CUORE, di Edmondo De Amicis - pagina 1
di Edmondo De Amicis
- Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta propriamente lui, tal qual è stampata.
Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e suo padre, in fin d'anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo.
Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v'aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose.
Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene.
OTTOBRE
Il primo giorno di scuola
Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica duravan fatica a tenere sgombra la porta.
Vicino alla porta, mi sentii toccare una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi capelli rossi arruffati, che mi disse: - Dunque, Enrico, siamo separati per sempre? - Io lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle parole.
Entrammo a stento.
Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell'altra, empivan la stanza d'entrata e le scale, facendo un ronzio che pareva d'entrare in un teatro.
Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni.
C'era folla, le maestre andavano e venivano.
La mia maestra della prima superiore mi salutò di sulla porta della classe e mi disse: - Enrico, tu vai al piano di sopra, quest'anno; non ti vedrò nemmen più passare! - e mi guardò con tristezza.
Il Direttore aveva intorno delle donne tutte affannate perché non c'era più posto per i loro figliuoli, e mi parve ch'egli avesse la barba un poco più bianca che l'anno passato.
Trovai dei ragazzi cresciuti, ingrassati.
Il mio piccolo fratello fu messo nella classe della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano.
Alle dieci eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici dei miei compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il primo premio.
Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle montagne dove passai l'estate! Anche ripensavo al mio maestro di seconda, così buono, che rideva sempre con noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e mi rincresceva di non vederlo più là, coi suoi capelli rossi arruffati.
Il nostro maestro è alto, senza barba coi capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta sulla fronte; ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l'un dopo l'altro, come per leggerci dentro; e non ride mai.
Io dicevo tra me: - Ecco il primo giorno.
Ancora nove mesi.
Essa mi disse: - Coraggio Enrico! Studieremo insieme.
- E tornai a casa contento.
Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro, e non mi par più bella come prima la scuola.
Il nostro maestro
18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina.
Durante l'entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s'affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso, per salutarlo; s'affacciavano, passando, e lo salutavano: - Buongiorno, signor maestro.
- Buon giorno, signor Perboni; - alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.
Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornare con lui.
Egli rispondeva: - Buon giorno, - stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse.
Poi guardava noi, l'uno dopo l'altro, attento.
Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso fra le mani e lo guardò; poi gli domandò che cos'aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s'era calda.
In quel mentre, un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta.
Egli si voltò tutt'a un tratto; il ragazzo risedette d'un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo.
Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: - Non lo far più.
Tornò al tavolino e finì di dettare.
Finito di dettare, ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: - Sentite.
Abbiamo un anno da passare insieme.
Vediamo di passarlo bene.
Studiate e siate buoni.
Io non ho famiglia.
La mia famiglia siete voi.
Avevo ancora mia madre l'anno scorso: mi è morta.
Son rimasto solo.
Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi.
Voi dovete essere i miei figliuoli.
Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me.
Non voglio aver da punire nessuno.
Mostratemi che siete ragazzi di cuore; la nostra scuola sarà una famiglia e voi sarete la mia consolazione e la mia alterezza.
Non vi domando una promessa a parole; son certo che, nel vostro cuore, m'avete già detto di sì.
E vi ringrazio.
- In quel punto entrò il bidello a dare il finis.
Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti.
Il ragazzo che s'era rizzato sul banco s'accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: - Signor maestro, mi perdoni.
- Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: - Va', figliuol mio.
Una disgrazia
21, venerdì
Andando alla scuola, questa mattina, io ripetevo a mio padre quelle parole del maestro, quando vedemmo la strada piena di gente, che si serrava davanti alla porta della Sezione.
Mio padre disse subito: - Una disgrazia! L'anno comincia male! - Entrammo a gran fatica.
Il grande camerone era affollato di parenti e di ragazzi, che i maestri non riuscivano a tirar nelle classi, e tutti eran rivolti verso la stanza del Direttore, e s'udiva dire: - Povero ragazzo! Povero Robetti! - Al disopra delle teste, in fondo alla stanza piena di gente, si vedeva l'elmetto d'una guardia civica e la testa calva del Direttore: poi entrò un signore col cappello alto, e tutti dissero: - È il medico.
- Mio padre domandò a un maestro: - Cos'è stato? - Gli è passata la ruota sul piede, - rispose.
- Gli ha rotto il piede, - disse un altro.
È figliuolo d'un capitano d'artiglieria.
Tutt'e due si slanciarono nella stanza, e s'udì un grido disperato: - Oh Giulio mio! Bambino mio! - In quel momento si fermò una carrozza davanti alla porta, e poco dopo comparve il Direttore col ragazzo in braccio, che appoggiava il capo sulla sua spalla, col viso bianco e gli occhi chiusi.
Tutti stettero zitti: si sentivano i singhiozzi della madre.
Il Direttore si arrestò un momento, pallido, e sollevò un poco il ragazzo con tutt'e due le braccia per mostrarlo alla gente.
E allora maestri, maestre, parenti, ragazzi, mormorarono tutti insieme: - Bravo, Robetti! - Bravo, povero bambino! - e gli mandavano dei baci; le maestre e i ragazzi che gli erano intorno, gli baciaron le mani e le braccia.
Egli aperse gli occhi, e disse: - La mia cartella! - La madre del piccino salvato gliela mostrò piangendo e gli disse: - Te la porto io, caro angiolo, te la porto io.
- E intanto sorreggeva la madre del ferito, che si copriva il viso con le mani.
Uscirono, adagiarono il ragazzo nella carrozza, la carrozza partì.
E allora rientrammo tutti nella scuola, in silenzio.
Il ragazzo calabrese
22, sabato
Il Direttore, dopo aver parlato nell'orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito.
Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti.
Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua.
Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano.
Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d'ingegno, di coraggio.
Vogliategli bene, in maniera che non s'accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli.
Detto questo s'alzò e segnò sulla carta murale d'Italia il punto dov'è Reggio di Calabria.
Poi chiamò forte: - Ernesto Derossi! - quello che ha sempre il primo premio.
Derossi s'alzò.
- Vieni qua, - disse il maestro.
Derossi uscì dal banco e s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al calabrese.
- Come primo della scuola, - gli disse il maestro, - dà l'abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l'abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria.
- Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: - Benvenuto! - e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto.
Tutti batterono le mani.
- Silenzio! - gridò il maestro, - non si batton le mani in iscuola! - Ma si vedeva che era contento.
Anche il calabrese era contento.
Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò al banco.
Poi disse ancora: - Ricordatevi bene di quello che vi dico.
Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni e trentamila italiani morirono.
- Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall'ultimo banco, gli mandò un francobollo di Svezia.
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