I MALAVOGLIA, di Giovanni Verga - pagina 10
...
.
Nella paranza lo canzonavano perché la Sara l'aveva piantato, mentre serravano le vele, e la Carmela vogava in tondo lenta lenta, lasciandosi dietro le reti come la coda di un serpente.
- "Carne di porco ed uomini di guerra durano poco", dice il proverbio, per questo Sara ti ha piantato.
- "Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano"; aggiunse lo zio Cola.
- Delle innamorate ne ho quante ne voglio, rispose 'Ntoni; a Napoli mi correvano dietro come i cagnolini.
- A Napoli ci avevi il vestito di panno, e il berretto collo scritto, e le scarpe ai piedi, disse Barabba.
- Che vi son delle belle ragazze come qui, a Napoli?
- Le belle ragazze di qui non sono degne di portargli le scarpe, a quelle di Napoli.
Io ne avevo una colla veste di seta, e nastri rossi nei capelli, il corsetto ricamato, e le spalline d'oro come quelle del comandante.
Un bel pezzo di ragazza così, che portava a spasso i bambini dei padroni, e non faceva altro.
- Bello stare deve essere da quelle parti! osservò Barabba.
- A voi di sinistra! fermi i remi! gridò padron 'Ntoni.
- Sangue di Giuda! che mi fate andare la paranza sulle reti! cominciò a strillare lo zio Cola al timone.
La volete finire colle chiacchiere; stiamo qui a grattarci la pancia, o a fare il mestiere?
- È la maretta che ci accula; disse 'Ntoni.
- Staglia da quella parte, figlio di porco, gli gridò Barabba; colle regine che ci hai in testa ci fai perdere la giornata!
- Sacramento! rispose allora 'Ntoni col remo in aria, se lo dici un'altra volta, te lo do sulla testa.
- Che novità è questa? saltò su lo zio Cola dal timone, l'hai imparato da soldato, che non si può dire più una parola?
- Allora me ne vado; rispose 'Ntoni.
- E tu vattene, che coi suoi denari padron Fortunato ne troverà un altro.
- "Al servo pazienza, al padrone prudenza" disse padron 'Ntoni.
'Ntoni continuò a remare brontolando, perché non poteva andarsene a piedi, e compare Mangiacarrubbe, per metter la pace, disse che era ora di far colazione.
In quel momento spuntava il sole, e un sorso di vino si beveva volentieri, pel fresco che s'era messo.
Allora quei ragazzi si misero a lavorare di mascelle, col fiasco fra le gambe, mentre la paranza mareggiava adagio adagio fra il largo cerchio dei sugheri.
- Una pedata per di dietro a chi parla per il primo! disse lo zio Cola.
Per non buscarsi la pedata tutti si misero a masticare come buoi, guardando le onde che venivano dal largo, e si rotolavano senza spuma, quelle otri verdi che in un giorno di sole fanno pensare al cielo nero e al mare color di lavagna.
- Padron Cipolla le lascerà correre quattro bestemmie stasera; saltò su lo zio Cola; ma non ci abbiamo che fare.
Col mare fresco non se ne piglia pesci.
Prima compare Mangiacarrubbe gli sferrò una pedata, perché lo zio Cola che aveva fatta la legge aveva parlato pel primo; e poi rispose: - Intanto ora che siamo qui, aspettiamo a tirare le reti.
- La maretta viene dal largo, e a noi ci giova; aggiunse padron 'Ntoni.
- Ahi! borbottava intanto lo zio Cola.
Ora che il silenzio era rotto, Barabba chiese a 'Ntoni Malavoglia: - Me lo dai un mozzicone di sigaro?
- Non ne ho, rispose 'Ntoni, senza pensare più alla quistione di poco prima, ma te ne darò mezzo del mio.
Gli uomini della paranza, seduti sul fondo, colla schiena contro il banco e le mani dietro il capo, cantavano delle canzonette, ognuno per suo conto, adagio adagio, per non addormentarsi, che infatti socchiudevano gli occhi sotto il sole lucente; e Barabba faceva scoppiettare le dita, come i cefali sguizzavano fuori dell'acqua.
- Essi non hanno nulla da fare, diceva 'Ntoni, e si divertono a saltare.
- Buono questo sigaro! rispose Barabba, ne fumavi a Napoli, di questi?
- Sì, ne fumavo tanti.
- Però i sugheri cominciano ad affondare, osservò compare Mangiacarrubbe.
- Lo vedi dove si è persa la Provvidenza con tuo padre? disse Barabba; laggiù al Capo, dove c'è l'occhio del sole su quelle case bianche, e il mare sembra tutto d'oro.
- Il mare è amaro e il marinaro muore in mare; rispose 'Ntoni.
Barabba gli passò il suo fiasco, e dopo si misero a brontolare sottovoce dello zio Cola, il quale era un cane per gli uomini della paranza, quasi padron Cipolla fosse là presente, a vedere quel che facevano e quel che non facevano.
- Tutto per fargli credere che senza di lui la paranza non andrebbe, aggiunse Barabba.
Sbirro!
- Ora gli dirà che il pesce l'ha preso lui, per l'abilità sua, con tutto il mare fresco.
Guarda come affondano le reti, i sugheri non si vedono più.
- O ragazzi! gridò lo zio Cola, vogliamo tirare le reti? perché se ci arriva la maretta ce le strappa di mano.
- Ohi! oohi! cominciarono a vociare gli uomini della ciurma passandosi la fune.
- San Francesco! esclamava lo zio Cola, ei non par vero che abbiamo preso tutta questa grazia di Dio, colla maretta.
Le reti formicolavano e scintillavano al sole a misura che s'affacciavano dall'acqua, e tutto il fondo della paranza sembrava pieno d'argento vivo.
- Padron Fortunato ora sarà contento, mormorò Barabba, tutto rosso e sudato, e non ci rinfaccerà quei tre carlini che ci dà per la giornata.
- Questo ci tocca a noi! aggiunse 'Ntoni, a romperci la schiena per gli altri; e poi quando abbiamo messo assieme un po' di soldi, viene il diavolo e se li mangia.
- Di che ti lagni? gli disse il nonno, non te la dà la tua giornata compare Fortunato?
I Malavoglia si arrabattavano in tutti i modi per far quattrini.
La Longa prendeva qualche rotolo di tela da tessere, e andava anche al lavatoio per conto degli altri; padron 'Ntoni coi nipoti s'erano messi a giornata, s'aiutavano come potevano, e se la sciatica piegava il vecchio come un uncino, rimaneva nel cortile a rifar le maglie alle reti, a raccomodar nasse, e mettere in ordine degli attrezzi, ché era pratico di ogni cosa del mestiere.
Luca andava a lavorare nel ponte della ferrovia, per cinquanta centesimi al giorno, sebbene suo fratello 'Ntoni dicesse che non bastavano per le camicie che sciupava a trasportar sassi nel corbello; ma Luca non badava che si sciupava anche le spalle, e Alessi andava a raccattar dei gamberi lungo gli scogli, o dei vermiciattoli per l'esca, che si vendevano a dieci soldi il rotolo, e alle volte arrivava sino all'Ognina e al Capo dei Mulini, e tornava coi piedi in sangue.
Ma compare Zuppiddu si prendeva dei bei soldi ogni sabato, per rabberciare la Provvidenza, e ce ne volevano delle nasse da acconciare, dei sassi della ferrovia, dell'esca a dieci soldi, e della tela da imbiancare, coll'acqua sino ai ginocchi e il sole sulla testa, per fare quarant'onze! I Morti erano venuti, e lo zio Crocifisso non faceva altro che passeggiare per la straduccia, colle mani dietro la schiena, che pareva il basilisco.
- Questa è storia che va a finire coll'usciere! andava dicendo lo zio Crocifisso con don Silvestro e con don Giammaria il vicario.
- D'usciere non ci sarà bisogno, zio Crocifisso, gli rispose padron 'Ntoni quando venne a sapere quello che andava dicendo Campana di legno.
I Malavoglia sono stati sempre galantuomini, e non hanno avuto bisogno d'usciere.
- A me non me ne importa; rispose lo zio Crocifisso colle spalle al muro, sotto la tettoia del cortile, mentre stavano accatastando i suoi sarmenti: Io non so altro che devo esser pagato.
Finalmente, per intromissione del vicario, Campana di legno si contentò di aspettare a Natale ad esser pagato, prendendosi per frutti quelle settantacinque lire che Maruzza aveva raccolto soldo a soldo in fondo alla calza nascosta sotto il materasso.
- Ecco com'è la cosa! borbottava 'Ntoni di padron 'Ntoni; lavoriamo notte e giorno per lo zio Crocifisso.
Quando abbiamo messo insieme una lira, se la prende Campana di legno.
Il nonno, colla Maruzza, si consolavano a far castelli in aria per l'estate, quando ci sarebbero state le acciughe da salare, e i fichidindia a dieci un grano, e facevano dei grandi progetti d'andare alla tonnara, e per la pesca del pesce spada, dove si buscava una buona giornata, e intanto mastro Turi avrebbe messo in ordine la Provvidenza.
I ragazzi stavano attenti, col mento in mano, a quei discorsi che si facevano sul ballatoio, o dopo cena; ma 'Ntoni che veniva da lontano, e il mondo lo conosceva meglio degli altri, si annoiava a sentir quelle chiacchiere, e preferiva andarsene a girandolare attorno all'osteria, dove c'era tanta gente che non faceva nulla, e anche lo zio Santoro, il quale era il peggio che ci potesse essere, faceva quel mestiere leggiero di stendere la mano a chi passava, e biascicare avemarie; o se ne andava da compare Zuppiddu, col pretesto di vedere a che stato fosse la Provvidenza, per far quattro chiacchiere con Barbara, la quale veniva a metter frasche sotto il calderotto della pece, quando c'era compare 'Ntoni.
- Voi siete sempre in faccende, comare Barbara, le diceva 'Ntoni, e siete il braccio destro della casa; per questo vostro padre non vi vuol maritare.
- Non mi vuol maritare con quelli che non fanno per me, - rispondeva Barbara, "pari con pari e statti coi tuoi".
- Io ci starei anch'io coi vostri, per la madonna! se voleste voi, comare Barbara...
- Che discorsi mi fate, compare 'Ntoni.
La mamma è a filare nel cortile, e sta a sentirci.
- Dicevo per quelle frasche che son verdi, e non vogliono accendere.
Lasciate fare a me.
- Che è vero che venite qui per vedere la Mangiacarrubbe, quando si affaccia alla finestra?
- Io ci vengo qui per tutt'altro, comare Barbara.
Ci vengo per vedere a che stato è la Provvidenza.
- È a buon stato, e il babbo ha detto che per la vigilia di Natale la metterete in mare.
Come s'avvicinava la novena di Natale i Malavoglia non facevano altro che andare e venire dal cortile di mastro Turi Zuppiddu.
Intanto il paese intero si metteva in festa; in ogni casa si ornavano di frasche e d'arance le immagini dei santi, e i fanciulli si affollavano dietro la cornamusa che andava a suonare davanti alle cappellette colla luminaria, accanto agli usci.
Solo in casa dei Malavoglia la statua del Buon Pastore rimaneva all'oscuro, mentre 'Ntoni di padron 'Ntoni correva a fare il gallo di qua e di là, e Barbara Zuppidda gli diceva:
- Almeno ci penserete che ho squagliata la pece per la Provvidenza, quando sarete in mare?
Piedipapera predicava che tutte le ragazze se lo rubavano.
- Chi è rubato son io! piagnucolava lo zio Crocifisso.
Voglio un po' vedere d'onde prenderanno i denari dei lupini, se 'Ntoni si marita, e se devono anche dare la dote alla Mena, col censo che hanno sulla casa, e tutti quegli imbrogli dell'ipoteca che son saltati fuori all'ultimo.
Il Natale eccolo qua, ma i Malavoglia ancora non li ho visti.
Padron 'Ntoni tornava a cercarlo in piazza, o sotto la tettoia, e gli diceva: - Cosa volete che si faccia se non ho denari? Spremete il sasso per cavarne sangue! Aspettatemi sino a giugno, se volete farmi questo favore, o prendetevi la Provvidenza e la casa del nespolo.
Io non ci ho altro.
- Io voglio i miei danari, ripicchiava Campana di legno colle spalle al muro.
Avete detto che siete galantuomini, e che non pagate colle chiacchiere della Provvidenza e della casa del nespolo.
Egli ci perdeva l'anima ed il corpo, ci aveva rimesso il sonno e l'appetito, e non poteva nemmeno sfogarsi col dire che quella storia andava a finire coll'usciere, perché subito padron 'Ntoni mandava don Giammaria o il segretario, a domandar pietà, e non lo lasciavano più venire in piazza, per gli affari suoi, senza metterglisi alle calcagna, sicché tutti nel paese dicevano che quelli erano danari del diavolo.
Con Piedipapera non poteva sfogarsi perché gli rimbeccava subito che i lupini erano fradici, e che egli faceva il sensale.
- Ma quel servizio lì potrebbe farmelo! disse a un tratto fra di sé - e non dormì più quella notte, tanto gli piacque la trovata - e andò a trovare Piedipapera appena fatto giorno, che ancora si stirava le braccia e sbadigliava sull'uscio.
- Voi dovreste fingere che mi comprate il mio credito, gli disse, così potremo mandare l'usciere dai Malavoglia, e non vi diranno che fate l'usuraio, se volete riavere il vostro denaro, né che è danaro del diavolo.
- Vi è venuta stanotte la bella idea? sghignazzò Piedipapera, che mi avete svegliato all'alba per dirmela? - Son venuto a dirvi pure per quei sarmenti; se li volete potete venire a pigliarveli.
- Allora potete mandare per l'usciere, rispose Piedipapera; ma le spese le fate voi.
Quella buona donna di comare Grazia s'era affacciata apposta in camicia per dire a suo marito: - Cosa è venuto a confabulare con voi lo zio Crocifisso? Lasciateli stare quei poveri Malavoglia, che ne hanno tanti di guai! - Tu va a filare! rispondeva compare Tino.
Le donne hanno i capelli lunghi ed il giudizio corto.
- E se ne andò zoppicando a bere l'erbabianca da compare Pizzuto.
- Vogliono dargli il cattivo Natale a quei poveretti, mormorava comare Grazia colle mani sulla pancia.
Davanti a ogni casa c'era la cappelletta adornata di frasche e d'arance, e la sera vi accendevano le candele, quando veniva a suonare la cornamusa, e cantavano la litania che era una festa per ogni dove.
I bambini giocavano ai nocciuoli, nella strada, e se Alessi si fermava a guardare colle gambe aperte, gli dicevano:
- Tu vattene, se non hai nocciuoli per giocare.
- Ora vi pigliano la casa.
Infatti la vigilia di Natale venne apposta l'usciere in carrozza pei Malavoglia, talché tutto il paese si mise in subbuglio; e andò a lasciare un foglio di carta bollata sul canterano, accanto alla statua del Buon Pastore.
- L'avete visto l'usciere che è venuto pei Malavoglia? andava dicendo comare Venera.
- Ora stanno freschi!
Suo marito, che non gli pareva vero di aver ragione, allora cominciò a gridare e a strepitare.
- Io l'avevo detto, santi del Paradiso! che quel 'Ntoni a bazzicare per la casa non mi piaceva!
- Voi state zitto che non sapete nulla! gli rimbeccava la Zuppidda.
Questi sono affari nostri.
Le ragazze si maritano così, se no vi restano sulla pancia, come le casseruole vecchie.
- Che maritare! ora che è venuto l'usciere!
Allora la Zuppidda gli piantava le mani sulla faccia.
- Che lo sapevate che doveva venire l'usciere? Voi abbaiate sempre a cose fatte, ma un dito, che è un dito, non lo sapete muovere.
Infine l'usciere non se la mangia, la gente.
L'usciere è vero che non si mangia la gente, ma i Malavoglia erano rimasti come se li avesse presi un accidente tutti in una volta, e stavano nel cortile, seduti in cerchio, a guardarsi in viso, e quel giorno dell'usciere non si misero a tavola in casa dei Malavoglia.
- Sacramento! esclamava 'Ntoni.
Siamo sempre come i pulcini nella stoppa, ed ora mandano l'usciere per tirarci il collo.
- Cosa faremo? diceva la Longa.
Padron 'Ntoni non lo sapeva, ma infine si prese in mano la carta bollata e andò a trovare lo zio Crocifisso coi due nipoti più grandicelli, per dirgli di prendersi la Provvidenza, che mastro Turi l'aveva rattoppata allora allora, e al poveraccio gli tremava la voce come quando gli era morto il figlio Bastianazzo.
- Io non so niente, gli rispose Campana di legno.
Io non c'entro più.
Ho venduto il mio credito a Piedipapera e dovete sbrigarvela con lui.
Piedipapera appena li vide venire in processione cominciò a grattarsi il capo.
- Cosa volete che ci faccia? rispose lui; io sono un povero diavolo e ho bisogno di quei denari, e della Provvidenza non so che farne, perché non è il mio mestiere; ma se la vuole lo zio Crocifisso vi aiuterò a venderla.
Or ora torno.
Quei poveracci rimasero ad aspettare seduti sul muricciolo, e senza aver coraggio di guardarsi in faccia; ma gettavano occhiate lunghe sulla strada donde s'aspettava Piedipapera, il quale comparve finalmente adagio adagio - ma quando voleva sapeva arrancare speditamente colla sua gamba storpia.
- Dice che è tutta rotta come una scarpa vecchia, e non sa che farsene; gridò da lontano; - mi dispiace, ma non ho potuto far nulla.
Così i Malavoglia se ne tornarono a casa colla carta bollata in mano.
Pure qualche cosa bisognava fare, perché quella carta bollata lì, posata sul canterano, avevano inteso dire, si sarebbe mangiato il canterano, la casa e tutti loro.
- Qui ci vuole un consiglio di don Silvestro il segretario, suggerì Maruzza.
Portategli quelle due galline là, e qualche cosa vi saprà dire.
Don Silvestro disse che non c'era tempo da perdere, e li mandò da un bravo avvocato, il dottor Scipioni, il quale stava di casa in via degli Ammalati, di faccia allo stallatico dello zio Crispino, ed era giovane, ma quanto a chiacchiere ne possedeva da mettersi in tasca tutti gli avvocati vecchi che pretendevano cinque onze per aprir la bocca, mentre lui si contentava di venticinque lire.
L'avvocato Scipioni stava facendo delle spagnolette, e li fece andare e venire due o tre volte prima di dar loro pratica; il bello poi era che andavano tutti in processione, l'un dietro l'altro, e da principio ci si accompagnava anche la Longa colla bimba in collo, per aiutare a dire le proprie ragioni, e così perdevano tutti la giornata.
Quando poi l'avvocato ebbe letto le carte, e poté capire qualche cosa dalle risposte ingarbugliate che doveva strappare con le tenaglie a padron 'Ntoni, mentre gli altri se ne stavano appollaiati sulle loro scranne senza osare di fiatare, si mise a ridere di tutto cuore, e gli altri ridevano con lui, senza sapere perché, per ripigliar fiato.
- Niente, rispose l'avvocato; non c'è da far niente; - e siccome padron 'Ntoni tornava a dire che era venuto l'usciere, - L'usciere lasciatelo venire anche una volta al giorno, così il creditore si stancherà più presto di rimetterci le spese.
Non potranno prendervi nulla, perché la casa è dotale, e per la barca faremo il reclamo in nome di mastro Turi Zuppiddu.
Vostra nuora non c'entra nella compera dei lupini.
L'avvocato seguitò a parlare senza sputare, senza grattarsi il capo, per più di venticinque lire, talmente che padron 'Ntoni e i suoi nipoti si sentivano venire l'acquolina in bocca di parlare anche loro, di spifferare la loro brava difesa che si sentivano gonfiare in testa; e se ne andarono intontiti, sopraffatti da tutte quelle ragioni che avevano, ruminando e gesticolando le chiacchiere dell'avvocato per tutta la strada.
Maruzza che stavolta non era andata, come li vide arrivare colla faccia rossa e gli occhi lucenti, si sentì sgravare di un gran peso anche lei, e si rasserenò in viso aspettando che dicessero quel che aveva detto l'avvocato.
Ma nessuno apriva bocca e stavano a guardarsi l'un l'altro.
- Ebbene, domandò infine Maruzza la quale moriva d'impazienza.
- Niente! non c'è paura di niente! rispose tranquillamente padron 'Ntoni.
- E l'avvocato? - Sì, l'avvocato l'ha detto lui che non ci è paura di niente.
- Ma cosa ha detto? insisté Maruzza.
- Eh, lui sa dirle le cose; un uomo coi baffi! Benedette quelle venticinque lire!
- Ma infine cos'ha detto di fare?
Il nonno guardò il nipote, e 'Ntoni guardò il nonno.
- Nulla, rispose alfine padron 'Ntoni.
Ha detto di non far nulla.
- Non gli pagheremo niente, aggiunse 'Ntoni più ardito, perché non può prenderci né la casa né la Provvidenza...
Non gli dobbiamo nulla.
- E i lupini?
- È vero! e i lupini? ripeté padron 'Ntoni.
- I lupini?...
Non ce li abbiamo mangiati, i suoi lupini; non li abbiamo in tasca; e non può prenderci nulla lo zio Crocifisso; l'ha detto l'avvocato, che ci rimetterà le spese.
Allora successe un momento di silenzio; intanto Maruzza non sembrava persuasa.
- Dunque ha detto di non pagare?
'Ntoni si grattò il capo, e il nonno soggiunse: - È vero, i lupini ce li ha dati, e bisogna pagarli.
Non c'era che dire.
Adesso che l'avvocato non era più là, bisognava pagarli.
Padron 'Ntoni scrollando il capo borbottava:
- Questo poi no! questo non l'hanno mai fatto i Malavoglia.
Lo zio Crocifisso si piglierà la casa, e la barca, e tutto, ma questo poi no!
Il povero vecchio era confuso; ma la nuora piangeva in silenzio nel grembiule.
- Allora bisogna andare da don Silvestro; conchiuse padron 'Ntoni.
E di comune accordo, nonno, nipoti e nuora, persino la bimba, andarono di nuovo in processione dal segretario comunale, per chiedergli come dovevano fare per pagare il debito, senza che lo zio Crocifisso mandasse dell'altre carte bollate, che si mangiavano la casa, la barca e tutti loro.
Don Silvestro, il quale sapeva di legge, stava passando il tempo costruendo una gabbia a trappola che voleva regalare ai bambini della Signora.
Ei non faceva come l'avvocato, e li lasciò chiacchierare e chiacchierare, seguitando ad infilar gretole nelle cannucce.
Infine disse quel che ci voleva: - Orbè, se la gnà Maruzza ci mette la mano, ogni cosa si sarebbe aggiustata.
La povera donna non sapeva indovinare dove dovesse mettere la sua mano.
- Dovete metterla nella vendita, le disse don Silvestro, e rinunziare all'ipoteca della dote, quantunque i lupini non li abbiate presi voi.
- I lupini li abbiamo presi tutti! mormorava la Longa, e il Signore ci ha castigati tutti insieme col prendersi mio marito.
Quei poveri ignoranti, immobili sulle loro scranne, si guardavano fra di loro, e don Silvestro intanto rideva sotto il naso.
Poi mandò a chiamare lo zio Crocifisso, il quale venne ruminando una castagna secca, giacché aveva finito allora di desinare, e aveva gli occhietti più lustri del solito.
Dapprincipio non voleva sentirne nulla, e diceva che lui non ci entrava più, e non era affar suo.
- Io sono come il muro basso, che ognuno ci si appoggia e fa il comodo suo, perché non so parlare come un avvocato, e non so dire le mie ragioni; la mia roba par roba rubata, ma quel che fanno a me lo fanno a Gesù Crocifisso che sta in croce; e seguitava a borbottare e brontolare colle spalle al muro, e le mani ficcate nelle tasche; né si capiva nemmeno quel che dicesse per quella castagna che ci aveva in bocca.
Don Silvestro sudò una camicia per fargli entrare in testa che infine i Malavoglia non potevano dirsi truffatori, se volevano pagare il debito, e la vedova rinunziava all'ipoteca.
- I Malavoglia si contentano di restare in camicia per non litigare; ma se li mettete colle spalle al muro, cominciano a mandar carta bollata anche loro, e chi s'è visto s'è visto.
Infine un po' di carità bisogna averla, santo diavolone! Volete scommettere che se continuate a piantare i piedi in terra come un mulo, non avrete niente?
E lo zio Crocifisso allora rispondeva: - Quando mi prendono da questo lato non so più che dire; e promise di parlarne a Piedipapera.
- Per riguardo all'amicizia io farei qualunque sacrificio.
- Padron 'Ntoni poteva dirlo, se per un amico avrebbe fatto questo ed altro; e gli offrì la tabacchiera aperta, fece una carezza alla bimba, e le regalò una castagna.
- Don Silvestro conosce il mio debole; io non so dir di no.
Stasera parlerò con Piedipapera, e gli dirò di aspettare sino a Pasqua; purché comare Maruzza ci metta la mano.
- Comare Maruzza non sapeva dove bisognava metterla, la mano, e rispose che ce l'avrebbe messa anche subito.
- Allora potete mandare a prendervi quelle fave che mi avete chiesto per seminarle; - disse poi lo zio Crocifisso a don Silvestro, prima di andarsene.
- Va bene, va bene, rispose don Silvestro; lo so che per gli amici avete il cuore grande quanto il mare.
Piedipapera davanti alla gente non voleva sentir parlare di dilazione; e strillava e si strappava i capelli, che lo volevano ridurre in camicia, e volevano lasciarlo senza pane per tutto l'inverno, lui e sua moglie Grazia, dopo che l'avevano persuaso a comprare il debito dei Malavoglia, e quelle erano cinquecento lire l'una meglio dell'altra, che s'era levate di bocca per darle allo zio Crocifisso.
Sua moglie Grazia, poveretta, spalancava gli occhi, perché non sapeva di dove li avesse presi quei denari, e metteva buone parole pei Malavoglia, i quali erano brava gente, e tutti li avevano sempre conosciuti per galantuomini nel vicinato.
Lo zio Crocifisso adesso prendeva anche lui la parte dei Malavoglia.
- Han detto che pagheranno, e se non potranno pagare vi lasceranno la casa.
La gnà Maruzza ci metterà la mano anche lei.
Non lo sapete che al giorno d'oggi per avere il fatto suo bisogna fare come si può? - Allora Piedipapera s'infilò il giubbone di furia, e se ne andò via bestemmiando, che facessero pure come volevano, lo zio Crocifisso e sua moglie, giacché lui non contava per nulla in casa.
CAPITOLO 7
Quello fu un brutto Natale pei Malavoglia; giusto in quel tempo anche Luca prese il suo numero alla leva, un numero basso da povero diavolo, e se ne andò a fare il soldato senza tanti piagnistei, che oramai ci avevano fatto il callo.
Stavolta 'Ntoni accompagnando il fratello col berretto sull'orecchio, talché pareva fosse lui che partisse, gli diceva che non era nulla, e anche lui aveva fatto il soldato.
Quel giorno pioveva, e la strada era tutta una pozzanghera.
- Non voglio che mi accompagniate - ripeteva Luca alla mamma; - già la stazione è lontana.
- E stava sull'uscio a veder piovere sul nespolo, col suo fardelletto sotto il braccio.
Poi baciò la mano al nonno e alla mamma, e abbracciò Mena e i fratelli.
Così la Longa se lo vide partire sotto l'ombrello, accompagnato da tutto il parentado, saltando sui ciottoli della stradicciuola ch'era tutta una pozzanghera, e il ragazzo siccome era giudizioso quanto il nonno, si rimboccò i calzoni sul ballatoio, sebbene non li avrebbe messi più, ora che lo vestivano da soldato.
- Questo qui non scriverà per danari, quando sarà laggiù, pensava il vecchio; e se Dio gli dà giorni lunghi, la tira su un'altra volta la casa del nespolo.
Ma Dio non gliene diede giorni lunghi, appunto perché era fatto di quella pasta; - e quando giunse più tardi la notizia che era morto, alla Longa le rimase quella spina che l'aveva lasciato partire colla pioggia, e non l'aveva accompagnato alla stazione.
- Mamma! disse Luca tornando indietro, perché gli piangeva il cuore di lasciarla così zitta zitta sul ballatoio, come la Madonna addolorata; quando tornerò vi avviserò prima, e così verrete ad incontrarmi tutti alla stazione.
- E quelle parole Maruzza non le dimenticò finché le chiusero gli occhi; e sino a quel giorno si portò fitta nel cuore quell'altra spina che il suo ragazzo non assisteva alla festa che si fece quando misero di nuovo in mare la Provvidenza, mentre c'era tutto il Paese, e Barbara Zuppidda s'era affacciata colla scopa per spazzar via i trucioli.
- Lo faccio per amor vostro; aveva detto a 'Ntoni di padron 'Ntoni; perché è la vostra Provvidenza.
- Voi colla scopa in mano sembrate una regina: rispose 'Ntoni.
- In tutta Trezza non c'è una brava massaia come voi!
- Ora che vi portate via la Provvidenza non ci verrete più da queste parti, compare 'Ntoni.
- Sì che ci verrò.
E poi per andare alla sciara questa è la strada più corta.
- Ci verrete per vedere la Mangiacarrubbe, che si mette alla finestra quando passate.
- La Mangiacarrubbe gliela lascio a Rocco Spatu, ché ci ho altro pel capo.
- Chissà quante ce ne avete in testa, delle belle ragazze di fuori regno, non è vero?
- Qui ce n'è pure delle belle ragazze, comare Barbara, e lo so io.
- Davvero?
- Per l'anima mia!
- O a voi che ve ne importa?
- Me ne importa, sì! ma ad esse non gliene importa di me, perché ci hanno i zerbinotti che passeggiano sotto le finestre, colle scarpe inverniciate.
- Io non le guardo nemmeno, le scarpe inverniciate, per la Madonna dell'Ognina! La mamma dice che le scarpe inverniciate son fatte per mangiarci la dote e ogni cosa; e qualche bel giorno vuole uscire fuori sulla strada, colla rocca in mano, a fare una commedia con quel don Silvestro, se non mi lascia in pace.
- Che lo dite sul serio, comare Barbara?
- Sì, davvero!
- Questa cosa mi piace! disse 'Ntoni.
- Sentite, andateci il lunedì alla sciara, quando mia madre va alla fiera.
- Al lunedì il nonno non mi lascerà pigliar fiato, ora che mettiamo in mare la Provvidenza.
Appena mastro Turi disse che la barca era in ordine, padron 'Ntoni venne a pigliarsela coi suoi ragazzi, e tutti gli amici, e la Provvidenza, mentre camminava verso la marina, barcollava sui sassi come avesse il mal di mare, in mezzo alla folla.
- Date qua! gridava più forte di tutti compare Zuppiddu; ma gli altri sudavano e gridavano per spingerla sui regoli, quando la barca inciampava nei sassi.
- Lasciate fare a me; se no me la piglio in braccio come una bambina, e ve la metto nell'acqua tutta in una volta.
- Compare Turi è capace di farlo, con quelle braccia! dicevano alcuni.
Oppure: - Adesso i Malavoglia si mettono di nuovo a cavallo.
- Quel diavolo di compare Zuppiddu ci ha le fate nelle mani! esclamavano.
Guardate come l'ha ridotta, che prima sembrava una scarpaccia vecchia addirittura!
E davvero adesso la Provvidenza sembrava tutt'altra cosa, lucente della pece nuova, e con quella bella fascia rossa lungo il bordo, e sulla poppa il san Francesco colla barba che sembrava di bambagia, talché persino la Longa si era riconciliata colla Provvidenza, da quando era tornata senza suo marito, e aveva fatto la pace per la paura, ora che era venuto l'usciere.
- Viva san Francesco! gridava ognuno come vedeva passare la Provvidenza, e il figlio della Locca gridava più forte degli altri, per la speranza che adesso padron 'Ntoni prendesse a giornata anche lui.
Mena si era affacciata sul ballatoio, e piangeva un'altra volta dalla contentezza, e fin la Locca si alzò e andò colla folla anche lei dietro i Malavoglia.
- O comare Mena, questa deve essere una bella giornata per voi altri; le diceva Alfio Mosca dalla sua finestra dirimpetto; dev'essere come quando potrò comprare il mio mulo.
- E l'asino lo venderete?
- Come volete che faccia? Io non sono ricco come Vanni Pizzuto; se no, in coscienza, non lo venderei.
- Povera bestia!
- Se avessi a dar da mangiare a un'altra bocca prenderei moglie, e non starei solo come un cane! disse Alfio ridendo.
Mena non sapeva che dire, ed Alfio aggiunse poi:
- Ora che ci avete in mare la Provvidenza, vi mariteranno con Brasi Cipolla.
- Il nonno non mi ha detto nulla.
- Ve lo dirà dopo.
Ancora c'è tempo.
Da ora a quando vi mariterete chissà quante cose succederanno, e per quali strade andrò col mio carro? Mi hanno detto che alla Piana, al di là della città, c'è da lavorare per tutti alla ferrovia.
Ora la Santuzza s'è intesa con massaro Filippo, pel mosto nuovo, e non avrò più nulla da far qui.
Padron Cipolla invece, malgrado che i Malavoglia si fossero messi di nuovo a cavallo, continuava a scrollare il capo, e andava sentenziando che era un cavallo senza gambe; lui lo sapeva dove erano le magagne, nascoste sotto la pece nuova.
- Una Provvidenza rattoppata! - sogghignava lo speziale - sciroppo d'altea, e mucillaggine di gomma arabica, come la monarchia costituzionale.
Vedrete che gli faranno pagare anche la ricchezza mobile, a padron 'Ntoni.
- Fin l'acqua che si beve ci faranno pagare.
Ora dice che metteranno il dazio sulla pece.
Per questo padron 'Ntoni si è affrettato a far allestire la sua barca; contuttoché mastro Turi Zuppiddu avanza ancora cinquanta lire da lui.
- Chi ha avuto giudizio è stato lo zio Crocifisso, che ha venduto a Piedipapera il credito dei lupini.
- Ora, se la ruota non gira pei Malavoglia, la casa del nespolo se la piglia Piedipapera; e la Provvidenza torna da compare Zuppiddu.
Intanto la Provvidenza era scivolata in mare come un'anitra, col becco in aria, e ci sguazzava dentro, si godeva il fresco, dondolandosi mollemente, nell'acqua verde, che le colpettava attorno ai fianchi, e il sole le ballava sulla vernice.
Padron 'Ntoni, se la godeva anche lui, colle mani dietro la schiena e le gambe aperte, aggrottando un po' le ciglia, come fanno i marinai quando vogliono vederci bene anche al sole, che era un bel sole d'inverno, e i campi erano verdi, il mare lucente, e il cielo turchino che non finiva mai.
Così tornano il bel sole e le dolci mattine d'inverno anche per gli occhi che hanno pianto, e li hanno visti del color della pece, e ogni cosa si rinnova come la Provvidenza, che era bastata un po' di pece e di colore, e quattro pezzi di legno, per farla tornare nuova come prima, e chi non vede più nulla sono gli occhi che non piangono più, e sono chiusi dalla morte.
- Compare Bastianazzo non poté vederla questa festa! pensava fra di sé comare Maruzza andando innanzi e indietro davanti all'orditoio, a disporre la trama, che quei regoli e quelle traverse glieli aveva fatti tutti suo marito colle sue mani, la domenica o quando pioveva, e li aveva piantati lui stesso nel muro.
Ogni cosa in quella casa parlava ancora di lui, e c'era il suo paracqua d'incerata in un cantuccio e le sue scarpe quasi nuove sotto il letto.
Mena, mentre imbozzimava l'ordito, aveva il cuore nero anch'essa, pensando a compare Alfio, il quale se ne andava alla Bicocca, e avrebbe venduto il suo asino, povera bestia! ché i giovani hanno la memoria corta, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante; e a ponente non ci guardano altro che i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte.
- Ora che hanno rimesso in mare la Provvidenza, disse infine Maruzza, vedendo la figliuola pensierosa, tuo nonno ha ripreso ad andare con padron Cipolla; li ho visti insieme anche stamattina dal ballatoio, davanti alla tettoia di Peppi Naso.
- Padron Fortunato è ricco e non ha nulla da fare, e se ne sta in piazza tutto il giorno; rispose Mena.
- Sì, e suo figlio Brasi ne ha della grazia di Dio.
Ora che abbiamo la nostra barca, e i nostri uomini non dovranno andare a giornata, ci trarremo fuori dalla stoppa anche noi; e se le anime del Purgatorio ci aiutano a levarci il debito dei lupini, si potrà cominciare a pensare alle altre cose.
Tuo nonno non ci dorme, sta tranquilla, e quanto a questo non ve lo farà sentire che avete perso il padre, ché è come un altro padre, lui.
Poco dopo arrivò padron 'Ntoni carico di reti, che pareva una montagna, e non gli si vedeva la faccia.
- Son venuto a riprenderle dalla paranza, disse, e bisogna rivedere le maglie giacché domani armeremo la Provvidenza.
- Perché non vi siete fatto aiutare da 'Ntoni? gli rispose Maruzza tirando per un capo, mentre il vecchio girava in mezzo al cortile come un arcolaio, per dipanare le reti che non finivano più, e pareva un serpente colla coda.
- L'ho lasciato di là da mastro Pizzuto.
Povero ragazzo, ha da lavorare tutta la settimana! E' fa caldo anche in gennaio con quel po' di roba sulle spalle.
Alessi rideva del nonno, vedendolo così rosso e curvo come un amo, e il nonno gli disse: - Guarda che qui fuori c'è quella povera Locca; suo figlio è in piazza senza far nulla, e non hanno da mangiare.
- Maruzza mandò Alessi dalla Locca, con quattro fave, e il vecchio, asciugandosi il sudore colla manica della camicia, soggiunse: - Ora che ci abbiamo la nostra barca, se arriviamo all'estate, coll'aiuto di Dio, lo pagheremo il debito.
- Ei non sapeva dir altro, e guardava le sue reti, seduto sotto il nespolo, come se le vedesse piene.
- Adesso bisogna far la provvista del sale, prima che ci mettano il dazio, se è vero - andava dicendo colle mani sotto le ascelle.
Compare Zuppiddu lo pagheremo coi primi denari, ed egli mi ha promesso che allora ci darà a credenza la provvista dei barilotti.
- Nel canterano ci sono cinque onze della tela di Mena; aggiunse Maruzza.
- Bravo! con lo zio Crocifisso non voglio farci più debiti, perché non me lo dice il cuore, dopo l'affare dei lupini; ma trenta lire ce le darebbe per la prima volta che andiamo in mare con la Provvidenza.
- Lasciatelo stare! esclamò la Longa, i danari dello zio Crocifisso portano disgrazia! Anche stanotte ho sentito cantare la gallina nera!
- Poveretta! esclamò il vecchio sorridendo al vedere la gallina nera che passeggiava pel cortile colla coda in aria e la cresta sull'orecchio, come se non fosse fatto suo.
Essa fa pure l'uovo tutti i giorni.
Allora Mena prese la parola e si affacciò sull'uscio.
- Ce n'è un paniere pieno di uova, aggiunse, e lunedì, se compare Alfio va a Catania, potete mandare a venderle al mercato.
- Sì, anche queste aiutano a levare il debito! disse padron 'Ntoni; ma voi altri dovreste mangiarvelo qualche uovo, quando avete voglia.
- No, non ne abbiamo voglia, - rispose Maruzza, e Mena soggiunse: - Se le mangiamo noi, compare Alfio non avrà più da venderne al mercato; ora metteremo le uova di anitra sotto la chioccia, e i pulcini si vendono otto soldi l'uno.
Il nonno la guardò in faccia e le disse:
- Tu sei una vera Malavoglia, la mia ragazza!
Le galline starnazzavano nel terriccio del cortile, al sole, e la chioccia, tutta ingrullita, colla sua penna nel naso, scuoteva il becco in un cantuccio; sotto le frasche verdi dell'orto, lungo il muro, c'era appeso su dei piuoli dell'altro ordito ad imbiancare, coi sassi al piede.
- Tutta questa roba fa danari, ripeteva padron 'Ntoni; e colla grazia di Dio, non ci manderanno più via dalla nostra casa.
"Casa mia, madre mia".
- Ora i Malavoglia devono pregare Dio e san Francesco perché la pesca riesca abbondante, diceva intanto Piedipapera.
- Sì, colle annate che corrono! esclamò padron Cipolla, ché in mare ci devono aver buttato il colèra anche per i pesci!
Compare Mangiacarrubbe diceva di sì col capo, e lo zio Cola tornava a parlare del dazio del sale che volevano mettere, e allora le acciughe potevano starsene tranquille, senza spaventarsi più dalle ruote dei vapori, ché nessuno sarebbe più andato a pescarle.
- E ne hanno inventata un'altra! aggiunse mastro Turi il calafato, di mettere anche il dazio sulla pece.
Quelli a cui non gliene importava della pece non dissero nulla; ma lo Zuppiddu seguitò a strillare che egli avrebbe chiuso bottega, e chi aveva bisogno di calafatare la barca poteva metterci la camicia della moglie per stoppa.
Allora si levarono le grida e le bestemmie.
In questo momento si udì il fischio della macchina, e i carrozzoni della ferrovia sbucarono tutt'a un tratto sul pendio del colle, dal buco che ci avevano fatto, fumando e strepitando come avessero il diavolo in corpo.
- Ecco qua! conchiuse padron Fortunato: - la ferrovia da una parte e i vapori dall'altra.
A Trezza non ci si può più vivere, in fede mia!
Nel villaggio successe una casa del diavolo quando volevano mettere il dazio sulla pece.
La Zuppidda, colla schiuma alla bocca, salì sul ballatoio, e si mise a predicare che era un'altra bricconata di don Silvestro, il quale voleva rovinare il paese, perché non l'avevano voluto per marito: non lo volevano nemmeno per compagno alla processione, quel cristiano, né lei né sua figlia! Comare Venera, quando parlava del marito che doveva prendere sua figlia, pareva che la sposa fosse lei.
Mastro Turi avrebbe chiuso bottega, diceva, ma voleva vedere poi come avrebbe fatto la gente a mettere le barche in mare, che si sarebbero mangiati per pane gli uni cogli altri.
Allora le comari si affacciarono sull'uscio, colle conocchie in mano a sbraitare che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse, e volevano dar fuoco alle loro cartacce, e alla casa dove le tenevano.
Gli uomini, come tornavano dal mare, lasciavano gli arnesi ad asciugare, e stavano a guardare dalla finestra la rivoluzione che facevano le mogli.
- Tutto perché è tornato 'Ntoni di padron 'Ntoni, seguitava comare Venera, ed è sempre là, dietro le gonnelle di mia figlia.
- Ora gli danno noia le corna, a don Silvestro.
Infine se non lo vogliamo, cosa pretende? Mia figlia è roba mia, e posso darla a chi mi pare e piace.
Gli ho detto di no chiaro e tondo a mastro Callà, quand'è venuto a fare l'ambasciata in persona, l'ha visto anche lo zio Santoro.
Don Silvestro gli fa fare quel che vuole, a quel Giufà del sindaco; ma io me ne infischio del sindaco e del segretario.
Ora cercano di farci chiudere bottega perché non mi lascio mangiare il fatto mio da questo e da quello! Che razza di cristiani, eh? Perché non l'aumentano sul vino il loro dazio? o sulla carne, che nessuno ne mangia? ma questo non piace a massaro Filippo, per amore della Santuzza, che sono in peccato mortale tutti e due, e lei porta l'abitino di Figlia di Maria per nascondere le sue porcherie, e quel becco dello zio Santoro non vede nulla.
Ognuno tira l'acqua al suo mulino, come compare Naso, che è più grasso dei suoi maiali! Belle teste che abbiamo! Ora vogliamo fargli la festa a tutte coteste teste di pesce della malannata.
Mastro Turi Zuppiddu si dimenava sul ballatoio colla malabestia ed il patarasso in pugno, che voleva far sangue, e non l'avrebbero trattenuto nemmen colle catene.
La bile andava gonfiandosi da un uscio all'altro come le onde del mare in burrasca.
Don Franco si fregava le mani, col cappellaccio in capo, e diceva che il popolo levava la testa; e come vedeva passare don Michele, colla pistola appesa sulla pancia, gli rideva sul naso.
Anche gli uomini, a poco a poco si erano lasciati riscaldare dalle loro donne, e si cercavano l'un l'altro per mettersi in collera; e perdevano la giornata a stare in piazza colle mani sotto le ascelle, e la bocca aperta, ad ascoltare il farmacista il quale predicava sottovoce, perché non udisse sua moglie ch'era di sopra, di fare la rivoluzione, se non erano minchioni, e non badare al dazio del sale o al dazio della pece, ma casa nuova bisognava fare, e il popolo aveva ad essere re.
Invece certuni torcevano il muso e gli voltavano le spalle, dicendo: - Il re vuol essere lui.
Lo speziale è di quelli della rivoluzione, per affamare la povera gente! E se ne andavano piuttosto all'osteria della Santuzza, dove c'era buon vino che scaldava la testa, e compare Cinghialenta e Rocco Spatu facevano per dieci.
Ora che si ricominciava la canzone delle tasse si sarebbe parlato nuovamente di quella del pelo, come la chiamavano la tassa sulle bestie da soma, e di aumentare il dazio sul vino.
- Santo diavolone! stavolta andava a finir male, per la madonna!
Il vino buono faceva vociare, e il vociare metteva sete, intanto che non avevano ancora aumentato il dazio sul vino; e quelli che avevano bevuto levavano i pugni in aria, colle maniche della camicia rimboccate, e se la prendevano persin colle mosche che volavano.
- Questa è come una festa per la Santuzza! dicevano.
Il figlio della Locca, il quale non aveva denari per bere, gridava lì fuori dell'uscio che voleva farsi ammazzare piuttosto, ora che lo zio Crocifisso non lo voleva più nemmeno a mezza paga, per quel suo fratello Menico che s'era annegato coi lupini.
Vanni Pizzuto aveva anche chiuso la bottega, perché nessuno andava più a farsi radere, e portava il rasoio in tasca, e vomitava improperi da lontano, e sputava addosso a coloro che se ne andavano pei fatti loro, coi remi in collo, stringendosi nelle spalle.
- Quelli sono carogne, che non gli importa un corno della patria! sbraitava don Franco, tirando il fumo dalla pipa come se volesse mangiarsela.
Gente che non muoverebbe un dito pel suo paese.
- Tu lasciali dire! diceva padron 'Ntoni a suo nipote, il quale voleva rompere il remo sulla testa a chi gli dava della carogna; colle loro chiacchiere non ci danno pane, né ci levano un soldo di debito dalle spalle.
Lo zio Crocifisso, il quale era di quelli che badano ai fatti propri, e quando gli cavavano sangue colle tasse si masticava la sua bile dentro di sé, per paura di peggio, adesso non si faceva più vedere in piazza, addossato al muro del campanile, ma stava rintanato in casa, al buio, a recitare paternostri e avemarie per digerire la collera contro quelli che strillavano, ed era gente che voleva mettere a sacco e a fuoco il paese, e andare a svaligiare chi ci aveva quattro soldi in casa.
- Lui ha ragione, dicevano in paese, perché dei soldi deve averne a palate.
- Ora ci ha pure le cinquecento lire dei lupini che gli ha dato Piedipapera!
Ma la Vespa, la quale aveva tutta la sua roba al sole, e non temeva che gliela rubassero, andava gridando per lui, colle mani in aria, nera come un tizzone, e coi capelli al vento, che suo zio se lo mangiavano vivo ogni sei mesi, colla fondiaria, e voleva cavargli gli occhi colle sue mani all'esattore, se tornava da suo zio.
- Adesso ella ronzava continuamente da comare Grazia, dalla cugina Anna e dalla Mangiacarrubbe, ora con un pretesto ed ora con un altro, per vedere come se la intendessero compare Alfio colla Sant'Agata, ed avrebbe voluto annichilire la Sant'Agata con tutti i Malavoglia; perciò andava dicendo che non era vero che Piedipapera avesse comprato il credito dei lupini, perché Piedipapera non le aveva mai possedute cinquecento lire, e i Malavoglia avevano sempre sul collo i piedi di suo zio Crocifisso, il quale poteva schiacciarli come formiche, tanto era ricco, ed ella aveva avuto torto a dirgli di no, pei begli occhi di uno il quale non ci aveva che un carro da asino, mentre lo zio Crocifisso le voleva bene come alla pupilla degli occhi suoi, sebbene in quel momento non volesse aprirle l'uscio, per timore che gli entrassero in casa a fare sacco e fuoco.
Chi ci aveva da perdere qualcosa, come padron Cipolla o massaro Filippo l'ortolano, stava tappato in casa, con tanto di catenaccio, e non metteva fuori nemmeno il naso; per questo Brasi Cipolla si era buscato un potente ceffone da suo padre, quando l'aveva trovato sulla porta del cortile a guardare in piazza come un baccalà.
I pesci grossi stavano sott'acqua durante la maretta, e non si facevano vedere, anche quelli che erano teste di pesce, e lasciavano il sindaco col naso in aria a cercare la foglia.
- Non lo vedete che si servono di voi come di un burattino? gli diceva sua figlia Betta coi pugni sui fianchi.
Ora che vi hanno messo nell'impiccio vi voltano le spalle, e vi lasciano solo a sgambettare nel pantano; ecco quel che vuol dire farsi menare pel naso da quell'imbroglione di don Silvestro.
- Io non mi lascio menar per il naso da nessuno! saltava su Baco da seta.
Il sindaco lo faccio io, e non don Silvestro.
Don Silvestro diceva invece che il sindaco lo faceva sua figlia Betta, e mastro Croce Callà portava i calzoni per isbaglio.
Così, fra tutt'e due, il povero Baco da seta stava fra l'incudine e il martello.
Adesso poi che era venuta la burrasca, e tutti lo lasciavano a strigliare quella mala bestia della folla, non sapeva più da che parte voltarsi.
- A voi cosa ve ne importa? gli gridava Betta.
Fate anche voi come fanno gli altri; e se non vogliono il dazio della pece, don Silvestro ci penserà lui a trovare qualche altra cosa.
Don Silvestro, invece, era più fermo; continuava ad andare attorno, con quella faccia tosta; e Rocco Spatu e Cinghialenta, come lo vedevano, rientravano in fretta nell'osteria per non fare uno sproposito, e Vanni Pizzuto bestemmiava forte toccando il rasoio dentro la tasca dei calzoni.
Don Silvestro, senza badarci, andava a far quattro chiacchiere collo zio Santoro, e gli metteva due centesimi nella mano.
- Sia lodato Dio! esclamava il cieco, questo è don Silvestro il segretario, ché nessun'altri di tutti quelli che vengono qui a gridare e a pestare i pugni sulle panche fa un centesimo di limosina per le anime del Purgatorio, e vengono a dire che vogliono ammazzarli tutti, il sindaco e il segretario; l'hanno detto Vanni Pizzuto, Rocco Spatu, e compare Cinghialenta.
Vanni Pizzuto s'è messo ad andare senza scarpe, per non essere conosciuto; ma io lo riconosco egualmente, che striscia sempre i piedi per terra, e fa levar la polvere come quando passano le pecore.
- A voi che ve ne importa? gli diceva sua figlia, appena don Silvestro se ne andava.
Questi non sono affari nostri.
L'osteria è come un porto di mare, chi va e chi viene, e bisogna essere amici con tutti, e fedeli con nessuno; per questo l'anima l'abbiamo ciascuno la sua, e ognuno deve badare ai suoi interessi, e non fare giudizi temerari contro il prossimo.
Compare Cinghialenta e Spatu spendono del denaro in casa nostra.
Non dico di Pizzuto che vende l'erbabianca e cerca di levarci gli avventori.
Don Silvestro poi andava a fermarsi dallo speziale, il quale gli piantava la barba in faccia, e gli diceva che era tempo di finirla, e buttar tutto a gambe in aria, e far casa nuova.
- Volete scommettere che questa volta va a finir male? ribatteva don Silvestro, mettendo due dita nel taschino del farsetto per cavar fuori il dodici tarì nuovo.
Non c'è tasse che bastano, e un giorno o l'altro bisognerà finirla davvero.
S'ha a mutar registro con Baco da seta che si lascia metter la gonnella dalla figlia, e il sindaco lo fa lei; - a massaro Filippo poi non gliene importava un cavolo, e padron Cipolla, aveva la superbia di non voler fare il sindaco neanche se l'accoppavano.
- Tutti una manica di borbonici della consorteria; dei minchioni che oggi dicono bianco e domani nero, e l'ultimo che parla ha ragione lui.
La gente fa bene a strillare con questo governo che ci succhia il sangue peggio di una mignatta; ma i denari devono venir fuori per amore o per forza.
Qui ci vorrebbe un sindaco di testa e liberale come voi.
Lo speziale allora cominciava a dire quel che avrebbe fatto lui, e come aggiustava ogni cosa; e don Silvestro stava ad ascoltarlo zitto ed intento che pareva fosse alla predica.
Bisognava pensare anche a rinnovare il consiglio; padron 'Ntoni non ce lo volevano, perché egli aveva la testa stramba, ed era stato causa della morte di suo figlio Bastianazzo, - un uomo di giudizio colui, se fosse stato vivo! - poi in quell'affare dei lupini aveva fatto mettere la mano nel debito a sua nuora, e l'aveva lasciata in camicia.
Se gli interessi del comune li faceva a quel modo!...
Ma intanto se la Signora si affacciava alla finestra, don Franco cambiava discorso, e gridava: - Bel tempo, eh? - ammiccando di nascosto a don Silvestro, per fargli capire quel che ci aveva nello stomaco da dire.
- Andate a fidarvi di quel che vuol fare uno che ha paura della moglie! pensava fra di sé don Silvestro.
- Padron 'Ntoni era di quelli che si stringevano nelle spalle e se ne andavano coi remi in collo; e al nipote, il quale avrebbe voluto correre in piazza anche lui, a vedere quel che si faceva, gli andava ripetendo:
- Tu bada ai fatti tuoi, ché tutti costoro gridano ognuno pel suo interesse, e l'affare più grosso per noi è quello del debito.
Anche compare Mosca era di quelli che badavano ai fatti propri, e se ne andava tranquillamente, insieme al suo carro, in mezzo alla gente che gridava coi pugni in aria.
- A voi non ve ne importa se mettono la tassa del pelo? gli domandava Mena, come lo vedeva arrivare coll'asino tutto ansante e colle orecchie basse.
- Sì che me ne importa, ma bisogna camminare per pagarla, la tassa; se no si pigliano il pelo con tutto l'asino, e il carro pure.
- Dice che vogliono ammazzarli tutti, Gesummaria! Il nonno ha raccomandato di tenere la porta chiusa, e non aprire se non tornan loro.
Voi andrete ancora via domani?
- Io andrò a prendere un carico di calce per mastro Croce Callà!
- O cosa ci andate a fare? non lo sapete che è il sindaco, e vi ammazzeranno anche voi?
- Egli dice che non gliene importa a lui; che fa il muratore, e deve allestire quel muro della vigna per conto di massaro Filippo, e se non vogliono il dazio della pece, don Silvestro ci penserà lui a qualche altra cosa.
- Ve l'aveva detto io ch'è tutta roba di don Silvestro! sclamava la Zuppidda la quale era sempre lì, a soffiare nel fuoco colla conocchia in mano.
È roba di ladri e di gente che non ha nulla da perdere, e non paga nulla col dazio della pece, perché non ha mai avuto nemmeno un pezzo di tavola in mare.
- La colpa è di don Silvestro, seguitava poscia a sbraitare di qua e di là, per tutto il paese, e di quell'imbroglione di Piedipapera, il quale non ha barche, e vive alle spalle del prossimo, tiene il sacco a questo e a quello.
- Volete saperne una? Non è vero niente che ha comprato il credito dello zio Crocifisso! È tutta una finzione fra lui e Campana di legno, per spogliare quei poveretti.
Piedipapera non li ha mai visti cogli occhi cinquecento lire!
Don Silvestro, per sentire quello che dicevasi di lui, andava spesso a comprare qualche sigaro all'osteria, e allora Rocco Spatu, e Vanni Pizzuto, uscivano fuori bestemmiando; o si fermava a chiacchierare collo zio Santoro, tornando dalla vigna, e così venne a sapere tutta la storia della finta compera di Piedipapera; ma lui era "cristiano" con uno stomaco fondo come un pozzo, e metteva tutto là dentro.
Egli sapeva il fatto suo, e come Betta l'accoglieva colla bocca spalancata peggio di un cane arrabbiato, e mastro Croce Callà s'era lasciato scappare il detto che a lui non gliene importava, rispose: - Volete scommettere che ora vi pianto? - e non si fece più vedere in casa del sindaco; così ci avrebbero pensato loro a cavarsi d'impiccio, e la Betta non avrebbe potuto più dirgli sul mostaccio che voleva rovinare suo padre Callà, e i suoi consigli erano quelli di Giuda, che aveva venduto Cristo per trenta denari, e così egli voleva riescire a buttar giù il sindaco pei suoi fini, e fare il gallo in paese.
Sicché la domenica in cui doveva radunarsi il consiglio, don Silvestro, dopo la santa messa, andò a ficcarsi nello stanzone del municipio, dove c'era prima il posto della Guardia Nazionale, e si mise tranquillamente a temperare le penne, davanti alla tavola d'abete, per ingannare il tempo, mentre la Zuppidda e le altre comari vociferavano nella strada, filando al sole, e volevano strappare gli occhi a tutti loro.
Baco da seta, come corsero a chiamarlo dal muro della vigna di massaro Filippo, s'infilò il giubbone nuovo, si lavò le mani, si spolverò dalla calce, ma non volle muoversi se prima non gli chiamavano don Silvestro.
Betta aveva un bel sgridarlo, e spingerlo per le spalle fuori dell'uscio, dicendogli che chi l'aveva preparata la minestra l'avrebbe mangiata, e lui doveva lasciar fare agli altri, purché lo lasciassero star sindaco.
Stavolta mastro Callà aveva visto quella folla davanti al municipio, colle conocchie in mano, e puntava i piedi in terra, restio peggio di un mulo.
- Non ci vado se non viene don Silvestro! ripeteva cogli occhi fuori della testa; - don Silvestro lo sa trovare, un ripiego.
- Il ripiego ve lo trovo io, - rispondeva Betta.
- Non lo vogliono il dazio sulla pece? E voi lasciatelo stare.
- Brava! e i denari di dove si prendono?
- Di dove si prendono? Fateli pagare a chi ne ha, allo zio Crocifisso, a mo' d'esempio, o a padron Cipolla, o a Peppi Naso.
- Brava! se sono loro i consiglieri!
- Allora mandateli via e chiamatene degli altri; già non saranno loro che vi faranno restare sindaco quando tutti gli altri non vi vorranno più.
Voi dovete far contenti quelli che sono in maggior numero.
- Ecco come discorrono le donne! Quasi fossero quelli che mi tengono su! Tu non sai nulla.
Il sindaco lo fanno i consiglieri, e i consiglieri non possono essere che quelli e non altri.
Chi vuoi che facciano? i pezzenti di mezzo alla strada?
- Allora lasciate stare i consiglieri e mandate via il segretario, quell'imbroglione di don Silvestro.
- Brava, e chi lo fa il segretario? chi lo sa fare? Tu o io, o padron Cipolla? sebbene sputi sentenze peggio di un filosofo!
Allora la Betta non seppe più che dire, e si sfogò a scaricare ogni sorta d'improperi alle spalle di don Silvestro, ch'era il padrone del paese, e se li teneva tutti in tasca.
- Brava, soggiunse Baco da seta.
Ecco, se non c'è lui io non so cosa dire.
Vorrei vederci te nei miei panni!
Finalmente arrivò don Silvestro, colla faccia più dura del muro, le mani dietro la schiena, e zufolando un'arietta.
- Eh, non vi perdete d'animo, mastro Croce, che non casca il mondo per questa volta! - Mastro Croce da don Silvestro si lasciò menar via e metter alla tavola d'abete del consiglio, col calamaio davanti; ma dei consiglieri non c'erano altri che Peppi Naso il macellaio, tutto unto e colla faccia rossa, che non aveva paura di nessuno al mondo, e compare Tino Piedipapera.
- Quello lì non ha nulla da perdere! vociava dall'uscio la Zuppidda, e ci viene per succhiare il sangue alla povera gente, peggio di una sanguisuga, perché vive alle spalle del prossimo, e tiene il sacco a questo e a quello per fare le birbonate! Razza di ladri e di assassini!
Piedipapera, sebbene volesse far l'indifferente, pel decoro della carica, finì col perdere la pazienza, e si rizzò sulla gamba storta, gridando a mastro Cirino, l'inserviente comunale, il quale era incaricato del buon ordine, e per questo ci aveva il berretto col rosso quando non faceva il sagrestano: - Fatemi tacere quella linguaccia là.
- Eh, a voi vi piacerebbe che nessuno parlasse, eh! compare Tino?
- Come se tutti non lo sapessero il mestiere che fate, che poi chiudete gli occhi quando 'Ntoni di padron 'Ntoni viene a parlare con vostra figlia Barbara.
- Gli occhi li chiudete voi, becco che siete! quando vostra moglie fa il comodino alla Vespa, la quale viene tutti i giorni a mettersi sulla vostra porta per cercare Alfio Mosca, e voi altri tenete il candeliere.
Bel mestiere! Ma compare Alfio non vuol saperne, ve lo dico io; ci ha pel capo Mena di padron 'Ntoni, e voi altri ci perdete l'olio della lucerna, se la Vespa ve l'ha promesso.
- Ora vengo a romperti le corna! minacciò Piedipapera, e cominciò ad arrancare dietro la tavola d'abete.
- Oggi va a finir male! borbottava mastro Croce Giufà.
- Ohè! ohè! che maniere son queste, vi par d'essere in piazza! urlava don Silvestro.
- Volete scommettere che vi caccio fuori tutti a calci? Ora l'aggiusto io questa faccenda.
La Zuppidda non voleva sentirne affatto d'aggiustarla, e si dibatteva contro don Silvestro il quale la spingeva fuori tirandola pei capelli, e poi se la menò in disparte dietro il rastrello della chiusa.
- Infine che volete? le disse come furono soli, a voi che ve ne importa se mettono il dazio sulla pece? forse che lo pagate voi o vostro marito? o non devono pagarlo piuttosto quelli che hanno bisogno di far accomodare le loro barche? Sentite a me: vostro marito è una bestia ad essere in collera col municipio, e a far tutto questo chiasso.
Ora si devono fare gli assessori nuovi, in cambio di padron Cipolla o di massaro Mariano, che non valgono niente, e si potrebbe metterci vostro marito.
- Io non ne so nulla, rispose la Zuppidda, calmatasi tutt'a un tratto.
- Io non me ne immischio negli affari di mio marito.
So che si mangia le mani dalla collera.
Io non posso far altro che andare a dirglielo, se la cosa è certa.
- Andate a dirglielo, è certo come è certo Dio, vi dico! Siamo galantuomini o no? santissimo diavolo!
La Zuppidda partì correndo a prendere suo marito, il quale stava rincantucciato nel cortile a cardar stoppa, pallido come un morto, e non voleva escire per tutto l'oro del mondo, gridando che gli facevano fare qualche sproposito, santo Dio!
Per aprire il sinedrio, e vedere che pesci si pigliavano, ci mancava ancora padron Fortunato Cipolla, e massaro Filippo l'ortolano, i quali non spuntavano mai, sicché la gente incominciava ad annoiarsi, tanto che le comari s'erano messe a filare lungo il muricciuolo della chiusa.
Infine mandarono a dire che non venivano perché avevano da fare; e il dazio, se volevano, avrebbero potuto metterlo senza di loro.
- Il discorso di mia figlia Betta tale e quale! brontolava mastro Croce Giufà.
- Allora fatevi aiutare da vostra figlia Betta! esclamò don Silvestro.
Baco da seta non fiatò più e continuò a masticarsi fra i denti il suo brontolio.
- Ora, disse don Silvestro, vedrete che i Zuppiddi verranno loro stessi a dire che mi danno la Barbara, ma voglio farmi pregare, io.
La seduta fu sciolta senza concludere nulla.
Il segretario voleva un po' di tempo per prender lume; in questo mentre era suonato mezzogiorno e le comari se n'erano andate leste leste.
Le poche che erano rimaste, come videro mastro Cirino chiudere la porta e mettersi la chiave in tasca, se ne andarono anch'esse pei fatti loro di qua e di là, chiacchierando degli improperii che s'erano detti Piedipapera e la Zuppidda.
La sera 'Ntoni di padron 'Ntoni seppe quelle chiacchiere, e sacramento! voleva fargli vedere che era stato soldato, a Piedipapera! Lo incontrò giusto che veniva dalla sciara, vicino alla casa dei Zuppiddi, con quel suo piede del diavolo, e cominciò a dirgli il fatto suo, che era una carogna, e si guardasse bene dal dir male dei Zuppiddi e di quel che facevano, che lui non ci aveva nulla a vedere.
Piedipapera non aveva la lingua in tasca.
- O che ti pare che sei venuto da lontano a fare lo spaccamontagne, qui?
- Son venuto a rompervi le corna, se aggiungete altro.
- Alle grida la gente si era affacciata sugli usci, e si era radunata una gran folla; sicché si azzuffarono perbene, e Piedipapera, il quale ne sapeva più del diavolo, si lasciò cadere a terra tutto in un fascio con 'Ntoni Malavoglia, che così non valevano a nulla le gambe buone, e si avvoltolarono nel fango, picchiandosi e mordendosi come i cani di Peppi Naso, tanto che 'Ntoni di padron 'Ntoni dovette ficcarsi nel cortile dei Zuppiddi, perché aveva la camicia tutta stracciata, e Piedipapera lo condussero a casa insanguinato come Lazzaro.
- Sta a vedere! strepitava ancora comare Venera, dopo che ebbero chiusa la porta sul naso ai vicini, sta a vedere che in casa mia non sono padrona di fare quello che mi pare e piace.
Mia figlia la do a chi vogl'io.
La ragazza, tutta rossa, s'era rifugiata in casa, col cuore che gli batteva come un pulcino.
- Ti ha mezzo strappata quest'orecchia! diceva compare Turi versando adagio adagio dell'acqua sulla testa di 'Ntoni.
Morde peggio di un cane corso, compare Tino!
'Ntoni aveva ancora il sangue agli occhi, e voleva fare un precipizio.
- Sentite, comare Venera, disse allora davanti a tutto il mondo, per me se non mi piglio vostra figlia non mi marito più.
- E la ragazza sentiva dalla camera.
- Questi non son discorsi da farsi ora, compare 'Ntoni; ma se vostro nonno dice di sì, io per me non vi cambio per Vittorio Emanuele.
- Compare Zuppiddu intanto stava zitto e gli dava un pezzo di salvietta per asciugarsi; dimodoché 'Ntoni quella sera se ne andò a casa tutto contento.
Ma i poveri Malavoglia, come avevano saputo della sua rissa con Piedipapera, si aspettavano di momento in momento l'usciere che venisse a scacciarli dalla casa, giacché Pasqua era lì vicina, e dei denari del debito, a gran stento, ne avevano raccolto appena una metà.
- Vedi quel che vuol dire bazzicare dove ci son ragazze da marito! diceva a 'Ntoni la Longa.
Ora tutta la gente parla dei fatti vostri.
E mi dispiace per la Barbara.
- Ed io me la piglio! disse allora 'Ntoni.
- Te la pigli? esclamò il nonno.
- Ed io chi sono? e tua madre non conta per nulla? Quando tuo padre prese moglie, ed è quella che vedi là, me lo fece dire a me prima.
Allora viveva tua nonna, e venne a parlarmene nell'orto, sotto il fico.
Ora non si usano più queste cose, e i vecchi non servono a nulla.
Un tempo si soleva dire "ascolta i vecchi e non la sbagli".
Prima deve maritarsi tua sorella Mena; lo sai questo?
- Maledetta la mia sorte! cominciò a gridare 'Ntoni strappandosi i capelli e pestando i piedi.
Tutto il giorno a lavorare! all'osteria non ci vado! e in tasca non ho mai un soldo! Ora che mi son trovata la ragazza che mi ci vuole, non posso prenderla.
Perché son tornato dunque da soldato?
- Senti! gli disse il nonno rizzandosi su a stento pei dolori che gli mangiavano la schiena.
- Va a dormire che è meglio.
Questi discorsi non dovresti farceli mai davanti a tua madre!
- Mio fratello Luca sta meglio di me a fare il soldato! brontolò 'Ntoni nell'andarsene.
CAPITOLO 8
Luca, poveretto, non ci stava né meglio né peggio; faceva il suo dovere laggiù, come l'aveva fatto a casa sua, e si contentava.
Non scriveva spesso, è vero - i francobolli costavano venti centesimi - né aveva ancora mandato il ritratto, perché da ragazzo lo canzonavano che aveva le orecchie d'asino; e invece di tanto in tanto metteva nella lettera qualche biglietto da cinque lire, che trovava modo di buscarsi servendo gli ufficiali.
Il nonno aveva detto: "Prima deve maritarsi la Mena".
Ancora non ne parlava, ma ci pensava sempre, e adesso che tenevano nel canterano qualcosuccia per pagare il debito, aveva fatto il conto che colla salatura delle acciughe si sarebbe pagato Piedipapera, e la casa restava libera per la dote della nipote.
Perciò erano stati qualche volta a chiacchierare sottovoce con padron Fortunato, sulla riva, mentre aspettavano la paranza, o seduti al sole davanti la chiesa, quando non c'era gente.
Padron Fortunato non voleva far torto alla sua parola, se la ragazza aveva la dote, tanto più che suo figlio Brasi gli dava sempre dei grattacapi, a correre dietro le ragazze che non avevano nulla, come un baccalà che era.
- "L'uomo per la parola, e il bue per le corna", tornava a ripetere.
Mena aveva spesso il cuore nero mentre tesseva, perché le ragazze hanno il naso fine, ed ora che il nonno era sempre a confabulare con compare Fortunato, e in casa si parlava spesso dei Cipolla, ci aveva sempre la stessa cosa davanti agli occhi, come quel cristiano di compar Alfio fosse incollato sui panconi del telaio, colle immagini dei santi.
Una sera aspettò sino a tardi per veder tornare compare Alfio insieme al carro dell'asino, colle mani sotto il grembiale, perché faceva freddo e tutte le porte erano chiuse, e per la stradicciuola non si vedeva anima viva; così gli diede la buona notte dall'uscio.
- Che ve ne andate alla Bicocca al primo del mese? gli disse finalmente.
- Ancora no; ci ho più di cento carichi di vino per la Santuzza.
Dopo ci penserà Dio.
- Ella non sapeva più che dire, intanto che compar Alfio si affaccendava nel cortile a staccare l'asino, e ad appendere gli arnesi al piuolo, e portava la lanterna di qua e di là.
- Se ve ne andate alla Bicocca chi sa quando ci vedremo più! disse infine Mena che le mancava la voce.
- O perché? Ve ne andate anche voi?
La poveretta stette un pezzetto senza rispondere, sebbene fosse buio e nessuno potesse vederla in viso.
Di tanto in tanto si udivano i vicini parlar dietro gli usci chiusi, e piangere i bambini, e il rumore delle scodelle, dove stavano cenando, sicché nessuno poteva udire.
- Ora dei denari che ci vogliono per Piedipapera ne abbiamo la metà, e alla salatura delle acciughe pagheremo anche il resto.
Alfio a quel discorso lasciò l'asino in mezzo al cortile, e venne sulla strada.
- Allora vi maritano dopo Pasqua?
Mena non rispose.
- Ve l'avevo detto io! aggiunse compare Alfio.
- Li ho visti parlare io padron 'Ntoni con padron Cipolla.
- Sarà come vuole Dio! disse poi Mena.
A me non importava di maritarmi, purché mi avessero lasciata stare qui.
- Che bella cosa, aggiunse Mosca, quando uno è ricco come il figlio di padron Cipolla, che può prendersi la moglie che vuole, e può stare dove gli piace!
- Buona notte, compare Alfio; disse poi Mena, dopo essere stata un altro pezzetto a guardare la lanterna appesa al rastrello, e l'asino che andava abboccando le ortiche pel muricciolo.
Compare Alfio diede la buona notte anche lui, e se ne tornò a mettere l'asino nella stalla.
- Quella sfacciata di Sant'Agata, brontolava la Vespa, la quale era a tutte l'ore dai Piedipapera, col pretesto di farsi prestare dei ferri da calza, o per venire a regalare qualche pugno di fave che aveva raccolto nella chiusa, - quella sfacciata di Sant'Agata è sempre a stuzzicare compare Mosca.
Non gli lascia un momento per grattarsi il capo! Vergogna! - e brontolava ancora per la strada, mentre Piedipapera chiudeva l'uscio, tirandole dietro tanto di lingua.
- La Vespa è infuriata come fossimo in luglio! sghignazzava compare Tino.
- A lei che gliene importa? chiese comare Grazia.
- Gliene importa perché ce l'ha con tutti quelli che si maritano, e ora sta covando cogli occhi Alfio Mosca.
- Tu dovresti dirglielo, che a me non mi piace di tenere il candeliere.
Come se non si vedesse che sta qui per compar Alfio, e poi la Zuppidda va spargendo che noi ci troviamo il nostro conto a fare questo mestiere.
- La Zuppidda farebbe meglio a grattarsi la sua testa, perché ci è da grattare! Con quella porcheria di tirarsi in casa 'Ntoni di padron 'Ntoni, mentre il vecchio e tutti fanno il diavolo, e non ne vogliono sapere.
Chiudi la finestra.
Oggi sono stato mezz'ora a godermi la commedia che facevano 'Ntoni con la Barbara, che mi dolgono ancora le reni dallo stare chinato dietro il muro, per sentire quello che dicevano.
'Ntoni era scappato dalla Provvidenza, col pretesto di andare a pigliare la fiocina grande pei cefali; e le diceva: - Se il nonno non vuole, come faremo? - Faremo che scapperemo insieme, e poi quando la cosa è fatta dovranno pensarci loro a maritarci, e saranno costretti a dir di sì per forza, rispondeva lei; e sua madre era lì dietro ad ascoltare, ci giuocherei tutt'e due questi occhi! Bella la parte che rappresenta quella strega! Ora voglio far ridere tutto il paese.
Don Silvestro come gliela raccontai, disse che scommetteva di fare cascare la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura.
Non ci mettere il saliscendi all'uscio, perché aspetto Rocco Spatu che deve venire a parlarmi.
Don Silvestro, per far cascare comare Barbara coi suoi piedi ne aveva almanaccata una, che il frate il quale dà i numeri del lotto, non l'avrebbe trovata.
- Voglio levarmi davanti, aveva detto, tutti quelli che cercano di prendermi la Barbara.
Quando non avrà più nessuno da sposare, allora dovranno pregarmi loro, e farò i patti grassi, come s'usa alla fiera, quando i compratori sono scarsi.
Fra quelli che cercavano di prendersi la Barbara c'era stato Vanni Pizzuto, allorché andava a far la barba a mastro Turi che aveva la sciatica, ed anche don Michele, il quale si annoiava a passeggiare colla pistola appesa alla pancia, senza far nulla, quando non era dietro il banco della Santuzza, e faceva l'occhietto alle belle ragazze, per ingannare il tempo.
La Barbara da principio aveva risposto all'occhietto; ma poi, dopo che sua madre le aveva detto che quelli eran tutti mangiapani a ufo, più birri che altro, e i forestieri vanno frustati, gli aveva sbattuta la finestra sul naso, così baffuto e col berretto gallonato com'era, e don Michele se n'era mangiato il fegato, e per dispetto seguitava a passare e ripassare per la via, attorcigliandosi i baffi, e col berretto sugli occhi.
La domenica poi si metteva il cappello colla piuma, e andava a scaricarle un'occhiataccia dalla bottega di Vanni Pizzuto, mentre la ragazza andava a messa colla mamma.
Don Silvestro prese ad andare a farsi radere anche lui, fra quelli che aspettavano la messa, e a scaldarsi al braciere per l'acqua calda, e scambiare le barzellette.
- Quella Barbara gli lascia addosso gli occhi a 'Ntoni Malavoglia, andava dicendo.
Volete scommettere dodici tarì che se la piglia lui? Lo vedete che s'è messo ad aspettarla, colle mani nelle tasche?
Vanni Pizzuto allora lasciò don Michele colla saponata sulla faccia, e si affacciò all'uscio:
- Che pezzo di ragazza, per la madonna! E come cammina col naso nella mantellina, che pare un fuso! Pensare poi che deve papparsela quel cetriolo di 'Ntoni Malavoglia!
- Se Piedipapera vuol essere pagato, 'Ntoni non se la pappa; ve lo dico io.
I Malavoglia avranno altro da grattarsi, se Piedipapera si piglia la casa del nespolo.
Vanni Pizzuto tornò a prendere pel naso don Michele.
- Eh? che ne dite, don Michele? Anche voi le avete fatto il cascamorto.
Ma quella è una ragazza che fa mangiare agro di limone.
Don Michele non diceva nulla, si spazzolava, si arricciava i baffi, e si metteva il cappello davanti allo specchio.
- Ci vuol altro che cappelli colla penna per quella lì! sogghignava Pizzuto.
Finalmente una volta don Michele disse:
- Santo diavolone! se non fosse pel cappello colla penna, gli farei tenere la candela io, a quel ragazzaccio di Malavoglia.
Don Silvestro ebbe la premura di andare a raccontare ogni cosa a 'Ntoni, e che don Michele il brigadiere, era un uomo il quale non si lasciava posare le mosche sul naso; e doveva avercela con lui.
- Io gli rido sul mostaccio, a don Michele il brigadiere! rispose 'Ntoni.
Lo so perché ce l'ha con me; ma per stavolta può pulirsi la bocca, e farebbe meglio a non sciuparsi le scarpe per passare e ripassare davanti alla Zuppidda, col berretto gallonato, come se ci avesse la corona in capo; che la gente se ne impipa di lui e del suo berretto.
E se lo incontrava lo guardava bene in faccia, ammiccando gli occhi, come deve fare un giovanotto di fegato che è stato soldato, e non si lascia portar via il suo berretto in mezzo alla folla.
Don Michele continuava a passare dalla straduccia per puntiglio, per non darla vinta a lui, ché se lo sarebbe mangiato come il pane, se non fosse stato pel cappello colla penna.
- Si mangiano! diceva Vanni Pizzuto a tutti coloro che andavano a farsi radere la barba, o venivano a comprare dei sigari, o delle lenze, o degli ami da pescare, o dei bottoni d'osso di quelli da cinque un grano.
- Don Michele e 'Ntoni Malavoglia un giorno o l'altro si mangiano come il pane! È quel benedetto cappello colla penna che gli lega le mani a don Michele.
Egli pagherebbe qualche cosa a Piedipapera se glielo levasse davanti, quel cetriolo di 'Ntoni.
- Tanto che il figlio della Locca, il quale era sempre a gironzare tutto il giorno, colle braccia penzoloni, allorché li incontrava si metteva loro alle calcagna, per vedere come finiva.
Piedipapera, quando andava a farsi la barba, e sentiva che don Michele gli avrebbe dato qualche cosa per levargli davanti gli occhi 'Ntoni Malavoglia, si gonfiava come un gallo d'India, ché così lo tenevano da conto nel paese.
Vanni Pizzuto tornava a dirgli: - Il brigadiere pagherebbe qualunque cosa per avere in pugno i Malavoglia come li tenete voi.
O perché gliel'avete fatta passar liscia quella storia dei pugni che vi ha dato 'Ntoni?
Piedipapera alzava le spalle e seguitava a scaldarsi le mani sul braciere.
Don Silvestro si metteva a ridere e rispondeva per lui:
- A mastro Vanni gli piacerebbe levar le castagne dal fuoco collo zampino di Piedipapera.
Già sapete che comare Venera non vuole né forestieri né berretti gallonati; così quando si sarebbe levato d'attorno 'Ntoni Malavoglia, resterebbe lui solo a far l'asino alla ragazza.
Vanni Pizzuto non disse nulla, ma ci pensò su tutta la notte.
- Non sarebbe poi una cosa sbagliata! ruminava fra di sé; tutto sta a prendere Piedipapera per il collo, e in un giorno buono.
Il giorno buono venne a proposito, che una sera Rocco Spatu non si era fatto vivo, Piedipapera era venuto due o tre volte, ad ora tarda, a chieder di lui, colla faccia bianca e gli occhi stravolti, e le guardie doganali s'erano viste correre di qua e di là, tutte in faccende, col naso a terra come cani da caccia, e don Michele insieme a loro colla pistola sulla pancia, e i calzoni infilati negli stivali.
- Voi potreste fargli un gran servizio a don Michele, col levargli davanti 'Ntoni Malavoglia - tornò a dire Pizzuto a compare Tino, mentre costui per comprare un sigaro andava a cacciarsi nell'angolo più oscuro della botteguccia.
Gli rendereste un famoso servizio, e ve lo fareste amico per davvero!
- Magari! sospirò Piedipapera, ché gli mancava il fiato quella sera, e non aggiunse altro.
Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spiaggia, che pareva la caccia alle quaglie.
- Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare.
E' son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoletti di seta di contrabbando.
Don Michele ier sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!
Piedipapera stava nella bottega di Pizzuto a bere il bicchierino, prima dell'alba, che c'era ancora il lanternino davanti all'uscio; ma stavolta aveva la faccia di un cane che ha rotta la pentola; non diceva le solite barzellette, e domandava a questo e a quello cos'era stato quel diavolio, e se si erano visti Rocco Spatu e Cinghialenta, e si sberrettava con don Michele, il quale aveva gli occhi gonfii e gli stivali polverosi, e voleva pagargli per forza il bicchierino.
Ma don Michele era già stato all'osteria, dove la Santuzza gli diceva, mescendogliene di quel buono:
- Dove siete stato a rischiar la pelle, santo cristiano? Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?
- E il mio dovere dove lo lasciate? Se li coglievo colla pasta in mano stanotte c'era un bel guadagno per noi, sangue di un cane!
- Se vogliono farvi credere che egli era massaro Filippo, che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando, non ci credete, per quest'abito benedetto di Maria che ci ho sul petto, indegnamente! Tutte bugie di gente senza coscienza, che si danna l'anima a volere il male del prossimo.
- No, lo so cos'era! erano tutti fazzoletti di seta, e zucchero e caffè, più di mille lire di roba, corpo della madonna! che mi son sgusciati di mano come anguille; ma li ho sott'occhio tutti quelli della combriccola, e un'altra volta non mi scapperanno!
Piedipapera poi gli diceva: - Bevetelo un bicchierino, don Michele, che vi farà bene allo stomaco, col sonno che avete perso.
Don Michele era di cattivo umore e sbuffava.
- Giacché vi dice di prenderlo, prendetelo, aggiungeva Vanni Pizzuto.
Se compare Tino paga lui vuol dire che ne ha da spendere.
Denari ne ha, il furbaccio! tanto che ha comprato il debito dei Malavoglia; ed ora lo pagano a bastonate.
Don Michele si lasciò tirare a ridere un po'.
- Sangue di Giuda! esclamò Piedipapera, battendo il pugno sul banco, e fingeva di mettersi in collera davvero.
A Roma non voglio mandarlo, quel ragazzaccio di 'Ntoni, a fare penitenza!
- Bravo! appoggiò Pizzuto.
- Io non me la sarei lasciata passare liscia di certo.
Eh? don Michele?
Don Michele approvò con un grugnito.
- Ci penserò a ridurre come si deve 'Ntoni e tutta la sua parentela! minacciava Piedipapera.
- Non voglio farmi ridere sul naso da tutto il paese.
Potete star tranquillo, don Michele!
E se ne partì zoppicando e bestemmiando come se non ci vedesse più dagli occhi, mentre andava dicendo fra di sé "Convien tenerseli amici tutti, questi birri qui!"; e ruminando come potesse fare a tenerseli amici andò all'osteria, dove lo zio Santoro gli disse che non s'erano visti né Rocco Spatu né Cinghialenta, e passò dalla cugina Anna, la quale poveretta non aveva dormito, e stava sulla porta guardando di qua e di là, colla faccia pallida.
Lì davanti incontrò pure la Vespa, la quale veniva a vedere se comare Grazia ci avesse un po' di lievito, per caso.
- Ho incontrato or ora compare Mosca; disse allora lui per far quattro chiacchiere.
- Era senza il carro, e scommetto che andava a ronzare nella sciara, dietro l'orto della Sant'Agata.
"Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio".
- Bella santa da attaccarsi al muro, quella Mena! cominciò a sbraitare la Vespa, la vogliono dare a Brasi Cipolla, e seguita a civettare con questo e con quello! - Puh! che porcheria!
- Lasciatela fare! lasciatela fare! così gli altri conosceranno che roba è, e apriranno gli occhi.
Ma non lo sa compare Mosca che vogliono darle Brasi Cipolla?
- Sapete come sono gli uomini, se c'è una fraschetta che li guarda, le corrono tutti dietro per divertirsi.
Ma poi, quando vogliono far sul serio, cercano una come m'intendo io.
- Compare Mosca dovrebbe prendere una come voi.
- Io non ci penso per ora a maritarmi; ma certo che da me si troverebbe quel che ci vuole.
A buon conto il mio pezzo di chiusa ce l'ho, e nessuno ci tiene le unghie addosso, come la casa del nespolo, che se soffia la tramontana se la porta via.
Questa sarebbe da vedere, se soffia la tramontana!
- Lasciate fare! lasciate fare! che non è sempre bel tempo, e il vento se le porta all'aria le frasche.
Oggi ho da parlare con vostro zio Campana di legno, per quell'affare che sapete.
Campana di legno era proprio ben disposto per parlare di quell'affare che non finiva più, "e le cose lunghe diventano serpi".
Padron 'Ntoni gli cantava sempre che i Malavoglia erano galantuomini, e avrebbero pagato, ma ei voleva poi vedere di dove li avrebbero scavati i denari.
Già nel paese si sapeva quel che possedeva ciascuno, fino all'ultimo centesimo, e quei galantuomini dei Malavoglia, magari a vendersi l'anima al turco, non avrebbero potuto pagare nemmeno la metà, di lì a Pasqua; e per prendersi la casa del nespolo ce ne voleva della carta bollata, e delle altre spese, questo lo sapeva, e avevano ragione don Giammaria e lo speziale quando parlavano del governo ladro; lui, com'è vero che si chiamava zio Crocifisso, ce l'aveva non solo con quelli che mettevano le tasse, ma anche con quelli che non le volevano, e mettevano talmente in subbuglio il paese che un galantuomo non era più sicuro di starsene in casa sua colla sua roba, e quando erano venuti a domandargli se voleva fare il sindaco, egli aveva risposto: - Bravo! e i miei affari chi me li fa? Io bado ai fatti miei.
- Intanto padron 'Ntoni pensava a maritare la nipote, che l'avevano visto andare attorno con compare Cipolla - l'aveva visto lo zio Santoro - e aveva visto anche Piedipapera che faceva il mezzano alla Vespa, e serviva di comodino a quello spiantato di Alfio Mosca, il quale voleva arraffarsi la sua chiusa.
- Ve lo dico io che ve l'arraffa! gli gridava Piedipapera nell'orecchio per persuaderlo.
- Avete un bel strillare e fare il diavolo per la casa.
Vostra nipote è cotta come una pera per colui, e gli sta sempre alle calcagna.
Io non posso mica chiuderle l'uscio sul muso, quando viene a far quattro chiacchiere con mia moglie, per riguardo vostro, che infine è sempre vostra nipote e sangue vostro.
- Bel riguardo che mi avete! Così mi fate perdere la chiusa, col riguardo!
- Sicuro che la perdete! Se la Malavoglia si marita con Brasi Cipolla, compare Mosca non avrà più che fare, e si prende la Vespa e la chiusa, per mettersi il cuore in pace.
- Che se la pigli anche il diavolo! esclamò alfine lo zio Crocifisso stordito dalle chiacchiere di compare Tino.
- A me non me ne importa nulla; son più i peccati che mi ha fatto fare, quella scomunicata, che altro.
Io voglio la roba mia, che l'ho fatta col sangue mio come il sangue di Gesù Cristo che c'è nel calice della messa, e par roba rubata, che tutti fanno a chi piglia piglia, compare Alfio, la Vespa e i Malavoglia.
Ora incomincio la lite e mi piglio la casa.
- Voi siete il padrone.
Se dite di far la lite la faccio subito.
- Ancora no.
Aspettiamo a Pasqua; "l'uomo per la parola e il bue per le corna"; ma voglio esser pagato sino all'ultimo centesimo, e non darò più retta a nessuno per accordare dilazioni.
La Pasqua infatti era vicina.
Le colline erano tornate a vestirsi di verde, e i fichidindia erano di nuovo in fiore.
Le ragazze avevano seminato il basilico alla finestra, e ci si venivano a posare le farfalle bianche; fin le povere ginestre della sciara avevano il loro fiorellino pallido.
La mattina, sui tetti, fumavano le tegole verdi e gialle, e i passeri vi facevano gazzarra sino al tramonto.
Anche la casa del nespolo sembrava avesse un'aria di festa; il cortile era spazzato, gli arnesi in bell'ordine lungo il muricciuolo e appesi ai piuoli, l'orto tutto verde di cavoli e di lattughe, e la camera aperta e piena di sole che sembrava contenta anch'essa, e ogni cosa diceva che la Pasqua si avvicinava.
I vecchi si mettevano sull'uscio verso mezzogiorno, e le ragazze cantavano al lavatoio.
I carri tornavano a passare nella notte, e la sera si udiva un'altra volta il brusio della gente che chiacchierava nella stradicciuola.
- Comare Mena la fanno sposa, si diceva.
Sua madre ha tutta la roba del corredo per le mani.
Era passato del tempo, e il tempo si porta via le cose brutte come le cose buone.
Adesso comare Maruzza era tutta in faccende a tagliare e cucire della roba, e Mena non domandava nemmeno per chi servisse; e una sera le avevano condotto in casa Brasi Cipolla, con padron Fortunato suo padre, e tutto il parentado.
- Qui ci è compare Cipolla che è venuto a farvi una visita; disse padron 'Ntoni, facendoli entrare, come se nessuno ne sapesse niente, mentre nella cucina c'era preparato il vino ed i ceci abbrustoliti, e i ragazzi e le donne avevano i vestiti della festa.
Mena sembrava davvero Sant'Agata, con quella veste nuova e quel fazzoletto nero in testa, talché Brasi non le levava gli occhi d'addosso, come il basilisco, e stava appollaiato sulla scranna, colle mani fra le gambe, che se le fregava di tanto in tanto di nascosto dalla contentezza.
- È venuto con suo figlio Brasi, il quale adesso si è fatto grande - seguitava padron 'Ntoni.
- Sicuro, i ragazzi crescono, e ci spingono per le spalle nella fossa, rispose padron Fortunato.
- Ora bevete un bicchier di vino che è di quello buono, aggiunse la Longa, e questi ceci qui li ha abbrustoliti mia figlia.
Mi dispiace che non sapevo niente, e non vi ho fatto trovare cose degne del vostro merito.
- Eravamo qui vicino di passaggio, rispose padron Cipolla, ed abbiamo detto: andiamo a vedere comare Maruzza.
Brasi si riempì le tasche di ceci, guardando la ragazza, e dopo i monelli diedero il sacco al tondo, che invano la Nunziata colla bambina in collo cercava di trattenerli, parlando basso come se fosse in chiesa.
I vecchi in questo tempo si erano messi a discorrer fra di loro, sotto il nespolo, colle comari che facevano cerchio e cantavano le lodi della ragazza, com'era brava massaia, che teneva quella casa meglio di uno specchio.
"La figliuola com'è avvezzata, e la stoppa com'è filata".
- Anche la vostra nipote è cresciuta, osservò padron Fortunato - e sarebbe tempo di maritarla.
- Se il Signore le manda un buon partito noi non vogliamo altro, rispose padron 'Ntoni.
- "Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati" aggiunse comare la Longa.
- "A buon cavallo non gli manca sella" - conchiuse padron Fortunato; ad una ragazza come vostra nipote un buon partito non può mancare.
Mena stava seduta accanto al giovanotto, com'è l'uso, ma non alzava gli occhi dal grembiule, e Brasi si lamentava con suo padre, quando se ne andarono, che ella non gli avesse offerto il piatto con i ceci.
- Che ne volevi ancora! gli diè sulla voce padron Fortunato, quando furono lontani; se non si sentiva rosicare altri che te, come ci fosse un mulo davanti a un sacco d'orzo! Guarda che ti sei lasciato cascare il vino sui calzoni, Giufà! e mi hai rovinato un vestito nuovo!
Padron 'Ntoni tutto contento si fregava le mani, e diceva alla nuora:
- Non mi par vero d'essere in porto, coll'aiuto di Dio! La Mena non avrà nulla da desiderare, ed ora aggiusteremo tutte le altre nostre cosucce e potrete dire "Lasciò detto il povero nonno, il riso con i guai vanno a vicenda".
Quel sabato, verso sera, la Nunziata venne a prendere un pugno di fave per i suoi bambini e disse: - Compare Alfio se ne va domani.
Sta levando tutta la sua roba.
Mena si fece bianca e smise di tessere.
Nella casa di compar Alfio c'era il lume, e ogni cosa sottosopra.
Egli venne a picchiare all'uscio poco dopo, e aveva la faccia in un certo modo anche lui, e faceva e disfaceva dei nodi alla frusta che teneva in mano.
- Sono venuto a salutarvi tutti, comare Maruzza, padron 'Ntoni, i ragazzi, e anche voi, comare Mena.
Il vino di Aci Catena è finito.
Ora la Santuzza ha preso quello di massaro Filippo.
Vado alla Bicocca, dove c'è da fare col mio asino.
Mena non diceva nulla; sua madre sola aprì la bocca per rispondere: - Volete aspettarlo padron 'Ntoni? che avrà piacere di salutarvi.
Compar Alfio allora si mise a sedere in punta alla scranna, colla frusta in mano, e guardava intorno, dalla parte dove non era comare Mena.
- Ora quando tornate? domandò la Longa.
- Chi lo sa quando tornerò? Io vado dove mi porta il mio asino.
Finché dura il lavoro vi starò; ma vorrei tornar presto qui, se c'è da buscarmi il pane.
- Guardatevi la salute, compare Alfio.
Alla Bicocca mi hanno detto che la gente muore come le mosche, dalla malaria.
Alfio si strinse nelle spalle, e disse che non poteva farci nulla.
- Io non vorrei andarmene, ripeteva, guardando la candela.
E voi non mi dite nulla, comare Mena?
La ragazza aprì la bocca due o tre volte per dire qualche cosa, ma il cuore non le resse.
- Anche voi ve ne andate dal vicinato, ora che vi maritano, aggiunse Alfio.
Il mondo è fatto come uno stallatico, che chi viene e chi se ne va, e a poco a poco tutti cambiano di posto, e ogni cosa non sembra più quella.
- Così dicendo si fregava le mani e rideva, ma colle labbra e non col cuore.
- Le ragazze, disse la Longa, vanno come Dio le ha destinate.
Ora son sempre allegre e senza pensieri, e com'entrano nel mondo cominciano a conoscere i guai e i dispiaceri.
Compar Alfio, dopo che furono tornati a casa padron 'Ntoni e i ragazzi, e li ebbe salutati, non sapeva risolversi a partire, e rimaneva sulla soglia, colla frusta sotto l'ascella, a stringere la mano a questo e a quello, anche a comare Maruzza, e ripeteva, come si suol fare quando uno se ne va lontano, e non si sa bene se ci si rivede più: - Perdonatemi se ho mancato qualche volta.
- La sola che non gli strinse la mano fu Sant'Agata, la quale stava rincantucciata vicino al telaio.
Ma le ragazze si sa che devono fare così.
Era una bella sera di primavera, col chiaro di luna per le strade e nel cortile, la gente davanti agli usci, e le ragazze che passeggiavano cantando e tenendosi abbracciate.
Mena uscì anche lei a braccetto della Nunziata, ché in casa si sentiva soffocare.
- Ora non si vedrà più il lume di compar Alfio, alla sera, disse Nunziata, e la casa rimarrà chiusa.
Compar Alfio aveva caricato buona parte delle sue cosuccie sul carro, e insaccava quel po' di paglia che rimaneva nella mangiatoia, intanto che cuocevano quelle quattro fave della minestra.
- Partirete prima di giorno, compar Alfio? gli domandò Nunziata sulla porta del cortile.
- Sì, vado lontano, e quella povera bestia bisogna che si riposi un po' nella giornata.
Mena non diceva nulla, e stava appoggiata allo stipite a guardar il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto, e la pentola che bolliva l'ultima volta sul focolare.
- Siete là anche voi, comare Mena? - esclamò Alfio appena la vide, e lasciò quello che stava facendo.
Ella disse di sì col capo, e Nunziata intanto era corsa a schiumare la pentola che riversava, da quella brava massaia che era.
- Così son contento, che posso dirvi addio anche a voi! disse Alfio.
- Sono venuta a salutarvi, - disse lei, e ci aveva il pianto nella gola.
- Perché ci andate alla Bicocca se vi è la malaria?
Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore, come quando era andato a dirle addio.
- O bella! perché ci vado? e voi perché vi maritate con Brasi Cipolla? Si fa quel che si può, comare Mena.
Se avessi potuto fare quel che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!...
- Ella lo guardava e lo guardava, cogli occhi lucenti.
- Sarei rimasto qui, che fino i muri mi conoscono, e so dove metter le mani, tanto che potrei andar a governare l'asino di notte, anche al buio; e vi avrei sposata io, comare Mena, ché in cuore vi ci ho da un pezzo, e vi porto meco alla Bicocca, e dappertutto ove andrò.
Ma questi oramai sono discorsi inutili, e bisogna fare quel che si può.
Anche il mio asino va dove lo faccio andare.
- Ora addio, concluse Mena; anch'io ci ho come una spina qui dentro...
ed ora che vedrò sempre quella finestra chiusa, mi parrà d'avere chiuso anche il cuore, e d'averci chiusa sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento.
Ma così vuol Dio.
Ora vi saluto e me ne vado.
La poveretta piangeva cheta cheta, colla mano sugli occhi, e se ne andò insieme alla Nunziata a pianger sotto il nespolo, al chiaro di luna.
CAPITOLO 9
Né i Malavoglia, né alcun altro in paese sapevano di quel che stavano almanaccando Piedipapera collo zio Crocifisso.
Il giorno di Pasqua padron 'Ntoni prese quelle cento lire che ci erano nel canterano, e si mise il giubbone nuovo per andare a portarle allo zio Crocifisso.
- Che son tutte qui? disse costui.
- Tutte non ci possono essere, zio Crocifisso; voi lo sapete quel che ci vuole a far cento lire.
Ma "meglio poco che nulla" e "chi dà acconto non è cattivo pagatore".
Ora viene l'estate, e coll'aiuto di Dio pagheremo ogni cosa.
- A me perché venite a contarmela? Sapete che non c'entro, ed è affare di compare Piedipapera.
- È tutta una cosa, perché il debito mi pare di avercelo sempre con voi, quando vi vedo.
A voi compare Tino non vi dirà di no, per aspettare sino alla Madonna dell'Ognina.
- Queste qui non bastano per le spese! ripeteva Campana di legno, facendo saltare i denari nella mano.
Andate a dirglielo voi se vuole aspettarvi; perché non è più affar mio.
Piedipapera cominciò a bestemmiare e a buttare il berretto per terra, al solito suo, dicendo che non aveva pane da mangiare, e non poteva aspettare nemmeno sino all'Ascensione.
- Sentite, compare Tino, gli diceva padron 'Ntoni colle mani giunte come dinanzi al Signore Iddio, se non mi volete aspettare sino a san Giovanni, ora che sto per maritare mia nipote, è meglio che mi date un colpo di coltello addirittura.
- Santo diavolone! gridò compare Tino, mi fate fare quello che non posso, maledetto sia il giorno e il minuto in cui mi misi in quest'imbroglio! e se ne andò stracciando il berretto vecchio.
Padron 'Ntoni tornò a casa ancora pallido, e disse alla nuora: - Ce l'ho tirato, ma ho dovuto pregarlo come Dio, - e tremava ancora il poveretto.
Però era contento che padron Cipolla non ne sapesse nulla, e il matrimonio della nipote non andasse in fumo.
La sera dell'Ascensione, mentre i ragazzi saltavano attorno ai falò, le comari si erano riunite di nuovo dinanzi al ballatoio dei Malavoglia, ed era venuta anche comare Venera la Zuppidda a sentir quello che si diceva, e a dir la sua.
Oramai come padron 'Ntoni maritava la nipote, e la Provvidenza s'era rimessa in gambe, tutti tornavano a far buon viso ai Malavoglia, che non sapevano nulla di quel che ci aveva nello stomaco Piedipapera, nemmeno comare Grazia, sua moglie, la quale chiacchierava con comare Maruzza quasi suo marito non ci avesse niente di male nello stomaco.
'Ntoni andava ogni sera a far quattro chiacchiere colla Barbara e le aveva confidato che il nonno aveva detto: Prima deve maritarsi la Mena.
- E dopo vengo io! - conchiuse 'Ntoni.
La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l'invito di farsi comari; e tutti le facevano festa a Sant'Agata, persino sua madre s'era levata il fazzoletto nero, perché dove ci sono sposi è di malaugurio portare il lutto; e avevano scritto anche a Luca, per dargli la notizia che Mena si maritava.
Ella sola, poveretta, non sembrava allegra come gli altri, e pareva che il cuore le parlasse e le facesse vedere ogni cosa in nero, mentre i campi erano tutti seminati di stelline d'oro e d'argento, e i ragazzi infilavano le ghirlande per l'Ascensione, ed ella stessa era salita sulla scala per aiutare sua madre ad appendere le ghirlande all'uscio e alle finestre.
Mentre tutte le porte eran fiorite, soltanto quella di compar Alfio, nera e sgangherata, stava sempre chiusa, e non c'era più nessuno che appendesse i fiori dell'Ascensione.
- Quella civetta di Sant'Agata! andava dicendo la Vespa colla schiuma alla bocca, tanto ha detto e tanto ha fatto che ha mandato via del paese compar Alfio!
Intanto a Sant'Agata le avevano messa la veste nuova, e aspettavano la festa di san Giovanni per toglierle la spadina d'argento dalle trecce, e spartirle i capelli sulla fronte, prima d'andare in chiesa, sicché ognuna al vederla passare diceva: - Beata lei!
La mamma invece, poveretta, si sentiva dentro tutta in festa, perché la sua ragazza andava in una casa dove non le sarebbe mancato nulla, e intanto ella era sempre in faccende a tagliare e cucire.
Padron 'Ntoni voleva vedere anche lui, quando tornava a casa la sera, e teneva la tela e la matassa del cotone, e ogni volta che andava alla città portava qualche cosuccia.
Il cuore tornava ad aprirsi col bel tempo, i ragazzi guadagnavano tutti, chi più chi meno, e la Provvidenza si buscava il pane anch'essa, e facevano il conto che coll'aiuto di Dio a san Giovanni si sarebbero cavati d'imbarazzo.
Padron Cipolla allora stava delle sere intere seduto sugli scalini della chiesa con padron 'Ntoni, a discorrere di quel che aveva fatto la Provvidenza.
Brasi girandolava sempre per la straduccia dei Malavoglia, col vestito nuovo; e poco dopo si seppe per tutto il paese che quella domenica comare Grazia Piedipapera andava lei a spartire i capelli della sposa, e a levarle la spadina d'argento, perché Brasi Cipolla era orfano della madre, e i Malavoglia avevano invitato apposta la Piedipapera per ingraziarsi suo marito; e avevano anche invitato lo zio Crocifisso, e tutto il vicinato, e tutti gli amici e parenti, senza risparmio.
- Io non ci vengo! borbottava lo zio Crocifisso a compare Tino, colle spalle all'olmo della piazza.
Ho mangiato troppa bile e non voglio dannarmi l'anima.
Andateci voi che non ve ne importa niente, e non si tratta della roba vostra.
Ancora c'è tempo per mandare l'usciere; l'ha detto l'avvocato.
- Voi siete il padrone, e farò come dite voi.
Adesso non ve ne importa più perché Alfio Mosca se ne è andato.
Ma vedrete che appena si marita Mena, egli torna qui e si piglia vostra nipote.
Comare Venera la Zuppidda faceva il diavolo perché avevano invitato comare Grazia a pettinare la sposa, mentre sarebbe toccato a lei, che stava per diventare parente dei Malavoglia, e la sua figliuola s'era fatta comare di basilico con la Mena, tanto che aveva fatto cucire alla Barbara in fretta e furia la veste nuova, ché non se lo aspettava quell'affronto.
'Ntoni ebbe un bel pregarla e scongiurarla di non attaccarsi a quel pelo, e lasciar correre.
Comare Venera, tutta pettinata, e colle mani intrise di farina, che s'era messa apposta ad impastare il pane, per far veder che non le importava più d'andare al convito dei Malavoglia, rispondeva:
- Avete voluto la Piedipapera? tenetevela! O lei o io! Tutte e due al mondo non possiamo starci.
I Malavoglia lo sapevano bene di aver preferito comare Grazia per amore di quei denari che dovevano a suo marito.
Adesso erano tutti una cosa con compare Tino, dopo che padron Cipolla gli aveva fatto fare la pace con 'Ntoni di padron 'Ntoni nell'osteria della Santuzza, per quell'affare dei pugni.
- Gli leccano le scarpe perché gli devono quei soldi della casa! andava borbottando la Zuppidda.
- Anche a mio marito gli devono più di cinquanta lire per la Provvidenza.
Domani voglio farmeli dare.
- Lasciate stare, mamma! lasciate stare! supplicava la Barbara.
Ma anch'ella aveva tanto di muso, perché non aveva potuto mettere la veste nuova, e quasi quasi si pentiva dei soldi spesi pel basilico che aveva mandato a comare Mena; e 'Ntoni il quale era venuto a prenderle, lo rimandarono mogio mogio, che il giubbone nuovo gli cascava di dosso.
Madre e figlia poi stavano a guardare dal cortile, mentre infornavano il pane, la babilonia che c'era in casa dei Malavoglia, tanto che le voci e le risate si udivano fin là, per farle arrabbiare maggiormente.
La casa del nespolo era piena di gente, come quando era morto compare Bastianazzo; e Mena, senza spadina d'argento e coi capelli spartiti sulla fronte, pareva tutt'altra, talché tutte le comari le facevano ressa intorno, e non si sarebbe sentita una cannonata dal cicaleccio e dalla festa.
Piedipapera sembrava che facesse il solletico alle donne, tante ne diceva, mentre l'avvocato stava preparando le carte, giacché a mandare l'usciere c'era tempo, aveva detto lo zio Crocifisso; persino padron Cipolla si lasciò andare a dir delle barzellette, alle quali rideva soltanto suo figlio Brasi; e tutti parlavano in una volta, mentre i monelli si disputavano le fave e le castagne fra le gambe della gente.
La stessa Longa, poveretta, aveva dimenticato i suoi guai dalla contentezza; e padron 'Ntoni, seduto sul muricciuolo, diceva di sì col capo, e rideva tutto solo.
- Bada a non dar da bere ai tuoi calzoni, come l'altra volta, che non hanno sete, diceva al figlio compare Cipolla; e diceva pure che si sentiva in gamba meglio della sposa e voleva ballare la fasola con lei.
- Allora io non ho più nulla da far qui, e me ne posso andare! rispondeva Brasi il quale voleva dire le sue barzellette anche lui, e gli seccava che lo lasciavano in un cantuccio come un minchione, e non gli dava retta nemmeno comare Mena.
- La festa si fa per comare Mena, diceva la Nunziata, ma essa non è contenta come tutti gli altri.
Allora la cugina Anna finse che le scappasse di mano il boccale, nel quale c'era ancora più di un quartuccio di vino, e cominciò a gridare:
- Allegria! allegria! "Dove ci sono i cocci ci son feste", e il vino che si spande è di buon augurio.
- Un altro po' me lo versava sui calzoni anche questa volta! brontolò Brasi, il quale dacché gli era accaduta quella disgrazia sul vestito stava guardingo.
Piedipapera s'era messo a cavalcioni sul muro, col bicchiere fra le gambe, che sembrava il padrone, per quell'usciere che poteva mandare, e disse: - All'osteria non c'è nemmeno Rocco Spatu, oggi tutta l'allegria è qui, e pare di essere dalla Santuzza.
- Qui è meglio assai! osservò il figlio della Locca, il quale era venuto in coda alla folla, e l'avevano fatto entrare per dare da bere anche a lui.
Dalla Santuzza se ci andate senza denari non vi danno niente.
Piedipapera dal muro stava guardando un piccolo crocchio di persone che discorrevano fra di loro vicino alla fontana, colla faccia seria come se fosse per cascare il mondo.
Alla spezieria c'erano i soliti sfaccendati, che si dicevano le orazioni, col giornale in mano, o si piantavano le mani sulla faccia, chiacchierando, quasi volessero accapigliarsi; e don Giammaria rideva e ci tirava su una presa, che si vedeva di là il piacere che gli faceva.
- O perché non sono venuti il vicario e don Silvestro? domandò Piedipapera.
- Gliel'ho detto anche a loro, ma vuol dire che hanno da fare, rispose padron 'Ntoni.
- Son là, alla spezieria, che sembra ci sia quello dei numeri del lotto.
O cosa diavolo è successo?
Una vecchia andava strillando per la piazza, e si strappava i capelli, quasi le avessero portata la malanuova; e davanti alla bottega di Pizzuto c'era folla come quando casca un asino sotto il carico, e tutti si affollano a vedere cos'è stato, talché anche le donnicciuole guardavano da lontano colla bocca aperta senza osare d'accostarsi.
- Io, per me, vado a vedere cos'è successo; disse Piedipapera, e scese dal muro adagio adagio.
In quel crocchio, invece dell'asino caduto, c'erano due soldati di marina, col sacco in spalla e le teste fasciate, che tornavano in congedo.
Intanto si erano fermati dal barbiere a farsi dare un bicchierino d'erbabianca.
Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontano la storia d'Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle orecchie tese, fitta come le mosche.
- Il figlio di Maruzza la Longa ci era anche lui sul Re d'Italia, osservò don Silvestro, il quale si era accostato per sentire.
- Ora vado a dirlo a mia moglie! saltò su mastro Turi Zuppiddu, così si persuaderà ad andarci da comare Maruzza, ché i musi lunghi non mi piacciono, fra vicini ed amici.
Ma intanto la Longa non ne sapeva nulla, poveraccia! e rideva ed era in festa coi parenti e gli amici.
Il soldato non finiva di chiacchierare con quelli che volevano ascoltarlo, giocando colle braccia come un predicatore.
- Sì, c'erano anche dei siciliani; ce n'erano di tutti i paesi.
Del resto, sapete, quando suona la generale nelle batterie, non si sente più né scia né vossia, e le carabine le fanno parlar tutti allo stesso modo.
Bravi giovanotti tutti! e con del fegato sotto la camicia.
Sentite, quando si è visto quello che hanno veduto questi occhi, e come ci stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la Madonna! questo cappello qui lo si può portare sull'orecchio!
Il giovanotto aveva gli occhi lustri, ma diceva che non era nulla, ed era perché aveva bevuto.
- Si chiamava il Re d'Italia, un bastimento come non ce n'erano altri, colla corazza, vuol dire come chi dicesse voi altre donne che avete il busto, e questo busto fosse di ferro, che potrebbero spararvi addosso una cannonata senza farvi nulla.
È andato a fondo in un momento, e non l'abbiamo visto più, in mezzo al fumo, un fumo come se ci fossero state venti fornaci di mattone, lo sapete?
- A Catania c'era una casa del diavolo! aggiunse lo speziale.
- La gente si affollava attorno a quelli che leggevano i giornali, che pareva una festa.
- I giornali son tutte menzogne stampate! sentenziò don Giammaria.
- Dicono che è stato un brutto affare; abbiamo perso una gran battaglia, disse don Silvestro.
Padron Cipolla era accorso anche lui a vedere cos'era quella folla.
- Voi ci credete? sogghignò egli alfine.
Son chiacchiere per chiappare il soldo del giornale.
- Se lo dicono tutti che abbiamo perso!
- Che cosa? disse lo zio Crocifisso mettendosi la mano dietro l'orecchio.
- Una battaglia.
- Chi l'ha persa?
- Io, voi, tutti insomma, l'Italia; disse lo speziale.
- Io non ho perso nulla! rispose Campana di legno stringendosi nelle spalle; adesso è affare di compare Piedipapera e ci penserà lui; e guardava la casa del nespolo, dove facevano baldoria.
- Sapete com'è? conchiuse padron Cipolla, è come quando il comune di Aci Trezza litigava pel territorio col Comune di Aci Castello.
Cosa ve n'entrava in tasca, a voi e a me?
- Ve n'entra! esclamò lo speziale tutto rosso.
Ve n'entra...
che siete tante bestie!...
- Il guaio è per tante povere mamme! s'arrischiò a dire qualcheduno; lo zio Crocifisso che non era mamma alzò le spalle.
- Ve lo dico io in due parole com'è, raccontava intanto l'altro soldato.
È come all'osteria, allorché ci si scalda la testa, e volano i piatti e i bicchieri in mezzo al fumo ed alle grida.
L'avete visto? Tale e quale! Dapprincipio, quando state sull'impagliettatura colla carabina in pugno, in quel gran silenzio, non sentite altro che il rumore della macchina, e vi pare che quel punf! punf! ve lo facciano dentro lo stomaco: null'altro.
Poi, alla prima cannonata, e come incomincia il parapiglia, vi vien voglia di ballare anche voi, che non vi terrebbero le catene, come quando suona il violino all'osteria, dopo che avete mangiato e bevuto, e allungate la carabina dappertutto dove vedete un po' di cristiano, in mezzo al fumo.
In terra è tutt'altra cosa.
Un bersagliere che tornava con noi a Messina ci diceva che non si può stare al pinf panf delle fucilate senza sentirsi pizzicar le gambe dalla voglia di buttarsi avanti a testa bassa.
Ma i bersaglieri non sono marinari, e non sanno come si fa a stare nel sartiame col piede fermo sulla corda e la mano sicura al grilletto, malgrado il rollio del bastimento, e mentre i compagni vi fioccano d'attorno come pere fradicie.
- Per la madonna! esclamò Rocco Spatu.
Avrei voluto esserci anch'io a far quattro pugni!
Tutti gli altri stavano ad ascoltare con tanto d'occhi aperti.
L'altro giovanotto poi raccontò pure in qual modo era saltata in aria la Palestro, - la quale ardeva come una catasta di legna, quando ci passò vicino, e le fiamme salivano alte sino alla penna di trinchetto.
Tutti al loro posto però, quei ragazzi, nelle batterie o sul bastingaggio.
Il nostro comandante domandò se avevano bisogno di nulla.
- No, grazie tante, risposero.
Poi passò a babordo e non si vide più.
- Questa di morire arrostito non mi piacerebbe, conchiuse Spatu; ma pei pugni ci sto.
E la Santuzza come tornò all'osteria gli disse: - Chiamateli qua, quei poveretti, che devono aver sete, dopo tanta strada che hanno fatto, e ci vuole un bicchiere di vino schietto.
Quel Pizzuto avvelena la gente colla sua erbabianca, e non va a confessarsene.
Certuni la coscienza l'hanno dietro le spalle, poveretti loro!
- A me mi sembrano tanti pazzi, costoro! diceva padron Cipolla soffiandosi il naso adagio adagio.
Che vi fareste ammazzare voi quando il re vi dicesse: fatti ammazzare per conto mio?
- Poveracci, non ci hanno colpa! osservava don Silvestro.
Devono farlo per forza, perché dietro ogni soldato ci sta un caporale col fucile carico, e non ha a far altro che star a vedere se il soldato vuol scappare, e se il soldato vuol scappare il caporale gli tira addosso peggio di un beccafico.
- Ah! così va bene! Ma è una bricconata bell'e buona!
Tutta la sera si rise e si bevette nel cortile dei Malavoglia, con un bel chiaro di luna; e sul tardi poi, quando tutti erano stanchi, e ruminavano lentamente le fave abbrustolite, e alcuni anche cantarellavano sottovoce, colle spalle al muro, vennero a raccontare la storia che avevano portato in paese i due congedati.
Padron Fortunato se n'era andato di buon'ora, e aveva condotto via Brasi col vestito nuovo.
- Quei poveri Malavoglia, diceva incontrando sulla piazza Campana di legno, Dio gliela mandi buona! Hanno la iettatura addosso!
Lo zio Crocifisso stava zitto e si grattava la testa.
Lui non c'entrava più, se n'era lavate le mani.
Ora era affare di Piedipapera; ma gli dispiaceva, in coscienza.
Il giorno dopo cominciò a correre la voce che nel mare verso Trieste ci era stato un combattimento tra i bastimenti nostri e quelli dei nemici, che nessuno sapeva nemmeno chi fossero, ed era morta molta gente; chi raccontava la cosa in un modo e chi in un altro, a pezzi e bocconi, masticando le parole.
Le vicine venivano colle mani sotto il grembiule a domandare se comare Maruzza ci avesse il suo Luca laggiù, e stavano a guardarla con tanto d'occhi prima d'andarsene.
La povera donna cominciava a star sempre sulla porta, come ogni volta che succedeva una disgrazia, voltando la testa di qua e di là, da un capo all'altro della via, quasi aspettasse più presto del solito il suocero e i ragazzi dal mare.
Le vicine le domandavano pure se Luca avesse scritto, o era molto che non riceveva lettera di lui.
- Davvero ella non ci aveva pensato alla lettera; e tutta la notte non poté chiudere occhio, e aveva sempre la testa là, nel mare verso Trieste, dov'era successa quella ruina; e vedeva sempre suo figlio, pallido e immobile, che la guardava con certi occhioni sbarrati e lucenti, e diceva sempre di sì, come quando l'avevano mandato a fare il soldato - talché sentiva anche lei una sete, un'arsura da non dirsi.
- In mezzo a tutte le storie che correvano pel villaggio, e che erano venuti a raccontargliele, le era rimasto in mente di uno di quei marinari, che l'avevano pescato dopo dodici ore, quando stavano per mangiarselo i pescicani, e in mezzo a tutta quell'acqua moriva di sete.
Allora la Longa, come pensava a quell'uomo che moriva di sete in mezzo a tutta quell'acqua, non poteva stare dall'andare ad attaccarsi alla brocca, quasi ce l'avesse avuta dentro di sé quell'arsura, e nel buio spalancava gli occhi, dove ci aveva sempre stampato quel cristiano.
Coll'andare dei giorni però, nessuno parlava più di quello che era successo; ma come la Longa non vedeva spuntare la lettera, non aveva testa né di lavorare né di stare in casa; era sempre in giro a chiacchierare di porta in porta, quasi andasse cercando quel che voleva sapere.
- Avete visto una gatta quando ha perso i suoi gattini? dicevano le vicine.
La lettera non veniva però.
Anche padron 'Ntoni non s'imbarcava più e stava sempre attaccato alle gonnelle della nuora come un cagnolino.
Alcuni gli dicevano: - Andate a Catania che è paese grosso, e qualcosa sapranno dirvi.
Nel paese grosso il povero vecchio si sentiva perso peggio del trovarsi in mare di notte, e senza sapere dove drizzare il timone.
Infine gli fecero la carità di dirgli che andasse dal capitano del porto, giacché le notizie doveva saperle lui.
Colà, dopo averlo rimandato per un pezzo da Erode a Pilato, si misero a sfogliare certi libracci e a cercare col dito sulla lista dei morti.
Allorché arrivarono ad un nome, la Longa che non aveva ben udito, perché le fischiavano gli orecchi, e ascoltava bianca come quelle cartacce, sdrucciolò pian piano per terra, mezzo morta.
- Son più di quaranta giorni - conchiuse l'impiegato, chiudendo il registro.
Fu a Lissa; che non lo sapevate ancora?
La Longa la portarono a casa su di un carro, e fu malata per alcuni giorni.
D'allora in poi fu presa di una gran devozione per l'Addolorata che c'è sull'altare della chiesetta, e le pareva che quel corpo lungo e disteso sulle ginocchia della madre colle costole nere e i ginocchi rossi di sangue, fosse il ritratto del suo Luca, e si sentiva fitte nel cuore tutte quelle spade d'argento che ci aveva la Madonna.
Ogni sera le donnicciuole, quando andavano a prendersi la benedizione, e compare Cirino faceva risuonare le chiavi prima di chiudere, la vedevano sempre lì, a quel posto, accasciata sui ginocchi, e la chiamavano anche lei la madre addolorata.
- Ha ragione - dicevano nel paese.
- Luca sarebbe tornato fra breve, e i suoi trenta soldi al giorno se li sarebbe guadagnati.
"A nave rotta ogni vento è contrario".
- Avete visto padron 'Ntoni? aggiungeva Piedipapera; dopo la disgrazia di suo nipote sembra un gufo tale e quale.
- Adesso la casa del nespolo fa acqua davvero da tutte le parti, come una scarpa rotta, e ogni galantuomo bisogna che pensi ai suoi interessi.
La Zuppidda era sempre con tanto di muso, e borbottava che ora tutta la famiglia rimaneva sulle braccia di 'Ntoni! Questa volta una ragazza ci penserà prima di pigliarselo per marito.
- Cosa ci hai con quel povero giovane? domandava mastro Turi.
- Voi tacete, ché non sapete nulla; gli gridava la moglie.
I pasticci non mi piacciono! Andate a lavorare che non sono affari vostri - e lo mandava fuori dell'uscio colle braccia penzoloni e quella malabestia di dieci rotoli in mano.
Barbara, seduta sul parapetto del terrazzo, a strappare le foglioline secche dei garofani, colla bocca stretta anche lei, faceva cascare nel discorso che "maritati e muli vogliono star soli" e che "fra suocera e nuora ci si sta in malora".
- Quando Mena si sarà maritata, rispondeva 'Ntoni, il nonno ci darà la camera di sopra.
- Io non ci sono avvezza a star nella camera di sopra, come i colombi! tagliava corto la Barbara; tanto che suo padre, ch'era suo padre! diceva a 'Ntoni, guardandosi attorno, mentre se ne andavano per la straduccia: - Verrà tutta sua madre, la Barbara; pensa a non farti