quaglia.
Il Signore non fa le cose bene, a dare il biscotto a chi non ha più denti -.
La zia Raffaela si faceva rossa dalla bile, lo sgridava come un ragazzaccio che era, e perché gli si levasse dinanzi gli metteva in mano qualche cosuccia.
Una volta gli lasciò andare anche un ceffone.
- Fate, fate, - disse Carmine, - ché dalle vostre mani ogni cosa mi è dolce.
- Non venirci più qui! Non mi far peccare a causa tua! Ogni volta, poi, mi tocca dirlo al confessore.
- Che male c'è? Son vostro nipote, sangue vostro.
- No, no, non voglio.
La gente parlerebbe, vedendoti sempre qui.
Poi, no, non voglio!
- Io ci vengo soltanto per vedervi.
Non vi domando più nulla, ecco.
Mi avete affatturato; è colpa mia? -
Un giorno, durante la raccolta, mentre Carmine aiutava a scaricare l'orzo nel granaio - Raffaela, che faceva lume, tutta rossa e in camiciuola anche lei - lo scellerato l'afferrò a un tratto pei capelli, come una vera bestia che era, e non volle lasciarla più, per quanto essa gli martellasse gli stinchi cogli zoccoli e gli piantasse le unghie in faccia.
- Per la santa giornata ch'è oggi!...
- sbuffava Carmine col fiato grosso.
- Stavolta non vi lascio, no! -
Raffaela, tutta scomposta, torva, col seno ansante che le rompeva la camiciuola, andava brancicando per trovare la lucerna caduta a terra, e balbettava, colle labbra ancora umide:
- M'hai fatto spandere dell'olio! Accadrà qualche disgrazia! -
Nanni Volpe, nel rompere il maggese, alle prime acque, aveva acchiappata una perniciosa.
- La terra che se lo mangiava finalmente - e il medico e lo speziale pure.
Raffaela, poveretta, si sarebbe meritata una statua, in quella circostanza.
Tutto il giorno in faccende col nipote, a far cuocere decotti e preparar le medicine pel malato.
Lui rimminchionito in fondo a un letto, pensando sempre ai denari che volavano via, e ai suoi interessi ch'erano in mano di questo e di quello - gli uomini che mangiavano e bevevano alle sue spalle e se ne stavano intanto nell'aia senza far nulla, ora che mancava l'occhio del padrone - il curatolo che gli rubava certo una pezza di formaggio ogni due giorni - la porta del magazzino che ci voleva la serratura nuova, tanto che il camparo doveva averci pratica colla vecchia.
- La notte non sognava altro che ladri e ruberie, e si svegliava di soprassalto, col sudore della morte addosso.
Una volta gli parve anche di udir rumore nella stanza accanto, e saltò dal letto in camicia, collo schioppo in mano.
C'erano davvero due piedi che uscivano fuori, di sotto il tavolone, e Raffaela in sottanino che s'affannava a buttarvi roba addosso:
- Al ladro, al ladro! - si mise a gridare Nanni Volpe, frugando sotto la tavola colla canna dello schioppo.
- Non mi uccidete, ché sono sangue vostro! - balbettò Carmine rizzandosi in piedi, pallido come la camicia, e Raffaela, facendosi il segno della croce, brontolava:
- L'avevo ben detto, che l'olio per terra porta disgrazia! -
Poscia, spinto fuori dell'uscio Carmine più morto che vivo, e ancora mezzo svestito, Raffaela si mise attorno al suo marito, coi beveroni, col vino medicato, per farlo rimettere dallo spavento, scaldandogli i piedi col fiasco d'acqua calda, rincalzandogli nella schiena la coperta; - Lei non sapeva, in coscienza, come si fosse ficcato lì quel ragazzaccio.
Gli aveva detto, è vero, in prima sera, di aiutarla a cavar fuori il bucato; ma credeva che a quell'ora se ne fosse già andato da un pezzo.
Nanni, rammollito dal letto e dalla malattia, lasciava dire e lasciava fare.
Però, testa fina di villano, col naso sotto il lenzuolo, pensava ai casi suoi e al modo di levare i piedi da quel pantano, senza lasciarci le scarpe.
- Senti, - disse alla moglie appena giorno.
- Ho pensato di far testamento.
- Che malaugurio vi viene in mente adesso?
- No, no, figliuola mia.
Ho i piedi nella fossa.
Mi son logorata la pelle per far la roba, e voglio aggiustare i conti prima di lasciar la fattoria.
- Almeno si può sapere che intenzioni avete?
- Quanto a questo sta' tranquilla.
Sai come dice il proverbio? "L'anima a chi va e la roba a chi tocca".
- Dio vi terrà conto del bene che mi avete fatto e che mi fate! - rispose Raffaela intenerita.
- Mi avete presa nuda e cruda come un'orfanella, e anch'io vi ho rispettato sempre come un padre.
- Sì, sì, lo so, - accennò il marito, e la nappina del berretto che accennava di sì anch'essa.
Volle pure confessarsi e comunicarsi, per essere in pace con Dio e cogli uomini, quando il Signore lo chiamava.
Mandò a cercare persino suo nipote, e gli disse:
- Bestia, perché sei scappato? Avevi paura di me, che sono il sangue tuo? -
Carmine, come un baccellone, non sapeva che rispondere, dondolandosi or su una gamba e ora sull'altra, col berretto in mano.
- Rimetti il tuo berretto, - conchiuse lo zio Nanni.
- Qui sei in casa tua, e puoi venirci quando vuoi.
Anzi sarà meglio, per guardarti i tuoi interessi -.
E come l'altro spalancava gli occhi di bue:
- Sì, sì, va' a chiederlo al notaro il testamento che ho fatto, ingrataccio! "L'anima a Dio e la roba a chi tocca" -.
Allora Raffaela saltò su come una furia:
- L'anima la darete al diavolo! Come un ladro che siete! Sì, un ladro! Perché vi ho sposato dunque?
- Questo è un altro affare - rispose Nanni spogliandosi per tornare a letto - un altro affare che non può aggiustarsi, al caso, come un testamento.
- Ohè! - gridò Carmine affrontando la zia, che voleva slanciarsi colle unghie fuori.
- Ohè! non toccate mio zio! O vi tiro il collo come una gallina -.
Raffaela uscì di casa inferocita, giurando che andava a citare suo marito dinanzi al giudice per avere il fatto suo, e voleva farlo morir solo e arrabbiato come un cane.
- Non importa! - disse Carmine, il nipote.
- Se mi volete, ci resto io a curarvi che sono sangue vostro.
- Bravo! - rispose Nanni.
- E ti guarderai i tuoi interessi pure -.
Però Raffaela in casa della mamma fu accolta come un cane che viene a mangiare nella scodella altrui.
- Non hai la tua casa adesso? Non sei già maritata? Che vuoi qui? -
Essa voleva almeno gli alimenti dal marito.
Ma Nanni Volpe sapeva il codice meglio di un avvocato.
- L'ho forse cacciata via di casa? - rispose al giudice.
- La porta è aperta, se vuol tornare, lei -.
Carmine badava a dirgli che faceva uno sbaglio grosso a mettersi di nuovo la moglie in casa con quell'odio che doveva covar lei, che un giorno o l'altro l'avrebbe avvelenato per levarselo dinanzi.
- No, no, - rispose lo zio col suo risolino d'uomo dabbene.
- Il testamento è in favor tuo, e se mi avvelena non ci guadagna nulla.
Anzi! - Si grattò il capo a pensare se dovesse dirla, e infine se la tenne per sé, ridendo cheto cheto.
Infine Raffaela tornò a casa sottomessa come una pecora.
L'accompagnò la mamma Sènzia e gli altri parenti.
- Nulla nulla.
Son cose che succedono fra marito e moglie; ma ora la pace è fatta, e vedrete come vostra moglie si ripiglia il cuore che gli avete dato, compare Nanni.
- Io non gliel'ho tolto, - rispose Nanni Volpe.
- E non voglio toglierle nulla, se lo merita -.
Raffaela per meritarselo si fece buona ed amorevole che non pareva vero, sempre intorno al marito, a curarlo, a prevenire ogni suo desiderio e ogni malanno.
Il vecchio le diceva:
- Fai bene, fai bene.
Perché se mi accade una disgrazia prima che io abbia avuto il tempo di rifare il testamento, è peggio per te -.
E si lasciava cullare e lisciare, e mettere nel cotone, e ci stava come un papa.
- Un giorno o l'altro, - tornava a dire, - se il Signore mi dà tempo, voglio rifare il testamento.
Ho lavorato tutta la vita; ho fatto suola di scarpe della mia pelle; ma ora ho il benservito.
Tutto sta ad avere il giudizio per procurarsi il benservito -.
Il solo fastidio che gli fosse rimasto, in quella beatitudine, erano le liti continue fra Carmine e la zia.
Strilli e botte da orbi tutto il giorno, e non poteva neppure alzarsi per chetarli.
Alle volte Raffaela compariva tutta arruffata, sputando fiele, col sangue che le colava giù dal naso, mostrando gli sgraffi e le lividure:
- Guardate cosa m'ha fatto, quell'assassino!
- Ehi, ehi, Carmine, cosa le hai fatto a tua zia, birbante?
- Perché non lo cacciate via a pedate quel fannullone?
- Eh, eh, bisogna averci un uomo in casa, ora che sono inchiodato al letto.
- Vedrete! vedrete! Un giorno o l'altro vi fa fare la morte del topo, per non lasciarvi il tempo di rifare il testamento.
Vi dà il tossico, com'è vero Dio!
- O tu che ci stai a fare allora, se non mi guardi la pelle e i tuoi interessi? -
Sempre quell'affare del testamento, che Carmine n'era contento, così come gli aveva detto lo zio, e la moglie no; e Nanni Volpe fra i due non trovava modo di rifarlo, diceva ogni volta che si sentiva peggio; sicché Raffaela, al veder che se ne andava di giorno in giorno, ormai tutto una cosa gialla col berretto di cotone, si mangiava il fegato dalla bile, e si sentiva male anche lei, tanto che infine glielo disse chiaro e tondo in faccia a Carmine stesso, il quale stava imboccando lo zio col cucchiaio in una mano e reggendogli il capo coll'altra.
- Fate bene a tenervi così caro il sangue vostro, perché non sapete il bel servizio che v'ha reso vostro nipote! -
Carmine voleva romperle sul muso la scodella e il candeliere; ma il vecchio, agitando due o tre volte adagio adagio il fiocco del berretto, disse:
- Sì, sì, lo so -.
Così se ne andò all'altro mondo, pian pianino e servito come un principe.
Quando Carmine volle cacciar via a pedate Raffaela dalla casa, che oramai doveva esser di lui solo, fece aprire il testamento, e si vide allora quant'era stato furbo Nanni Volpe, che aveva canzonato lui, la moglie e anche Cristo in paradiso.
La roba andava tutta all'ospedale, e zia e nipote s'accapigliarono per bene, stavolta, dinanzi al notaro.
QUELLI DEL COLÈRA
Il colèra mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado - e anche dei ricchi: il parroco di Canzirrò, ch'era scappato ai primi casi, e veniva soltanto in paese per dir messa a sole alto, l'aveva pigliato nell'ostia consacrata: a don Pepè, il mercante di bestiame, gliel'aveva dato invece in una presa di tabacco, alla fiera di Muglia, un sensale forestiero - per conchiudere il negozio - diceva lui.
Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; bestie e cristiani vi restavano, là! a Rosegabella, venti case, un bel giorno era capitato il merciaiuolo, di quelli che vanno in giro colle scarabattole in spalla, e quanti misero il naso fuori per vedere, tanti ne morirono, fin le galline.
Ciascuno badava quindi ai casi propri, collo schioppo in mano, appiattato dietro l'uscio, accanto la siepe, bocconi nel fossatello, per le fattorie, nei casolari, da per tutto.
Quelli di San Marino s'erano anche armati, uomini e donne.
Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d'altra morte che manda Dio.
Ma il colèra, no, non lo volevano!
Nonostante, lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate.
Oggi scoppiava a Catenavecchia, il giorno dopo si sentiva dire che era alla Broma, cinque miglia soltanto da San Marino.
Una povera donna gravida di sei mesi, per aver aiutato certa vecchia che l'era caduto l'asino dinanzi alla sua porta, e fingeva di piangere e disperarsi, era stata presa da dolori quasi subito, ed era morta, lei e il bambino: sangue d'innocente che grida vendetta dinanzi a Dio!
La sera, da quelle parti, chi aveva il coraggio di arrischiarsi sino in cima alla salita, vedeva dietro la china che nasconde il paesetto i fuochi e i razzi avvelenati che sembravano quelli della festa del santo patrono, tutti col capitombolo verso San Martino, e il domani poi si trovavano le macchie d'unto per terra e lungo i muri; qua e là si sussurrava dei rumori strani che si udivano la notte: gatti che miagolavano come in gennaio, tegole smosse quasi tirasse il maestrale, gente che aveva udito bussare all'uscio dopo la mezzanotte - nientemeno - e dei carri che passavano per le stradicciuole più remote, come delle macchine asmatiche che andavano strascinandosi di porta in porta, soffiando e sbuffando, il Signore ce ne scampi e liberi!
Il venerdì, verso mezzogiorno, Agostino, quello delle lettere, era tornato dal rilievo della Posta colla borsa vuota e tutto stravolto.
Sua moglie, poveretta, al vederlo con quel viso, si cacciò le mani nei capelli: - Che avete fatto, scellerato? Dove l'avete preso tutto quel male in un momento? - Egli non sapeva dirlo.
Laggiù, arrivato al ponte, s'era sentito stanco tutt'a un tratto, e s'era seduto un momento sul parapetto.
Prima di lui c'era seduto un viandante, il quale si asciugava il sudore con un fazzoletto turchino.
- Don Domenico, il fattore, l'aveva predicato tante e tante volte, di badare sopra tutto a certe facce nuove che andavano intorno, per le vie, e nelle chiese perfino! (Potevate sospettarlo, nella casa di Dio?) Cavavano fuori il fazzoletto, finta di soffiarsi il naso, e lasciavano cadere certe polverine invisibili, che chi ci metteva il piede sopra poi, per sua disgrazia, era fatta!
Il giorno stesso, a precipizio, chi aveva qualche cosa da portar via, e un buco dove andare a rintanarsi, in una grotta, fra le macchie dei fichidindia, nelle capannucce delle vigne, era fuggito dal villaggio.
Avanti il somarello, con quel po' di grano o di fave, il cesto delle galline, il maiale dietro, e poi tutta la famiglia, carica di roba.
Quelli che erano rimasti, i più poveri, da principio avevano fatto il diavolo, minacciando di sfondar le porte chiuse, e bruciare le case dei fuggiaschi; poscia erano corsi a tirar fuori dal magazzino tutti i santi del paese, come quando si aspetta la pioggia o il bel tempo, l'Addolorata, coi sette pugnali di stagno, san Gregorio Magno, tutto una spuma d'oro, san Rocco miracoloso che mostrava col dito il segno della peste, sul ginocchio.
All'ora della benedizione, nel crepuscolo, quelle statue ritte in cima all'altare buio, facevano arricciare i peli ai più induriti peccatori.
Si videro delle cose allora da far piangere di tenerezza gli stessi sassi: Vito Sgarra che si divise dalla Sorda, colla quale viveva in peccato mortale da dieci anni; padre Giuseppe Maria a far la croce sul debito degli inquilini che proprio non potevano pagarlo; Angelo il Ciaramidaro andare a messa e a comunione come un santo, senza che gli sbirri gli dessero noia, e la notte dormire tranquillo nel suo letto, colla disciplina irta di chiodi e insanguinata al capezzale, accanto allo schioppo carico che ne aveva fatte tante.
Misteri della Grazia! come diceva il predicatore.
Tutta la notte, in fondo alla piazzetta, si vedeva la finestra della chiesa illuminata che vegliava sul villaggio, e di tratto in tratto udivasi martellare la campana, alla quale rispondeva da lontano una schioppettata, poi un'altra, poi un'altra - una fucilata che non finiva più, pazza di terrore, e si propagava per le fattorie, pei casolari, per le ville, per tutta la campagna circostante, dove i cani uggiolavano, sino all'alba.
La domenica mattina, spuntava appena l'alba, si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera, appena fuori del villaggio.
Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte sopra, e lì vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche.
I cani avevano dato l'allarme tutta la notte, e quello del maniscalco, che stava da quelle parti, non s'era dato pace, quasi avesse il giudizio!
- Eccolo lì, povera bestia! gli manca solo la parola! -
Il maniscalco raccontava a tutti la stessa cosa, via via che andavasi facendo gente dinanzi alla bottega.
La gente guardava il cane, guardava la baracca, e scrollava il capo.
Dirimpetto, sugli scalini della croce in campo alla strada, c'erano altri in crocchio che guardavano, e parlavano sottovoce fra di loro, col viso scuro.
Dal muro del cimitero spuntava lo schioppo di Scaricalasino, malarnese, che accennava a tre o quattro altri suoi compagni della stessa risma, lontan lontano, verso la Broma, e poi verso Catenanuova, con gran gesti neri al sole.
Dal ballatoio della gnà Giovanna suo marito chiamava gente anche lui, in fondo alla piazza, agitando le braccia in aria.
- Quello! Quello! - gridavasi da un crocchio all'altro.
E il vecchio carponi era corso a rintanarsi.
Sul finestrino del carrozzone era passata una figura scarna di donna, coi capelli scarmigliati; poi s'erano uditi strilli di ragazzi e pianti soffocati.
Dalla strada principale giungevano il farmacista, il Capo Urbano, le guardie, col giglio sul berretto e grossi randelli in mano.
La folla dietro, come un torrente, mormorando, uomini torvi, donne col lattante al petto.
Da lontano, verso San Rocco, la campana sonava sempre a distesa.
Don Ramondo, colle mani e colla voce andava dicendo alla folla: - Largo, largo, signori miei! Lasciatemi vedere di che si tratta -.
Poi sgusciarono dentro il baraccone tutti e due, lui e il Capo Urbano; le guardie sbatterono l'uscio sul naso ai più riottosi.
Ci fu un po' di parapiglia, un po' di schiamazzo, qualche pugno sulla faccia.
Infine il farmacista e il Capo Urbano ricomparvero vociando tutti e due che non era nulla, il Capo Urbano sventolando un foglio di carta in aria, don Ramondo sgolandosi a ripetere: - Niente! Niente! Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane.
Poveri diavoli morti di fame -.
La folla nonostante li seguiva mormorando e accavallandosi come un mare.
Sulla piazza il Capo Urbano fece anche lui il suo discorsetto: - Via! via! State tranquilli.
Sono o non sono il Capo Urbano? - Poi infilò l'uscio della farmacia con don Ramondo.
La folla cominciò a diradarsi.
Alcuni andarono a casa, a contar la notizia; altri, siccome il sagrestano si slogava sempre a sonare a messa, entrarono in chiesa.
Qualcheduno, più ostinato, ritornò verso il Prato della Fiera.
Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della lumaca, passato il temporale, tornarono a metter fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca.
Il vecchio aveva sciorinato all'uscio un gran cartellone dipinto.
La moglie, con un tamburo al collo, chiamava gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nella maglie color di carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le braccia e le spalle nere fuori dal corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba, col poco fiato del suo petto scarno.
Pure era una novità pel paese, e i giovinastri correvano a vedere, spingendosi col gomito.
Inoltre i comici avevano altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava i numeri del lotto; il ronzino che contava le ore, e indovinava gli anni degli spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani, portando in giro, stretto fra i denti, il piattello per raccogliere la buona grazia.
Quando si era fatta un po' di gente, calavano il tendone un'altra volta, e rientravano tutti a rappresentare la commedia coi burattini, la donna col tamburone al collo, gridando sempre dalla piattaforma: - Avanti, signori! Avanti, che comincia! - Si pigliava alla porta quel che si poteva: un baiocco, delle fave, qualche manciata di ceci anche.
I ragazzi gratis.
Fino alla sera, tardi, ci fu ressa dinanzi alla baracca, sotto il gran lampione rosso che chiamava gente da lontano.
Amici e conoscenti si vociavano da un capo all'altro del Prato della Fiera; si scambiavano i frizzi salati e le parolacce come dentro avevano fatto Pulcinella e la Colombina.
Nessuno pensava più al castigo di Dio che avevano addosso.
Ma la notte - ci volevano più di due ore alla messa dell'alba - tac tac, vennero a chiamare in fretta lo speziale.
- Presto, alzatevi, don Ramondo, ché dai Zanghi hanno bisogno di voi! - Il poveraccio non riusciva a trovare i calzoni al buio, in quella confusione.
Zanghi, steso sul letto, freddo, colla barba arruffata, andava acchiappando mosche, colle mani fuori del lenzuolo, le mani nere, gli occhi in fondo a due buchi della testa.
Sua moglie seminuda, coi capelli sulle spalle, tutta gonfia e arruffata anche lei come una gallina ammalata, correva per la stanza, cercando di aiutarlo senza saper come, coi figliuoli che le strillavano dietro.
- Dottore! dottore! Cos'è? che ve ne pare? - Don Ramondo non diceva nulla: guardava, tastava, versava la medicina nel cucchiaio, colle mani tremanti, la boccetta che urtava ogni momento nel cucchiaio, e faceva trasalire al tintinnìo.
E il malato pure, colla voce cavernosa, che sembrava venire dal mondo di là, balbettando: - Don Ramondo! Don Ramondo! Che non ci sia più aiuto per me? fatelo per questi innocenti, ché son padre di famiglia! - Poi, come s'irrigidì, colla barba in aria, e i figliuoli si misero ad urlare più forte, aggrappandosi alle coperte di lui che non udiva, don Ramondo prese il suo cappello, e la donna gli corse dietro in sottana com'era, colle mani nei capelli, gridando aiuto per tutto il vicinato.
Spuntava l'alba serena nel cielo color di madreperla; alla chiesa, lassù, si udiva sonare la prima messa.
Per le stradicciuole ancora buie si udiva uno sbatter d'usci, un insolito va e vieni, un mormorio crescente.
Sull'angolo della piazza, nel caffè di Agostino il portalettere buon'anima, avevano dimenticato il lume acceso, nella bottega vuota, i bicchieri ancora capovolti nel vassoio, e dinanzi all'uscio c'era un crocchio di gente che discuteva colla faccia accesa.
Neli, il maggiore dei figliuoli, sporgeva il capo di tanto in tanto fra le tendine dello scaffale, più pallido del suo berretto da notte, cogli occhi gonfi, per vedere se qualcuno venisse a prendere il rum o l'acquavite.
E a tutti coloro che l'interrogavano dall'uscio, senza osare di entrare, rispondeva quasi sempre scrollando il capo: - Così! Sempre la stessa! - Poi si vide uscire dalla parte del vicoletto la ragazzina che andava correndo dal sagrestano per le candele benedette.
Ogni momento giungeva qualcheduno che veniva dalla casa di Zanghi, e aveva visto dall'uscio spalancato il letto in fondo alla camera, col lenzuolo disteso, le candele accese al capezzale e i figliuoli che piangevano.
Altri portavano altre brutte notizie.
- Il Capo Urbano che stava imballando le materasse; il farmacista che tardava ad aprire la bottega.
La folla cominciava ad ammutinarsi a misura che cresceva.
- Cristiani del mondo! Che ci vogliono far morire davvero come bestie nella tana! -
Uno, colla faccia stralunata, raccontava come Zanghi avesse acchiappato il male, nella baracca dei commedianti.
L'aveva visto lui, coi suoi occhi, il vecchio che lo tirava per la falda del vestito perché gli pareva che volesse passare a scappellotto.
- Anche comare Barbara! che pur non si era mossa di casa! - E quell'infame Capo Urbano che andava dicendo: - Non è nulla, non è nulla -, e mostrava la carta bianca! Quella era la carta del Sotto Intendente che ordinava di lasciar spargere il colèra! Ah! volevano proprio farli morire come bestie nella tana, cristiani di Dio!
Tutt'a un tratto si udirono dietro lo scaffale delle grida: - Mamma! mamma! - e delle grida di dolore disperate.
Neli irruppe nella bottega urlando come una bestia feroce, coi pugni sugli occhi.
Un parente corse lesto lesto a chiudere gli scaffali, per tutta quella gente che s'affollava nella bottega e nessuno poteva tenerla d'occhio.
Allora la folla, quasi fosse corsa una parola d'ordine, si mosse tutta come una fiumana, gridando e minacciando.
Un'anima buona si mise le gambe in spalla, e corse per le scorciatoie dal Capo Urbano, a dirgli che scappasse.
Ma il poveraccio, da un bel pezzo, fiutando come si mettevano le cose, aveva infilato l'usciolo dell'orto, carponi fra le viti, e preso il volo pei campi.
Quelli del baraccone stavano facendo cuocere quattro fave, a ridosso del muricciuolo, seduti sulle calcagna, per covar la pentola cogli occhi, tutta la famiglia.
A un tratto udirono gridare: - Dàlli! dàlli! - e videro la folla inferocita che correva per sbranarli.
- Signori miei! siamo poveri diavoli, poveri commedianti che andiamo intorno per buscarci il pane! - Il vecchio annaspava colle mani, per fare intendere le sue ragioni; la donna copriva i figlioletti colle ali, come una chioccia; la giovinetta colle braccia in aria.
Arrivò una prima sassata, che fece colare il sangue.
Poi un parapiglia, la gente in mucchio accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano più forte.
- No! no! non li ammazzate ancora! Vediamo prima se sono innocenti! vediamo prima se portano il colèra! - C'erano pure delle anime buone in quella ressa.
- Ma gli altri non volevano intender ragioni: Neli di comare Barbara, che gli sanguinava il cuore dall'angoscia, Scaricalasino che aveva visto coi suoi occhi Zanghi stecchito sotto il lenzuolo, massaro Lio che si sentiva già i dolori di ventre addosso.
In un attimo la baracca fu tutta sottosopra: i burattini, gli scenari, i cenci, la poca paglia fradicia dei sacconi.
Poi, dopo che non ebbero più dove frugare, fecero un mucchio d'ogni cosa, e vi appiccarono il fuoco.
- Bravo! E adesso come farete a scoprire se portavano il colèra? - gridarono alcuni.
Ma il povero capocomico non sentiva e non badava più a nulla, né le grida di morte, né le falci, né le scuri; pallido e stravolto, col sangue giù per la faccia, i capelli irti, gli occhi fuori della testa, voleva buttarsi sul fuoco per spegnerlo colle sue mani, urlando che lo rovinavano, che gli toglievano il suo pane, strappandosi i capelli dalla disperazione, in mezzo alla famigliuola tutta pesta e malconcia, scampata per miracolo alla strage.
- Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti! - Neppure il colèra li aveva voluti, da per tutto dove l'avevano incontrato, stanchi ed affamati.
Ancora, dopo cinquant'anni, Scaricalasino, il quale è diventato un uomo di giudizio, dice a chi vuol dargli retta, che il colèra ci doveva essere, nel baraccone.
Peccato che lo bruciarono! Quelli erano bricconi che andavano attorno così travestiti per non dar nell'occhio, e buscavano centinaia d'onze a quel mestiere.
Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colèra e dalla fame, il giorno in cui s'erano viste lì pure certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colèra colle mani in mano.
Anche costoro mostravano di essere dei viandanti rifiniti dal lungo viaggio, come una famigliuola di zingari: l'uomo che si dava per calderaio, la moglie che diceva la buona ventura, la figlia, una bella bruna, la quale doveva averne fatte molte, così giovane com'era, e portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento.
Dei suoi diciotto anni non le erano rimasti che due grandi occhi neri, degli occhi scomunicati che vi mangiavano vivo.
Anch'essi si portavano dietro tutta la loro casa in un carretto sconquassato, coperto da una tenda a brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello sfinito.
Siccome la popolazione si era commossa al loro apparire, e minacciava, il sindaco accorse anche qui colle guardie, armate sino ai denti, gridando da lontano: - Via! via! - come si fa ai lupi.
Loro a ripeter la commedia che venivano da lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati, e preferivano li uccidessero a schioppettate.
Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del colèra, li lasciarono lì, fuori del paese, guardati a vista come bestie pericolose.
Nessuno chiuse occhio, quella notte, la vigilia di San Giovanni, che c'era un chiaro di luna come di giorno.
Tutt'a un tratto, coloro che stavano a guardia, nascosti dietro il muro, videro lo zingaro che s'era avventurato carponi sino alle prime case, razzolando in un mondezzaio.
Colà l'uccisero di una schioppettata, senza dirgli neppure: - guàrdati! - Dopo gli trovarono un torsolo di cavolo che ci aveva ancora in pugno, e il petto della camicia tutto gonfio di bucce e frutta marcia.
Al rumore, alle grida che si udivano da lontano, tutto il paese fu in piedi subito, e la caccia incominciò.
La vecchia fu raggiunta all'argine del fossatello, barcollando sulle gambe stecchite.
La giovane dinanzi al carretto, che voleva difendere la sua creatura, come succede anche alle bestie, con certi occhi che facevano paura, e cercava di afferrare le scuri per aria, colle mani insanguinate.
Dopo, frugando fra i cenci della carretta, si disse che avevano scovato le pillole del colèra e ogni cosa.
Ma quegli occhi più d'uno non poté dimenticarli.
E ancora, dopo cinquant'anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.
Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia, che diceva la buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?
LACRYMAE RERUM
Alla finestra dirimpetto, si vedeva sempre il lume che vegliava, la notte - le lunghe notti piovose d'inverno, e quando la luna di marzo, ancora fredda, imbiancava la facciata della casa silenziosa.
La stanza era gialla, con una meschina tenda di velo appesa alla finestra.
A volte vi apparivano dietro delle ombre nere, che si dileguavano rapidamente.
Ogni sera, alla stessa ora, si vedeva passare un lume di stanza in stanza, sino alla camera gialla, dove la luce si avvivava intorno a un letto bianco circondato dalle stesse ombre premurose.
Indi la casa tornava scura e sembrava deserta, nel gran silenzio della via.
Solamente, allorché vi saliva lo schiamazzo notturno di un ubbriaco, o il passaggio di una carrozza faceva tremare i vetri nelle finestre, una di quelle ombre tacite e dolorose si affacciava a spiare nella via, e poi si dileguava.
Di giorno tutte quelle finestre chiuse sembravano quasi misteriose.
Al balcone della camera gialla c'era un vaso di garofani che morivano di incuria, spioventi sul muro umidiccio, agitati dal vento perennemente.
Verso il tramonto si fermava dinanzi alla porta un legnetto, che dei visi pallidi stavano ad attendere ansiosamente dietro i vetri; s'intravedeva un affaccendarsi per le stanze, e il lume che si accendeva anche di giorno nella camera solitaria.
L'ultima visita che fece il legnetto nella stradicciuola solitaria fu più breve delle altre.
Un vecchio dai capelli bianchi, col piede sul montatoio, scrollava pietosamente il capo, rispondendo a una giovinetta che le era scesa dietro supplichevole sino alla porta, colle mani giunte e il viso disfatto; anch'essa diceva di sì col capo, macchinalmente, cogli occhi sbarrati e quasi pazzi in quelli del vecchio.
Poi quando egli fu partito, si celò il viso nel fazzoletto e rientrò nell'andito.
Era una sera di primavera, tepida e dolce.
Dalla strada saliva la canzone nuova, e il chicchierìo delle ragazze innamorate, nel plenilunio d'aprile.
Al primo piano della casa, dietro una ricca tenda di broccato, si udiva sonare il valzer di Madama Angot.
Più tardi, per la via deserta si udì una squilla, lo scalpiccìo e il borbottare dei fedeli che accompagnavano il viatico; s'affacciarono i vicini, alcuni ginocchioni, col lume in mano, e la folla s'ingolfò sotto la porta spalancata a due battenti, fra due file di lanterne che andavano balzelloni.
Tutte le finestre del quartierino desolato si illuminarono per la prima volta, dopo tanto tempo, per l'ultima solennità, mentre la folla degli estranei ingombrava la casa, con un luccichìo tremolante di ceri, nella camera gialla.
E dopo che tutti quanti furono partiti, la casa rimase sempre illuminata e deserta, quasi per una lugubre festa.
Vi si vedeva solo di tanto in tanto il passaggio delle solite ombre che correvano all'impazzata, in un affaccendarsi disperato.
Nel silenzio alto dell'ora tarda, dietro quei vetri lucenti sulla facciata bianca di luna, sembravano correre delle invocazioni deliranti, dei singhiozzi soffocati, delle braccia supplichevoli stese verso il cielo sereno.
Un usignolo si mise a cantare all'improvviso da un terrazzino tutto verde di pianticelle odorose, nel silenzio della luna alta, dimenticando forse in quell'ora la sua prigione, pei cespugli del bosco nativo.
Di quarto d'ora in quarto d'ora l'orologio squillava lentamente, dall'alto della torre.
La quiete greve della notte cadeva lenta anche su quella casa desolata.
Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa.
Solo le ombre desolate si agitavano più frettolose e più smarrite, e nell'angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi, luccicavano adesso due fiammelle funebri.
Verso la mezzanotte si era udito bussare alla porta, e per le stanze si era notato un via vai.
Poi tutto si era raccolto in quell'attesa sconfortata.
La luna ora lambiva il pavimento, mentre i lumi si spegnevano.
La brina sgocciolava ghiacciata sui vetri.
A un tratto, in quella semioscurità, nacque un correre affannato, un affaccendarsi di gente smarrita, colle mani nei capelli, uno sbattere d'usci.
Poi la camera gialla si illuminò vivamente sulla facciata di tutta la casa nera.
L'alba imbiancava pallida e piovigginosa; allora si vide per la prima volta, dopo tanto tempo, la finestra della camera gialla spalancata, e le due candele che ardevano immobili al capezzale del letto bianco.
Più tardi vennero degli estranei che andavano e venivano per la stanza, indifferenti, col cappello in capo.
Uno che fumava un sigaro alla finestra, si chinò a fiutare il garofano rugginoso che penzolava; aveva una faccia pallida da malato o da prigioniero, colle gote azzurrognole di una folta barba accuratamente rasa.
Di poi quella finestra rimase chiusa e buia la notte; e le altre accanto si aprirono ogni mattina a lasciare entrare l'estate che veniva.
E la sera perfino vi si affacciavano timidamente delle giovanette vestite di nero, che ascoltavano in silenzio la canzone nuova, il suono del pianoforte di sotto, e il chiacchiericcio dei vicini.
Una mattina di settembre si videro tutte le finestre spalancate, e le stanze vuote, anche quella gialla, che si era spogliata delle meschine tende bianche, e mostrava una gran macchia di un giallo più carico al posto del letto che non c'era più.
Quelle povere masserizie erano sgomberate silenziosamente nella notte, coll'umile famigliuola timida.
Una vecchia serva venne a pigliare il vaso di garofani, mentre il padrone di casa andava guardando per ogni dove coi muratori, gridando e bestemmiando.
Egli additava le macchie della vecchia tappezzeria gialla, e i mattoni rotti del pavimento, sputando pel disgusto su quei guasti: tanto che la vecchierella se ne andò a capo chino, portandosi sotto lo scialle il vaso di garofani come una reliquia.
I muratori si misero a scrostare e martellare da per tutto.
E da mattina a sera udivasi la sega del falegname che strideva.
Nell'ultima camera avevano alzato un gran ponte, e attraverso quei trespoli si vedevano pendere i brandelli della carta gialla.
Dopo vennero pittori tappezzieri, e le persone ch'erano sloggiate un mese prima non avrebbero ritrovato più le memorie delle loro ore d'angoscia in quelle stanze tappezzate di nuovo e ridenti.
Il lume vegliava un'altra volta sino a notte tarda nell'antica camera gialla, dietro le tende di trina foderate di seta celeste; ma le due ombre che si vedevano sempre accanto, cercandosi, correndosi dietro, si confondevano con molli ondulazioni, si univano in una sola; e la mattina si vedeva pure qualche volta una testolina bionda e rosea, che sollevava la tendina allato a una testa bruna e sorridente.
Nella sala attigua, sotto un grande specchio dorato che rifletteva la luce di una lumiera velata da un paralume color di rosa, si udivano alle volte le note allegre di un pianoforte, nello scrosciare della pioggia notturna.
Quando giunse la primavera, e l'usignolo tornò a cantare fra il verde del terrazzino, e le ragazze al lume di luna, i due innamorati presero il volo come due farfalle, e non si videro più.
Al settembre la casa mutò d'aspetto, e nella camera azzurra venne a stare un gran letto matrimoniale, che tutte le mattine prendeva aria onestamente dalla finestra spalancata.
La casa risonò da mattina a sera del gridìo dei bimbi, e degli strilli del neonato che la mamma allattava a piè del letto.
Il marito tornava la sera stanco, colla faccia disfatta, e litigava tutto il tempo colla moglie e coi figliuoli.
Poi rimaneva a scartabellare dei conti sulla tavola sparecchiata, sino ad ora tarda, colla fronte fra le mani, sotto il lume che agonizzava.
La mattina usciva a buon'ora col passo frettoloso.
Di tanto in tanto si udiva una scampanellata furiosa in anticamera, e la madre correva a chiudersi in camera, facendo segno al suo ragazzo di dire che non c'era, coll'indice sulle labbra.
Il bimbo tornava, dopo un lungo ciangottare, a parlar colla mamma, la quale riaffacciava la testa allo sbattere violento della porta che faceva tintinnare il campanello, e l'uomo che se ne era andato così in collera, si fermava in mezzo alla strada, a spiare la finestra chiusa.
Alle volte la povera donna era costretta a mostrarsi, per calmare il visitatore che non voleva sentir ragione, giungendo le mani in croce, con gran gesti che volevano esser creduti.
Tutte le finestre spalancate lasciavano diffondersi pel vicinato indifferentemente pianti di bimbi e liti di genitori.
Un giorno, verso mezzodì, venne un vecchietto col cappello bisunto e un fascio di cartacce in mano, seguìto da due uomini malvestiti, i quali si misero a frugare dappertutto, scrivendo dei fogliacci in fretta.
La famigliuola li seguiva di stanza in stanza tristamente.
La roba fu portata via, alcuni giorni dopo, e delle poche masserizie rimaste caricarono un carro, e se ne andarono dietro a quello, il padre prima, coll'ombrello sotto il braccio, e la moglie dietro coi bambini in coda e il poppante al collo, senza neppure voltarsi a guardare quelle finestre che rimasero spalancate notte e giorno, per mesi e mesi, come se il padrone avesse voluto farne svaporare il tanfo di miseria che vi era rinchiuso.
Poi vi tornarono dei mobili eleganti, e delle stoffe ricche appese alle finestre.
Non vi si udirono più né strilli né schiamazzi; ma un silenzio beato dappertutto; i lumi sembrava s'accendessero da sé, fin nella camera azzurra che aveva una luce velata d'alcova.
Non vi si vedeva nessuno; soltanto a notte alta, una testa che faceva capolino timidamente, e guardava nella via, socchiudendo adagio adagio le persiane; e la luce che passava fra le stecche ne indorava i capelli biondi, e si stampava sul muro della casa dirimpetto in strisce lucenti, come un faro.
Dopo alcuni minuti un passo frettoloso e guardingo si udiva nella via, l'ombra della testa bionda appariva rapidamente dietro le persiane, e la finestra si chiudeva.
Una sera, nell'alto silenzio, squillò all'improvviso una scampanellata minacciosa.
Si videro delle ombre correre dietro le tende all'impazzata, e le stanze illuminarsi rapidamente una dopo l'altra.
Indi un silenzio d'attesa profondo, nel quale risonarono ad un tratto delle strida di terrore e degli urli di collera.
I vicini corsero alle finestre, col lume in mano.
Ma il quartiere era tornato silenzioso, soffocando i dolori o le collere che racchiudeva fra le sue tappezzerie sontuose.
Le finestre rimasero chiuse per un gran pezzo, e allorché si riaprirono, entrarono nelle stanze i muratori che demolivano la casa, per far luogo alla strada nuova, la quale passava di là.
Giorno e notte, dal muro sventrato, si vedevano le stanze nude e abbandonate, colle pitture del soffitto che pendevano, le gole dei camini squarciate e nere.
La carta gialla ricompariva sotto la tappezzeria lacera, il segno del letto e le macchie scure, i chiodi sul camino a cui era appeso il grande specchio dorato, il campanello ciondoloni sull'uscio della scala spalancato.
Il vento vi faceva turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora sulle pitture, gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni vi entravano ogni notte, si posavano sulla macchia unta del letto, sui fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre, di mano in mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine.
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I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE (1891)
I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE
D'Arce, cullato dal rullìo del bastimento, aveva posato il bicchierino sulla tavola, affissando l'orizzonte mobile attraverso il cristallo del finestrino, quasi vedesse ancora ciò che stava narrando.
No, neanche la punta di un dito.
Adesso è storia vecchia...
e anche triste!...
Non ci siamo neppur detto di amarci...
quello che si chiama amare...
Mi piaceva assai, ecco.
Andavo da per tutto dove sapevo d'incontrarla, alla Villa, al Sannazzaro, al concerto serale dello Châlet.
Mi sentivo battere il cuore e inciampavo nelle seggiole appena scorgevo da lontano i nastri rossi del suo cappellino.
Mi rassegnavo al cipiglio e all'accoglienza glaciale del Comandante, solo per vedere i begli occhi grigi di lei che mi cercavano nella folla.
Essa mi salutava con un sorriso appena accennato: sapete, quel sorriso che vedete soltanto voi, quella fiamma lieve e rapida che illumina a un tratto un bel viso delicato, e vi dice: - Grazie!...
- Ma amore, no.
Perché c'era di mezzo Alvise Casalengo, mio camerata, mio compagno d'armi e di scuola.
- Adesso è andato a finire nella Navigazione Generale, requiescat anche lui! - Ma allora era il mio Pilade, troppo Pilade, ahimé, perché potessi fingere d'ignorare quello che sapevano tutti, sebbene Alvise, com'è naturale, non me ne avesse fatta mai la confidenza.
Appunto, giusto per rappresentare la parte di uno che non vuol sapere, filavo anch'io il mio briciolo di corte alla signora Ginevra Silverio, la moglie del mio Comandante, in quei due mesi di licenza che avevo passato a Napoli: una corte modesta e superficiale, da non passare il guanto, quel tanto d'omaggio ch'era indispensabile di tributare alla moglie del mio superiore, bella, elegante, un po' civetta pure, dicevano; ma civetta con tanta naturalezza e tanta grazia che quasi non se ne accorgeva.
Essa s'era lasciata corteggiare anche da me perché non stonassi nel coro, perché tutti le facevano la corte, perch'ero intimo di Alvise, perché le piacevo, infine.
Ciò che era venuto in seguito, ciò che mi sembrava a volte vederle balenare negli occhi e sentirmi tremare nella voce...
Sapete come avviene...
gli ostacoli, i riguardi umani, la diffidenza del marito, la stessa sicurezza leale di Alvise...
Tante premure deliziose, un'attrattiva di sacrificio, un profumo soave di frutto proibito, più velenoso di quelli rubati nell'orto coniugale...
In conclusione, ditemi un po', adesso che ne parliamo coi gomiti sulla tovaglia, qual merito ne ho avuto agli occhi di quell'animale che ha piantato amici e spalline per fare il cabotaggio da Palermo a Genova? Il guaio era che il Comandante se la pigliava con l'intero genere umano, causa la pulce che Alvise gli aveva messo nell'orecchio - un pasticcio dell'ordinanza per cui c'erano state fra marito e moglie delle scene spiacevoli, convulsioni, lagrime, il dottore chiamato in fretta e furia, di notte...
Insomma quello che non sarebbe avvenuto, se il Comandante, credendo di far meglio, non avesse avuto la cattiva idea di prendere al suo servizio un cretino di nuova leva il quale non capiva nulla.
Poi ogni cosa s'era chiarita per il meglio.
Alvise, com'è naturale, era rimasto a latere del Comandante, e quella bestia dell'ordinanza, in punizione, sacco e branda, e imbarcarsi subito.
I cocci rotti avevano dovuto pagarli gli altri, gli amici di casa, il Comandante stesso, pover'uomo, diventato un orso, un Otello, una bestia feroce.
Ti rammenti, Serravalle, quando la signora Ginevra ti si svenne o quasi nelle braccia, ballando in casa Maio? Era tanto delicata, poveretta! E le piaceva tanto il ballo, che suo marito, per la tranquillità dell'alcova coniugale, si rassegnava ad essere di tutte le feste, insieme a lei.
Ma con che viso ci veniva, quell'uomo! Come faceva cascar le braccia ai poveri ufficialetti che gli arrivavano freschi freschi dalla Spezia o da Livorno, e che s'immaginavano di disarmarlo pigliandolo colle buone! Anch'io, purtroppo, ero nella lista dei sospetti.
Non so per qual motivo - perché ero più gentile e premuroso degli altri, perché gli ero simpatico, perch'ero amico d'Alvise, fors'anche...
Giudizi umani! Il fatto è che nell'animo del Comandante ero un uomo perduto.
Tante cose me l'avevano fatto capire: quel diavolo d'uomo aveva un modo di piantarvi gli occhi in faccia per dirvi buongiorno, che v'imbarazzava realmente.
E le ingiustizie del superiore, le punizioni e gli arresti che piovevano come gragnuola, l'ordine d'imbarco comunicatomi per telegrafo, quando si sapeva che la squadra sarebbe rimasta a Genova un'altra settimana! Anche lei, povera donna, sembrava consegnata, colla sentinella alla porta, un genovese cane il quale si piantava rispettosamente per mandarmi via, se tentavo di rompere il blocco in un giorno della settimana che non fosse il martedì, il giorno di ricevimento della signora Ginevra, il giorno di tutti e di nessuno.
Allorché l'avevo pregata di accordarmi un'entrata di favore, l'avevo vista così imbarazzata, così esitante...
Ecco, se avessi voluto permettermi un'indiscrezione col mio amico Alvise, sarebbe stata quella di chiedergli in un orecchio: - Come diavolo fai?...
-
Era una povera vittima, quella disgraziata! una schiava legata alla catena corta.
Chi l'avrebbe immaginato, di voialtri, quando la vedevi arrivare, col nasino palpitante e la febbre negli occhi, e una voglia di divertirsi fino nelle scarpette che si sarebbero messe a ballare da sole? Ma una paura del marito con tutto ciò! Bastava un'occhiata di lui per farle gelare il sorriso con cui vi si abbandonava nelle braccia, anelante, facendosi vento presto presto, smarrita da un capogiro delizioso.
E le carezze timide colle quali cercava di sedurre quel cerbero, l'aria inquieta con cui si abbandonava a certe graziose imprudenze, guardandosi intorno per non esser sorpresa da lui, o gli fissava in volto i begli occhi sorridenti per cercare d'indovinare che vento tirasse, le piccole astuzie, le bugiette dietro il ventaglio, i complotti colle amiche per strappare al marito il permesso di un'ultima polca.
Giacché la poveretta sapeva quel che le sarebbero costati poi a quattr'occhi quelle audacie disperate, quei colpi di testa ai quali cedeva con tutto il sangue al viso - delle audacie innocentissime.
Noi altri uomini non sappiamo mai quanto coraggio ci vuole a fare certe cose.
Immaginate adesso un uomo che vi tira a bruciapelo l'ordine d'imbarco dopo una di quelle sere...
innocente com'ero...
e la povera signora Ginevra anch'essa!...
Nulla di nulla, vi giuro! Neanche una parola, neanche un dito...
Se ce ne fu il pericolo, dopo...
un momento solo...
la colpa fu tutta sua, di lui!...
D'Arce vuotò d'un fiato il resto del cognac, e posò il bicchierino sulla tavola, stringendosi nelle spalle come un uomo che ha navigato per tutti i mari, ne ha viste di tutte le razze e di tutti i colori, e non si meraviglia più di nulla.
Però non potevo abbandonare Napoli e l'Italia senza andare a salutare la signora Ginevra, tanto più che non avevo potuto vedere neppure il lembo del suo vestito, quand'ero andato a fare la mia visita di congedo, in gran tenuta, fra le dieci e le undici.
Lui sì, ce l'avevo trovato il signor Comandante, straordinariamente rabbonito dalla mia partenza, e mi aveva accomiatato con belle parole:
- Faccia buon viaggio, e metta il tempo a profitto.
So da buona fonte che li terranno un pezzo imbarcati, e avranno tempo di studiare e di farsi onore.
Il mare è una gran scuola e un gran corroborante per la gioventù -.
Grazie tante! Ma il buon viaggio volevo che me lo desse lei, la signora Ginevra.
Non poteva rassegnarmi a tutte quelle belle cose che mi aveva detto suo marito, senza vederla un'ultima volta, e sentire anche quel che ne pensava lei.
La mia stessa innocenza mi dava ai miei occhi una specie di salvacondotto per andare a trovarla.
Per altro m'ero proposto di essere prudente ed audace come un vero innamorato.
E contavo sul gran da fare che c'era al Comando, appunto per quella benedetta partenza.
La sera, appena sbirciai il mio superiore che svoltava l'angolo della piazza...
- due ore di guardia col naso incollato ai vetri del Caffè d'Europa, amici miei, temendo ogni momento di veder capitare Alvise, che volentieri avrei voluto sapere a casa, magari agli arresti, magari colla febbre.
- Vedevo il mio amico in ogni soprabito gallonato che incontravo, lungo la strada, rasente al muro, e il cuore mi batteva un po'...
Quando fui poi in via Partenope...
Il cerbero che custodiva la porta della signora Ginevra mi lasciò passare senza alzare gli occhi dal Pungolo, o credette forse che venissi per un affare di servizio, o si lasciò ingannare dalla somiglianza dell'uniforme...
prendendomi per quell'altro...
Sì in quel momento mi faceva un certo effetto di esser scambiato con un altro.
Pensavo ad Alvise, che andava e veniva senza tante difficoltà, e che sarebbe rimasto a Napoli!...
Entrava appunto un bel chiaro di luna dai finestroni colorati, e passava per la strada il ritornello della canzone in voga che solevano suonare allo Châlet.
Tutte le piccole seduzioni che vi formano le grandi, sapete!...
Avevo il cuore alla gola nel bussare all'uscio della signora Ginevra, forse perché ella stava al terzo piano...
o perch'ero giovanissimo allora...
Il fatto è che mi sentii penetrare lo squillo acuto e vibrante del campanello sino al cuore, come un sussulto, come una puntura, direi, ripensando ad Alvise...
Al mio superiore, no, non ci pensai, altro che per almanaccare un pretesto, pel caso che mi avesse fatto trovare un marinaio comandato di sentinella all'uscio della moglie anche a quell'ora...
Ma invece venne ad aprire Gioconda, quella bella giovane che aveva il viso come il nome, vi rammentate? Essa mi aveva visto spesso venire, nei bei giorni in cui non avevo ancora perso la stima del Comandante, e mi accolse con un graziosissimo sorriso: il medesimo sorriso della sua padrona, indulgente e grato verso le debolezze umane, il sorriso che comprendeva e perdonava, e voleva farsi perdonare ciò che doveva dirmi: - La signora era un po' sofferente, stava già per andare a letto...
Era scritto, vi dico! Mentre mi rassegnavo a tornarmene via, triste come la morte, e indugiavo a scusarmi per l'ora indebita, adducendo la partenza immediata..., l'assenza lunga, e questo e quell'altro...
- intanto le vedevo negli occhi una gran simpatia, alla buona giovane.
- In quel momento il campanello elettrico squillò di nuovo, premuroso e carezzevole, uno squillo che veniva dalle stanze interne stavolta, e diceva: Sì! sì! sì!...
- Se vuol passare un momento in sala, farò a ogni modo l'imbasciata...
-
Ho anch'io adesso i galloni di Comandante, e molti anni di più sulle spalle, ma ancora, vedete, mi sembra di sentirmi battere il cuore nel soprabito attillato di guardiamarina, rammentando quell'istante in cui vidi comparire sull'uscio del salotto lei, tutta sorriso, nella bocca, negli occhi, nel fruscìo del vestito, quel sorriso carezzevole e buono con cui accoglieva i suoi amici e che ho ancora dinanzi agli occhi, quando vado a pregare sulla sua tomba, poveretta!
D'Arce riempì di nuovo il bicchiere, sforzandosi di mostrarsi disinvolto, ripreso, suo malgrado, dalla commozione di quei ricordi.
La vedo ancora, seduta su quel canapè basso e largo come un letto.
Aveva delle calze di seta nera, delle calze terribili, amici miei, sotto quel vestito bianco, tanto che ella se ne accorse, e ritirò adagio adagio i piedini, facendosi rossa.
Proprio una bambina, vi dico! civetta, innocente nella sua civetteria come l'aveva fatta sua madre, e con una paura del marito, in quel momento, che le faceva tendere l'orecchio e troncare il discorso di tratto in tratto.
Anch'io mi sentivo assai sconvolto...
Allora scappammo a parlare tutti e due in una volta, come cavalli spaventati, battendo la campagna, con una vivacità che voleva sembrar sincera.
- Io non avevo voluto partire senza andare a salutarla.
- Essa non aveva voluto lasciarmi partire senza dirmi addio.
- Partire, lasciarsi...
- In fondo a ogni parola c'era sempre quella nota, sempre quel tono triste, in sordina, in note tenute, in tutte le note, all'infuori della tua, mio povero Alvise, che dormivi lealmente fra i due guanciali della tua felicità o piuttosto che perdevi al Circolo, in quel momento stesso, lieto del proverbio che lusingava il tuo amor proprio.
- E le nostre parole dicevan tutt'altro, dicevano tutt'al più di viaggi e paesi lontani, di orizzonti sconosciuti, o delle memorie che si portano via, e dei luoghi cari che non si vorrebbero lasciare...
- Felice lei che andrà così lontano, per tanto mare, per tanto mondo! Come vorrei volare anch'io, come vorrei venire! - Felice lei piuttosto, che rimane in questa città di cui il cuore porta via tanti ricordi...
in questo nido di cui gli occhi non si saziano di baciare ogni angolo e ogni cosa!...
- Questo dicevano i sorrisi vaghi, gli occhi umidi, erranti per quel salotto di cui tu conosci ogni gingillo, di cui ogni gingillo ha contato le tue ore felici, fortunato Alvise! - voi! - voi! - voi! - Ma non una parola d'amore, torno a dirvi.
S'indovinava, era sottinteso, in ogni sillaba, in ogni frase, discorrendo di amici e di conoscenti...
anche di Alvise - ella per provarmi ch'era lontano, tanto lontano dal suo salotto e dal suo pensiero! - io per rallegrarmi della sua assenza - per rallegrarcene intimamente tutt'e due, come eravamo lieti dell'assenza del Comandante...
il quale però avrebbe potuto ascoltare tutto ciò che si diceva, lei ed io, senza dover snudare il brando, senza che l'angelo custode della sua casa avesse avuto motivo di tapparsi le orecchie.
In quella squillò di nuovo il campanello dell'anticamera, forte, improvviso, minaccioso: una scampanellata da padrone, di quelle scampanellate che vi pigliano pei capelli, e vi fanno saltare in aria.
Ella impallidì visibilmente, e s'alzò di botto, come fuori di sé, agitando istintivamente la mano in un gesto vago.
E tutto a un tratto mi si abbandonò fra le braccia, quasi stesse per svenire, cogli occhi smarriti, il seno palpitante...
balbettando: - lui! lui! -
Proprio lui che l'aveva voluto, non è vero? Una povera donna il più delle volte si butta nel precipizio pel timore dell'abisso! Non ascoltava più, non capiva più che così facendo si accusava della colpa di cui eravamo innocenti...
Innocenti dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio! Essa era caduta come una morta sul canapè, fissando gli occhi spaventati sull'uscio, quasi aspettando di veder comparire di momento in momento il suo giudice e il suo giustiziere...
Aspettai anch'io, in piedi, abbottonandomi macchinalmente l'uniforme, come si aspetta in un duello la pistolettata dell'avversario...
cinque minuti...
dieci...
un'eternità.
Nulla, non era stato nulla.
La cameriera venne a dire poco dopo che eran venuti a cercare il padrone per un affare di servizio.
Accidenti al servizio! La povera signora mi sfuggì di mano come un'anguilla, e non volle più saperne di ripigliare il duetto, proprio quando avevo tante altre cose da dirle, quando il suo viso pallido e i suoi occhi stralunati mi davano le vertigini, mentre respingevami colle mani tremanti, balbettando: - Andatevene! andatevene!...
-
Soltanto mi dava del voi; mi dava le mani tremanti e gli occhi che si smarrivano nei miei, bramosi e spaventati...
Nient'altro, amici miei...
Una donna che ha paura, capite...
La paura me l'aveva data un momento e la paura me la ritolse.
GIURAMENTI DI MARINAIO
- Giuratemi!...
giurami! -
Chi non avrebbe giurato, al vederla così pallida sotto i nastri rossi del cappellino, al vedere i begli occhi lucenti e il sorriso triste che mi cercava come un bacio? - povera e cara Ginevra, innamorata sino ai capelli, in un fiat, da un momento all'altro, dacché le avevo confessato d'amarla, in segreto, senza speranza, da circa due mesi! - Anch'essa! anch'essa! Peccato che avessimo aspettato l'ultimo momento a dircelo! - Almeno voleva lasciarmi negli occhi, nel sangue, nell'anima, la sua immagine, il suo profumo, le ultime sue parole.
- Lì, lì, e lì! in tutto voi, fin nel vostro vestito, dovunque sarete, sempre! - Era venuta per questo alla Villa, a quell'ora.
- Non sapete quel che ci è voluto! - In ogni suo accento, nel suono della voce, nel muovere delle labbra, c'erano tali carezze che penetravano in me come una gran dolcezza, e come altrettante punture anche, di tratto in tratto, allorché pensavo ad Alvise che dicevano suo amante.
- È gelosa, sapete!...
di tutte!...
di tutte le donne che avete conosciuto...
La Seraffini, dite?...
o la Maio...
a costei le facevate la corte! Non negate.
V'ho conosciuto in casa sua.
Il guaio è che l'avrete compagna di viaggio sino a Genova! Giuratemi!...
Neanche una parola!...
almeno a lei...
almeno a quelle che conosco!...
Pensate a me, d'Arce! Pensate che vi veggo, laggiù, dovunque sarete, che vi seguo col pensiero, dal momento che metterete il piede sul battello, nella cabina, a tavola...
Colei ci verrà pure, a tavola, dovesse rendere l'anima a Dio, per farvi ammirare le sue smorfie e il suo vestito da viaggio...
-
Ella guardava tristamente il bel mare azzurro che doveva separarci per tanto tempo, fra poche ore, e aveva gli occhi gonfi di lagrime, e mi abbandonava la mano, senza curarsi della gente che poteva vederci - per altro erano delle coppie mattutine che venivano a cercare le ombre discrete della Villa, e avevano altro pel capo anche loro - senza pensare al pericolo che correva, senza pensare a quell'orco di suo marito...
senza pensare ad altri.
E mi si abbandonava tutta, con quella manina tremante di cui parevami di sentire le carezze e la febbre attraverso il guanto di Svezia; e intrecciava le sue dita alle mie, e si attaccava a me, voleva legarsi a me, per sempre - l'una dell'altro - col cuore gonfio ambedue di amore eterno, di costanza e di fedeltà - io a dispetto dei miei venticinque anni - ella col marito sulle spalle...
ed Alvise, e tutti gli spergiuri latenti in una bella donna che ride volentieri, e ama sentirsi dire che il suo sorriso fa perdere la testa al prossimo...
Allora balbettai:
- Anche voi!...
anche tu...
giurami!...
-
Ella non rispose, colle mani nelle mie, gli occhi negli occhi, e una fiamma rapida le salì al viso: - Che posso farci? che posso farci? - voleva dirmi, povera donna.
Ma a un tratto mi lesse in viso il nome di un altro, l'immagine odiosa del mio amico Alvise che tornava a mettersi fra di noi.
- Oh! - mormorò, scolorandosi rapidamente.
- Oh, d'Arce! -
Chinò il capo, passandosi le mani sul volto, e non disse altro.
Aveva una peluria bionda che moriva dolcemente sulla bianchezza immacolata della nuca.
Le dolci parole, il delirio, la frenesia che mi si gonfiarono in cuore allora per chiederle perdono! Come avrei voluto buttarmi a' suoi piedi e abbracciare i suoi ginocchi, i ginocchi che si accennavano vagamente fra le molli pieghe del vestito bigio!...
Essa continuava a scuotere il capo, con un sorriso dolce e malinconico, e riprese:
- Quanti orrori vi avranno narrato sul conto mio...
le mie buone amiche...
lui stesso, fors'anche! Non negate...
è inutile.
Voglio che sappiate tutto...
oramai, sul punto di lasciarci forse per sempre!...
Come a un fratello...
come in punto di morte...
Mi crederete, d'Arce? mi crederete?...
Sono stata un po' leggiera...
un po' civetta anche, mettiamo...
Ecco, vi dico tutto! In casa mia poi, bisogna sapere quante noie! Che scene e che musi lunghi per un misero ballonzolo, fra quattro gatti...
per andare una sera a teatro...
Non sono né vecchia né gobba infine.
Mio marito invece vorrebbe tenermi sotto chiave nella santabarbara della sua nave.
Pedante, sospettoso, uggioso! Una cosa tremenda, caro mio! Allora, capite bene...
se bisogna nascondergli le cose più innocenti...
la colpa è tutta sua...
E una povera donna...
a meno di finir tisica...
Sì, parola d'onore, tante volte ho sputato sangue.
Chi sa se mi troverete ancora quando tornerete in Italia, povero d'Arce!...
Vi ricorderete sempre di me, dite? Verrete a trovarmi al camposanto? -
Trasse pure il fazzolettino dalla tasca del petto, e se lo recò alla bocca, tossendo un po', con certe piccole scosse che facevano sollevare gli omeri delicati sotto la giacchetta attillata, e le inumidivano gli occhi di un languore sorridente, e le facevano il viso tutto color di rosa.
No, no, non volevo sentirla parlare così! L'avrei difesa da quelle malinconie, fra le mie braccia, stretta stretta.
Ella schermivasi gaiamente; minacciava pure col fazzolettino...
- Badate!...
Che matto!...
Siamo due matti!...
Avete sempre quel brutto sospetto? No, sentite, voglio dirvi tutto.
È meglio che sappiate tutto da me stessa...
pel caso che egli vi abbia fatto le sue confidenze...
quell'altro...
giacché siete suo amico...
Sì, lo so...
voialtri uomini siete discreti...
Lasciamola lì! È vero che mi ha fatto un po' di corte...
come tanti altri...
più degli altri anche...
E me la son lasciata fare.
Mio marito...
me lo ha messo fra i piedi lui stesso, il vostro amico, col pretesto di farne il suo ufficiale d'ordinanza...
E gli ha attaccato il suo male pure...
le sue esigenze e le sue gelosie.
Dite la verità, vi avrà fatto delle scene anche a voi, Alvise? Un bel divertimento, quei musi lunghi! E senza averne il diritto, vi giuro! Mi credete, d'Arce! mi credete? Vedete adesso come sono venuta a voi!...
Lo sapete...
da due mesi...
i miei occhi che vi dicevano...
- Poi, a voce più bassa, accostando il viso al mio, figgendomi gli occhi nell'anima, con un sospiro: - Tua! Soltanto tua!...
Mi credi? -
Li avessi visti ai suoi piedi, in quel momento, il marito, e quell'altro, mi avessero detto che anche loro...
Avrei giurato che mentivano.
Mi turbava però il rimorso delle infedeltà che le avevo fatto...
prima di conoscerla...
e anche dopo...
Sì, delle vertigini...
qualche momento di oblio...
Ero arrivato a farle di queste confessioni, in quel punto, nel caldo della passione...
Volevo dirle tutto, per ispirarle la mia fede, perché non avesse a dubitare anch'essa, mentre saremmo stati tanto lontani!...
- Ah, sentite, è una cosa terribile! Volersi tanto bene...
proprio all'ultimo momento...
volersi così!...
E neanche la punta di un dito!...
Non mi guardate a quel modo, per l'amor di Dio!...
Proprio un amore senza macchia e senza paura, questo nostro!...
Ah! quel sorriso che mi fiorirà sempre in cuore! Quella fossetta che fate sulla guancia, ridendo!...
Un amore siffatto non deve aver paura di nulla...
e di nessuno...
del tempo che passa...
- Che ora sarà adesso? - chiese a un tratto lei.
Erano circa le due.
Essa s'alzò in piedi sgomenta.
- Dio mio! così tardi! Ah, povera me! - Poi mi stese la mano e volle pure cavarsi un po' il guanto, buona e cara Ginevra, perché le baciassi il polso sulla nuda carne, lì, dove la piccola vena azzurra avrebbe voluto portarmi su su pel braccio, e le labbra volevano struggersi.
- Addio! addio! - Per ricordo strappò una foglia dal cespuglio, dandomene la metà; l'altra se la nascose dentro il guanto, proprio dove si era posata la mia bocca.
E nel viso affilato, negli occhi, nella voce, la poveretta aveva il medesimo struggimento che sentiva, pareva che non potesse staccarsi da me.
Dovette fare uno sforzo - come uno strappo, nell'ultima stretta di mano - e se ne andò frettolosa, pensando ch'era tardi.
Ho ancora nelle orecchie il fruscìo della sua sottana di raso.
Povera Ginevra, come doveva avere il cuore gonfio anche lei! E le sarebbe toccato dissimulare poi col marito e con tutti gli altri! Almeno io...
Io mi posi a sedere dove essa era stata, andai a rintracciare il ramoscello dal quale aveva strappato la fogliolina.
Feci insomma tutto ciò che fanno gl'innamorati in casi simili.
Infine dovetti accorgermi che si faceva tardi e che avevo ancora la valigia da terminare.
La prima persona che vidi sul battello, al momento d'imbarcarmi, fu Alvise, il buon Alvise che era venuto a salutarmi, e mi stendeva la mano, a mia confusione.
Gliela strinsi con un po' di rossore al viso, ma grato e commosso, quasi mi avesse recato qualcosa della donna che amavamo entrambi.
Non c'era nulla di male, se l'amava anch'esso, giacché lei non poteva soffrirlo, e mi preferiva a lui, e si lasciava rubare a lui.
Per nascondere il mio imbarazzo gli domandai se ci fossero già dei passeggeri a bordo.
- No, non molti - rispose lui.
- La signora Maio, una simpatica compagna di viaggio -.
La signora Maio risaliva sul ponte in quel momento; c'incontrammo insieme alla scaletta.
- Oh, d'Arce! - Colei è un vero demonio, poiché al vedermi quella faccia i suoi occhi si misero a ridere da soli sotto il velo blu; e non la finiva più colle domande: - Dove andavo - se mi era toccata una buona destinazione - se sarei stato un pezzo laggiù - se mi rincresceva di lasciare l'Italia - il bel cielo di Napoli - gli amici...
- Ah, Ginevra! Buona Ginevra! Che pensiero gentile!...
che piacere mi hai fatto!...
-
Era proprio lei, la buona Ginevra, che inaspettatamente veniva a dare il buon viaggio alla cara amica che odiava, come Alvise era venuto per me.
- Per voi! per vedervi ancora un'ultima volta! - dicevano i suoi occhi nel rapido sguardo che mi rivolse.
E bastò per farmi rizzare le orecchie sul vero motivo che aveva condotto Alvise a bordo, e farmi allungare tanto di muso.
Però essa era meno imbarazzata di me, che dovevo esser pallido in modo ridicolo.
Filava imperturbabile il cinguettìo delle donne che non vogliono dir nulla, con la sua amica, con Alvise - a me rivolse appena qualche parola.
- Ah, va via anche lei? Partono tutti! Cosa hanno al Ministero che vi mandano tutti via? - Poi fu colta d'ammirazione pel berrettino da viaggio della signora Maio, un cosino di stoffa eguale al vestito, ch'era un amore, posato bravamente sui bei capelli castani, avvolti nella garza che dava una straordinaria finezza al bel visetto ardito e al mento spiritoso.
Si mise ad accomodare le pieghe con un buffetto che sembrava una carezza, dietro le spalle della sua amica, e intanto mi lanciò pure un'occhiata tremenda.
- L'amica prestavasi discretamente alla manovra, col tatto di una donna che sa vivere e lasciar vivere, tutta per lei, affabilissima anche con Alvise, dimenticando quasi che io fossi lì, come un intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la campana della partenza senza badarci.
Infine la ragazza che andava in giro col piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano strimpellato l'augurio di buon viaggio, il cameriere che spingeva verso la scaletta i venditori di cannocchiali e di pettini di tartaruga, fecero capire ch'era il momento di separarci.
Le due amiche si buttarono le braccia al collo.
Alvise s'ebbe pure la sua stretta di mano all'inglese dalla signora Maio, la quale trovò un mondo di saluti da lasciargli, per lui, pei suoi amici, per tutto il genere umano, occupandolo, impadronendosene, pigliandoselo tutto per sé, tenendolo sempre per mano, mentre Ginevra stringeva la mia forte forte - fu l'unico segno - e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e l'occhiata lunga...
Poi la rivolse sull'amica, scintillante, e quasi minacciosa.
- Buona Ginevra! - osservò la Maio, rispondendo al saluto che essa continuava a mandare dalla barchetta, mentre si allontanava in compagnia di Alvise.
- E pensare che le toccherà pigliarsi delle osservazioni da quell'orso del Comandante, se egli arriva a sapere...
-
La gentile signora volle ancora restar lì, appoggiata al parapetto, perché la nostra amica potesse continuare a salutarci, rispondendo al saluto col fazzoletto anche lei, di tanto in tanto, sbadatamente e guardando altrove.
Poi mi lasciò solo, e scese nella cabina, allorché il fazzolettino della barchetta poté seguitare a sventolare da lontano senza compromettersi.
Caro fazzolettino che tremava nella brezza, e palpitava verso di me, e moriva nella caligine della sera, sul fondo già scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi, a destra verso Portici, a sinistra per la Riviera.
Quante volte avevo colà cercato i nastri rossi del tuo cappellino, amor mio, e i tuoi occhi bramosi mi avevano detto: - Sì, sì, lo so!...
Io pure!...
- Tu pure pensi a me in questo momento, e cerchi il lume del mio bastimento fra gli altri lumi che si allontanano dal porto, mentre Alvise ti dà la mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli può ancora udire lo scricchiolìo delle tue scarpette che si affrettano verso una carrozzella, e vedere il tuo piedino che si posa sul montatoio.
Qual via farai per andare a casa? San Ferdinando...
Chiaia...
Le vetrine scintillanti del Caffè d'Europa, dinanzi a cui tu passi come una visione...
Gli oziosi che stanno a vederti dal marciapiedi! Quante volte ti ho aspettata anch'io, lì...
Lo sai che ti vedo...
e ti accompagno cogli occhi, io pure...
passo passo, come tu promettesti di pensare a me?...
Come ero felice di sentirti parlare, di sentirti dire che volevi seguirmi col pensiero, col cuore, ogni momento, dacché avrei messo il piede sul ponte, nella cabina, a tavola!...
Povera e cara Ginevra! ti seccava che ci dovesse venire quell'altra, a tavola! Ti seccava, come mi secca che Alvise ti abbia accompagnata...
Eri gelosa...
E senza motivo, credi! Colei ha capito subito che son ben preso, sino ai capelli, tutto tuo!...
Non è mica una sciocca la signora Maio!...
E a tavola non vorrà perdere il tempo a farmi ammirare le sue smorfie, come le chiami, cattiva! Non vorrà che io rida di lei sotto i baffi...
Ed io non voglio ch'essa rida di me, se non mi vede a pranzo, se le lascio immaginare che io stia qui a pascermi di lai...
com'ella suol dire quando il suo musetto sardonico vi mette tutti i diavoli in corpo.
La signora Maio però non era scesa a tavola.
Il posto di lei rimaneva vuoto, a destra del capitano.
Ma l'udivo muoversi nella cabina, dietro le mie spalle, con un fruscìo d'abiti che mi turbava, a volte sommesso, quasi timido e pudibondo, a volte alto e brusco, come agitato da un'improvvisa fantasia.
Che diavolo faceva la bella signora? Si sentiva male? Stava per coricarsi? Non la finiva più di sgusciare delle sottane e di sfibbiare dei ganci?...
Il vestito, no...
Quello non era il frù-frù vivo della seta...
Era piuttosto il fruscìo molle della biancheria più intima.
Pareva di sentirne il profumo all'ireos.
Il fatto è che mi guastava il pranzo, mi dava delle distrazioni, una tensione d'udito in cui sembravami di vedere ogni parte del suo vestiario, a misura che le passava per le mani, di vederla nelle bottiglie e negli specchi dirimpetto, colle braccia nude, pettinandosi per la notte.
- Buona notte che avrei passato con quella cabina attaccata alla mia! - Povera Ginevra, le parlava il cuore! - Talché non volli aspettare neppure il caffè, e andai sul ponte a fumare un sigaro...
e pensare a lei...
- Bravo, d'Arce! Venite a farmi compagnia, - udii una voce che mi chiamava da poppa.
Proprio la Maio, che desinava tranquillamente, al lume della bussola, col piatto sulle ginocchia.
- Come...
voi qui! - mi scappò detto.
- Grazie! Credevo che aveste già notata la mia presenza a bordo, ingrato! - rispose sorridendo e mordendo una fetta di pera.
- Mi era parso di sentire...
Chi c'è dunque nella vostra cabina?
- La cameriera, credo.
Starà mettendo in ordine la mia roba.
Pensate che devo starci quattro o cinque giorni in quella gabbia!
- Tanto meglio!
- Tanto meglio, sia pure, giacché siete in vena d'amabilità.
Intanto mi tocca far penitenza, come vedete...
- L'avrei fatta anch'io volentieri con voi, se avessi saputo...
- Oh, voi...
è un'altra cosa.
Prima di tutto siete corazzato...
sul mare; e poi vi sono i regolamenti, che so io, tutti quegli ostacoli che avete immaginato voialtri...
a bordo.
Mentre io...
povera donna...
Mi è riuscito di intenerire il cameriere...
con un po' di buona volontà...
È una vergogna! In tanti anni che ho l'onore di appartenere alla marina di Sua Maestà...
per via di mio marito, non sono arrivata a farmi il piede marino, come dite voialtri; e se non voglio morir di fame bisogna prendere delle precauzioni.
Volete prenderne anche voi? Lì, in quel sacchetto, c'è della menta di VanPol eccellente.
Fumate pure, sapete che la sigaretta non mi dà noia.
Non ci conosciamo da oggi, mi pare! Anzi, se volete darmene una anche a me...
-
Mentre allungava il musetto color di rosa per accenderla, quasi volesse baciarmi, mi parve di vedere un altro punto luminoso nei suoi occhi, un balenìo che diceva: - Traditore! - Ma si tirò subito indietro, per farmi un po' di posto nel seggiolino pieghevole al quale aveva appoggiato i piedi, avvolgendosi nel suo mantellone da viaggio.
Invece, come attratto, mi accostai a lei, guardandola dal basso, col sorriso sincero di quei momenti, dicendole colla voce un po' roca:
- Sapete che mi hanno dato la cabina accanto alla vostra?
- Tanto meglio.
- Per voi forse...
Ma per un povero diavolo...
- Ah, la tentazione? Beveteci sopra un bicchier d'acqua.
Del resto vi prometto che passerò la notte sopra coperta.
Laggiù si soffoca...
Il faro di Napoli! - interruppe a un tratto, additando un punto luminoso in fondo.
Sembrava un occhio che ci spiasse dall'orizzonte buio, ora tremulo, come velato di lacrime, ora raggiante all'improvviso.
Sembrava che giungesse sino a noi, col mormorìo vasto e profondo del mare, l'eco della città, coi sospiri soffocati, con voci misteriose, con canzoni malinconiche.
La Maio s'alzò, vacillante pel rollìo del bastimento, e prese il mio braccio, appoggiandovi anche il petto nel fare qualche passo, sfiorandomi col vestito, col mantello grave che mi si avvolgeva alle gambe e mi legava.
- Non mi reggo, no caro d'Arce! A momenti vi casco nelle braccia! - balbettò fra due scoppi di risa soffocati che risuonavano come una musica.
Infine si fermò presso la sponda, senza lasciare il mio braccio, col gomito sulla ringhiera, e il bel mento delicato sulla mano nuda, guardando sempre laggiù, verso il punto luminoso.
- Cara Napoli! A quest'ora i nostri amici saranno tutti allo Châlet.
Vi rammentate le belle serate allegre?...
Quando il marito di Ginevra non era di cattivo umore, povera Ginevra...
Come è stata buona venendo a salutarmi sino a bordo!...
Tutta cuore...
si farebbe in quattro pe' suoi amici...
È per questo che ne ha molti...
e devoti...
voi, Alvise...
Mi sembra di vederlo quel diavolo di Alvise, a combinare il giochetto per nascondere a quell'orso di marito l'innocente scappata d'oggi...
d'accordo con Ginevra...
Il solito giuoco di bussolotti...
là, là, e là!...
-
Questa volta essa aveva il sorriso diabolico in bocca, mentre picchiava sul parapetto colla mano nuda.
Era sempre stata la mia passione quella mano un po' lunga, un po' magra, che diceva tante cose e faceva perdere la testa.
Mi chinai su di essa e la baciai.
Ritirò la mano, lentamente, senza dir nulla; ma il sorriso le morì sulle labbra che parvero tremare e scolorirsi.
- Ecco come siete, tutti quanti!...
- mormorò dopo un momento, guardandosi intorno, e passandosi la mano sul viso.
Eravamo soli, nascosti dalla parete della scala; la presi per forza e la baciai sulla bocca avidamente, felice di sentire che già si abbandonava, come fosse la prima volta.
- Dite la verità - mi chiese poi.
- Ve la siete fatta dare apposta la cabina accanto alla mia? -
Alvise aveva ragione di dire che era una simpatica compagna di viaggio: allegra, graziosa, riboccante di spirito, e senza malinconie.
Se qualche momento ne avevo io, delle malinconie, ripensando alle ultime parole della mia Ginevra, ai suoi begli occhi lagrimosi che mi chiedevano di esserle fedele, quest'altra metteva la miglior grazia a farmi tosto spergiuro...
e contento.
Una di quelle donne che non passano la pelle, ma che sanno accarezzarla.
Discreta poi! Mai una allusione o una parola.
Sapeva forse che il mio cuore era preso, e si contentava del resto.
Talché continuai a trovarla anche dopo che fummo arrivati a Genova, mentre aspettavo l'imbarco per Montevideo.
- Sapete, povera Ginevra...
- mi disse un bel giorno, leggendo una lettera che le era giunta allora da Napoli.
- Pare che abbia avuto dei guai laggiù, per quello scapato di Alvise...
S'è lasciata cogliere dal marito, la sera stessa che partimmo, vi rammentate? -
A quella notizia dovetti fare un viso molto sciocco, poiché ella soggiunse, col suo ghignetto malizioso, stavolta:
- Ve l'aveva fatto anche lei, il giuramento del marinaio? -
COMMEDIA DA SALOTTO
- Badate! Egli sa tutto! -
La signora Ginevra era pallidissima lasciando cadere quelle parole a fior di labbra, rapidamente, mentre fingeva di rispondere con un sorriso al profondo inchino di Alvise Casalengo, allungandogli, nel passare, una stretta di mano breve e confidenziale.
Egli, inquieto, cercò cogli occhi il marito di lei nell'altra sala.
Ma non poté chiederle altro.
La folla li separò tosto.
Ella, sorridente sempre, scollacciata sino al dorso, scintillante di gioie, aggiravasi fra i tavolinetti preparati per la cena, chinandosi a odorare i fiori, ad ammirare tutte quelle graziose ventoline colorate; rispondeva gaiamente ai saluti, agli auguri, alle strette di mano.
In fondo alla sala, nel gran specchio inclinato sul caminetto, si mirò un istante ad assicurare la stella di brillanti che le tremolava fra i capelli, pallidissima, quasi la sfumatura livida che le accerchiava i begli occhi si fosse allargata a un tratto per tutto il viso delicato.
- Sola? - esclamò la contessa Maio.
- Libera e sola? Che miracolo!
- Sì - rispose Ginevra collo stesso tono allegro.
- Una volta ogni fin d'anno almeno!...
Ho lasciato Silverio in anticamera...
coll'ammiraglio...
Sono fuggita...
-
Le parole e le labbra ridevano.
Ma gli sguardi erravano inquieti, come cercando ancor essi.
Alvise, sempre vicino all'uscio, stava a discorrere col suo amico Gustavo, tranquillamente, lisciandosi i baffi tratto tratto per dissimulare una ruga sottile che gli si contraeva di tanto in tanto all'angolo della bocca, e l'ansietà acuta che balenava suo malgrado negli occhi, i quali volgevansi spesso verso il salotto d'ingresso.
Dietro a un vecchietto calvo, dinanzi a cui tutti s'inchinavano, entrò il marito della bella Ginevra, col fiore all'occhiello, salutando gli amici, baciando la mano alle signore, solamente un po' duro e un po' rigido nel vestito nero, con un lieve aggrottar di sopracciglia appena incontrò lo sguardo fermo e rispettoso di Casalengo, il quale lo aspettava sull'uscio, piantandosi militarmente.
- Ah, lei, tenente?...
Ha terminato quel rapporto? -
Casalengo stava per rispondere, quando la signora Gemma, ad una parola dettale rapidamente sottovoce dalla sua amica Ginevra, la quale aveva seguìto ansiosa quell'incontro, con occhi che luccicavano intensi, quasi tutti i suoi lineamenti si alterassero all'improvviso, mentre passava macchinalmente il fazzolettino sulle labbra, attraversò la sala rapidamente, per andare a impadronirsi del Comandante.
Poscia tornando trionfante al braccio di lui, le chiese:
- Ha caldo?
- No...
Sì, veramente...
Un po'...
- Sei pallida.
Fa troppo caldo qui, cara Ginevra.
- No, no...
Non importa...
-
La buona Gemma, intanto, aveva sequestrato il Comandante nel vano di una finestra, tenendolo a bada con delle chiacchiere, interrompendosi con delle risate argentine che squillavano in mezzo al brusìo della sala, facendo di tutto per sedurre quell'orso, saettando di tempo in tempo alla Ginevra un'occhiata lucente che voleva dire: - Che diavolo è successo? - Indi prese il braccio dell'Ammiraglio e lo condusse verso il canapè, stordendo anche lui col suo cicaleccio allegro, continuando a guardar come distratta, come a caso, la sua amica e il marito di lei ch'era preso adesso nel circolo della contessa, voltandosi più guardinga verso il salotto dov'era andato a cacciarsi Casalengo insieme al suo camerata Gustavo.
Infine Gemma abbandonò l'Ammiraglio alle altre signore, e passò nel salotto anche lei.
Ginevra li vide che discorrevano animatamente con Casalengo.
Egli coll'aria grave, rispondendo a monosillabi, Gemma diventata seria, con un interesse che tradivasi dai minimi gesti, per quanto fosse abituata a padroneggiarsi in pubblico.
Gustavo s'era dileguato al par di un'ombra.
Una domanda a lei rivolta la fece trasalire in quel punto: Serravalle che le chiedeva un valzer e insisteva per averne la promessa: - Le fo paura? Non vuol vedermi neppure? È ancora in collera, dopo tanto tempo? -
Essa lo guardò un istante come trasognata, battendo le palpebre, col bel sorriso pallido che stentava a rifiorire sui lineamenti disfatti: - Ah, lei?...
No! Mai più...
Del resto non si ballerà...
- Sì, sì, dopo cena, me l'ha detto la contessa...
per cominciare l'anno nuovo...
Cominci l'anno con una buona azione, lei!...
Non ce n'è un'altra che balli il valzer come lei!...
Dica di sì! dica di sì!...
un giro solo!...
l'ultimo...
- Mai più! mai più!...
Sarebbe il primo dell'anno nuovo, se mai...
Non voglio passare tutto l'anno a svenirmi nelle sue braccia...
Sul serio, lei gira troppo in furia...
Mi fa girare il capo...
Si rammenta?
- Ah! per l'amor di Dio...
Non me lo rammenti, piuttosto! Non me lo faccia perdere il capo, lei!...
Ha detto di sì!...
Consegno qui la sua promessa!...
-
Ella rideva tutta quanta, come una bambina, a scatti, con una fossetta sulla gota, con certi movimenti che facevano sbocciare gli omeri delicati dalla scollatura del vestito.
Altri giovanotti le fecero ressa intorno, mentre Serravalle se ne scappava segnando nel taccuino il valzer che le aveva quasi strappato a forza.
Ciascuno la supplicava d'accordargli un posto al suo tavolinetto, nel va e vieni degli invitati che sedevano a cena a piccoli gruppi di tre o quattro, con delle esclamazioni giulive, degli scrosci di risa, dei nomi barattati da un tavolino all'altro, un fruscìo di seta, un luccicare di gemme, delle spalle nude che si chinavano con movimenti graziosi.
Ella tenendo testa a tutti quanti, schermendosi col ventaglio, ribattendo i frizzi e le galanterie, spiava sottecchi ogni atto, ogni gesto di suo marito e di Casalengo, il quale stava cercando il suo posto anche lui.
I loro sguardi si evitarono d'accordo, non appena s'incontrarono, per caso.
Il Comandante, dando il braccio alla contessa, le parlava nel viso, allegro e disinvolto anche lui.
La signora Ginevra, ritta dinanzi al posto dove aveva letto il suo nome sul cartoncino litografato, cavava adagio adagio le mani scintillanti di anelli dall'apertura del guanto che le saliva sino al gomito, avvolgendoli mezzi intorno al polso...
Gemma, che aveva potuto raggiungerla finalmente senza dar nell'occhio, le chiese sottovoce, brevemente:
- Cos'è stato?
- Nulla...
Ti dirò poi...
-
Ella così dicendo s'era chinata a leggere i nomi dei suoi compagni di tavola.
Ma scorgendo quello di Alvise di faccia a lei, un'attenzione delicata della contessa, che studiavasi di mettere insieme bene i suoi invitati, non seppe reprimere un moto come di sgomento.
- No, no...
per carità...
-
Gemma colse a volo il significato di quelle poche sillabe: - Casalengo, faccia il piacere...
venga qui, con me...
Mi liberi da Sansiro, che è una vera persecuzione...
-
Sansiro, il quale dovette prendere il posto di Alvise Casalengo, di faccia alla signora Ginevra, fece un inchino troppo profondo, che gli valse un'occhiata fulminante di lei.
Però in mezzo all'allegria generale lui solo rimaneva straordinariamente grave e taciturno, senza la più piccola freddura, senza permettersi con la bella Ginevra una sola delle spiritosaggini che facevano scappare le signore, quasi avesse voluto protestare col suo contegno contro l'accusa della signora Gemma.
Affettava di volgere le spalle a Casalengo; chinava gli occhi sul piatto se la signora Ginevra volgeva i suoi verso il tavolinetto vicino.
Mostravasi servizievole e premuroso; ma discretamente, con un certo sussiego, parlando poco e di cose serie.
Bruni, che era il terzo, faceva lui per tutti e tre.
Nondimeno la festa languiva in quell'angolo della sala, malgrado gli sforzi di Casalengo che stuzzicava e tormentava peggio di Sansiro la signora Gemma.
La povera Ginevra s'era fatta seria, quasi sentisse pesare di tanto in tanto sulla sua graziosa testolina gli sguardi acuti del marito, il quale dal canto suo battevasi i fianchi per tener desta l'allegria nel crocchio della contessa.
Gli uomini fingevano di essere occupatissimi nel fare onore alla cena, le signore sfioravano appena un'ala di fagiano o accostavano il bicchiere alle labbra.
Sembrava che un'invincibile musoneria si propagasse da quel cantuccio per tutta la sala, senza che una parola fosse stata detta, senza che un'indiscrezione fosse sfuggita, senza che un gesto avesse tradito il segreto, quasi l'istinto di tutti quei complici mondani li avesse avvertiti insieme del dramma che celavasi sotto il sorriso.
Il Comandante, vuotando l'uno dopo l'altro dei gran bicchieri d'acqua, animava però da solo il circolo della padrona di casa, la quale coll'occhio vigile intorno, col sorriso amabile per tutti quanti, guardava di tratto in tratto l'orologio posto di faccia a lei sul caminetto.
A un dato momento, quand'essa toccò il bicchiere del Comandante con un dito di champagne spumante in fondo al suo, gli invitati si alzarono frettolosi.
Degli auguri, dei baci, degli accenni, dei saluti s'incrociarono da un punto all'altro, da un tavolino all'altro.
Un muovere di seggiole, uno scomporsi di gruppi, una cordialità generale e un po' chiassosa che voleva essere sincera.
Dei sorrisi che si cercavano, e degli sguardi che si spiavano a vicenda.
La signora Ginevra aveva chinato i suoi per tornare ad infilarsi i guanti.
Gemma, nello scambiare con lei il bacio d'augurio, le disse all'orecchio:
- Bada, Ginevra! Non ti far scorgere.
Hai tutti gli occhi addosso!
- Ah, Dio mio! Dio mio! -
Poscia mentre s'avviavano a braccetto verso il pianoforte, dove una folla di signore assediava l'Ammiraglio che sorbiva lentamente il caffè, essa balbettò:
- Tieni a bada mio marito...
per carità..
due minuti soli...
-
E siccome Gemma insisteva per sapere cosa fosse avvenuto, infine, aggiunse:
- Ti dirò poi...
ti dirò poi...
-
L'Ammiraglio narrava una storiella allegra, con tutti i punti e le virgole, senza lasciarsi intimidire dal coro delle proteste, dalle esclamazioni di rimprovero, dai ventagli che lo minacciavano.
Gemma facendo coro alle sue amiche, coll'indignazione anch'essa nella bocca sorridente, era riuscita ad insinuarsi fra il Comandante e l'uscio del salottino dove si fumava: - Che orrore!...
Siete un orrore!...
tutti quanti! Anche lei, Silverio! Sì, anche lei che trova da ridere a coteste infamie! - Col busto inarcato, volgendo indietro la testolina accesa, ella seguiva colla coda dell'occhio la sua amica che aveva l'aria di fuggire lei pure Gustavo e Serravalle troppo insistenti dietro di lei.
- No, no, Ginevra! non stare ad ascoltarli!...
Sono diventati impossibili!...
tutti quanti! -
Così dicendo tornò a prendere il braccio dell'amica, giusto sull'uscio del salotto in fondo al quale Casalengo stava fumando una sigaretta, appoggiato alla spalliera della poltrona.
- Che vuoi fare, Ginevra? No, per l'amor di Dio! Sta' attenta! Tuo marito ha un certo viso questa sera!
- Bisogna ch'io gli parli...
assolutamente!...
Non ho avuto tempo d'avvertirlo...
Se mio marito riesce a trovarsi solo con lui prima che io l'abbia prevenuto nascerà qualche disgrazia!...
-
La poveretta era convulsa mentre balbettava quelle parole, sottovoce, coll'aria più indifferente che poteva, nello stesso tempo che accostava il capo ad ammirare la bella croce di brillanti sul petto dell'amica.
- Ah, Dio!...
-
Suo marito entrava in quel momento nel salottino, diritto, calmo, arrotolando fra le dita una sigaretta.
Poi si chinò per accenderla a quella di Casalengo, mentre la moglie in fondo alla sala, sentivasi venir meno, colla visione di quei due uomini che si trovavano faccia a faccia negli occhi stralunati.
La contessa, che vedeva ogni cosa dal suo posto, si mosse subito, e passò immediatamente nella stanza dove fumavasi.
- Ah, Dio mio! - balbettò la povera Ginevra.
- Via, mia cara!...
Vedi!...
È lì la contessa.
Non c'è pericolo pel momento...
-
Essa, interrottamente, con un soffio di voce, le labbra smorte e convulse, gli sguardi erranti qua e là, disse cosa era stato.
- L'ordinanza l'ha visto venire ieri sera...
tardi...
Ha detto ogni cosa a mio marito...
io non ho avuto tempo di suggerire una scusa a lui...
-
Intanto davano mano a sgombrar la sala per far quattro salti.
I giovani aiutavano, allo scopo di impietosire la padrona di casa e strapparle un sì.
Ma la contessa tappavasi le orecchie per non lasciarsi sedurre, ostinata, inflessibile, tossendo in mezzo al fumo delle sigarette, diceva sempre di no, ridendo e colle lagrime agli occhi.
- No, no...
Dite anche di no, voialtri signori mariti!...
Aiutatemi!...
Lo faccio per voialtri...
È tardi...
Me ne dispiace, miei cari giovinotti, ma questo non era nel programma...
Non voglio farmi tanti nemici...
- Il Comandante Silverio l'appoggiava ridendo.
Anzi, si avvicinò alla moglie, per farle osservare dolcemente ch'erano circa le due, che essa aveva l'aria un po' stanca, che si sarebbe affaticata troppo e sarebbe stata una vera imprudenza per lei così delicata...
così cagionevole...
Invano Gemma frapponeva le sue preghiere, il suo ventaglio, l'impegno con Serravalle.
La sua amica, in un momento che nessuno poteva udirla, l'aveva supplicata:
- Non mi lasciare andare!...
Ho paura!...
-
I giovanotti muovevano cielo e terra.
Infine, come la vinsero, appena risuonarono le prime battute festanti del valzer, la bella peccatrice si lasciò prendere dal ballo, tutta, diventata tutt'altra donna da un momento all'altro, col viso acceso, gli occhi ebbri, il seno palpitante, spensierata, gaia, una bambina, dimenticando ogni cosa, passando da un ballerino all'altro senza un'esitazione o una preferenza.
Quando incontrò la mano di Alvise, febbrile e parlante, nella contraddanza, essa gli porse due dita inguantate, come a tutti gli altri.
Casalengo ballava anche lui disperatamente, senza riposarsi un minuto, senza lasciare il tempo a un pensiero o ad una parola molesta di intromettersi fra lui e le ballerine che andava invitando una dopo l'altra, quasi indovinando e obbedendo a una parola d'ordine.
A un dato punto, nel bel mezzo d'uno sfrenato galoppo, la signora Gemma gli buttò sul viso poche parole rapide.
Le signore s'accomiatavano infine, ancora anelanti, un po' rosse, coll'allegria e l'eccitazione nelle parole e nel gesto.
Alvise Casalengo, che era venuto a salutare fino in anticamera la signora Ginevra, disse tranquillamente al marito di lei che l'aiutava ad infilare la pelliccia:
- Comandante, per terminare quel rapporto che mi ha ordinato mi occorrono alcuni schiarimenti...
Ero venuto a chiederglieli...
ieri sera...
- Ah! - rispose Silverio piantandogli gli occhi in faccia.
- Va bene.
Mi spiegherà poi...
-
Alvise vide biancheggiare fugacemente le sottane di lei che montava in carrozza senza neppure osare di volgere il capo, e rimase inquieto sulla porta, lasciando spegnere il sigaro, colpito dallo sguardo del marito, il quale esprimeva chiaramente di non credere alle sue parole, e dal tono brusco di quella risposta che gli faceva immaginare ciò che sarebbe accaduto più tardi in casa Silverio.
Accadde che a quattr'occhi, nel disordine profumato dello spogliatoio, dove la Ginevra, poveretta, s'era lasciata prendere dalle convulsioni, discinta, coi bei capelli sciolti, fra le lagrime calde e le calde parole, e il dottore per giunta, chiamato in fretta e in furia, e ch'era lì sempre fra i piedi, a tastarle polso e ordinare calmanti, il marito dovette convincersi che Casalengo era proprio venuto a cercarlo per un motivo innocentissimo, e il giorno dopo, quando Alvise venne a prendere gli ordini come al solito, in tenuta bianca, un po' pallido soltanto per la stanchezza della notte, gli disse battendogli sulla spalla:
- Quel benedetto rapporto ci ha dato un gran da fare, a lei e a me! Se ne sbrighi in due parole, e mi dica subito quali schiarimenti le occorrono, senza bisogno di tornare a incomodarsi stasera -.
NÉ MAI, NÉ SEMPRE!
Se un angelo del cielo fosse disceso a promettere sul serio la dolce lusinga che Casalengo credevasi obbligato di tubare tratto tratto all'orecchio roseo della signora Silverio, nei momenti buoni: - Per sempre uniti! - L'uno dell'altro! - Sempre! - lei, no.
Lei non ne diceva delle sciocchezze, neanche in quei momenti...
Ora poi, da che aveva corso il pericolo di vedersi cascare fra capo e collo tanta felicità, per l'imprudenza di un domestico - da che suo marito stava in guardia e minacciava una catastrofe, era diventata prudente, in modo da far disperare Casalengo, l'imprudente! - Ah, no, mio caro! Se sapeste, che paura! -
La bomba scoppiò all'improvviso, quando meno la povera signora sentivasi disposta a dar fuoco alle polveri: uno di quei colpi di vento o di follìa che vi fanno perdere la bussola.
E Casalengo l'aveva persa davvero dietro a quella donna che rassegnavasi docilmente al supplizio di non riceverlo più da solo a solo - specie quando la incontrava al ballo o in teatro, e non poteva neppure metterle un bacio sull'omero nudo.
Qualcosa gli diceva: - Bada, essa non è più quella di prima.
C'è qualcosa, un pensiero fisso, un segreto, un altro, negli occhi che ti guardano, nelle labbra che ti sorridono, nel gesto, nel suono della voce.
Proprio! il vostro peccato, che vi si rivolta contro, e vi punisce...
- Ginevra! È impossibile durarla così...
quando si ama...
se mi amate ancora...
- Ingrato! - ribatté lei, fermandosi un minuto solo, sull'uscio della sala da giuoco.
- Perdonatemi...
Avete ragione...
sempre.
Ma mettetevi nei miei panni, s'è vero che mi amate...
- Lasciatemi! Lui s'è voltato a guardarci...
Avete visto? -
Aveva ragione, sempre, lei; anche quando rideva e civettava in mezzo a una folla di cicisbei per sviare i sospetti; mentre lui doveva tenersi in corpo il dubbio, la febbre, la gelosia, in fino! la smania di sapere e di toccare con mano la sua disgrazia, di stringersela fra le braccia, e di conficcarsela ben bene nel cuore - costretto a mostrarsi disinvolto anche lui, onde evitare il ridicolo, allorché finalmente ella volle offrirgli una tazza di thè