UNA BURLA RIUSCITA, di Italo Svevo - pagina 4
...
.
Quando parlava di Mario, egli sapeva atteggiare la faccia a compassione, ma torcendo le labbra in modo da significare anche una minaccia.
Lo invidiava.
Il Gaia apparteneva alla gozzoviglia come Mario apparteneva alla favola.
Mario sorrideva sempre e lui rideva molto, ma con interruzioni.
La favola accompagna sempre come un'ombra luminosa accanto a quella oscura gettata dal corpo, mentre la gozzoviglia, se si accompagna all'ombra, è atroce.
Perchè essa è un delitto contro il proprio organismo, che è seguito immediatamente (specie ad una certa età) dal più forte dei rimorsi in confronto al quale quello di Oreste che ammazzò la propria madre, fu lievissimo.
Al rimorso va sempre unito lo sforzo di mitigarlo, spiegando e scusando il delitto, magari asserendo ch'è il destino umano di commetterlo.
Ma come avrebbe potuto il Gaia proclamare in buona fede che si dedicano alla gozzoviglia tutti quelli che possono, avendo sempre presente Mario?
Poi c'era quella benedetta letteratura che lavorava anch'essa ad intorbidare l'anima del Gaia, che pur ne sembrava nettato.
Non si passa impunemente, e sia pure per il più breve spazio di tempo, per un sogno di gloria, senza poi rimpiangerlo per sempre, e invidiare colui che lo conserva, anche se non raggiungerà giammai la gloria.
A Mario quel sogno trapelava da ogni poro della sua pelle tanto facile al rossore.
Il posto che non gli era concesso nella repubblica delle lettere, egli lo pretendeva e lo occupava, quasi segretamente, ma non perciò con meno diritto o con restrizioni.
Egli diceva bensì a tutti che da anni non scriveva nulla (esagerando perchè c'erano le storie degli uccelletti) ma nessuno gli credeva, e bastava questo per attribuirgli per consenso generale una vita più alta, più alta di tutto quanto lo contornava.
Meritava perciò l'invidia e l'odio.
Enrico Gaia non gli risparmiava i sarcasmi e sapeva talvolta anche sopraffarlo parlandogli di afffari e di posizione economica.
Ma ciò non gli bastava, perchè Mario stesso amava di ridere del proprio stato.
Il Gaia avrebbe voluto strappargli il sogno felice dagli occhi a costo di acciecarlo.
Quando lo vedeva entrare in caffè con quella sua aria di chi guarda le cose e le persone con l'eterna, viva, serena curiosità dello scrittore, egli diceva torvo: "Ecco il grande scrittore".
E infatti Mario aveva l'aspetto e la felicità del grande scrittore.
Nelle favole il Gaia non apparve.
Però un giorno Mario apprese che i piccoli uccelli sono voracissimi: in un giorno ingoiano tanta di quella roba sminuzzata che il suo complesso peserebbe quanto tutto il loro corpo.
Perciò era stato tanto difficile di trovare fra i passeri uno che somigliasse al Gaia.
Se tutti almeno per una loro qualità lo ricordavano.
E Mario scoperse subito in tale somiglianza la contraddizione che sarebbe potuta in avvenire assurgere a favola: "Mangia come un passero ma non vola".
E più tardi: "Non vola e la sua paura è proprio verde".
Alludeva certo al Gaia che una sera, dopo di aver ferito un amico con una maldicenza, era dovuto fuggire dal caffè a gambe levate.
IV
Il 3 Novembre 1918, la giornata storica di Trieste, sarebbe stato veramente poco adatto alla burla.
Alle otto di sera, pregato dal fratello che dal letto anelava ad altre notizie dopo di aver avuto la relazione dello sbarco degl'italiani, Mario si recò al caffè a prendere quell'intruglio raddolcito dalla saccarina che i Triestini s'erano abituati a considerare caffè.
Dei suoi conoscenti trovò il solo Gaia, che su un sofà riposava stanco d'essere stato in piedi un paio d'ore.
Mi dispiace per lui, ma bisogna confessare che il Gaia aveva realmente l'aspetto dello spirito del male.
Perciò non era mica brutto.
A cinquantacinqu'anni i suoi capelli bianchi avevano un candore che rifletteva la luce come se fosse stato metallico, mentre i suoi mustacchi che coprivano le sue labbra sottili erano tuttavia bruni.
Era magro, non grande, e si sarebbe potuto credere agile se non si fosse tenuto un po' curvo, e se il suo corpicciuolo non fosse stato gravato dalla prominenza di una pancetta pur sproporzionata e sporgente più giù di quelle solite degli uomini che la devono all'inerzia o al solo appetito, una di quelle pancie che i tedeschi, che se ne intendono, attribuiscono all'effetto della birra.
I suoi piccoli occhi neri ardevano di una malizia allegra e di presunzione.
Aveva la voce roca del beone, e talvolta la urlava perchè aveva per massima che bisognava parlare un po' più forte del proprio interlocutore.
Zoppicava come Mefistotele, ma, a differenza di costui, non sempre della stessa gamba, perchè il reuma lo afferrava ora a destra ed ora a sinistra.
Più vecchio di lui, Mario era tuttavia, ad onta di una canizie estesa a tutto il suo pelo, come usano a quell'età le persone serie, evidentemente biondo su tutta la faccia rosea, serena, riposata.
Il Gaia si eccitava parlando dei varii episodi cui aveva assistito nel pomeriggio.
Faceva della retorica, perchè era venuto il momento di gonfiare il suo patriottismo che non era stato grande prima dell'arrivo degl'italiani.
Sapeva gonfiare tutto, lui, essendo sempre pronto ad accalorarsi per qualunque cosa piacesse a coloro ch'eran o potevano divenire suoi clienti.
Echeggianti da lontano, anche le parole che disse Mario potrebbero ora essere tacciate di retorica.
Ma bisogna ricordare che quel giorno era dovere della parola, specie in bocca di chi per destino non aveva agito, di essere anch'essa forte ed eroica.
Mario tentò di affinarsi per essere all'altezza della situazione e, com'è naturale, ricordò di essere un letterato.
La parte più fine della sua natura si destò per protendersi alla storia.
Disse letteralmente: "Vorrei saper descrivere quello che oggi sento.
- E, dopo una lieve esitazione: - Bisognerebbe avere una penna d'oro con cui vergare le parole su una pergamena alluminata".
Era una rinunzia, perchè fra altre molte cose, a Trieste mancavano allora penne d'oro e pergamene alluminate.
Ma al Gaia parve tutt'altro, e s'arrabbiò come sanno arrabbiarsi i beoni.
Gli parve cosa enorme che il Samigli osasse anche solo menzionare la propria penna al cospetto di un avvenimento d'importanza storica.
Strinse le labbra come per nascondere nella bocca un grosso insulto che vi si formava per genesi spontanea, poi riaperse il pugno, che s'era stretto da sè, mentr'egli guardava il naso roseo del letterato, ma non seppe trattenere la reazione più efficace della parola e anche del pugno, ch'era stata pensata da lungo tempo, ma che mancava ancora della maturità che le può venire dall'accuratata preparazione: La burla si scaricò sul capo del povero Mario come se si fosse trattato di un esplosivo che per caso avesse trovato il contatto col fuoco.
Così il Gaia imparò che anche la burla come tutte le altre opere d'arte può essere improvvisata.
Egli non credeva al suo successo e si preparava ad annullarla dopo di essersene servito a manifestare il suo disprezzo a quel presuntuoso.
Poi, invece, Mario abboccò tanto bene che liberarnelo sarebbe costato uno sforzo grande.
E il Gaia lasciò vivere la burla, ricordando come a Trieste vi fossero pochi divertimenti.
Bisognava rifarsi di un'epoca troppo lunga di serietà.
La iniziò con veemenza: "Dimenticavo di dirtelo.
Tutto si dimentica in una giornata simile.
Sai chi ho visto nella folla plaudente? Il rappresentante dell'editore Westermann di Vienna.
M'avvicinai a lui per seccarlo.
Applaudiva anche lui che non sa una parola di italiano.
E invece che risentirsi, mi parlò subito di te.
Mi domandò quali impegni tu avessi col tuo editore per quel tuo vecchio romanzo Una Giovinezza.
Se non erro, tu l'hai venduto quel libro?".
"Nient'affatto, - disse Mario con grande calore.
- È mio, del tutto mio.
Pagai le spese dell'edizine fino all'ultimo centesimo, a dall'editore non ebbi mai niente".
Parve che il commesso viaggiatore desse grande importanza a quanto apprendeva.
Egli ben sapeva quale aspetto dovesse assumere un uomo quando improvvisamente vede affacciarsi la possibilità di un buon affare, perchè egli aveva almeno una volta al giorno quell'aspetto.
Si raccolse e s'inarcò come se avesse voluto prendere uno slancio:
"C'è allora la possibilità di vendere quel romanzo - esclamò - Peccato ch'io non lo avessi saputo.
E se ora buttano subito fuori di Trieste quel tedescone? Addio affare! Pensa ch'egli è venuto a Trieste proprio per trattare con te".
Mario era indignato, e bisogna constatare con un po' di sorpresa che l'indignazione fu il primo suo sentimento all'annunzio dell'inaspettato successo, mentre non aveva mai conosciuto l'indignazione nei lunghi anni di vana attesa.
Come aveva potuto credere il Gaia che il romanzo non fosse più suo? Chi mai in quegli anni aveva domandato di acquistarlo? E fu oppresso da un'ira ch'era insopportabile, perchè subito intese che non doveva rivelarla.
Egli era ora tutto nelle mani del Gaia e vedeva che non doveva offenderlo.
Ma con dolore pensò che si trovava nelle mani di persona che con la sua leggerezza minacciava di rovinarlo.
Bisognava ricordare come il mondo apparisse sconvolto e disordinato in quei giorni.
Se il rappresentante dell'editore era sparito nella folla, e non ci pensava lui stesso a riapparire, convinto com'era che l'affare di cui era incaricato fosse già stato fatto da altri, sarebbe stato impossibile rintracciarlo.
Non c'era mai stata a questo mondo una folla simile a quella che si muoveva allora fra Triste e Vienna, attaccata agli scarsi treni ferroviari, o in forma d'ininterrotta fiumana, a piedi, sulle vie maestre, composta dall'esercito in fuga e da borghesi emigranti o rimpatrianti, tutti anonimi, ignoti come schiere di bestie cacciate dall'incendio o dalla fame.
Non dubitò un istante della perfetta verità delle comunicazioni del Gaia.
Doveva essere più disposto alla credulità in seguito a quel successo di ogni sera del suo romanzo nella stanza del fratello.
E quando, molto tempo dopo, seppe della trama ordita ai suoi danni, per scusare verso se stesso la propria dabbenaggine, propose la favola in cui si racconta che molti uccelli perirono perchè sullo stesso posto s'annidarono due uomini di cui uno buono e generoso, e l'altro malvagio.
Su quel posto, per lungo tempo, ci fu il pane del primo, in ultimo la pania dell'altro.
Proprio com'è insegnato in un libercolo in cui s'insegna scientificamente l'insidia agli alati e che qui naturalmente non si nomina.
Il Gaia sfruttò meravigliosamente lo stato d'animo di Mario, che gli si rivelò intero.
Ebbe il solo torto di credersi molto astuto.
Non lo era più di un cacciatore comunissimo che conosca le abitudini della propria preda.
Forse esagerò l'astuzia.
Prima di mettersi a correre in cerca della persona tanto importante, che forse stava allontanandosi da Trieste, egli esigette da Mario una dichiarazione scritta con la quale gli veniva assicurata una provvigione del cinque per cento.
Mario trovò la proposta equa, ma visto che bisognava attendere che il lento cameriere procurasse la penna e la carta, propose che il Gaia, per non perdere tempo, se ne andasse subito, mentre lui avrebbe stesa la dichiarazione e gliel'avrebbe consegnata il giorno dopo.
Ma il Gaia non volle.
Per andare sicuri gli affari non si potevano trattare che in un modo solo.
E con tutta cura fu redatta la dichiarazione con cui Mario impegnava sè e gli eredi a versare al Gaia la provvigione su qualunque importo che ora od in avvenire gli fosse pagato dall'editore Westermann.
Alla dichiarazione, Mario, di propria iniziativa, aggiunse un'espressione di gratitudine che non era altro che una falsità, perchè gli era stata suggerita dal suo desiderio di celare due suoi rancori, di cui il primo, fortissimo, per la leggerezza con cui il Gaia aveva compromesso i suoi interessi, ed il secondo - molto meno forte - per la sfiducia che gli aveva dimostrata esigendo prontamente quella dichiarazione.
Poi il Gaia ebbe anche lui fretta, e corse via non vedendo l'ora di poter ridere liberamente.
Mario sarebbe corso volentieri con lui per abbreviare la propria ansietà, ma il Gaia non volle.
Prima doveva ripassare nel proprio ufficio, poi correre da un cliente dal quale forse avrebbe potuto sapere l'indirizzo del tedesco, e infine si sarebbe recato in un certo luogo ove sicuramente il casto Mario non avrebbe accettato di seguirlo, e dove sicuramente si trovava il tedesco, se era ancora a Trieste.
Prima di abbandonarlo, volle rasserenare Mario e provargli che il proprio errore non aveva una grande importanza.
Ora che ci pensava - dichiarò - ricordava che il rappresentante di Westermann era nato bensì di famiglia tedesca, ma in Istria.
Perciò sarebbe divenuto cittadino italiano per nascita, e non si poteva espellere.
Questo fu l'unico atto suo che provasse la sua qualità di burlone accorto.
Non gli era sfuggito il grande rancore di Mario, e trovava che non era quella l'ora di provocarlo.
Perciò quando Mario uscì dal caffè, si trovò nella notte oscura in pieno e sicuro successo.
Non sarebbe stato così se ancora avesse potuto temere che il tedesco fosse stato costretto ad abbandonare Trieste.
Egli respirò profondamente, e gli sembrò che mai in vita sua avesse avuto di quell'aria.
Tentò di sedare la grande agitazione che lo affannava e si sforzò di considerare quell'avventura come cosa nient'affatto straordinaria.
Semplicemente la meritava e gli accadeva, ciò ch'era la cosa più naturale di questo mondo.
Era straordinario non gli fosse accaduta prima.
Tutta la storia della letteratura era zeppa di uomini celebri, e non già dalla nascita.
A un dato momento era capitato da loro il critico veramente importante (barba bianca, fronte alta, occhi penetranti) oppure l'uomo d'affari accorto, un Gaia reso più importante da qualche tratto del Brauer ch'era troppo pesante per l'abitudine alla dipendenza, e non poteva perciò impersonare un creatore d'affari, ed essi subito assurgevano alla fama.
Perchè la fama arrivi, infatti, non basta che lo scrittore la meriti.
Occorre il concorso di uno o più altri voleri che influiscano sugl'inerti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto.
Una cosa un po' ridicola, ma che non si può mutare.
E succede anche che il critico non capisca nulla del mestiere altrui, e l'editore (l'uomo d'affari) nulla del proprio, e l'esito resti il medesimo.
Quando i due s'associano, l'autore anche se non lo merita, è fatto per un tempo più o meno lungo.
Era fine assai Mario a vedere le cose a quel modo, in quel momento.
Meno fine quando aggiunse con tranquillità: "Meno male che il caso mio è diverso".
Perchè non era venuto da lui il critico invece dell'uomo d'affari? Si consolò pensando che certo il Westermann era stato indotto a quell'affare dal critico.
E finchè durò la burla, egli sognò di tale critico, ne costruì l'aspetto e l'indole, attribuendogli tante di quelle virtù e tanti di quei difetti da farne una persone più grossa delle solite viventi.
Sicuramente era un critico cui non importava affatto della propria persona, e non era affatto come gli altri critici che quando leggono gettano su ogni pagina l'ombra del proprio naso torbido.
Egli non cianciava, ma agiva, ciò ch'era molto strano per un uomo la cui sola azione consisteva in un giudizio sulla forza della parola altrui.
Era più sicuro dei soliti critici, perchè non era soggetto che ad un errore solo (piuttosto grosso) e non a tanti da riempirne varie colonnine di giornale.
Una potenza! L'anima estetica del Westermann, il suo occhio che mai si chiudeva, perchè altrimenti all'editore poteva toccar di pagare per vere delle pietre false, come Mario, che non se ne intendeva, supponeva potesse succedere ai gioiellieri.
E freddo, freddo: come una macchina che non conosce che un solo movimento.
In mano sua l'opera acquistava tutto il suo valore e non di più, e diveniva inerte come una merce che passa per le mani di un intermediario, e non vi lascia altro che un beneficio in denaro.
Non conquideva, ma era afferrata, pesata e misurata, consegnata ad altri e dimenticata, perchè non intralciasse l'opera della macchina subito rimessa in moto.
Dopo letto il romanzo del Samigli, il critico era andato dal Westermann e gli aveva detto: "Ecco l'opera che fa per voi.
Vi consiglio di telegrafare subito al vostro rappresentante di Trieste d'acquistarla a qualunque prezzo".
Così il suo compito era esaurito.
Che cosa gli sarebbe costato d'inviare al Samigli una cartolina postale per dirgli la parola intelligente ch'egli solo era capace di formulare? Così, proprio così era fatto il miglior critico del mondo.
E pensare che valeva la pena di scrivere, solo perchè a questo mondo esisteva un mostro simile!
Si può dire perciò che la burla del Gaia minacciava di farsi importantissima, perchè subito all'inizio falsava l'aspetto del mondo.
E quando Mario dovette ricredersi, se la prese in una favola proprio col critico ch'egli aveva creato, e l'unico critico ch'egli avesse amato.
Ad un passerotto famelico avvenne di trovare un giorno molte briciole di pane.
Credette di doverle alla generosità del più grosso animale che avesse mai visto, un pesante bove che pascolava su un campo vicino.
Poi il bove fu macellato, il pane sparì, e il passerotto pianse il suo benefattore.
Vero esempio d'odio tale favola.
Far di se stesso una bestia cieca e sciocca come quel passerotto pur di poter fare una grossissima bestia anche del critico.
Tanto grande riteneva Mario il suo successo che prese una decisione che pur doveva attenuare l'effetto della burla.
Per il momento non bisognava dire a nessuno della buona fortuna toccatagli.
Quando il suo libro fosse stato pubblicato in tedesco, la meraviglia in città e in tutta la nazione sarebbe stata maggiore se inaspettata.
A lui che aveva atteso il successo per tanti anni, non doveva essere grave di restarne privo qualche tempo ancora.
Il fratello, già coricato, cominciò con l'enunciare un dubbio sulla verità della comunicazione del Gaia, ma così, quasi macchinalmente, quel dubbio da cui si è colti ad ogni notizia sorprendente.
Però subito, volonteroso, lo eliminò persino dall'intimo dell'animo suo, visto che poteva diminuire la gioia del fratello.
Non conosceva il Gaia e perciò quel dubbio mancava di ogni base.
Di sotto al berretto da notte, i suoi occhi vividi partecipavano a tanta gioia.
Le cose nuove lo turbavano e non pensava gli dessero salute, ma la gioia di Mario doveva essere anche la sua.
Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l'importanza.
Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.
Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite.
Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario.
Ad ogni tratto il lettore s'interrompeva per domandare: "Non sarebbe meglio dire altrimenti?".
E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l'aiutasse a decidere.
Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ninna nanna.
Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte.
poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: "A me sembra, - mormorò - che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo.
Se la muti, forse il Westermann non la vorrà più".
Questa trovata valeva quell'altra che aveva protetto il suo sonno per tanti anni.
Per quella sera servì perfettamente.
Mario abbandonò la stanza, ma fu meno attento del solito, e sbattè la porta in modo che il povero malato diede un balzo.
A Mario pareva che Giulio non lo assistesse come avrebbe dovuto.
Ecco che lo lasciava solo con quel successo campato in aria, inquietante più che una minaccia.
Andò a letto, ma l'intontimento che precede il sonno fu quella sera terribile.
Vedeva il suo successo impersonato dal rappresentante di Westermann, trascinato lontano, lontano, verso il settentrione, e ucciso dalla folla armata e imbestialita.
Che ansia! Egli dovette riaccendere il lume per ricordare che morto il rappresentante suo, restava il Westermann che non era altri che una società per azioni non esposta a morte fisica.
Fatta la luce, Mario cercò la favola.
Credette di trovarla nel rimprovero ch'egli si faceva di non saper godere tranquillamente della promessa di tanta buona fortuna.
Diceva ai passeri: "Voi che non provvedete affatto per l'avvenire, dell'avvenire certo nulla sapete.
E come fate ad essere lieti se nulla aspettate?".
Infatti egli credeva di non saper dormire dalla troppa gioia.
Ma gli uccelletti erano meglio informati: "Noi siamo il presente, - dissero - e tu che vivi per l'avvenire, sei tu forse più lieto?".
Mario confessò di aver sbagliata la domanda, e si propose di rifare in tempi migliori una favola che dimostrasse la sua superiorità sugli uccellini.
Con una favola si può arrivare dove si vuole quando si sa volere.
Il Brauer, cui Mario il giorno dopo raccontò la sua avventura, fu sorpreso, ma non eccessivamente: sapeva anche di altre merci che acquistavano da un momento all'altro del valore dopo di essere state spregiate non per soli quarant'anni, ma per varî secoli.
Di letteratura se ne intendeva poco, ma sapeva che talvolta, benchè raramente, veniva retribuita.
Ebbe una paura: "Se tu fai fortuna con le belle lettere, finirai con l'abbandonare quest'ufficio".
Mario, modestamente, osservò che non credeva che il suo romanzo avrebbe potuto assicurargli la vita.
"Tuttavia - aggiunse con un po' di alterigia - domanderò mi sia fatta una posizione più conforme al mio valore".
Egli, in verità, non pensava ad un mutamento di posizione in quell'ufficio dal lavoro tanto facile, ma gli uomini intinti di lettere amano di poter dire certe parole.
È il premio più pregiato al loro valore.
In quel momento gli fu portato un biglietto del Gaia, col quale veniva invitato a trovarsi in punto alle undici al caffè Tommaso.
Il rappresentante del Westermann era stato trovato.
Mario corse via non senza aver pregato prima il Brauer di non propalare ancora la notizia.
V
Il Gaia, Mario e il rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme alla porta del caffè.
Vi si trattennero parecchio perchè vi costituirono una piccola torre di Babele.
Mario seppe dire in tedesco due parole con cui esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta tanto importante.
L'altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto andò perduto perchè il Gaia assiduamente tradusse: "L'onore di conoscere...
l'onore di trattare...
l'opera insigne che il suo principale a tutti i costi voleva possedere".
Anche il Gaia, con fare più villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l'avesse pagato.
Si trattava qui di un affare e non di letteratura.
Dicendo quest'ultima parola ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch'era imprudente.
Perchè maltrattare la letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria.
E nel corso del discorso, una volta seppe dire a Mario: "Tu stai zitto perchè non capisci niente".
Mario non protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell'ignoranza solo in affari.
Poi il Gaia si seccò di stare lì all'aria aperta.
Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate.
Il Gaia spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.
Gli altri due s'attardarono ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta.
Non l'avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò.
Dapprima la ricordò come una persona molto buffa, resa anche più ridicola dall'importanza del messaggio di cui era incaricata.
Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase ridicola, ma l'inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso, perchè egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male.
Le sue ferite si facevano più dolorose perchè inferte da una mano simile.
Si può dire che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perchè sanno fare l'osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti.
Ora i concetti non mancano mai a chi ha un po' d'esperienza di questa vita, dove le stesse linee e gli stessi colori s'adattano alle più varie cose, che solo il letterato ricorda tutte.
Il rappresentante dell'editore Westermann era una personcina dinoccolata priva dell'autorevolezza che conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla pelliccia.
Fin qui somigliava al Gaia.
La sua pelliccia dal collare ricco, di pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l'individuo, e molto più importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s'intravvedevano.
Non fu mai deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s'era dovuta schiudere per dar l'accesso ad una tasca interna.
L'alto collare coronò sempre la faccina fornita di una barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva.
Ed un'altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.
Era più brutto del Gaia, ma al letterato parve naturale gli somigliasse.
Perchè chi commercia i libri non deve somigliare a colui che s'occupa di vino? Anche per il vino c'era stato qualche cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la vigna e il sole.
Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella pelliccia, visto ch'esso legava un individuo della specie del Gaia, non era difficile d'intendere perchè esso fosse stato adottato.
Mario non pensò che quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere.
Tutto questo fu pensato da Mario con un certo sforzo.
Pareva lavorasse per facilitare il buon esito della burla.
E pensò ancora che il critico di casa Westermann era rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d'affari.
Non era facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.
Attorno al tavolo, nel caffè a quell'ora deserto, ci fu ancora un po' di torre di Babele.
L'agente di Westermann tentò di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì.
Il Gaia intervenne: "Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per te.
Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono affari.
Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti".
Mario protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per lui.
Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di accontentarsi.
Il Gaia offerse il caffè, e subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia.
Lo stese sul tavolo e vi si chinò con tutto il petto.
Mario pensò: "Che soffra anche di lombaggine?".
Aveva fretta il Gaia.
Strappò le carte all'altro e si mise a tradurre a Mario il contratto.
Trascurò molte clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch'egli con quel contratto aveva procurato a Mario.
Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non si fosse trattato di un affare per burla: "Capirai che mi sono meritata la mia provvigione.
Ho passata tutta la notte a discutere con costui.
- E si permise di schizzare un po' di quel veleno di cui era pieno: - Tu, se io non t'aiutavo, non avresti saputo far nulla".
In forza di quel contratto il Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo.
"Per l'Italia rimani tu il proprietario.
Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perchè chissà che valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch'è stato tradotto in tutte le lingue.
- Per essere più chiaro ripetè:- L'Italia resta a te, intera".
E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell'espressione dell'uomo che aspetta consenso e plauso.
Mario ringraziò con effusione.
Gli pareva di vivere in un sogno.
Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perchè gli aveva regalato l'Italia, ma perchè prevedeva che anche in Italia, presto, il romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole.
Si rimproverava l'istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s'andava persuadendo all'affetto: "È più che buono, è utile.
Ci guadagno io, ed è tanto bello da parte sua di dimostrarsene soddisfatto".
Ricordava però l'angoscia sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove.
Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l'avvento del grande successo.
"Io non sono più tanto giovine - disse per scusarsi - e vorrei veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte".
Il Gaia era indignato, e il suo disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l'affetto di questo per lui.
Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.
Come aveva saputo celare il riso, così soppresse - e con la stessa fatica - ogni manifestazione di disdegno, e per poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d'inserire nel contratto la clausola desiderata da Mario.
Ma non c'era posto in quelle pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni cisterna) eppoi non c'era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in corpo.
Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso, poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario.
Dapprima emise il dubbio che forse il Westermannn si sarebbe potuto seccare di tante pretese, eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un'alzata d'ingegno: "Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione d'affrettarsi a far fruttare il suo denaro?".
Mario riconobbe la bontà dell'argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non sarebbe bastato ad annullarlo.
Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese.
Aspettare è un'avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola, ch'egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio d'ingordigia e d'inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole): Mario era esitante.
Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte) per insistere nella propria preghiera.
E ci fu perciò un'altra pausa nelle trattative.
Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario, che, evidentemente, non poteva mancare.
Mario guardava la calvizie del rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali.
Perchè tremavano quegli occhiali? Forse perchè quel naso passava sul contratto da parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato.
La calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva di naso, era molto seria, perchè le mancavano gli organi per ridere.
Anzi - pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo - era tragica.
"Infine - pensò Mario - avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio successo.
Sarà come se il libro fosse stato già tradotto".
E, rassegnato, s'accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.
Il Gaia lo fermò: "Prima i denari, poi la firma!".
Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno bancario.
Lo diede al Gaia ch'ebbe il torto di guardare in faccia porgendoglielo.
Bisogna evitare dall'associarsi quando si è in due minacciati dall'esser afferrati da un assalto d'ilarità.
Le due debolezze si sommano e lo spasimo del riso trionfa.
Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sè di cui fino ad allora aveva dato prova, s'era creduto capace anche di un'altra finzione, quella dell'ira che dimostrò parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento.
L'organismo umano è capace di tutte le finzioni, ma non di più d'una alla volta.
L'indebolimento che gliene derivò fu tale ch'egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia.
Ridevano e si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco.
Mario guardava, invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro.
Poi si sentì offeso che un affare simile fosse trattato in tale guisa.
La nobiltà del vino e del libro era profanata da cotesti affaristi.
Finalmente il Gaia potè riaversi e correre ai ripari.
Trasse dal portafogli del tedesco un'altra carta, simile invero a quell'assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell'assegno, quel cedolino, proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava tutti i giorni.
Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano.
Ma il Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua grande sorpresa, al Samigli essa bastò: "La punizione della castità" pensò poi il Gaia.
Mario si accontentò solo perchè era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare l'increscioso incidente.
L'abitudine del letterato di cancellare una frase di cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte da altri.
Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua realtà non si conformi.
Anche qui egli eliminò.
Finse, per cortesia, di guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto.
Così si guarda uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di procedere.
Fu così che Mario firmò le due copie del contratto.
Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della firma dell'editore.
Intanto però gli consegnavano l'assegno ch'equivaleva ai denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann all'ordine di Mario su una Banca di Vienna.
Quando uscirono dal caffè, prima di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia.
Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: "Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto".
Voleva restar solo con Mario, e congedò l'altro che parve di aver anche lui premura di correre via.
"Adesso - propose il Gaia - andiamo insieme alla Banca a consegnare quest'assegno all'incasso".
Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l'orologio della piazza suonò il mezzodì.
Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell'ora si chiudeva.
"Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?".
Era esitante.
Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi.
Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse.
Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo.
Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò.
"Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone".
"Non si tratta di questo " disse il Gaia tuttavia esitante.
Poi, deciso, spiegò: "Non devi vendere subito quest'assegno.
Me ne pregò il rappresentante di Westermann.
È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo".
Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: "Ma tu non devi temere.
Se guardi l'assegno, vedrai ch'è firmato dal procuratore di Westermann.
Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l'istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto".
Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole.
"Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura.
Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest'assegno, benchè munito di tanta firma.
Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perchè lo incassi.
Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione.
Ne sono tanto sicuro come se l'avessi già in tasca".
Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni.
Del resto aveva già pensato di fare così.
Con quell'assegno in tasca, s'ergeva anche lui ad uomo d'affari.
E il Gaia potè sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato nè per lui nè per Mario uno scontro con l'autorità giudiziaria.
V'erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano.
Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco.
L'inquietudine del Gaia s'era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perchè in quel momento era tormentato da un rimorso.
Il rimorso è la specialità dell'uomo di lettere.
Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio.
Fino ad allora ne aveva sopportato l'amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente.
Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D'altronde non gli parve di poterlo far subito perchè sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s'era liberato da ogni inquietudine, corse via senz'attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima.
E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: "Quando gli darò la provvigione, l'accompagnerò con un bel bacio.
Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto".
Non tutto il Gaia aveva previsto.
Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio.
Il Brauer s'attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l'assegno per l'incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto.
Ma l'impiegato ch'era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l'autorizzazione di Mario.
Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell'assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre.
Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto.
Nè Mario nè il Brauer s'accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere.
Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perchè in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire.
Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un'altra cosa il Gaia non aveva preveduto.
Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poichè non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo.
Quel denaro fu prezioso per Mario.
Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere.
Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato.
Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato.
Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.
VI
Era vero che l'attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch'essa non era monotona, perchè non uno di quei giorni somigliava a quello che l'aveva preceduto o seguito.
Di alcuni si avrà qui la storia.
Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall'assegno.
Ma Mario non seguì il consiglio dell'uomo d'affari, perchè pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente.
Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni.
Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall'immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo.
In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci.
Mario pensava che se avesse perduto quell'acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni per trovarne un altro.
Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia.
Ma costui era introvabile.
Ora che c'era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell'Istria vicina.
Mario apprendeva dall'uno o dall'altro ch'era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai nè a casa sua nè nel suo ufficio.
Un periodo ben duro.
Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi nè il Westermann nè il suo adorato ed obbrobrioso critico.
Sta bene che il contratto e l'assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann.
In fondo quell'individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano.
Poteva perciò avere sbagliato.
Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere.
Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari.
Solo perciò non arrivava a scoprire la burla.
Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d'affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer.
Poichè quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente.
Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell'editore c'era anche l'umanità del mecenate.
E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario.
Diceva che il Westermann, come lui se l'immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare.
Eppoi che senso c'era di verificare se c'era stato errore da parte dell'editore? Se il furbo Gaia gliel'aveva fatta, tanto meglio.
Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario.
Poi ricadeva nell'eccitazione dell'attesa.
Si trovava in uno stato che ricordava l'epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo.
Anche allora l'attesa del successo - che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann - aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo.
Ma allora, data la forza della gioventù, l'attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito.
E benchè dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l'esperienza che dopo i sessant'anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perchè poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.
Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all'ispirazione, inconscia e incapace d'intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l'ammise.
La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano.
Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità.
E le porcheriole giacquero inutili sulla via.
Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane.
Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico.
E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.
Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno.
Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l'uso di una parola.
Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sè da riuscire a difendersi con la solita astuzia.
Mormorò: "Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza".
Ma Mario nell'anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario.
Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera.
Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un'automobile su una brughiera.
E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un'indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell'uso di un ausiliare.
Un errore ch'era consegnato alla posterità.
Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l'aiuto di Giulio.
Giulio comprese ch'era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile.
Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute.
Perciò fu commoventemente sincero, ma un po' brusco com'è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.
Disse a Mario ch'era giunta per lui l'ora di dormire.
Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè.
Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?
Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bo
...
[Pagina successiva]