CUORE, di Edmondo De Amicis - pagina 3
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Ma che! Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i paesi, vedili con l'immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per colline, a traverso a boschi e a torrenti, su per sentier solitari delle montagne, soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole della Russia quasi perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose, immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l'umanità ricadrebbe nella barbarie, questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo.
I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana.
Non essere un soldato codardo, Enrico mio.
TUO PADRE
Il piccolo patriotta padovano
Racconto mensile
29, sabato
Non sarò un soldato codardo, no; ma ci andrei molto più volentieri alla scuola, se il maestro ci facesse ogni giorno un racconto come quello di questa mattina.
Ogni mese, disse, ce ne farà uno, ce lo darà scritto, e sarà sempre il racconto d'un atto bello e vero, compiuto da un ragazzo.
Il piccolo patriotta padovano s'intitola questo.
Ecco il fatto.
Un piroscafo francese partì da Barcellona, città della Spagna, per Genova, e c'erano a bordo francesi, italiani, spagnuoli, svizzeri.
C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale selvatico, guardando tutti con l'occhio torvo.
E aveva ben ragione di guardare tutti con l'occhio torvo.
Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini nei dintorni di Padova, l'avevano venduto al capo d'una compagnia di saltimbanchi; il quale, dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di digiuni, se l'era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e non sfamandolo mai.
Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere alle percosse e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal suo aguzzino, e corso a chieder protezione al Console d'Italia, il quale, impietosito, l'aveva imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il Questore di Genova, che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l'avevan venduto come una bestia.
Il povero ragazzo era lacero e malaticcio.
Gli avevan dato una cabina nella seconda classe.
Tutti lo guardavano; qualcuno lo interrogava: ma egli non rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti, tanto l'avevano inasprito e intristito le privazioni e le busse.
Tre viaggiatori, non di meno, a forza d'insistere con le domande, riuscirono a fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo e di francese, egli raccontò la sua storia.
Non erano italiani quei tre viaggiatori; ma capirono, e un poco per compassione, un poco perché eccitati dal vino, gli diedero dei soldi, celiando e stuzzicandolo perché raccontasse altre cose; ed essendo entrate nella sala, in quel momento, alcune signore, tutti e tre per farsi vedere, gli diedero ancora del denaro, gridando: - Piglia questo! - Piglia quest'altro! - e facendo sonar le monete sulla tavola.
Il ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso.
Poi s'arrampicò nella sua cabina, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi.
Con quei danari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova, dopo due anni che andava vestito di cenci; e poteva anche, portandoli a casa, farsi accogliere da suo padre e da sua madre un poco più umanamente che non l'avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote.
Erano una piccola fortuna per lui quei denari.
E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe.
Bevevano e discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in discorso, vennero a ragionare dell'Italia.
Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi, presero a dir male d'ogni cosa.
Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.
- Un popolo ignorante, - ripete il primo.
- Sudicio, - aggiunse il secondo.
- La...
- esclamò il terzo; e voleva dir ladro, ma non poté finir la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno.
Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una manata di soldi in faccia.
- Ripigliatevi i vostri soldi, - disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor della tenda della cuccetta; - io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio paese.
NOVEMBRE
Lo spazzacamino
1, martedì
Ieri sera andai alla Sezione femminile, accanto alla nostra, per dare il racconto del ragazzo padovano alla maestra di Silvia, che lo voleva leggere.
Settecento ragazze ci sono! Quando arrivai cominciavano a uscire, tutte allegre per le vacanze d'Ognissanti e dei morti; ed ecco una bella cosa che vidi.
Di fronte alla porta della scuola, dall'altra parte della via, stava con un braccio appoggiato al muro e colla fronte contro il braccio, uno spazzacamino, molto piccolo, tutto nero in viso, col suo sacco e il suo raschiatoio, e piangeva dirottamente, singhiozzando.
Due o tre ragazze della seconda gli s'avvicinarono e gli dissero: - Che hai che piangi a quella maniera? - Ma egli non rispose, e continuava a piangere.
- Ma di' che cos'hai, perché piangi? - gli ripeterono le ragazze.
E allora egli levò il viso dal braccio, - un viso di bambino, - e disse piangendo che era stato in varie case a spazzare, dove s'era guadagnato trenta soldi, e li aveva persi, gli erano scappati per la sdrucitura d'una tasca, - e faceva veder la sdrucitura, - e non osava più tornare a casa senza i soldi.
- Il padrone mi bastona, - disse singhiozzando, e riabbandonò il capo sul braccio, come un disperato.
Le bambine stettero a guardarlo, tutte serie.
Intanto s'erano avvicinate altre ragazze grandi e piccole, povere e signorine, con le loro cartelle sotto il braccio, e una grande, che aveva una penna azzurra sul cappello, cavò di tasca due soldi, e disse: - Io non ho che due soldi: facciamo la colletta.
- Anch'io ho due soldi, - disse un'altra vestita di rosso; - ne troveremo ben trenta fra tutte.
- E allora cominciarono a chiamarsi: - Amalia! - Luigia! - Annina! - Un soldo.
- Chi ha dei soldi? - Qua i soldi! - Parecchie avevan dei soldi per comprarsi fiori o quaderni, e li portarono, alcune più piccole diedero dei centesimi; quella della penna azzurra raccoglieva tutto, e contava a voce alta: - Otto, dieci, quindici! - Ma ci voleva altro.
Allora comparve una più grande di tutte, che pareva quasi una maestrina, e diede mezza lira, e tutte a farle festa.
Mancavano ancora cinque soldi.
- Ora vengono quelle della quarta che ne hanno, - disse una.
Quelle della quarta vennero e i soldi fioccarono.
Tutte s'affollavano.
Ed era bello a vedere quel povero spazzacamino in mezzo a tutte quelle vestine di tanti colori, a tutto quel rigirìo di penne, di nastrini, di riccioli.
I trenta soldi c'erano già, e ne venivano ancora, e le più piccine che non avevan denaro, si facevan largo tra le grandi porgendo i loro mazzetti di fiori, tanto per dar qualche cosa.
Tutt'a un tratto arrivò la portinaia gridando: - La signora Direttrice! - Le ragazze scapparono da tutte le parti come uno stormo di passeri.
E allora si vide il piccolo spazzacamino, solo in mezzo alla via, che s'asciugava gli occhi, tutto contento, con le mani piene di denari, e aveva nell'abbottonatura della giacchetta, nelle tasche, nel cappello tanti mazzetti di fiori, e c'erano anche dei fiori per terra, ai suoi piedi.
Il giorno dei morti
2, mercoledì
Questo giorno è consacrato alla commemorazione dei morti.
Sai, Enrico, a quali morti dovreste tutti dedicare un pensiero in questo giorno, voi altri ragazzi? A quelli che morirono per voi, per i ragazzi, per i bambini.
Quanti ne morirono, e quanti ne muoiono di continuo! Pensasti mai a quanti padri si logoraron la vita al lavoro, a quante madri discesero nella fossa innanzi tempo, consumate dalle privazioni a cui si condannarono per sostentare i loro figliuoli? Sai quanti uomini si piantarono un coltello nel cuore per la disperazione di vedere i propri ragazzi nella miseria, e quante donne s'annegarono o moriron di dolore o impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a tutti quei morti, in questo giorno, Enrico.
Pensa alle tante maestre che son morte giovani, intisichite dalle fatiche della scuola, per amore dei bambini, da cui non ebbero cuore di separarsi, pensa ai medici che morirono di malattie attaccaticcie, sfidate coraggiosamente per curar dei fanciulli; pensa a tutti coloro che nei naufragi, negli incendi, nelle carestie, in un momento di supremo pericolo, cedettero all'infanzia l'ultimo tozzo di pane, l'ultima tavola di salvamento, l'ultima fune per scampare alle fiamme, e spirarono contenti del loro sacrificio, che serbava in vita un piccolo innocente.
Sono innumerevoli, Enrico, questi morti; ogni cimitero ne racchiude centinaia di queste sante creature, che se potessero levarsi un momento dalla fossa griderebbero il nome d'un fanciullo, al quale sacrificarono i piaceri della gioventù, la pace della vecchiaia, gli affetti, l'intelligenza, la vita: spose di vent'anni, uomini nel fior delle forze, vecchie ottuagenarie, giovinetti, - martiri eroici e oscuri dell'infanzia, - così grandi e così gentili, che non fa tanti fiori la terra, quanti ne dovremmo dare ai loro sepolcri.
Tanto siete amati, o fanciulli! Pensa oggi a quei morti con gratitudine, e sarai più buono e più affettuoso con tutti quelli che ti voglion bene e che fatican per te, caro figliuol mio fortunato, che nel giorno dei morti non hai ancora da piangere nessuno!
TUA MADRE
Il mio amico Garrone
4, venerdì
Non furon che due giorni di vacanza e mi parve di star tanto tempo senza rivedere Garrone.
Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti gli altri, fuorché ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perché egli non lascia far prepotenze.
Ogni volta che uno grande alza la mano su di uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più.
Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole perché fu malato due anni.
È il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono.
Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici? - Ma fa ridere, grande e grosso com'è, che ha giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda.
Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto.
Tutti i più piccoli gli vorrebbero essere vicini di banco.
Sa bene l'aritmetica.
Porta i libri a castellina, legati con una cigna di cuoio rosso.
Ha un coltello col manico di madreperla che trovò l'anno passato in piazza d'armi, e un giorno si tagliò un dito fino all'osso, ma nessuno in iscuola se n'avvide, e a casa non rifiatò per non spaventare i parenti.
Qualunque cosa si lascia dire per celia e mai non se n'ha per male; ma guai se gli dicono: - Non è vero,- quando afferma una cosa: getta fuoco dagli occhi allora, e martella pugni da spaccare il banco.
Sabato mattina diede un soldo a uno della prima superiore, che piangeva in mezzo alla strada, perché gli avevan preso il suo, e non poteva più comprare il quaderno.
Ora sono tre giorni che sta lavorando attorno a una lettera di otto pagine con ornati a penna nei margini per l'onomastico di sua madre, che spesso viene a prenderlo, ed è alta e grossa come lui, e simpatica.
Il maestro lo guarda sempre, e ogni volta che gli passa accanto gli batte la mano sul collo come a un buon torello tranquillo.
Io gli voglio bene.
Son contento quando stringo nella mia la sua grossa mano, che par la mano d'un uomo.
Sono così certo che rischierebbe la vita per salvare un compagno, che si farebbe anche ammazzare per difenderlo, si vede così chiaro nei suoi occhi; e benché paia sempre che brontoli con quel vocione, è una voce che viene da un cor gentile, si sente.
Il carbonaio e il signore
7, lunedì
Non l'avrebbe mai detta Garrone, sicuramente, quella parola che disse ieri mattina Carlo Nobis a Betti.
Carlo Nobis è superbo perché suo padre è un gran signore: un signore alto, con tutta la barba nera, molto serio, che viene quasi ogni giorno ad accompagnare il figliuolo.
Ieri mattina Nobis si bisticciò con Betti, uno dei più piccoli, figliuolo d'un carbonaio, e non sapendo più che rispondergli, perché aveva torto, gli disse forte: - Tuo padre è uno straccione.
- Betti arrossì fino ai capelli, e non disse nulla, ma gli vennero le lacrime agli occhi, e tornato a casa ripeté la parola a suo padre; ed ecco il carbonaio, un piccolo uomo tutto nero, che compare alla lezione del dopopranzo col ragazzo per mano, a fare le lagnanze al maestro.
Mentre faceva le sue lagnanze al maestro, e tutti tacevano, il padre di Nobis, che levava il mantello al figliuolo, come al solito, sulla soglia dell'uscio, udendo pronunciare il suo nome, entrò, e domandò spiegazione.
- È quest'operaio, - rispose il maestro, - che è venuto a lagnarsi perché il suo figliuolo Carlo disse al suo ragazzo: Tuo padre è uno straccione.
Il padre di Nobis corrugò la fronte e arrossì leggermente.
Poi domandò al figliuolo: - Hai detto quella parola?
Il figliuolo, - ritto in mezzo alla scuola, col capo basso, davanti al piccolo Betti, - non rispose.
Allora il padre lo prese per un braccio e lo spinse più avanti in faccia a Betti, che quasi si toccavano, e gli disse: - Domandagli scusa.
Il carbonaio volle interporsi, dicendo: - No, no.
- Ma il signore non gli badò, e ripeté al figliuolo: - Domandagli scusa.
Ripeti le mie parole.
Io ti domando scusa della parola ingiuriosa, insensata, ignobile che dissi contro tuo padre, al quale il mio...
si tiene onorato di stringere la mano.
Il carbonaio fece un gesto risoluto, come a dire: Non voglio.
Il signore non gli diè retta, e il suo figliuolo disse lentamente, con un fil di voce, senza alzar gli occhi da terra: - Io ti domando scusa...
della parola ingiuriosa...
insensata...
ignobile, che dissi contro tuo padre, al quale il mio...
si tiene onorato di stringer la mano.
Allora il signore porse la mano al carbonaio, il quale gliela strinse con forza, e poi subito con una spinta gettò il suo ragazzo fra le braccia di Carlo Nobis.
- Mi faccia il favore di metterli vicini, - disse il signore al maestro.
- Il maestro mise Betti nel banco di Nobis.
Quando furono al posto, il padre di Nobis fece un saluto ed uscì.
Il carbonaio rimase qualche momento sopra pensiero, guardando i due ragazzi vicini; poi s'avvicinò al banco, e fissò Nobis, con espressione d'affetto e di rammarico, come se volesse dirgli qualcosa; ma non disse nulla; allungò la mano per fargli una carezza, ma neppure osò, e gli strisciò soltanto la fronte con le sue grosse dita.
Poi s'avviò all'uscio, e voltatosi ancora una volta a guardarlo, sparì.
- Ricordatevi bene di quel che avete visto, ragazzi, - disse il maestro, - questa è la più bella lezione dell'anno.
La maestra di mio fratello
10, giovedì
Il figliuolo del carbonaio fu scolaro della maestra Delcati che è venuta oggi a trovar mio fratello malaticcio, e ci ha fatto ridere a raccontarci che la mamma di quel ragazzo, due anni fa, le portò a casa una grande grembialata di carbone, per ringraziarla, che aveva dato la medaglia al figliuolo; e s'ostinava, povera donna, non voleva riportarsi il carbone a casa, e piangeva quasi, quando dovette tornarsene col grembiale pieno.
Anche d'un'altra buona donna, ci ha detto, che le portò un mazzetto di fiori molto pesante, e c'era dentro un gruzzoletto di soldi.
Ci siamo molto divertiti a sentirla, e così mio fratello trangugiò la medicina, che prima non voleva.
Quanta pazienza debbono avere con quei ragazzi della prima inferiore, tutti sdentati come vecchietti, che non pronunziano l'erre e l'esse, e uno tosse, l'altro fila sangue dal naso, chi perde gli zoccoli sotto il banco, e chi bela perché s'è punto con la penna, e chi piange perché ha comprato un quaderno numero due invece di numero uno.
E non stanno attenti: un moscone che entra per la finestra, mette tutti sottosopra, e l'estate portano in iscuola dell'erba e dei maggiolini, che volano in giro o cascano nei calamai e poi rigano i quaderni d'inchiostro.
La maestra deve far la mamma con loro, aiutarli a vestirsi, fasciare le dita punte, raccattare i berretti che cascano, badare che non si scambino i cappotti, se no poi gnaulano e strillano.
Povere maestre! E ancora vengono le mamme a lagnarsi: come va, signorina, che il mio bambino ha perso la penna? com'è che il mio non impara niente? perché non dà la menzione al mio, che sa tanto? perché non fa levar quel chiodo dal banco che ha stracciato i calzoni al mio Piero? Qualche volta s'arrabbia coi ragazzi la maestra di mio fratello, e quando non ne può più, si morde un dito, per non lasciar andare una pacca; perde la pazienza, ma poi si pente, e carezza il bimbo che ha sgridato; scaccia un monello di scuola, ma si ribeve le lacrime, e va in collera coi parenti che fan digiunare i bimbi per castigo.
È giovane e grande la maestra Delcati, e vestita bene, bruna e irrequieta, che fa tutto a scatto di molla, e per un nulla si commove, e allora parla con grande tenerezza.
- Ma almeno i bimbi le si affezionano? - le ha detto mia madre.
- Molti sì, - ha risposto, - ma poi, finito l'anno, la maggior parte non ci guardan più.
Quando sono coi maestri, si vergognano quasi d'essere stati da noi, da una maestra.
Dopo due anni di cure, dopo che s'è amato tanto un bambino, ci fa tristezza separarci da lui, ma si dice: - Oh di quello lì son sicura; quello lì mi vorrà bene.
- Ma passano le vacanze, si rientra alla scuola, gli corriamo incontro: - O bambino, bambino mio! - E lui volta il capo da un'altra parte.
- Qui la maestra s'è interrotta.
- Ma tu non farai così piccino? - ha detto poi, alzandosi con gli occhi umidi, e baciando mio fratello, - tu non la volterai la testa dall'altra parte, non è vero? non la rinnegherai la tua povera amica.
Mia madre
10, giovedì
In presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre! Che questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parola irriverente m'è entrata nel cuore come una punta d'acciaio.
Io pensai a tua madre quando, anni sono, stette chinata tutta una notte sul tuo piccolo letto, a misurare il tuo respiro, piangendo sangue dall'angoscia e battendo i denti dal terrore, ché credeva di perderti, ed io temevo che smarrisse la ragione; e a quel pensiero provai un senso di ribrezzo per te.
Tu, offender tua madre! tua madre che darebbe un anno di felicità per risparmiarti un'ora di dolore, che mendicherebbe per te, che si farebbe uccidere per salvarti la vita! Senti, Enrico.
Fissati bene in mente questo pensiero.
Immagina pure che ti siano destinati nella vita molti giorni terribili; il più terribile di tutti sarà il giorno in cui perderai tua madre.
Mille volte, Enrico, quando già sarai uomo, forte, provato a tutte le lotte, tu la invocherai, oppresso da un desiderio immenso di risentire un momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte per gettarviti singhiozzando, come un povero fanciullo senza protezione e senza conforto.
Come ti ricorderai allora d'ogni amarezza che le avrai cagionato, e con che rimorsi le sconterai tutte, infelice! Non sperar serenità nella tua vita, se avrai contristato tua madre.
Tu sarai pentito, le domanderai perdono, venererai la sua memoria; - inutilmente, - la coscienza non ti darà pace, quella immagine dolce e buona avrà sempre per te un'espressione di tristezza e di rimprovero che ti metterà l'anima alla tortura.
O Enrico, bada: questo è il più sacro degli affetti umani, disgraziato chi lo calpesta.
L'assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore, il più glorioso degli uomini, che l'addolori e l'offenda, non è che una vile creatura.
Che non t'esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede la vita.
E se una ancora te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia l'impulso dell'anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del perdono ti cancelli dalla fronte il marchio dell'ingratitudine.
Io t'amo, figliuol mio, tu sei la speranza più cara della mia vita; ma vorrei piuttosto vederti morto che ingrato a tua madre.
Va', e per un po' di tempo non portarmi più la tua carezza; non te la potrei ricambiare col cuore.
TUO PADRE
Il mio compagno Coretti
13, domenica
Mio padre mi perdonò; ma io rimasi un poco triste, e allora mia madre mi mandò col figliuolo grande del portinaio a fare una passeggiata sul corso.
A metà circa del corso, passando vicino a un carro fermo davanti a una bottega, mi sento chiamare per nome, mi volto: era Coretti, il mio compagno di scuola, con la sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pelo di gatto tutto sudato e allegro, che aveva un gran carico di legna sulle spalle.
Un uomo ritto sul carro gli porgeva una bracciata di legna per volta, egli le pigliava e le portava nella bottega di suo padre, dove in fretta e in furia le accatastava.
- Che fai, Coretti? - gli domandai.
- Non vedi? - rispose, tendendo le braccia per pigliare il carico, - ripasso la lezione.
Io risi.
Ma egli parlava sul serio, e presa la bracciata di legna, cominciò a dire correndo: - Chiamansi accidenti del verbo...
le sue variazioni secondo il numero...
secondo il numero e la persona...
E poi, buttando giù la legna e accatastandola: - secondo il tempo...
secondo il tempo a cui si riferisce l'azione...
E tornando verso il carro a prendere un'altra bracciata: - secondo il modo in cui l'azione è enunciata.
Era la nostra lezione di grammatica per il giorno dopo.
- Che vuoi, - mi disse, - metto il tempo a profitto.
Mio padre è andato via col garzone per una faccenda.
Mia madre è malata.
Tocca a me a scaricare.
Intanto ripasso la grammatica.
È una lezione difficile oggi.
Non riesco a pestarmela nella testa.
Mio padre ha detto che sarà qui alle sette per darvi i soldi, - disse poi all'uomo del carro.
Il carro partì.
- Vieni un momento in bottega, - mi disse Coretti.
Entrai: era uno stanzone pieno di cataste di legna e di fascine, con una stadera da una parte.
- Oggi è giorno di sgobbo, te lo accerto io, - ripigliò Coretti; - debbo fare il lavoro a pezzi e a bocconi.
Stavo scrivendo le proposizioni, è venuta gente a comprare.
Mi son rimesso a scrivere, eccoti il carro.
Questa mattina ho già fatto due corse al mercato delle legna in piazza Venezia.
Non mi sento più le gambe e ho le mani gonfie.
Starei fresco se avessi il lavoro di disegno! - E intanto dava un colpo di scopa alle foglie secche e ai fuscelli che coprivano l'ammattonato.
- Ma dove lo fai il lavoro, Coretti? - gli domandai.
- Non qui di certo, - riprese; - vieni a vedere; - e mi condusse in uno stanzino dietro la bottega, che serve da cucina e da stanza da mangiare, con un tavolo in un canto, dove ci aveva i libri e i quaderni, e il lavoro incominciato.
- Giusto appunto, disse, - ho lasciato la seconda risposta per aria: col cuoio si fanno le calzature, le cinghie...
Ora ci aggiungo le valigie.
- E presa la penna, si mise a scrivere con la sua bella calligrafia.
- C'è nessuno? - s'udì gridare in quel momento dalla bottega.
Era una donna che veniva a comprar fascinotti.
- Eccomi, - rispose Coretti; e saltò di là, pesò i fascinotti, prese i soldi, corse in un angolo a segnar la vendita in uno scartafaccio e ritornò al suo lavoro, dicendo: - Vediamo un po' se mi riesce di finire il periodo.
- E scrisse: le borse da viaggio, gli zaini per i soldati.
- Ah il mio povero caffè che scappa via! - gridò all'improvviso e corse al fornello a levare la caffettiera dal fuoco.
- È il caffè per la mamma, - disse; - bisognò bene che imparassi a farlo.
Aspetta un po' che glie lo portiamo; così ti vedrà, le farà piacere.
Son sette giorni che è a letto...
Accidenti del verbo! Mi scotto sempre le dita con questa caffettiera.
Che cosa ho da aggiungere dopo gli zaini per i soldati? Ci vuole qualche altra cosa e non la trovo.
Vieni dalla mamma.
Aperse un uscio, entrammo in un'altra camera piccola: c'era la mamma di Coretti in un letto grande, con un fazzoletto bianco intorno al capo.
- Ecco il caffè, mamma, - disse Coretti porgendo la tazza; - questo è un mio compagno di scuola.
- Ah! bravo il signorino, - mi disse la donna; - viene a far visita ai malati, non è vero?
- Vi occorre altro, mamma? - domandò poi, ripigliando la tazza.
- Li avete presi i due cucchiaini di siroppo? Quando non ce ne sarà più darò una scappata dallo speziale.
Le legna sono scaricate.
Alle quattro metterò la carne al fuoco, come avete detto, e quando passerà la donna del burro le darò quegli otto soldi.
Tutto andrà bene, non vi date pensiero.
- Grazie, figliuolo, - rispose la donna; - povero figliuolo, va'! Egli pensa a tutto.
Volle che pigliassi un pezzo di zucchero, e poi Coretti mi mostrò un quadretto, il ritratto in fotografia di suo padre, vestito da soldato, con la medaglia al valore, che guadagnò nel '66, nel quadrato del principe Umberto; lo stesso viso del figliuolo, con quegli occhi vivi e quel sorriso così allegro.
Tornammo nella cucina.
- Ho trovato la cosa, - disse Coretti, e aggiunse sul quaderno: si fanno anche i finimenti dei cavalli.
- Il resto lo farò stasera, starò levato fino a più tardi.
Felice te che hai tutto il tempo per studiare e puoi ancora andare a passeggio!
E sempre gaio e lesto, rientrato in bottega, cominciò a mettere dei pezzi di legno sul cavalletto e a segarli per mezzo, e diceva: - Questa è ginnastica! Altro che la spinta delle braccia avanti.
Voglio che mio padre trovi tutte queste legna segate quando torna a casa: sarà contento.
Il male è che dopo aver segato faccio dei t e degli l, che paion serpenti, come dice il maestro.
Che ci ho da fare? Gli dirò che ho dovuto menar le braccia.
Quello che importa è che la mamma guarisca presto, questo sì.
Oggi sta meglio, grazie al cielo.
La grammatica la studierò domattina al canto del gallo.
Oh! ecco la carretta coi ceppi! Al lavoro.
Una carretta carica di ceppi si fermò davanti alla bottega.
Coretti corse fuori a parlar con l'uomo poi tornò.
- Ora non posso più tenerti compagnia, - mi disse; - a rivederci domani.
Hai fatto bene a venirmi a trovare.
Buona passeggiata! Felice te.
E strettami la mano, corse a pigliar il primo ceppo, e ricominciò a trottare fra il carro e la bottega, col viso fresco come una rosa sotto al suo berretto di pel di gatto, e vispo che metteva allegrezza a vederlo
Felice te! egli mi disse.
Ah no, Coretti, no: sei tu il più felice, tu perché studi e lavori di più, perché sei più utile a tuo padre e a tua madre, perché sei più buono, cento volte più buono e più bravo di me, caro compagno mio.
Il Direttore
18, venerdì
Coretti era contento questa mattina perché è venuto ad assistere al lavoro d'esame mensile il suo maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli; ma non castiga mai nessuno, anzi sorride sempre dentro la barba, senza farsi scorgere.
Otto sono, con Coatti, i maestri, compreso un supplente piccolo e senza barba, che pare un giovinetto.
C'è un maestro di quarta, zoppo, imbacuccato in una grande cravatta di lana, sempre tutto pieno di dolori, e si prese quei dolori quando era maestro rurale, in una scuola umida dove i muri gocciolavano.
Un altro maestro di quarta è vecchio e tutto bianco ed è stato maestro dei ciechi.
Ce n'è uno ben vestito, con gli occhiali, e due baffetti biondi, che chiamavano l'avvocatino, perché facendo il maestro studiò da avvocato e prese la laurea, e fece anche un libro per insegnare a scriver le lettere.
Invece quello che c'insegna la ginnastica è un tipo di soldato, è stato con Garibaldi, e ha sul collo la cicatrice d'una ferita di sciabola toccata alla battaglia di Milazzo.
Poi c'è il Direttore, alto, calvo con gli occhiali d'oro, con la barba grigia che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento; così buono coi ragazzi, che quando entrano tutti tremanti in Direzione, chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice tante ragioni, che non dovevan far così, e che bisogna che si pentano, e che promettano d'esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse puniti.
Povero Direttore, egli è sempre il primo al suo posto, la mattina, a aspettare gli scolari e a dar retta ai parenti, e quando i maestri son già avviati verso casa, gira ancora intorno alla scuola a vedere che i ragazzi non si caccino sotto le carrozze, o non si trattengan per le strade a far querciola, o a empir gli zaini di sabbia o di sassi; e ogni volta che appare a una cantonata, così alto e nero, stormi di ragazzi scappano da tutte le parti, piantando lì il giuoco dei pennini e delle biglie, ed egli li minaccia con l'indice da lontano, con la sua aria amorevole e triste.
Nessuno l'ha più visto ridere, dice mia madre, dopo che gli è morto il figliuolo ch'era volontario nell'esercito; ed egli ha sempre il suo ritratto davanti agli occhi, sul tavolino della Direzione.
E se ne voleva andare dopo quella disgrazia; aveva già fatto la sua domanda di riposo al Municipio, e la teneva sempre sul tavolino, aspettando di giorno in giorno a mandarla, perché gli rincresceva di lasciare i fanciulli.
Ma l'altro giorno pareva deciso, e mio padre ch'era con lui nella Direzione, gli diceva: - Che peccato che se ne vada, signor Direttore! - quando entrò un uomo a fare iscrivere un ragazzo, che passava da un'altra sezione alla nostra perché aveva cambiato di casa.
A veder quel ragazzo il Direttore fece un atto di meraviglia, - lo guardò un pezzo, guardò il ritratto che tien sul tavolino e tornò a guardare il ragazzo, tirandoselo fra le ginocchia e facendogli alzare il viso.
Quel ragazzo somigliava tutto al suo figliuolo morto.
Il Direttore disse: - Va bene; - fece l'iscrizione, congedò padre e figlio, e restò pensieroso.
- Che peccato che se ne vada! - ripeté mio padre.
E allora il Direttore prese la sua domanda di riposo, la fece in due pezzi e disse: - Rimango.
I soldati
22, martedì
Il suo figliuolo era volontario nell'esercito quando morì: per questo il Direttore va sempre sul corso a veder passare i soldati, quando usciamo dalla scuola.
Ieri passava un reggimento di fanteria, e cinquanta ragazzi si misero a saltellare intorno alla banda musicale, cantando e battendo il tempo colle righe sugli zaini e sulle cartelle.
Noi stavamo in un gruppo, sul marciapiede a guardare: Garrone, strizzato nei suoi vestiti troppo stretti, che addentava un gran pezzo di pane; Votini, quello ben vestito, che si leva sempre i peluzzi dai panni; Precossi, il figliuolo del fabbro, con la giacchetta di suo padre, e il calabrese, e il muratorino, e Crossi con la sua testa rossa, e Franti con la sua faccia tosta, e anche Robetti, il figliuolo del capitano d'artiglieria, quello che salvò un bambino dall'omnibus, e che ora cammina con le stampelle.
Franti fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava.
Ma subito si sentì la mano d'un uomo sulla spalla: si voltò: era il Direttore.
- Bada, - gli disse il Direttore; - schernire un soldato quand'è nelle file, che non può né vendicarsi né rispondere, è come insultare un uomo legato: è una viltà.
- Franti scomparve.
I soldati passavano a quattro a quattro, sudati e coperti di polvere, e i fucili scintillavano al sole.
Il Direttore disse: - Voi dovete voler bene ai soldati, ragazzi.
Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il nostro paese.
Sono ragazzi anch'essi, hanno pochi anni più di voi; e anch'essi vanno a scuola; e ci sono poveri e signori, fra loro, come fra voi, e vengono da tutte le parti d'Italia.
Vedete, si posson quasi riconoscere al viso: passano dei Siciliani, dei Sardi, dei Napoletani, dei Lombardi.
Questo poi è un reggimento vecchio, di quelli che hanno combattuto nel 1848.
I soldati non son più quelli, ma la bandiera è sempre la stessa.
Quanti erano già morti per il nostro paese intorno a quella bandiera venti anni prima che voi nasceste! - Eccola qui, - disse Garrone.
E infatti si vedeva poco lontano la bandiera, che veniva innanzi, al di sopra delle teste dei soldati.
- Fate una cosa, figliuoli, - disse il Direttore, - fate il vostro saluto di scolari, con la mano alla fronte, quando passano i tre colori.
- La bandiera, portata da un ufficiale, ci passò davanti, tutta lacera e stinta, con le medaglie appese all'asta.
Noi mettemmo la mano alla fronte, tutt'insieme.
L'ufficiale ci guardò, sorridendo, e ci restituì il saluto con la mano.
- Bravi, ragazzi, - disse uno dietro di noi.
Ci voltammo a guardare: era un vecchio che aveva all'occhiello del vestito il nastrino azzurro della campagna di Crimea: un ufficiale pensionato.
- Bravi, - disse, - avete fatto una cosa bella.
- Intanto la banda del reggimento svoltava in fondo al corso, circondata da una turba di ragazzi, e cento grida allegre accompagnavan gli squilli delle trombe come un canto di guerra.
- Bravi, - ripeté il vecchio ufficiale, guardandoci; - chi rispetta la bandiera da piccolo la saprà difender da grande.
Il protettore di Nelli
23, mercoledì
Anche Nelli, ieri, guardava i soldati, povero gobbino, ma con un'aria così, come se pensasse: - Io non potrò esser mai un soldato! - Egli è buono, studia; ma è così magrino e smorto, e respira a fatica.
Porta sempre un lungo grembiale di tela nera lucida.
Sua madre è una signora piccola a bionda, vestita di nero, e vien sempre a prenderlo al finis, perché non esca nella confusione, con gli altri; e lo accarezza.
I primi giorni, perché ha quella disgrazia d'esser gobbo, molti ragazzi lo beffavano e gli picchiavan sulla schiena con gli zaini; ma egli non si rivoltava mai, e non diceva mai nulla a sua madre, per non darle quel dolore di sapere che suo figlio era lo zimbello dei compagni
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