UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 18
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Gli era stato detto che Maller era donnaiuolo, ma non gli era venuto in mente la supposizione fatta da Alchieri, perché, anche saputo dei costumi di Maller, la sua casa gli era apparsa circondata da un nimbo che non vi lasciava penetrare delle passioni umane che la superbia e la vanità.
Era stato difficile ad Alfonso d'immaginare l'amore in quelle stanze fredde, tenute per lusso, in gran parte non abitate, o meno ancora nella stanza coniugale di Maller ove, come gli aveva raccontato Santo, c'era ancora il letto della moglie, lasciato intatto dacché ci aveva agonizzato la giovine signora.
Bastò però il sospetto di Alchieri, un uomo che in quella casa non aveva mai messo piede, per toglierle quel nimbo, e la fantasia di Alfonso la popolò di amori delittuosi, resi più foschi dal lusso che li circondava.
Gli sembrava un delitto la seduzione di Francesca agevolata di troppo dalla posizione subalterna di costei.
Provò qualche cosa di simile alla gelosia al figurarsi quella figurina bianca e bionda gettata fra le braccia di quel freddo Maller, un'avventura che a lei ruinava la vita, a lui invece non costava niente e non aveva che il valore di un passatempo qualunque.
Egli non comprendeva quale parte in questo romanzetto toccasse ad Annetta.
Probabilmente aveva essa tentato di allontanare Francesca e non le era riuscito.
Per la prima volta sognò di divenire l'amante di Annetta.
La cosa gli pareva meno impossibile ora che la vedeva in mezzo a quelle tresche che non si curavano neppure di rimanere celate a lei; il sogno ne era reso più facile.
Non seppe però sognare di venirne amato, perché su quel volto calmo, marmoreo non sapeva immaginare l'espressione dell'affetto o del desiderio.
Fece un sogno da ragazzo vizioso.
Ella si abbandonava a lui fredda, per compiacenza o per vendicarsi di un terzo oppure per ambizione.
I suoi sogni sempre cominciavano col ricamare sul reale per poi allontanarsene completamente, e con facilità si figurava di valere tanto agli occhi di Annetta da venirne amato anche per ambizione.
Da solo non trovava la via per recarsi da Annetta.
L'invito che gli era stato fatto non gli sembrava abbastanza concreto e il primo mercoledì non vi andò dopo di aver cercato per tutta la settimana inutilmente Macario acciocché lo accompagnasse.
Quei suoi sogni su Annetta dovevano renderlo anche più timido pel timore di lasciarne trapelare qualche cosa.
Desiderava però di rivedere Annetta e più intensamente che non la prima volta allorché per lui si era trattato soltanto di farsi ben volere dalla figliuola del suo principale.
Ora l'amava! Quello doveva essere l'amore, il desiderio di una persona e di nessun'altra.
Egli sottilizzava sui suoi sensi agitati non potendolo su un sentimento qualunque che gli mancava.
Nei pochi giorni in cui aveva inutilmente cercato di soffocare i suoi desideri dando loro altra direzione s'era sentito diventare uomo, adulto.
Egli desiderava una donna, quella, e tutte le altre, per lui, per i suoi sensi, non esistevano.
Si rammentava degli appunti ch'egli aveva fatti alla figura di Annetta e ora si meravigliava di non aver subito compreso che l'originalità di quella figura e la sua bellezza erano precisamente formate da ciò ch'egli aveva qualificato per difetti.
Gli occhi poco neri! I capelli non abbastanza ricciuti! Annetta aveva una figura da Venere e quella testa con gli occhi azzurri, tranquilli, i capelli lisci quasi modestamente, era la testa dell'intelligenza.
Un bacio su quelle labbra che non sembravano capaci di corrispondervi doveva essere tanto più delizioso!
Quando al mercoledì susseguente s'imbatté in Macario il quale per incarico di Annetta gli fece i più forti rimproveri perché aveva mancato la settimana prima, Alfonso trasalì dalla gioia.
Veniva cercato, chiamato.
Poi anche Annetta gli fece dei rimproveri, dolcemente.
Gli disse che Macario le aveva raccomandato di non intimidirlo:
- Altrimenti la sgriderei.
Ha proprio da essere timido anche con me? Le faccio paura?
Queste gentilezze lo commossero però meno di quelle ch'ella gli aveva fatto pervenire per mandato.
Avendola dinanzi agli occhi dimenticava i suoi sogni.
Ella era tutta intenta alla formazione della sua società letteraria e la sua naturale freddezza, che nel ricordo poteva pigliare l'aspetto di qualità secondaria, là invece era imponente e dava il colore a tutte le altre qualità sue.
Non era una donna quando parlava di letteratura.
Era un uomo nella lotta per la vita, moralmente un essere muscoloso.
Si stava bene in quel salotto specialmente perché fuori era scoppiata veemente la bora che in poche ore aveva spazzato via ogni ricordo dell'estate.
Alfonso e Macario trovarono Spalati venuto poco prima; Fumigi e il dottor Prarchi vennero subito dopo.
Il dottor Prarchi fece deviare il discorso dalla letteratura ove era caduto, raccontando del suicidio di un cassiere ch'essi tutti avevano conosciuto.
Si trattava di uomo ch'era vissuto molto modestamente e che non aveva avuto altro torto che di frequentare persone troppo più ricche di lui.
Ad onta della sua moderazione ciò era bastato a ruinarlo.
Prarchi terminò la descrizione con una sentita parola di compassione.
Egli aveva anche veduto il corpo del suicida.
Annetta si strinse nelle spalle con sdegno: - Peggio per lui! - Il tipo non le era simpatico; forse temeva che suo padre s'imbattesse in uno che gli somigliasse.
Alfonso si trovava veramente in lotta con Fumigi per poter rivolgere la sua attenzione alla conversazione generale.
L'ometto gli si era cacciato accanto e lo interrogava sui suoi studî.
Dovevano avergliene parlato molto perché il matematico lo ammirava, gli faceva la corte.
Voleva sapere come avesse disposto l'orario per poter dedicare giornalmente a quegli studî una o più ore.
Diceva di non aver saputo avere questa regolarità nelle sue occupazioni e di crucciarsene perché soltanto lo studio sistematico apportava qualche utile, non quello fatto a sbalzi.
Tutta l'attenzione di Alfonso era rivolta ad Annetta.
Per quanto in sua presenza non sentisse desiderî ne era tuttavia preoccupato.
Anzitutto era quasi addolorato di non sentirli e cercava di provocarli; studiava quel volto per vedere di metterci l'espressione della passione che mancava a far perfetto il suo sogno.
Era mal scelto il momento, immediatamente dopo l'espressione spietata che le era sfuggita a proposito del suicidio di quel cassiere.
Gl'imponeva o almeno così gli parve di dover definire il rispetto che gl'impediva di notare quanto di falso, di affettato ci fosse nel suo contegno.
Quando Macario per la prima volta gliel'aveva descritta, quella donnetta che si era sentita nascere improvvisamente una vocazione aveva destato la sua ilarità, per quanto da questa vocazione egli venisse avvantaggiato.
Era ridicolo anche quell'apparato, quei preparativi per formare a sé d'intorno una società letteraria, e se egli non ne rideva non era per il nuovo suo sentimento.
Egli scorgeva con facilità il lato ridicolo o falso nelle opere altrui, ma spesso gli accadeva di non saperne ridere perché per la soggezione in cui con facilità lo tenevano persone a lui del resto inferiori finiva col dubitare di sé, della giustezza del proprio sentimento o del proprio giudizio.
Anche qui non si trattava d'altro.
In Annetta gl'imponeva la mancanza di dubbî, la sicurezza, l'incuria dell'impressione che potesse produrre in altri il suo contegno, infine l'aspetto di superiorità da persona che non si sente diminuita da nessuna inferiorità e magari nella stessa cosa in cui vuole eccellere, inferiorità di solito avvilente.
Prarchi parlò di un suo romanzo naturalista.
- Rimarrò medico - diceva - anche essendo romanziere.
Si tratta di studiare un lento corso di paralisi progressiva.
I medici cominciano a studiarla quando è già completa; io invece allora l'abbandonerò.
La studierò nel suo formarsi.
Carattere da paralitico, organismo da paralitico, idee da paralitico e che arrechino dei disturbi alle persone che lo contornano e...
il romanzo è fatto.
- Sì - esclamò Annetta - il romanzo sì, ma il successo?
Ad Alfonso, che ne aveva qualche pratica, parve di poter arguire dalla descrizione di Prarchi che del romanzo ch'egli descriveva nulla ancora avesse fatto e che anzi giusto allora ne avesse avuto la prima idea.
Prarchi era un giovane forte senz'esser grasso.
Non bello, aveva la testa grande quasi calva e sul largo volto piccoli mustacchi di un biondo troppo chiaro.
Fumigi avrebbe dovuto riuscire più simpatico ad Alfonso e prima di tutto perché quella sera dirigeva di preferenza a lui la parola.
Ciò però avveniva soltanto perché parlava malvolentieri ad alta voce e stava piuttosto cheto, la personcina magra poggiata allo schienale della seggiola, ascoltando attento e dicendo la sua parola di rado a bassa voce e diretta al suo vicino.
I capelli della testa aveva grigi, dei mustacchi e della barbetta ancora neri.
Alfonso penava per mettere la sua parola nel discorso generale e non gli riusciva.
Fino ad allora Annetta aveva dovuto ammetterlo per letterato sulla raccomandazione di Macario.
Egli non aveva saputo darne alcuna prova.
Proprio quando si era sul punto di congedarsi comparve Francesca.
Era pallida ma tranquilla.
Strinse con effusione la mano ad Alfonso e gli chiese notizie di casa sua.
Alluse con un sorriso, che ad Alfonso parve triste, alla lettera ch'ella aveva scritta alla signora Carolina.
Sapeva dunque dell'incarico da lui ricevuto da Maller.
Annetta le rivolse la parola dandole del lei e Alfonso cercava di rammentarsi se prima non le avesse udite trattarsi con maggior famigliarità.
Sulle scale, alla domanda fattagli da Prarchi sulla ragione che poteva aver fatto desiderare alla signorina Francesca di abbandonare la casa Maller, Macario rispose:
- Donne!...
- con grande disprezzo.
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XI
Da allora Alfonso fece visita ad Annetta regolarmente ogni mercoledì.
Macario lo aveva avvisato che poteva avvenire che un mercoledì o l'altro trovasse Annetta con opinioni e gusti del tutto mutati e la letteratura abbandonata, ciò che avrebbe significato anche la cessazione di quelle riunioni.
Alfonso vi andava temendo di trovare avverata la predizione di Macario.
Ci teneva molto a quella riunione altrettanto per la soddisfazione di vedere Annetta che per quella della sua vanità.
In ufficio si sapeva che egli frequentava la casa del principale e veniva trattato con maggiore rispetto dai superiori.
Anche il contegno di Cellani ne venne modificato.
Più gentile non poteva divenire ma divenne più famigliare.
Non pareva che Annetta fosse vicina a dare compimento alla profezia di Macario e sempre più si esaltava per i suoi nuovi studî.
Ogni settimana poteva raccontare di aver pensato qualche cosa di artistico, letto qualche libro che con le esagerazioni del neofita ella dichiarava il più importante nel genere, quando, per capriccio o avendovi scorto una parte più debole, non lo demoliva, e ciò sempre col suo abituale tono di competenza, ma spesso trovando detti spiritosi o giudizî acuti che non avevano che il difetto di non trovarsi tutti in buona armonia fra di loro.
Ospite insolito una sera venne Cellani.
Era probabilmente la prima volta che compariva in quella compagnia perché Annetta dovette presentargli Spaiati.
Non si trovò a disagio da quanto Alfonso poté giudicare.
Non parlò affatto ma stette a udire con grande attenzione.
Una volta in una discussione venne chiesto del suo parere.
Egli si rifiutò a dirlo sorridendo e asserendo di non averne.
Con Annetta sembrava avesse rapporti molto amichevoli.
Per quella sera ella si occupò principalmente di lui con cortesia attenta tanto, che diveniva dimostrazione di un affetto rispettoso.
Prarchi interveniva meno spesso a quelle serate perché molto occupato.
Fumigi mancava di rado, ma il più assiduo era Spalati.
Come l'aveva detto Macario, Spalati era anzitutto un bell'uomo, una figura erculea accanto alla quale Alfonso pur alto e non magro doveva scomparire.
Ad Alfonso non era simpatico.
Rimproverava a Spalati la pedanteria, ma l'odiava per gelosia.
Ne aveva qualche ragione.
Spalati era il più innanzi nella confidenza di Annetta.
Per circa un anno le aveva impartito delle lezioni di letteratura italiana e aveva saputo arrivare ad avere con essa la confidenza dell'insegnante, senza seccarla con troppa dottrina.
La lasciava parlare, stava ad ascoltare, approvava o leggermente modificava, sempre contento di venir trattato da pari a pari.
Sentendosi sempre inferiore con la sua parola impacciata, Alfonso ebbe degli assalti violenti di gelosia, tempeste in un bicchier d'acqua.
Al di fuori nulla trapelava per la forzata abituale sua riserva nell'espressione dei suoi sentimenti, la quale tanto maggiore diveniva quanto più forti erano.
Una sera se ne andò via prima dicendo di essere indisposto.
Voleva dimostrare il suo malumore e si adirò che nessuno lo comprendesse, che tutti credessero nella sua malattia.
Gironzò per le vie della città malcontento degli altri e di sé.
Avendo l'abitudine quando era agitato di monologare, doveva accorgersi del ridicolo che c'era nella sua ira.
Anche nel sogno più astratto una parola precisa pronunziata richiama alla realtà.
Egli era giunto a desiderare Annetta, amarla, esserne geloso; ella invece sapeva appena appena quale suono avesse la sua voce.
Con chi doveva prendersela? Lo aveva offeso più di tutto la stretta di mano di congedo ch'ella gli aveva dato freddamente e tenendo gli occhi rivolti a Spalati che continuava a parlare! Avrebbe forse voluto ch'ella si mettesse a meditare sulle cause dell'improvviso pretestato malessere? Un malessere infine non poteva dire nulla quando prima nulla era stato detto per spiegarlo.
Poteva capitare a Spalati e andandosene neppure costui avrebbe potuto ottenere altro che l'augurio di buona salute.
Ironizzando su se stesso si trovò piccolo e malaticcio coi suoi desiderî tanto sproporzionati al possibile, perché egli aveva sognato di venir amato da Annetta!
Voleva abbandonare il giuoco! Era l'unica via che gli restasse aperta.
Non avrebbe fatto più di quelle visite! Era tempo perduto, prima quello che passava in quella casa e poi dell'altro fuori, per l'agitazione in cui quelle visite lo ponevano.
Lo avvilivano! S'era messo in una lotta in cui doveva soggiacere, lui non capace di parlare per piacere ma solo per farsi comprendere, e doveva soggiacere anche per le condizioni in cui si trovava poco atte a sedurre della gente ambiziosa come era quella con cui aveva a fare.
Con una scusa qualunque, anzi procurando di non farla credibile, si sarebbe astenuto dal rimettere più piede in casa Maller.
Erano quelle visite che lo avevano fatto deviare dai suoi propositi ferrei di lavoro continuato e senz'accorgersene l'ambizione, nata in lui da poco, andava mutandosi in vanità, il desiderio di venir tenuto da più di quanto non fosse.
Gli parve di essere già ritornato alla serietà di propositi che aveva avuta altre volte quando era frequentatore assiduo della biblioteca civica, ma col pensiero ricorreva alla casa donde usciva e sognava scene in cui veniva scongiurato di ritornarci.
Ci ritornò senz'esserne pregato, unicamente perché alla mattina del mercoledì Macario passando gli aveva gridato:
- A questa sera, eh!
Gli otto giorni gli erano sembrati lunghissimi, un intervallo di tempo pieno di avventure, mentre nella sua vita realmente nulla era avvenuto.
Aveva pensato soltanto di aver già portato a compimento il suo proposito e sognato mille conseguenze da qualche suo atto energico.
Poi s'era trovato libero di ritornare indietro o meglio di rimanere dove era e ne era stato felice.
Quegli otto giorni gli rammentarono la sua avventura con Maria.
Questa volta il caso e nient'altro gli aveva impedito di fare qualche passo inconsiderato che avrebbe rotto la sua relazione con Annetta.
Se l'avesse rotta, che cosa gli sarebbe rimasto? Sarebbe ridivenuto l'umile impiegatuccio di Maller e alle sue ire niuno avrebbe badato.
Si presentò in casa di Annetta una mezz'ora prima del solito e fu premiato della sua risoluzione perché per la prima volta trovò Annetta sola.
Tutti s'erano fatti scusare, meno Macario ch'era ancora atteso.
Annetta disse che supponeva non avessero saputo rinunziare ad una festa cittadina e dimostrò la sua gratitudine ad Alfonso dicendogli con dolcezza ch'era lui ad aver torto d'essere venuto a chiudersi in una stanza melanconica.
- Melanconica, no, certo no! - assicurò Alfonso guardandola arditamente.
Se ella non avesse mai saputo di essere bella, l'occhiata di Alfonso sarebbe bastata ad apprenderglielo.
Egli confessò candidamente ch'era la prima parola che udiva di una festa cittadina per quel giorno.
- Tanto solitario vive? - chiese Annetta sorpresa.
S'erano seduti sul canapè accanto alla finestra, il luogo più illuminato della stanza.
Attraverso ai pesanti cortinaggi entravano vieppiù mitigati i colori del tramonto.
Nella contrada parallela alla via dei Forni passava la banda cittadina.
Non si udivano che le note dell'accompagnamento e il rombare della grancassa.
Stavano zitti a udire.
- Chissà che cosa suonano? - disse Annetta e spalancò la finestra.
La brezza gonfiò i cortinaggi e il suono acuto di una trombetta portò la melodia che era mancata.
Udirono anche per un istante il susurrio della gente dietro alla banda.
Ridendo Annetta volse la faccia ad Alfonso rimanendo piegata sul davanzale:
- Che fra questa gente vi sieno anche i nostri serî amici?
Dalla luce ove ella era, non poteva scorgere nella penombra Alfonso che l'ammirava senza ritegno.
Anche il mezzo lutto, il grigio era scomparso.
Era vestita di bianco di lana molle e un cordone nero alla vita.
Ad onta del loro sviluppo, le forme di Annetta erano molto caste, virginali, con quella schiena rigida, incavata verso il collo, e la faccia bianca con i tratti marcati dell'intelligenza e dell'attività.
Gli disse di venire anche lui alla finestra ove si respirava molto bene quella brezza nella quale s'era mutata la bora violenta della settimana prima.
La via era quasi deserta e soltanto su una cantonata c'era un gruppo di persone che guardava all'altra strada.
- Mi verrebbe quasi quasi voglia di andarci anch'io, - disse Annetta.
Alfonso era tutto intento a percepire il contatto del suo braccio su quello di Annetta, stuzzicando come al solito il suo desiderio; fece un movimento arrischiato per aumentare la dolce pressione e fu il suo ardire che gli cacciò il sangue alla testa non il contatto col braccio di Annetta poiché nulla aveva di differente da quello di un corpo senza vita.
Probabilmente Annetta non s'era accorta del suo ardire.
Dapprima furono impacciati perché erano vissuti troppo poco insieme per poter trovare con facilità un argomento che ugualmente li interessasse.
Quando però l'argomento fu trovato, per la prima volta in quella stanza, la voce di Alfonso echeggiò tranquilla, sonora, e per la prima volta Annetta udì sue frasi compiute.
Se non sapeva discorrere con più persone, Alfonso almeno sapeva dialogare.
Sorridendo Annetta gli aveva chiesto:
- E la sua nostalgia? Me ne hanno parlato molto!
- Non esiste più! - rispose Alfonso.
La voce a sua sorpresa era soda, tranquilla.
Quella prima frase rimase però ancora mozza perché egli avrebbe voluto fare un complimento e dire che in quel preciso momento non esisteva.
Tutta la sua disinvoltura non bastava a fargli dire cosa ardita; piuttosto avrebbe potuto permettergli di farla.
Una delle affettazioni di Annetta dacché s'era data alla letteratura si era di far mostra di pigliar interesse a tutto e di voler conoscere i moventi di ogni cosa.
Gli chiese di spiegargli che cosa fosse la nostalgia.
- È difficile! - cominciò Alfonso - ma qualche cosa credo di poterne dire.
Raccontò che prima di tutto era una malattia organica perché soffrivano i polmoni per la differenza dell'aria, lo stomaco per la differenza dei cibi, i piedi per la differenza del selciato.
Quello che però rinunziava a descrivere era l'intensità del desiderio di rivedere i luoghi che si erano abbandonati, un muro nero, una via tortuosa col canale nel mezzo, infine una stanza incomoda mal riparata dalle intemperie; e non si poteva descrivere l'aborrimento per il palazzo in cui si abitava, alludeva a quello della banca, la via grande, spaziosa, e persino il mare:
- In quanto alle persone poi...
è la stessa cosa.
- E me odiava molto?
- Odiarla no! ma avrei voluto essere molto lontano da lei, tanto lontano da essere a casa mia, e non soltanto per essere là, ma anche per non essere qui.
Temette che quel passato che descriveva con sincerità non sembrasse abbastanza passato e aggiunse delle spiegazioni.
Egli odiava tutte le persone che si credeva obbligato di trattare in un dato modo; gli piaceva la libertà, e anche quelli che non erano suoi pari voleva poter trattare come tali.
Ah! era così bello parlare da pari a pari con Annetta.
Sentiva la dolcezza di confidarsi a lei con libertà come se monologasse e questa dolcezza diede colore alla sua parola che, per quanto impacciata, fino ad allora era stata da letterato, ricercata e fredda.
Annetta lo ascoltava sorpresa.
Quel giovane sapeva dunque anche parlare oltre che studiare?
Ella gli spiegò che quando si desiderava qualche cosa nella vita bisognava sapersela conquistare.
Alfonso riconobbe l'idea dominante di Macario.
- Non è difficile di conquistare la mia amicizia.
È la prima volta che parla con me.
Non se ne sarà accorto, ma è quasi sempre muto.
Non era poi mio ufficio di farla parlare.
Rise togliendo così alle sue parole tutto ciò che avrebbero potuto avere di offensivo.
Anche Alfonso rise trovando comico quell'uomo che attendeva di venir fatto parlare.
Furono queste le prime idee che diedero ad Annetta l'intenzione di fare un romanzo insieme.
Quel caratterino che le si rivelava con tale ingenuità le sembrò meritevole di venir descritto.
Disse con semplicità quale fosse la prima idea venutale improvvisamente, ed era certamente migliore delle modificazioni posteriori.
- C'era una volta un giovinetto che venne da un villaggio in una città e il quale s'era fatto delle idee ben strane sui costumi della città.
Trovandoli in fatti differenti da quanto aveva ideato si rammaricò.
Poi ci metteremo un amore.
Ella è stato talvolta innamorato?
- Io...
- e unicamente per la paura gli batté più forte il cuore.
Aveva avuto l'intenzione di fare una dichiarazione.
Annetta fece accendere da Santo il gas e Alfonso fu nello stesso tempo abbacinato dalla luce e messo in istato di misurare quanto falso fosse il passo ch'egli stava per fare.
Annetta era sempre la stessa; dava seccamente degli ordini a Santo il quale, e c'era da meravigliarsene, li eseguiva muto.
Ella lo fece sedere al tavolo.
- Ci occorrerebbe penna e calamaio...
ma preferisco affidarmi per le prime idee alla memoria.
Metteremo poi il nero sul bianco.
Come farebbe dunque lei a svolgere questo romanzo?
- Bisognerebbe riflettere a lungo.
- Ci vuole tanto? Racconteremo la sua vita, - e qui si trovava ancora perfettamente nella prima idea.
- Naturalmente invece che impiegato la faremo ricco e nobile, anzi soltanto nobile.
La ricchezza serbiamo per la chiusa del romanzo.
Con un solo balzo leggiero la prima idea era stata abbandonata del tutto.
- Bisognerebbe lasciar tempo all'immaginazione!
- Ah! sì! - disse Annetta con la sorpresa di uno scolaretto cui venisse ricordata una massima dimenticata.
- Sa cosa faremo? Ognuno per suo conto, indipendentemente del tutto dall'altro, metterà in carta le sue idee.
Poi le confronteremo e ci metteremo d'accordo.
La proposta piacque immensamente ad Alfonso ed ebbe delle espressioni di gioia tanto ingenua che fece sorridere Annetta dalla compiacenza.
Gli balenarono alla mente alcune buone idee per il romanzo ch'egli riteneva di aver compreso come dovesse essere per risultare conforme al desiderio di Annetta.
Non vedeva che queste piccole buone idee, non il tutto.
Non pensava del resto alla stampa e al pubblico.
Per il momento non mirava ad altro che a fare buona figura con Annetta.
Parlarono dei lavori che fino allora avevano fatto.
Annetta descrisse un suo romanzo, la biografia di una donna unita a un uomo non degno di lei.
Si trattava di un'anima d'artista che col tempo faceva sì che il carattere del marito mutasse, e i due finivano coll'intendersela e vivevano insieme per molti anni in una felicità perfetta.
Ad Alfonso l'argomento non piaceva, ma Annetta accentuava che non poteva dire tutto quanto aveva scritto, che qui aveva descritto con grande accuratezza un paesaggio, là un'abitazione e Alfonso si mise ingenuamente ad ammirare quello che non c'era.
Alfonso descrisse il suo lavoro sulla morale.
Parlandone gli pareva di averlo fatto tutto e seguendo un sistema opposto a quello di Annetta descrisse anche quello che non aveva fatto.
Le indicò il nocciuolo dell'opera, la negazione anzitutto della morale come tutti l'intendono fondata su una legge religiosa o sul bene individuale.
- Se in una società fondata sulle nostre idee morali, - disse Alfonso - si trovasse un individuo avente l'energia di porsi al disopra di tutte queste idee, starebbe meglio di tutti, naturalmente avendo l'intelligenza superlativa occorrente per agire con astuzia e abilità nelle circostanze anormali nelle quali ben presto si troverebbe.
Annetta lo guardava meravigliata della singolare arditezza di tale assioma esposto con quella voce ch'ella fino a poco tempo prima non aveva udito che in un balbettio timido e tronco.
Poi, con meno parole e meno energia, egli parlò anche del nuovo fondamento ch'egli voleva dare alla morale.
L'esposizione della prima parte del suo lavoro aveva fatto impressione e non poteva sperare di ottenere un effetto eguale con l'altra in cui non si trattava di annientare delle leggi ma di fabbricarne, cosa noiosissima.
La gioia di vedersi legato in qualche modo ad Annetta fu tale che credette di poter correre a casa e stendere alla brava tutto l'argomento di un romanzo, fissandone anche i capitoli.
Era cosa sorprendente quella di essere divenuto tutto ad un tratto il collaboratore di Annetta, e quando ripensava ai sentimenti per lui che nella settimana precedente egli le aveva attribuiti, gli sembrava cosa addirittura incredibile.
Se si fosse imbattuto subito in Macario gli avrebbe gettato le braccia al collo per ringraziarlo della grande felicità di cui gli andava debitore e con l'espansione che dà la felicità gli avrebbe raccontato della proposta di Annetta e del valore ch'egli attaccava a tale proposta.
Intanto quella stessa sera una parte del suo entusiasmo venne raffreddato.
Stese l'argomento nel minimo spazio possibile: "Un giovane nobile impoverito viene a cercare fortuna in città...
perseguitato dal principale e dai compagni...
amato da costoro perché con atto intelligente salva la casa da grossa perdita...
sposa la figlia del principale." L'argomento in sé non era originale di molto, ma quello che più gli dispiacque fu la chiusa del romanzo che da Annetta non era stata neppure proposta per quanto naturalmente derivasse dalle premesse.
Quel matrimonio poteva sembrare una proposta e allarmare Annetta rendendolo sospetto di scopi simili a quelli del loro eroe.
S'accorse inoltre, allorché ebbe la penna in mano, che non sapeva per bene che cosa veramente Annetta volesse.
S'erano ambidue accontentati di mezze parole, egli perché nella sua felicità non s'era rammentato della cosa insignificante ch'era il romanzo, Annetta forse perché tanto inesperta da non sapere tutto quello che occorreva per fare un romanzo.
Si rivolse a Macario pregandolo di comunicare i suoi dubbî ad Annetta.
Macario aveva l'accesso libero in casa Maller e poteva parlare con lei prima del mercoledì.
Ma Macario parve ne avesse poca voglia.
Non celò la sua sorpresa all'udire della loro intenzione di fare un romanzo in collaborazione.
Quantunque Alfonso si fosse già moderato, avesse compreso che non era dignitoso di dimostrare troppa gioia e gli sembrasse anche che gli era riuscito di apparire molto freddo, Macario lo guardò con un cattivo sorriso ironico dicendogli:
- Le mie congratulazioni!
Alfonso accompagnò Macario al suo ufficio.
Macario sembrava molto distratto e quando egli gli disse con serietà che si sentiva onorato dalla proposta di Annetta e che voleva corrispondere a tanta fiducia con un lavoro continuo e accurato, Macario si coprì la bocca con la mano come se avesse avuto da celare uno sbadiglio.
Alfonso era abbastanza buon osservatore per non credere a quello sbadiglio; aveva veduto sotto la mano la bocca aperta ma inerte, non contratta dal movimento istintivo.
Macario era geloso! Tanto la distrazione quanto lo sbadiglio erano affettati, intesi a nascondere un'ira, un dolore.
Alfonso continuò a parlare col medesimo calore perché quando s'accorgeva di qualche cosa che gli si voleva nascondere, sua prima cura era di dissimulare d'essersene accorto.
- Mi faccia il piacere di dire alla signorina Annetta ch'io sono disposto a cominciare subito il lavoro, ma che mi occorrerebbe di sapere un poco più precisamente quello che ho da fare.
- Va bene! - disse Macario che ad Alfonso sembrò un poco più pallido del solito - quando avrò l'occasione di vederla, glielo dirò.
Gli dispiacque di aver parlato con Macario.
Certo era che sull'amicizia di Macario egli non poteva più contare.
Forse Macario non amava Annetta, Alfonso non poteva saperlo, ma era geloso di lui anche se solo per carattere geloso.
Egli non aveva capito prima questo carattere perché era la prima volta che a Macario poteva aver dato ragioni di gelosia.
Per il suo spirito e per la sua posizione sociale, Macario doveva essersi sentito sempre superiore a lui, ed era probabilmente appunto per avere più di spesso la soddisfazione di sentire e far sentire tale superiorità che aveva ricercato la sua compagnia.
Probabilmente Macario lo aveva portato in casa Maller supponendolo tanto timido da non poter giungere giammai alla confidenza e all'amicizia di Annetta.
S'era dunque confidato ad un nemico e già gli aveva dato la possibilità di nuocergli, perché era probabile che Annetta desiderasse non si risapesse del loro progetto.
Per quanto avesse voluto simulare freddezza, la sua gioia doveva essere trasparita e Macario era uomo capace di descriverla con esagerazioni ad Annetta.
Lo vedeva riferire qualche frase sollevando quella sua mano talvolta più maligna della sua lingua e si figurava che bastasse per togliergli l'amicizia di Annetta, conquistata con tanta fatica.
Si rammentava come era stato trattato quell'impiegato che aveva osato di corteggiare Annetta.
Anche quegli otto giorni furono poco aggradevoli, perché il timore di venir tacciato di poca delicatezza gli tolse la gioia dell'improvvisa amicizia di Annetta.
Aveva atteso inutilmente di giorno in giorno qualche comunicazione da Macario in risposta alla domanda che gli aveva fatta; dunque costui non si curava neppure di celare il suo malvolere! Sembrava lo evitasse, perché in tutta la settimana non gli riuscì di vederlo.
Si recò da Annetta ansioso di apprendere come si fosse contenuto Macario; lo avrebbe appreso dall'accoglienza che gli sarebbe stata fatta.
Era adunata nel tinello tutta la compagnia composta di Fumigi, Spalati, Prarchi e Macario, e vi rimase per una mezz'ora anche Maller.
Macario salutò Alfonso con un sorriso non cattivo, Annetta gli strinse la mano con calore.
La sua amicizia non era diminuita dall'ultimo mercoledì.
Alfonso venne portato improvvisamente ad altre idee ma non poté neppure gioire di essere stato tolto alle sue preoccupazioni perché la presenza di Maller lo disturbava, per quanto ne avesse avuto una stretta di mano amichevole per saluto.
Francesca sedeva in disparte sul canapè, con un ricamo in mano.
Alfonso la salutò andando a lei che si alzò per dare maggior calore alla sua parola come sempre asciutta e alquanto brusca.
Non si trovava mai in imbarazzo la signorina Francesca.
Egli l'aveva udita parlare amichevole e allegra oppure irritata, sempre però brevemente con un fare deciso da persona che non si lascia imporre.
Maller sedeva alla destra di Annetta, Spalati alla sinistra.
Costui era sempre seduto accanto ad Annetta e sembrava che molto ci tenesse.
Alfonso, quantunque più degli altri turbato dalla presenza di Maller, poté notare quanto costoro mutassero il loro contegno per tale presenza.
Era l'epoca in cui quando si parlava di letteratura necessariamente si discuteva di verismo e di romanticismo, comoda questione letteraria a cui tutti potevano prendere parte.
Maller era partitante del verismo, però, volendo sembrare piuttosto spiritoso che dotto, confessava che i veristi gli piacevano più che altro perché non erano morali.
Del resto faceva mostra di disprezzarli perché pensava che coi loro metodi fosse facile di giungere alla popolarità.
Spalati, di cui le massime, per quanto Alfonso ne sapesse, non dovevano troppo bene accomodarsi ai gusti di Maller, trovò subito il punto di vista dal quale poteva consentire al giudizio di Maller:
- Sì, ella che legge unicamente per diletto ha ragione di trovarci gusto.
Prarchi volle fare troppo.
Volle provare a Maller, che lo negava, che il piacere che trovava a leggere quegli autori immorali derivava da un senso artistico inconscio.
- Ella crede di amarli per la ragione che dice, ma è certo che, senza ch'ella se ne accorga, sono i pregi artistici di quei libri che glieli fanno piacere.
- Sarà come ella dice, - disse Maller che sembrava di non comprendere che i due letterati facevano del loro meglio per lusingarlo - non capisco però perché certe pagine, che io mi so, più mi piacciano.
Saranno forse le più artistiche.
Se aveva compreso che lo si voleva adulare, derideva allegramente gli adulatori.
Quando Maller aveva cominciato a fare le sue confessioni letterarie, Annetta disse ad alta voce ad Alfonso:
- Stia attento perché ne sentirà delle grosse.
Alfonso stette meno attento precisamente perché agitato dalla frase che in quel generale discorrere gli perveniva come un regalo inaspettato.
Maller ben presto si alzò e salutò tutti con un inchino.
Si diresse verso Francesca seguito dallo sguardo attento di Alfonso.
Sembrava che Francesca non si accorgesse ch'egli si avvicinava, ma quando le fu vicino, senza curarsi di affettare sorpresa, alzò gli occhi dal lavoro, lo guardò calma e gli stese la manina ch'egli altrettanto calmo strinse nella sua:
- Perché si rovina la vista facendo di tali lavori?
Ella ritirò la mano ch'egli ancora avrebbe trattenuto:
- Non mi fa male.
Quando Maller passò ancora una volta dinanzi al tavolo per uscire, gli uomini si alzarono per salutare.
L'unica che alla sua uscita non aveva né da sentirsi sollevata né da mutare contegno era Annetta.
Soltanto all'atto di congedarsi, Annetta sottovoce chiese ad Alfonso a che punto fosse il romanzo.
- Non ho saputo far nulla perché c'è il guaio che ancora non so che cosa fare.
Dopo aver riflettuto per un istante, Annetta gli disse a bassa voce:
- Venga domani alle sette; può?
- Certo! - e si sentì battere il cuore.
Così a bassa voce si davano anche gli appuntamenti amorosi.
1
08
XII
Alfonso venne accolto da Santo sulle scale.
- L'attendevo, - disse costui sorridendogli con grande amicizia.
Lo trattava con rispetto, lasciandogli il passo alle porte e inchinandoglisi profondamente dopo di avergli aperta la porta della biblioteca.
Anche alla banca coglieva ogni occasione per provargli la sua deferenza.
In biblioteca trovò Annetta e Francesca, questa sul suo eterno ricamo, quella scrivendo.
- Facevo il primo abbozzo, - gli disse Annetta.
- Venga, venga, mi aiuterà perché da sola non ci riesco.
Gli pose d'innanzi la carta, piccola e elegante carta da lettera, e una penna.
- Starà maluccio ma il posto è sufficiente quando c'è tanta voglia di fare come da noi due.
Il tavolo era troppo basso e non c'era posto perché ella non s'era curata di asportare giornali.
Francesca supplì alla dimenticanza di Annetta.
- Capisco che se non vi aiuto, da soli non ne verreste a capo.
Prese un fascio di giornali e lo gettò in un canto.
Sembrava che le relazioni fra le due donne fossero migliorate.
Francesca non aveva più l'aspetto da sofferente quantunque sul suo volto, ch'era sempre pallido, soltanto le labbra fossero meno bianche, e Annetta non evitava di rivolgerle la parola.
- Bada di non voler mettere la tua idea nel romanzo, perché si può ammettere di fare un romanzo in due ma non in tre.
Avevano anzi il desiderio di rivolgersi la parola di spesso come due persone che ad ogni istante bramano di rammentarsi che non si tengono più il broncio.
- Un paio di parole di prefazione! - disse Annetta con qualche gravità.
- Vorrei spiegarle il metodo che penso si dovrebbe seguire nel lavoro per non lasciarvi troppo chiare le traccie di due menti, di due intenzioni differenti.
Naturalmente che prima di tutto bisognerà far sì che le due intenzioni sieno meno differenti che sia possibile.
Sarà la cosa più difficile, ma con qualche concessione da una parte e dall'altra credo che ci si arriverà.
In quanto al metodo, bisognerà semplicemente dividere il lavoro.
Con mano nervosa tracciò dei cerchi sulla carta che aveva dinanzi per render chiara quest'idea della divisione.
Aveva però delle esitazioni, almeno essa lo asseriva, per spiegare come la divisione dovesse venir fatta nel caso concreto, perché temeva che la parte ch'ella gli riserbava fosse trovata da lui inferiore di troppo.
- Dica senza riguardi, - le disse Alfonso con un sorriso e arrossendo, - di lavorare m'importa assai, ma non tanto da farmi dimenticare ch'è già un onore per me di essere stato chiamato a suo collaboratore.
Il complimento non era stato detto male e Annetta ringraziò.
- Ecco, ella ha idee buone, questo lo sappiamo, e a lei daremo da proporre e sviluppare idee.
Io che conosco meglio la società farò il dialogo e farò la descrizione.
Ella visse già sempre fra libri.
Anche quest'osservazione era stata fatta per consolarlo di avergli negato la conoscenza della società.
Molto lusingato, Alfonso accettò la proposta.
Ogni singolo capitolo doveva venir fatto da lui prima e poi rifatto da Annetta.
- Spero almeno di essere da tanto di poter riconoscere e lasciare intatte le buone idee.
- Più modesta non si poteva essere.
- Oh! questo è stabilito! - ed ebbe un sospiro di soddisfazione come se con ciò parte del romanzo fosse stata terminata.
- Passiamo ora a stabilire il soggetto!
Anche qui bisognava fare delle premesse.
Era necessario tenersi presente, avvertì Annetta, che a loro occorreva il successo.
Avrebbero pubblicato con uno pseudonimo ma, se non c'era il successo, il piacere di tale pubblicazione sarebbe stato troppo piccolo.
Non desideravano la gloria futura e non pensavano affatto alla posterità, ma volevano il pronto successo.
- Anche per raggiungere questo successo io so il metodo.
Non ci vuole mica tanto, sa! Sono stata ad osservare per qualche anno quali opere avessero riportato il maggior successo a teatro o nel mondo dei lettori ed ho trovato che tutte erano fatte secondo la stessa ricetta: L'orso domato.
Fa poco che l'orso sia uomo o donna, bisogna che venga domato per forza di amore.
Anche Alfonso dovette convenire che gli era già accaduto di commuoversi su lavori siffatti, commozione però che mai non aveva diminuito il suo disprezzo per il lavoro e per l'autore.
Non era però il momento di far mostra di tale disprezzo.
Giammai Annetta non gli era piaciuta tanto.
China a scrivere, i capelli bruni, lisci, ravviati semplicemente, nella mano leggiadra la penna, la vedeva per la prima volta del tutto dimentica della sua bellezza, noncurante di piacere o meno, le labbra chiuse e la fronte increspata, la testa nobile in nobile atteggiamento.
Tutto accettò Alfonso.
Con rapidità fenomenale ella aveva steso l'indicazione in succinto del contenuto dei primi dieci capitoli, poi, in due parole, l'idea generale degli altri.
Egli non vi scorgeva né una posizione né un'idea originale, ma dinanzi al primo entusiasmo di Annetta ogni più piccolo dubbio sarebbe sembrato offensivo.
Del resto gli sarebbe sembrato prematuro di dare dei giudizii; l'esecuzione poteva migliorare il soggetto.
Quando si trovò solo dinanzi al lavoro che s'era obbligato di fare ne sentì anche più fortemente la volgarità.
L'orso era di genere femminino questa volta.
Annetta aveva proposto il romanzo di una giovine nobile che per essere stata tradita da un duca, nella prima ira, acconsente di sposare un ricco industriale.
Non lo ama però e lo tratta con disprezzo.
La virtù e l'alterezza dell'industriale, un brav'uomo di una robustezza di muscoli grande quanto la mitezza del suo carattere, finiscono col trionfare dell'avversione della moglie e i due vivono felicemente insieme per lunghi e lunghi anni.
Nell'abbozzo di Annetta erano segnate delle "scene" là dove le sembrava di avere dei punti di grande effetto, e così somigliava anche maggiormente all'abbozzo di una commedia, la commedia di ogni sera.
Però il primo capitolo quantunque saltasse a piè pari in argomento, perché Annetta diceva che le lunghe preparazioni annoiano il pubblico, era indicato con parole tanto poco precise che Alfonso poté farne un capitolo di suo gusto.
"Clara, una contessina, apprende che il duca sposa la figliuola di un bottegaio; sua disperazione." Bisognava raccontare i precedenti di tale situazione ed era quindi un altro romanzo in cui Alfonso aveva la mano libera.
In poche parole espose lo stato d'animo della madre che riceve l'annuncio del matrimonio del duca e ne dà comunicazione alla figlia non sapendo quale tempesta tale notizia debba sollevare nel cuore della povera fanciulla, la quale sopporta il colpo con dignità e si sfoga soltanto quando si ritrova sola nella sua stanza.
Là però, oltre che sfogarsi, pensa con dolore ai tempi passati, alla prima fanciullezza trascorsa col duca ch'era suo cugino, un bambino feroce che spesso l'aveva battuta ma che se ne era fatto amare.
E giù una descrizione che ad Alfonso sembrò riuscita, dolce come un idillio.
Erano brevi tocchi come se l'autore fosse stato persona che per altre gravi preoccupazioni non avesse saputo rivolgere tutta la sua attenzione al racconto e avesse lasciato correre la penna sulla carta, dandole ad ogni tratto la direzione e non inquietandosi di troppo se presto l'abbandonava.
Egli sapeva che a questo modo tutto il romanzo non poteva venir condotto, ma intanto il capitolo era fatto.
Lo consegnò ad Annetta il mercoledì e Annetta raccontò a tutta la compagnia del lavoro ch'ella ed Alfonso imprendevano a fare.
Spiegò poi a Spalati e a Prarchi perché non avesse scelto loro invece di Alfonso.
Al primo disse che non lo aveva scelto perché col proprio professore si lavorava timidamente; aveva escluso Prarchi invece perché troppo risolutamente verista.
Prarchi asserì ch'era meno verista di quanto egli stesso si dicesse e che per l'occasione avrebbe saputo sacrificare tutto quello che nelle sue opinioni vi fosse stato di esagerato.
Parlò seriamente, proprio come se fosse stato ancora in tempo di convincere Annetta a recedere dalla sua risoluzione.
Poi si mise a ridere:
- Per l'occasione sarei stato capace di collaborare ad un romanzo del tutto romantico.
Alfonso notò questo detto come un avvertimento per lui.
Fumigi accompagnò Alfonso per un tratto di via.
S'informava con timidezza sul loro modo di lavorare e sembrava s'interessasse molto all'argomento del romanzo, ma quando affettando indifferenza e guardando altrove chiese quante volte alla settimana si trovassero insieme, Alfonso provò la stessa sorpresa che gli aveva dato lo sbadiglio di Macario:
- Sono dunque tutti innamorati di Annetta?
Come erano rimasti d'accordo, andò da Annetta la sera dopo.
La trovò in biblioteca che scriveva.
Vedendolo fece un movimento d'impazienza soddisfatta.
Poi però spinse in disparte il manoscritto e cercò di parlare d'altro, del tempo meravigliosamente mite per quella stagione.
Alfonso, che non conosceva alcun motivo ad esitazioni, con un sorriso che domandava compatimento le chiese come le fosse piaciuto il suo capitolo.
Era già poco lusinghiero ch'ella per prima non ne avesse intavolato il discorso.
- Non mi piacque! - gli disse Annetta guardandolo amichevolmente in modo da attenuare la crudezza della sua frase.
- È bello di certo, ne riconosco i pregi, ma è grigio.
Gli raccontò che s'era messa a correggerlo ma che non le era riuscito, e che risolutamente aveva dovuto rifarlo perché doveva confessare che neppure allora sapeva per bene che cosa a quel capitolo mancasse.
- È fatto tutto di un pezzo!
Con questa espressione critica si entusiasmò perché sapeva che le cose fatte tutte di un pezzo meritavano lode, e ad Alfonso il cuore batté più leggiero.
- È però grigio, molto grigio.
Chi vuole che legga volentieri queste filze di pensieri senza interruzione e senza ornamento? E poi ella racconta troppo poco; descrive continuamente anche quando crede di raccontare.
Con questa premessa come faremo noi a andare avanti? C'è descrizione per mille parole e racconto per una, mentre era preferibile che fosse viceversa.
Era più importante di esporre la base del romanzo, le prime idee di Clara al matrimonio con quell'industriale e il vecchio amore di costui per essa, che di descrivere quel salotto che il lettore non ha più da rivedere e dare tanti particolari sull'infanzia di Clara.
Gli lesse il suo lavoro.
Evidentemente per un gentile riguardo, qualche parola, qualche frase di Alfonso era conservata, ma parole e frasi tanto poco importanti ch'egli non seppe essergliene grato; precisamente quelle parti di cui più gli sarebbe importato non avevano trovato grazia.
Finito di leggere, Annetta lo guardò in attesa di un entusiastica approvazione, mentre ad Alfonso con grande sforzo riuscì di mormorare una lode che fu troppo fredda.
La diminuì ancora, perché non sapendo nascondere il dispiacere di aver lavorato tanto, inutilmente e non trovando prontamente una via per dare sfogo a questo dispiacere senza offendere Annetta, quando gli sembrò di averla trovata la batté risolutamente non curandosi di esaminare prima dove andasse a finire.
Non parlò del lavoro proprio o di Annetta in concreto, ma dopo aver detto che infatti quello di Annetta doveva piacere di più, attaccò le teorie, i propositi di Annetta.
Era verissimo che con quelle teorie si sarebbe arrivati al successo, ma negava che valesse la pena di sagrificare ogni superiore scopo artistico a questa fame di un successo effimero.
- Scusi! - lo interruppe Francesca che zitta fino ad allora sembrava non seguisse il filo del discorso, - dal suo volto mi è sembrato di capire che il lavoro di Annetta non le sia dispiaciuto.
Non dovrebbe quindi essere antiartistico nel modo che ella dice.
Ad Alfonso sembrò che Francesca accompagnasse la sua frase di un'occhiata che voleva forse invitarlo all'assenso e ne fu tanto sorpreso che non seppe subito distogliere lo sguardo da lei.
Aveva collaborato anche Francesca a quel capitolo che lo difendeva? Era ora troppo chiaro che gli veniva imposto di ammirarlo ed egli con la buona grazia che seppe vi si adattò.
Disse che il capitolo gli era piaciuto, che combatteva soltanto la massima.
Il capitolo invece gli era sembrato brutto, nudo, declamatorio, e lo umiliò di essere costretto a fare quella dichiarazione esplicita; aveva abdicato al diritto di dire la sua opinione.
Ebbe la meraviglia di vedere come Annetta non avesse alcun dubbio sulla sincerità della sua dichiarazione.
Era dunque stabilito, ella gli disse, quel capitolo rimaneva intatto e per gli altri capitoli si sarebbe andati d'accordo nel modo istesso.
E infatti nel modo istesso ma più facilmente si andò d'accordo per il secondo e per il terzo capitolo.
Alfonso li fece cercando d'imitare Annetta e Annetta li rifece senza molto curarsi della prima versione.
C'era in questa situazione una parte aggradevole per Alfonso.
Conquistata e fatta riconoscere la sua superiorità, Annetta, essendosi accorta probabilmente che la sommissione costava molto ad Alfonso, volle compensarnelo dimostrandogli maggiore amicizia, talvolta anche una protezione commossa da persona superiore, una specie di affetto materno.
Lo derideva per le sue debolezze, lo descriveva come un piccolo orso che non sapeva fare complimenti e che mancava di diplomazia; una sera disse agli amici del mercoledì, lui presente, che probabilmente c'erano già stati filosofi maggiori di Alfonso, ma nessuno che come lui avesse preso sul serio la filosofia e vivesse conformemente ai suoi dettami.
Ne derivò - questo però quando furono a quattr'occhi - l'aggettivo di "rospo".
Rospo quando balbettava mezza frase e non sapeva dirla tutta, rospo quando diceva che un successo letterario valeva poco perché veniva fatto dagl'ignoranti, infine rospo gli diceva quando egli le portava il suo abbozzo fatto per esser gettato via.
Gli diceva questa parola con un sorriso così buono, guardandolo con ammirazione come un originale meritevole di venir studiato...
ma non letto, sì che egli stava rigido, parlava poco, smozzicava le parole per meritarsi più volte tale qualifica.
Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che Alfonso bensì disponesse di un maggior numero d'idee elevate, ma che non sapesse unirle a farne un buon romanzo.
Era troppo greve e troppo grigio.
Prima o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica ma con romanzi no, era cosa troppo leggiera per lui.
Però le noie del lavoro non erano piccole.
Al secondo capitolo c'era una scena coniugale terribile fra Clara e il marito nella stanza nuziale, ma al terzo già, e ciò per volere espresso di Annetta, ambidue gli sposi sapevano di amarsi, mentre una grande, immensa fierezza li teneva ancora divisi.
Tutto il resto del romanzo doveva trattare di queste due fierezze che bisognava domare perché questo era l'argomento del romanzo.
Almeno avesse trattato di queste due fierezze, ma Annetta voleva innestare al romanzo mille altre storielle che coll'argomento principale nulla avevano da fare.
Entravano in scena il suocero dell'antico fidanzato, il bottegaio, la moglie del nobile, la rivale di Clara, poi anche un fratello di Clara e una sorella dell'industriale i quali finivano con lo sposarsi, e infine diversi altri personaggi che prendevano parte a una commediola politica, un'elezione fatta per ingrossare la novelluccia a romanzo.
Alfonso aveva proposto di omettere tutta questa roba inutile e di lasciare le due fierezze che Annetta aveva volute, una di fronte all'altra a sbrigarsela fra di loro; ne poteva ancora risultare una buona analisi della fierezza.
Ad Annetta la proposta sembrò addirittura comica.
Capitolo per capitolo doveva comporsi di lunghe chiacchierate, lotte fra le due donne, Clara e la moglie del nobile; ogni capitolo poi doveva essere adornato da una o più occhiate di amore fra marito e moglie.
Si restava sempre là.
Il lavoro, per Alfonso, cominciava a somigliare straordinariamente al lavoro bancario.
Alla sera vi si metteva con uno sbadiglio, lottando col sonno, unicamente attento a tenersi strettamente a quanto Annetta gli aveva ordinato di fare, lieto quando aveva terminato.
Talvolta la noia del lavoro era tale che finiva coll'andare da Annetta senz'aver fatto nulla.
All'ultima ora non aveva lavorato, risolvendo di mandare a scusarsi il giorno appresso e rinunziare di vederla per quel giorno pur di non aver da scrivere quella roba.
Ma non sapeva rinunziare a vederla e andava da lei trovando qualche altra scusa.
Annetta lo accoglieva sempre gentilmente e non gli moveva un solo rimprovero.
Gli faceva leggere quello ch'ella aveva fatto e poi lo lasciava parlare d'altro.
Non le dispiaceva di sentirlo parlare.
Egli non aveva più che timidezze di proposito perché aveva capito che certe timidezze con Annetta era bene di conservarle.
Quando stava per lasciarle si rammentava degli avvertimenti di Macario, di quel piccolo cenno di Francesca, infine del contegno di Spalati, il più vecchio amico di Annetta, il quale se si prendeva delle libertà, lo faceva sempre con un aspetto tanto più rispettoso quanto la parola era libera.
Era tanto abile Spalati che le mancava di rispetto soltanto quando l'adulava.
Le sue adulazioni pigliavano in tal modo un aspetto ardito che le faceva apparire sincere.
Era capacissimo di dirle ch'ella usava troppo l'aggettivo come Victor Hugo.
Alfonso aveva capito il metodo, e il contegno gli era facilitato dalla comodità di poter simulare il carattere che gli era stato attribuito.
Dimostrando disprezzo per le forme esteriori, gli era lecito di trascurarne qualcuna, e poi non era il culto di tali forme che Annetta esigeva.
Occorreva saper dimostrarle a tempo debito un briciolo di ammirazione o di entusiasmo.
Erano le serate più divertenti quelle in cui del romanzo nulla affatto si parlava, ma Alfonso s'accorse che a lungo andare la lentezza nel lavoro poteva dispiacere ad Annetta.
Ne venne avvisato anche da Francesca che una seconda volta dimostrò di volerlo dirigere nella sua relazione con Annetta.
Lo accolse essa una sera, Annetta essendo ancora nella sua stanza.
- Non ha fatto nulla neppur oggi? - gli chiese con accento di rimprovero.
- Badi che Annetta facilmente s'impazienta.
Per combinazione quella sera aveva fatto qualche cosa.
Comprese l'importanza dell'avvertimento e se lo tenne per detto: da allora, e per parecchio tempo, ogni sera portò qualche prova di aver lavorato o pensato per il romanzo.
Ciò gli riusciva più che mai difficile.
Alla banca aveva molto da fare.
Aveva ora sulle spalle quasi tutto il lavoro di Miceni, così che quotidianamente c'erano furie di lavoro alle quali a fatica giungevano a bastare lui ed Alchieri.
Sentiva più forte il bisogno delle lunghe passeggiate e poi di riposo.
La prima volta che gli accadde dopo la raccomandazione di Francesca di dover recarsi da Annetta senza apportare una sola pagina di scritto, quantunque venisse accolto da Annetta col solito gentile sorriso, temette ch'ella nascondesse l'ira di cui aveva parlato Francesca e, punto rassicurato, credette di esser congedato improvvisamente e per sempre.
Nella paura non gli bastò di dire una scusa ma parlò del suo molto da fare, poi di un suo male di testa e persino di notizie inquietanti che aveva ricevute da casa sulla salute di sua madre e che gli toglievano la quiete necessaria per lavorare.
Annetta lo stava a udire con l'aspetto di grande partecipazione, e ciò commosse profondamente Alfonso.
Era avvilito di doversi scusare come uno scolaretto dove avrebbe voluto poter parlare altrimenti, e fu tale avvilimento che gli cacciò agli occhi delle lagrime, attribuite da Annetta alla sua preoccupazione per la salute della madre.
Per Annetta Alfonso dovette essere divertente quella sera più del solito.
Dopo di aver parlato delle tante cause che gli avevano impedito di lavorare al romanzo, egli era passato a parlare del suo desiderio di dedicarsi a quel lavoro e poi ad asserire che la sua occupazione prediletta era di pensare, meditare per quella bellissima opera.
Per la prima volta, non costretto adulava, ma era il momento in cui avrebbe fatto anche monete false per assicurarsi l'amicizia di Annetta.
Descrisse le sue occupazioni alla banca e non avendo il coraggio di lagnarsi con la figliuola del signor Maller del lavoro bancario in generale, si lagnò che ancora non gli si affidava quel lavoro a cui egli credeva di avere diritto, più intelligente e più libero.
- Vuole che ne parli a papà? - chiese Annetta molto commossa.
- Ella infatti avrebbe diritto ai lavori più difficili.
Egli non aveva preveduto tale offerta che sommamente gli dispiacque.
Protestò che non voleva approfittare della buona amicizia di Annetta per ottenere protezione.
Già una raccomandazione non bastava a rompere l'ordine gerarchico della banca, mentre a lui toglieva parte delle sue illusioni su quelle serate.
Annetta volle sapere quali fossero queste illusioni.
- Quando sono qui - rispose Alfonso - non voglio rammentarmi che di essere suo amico e letterato.
Per ora non sono altro.
Annetta lo ringraziò.
- Ella dunque si diverte qui, se ne potrebbe essere sicuri?
Passava a un tono più leggero di molto e Alfonso non se ne accorse subito, tutto occupato a rendere Annetta sicura ch'egli in quella casa sempre si divertiva.
Era stata una frase detta da Annetta in buona fede credendola molto cortese, ma bastò a procurare ad Alfonso parecchie ore di agitazione.
Era cortese, ma tanto presto ella aveva dimenticato di aver visto piangere un uomo da non sapergli dire che quella frasuccia da conversazione? Egli non sapeva veramente perché quella frase gli sembrasse offensiva e per capirlo gli bisognò pensarci a lungo.
Intanto provava un immenso malcontento di sé, quasi avesse rimorso per un'azione malvagia o ridicola.
Egli aveva pianto ed ella s'era trovata in dovere di dirgli una parola gentile! C'era tale differenza fra l'importanza dei due fatti, ch'egli si vergognava di aver sparso quelle lagrime.
Una donna che avesse provato un briciolo di affetto per lui avrebbe pianto con lui.
Era una bella serata dall'aria fredda ma calma e un cielo fosco con poche stelle.
Egli rimase a lungo sulla via sentendosi incapace di trovar quiete in una stanza.
Per la seconda volta ebbe il desiderio di rompere la sua relazione con Annetta e sempre per lo sconforto che lo invadeva, quando nella grande amicizia da essa dimostratagli trapelava l'immensa sua freddezza e indifferenza.
Erano sorprese dolorose che lo scotevano dal vivere inerte più in un'abitudine che in un'idea o in uno scopo, e analizzava allora questo scopo, sorpreso di non esser vissuto più conformemente ad esso oppure di vederlo sotto tutt'altra luce, di trovarsi altrettanto lontano dal raggiungerlo quanto prima gli era sembrato di esserci vicino.
Era una passione invincibile la sua da esporsi a tanti affanni per soddisfarla? Neppure al principio della sua relazione con Annetta aveva sentito tanto chiaramente che il suo amore era stato aumentato dalle ricchezze che circondavano Annetta, una specie di adornamento che abbelliva la bella figura come la legatura un diamante.
Se ne rammentava ancora! Prima di conoscere la grazia e la bellezza di Annetta, lo aveva agitato, commosso il saperla figliuola di Maller, ed era stato da quell'agitazione e da quella commozione ch'era nato il sentimento ch'egli chiamava amore.
Ma a quale scopo tale analisi? Egli s'era accorto della differenza che correva fra il suo modo di sentire e quello di coloro che lo contornavano e credeva consistesse nel prendere lui con troppa serietà le cose della vita.
Quella era la sua sventura! Valeva la pena di arrovellarsi a quel modo per trovare un'uscita da un viluppo che naturalmente doveva svolgersi da sé? Se Annetta lo amava, egli aveva, è ben vero, molto da guadagnare, la sua vita ne sarebbe stata mutata; se non lo amava, nulla aveva da perdere.
Volle essere calmo, ma naturalmente i ragionamenti non lo liberarono né dai dubbi né dall'agitazione.
Servirono a non fargli prendere risoluzioni alle quali lo avrebbe portato il suo carattere tanto turbato nelle situazioni esitanti, indecise, e lo salvarono dall'analisi dei propri istinti e del proprio carattere.
Lo faceva soffrire il conoscersi.
Il giorno appresso s'imbatté sul Corso in Macario che correva verso il mare.
Non si vedevano da più settimane.
Macario ebbe la gentilezza di darne la colpa ad Alfonso:
- È tanto occupato del romanzo - gli chiese - che non è più possibile vederla?
Era la prima volta che Macario gli parlasse del romanzo e quel suo tono amichevolmente scherzoso diede una sorpresa aggradevole ad Alfonso.
Fu di nuovo il buon amico cui piaceva tanto istruire Alfonso, il quale dal canto suo fece del suo meglio, ma invano, per riavere quel suo aspetto sommesso d'altre volte.
Non sapeva più trattenere la parola che gli veniva spontanea a completare o rettificare le idee di Macario.
Macario lo invitò a una gita in mare e Alfonso dovette rifiutare perché era vicina l'ora in cui gli toccava essere in ufficio.
Lo accompagnò per un pezzo verso il molo.
Macario salutò una signora che non doveva essere di prima gioventù, grassa e greve ma ancora elegante.
- Ecco una signora - disse - della quale, a quanto si dice, si può divenire l'amante con facilità, e non sarebbe mica poco piacevole.
- Da questa osservazione passò a ragionare ad Alfonso della seduzione in generale.
- Per saper prendere una donna che vuole darsi ci vuol poco, ma già tanto che la persona più astuta non ci arriva.
Bisogna sapere il quando, perché anche una donna che vuole non vuole sempre, e saputo questo quando, bisogna saper attaccare prontamente, cosa anche meno facile, perché per tale specie di risoluzione ci vuole più nervi che ad un generale per dirigere una battaglia.
La risoluzione non diviene più facile per quanto si sappia di essere atteso e quindi sicuramente vittorioso.
Con le donne indecise poi, alle quali bisogna apportare una convinzione e toglierne un'altra, è cosa tanto difficile che io che pur so fare non mi ci sono mai messo.
Sono però convinto che anche là si tratta più di agire che di parlare.
Parlare prima, molto tempo prima, ma i discorsi non portano nessuna donna al passo senza rimedio.
Con le donne bisogna saper agire.
Baciare per esempio, baciare una mano, un volto, un collo, un piede magari, quello ch'è più vicino.
I buoni parlatori non sono mai fortunati con le donne.
Sembrava fatta per lui quella predica, ma andando all'ufficio Alfonso rideva.
Aveva sognato di aver preso sul serio i consigli di Macario e di aver agito con Annetta.
Vedeva la bianca mano alzarsi minacciosamente e terminare la scena col suono di uno schiaffo.
Macario aveva forse anche sperato che i suoi consigli venissero seguiti e Alfonso lo sospettava capace di tanto.
Tanto meglio! Quella specie di agguato che Macario gli aveva teso diventava per lui un avvertimento.
Ebbe ben presto l'occasione di ripensare al consiglio di Macario.
Una sera Francesca li lasciò soli, Annetta scriveva calma con la sua bella scrittura minuta ma a tratti decisi; teneva il braccio sinistro teso sul tavolo sul quale poggiava il petto, e la sua mano arrivava proprio sotto alla bocca di Alfonso.
Era impossibile non pensare all'atto consigliato da Macario e Alfonso fremette accorgendosi che i peli del suo mento già avevano toccata quella mano e che non perciò veniva ritirata.
Si ricordò che Macario aveva dichiarato che un uomo diveniva ridicolo agli occhi di una donna già pel fatto di arrischiate meno di quanto ella desiderasse.
La decisione non era presa ch'egli per un movimento quasi involontario aveva poggiato le sue labbra su quella mano.
Sentì il contatto di quella carne vellutata e se ne rammentò più tardi; per allora, spaventato del proprio ardire, non sapendo come riparare, tentava di prendere l'aspetto indifferente come un bambino quando vuole che di una propria cattiveria venga data la colpa ad altri.
Il fulmine temuto non cadde! Egli vide che il volto di Annetta aveva cambiato colore e che la penna s'era fermata sulla carta.
Forse Annetta rimase indecisa sul contegno da prendere.
La mano si ritirò lentamente con movimento naturale come se ella ne avesse avuto bisogno per poggiarvi il capo.
Un minuto circa durò il silenzio, un secolo per Alfonso.
Finalmente ella parlò e non del bacio.
Gli parlò con disinvoltura, guardandolo più volte sorridente e amichevole.
Egli era salvo! Più che salvo, felice! La dichiarazione era fatta! Almeno ella doveva ora sapere che non si trovava più dinanzi l'impiegato, né il letterato.
Quando egli soffriva per una parola fredda oppure per gelosia, poteva sperare ch'ella qualche cosa ne indovinasse.
Voleva essere modesto, non dare altro significato al silenzio di Annetta che di una mite indulgenza, ma ne era già felice.
Così si cominciava appena, ma il passo fatto era gigantesco.
Per quella sera non ebbe dubbi.
Egli amava Annetta e la voleva sua.
Era bensì la via che aveva battuto per arrivare alla ricchezza, ma allora egli non ne sapeva nulla.
Un sorriso di Annetta era la felicità! Gli era stato domandato un atto e la sua dichiarazione era stata un atto ardito ma non brutale: dolce, rispettoso anche più di quanto avrebbe potuto esser la parola.
Per parecchie sere, Francesca rimase presente alle loro sedute e ad Alfonso non dispiacque.
Con gli occhi parlava ora: il linguaggio degli occhi è come quello della musica; non concreta nulla quando non c'è la parola, ma quando c'è o c'è stata dice meglio e più che la parola stessa.
Non erano sguardi arditi, ed egli né cercava più di scoprire una linea frugando con occhio indiscreto in quelle vesti morbide, né stringendole la mano accarezzava per soddisfarsi nel contatto.
Quella dichiarazione, quell'uscita dal desiderio solitario aveva fortificato il suo amore, gli aveva fatto respirare aria pura.
Egli non avrebbe però saputo dare un'appendice in parole a quel bacio.
Una sera, erano in biblioteca, Francesca nel bel mezzo della seduta si allontanò sulle punte dei piedi per non disturbarli.
La sua assenza durò un quarto d'ora e quando ritornò li trovò al punto a cui li aveva lasciati.
Alla sua uscita Alfonso era trasalito credendo, sempre secondo quanto gli aveva predicato Macario, di essere ora obbligato a dire qualche cosa.
Rimuginò alcune ideuccie, ma Annetta gl'impedì di dirle parlandogli con tutta tranquillità del romanzo.
Ella dunque nulla attendeva ed era bene non fare cosa da lei non prevista.
Tacque dunque; la sua posizione era già bella ed egli altro non sapeva desiderare per il momento.
Non parlava di amore, ma tutto quanto egli diceva ad Annetta veniva alterato dal suo sentimento.
Se non faceva altro che dichiarazioni d'amore! Quando parlava ad Annetta, in modo ben diverso da Macario, accennava al sottinteso che c'era in ogni sua parola col suo sorriso o col suono della sua voce.
Dicendo la cosa più semplice sentiva fondersi la sua voce in una dolcezza di cui non l'aveva saputa capace e la dichiarazione era così chiara, tanto ardita da sembrargli una presa di possesso, che lo scoteva tutto nell'ebbrezza del sogno realizzato.
Si ritrovò con Macario e costui con insistenza sospetta gli parlò di nuovo dei modi di prendere una donna.
Alfonso stette a udire indifferente le brutalità che gli venivano suggerite, perché egli ora sapeva meglio quello che faceva al caso suo.
Si trovava bene in quello stadio della sua relazione con Annetta e non voleva abbandonarlo senza sapere quale sarebbe stato lo stadio prossimo.
Anche lontano da Annetta soffriva meno.
Si annoiava nell'attesa della sera, ma non sognava tanto perché un sorriso di Annetta aveva scacciato quei fantasmi ch'ella stessa aveva creati.
Alfonso si figurava, che anche non amandolo, ella doveva essere lusingata dal suo amore e dal suo rispetto.
Egli esagerava la sua timidezza perché la timidezza spiegava e rendeva possibile il prolungarsi della strana situazione.
Il lavoro letterario in mezzo a questi amori languiva ed era quello che più lusingava Alfonso, perché sembrava che anche per Annetta esso fosse divenuto cosa secondaria.
Una sera avvenne che Alfonso portò del lavoro fatto e che Annetta si dimenticò di chiedergliene la lettura.
In quanto procedeva però, era fatto del tutto secondo i propositi di Annetta e Alfonso sentiva ogni giorno chiarirsi più nullo il soggetto, più sciocco il romanzo.
Pensava che aumentando la confidenza fra di loro sarebbe pur venuto il giorno in cui avrebbe potuto dirle la sua opinione, ma per il momento non osava neppur di esprimere il dubbio più lieve.
Non voleva esporsi al pericolo di veder diminuita la luce che brillava negli occhi di Annetta quando lo guardava.
Per lui quel romanzo aveva minima importanza e per esso non avrebbe acconsentito a udire neppure una parola brusca dall'amata.
Venne strappato a quell'idillio non per suo volere e non per volere di Annetta; Macario glielo aveva creato senza saperlo, Miceni e Fumigi lo distrussero.
Miceni era colui che più palesemente invidiava Alfonso per la sua famigliarità in casa Maller.
Naturalmente non glielo aveva detto e come al solito Alfonso si rifiutava di ammetterlo anche quando Miceni col suo carattere bizzarro lo lasciava trasparire all'evidenza.
Le piccole punture di Miceni non arrivavano a ferirlo neppure quando costui aveva cominciato col parlare di un suo amore per Annetta e pretendere che sarebbe stato corrisposto se egli ci avesse messo maggiore impegno.
Alfonso, da alcune parole dettegli da Macario, sapeva che cosa egli dovesse pensare di tale avventura.
Quasi accordando ad Alfonso maggiore confidenza, un giorno Miceni gli raccontò anche la ragione per cui egli aveva smesso di fare la corte ad Annetta: per riguardo a Fumigi, perché sapeva che costui ne era innamorato.
Fumigi era un suo vecchio amico che gli aveva procurato l'impiego da Maller e aveva quindi diritto a riguardi da parte sua.
Quest'asserzione lasciò Alfonso meno freddo dell'altra.
Anch'egli s'era accorto che Fumigi era innamorato di Annetta ed era amore che aveva, doveva riconoscerlo, molta probabilità di giungere al suo scopo.
A mente fredda comprendeva che, non troppo vecchio, Fumigi era un partito conveniente per Annetta.
Avvedutosi che Alfonso si turbava quando gli si parlava di Fumigi, Miceni si prese di spesso il piacere di stuzzicarlo liberandosi della propria gelosia alla vista di quella di Alfonso.
È più difficile apparire indifferente quando non lo si è, che appassionato essendo indifferente.
Miceni cominciava di solito a parlargli di affari d'ufficio, il pretesto per recarsi in quella stanza.
Quando veniva costretto a nominare Annetta, Alfonso cribrava ogni parola prima di emetterla e con una disinvoltura ch'egli stesso sentiva eccessiva e da cui doveva trasparire l'affettazione ne parlava come se l'avesse vista poche volte in sua vita.
La diceva bella e, per colmo d'indifferenza, confessava di desiderarla come si desiderano tutte le belle donne.
Ma quando gli si parlava di Fumigi, neppure la parola voleva più ubbidire al suo proposito d'indifferenza.
Non gl'importava che Miceni credesse ch'egli fosse amato da Annetta, ma gli doleva profondamente che anche un solo uomo ritenesse che l'amato fosse altri.
Diceva con calma visibilmente forzata ch'egli conosceva Fumigi e che non credeva che amasse Annetta.
Allora anche Miceni perdeva la calma:
- Per qual ragione vorresti che io venga a dirtelo se non fosse vero? Informati.
In città lo sanno tutti all'infuori di te.
S'accalorava altrettanto lui per affermare quanto Alfonso per negare; ma Alfonso, quando s'accorgeva d'essere distante di troppo dalla sua parte d'indifferente, tagliava corto alla discussione dichiarando che la cosa poteva comportarsi come voleva, che a lui non importava niente.
Le parole erano energiche, ma troppo, e l'aspetto del volto e il suono della voce tutt'altro che da indifferente.
Lieto come se avesse apportato una buona notizia, Miceni gli raccontò che Fumigi e Annetta si fidanzavano.
Alfonso si mise a ridere calmo e questa volta sinceramente calmo.
- Ero ieri a sera in casa di Maller e me ne avrebbero prevenuto se fosse stato vero.
- Non è ancora ufficiale; ma probabilmente, mentre qui parliamo, Fumigi entra per la prima volta in casa di Annetta quale sposo.
La sua voce era divenuta subito acuta come se la tranquillità di Alfonso lo avesse offeso.
Alfonso non si degnò di discutere.
La sera innanzi Annetta lo aveva trattato anche meglio del solito.
Gli aveva raccontato della sua fanciullezza, della vita di collegio ove era stata mandata alla morte della madre.
Erano confidenze e, sorpreso e beato, Alfonso ci vide un altro miglioramento della sua posizione.
Da qualche tempo egli si ammirava come persona abile e uscendo quella sera dalla casa Maller mormorò:
- Questa è la vera arte.
Progredire senza fatica.
Per quella sera non aveva da andare da Annetta, ma pur agitato dalle parole di Miceni si aggirò lungamente per via dei Forni.
La casa conservava il solito aspetto.
La lunga fila di stanze non abitate aveva le finestre chiuse ermeticamente, tutte le tendine calate; una finestra del tinello soltanto era socchiusa.
Uscendo dalla via dei Forni verso il mare s'imbatté in Fumigi.
Per aver tanto pensato a lui, Alfonso, vedendoselo tutt'ad un tratto dinanzi, s'imbarazzò e gli parve che la confusione dell'altro non fosse minore.
- Ella...
va? - chiese Fumigi balbettando e facendo un cenno verso la casa dei Maller da cui Alfonso veniva.
- No! - disse Alfonso con vivacità.
Gli sembrava che Fumigi volesse accusarlo di un delitto.
- Cammino da un'ora circa per fare del movimento.
Se vuole farmi compagnia...
Sulla figurina di Fumigi, vestita di solito con tanta regolarità, c'era qualche disordine; la cravatta non voleva stare a posto, il collare del soprabito nero, del resto nuovissimo, non era spiegato.
- Andiamo al porto nuovo? - chiese.
Guardò ancora l'orologio e dopo una piccola esitazione si mise a camminare accanto ad Alfonso.
Tacquero movendosi ai pallidi raggi del sole che tramontava.
Dal piazzale della stazione si volsero verso il mare e si fermarono sul primo molo fatto da poco, dal selciato bianco, regolare.
- Splendido! - disse Alfonso guardando il sole e lieto di poter parlare.
Mezza palla incandescente guardava ancora fuori del mare.
Non sembrava che la luce tranquilla, bianca che illuminava le case alla riva, provenisse da quel corpo rosso.
Esso dava i riflessi rosei all'orizzonte e arrossava a metà una nuvoletta bianca, immobile sulla città nelle cui contrade interne già imbruniva.
Veramente nessuno dei due aveva occhi per il magnifico spettacolo.
Alfonso osservava Fumigi che era assorto nei suoi pensieri tanto da non curarsi neppure più di celare la sua preoccupazione.
Guardò di nuovo l'orologio e mormorò alcune parole che Alfonso non intese; poi si cacciò le mani in tasca fremendo dall'impazienza e guardando l'acqua sotto ai suoi piedi.
Aveva dimenticato persino d'essere accompagnato.
- Ha fretta? - gli chiese Alfonso.
- No! - rispose Fumigi - mi basta d'essere a un appuntamento per le sette e mezzo.
Quanto gli era stato raccontato da Miceni era dunque vero, e Alfonso pensò che l'appuntamento a cui Fumigi importava di giungere in tempo era con Maller.
Fumigi attendeva una decisione e Alfonso si credeva ancora tanto sicuro del fatto suo che quell'impazienza febbrile gli fece compassione perché sapeva che al poveretto stava per toccare un dolore.
L'anormalità nel contegno di Fumigi era tale che per poter fingere di non conoscerne la causa non si poteva fingere di non avvedersene.
- Sta forse poco bene?
- No...
sì, un poco di emicrania.
Ma quello che mi disturba di più si è di dover stare all'aperto per essere sicuro di non mancare all'appuntamento.
Del resto, a pensarci, l'assicuro che m'inquieto per cosa che assolutamente non lo merita.
- È cosa di piccola importanza? - chiese Alfonso stupefatto.
- No, di grandissima, ma insomma...
- e diede un'alzatina di spalle la quale ad Alfonso sembrò volesse significare una sicurezza assoluta del fatto suo.
- Allora perché agitarsi?
Alfonso continuava a tranquillarlo, ma avrebbe dato molto per togliere a Fumigi quella fiducia che lo feriva profondamente.
Per brevi istanti Fumigi sembrò più tranquillo.
Poscia ripiombò nelle sue meditazioni e dava tanto poco ascolto ad Alfonso che tutto ad un tratto si congedò interrompendo altra frase che Alfonso andava fabbricando per dargli calma.
Aveva bisogno di rimanere solo, ma più che altro desiderava di perdere tempo, e si congedava avendo così qualche cosa da dire che non fosse quello che per sollevarsi avrebbe raccontato tanto volentieri.
Si congedò con molte parole raccontando che anche prima dell'appuntamento doveva recarsi in altro luogo.
Alfonso lo seguì con occhio attento e non gli sfuggì in lui una lieve esitazione sulla via da prendere quando fu giunto nel bel mezzo della piazza.
Era chiaro! Il poveretto portava a spasso i suoi dubbi dolorosi; altro scopo non aveva di moversi.
E Alfonso da quella sola esitazione fu mosso a compassione e tolto all'ira destata in lui dalla sciocca sicurezza di Fumigi.
Tant'oltre andò questa compassione ch'egli si perdeva a sognare sulle vie ch'erano aperte per conciliare la sua con la felicità di Fumigi.
Non ve n'era, ma ciò non gli impedì di costruire su quella situazione un romanzo in cui a sé riserbava la parte non disaggradevole di amico di casa Fumigi.
Disaggradevole per lui era il sentimento di aver cooperato a fare l'infelicità di Fumigi, di aver meritato l'odio di qualcuno per la prima volta in vita sua, lui consapevole.
Bastava a procurargli un profondo disgusto della sua felicità.
Andò a lavorare al romanzo perché gli sembrava di meritare così meglio la sua fortuna, e si sottopose al disgustoso lavoro quasi avesse voluto placare l'invidia degli dei dimostrandosi meno felice.
Bastò una parola di Miceni per togliergli in parte la sua sicurezza.
- Probabilmente a quest'ora tutto è conchiuso!
Se in quello stesso istante ad Alfonso fosse stato annunziato che Fumigi, subito il rifiuto da Annetta, si era ucciso, non gliene sarebbe doluto affatto.
E il caso volle che per parecchi giorni rimanesse in tale stato d'animo.
Quella sera non venne ricevuto da Annetta.
Lo fermò sulle scale la cameriera per avvisarlo che la signorina Annetta non poteva riceverlo.
- C'è qualche cosa di nuovo? - chiese Alfonso spaventato.
Poi, vedendo la sorpresa dell'altra, aggiunse a spiegazione:
- La signorina è forse indisposta?
- No! - rispose la cameriera, una donna vecchiotta, vestita con pretesa e che aveva trattato Alfonso sempre con grande indifferenza forse anche perché egli s'era dimenticato di farle un poco la corte - sta benone.
- Corse via come se per il molto da fare non potesse rimanere in ozio neppure per pochi momenti.
Bastò per dare ad Alfonso il dubbio che la domanda di Fumigi fosse stata accolta altrimenti di quanto egli avesse supposto.
Donde era derivata a lui quella sicurezza in cui si era cullato? Non sapeva nulla di nuovo, ma ora andava raccogliendo prove che la domanda di Fumigi era stata accolta favorevolmente e non più, come aveva fatto sino ad allora, indizii che fosse stata respinta.
Persino la fretta della cameriera gli parve che provasse essere avvenuto un grave mutamento nella vita di Annetta.
Egli era ancora convinto che Fumigi dovesse essere stato rifiutato, ma soltanto perché non gli sembrava ammissibile che Annetta si adattasse a sposarlo; non per altro amore, non per amore a lui.
Egli non c'entrava in quella risoluzione, questo ora sentiva.
Era ora minacciato da una grande sventura, ma quando l'imminente pericolo fosse stato scongiurato egli non si sarebbe perciò sentito più sicuro.
Il giorno dopo Miceni gli disse che ancora nulla di nuovo sapeva, ma che non aveva premura.
La sua carta da visita per felicitazione sarebbe sempre giunta in tempo.
Scappò via non permettendo ad Alfonso di dare una risposta ch'egli doveva prevedere poco gentile.
Non s'erano detti una sola parola sulle relazioni di Alfonso con Annetta, ma Miceni agiva come se le conoscesse e Alfonso se ne accorgeva.
Andò alla sera da Annetta.
Per la via si abbandonò alle maggiori speranze.
Si aspettava di trovarla immutata e attendendolo in quella biblioteca ove poteva passare altre ancora di quelle serate indimenticabili.
Stava per deporre il cappello all'entrata già rassicurato, quando Santo, ch'era sul pianerottolo, lo chiamò:
- La signorina non può riceverla quest'oggi; è indisposta.
Alfonso impallidì.
Ma Miceni aveva dunque ragione?
- Molto ammalata? - chiese a Santo.
Anche con costui bisognava fingere.
- Oh! sa! le donne! - fece Santo con l'irriverenza che gli era propria quando parlava dei suoi padroni dietro alle loro spalle.
Non era ammalata! In quel tinello completamente illuminato come nelle serate di ricevimento, forse ella sedeva accanto a Fumigi, il quale gustava a pieno della gioia di quelle dolci espansioni, quella calma del possesso non più contrastato che Alfonso credeva fosse la suprema delle felicità.
Santo già gli aveva voltato le spalle.
Fino ad allora e dacché lo aveva veduto in casa Maller, Santo lo aveva trattato con servilità anche seccante.
Il suo disprezzo era segno evidente che lo considerava decaduto.
Alfonso lo seguì per alcuni passi:
- La prego di dire alla signorina Annetta ch'io sono stato qui e che mi dispiacque molto di aver udito della sua indisposizione.
Scese le scale guardando dinanzi a sé e senza degnarsi di corrispondere al saluto che Santo pur gli fece.
Il suo pensiero era ancora sempre rivolto a quei due che soli nel tinello forse si baciavano, ma finché non giunse sulla via camminò impettito badando di non lasciar trasparire neppure dal suo volto qualche cosa dei sentimenti che lo agitavano.
Era possibile che in quella casa qualcuno lo osservasse per gioire del suo dolore.
Era un'idea sciocca; nessuno di lui più si occupava neppure per fargli del male.
Piovigginava ed egli teneva l'ombrello chiuso in mano.
Era irritato perché pensava al modo col quale avrebbe dovuto raccontare il fatto a Miceni e andava immaginando l'ironia atroce quanto facile di costui.
Ma egli non aveva più da aver riguardi.
Celare le illusioni sciocche, ora lo riconosceva, nutrite da lui fino a quel giorno, era cosa impossibile con Miceni.
Ebbene, egli avrebbe cercato di descrivergli come queste illusioni erano nate e come Annetta le avesse incoraggiate.
Se tutto era finito come egli andava ripetendo a se stesso, molto ma molto era perduto per lui.
Lo scopo della sua vita; perché che cosa gli restava? L'ambizione l'aveva dimenticata in quell'amore e non credeva che in lui potesse rivivere, e per il suo destino in casa Maller non valeva la pena di vivere.
Era stato un sogno magnifico quello di farsi trarre dal suo avvilimento con un bacio di donna.
La vita perdeva quel suo aspetto di rigidezza ingiusta, mandava la fortuna e la felicità a chi la meritava e senza esigerne lotta; di lassù veniva una regola, per lui la ricchezza e l'amore.
Si ritrovò bagnato fino alle ossa e molto lontano da casa.
Era poi vero? Egli riteneva che se non si fosse trovato nel dubbio, la sua agitazione sarebbe stata minore.
Avrebbe deciso sul contegno da tenere e credeva di potersi ancora procurare qualche soddisfazione nella sua sventura.
Poteva portare il capo alto, rimeritare l'indifferenza con l'indifferenza, essere ferito e ferire mostrando d'essere incolume.
Annetta era capace di voler trionfare del dolore che aveva saputo apportargli.
Era proprio quale Macario l'aveva descritta! Fredda e vana, ed anzitutto vana.
Non aveva egli in mano la prova palmare di quella vanità, in quel romanzo, un dettato della vanità in persona, dal concetto generale tronfio e vacuo alla singola frase enfatica, il volo di chi non sa camminare? Non era soltanto per spirito di vendetta ch'egli pensava di lei così.
Caduta dall'altezza a cui il suo amore l'aveva posta, egli credeva ora di vederla quale era.
Giunto a casa trovò un bigliettino di Annetta col quale lo invitava a portarsi la dimane da lei.
"Mio buon amico!" Già l'intestazione sarebbe dovuta bastare a toglierlo dalla sua disposizione e dargli una gioia immensa.
Invece lesse e rilesse cercandovi quello che non c'era: l'assicurazione ch'egli aveva avuto torto di temere di Fumigi e di dubitare dell'amore di Annetta per lui.
Quel biglietto non escludeva la sua sventura, e se momentaneamente la escludeva non ne toglieva la minaccia.
Alla calma non sapeva ritornare, ed anche il sentimento di essere tanto più felice che poco prima non era aggradevole.
Specialmente quando è passato, il dolore ha delle attrattive seducenti, e ai deboli ambiziosi è soddisfazione di potersene vestire.
Era felicità quella derivante da questa situazione quando il caso gli aveva rivelato quale sventura questa stessa situazione potesse apportargli? Poteva sempre esser gettato da parte come una cosa inutile, e non appena Annetta lo avesse negletto egli sarebbe ridivenuto il povero impiegatuccio al quale non sarebbe stato neppure lecito dimostrare il proprio dolore.
Non era più quel dolore che poco prima lo aveva cacciato per le vie della città, ma una grande commozione, un compianto di se stesso.
Se Fumigi era stato respinto, la sua relazione con Annetta continuava immutata apparentemente; realmente la sua gelosia, i suoi timori, la minaccia che gli era stata fatta, gliela rendevano insopportabile.
Non v'era che una via per uscire da tale situazione.
Poteva essere lui il primo a ritirarsi e almeno, per quanto addolorato di dover fare una tale rinunzia, avrebbe potuto ripensare a tutta l'avventura senz'arrossire, senza sentirsene offeso.
Neppure interrotta così però, il ricordo ne sarebbe stato piacevole.
La durezza e la vanità di Annetta che gli sembrava di avere scoperte allora allora non avrebbe mai saputo dimenticare.
Era stata dura l'esperienza ch'egli aveva fatta e gli sarebbe servita per tutta la vita.
Voleva ora ritornare alle sue abitudini da puritano, a quell'ideale di lavoro e di solitudine che nessuno gli contendeva.
Quella era la felicità.
L'abitudine e la regolarità gliela dovevano dare.
Ma quando si trovò con Annetta, quando ella gli strinse la mano affettuosamente, col medesimo dolce sorriso con cui lo aveva congedato pochi giorni prima, come se nulla nel frattempo fosse avvenuto da poter turbare i loro buoni rapporti, egli dimenticò questi propositi.
Poteva uscire da quella situazione, ora lo comprendeva, anche altrimenti che abbandonando il giuoco.
Altro rammarico non sentiva che di non saper dire prontamente tutto ciò che nei giorni precedenti aveva supposto e sospettato per provocare una spiegazione che poteva bensì togliergli l'amicizia di Annetta, ma forse anche raffermarla, migliorarla, svelarglisi quale amore.
Intanto, per timidezza, al suo volto non lasciò esprimere che tranquillità e cordialità.
Erano nel tinello e soli perché Francesca era indisposta.
Annetta parlò di un capitolo del romanzo, fece delle proposte per esso; Alfonso le approvò e senza sforzo poté mostrare di ammirarle.
Non era il momento di accalorarsi per idee critiche.
Annetta avrebbe però avuto bisogno di qualche consiglio perché trovava delle difficoltà a procedere in un argomento che tendeva all'assurdo.
I suoi due eroi erano ancora sempre là, amandosi appassionatamente e per superbia non dicendoselo.
Alla conclusione del romanzo non mancava che questa confessione e nella testolina di Annetta cominciavano a mancare le idee per tirare innanzi.
Improvvisamente Alfonso divenne ciarliero.
Ciarlava per il bisogno di parlare, e parlò del romanzo e della sua ammirazione per le idee di Annetta perché d'altro non poteva.
Quando si grida è indifferente quale parola si vesta del grido, lo sfogo si trova nell'emissione di voce.
Alfonso nel fiume delle proprie parole si calmava e se tacque fu proprio per calcolo e con isforzo al pensare che se non lasciava parlare Annetta nulla da lei avrebbe potuto apprendere.
Per ultimo e con una freddezza di calcolo che immediatamente lo portò allo scopo, descrisse con parola animata la sua vita di ogni giorno concludendo che di un anno intero le ore liete da lui vissute sommavano a pochi giorni quantunque contasse fra quelle tutte le ore passate in casa Maller.
Invitatane, Annetta descrisse come aveva passato l'ultima settimana.
Quando ella cominciò, Alfonso arrossendo la guardò fisso, non sembrandogli sufficiente attenzione l'ascoltare.
Voleva indovinare quando da quella esposizione ella sarebbe stata portata a pensare a Fumigi e voleva vedere come, pensandoci, atteggiasse il volto.
Quella settimana era stata due volte a teatro.
Aveva però avuto anche parecchie sere di noia ed una sera era stata lì lì per mandarlo a pregare di venir a sollevarla dalla noia con le sue idee filosofiche e la sua collaborazione al romanzo.
- Sarei venuto tanto volentieri! - mormorò Alfonso con voce soffocata dall'emozione.
- Sì? - chiese Annetta arrossendo ella pure - per un'altra volta, siamo intesi?
Fu questa gentilezza che diede un coraggio da leone ad Alfonso.
- Niente altro? - mormorò quand'ella ebbe finito di descrivere la sua settimana.
- Niente altro! - rispose Annetta sorpresa e tutt'ad un tratto impallidendo.
- Io ho passato una brutta settimana - disse Alfonso con voce profonda.
Le raccontò ch'era stato avvisato minacciargli una sventura e che dapprima non ci aveva creduto, ma che ad ogni passo aveva trovato indizii che sussisteva la minaccia e fors'anche la sventura in modo che quando seppe che quest'ultima era stata evitata non volle crederlo perché da troppo lungo tempo l'aveva ritenuta inevitabile.
Ancora ne dubitava.
La successione dei fatti era stata esposta con tale verità che, rammentandosi del dolore provato, gli vennero le lagrime agli occhi e si fermò per arrestarle.
Fu questa la dichiarazione e quando Alfonso più tardi ci ripensò dovette sorridere perché certamente non era stato l'amore che gli aveva cacciato le lagrime agli occhi ma bensì, come sempre da lui, la compassione di se stesso.
Per quanto non parlasse più, le lagrime gl'inondavano le guancie e non le rasciugava perché un gesto le avrebbe mostrate ad Annetta la quale forse non se ne avvedeva.
Era la seconda volta ch'egli piangeva dinanzi a lei e la prima non aveva avuto a lodarsi del risultato ottenuto.
- Lacrime! - esclamò Annetta commossa - ed io ne sono la causa?
Volle quietarlo e lo prese amichevolmente per mano.
Il gesto, non il contatto, non la soddisfazione del desiderio, rese beato Alfonso.
Distruggeva il malessere che aveva sentito pel sentimento della glaciale freddezza della sua relazione con Annetta, e ci correva tanto da quella sua visione di tali rapporti a quelli reali in cui Annetta prendeva la parte di consolatore, ch'era un salto da far chiudere gli occhi.
Egli baciò la mano di Annetta senza moverla.
Chinò la testa fino ad arrivarci con le labbra e anche questa volta ebbe cura di rendere rispettoso l'atto ardito.
Appena appena giunse a sfiorare con le labbra quella mano; era un abbozzo di bacio ed egli non desiderava neppure di andare più oltre.
Fin qui non erano avanzati che di poco e sarebbero potuti ritornare alla dolcezza dei loro rapporti quasi ingenui se con quel bacio si fossero separati.
- La spiegazione è sufficiente - disse Annetta con un sorriso, ma con voce rotta dall'emozione e che sorprese Alfonso.
Ritirò la mano.
- Povero Fumigi! - esclamò Alfonso cui non riuscì di mettere nella propria voce l'emozione che aveva sentita in quella di Annetta.
- Non tanto povero!
Disse ch'era uomo forte e energico il quale avrebbe saputo guarire presto di quella piccola ferita.
S'era sentita onorata dalla sua domanda e non aveva accettato perché non voleva maritarsi.
- Anche il nostro ideale artistico mi fa prediligere la mia libertà, - e questa frase con quella prima persona al plurale cancellò in Alfonso l'impressione di freddo che gli aveva dato la precedente.
- Del resto, Fumigi rimane il mio buon amico, me lo promise! E adesso ritorniamo al nostro romanzo.
Ma non ci ritornarono.
Lo stacco era troppo grande fra quella cosa fredda, voluta, e la loro passione che se ciarlava era per nascondersi.
Alfonso vedeva Annetta di nuovo tranquilla, la voce soda e sicura, ferma la mano che teneva la penna.
- Che cosa vuole quest'imbecille? - chiese Alfonso alludendo all'eroe che passava accanto alla moglie che lo amava, in un corridoio oscuro, per dignità fingendo di non vederla.
- Questa dignità esiste poi?
S'inginocchiò dinanzi ad Annetta e cercò di riprenderle la mano.
Era detto ed era agito bene con aspetto di spontaneità mentre realmente si trattava di un'audacia calcolata.
Ella si mise a ridere, ma avvicinò la sua alla testa bruna di Alfonso e nessuno dei due avrebbe saputo dire come fossero giunti per la prima volta a baciarsi sulle labbra.
Egli lo aveva previsto tanto poco, che cessato il contatto gli parve di non averne sentito tutta la felicità che avrebbe dovuto e tentò di rifarsi in un secondo bacio.
Ma ella aveva allontanata la testa e s'era alzata in piedi spaventata, non sembrandole, seduta, di essere al sicuro.
Aveva però le guancie intensamente colorate dal sangue, gli occhi splendidi, lucenti e gli diede un'occhiata che ad Alfonso non parve d'ira quantunque Annetta dovesse avere avuto l'intenzione di intimidirlo.
Così era assolutamente bella.
- Basta, signor Nitti!
Egli si alzò e restando fermo al suo posto, con voce sorda dall'agitazione, le disse per tranquillarla che veramente bastava, ch'egli avrebbe potuto viverle accanto tutta la vita e non chiederle altro.
Annetta sorrise per ringraziarlo; si sentiva di nuovo al sicuro accanto a quel ragazzo.
Era stata proprio questa qualità di ragazzo che l'aveva portata con lui tanto innanzi.
Che cosa aveva da temere da quella timidezza personificata? Era stata commossa dalla soavità di quell'amore senza parole, da quel silenzio timido perdurante anche dopo una prima arditezza lasciata impunita.
Egli non aveva mai in nessun modo accennato a quel bacio rubato sulla sua mano, non aveva tradito impazienza ed ella ingenuamente aveva creduto ch'egli non chiedesse altro.
Ingenuamente e superbamente.
Ammetteva che il piccolo favore, perché venuto da lei, potesse bastare.
Avevano ora fatto un passo gigantesco innanzi e non c'era più via al ritorno.
Avevano parlato e quello ch'era peggio Alfonso aveva assistito alla commozione da persona debole di Annetta, aveva improvvisamente scoperto di essere lui il più forte.
Annetta non se ne accorse e non comprese, e con un sorriso che doveva attenuare il dispotismo del suo ordine gl'impose di mai più parlarle d'amore.
Venne subito disingannata.
Egli chiese per grazia di poterne parlare anche una volta e fece una dichiarazione in piena regola, mescolando ricordi di romanzi letti con frasi da lungo tempo rimuginate nel cervello e che non attendevano che l'occasione per venir rivolte ad Annetta.
Era stato il suo più vivo desiderio di poterle parlare del suo amore e aveva pensato che quella sarebbe stata la sua prima creazione poetica; accompagnato sempre dalla parola intelligente, l'amore ne sarebbe stato nobilitato, elevato, ed era per essa che la differenza delle loro condizioni doveva essere dimenticata.
Invece ora si accorgeva che il desiderio non ha parola.
Mentre si abbandonava a delle sentimentalità di proposito, perché gli sembrava che così fosse suo dovere, ne sentiva la convenzionalità senza sangue e senza vita e se ne meravigliava non sapendo a che cosa attribuire tale freddezza.
Soltanto quando parlò dell'intimità amichevole con Annetta, la sua voce si fuse e tremò in una commozione che gli toglieva il respiro.
A questa dolce intimità pensava dacché aveva avvicinato Annetta per la prima volta, ma ora, parlandone, tutt'altro desiderio si vestiva della stessa parola e passandogli dinanzi agli occhi gli dava le vertigini.
- Io lo sapeva, - disse Annetta con sincerità - ma sarebbe stato meglio di non dirmelo.
Lo minacciò scherzosamente col dito e sul suo volto passò un'ombra di serietà.
Del resto, come a lui che le diceva, a lei le parole di amore sembravano più fredde di quanto le aveva precedute e provocate; di quelle non temeva.
Non erano che una soddisfazione alla sua vanità e lo interruppe dicendogli con grande dolcezza:
- Basta, basta! - così che se Alfonso non vi si fosse annoiato avrebbe continuato.
Per quella sera bastò, ma non per il seguito.
Fino ad allora timido anche per calcolo, Alfonso s'era accorto quanto maggior felicità gli fosse derivata dal passo fatto.
Con sufficiente chiarezza gli era stato indicato fino a quale punto gli era lecito di andare, e, se non oltre, voleva almeno trovarsi sempre là.
Ne aveva conquistato il diritto.
Ogni sera diceva ad Annetta la parola d'amore; se prima non lo poteva, andandosene, stringendole la mano per congedarsi.
Improvvisamente Francesca era ridivenuta la compagna indivisibile di Annetta.
Assisteva sempre alle loro sedute ed ora che poco o nulla lavoravano al romanzo, ella prendeva parte attiva ai loro discorsi.
Era scomparso ogni sforzo nelle sue relazioni con Annetta dapprima fredde poi esageratamente amichevoli, e le due donne cinguettavano dinanzi a lui di mode, di viaggi, di persone ch'egli non conosceva, lasciandolo imbarazzato e muto.
Rimaneva muto anche quando parlavano d'altro, perché proprio non si sentiva più di rivolgere ad Annetta né frasi banali, né disquisizioni critiche.
Tutto ciò era troppo freddo, nullo e mancava di scopo.
A che scambiare delle parole che a lui non importava di dire, a lei di udire? Egli rimuginava ancora delle parole, ma erano tali che dovevano ammettere, immediatamente dopo dette, qualche atto ardito e appassionato.
D'altro non gl'importava.
Il bacio sulla mano di Annetta gli aveva dato il bisogno di parlare, quello sulle labbra glielo aveva tolto.
Veniva sempre ricevuto in quel tinello perché c'era la stufa e là ogni oggetto gli ricordava i desideri e le soddisfazioni avute.
Quella confusione di mobili diversi, ogni singolo oggetto, quei mobili grevi e comodi, erano indissolubilmente legati alle sue sensazioni, gli parevano parte di Annetta o specchi che ridavano sempre la sua figura.
Quando lo si faceva attendere, lungamente solo in quel tinello, si cullava in tali sensazioni e divenivano tanto forti, la vicinanza di Annetta tanto sensibile, che se costei improvvisamente fosse entrata, l'avrebbe presa fra le braccia e trattata come cosa propria, dicendole una sola parola che gli sembrava che tutto dovesse spiegare e giustificare.
Veniva invece prima Francesca e trovava Alfonso confuso, inceppato dalla parola che aveva preparata e che doveva rimanergli nella strozza.
Una sera venne Francesca e lo avvisò che Annetta era stata costretta ad accompagnare il padre da certi parenti.
Non lo avevano potuto rendere avvisato in tempo, gli disse Francesca con un sorriso malizioso, ma lo pregava di rimanere perché ella gli poteva tenere compagnia.
Alfonso non seppe reggere a tale disillusione.
Stette lì impalato per un quarto d'ora a rispondere a monosillabi alle domande che la signorina aveva la bontà di fargli, poi, per levarsi dalla noia di dover fingere, se ne andò dicendo ch'era venuto soltanto per scusarsi che doveva mancare per quella sera perché indisposto.
Francesca lo salutò con un inchino ironico ma benevolo.
Per l'impazienza il contegno di Alfonso perdette la correttezza che Annetta fino ad allora aveva amato in lui, e se non se ne adirò subito fu perché ogni sua sconvenienza veniva spiegata e scusata da sofferenze visibili.
Quando Francesca soltanto si avvicinava ad una finestra per guardare sulla via egli improvvisamente diventava attivo, energico, mentre fino ad allora era rimasto ripiegato su se stesso, sui propri sogni e desiderî, assente del tutto.
Le diceva la parola d'amore con una mezza voce che conservava le inflessioni del grido, un grido melodrammatico, rotto.
Agli occhi di Annetta il suo maggior delitto fu di non saper conservare immutato il suo contegno con i terzi.
Dinanzi ad altra gente egli ridivenne muto come altra volta per timidezza e peggio anche perché appariva malcontento e irritato.
Prarchi venuto un mercoledì gli chiese se stesse male.
La domanda aprì finalmente la bocca ad Alfonso perché per descrivere se stesso poteva ancora parlare.
Parlò commosso di una sua malattia che non sapeva definire, un'inquietudine che gli toglieva il sonno, il piacere allo studio, la gioia della vita; tutto l'annoiava.
Con tutta serietà Prarchi diede il suo parere medico.
Naturalmente qualificò la malattia indefinita per malattia di nervi e diede il consiglio di andare a passare un mesetto a casa sua, all'aria aperta.
Annetta, quantunque dovesse aver compreso di quale malattia si trattasse, gli propose con dolcezza di chiedere per lui il permesso.
L'offerta di curarlo in tale modo irritò Alfonso così che si lasciò trascinare ad esclamare:
- Dovrei andare molto lontano acciocché mi giovasse.
Se Prarchi non fosse stato tanto semplice da voler fare la diagnosi della malattia coi sistemi insegnatigli nelle cliniche, indubbiamente la frase di Alfonso sarebbe bastata per fargli capire di che cosa si trattasse.
Una sera la trovò sola, e quando egli, già turbato profondamente dalla combinazione insperata, si accingeva a mettere in atto un suo proposito ardito, ella gli lanciò delle parole brusche che fecero su lui l'effetto di una doccia d'acqua fredda.
Gli disse che aveva trovato un sotterfugio per allontanare Francesca e parlare con lui a quattr'occhi.
Era malcontenta di lui; era risentita del suo contegno divenuto fiero e noncurante degli occhi che sorvegliavano.
Voleva comprometterla? Gli gettò un'occhiata diffidente di cui Alfonso intuì tutto il senso.
Ella aveva creduto di avere a fare con un timido profondamente innamorato e senza scopo.
Ora lo esaminava con diffidenza temendo di scoprire in lui un abile ingannatore che volesse comprometterla.
Alfonso ne fu spaventato.
Egli non aveva l'intenzione di comprometterla, ma aveva avuto, consapevole, lo scopo ch'ella gli attribuiva e ch'ella credeva volesse raggiungere compromettendola.
Egli si attendeva ora che gli venisse proibito l'accesso in quella casa; sarebbe stata una conseguenza logica di quanto ella gli aveva detto.
Non poteva scusarsi; era stato ardito, s'era contenuto male.
Sua unica difesa fu di impallidire e di fare come se per bene non avesse compreso quello che gli veniva rimproverato.
Ma per Annetta il suo spavento fu la migliore scusa.
Continuò a rimproverarlo ma affettuosamente, chiedendogli se più non gli bastasse la sua amicizia e se non pensasse che coi suoi modi si esponeva al pericolo di perdere anche quella.
- Sarò come ella vorrà ch'io sia! - disse Alfonso che si sentì sollevato vedendola lontana dal proibirgli l'accesso in casa sua.
Era chiaro ch'ella non voleva che impedirgli di andare troppo oltre, intimidirlo.
Ella stessa, presa da un capogiro, era andata fin dove a mente fredda non sarebbe giunta e rimpiangeva l'epoca in cui quel giovine forte e intelligente l'amava e l'ammirava timidamente.
Annetta provava la compassione sempre con grande vivacità.
Gli si era avvicinata e stringendogli la mano, gli chiese:
- Vediamo, signor Alfonso, non si potrebbe vivere di nuovo da buoni amici, lieti, contenti, come altre volte? Che cosa le è accaduto da renderla eternamente muto e proprio sempre occupato di far sapere alla gente ch'è malcontento?
- È che ho sempre delle parole qui, - e accennò alla gola, - e che mi viene impedito di dirle.
- Sempre ancora chiamava parole quelle ch'egli aveva in gola! Era ridivenuto subito lieto quale Annetta da un mese non lo aveva veduto: da quella sera in cui per l'ultima volta avevano parlato insieme del loro amore.
Il fatto si è che, colpito dalla rude lezione che Annetta gli aveva data, egli per il momento non era affatto travagliato da desiderî.
Le baciò le mani ch'ella gli abbandonava e quest'abbandono non gli dava altro piacere che di sentirsi rassicurato del tutto, ma anche la noia di dover simulare un grande entusiasmo.
Ella s'incalorì, perché l'agitazione della serata ridava a lui la parola vivace e originale che sempre riusciva a scoterla.
Se ne andò stanco ma calmo del tutto, così che la sua stanchezza somigliava a sazietà.
Mentre Annetta aveva creduto d'intimidirlo e ricondurlo al rispetto ch'egli altre volte le aveva dimostrato, egli aveva sofferto al ritrovarla quale Macario l'aveva descritta.
Quella sera l'aveva vista dapprima fredda e sdegnosa, evidentemente un contegno risultato dal calcolo, il timore di vedersi compromessa in un'avventura poco conveniente; poi lo sdegno non s'era mitigato, ma ella s'era agitata.
Lo amava forse, ma la cura del suo interesse lottava con quest'amore e vittoriosamente sempre finché in lei non parlavano i sensi.
Tutto ciò era tanto chiaro, si manifestava con tale evidenza che neppur sognando Alfonso non poteva non tenerne conto.
Perché, come al solito, egli cercava di annullare il suo malessere spingendo la sua fantasia a deviare dalla realtà, ma questa volta era sogno che non valeva la pena di venir fatto.
Poteva figurarsi che Annetta cedesse, sentisse gli stessi suoi desideri, ma per istanti.
Erano commozioni precedute e seguite da freddezza glaciale e persino accompagnate da un freddo calcolo che segnava i limiti alla piccola passioncella che la signorina si accordava.
Doveva dunque essere una lotta che dopo vinta bisognava sempre ricominciare.
E non era questo l'unico dolore che quella serata gli apportava.
Fino allora e per quanto fosse stato conscio che la ricchezza di Annetta era stata la prima origine del suo amore, non s'era mai ideato l'impressione che in lui doveva produrre l'accorgersi che altri, anzi Annetta stessa, sapesse e forse esagerasse l'importanza di tale elemento.
Egli l'amava! Anche nel soliloquio perdeva la freddezza per difendersi da quella taccia.
Ora egli l'amava! C'era un'enorme differenza fra lui e quell'abile intrigante che Annetta sembrava sospettare in lui, perché quelli ch'ella aveva creduto che fossero mezzi per raggiungere i suoi scopi, la melanconia, l'inquietezza, erano invece derivati dal desiderio, dall'amore.
Certamente il suo non era un amore rispettoso, e gl'impedivano di essere tale le durezze nel carattere di Annetta, ma l'amava e voleva convincersi che se avesse mutato di condizione l'avrebbe amata lo stesso.
Lo sentì con tanta violenza che gli parve di non averglielo mai espresso come allora lo sentiva.
Ad onta del suo amore rimase duro, persino ingiusto nel giudicare il carattere di Annetta.
Perché se Annetta rimpiangeva le sue momentanee disfatte, non ne toglieva via la possibilità, vietandogli l'accesso in casa sua? Egli non ammise che Annetta si ripromettesse di trionfare della propria debolezza.
No! Ella semplicemente fingeva di sfuggire quegl'istanti di smarrimento, ma li desiderava anche quand'era calma.
Il disprezzo di Alfonso veniva aumentato da questa conclusione, ma ne venivano aumentate anche le sue speranze.
Da allora, come Annetta glielo aveva comandato, dinanzi ai terzi seppe in parte padroneggiarsi, ma quando con essa poteva trovarsi solo era ardito proprio per proposito, per calcolo e si costringeva all'arditezza non lasciandosi arrestare dal sangue che gli affluiva al core e gli toglieva la parola.
Una sera, dopo aver atteso invano che Francesca si allontanasse, avendolo Annetta accompagnato fino sul pianerottolo, egli risolutamente compì il piano che da parecchie sere s'era proposto.
In piena luce, là, dinanzi a tutte quelle porte, l'una o l'altra delle quali improvvisamente poteva venir aperta, l'attirò a sé e la baciò sulle labbra.
Annetta spaventata si tolse all'abbraccio, ma molto commossa e per niente irritata, mormorò con dolcezza:
- Mi lasci, Alfonso!
Se ne andò col passo da ebbro, ma nella grande agitazione sapeva con chiarezza perché Annetta non avesse trovato parole di rimprovero.
Le piacevano gli ardimenti eccessivi, e le esitazioni che il rispetto impone non soddisfacevano che la sua vanità.
Attirandola a sé egli aveva mormorato: - Se adesso mi uccidessero sarebbe pure la bella morte!
Era una frase melodrammatica che non ci sarebbe stato bisogno di pronunziare, l'atto si scusava già da sé agli occhi di Annetta o Alfonso aveva fondato motivo di crederlo.
La sera dopo ella si rifiutò di accompagnarlo oltre la porta del tinello, ma ridendo, con l'aria di persona che scherzando fa un dispetto a qualcuno.
Si era riso molto tutta la sera perché Alfonso s'era fermamente proposto di rendersi aggradevole; era certo che ad Annetta gli uomini tristi e i malcontenti non piacevano.
Non amava che le facce liete.
Non fu l'unico suo riguardo ai voleri di Annetta.
Era stato sospettato di volerla compromettere ed egli voleva guardarsi da quella bassezza tanto più che sperava di non averne di bisogno.
Specialmente con Macario fu guardingo.
Sospettava che costui per suoi scopi particolari cercasse di sapere quali forme assumesse il loro lavoro letterario.
Alfonso credette di dover dimostrare molto interesse a tale lavoro e, ad onta di ciò, di fingere che per solo spirito di dovere continuasse a frequentare casa Maller - perché davvero - assicurava - bisogna contenervisi con troppi riguardi che mi annoiano.
Sentiva però che l'altro non gli credeva.
Per salvarsi più facilmente dalle macchinazioni ch'egli temeva e anche per farsi un merito della sua discrezione, raccontò ad Annetta delle domande che Macario gli aveva fatte e delle proprie risposte.
Ella non fu del tutto soddisfatta da queste e gli consigliò di esagerare meno per farsi credere più facilmente.
Ella giudicava giustamente e Alfonso riconobbe che ad onta della delicatezza della sua onesta coscienza egli non aveva messo tutta la sua perspicacia a far credere Macario nella freddezza dei suoi rapporti con Annetta.
No! Gli era bastato di tranquillare questa coscienza e aveva trattato la cosa come se fosse stata d'importanza secondaria.
In fondo non gli dispiaceva di rendere Macario geloso.
Questa sua debolezza diveniva apertamente manifesta quando, in luogo di Macario, doveva ingannare Miceni.
La cosa era facilissima, Miceni essendo ben lontano dal sospettare qualche cosa, tanto lontano che Alfonso se ne indispettiva e più volte provava il desiderio di farlo suo confidente e renderlo invidioso piuttosto che sprezzante, perché, era sempre più evidente, Miceni sembrava supporre che Alfonso amasse Annetta e non ne fosse corrisposto.
Non sapeva del rifiuto dato da Annetta a Fumigi e anzi Fumigi doveva avergli detto tutt'altro che la verità per spiegargli perché non avesse avuto luogo la promissione di che gli aveva parlato.
Era strano con quanta facilità Miceni, solitamente tanto malizioso, tenesse per vere le favole che gli erano state raccontate.
Diceva ad Alfonso che Fumigi era in procinto di sposare un'altra ragazza più ricca e più bella di Annetta e che perciò aveva abbandonato quest'ultima.
Era reso più facile ad Alfonso tacere di sé e delle sue fortune con Annetta, all'accorgersi che per vendicarsi di Miceni, farlo stizzire, gli bastava deridere Fumigi e le sue pretensioni.
- Da un momento all'altro questo signore lasciò l'idea di chiedere la mano di Annetta? Strano! A me invece venne detto ch'egli abbandonò tale idea dopo averla già messa ad esecuzione!
Miceni allora diveniva rosso come un gambero cotto e rispondeva come avrebbe risposto a un'offesa personale, violentemente.
Diceva che Annetta era una vanerella la quale avrebbe voluto veder morire qualcuno d'amore per lei, ma che fino ad allora non le era riuscito.
Alfonso non poté portare ira contro Fumigi che per breve tempo.
Una mattina, andando all'ufficio, vide la piccola personcina trotterellare nella stessa sua direzione.
Passò oltre fingendo di non vederlo, ma Fumigi gli corse dietro chiamandolo ad alta voce.
Si volse e rimase stupito al trovarsi dinanzi una figura ben differente da quella a cui s'era atteso.
Non era la magrezza né la pallidezza di volto che lo sorprendeva; era l'inquietudine dell'occhio, era uno strano movimento della bocca che masticava o meglio ruminava, ma più che altro era il vestito trascurato, indecente, una giacca troppo lunga che non sembrava fatta sul suo dosso, calzoni bianchi leggeri ad onta della temperatura ch'era di poco al di sopra dello zero, e sul ginocchio destro una larga macchia d'inchiostro che Alfonso per cortesia non volle fissare.
- Le annunzio che mi sposo con...
con - e parve che non rammentasse il nome della sua amata.
Alfonso si congratulò esitante.
Non capiva; quell'uomo più che di persona felice aveva l'aspetto di pazzo.
Ragionava passabilmente però e soltanto la lingua non gli serviva come avrebbe dovuto.
S'era messo a discorrere furiosamente e Alfonso provava difficoltà a seguirlo, perché la pronunzia di Fumigi era fosca e poco precisa.
Quando costui si accorse di non venir compreso, adirandosi si mise a gridare per divenire più esatto.
- Capisco, capisco! - disse Alfonso spaventato.
Fumigi gli raccontava dei suoi studî di meccanica.
Aveva inventato un locomobile con il quale si risparmiava il settantacinque per cento di combustibile.
Non era ancora sicuro del fatto suo perché gli mancava il mezzo per poter misurare con precisione il consumo di gas.
Era una macchina a pressione d'aria.
- Sono pur disgraziato di mancare...
di quel mezzo...
per misurare...
In teoria sono sicuro...
Alfonso, che di meccanica nulla sapeva, tanto per dimostrare che prendeva interesse a quanto gli veniva raccontato gli chiese:
- Perché non si serve di un gazometro?
L'altro lo guardò stupefatto:
- Proverò, - masticò.
- Lei va ancora dalla signorina Annetta?
Pronunziava questo nome con tutta indifferenza.
- Di rado.
- Io non più perché mi manca il tempo.
Tanto...
tanto da fare.
All'orologio della piazza sonarono le nove.
Fumigi contò i nove tocchi
- Già le nove? Devo andarmene.
Pose la destra mollemente in quella di Alfonso e ritiratala subito la lasciò cadere al fianco.
La sua bocca non aveva dato alcun saluto subito di nuovo occupata a masticar e il suo pensie