UNA BURLA RIUSCITA, di Italo Svevo - pagina 5
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Mario sarebbe corso volentieri con lui per abbreviare la propria ansietà, ma il Gaia non volle.
Prima doveva ripassare nel proprio ufficio, poi correre da un cliente dal quale forse avrebbe potuto sapere l'indirizzo del tedesco, e infine si sarebbe recato in un certo luogo ove sicuramente il casto Mario non avrebbe accettato di seguirlo, e dove sicuramente si trovava il tedesco, se era ancora a Trieste.
Prima di abbandonarlo, volle rasserenare Mario e provargli che il proprio errore non aveva una grande importanza.
Ora che ci pensava - dichiarò - ricordava che il rappresentante di Westermann era nato bensì di famiglia tedesca, ma in Istria.
Perciò sarebbe divenuto cittadino italiano per nascita, e non si poteva espellere.
Questo fu l'unico atto suo che provasse la sua qualità di burlone accorto.
Non gli era sfuggito il grande rancore di Mario, e trovava che non era quella l'ora di provocarlo.
Perciò quando Mario uscì dal caffè, si trovò nella notte oscura in pieno e sicuro successo.
Non sarebbe stato così se ancora avesse potuto temere che il tedesco fosse stato costretto ad abbandonare Trieste.
Egli respirò profondamente, e gli sembrò che mai in vita sua avesse avuto di quell'aria.
Tentò di sedare la grande agitazione che lo affannava e si sforzò di considerare quell'avventura come cosa nient'affatto straordinaria.
Semplicemente la meritava e gli accadeva, ciò ch'era la cosa più naturale di questo mondo.
Era straordinario non gli fosse accaduta prima.
Tutta la storia della letteratura era zeppa di uomini celebri, e non già dalla nascita.
A un dato momento era capitato da loro il critico veramente importante (barba bianca, fronte alta, occhi penetranti) oppure l'uomo d'affari accorto, un Gaia reso più importante da qualche tratto del Brauer ch'era troppo pesante per l'abitudine alla dipendenza, e non poteva perciò impersonare un creatore d'affari, ed essi subito assurgevano alla fama.
Perchè la fama arrivi, infatti, non basta che lo scrittore la meriti.
Occorre il concorso di uno o più altri voleri che influiscano sugl'inerti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto.
Una cosa un po' ridicola, ma che non si può mutare.
E succede anche che il critico non capisca nulla del mestiere altrui, e l'editore (l'uomo d'affari) nulla del proprio, e l'esito resti il medesimo.
Quando i due s'associano, l'autore anche se non lo merita, è fatto per un tempo più o meno lungo.
Era fine assai Mario a vedere le cose a quel modo, in quel momento.
Meno fine quando aggiunse con tranquillità: "Meno male che il caso mio è diverso".
Perchè non era venuto da lui il critico invece dell'uomo d'affari? Si consolò pensando che certo il Westermann era stato indotto a quell'affare dal critico.
E finchè durò la burla, egli sognò di tale critico, ne costruì l'aspetto e l'indole, attribuendogli tante di quelle virtù e tanti di quei difetti da farne una persone più grossa delle solite viventi.
Sicuramente era un critico cui non importava affatto della propria persona, e non era affatto come gli altri critici che quando leggono gettano su ogni pagina l'ombra del proprio naso torbido.
Egli non cianciava, ma agiva, ciò ch'era molto strano per un uomo la cui sola azione consisteva in un giudizio sulla forza della parola altrui.
Era più sicuro dei soliti critici, perchè non era soggetto che ad un errore solo (piuttosto grosso) e non a tanti da riempirne varie colonnine di giornale.
Una potenza! L'anima estetica del Westermann, il suo occhio che mai si chiudeva, perchè altrimenti all'editore poteva toccar di pagare per vere delle pietre false, come Mario, che non se ne intendeva, supponeva potesse succedere ai gioiellieri.
E freddo, freddo: come una macchina che non conosce che un solo movimento.
In mano sua l'opera acquistava tutto il suo valore e non di più, e diveniva inerte come una merce che passa per le mani di un intermediario, e non vi lascia altro che un beneficio in denaro.
Non conquideva, ma era afferrata, pesata e misurata, consegnata ad altri e dimenticata, perchè non intralciasse l'opera della macchina subito rimessa in moto.
Dopo letto il romanzo del Samigli, il critico era andato dal Westermann e gli aveva detto: "Ecco l'opera che fa per voi.
Vi consiglio di telegrafare subito al vostro rappresentante di Trieste d'acquistarla a qualunque prezzo".
Così il suo compito era esaurito.
Che cosa gli sarebbe costato d'inviare al Samigli una cartolina postale per dirgli la parola intelligente ch'egli solo era capace di formulare? Così, proprio così era fatto il miglior critico del mondo.
E pensare che valeva la pena di scrivere, solo perchè a questo mondo esisteva un mostro simile!
Si può dire perciò che la burla del Gaia minacciava di farsi importantissima, perchè subito all'inizio falsava l'aspetto del mondo.
E quando Mario dovette ricredersi, se la prese in una favola proprio col critico ch'egli aveva creato, e l'unico critico ch'egli avesse amato.
Ad un passerotto famelico avvenne di trovare un giorno molte briciole di pane.
Credette di doverle alla generosità del più grosso animale che avesse mai visto, un pesante bove che pascolava su un campo vicino.
Poi il bove fu macellato, il pane sparì, e il passerotto pianse il suo benefattore.
Vero esempio d'odio tale favola.
Far di se stesso una bestia cieca e sciocca come quel passerotto pur di poter fare una grossissima bestia anche del critico.
Tanto grande riteneva Mario il suo successo che prese una decisione che pur doveva attenuare l'effetto della burla.
Per il momento non bisognava dire a nessuno della buona fortuna toccatagli.
Quando il suo libro fosse stato pubblicato in tedesco, la meraviglia in città e in tutta la nazione sarebbe stata maggiore se inaspettata.
A lui che aveva atteso il successo per tanti anni, non doveva essere grave di restarne privo qualche tempo ancora.
Il fratello, già coricato, cominciò con l'enunciare un dubbio sulla verità della comunicazione del Gaia, ma così, quasi macchinalmente, quel dubbio da cui si è colti ad ogni notizia sorprendente.
Però subito, volonteroso, lo eliminò persino dall'intimo dell'animo suo, visto che poteva diminuire la gioia del fratello.
Non conosceva il Gaia e perciò quel dubbio mancava di ogni base.
Di sotto al berretto da notte, i suoi occhi vividi partecipavano a tanta gioia.
Le cose nuove lo turbavano e non pensava gli dessero salute, ma la gioia di Mario doveva essere anche la sua.
Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l'importanza.
Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.
Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite.
Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario.
Ad ogni tratto il lettore s'interrompeva per domandare: "Non sarebbe meglio dire altrimenti?".
E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l'aiutasse a decidere.
Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ninna nanna.
Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte.
poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: "A me sembra, - mormorò - che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo.
Se la muti, forse il Westermann non la vorrà più".
Questa trovata valeva quell'altra che aveva protetto il suo sonno per tanti anni.
Per quella sera servì perfettamente.
Mario abbandonò la stanza, ma fu meno attento del solito, e sbattè la porta in modo che il povero malato diede un balzo.
A Mario pareva che Giulio non lo assistesse come avrebbe dovuto.
Ecco che lo lasciava solo con quel successo campato in aria, inquietante più che una minaccia.
Andò a letto, ma l'intontimento che precede il sonno fu quella sera terribile.
Vedeva il suo successo impersonato dal rappresentante di Westermann, trascinato lontano, lontano, verso il settentrione, e ucciso dalla folla armata e imbestialita.
Che ansia! Egli dovette riaccendere il lume per ricordare che morto il rappresentante suo, restava il Westermann che non era altri che una società per azioni non esposta a morte fisica.
Fatta la luce, Mario cercò la favola.
Credette di trovarla nel rimprovero ch'egli si faceva di non saper godere tranquillamente della promessa di tanta buona fortuna.
Diceva ai passeri: "Voi che non provvedete affatto per l'avvenire, dell'avvenire certo nulla sapete.
E come fate ad essere lieti se nulla aspettate?".
Infatti egli credeva di non saper dormire dalla troppa gioia.
Ma gli uccelletti erano meglio informati: "Noi siamo il presente, - dissero - e tu che vivi per l'avvenire, sei tu forse più lieto?".
Mario confessò di aver sbagliata la domanda, e si propose di rifare in tempi migliori una favola che dimostrasse la sua superiorità sugli uccellini.
Con una favola si può arrivare dove si vuole quando si sa volere.
Il Brauer, cui Mario il giorno dopo raccontò la sua avventura, fu sorpreso, ma non eccessivamente: sapeva anche di altre merci che acquistavano da un momento all'altro del valore dopo di essere state spregiate non per soli quarant'anni, ma per varî secoli.
Di letteratura se ne intendeva poco, ma sapeva che talvolta, benchè raramente, veniva retribuita.
Ebbe una paura: "Se tu fai fortuna con le belle lettere, finirai con l'abbandonare quest'ufficio".
Mario, modestamente, osservò che non credeva che il suo romanzo avrebbe potuto assicurargli la vita.
"Tuttavia - aggiunse con un po' di alterigia - domanderò mi sia fatta una posizione più conforme al mio valore".
Egli, in verità, non pensava ad un mutamento di posizione in quell'ufficio dal lavoro tanto facile, ma gli uomini intinti di lettere amano di poter dire certe parole.
È il premio più pregiato al loro valore.
In quel momento gli fu portato un biglietto del Gaia, col quale veniva invitato a trovarsi in punto alle undici al caffè Tommaso.
Il rappresentante del Westermann era stato trovato.
Mario corse via non senza aver pregato prima il Brauer di non propalare ancora la notizia.
V
Il Gaia, Mario e il rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme alla porta del caffè.
Vi si trattennero parecchio perchè vi costituirono una piccola torre di Babele.
Mario seppe dire in tedesco due parole con cui esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta tanto importante.
L'altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto andò perduto perchè il Gaia assiduamente tradusse: "L'onore di conoscere...
l'onore di trattare...
l'opera insigne che il suo principale a tutti i costi voleva possedere".
Anche il Gaia, con fare più villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l'avesse pagato.
Si trattava qui di un affare e non di letteratura.
Dicendo quest'ultima parola ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch'era imprudente.
Perchè maltrattare la letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria.
E nel corso del discorso, una volta seppe dire a Mario: "Tu stai zitto perchè non capisci niente".
Mario non protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell'ignoranza solo in affari.
Poi il Gaia si seccò di stare lì all'aria aperta.
Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate.
Il Gaia spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.
Gli altri due s'attardarono ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta.
Non l'avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò.
Dapprima la ricordò come una persona molto buffa, resa anche più ridicola dall'importanza del messaggio di cui era incaricata.
Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase ridicola, ma l'inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso, perchè egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male.
Le sue ferite si facevano più dolorose perchè inferte da una mano simile.
Si può dire che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perchè sanno fare l'osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti.
Ora i concetti non mancano mai a chi ha un po' d'esperienza di questa vita, dove le stesse linee e gli stessi colori s'adattano alle più varie cose, che solo il letterato ricorda tutte.
Il rappresentante dell'editore Westermann era una personcina dinoccolata priva dell'autorevolezza che conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla pelliccia.
Fin qui somigliava al Gaia.
La sua pelliccia dal collare ricco, di pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l'individuo, e molto più importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s'intravvedevano.
Non fu mai deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s'era dovuta schiudere per dar l'accesso ad una tasca interna.
L'alto collare coronò sempre la faccina fornita di una barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva.
Ed un'altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.
Era più brutto del Gaia, ma al letterato parve naturale gli somigliasse.
Perchè chi commercia i libri non deve somigliare a colui che s'occupa di vino? Anche per il vino c'era stato qualche cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la vigna e il sole.
Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella pelliccia, visto ch'esso legava un individuo della specie del Gaia, non era difficile d'intendere perchè esso fosse stato adottato.
Mario non pensò che quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere.
Tutto questo fu pensato da Mario con un certo sforzo.
Pareva lavorasse per facilitare il buon esito della burla.
E pensò ancora che il critico di casa Westermann era rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d'affari.
Non era facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.
Attorno al tavolo, nel caffè a quell'ora deserto, ci fu ancora un po' di torre di Babele.
L'agente di Westermann tentò di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì.
Il Gaia intervenne: "Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per te.
Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono affari.
Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti".
Mario protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per lui.
Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di accontentarsi.
Il Gaia offerse il caffè, e subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia.
Lo stese sul tavolo e vi si chinò con tutto il petto.
Mario pensò: "Che soffra anche di lombaggine?".
Aveva fretta il Gaia.
Strappò le carte all'altro e si mise a tradurre a Mario il contratto.
Trascurò molte clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch'egli con quel contratto aveva procurato a Mario.
Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non si fosse trattato di un affare per burla: "Capirai che mi sono meritata la mia provvigione.
Ho passata tutta la notte a discutere con costui.
- E si permise di schizzare un po' di quel veleno di cui era pieno: - Tu, se io non t'aiutavo, non avresti saputo far nulla".
In forza di quel contratto il Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo.
"Per l'Italia rimani tu il proprietario.
Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perchè chissà che valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch'è stato tradotto in tutte le lingue.
- Per essere più chiaro ripetè:- L'Italia resta a te, intera".
E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell'espressione dell'uomo che aspetta consenso e plauso.
Mario ringraziò con effusione.
Gli pareva di vivere in un sogno.
Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perchè gli aveva regalato l'Italia, ma perchè prevedeva che anche in Italia, presto, il romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole.
Si rimproverava l'istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s'andava persuadendo all'affetto: "È più che buono, è utile.
Ci guadagno io, ed è tanto bello da parte sua di dimostrarsene soddisfatto".
Ricordava però l'angoscia sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove.
Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l'avvento del grande successo.
"Io non sono più tanto giovine - disse per scusarsi - e vorrei veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte".
Il Gaia era indignato, e il suo disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l'affetto di questo per lui.
Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.
Come aveva saputo celare il riso, così soppresse - e con la stessa fatica - ogni manifestazione di disdegno, e per poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d'inserire nel contratto la clausola desiderata da Mario.
Ma non c'era posto in quelle pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni cisterna) eppoi non c'era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in corpo.
Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso, poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario.
Dapprima emise il dubbio che forse il Westermannn si sarebbe potuto seccare di tante pretese, eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un'alzata d'ingegno: "Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione d'affrettarsi a far fruttare il suo denaro?".
Mario riconobbe la bontà dell'argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non sarebbe bastato ad annullarlo.
Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese.
Aspettare è un'avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola, ch'egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio d'ingordigia e d'inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole): Mario era esitante.
Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte) per insistere nella propria preghiera.
E ci fu perciò un'altra pausa nelle trattative.
Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario, che, evidentemente, non poteva mancare.
Mario guardava la calvizie del rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali.
Perchè tremavano quegli occhiali? Forse perchè quel naso passava sul contratto da parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato.
La calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva di naso, era molto seria, perchè le mancavano gli organi per ridere.
Anzi - pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo - era tragica.
"Infine - pensò Mario - avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio successo.
Sarà come se il libro fosse stato già tradotto".
E, rassegnato, s'accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.
Il Gaia lo fermò: "Prima i denari, poi la firma!".
Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno bancario.
Lo diede al Gaia ch'ebbe il torto di guardare in faccia porgendoglielo.
Bisogna evitare dall'associarsi quando si è in due minacciati dall'esser afferrati da un assalto d'ilarità.
Le due debolezze si sommano e lo spasimo del riso trionfa.
Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sè di cui fino ad allora aveva dato prova, s'era creduto capace anche di un'altra finzione, quella dell'ira che dimostrò parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento.
L'organismo umano è capace di tutte le finzioni, ma non di più d'una alla volta.
L'indebolimento che gliene derivò fu tale ch'egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia.
Ridevano e si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco.
Mario guardava, invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro.
Poi si sentì offeso che un affare simile fosse trattato in tale guisa.
La nobiltà del vino e del libro era profanata da cotesti affaristi.
Finalmente il Gaia potè riaversi e correre ai ripari.
Trasse dal portafogli del tedesco un'altra carta, simile invero a quell'assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell'assegno, quel cedolino, proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava tutti i giorni.
Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano.
Ma il Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua grande sorpresa, al Samigli essa bastò: "La punizione della castità" pensò poi il Gaia.
Mario si accontentò solo perchè era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare l'increscioso incidente.
L'abitudine del letterato di cancellare una frase di cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte da altri.
Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua realtà non si conformi.
Anche qui egli eliminò.
Finse, per cortesia, di guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto.
Così si guarda uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di procedere.
Fu così che Mario firmò le due copie del contratto.
Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della firma dell'editore.
Intanto però gli consegnavano l'assegno ch'equivaleva ai denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann all'ordine di Mario su una Banca di Vienna.
Quando uscirono dal caffè, prima di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia.
Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: "Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto".
Voleva restar solo con Mario, e congedò l'altro che parve di aver anche lui premura di correre via.
"Adesso - propose il Gaia - andiamo insieme alla Banca a consegnare quest'assegno all'incasso".
Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l'orologio della piazza suonò il mezzodì.
Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell'ora si chiudeva.
"Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?".
Era esitante.
Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi.
Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse.
Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo.
Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò.
"Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone".
"Non si tratta di questo " disse il Gaia tuttavia esitante.
Poi, deciso, spiegò: "Non devi vendere subito quest'assegno.
Me ne pregò il rappresentante di Westermann.
È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo".
Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: "Ma tu non devi temere.
Se guardi l'assegno, vedrai ch'è firmato dal procuratore di Westermann.
Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l'istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto".
Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole.
"Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura.
Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest'assegno, benchè munito di tanta firma.
Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perchè lo incassi.
Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione.
Ne sono tanto sicuro come se l'avessi già in tasca".
Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni.
Del resto aveva già pensato di fare così.
Con quell'assegno in tasca, s'ergeva anche lui ad uomo d'affari.
E il Gaia potè sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato nè per lui nè per Mario uno scontro con l'autorità giudiziaria.
V'erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano.
Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco.
L'inquietudine del Gaia s'era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perchè in quel momento era tormentato da un rimorso.
Il rimorso è la specialità dell'uomo di lettere.
Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio.
Fino ad allora ne aveva sopportato l'amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente.
Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D'altronde non gli parve di poterlo far subito perchè sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s'era liberato da ogni inquietudine, corse via senz'attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima.
E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: "Quando gli darò la provvigione, l'accompagnerò con un bel bacio.
Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto".
Non tutto il Gaia aveva previsto.
Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio.
Il Brauer s'attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l'assegno per l'incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto.
Ma l'impiegato ch'era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l'autorizzazione di Mario.
Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell'assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre.
Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto.
Nè Mario nè il Brauer s'accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere.
Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perchè in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire.
Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un'altra cosa il Gaia non aveva preveduto.
Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poichè non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo.
Quel denaro fu prezioso per Mario.
Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere.
Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato.
Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato.
Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.
VI
Era vero che l'attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch'essa non era monotona, perchè non uno di quei giorni somigliava a quello che l'aveva preceduto o seguito.
Di alcuni si avrà qui la storia.
Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall'assegno.
Ma Mario non seguì il consiglio dell'uomo d'affari, perchè pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente.
Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni.
Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall'immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo.
In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci.
Mario pensava che se avesse perduto quell'acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni per trovarne un altro.
Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia.
Ma costui era introvabile.
Ora che c'era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell'Istria vicina.
Mario apprendeva dall'uno o dall'altro ch'era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai nè a casa sua nè nel suo ufficio.
Un periodo ben duro.
Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi nè il Westermann nè il suo adorato ed obbrobrioso critico.
Sta bene che il contratto e l'assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann.
In fondo quell'individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano.
Poteva perciò avere sbagliato.
Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere.
Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari.
Solo perciò non arrivava a scoprire la burla.
Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d'affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer.
Poichè quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente.
Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell'editore c'era anche l'umanità del mecenate.
E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario.
Diceva che il Westermann, come lui se l'immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare.
Eppoi che senso c'era di verificare se c'era stato errore da parte dell'editore? Se il furbo Gaia gliel'aveva fatta, tanto meglio.
Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario.
Poi ricadeva nell'eccitazione dell'attesa.
Si trovava in uno stato che ricordava l'epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo.
Anche allora l'attesa del successo - che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann - aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo.
Ma allora, data la forza della gioventù, l'attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito.
E benchè dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l'esperienza che dopo i sessant'anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perchè poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.
Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all'ispirazione, inconscia e incapace d'intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l'ammise.
La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano.
Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità.
E le porcheriole giacquero inutili sulla via.
Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane.
Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico.
E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.
Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno.
Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l'uso di una parola.
Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sè da riuscire a difendersi con la solita astuzia.
Mormorò: "Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza".
Ma Mario nell'anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario.
Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera.
Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un'automobile su una brughiera.
E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un'indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell'uso di un ausiliare.
Un errore ch'era consegnato alla posterità.
Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l'aiuto di Giulio.
Giulio comprese ch'era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile.
Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute.
Perciò fu commoventemente sincero, ma un po' brusco com'è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.
Disse a Mario ch'era giunta per lui l'ora di dormire.
Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè.
Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?
Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bonaria con cui una settimana prima avrebbe accolto una parola sgradevole di Giulio.
Credette suo dovere fingersi indifferente e celare d'essere stato ferito.
Si caricò del libro e del vocabolario, e uscì senza ricordarsi di chiudere la porta.
L'aspetto dell'indifferenza è conquistato a prezzo di un aumento di rancore.
Andandosene, pensò: Anche costui ha bisogno del mio successo per rispettarmi meglio.
E Giulio, accanto a quella porta rimasta aperta, passò una cattiva notte.
Causa la bora, ai rumori delle imposte nella stanza, s'associavano i cigolii nei cardini delle porte sul corridoio.
E al malato parve di aver passata la notte in un vocabolario sonoro dalle parole che simulavano l'ordine con l'iniziale identica, preludiante a un grido sorprendente, inaspettato.
La sera appresso, dopo cena, Mario rimase col fratello e, sparecchiata la tavola, s'allontanò senz'aver accennato con una sola parola al proprio risentimento.
Aveva anche aiutato il fratello a servirsi.
Gli pareva di aver fatto tutto il proprio dovere e concesso al fratello tutto quello che gli doveva.
Ma era ben deciso a non fare altro.
Giulio non voleva il vocabolario, che a lui occorreva urgentemente? Se voleva la lettura doveva dunque farsela da solo.
Aveva appreso senza rimorso di aver guastato con la propria negligenza la notte al fratello.
Che importava? Dormiva forse meglio lui con quei fantasmi di Westermann e dei suoi rappresentanti?
Ma Giulio sentiva urgente il bisogno di fare la pace.
Mario, fattosi taciturno, non gli dava più neppure le notizie della città, che Giulio attendeva come una delle più valide ragioni per vivere.
Era lui il maggiore, ma visto che l'altro era l'offeso, con la debolezza ch'è la compagna della malattia, decise di fare lui i primi passi.
Nella sua solitudine ci pensò su tutto un giorno, e forse sbagliò tanto, perchè aveva riflettuto troppo.
O piuttosto è da credere che in una simile lunga riflessione si finisce col chiarire troppo il proprio diritto o la propria sventura, ciò che di certo non serve a rendere più accorti.
Si rivolse a Mario da vero fratello, confidandogli le necessità della propria vita, cioè della propria cura.
Fra l'altro egli aveva bisogno di una lettura piana, ch'evocasse delle immagini dolci e che accarezzasse il suo organismo torturato.
- Perchè non si sarebbe potuto ritornare ai loro autori antichi, De Amicis e Fogazzaro?
Strana tanta ingenuità in un debole malato che di furberia aveva tanto bisogno.
Aveva dunque dimenticato l'esito sì felice della sua trovata di anni prima, quando aveva proposto di abbandonare per sempre De Amicis e Fogazzaro per surrogarli con l'opera del fratello? Già, a differenza dei passeri, quand'è stretto da un bisogno, l'uomo si espone a qualunque rischio per soddisfarlo.
Mario dovette trattenersi dal dare un balzo al sentire che i due fortunati scrittori venivano a soppiantarlo anche in quell'unico cantuccio della terra ch'era fino ad allora tutto suo.
Ecco che nel momento stesso in cui il mondo intero si stava aprendo al suo successo, riceveva un ultimo calcio da coloro che sempre l'avevano respinto.
Si servivano per ciò del piede anchilosato di quell'imbecille di suo fratello, il quale così si metteva proprio dalla parte dei suoi nemici.
Gli fu difficile di simulare indifferenza, e la sua voce tremò dall'indignazione nel dichiarare al fratello che da tempo la lettura ad alta voce gli costava fatica, e che per riguardo alla sua gola non doveva farla più.
Giulio si spaventò, perchè subito s'accorse dell'errore commesso, e indovinò Mario intero.
Era una spaventevole prospettiva per lui di veder prolungata la sua solitudine anche a quelle ore serali in cui abbisognava dell'affetto più che della lettura perchè l'adducesse al sonno.
Volle, senz'indugio, correggere il proprio errore: "Se tu lo vuoi, ritorniamo al tuo romanzo.
Io sono pienamente d'accordo.
Volevo solo risparmiarmi il vocabolario, di cui è tanto difficile di sopportare la lettura".
Il povero Giulio non sapeva che v'è un solo mezzo per attenuare un'offesa involontaria: fingere di non accorgersene e credere che l'altro non l'abbia intesa.
Ogni altra spiegazione equivale a ribadirla, rinnovarla.
E Mario, ferito a sangue, urlò: "Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso".
Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla.
Disse mitemente: "Tu sai ch'io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri.
Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benchè la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni.
Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive.
Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina".
L'ammalato aveva dato segno di un certo talento critico me nello stesso tempo di un'ingenuità sconfinata.
Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch'egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L'ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento.
Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: "Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico.
È addirittura offensivo.
Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno.
La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra".
La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia.
Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato.
Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell'ammalato fu tutta insonne, perchè egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch'era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte.
Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente.
Vide meglio che mai l'inutilità della sua vita.
Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla.
E ne fu profondamente accorato.
Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba.
Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero.
La finì sebbene s'accorgesse che l'occhio di Giulio s'era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell'essenza della propria vita.
Ma Mario componeva.
Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola.
Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì.
Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa.
Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni.
Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso.
Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso.
Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all'ammalato, e senza un'intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa.
Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità.
Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole.
Perchè era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare.
Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l'hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto.
E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti.
Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.
Questo il proposito cui si attenne rigidamente, e non si accorse che per la pace dell'ammalato sarebbe stato meglio di non attendere l'arrivo del lento Westermann.
Infatti Giulio soffriva.
Anche quando Mario si rifece affabile e discorsivo, egli non seppe dimenticare le offese che gli erano state fatte.
Prima di tutto non c'erano state quelle spiegazioni dalle quali proprio le persone deboli (che le parole amano tanto) s'attendono la regolazione di ogni divergenza, eppoi non s'era più ritornati alla loro antica, cara abitudine della lettura serale.
Paventava però le spiegazioni solo perchè in quelle già avute s'era dimostrato tanto debole.
E per averle senza dover parlare, pensò di sostituire le parole con un atto energico: ostentativamente cessò di curarsi e sperò che Mario se ne sarebbe accorto e doluto.
Invece Mario non s'accorse di nulla, forse perchè la dimostrazione durò troppo poco.
L'ammalato s'era sentito subito peggio, e, spaventato, era ritornato ai suoi medicamenti, che però gli fecero meno bene.
Come può agire beneficamente un medicinale ch'è stato tanto disprezzato?
Ed è così che Giulio, incapace d'azioni, ritornò alla parola, che dedicò però solo all'azione che aveva tentata e non compita.
Una sera, con un sorriso mite e senza guardare in faccia Mario, disse interrompendo la cena per prendere certe polverette: "Contro ogni buon senso io continuo a curarmi, come vedi".
Mario, che da grand'uomo quale si sentiva, dava meno peso alla disputa avuta, di cui non restava altra traccia che la grande comodità di non far la lettura serale, si meravigliò, e ad alta voce proclamò il dovere di Giulio di curarsi per guarire, come se egli a voce anche più alta non avesse detto il contrario pochi giorni prima.
Era troppo poco per rabbonire Giulio.
Mario non se ne avvide; solo si divertì a osservare che Giulio ingoiando la polveretta sciolta nell'acqua, aveva l'aspetto di un bambino ostinato.
Pareva dicesse: "Io mi curo, io ho il diritto di curarmi, ed ho anche il dovere di farlo".
A un letterato basta un solo atteggiamento per costruire tutta una persona con gli arti necessari per prendere tale atteggiamento ed anche altre membra che vi sieno utili.
La costruisce, ma non ci crede, e l'ama specialmente se può crederla una propria immaginazione che sappia però moversi sulla terra reale ed essere illuminata dal sole di ogni giorno.
E se tale costruzione esiste già, egli non se ne accorge neppure, perchè ciò non ha alcuna importanza per il suo pensiero.
E Mario per atteggiare ragionevolmente il volto del suo fantasma a tanta ostinazione, sostituì a Giulio, ch'egli credeva non ricordasse nemmeno le sue parole, una persona più forte benchè non meno malata, e che gridava il suo diritto di vivere proprio quella vita nel suo letto caldo, e di essere aiutato dalle medicine e anche dalla lettura, come la voleva lui.
E Mario amò la propria creatura: quella debolezza e quell'ostinazione e tanta rassegnazione.
Quello scorcio di figura era un'illustrazione della vita povera, sofferente, ma ancora capace di difendere tanta povertà e tanto dolore.
Una bella fatica cotesta di costruire invece di guardare le cose già esistenti.
Ma bastò a rischiarare i suoi rapporti col fratello.
Perchè subito dopo creata quella figura Mario si guardò d'intorno, come sogliono i letterati, per darle un contorno di persone che le dessero rilievo e in mezzo alle quali vivesse.
Naturalmente in primo luogo cacciò accanto al fratello, ch'egli credeva di aver rifatto correggendolo, se stesso.
Ma quando si tratta di se stesso non ci si sbaglia tanto facilmente, e si incide subito la carne viva.
S'accorse ch'era la sua fortuna che Giulio non fosse all'altezza di giudicarlo, perchè egli, l'uomo del successo, s'era comportato in modo da doversi vergognare.
Una vera bassezza.
Aveva voluto ferire e offendere il povero ammalato, a lui affidato dal destino, perchè innocentemente e per una volta sola aveva respinto l'opera sua.
Egli era oramai l'uomo dal successo.
Una persona in cui l'ambizione si deformava in una ridicola vanità, e che credeva che le comuni leggi della giustizia e dell'umanità non valessero per lui.
Guardò dietro di sè nel suo non lontano passato la sua vita intemerata, mite, dedicata con pieno disinteresse ad un pensiero, e l'invidiò e rimpianse.
Fu un istante, ma a tratti il pensiero che lo elevava, gli si riaffacciava.
Del resto l'estensione di un pensiero alto nel tempo non ha importanza, perchè se esso fu, resta, nè si dimentica più.
Mario, in avvenire, vi avrebbe trovato conforto e vanto.
Sempre più intraveduto che accolto, quel pensiero si evolse, quando non era respinto subito e negato dall'appassionato desiderio della felicità che dà il successo.
Un giorno Mario si sentì contrarre il cuore avvedendosi che il successo aveva annientato in lui l'amore alla favola.
Da giorni egli non ne produceva e neppure ne sognava alcuna.
Il successo aveva legato il suo pensiero all'antico romanzo, ch'egli studiava per rifarlo, addobbarlo, gonfiandolo a forza di nuovi colori, di nuove parole.
Il successo era una gabbia d'oro.
Il Westermann gli aveva detto quello che da lui si voleva ed egli s'apprestava a dare quanto gli si domandava e nient'altro.
E più tardi, quando la burla fu scoperta, egli iniziò il suo ritorno alla vita antica con la favola in cui raccontava di un uccello canoro in gabbia, che si vantava di cantare la natura e non sapeva dire che del vasetto dell'acqua e di quello del miglio fra i quali viveva.
E fu suo grande conforto trovarsi preparato a respingere, come poi dovette, la ridicola concezione di meritare plauso ed ammirazione, e ad accettare il destino che gli era imposto, come umano e non spregevole.
Ma prima, e neppure durante quei brevi istanti di luce vivida, egli mai pensò di potersi ergere fino a respingere il successo che gli si offriva.
Invano la voce di Epicuro, resa fioca dalla lontananza nel tempo, predicava: "Vivi celato!".
Egli anelava alla notorietà come tutti coloro che credono di poterla raggiungere, ed era ammalato per la lunga, vana attesa.
VII
Il Gaia era sorpreso e seccato che Mario non diffondesse lui stesso la burla.
Egli non la diffondeva per non compromettersi di più, eppoi perchè credeva che non ce ne sarebbe stato bisogno.
S'era atteso anzi di vederla resa pubblica in qualche giornale locale da qualche amico di Mario.
Che sorta di autore era Mario se non correva per la città a divulgare il suo successo? Sempre più occupato, il Gaia non trovava il tempo di abbordare Mario per farlo ciarlare e goderne.
E la burla che tardava tanto a dare i suoi frutti, restava per lui sempre alta, una promessa di gioia meritata.
Una sera, ritornato da una corsa faticosa in un vagoncino della piccola, lenta e perciò lunga ferrovia istriana, egli si fermò per molte ore in un'osteria a bere in compagnia di alcuni amici.
E come il vino doveva fargli dimenticare l'afa del vagoncino, così rievocò la burla per distrarsi dal ricordo dei noiosi affari.
La raccontò, eppoi ebbe un'idea che lo incantò.
Propose che uno dei presenti che conosceva i Samigli, andasse da Mario a proporgli da parte di un altro editore tedesco l'acquisto del libro ad un prezzo anche superiore a quello offerto dal Westermann, e con un contratto che impegnasse l'editore alla pubblicazione immediata del romanzo.
Schiattava dal ridere pensando al rammarico di Mario di trovarsi già impegnato col Westermann.
I presenti trovarono malvagia la burla e rifiutarono di collaborarvi, e il Gaia vi rinunziò facendosi promettere da loro che non avrebbero detto nulla ai due fratelli di quanto era stato parlato quella sera.
Poi egli non ci pensò più, ciò che per lui era la cosa più facile.
La prima burla l'aveva già divertito moltissimo e doveva derivargli da essa dell'altra gioia, se non altro quella di assistere al dolore di Mario, e forse, a quella ch'egli diceva la sua guarigione da tutte le sue presunzioni.
Gli pareva facile di saper sottrarsi ad ogni rimprovero.
Il rappresentante di Westermann non era altri che un commesso viaggiatore che aveva fatta la piazza di Trieste quando l'Austria vi si era disfatta, ciò che l'aveva condannato all'ozio e reso propenso a collaborare ad una lieta burla.
Oramai si trovava ben lontano da Trieste, e il Gaia avrebbe potuto asserire d'essere stato giuocato anche lui.
Ammetteva che forse Mario avrebbe potuto avere tanto spirito da ridere anche lui della burla.
Ciò non era molto probabile, perchè gli uomini che amano la gloria non sanno ridere, ma se Mario si fosse saputo elevare a tanta altezza, egli avrebbe saputo farsi suo degno compagno, e con lui, in piena amicizia, avrebbe saputo bere.
Ma intanto aveva commesso una grande imprudenza.
Uno di quei suoi amici serbò il silenzio con tutti meno che con la propria famiglia, ed un suo figliuolo ch'egli mandava talvolta dai Samigli ad informarsi di loro, riferì a Giulio a un di presso quanto aveva appreso.
Raccontò che il Gaia aveva burlato Mario facendogli credere che un capocomico Giosterman si impegnava a rappresentare una sua commedia.
Il tutto era tanto sbagliato che Giulio dapprima credette si trattasse di tutt'altra cosa e non concernesse Mario.
Anche Mario in un primo brevissimo tempo ne rise.
I due fratelli stavano cenando insieme e fu sorprendente come dopo i primi bocconi presi con tutta calma, Mario ad un tratto, da solo, senza che nessuno gli avesse detto un'altra parola, si sentisse addirittura mancare scoprendo intera la burla.
La scopriva con enorme sorpresa, e nello stesso tempo si sorprendeva di aver dovuto attendere una vaga parola d'avvertimento per saperla tutta.
Aveva chiuso gli occhi apposta per non vedere e non intendere? Da bel principio egli aveva indovinato l'intima natura dei due messeri coi quali aveva avuto da fare e li avrebbe potuti smascherare subito quando in sua presenza i due svergognati s'erano abbandonati al riso.
Perchè non aveva pensato, perchè non guardato? Ricordò ancora: sul naso affilato del tedesco gli occhiali avevano tremato per il riso trattenuto; un'oscillazione simile a quella di un motore su una vettura.
Mario ebbe allora il pensiero tanto pronto e acuto che scoperse qualche cosa che dai suoi occhi era stato chiaramente percepito ma non ancora comunicato al suo cervello: quel pezzettino di carta tratto dal portafogli del tedesco, e che doveva scusare il riso cui i due compari s'erano abbandonati, era coperto di uno stampatello gotico.
Gotico, tutto rette ed angoli.
Ne era sicuro, come se lo vedesse allora.
Perciò non poteva provenire da un postribolo di Trieste.
Mentitori! E mentitori che gli avevano denotato il loro disprezzo non curandosi neppure d'essere accorti.
Se era stato deriso, egli meritava qualunque punizione.
E avrebbe voluto castigare se stesso subito, ficcandosi i denti nelle labbra.
Ma tanta chiaroveggenza era tuttavia accompagnata da dubbio.
Un'ulteriore dimostrazione della propria insanabile bestialità? Povero Mario! Un'evidenza per quanto intera, quando apporti tanto dolore, non è mai accettata senza un tentativo di oscurarla.
Ognuno lotta contro il destino come sa, e Mario tentò d'arrestarlo dicendosi che non bisognava ammettere si trattasse di una burla finchè non se ne fosse scoperto lo scopo.
Per il piacere di ridere? Ma è un piacere che il deriso non intende.
Tentò però di liberarsi del dubbio non perchè gli sembrasse poco fondato, ma perchè gli sembrava contribuisse ad agitarlo ed aumentasse il suo dolore.
Voleva passare la notte almeno nella certezza.
E non c'era altra via di procurarsela che la riflessione.
Fuori soffiava muggendo e ululando la bora, e se non fosse bastata a trattenere Mario, c'era anche l'impossibilità di raggiungere il Gaia il quale, specialmente di notte, era introvabile.
Bisognava intanto sapere esattamente quello che il ragazzetto loro amico aveva detto.
Perciò iniziò un serrato interrogatorio del povero Giulio il quale non ricordava quelle parole, avendovi attribuito poca importanza.
E l'ammalato non sopportò il cipiglio di Mario.
Aveva già sofferto molto essendosi accorto di quello che stava avvenendo al fratello, proprio allora, in sua presenza, ma soffriva ora ancora di più nel timore di vedersi rimproverata un'altra volta la propria debolezza, la propria vita.
Finì che gli colarono alcune lacrime sulle guancie emaciate.
Mario alla vista di quel segno di dolore del fratello, si agitò anche di più.
Dolersi della burla a quel modo significava riconoscersi abbattuto e attribuirle grande importanza.
Urlò: "Perchè piangi? Non vedi che io, cui la faccenda colpisce tanto più direttamente, non piango affatto? E non mi vedrai piangere mai.
Spero, invece, di far piangere il Gaia se realmente m'ha burlato".
Non potè sopportare la debolezza di Giulio.
Piantò la cena e fatto un breve saluto a Giulio (cui realmente serbava rancore perchè non ricordava bene quello che il ragazzo loro amico aveva detto) si ritirò nella propria stanza.
E, rimasto solo, gli parve d'essere sicuro e di aver eliminato definitivamente ogni dubbio.
La burla aveva lo stesso scopo di tutte quelle di cui il Gaia aveva cosparso l'Istria e la Dalmazia, e delle quali ora Mario ricordava di aver riso di cuore.
Sì! Della burla si rideva e non occorreva altro.
Ne ridevano tutti coloro che non dovevano piangere.
E Mario ricordando questo, subito pianse com'era la legge della burla.
Non ancora svestito, si gettò sul letto.
Udiva sempre la risata cui i due congiurati s'erano abbandonati in sua presenza.
Riecheggiava negli stessi scomposti rumori della bora, e vi si faceva enorme.
Andava a colpire tutti i sogni che avevano abbellito la sua vita.
Se il Gaia aveva voluto questo, per un istante aveva raggiunto il suo scopo: Mario si vergognò dei proprii sogni.
Non poteva fallire quella burla per quanto rozzamente congegnata.
Il lavoro accorto del burlone l'aveva preceduta, e non c'era stato bisogno che l'accompagnasse.
Il burlone l'aveva spiato, e gli aveva presentato un contratto, che non era stato inventato, ma accuratamente copiato dall'animo suo.
Non s'era egli atteso una cosa simile, da quasi mezzo secolo? E quando gli fu presentato, in lui non ci fu sorpresa, nè ci poteva essere diffidenza alcuna.
Non aveva neppure guardato in faccia coloro che glielo avevano presentato.
Era cosa che gli spettava, ed arrivava a lui per una data via che non aveva importanza.
Dunque egli era stato burlato come in altre età i cornuti e gli scemi, coloro che la burla meritavano.
Per questo gli coceva la burla, non per la perdita del denaro promesso.
Neppure un istante pensò al debito contratto col Brauer in conseguenza della burla.
Prima di tutto gli oggetti acquistati erano in casa ancora intatti, eppoi non ci si può figurare a quali impegni si possa corrispondere col volere onesto.
Il denaro non aveva importanza.
Invece lo straziava la persuasione di aver perduto irrimediabilmente la ragione della sua vita.
Mai più gli sarebbe stato concesso di ritornare allo stato in cui era vissuto sempre, nutrendosi delle solite porcheriole condite da quel sogno alto che stereotipava il sorriso sulle sue labbra.
L'aggettivo di burlato non s'attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti in una città non grande abbastanza per correrne le vie sicuro, cioè sconosciuto.
Ogni sua nota debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra.
Tutte le persone dello stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino.
Ognuno ha il suo destino quaggiù, ma, quand'è noto a tutti, si rincrudisce per un incontro, per un'occhiata.
Mai più si sare
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