I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 12
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E' vizii si fanno chiaro conoscere, e sono di natura che sempre fanno come solea dire Vespasiano Cesare: «La volpe muta il pelo ma nonne il colore».
El vizio sempre a tutti parerà pur vizio, sempre sarà presto a scoprirsi e monstrarsi piú noto.
E ponvi mente, benché sopravenga o maninconie, o povertà, o altri disagii, pe' quali el ghiotto e lascivo non può empiere le brutte sue volontà, pure quando gli sia permesso satisfarsi, ivi le voglie sue rinascono, e cosí lui subito torna al primo suo ingegno.
Però lodava io stare desto e preveduto, e non aspettare che 'l vizio si fermi all'animo de' giovani.
E in questo si vuole seguire il consiglio qual si dice diede Annibal ad Antioco re di Siria.
Disseli ch'e' Romani non si potevano vincere piú facile se non in Italia colle medesime armi e terre latine.
E come dal fonte prima si vuole svolgere el rivo, chi cerca dirivarlo altrove, e non aspettare che a lungo corso sia fatto maggiore, cosí facciano e' padri.
Subito ogni gorellina d'indizio vizioso che a' suoi surge, ristagnino emendando, ricoprendola di virtú; non patiscano che 'l vizio si sparga in piú amplo rivo, però che poi quando fosse aumentato, molto piú gli sarebbe fatica a disvolgerlo, e in lui sarebbe non minimo biasimo starsi o cieco a nollo scorgere, o pigro a non aver con miglior cura emendatolo.
E se pure il vizio abbonda, vuolsi dirivare il corso delle giovinili volontà non per mezzo il campo dove si semina la virtú, non interrompere gli ordinati virili essercizii, ma da lato concederli qualche loco, in modo che quelle abbino il corso suo senza nuocere alla cultura tua.
E cosí coll'arme medesime, co' viziosi stessi giova molto vincere l'animo fermato già nel vizio, vorrassi porgli la vita degli altri viziosi avanti quasi come uno specchio ove e' si rimiri e vegga la bruttezza e spurcizia de' scelerati, onde a quel modo impari avere a odio ogni cosa non onesta e pregiata.
E stimo io gioverà molto monstrargli e aricordargli quanto siano e' non virtuosi e inonesti sviliti, odiati da ogni buono, e schifati da qualunque onesto, e quanto e' lascivi mai non sieno né apresso gli altri con grazia riceuti, né in sé stessi contenti, non lieti, mai senza affanni, sempre pieni di stimoli e molestie d'animo.
L'animo de' viziosi sempre sta disordinato e infermo: e niuna pena si truova alla mente maggiore che quella quale a sé stessi prieme l'animo non regolato e ragionevole.
Testé m'acade in memoria udire da messer Cipriano Alberti quanto poi ponendovi piú mente veggo per effetto: in chi sono e' vizii, mai nell'animo sentano requie né riposo.
Che credi tu stia in mente degli omicidii, latroni e sceleratissimi uomini? Credo certo ogni ora che si racolgono a ripensare in che infamia, in che peccato e' siano caduti, tristi non ardiscano da terra levare gli occhi, temeno meschini la vendetta di Dio, hanno a vergogna la presenza degli uomini, sempre pensano il loro maleficio da tutti essere biasimato, sempre stimano sé essere dagli altri uomini odiati, spesso desiderano la morte.
Ma diciamo degli altri forse minori, perché men rari vizii negli uomini.
Uno giucatore, uno barattiero mai pare si possa riposare coll'animo.
Vedilo, se vince, stare in agonia e bramare piú di vincere almeno tanto che basti per riscuotere el vestire, per comprare il cavallo, per satisfare al creditore; sempre allo spendere piú sono le voglie ch'e' danari; e cosí, se perde, si consuma di dolore, e arde di voglia di riscuotersi.
Simile uno goloso ancora mai si sente nell'animo lieto, sempre gli rode quel goloso pensiero, né infra 'l vino e l'ubbriachezze si reputa contento, ma vergognasi d'essere veduto disonesto, e teme le sue lascivie non si risappiano, e poi molto si pente aversi disonestato.
Demostene oratore rispuose a quella meretrice che in premio domandava diecimilia denari: «Io non compero tanto il pentirmi».
Cosí ogni vizio e ogni lascivia, ogni cosa fatta e detta senza ragione e modestia lascia l'animo pieno di pentimento.
E come diceva Archita tarentino filosofo, niuna pestilenza si truova piú capitale che la voluttà.
Questa in sé conduce e' tradimenti inverso la patria, produce eversione della republica; de qui sono e' colloqui colli inimici.
Simili e molti altri ricordamenti a' giovani giovano a mettere in odio el vizio.
Ma insieme si vogliono inanimare i giovani ancora alla virtú, in ogni ragionamento lodargli e' virtuosi, monstrar loro come ciascuno bene ornato di virtú da tutti merita molto essere amato, in molti modi gloriare i virtuosi, e fare sí che s'e' nostri non possono essere in suppremo luogo virtuosi, almanco desiderino agiungere in alto e preclarissimo grado di lode e dignità, e insieme molto stimino in sé stessi e onorino in qualunque sia la virtú.
Soleano gli antichi ne' conviti solenni e nelle feste rinumerare cantando le lode de' fortissimi uomini ne' quali erano state virtú singularissime e utilissime a molti populi, onde fu Ercules, Esculapio, Mercurio, Ceres e gli altri simili concelebratissimi e chiamati dii; e questo sí per rendere premio a' meriti loro, sí ancora per incendere agli uomini uno ardore a virtú e a meritare in sé stesso pari lode e gloria.
Vedi prudentissima e utilissima consuetudine! Vedi essemplo ottimo da seguitare! Non restino i padri in ogni loro ragionamento in presenza de' figliuoli estollere la virtú degli altri, e cosí molto vituperare qualunque sia vizio in altrui.
Pare a me che in ciascuno non in tutto freddo e tardo d'intelletto, da natura sia immessa molta cupidità di laude e gloria, e per questo e' giovani animosi e generosi piú che gli altri desiderano essere lodati.
E pertanto molto gioverà e con parole incendere ne' figliuoli molto amore alle cose lodate, e in loro confermare odio grandissimo contro alle cose disoneste e brutte.
Ma se ne' figliuoli nostri fussero alcuni vizii, vorrei vedere e' padri con ogni modestia biasimarli, monstrando condolersi de' loro errati come di proprii figliuoli, e non come inimico vituperarli, o con parole acerbissime perseguitarli, però che chi si sente svilire indurisce con sdegno e odio, o vero sé stessi abandona, disfidasi e casca in una servitú d'animo ove piú non cura onestarsi; e cosí, se ne' figliuoli sono virtú, bellamente lodarli, però che pelle troppe lode spesso si diventa superbo e contumace.
E posso arbitrare che a niuno padre non inerte e supino doverà questa parere ambigua o incerta ragione a rendere il suo figliuolo emendatissimo, ove con simili facilissimi e ottimi modi subito purgherà ogni minimo vizio quale scorgerà ne' figliuoli insurgere, apresso e instituiralli di buone lode e di molti ornamenti d'animo e di virtú.
ADOVARDO Non ti niego, Lionardo, ch'e' padri quanto tu vorresti diligentissimi potranno in gran parte giovare a' costumi de' suoi, e con suo cura e studio potranno emendarli e farli migliori.
Ma non so come uno infinito amore vela e offusca gli occhi de' padri, per modo che rari veggono ne' figliuoli e' vizii se non poi che sono ben scoperti e ampli.
Ivi pensa tu quanto sia difficile sbarbicare uno già per uso confirmato vizio.
E anche pure in quegli che sono modesti e ben costumati figliuoli, pare ch'e' padri non sappiano in tutto da che si principiare per condurli ove e' desiderano lode e fama.
LIONARDO E chi non sa la prima cosa ne' fanciugli utile debbono essere le lettere? Ed è in tanto la prima, che per gentiluomo che sia, sanza lettere sarà mai se non rustico riputato.
E vorrei io vedere e' giovani nobili piú spesso col libro in mano che collo sparviere.
Né mai mi piacque quella commune usanza d'alcuni, e' quali dicono assai basta sapere iscrivere il nome tuo, e sapere asommare quanto a te resti di ritrarre.
Piú m'agrada l'antica usanza di casa nostra.
Tutti e' nostri Alberti quasi sono stati molto litterati.
Messer Benedetto fu in filosofia naturale e matematice riputato, quanto era, eruditissimo; messer Niccolaio diede grandissima opera alle sacre lettere, e tutti e' figliuoli suoi non furono dissimili al padre: come in costumi civilissimi e umanissimi cosí in lettere e dottrina ebbono grandissimo studio in varie scienze.
Messer Antonio ha voluto gustare l'ingegno e arte di qualunque ottimo scrittore, e ne' suoi onestissimi ozii sempre fu in magnifico essercizio, e già ha scritto l'Istoria illustrium virorum, insieme e quelle contenzioni amatorie, ed è, come vedete, in astrologia famosissimo.
Ricciardo sempre si dilettò in studii d'umanità e ne' poeti.
Lorenzo a tutti è stato in matematici e musica superiore.
Tu, Adovardo, seguisti buon pezzo gli studii civili in conoscere quanto in tutte le cose vogliano le leggi e la ragione.
Non ramento gli altri antichi litteratissimi, onde la nostra famiglia già prese il nome.
Non mi stendo a lodare messer Alberto, questo nostro lume di scienza e splendore della nostra famiglia Alberta, del quale mi pare meglio tacere poiché io non potrei quanto e' qui merita magnificarlo.
E né dico degli altri giovinetti, de' quali io spero alla famiglia nostra qualche utile memoria.
E sonci io ancora il quale mi sono sforzato essere non ignorante.
Adunque a una famiglia, massime alla nostra la quale in ogni cosa, imprima e nelle lettere sempre fu eccellentissima, mi pare necessario allevare e' giovani per modo che insieme coll'età crescano in dottrina e scienza, non manco per l'altre utilitati quali alle famiglie danno e' litterati, quanto per conservare questa nostra vetustissima e buona usanza.
Seguasi nella famiglia nostra curando che i giovani con opera e ricordo de' maggiori acquistino in sé tanto grandissimo contentamento, quanto loro porgono le lettere a sapere le cose singularissime ed elegantissime; e godano e' padri rendere i giovani suoi molto eruditi e dotti.
E voi, giovani, quanto fate, date molta opera agli studii delle lettere.
Siate assidui; piacciavi conoscere le cose passate e degne di memoria; giovivi comprendere e' buoni e utilissimi ricordi; gustate el nutrirvi l'ingegno di leggiadre sentenze; dilettivi d'ornarvi l'animo di splendidissimi costumi; cercate nell'uso civile abondare di maravigliose gentilezze; studiate conoscere le cose umane e divine, quali con intera ragione sono accomandate alle lettere.
Non è sí soave, né sí consonante coniunzione di voci e canti che possa aguagliarsi alla concinnità ed eleganza d'un verso d'Omero, di Virgilio o di qualunque degli altri ottimi poeti.
Non è sí dilettoso e sí fiorito spazio alcuno, quale in sé tanto sia grato e ameno quanto la orazione di Demostene, o di Tullio, o Livio, o Senofonte, o degli altri simili soavi e da ogni parte perfettissimi oratori.
Niuna è sí premiata fatica, se fatica si chiama piú tosto che spasso e ricreamento d'animo e d'intelletto, quanto quella di leggere e rivedere buone cose assai.
Tu n'esci abundante d'essempli, copioso di sentenze, ricco di persuasioni, forte d'argumenti e ragioni; fai ascoltarti, stai tra i cittadini udito volentieri, miranoti, lodanoti, amanoti.
Non mi stendo, ché troppo sarebbe lungo recitare quanto siano le lettere, non dico utili, ma necessarie a chi regge e governa le cose; né descrivo quanto elle siano ornamento alla republica.
Dimentichianci noi Alberti, - cosí vuole la nostra fortuna testé -, dimentichianci le nostre antiche lode utili alla republica e conosciute e amate da' nostri cittadini, nelle quali fu sempre adoperata molto la famiglia nostra, solo per la gran copia de' litterati, prudentissimi uomini quali sopra tutti gli altri al continovo nella nostra famiglia Alberta fiorivano.
Se cosa alcuna si truova qual stia bellissimo colla gentilezza, o che alla vita degli uomini sia grandissimo ornamento, o che alla famiglia dia grazia, autorità e nome, certo le lettere sono quelle, senza le quali si può riputare in niuno essere vera gentilezza, senza le quali raro si può stimare in alcuno essere felice vita, senza le quali non bene si può pensare compiuta e ferma alcuna famiglia.
E' mi giova lodare qui a questi giovani, Adovardo, in tua presenza, le lettere, a cui quelle sommamente piacciono.
E per certo, Adovardo, cosí stimo le lettere sono come piacevole a te, cosí grate a' tuoi, utili a tutti, e in ogni vita troppo necessarie.
Facciano adunque e' padri ch'e' fanciulli si dieno alli studi delle lettere con molta assiduità, insegnino a' suoi intendere e scrivere molto corretto, né stimino averli insegnato se none veggono in tutto e' garzoni fatti buoni scrittori e lettori.
E sarà forse quasi simile qui mal sapere la cosa e nolla sapere.
Apprendano dipoi l'abaco, e insieme, quanto sia utile, ancora veggano geometria, le quali due sono scienze atte e piacevoli a' fanciulleschi ingegni, e in ogni uso ed età non poco utile.
Poi ritornino a gustare e' poeti, oratori, filosofi, e sopratutto si cerchi d'avere solleciti maestri, da' quali e' fanciulli non meno imparino costumi buoni che lettere.
E arei io caro che e' miei s'ausassero co' buoni autori, imparassino grammatica da Prisciano e da Servio, e molto si facessino familiari, non a cartule e gregismi, ma sopra tutti a Tullio, Livio, Sallustio, ne' quali singularissimi ed emendatissimi scrittori, dal primo ricever di dottrina attingano quella perfettissima aere d'eloquenza con molta gentilezza della lingua latina.
Allo intelletto si dice interviene non altrimenti che a uno vaso: se da prima tu forse vi metti cattivo liquore, sempre da poi ne serba in sé sapore.
Però si vogliono fuggire tutti questi scrittori crudi e rozzi, seguire que' dolcissimi e suavissimi, averli in mano, non restare mai di rileggerli, recitarli spesso, mandarli a memoria.
Non però biasimo la dottrina d'alcuno erudito e copioso scrittore, ma ben prepongo e' buoni, e avendo copia di perfetti mi spiace chi pigliassi e' mali.
Cerchisi la lingua latina in quelli e' quali l'ebbono netta e perfettissima; negli altri togliànci l'altre scienze delle quali e' fanno professione.
E conoscano e' padri che mai le lettere nuocono, anzi sempre a qualunque si sia essercizio molto giovano.
Di tanti litterati quanti nella casa nostra sono stati certo singulari, niuno per le lettere mai all'altre faccende fu se none utilissimo.
E quanto la cognizione delle lettere sia a tutti sempre nella fama e nelle cose giovata, testé non bisogna proseguire.
Né credere però, Adovardo, che io voglia ch'e' padri tengano e' figliuoli incarcerati al continuo tra' libri, anzi lodo ch'e' giovani spesso e assai, quanto per recrearsi basta, piglino de' sollazzi.
Ma sieno tutti e' loro giuochi virili, onesti, senza sentire di vizio o biasimo alcuno.
Usino que' lodati essercizii a' quali e' buoni antichi si davano.
Gioco ove bisogni sedere quasi niuno mi pare degno di uomo virile.
Forse a' vecchi se ne permette alcuno, scacchi e tali spassi da gottosi, ma giuoco niuno senza essercizio e fatica a me pare che a' robusti giovani mai sia licito.
Lascino e' giovani non desidiosi, lascino sedersi le femmine e impigrirsi: loro in sé piglino essercizii; muovano persona e ciascuno membro; saettino, cavalchino e seguano gli altri virili e nobili giuochi.
Gli antichi usavano l'arco, ed era una delicatezza de' signori uscire in publico colla faretra e l'arco, ed era loro scritto a laude bene adoperarli.
Truovasi di Domiziano Cesare che fu sí perito dell'arco che, tenendo uno fanciullo per segno la mano aperta, costui faceva saettando passare lo strale fra tutti gl'intervalli di que' diti.
E usino e' nostri giovani la palla, giuoco antichissimo e proprio alla destrezza quale si loda in persona gentile.
E solevano e' suppremi principi molto usare la palla, e fra gli altri Gaio Cesare molto in questo uno degnissimo giuoco si dilettò, del quale scrivono quella piacevolezza, che avendo con Lucio Cecilio alla palla perduto cento, davane se non cinquanta.
Adunque disseli Cecilio: «Che mi daresti tu, se io con una sola mano avessi giucato, quando io mi sono adoperato con due, e tu solo a una satisfai?».
Ancora e Publio Muzio, e Ottaviano Cesare, e Dionisio re di Siracusa, e molti altri de' quali sarebbe lungo recitare nobilissimi uomini e principi usoro colla palla essercitarsi.
Né a me dispiacerebbe se i fanciulli avessero per essercizio il cavalcare e imparassino starsi nell'arme, usassino correre e volgere e in tempo ritenere il cavallo, per potere al bisogno essere contro gl'inimici alla patria utili.
Soleano gli antichi, per consuefare la gioventú a questi militari essercizii, porre que' giuochi troiani quali bellissimi nelle Eneida discrive Virgilio.
E trovossi tra' principi romani miracolosi cavalcatori.
Cesare, si dice, quanto poteva forte correva uno cavallo tenendo le mani drieto relegate.
Pompeo in età d'anni sessantadue, benché el cavallo quanto potea fortissimo corresse, lanciava dardi, nudava e riponeva la spada.
Cosí amerei io ne' nostri da piccoli si dessino e insieme colle lettere imparassino questi essercizii e destrezze nobili, e in tutta la vita non meno utili che lodate: cavalcare, schermire, notare e tutte simili cose, quali in maggiore età spesso nuocono non le sapere.
E se tu vi poni mente, troverrai tutte queste essere necessarie all'uso e vivere civile, e tali ch'e' piccoli senza molta fatica bene e presto l'imparano, e a' maggiori forse tra le prime virtú richieste.
ADOVARDO Io non con poca voluttà e diletto, in verità, Lionardo, te ho ascoltato, e benché qualche volta m'acadesse, non però volsi interromperti, tanto da ogni parte a me piaceano e' tuoi ricordi.
Ma guarda non avere a noi padri dato troppe faccende.
Tutti e' giovani, Lionardo, non sono dello intelletto tuo.
Pochi si troverebbono volesseno in sé avere tanta fermezza agli studi, e mai forse vidi altri che te uno tanto compiuto di tutte le virtú quali tu vuoi sieno ne' nostri giovani.
E qual padre, Lionardo mio, potrebbe a tante cose provedere? E qual figliuolo mai s'inducerebbe apprendere ogni cosa qual ci disegni?
LIONARDO Io potrei facile stimare, Adovardo, esserti ogni mio ragionamento stato sollazzo e piacere, se io non vedessi testé che, dove prendesti poca voluttà ove io chieggo da voi padri tante quante certo sono necessarie faccende, tu per vendicarti a me dài nuova fatica, come se tu non sapessi quanto studio dell'uomo possa in ogni cosa.
Se la sollecitudine d'uno mercennario insegna a una bestia far cose umane, a uno corvo favellare, come fu quello el quale in Roma disse: «Kere Cesar»; e perché Cesare qui rispose: «A me stanno in casa molti salutatori», di nuovo ridisse: «Operam perdidi»; se questo in una bestia può el nostro studio, stimi tu che possa manco in uno umano intelletto, el qual si vede atto e sufficiente a qualunque difficilissima cosa? Né voglio io però e' tuoi figliuoli sappiano se non quanto sia mestiere a liberi uomini sapere.
E credo questo, in casa nostra siano pochissimi e' quali per ingegno e per intelletto a ogni cosa non molto piú di me vagliano.
Di tanta gioventú quanta vedi la casa nostra essere non poco gloriosa, a me non pare vedere alcuno non compariscente, non atto, non destro, non tutto gentile.
Ma sempre cosí fu la famiglia Alberta copiosa e abondante di leggiadri ingegni e d'animi prestantissimi.
E quando bene fusse il contrario, uno simile a te studioso e ben diligente padre può con sua opera rendere infinita utilità.
Scrive Columella, s'io ben mi ricordo, che uno chiamato Papirio veterense, avendo alla prima delle tre sue figliuole dato in dota el terzo d'un suo campo avignato, con tanta diligenza governava e' due restati terzi che ne traea quel medesimo frutto qual solea trarre di tutto el campo.
Dipoi, ancora sopragiunto el tempo, maritò l'altra seconda sua figliuola, e dotolla della metà di questo campo a lui doppo la prima dota rimaso.
E, Dio buono, quanto può la cura e diligenza! Quanto in ogni cosa vale cosí essere sollecito! Niuna cosa sarà tanto ardua e laboriosa che l'assiduità non la convinca.
Questo Papirio veterense con assidua cura e sollecita diligenza fece che questa terza parte di tutto il campo, quale doppo la seconda dota restò, a sé testé quanto prima tutto lo 'ntero campo rendea.
Non si potrebbe dire a mezzo quanto abbia grandissima forza lo studio, la sollerzia in ogni cosa massime quella de' padri inverso de' figliuoli, e' quali con amore e fede proccurando l'onore e il bene de' figliuoli si sentono in premio amare e pregiare, e godono rendere e' suoi migliori e aspettano maggiori lode.
E pure piaccia a' padri ne' suoi meritare che tanto potranno quanto e' vorranno.
Ma pare chi è desidioso in sé, chi non cura emendare e correggere sé stesso, si porge desidioso anche negli altri, e poco cura ove ne' suoi manchi virtú.
Ma tu, Adovardo, che se' quanto sia possibile sollecito, che mai fuor di casa ti vidi sí occupato che tu non avessi cura della famiglia, né mai in casa ti vidi sí ozioso che tu non sollecitassi le cose di fuori, tutto il dí ti veggo scrivere, mandare fanti a Bruggia, a Barzalona, a Londra, a Vignone, a Rodi, a Ginevra, e d'infiniti luoghi ricevere lettere, e ad infinite persone al continuo rispondere, e fai sí che essendo tu coi tuoi, ancora t'inframetti in molti altri luoghi, e senti e sai quello che per tutto si fa; Adovardo, se tu puoi questo, quanto puoi nelle cose lontane, ben potranno e' padri sostenere quella minore e dilettosa faccenda alle cose quali loro sono al continuo inanzi agli occhi, a' figliuoli, a tutta la casa.
ADOVARDO Da te mi lascio volentieri vincere, Lionardo.
Tu m'hai condotto in luogo che mi pare vergogna omai dire ch'e' figliuoli sieno a' padri non dilettosi, e troppo ben veggo la ragione tua conchiude ch'e' padri negligenti sono quelli che hanno le molte maninconie.
E confessoti ch'e' diligenti padri sono quegli e' quali de' loro figliuoli si truovano contenti e lieti.
Ma dimmi, Lionardo, se tu avessi fanciugli, tu, quando e' fussero grandicelli e quanto tu volessi modesti e ubidienti, solo dubitassi, come spesso adiviene, ch'el figliuolo tuo non fussi quanto desideraresti cinto e destro a queste prime virtú e lodati essercizii ove, come diceva Lorenzo, possono rendere la famiglia ornata e fortunata, allora che pensieri sarebbono e' tuoi? Non può ciascuno essere Lionardo, o messer Antonio, o messer Benedetto.
Chi può trovarsi del tuo intelletto a tutte le cose lodate atto e accommodato? Molte cose meglio si dicono che non si fanno.
E credi a me, Lionardo, ne' padri stanno dell'altre maggiori.
E questa forse può parere piccola, ma per certo ella ci è non leggiere maninconia e peso, perché pare sempre ti sfidi di non eleggere e cappare piggior consiglio.
LIONARDO Se io avessi figliuoli, io di loro arei, sia certo, pensiero, ma sarebbono e' miei pensieri senza maninconia.
Solo in me sarebbe prima opera fare ch'e' miei venissero crescendo con buoni costumi e con virtú, e qualunque essercizio loro gustasse piacerebbe a me.
Ogni essercizio che sia sanza infamia, a uno gentile animo sta non male.
Sono gli essercizii quali acquistano onore e laude propri de' gentili e nobili uomini.
Ben ti confesso che ciascuno non può quanto e' padri vorrebbono, ma chi segue quanto a lui sia lecito, a me piú piace che chi cerca cosa, quale seguire non possa.
Apresso credo sia piú da lodare, benché in tutto non se gli avenga, chi quanto in sé può s'adopera in qualunque cosa, che chi vive vacuo d'essercizii, inerte e ozioso.
Antiquo detto e molto frequentato da' nostri: «l'ozio si è balia de' vizii».
Ed è cosa brutta e odiosa vedere chi sempre istia indarno, come facea quel ocioso, el qual, domandato che cagione ti tiene tutto il dí quasi dannato a sedere e giacerti per le panche, rispose: «Io attendo a ingrassare».
E chi costui udí lo biasimò, e pregollo piú tosto desse opera d'ingrassare un porco, però che almeno ne ritrarrebbe qualche utile.
Cosí onestamente gli mostrò da quel che fusse un ozioso, da men che un porco.
E dicoti piú, Adovardo, per ricco e gentile che sia il padre, sempre si doverebbe ingegnare che il figliuolo oltre alle degne virtú sapesse qualche mestiero non servile, ma col quale, se maligna fortuna acadesse, potesse con sua industria e mani onestamente vivere.
Le fortune di questo mondo son elle sí piccole o sí rare che noi possiamo de' casi avversi non dubitare? El figliuolo a Persio re di Macedonia non fu egli veduto in Roma sudare tutto tinto alla fabbrica, e cosí mercennario, delle proprie sue fatiche e a grande stento, a tutte le sue necessitati satisfacere? Se la instabilità delle cose può cosí, uno figliuolo d'uno prestantissimo e potentissimo re tradurlo in una sí infima povertà e necessità, ben sarà in noi privati quanto ne' superiori da provedere a ogni fortuna.
E se in casa nostra mai fu chi a que' tali mestieri operarii si desse, ringraziànne la fortuna, e procuriamo per l'avenire che non bisogni.
El nocchiero savio e proveduto, per potersi nella avversa tempesta sostenere, porta sarti, àncore e vele piú che alla bonaccia non si richiede.
Adunque e' padri cosí proccurino che a' figliuoli piaccia qualche in prima lodato e utile essercizio.
E in questo prima seguitino l'onestà, apresso s'adattino a quanto conoschino el figliuolo con opera meglio possa e con ingegno conseguire a molto lodo.
ADOVARDO E questo medesimo, Lionardo, è una delle cose la quale spesso a' padri perturba l'animo, che conoscono e' loro giovani e minori a quanti casi e pericoli sieno sottoposti, e vorrebbono a tutto avere compiuto e ottimo rimedio.
Ma non raro interviene ch'e' figliuoli contro ogni opinione riescono contumaci e superbi, per modo che niuna diligenza de' padri giova.
E molto spesso acade per subite avversità, per povertà, ch'e' padri convengono di storre e' suoi da quelle buone arti ed essercizii in quali con lode e fama crescevano.
E quindi al continuo a noi padri istà nell'animo tanta paura, o che il garzone già non recusi seguire le buone dottrine per essere negli anni maggiori e nelle sue volontà piú fermo e nelle cose desiderate piú baldanzoso, o che la fortuna non interrumpa il corso loro incominciato ad acquistare lode e amplitudine.
Chi adunque al continuo in sé soffra questi tanti sospetti, e chi sempre della fortuna instabile e de' costumi poco costanti ne' giovani dubita quanto fanno e' padri ne' figliuoli, costui come si potrà egli crederlo lieto, o chiamarlo non infelice?
LIONARDO Io non so vedere, Adovardo, a che modo uno diligente padre possa avere e' figliuoli contumaci e superbi, se già tu non volessi che cominciasse non prima a essere diligente se non quando el figliuolo in tutto sia fatto vizioso.
Se 'l padre serà sempre desto, e provederà prima a' vizii che sieno nati, e sarà officioso estirpandoli quando gli vederà nati, e serà preveduto e cauto in non aspettare che 'l vizio abbia a diventare tanto e sí sparso che colla infamia egli adombri e oscuri tutta la casa, certo costui credo non arà ne' figliuoli da dubitare alcuna contumacia o inobedienza.
E bene per sua negligenza e inerzia sendo il vizio cresciuto e alcuno de' suoi rami steso, per mio consiglio el padre mai lo taglierà in modo che da parte alcuna ruini sopra le sue fortune o fama.
Non dividerà el figliuolo da sé, né lo scaccerà come alcuni rotti e iracundi fanno, in modo ch'e' giovani pregni di vizio, pieni di licenza, carichi di necessitati, si danno a far cose sozze, pericolose, infame a sé e a' suoi.
Ma starà prima el padre della famiglia curioso e sollecito a scorgere ogni vizio quanto negli apetiti di ciascuno de' suoi s'incenda, e subito darà opera di spegnere le faville d'ogni viziosa cupidità, per poi non avere con piú fatica, dolore e lacrime a 'morzare le fatte maggiori fiamme.
Dicesi che la buona via si piglia dal canto.
Cominci el padre in sul primo entrare della età a discernere e notare dove il figliuolo s'invii, né mai lo lasci trascorrere in strada poco lodata o mal sicura.
Non patiscano seco i figliuoli vincere alcuna pruova, non assuefarsi a disonesto e lascivio alcuno costume.
Facciano e' padri sempre riputarsi pur padri, porgansi non odiosi, ma gravi, non troppo familiari, ma umani.
E ricordisi ciascuno padre e maggiore che lo imperio retto per forza sempre fu manco stabile che quella signoria quale sia mantenuta per amore.
Niuna paura può troppo durare: l'amore dura molto assai.
La paura in tempo scema: l'amore di dí in dí sempre cresce.
Chi adunque sarà sí pazzo che stimi in ogni cosa necessario monstrarsi severo e aspro? La severità senza umanità acquista piú odio che autorità.
L'umanità quanto sarà piú facile e piú segiunta da ogni durezza, tanto piú meriterà benivolenza e grazia.
Né chiamo diligenza, quale par costume piú di tiranni che de' padri, monstrarsi nelle cose troppo curioso.
E fanno queste austeritati e durezze piú volte diventare gli animi contro e' maggiori molto piú sdegnosi e maligni che ubbidienti.
E hanno e' gentili ingegni in sé per male ove siano non come figliuoli ma come servi trattati.
E passino alcuna volta e' maggiori non volendo conoscere ogni cosa, piú tosto che non correggendo quello qual monstrano di conoscere.
E nuoce manco al figliuolo in qualche cosa stimar il padre ignorante, che provarlo negligente.
Chi s'avezza a ingannare il padre, meno stima romper fede a qualunque altro si sia istrano.
In ogni modo adunque si sforzino e presenti e assenti essere da' minori pure riputati padri.
Alla qual cosa in prima gioverà la diligenza.
Sarà la diligenza quella che sempre el farà da' suoi amato e riverito.
Sí bene testé, s'e' padri per premio della passata negligenza loro si truovano avere uno cresciuto cattivo, dispongano l'animo piú tosto non lo volere chiamare figliuolo che vederselo disonesto e scelerato.
Le nostre leggi ottime, l'usanza della terra nostra, el giudicio di tutti i buoni in questo permetteno utile rimedio.
Se il figliuolo tuo non ti vuole per padre, nollo avere per figliuolo.
Se non ti ubbidisce come a padre, sia in lui alquanto piú duro che in uno obbediente figliuolo.
Piacciati prima la punizione d'uno cattivo che la infamia della casa.
Dolgati manco avere uno de' tuoi rinchiuso in prigione e legato, che uno inimico in casa libero, o fuori una tua publica infamia.
Assai a te sarà inimico chi ti darà dolore e maninconia.
Ma certo, Adovardo, chi a tempo ne' suoi, come tu ne' tuoi, sarà diligentissimo, costui già mai s'abbatterà in alcuna età se non ricevere da' suoi molta riverenza e onore, sempre ne riceverà contentamento e letizia.
Sta la virtú de' figliuoli nella cura de' padri; tanto cresce ne' figliuoli costumi e tema quanto vogliono e' maggiori e padri.
Né stimi alcuno ne' suoi verso e' maggiori scemare osservanza e subiezione, se ne' maggiori non cresce desidia e ignavia.
ADOVARDO O Lionardo, se tutti e' padri ascoltassino a questi tuoi ricordi, di che figliuoli si troverebben essi contenti, quanto si troverrebbono felici e beati! Tutto, veggo, tutto, confesso, non può la fortuna tôrci, né dare costumi, virtú, lettere o alcuna arte; tutto sta nella diligenza, nella sollecitudine nostra.
Ma quello il quale si dice sottoposto alla fortuna, ricchezze, stati e simili cose commode nella vita, e quasi necessarie con esse ad acquistare virtú e fama, se la fortuna di queste serà con noi avara, se inverso de' padri diligenti la fortuna sarà ingiusta come spesso la proviamo, - e le piú volte proviamo ch'ella piú nuoce a' buoni che a' meno lodati, - allora, Lionardo, che affanno sarebbe il tuo, sendo tu padre, non potere satisfare a' principiati ed espettati onori, non esserti licito quanto vorresti e colla fortuna potresti, condurre e' tuoi in quella prestante fama e laude ove ti persuadevi e instituisti guidarli?
LIONARDO Domandimi tu se io mi vergognassi essere povero, o se io temessi che la virtú non sdegnasse e fuggisse la povertà nostra?
ADOVARDO Che non ti dorrebbe egli la povertà? Non ti sarebbe grave esserti interrutto ogni tua onesta trama? Lionardo, che nuovi pensieri sarebbono e' tuoi?
LIONARDO Che stimi? Di vivere quanto io potessi lieto.
E non mi dorrebbe troppo con giusto animo, senza molestia sofferire quello che spesso, come tu dici, sofferano e' buoni.
E non è egli già sí brutta cosa essere povero che io me ne vergognassi, Adovardo.
Credi tu che io pensi la povertà in me sí cattiva, sí perfida e inumana, ch'ella non dia qualche luogo alle virtú, che ella non renda qualche premio alle fatiche dell'uomo studioso e modesto? E se tu annoverrai bene, piú troverrai virtuosi poveri che ricchi.
La vita dell'uomo si contenta di poco.
La virtú è troppa di sé stessa contenta.
Assai sarà ricco chi viverà contento.
ADOVARDO Or ben, Lionardo, non m'essere testé meco cosí in tutto stoico.
Tu potresti ben dire, non però che mai io ti confessi la povertà in ogni e piú ne' padri non essere molto brigosa e misera.
Ben son contento stare in quella tua sentenza ch'e' diligenti padri da' figliuoli ricevano vere allegrezze, ma questo piú mi piacerà se io vederò che tu dia modo di tutte queste cose come con suttilissimi argomenti cosí ancora per lunga pruova poterne ragionare.
E vuolsi, Lionardo, dare modo che tu e gli altri abbiate compagna e figliuoli, pigliate moglie, amplificate la nostra famiglia Alberta, e con questa tua ottima disciplina allevate con diligenza molta gioventú, acciò che nella casa nostra cresca gran numero d'uomini, tali quali testé diceva Lorenzo, famosi e immortali.
Né dubito, seguendo que' tutti tuoi quali hai insegnatomi erudimenti, la casa nostra di dí in dí si farà molto gloriosa e compiuta di prestantissima gioventú.
LIONARDO In questo nostro ragionamento a nulla manco m'è stato l'animo che ad insegnarti essere padre.
E qual sí pazzo si pigliasse questa gravezza di rendere in alcuna cosa te piú dotto, il qual in ogni singular dottrina sopra agli altri sei perito, e in questa per pruova, e apresso degli antichissimi scrittori quanto hai veduto se' eruditissimo? Quale stolto cercasse questa ottima quale chiamano educazione de' liberi insegnarti, o di quella ragionando contrastarti? Ma tutta l'astuzia grande è stata tua, che biasimandomi l'avere figliuoli, tu hai condottomi ch'io ho gittato e perduto ogni mia antica scusa al non tôr moglie, né ora m'è rimaso con che piú potere schifare questa molestia.
Sono contento, Adovardo, poiché sí me hai convinto, a te stia licenza e arbitrio ove ti parerà d'amogliarmi.
Ma sappi che a te starà debito rendermi opera.
S'io a te ho levato dell'animo quelle malinconie quali dicevi essere a' padri, tu cosí inverso di me proccurerai non mi caricare di guai e di continua recadia, la qual cosa dubito non mi sarà facile né ben licito fuggire, s'io per contentarti seguirò el tuo consiglio in farmi marito.
Sorrisono, e in queste parole sopragiunse uno famiglio dicendo che Ricciardo era là fuori giunto colla barca, ove aspettava cavagli per subito venire a vedere Lorenzo suo fratello.
Adovardo uscí per ordinare quanto bisognava.
Era Ricciardo suocero d'Adovardo, però gli parse ancora debito e deliberò cogli altri cavalcare.
Partissi.
Noi rimanemmo, se Lorenzo ci comandasse.
LIBRO SECONDO
LIBER SECUNDUS DE FAMILIA: DE RE UXORIA
Poiché Adovardo era partito ad onorare Ricciardo, il quale venia per vedere Lorenzo nostro padre, Carlo mio fratello e io eravamo rimasi con Lionardo.
Tacevamo riducendoci a memoria quelle nobilissime e prestantissime cose, delle quali Adovardo e Lionardo, come nel libro di sopra raccontai, dell'ofizio de' maggiori nelle famiglie e della osservanza de' minori verso e' maggiori e della educazione de' figliuoli, copiosamente aveano insieme disputato.
Lionardo doppo alquanto passeggiò due o tre volte tutta la sala, e poi con molta fronte, ma piena d'umanità si volse: - E voi ora, tu Battista e tu Carlo, che pensieri sono e' vostri, - disse, - che sí vi veggo taciti stare in voi stessi e occupati? - Non altro rispose Carlo; ma, - Componevami fra me stessi a mente, - dissi io, - quanta sia incerta e varia cosa el ragionare.
Chi mai avesse stimato, cominciando voi a conferire delle amicizie, poi cosí vi fussi distesi in tanti varii luoghi di filosofia e tanto alla famiglia utilissimi, ne' quali molto m'è stato caro aver da voi impreso que' buoni amaestramenti? Ma stimo sarebbe stata piú compiuta utilità a noi e certo maggior contentamento, se voi ancora insieme avessi piú oltre seguito in quelle amicizie, quali cominciasti ad amplificare con altro ordine e con altro piacevolissimo modo che a me non pare soleano gli antichi scrittori; e non dubito che da voi, come in queste altre cose, cosí sarei in quella parte di dottrina diventato piú dotto e piú erudito.
LIONARDO Quasi, Battista, come se a te non stessi a mente la sentenza del tuo Marco Cicerone, el quale tu suoli tanto lodare e amare, che giudica nessuna cosa essere piú flessibile e duttibile quanto la orazione.
Questa segue e viene dovunque tu la volgi e guidi, né il ragionare nostro, el quale come vedi è tra noi domestico, si richiede essere gastigato ed emendato quanto quello de' filosafi nelle loro oscurissime e difficillime questioni, e' quali disputando seguono ogni minimo membro, e della materia lasciano adrieto nulla non bene esplicato e molto aperto.
Tra noi el nostro ragionare non cerca laude d'ingegno, né ammirazione di eloquenza.
Ma mio costume sempre fra gli altri studiosi fu, e molto piú con Adovardo, el quale io conosco litteratissimo e nel rispondere acutissimo, per non stare tra gli amici ozioso e muto, io ora dimando, ora rispondo difendendo il contrario di quello che gli altri dicono.
Né però mi porgo in difendere l'opinione mia ostinato e difficile, ma do luogo al giudicare e alla autorità degli altri tanto quanto sostenga quello quale io difendo.
E quanto non rispuosi io ad Adovardo come forse tu aspettavi, fecilo, Battista, perché io il conosceva non a' figliuoli solo, ma a qualunque di casa amorevole, piatoso piú che altri alcuno quale io conosca, e stimai non gl' essere grato se io non gli consentiva dello amore e della carità verso a' figliuoli quanto lui con pruova e giudicio in sé stessi osservava.
E onde seco altre volte mi piglio diletto a ogni sua sentenza con parole contrastare, cosí testé era a me gran voluttà assentendogli vedere quanto egli mi si scoprisse troppo di affezionato e veramente benivolo animo verso i suoi.
Adunque non mi parse da negarli quello che lui giudicava per affezione piú che per ragione.
BATTISTA Stimi tu, Lionardo, la sentenza del nostro Adovardo essere non verissima? Credi tu che a' padri sieno i figliuoli meno che gli altri amici cari e commendati?
LIONARDO Io non dubito che non solo e' figliuoli, ma qualunque di casa sempre fu apresso Adovardo quanto si può carissimo e accettissimo.
Ma se Adovardo, uomo quanto vedi litterato, ma forse in questo troppo umano, errasse posponendo la vera amicizia a qual si sia di questi altri vincoli d'amore, come de' padri a' figliuoli, moglie a marito, fratelli, e come ancora degli amanti insieme, stimo non sia da maravigliarsi.
La fortuna iniqua piú dí fa gli tolse i fratelli.
La età omai matura, e di dí in dí piú piena di ragione e consiglio, credo l'abbia stolto da quelle cupidità amatorie.
E ora i nostri duri e acerbi casi hanno insieme e lui e tutti noi d'ogni altro nelle amicizie diletto e piacere privatolo.
E le condizione de' tempi, nostra infelicità, tengono disparsa e disseminata la nostra famiglia Alberta, come vedi, parte in Ponente, a Londra, Bruggia, Cologna, pochi in Italia, a Vinegia, a Genova, a Bologna, in Roma alcuni, e in Francia non pochi sono a Vignone e a Parigi, e cosí per le Ispagne, a Valenza e a Barzalona, ne' quali tutti luoghi e' nostri Alberti sono piú anni stati interissimi e onoratissimi mercatanti.
Ancora in Grecia sono, quanto vedi, de' nostri Alberti sparti e molto dagli altri suoi lontani, ché ben può avenirci quello suol dire el vulgo: «Lungi da occhi, lungi da cuore», e, «Chi raro ti mira a bene amare non dura».
E cosí le nostre vere amicizie né hanno seguito il nostro essilio, né quegli animi già a noi benivoli ora sofferano essere compagni alla nostra calamità e miseria.
Rimasono nella patria nostra gli antichi nostri meriti insieme colle vere amicizie perduti.
E ora qui fuori molti solevano monstrarsi a noi amorevoli e domestici, e' quali da lungi ora ci schifano.
Cosí suole la condizione degli uomini in la felicità adducerti molti conoscenti, in l'avversità cancellare ogni memoria di beneficio e benivolenza.
Però, se Adovardo, il quale per ora non sente quella dolcezza posta nell'uso de' veri amici, al quale e' figliuoli sono piú che i fratelli e che gli altri suoi per ora presenti, se costui prepone l'amore paterno, non mi parrà da maravigliarci.
Credi tu, Battista, se Adovardo avessi de' veri amici qui presso, e da loro ricevessi quanto de' figliuoli copia e presenza, credi tu che giudicasse dell'amicizia?
BATTISTA Credo che Adovardo in questo forse sarebbe dal tuo, Lionardo, e dal mio giudicio molto dissimile.
LIONARDO Tu, Battista, son certo, l'uso e familiarità de' tuoi studiosi di questa età, co' quali al continuo imparando e conferendo conversi, ti pare vincolo di benivolenza piú che gli altri intero e fermo.
E se in te, come spero, crescerà virtú, di dí in dí molto piú conoscerai l'amicizia essere da mantenerla e troppo da conservalla.
Cosí vi conforto facciate: giudicate niuna cosa quanto l'amicizia essere utile e molto atta a vivere bene e beato.
Persuadetevi al tutto, come fo io a me stessi, questa vera una amicizia nella vita de' mortali doppo la virtú essere tale che molto sé stessi possa non solo agli altri amori, ma a qual si sia cara e pregiata cosa preferirsi e soprastare.
BATTISTA Sempre fu nostro desiderio, Lionardo, con ogni arte, industria e opera renderci atti ad acquistare e mantenere amicizie assai.
E ora per tuo conforto saremo, quanto piú essere potremo, diligenti e solleciti in renderci benvoluti da molti e molto amati.
E questo faremo per ogni rispetto, ma piú ancora per seguire, come facciamo, e nell'altre cose e ancora in questa, i costumi tuoi da ogni parte molto lodatissimi.
E se tu, Lionardo, per non essere ozioso né muto, usi co' compagni a qualunque loro detto contraporti, e se ora a te fu voluttà consentire ad Adovardo, per vedere apertissimo quanto in lui fusse verso i suoi carità e amore, riputerai tu a troppa baldanza se io, per imparare da te, in questo seguo i costumi tuoi difendendo opinione alcuna contro la sentenza tua? Se a me fia licito teco imparare, a te sarà meco necessario non meno che con Adovardo usare quella facilità e umanità tua insieme col giudicio tuo prestantissimo in discernere in me quanto io sia in questi studii delle lettere atto a simigliarmiti.
LIONARDO Niuna cosa a me piú essere può grata.
E in ogni altro luogo, e con tutte l'altre persone potrei riputarti a biasimo se tu, piú che in te richiegga l'onestà e modestia, fussi ardito e audace.
Ma meco t'è licito quanto vuoi ardire, non tanto per imparare da me, ché stimo già con tua assiduità e studio serai da te non poco dotto, ma dove ancora piaccia essercitarti lo 'ngegno in confutare le mie e persuadere le tue ragioni, loderotti disputando, ove ancora esserciti la memoria recando a mente sentenze, autorità ed essempli, conferendo similitudini, argumenti, quali tu apresso i buoni scrittori arai trovate atte a quello di che noi ragionassimo.
E in questo molto mi piacerà séguiti i miei costumi e la volontà tua.
E perché vegga quanto a me questo essercitarti meco e per tuo e per mio utile sia grato, ché anche io in risponderti e argomentarti contra non poco mi eserciterò, priegoti, Battista, narra degli amori in che sia il tuo giudicio contrario dal mio.
E acciò che la disputazione nostra sia piú chiara, io cosí statuisco quello delle vere amicizie essere il piú fermo che gli altri e il piú possente amore.
Tu ora ferma contro a me la tua qual sia opinione, e non peritare, imperoché per conferire sempre fu licito difendere qualunque opinione per falsa ch'ella fusse.
Non adunque temere tanto parere baldanzoso che tu a me ti porga troppo timido.
BATTISTA Adunque, poiché tu cosí mi concedi licenza, Lionardo, ardirò contrapormiti; e pure non vorrei pel dir mio piú che per costumi mi riputassi però men continente che modesto.
LIONARDO A me in questo tuo cosí nel viso alquanto arrossire, e in questo tuo fratemere delle parole, meco pare presentire ove tu voglia scoprirmiti avversario.
Ma segui.
Io non potrò riputare se non continentissimo te, el quale io vegga nel ragionare moderato e onesto.
Segui.
BATTISTA Pure ardirò, Lionardo.
Oh! se io dicessi cosa da voi dottissimi non lodata, dirolla non tanto perché a me paia dire il vero, quanto per essercitarmi.
E se io ti paressi in quello errore, in quale forse dirai essere gl'innamorati, stimo arei da molte parti onde io potessi teco scusarmi, e assai con ragione purgherei quello quale tu forse riputassi errore.
La qual cosa credo sarebbe a me licito affermare fusse forza e legge non in tutto degna d'odio e biasimo, ma piú tosto da essa divina natura imposta a qualunque animante nato a produrre di sé stessi e ampliare sua stirpe, già che noi veggiamo gli animali bruti in prima, i quali da una ultima e infima parte sentono in sé le forze d'amore, tutti seguono quello cosí fatto apetito naturale, veemente certo e di tanta possanza che, abandonata quasi ogni altra grata a loro e necessaria cosa, solo per adempiere quanto la natura ad amare gli stimola, sofferano fame e sete, caldo e freddo, e ogni fatica; dimenticano i propri covili, non si ricordano d'alcuna di quelle altre loro voluttà, alle quali sciolti e liberi d'amore solo paiono nati e aggiudicati.
E piú, cosa certo degna d'ammirazione, quanto veggiamo che fra loro stessi incesi d'amore, per essere i primi amati con ogni forza e ferocità contendono.
E se questo manifesto appare in ogni animale bruto e insensato, che tanto in loro può una sola espettazione di diletto qual segue d'un vile disiderio amatorio, quanto viepiú sarà gagliardo l'amore e armato a ferire e convincere gli animi umani, e in prima i giovanili poco fermi e manco robusti a rafrenare e fermare sé stessi con ragione e consiglio, e poco maturi a contenersi nella importunità e molestia de' naturali appetiti.
Non credo a noi giovani sia licito ostare all'amore, né forse biasimo seguirlo.
Alcibiade, uomo apresso gli antichi e oggi in tutte le storie famosissimo e celebratissimo, tutto avea datosi allo amare, e nel suo scudo militando portava dipinto, non qual solevano i suoi antichi, ma nuova insegna, Cupidine e sua faretra e arco.
Crisippo, dottissimo filosofo, in Atene consacrò l'immagine dello Amore, e collocolla in quel santissimo seggio, unico quasi nido di tutti i filosafi, dove si nutrirono e crebbono tutte le buone e santissime arti e discipline a bene e onesto vivere, luogo chiamato Accademia.
El quale uomo, certo prudentissimo, se lo amore fusse cosa degna di vituperio, non arebbe in sí religiosissimo luogo posto quella statua, quasi fermo e pubblico testimonio e segno dell'error suo.
Essendo bene errore, qual uomo per freddo e insensato che fusse potrebbe non assentire ai molti diletti, co' quali amore lietissimo e amenissimo si porge? Quale austero e in tutto solitario e bizzarro uomo fuggisse questi sollazzi, suoni, canti e feste, e l'altre molte maravigliose, sanza quella ultima della quale ora dissi, voluttà atte e valide a convincere ogni offermato e molto constantissimo animo, come veggo o sua o naturale legge, o difetto pure degli uomini, sempre ne' mortali l'amore vincendo usò suo imperio? Non mi pare fra gli antichi istorici fatta menzione d'alcuno, per virtuosissimo che fusse e in ogni lode singularissimo, in cui amore non in gran parte monstrasse sua pruova, e superasse non e' giovani solo, e' quali per ogni rispetto sono in questo da no' gli riprendere, ma' vecchi ancora, e' quali nelle cose amatorie possono parere e sazii e inetti.
Scrivesi d'Antioco re di Siria, uomo per la grande età e per molto imperio gravissimo e pieno di maestà, che nell'ultima sua vecchiezza occupato d'amore si perdé amando la figliuola vergine di Neottolemo.
Non fu all'amore poca licenza in uno animo per età sí freddo e per autorità sí grave incendere fiamme cotanto, come voi altri troppo severi chiamate, leggiere e lascive.
E di Tolomeo re di Egitto ancora si dice, benché glorioso fusse, e quanto in uno principe si richiede altiero, pure percosso da amore cadde in amare Agatocle vulgare meretrice.
Qui ebbe amore non piccolo imperio, ove valse far servo un re a una meretrice.
Furono ancora non pochi in alto e prestante luogo di dignità e fama, i quali vinti d'amore interlassorono e' fatti e gloria civile e amplissima.
Rammentami fra gli antichi di Pompeio Massimo, quello uno uomo in Italia e in tutte le province celebratissimo cittadino, per cui fu la calamità farsalica e dolorosa sparsione di sangue civile.
Costui, nell'altre cose solertissimo e diligentissimo, suggetto d'amore si ridusse in solitudine in villa fra gli orti e selve, ove ogni altra cosa, ogni concorso e salutazione di molti nobilissimi quali in gran copia teneva amici, ogni amministrazione delle cose pubblice e prestantissime a lui era minore che amando vivere con quella una sola sua carissima Iulia.
Non fu certo, non fu poca opera allo amore tenere in solitudine quello animo amplissimo e immenso, a cui non parse troppo certare armato per ottenere lo 'mperio sopra tutti li príncipi.
Ma tutto il dí si vede chi e laude e fama e onore meno per amare apregia.
E infiniti quanto si truova prepongono l'amore all'amistà.
Puossi l'amor tra moglie e marito riputar grandissimo, però che se la benivolenza sorge da alcuna voluttà, el congiugio ti porge non pochissima copia d'ogni gratissimo piacere e diletto; se la benivolenza cresce per conversazione, con niuna persona manterrai piú perpetua familiarità che colla moglie; se l'amore si collega e unisce discoprendo e comunicando le tue affezioni e volontà, da niuno arai piú aperta e piana via a conoscere tutto e dimonstrarti che alla propria tua donna e continua compagna; se l'amicizia sta compagna della onestà, niuna coniunzione piú a te sarà religiosissima che quella del congiugio.
Aggiugni che tutt'ora crescono tenacissimi vinculi di voluttà e di utilità a contenere e confirmare ne' nostri animi infinita benivolenza.
Nascono e' figliuoli, e' quali sarebbe lungo dire quanto e' siano comune e firmissimo legame a colligare gli animi a una volontà e sentenza, cioè a quella unione la quale si dice essere vera amicizia.
Non mi stendo in racontare quanta utilità si tragga da questa congiugale amicizia e sodalità, in conservare la cosa domestica, in contenere la famiglia, in reggere e governare tutta la masserizia, le quali tutte cose sono in le donne tali, che forse alcuno stimarebbe per esse essere l'amore congiugale sopra di tutti gli altri interissimo e validissimo.
Ma pure, non so come, non raro si truova a chi piú piace uno strano amante che il proprio marito.
E piú si recita che fu apresso el fiume Ganges quella famosissima nelle province orientali reina, quale, se ben mi ramenta, Curzio storico ne' gesti d'Allessandro raconta ch'ella amò un vilissimo barbiere, e per rendere l'amante suo ornatissimo e fortunatissimo sofferse uccidere el vero prima suo marito.
Della piatà e officio de' padri non molto acade a dire, la qual tu stessi dianzi confessasti ad Adovardo ch'ella era cosa molto insita e infissa nel petto de' padri.
Pure non so qual maggior forza, a cui natura non può opponendosi sostenere, la iscacci qualche volta ed estermini degli animi paterni.
Leggesi di Catelina quanto riferisce Sallustio storico, che amando Aurelia Orestilla uccise il suo proprio figliuolo per congiugnersela in sposa.
Certo adunque si vede l'amore essere pure cosa troppo sopra le forze umane possente e valida, e manifesto si vede quanto gli animi feriti da quello divino strale, col quale i poeti descrivono che Cupidine saetta e impiaga le menti umane, siano troppo obligati e suggetti a non potere né sapere volere o seguire se non quanto stimino essere accetto e grato a chi egli amino.
Cosa troppo mirabile che loro opere, loro parole, loro pensieri, loro ogni animo e mente stia tanto al continuo presta e sollicita a solo obbedire la volontà di coloro a cui l'amore l'abbia subietto, tale che non tanto a noi sono le nostre membra ossequente e faccenti, quanto l'innamorato studia d'aseguire e servire subito e pronto ogni cosa grata a colui al quale esso sé stessi tiene dedicato.
E di qui mi pare sia quello antico detto del sapientissimo Catone, el quale, stimo io, niuno dubita essere verissimo, quanto e' diceva che l'animo dello amante si riposa in altrui seno.
Troppa divina forza adunque sarà questa, se amore potrà in uno volere solo infiammare, e in un petto solo contenere due anime.
Che diremo noi, Lionardo, adunque? Che l'amare sia sozzo? Che nell'amore sia poca licenza? Che allo amore sia debole forza sopra degli animi umani? Forse dirai l'amore tanto può e tanto piglia licenza quanto noi stessi gli concediamo.
So desideraresti in noi giovani quell'animo senile e pieno di instituti filosofici quale confesso essere in te.
Ma guarda se cosí convenga, come diceva Cherea apresso Terenzio..., subito nasciamo vecchi.
E anche non so se a que' tuoi filosofi medesimi sia permesso fuggire questa fiamma e ardore celeste certo e divino.
Aristippo filosafo, maestro di quelli nominati Cirenaici filosofi, si legge, come sai, amava una meretrice chiamata Laide, ma diceva essere l'amor suo differenziato dagli altri, imperoché lui avea Laide, e Laide avea gli altri amanti.
Stimo voleva persuadere solo sé essere amando libero, ove tutti gli altri fossero servi.
Metrodoro, quell'altro filosafo..., senza onestare l'amore suo con iscusa alcuna, apertamente amava Leonzia meretrice, alla quale ancora quello Epicureo notissimo filosofo soleva scrivere sue lettere amatorie.
Non adunque ammirabile suo possanza qui monstrava l'amore? Se questi animi superbi e duri, e' quali non delle cose a tutti gli altri mortali acerbe e quasi non comportabili alcuna, non povertà, non paura, non dolore poteva abattere, ché gli veggiamo con quanta baldanza quella sola generazione d'uomini, chiamandosi amatori della virtú, facevano professione di spregiare le ricchezze, concertavano contro al dolore; nulla, né ira di nimici, né ingiuria, né morte temevano, e degl'iddii poco alcuni di loro curavano, e copiosi scrissono biasimando ogni timore di cosa umana e divina, tutti detraendo alla forza di quella qual noi conosciamo e proviamo potentissima fortuna, sempre vituperando qualunque dilicatezza del vivere; pur questi cosí austeri e armati di tanta ragione e sapienza cadeano e giaceano vili e convinti d'amore.
Molle e lascivo amore, che rompi e attriti ogni superbia e alterezza d'animo umano! Errore, fallace cupidità, brutto amore, poiché se' ubidito dagli animi ricchi d'ogni ragione, forti d'ogni constanza, bellissimi e nobilissimi d'ogni civiltà e costume!
Quanto, Lionardo, quando io penso alla maestà e nome di questi famosissimi filosafi e degli altri assai, quali per brevità lascio adrieto, e quando mi pongo innanzi la integrità e religione loro, e poi gli veggo soggiogati e in sí brutti luoghi posti dall'amore, stima, Lionardo, sarebbe non difficile persuadermi non solo quella sentenza qual solevan i medesimi filosafi dire esser verissima, che l'amore era ministro degli iddii dato a cura e salute della gioventú, ma molto ancor piú mi può parere cosa divina; né veggo l'amicizia in sé conservi forze quanto l'amore ringiovinire negli annosi petti giovenili e amorose fiamme, e nella superbia degli imperii tenere sí basse le volontà e apetiti reali, porre in sí eccelsa dignità e stato uno infimo e abietto mercennario, farci stimare vile ogni fama, farci posporre ogni laude e glorioso essercizio, renderci debole qualunque vinculo di parentado.
Ma io non voglio seguire piú oltre in questa materia, ché troppo temo non ti parere quasi come se io difendessi la causa mia propia.
Renditi certo, Lionardo, io non amo, e benché in me io non senta questa forza dello amore, pur quanto da molti mi ramenta avere udito assai e letto, mi pare in gran parte da consentire a queste poche ragioni quali addussi, colle quali forse mi sono monstro troppo in questa sentenza fermo e troppo indulgente verso l'amore.
Ma pensa tu quale tu mi troverresti, s'io con queste ragioni insieme tenessi in me quelle faci con che amore si fa adorare e gloriare.
Non dubitare ch'io statuirei l'amore essere, sopra non dico all'amicizia, ma a qualunque gloriosa cosa, degno molto e divino.
LIONARDO A me piace lo 'ngegno tuo, né mi dispiacciono questi essempli, non perché seco adducano firmissime ragioni a persuadere, ma perché in essi veggo te pure, quanto io stimava, essere studioso.
Lodoti, Battista, se hai voluto cosí meco essercitarti, ma guarda che forse non fusse meglio scoprirti inamorato e parerti errare, che non amando parerti non errare chi ama; imperoché io con piú diligenza confuterei ogni tuo argomento per in tutto levarti da questa opinione e servitú dello amore; ove ora, non bisognando biasimarti questo furore amatorio, quale a te stessi debbono que' tuoi molti essempli porre a non poco odio, solo quanto m'occorrerà a mente seguirò teco ragionando.
E perché il nostro conferire sia piú chiaro, questa furia, cioè amore venereo, chiamerollo inamoramento, e chi da essa sia preso dicasi inamorato.
Quello altro amore libero d'omni lascivia, el quale congiugne e unisce gli animi con onesta benivolenza, nominiàllo amicizia.
Questi di cosí onesto e benivolo animo affezionati chiaminsi amici.
Gli altri amori fra congiunti apellaremo paterni e fraterni secondo che acaderà.
Ora torniamo alla disputazion nostra, nella quale tu, volendo attribuire forza, imperio e quasi divinità allo amore, fusti molto copioso in racontare diverse stultizie d'alcuni innamorati, quasi come se noi ricercassimo chi tra gli antichi fusse stato furioso e stolto, o come niuno fra' nostri oggi si truovi nella sua gioventú amatore, el quale insieme non sia simile a que' tuoi in tutto furioso.
Ma sia come tu vuoi.
Siano gli amanti tutti da quel tanto furore, quale sanza che Catone ci amunisca, ciascuno intende che può nelle mente deboli e inferme tanto, che chi in sé lo riceve, costui in tutto si ritruovi fuori di sé stessi, e nel seno e volontà d'altrui si riposi, e ivi, suo errore, e certo grandissima e infinita stultizia, le cose degne nella vita de' mortali, quelle pelle quali ciascun prudente espone opera, fatica, sudore, sangue e vita per in parte asseguirle, ivi dico l'innamorato lo reputi in men pregio che una sua lasciva e sozza voluttà, non si curi della fama non onesta, non di niuno religiosissimo vinculo per adempiere un suo brutto apetito.
Che diremo noi, Battista, questo essere forza d'amore, o vizio d'animo infermo e impeto d'opinione corrotta? Tu Antioco, e tu, o Tolomeo, chi vi trasse ad amare? Fu una leggiadra bellezza, un vezzosissimo costume? Anzi fu un poco onesto e manco modesto appetito.
Tu Pompeio, e tu reina orientale, qual forza vi vinse a giacere in tanta lascivia? Una troppo affezionata benivolenza? Anzi una debole ragione, una vana opinione, un troppo vostro errore.
E tu Catelina, onde patisti in te tanta essere crudelità? Non fu fiamma e ardore divino, no; anzi bestiale e troppo immanissima tua libidine.
Non suole l'amore fruttare odio, ma benivolenza; non iniuria, ma beneficio; non furore, ma giuoco e riso.
Non adunque attribuire tanto imperio a questo amore, poiché in nostra libertà fu accettarlo, in nostra ragione lasciarlo, ma nel seguirlo somma stoltizia.
Gli animali incitati dalla natura niente possono contenersi.
Adunque neanche gli uomini? Certo sí, quelli ne' quali non sia piú che nelle bestie ragione e giudicio a discernere e fuggire la disonestà e vizio, e chi mai lodasse negli uomini alcune virtú, le quali sí sono propie nostre che con altri alcuno animante terrestre mai permisse la natura esserle comuni.
E quale uomo sarebbe mai da preponere, anzi da segregarlo dagli altri animali bruti e vili, se in lui non fusse questa prestanza d'animo, questo lume d'ingegno, col quale e' senta e discerna che cosa sia onestà, onde con ragione poi sèguiti le cose lodate, fugga ogni biasimo, e simile, quanto adrizza la ragione, ami la virtú, aodii il vizio, e sé stesso inciti con buone opere ad acquistare fama e grazia, e cosí in ogni lascivo apetito sé medesimo rafreni e contenga con ragione, senza la quale niuno sarà da chiamare non stolto? Torrai all'uomo l'uso e modo della ragione, a lui nulla rimarrà se non le sole membra dissimili dagli altri animali silvestri e inutilissimi, i quali tutti, senza intero discorso, pure in questo participi di qualche ragione, solo quanto in loro la natura richiede a procreare obbediscono all'apetito.
Ma l'uomo, el quale non sino a satisfare alla natura, ma sino a saziarsi e infastidirsi pur qui s'involge nelle voluttà, e sé stessi al continuo desta e incende a conseguire questo non naturale perché da volontà mosso, ma superchio e propio bestiale appetito, e qui con mille incitamenti, motteggi, risi, canti, danza e leggerezza assai sé stessi infiamma, non pare a te questo sia sommamente da essere biasimato, e doppo qualunque bestia abietta e infima isvilito e spregiato? Qual uomo non in tutto stolto e insensato non conosce questo essere, quanto egli è, cosa disonestissima e scelleratissima, violare l'amicizia, viziare la consanguinità, spregiare ogni costume? E qual mai si truova sí in tutto lascivo, da cui non spesso si vegga che molte sue ardentissime voglie e appetiti rimangono da vergognarsi e temere biasimo tenuti adrieto e in miglior parte svolti, ove restano contenti seguire onestà piú tosto che libidine, e godono molto piú satisfare all'amicizia che all'amore? Troppo sarebbe misera, imbecillita la natura umana, se a noi fosse forza sempre perseguire ogni nostro amatorio desiderio.
Troppo sarebbe infelicità la nostra, se presi d'amore mai ci fusse licito non rendere le prime parti de' nostri pensieri alla onestà, conservando el vincolo e religione de' parentadi e amicizie.
E quel tuo Pompeio cosí affezionato, non prepose egli pure sempre l'amistà? Quella Flora bellissima, ramèntati, la quale formosissima fu nel tempio di Castore e Polluce come cosa venustissima e divina dipinta, benché di lei fusse Pompeio acceso, pur patí che Geminio la conoscesse.
Volle in quel modo satisfare al desiderio dell'amico piú molto che nel veemente suo amore a sé stessi.
Fu questo, Battista, officio, fu laude, fu virtú d'amicizia, quale ne' sani ingegni piú sempre valse che ogni furia d'amore venereo.
Tanto si porge la vera e simplice amicizia, come vedi, liberale, che non solo la roba, ma le proprie e, come tu chiamavi, divine affezioni e desiderii suole comunicare e donare all'amico, privarne sé, cederne a chi già gli sia congiunto di benivolenza e fede.
Ma lo inamorato nulla con ragione, tutto con furia, e se mai ti vuole grande, se t'adorna, se ti rende fortunato e felice, esso lo fa per satisfarne agli occhi e piaceri suoi in prima, non per te, ma per sé stessi contentarsi.
Vero.
Ma in questo non solo la vera amicizia vince lo innamoramento, ma piú quell'altro amore nato tra congiunti sempre qui a me e in ogni altra lode parerà essere da preporlo molto a questo tuo stolto e furioso innamoramento.
Già e' padri vecchi e in tutta la sua età con ogni travaglio e pericolo stracchi, guadagnando per sé sostenere insieme e la famiglia sua, mai però quiescono, anzi negli ultimi anni con ogni cura e sollicitudine seguono affannandosi per lasciare i suoi doppo sé piú e piú ricchi, e cosí le molte volte meno satisfanno a sé per rendere i suoi copiosi piú e contenti.
E ramentami quella storia come a Roma si trovò quella madre in sulla porta alle mura iscontrando il figliuol suo, qual prima udiva fosse con molti altri a Transimene morto in quel publico e doloroso ricevuto conflitto, tanta vedendolo salvo ne prese letizia che ogni suo spirito per gaudio essalò e perissi.
Piatosa madre, veemente amore, mirabile affezione, la quale tu forse dirai sia da posporre al tuo divino innamoramento! Ivi furia, qui ragione; ivi biasimo, qui lodo; ivi vizio, qui onestà; ivi crudeltà, qui pietà.
Non mi pare da seguire piú oltre biasimando quel tuo innamoramento, né qui acade lodarti l'amicizia, la quale non si potrebbe lodare a mezzo, e della quale sempre giudicai come diceva Catone, ottimo stoico latino filosafo, che l'amistà dura ferma piú che ogni parentado.
Potrei adurti Pilades e Oreste, Lelio, Scipione e l'altre coppie d'antichi amici, e' quali per chi a loro era unito di benivolenza e d'amore, non come i tuoi innamorati abandonorono le faccende publice e gloriose disonestando sé stessi, furiando, né uccisono figliuoli e mariti, ma bene con molta lode d'animo e virtú, con molta grazia e memoria di loro, questi veri amici non recusarono esporsi agli ultimi casi e morte per salvare la vita e dignità dell'amico.
Ma chi potrebbe racontare le degne lode dell'amicizia? Tanto vi ramento, frategli miei, fuggiamo questa furia amatoria, né monstriamo preporla all'amicizia, ma neanche la diciamo tra' beni della vita umana, imperoché l'amore sempre fu pieno di fizioni, maninconie, suspizioni, pentimenti e dolori.
Fuggiamo adunque questo amore.
Sia in noi verso di lui quanto si richiede non poco odio, poiché manifesto si vede e con dolore si pruova ch'egli è cagione d'ogni scandolo e d'ogni male.
BATTISTA Io e per età e per ogni reverenza, Lionardo, non ardirei oppormi all'autorità e ragioni tue.
E se io non stimassi me piacerti ragionando forse non meno che tacendo, io temerei non solo ostarti, ma ancora in parte alcuna difendere el mio benché verissimo giudicio.
Ma poiché a me cosí persuado te essere assai certo che io e dell'amicizia e dello innamoramento giudico e sento medesimo quel che tu, che mai l'innamorato sopra l'amico meriti lodo e fama, pure Lionardo, provedi tu se cosí vuoi t'aconsentisca ogni innamoramento essere furioso e ogni amicizia essere perfetta.
Io mai ardirei negarti la vera amicizia non essere forte, ma forse la credo meno veemente che l'innamoramento.
Ma chi sarà, se già tu uomo eloquentissimo uno solo quello fussi, el quale mi provasse mai oggi in questa età nostra trovarsi quelle piladee e lelie amicizie? Certo gl'innamoramenti oggi sono qual sempre furono ne' ricchi, ne' poveri, ne' signori, ne' servi, ne' vecchi, ne' giovani, tale che niuna età, niuna fortuna, niuno petto umano si truova vacuo dalle fiamme amatorie.
Tu le chiami furie.
Io non so qual suo proprio nome le nominare, perché né ora né prima per pruova le conosco o sento.
Solo ne parlo quanto e da te odo e dagli altri truovo leggendo.
LIONARDO Non credere, Battista, negli animi de' mortali giacere fiamma alcuna d'amore venereo alla quale non sia commista molta stultizia e furia.
E se cosí giudicherai, in questo ragionamento a te non sarà se non quanto meco vorrai essere licito.
E dove ti rammenterai di quello Sofocles antico filosafo, del quale si recita che domandato chente e' si portassi con Venere, rispuose: «Ogni altro male piú tosto, dio buono, che non avere in tutto fuggito quel signore villano e furioso», - a te adunque non parrà dello amore se non quanto pare da giudicarne, ch'egli è molto da fuggirlo e odiarlo.
E quanto tu pure ne' dí nostri trovassi amicizia niuna perfetta, almanco consentirai gli innamoramenti furiosi essere tutti, e come diceva Sofocles, villani.
Ma non ci obblighiamo a ragionare solo di quella somma e da ogni parte perfetta amicizia.
Siamo teco disputando liberali.
Aduciamo per testimoni quelli secento insieme con gli altri in Gallia chiamati Soldunni là ne' Comentarii di Cesare, amici a quello Diantunno, e' quali, loro costume, si profferivano e prendevano qualunque pericolo quante volte fussino dall'amico richiesti.
In tanto numero certo non bene mi troverresti quella vera amicizia, la quale tu disidereresti, come si dice un volere e non volere quanto l'amico e l'onestà richiede, due persone, una anima.
Già però non mi negherai questa in costoro essere stata spezie di vera e perfetta amicizia, e in qualunque grado ti paresse collocarla in laude, mai ti potrà parere spezie d'innamoramento, né con ragione la statuirai meno che 'l tuo innamoramento possente e valida negli animi nostri a monstrare sue forze e pruove.
E cosí credo niuno non in tutto stolto, se di questi Soldunni uno per salvarli sue fortune e onore gli donasse come per l'amico solevano insieme coll'opere e fatiche ancora il sangue e la propria vita, mai questo stimarebbe a meno che se uno innamorato, come se raro per amore sono prodighi, gli porgesse la roba.
Né dubitare che tu, Battista, e ciascuno altro giovane, di questi non perfetti, e' quali ti doneranno del suo, troverrai molti piú che innamorate le quali non voglian e domandino del tuo.
E quando per disputare tu volessi difendere l'opposito, domanderei quale a te piú paresse onesto o lo 'nnamoramento o l'amicizia.
Tu che stimi la onestà ne' buoni ingegni quanto si debba piú sempre valere che ogn'altra affezione, so risponderesti l'amicizia essere certo piú onesta, e pertanto piú ferma e durabile, adunque ancora piú e utile e dilettosa.
Imperoché agli animi liberali e allevati in queste buone lettere, come sete voi, niuna cosa disonesta può parere non trista, non disutile e da fuggire.
Cosí adunque fate: persuadetevi, Battista, e tu Carlo, della vita de' mortali nulla trovarsi doppo la virtú utile e in ogni stato lieta e commoda quanto l'amicizia.
Vedesi non per furia, ma con ragione e giudicio interissimo e constantissimo, che l'amicizia sta utilissima a' poveri, gratissima a' fortunati, commoda a' ricchi, necessaria alle famiglie, a' principati, alle republice, in ogni età, in ogni vita, in ogni stato.
Questa medesima a' mortali troppo si truova accommodata e dolcissima.
Piacciavi adunque acquistare amici assai, i quali siano a voi e alla famiglia nostra utilissimi, e seguite con assiduo studio delle buone lettere e arti fuggire ogni ozio, ogni lascivia e amore venereo e furioso al tutto e molto villano, amate la onestà, come veggo fate, spero farete e priegovi facciate.
BATTISTA Né con opera, né con diligenza, Lionardo, per noi mai mancherà in questa e in qualunque altra virtú e ammunimento esserti obbedienti assai e simili, e tanto piú quanto tu ci prometti queste benché volgare amicizie non solo a noi essere, ma a tutta la famiglia utilissime, per cui ti promettiamo, Carlo e io, sempre in ogni suo onore e utile ci vedrai con ogni forza e ingegno, ove acadesse, adoperarci in qual si sia fatica o pericolo prontissimi e paratissimi.
LIONARDO Cosí vi lodo, frategli miei, cosí aspetto farete.
Dio e la fortuna sieno facili e propizii a' vostri studii quanto io a voi desidero.
Pertanto a voi sempre stia in mente, dell'altre cose, quali sono non molte a numero ma ben necessarie alle famiglie, e sanza le quali niuna può essere felice e gloriosa, sola l'amicizia sempre fu quella la quale fra tutte in ogni fortuna tiene il principato.
E stievi a perpetua memoria quanto dianzi vostro padre disse, che 'l primo grado a farsi ben volere era fuggire il vizio, amare la virtú, e in questa e in ogn'altra cosa utile e lodata alla famiglia nostra seguite quanto mi promettete, e io aspetto voi con ogni opera e diligenza essere commodi e cari come a' vostri, cosí amati e onorati dagli strani.
BATTISTA Poiché tu cosí vuoi, e noi non poco desideriamo satisfarti, Lionardo, a te sta in qualunque cosa alla famiglia nostra bene acommodata renderci piú dotti, onde noi per tuo aiuto conoscendola possiamo da ogni parte meglio seguire la volontà tua e ufficio nostro, e alla espettazione de' nostri satisfare.
E se a te gli studi nostri giunti a questa volontà sono, quanto assai sono, grati, e se piú che l'usato costume tuo a te ora non pare incarico averti con noi facilissimo e oficiosissimo in farci e di costumi e di virtú piú di dí in dí con tua opera ornati, priego ti piaccia narrarci qual modi e qual cose sieno quelle tanto alla famiglia, quanto dicevi, commode e necessarie.
Noi aremo ozio assai.
Nostro padre si riposa.
Tu, credo, per ora non sei ad altra migliore opera obligato.
A noi qui imparando da te sarà emolumento e grazia grandissima, ove con tua opera diventeremo a' nostri molto cari quanto desideri e accettissimi.
Adunque ora, Lionardo, se da noi qui ti piace essere pregato, usa, priegoti, l'umanità e consuetudine tua facilissima e in renderci ogni dí migliori operosissima; dona, priegoti, questa opera agli studii e desiderii nostri; fruttiamo questo ozio in aseguire teco dottrina, per condurci a laude, per adurre utilità e fama alla famiglia nostra Alberta.
E spera, Lionardo, da noi mai mancherà in obedire tuoi ammonimenti.
Per te cosí non manchi di tutto ammunirci e ammaestrarci.
LIONARDO Tutte queste cose ci sono ozio, affezione a voi e agli studii vostri.
E quando io ben fussi altrove occupato, sempre a me parrebbe da preporre questa opera satisfacendo ai desiderii vostri lodevoli e in tutto onestissimi.
Ma voglio sappiate queste sono cose ample e maggiori a spiegarle che voi forse non istimate.
Truovonsi disseminate e quasi nascoste fra molta copia di varii e diversi scrittori, onde volerle racontare tutte e ordinare, e ne' luoghi suoi porgerle, sarebbe faccenda a qualunque ben dotto molto faticosa.
Bisognerebbemi avere assai prima ripensato, riscelto e meglio rassettato ogni parte.
Né però poi potrei sanza maggiore memoria profferirle e aperto esplicarle; le quali tutte cose conosco, fratelli miei, poco essere in me.
Eppure volendo versare testé qui in mezzo cosí le cose aviluppate, interverrebbe a chi me udisse come a quelli e' quali caminano in sul primo albeggiare della aurora: que' di loro, e' quali altre volte sono pel paese stati e col chiarore del sole scorsono tutti e' siti, allora riconoscono e di chi e' siano e quanto siano ornati, e in quell'ombra discernono se ivi piú fosse o manco che l'usato; gli altri, e' quali a migliore luce mai essaminorono que' paesi, passando 'n poco mirano ove poco si scorga, e a chi piace e a chi dispiace.
Cosí a me testé interverria sanza avere prima in me dilucidato lo 'ntelletto mio con molto studio e lezione di molti scrittori, distinguendo e ordinando come chi conscende a mezzo del campo perducendo le schiere ed esserciti suoi.
Me stessi nel recitare inordinato perturberei, e nella dottrina poco preparato porgerei a voi di me poca utilità.
Né io fra 'l buio e tenebre della poca per sé e non bene alluminata mia memoria, di me solo vi porgerei forse qualche ombra di documenti perfetti altrove, ma poco a voi aperti e manco per me chiari; onde piú tosto qui potrei da e' dotti esser negletto che dagli imperiti lodato.
Ma voi meglio per voi queste erudizioni tutte con miglior guida e di piú autorità potrete riconoscere.
Arete fra' Greci Platone, Aristotele, Senofonte, Plutarco, Teofrasto, Demostene, Basilio, e tra' Latini Cicerone, Varrone, Catone, Colomella, Plinio, Seneca e molti altri, co' quali gustarete e meglio terrete tutti questi luoghi di che frutti sieno copiosi e ornati.
E poi, Battista e tu Carlo mio, parrebbevi ella pochissima presunzione la mia, quando io ben fussi a tanta materia atto e sufficiente, se io mi confidassi entrando sí gran paese potervi con mio onore tragettare? Chi vorreste voi che me stessi a udire? A' dotti potrei io se non dire cose a loro notissime; gl'ignoranti, stimate, di me e di mie sentenze poco farebbono giudicio, poco conto.
Quelli vero che sono alquanto tinti di lettere, vorrebbono udire in me quella prisca eloquenza elimatissima e suavissima.
Pertanto stimate sia il meglio per ora non perdere questo tacere, ché sempre fu il favellare inutile se non quando sia chi ben t'ascolti.
BATTISTA Se io non conoscessi la facilità tua, Lionardo, che mai volesti troppo essere pregato, io testé dubiterei denegassi a me questa grandissima grazia solo perché io non sappia molto pregartene.
Ma te, se altro non tiene a tacere, le preghiere mie pur doverebbono muovere in qualunque modo t'acadesse a donarci quanto da te e desideriamo e aspettiamo.
Né ora veggo ove tu abbia da ritenerti.
Niuno arà da non molto lodarti, ove tu sempre desto te sempre adoperi essere e fare i tuo' in qualunque laude famosissimi e singularissimi.
E in questi ragionamenti cosí tra noi domestici, qual prudente desiderasse eloquenza piú elimata o piú che si richiegga esquisita? Tu, non dubito, e in questa e in ogni altra copia di dottrina per memoria e per ingegno vali quanto assai basterà satisfare a' desideri nostri, i quali sí da ogni altro, sí molto piú da te sono avidissimi d'imparare.
Gli altri udiamo noi volentieri come precettori; te ascoltiamo lietissimi come maestro ottimo, amico e fratello.
E se tu qui degenerassi testé dalla tua usitata facilità, e se poco e' nostri studii a te fussero a cuore, e a te pure piacesse molto esser pregato, Carlo qui, el qual tu conosci d'ingegno e di facundia atto per tua umanità ad impetrare da te qualunque cosa e' ti pregasse, credi cosí tacendo ti priega tanto piú quanto né a lui né a me con parole mai sarebbe possibile meglio in questo porgere preghiera alcuna.
Ché già chi tace attento, come ora fa lui, dimonstra non desiderare né aspettare altro che ascoltarti.
LIONARDO Piàcev'egli pure udirmi?
BATTISTA Quanto tu vedi.
LIONARDO E tanto vi sta desiderio al tutto udirmi?
BATTISTA Niuna cosa a noi piú essere può grata.
LIONARDO Non posso adunque, né voglio non satisfarvi.
Ma non aspettate da me se non quanto di cosa in cosa mi verrò ramentando.
Solo reciterò e' perfettissimi e utilissimi documenti necessari alle famiglie per non cadere in infelicità, accomodatissimi e ottimi a sollevarle e porle in suprema felicità e gloria.
Ma come faremo? Avete voi che domandarmi? E io risponderò.
O meglio vi pare che io perpetui senza interrompermi il corso del mio recitare?
BATTISTA Qual piú t'agrada.
A noi solo questo accade a domandare, qual cose facciano una famiglia felicissima.
Tu continua el dir tuo.
Noi t'ascolteremo.
LIONARDO Piacemi.
Cosí faremo, e voi, dove paresse d'andare piú adagio, rattenetemi, però che io in questa materia trascorrerò con quanta brevità si potrà.
Ascoltatemi.
Spesso in queste nostre acerbissime calamità, e pure oggi pensando quanto la fortuna ingiuriando ci perseguiti, né mai si stracchi di dí in dí alle miserie nostre aggiugnere nuovo dolore, miseri noi! né a lei insino a qui paia non poco averci per tutto il mondo sparsi e cosí tenerci oppressi con molte calamità, tenerci errando nelle terre strane luntani da tutti e' nostri frategli, sorelle, padri, amici e mogli, non posso, ah fortuna iniqua! tenere le lacrime.
Piango la nostra sciagura, e ora tanto piú adoloro, frate' miei, poiché io veggo Lorenzo vostro padre, uomo per intelletto, per autorità, per ogni virtú prestantissimo, e a voi e a tutta la famiglia nostra Alberta in questi tempi acerbi e durissimi ottimo e necessario defensore e protettore, cosí giacere grave.
O fortuna, quanto se' contro alla famiglia nostra irata e ostinata! Ma in questo dolore seguo in me quello approbatissimo proverbio dello Epicuro; riducomi a memoria in quanta felicità già in patria la famiglia nostra godeva quando ella si trovava grande d'uomini, copiosa d'avere, ornata di fama e autorità, possente di grazie, favore e amicizie.
E cosí con questa felice recordazione compenso la infelicità de' tempi presenti, e a me stessi, quando che sia, in tanta tempesta, in tanti mali, prometto alla pazienza e fortitudine nostra qualche salutifero e requieto porto.
E per istôrmi dall'animo ogni acerbità, traduco il pensiero mio altrove, considerando a una famiglia quale desideri essere amplissima non altro gli bisogna se non dar modo di parere simile alla nostra famiglia Alberta, a quella dico quale era prima che, ingiuria della fortuna, ella cadesse in queste avversità e tempestose procelle.
E veggo e conosco questo, che una famiglia la quale manchi in queste cose delle quali noi tutti eravamo abondantissimi, e sia piccola d'uomini, e quelli sieno poveri, vili e sanza amici, molto piú avendo inimici, questa cosí fatta famiglia si potrà nominare mai non misera e infelicissima.
Adunque chiameremo felice quella famiglia in quale saranno copia d'uomini ricchi, pregiati e amati, e quella riputeremo infelice quale arà pochi, ma infami, poveri e malvoluti uomini; imperoché dove que' saranno temuti, questi non potranno non sofferire molte ingiurie e sdegni, e dove a quelli sarà gratificato e renduto onore, questi saranno odiati e aviliti, e dove nelle cose magnifice e gloriose quelli saranno chiamati e ammessi, questi saranno esclusi e schifati.
Pare a voi questo?
BATTISTA Parci.
LIONARDO Adunque nel nostro ragionamento potremo constituire questi quattro generali precetti come fermi e saldissimi fondamenti onde crescano e dove s'agiungano tutti gli altri.
Dicogli.
Nella famiglia la moltitudine degli uomini non manchi, anzi multiplichi; l'avere non scemi, anzi accresca; ogni infamia si schifi; la buona fama e nome s'ami e seguiti; gli odii, le nimistà, le 'nvidie si fuggano, le conoscenze, le benivolenze e amicizie s'acquistino, accrescansi e conservinsi.
Cosí adunque aremo a trattare di questi quattro documenti; e perché gli uomini son quelli e' quali hanno a essere ricchi, virtuosi e amati, imperò prima cominceremo a vedere in che modo una famiglia diventi come diremo populosa, e considerremo in che modo alla famiglia mai multitudine manchi.
Dipoi seguiremo investigando dell'altre secondo che accaderà.
E troppo mi piace che non so io come quasi divino consiglio sia in luogo di proemio caduto a proposito el nostro primo qui tra noi ragionamento, nel quale io ti biasimava ogni cupidità e lascivia venerea.
E se non fusse perché come allora, cosí molto piú testé intendo essere non lungo in questa materia, forse monstrerrei quanto a ciascuna di queste quattro le quali restano a dire cose, le voluttà e lascivie amatorie siano al tutto troppo nocive e sempre pestifere.
Ma di questo forse accaderà altro luogo e tempo da disputarne, poiché a voi non bisogna persuadere che co' buoni studi, con liberali opere e arti fuggiate ogni ozio e desidia non onestissimo.
Adunque torniamo al proposito nostro, del quale ragioneremo quanto potremo aperto e domestico, senza alcuna esquisita e troppo elimata ragione di dire, perché tra noi mi pare si richiegga buone sentenze molto piú che leggiadria di parlare.
Uditemi.
Diventa la famiglia populosa non altro modo che si diventassono populose terre, province e tutto el mondo, come ciascuno da sé stessi può immaginando conoscere che la moltitudine de' mortali da pochi a questo quasi infinito numero crebbe procreando e allevando figliuoli.
E al procreare figliuoli niuno dubiti all'uomo fu la donna necessaria.
Poiché 'l figliuolo venne in luce tenero e debole, a lui era necessario avere a cui governo e fede e' fusse caro e commendato, avere chi con diligenza e amore lo nutrisse e dalle cose nocive lo difendesse.
Era loro nocivo el troppo freddo, el troppo sole, la molta piova, e i furiosi impeti de' venti; però in prima trovorono il tetto sotto el quale nutrissino e difendessino sé stessi e il nato.
Qui adunque la donna sotto l'ombra rimaneva infaccendata a nutrire e a mantenere il figliuolo.
E perché essa occupata a custodire e governare lo erede, era non bene atta a cercare quello bisognava circa al suo propio vivere e circa mantenere i suoi, però l'uomo di natura piú faticoso e industrioso usciva a trovare e portare secondo che a lui pareva necessario.
Cosí alcuna volta si soprastava l'uomo, non tornando presto quanto era da' suoi espettato.
Per questo quando egli aveva portato, la donna tutto serbava, acciò che ne' seguenti giorni, soprastando il marito, né a sé né a' suoi cosa mancasse.
A questo modo a me pare manifesto apparisca che la natura e ragione umana insegnò come la compagnia del coniugio ne' mortali era necessaria, sí per ampliare e mantenere la generazione umana, sí per poterli nutrire e conservare già nati.
E piú monstrò che la sollecitudine del cercare congiunta colla cura e diligenza del conservare le utile e commode cose al vivere umano in lo congiugio era troppo necessaria.
Monstrò ancora qui la natura che questa compagnia era non licita averla con piú che una in uno tempo, imperoché l'uomo non potrebbe al tutto bene essere sufficiente a cercare e portare quanto per piú che per sé stessi insiem' e per la donna e per suoi bisognasse, tale che avendo voluto trovare e arrecare per piú donne e famiglie, a qualcuna certo una o un'altra cosa necessaria sarebbe qualche volta mancata.
E quella donna a cui mancasse qual si sia delle cose al vivere dovute e necessarie, non arebbe costei ragionevole cagione abandonare quel che fosse nato per sé stessi in prima sostentare? Forse anco superchiandola qualche grande necessità, a lei sarebbe licito trovarsi altra compagnia.
Cosí adunque fu il coniugio instituito dalla natura ottima e divina maestra di tutte le cose con queste condizioni, che l'uomo abbia ferma compagnia nel vivere, e questa sia non piú che con una sola, colla quale si riduca sotto un tetto e da lei mai si partisca coll'animo, nolla mai lasci sola, anzi ritorni, porti e ordini quello che alla famiglia sia necessario e commodo.
La donna in casa conservi quello che l'è portato.
Vuolsi adunque seguire la natura, solo eleggersi una colla quale noi riposiamo la età nostra sotto un tetto.
Ma perché la gioventú le piú volte in questo non gusta l'utilità della famiglia, dove forse a loro pare soggiogandosi al congiugio perdere molto di sua libertà e licenza del vivere, e forse perché alcuna volta stanno quale e' comici poeti gli sogliono fingere obbligati e convinti da qualche loro amata, o forse ancora non pochissimo pesa a' giovani avere a reggere sé, e per questo reputano soperchio e odioso incarco convenirli sostenere sé e la donna e i figliuoli, e troppo dubitano non potere onesto satisfare a' bisogni quali di dí in dí colla famiglia crescono, per questo stimano el letto domestico essere cosa troppo molesta, e fuggono il legittimo e onestissimo accrescere della famiglia.
Per queste cagioni, acciò che la famiglia non caschi in quella parte quale dicemmo essere infelicissima, in solitudine, anzi cresca in gloria e felice numero di gioventú, si vuole indurre la gioventú a tôr moglie con ragioni, persuasioni, premi, e con ogni argomento, industria e arte.
Potranno qui essere accommodatissime ragioni quelle nostre di sopra a biasimare loro l'altre lascive voluttà, per adurli in desiderio di cose onestissime.
Potranno le persuasioni essere simili: monstrargli quanto sia dilettoso vivere in quella prima naturale compagnia del congiugio e riceverne figliuoli, e' quali sieno come pegno e statici della benivolenza e amore congiugali e riposo di tutte le speranze e voluntà paterne.
A chi sé arà affannato per acquistare ricchezze, potenze, principati, troppo a costui pesarà non avere doppo sé vero erede e conservadore del nome e memoria sua.
A cui le sue virtú servino dignità e autorità, a cui le sue fatiche porgano utilità e frutto, niuno piú a questo essere può accommodato ch' e' veri e legittimi figliuoli.
Agiugni qui che colui di chi rimangono simili eredi, costui non può in tutto riputare sé spento né mancato, però ch' e' figliuoli serbano nella famiglia el luogo e la vera imagine del padre.
Didone fenissa, poiché 'l suo Enea era da lei amante partito, fra' suoi primi lamenti non altro sopra tutto desiderava se non come ella piangendo diceva: «Oh, pure un picchino Enea qui mi giucasse!» Cosí, meschina abandonata amante, nel viso, ne' gesti d'un altro fanciullino Iulio a te sarebbe stato come lí primo veneno e fiamma dell'ardente e mortifero tuo riceuto amore, cosí qui ultimo conforto de' tuoi dolori e miseria.
Non poco ancora gioverà ricordare a' giovani quanto apresso gli antichi piú si contribuiva onore a chi fra loro si trovava padre, poich' e' padri portavano gemme e simili ornamenti, e' quali non erano liciti a chi non avesse aumentata la repubblica di nuova prole e figliuoli.
Sarà utile ancora ramentare a' giovani quanti prodighi e sviati sieno a miglior vita ridutti poiché ebbono in casa la moglie.
E agiungasi a questo quanto sia nelle faccende utile mano quella de' figliuoli, quanto e' figliuoli a te stiano presti e fedeli ad aiutarti sostenere e propulsare gl'impeti avversi della fortuna e le ingiurie degli uomini, e quanto e' figliuoli piú che alcuno altro sieno apparecchiati e pronti a difenderti e vendicarti dalle ingiurie e rapine degli scellerati e audacissimi uomini; e cosí nelle cose prospere quanto siano i figliuoli sollazzosi e atti in ogni età a contentarci e darci grandissime letizie e voluttà.
Queste adunque cose qui saranno utile a raccontarle, e sarà non meno di poi utile monstrargli quanto alla età grande, nella quale si vive acerchiato d'infiniti bisogni, sarà utile pensare quanto allora siano e' figliuoli, come diceva messer Niccolaio Alberti, uomo per età e dottrina prudentissimo, e' figliuoli sono propria e ferma crucciola de' vecchi.
Queste e simili persuasioni, le quali tutte sarebbe testé lungo perseguire, gioveranno a indurre la gioventú a non spregiare onesta compagna e a desiderare propagazione, accrescimento e felicità della famiglia.
Né manco sarà utile ancora indurli con simili premi: onorare molto e' padri, e ne' luoghi domestici e publici preporre chi piú abbia figliuoli, e cosí riverire meno chi in età non avesse moglie.
E s'egli è chi per povertà sé scusi, sia questa e fatica e incarco prima de' vecchi, perché a loro, quanto disse Lorenzo, sta molto provvedere a tutti e' bisogni della famiglia.
Costoro con ammunizioni, con ispesso ricordargli e stimolargli sempre gli confortino e inducano a diventare padri.
E apresso sia opera di tutta la casa in fare che, poiché vogliono, cosí possano onestamente avere famiglia.
Contribuischi tutta la casa come a comperare l'accrescimento della famiglia, e ragunisi fra tutti una competente somma della quale si consegni qualche stabile per sostentare quegli che nasceranno, e cosí quella spesa la quale a un solo era gravissima, a molti insieme non sarà se non facile e devutissima.
Né a me pare in le famiglie ben costumate si truovi alcuno el quale per ricomperare uno vile uomo nonché del sangue suo, ma della terra, della lingua, non dovesse sofferire ogni grande spesa.
Cosí per restituire piú uomini a sé congiuntissimi nel sangue e nella famiglia sua, non credo sia da schifare una quanto questa sarebbe piccola spesa.
Tu dai piú e piú anni salari a gente strane, a diverse persone; tu vesti, tu pasci barbari e servi non tanto per solo fruttare l'opere loro, quanto per essere in casa piú accompagnato.
Molto manco ti costerà contribuire a quello uno dono quale sarà da' tuoi medesimi.
Molto piú onesta e grata compagnia ti sarà quella de' tuoi che degli strani; molto piú utile e condecente opera ti sarà quella de' cari e fedeli domestici che quella de' condutti e quasi comperati amici.
E vuolsi adunque usare questa umanità e beneficenza nella famiglia, acciò che i padri possano sperare a' figliuoli loro mai mancherà quanto al vivere loro sia necessario.
Gioverà forse ancora sforzare e' nostri minori in simili modi: comandino e' padri ne' loro testamenti: «Se tu al tempo ragionevole fuggirai da avere moglie, non essere mio erede».
Del tempo ragionevole del tôrre moglie sarebbe lungo racontare tutte l'antiche opinioni.
Esiodo faceva uno marito in XXX anni; a Ligurgo piaceva e' padri in XXXVII; a' nostri moderni pare sia utile sposo ne' XXV anni.
A tutti prima che XXV pare che sia dannoso accostare la gioventú volenterosa e fervente a simile opera, ove ella spenga quella vampa e calore della età, piú atto a statuire e confermare sé stessi che a procreare altrui.
E anco si vede piú fallace e manco essere vigoroso quel seme nel campo a generare, el quale non sia ben maturo e pieno.
Aspettisi adunque la virilità matura e soda.
Indutti ch' e' giovani saranno, opera e consiglio de' vecchi e di tutta la casa, le madri e l'altre antiche congiunte e amiche, le quali persino dall'avola conoscono quasi tutte le vergini della terra di che costume sieno nutrite, queste scelgano tutte le ben nate e bene allevate fanciulle, el quale numero porgano al nuovo che sarà marito.
Costui elegga qual piú gli talenta.
E' vecchi della casa e tutti e' maggiori non rifiutino alcuna nuora se non quelle le quali seco portino suspizione di scandolo o biasimo.
Del resto contenti sé chi arà a contentare lei.
Ma faccia costui qual fanno i buoni padri della famiglia i quali vogliono nelle compre piú volte rivedere la possessione prima che fermino alcun patto.
In ogni compera e contratto giova informarsi e consigliarsi, domandarne piú e piú persone, e usare ogni diligenza per non avere dipoi a pentersi della compra.
Molto piú dovrà essere diligente chi constituirà farsi marito.
Costui per mio consiglio essamini, prevegga in piú modi, piú dí, qual sia quella di chi e' dovrà essere tutti gli anni suoi marito e compagno.
E stiagli l'animo a prendere moglie per due cagioni: la prima per stendersi in figliuoli, l'altra per avere compagnia in tutta la vita ferma e stabile.
Però si vuole cercare d'avere donna atta a procreare, grata a esserti perpetua congiunta.
Di qui si dice che nel tôr moglie si cerchi bellezze, parentado e ricchezze.
Le bellezze d'un uomo essercitato nell'armi paiono a me, quando egli arà presenza di fiero, membra di forte e atti di destro a tutte le fatiche.
Le bellezze d'uno vecchio stimerò siano nella prudenza, amorevolezza e ragione delle sue parole e consigli; e qualunque altra si reputi bellezza in uno vecchio certo sarà molto dissimile a quella d'un giovane cavaliere.
Cosí stimo le bellezze in una femmina si possono giudicare non pure ne' vezzi e gentilezza del viso, ma piú nella persona formosa e atta a portare e produrti in copia bellissimi figliuoli.
E sono tra le bellezze a una donna in prima richiesti i buon costumi; ché già una barbara, scialacquata, unta e ubriaca poterà nelle fattezze essere formosa, ma sarà mai chi la stimi bella moglie.
E' primi costumi in una donna lodatissimi sono modestia e nettezza.
Diceva Mario, quel prestantissimo cittadino romano, in quella sua prima conzione al popolo romano: «Alle donne mondezza, all'uomo si conviene fatica».
E per certo a me cosí pare sia.
Nulla si truova cosí da ogni parte stomacoso quanto una femmina sbardellata e sporca.
E quale stolto dubiterà che la donna la quale non si diletti d'essere veduta netta e pulita non ne' panni solo e membra, ma in ogni atto ancora e parole, costei non sarà da riputarla ben costumata? E chi non lo conosce che la donna scostumata rare volte si truova essere onesta? Le donne disoneste quanto sieno dannose alle famiglie sia altro luogo da pensarne e ragionarne, ché io per me non so quale alle famiglie sia maggiore infelicità o tutta la solitudine, o una sola disonesta moglie.
Adunque nella sposa prima si cerchi le bellezze dell'animo, cioè costumi e virtú, poi nella persona ci diletti non solo venustà, grazia e vezzi, ma ancora procurisi avere in casa bene complessa moglie a fare figliuoli, ben personata a fargli robusti e grandi.
Antico proverbio: «Qual vuoi figliuoli, tal prendi la madre», e ne' begli figliuoli ogni virtú loro sarà maggiore.
Notissimo tra i poeti detto: «Gratissima virtú vien d'un bel corpo».
Lodano i fisici filosafi che la moglie sia non magra, ma sanza troppo incarco di grassezza, però che queste cosí piene sono di molta frigidezza e oppilazioni gravi, e pigre a concipere.
Vogliono ancora sia la donna di natura ben lieta, ben fresca, ben viva di sangue e d'ogni spirito.
Né punto a loro dispiace una fanciulla brunetta.
Non però accettano le fusche e nere, né amano le piccole, neanche lodano le troppo grandi e troppo svelte.
Ben par loro utilissima a procreare molti figliuoli quando ella sia bene istesa, ma insieme molto ampia in tutte le membra.
E sempre prepongono l'età fanciullesca per piú loro, dei quali testé non accade dire, rispetti, come a conformarsi insieme massime l'animo.
Sono le fanciulle per età pure, per uso non maliziose, per natura vergognose e sanza intera alcuna malizia; con buona affezione presto imprendono, e sanza contumacia seguitano i costumi e voglie del marito.
Cosí adunque quanto abbiamo detto si seguiti tutte queste cose, le quali veggiamo che sono a conoscere e scegliere atta e prolifica moglie utilissime.
Aggiugni a queste che ottimo sarà indizio se la fanciulla si troverà copia di fratelli tutti maschi, imperoché di lei appresso di te potrai sperare sarà simile alla madre.
E abbiamo detto già delle bellezze.
Seguita il parentado, nel quale considereremo qual cose siano bene atte e da preferire.
Credo io nel parentado in prima si vuole bene essaminare la vita e modi di tutti e' nuovi coniunti.
Molti matrimonii sono stati, secondo che tutto il dí s'ode e legge, cagione di grande ruine alla famiglia, poiché sono imparentatosi con uomini litigiosi, gareggiosi, superbi e malvoluti.
Qui non accade per brevità addurne essempli, ché credo niuno si truovi sí sciocco, el quale non prima volesse rimanere sanza moglie che avere a sofferire pessimi parenti.
Alcuna volta si vede e' parentadi sono stati dannosi e calamitosi a quelli sposi, e' quali hanno avuto a sostentare la famiglia sua e quella di coloro onde cavorono la fanciulla.
E non raro interviene che i nuovi parenti sapendosi nelle cose mal reggere, o forse cosí sendo sfortunati, tutti per bisogno s'anidano in casa del nuovo parente.
Tu di fresco sposo, né puoi sanza danno ritenerli, né sanza biasimo commiatarli.
Adunque, per comprendere tutto questo luogo in poche parole, ché al tutto voglio essere in questa materia brevissimo, procurisi avere questi cosí nuovi parenti di sangue non vulgari, di fortuna non infimi, di essercizio non vili, e nelle altre cose modesti e regolati, non troppo superiori a te, acciò che la loro amplitudine non auggi come l'onore e dignità tua, cosí la quiete e tranquillità tua e de' tuoi, e acciò che, se di loro alcuno cascasse, tu possa dirizzarlo e sostenerlo sanza troppo sconciarti, e sanza sudare sotto quello alle tue braccia e forze superchio peso.
Né anche voglio questi medesimi parenti essere inferiori a te, imperoché se questo t'arecò spesa, quello t'impone servitú.
Siano adunque non inequali a te, e come abbiamo detto, modesti e civili.
Seguita della dota, la quale, quanto a me pare, vuole essere piú tosto mediocre, certa e presente, che grande, dubbiosa e a tempo.
Non so io come ciascuno, quasi da uno comune corrutto uso, si diventi collo indugio pigro a satisfarti del danaio tanto piú quanto egli speri bellamente potere non ti rendere el debito, come ne' matrimonii talora interviene.
Poiché la sposata ti siede in casa, in quello primo anno tutto, non pare altro licito che confermare il parentado con spesso visitarsi e convivare.
Forse ivi si reputa durezza, fra' congiunti e fra le feste, disporsi e adirizzarsi e piatire, e domandando, come sogliono e' nuovi mariti per non offendere la grazia ancora tenera nel parentado, con parole rattenute e lento, pare ogni piccola scusa sia da essere accettata.
E se tu richiedi el tuo con piú fronte, quegli ti monstrano infiniti suoi bisogni, lamentansi della fortuna, accusano i tempi, riprendono gli uomini, dicono in maggiori casi speravano poterti molto richiedere; ma quanto però in loro sia, largo ti promettono di termine in termine satisfare, prieganti, vinconti, né a te pare di spregiare le preghiere di questi pur ora accettati parenti.
Cosí ti truovi in luogo ove ti sta necessità a tuo danno tacere, o con ispesa e nimistà intrare in litigio.
Dipoi ancora pare che mai non manchi l'infinita seccagione della moglie tua.
Né sono poco le sue lagrime, né hanno pochissima possanza le persuasioni e assidue preghiere d'un nuovo e testé principiato amore.
Né sapresti tu, per duro e bizzarro che tu fussi, imporre silenzio a chi altri pel padre suo o pe' fratelli cosí dolce e piangendo ti pregasse.
Cosí stima molto meno potrai e per casa e nella camera non ascoltare la donna tua.
Adunque alla fine a te ne risulta o danno o nimistà.
Siano adunque le dote certe e presente e non troppe grandissime, perché quanto e' pagamenti hanno a essere maggiori, tanto piú tardi si riscuotono, tanto sono piú litigiose risposte, tanto con piú dispetto ne se' pagato, e a te tanto nelle cose pare da fare ogni grande spesa.
Poi non si può dire quanto sia acerbo e talora disfacimento e ruina delle famiglie ove dobbiamo le gran dote rendere.
Detto come si debbe scegliere la moglie fuori di casa, detto come si debbe accettarla in casa, resta a conoscere come si debbe trattarla in casa.
BATTISTA Io non interromperei questo tuo cosí succinto correre, se da te non fusse a me permessa questa licenza.
Ma giovi el fermarci un poco e rivolgermi adrieto per confermarci a memoria quanto, se ben mi ramenta, per infino a qui dicesti si debbe scegliere onesta compagna di buon parentado e con buona dota, e atta a far figliuoli assai.
Queste tutte cose difficilissime, Lionardo, stimi tu sia facile trovarle tutte in una donna, nonché in tante di quante bisogna a una famiglia grande e simile alla nostra? Io veggo negli altri matrimonii: se la fanciulla esce di parentado, ella ne viene sanza dota, e spesso cosí si dice: «Se tu vuoi dota, togli vecchia o sozza», tal che tra noi mi pare sia simile usanza a quella si scrive era in Tracia, che le sozze vergine con molta dota comperavano i mariti, alle belle stava certo premio secondo il giudicio de' publici tassatori.
Adunque, Lionardo, intendi tu quel ch'io voglio dire?
LIONARDO Intendo, e piacemi sia cosí stato attento a quanto abbiamo insino a qui detto.
Èmmi caro non m'abbi lasciato cosí trascorrere.
E sí, è egli vero; sí, e' matrimonii non possono tutti essere com'io gli desidero, né possono tutte le mogli trovarsi simile a quella Cornelia figliuola di Metello Scipione maritata a Publio Crasso, donna formosa, litterata, perita in musica, geometria e filosofia, e quello che in donna di tanto ingegno e virtú piú meritava lode, fu d'ogni superbia, d'ogni alterezza e d'ogni importunità vacua.
Ma facciasi come consigliava quel servo Birria apresso Terenzio: «Non si può quel che tu vuoi; voglia quel che tu puoi».
Sposisi quella in cui appaiano meno che nell'altre mancamenti.
Non si lasci bellezza per aver parentado, non parentado per asseguire dota.
Lodava Catone, ottimo padre di famiglia, nelle donne molto piú una antica gentilezza che una grande ricchezza.
E quanto a me, benché io possa credere l'una e l'altra sarà baldanzosa alquanto e contumace, pur quella un poco piú temerà vergogna e molto meno sarà disubidiente, la quale non fra l'ombra e delizie delle ricchezze, ma coll'opera e luce di buon costumi sarà nata e educata.
E tolgasi moglie per allevarne figliuoli in prima; dipoi si pensi che alle fortune piú sono e' buoni parenti fermi, e a giudicio de' buoni, utili piú che la roba.
La roba in molti modi si truova essere cosa fuggiasca e fragile; e' parenti sempre durano parenti, dove tu gli reputi e tratti non altrimenti che parenti.
Di questo sarà da dirne piú amplamente altrove; ora ritorniamo al proposito nostro.
Ma di che mi ramento io testé? Certo egli è cosí; altro tempo si vuole a pensar prima, poi altro tempo a dire quello che tu bene fra te pensasti.
Io in questo nostro ragionare, che cosí mi richiedesti, non cosí previsto né preparato transcorro con impeto, come chi corre alla china, e proffero ciò che m'è piú al dire proclive.
Non ti paia maraviglia adunque se io lascio adrieto piú e piú a questa materia necessarie cose, quali qui restano per certo troppo utile, troppo necessarie, e sarebbe mancamento lasciarle.
BATTISTA Restàv'egli costí forse ancora che dire? Io piú nulla stimava vi si potessi aggiugnere.
LIONARDO Pensa tu; quand'io lasciava adrieto cosí fatta e innanzi a tutte necessaria cosa, quante altre credi tu utili e commodissime ora mi sieno fuggite dinanzi e nascose drieto? Ma questa molto da sé illustrissima e prestantissima m'è grato a tempo essermene aveduto.
Dico, poiché tu nuovo sposo arai scelto e deliberato qual fanciulla piú ti piaccia, e presone consiglio e licenza da tutti e' tuoi maggiori, e questa piú che l'altre fanciulle per costumi e per bellezza a te e a' tuoi molto sarà grata, si vuole prima sí bene fare come diceva apresso Senofonte quel buon marito a Socrate: pregare Iddio che alla tua nuova sposa dia grazia d'essere fecunda con pace e onestà della casa, molto pregarne Iddio con molta religione, però che queste sono cose troppo in una moglie necessarie, troppo misere a chi le mancano, molto lodate e felici in chi le stiano, e sono proprio dono d'Iddio.
Non ha buona sposa ogni uomo che la cerca, né ha onesta donna ciascuno che la vuole, come forse alcuni si stimano.
Anzi sempre fu raro e solo beneficio d'Iddio abbattersi a moglie in tutto pacifica e costumatissima, e puossi riputare felice marito colui el quale dalla moglie vedrà mai nato alcuno scandolo o vergogna.
Beato colui a chi la mala moglie non porge maninconia alcuna.
Però di questo molto si prieghi Dio, che al nuovo marito dia grazia di ricevere buona, pacifica, onesta e come dicemmo prolifica sposa.
Ancora di nuovo dirò tanto: mai si resti di pregare Iddio che conservi nel congiugio onestà, quiete e amore.
BATTISTA Avendo io adritto l'animo a tôr moglie, Lionardo, non so quanto mi fusse utile udirti qui tanto diffidarti, e tanto dubitare che a' mariti siano le moglie manco che oneste.
LIONARDO Taci, Battista, non mi calunniare, non interpretare le mie parole come se io intendessi vituperare i femminili animi e costumi.
Anzi mi piace in ogni facile e difficile cosa sempre invocare l'aiuto d'Iddio.
Niuna cosa si truova tanto difficile che a noi quella col favore d'Iddio non sia molto facilissima.
Né cosa si truova sí facile, la quale o sua natura, o per qualche caso talora non sia in qualche uno difficillima.
Però giova, Battista, pregare Iddio che le cose a tutti gli altri facili, a noi non caggiano difficili.
Ma seguitiamo il primo ragionamento nostro.
Dissi qual fusse in casa atta moglie a portare figliuoli; ora mi pare seguiti di considerare quanto al procreare de' figliuoli si richiegga, la qual parte forse per qualche rispetto sarebbe da preterire.
Ma sarò in quella, benché molto necessaria, pure sí copertissimo e brevissimo, che a chi ella non gustasse sarà come non detta, e a chi ce la qui aspettasse arà da non desiderarla.
Provegghino i mariti non darsi alla donna coll'animo turbato di cruccio, di paura o di simili alcune perturbazioni, imperoché quelle passioni le quali premono l'animo impigriscono e infermano la virtú, e quelle altre passioni le quali infiammano l'animo, perturbano e fanno tumultuare que' maestri e' quali aveano indi a fabricare quella imagine umana.
Di qui s'è veduto d'un padre ardito e forte e saputo uno figliuolo timido, debole e scioccaccio, e d'un moderato e ragionevole padre essere nato un furioso figliuolo e bestiale.
Vuolsi ancora non aggiugnersi se 'l corpo e tutte le membra non sieno bene disposte e sincere.
Dicono i fisici e con molte ragioni dimostrano queste, come e' padri e le madri si truovono o gravi e oppressi di crapule o malizia di sangue, o deboli e vòti di vigore e polso, cosí sarà ragionevole siano e' figliuoli, come alcuna volta si veggono, lebrosi, epilentichi, sporchi e non finiti di membra e vacui; le quali cose molto sono da non volerle in suoi figliuoli.
Imperò comandano si conscenda a questa tal congiunzione sobrio, fermo e quanto piú si può lieto, e par loro quella ora la notte attissima doppo la prima digestione, nella quale tu sia né scarco né pieno di tristi cibi, ma sviluppato e leggieri dal sonno.
Lodano in questo farsi ardentemente dalla donna desiderare.
Hanno ancora molti loro altri documenti, che quando sia il caldo superchio, e quando ogni sementa e radice in terra stia cosí ristretta, arsa da' freddi, allora s'indugi e aspettisi l'aire temperata.
Ma sarebbe troppo lungo recitare tutti e' loro precetti, e forse doveva io avere piú riguardo con chi io favello.
Voi siete pur giovanetti; forse questo luogo, a che io possa pigliare scusa cosí sendoci a caso entrato come il ragionare mi v'ha tirato, questo medesimo non mi sarebbe licito volerlo dire ex proposito.
Ma come ch'io sie o da biasimarmi o da scusarmi, io son contento avere errato purch'io a voi n'abbia pòrto qualche utile, e in questo io reputo meno errore s'io forse sono stato superchio favellatore piú che disonesto.
BATTISTA A noi non se' tu, Lionardo, paruto in questo ragionamento né superchio, né disonesto.
Anzi, se come tu di', come e' fisici pruovano, come io credo sia il vero, se per non avere ogni diligenza può seguirne lebra, morbi e tali estreme malattie, se la poca temperanza ne' padri può e suole essere cagione di furore e pazzia ne' figliuoli, non vi si debbe egli avere grandissimo riguardo? Pertanto giova conoscere el male per poterlo schifare.
E qual savio non volesse piú tosto non volere figliuoli che averli morbosi e furiosi? Segui, Lionardo, non trallassare adrieto, non temere tra noi alcuno mordace calunniatore, e' quali allora arebbono da riprendere quando tu tacessi queste sí necessarie cose, le quali osservate sono utilissime, non curate troppo sono dannosissime.
LIONARDO Sanza dubbio questi precetti sono utilissimi, ma pure egli era forse il meglio volere parere manco dotto che troppo inetto, come forse ora a me converrà essere.
L'un ragionamento alletta e tira l'altro.
Dissi della congiunzione, la quale ricerca ch'io dica testé come si debba trattare la donna quando ella sia gravida; e ancora nel partorire, e partorito ch'ella arà, par se gli debba qualche documento.
E cosí dove io avea statuito narrarti gl'instituti della famiglia, io arò a descriverti precetti di medicina, e insegnarti essere, come dicevano gli antichi, ostetrici.
E che piú? Aremo noi a imitare quel Gaio Mazio antico amico di Gaio Cesare, el quale descrisse l'arte de' cuochi e l'arte de' pistori? Aremo noi a 'nsegnarti ancora a fare la pappa e zuppa pe' fanciulli? Ma poiché noi siamo caduti in questi ragionamenti, sieci licito essere brevissimi, e lasceremo a' medici con ragione difendere e' documenti suoi, quali succinte raconteremo.
La donna adunque, quale sentirà sé gravida, usi vita scelta, lieta e casta, vivande leggieri e di buon nutrimento; non duri superchie fatiche, non s'adormenti, non impigrischi in ozio e solitudine, partorisca in casa del marito e non altrove; produtto el parto, non esca a' freddi, né a' venti, se prima in lei ogni fermezza di tutti i membri suo' non sono bene rassettati.
E ho detto.
BATTISTA E quanto brieve!
LIONARDO Abbiamo adunque el modo a crescere la famiglia.
Ora diremo in che modo ella si conservi, se in prima dico due cose necessarie a' nati fanciugli, nelle quali veggo molti padri non poco errare.
A me nella famiglia nostra Alberta, e in prima ne' figliuoli di messer Niccolaio, diletta quella leggiadria di que' bellissimi nomi, Diamante, Altobianco, Calcedonio, e negli altri Cherubino, Alessandro, Alesso; e pare a me ch' e' nomi sozzi abbiano in molta parte facultà a disonestare la dignità e maestà di qualunque uomo virtuoso.
Leggesi alcuni nomi essere stati infelicissimi, come in Grecia quelle vergini quali si chiamorono Milesie, per varii modi, per suspendio, precipizio, con veneno, con ferro, tutte sé stessi furiose dierono anti tempo a morte.
E cosí e' nomi leggiadri e magnifichi pare a me tengano buona grazia, e non so donde rendono la virtú e l'autorità in noi piú splendida e piú pregiata.
Alessandro macedonico, el cui nome già era apresso tutte le nazioni celebratissimo, movendo le sue copie d'armi per convincere un certo castello, chiamato a sé un suo macedonico giovanetto a cui era simil nome Alessandro: «E tu, Alessandro», disse per incenderlo a meritare laude, «a te sta portare in te virtú pari al nome, quale hai, quanto puoi vedere, non vulgare».
E certo io non dubito ne' buoni ingegni uno leggiadrissimo nome sia non minimo stimolo a fare che desiderino aguagliarsi come al nome, cosí ancora alla virtú.
E non sanza cagione e' prudentissimi nostri maggiori, quando alcuno fortissimo e amantissimo della patria, in premio e memoria delle virtú loro per incitare e' minori a seguire pari lode, da loro era nel numero degli idii ascritto, gl'imponevano nuovo e quanto potevano elegantissimo e chiarissimo nome, come e' nostri Latini a Romolo, chiamòrollo Quirino, quegli altri a Leda Nemesis, a Giunone Leucotea.
Ma siamoci troppo stesi.
Statuiamo adunque cosí: non guardino e' padri a' passati nomi nella famiglia tanto che giudichino da non piacere in prima e' bellissimi nomi, poiché i brutti sono odiosi e spesse ore dannosi.
Siano in la famiglia nomi clarissimi e famosissimi, e' quali costano poco, vagliono e giovano assai.
Imperoché in tutti e' nostri Alberti sempre fu questa innata e quasi naturale volontà ardentissima d'essere piú che parere in ogni lodatissima cosa periti e dottissimi.
Adunque abbiamo detto una delle due quali proposi dire cose.
L'altra sí è che l'ora, el dí, il mese e l'anno, e anche il luogo si noti, e in sui nostri domestici commentarii e libri secreti si scriva subito che 'l fanciullo nacque, e serbisi tra le care cose.
Questo per molte cagioni, ma non essendovi altra ragione, pur e' dimostra quanto sia nel padre in ogni cosa diligenza, ché già se si reputa diligenza scrivere il dí, far menzione del sensale per cui mano tu comperasti l'asino, sarà egli manco lodo far memoria del dí che tu diventasti padre, e del dí che a' figlioli tuoi nacque il fratello? Aggiugni che possono accadere molti casi ove sarà necessario saperlo, converratti ricercare la memoria degli altri; nollo ritrovando al bisogno, n'averai maninconia e anche forse maggior molestia e danno, e trovandolo riputerai poco lodo se altri ne' fatti tuoi sarà piú che tu stessi curioso e memorioso.
Abbiamo adunque cosí fatta la casa populosa.
Ora si vuole molto provedere che questa multitudine non manchi.
Però mi pare da considerare le cagioni, il perché le famiglie minuiscono, e conosciute proverremo di rimediargli.
Questo in prima voglio appresso di noi sia manifesto: perché gli uomini si sono morti sanza successori, però sono le famiglie mancate.
Vorrebbesi potere mantenere gli uomini immortali! Non si può.
Facciamo adunque che questi e' quali sono in vita, stiano tra noi quanto piú tempo a loro sia possibile; questo per ogni altro rispetto, ancora e perché quanto piú staranno in vita, tanto piú saranno utili alla famiglia, se non in roba in fama, se non in fama in consiglio, se non in consiglio almanco in acquistargli nuova gioventú.
Come faremo a tenere l'uomo in lunga vita? Credo sarà utile fare come fa il pratico pastore a conservare gli armenti suoi.
Che fa egli? E' vede che la capra gode ne' luoghi difficili e sterili, la bufola ne' paesi acquosi, gli altri giumenti altrove; però cosí dispone ciascuno e pascegli dove è di che piú si richiede alle nature loro.
Cosí facciano e' padri delle famiglie.
Se la aria di Firenze sarà troppo a costui sottile, mandisi a Roma; se quella gli sarà troppo calda, mandisi a Vinegia; se questa troppo a lui fusse umida, traduchisi altrove, e sempre si posponga ogn'altra utilità alla sanità, e ivi si fermi dove egli stia sanza alcuna debolezza.
Imperoché chi non è ben sano non può essere se non disutile, e se pure di sé costui porge qualche utilità, sarà poco tempo utile, e quando ben durassi assai, credo io piú si debba avere la sanità cara che l'utile.
Cosí adunque piú piaccia a' padri avere el figliuolo lungi da sé sano e forte, che averlo presso a sé infermo e debole.
Basta questo distribuire la gioventú per luoghi bene atti alle compressioni loro? Mainò.
Che gli bisogna piú? Questo ancora: considerare ch'e' cibi tristi, la vita disordinata, e' troppi disagi sono le cagioni di fargli cadere in le infermità e a quel modo uccidergli.
Però si vuole che niuna di quelle necessità gli nuoca, e che nelle debolezze e nelle malattie se gli abbia ogni diligenza per rifermarlo e sanarlo.
Né vi si risparmi nulla, però che essere tegnente e massaio in que' bisogni sarebbe non virtú ma avarizia.
Né si loda la masserizia se non solo per potere a questi e agli altri casi provedere e sovenire, e non essere a' bisogni largo e prodigo torna vergogna e danno.
Troppo grandissima ed estrema avarizia mi parrebbe non avere la vita e salute d'uno uomo piú cara ch'e' danari.
Troppo stimo a ciascun paia crudelità abandonare lo 'nfermo, non curare di perdere quel parente per conservare e conferire altrove qualche danaio.
E poiché noi abbiamo fatto menzione del non abandonare lo 'nfermo parente, parmi da non tacere quello ch'io dirò testé, cose piú tosto utili alla famiglia che grate agli uomini troppo piatosi.
Fu sempre la pietà e umanità tra le prime virtú dell'animo molto lodata, e giudicasi officio di pietà, debit