COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 22
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A primo aspetto, però, nessuno s'accorgerebbe che v'è un popolo armeno a Costantinopoli, tanto la pianta ha preso, come suol dirsi, il colore del concio.
Le donne stesse, per cagione delle quali la casa armena è chiusa allo straniero quasi altrettanto severamente che la musulmana, vestono alla turca, e non c'è che un occhio molto esperto che le possa riconoscere in mezzo alle loro concittadine maomettane.
Sono anch'esse per lo più bianche e grassotte, ed hanno la linea aquilina del profilo orientale, grandi occhi e lunghe ciglia; molte d'alta statura e di forme matronali, che coronate d'un turbante, parrebbero bellissimi sceicchi; e quasi tutte d'aspetto signorile e modesto ad un tempo, in cui se qualche cosa manca, è la luce dell'anima che brilla sul volto della donna greca.
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[I Greci]
Quanto è difficile riconoscere a occhio l'armeno, altrettanto è facile riconoscere il greco, anche non badando al vestire; tanto egli è diverso di natura e d'aspetto dagli altri sudditi dell'Impero, e principalmente dal turco.
Per rendersi ragione di questa diversità, o piuttosto di questo contrasto, basta osservare un turco ed un greco, che si trovino seduti l'uno accanto all'altro in un caffè o in un piroscafo.
Hanno un bell'essere press'a poco della stessa età e dello stesso ceto, e vestiti tutt'e due all'europea, ed anche somiglianti di viso; non è possibile sbagliare.
Il turco è immobile, e tutti i suoi lineamenti riposano in una specie di quiete senza pensiero, che somiglia a quella d'un animale satollo; o se il suo viso rivela un pensiero, pare che debba essere un pensiero immobile come il suo corpo.
Non guarda nessuno, non dà segno d'accorgersi d'esser guardato; il suo atteggiamento mostra una profonda noncuranza di tutti coloro e di tutto quello che ha intorno; il suo viso esprime qualcosa della tristezza rassegnata d'uno schiavo e dell'orgoglio freddo d'un despota; un che di duro, di chiuso, di cocciuto, da far disperare alla prima chi si proponesse di persuaderlo di qualche cosa o di rimoverlo di una risoluzione.
Ha, insomma, l'aspetto d'uno di quegli uomini tutti d'un pezzo, coi quali pare che non si possa vivere altrimenti che obbedendoli o comandandoli; e che per quanto tempo ci si viva insieme, non si debba mai poterci prendere una famigliarità intera.
Il greco invece è mobilissimo, e rivela con mille sfuggevoli guizzi dello sguardo e delle labbra tutto quello che gli passa nell'anima; scuote la testa con movimenti di cavallo indomito; il suo volto esprime un'alterezza giovanile, e qualche volta quasi fanciullesca; se si vede guardato, s'atteggia; se non è guardato, si mette in mostra; par sempre che desideri o che fantastichi qualche cosa; spira da tutta la persona l'accorgimento e l'ambizione; e inspira simpatia, anche se ha la faccia d'un cattivo soggetto, e gli si darebbe la mano anche quando non si vorrebbe affidargli la borsa.
Basta veder vicini questi due uomini, per capire che l'uno deve parere all'altro un barbaro, un orgoglioso, un prepotente, un brutale; che questi deve giudicar quello un uomo leggiero, falso, maligno, turbolento; e che debbono disprezzarsi e detestarsi reciprocamente con tutte le forze dell'anima; e non trovar la via di vivere d'accordo.
La stessa differenza si osserva tra le donne greche e le altre donne levantine.
In mezzo alle turche e alle armene belle e floride, ma che toccan quasi più i sensi di quello che parlino all'anima, si riconoscono alla prima, con un sentimento di grata meraviglia, i visi eleganti e puri delle greche, illuminati da due occhi pieni di pensiero, dei quali ogni sguardo fa venir sulle labbra il verso d'un ode; e i bei corpi maestosi insieme e leggeri, che ispirano il desiderio di stringerli fra le braccia, piuttosto per metterli sopra un piedestallo, che per portarli nell'arem.
Se ne vedono di quelle che portano ancora i capelli cadenti, all'antica, in lunghe ciocche ondulate, e una grossa treccia ravvolta intorno alla testa in forma di diadema; così belle, così nobili, così classiche, che si piglierebbero per statue di Prassitele e di Lisippo, o per giovanette immortali ritrovate dopo venti secoli in qualche valle ignorata della Laconia o in qualche isoletta dimenticata dell'Egeo.
Sono però rarissime queste bellezze sovrane anche tra le greche, e oramai non se ne trova più esempio che fra la vecchia aristocrazia dell'impero, nel quartiere silenzioso e triste del Fanar, dove s'è rifugiata l'anima dell'antica Bisanzio.
Là si vede ancora qualche volta una di quelle donne superbe affacciata a un balcone a balaustri, o all'inferriata d'una finestra altissima, cogli occhi fissi nella strada solitaria, nell'atteggiamento d'una regina prigioniera; e quando il servidorame dei discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, non sta oziando dinanzi alle porte, si può, contemplandola di nascosto, credere per un momento di veder per lo squarcio d'una nuvola il viso d'una dea dell'Olimpo.
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[Gli Ebrei]
Riguardo alle ebree, posso affermare, dopo esser stato nel Marocco, che quelle di Costantinopoli non hanno che fare con quelle della costa settentrionale dell'Affrica, nelle quali i dotti osservatori credono di vedere ancora in tutta la sua purezza il primo tipo orientale della bellezza ebraica.
Colla speranza di trovare questa bellezza, mi armai di coraggio, e feci molti giri per il vasto ghetto di Balata, che s'allunga, come un serpente immondo, sulla riva del Corno d'oro.
Mi spinsi fin nei vicoli più miserabili, in mezzo a casupole "grommate di muffa" come le ripe della bolgia dantesca, per crocicchi dove non ripasserei più che sui trampoli e colle narici turate; guardando per le finestre tappezzate di cenci nauseabondi, nelle stanze nere e viscose; soffermandomi dinanzi alle porte dei cortili umidi da cui usciva un tanfo da mozzare il fiato, facendomi largo in mezzo a gruppi di ragazzi scrofolosi e tignosi, toccando col gomito dei vecchi orrendi, che parevano morti di peste risuscitati; scansando a ogni passo cani coperti di piaghe e laghi di mota nera e panni schifosi appesi a corde bisunte, e mucchi di putridumi da far cadere in deliquio; ma il mio coraggio non fu ricompensato.
Fra le molte donne che incontrai imbacuccate nel loro calpak nazionale, che sembra un turbante allungato e copre i capelli e le orecchie, vidi bensì qualche viso in cui riconobbi quella regolarità delicata di lineamenti e quell'aria soave di rassegnazione, che si considera come il tratto distintivo delle ebree di Costantinopoli; vidi qualche vago profilo di Rebecca e di Rachele, dagli occhi a mandorla, pieni di dolcezza e di grazia; e qualche figura elegante, ritta in un atteggiamento raffaellesco sulla soglia d'una porta, con una mano sottile appoggiata sul capo ricciuto d'un bimbo.
Ma nella maggior parte non vidi che i segni della degradazione della razza.
Che differenza tra quelle figure stentite, e gli occhi di fuoco, i colori pomposi e le forme opulente che ammirai un anno dopo nei mellà di Tangeri e di Fez! Ed è lo stesso degli uomini, spersoniti, giallognoli, molli, di cui tutta la vitalità pare che si sia raccolta negli occhi scintillanti d'astuzia e di cupidigia, che essi girano continuamente intorno a sè stessi, come se da tutte le parti sentissero saltellare delle monete.
Ed ora m'aspetto che i miei buoni critici israeliti, che già mi diedero sulle dita a proposito dei loro correligionarii del Marocco, ricantino la stessa canzone, scrivendo a colpa dei turchi oppressori la decadenza e l'avvilimento degli ebrei di Costantinopoli.
Ma badino che nelle medesime condizioni politiche e civili degli ebrei si trovarono tutti gli altri sudditi non musulmani della Porta; e che se anche questo non fosse, sarebbe assai difficile il provare che la vergognosa immondizia, la precocità dei matrimonii e l'astensione da tutti i mestieri faticosi, considerate come cause efficacissime di quella decadenza, siano una conseguenza logica della mancanza di libertà e d'indipendenza.
E se mi vorranno dire invece, che non l'oppressione politica dei turchi, ma le piccole persecuzioni e il disprezzo di tutti, sono stati la cagione di quell'avvilimento, domandino prima a sè stessi se per caso non fosse vero il contrario; se la prima cagione non sia piuttosto da ricercarsi nei loro costumi e nella loro vita; e se invece di nasconder la piaga, non sarebbe utile che essi medesimi la toccassero col ferro rovente.
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[Il bagno]
Dopo aver fatto un giro per Balata, non è delle peggio, come si dice a Firenze, l'andare a fare un bagno turco.
Le case dei bagni si riconoscono di fuori: sono edifizi senza finestre, della forma di piccole moschee, sormontati da una cupola e da alti camini conici, che fumano perpetuamente.
Ma prima d'entrare, bisogna pensarci due volte, e domandarsi quid valeant humeri, perchè non tutti possono resistere all'aspro governo che si fa d'un uomo fra quelle mura salutari.
Io confesso che dopo quello che ne avevo inteso dire, c'entrai con un po' di trepidazione; e i lettori vedranno che ero da compatire.
Ripensandoci, mi sento uscire dalle tempie due goccioline di sudore che aspettano ch'io sia nel vivo della descrizione per filarmi giù per le guancie.
Ecco dunque quello che fu fatto della mia povera persona.
Entro timidamente e mi trovo in una gran sala che mi lascia un momento incerto, se sia un teatro o un ospedale.
Nel mezzo zampilla una fontana, coronata di fiori; e lungo le pareti gira una galleria di legno, dove dormono profondamente o fumano sonnecchiando alcuni turchi sdraiati su materasse e ravvolti dalla testa ai piedi in pannolini bianchissimi.
Mentre guardo intorno in cerca del bagnaiuolo, due tarchiati mulatti seminudi, sbucati non so di dove, mi si rizzano dinanzi come due spettri, e mi domandano tutti e due insieme con voce cavernosa: Hammamun? (bagno?) - Evvet (sì) rispondo con un filo di voce.
Mi accennano di seguirli e mi rimorchiano su per una scaletta di legno in una stanza piena di stuoie e di cuscini, dove mi fanno capire che mi debbo spogliare.
Mi stringono una stoffa azzurra e bianca intorno alle reni, mi raspano la testa con un pezzo di mussolina, mi fanno infilare due zoccoli colossali, mi pigliano sotto le braccia come un ubbriaco e mi conducono, o piuttosto mi traducono in un'altra sala calda e semi-oscura, dove mi distendono sopra un tappeto e stanno ad aspettare colle mani sui fianchi che mi si ammorbidisca la pelle.
Tutti questi apparecchi, che somigliano molto a quelli d'un supplizio, mi mettono addosso una inquietudine, la quale si cangia in un sentimento anche meno onorevole, quando i due aguzzini mi toccano la fronte, si scambiano uno sguardo che significa: - può resistere - e par che vogliano dire: - alla ruota - e ripigliandomi per le braccia mi accompagnano in una terza sala.
Qui provo una sensazione stranissima.
Mi par d'essere in un tempio sottomarino.
Vedo vagamente, a traverso un velo bianco di vapori, delle alte pareti marmoree, delle colonne, degli archi, la vôlta d'una cupola finestrata, da cui scendono dei raggi di luce rossa, azzurra e verde, dei fantasmi bianchi che vanno e vengono rasente le pareti, e nel mezzo della sala, uomini seminudi distesi sul pavimento come cadaveri, sui quali altri uomini seminudi stanno chinati nell'atteggiamento di medici che facciano un'autopsia.
La temperatura della sala è tale che, appena entrato, mi sento tutto in sudore, e mi pare che non potrò più uscir di là che sotto la forme d'un fiumicello, come l'amante d'Aretusa.
I due mulatti trasportano il mio corpo in mezzo alla sala e lo adagiano sopra una specie di tavola anatomica, che è una grande lastra di marmo bianco, rilevata dal pavimento, sotto la quale ardono le stufe.
La lastra scotta ed io vedo le stelle; ma oramai ci sono e bisogna striderci.
I due mulatti cominciano la vivisezione, canterellando una canzonetta funebre.
Mi pizzicano le braccia e le gambe, mi premono i muscoli, mi fanno scricchiolare le articolazioni, mi fregano, mi strizzano, mi stropicciano; mi fanno voltar bocconi, e ricominciano; mi rimettono supino, e tornan da capo; mi stirano e mi schiacciano come un fantoccio di pasta, a cui vogliano dare una forma che hanno in mente, e non ci riescano, e ci s'arrabbino; poi pigliano un po' di respiro; poi di nuovo pizzicotti e strizzatine e schiacciature da farmi temere che sia quello il mio ultimo quarto d'ora.
Finalmente, quando tutto il mio corpo schizza acqua come una spugna spremuta, quando mi vedono circolare il sangue sotto la pelle, quando s'accorgono che proprio non ci posso più reggere, tiran su i miei resti da quel letto di tortura, e li portano in un angolo, dinanzi a una piccola nicchia, dove sono due cannelle di rame, che gettano acqua calda e acqua fresca in una vaschetta di marmo.
Ma, ahimè! qui comincia un altro martirio.
E veramente la cosa piglia un certo andare, che, senza celia, io mi domando se non è il caso di appoggiare un cappiotto a destra e uno scopaccione a sinistra, e di battermela come mi trovo.
Uno dei due tormentatori si mette un guanto di pelo di cammello e comincia a fregarmi la schiena, il petto, le braccia e le gambe, colla grazia con cui striglierebbe un cavallo, e la strigliatura si prolunga per la bellezza di cinque minuti.
Finita la strigliatura, mi rovesciano addosso un torrente d'acqua tepida, e ripigliano fiato.
E lo ripiglio anch'io, ringraziando il cielo che sia finita.
Ma non è finita! Il mulatto feroce si leva il guanto e ricomincia l'operazione colla mano nuda, ed io m'indispettisco e gli fo cenno di smettere, e lui, mostrandomi la mano, mi prova, con mia grande meraviglia, che deve fregare ancora.
Finito di fregare, un altro rovescio d'acqua, e poi un'altra operazione.
Prendono tutti e due uno strofinaccio di stoppa imbevuto di sapone di Candia, e m'insaponano dalla testa ai piedi.
Finita l'insaponata, un altro diluvio d'acqua profumata, e poi da capo lo strofinamento colla stoppa.
Ma questa volta, come dio vuole, la stoppa è asciutta e strofinano per asciugare.
Asciugato che sono, mi rifasciano la testa, mi rimettono il grembiale, mi ravvolgono in un lenzuolo, mi riconducono nella seconda sala, e dopo una sosta di qualche minuto, mi fanno rientrar nella prima.
Qui trovo una materassa tepida sulla quale mi distendo mollemente e i due esecutori di giustizia mi danno gli ultimi pizzicotti per rendere uguale in tutte le membra la circolazione del sangue.
Ciò fatto, mi mettono un cuscino ricamato sotto la testa, una coperta bianca addosso, una pipa in bocca, una limonata accanto, e mi lascian lì fresco, leggiero, odoroso, colla mente serena, col cuore contento, con un senso così puro e così giovanile della vita, che mi par d'esser nato allora, come Venere, dalla spuma del mare, e di sentirmi frullare sopra la testa le ali degli amorini.
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[La Torre del Seraschiere]
Sentendosi così puri e disposti a riveder le stelle non c'è di meglio che arrampicarsi sopra la testa di quel titano di pietra che si chiama la torre del Seraschiere.
Io credo che Satana, se volesse tentare un'altra volta qualcuno coll'offerta del regno della terra, sarebbe sicuro del fatto suo, trasportando la sua vittima su quella cima.
La torre, fabbricata sotto il regno di Mahmud II, è piantata sulla collina più alta di Stambul, nel mezzo del cortile vastissimo del ministero della guerra, nel punto che i turchi chiamano l'ombelico della città.
È costrutta in gran parte con marmo bianco di Marmara, sul piano d'un poligono regolare di sedici lati, e si slancia in alto, ardita e svelta come una colonna, sorpassando d'un buon tratto i minareti giganteschi della vicina moschea di Solimano.
Si va su per una scala a chiocciola, rischiarata da poche finestre quadrate, per le quali s'intravvede, passando, ora Galata, ora Stambul, ora i sobborghi del Corno d'oro; e non s'è ancora a mezza altezza, che già, lanciando uno sguardo fuori, pare di essere nella regione delle nuvole.
Qualche volta salendo, si sente un leggero rumore sul proprio capo, e quasi nello stesso punto si vede passare e sparire una larva, che sembra una cosa che precipita piuttosto che un uomo che discende; ed è uno dei guardiani che stanno giorno e notte alla vedetta sulla sommità della torre, il quale ha visto probabilmente in qualche punto lontano dell'orizzonte un nuvolo di fumo sospetto, e ne porta avviso al Seraschierato.
La scala ha circa duecento scalini, e conduce a una specie di terrazza rotonda, coperta di sopra e vetrata tutt'intorno, nella quale gira perpetuamente un guardiano, che serve il caffè ai visitatori.
Al primo entrare in quella gabbia trasparente, che par sospesa tra il cielo e la terra, al vedere tutt'intorno quell'immenso vuoto azzurro, al sentire il vento che strepita e fa sonare i vetri e scricchiolare gli assiti, s'è quasi presi dalle vertigini e tentati di rinunziare al panorama.
Ma alla vista della scaletta appoggiata al finestrino del tetto, il coraggio ritorna, si sale col cuore palpitante, e si getta un grido di meraviglia.
È un momento sublime.
Si rimane come sfolgorati.
Tutta Costantinopoli è là e s'abbraccia tutta con un giro dello sguardo; tutte le colline e tutte le valli di Stambul, dal castello delle Sette Torri ai cimiteri d'Eyub; tutta Galata e tutta Pera, come se lo sguardo vi cadesse a fil di piombo; tutta Scutari, come se fosse lì sotto; tre file di città, di boschi, di flotte, che fuggono a perdita d'occhi lungo tre rive incantevoli, e altre striscie interminabili di villaggi e di giardini che si perdono serpeggiando nell'interno delle terre; tutto il Corno d'oro, immobile, cristallino e picchiettato d'innumerevoli caicchi, che sembrano moscerini natanti; tutto il Bosforo, che par chiuso qua e là dalle colline più avanzate delle due rive, e presenta l'immagine d'una successione di laghi, e ogni lago par circondato da una città, e ogni città è inghirladata di giardini; di là dal Bosforo, il mar Nero azzurrino che si confonde col cielo; dalla parte opposta, il mar di Marmara, il golfo di Nicomedia, le isole dei Principi, la riva europea e la riva asiatica biancheggianti di villaggi; di là dal mar di Marmara, lo stretto dei Dardanelli, che luccica come un sottile nastro d'argento; oltre i Dardanelli un vago bagliore bianco, ch'è il mare Egeo e una curva oscura che è la riva della Troade; di là da Scutari, la Bitinia e l'Olimpo; di là da Stambul, le solitudini ondulate e giallognole della Tracia; due golfi, due stretti, due continenti, tre mari, venti città, una miriade di cupole inargentate e di guglie d'oro, una gloria di colori e di luce, da far dubitare se quella sia una veduta del nostro pianeta o di un altro astro più favorito da Dio.
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[Costantinopoli]
E sulla torre del Seraschiere, come su quella di Galata, come sul vecchio ponte, come a Scutari, io mi domandai cento volte: - Ma in che maniera hai potuto innamorarti dell'Olanda? - E non solo quel paese, ma Parigi, ma Madrid, ma Siviglia, mi parevano città oscure e malinconiche, in cui non avrei più potuto vivere un mese.
Poi ripensavo alle mie povere descrizioni e mi dicevo con rammarico: - Ah! disgraziato! Quante volte hai sciupato le parole bello, splendido, immenso! Ed ora che cosa dirai di questo spettacolo? - Ma già mi pareva che da Costantinopoli non avrei cavato una pagina.
E il mio amico Rossasco mi diceva: - Ma perchè non ti ci provi? - Ed io gli rispondevo: - Ma se non ho nulla da dire! - E alle volte, chi lo crederebbe? quello spettacolo, per qualche minuto secondo, a certe ore, a una certa luce, mi pareva meschino, ed esclamavo quasi con sgomento: - O dov'è la mia Costantinopoli? - Altre volte mi pigliava un sentimento di tristezza pensando che mentre io ero là dinanzi a quella immensità e a quella bellezza, mia madre era in una piccola stanza, da cui non si vedeva che un cortile uggioso e una piccola striscia di cielo; e mi pareva una colpa mia, e avrei dato un occhio per aver la mia buona vecchia a bracetto e condurla a Santa Sofia.
La giornata però correva quasi sempre allegra e leggera come un'ora d'ebbrezza.
E le rare volte che faceva capolino l'umor nero, il mio amico ed io avevamo un mezzo sicuro di liberarcene.
Scendevamo a Galata in due caicchi a due remi, i più variopinti e i più dorati dello scalo, e gridavamo: - Eyub! - ed eravamo già in mezzo al Corno d'oro.
I nostri rematori si chiamavano Mahmut, Baiazet, Ibraim, Murat, avevano vent'anni per uno e due braccia di ferro, e vogavano a gara incitandosi con grida e ridendo come bambini; il cielo era sereno e il mare trasparente; noi rovesciavamo il capo indietro per bere a sorsate più lunghe l'aria piena di profumi, e lasciavamo spenzolare una mano nell'acqua; i due caicchi volavano, di qua e di là ci fuggivano allo sguardo i chioschi, i palazzi, i giardini, le moschee; ci pareva d'esser portati dal vento a traverso un mondo fatato, sentivamo un piacere inesprimibile d'esser giovani e d'essere a Stambul, Yunk cantava, io recitavo delle ballate orientali di Vittor Hugo, e vedevo ora a destra, ora a sinistra, ora vicino, ora lontano, balenare per aria un viso amoroso, coronato di capelli bianchi e illuminato da un sorriso dolcissimo, che diceva: - Sii felice, figliuolo! Io ti benedico e ti seguo.
SANTA SOFIA
Ed ora, se anche un povero scrittore di viaggi può invocare una musa, io la invoco a mani giunte perchè la mia mente si smarrisce "in faccia al nobile subbietto" e le grandi linee della basilica bizantina mi tremano dinanzi come un'immagine riflessa da un'acqua agitata.
La musa m'ispiri, Santa Sofia m'illumini e l'imperatore Giustiniano mi perdoni.
Una bella mattina d'ottobre, accompagnati da un cavas turco del Consolato d'Italia e da un dracomanno greco, andammo finalmente a visitare il "paradiso terrestre, il secondo firmamento, il carro dei cherubini, il trono della gloria di Dio, la meraviglia della terra, il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
La quale ultima sentenza, - lo sappiano i miei amici di Burgos, di Colonia, di Milano, di Firenze, - non è mia, e non oserei farla mia; ma l'ho citata, colle altre, perchè è una delle molte espressioni consacrate dall'entusiasmo dei Greci, che il nostro dracomanno ci andava ripetendo per via.
E avevamo scelto pensatamente, insieme a un vecchio cavas turco, un vecchio dracomanno greco, colla speranza, che non fu delusa, di sentire nelle loro spiegazioni e nelle loro leggende cozzare le due religioni, le due storie, i due popoli; e che l'uno ci avrebbe esaltato la chiesa l'altro magnificato la moschea, in modo da farci vedere Santa Sofia come dev'esser veduta: con un occhio di cristiano e un occhio di turco.
La mia aspettazione era grande e la curiosità vivissima; eppure, strada facendo, pensavo come penso ancora, che non c'è monumento famoso, e sia pure degno della sua fama, dal quale venga all'anima una commozione così vivamente e schiettamente piacevole com'è quella che si prova nell'andarlo a vedere.
Se dovessi rivivere un'ora di tutti i giorni in cui vidi qualche grande cosa, sceglierei quella che passò fra il momento in cui dissi: - Andiamo -; e il momento in cui intesi dire: - Siamo giunti.
Le più belle ore dei viaggi son quelle.
Andando, par di sentirsi ingrandir l'anima come per contenere il sentimento di ammirazione che vi sorgerà tra poco; si rammentano i desiderii della prima giovinezza, che parevan sogni; si rivede un vecchio professore di geografia che, dopo aver segnato Costantinopoli sulla carta d'Europa, traccia per aria, con una presa di tabacco tra le dita, le linee della grande basilica; si vede quella stanza, quel caminetto, dinanzi al quale, nel prossimo inverno, si descriverà il monumento in mezzo a un cerchio di visi meravigliati ed immobili; si sente sonar quel nome di Santa Sofia nella testa, nel cuore, nelle orecchie, come il nome d'un essere vivo che ci aspetti e ci chiami per rivelarci qualche grande segreto; si vedono apparire sul nostro capo archi e pilastri prodigiosi d'edifizii che si perdono nel cielo; e quando si è a pochi passi dalla meta, si prova ancora un piacere inesprimibile a soffermarsi per guardare un ciottolo, per veder fuggire una lucertola, per raccontare una barzelletta, per perdere un po' di tempo, per ritardare di qualche minuto quel momento che s'è desiderato per vent'anni e che si ricorderà per tutta la vita.
Per modo che rimane assai poca cosa di questi celebrati piaceri dell'ammirazione, se si toglie il sentimento che li precede e quello che li segue.
È quasi sempre un'illusione, seguita da un leggiero disinganno, dal quale noi, ostinati, facciamo pullulare altre illusioni.
La moschea di Santa Sofia è posta in faccia all'entrata principale dell'antico Serraglio.
Arrivando, però, nella piazza che si stende dinanzi al Serraglio, la prima cosa che attira gli occhi, non è la moschea, ma la fontana famosa del Sultano Ahmed III.
È uno dei più originali e più ricchi monumenti dell'arte turca.
Ma più che un monumento, è un vezzo di marmo, che un galante sultano mise in fronte alla sua Stambul in un momento d'amore.
Io credo che non lo possa descriver bene che una donna.
La mia penna non è abbastanza fina per ritrarne l'immagine.
A prima vista, non si direbbe una fontana.
Ha la forma d'un tempietto quadrato, ed è coperto da un tetto alla chinese, che spinge le sue falde ondulate molto al di fuori dei muri, e gli dà una vaga apparenza di pagoda.
Ai quattro angoli vi sono quattro torricciuole rotonde, munite di finestrine ingraticolate, o piuttosto quattro chioschetti di forma gentilissima, ai quali corrispondono, sopra il tetto, altrettante cupolette svelte, sormontate ciascuna da una guglia graziosa; le quali fanno corona a una cupoletta più grande, posta nel mezzo.
In ciascuno dei quattro muri ci sono due nicchie eleganti; fra le nicchie un arco a sesto acuto; sotto l'arco, una cannella che versa l'acqua in una piccola vasca.
Intorno all'edifizio gira una iscrizione che dice: - Questa fontana ti parla della sua età nei seguenti versi del sultano Ahmed: volgi la chiave di questa sorgente pura e tranquilla e invoca il nome di Dio; bevi di quest'acqua inesauribile e limpida e prega per il Sultano.
- Il piccolo edifizio è tutto di marmo bianco, che appena apparisce sotto gl'infiniti ornamenti che coprono i muri; sono archetti, nicchiette, colonnine, rosoni, poligoni, nastri, ricami di marmo, dorature su fondo azzurro, frangie intorno alle cupole, intarsiature sotto il tetto, musaici di cento colori, arabeschi di mille forme, che par che s'intrichino a fissarvi lo sguardo, ed irritano quasi il senso dell'ammirazione.
Non c'è lo spazio d'una mano che non sia scolpito, miniato, tormentato.
È un prodigio di grazia, di ricchezza e di pazienza, da tenersi sotto una campana di cristallo; una cosa che pare non sia fatta soltanto per gli occhi, ma che debba avere un sapore, e se ne vorrebbe succhiare una scheggia; uno scrigno, che si vorrebbe aprire, per vedere che cosa c'è dentro: se una dea bambina o una perla enorme o un anello fatato.
Il tempo n'ha in parte sbiadito le dorature, confusi i colori e anneriti i marmi.
Che cosa doveva essere questo gioiello colossale quando fu scoperto la prima volta, tutto nuovo e sfolgorante, agli occhi del Salomone del Bosforo, cento e sessant'anni or sono? Ma così vecchio e nero come si ritrova, tiene ancora il primato su tutte le piccole meraviglie di Costantinopoli; ed oltre a ciò, è un monumento così schiettamente turco, che visto una volta, si fissa per sempre nella memoria in mezzo a quel certo numero d'immagini, che balenano poi tutte insieme alla mente ogni volta che ci suoni all'orecchio il nome di Stambul, e formano come il fondo del quadro orientale, su cui si moverà perpetuamente il nostro pensiero.
Dalla fontana si vede la moschea di Santa Sofia, che chiude un lato della piazza.
L'aspetto esterno non ha nulla di notevole.
La sola cosa che arresti lo sguardo sono i quattro altissimi minareti bianchi, che sorgono ai quattro angoli dell'edifizio su piedestalli grandi come case.
La cupola famosa sembra piccina.
Non pare che possa essere quella medesima cupola che si vede rotondeggiare nell'azzurro, come la testa d'un titano, da Pera, dal Bosforo, dal mar di Marmara e dalle colline dell'Asia.
È una cupola schiacciata, fiancheggiata da due mezze cupole, rivestita di piombo, coronata di finestre, che s'appoggia su quattro muri dipinti a larghe striscie bianche e rosate, sostenuti alla loro volta da enormi contrafforti, intorno ai quali sorgono confusamente molti piccoli edifizii d'aspetto meschino, - bagni, scuole, mausolei, ospizi, cucine pei poveri.
- che nascondono l'antica forma architettonica della basilica.
Non si vede che una mole pesante, irregolare, di color scialbo, nuda come una fortezza, e non tanto grande all'apparenza, da far supporre a chi non lo sappia che vi sia dentro il vano immenso della navata di Santa Sofia.
Della basilica antica non apparisce propriamente che la cupola, la quale pure ha perduto lo splendore argentino che si vedeva, a detta dei Greci, dalla sommità dell'Olimpo.
Tutto il rimanente è musulmano.
Un minareto fu innalzato da Maometto il Conquistatore, un altro da Selim II, gli altri due dal terzo Amurat.
Dello stesso Amurat sono i contrafforti innalzati sulla fine del sedicesimo secolo per sostenere i muri stati scossi da un terremoto, e la smisurata mezzaluna di bronzo, piantata sulla sommità della cupola, di cui la sola doratura costò cinquantamila ducati.
L'antico atrio è sparito; il battisterio convertito in mausoleo di Mustafà e d'Ibraim I quasi tutti gli altri piccoli edifizii annessi alla chiesa greca, o distrutti, o nascosti da nuovi muri, o trasformati in maniera che non si riconoscono.
Da tutte le parti la moschea stringe, opprime e maschera la chiesa, che non ha più libero che il capo, sul quale però vigilano, come quattro sentinelle gigantesche i quattro minareti imperiali.
Dalla parte d'Oriente v'è una porta ornata di sei colonne di porfido e di marmo; a mezzogiorno un'altra porta per cui s'entra in un cortile, circondato d'edifìci bassi e disuguali, in mezzo al quale zampilla una fontana per le abluzioni, coperta da un tempietto arcato, sostenuto da otto colonnine.
A guardarla di fuori, non si distinguerebbe Santa Sofia dalle altre grandi moschee di Stambul, se non perchè è meno bianca e meno leggiera; e molto meno passerebbe pel capo che sia quello "il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
Le nostre guide ci condussero, per una stradicciuola che fiancheggia il lato settentrionale dell'edifizio, a una porta di bronzo che girò lentamente sui cardini, ed entrammo nel vestibolo.
Questo vestibolo, che è una lunghissima ed altissima sala, rivestita di marmo e ancora luccicante qua e là degli antichi mosaici, dà accesso alla navata dal lato orientale per nove porte, e dal lato opposto metteva anticamente, per altre cinque porte, in un altro vestibolo, che per altre tredici porte comunicava coll'atrio.
Appena oltrepassata la soglia, mostrammo il nostro firmano d'entrata a un sacrestano in turbante, infilammo le pantofole, e a un cenno delle guide, ci avvicinammo, trepidando, alla porta di mezzo del lato orientale, che ci aspettava spalancata.
Messo appena il piede nella navata, rimanemmo tutti e due come inchiodati.
Il primo effetto, veramente, è grande e nuovo.
Si abbraccia con uno sguardo un vuoto enorme, un'architettura ardita di mezze cupole che paion sospese nell'aria, di pilastri smisurati, di archi giganteschi, di colonne colossali, di gallerie, di tribune, di portici, su cui scende da mille grandi finestre un torrente di luce; un non so che di teatrale e di principesco, più che di sacro; una ostentazione di grandezza e di forza, un'aria d'eleganza mondana, una confusione di classico, di barbaro, di capriccioso, di presuntuoso, di magnifico; una grande armonia, in cui, alle note tonanti e formidabili dei pilastri e degli archi ciclopici, che rammentano le cattedrali nordiche, si mescono gentili e sommesse cantilene orientali, musiche clamorose dei conviti di Giustiniano e d'Eraclio, echi di canti pagani, voci fioche d'un popolo effeminato e stanco, e grida lontane di Vandali, d'Avari e di Goti; una grande maestà sfregiata, una nudità sinistra, una pace profonda; un'idea della basilica di San Pietro raccorciata e intonacata, e della basilica di San Marco ingigantita e deserta; un misto non mai veduto di tempio, di chiesa e di moschea, d'aspetti severi e d'ornamenti puerili, di cose antiche e di cose nove, e di colori disparati, e d'accessorii sconosciuti e bizzarri; uno spettacolo, insomma, che desta un sentimento di stupore insieme e di rammarico, e fa stare per qualche tempo coll'animo incerto, come cercando una parola che esprima ed affermi il proprio pensiero.
L'edifizio è fabbricato sopra un rettangolo quasi equilatero, nel mezzo del quale s'innalza la cupola maggiore, sorretta da quattro grandi archi, i quali posano su quattro pilastri altissimi, che sono come l'ossatura di tutta la basilica.
Ai due archi che si presentano in faccia a chi entra, si appoggiano due grandi semicupole, le quali coprono tutta la navata, e ciascuna d'esse s'apre in altre due semicupole minori, che formano come quattro tempietti rotondi nel grande tempio.
Fra i due tempietti della parte opposta all'entrata, s'apre l'abside, pure coperta da una vôlta a quarto di sfera.
Sono dunque sette mezze cupole che fanno corona alla cupola maggiore, due sotto questa, e cinque sotto quelle due, senza punto d'appoggio apparente, in modo che presentano tutte insieme un aspetto di leggerezza meravigliosa, e sembrano davvero, come disse un poeta greco, appese per sette fili alla volta del cielo.
Tutte queste cupole sono rischiarate da grandi finestre arcate e simmetriche.
Fra i quattro pilastri enormi che formano un quadrato nel mezzo della basilica, s'alzano, a destra e a sinistra di chi entra, otto meravigliose colonne di breccia verde, su cui s'incurvano degli archi graziosi scolpiti a fogliami, che formano un porticato elegantissimo ai due lati della navata, e sorreggono a una grande altezza due vaste gallerie, le quali presentano due altri ordini di colonne e d'archi scolpiti.
Una terza galleria, che comunica colle due prime, corre lungo tutto il lato dell'entrata, e s'apre sulla navata con tre grandi archi, sostenuti da colonne gemelle.
Altre gallerie minori, sostenute da colonne di porfido, tramezzano i quattro tempietti posti alle estremità della navata, e sorreggono altre colonne, sulle quali s'appoggiano delle tribune.
Questa è la basilica.
La moschea è come sparpagliata nel suo seno e appiccicata alle sue mura.
Il Mirab, - la nicchia che indica la direzione della Mecca, - è scavato in un pilastro dell'abside.
Alla sua destra, in alto, è appeso uno dei quattro tappeti, su cui Maometto faceva le sue preghiere.
Sull'angolo dell'abside più vicino al Mirab, in cima a una scaletta ripidissima, fiancheggiata da due balaustrate di marmo scolpite con una delicatezza magistrale, sotto un bizzarro tetto conico, in mezzo a due bandiere trionfali di Maometto II, sporge il pulpito dove sale il Ratib a leggere il Corano, con una scimitarra sguainata nel pugno, per significare che Santa Sofia è moschea conquistata.
In faccia al pulpito v'è la tribuna del Sultano, coperta da una graticola dorata.
Altri pulpiti, o specie di terrazze, munite di balaustrate scolpite a giorno, e sorrette da colonnine di marmo e da archi arabescati, si stendono qua e là lungo i muri o s'avanzano verso il mezzo della navata.
A destra e a sinistra dell'entrata, ci sono due enormi urne d'alabastro, rinvenute fra le rovine di Pergamo, e fatte trasportare a Costantinopoli da Amurat III.
Dai pilastri, a una grande altezza, pendono dei dischi verdi smisurati, con iscrizioni del Corano a caratteri d'oro.
Di sotto sono attaccate ai muri delle grandi cartelle di porfido, che portano scritti i nomi d'Allà, di Maometto e dei quattro primi Califfi.
Negli angoli formati dai quattro archi che sostengono la cupola si vedono ancora le ali gigantesche di quattro cherubini di musaico, ai quali è stato coperto il viso con un rosone dorato.
Dalle volte delle cupole pendono innumerevoli cordoni di seta, che misurano quasi tutta l'altezza della basilica, e sostengono ova di struzzo, lampade di bronzo cesellato e globi di cristallo.
Qua e là si vedono dei leggii di legno a ìccase, intarsiati di madreperla e di rame, con su dei Corani manoscritti.
Il pavimento è coperto di tappeti e di stuoie.
I muri son nudi, biancastri, giallognoli, grigi oscuri, ornati ancora in qualche punto di musaici scoloriti.
L'aspetto generale, triste.
La prima meraviglia della moschea è la grande cupola.
Guardandola dal mezzo della navata, par davvero di vedere, come dice la Stael della cupola di San Pietro, un abisso sospeso sul nostro capo.
È altissima, ha una circonferenza enorme e la sua profondità non è che un sesto del suo diametro; il che la fa apparire anche più grande.
Alla sua base gira un terrazzino; sopra il terrazzino una corona di quaranta finestre ad arco.
Sulla sommità c'è scritta la sentenza che pronunciò Maometto II arrestando il suo cavallo dinanzi all'altar maggiore della basilica, il giorno della presa di Costantinopoli: - Allà è la luce del cielo e della terra -; e alcune delle lettere, bianche su fondo oscuro, hanno la lunghezza di nove metri.
Come tutti sanno, questo prodigio aereo non si sarebbe potuto compiere coi materiali ordinarii; le volte furon costrutte con pietra pomice che galleggia sull'acqua e con mattoni dell'isola di Rodi, cinque dei quali pesano appena quanto un mattone comune.
In ogni mattone era iscritta la sentenza di Davide: - Deus in medio eius non commovebitur.
Adiuvabit eam Deus vultu suo.
- Ogni dodici giri di mattoni, si muravano nella volta delle reliquie di santi.
Mentre gli operai lavoravano, i sacerdoti cantavano; Giustiniano, vestito d'una tunica di lino, assisteva; una folla immensa ammirava.
E non c'è da stupire quando si pensi che la costruzione di questo "secondo firmamento" ancora meraviglioso ai giorni nostri, era un ardimento senza esempio nel sesto secolo.
Il volgo credeva che stesse su per incanto, e i turchi, per molto tempo dopo la conquista, dovettero, pregando nella moschea di Santa Sofia, far forza a sè stessi per volgere lo sguardo ad Oriente invece d'innalzarlo a quel "cielo di pietra".
La cupola, infatti, copre circa la metà della navata in modo che signoreggia e rischiara tutto l'edifizio e da tutte le parti se ne vede un segmento; e vai vai si finisce sempre per trovarvisi sotto, e tornare per la centesima volta a farci rotear dentro il proprio sguardo e i propri pensieri, con un brivido di piacere acuto, che somiglia alla sensazione del volo.
Vista la navata e la cupola, non s'è che cominciato a veder Santa Sofia.
Chi appena ha un'ombra di curiosità storica, per esempio, può dedicare un'ora all'esame delle colonne.
Qui ci sono le spoglie di tutti i templi del mondo.
Le colonne di breccia verde che sostengono le due grandi gallerie, furon regalate a Giustiniano dai magistrati d'Efeso, e appartenevano al tempio di Diana, messo in fiamme da Erostrato.
Le otto colonne di porfido che s'alzano a due a due fra i pilastri, appartenevano al tempio del Sole innalzato da Aureliano a Balbek.
Altre colonne sono del tempio di Giove di Cizico, del tempio d'Helios di Palmira, dei templi di Tebe, d'Atene, di Roma, della Troade, delle Cicladi, d'Alessandria; e presentano una varietà infinita di grandezze e di colori.
Tra le colonne, le balaustrate, i piedestalli, e le lastre che rimangono dell'antico rivestimento dei muri, si vedon marmi di tutte le cave dell'Arcipelago, dell'Asia Minore, dell'Affrica e della Gallia.
Il marmo del Bosforo, bianco, picchiettato di nero, fa contrapposto al celtico nero venato di bianco; il marmo verde di Laconia si riflette nel marmo azzurro di Libia; il porfido punteggiato d'Egitto, il granito stellato di Tessaglia, il cario del monte Iassi strisciato di bianco e di rosso, il caristio pallido screziato di ferro, mescolano i loro colori alla porpora del marmo frigio, alla rosa del marmo di Synada, all'oro del marmo di Mauritania, alla neve del marmo di Paros.
A questa varietà di colori, s'aggiunge la varietà indescrivibile delle forme dei fregi, dei cornicioni, dei rosoni, dei balaustri, dei capitelli d'un bizzarro stile corinzio, in cui s'intrecciano animali, fogliami, croci, chimere, e di altri che non appartengono a nessun ordine, fantastici di disegno e disuguali di grandezza, accoppiati a casaccio; e dei fusti di colonne e dei piedestalli ornati di sculture capricciose, logorati dai secoli e scheggiati dalle scimitarre; che presentano tutt'insieme un aspetto bizzarro di magnificenza disordinata e barbaresca, e sono il vilipendio del buon gusto, e non se ne può staccare lo sguardo.
Stando nella navata, però, non si può comprendere tutta la vastità della moschea.
La navata, infatti, non ne è che una piccola parte.
I due porticati che sorreggono le gallerie laterali sono per sè soli due grandi edifizii, di cui si potrebbero fare due tempii.
Ciascuno d'essi è diviso in tre parti, separate da archi altissimi.
Qui pure colonne, architravi, pilastri, volte, tutto è enorme.
Passeggiando sotto quelle arcate, s'intravvede appena, per gl'interstizii delle colonne del tempio d'Efeso, la grande navata, e par quasi di essere in un'altra basilica.
Lo stesso effetto si prova dalle gallerie a cui si va per una scala a spirale d'inclinazione leggerissima, o piuttosto per una strada in salita, poichè non ci sono gradini, e potrebbe salirvi comodamente un uomo a cavallo.
Le gallerie erano il "gineceo" ossia la parte della chiesa riserbata alle donne; i penitenti stavano nel vestibolo, il comune dei fedeli nella navata.
Ciascuna galleria potrebbe contenere la popolazione d'un sobborgo di Costantinopoli.
Non par più di essere in una chiesa; par di passeggiare per la loggia d'un teatro titanico, dove debba scoppiare da un momento all'altro un canto di centomila voci.
Per veder la moschea bisogna affacciarsi alla balaustrata e allora tutta la grandezza appare.
Gli archi, le volte, i pilastri, tutto è ingigantito.
I dischi verdi, che parevano da misurarsi colle braccia, coprirebbero una casa.
Le finestre sono portoni di palazzi; le ali dei cherubini sono vele di bastimento; le tribune son piazze; la cupola dà il capogiro.
Abbassando lo sguardo si prova un'altra meraviglia.
Non si credeva d'essere saliti tant'alto.
Il piano della navata è giù in fondo a un abisso, e i pulpiti, le urne di Pergamo, le stuoie, le lampade, sembrano straordinariamente rimpicciolite.
Di là si vede meglio che di sotto una particolarità curiosa della moschea di Santa Sofia, ed è che la navata non avendo la direzione precisa della Mecca, a cui i musulmani debbono rivolgersi pregando, tutte le stuoie e tutti i tappeti sono disposti obliquamente alle linee dell'edifizio, e offendono gli occhi come un madornale errore di prospettiva.
Di lassù si abbraccia bene collo sguardo e col pensiero tutta la vita della moschea.
Si vedono dei turchi inginocchiati sulle stuoie colla fronte a terra; altri ritti come statue colle mani dinanzi al viso, come se interrogassero le rughe delle palme; alcuni seduti a gambe incrociate ai piedi d'un pilastro, come se riposassero all'ombra d'un albero; qualche donna velata, in ginocchio in un angolo solitario; dei vecchi seduti dinanzi ai leggii, che leggono il Corano; un iman che fa recitare dei versetti sacri a un gruppo di ragazzi; e qua e là, sotto le arcate lontane e per le gallerie, iman, ratib, muezzin, servitori della moschea, in abiti strani, che vanno e vengono tacitamente come se non toccassero il pavimento.
La melodia vaga formata dalle voci sommesse e monotone di chi legge e di chi prega, quelle mille lampade bizzarre, quella luce chiara ed eguale, quell'abside deserta, quelle vaste gallerie silenziose, quella immensità, quelle memorie, quella pace lasciano nell'animo un'impressione di grandezza e di mistero, che nè la parola può esprimere nè il tempo può cancellare.
Ma in fondo, come già dissi, è un'impression triste, e non diede nel falso il grande poeta che paragonò la moschea di Santa Sofia a un" colossale sepolcro", perchè da tutte le parti vi si vedono le traccie d'una devastazione orrenda, e si prova maggior rammarico pensando a ciò che fu, di quello che si goda nell'ammirazione di ciò che è ancora.
Quietato il sentimento della prima meraviglia, il pensiero si slancia irresistibilmente nel passato.
E oggi ancora, dopo tre anni, non mi si affaccia mai alla mente la grande moschea, ch'io non mi sforzi di rappresentarmi invece la chiesa.
Atterro i pulpiti musulmani, levo le lampade e le urne, stacco i dischi, e le cartelle di porfido, riapro le porte e le finestre murate, raschio l'intonaco che copre le pareti e le vôlte, ed ecco la basilica intera e novissima, come tredici secoli or sono, quando Giustiniano esclamò: - Gloria a Dio che m'ha giudicato degno di compiere quest'opera! Salomone, io t'ho vinto! - Da qualunque parte si giri lo sguardo, tutto luccica, scintilla e lampeggia come nelle reggie fatate delle leggende.
Le grandi pareti, rivestite di marmi preziosi, mandano dei riflessi d'oro, di avorio, d'acciaio, di corallo, di madreperla; le innumerevoli macchiette dei marmi, offrono l'aspetto di corone e di ghirlande di fiori; gli infiniti mosaici di cristallo danno ai muri, su cui batte un raggio di sole, l'apparenza di muri d'argento tempestati di diamanti.
I capitelli, i cornicioni, le porte, i fregi degli archi sono di bronzo dorato.
Le vôlte dei porticati e delle gallerie, dipinte a fuoco, offrono immagini colossali d'angeli e di santi in campo d'oro.
Dinanzi ai pilastri, nelle cappelle, accanto alle porte, in mezzo alle colonne, si drizzano statue di marmo e di bronzo, candelabri enormi d'oro massiccio, vangeli giganteschi appoggiati sopra leggii risplendenti come sedie reali, alte croci d'avorio, vasi scintillanti di perle.
In fondo alla navata non si vede che un bagliore confuso come di molte cose che ardano.
È la balaustrata del coro, di bronzo dorato; è il pulpito, incrostato di quarantamila libbre d'argento, che costò il tributo d'un anno dell'Egitto; sono le sedie dei sette preti, il trono del patriarca, il trono dell'imperatore, dorati, scolpiti, intarsiati, imperlati, su cui, quando scende diritta la luce, non si può fissare lo sguardo.
Al di là di questi splendori, nell'abside, si vede uno sfolgorio più vivo.
È l'altare, di cui la mensa, sostenuta da quattro colonne d'oro, è fatta d'una fusione d'argento, d'oro, di stagno e di perle, e il ciborio formato da quattro colonne d'argento puro, sulle quali s'innalza una cupola d'oro massiccio, sormontata da un globo e da una croce d'oro del peso di ducento sessanta libbre.
Di là dall'altare, s'alza una figura gigantesca della divina Sapienza che tocca il pavimento coi piedi e la vôlta dell'abside col capo.
Su tutti questi tesori splendono in alto le sette mezzecupole coperte di mosaici di cristallo e d'oro, e la grande cupola, su cui s'allungano le immagini smisurate degli apostoli, degli evangelisti, della Vergine e della Croce, tutta dorata, colorita e scintillante, come una vôlta di gioielli e di fiori.
E cupole e colonne e statue e candelabri si specchiano sull'immenso pavimento di marmo proconnesio ondulato, che visto dalle quattro porte principali, presenta l'immagine di quattro fiumi maestosi, increspati dal vento.
Così era l'interno della basilica.
Ma bisogna rappresentarsi ancora il grande atrio, circondato di colonne e di muri rivestiti di mosaico, e ornato di fontane di marmo e di statuette equestri; la torre da cui trentadue campane facevano sentire i loro rintocchi formidabili alle sette colline; le cento porte di bronzo decorate di bassorilievi e d'iscrizioni d'argento; le sale dei sinodi, le stanze dell'Imperatore, le prigioni dei sacerdoti, il battisterio, le vaste sacristie riboccanti di tesori, e un labirinto di vestiboli, di triclinii, di corridoi, di scale nascoste che giravano nei fianchi dell'edifizio e conducevano alle tribune o gli oratorii segreti.
Ora si può immaginare che spettacolo offerisse una tale basilica nelle grandi solennità di nozze imperiali, di concilii, d'incoronazioni; quando dal palazzo enorme dei Cesari, per una strada fiancheggiata da mille colonne, sparsa di mirto e di fiori, profumata d'incenso e di mirra, fra le case ornate di vasi preziosi e di parati di seta, fra due schiere d'azzurri e di verdi, fra i canti dei poeti e i clamori degli araldi che gridavano evviva in tutte le lingue dell'impero, veniva innanzi l'Imperatore, colla tiara sormontata da una croce, imperlato come un idolo, seduto sopra un carro d'oro dalle tende di porpora, tirato da due mule bianche, e circondato da un corteo di monarca persiano; e gli andava incontro il clero pomposo nell'atrio della basilica; e tutta quella turba di cortigiani, di scudieri, di logoteti, di protospatari, di drongarii, di conestabili, di generali eunuchi, di governatori ladri, di magistrati venduti, di patrizie spudorate, di senatori codardi, di schiavi, di buffoni, di casisti, di mercenarii d'ogni paese, tutta quella canaglia fastosa, tutto quel putridume dorato irrompeva per ventisette porte nella navata illuminata da sei mila candelabri; e si vedeva lungo la balaustrata del coro, sotto i portici e nelle tribune un via vai, un rimescolìo concitato di teste chiomate e di cappe purpuree, uno sfolgorìo di berretti gemmati, di collane d'oro, di corazze d'argento, un ricambiarsi di atti cerimoniosi, un incrociarsi d'inchini e di sorrisi, uno strascicare affettato di zimarre di seta e di spade di gala; e un molle profumo riempiva l'aria; e una immensa folla vigliacca faceva risonare le vôlte di grida di gioia e d'applausi profani.
Dopo aver fatto in silenzio parecchi giri per la moschea, lasciammo parlare le nostre guide, che cominciarono col farci vedere le cappelle poste sotto le gallerie e spogliate d'ogni cosa, come ogni altra parte della basilica.
Alcune servono di tesorerie, come l'opistodomo del Partenone, nelle quali i turchi che partono per un lungo viaggio o che temono i ladri, depositano i loro denari e i loro oggetti preziosi, e ce li lasciano anche per anni sotto la guardia di Dio; altre, chiuse da un muro, son convertite in infermerie, in cui aspetta la guarigione o la morte qualche malato incurabile o qualche idiota, che fanno tratto tratto risonare la moschea di grida lamentevoli o di risate infantili.
Di qui ci ricondussero in mezzo alla navata, e cominciò il dracomanno greco a raccontar le maraviglie della basilica.
Il disegno fu tracciato, è vero, dagli architetti Antemio di Tralles e da Isidoro di Mileto; ma è un angelo che ne ha ispirato loro il primo concetto.
È un angelo pure che ha suggerito a Giustiniano di far aprire tre finestre nell'abside, che rappresentassero le tre persone della Trinità.
Così le cento e sette colonne della chiesa rappresentano le cento e sette colonne che sostengono la casa della Sapienza.
Per radunare i materiali necessarii alla costruzione dell'edifizio, furono impiegati sette anni.
Cento capi mastri sopraintendevano al lavoro, e diecimila operai lavoravano nello stesso tempo, cinque mila da una parte e cinque mila dall'altra.
I muri non erano ancora alti da terra che pochi palmi, e già s'era speso per più di quattro cento cinquanta quintali d'oro.
La spesa totale per il solo edifizio ammontò a venticinque milioni di lire.
La chiesa fu consacrata dal Patriarca cinque anni, undici mesi e dieci giorni dopo che n'era stata messa la prima pietra, e Giustiniano ordinò in quell'occasione dei sacrifizi, delle feste, delle distribuzioni di danaro e di viveri, che durarono due settimane.
Qui prese la parola il cavas turco, e fu per accennarci il pilastro su cui il sultano Maometto II, entrando vincitore in Santa Sofia, lasciò l'impronta sanguinosa della mano destra come per suggellare la sua conquista.
Poi ci mostrò, vicino al Mirab, la così detta finestra fredda, dalla quale spira continuamente un'aria freschissima, che ispirò le più belle prediche ai più grandi dottori dell'Islamismo.
Ci fece vedere, a un'altra finestra, la famosa pietra risplendente, che è una lastra di marmo diafano, la quale risplende come un pezzo di cristallo quando vi batte il raggio del sole.
A sinistra di chi entra per la porta dal lato settentrionale, ci fece toccare la colonna che suda: una colonna rivestita di bronzo, della quale si vede il marmo sempre umido per una piccola screpolatura del rivestimento.
E infine ci indicò un blocco di marmo cavo, portato da Betlemme, nel quale si dice che fu messo, appena nato, Sidi Yssa "il figlio di Maria, l'apostolo di Dio, lo spirito che da lui procede, e che merita onore in questo mondo e nell'altro".
Ma mi parve che nè il turco nè il greco ci credessero molto.
Prese ancora una volta la parola il dracomanno, passando dinanzi a una porta murata delle gallerie, per raccontare la leggenda celebre del vescovo, e questa volta parlò con un accento di persuasione, che se non era schietto, era ben simulato.
Nel momento che i turchi irruppero nella chiesa di Santa Sofia, un vescovo greco stava dicendo la messa all'altar maggiore.
Alla vista degl'invasori abbandonò l'altare, salì sulla galleria e, inseguito dai soldati, scomparve per quella piccola porta, che rimase istantaneamente chiusa da un muro di pietra.
I soldati si misero a percuotere il muro furiosamente; ma non riuscirono che a lasciarvi le traccie delle loro armi; furono chiamati dei muratori; ma dopo aver lavorato un giorno intero coi picconi e le stanghe, dovettero rinunziare all'impresa; ci si provarono in seguito tutti i muratori di Costantinopoli, e tutti caddero inutilmente spossati dinanzi al muro miracoloso.
Ma quel muro si aprirà; s'aprirà il giorno in cui la basilica profanata sarà restituita al culto di Cristo, e allora ne uscirà il vescovo greco, vestito dei suoi abiti pontificali, col calice in mano, col volto radiante, e risaliti i gradini dell'altare, ripiglierà la messa nel punto a cui l'aveva lasciata; e quel giorno splenderà l'aurora di nuovi secoli per la città di Costantino.
Al momento d'uscire, il sacrestano turco, che ci aveva seguiti sino allora ciondolando e sbadigliando, ci diede una manata di pezzetti di mosaico che aveva staccati poco prima da un muro, e il dracomanno, fermandoci sulla porta, incominciò il racconto, che gli tagliammo in bocca, della profanazione di Santa Sofia.
Ma non vorrei che altri lo tagliasse in bocca a me ora che la descrizione della basilica mi ha ravvivato nella mente i particolari di quella scena.
Appena sparsa la notizia, verso le sette della mattina, che i turchi avevano superate le mura, una folla immensa s'era rifugiata in Santa Sofia.
Erano intorno a centomila persone: soldati fuggiaschi, monaci, sacerdoti, senatori, migliaia di vergini fuggite dai monasteri, famiglie patrizie coi loro tesori, grandi dignitari dello Stato e principi del sangue imperiale, che correvano per le gallerie e per la navata, e si pigiavano per tutti i recessi dell'edifizio, alla rinfusa con la feccia del volgo, cogli schiavi, coi malfattori vomitati dalle carceri e dalle galere, e tutta la basilica risonava di grida di terrore come un teatro affollato al divampare d'un incendio.
Quando la navata, tutte le gallerie e tutti i vestiboli furon pieni stipati, si sbarrarono e si asserragliarono le porte, e al frastuono dei primi momenti succedette una quiete spaventosa.
Molti credevano ancora che i vincitori non avrebbero osato profanare la chiesa di Santa Sofia; altri aspettavano con una stupida sicurezza l'apparizione dell'Angelo, annunziato dai profeti, il quale avrebbe sterminato l'esercito musulmano prima che le avanguardie arrivassero alla colonna di Costantino; altri, saliti sul terrazzo interno della grande cupola, spiavano dalle finestre l'avanzarsi del pericolo, e ne davano notizia coi cenni ai centomila volti smorti che guardavano in su dalle gallerie e dalla navata.
Di lassù si vedeva un'immensa nuvola bianca che copriva le mura dalle Blacherne fino alla Porta dorata; e di qua dalle mura, quattro striscie lampeggianti, che s'avanzavano fra le case come quattro torrenti di lava, allargandosi e rumoreggiando, in mezzo al fumo e alle fiamme.
Erano le quattro colonne assalitrici dell'esercito turco, che cacciavano dinanzi a sè gli avanzi disordinati dell'esercito greco, e convergevano, saccheggiando e incendiando, verso Santa Sofia, l'Ippodromo e il palazzo imperiale.
Quando le avanguardie delle colonne arrivarono sulla seconda collina, gli squilli delle trombe risonarono improvvisamente nella chiesa, e la moltitudine atterrita cadde in ginocchio.
Ma anche in quei momenti, molti confidavano ancora nell'apparizione dell'Angelo ed altri speravano che un sentimento di rispetto e di terrore avrebbe arrestato gl'invasori dinanzi alla maestà di quell'enorme edificio consacrato a Dio.
Ma anche quest'ultima illusione non tardò a dileguarsi.
Gli squilli delle trombe s'avvicinarono, un rumore confuso di armi e di grida, irrompendo dalle mille finestre, riempì la basilica, e un minuto dopo rimbombarono i primi colpi delle ascie ottomane sulle porte di bronzo dei vestiboli.
Allora quella immensa folla sentì il freddo della morte, e tutti si raccomandarono a Dio.
Le porte sfracellate o sgangherate rovinarono, e un'orda selvaggia di giannizzeri, di spahì, di timmarioti, di dervis, di sciaù, lordi di polvere e di sangue, trasfigurati dal furore della battaglia, della rapina e dello stupro, apparve sulle soglie.
Al primo aspetto della grande navata sfolgorante di tesori, gettarono un grido altissimo di meraviglia e di gioia; poi irruppero dentro come un torrente furioso.
Una parte si precipitò sulle vergini, sulle dame, sui patrizii, schiavi preziosi, che, istupiditi dal terrore, porsero spontaneamente le braccia alle corde e alle catene; gli altri piombarono sulle ricchezze della chiesa.
I tabernacoli furono predati, le statue stramazzate, i crocifissi d'avorio frantumati; i musaici, creduti gemme, disfatti a colpi di scimitarra, caddero in pioggie scintillanti nei caffettani e nelle cappe aperte; le perle dei vasi, scastonate dalle punte dei pugnali, saltellarono sul pavimento inseguite come cose vive, e disputate a morsi e a sciabolate; l'altar maggiore andò disperso in mille rottami d'oro e d'argento; le seggiole, i troni, il pulpito, la balaustrata del coro scomparvero come stritolati da una valanga di pietra.
E intanto continuavano a irrompere nella chiesa, a ondate sanguinose, le orde asiatiche; e in breve non si vide più che un turbinìo vertiginoso di predoni briachi, camuffati di tiare e di abiti sacerdotali, che agitavano nell'aria calici e ostensorii, trascinando file di schiavi legati colle cinture dorate dei pontefici, in mezzo ai cammelli e ai cavalli carichi di bottino, scalpitanti sul pavimento ingombro di scheggie di statue, di vangeli lacerati e di reliquie di santi; un'orgia forsennata e sacrilega, accompagnata da un frastuono orrendo di urli di trionfo, di minaccie, di nitriti, di risa, di grida di fanciulle e di squilli di trombe; fin che tutto tacque improvvisamente, e sulla soglia della porta maggiore apparve a cavallo Maometto II, circondato da una folla di principi, di vizir e di generali, superbo e impassibile come l'immagine vivente della vendetta di Dio, e rizzandosi sulle staffe, lanciò con voce tonante nella basilica devastata la prima formula della nuova religione: - Allà è la luce del cielo e della terra!
DOLMA BAGCÉ
Ogni venerdì il Sultano va a far le sue preghiere in una moschea di Costantinopoli.
Noi lo vedemmo un giorno che andò alla moschea d'Abdul-Megid, posta sulla riva europea del Bosforo, vicino al palazzo imperiale di Dolma Bagcé.
Per andare a Dolma Bagcé, da Galata, si passa per il quartiere popoloso di Top-hané, fra una grande fonderia di cannoni e un vasto arsenale; si percorre tutto il sobborgo musulmano di Funduclù, che occupa il luogo dell'antico Aïanteion, e si riesce in una piazza spaziosa, aperta verso il mare, di là dalla quale, lungo la riva del Bosforo, s'innalza il palazzo famoso dove risiedono i Sultani.
È la più grande mole di marmo che riflettano le acque dello stretto dalla collina del Serraglio alle bocche del Mar Nero, e non si abbraccia tutta con uno sguardo che passandovi davanti in caicco.
La facciata, che si stende per la lunghezza di circa un mezzo miglio italiano, è rivolta verso l'Asia, e si vede biancheggiare a una grande distanza fra l'azzurro del mare e il verde cupo delle colline della riva.
Non è propriamente un palazzo perchè non c'è un unico concetto architettonico; le varie parti sono slegate e vi si mescolano in una confusione non mai veduta lo stile arabo, il greco, il gotico, il turco, il romano, quello del nascimento; e colla maestà dei palazzi reali d'Europa, la grazia quasi femminea delle moresche di Siviglia e di Granata.
Piuttosto che il "palazzo" si potrebbe chiamare "la città imperiale" come quella dell'Imperatore della China; e più che per la vastità, per la forma, pare che debba essere abitato, non da un solo monarca, ma da dieci re fratelli od amici, che vi passino il tempo fra gli ozi e i piaceri.
Dalla parte del Bosforo presenta una serie di facciate di teatri o di templi, sulle quali v'è una profusione indescrivibile d'ornamenti, buttati via, come dice un poeta turco, dalle mani d'un pazzo; che rammentano quelle favolose pagode indiane, su cui l'occhio si stanca al primo sguardo, e sembrano l'immagine degli infiniti capricci amorosi e fastosi dei principi sfrenati che vivono tra quelle mura.
Sono file di colonne doriche e ioniche, leggiere come aste di lancia; finestre inquadrate in cornici a festoni e in colonnine accannellate; archi pieni di fogliami e di fiori che s'incurvano su porte coperte di ricami; terrazze gentili coi parapetti scolpiti a giorno; trofei, rosoni, viticci; ghirlande che s'annodano e s'intrecciano, vezzi di marmo che s'affollano sui cornicioni, lungo le finestre, intorno a tutti i rilievi; una rete d'arabeschi che si stende dalle porte ai frontoni, una fioritura, uno sfarzo e una finezza di fregi e di gale architettoniche, che danno ad ognuno dei piccoli palazzi di cui è composto il grande edifizio multiforme, l'apparenza d'un prodigioso lavoro di cesellatura.
Pare che non debba essere un tranquillo architetto armeno quello che n'ebbe il primo concetto; ma un sultano innamorato il quale l'abbia visto in sogno, dormendo tra le braccia della più ambiziosa delle sue amanti.
Dinanzi si stende una fila di pilastri monumentali di marmo bianco, uniti da cancellate dorate, che rappresentano un intreccio delicatissimo di rami e di fiori, e che viste di lontano sembrano cortine di trina, che il vento debba portar via.
Lunghe gradinate marmoree discendono dalle porte alla sponda e si nascondono nel mare.
Tutto è bianco, fresco, nitido come se il palazzo fosse fatto d'ieri.
L'occhio d'un artista ci potrà vedere mille errori d'armonia e di gusto; ma l'insieme di quella mole smisurata e ricchissima, il primo aspetto di quella schiera di reggie bianche come la neve, niellate come gioielli, coronate da quel verde, riflesse da quelle acque, lascia un'impressione di potenza, di mistero e d'amore, che fa quasi dimenticare la collina dell'antico Serraglio.
Quelli che ebbero la fortuna di penetrare fra quelle mura, dicono che il di dentro corrisponde alla facciata: che son lunghe sfilate di sale dipinte a fresco di soggetti fantastici e di colori ridenti, con porte di cedro e d'acagiù scolpite e ornate d'oro, che s'aprono su interminabili corridoi rischiarati da una luce dolcissima, dai quali si va in altre sale colorate di foco da cupolette di cristallo porporino, e in stanze da bagno che sembrano scavate in un solo blocco di marmo di Paros; e di qui su terrazze aeree, che pendono sopra giardini misteriosi e sopra boschetti di cipressi e di rose, dai quali, per lunghe fughe di portici moreschi, si vede l'azzurro del mare; e finestre, terrazze, loggie, chioschetti, tutto ribocca di fiori, per tutto c'è acqua che schizza e ricasca in piogge vaporose sulla verzura e sui marmi, e da ogni parte s'aprono vedute divine sul Bosforo, di cui l'aria viva spande in tutti i recessi della reggia enorme un delizioso fresco marino.
Dalla parte di Funduclù v'è una porta monumentale, sopraccarica d'ornamenti; il Sultano doveva uscire da quella porta e attraversare la piazza.
Non c'è altro re sulla terra che abbia una così bella piazza per fare una uscita solenne dalla sua reggia.
Stando ai piedi della collina, si vede da un lato la porta del palazzo, che sembra un arco di trionfo d'una regina; dall'altro la moschea graziosa di Abdul-Megid, fiancheggiata da due minareti gentili, in faccia, il Bosforo; di là, le colline dell'Asia, verdissime, picchiettate d'infiniti colori dai chioschi, dai palazzi, dalle moschee, dalle ville, che presentano l'aspetto d'una grande città parata a festa; più lontano, la maestà ridente di Scutari, colla sua corona funebre di cipressi; e fra le due rive, un incrociarsi continuo di legni a vela, di navi da guerra imbandierate, di vaporini affollati che paiono colmi di fiori, di bastimenti asiatici di forme antiche e bizzarre, di lancie del Serraglio, di barchette signorili, di stormi d'uccelli che radono le acque: una bellezza piena d'allegria e di vita, dinanzi alla quale lo straniero che aspetta l'uscita del corteo imperiale, non può che immaginare un Sultano bello come un angelo e sereno come un fanciullo.
Mezz'ora prima, v'erano già nella piazza due schiere di soldati vestiti alla zuava, che dovevano far ala al passaggio del Sultano, e un migliaio di curiosi.
Non c'è nulla di più strano della raccolta di gente che si vede per il solito in quell'occasione.
C'erano ferme qua e là parecchie splendide carrozze chiuse, con dentro delle turche "dell'alta signoria" guardate da giganteschi eunuchi a cavallo, immobili accanto gli sportelli; alcune signore inglesi in carrozze da nolo scoperte; varii crocchi di viaggiatori col cannocchiale a tracolla, fra i quali vidi il contino conquistatore dell'albergo di Bisanzio, venuto forse, il crudele! per fulminare d'uno sguardo di trionfo il suo rivale potente e infelice.
Tra la folla giravano parecchie figure cappellute, con un album sotto il braccio, che mi parvero disegnatori venuti per schizzare furtivamente le sembianze imperiali.
Vicino alla banda musicale c'era una bellissima signora francese, vestita un po' stranamente, d'aspetto e di atteggiamenti arditi, che stava dinanzi a tutti, che doveva essere un'avventuriera cosmopolitica venuta là per dar nell'occhio al Gran Signore, poichè le si leggeva sul viso "la trepida gioia d'un gran disegno".
C'erano di quei vecchi turchi, sudditi fanatici e sospettosi, che non mancano mai al passaggio del loro Sultano, perchè vogliono proprio assicurarsi coi loro occhi che è vivo e sano per la gloria e la prosperità dell'universo; e il Sultano esce appunto ogni venerdì per dare al suo buon popolo una prova della propria esistenza, potendo accadere, come accadde più volte, che la sua morte naturale o violenta sia tenuta segreta da una congiura di corte.
C'erano dei mendicanti, dei bellimbusti musulmani, degli eunuchi sfaccendati, dei dervis.
Fra questi notai un vecchio alto e sparuto, dagli occhi terribili, immobile, che guardava verso la porta del palazzo con un'espressione sinistra; e pensai che aspettasse il Sultano per piantarglisi davanti e gridargli in faccia come il dervis delle Orientali al Pascià Alì di Tepeleni: - Tu non sei che un cane e un maledetto! - Ma di questi ardimenti sublimi non si dà più esempio dopo la sciabolata famosa di Mahmud.
C'erano poi varii gruppi di donnine turche, in disparte, che parevano gruppi di maschere, e quella solita accozzaglia di comparse da palco scenico che è la folla di Costantinopoli.
Tutte le teste si profilavano sull'azzurro del Bosforo, e probabilmente tutte le bocche dicevano le stesse parole.
Si cominciava a parlare appunto in quei giorni delle stravaganze d'Abdul Aziz.
Già da un pezzo si parlava della sua insaziabile avidità di denaro.
Il popolo diceva: - Mamhud avido di sangue, Abdul-Megid di donne, Abdul-Aziz d'oro.
- Tutte le speranze che s'erano fondate su di lui, principe imperiale, quando, ammazzando un bue con un pugno, diceva: - Così ammazzerò la barbarie, - erano già svanite d'un pezzo.
Le tendenze a una vita semplice e severa, di cui aveva dato prova nei primi anni del suo regno, amando, come si diceva, una donna sola, e ristringendo inesorabilmente le spese enormi del Serraglio, non erano più che una memoria.
Forse erano anche anni ed anni che aveva smesso affatto quegli studi di legislazione, d'arte militare e di letteratura europea, di cui s'era fatto tanto scalpore, come se in essi riposassero tutte le speranze della rigenerazione dell'Impero.
Da molto tempo non pensava più che a sè stesso.
Ogni momento correva la voce di qualche sua escandescenza contro il ministro delle finanze che non voleva o non poteva dargli tutto il denaro ch'egli avrebbe voluto.
Alla prima obbiezione scaraventava addosso alla malcapitata Eccellenza il primo oggetto che gli cadeva nelle mani, recitando per filo e per segno, con quanta voce aveva in gola, la formola antica del giuramento imperiale: per il Dio creatore del cielo e della terra, per il profeta Maometto, per le sette varianti del Corano, per i centoventiquattromila profeti di Dio, per l'anima di mio nonno e per l'anima di mio padre, per i miei figli e per la mia spada, portami del danaro o faccio piantare la tua testa sulla punta del più alto minareto di Stambul.
E per un verso o per un altro veniva a capo di quel che voleva, e il danaro estorto in quella maniera, ora lo ammucchiava e se lo covava gelosamente come un avaro volgare, ora lo profondeva a piene mani in capricci puerili.
Oggi era il capriccio dei leoni, domani delle tigri, e mandava incettatori nelle Indie e nell'Affrica; poi per un mese filato cinquecento pappagalli facevano risonare i giardini imperiali della stessa parola; poi gli pigliava il furore delle carrozze e dei pianoforti che voleva far sonare sorretti dalla schiena di quattro schiavi; poi la mania dei combattimenti dei galli, a cui assisteva con entusiasmo, e appendeva di sua mano una medaglia al collo dei vincitori, e cacciava in esilio, di là dal Bosforo, i vinti; poi la passione del gioco, dei chioschi, dei quadri; la corte pareva tornata ai tempi del primo Ibraim; ma il povero principe non trovava pace, non faceva che passare da una noja mortale a un'inquietudine tormentosa; era torbido e triste; pareva che presentisse la fine infelice che lo aspettava.
A volte si ficcava nel capo di dover morire avvelenato, e per un pezzo, diffidando di tutti, non mangiava più che ova sode; altre volte, preso dal terrore degl'incendi, faceva togliere dalle sue stanze tutti gli oggetti di legno, persino le cornici degli specchi.
In quel tempo appunto si diceva che, per paura del fuoco, leggesse di notte al lume d'una candela piantata in un secchio d'acqua.
E malgrado queste follie, di cui si diceva che fosse la prima cagione una cagione che non c'è bisogno di dire, egli conservava tutta la forza imperiosa della volontà antica, e sapeva farsi obbedire e faceva tremare i più arditi.
La sola persona che potesse sull'animo suo era sua madre, donna d'indole altera e vana, che nei primi anni del suo regno faceva coprire di tappeti di broccato le strade dove passava suo figlio per andare alla moschea, e il giorno dopo regalava tutti quei tappeti agli schiavi che li andavano a levare.
Però, anche nel disordine della sua vita affannosa, fra l'uno e l'altro dei suoi grandi capricci, Abdul Aziz aveva pure dei capricci piccolissimi, come quello di volere sopra una data porta un dipinto a fresco di natura morta, con quei certi frutti e quei certi fiori, combinati in quella data maniera, e prescriveva accuratamente ogni cosa al pittore, e stava là lungo tempo a contare le pennellate, come se non avesse altro pensiero al mondo.
Di tutte queste bizzarrie, frangiate chi sa come dalle mille bocche del Serraglio, tutta la città parlava, e forse fin d'allora s'andavano raccogliendo le prime fila della congiura che lo rovesciò dal trono due anni dopo.
La sua caduta, come dicono i Musulmani, era già scritta, e con essa la sentenza che fu poi pronunziata sopra di lui e sopra il suo regno.
La quale non è molto diversa da quella che si potrebbe dare su quasi tutti i Sultani degli ultimi tempi.
Principi imperiali, spinti verso la civiltà europea da un'educazione superficiale, ma varia e libera, e dal fervore della giovinezza desiderosa di novità e di gloria, vagheggiano, prima di salire sul trono, grandi disegni di riforme e di rinnovamenti, e fanno il proposito fermo e sincero di dedicare a quel fine tutta la loro vita, che dovrà essere una vita austera di lavoro e di lotta.
Ma dopo qualche anno di regno e di lotte inutili, circondati da mille oracoli, inceppati da tradizioni e da consuetudini avversati dagli uomini e dalle cose, spaventati dalla grandezza non prima misurata dell'impresa, se ne sdanno sfiduciati, per domandare ai piaceri quello che non possono avere dalla gloria, e perdono a poco a poco, in una vita tutta sensuale, perfino la memoria dei primi propositi e la coscienza del loro avvilimento.
Così accade che al sorgere d'ogni nuovo Sultano si faccia sempre, e non senza fondamento, un pronostico felice a cui segue sempre un disinganno.
Abdul-Aziz non si fece aspettare.
All'ora fissata, s'udì uno squillo di tromba, la banda intonò una marcia di guerra, i soldati presentarono le armi, un drappello di lancieri uscì improvvisamente dalla porta del palazzo, e si vide apparire il Sultano a cavallo, che venne innanzi lentamente, seguito dal suo corteo.
Mi passò dinanzi a pochi passi, ed ebbi tutto il tempo di considerarlo attentamente.
La mia immaginazione fu stranamente delusa.
Il re dei re, il sultano scialacquatore, violento, capriccioso, imperioso, - che era allora sui quarantaquattr'anni, - aveva l'aspetto di una buonissima pasta di turco, che si trovasse a fare il sultano senza saperlo.
Era un uomo tarchiato e grasso, un bel faccione con due grandi occhi sereni e una barba intera e corta, già un po' brizzolata di bianco; aveva una fisonomia aperta e mansueta, un atteggiamento naturalissimo, quasi trascurato; e uno sguardo quieto e lento in cui non appariva la minima preoccupazione dei mille sguardi che gli erano addosso.
Montava un cavallo grigio bardato d'oro, di bellissime forme, tenuto per le briglie da due palafrenieri sfolgoranti.
Il corteo lo seguiva a grande distanza, e da questo solo si poteva capire che era il Sultano.
Il suo vestimento era modestissimo.
Aveva un semplice fez, un lungo soprabito di color scuro abbottonato fin sotto il mento, un paio di calzoni chiari e gli stivali di marocchino.
Veniva innanzi lentissimamente, guardando intorno con un'espressione tra benevola e stanca, come se volesse dire agli spettatori: - Ah! se sapeste come mi secco! - I musulmani s'inchinavano profondamente; molti europei si levavano il cappello: egli non restituì il saluto a nessuno.
Passando dinanzi a noi, diede uno sguardo a un ufficiale d'alta statura che lo salutava colla sciabola, un altro sguardo al Bosforo, e poi uno sguardo più lungo a due giovani signore inglesi che lo guardavano da una carrozza, e che si fecero rosse come due fragole.
Osservai che aveva la mano bianca e ben fatta, ed era appunto la mano destra, colla quale, due anni dopo, si aperse le vene nel bagno.
Dietro di lui passò uno stuolo di pascià, di cortigiani, di pezzi grossi, a cavallo; quasi tutti omaccioni con gran barbe nere, vestiti senza pompa, silenziosi, gravi, cupi, come se accompagnassero un convoglio funebre; dopo, un drappello di palafrenieri che conducevano a mano dei cavalli superbi; poi uno stuolo d'ufficiali a piedi col petto coperto di cordoni d'oro; passati i quali, i soldati abbassarono le armi, la folla si sparpagliò per la piazza, ed io rimasi là immobile, cogli occhi fissi sulla cima del monte Bulgurlù, pensando alla singolarissima condizione in cui si trova un sultano di Stambul.
È un monarca maomettano, pensavo, e ha la reggia ai piedi di una città cristiana, Pera, che gli torreggia sul capo.
È sovrano assoluto d'uno dei più vasti imperi del mondo, e ci sono nella sua metropoli, poco lontano da lui, dentro ai grandi palazzi che sovrastano al suo Serraglio, quattro o cinque stranieri cerimoniosi che la fanno da padroni in casa sua, e che trattando con lui, nascondono sotto un linguaggio reverente una minaccia perpetua che lo fa tremare.
Ha nelle mani un potere smisurato, gli averi e la vita di milioni di sudditi, il mezzo di soddisfare i suoi più pazzi desiderii, e non può cambiare la forma della sua copertura di capo.
È circondato da un esercito di cortigiani e di guardie, che bacerebbero l'orma dei suoi piedi, e trema continuamente per la propria vita e per quella dei suoi figliuoli.
Possiede mille donne fra le più belle donne della terra, ed egli solo, tra tutti i musulmani del suo impero, non può dare la mano di sposo a una donna libera, non può aver che figli di schiave, ed è chiamato egli stesso: - Figlio di schiava, - da quello stesso popolo che lo chiama "ombra di Dio".
Il suo nome suona riverito e terribile dagli ultimi confini della Tartaria agli ultimi confini del Maghreb, e nella sua stessa metropoli v'è un popolo innumerevole, e sempre crescente, su cui non ha ombra di potere e che si ride di lui, della sua forza e della sua fede.
Su tutta la faccia del suo immenso impero, fra le tribù più miserabili delle provincie più lontane, nelle moschee e nei conventi più solitarii delle terre più selvaggie, si prega ardentemente per la sua vita e per la sua gloria; ed egli non può fare un passo nei suoi stati, senza trovarsi in mezzo a nemici che lo esecrano e che invocano sul suo capo la vendetta di Dio.
Per tutta la parte del mondo che si stende dinanzi alla sua reggia, egli è uno dei più augusti e più formidabili monarchi dell'universo; per quella che gli si stende alle spalle, è il più debole, il più pusillo, il più miserevole uomo che porti una corona sul capo.
Una corrente enorme d'idee, di volontà, di forze contrarie alla natura e alle tradizioni della sua potenza, lo avvolge, lo soverchia, trasforma sotto di lui, intorno a lui, suo malgrado, senza che se n'avveda, consuetudini, leggi, usi, credenze, uomini, ogni cosa.
Ed egli è là, tra l'Europa e l'Asia, nel suo smisurato palazzo bagnato dal mare, come in una nave pronta a far vela, in mezzo a una confusione infinita d'idee e di cose, circondato d'un fasto favoloso e d'una miseria immensa, già non più nè due nè uno, non più vero musulmano, non ancora vero europeo, regnante sopra un popolo già in parte mutato, barbaro di sangue, civile d'aspetto, bifronte come Giano, servito come un nume, sorvegliato come uno schiavo, adorato, insidiato, accecato, e intanto ogni giorno che passa spegne un raggio della sua aureola e stacca una pietra dal suo piedestallo.
A me pare che se fossi in lui, stanco di quella condizione così singolare nel mondo, sazio di piaceri, stomacato d'adulazioni, affranco dai sospetti, indignato di quella sovranità malsicura ed oziosa sopra quel disordine senza nome, qualche volta, nell'ora in cui l'enorme Serraglio è immerso nel sonno, mi butterei a nuoto nel Bosforo come un galeotto fuggitivo, e andrei a passar la notte in una taverna di Galata in mezzo a una brigata di marinai, con un bicchiere di birra in mano e una pipa di gesso fra i denti, urlando la marsigliese.
Dopo una mezz'ora, il Sultano ripassò rapidamente in carrozza chiusa, seguito da un drappello d'ufficiali a piedi, e lo spettacolo fu finito.
Di tutto, quello che mi fece un senso più vivo, furono quegli ufficiali in grande uniforme, che correvano saltellando, come una frotta di lacchè, dietro la carrozza imperiale.
Non vidi mai una prostituzione simile della divisa militare.
Questo spettacolo del passaggio del Sultano, è ora, come si vede, una cosa assai meschina.
I sultani d'altri tempi uscivano in gran pompa, preceduti e seguiti da un nuvolo di cavalieri, di schiavi, di guardie dei giardini, d'eunuchi, di ciambellani, che visti di lontano, presentavano l'aspetto, come dicevano i cronisti entusiastici, "d'una vasta aiuola di tulipani." I sultani d'oggi invece par che rifuggano dalle pompe come da un'ostentazione teatrale della grandezza perduta.
Io mi domando sovente che cosa direbbe uno di quei primi monarchi se, risorgendo per un momento dal suo sepolcro di Brussa o dal suo turbè di Stambul, vedesse passare uno di questi suoi nepoti del secolo diciannovesimo, insaccato in un soprabito nero, senza turbante, senza spada, senza gemme, in mezzo a una folla di stranieri insolenti.
Io credo che arrossirebbe di rabbia e di vergogna, e che in segno di supremo disprezzo gli farebbe, come Solimano I ad Hassan, tagliare la barba a colpi di scimitarra, che è la più crudele ingiuria che si passa fare a un osmano.
E veramente, fra i sultani d'ora e quei primi, i cui nomi risonarono in Europa tra il secolo XII e il XVI come scoppi di folgore, corre la stessa differenza che tra l'impero ottomano dei nostri giorni e quello dei primi secoli.
Quelli raccoglievano davvero in sè la gioventù, la bellezza e il vigore della loro razza; e non erano soltanto un'immagine vivente del proprio popolo, una bella insegna, una perla preziosa della spada dell'islamismo; ma ne costituivano per sè soli una vera forza, e tale, che non c'è chi possa disconoscere nelle loro qualità personali una delle cagioni più efficaci del meraviglioso incremento della potenza ottomana.
Il più bel periodo è quello della prima giovinezza della dinastia che abbraccia centonovantatrè anni da Osmano a Maometto II.
Quella fu davvero una catena di principi fortissimi, e fatta una sola eccezione, e tenuto conto dei tempi e delle condizioni della razza, austeri e saggi e amati dai propri sudditi; spesso feroci, ma di rado ingiusti, e sovente anche generosi e benefici verso i nemici; e tutti poi quali si capisce che dovessero essere dei principi di quella gente, belli e tremendi d'aspetto, leoni veri, come le loro madri li chiamavano "di cui il ruggito faceva tremare la terra." Gli Abdul-Megid, gli Abdul-Aziz, i Murad, gli Hamid non sono che larve di padiscià in confronto di quei giovani formidabili, figli di madri di quindici e di padri di diciott'anni, nati dal fiore del sangue tartaro e dal fiore della bellezza greca, persiana, caucasea.
A quattordici anni comandavano eserciti e governavano provincie, e ricevevano in premio dalle proprie madri delle schiave belle ed ardenti come loro.
A sedici anni erano già padri, a settanta lo diventavano ancora.
Ma l'amore non infiacchiva in loro la tempra gagliardissima dell'animo e delle membra.
L'animo era di ferro, dicevano i poeti, e il corpo era d'acciaio.
Avevano tutti certi tratti comuni, che si perdettero poi nei loro nepoti degeneri: la fronte alta, le sopracciglia arcate e riunite come quelle dei persiani, gli occhi azzurrini dei figli delle steppe, il naso che si curvava sulla bocca purpurea "come il becco d'un pappagallo sopra una ciliegia" e foltissime barbe nere, per le quali i poeti del serraglio si stillavano a cercar paragoni gentili o terribili.
Avevano "lo sguardo dell'aquila di monte Tauro e la forza del re del deserto; colli di toro, larghissime spalle, petti sporgenti che poteva contenere tutta l'ira guerriera dei loro popoli", braccia lunghissime, articolazioni colossali, gambe corte ed arcate, che facevano nitrir di dolore i più vigorosi cavalli turcomanni, e grandi mani irsute che palleggiavano come canne le mazze e gli archi enormi dei loro soldati di bronzo.
E portavano dei soprannomi degni di loro: il lottatore, il campione, la folgore, lo stritolatore d'ossa, lo spargitore di sangue.
La guerra era dopo Allà il primo dei loro pensieri, e la morte era l'ultimo.
Non avevano il genio dei grandi capitani, ma erano dotati tutti di quella prontezza di risoluzione che quasi sempre vi supplisce, e di quella feroce ostinatezza che consegue non di rado i medesimi effetti.
Trasvolavano, come furie alate, pei campi di battaglia, mostrando di lontano le lunghe penne d'airone confitte nei turbanti candidi, e gli ampi caffettani tessuti d'oro e di porpora, e i loro urli selvaggi ricacciavano innanzi le schiere macellate dalla mitraglia serba e tedesca, quando non bastavano più i nerbi di bue di mille sciaù furibondi.
Lanciavano i loro cavalli a nuoto nei fiumi mulinando al disopra delle acque le scimitarre stillanti di sangue; afferravano per la strozza e stramazzavano di sella, passando, i pascià infingardi o vigliacchi; balzavano giù da cavallo, nelle rotte, e piantavano i loro pugnali scintillanti di rubini nel dorso dei soldati fuggiaschi; e feriti a morte, salivano, comprimendo la ferita, sopra un rialto del campo, per mostrare ai loro giannizzeri il volto smorto ma ancora minacciane e imperioso, finchè cadevano ruggendo di rabbia ma non di dolore.
Quale doveva essere il sentimento di quelle loro giovanette circasse o persiane appena uscite dalla puerizia, quando per la prima volta, la sera d'un giorno di battaglia, sotto una tenda purpurea, al lume velato d'una lampada, si vedevano comparire davanti uno di quei sultani spaventosi e superbi, inebbriati dalla vittoria e dal sangue? Ma allora essi diventavano dolci e amorosi, e stringendo quelle mani infantili nelle loro gigantesche mani ancora convulse dalla stretta della spada, cercavano mille immagini dai fiori dei loro giardini, dalle perle dei loro pugnali, dai più belli uccelli dei loro boschi, dai più bei colori delle aurore dell'Anatolia e della Mesopotamia per lodare la bellezza delle loro schiave tremanti, fin che esse prendevano animo, e rispondevano nel loro linguaggio appassionato e fantastico: - Corona del mio capo! Gloria della mia vita! Mio dolce e tremendo Signore! Che il tuo volto sia sempre bianco e splendido nei due mondi dell'Asia e dell'Europa! Che la vittoria ti segua da per tutto dove ti porterà il tuo cavallo! Che la tua ombra si stenda sopra tutta la terra! Io vorrei essere una rosa per olezzare sulla cima del tuo turbante, o una farfalla per battere le ali sulla tua fronte! - E poi, colla voce velata, raccontavano a quei grandi amanti appagati, che s'assopivano sul loro seno, le loro storie fanciullesche di palazzi di smeraldo e di montagne d'oro, mentre intorno alla tenda, per la campagna insanguinata ed oscura, l'esercito feroce dormiva.
Ma essi lasciavano ogni mollezza sulla soglia dell'arem, e uscivano da quegli amori più fieri e più ardenti.
Erano dolci nell'arem, feroci sul campo, umili nella moschea, superbi sul trono.
Di qui parlavano un linguaggio pieno d'iperboli sfolgoranti e di minacce fulminee, ed ogni loro sentenza era una sentenza irrevocabile che bandiva una guerra, o innalzava un uomo all'apice della fortuna, o faceva rotolare una testa ai piedi del trono, o scatenava un uragano di ferro o di foco sopra una provincia ribelle.
Così turbinando dalla Persia al Danubio e dall'Arabia alla Macedonia, fra le battaglie, i trionfi, le caccie, gli amori, passavano dal fiore degli anni a una virilità più bollente e più audace della giovinezza, e poi a una vecchiaia della quale non s'accorgeva nè il seno delle loro belle nè il dorso dei loro cavalli nè l'elsa della loro spada.
E non solo nella vecchiaia, anche nell'età verde avveniva qualche volta che, oppressi dal sentimento della loro mostruosa potenza, sgomentati tutt'a un tratto, nel furore delle vittorie e dei trionfi, dalla coscienza d'una responsabilità più che umana, e presi da una specie di terrore nella solitudine della propria altezza, si volgevano con tutta l'anima a Dio, e passavano i giorni e le notti nei recessi oscuri dei loro giardini a comporre poesie religiose, o andavano a meditare il Corano sulle rive del mare o a ballare le ridde frenetiche dei dervis o a macerarsi coi digiuni e coi cilicii nella caverna d'un vecchio eremita.
E come nella vita, così nella morte si presentarono quasi tutti ai loro popoli in una figura o venerabile o tremenda, sia che morissero colla serenità dei santi come il capo della dinastia, o carichi d'anni di gloria e di tristezza come Orkano, o del pugnale d'un traditore come Murad I, o nella disperazione dell'esilio come Baiazet, o conversando placidamente fra una corona di dotti e di poeti come il primo Maometto, o del dolore d'una sconfitta come il secondo Murad; e si può dir con sicurezza che i loro fantasmi minacciosi sono quanto rimarrà di più grande e di più poetico sugli orizzonti color di sangue della storia ottomana.
LE TURCHE
È una grande sorpresa per chi arriva a Costantinopoli, dopo aver inteso parlar tanto della schiavitù delle donne turche, il veder donne da tutte le parti e a tutte le ore del giorno, come in una qualunque città europea.
Pare che appunto in quel giorno a tutte quelle rondini prigioniere sia stato dato il volo per la prima volta e che sia cominciata un'èra nuova di libertà per il bel sesso musulmano.
La prima impressione è curiosissima.
Lo straniero si domanda, al vedere tutte le donne con quei veli bianchi e quelle lunghe cappe di colori ciarlataneschi, se son maschere o monache o pazze; e siccome non se ne vede una sola accompagnata da un uomo, pare che non debbano essere di nessuno, che siano tutte vedove o ragazze, o che appartengano tutte a un qualche grande ritiro di "malmaritate".
Nei primi giorni non ci si può persuadere che tutti quei turchi e tutte quelle turche che s'incontrano e si toccano senza guardarsi e senza accompagnarsi mai, possano avere tra loro qualcosa di comune.
E ogni momento s'è costretti a fermarsi per osservare quelle strane figure e per meditare su quello stranissimo uso.
Son queste dunque, si dice, son proprio queste quelle "avvincitrici di cuori", quelle "fonti di piacere", quelle "piccole foglie di rosa" e "uve primaticcie" e "rugiade del mattino" e "aurore" e "vivificatrici" e "lune splendenti" di cui mille poeti ci hanno empita la testa? Queste le hanum e le odalische misteriose, che a vent'anni, leggendo le ballate di Victor Hugo all'ombra d'un giardino, abbiamo sognate tante volte, come creature d'un altro mondo, di cui un solo amplesso avrebbe consunto tutte le forze della nostra giovinezza? Queste le belle infelici, nascoste dalle grate, vigilate dagli eunuchi, separate dal mondo, che passano sulla terra, come larve, gettando un grido di voluttà e un grido di dolore? Vediamo che cosa c'è ancora di vero in tutta questa poesia.
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Prima di tutto, il viso della donna turca non è più un mistero, e perciò una gran parte della poesia che la circondava è svanita.
Quel velo geloso che, secondo il Corano, doveva essere "un segno della sua virtù e un freno ai discorsi del mondo", non è più che un'apparenza.
Tutti sanno come è fatto il jasmac.
Sono due grandi veli bianchi, di cui uno, stretto intorno al capo come una benda, copre la fronte fino alle sopracciglia, s'annoda dietro, nei capelli, al di sopra della nuca, e ricade sulla schiena, in due lembi, fino alla cintura; l'altro copre tutta la parte inferiore del viso, e va ad annodarsi col primo, in modo che par tutto un velo solo.
Ma questi due veli, che dovrebbero essere di mussolina e stretti in maniera da non lasciar vedere che gli occhi e la sommità delle guancia, sono invece di tulle radissimo, e allentati tanto, che lasciano vedere non solo il viso, ma gli orecchi, il collo, le treccie, e spesso anche i cappellini all'europea, ornati di penne e di fiori, che portano le signore "riformate".
E perciò accade appunto il contrario di quello che si vedeva una volta, quando alle donne attempate era lecito di andare col viso un po' più scoperto, e alle giovani era imposto di coprirsi più rigorosamente.
Ora son le giovani, e specialmente le belle, quelle che si mostrano meglio, e son le vecchie che per ingannare il mondo portano il velo fitto e serrato.
Quindi un'infinità di bei misteri e di belle sorprese, raccontate dai romanzieri e dai poeti, non sono più possibili; ed è una fiaba, fra le altre, quella che lo sposo veda per la prima volta il viso della sua sposa nella notte nuziale.
Ma fuorchè il viso, tutto è ancora nascosto; non si può intravvedere nè il seno, nè la vita, nè il braccio, nè il fianco; il feregé nasconde rigorosamente ogni cosa.
È una specie di tonaca, guernita d'una pellegrina, di maniche lunghissime, larga, senza garbo, cadente come un mantellaccio dalle spalle ai piedi, di panno l'inverno, di seta l'estate, e tutta d'un colore, quasi sempre vivissimo: ora rosso vivo, ora ranciato, ora verde; e l'uno o l'altro predomina d'anno in anno, rimanendo inalterata la forma.
Ma benchè insaccate in quel modo, tanta è l'arte con cui sanno aggiustarsi il jasmac, che le belle paiono bellissime, e le brutte graziose.
Non si può dire che cosa fanno con quei due veli, con che grazia se li dispongono a corona e a turbante, con che ampiezza e con che nobiltà di pieghe li ravvolgono e li sovrappongono, con che leggerezza e con che elegante trascuranza li allentano e li lasciano cadere, come li fanno servire nello stesso tempo a mostrare, a nascondere, a promettere, a proporre degli indovinelli e a rivelare inaspettatamente delle piccole meraviglie.
Alcune pare che abbiano intorno al capo una nuvola bianca e diafana, che debba svanire ad un soffio; altre sembrano inghirlandate di gigli e di gelsomini; tutte paiono di pelle bianchissima, e prendono da quei veli delle sfumature nivee e un'apparenza di morbidezza e di freschezza che innamora.
È un'acconciatura ad un tempo austera e ridente, che ha qualche cosa di sacerdotale e di virgineo; sotto la quale pare che non debbano nascere che pensieri gentili e capricci innocenti....
Ma vi nasce un po' d'ogni cosa.
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È difficile definire la bellezza della donna turca.
Posso dire che quando ci penso vedo un viso bianchissimo, due occhi neri, una bocca purpurea e un'espressione di dolcezza.
Quasi tutte però son dipinte.
S'imbiancano il viso con pasta di mandorle e di gelsomino, s'ingrandiscono le sopracciglia con inchiostro di china, si tingono le palpebre, s'infarinano il collo, si fanno un cerchio nero intorno agli occhi, si mettono dei nei sulle guance.
Ma fanno questo con garbo; non come le belle di Fez, che si danno delle pennellate da imbianchini.
La maggior parte hanno un bel contorno ovale, un nasino un po' arcato, le labbra grossette, il mento rotondo, colla fossetta; molte hanno le fossette anche nelle guance; un bel collo lunghetto e flessibile; e mani piccine, quasi sempre coperte, peccato, dalle maniche della cappa.
Quasi tutte poi sono grassotte e moltissime di statura più che mezzana: rarissime le acciughe e i crostini dei nostri paesi.
Se hanno un difetto comune, è quello di camminar curve e un po' scomposte, con una certa cascaggine di bambolone cresciute tutt'a un tratto; il che deriva, si dice, da una mollezza di membra, di cui è cagione l'abuso del bagno, ed anche un po' dalla calzatura disadatta.
Si vedono, infatti, delle donnine elegantissime, che debbono avere un piedino di nulla, calzate di babbuccie da uomo o di stivaletti lunghi, larghi e aggrinziti, che una pezzente europea sdegnerebbe.
Ma anche in quella brutta andatura hanno un certo garbo fanciullesco che, quando ci si è fatto l'occhio, non dispiace.
Non si vede nessuna di quelle figure impettite, di quelle mostre da modista, così frequenti nelle città europee, che vanno a passetti di marionetta, e che par che saltellino sopra uno scacchiere.
Non hanno ancora perduto la pesantezza e la trascuranza naturale dell'andatura orientale, e se la perdessero, riuscirebbero forse più maestose, ma meno simpatiche.
Si vedono delle figure bellissime e di bellezza infinitamente svariata, poichè c'entra col sangue turco, il sangue circasso, l'arabo, il persiano.
Ci sono delle matrone di trent'anni, di forme opulente, che il feregé non basta a nascondere, altissime, con grandi occhi scuri, colle labbra tumide, colle narici dilatate, - pezzi di hanum da far tremare cento schiave con uno sguardo, - vedendo le quali, par davvero una ridicola e temeraria spacconata quella dei signori turchi che pretendono d'esser quattro volte mariti.
Ce n'è dell'altre, piccolette e paffutelle, che han tutto rotondo - volto, occhi, naso, bocca - ed un'aria così queta, così benevola, così bambina, un'apparenza di rassegnazione così docile al loro destino, di non essere che un trastullo e una ricreazione, che passandogli accanto, vi verrebbe voglia di mettergli in bocca una caramella.
Ci son poi anche le figurine svelte, sposine di sedici anni, ardite e vivacissime, cogli occhi pieni di capricci e d'astuzie, che fanno pensare con un sentimento di pietà al povero effendi che le ha da tenere in freno e al disgraziato eunuco che le deve tener d'occhio.
E la città si presta mirabilmente a inquadrare, per dir così, la loro bellezza e il loro vestiario.
Bisogna vedere una di quelle figurine col velo bianco e col feregé purpureo, seduta in un caicco, in mezzo all'azzurro del Bosforo; o adagiata sull'erba, in mezzo al verde bruno d'un cimitero; o anche meglio, vederla venir giù per una stradetta ripida e solitaria di Stambul, chiusa in fondo da un grande platano, quando tira vento, e i veli e il feregé svolazzano, e scoprono collo, piedino e calzina; e v'assicuro che in quel momento, se fosse sempre in vigore l'indulgente decreto di Solimano il Magnifico, che multa d'un aspro ogni bacio dato alla moglie e alla figliola altrui, allungherebbe un calcio all'avarizia anche Arpagone.
E non c'è caso che quando tira vento, la donna turca s'affanni a tener basso il feregé, perchè il pudore delle musulmane non va più in giù delle ginocchia, e s'arresta qualche volta assai prima.
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Una cosa che stupisce, sulle prime, è la loro maniera di guardare e di ridere, che scuserebbe qualunque giudizio più temerario.
Accade spessissimo che un giovane europeo, guardando fisso una donna turca, anche di alto bordo, sia ricambiato con uno sguardo sorridente o con un sorriso aperto.
Non è raro nemmeno che una bella hanum in carrozza, faccia, di nascosto all'eunuco, un saluto grazioso colla mano a un giovanotto franco a cui si sia accorta di piacere.
Qualche volta, in un cimitero o in una strada appartata, una turca capricciosa s'arrischia perfino a gettare un fiore passando, o a lasciarlo cadere in terra coll'intenzione manifesta che sia raccolto dal giaurro elegante che le vien dietro.
Per questo un viaggiatore fatuo può prendere dei grandi abbagli, e ci sono infatti degli europei scimuniti, che, essendo stati un mese a Costantinopoli, credono in buona fede d'aver rubata la pace a un centinaio di sventurate.
C'è senza dubbio, in quegli atti, un'espressione ingenua di simpatia; ma c'entra in parte assai maggiore uno spirito di ribellione, che tutte le turche hanno in cuore, nato dall'uggia della soggezione in cui sono tenute, e al quale danno sfogo, come e quando possono, in piccole monellerie, non fosse che per far dispetto, in segreto, ai loro padroni.
Fanno in quel modo più per fanciullaggine che per civetteria.
E la loro civetteria è d'un genere singolarissimo, che somiglia molto ai primi esperimenti delle ragazzine quando cominciano ad accorgersi d'esser guardate.
È un gran ridere, un guardare in su colla bocca aperta in atto di stupore, un fingere d'aver male al capo o a una gamba, certi atti di dispetto il feregé che le imbarazza, certi scatti da scolarette, che sembran fatti più per far ridere che per sedurre.
Mai un atteggiamento da salotto o da fotografia.
Quella po' d'arte che mostrano è proprio un'arte rudimentale.
Si vede, come direbbe il Tommaseo, che non hanno molti veli da gettar via; che non sono abituate ai lunghi amoreggiamenti, ad "essere circuite alla muta" come le donne geroglifiche del Giusti; e che quando hanno una simpatia, invece di star lì tanto a sospirare e a girar gli occhi, direbbero addirittura, se potessero esprimere il loro sentimento: - Cristiano, tu mi piaci.
- Non potendolo dire colla voce, glie lo dicono francamente, mostrando due belle file di perle luccicanti, ossia ridendogli sul viso.
Sono belle tartare ingentilite.
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E son libere: è una verità che lo straniero tocca con mano appena arrivato.
È una esagerazione il dire come Lady Montague che son più libere delle europee; ma chiunque è stato a Costantinopoli non può a meno di ridere quando sente parlare della loro "schiavitù".
Le signore, quando vogliono uscire, ordinano agli eunuchi di preparar la carrozza, escono senza chiedere il permesso a nessuno, e tornano a casa quando vogliono, purchè sia prima di notte.
Una volta non potevano uscire senz'essere accompagnate da un eunuco, o da una schiava, o da un'amica, e le più ardite, se non volevano altri, dovevano almeno condur con sè un figlioletto, che fosse come un titolo al rispetto della gente.
Se qualcheduna si faceva veder sola in un luogo appartato, era facilissimo che una guardia di città o un qualunque vecchio turco rigorista la fermasse e le domandasse: - Dove vai? D'onde vieni? Perchè non hai nessuno con te? Così rispetti il tuo effendi? Torna a casa! - Ma ora escon sole a centinaia, e se ne vedono a tutte le ore per le vie dei sobborghi musulmani e della città franca.
Vanno a far visita alle amiche da un capo all'altro di Stambul, vanno a passar delle mezze giornate nelle case di bagni, fanno delle gite in barchetta, il giovedì alle Acque dolci d'Europa, la domenica alle acque d'Asia, il venerdì al cimitero di Scutari, gli altri giorni alle isole dei Principi, a Terapia, a Bujukderé, a Kalender, a far merenda colle loro schiave, in brigatelle di otto o dieci; vanno a pregare alle tombe dei Padiscià e delle Sultane, a vedere i conventi dei dervis, a visitare le mostre pubbliche dei corredi nuziali, e non c'è effigie d'uomo, non che le accompagni o le segua, ma che, se anche son sole, ardisca di far loro un'osservazione.
Vedere un turco in una via di Costantinopoli, non dico a braccetto, ma al fianco, ma fermo per un momento a discorrere con una "velata", quando anche portassero scritto in fronte che son marito e moglie, parrebbe a tutti la più strana delle stranezze, o per meglio dire un'impudenza inaudita, come nelle nostre vie un uomo e una donna che si facessero ad alta voce delle dichiarazioni d'amore.
Da questo lato le donne turche sono veramente più libere che le europee, e non si può dire questa libertà quanto la godano, e con che matto desiderio corrano allo strepito, alla folla, alla luce, all'aria aperta, esse che in casa non vedono che un uomo solo, ed hanno finestre e giardini claustrali.
Escono e scorazzano per la città coll'allegrezza di prigioniere liberate.
C'è da divertirsi a pedinarne una a caso, alla lontana, per vedere come sanno sminuzzarsi e raffinarsi i piaceri del vagabondaggio.
Vanno nella moschea più vicina a dire una preghiera e si fermano a cicalare un quarto d'ora con un'amica sotto le arcate del cortile; poi al bazar a dare una capatina in dieci botteghe, e a farne metter sottosopra un paio, per comprare una bagattella; poi pigliano il tramway, scendono al mercato dei pesci, passano il ponte, si fermano a contemplare tutte le treccie e tutte le parrucche dei parrucchieri di via di Pera, entrano in un cimitero e mangiano un dolce sopra una tomba, ritornano in città, ridiscendono al Corno d'oro scantonando cento volte e guardando colla coda dell'occhio ogni cosa - vetrine, stampe, annunzi, signore che passano, carrozze, insegne, porte di teatri - comprano un mazzo di fiori, bevono una limonata da un acquaiolo, fanno l'elemosina a un povero, ripassano il Corno d'oro in caicco, ricominciano a far dei nastri per Stambul; poi pigliano il tramway un'altra volta, e arrivate sulla porta di casa, son capaci di tornare indietro, per fare ancora un giro di cento passi intorno a un gruppo di casette; tale e quale come i ragazzi che escon soli la prima volta, e che in quell'oretta di libertà ci vogliono far entrare un po' di tutto.
Un povero effendi corpulento che volesse tener dietro a sua moglie per scoprire se ha qualche ripesco, rimarrebbe sgambato a mezza strada.
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Per vedere il bel sesso musulmano, bisogna andare un giorno di gran festa alle Acque dolci d'Europa, in fondo al Corno d'oro, o a quelle d'Asia, vicino al villaggio di Anaduli-Hissar; che sono due grandi giardini pubblici, coperti da boschetti foltissimi, attraversati da due piccoli fiumi, e sparsi di caffè e di fontane.
Là sopra un vasto piano erboso, all'ombra dei noci, dei terebinti, dei platani, dei sicomori, che formano una successione di padiglioni verdi, per cui non passa un raggio di sole, si vedono migliaia di turche sedute a gruppi e a circoli, circondate di schiave, d'eunuchi, di bambini, che merendano e folleggiano per una mezza giornata, in mezzo a un via vai di gente infinito.
Appena giunti si rimane come trasognati.
Par di vedere una festa del paradiso islamitico.
Quella miriade di veli bianchissimi e di feregé scarlatti, gialli, verdi e cinerei, quegli innumerevoli gruppi di schiave vestite di mille colori, quel formicolìo di bimbi in costume di mascherine, i grandi tappeti di Smirne distesi in terra, i vasellami argentati e dorati che passano di mano in mano, i caffettieri musulmani, in abito di gala, che corrono in giro portando frutti e gelati, gli zingari che danzano, i pastori bulgari che suonano, i cavalli bardati d'oro e di seta che scalpitano legati agli alberi, i pascià, i bey, i giovani signori che galoppano lungo la riva del fiume, il movimento della folla lontana che sembra il tremolìo d'un campo di camelie e di rose, i caicchi variopinti e le carrozze splendide che arrivano continuamente a versare in quel mare di colori altri colori, e il suono confuso dei canti, dei flauti, delle zampogne, delle nacchere, delle grida infantili, in mezzo a quella bellezza di verde e d'ombra, svariata qua e là da piccole vedute luminose di paesaggi lontani; presentano uno spettacolo così festoso e così nuovo che al primo vederlo vien voglia di batter le mani e di gridare: - Bravissimi! - come a scena di teatro.
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Ed anche là, malgrado la confusione, è rarissimo il cogliere sul fatto un turco e una turca che amoreggino cogli occhi o si scambino dei sorrisi e dei gesti d'intelligenza.
Là non esiste la galanteria coram populo come nei nostri paesi; non ci sono nè le sentinelle melanconiche, che vanno e vengono sotto le finestre, nè le retroguardie affannose che camminano per tre ore sulle orme delle loro belle.
L'amore si fa tutto in casa.
Se qualche volta, in una strada solitaria, si sorprende un giovane turco che guarda in su a una finestrina ingraticolata dietro la quale scintilla un occhietto nero o spunta una manina bianca, si può esser quasi certi che è un fidanzato.
Ai fidanzati soli si permette il servizio di ronda e di scorta e tutte le altre fanciullaggini dell'amore ufficiale, come quella di parlarsi di lontano con un fiore, con un nastro, o per mezzo del colore d'un vestito o di una ciarpa.
E in questo le turche sono maestre.
Hanno migliaia di oggetti, tra fiori, frutti, erbe, penne, pietre, ciascuno dei quali possiede un significato convenuto, che è un epiteto o un verbo od anche una proposizione intera, in modo che possono mettere insieme una lettera con un mazzetto e dir mille cose con una scatolina o una borsa piena di oggettini svariatissimi, che paiono riuniti a caso; e siccome il significato d'ogni oggetto è per lo più espresso in un verso, così ogni amante è in grado di comporre una poesia amorosa od anche un poemetto polimetrico in cinque minuti.
Un chiodetto di garofano, una striscia di carta, una fettina di pera, un pezzetto di sapone, un fiammifero, un po' di fil d'oro e un grano di cannella e di pepe, vogliono dire: - È molto tempo che t'amo -, che ardo -, che languisco -, che muoio d'amore per te.
- Dammi un po' di speranza - non mi respingere - rispondimi una parola.
- E oltre all'amore, c'è modo di dir mille cose: si possono far dei rimproveri, dar consigli, avvertimenti, notizie; ed è una grande occupazione delle giovanette, al tempo dei primi palpiti, quella d'imparare questo frasario simbolico, e di comporne delle lunghe lettere dirette a dei bei sultani ventenni, veduti in sogno.
E fanno lo stesso per il linguaggio dei gesti, alcuni dei quali sono graziosissimi; quello che fa l'uomo, per esempio, fingendo di lacerarsi il petto con un pugnale, che significa: - Sono lacerato dalle furie dell'amore -; a cui la donna risponde lasciando cader le braccia lungo i fianchi, in modo che s'apra un poco dinanzi il feregé, che vuol dire: - Io t'apro le mie braccia.
- Ma non c'è forse un Europeo che abbia mai visto far queste cose; le quali, d'altra parte, sono oramai piuttosto tradizioni che usi; e non s'imparano dai Turchi, i quali arrossirebbero di parlarne, ma da qualche ingenua hanum, che le confida a qualche amica cristiana.
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Per questo mezzo pure si conosce il modo di vestire della donna turca fra le pareti dell'arem, quel bel costume capriccioso e pomposo, di cui tutti hanno un'idea, e che dà a ogni donna la dignità d'una principessa e la grazia d'una bambina.
Noi non lo vedremo mai, eccetto che la moda lo porti nei nostri paesi, perchè, se anche un giorno cadrà il feregé, le turche saranno allora vestite all'europea anche di sotto.
Che rodimento per i pittori e che peccato per tutti! Bisogna raffigurarsi una bella turca "svelta come un cipresso" e colorita "di tutte le sfumature dei petali della rosa" con una berrettina di velluto rosso o di stoffa argentata, un po' inclinata a destra; colle treccie nere giù per le spalle; con una veste di damasco bianco ricamata d'oro, colle maniche a gozzi e un lunghissimo strascico, aperta dinanzi in modo da lasciar vedere due grandi calzoni di seta rosea, che cascano con mille pieghe su due scarpettine ritorte in su alla chinese; con una cintura di raso verde intorno alla vita; con diamanti nelle collane, negli spilloni, nei braccialetti, nei fermagli, nelle treccie, nella nappina del berretto, sulle babbuccie, sul collo della camicia, sulla cintura, intorno alla fronte; lampeggiante da capo a piedi come una madonna delle cattedrali spagnuole, e adagiata, in un atteggiamento infantile, sopra un largo divano, in mezzo a una corona di belle schiave circasse, arabe e persiane, ravvolte, come statue antiche, in grandi vesti cadenti; - o immaginare una sposa "bianca come la cima dell'Olimpo", vestita di raso cilestrino e tutta coperta da un grande velo intessuto d'oro, seduta sopra un'ottomana imperlata, dinanzi alla quale lo sposo, inginocchiato sopra un tappeto di Teheran, fa la sua ultima preghiera prima di scoprire il suo tesoro; - o rappresentarsi una favorita innamorata, che aspetta il suo signore nella stanza più segreta dell'arem, non più vestita che della zuavina e dei calzoncini, che mettono in rilievo tutte le grazie del suo corpo flessibile, e le danno l'aspetto d'un bel paggio snello e elegante; e bisogna convenire che quei brutti turchi "riformati" colla testa pelata e il soprabito nero, hanno assai più di quello che meritano.
Questo vestiario di casa, però, va soggetto ai capricci della moda.
Le donne, non avendo altro da fare, passano il tempo a cercare nuove acconciature; si coprono di gale e di fronzoli, si mettono penne e nastri nei capelli, bende intorno al capo, pelliccie intorno al collo e alle braccia; prendono qualcosa ad imprestito da tutti i vestimenti orientali; mescolano la moda europea colla moda turca; si mettono delle parrucche, si tingono i capelli di nero, di biondo, di rosso, si sbizzarriscono in mille modi e gareggiano fra di loro come le più sfrenate ambiziose delle grandi città europee.
Se un giorno di festa, alle Acque dolci, si potessero far sparire con un colpo di bacchetta magica tutti i feregé e tutti i veli, si vedrebbero probabilmente delle turche vestite da regine asiatiche, altre da crestaine francesi, altre da gran signore in abbigliamento da ballo, altre da mercantesse in pompa magna, da vivandiere, da cavallerizze, da greche, da zingarelle: tante varietà di vestiario quante se ne vedono nel sesso mascolino sul ponte della Sultana Validè.
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Gli appartamenti dove stanno queste belle e ricche maomettane corrispondono in qualche modo al loro vestiario seducente e bizzarro.
Le stanze riserbate alle donne sono per lo più in bei siti, da cui si godono vedute meravigliose sulla campagna o sul mare o sopra una gran parte di Costantinopoli.
Sotto, c'è un giardinetto chiuso da alti muri, rivestiti d'edera e di gelsomini; sopra, una terrazza; dalla parte della strada, dei camerini sporgenti e vetrati, come i miradores delle case spagnuole.
L'interno è delizioso.
Sono quasi tutte piccole sale: i palchetti coperti di stuoie chinesi o di tappeti, i soffitti dipinti di frutti e di fiori, larghi divani lungo le pareti, una fontanella di marmo nel mezzo, vasi di fiori alle finestre, e quella luce vaga e soavissima, che è tutta propria della casa orientale, una luce di bosco, che so io? di claustro, di luogo sacro e gentile, che impone di camminare sulla punta dei piedi, di parlar con un filo di voce, di non dire che parole umili e dolci, di non discorrere che d'amore o di Dio.
Questa luce languida, i profumi del giardino, il mormorio dell'acqua, le schiave che passano come ombre, il silenzio profondo che regna in tutta la casa, le montagne dell'Asia di cui si vede l'azzurro a traverso i fori delle grate e i rami del caprifoglio che fanno tenda alle finestre, destano nelle europee, che entrano fra quelle mura per la prima volta, un sentimento inesprimibile di dolcezza e di malinconia.
La decorazione della maggior parte di questi arem è semplice e quasi severa; ma ve ne sono pure degli splendidissimi, colle pareti coperte di raso bianco rabescato d'oro, coi soffitti di cedro, colle grate dorate, con suppellettili preziose.
Dalle suppellettili s'indovina la vita.
Non si vedono che poltrone, ottomane grandi e piccine, piccoli tappeti, sgabelli, panchettini, cuscini di tutte le forme e materasse coperte di scialli e di broccati; un mobilio tutto mollezza e delicature, che dice in mille modi: - Siedi, allungati, ama, addormentati, sogna.
- Ci si trovano qua e là degli specchietti a mano e dei larghi ventagli di penne di struzzo; dalle pareti pendono dei cibuk cesellati; ci son gabbie d'uccelli alle finestre, profumiere in mezzo alle stanze, orologi a musica sui tavolini, balocchi e gingilli d'ogni maniera, che accusano i mille capricci puerili d'una donnina sfaccendata che si secca.
E non c'è soltanto il lusso delle cose apparenti.
Ci son case in cui tutto il servizio da tavola è d'argento dorato, d'oro massiccio i vasi delle acque odorose, le serviette di raso frangiate d'oro, e brillanti e pietre preziose nelle posate, nelle tazze da caffè, nelle anfore, nelle pipe, nelle tappezzerie, nei ventagli; come ci son altre case, e in molto maggior numero, si capisce, in cui nulla o quasi nulla è mutato dall'antica tenda o capanna tartara, di cui tutta la masserizia sta sul dorso di un mulo, dove tutto è pronto per un nuovo pellegrinaggio a traverso l'Asia; case verginalmente maomettane ed austere, nelle quali, quando sia giunta l'ora della partenza, non suonerà che la voce pacata del padrone, che dirà: - Olsun! - Così sia! -
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La casa turca è divisa, come tutti sanno, in due parti: l'arem e il selamlik.
Il selamlik è la parte riserbata all'uomo.
Qui egli ci lavora, ci desina, ci riceve gli amici, ci fa la siesta, e ci dorme la notte quando amore "non gli detta dentro".
La donna non ci penetra mai.
E come nel selamlik è padrone l'uomo, nell'arem è padrona la donna.
Essa ne ha l'amministrazione ed il governo e ci fa quello che vuole fuorchè ricevervi degli uomini.
Quando non le garbi di ricevere suo marito, può anche fargli dire cortesemente che torni un'altra volta.
Una sola porta e un piccolo corridoio divide per lo più il selamlik dall'arem; eppure sono come due case lontanissime l'una dall'altra.
Gli uomini vanno a visitar l'effendi e le donne vanno a trovar la hanum senza incontrarsi e senza sentirsi, e il più delle volte son gente sconosciuti gli uni agli altri.
Le persone di servizio sono separate, e separate quasi sempre le cucine.
Ciascuno si diverte e scialaqua per conto suo.
Raramente il marito desina colla moglie, in ispecie quando ne ha più d'una.
Non hanno nulla di comune fuorchè il divano su cui s'avvicinano.
L'uomo non entra quasi mai nell'arem come marito, ossia come compagno e come educatore dei figliuoli; non v'entra che come amante.
Entrandovi, lascia sulla soglia, se può, tutti i pensieri che potrebbero turbare il piacere ch'egli va a cercarvi; tutta quella parte di sè stesso, che non ha che fare col suo desiderio di quel momento.
Egli va là per dimenticare le cure o i dolori della giornata, o piuttosto per assopirne in sè il sentimento; non per domandar lume a una mente serena e conforto a un cuore gentile.
Nè la sua donna, sarebbe atta a quell'ufficio.
Egli non si cura nemmeno di presentarsele circondato di quella qualsiasi gloria d'ingegno o di sapere o di potenza, che potrebbe renderlo più amabile.
A che pro? Egli è il dio del tempio e l'adorazione gli è dovuta; non ha bisogno di farsi valere; la preferenza ch'egli dà alla donna che ricerca basta a far sì ch'essa gli dia con un sentimento di gratitudine che sembra amore l'amplesso desiderato da lui.
"Donna" per lui significa "piacere".
Quel nome porta il suo pensiero diritto a quel senso; è anzi quasi il nome stesso del senso; e per questo gli pare impudico il pronunziarlo, e non lo pronuncia mai; e se ha da dire: - M'è nata una femmina - dice: - M'è nata una velata, una nascosta, una straniera.
- Così non ci può essere un'intimità vera fra loro, perchè v'è sempre tra l'uno e l'altro come il velo del senso, il quale nasconde quegli infiniti segretissimi recessi dell'anima, che non si vedono se non a traverso la limpidezza d'una famigliarità lunga e tranquilla.
Oltrechè la donna, sempre preparata alla visita, abbigliata e atteggiata quasi per quel momento, intesa sempre a vincere una rivale o a conservare una predominanza che è continuamente in pericolo, dev'essere sempre un po' cortigiana, far forza a sè stessa perchè tutto sorrida intorno al suo signore, anche quando il suo cuore è triste, mostrargli sempre la maschera ridente d'una donna fortunata e felice, perchè egli non se ne uggisca e se ne sdia.
Perciò il marito la conosce di rado come sposa, come non ha e non può averla conosciuta figliuola, sorella, amica; come non la conosce madre.
Ed essa lascia così isterilire a poco a poco in sè medesima le qualità nobili che non può rivelare o che non le sono pregiate; s'abitua a non curare se non quello che le si cerca, e soffoca spesso risolutamente la voce del suo cuore e del suo spirito, per trovare in una certa sonnolenza di vita animalesca, se non la felicità, la pace.
Ha, è vero, il conforto dei figliuoli, e il marito li cerca e li abbraccia dinanzi a lei; ma è un conforto amareggiato dal pensiero che forse, un'ora prima, egli ha baciato i figliuoli d'un'altra, che bacierà forse un'ora dopo quelli d'una terza, e che bacierà quelli d'una quarta tra qualche anno.
L'amore d'amante, l'affetto di padre, l'amicizia, la confidenza, tutto è diviso e suddiviso, ed ha il suo orario, i suoi riguardi, le sue misure, le sue cerimonie; quindi tutto è freddo e insufficiente.
E poi v'è sempre i