DIALOGO, di Pietro Aretino - pagina 3
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Ah! ah! ah!
PIPPA.
Di che ridite voi?
NANNA.
Rido de la scusa che hanno trovata coloro ai quali non si rizza la coda.
PIPPA.
Che scusa è questa?
NANNA.
Il dar la colpa al troppo amore; e certo certo, se non fosse il dir così, rimarrebbono più impacciati che non sono i medici quando lo ammalato, che domandano s'ei va del corpo, risponde "Si", non sapendo dargli altro rimedio: onde si vergognano come i vecchi che montatici a dosso ci pagano di doppioni e di cantafavole.
PIPPA.
Appunto vi voleva dimandare come io mi ho ad arrecare sotto un bavoso correggero che puzza di sotto e di sopra, e in che foggia io mi ho a lasciar pestare dal suo starmi tutta notte a dosso: e mia cugina mi racconta che una non so chi venne meno in cotal novella.
NANNA.
Figliuola, la soavità degli scudi non lascia arrivare al naso i fiati marci né la puzza dei piedi: ed è peggio il tòrsi una ceffata che il sopportare il cesso che è ne la bocca di chi spende comperando il patire che si fa dei lor difetti a peso d'oro.
E stammi a udire, che ti vo' contare come hai a reggerti con ogni musico musicorum, e come tu maneggi le nature altrui: e che tu le voglia sopportare con pacienzia, tu sei più padrona di quel che loro hanno che non sono io tua e mia.
PIPPA.
Entratemi un poco in su questi vecchi.
NANNA.
Eccoti a cena con quei lussuriosi che hanno buona volontà e triste gambe.
Pippa, le vivande ci sono a sbacco, i vini a l'ordine, le ciance a la signorile; e chi gli ode frappare diria "Questi tali andranno .XV.
miglia per ora": e se le prove del letto si assimigliassero a quelle che fanno intorno ai fasciani e a la malvagia, ne incacarebbero Orlando.
Ma se contentassero l'amiche in chiavarle come le contentano in darle dei buon bocconi a tavola, beate loro! I boriosi e volonterosi, sperando nel pevere, nei tartufi, nei cardi e in certi lattovari calidi che vengano di Francia, ne fanno maggiori scorpacciate che i contadini de l'uva; e inghiottendo l'ostrighe senza masticarle, vorrebber pure far miracoli.
A così fatte cene puoi tu manicare quasi senza cerimonie.
PIPPA.
Perché?
NANNA.
Perché il piacer loro è d'imboccarti come si imboccano i bambini: e hanno più sollazzo che si mangi a l'affamata, che non ha il cavallo del sufolare del famiglio che lo abevera; e poi i vecchi son nimichi de le sposarie.
PEPPA.
Sì che io potrò, mangiando seco, rendere i coltellini a le continenze dette di sopra.
NANNA.
A la croce d'Iddio che tu mi riesci: e se vai di bene in meglio, l'altre restaranno come il prete da le poche offerte.
Mi era smenticato di avvertirti che non ti netti i denti col tovagliuolo, risciacquandogli con l'acqua pura, tosto che arai cenato coi vecchi (come farai nel tuo cenar coi giovani): perché potrebbero schifarsi, con dir seco stessi "Costei dileggia i nostri, che si dimenano standoci in bocca appiccati con la cera".
PIPPA.
Io me li voglio forbire a lor posta.
NANNA.
Faccende.
PIPPA.
Orsù, io non me gli nettarò.
NANNA.
Tu puoi ben razzolargli intorno con uno stecco di ramerino ascosamente.
PEPPA.
Veniamo al coricarsi seco.
NANNA.
Ah! ah! ah! Io non mi posso tener di ridere, perché bisogna che si guardino di non andar al destro come ho detto che te ne guardi tu: oh che vesce, oh che loffe che tranno! I mantici dei fabri non soffiano sì forte, e mentre torcendo il muso si sforzano di cacare stroppelli, tengano in mano uno scartoccio di peneti per racquetar la tossa che gli crocifigge.
È ben vero che, spogliandosi in giubbone, son vaghi da vedere.
Come si sia, essi, che si ricordano de la gioventudine come dei sermenti verdi gli asini e le micce, stanno in zurlo con più appetito che mai; e abbracciando la ninfa, non ti potria dire con che filastroccola la lusingano; e quelle cianciarelle che le balie usano ai fanciulli che non sanno ciò che si voglino, sono i confetti loro.
Ti mettano lo spaviere in pugno, ti suggano le pocce, salgonti a dosso a cavalcioni e ti voltano di qua, ti aggirano di là; onde tu, solleticandogli e sotto le braccia e nei fianchi, mettetegli intorno: e come l'hai fatto risentire, ripiglialo e diguazzalo con tanti arzigogoli che egli alzi la testa balordon balordoni.
PIPPA.
Anco quei dei vecchi si levano in superbia?
NANNA.
Qualche volta, ma l'abbassano tosto, e se tu vedesti tuo padre buona memoria, quando ne la sua malatia si sforzava di levarsi a sedere sul letto ricadendo subito a ghiacere, vedi la menchia d'un simile, la quale è de la natura dei lombrichi, che rientrano in se stessi e risospingansi in fuora caminando.
PIPPA.
Mamma, voi mi avete insegnato gli atti che io ho a fare stando di sopra e ogni cacariuola che ci accasca, ma non come io l'ho a conchiudere.
NANNA.
Non dire altro, che io ti afferro: e mi cresce di sorte l'animo, vedendoti stare a casa, che io vado in cimbalis, e tornando indrieto, dico che tu vuoi dire che io ti dica a che ti hanno a servire i savoretti che tu farai standoti sopra il fottente (parlando a l'usanza).
PIPPA.
Voi l'avete pel ciuffetto.
NANNA.
Non ti ricordi tu, Pippa, quando il Zoppino vendette in banca la leggenda di Campriano?
PIPPA.
Mi ricordo di quel Zoppino che quando canta in banca tutto il mondo corre a udirlo.
NANNA.
Quello è desso.
Hai tu in mente il ridere che tu facesti sendo noi dal mio compar Piero, mentre con la Luchina e con la Lucietta sue lo ascoltavate?
PIPPA.
Madonna sì.
NANNA.
Tu sai che 'l Zoppino cantò come Campriano cacciò tre lire di quattrini nel forame del suo asino: e menollo a Siena e lo fece comperare a due mercatanti cento ducati, dandogli ad intendere che egli cacava moneta.
PIPPA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
Poi seguitò la storia fino a la metà: e come ebbe adescata la turba ben bene, voltò mantello; e inanzi che si desse a finirla, volse spacciar mille altre bagattelle.
PIPPA.
La non mi va.
NANNA.
Sai tu, baston de la mia vecchiezza, quello che ti interverrà lasciandomi finir di favellare?
PIPPA.
Che?
NANNA.
Quello che interviene a chi mira un che si tuffa sotto acqua notando: che sempre il vede apparire dove mai non pose mente.
Dicoti che come l'arai messo in dolcezza coi tuoi atti di sorte che stia per isputar la lumaca senza guscio, fermati con dire "Io non posso più"; prieghi a sua posta, di pure "Io non posso".
PIPPA.
Dirò anco "Io non voglio".
NANNA.
Dillo: perché, dicendolo, verrà in quella volontà che ha chi, ardendo di sete per la febbre che il fa bollire, si vede strappar di mano una secchia d'acqua fresca che la compassione del suo famiglio, traendola del pozzo allotta allotta, gli aveva data.
E nel tuo far vista di smontar da cavallo ti prometterà cose grandi: e tu in contegno.
A la fine, lanciatosi a la borsa, ti gli darà tutti mentre, fingendo tu di non gli volere, stenderai la mano per torgli: perché il dire "non voglio" e "non posso" in sul bel del fare, sono le recette che vende il Zoppino, nel lasciare in secco la brigata che smascellava, stroncando la novella di Campriano.
PIPPA.
Gli è fatto il becco a l'oca.
Ora al vecchio.
NANNA.
Al vecchio che, sudando e ansciando più che non suda e non anscia uno al quale fa il culo lappe lappe, ti stemperarà tutta quanta nel fartelo nol facendo, è forza dar la baia, e ponendogli il viso sul petto, dire "Chi è la vostra putta? chi è il vostro sangue?" e "Chi è la vostra figlia? Pappà, babbino, babbetto, non sono io il vostro cucco?"; e grattandogli ogni bruscolino e ogni rughetta che gli trovi a dosso, digli "ninna, ninna" cantando ancora una canzoncina sottovoce trattandolo da rimbambito: e so ch'egli ti si rivolgerà con atti bambineschi e chiamaratti "mammina, mammotta" e "mammetta".
In questo affrontalo, e atasta se la scarsella è sotto il piumaccio: ed essendoci, non ce ne lasciare uno, e s'ella non ci è, faccela essere.
E cotale arte bisogna usare, perché i miseroni lambiccano un danaio quattro ore quando non si trastullano: e se ti promettano veste o collane, non te gli spiccar da le spalle finché non si ordina il dono.
Poi, o co le dita o con quello che gli pare, mettinlo pure nel dritto e nel rovescio, che non te ne darei un pistacchio.
PIPPA.
Non dubitate.
NANNA.
Odi questa: eglino son gelosi, ed entrano sul gigante menando le mani con le parole a la bestiale: ma se gli vai ai versi, oltre che pioveranno i presenti, ne cavarai uno spasso de l'altro mondo.
E mi par vedere uno più scaduto che il bisavolo de l'Antecristo, con i calzoni e il giubbone di broccato tutto tagliuzzato, con la berretta di velluto impennacchiata coi puntali e con un martello di diamanti in una medaglia d'oro con la barba d'ariento di coppella, e le gambe e le mani tremolanti, la faccia guizza; caminando a schincio spasseggiarà fin entro al di intorno a casa, fischiando, abbaiando e ronfiando come i gatti di gennaio.
E sto per iscompisciarmi sotto per le risa pensando a una berta che rifaria il millesimo.
PIPPA.
Ditemela.
NANNA.
Un ceretan poltrone gli diede ad intendere che aveva una tinta da barbe e da capegli, sì nera e sì morata che i diavoli son bianchi a comperazione.
Ma la voleva vender sì cara che lo fece stare parecchi e parecchi dì a dargli orecchie.
A la fin fine parendogli che la sua testa di porro e la sua barba di stoppa gli scemassi reputazione con l'amore, contò .XXV.
ducati vineziani al ceretano, il quale, o fosse per burlarlo o fosse per giuntarlo, gli fece i capegli e la barba del più azzurro turchino che dipignesse mai coda di cavallo barbaro o turco: di modo che bisognò raderlo fino a la cotenna, onde ne fu favola del popolo un tempo, anzi se ne ride ancora.
PIPPA.
Ah! ah! ah! Me lo par vedere, vecchio pazzo.
Ma se me ne dà alcuno ne l'unghie, voglio che sia il mio buffone.
NANNA.
Anzi fà il contrario; né lo soiare per conto alcuno, e massimamente dove son brigate: perché la vecchiezza dee riverirsi, poi saresti tenuta una sciagurata e una scelerata a dar baie a un cotal uomo: io voglio che tu dimostri di averlo nel core inchinandotigli per ogni paroluzza che ti dice; onde nascerà che degli altri vecchi ringiovaniranno amandoti: e se pur pur vuoi tortene riso, fallo qui fra noi.
PIPPA.
A farlo, se facendolo ho a far bene
NANNA.
Entriamo ne le signorie.
PIPPA.
Entriamoci.
NANNA.
Ecco un signore ti richiede: e io ti mando o tu vai, tanto è.
Qui ti conviene dar del buono, perché sono avvezzi con gran donne, e più si pascano di ragionamenti e di chiacchiare che d'altro.
Sappi favellare, rispondi a proposito, non iscappare trasandando di palo in frasca: perché i servidori suoi, non pur sua Signoria, ti faranno drieto i visacci, non ti recar là da goffa né da civetta, ma gentilmente.
E se si sona o canta, tieni sempre tese le orecchie al suono e al canto, lodando i maestri de l'uno e de l'altro, benché tu non te ne diletti e non te ne intenda, e se ci è alcun vertuoso, accostategli con faccia allegra, mostrando di apprezzar più loro che (mi farai dire) il signor ch'è ivi.
PIPPA.
A che fine?
NANNA.
Per buon rispetto.
PIPPA.
Suso!
NANNA.
Perché non ti mancarebbe altro se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne: e ti staria bene che fosse stampata la tua vita come non so chi scioperato ha stampata la mia, come ci mancassero puttane di peggior sorte di me: e se si avesse a squinternare gli andamenti di chi vo' dir io, si oscurarebbe il sole.
E quanti abbai sono suti fatti sopra il fatto mio! Chi riprende ciò che io ho detto de le suore, dicendo "Ella mente d'ogni cosa", non si accorgendo che io lo dissi a l'Antonia per farla ridere e non per dir male, come forse arei saputo dire: ma il mondo non è più desso, né ci pò più vivere una persona che ci sa essere.
PIPPA.
Non collera.
NANNA.
Guarda, Pippa: io son suta suora, e ne uscii perché ne uscii: e s'io avessi voluto informar l'Antonia come elle si maritano, e chiamano il frate "la mia amicizia", e il frate chiama la suora "la mia amicizia", lo arei molto ben saputo dire.
E solamente a contare le cose che i brodai raccontano a le sue amicizie quando tornano da predicare di qualche lato, faceva stupire le stigmate: perché io so ciò che fanno con le vedove che gli presentano di camisce, di fazzoletti e di desinari, e le tresche e i guazzabugli.
E fu pur grande quella di colui che mentre si scagliava in sul pergamo come un drago, mettendoci tutti per perduti, gli cadde fra il popolo, che a la moccicona lo ascoltava la berretta che si teneva ne la manica, onde viddero i ricami ascosti: nel mezzo del di drento stava un core di seta incarnata che ardeva in un fuoco di seta rossa, e intorno a l'orlo, di lettere nere si leggeva:
Amor vuol fede, e l'asino il bastone;
talché la turba, scoppiata nel tuono de le risa, la riposono per reliquia.
E circa le figure di santa Nafissa e di Masetto da Lampolecchio, non è ver nulla, e certissimamente in cambio dei cotali ci sono appiccati per le mura cilici, discipline con le punte di agora, pettini aguzzi, zoccoli con le guigge, radici che testimoniano il digiuno che esse non fanno, ciottole di legno con le quali si misura l'acqua che si dà a chi fa astinenzia, capi di morti che fanno pensare al fine, ceppi, corde, manette, flagelli: le quali cose impauriscano chi le guarda, e non chi erra né chi ce le appicca.
PIPPA.
È possibile che sieno tante novelle?
NANNA.
Ci sono anche di quelle che io non mi ricordo.
Ma che averebbono detto alcune ignorantuzze, alcune fiuta-stronzi, se io avesse publicato in che modo la maestra de le novizie si avvede quando suora Crescenzia e suora Gaudenzia è al cane? Petegole di feccia di birro, che voi siate scopate, poiché date di becco fino al favellare de chi ve ne terria a scuola.
PIPPA.
Che, non si pò favellar come altri vole?
NANNA.
Tanto abbin fiato le scimonite come esse non fanno mai altro che appuntare ciò che si favella a la usanza del paese, minuzzando le lor dicerie come si minuzza il radicchio: e ti prego, figliuola mia, che non eschi de la favella che ti insegnò mammata, lasciando lo "in cotal guisa" e il "tantosto" a le Madreme; e dagliene vinta quando elleno con alcune voce nuove e penetrative dicano "Andate, che i Cieli vi sieno propizi e l'ore propinque", dileggiando chi favella a la buona, dicendo "vaccio", "a buonotta", "mo' mo'", "testé testé", "alitare", "acorruomo", "raita", "riminio", "aguluppa', "sciabordo", "zampilla", "cupo", "buio", e cento mille d'altre parole senza fette.
PIPPA.
Cornacchie.
NANNA.
Tu l'hai battezzate bene, poiché vogliano che si dica "tosto" e non "presto", "in molle" e non "in macero", e se dimandi loro perché, rispondano: "Perché "porta" e "reca" non è di regola"; di modo che è un pericolo di aprirci più bocca.
Ma io, che sono io, favello come mi pare e non con le gote tronfie, sputando salamoia; vado coi miei piedi e non con quelli de la grue, e do le parole come elle vengano e non me le cavo di bocca con la forchetta.
Perché son parole e non confezioni; e paio, favellando, una donna e non una gazzuola: e perciò la Nanna è la Nanna, e la genia che va cacando verbigrazie, apponendo al pelo che non fu mai ne l'uovo, non ha tanto credito che gli ricopra il culo; e in capo de le fini, chi tutto biasima senza far nulla, non fa mai sbucare il suo nome de le taverne: e io ho fatto trottare il mio fino in Turchia.
Si che cibeche, io voglio ordire e tessere le mie tele a mio senno perché so dove trovarmi l'accia per le fila che ci vanno, e ho molti gomitoli di refe per cuscire e ricuscire i miei sdrusciti e tagliati.
PIPPA.
Le sfatate vanno stuzzicando il formicaio: e scoppiano se un dì non gli facciamo le fica a occhi veggenti, da che cincischiano il nostro favellare.
NANNA.
Gliene farem certo.
To' su questa: una sibilla, una fata una beffana che insegna a cinguettare ai pappagalli, mi dimandò non ier l'altro quel che vuol dire "anfanare", "trasandare", "aschio", "ghiribizzo", "merigge", "trasecolo", "mezza moscia", "sdrucciola" e "razzola"; e mentre io le chiariva le cifere, l'andava scrivacchiando: e mo' se ne fa bella come fosse sua farina.
Ma io, che vivacchio a la schietta, non me ne curo; e non mi dà noia se "covelle" è più goffo che "nulla".
PIPPA.
Non baloccate più con le punteruole, perché il cervello mi s'ingarbuglia: onde mi si scordarà tutto quello che importa al caso mio.
NANNA.
Tu hai ragione; e la stizza che io ho de le alfane che stanno in sugli archetti facendo insalatucce e salsette di paroline affamate, e con ostinazione di zecche e di piattole le voglion vincere, mi ha fatto uscir del seminato.
Pure io mi rammento che ti diceva come devi accarezzare i vertuosi che il più de le volte si ritrovano a le tavole dei signori.
PIPPA.
Cotesto mi diciavate di bel punto.
NANNA.
Accarezzagli, ragiona con loro; e per parere che tu ami le virtù, chiedegli un sonetto, uno strambotto, un capitolo e simili pazzie: e quando te gli danno, basciagli e ringraziagli non altrimenti che tu avessi ricevuto gioie.
E tuttavia che ti picchiano a l'uscio, aprigli sempre: perché sono discreti; e se ti veggano occupata, senza altro cenno se ne andranno, corteggiandoti doppo le spedizioni.
PIPPA.
E se pur pure io non avessi fantasia d'aprirgli, che sarebbe?
NANNA.
Saresti zombata da le più crudeli villanie che s'udisser mai: per che, tra il cervello che gareggia seco a ogni punto di luna e lo sdegno che pigliarieno per ciò, guarda la gamba.
E perché egli è propio costume di donna di non appiccar mai una parola con l'altra, prima che io ritorni al signore col quale sarai, vo' dirti un tratteto che favellandoti dei vecchi m'era uscito di mente.
PIPPA.
Debbe esser galante, poiché ritornate indrieto per dirmelo.
NANNA.
Ah! ah! Io voglio, Pippa, che di quei confetti che si spargeranno per tutta la tavola levata la tovaglia, che tu ne pigli .V.
grani e che, bugliandoli, tu dica: "S'essi fanno bella croce, il mio vecchio caro e dolce non ama se non me, se la croce è sgangherata egli adora la tale".
Pippa, se la croce stia bene alza le mani ai cielo, poi, allargate le braccia, legalo tutto con esse e dagli un bascio con tante cacabaldole quante ti sai imaginare: intanto lo vedrai cader giuso come uno che crepa de caldo dove fiata un poco di ventarello.
Caso che la croce venga male, lasciati scappare, se si può, due lagrimucce accompagnate da due sospiri ladri, e levati da sedere e vanne al fuoco, facendo vista di stuzzicarlo con le molli perché te si trapassi la collera: in questo il coglion bue te si avventarà a dosso rimbambitamente giuracchiandoti per corpi e per sangui che madesì, e tu, andandotene in camara, affronta lo fin d'un non so che prima che tu facci la pace.
PIPPA.
Io vi servirò, mamma.
NANNA.
Non ho altra fede, figlia.
Eccoti al signore, eccoti a lui che frappa d'amori dicendo "La signora tale, madama cotale la duchessa, la reina" (e la merda che gli sia in gola), "mi diede questo favore, e questo altro quella altra", e tu lauda i favori e stupisciti come tutte le belle di Tunisi non si battezzano per tirarselo a dosso, e mentre egli entra in su le prove che ha fatto ne lo assedio di Firenze e nel sacco di Roma, accòstati a quello che ti è più presso e digli, che il giorneon ti intenda "Oh, che bel signore! La grazia sua mi cava di sesto", ed egli fingendo di non intendere, si pavoneggiarà tutto.
E sappi che chi non usa seco le astuzie che usano i cortigiani del mal tempo con i monsignori, ponendo sopra de le gerarchie le lor gaglioffarie, gli diventa nimici.
PIPPA.
Io l'ho inteso.
NANNA.
Adulazione e finzione son la pincia dei grandi: così si dice; e perciò sbalestra la soia con tali, se vuoi carpirne qualche cosa; altrimenti tu mi ritornarai a casa con la pancia piena e con la borsa vota.
E se non che la loro amicizia ha de l'onorevole più che de l'utile, ti insegnerei a fuggirgli: perché vorrebbero esser soli al pacchio; e perché son signori, che altri non ne desse ad altri; e han per manco, come non vieni o non gli apri, di mandar gli staffieri a bravar la porta, la strada, le finestre e la fante, che di sputare in terra.
E paiono quei cagnacci che si imbattono dove molti cagnoletti montano una cagnola: che, sbranando questi e quelli coi rinchi e coi morsi, tengano tutta la via e non ci è dubbio che tal pratica dà la fuga a chi ha paura di concorrer con loro, ed è perfetta per quelle che han più caro il fume che l'arosto.
PIPPA.
Dio mi aiuti con questi signori.
NANNA.
Ma io ti vo' donare un colpetto che, se i villani crepassero, gli costarà.
Come sua Altezza si comincia a spogliar per corcarsi, togli la sua berretta e pontela in capo; poi ti vesti il suo saio, e dà due spasseggiatine per camera: subito che il messere ti vede diventata di femina maschio, te si avventarà come la fame al pan caldo; e non potendo patire che tu vada a letto, ti vorrà fare appoggiar la testa al muro o sopra una cassa.
Quello che io ti vo' dire è che tu ti lasci prima squartare che tu gliene dia, s'egli non ti dà la berretta e il saio per venir poi a lui con l'abito che più diletta ai signori.
PIPPA.
La vacca è nostra.
NANNA.
Ma sopra tutte le cose, studia le finzioni e le adulazioni che io ti ho detto, perché sono i ricami del sapersi mantenere.
Gli uomini vogliono essere ingannati e ancora che si avveghino che si gli dia la baia e che, partita da loro, gli dileggi vantandotene fin con le fanti, hanno più caro le carezze finte che le vere senza ciance.
Non far mai carestia di basci né di sguardi né di risi né di parole; abbi sempre la sua mano in mano, e talvolta di secco in secco strigneli i labbri coi denti si che venga fuor quello "oimè" troppo dolcemente fatto nascere da chi si sente traffigere con dolcezza: e la dottrina de le puttane sta nel saper cacciar carote a' ser corrivi.
PIPPA.
Voi nol dite a sorda né a muta.
NANNA.
Io penso...
PIPPA.
A che?
NANNA.
...a me, che voglio insegnarti i modi che debbi tenere per riuscir dove io spero vederti, e io, insegnandotigli, metto ne la via coloro che aranno a far teco: perché, sapendosi ciò che io ti dico, saprassi anco, non ti credere, quando usarai le tue arti, e così i miei avvedimenti simigliaranno una di quelle dipinture che da tutti i lati guardano chi le mira.
PIPPA.
Chi volete voi che lo bandisca?
NANNA.
Questa camera, quel letto quivi, le seggiole dove sediamo, e quella finestrella colà, e questa mosca che mi si vuol manicare il naso (diavol pigliela): le son pur prusuntuose, le vincano le importunità dei gelosi che vengano in fastidio fino a lor medesimi con le spigolistrarie che usano in guardare colei che non si può guardare quando la se delibera di accoccargliene.
Con bestia di cotal buccia sappiti governare da savia e fagli più tosto le corna che i cenni.
Vien qua: tu sarai amica d'uno che si recarà ad uggia uno che ti accommodarà, non come lui, ma di maniera che il perderlo ti nocerebbe assai assai.
Costui ti comandarà che non gli apra, non gli parli, né che accetti niuna cosa del suo: qui bisognano giuramenti diabolici fronte sfacciata, scrollature di capo, voci a l'aria e alcuni gesti che si maraviglino di lui che si crede che tu lo cambiasse per cotal pecora; e soggiugnendo "Stiam freschi se si crede che io mi gitti via con quel cera-di-asino, con quel viso-di-mentecatto" e chiedi tu stessa i guardiani, salariandogli le spie; e tenendoti serrata, stavvi pure; se il sospetto gli si scema punto, non perder tempo.
Ma quello che tu gli furi, spendalo ne le contentezze del pover foruscito: tirandolo in casa quando il geloso n'esce o ne lo scarcarsi de le legne, o nel portare il pane al forno.
Se il farnetico gli cresce, ordina che di notte venga drento, e nascondalo nel camerino de la fante, dove fà che stia sempre la predella da fare i tuoi fatti, e a posta mangia la sera cose che ti movino il ventre, o finge doglie di fianco, e scappagli da canto tuttavia lamentandoti: e vanne là da colui che, per aspettarti col pifero in mano, farà due chiodi a una calda, e fa dolcitudine che piacendo ti solleticarà tutta, ti farà fare altri "oimè" e altri "i' moio", e con più gran ramarico che il mal del madrone.
Compito il servigio, rivientene a lui scarica d'ogni pena: e questa è la ricetta da salvar la capra e i cogli (diceva lo spenditor de l'Armellino).
PIPPA.
Si farà.
NANNA.
Accadendo che lo spiritato ne abbia qualche fume, mano a negare; e con viso sicuro di sempre "Forbici"; e si egli sfuria, e tu ti umilia con dire: "Adunque mi tenete per una di quelle, ah? E se vi è suto detto, posso io tener le lingue? Se io avessi voluto altri, non arei tolto voi né mi sarei fatta monica per amor vostro" e così schiamazzando ficcategli più sotto che tu puoi e se qualche pugno andassi in volta, pazienzia: perché tosto ti saranno pagati i medici e le medicine, e tutte le muine che farai a lui per radolcirlo, farà a te per racconsolarti; e il "perdonami" e il "feci male a crederlo" ti stuzzicaranno in modo che sarai la buona e la bella: perché se tu confessassi il peccato o volessi vendicarti di quattro pugni che vanno e vengano, potresti o perderlo o sdegnarlo di sorte che ella non andria ben per te.
Ed è chiaro che la fatica sta nel mantenersi gli amici, e non in acquistarsegli.
PIPPA.
Non ci è dubbio.
NANNA.
Volgi carta: e trovarai un che non è geloso e pure ama, al dispetto di chi non vuole che amore sia senza gelosia.
A l'uomo intagliato in tal legname ci è un lattovaro che, pigliandone una o due imbeccate, si ingelusiarebbe il bordello.
PIPPA.
Che lattovaro è questo?
NANNA.
Fatti scrivere una letterina, da qualcuno che tu te ne possa fidare, come questa che io già imparai a mente:
Signora, io non vi posso salutare nel principio de la lettera, perché in me non è salute, e allora ci sarà, che la vostra pietade si degnarà che io, in quel luogo che più commodo vi paia, potrò dirvi ciò che non ardisco di farvi noto per i scritti né per imbasciate: e perciò vi supplico per le vostre divine bellezze, le quali ha ritratte la natura, col consenso d'Iddio, da quelle degli angeli, che vi degnate che io vi parli: che v'ho a dir cose, che beata voi, e più beata sarete quanto più tosto averò la udienzia che io inginocchioni vi dimando; e spetto una risposta che tenga di quella grazia ch'esce del vostro grazioso aspetto.
E quando sia che refutiate di darmela, come refutasti le perle che, non per dono, ma per segno di benivolenzia, vi mandai per...
e cetera, io o con ferro o con laccio o con veleno uscirò di guai.
E bascio le mani a la chiara Signoria vostra.
Con la soprascritta e con il sottoscritto che saperà fare chi ti scriverà ne lo andare che io ti spiano.
PIPPA.
Che ho io a farne, scritta che ella è?
NANNA.
Piegala sottilmente e infilzala in un guanto, il quale a la disavveduta ti lasciarai cadere in parte ch'egli, che ha la gelosia nei peduli, impari averla nel polmone.
Tosto che il trascurato ricoglie il guanto, sentirà il foglio scritto; e sentitolo, il carpirà; e guardandosi da ognuno, si tirarà in un cantoncino solo soletto: e cominciando a leggere, cominciarà a fare i visi arcigni; e venendo a le perle refiutate, soffiarà come uno aspido; e cadutagli la baldanza ne le calcagna, gli verrà l'anima ai denti: perché io mi credo che il demonio entri in colui che intoppa nel suo rivale; e non si potria dire quanta frenesia scompigli colui che, pur dianzi non pensando di aver compagno al tagliere, se ne vede scappare uno che gli mette in compromesso tutta la carne.
E letta e riletta la facezia, la riporrà dove la trovò, cioè nel guanto: tu in quello starai spigolando ai fessi o al buco de la chiave; e se vedi il bello, rumoreggia con la fante e le di: "Dove è il mio guanto, balorda? dov'è egli, sventata?".
Intanto verrà in campo lo accorato, e tu leva le strida e di: "Sciocca furfanta, tu sarai cagione di qualche scandolo e forse de la rovina mia: mi par vedere se capita a le sue mani che non gli potrò ficcare in testa che io gliene voleva mostrare e dirgli chi è colui che mi manda cotali novelle.
Dio sa se perle o ducati hanno potere di farmi d'altri!".
Lo sciloppato, udendo ciò, temperata la collara e stato un pocolino sopra di sé, ti chiamarà dicendo: "Eccolo, non più: che non ho altra fede in te; io ho letto il tutto, e non ti mancaranno perle.
E ti prego che non mi dica il nome di chi ti fa sì magnifiche offerte, perché forse forse..."; e qui tacendose, gli dirai: "Io non vi ho mai voluto dire i tormenti che io ho e da imbasciadori e da...
e basta: io son vostra e voglio essere, e quando sarò morta sarò ancor vostrissima".
PIPPA.
Apritimi dove la trama riuscirà.
NANNA.
A non aver più pace l'animo del trovatore de la lettera anzi, ognuno che vedrà per la tua strada, crederà che sia o chi te la mandò o ruffiano suo: e per non darti cagione di accettare le proferte, verrà via di bello.
Ora a questi Mantovani, non vo' dir Ferraresi, che appena sono smontati a lo alloggiamento che vanno amoreggiando: come i lor ricamuzzi e i taglietti che gli desertano il saio e il giubbone, avessero i privilegi di fargli spedir gratis (dicano in Palazzo).
Pippa, se i fottiventi ti vengano ne le branche, spia bellamente quando parteno; e calcula il tempo che ci hanno a stare con gli anelli, con le medagliette, con le collanuzze, con le vesticciuole e con l'altre tavernine che gli vedi intorno: perché nei denari puoi far poco fondamento; e per non ci aver per avventura a ritornar mai più, non ti curare che ti laudino o vituperino.
PIPPA.
Sarà fatto, ma che sapete voi dei lor denari?
NANNA.
Io so che non ne portano mai tanti che bastino per tornarsi indrieto, e se ti impacci seco, spogliagli di cotali frascarie, se non tu rimarrai con le mani piene de le lor cortigianarie d'ambracane.
PIPPA.
Se mi ci chiappano, a rifar del mio.
NANNA.
E caso che alcuno dorma teco, adocchia ogni suo lavoro, e di camiscia o di scuffia da la notte; e la mattina, inanzi che si levi, fà venire una giudea con mille goffezze: e paragonate che tu l'arai con le mantovanarie, falle portar via o tu le buglia in terra, e adirati con teco e con il cucù, e borbotta tanto che ei venga a proferirle; quando no, rinvitalo a dormir e saccheggialo per forza o per amore.
PIPPA.
Quando eravate giovane, facciavate voi tutte le cose che volete che faccia io?
NANNA.
Al mio tempo era un altro tempo, e feci quel che io seppi, come udirai se ti fai leggere la mia vita posta in istampa dal malanno-che-Iddio-gli-tolga: vo' dir così acciò che, se chi l'ha fatto è bizzarro, non mi facesse peggio che non ti faranno i tuoi innamorati bestiali se non ti saprai mantener con loro.
Ma tu potresti dire "Io non mi impacciarò con tali", ma non puoi farlo.
PIPPA.
Perché no?
NANNA.
Perché, avendo tu a esser savia come dei, anco loro ti bisigaranno intorno: e perciò lasciagli sfuriare quando si adirano, e serra le orecchie al "puttana porca poltrona" che ti diranno in un fiato; e benché taglino a traverso il mappamondo con le parole che essi affogano ne lo sputaccio col quale spruzzano il viso di chi gli è presso, non ne sarà altro; e in meno di due credi tornano in buona e ti chieggano perdonanza, ti donano, e ti si vorrebber mettere nel core.
E a me piacque il conversar con simili, perché quel nonnulla che gli fa stizzare gli fa anco pacificare; e assimiglio la lor collera a un rannuvolarsi di luglio: che tuonando e balenando, doppo venticinque gocciole piovute giuso, eccoti il sole.
Sì che sofferenza ti sarà ricchezza.
PIPPA.
Sofferiamo, che sarà?
NANNA.
Sarà che ognuno ti trarrà dirieto fino a la morte.
Ora ecco a te un trincato, un doppio, un volpon vecchio, il quale pesa tutti i tuoi andari; e suso ogni paroletta fa una disputa, cenna col piè al compagno, torce il muso chiudendo l'occhiolino, come dicesse "A me, ah?": e tu salda, non ti guastando mai, anzi fa sempre la semplice e la babiona, non gli chiedere e non gli contrastare; s'ei ti favella, favellagli, s'ei ti bascia, bacialo e s'ei ti dà, togli; e usa una arte sì bella che egli non possa giugnerti ne la ghiottoneria.
Anzi fa che cominci a dir seco stesso che tu sia me' che il pane: non ti lasciando perciò sarchiar l'orto se non ti paga il terreno nel quale vuole spargere il seme; e si come egli si aiuta con ogni sua gherminella per non si lasciare intendere, così tu ti aiutarai con ogni tua astuzia di far sì che egli confessi che in te non è cosa che non s'intenda.
Onde è forza che il menda-squarsci ti fidi la sua sfedata fede; e andando da Baiante a Ferante, egli sarà tuo, e tu non sarai sua se non quanto vorrai essere.
PIPPA.
Mi maraviglio, mamma, che voi non teniate scola addottorando la gente in così fatte galantarie.
NANNA.
Io ho una parte in me che rifarebbe una imperadrice, io non son boriosa: era ben già, Dio mel perdoni.
Ma non perdiam tempo: e impara a corrucciarti e a far pace con i tuoi seguaci come io ti insegno; e non ti paia troppo lungo libro questo che io cerco che tu sappia a correlingua: perché il puttanesimo ha tanto ingegno che, senza maestro, in otto dì sa molto più che non si pò sapere; or pensal tu se trasandarai avendo la Nanna per guida.
PIPPA.
Purché sia così.
NANNA.
Così sarà, non dubitare.
Corrucciati con grazia, Pippa: fallo in un certo andare che ognuno ti dia ragione.
Se l'amico tuo ti prometterà Roma e toma, statti spettando la promessa un dì o due senza fargliene motto; passato mezzo il terzo dàgli un bottoncino; ed egli: "Non ti dubitare, che vedrai e basta"; e tu mostrati allegra ed entra in ragionar del Turco che dee venire, del papa che non crepa, de lo imperadore che fa miracoli, e del Furioso e de la Tariffa de le cortigiane di Vinegia, che dovea dir prima; poi lasciati cadere il mento in seno e ammutisce in un tratto, e pensa e ripensa un pezzo; e levandoti suso, dì con voce fioca: "Io non l'arei mai creduto".
In questo mi par veder lo indugia-presenti dirti: "Che ci è di nuovo?"; e tu a lui: "Dove foste ier sera?"; e senza volerne altra risposta, fuggiti in camera e serratici drento; e s'ei picchia, lascialo picchiare; s'egli abbaia, lascialo abbaiare: che io per me gli darò sempre il torto, e giurando gli affermarò che ti è suto detto che viene a spassar teco il martello che egli ha con la tale.
E son certa che se ne andrà giù per la scala bestemmiando e negando; e volendo ritornar ivi a un pezzo, o allotta o il dì che viene, fagli risponder che hai da fare o che sei accompagnata.
PIPPA.
Sì, sì: la pace si farà col portarmi la promessa a doppio.
NANNA.
Ora sì che io son certa che tu sarai tu con altro viso che io non sono stata io.
Attendimi pure: usa anco una foggia di corrucci fatti con la tua pasta, cioè corrucciati teco medesima nel più bello del motteggiare, e acconciati là con la palma a la guancia.
PIPPA E perché questo?
NANNA.
Per far che egli, che non pò star senza te, venga a te dicendo: "Che griccioli son i vostri? sentitevi voi male? màncavi niente? parlate"; e ti darà del voi per placarti.
E tu rispondi "Deh lasciami stare, io te ne prego orsù, levamiti dinanzi levati de qui, dico, che sì, che sì tu cerchi rogna", dandogli sempre del tu per parer di prezzarlo poco.
E ciò farai perché egli ti toccarà per farti ridere: le quali risa fa che non ti scappino dal volto né dagli occhi se non ti dà qualche cosa; e dandotela, a sua posta s'ei dice che anco i bambini si corruccino fuor di proposito e fanno la pace daendosigli de le cucche.
PIPPA.
Queste son favole: io vorrei che voi mi dicessi come si fa la pace con uno assassinato, poniam caso, da me o io da lui.
NANNA.
Io tel dirò: s'avviene che lo assassinamento venga dal canto tuo, come si dee arcicredere che venga, china le spalle e parla onesto, dicendo con ognuno: "Io ho fatto da giovane e da pazza e da trascurata femina, il diavolo mi accecò, io non merito perdonanza; e s'Iddio mi scampa di questa, mai più mai più esco dei suoi comandamenti"; e levando il turaccio al tino de le lagrime, piagni più che se tu mi vedesse fredda ai piedi: che Iddio me ne guardi e conduca a tale chi mal ci vuole.
PIPPA.
Amen.
NANNA.
Lo schiamazzio e il pianger che tu farai gli sarà riportato a staffetta, perché un tale ti tien sempre le spie: e chi gliene raccontarà con lo aggiugnerci qualche cosetta del suo, lo farà mutar fantasia; e benché giuri di mangiarsi prima le mani per fame che favellarti, e che egli possa esser dato a la beccaria dai suoi nimici, con l'altre filastròcchele che cascano fra i denti a chi si lascia trasportar da l'ira, non ne sarà nulla, né andrà ne lo inferno per tali sboccamenti, perché messer Domenedio non fa conto degli spergiuri degli innamorati, i quali non ponno far testa
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