LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 7
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M'ero gittato anche sui cinquecentisti, sempre avendo l'occhio alla lingua.
Il Gelli, il Giambullari, il Firenzuola, il Caro, il Castiglione, mi deliziavano.
Nessuno dei miei compagni aveva tanto letto.
E poi, ciascuno aveva le sue faccende; a molti quella scuola era una parentesi.
Per me la mia faccenda era quella; non pensavo ad altro; stavo le intere giornate correggendo bozze di stampa, sfogliando dizionari e grammatiche.
E a poco a poco, senza ch'io me ne accorgessi o ci pensassi, mi trovai il segretario e il favorito del marchese Puoti.
Quello a cui prima non poneva la mira, come a cosa troppo alta, parve allora a me e a tutti cosa naturalissima.
Non ch'io surrogassi qualcunaltro; nessun lasciò il suo ufficio; l'abate Meledrandi stava sempre lí col suo piglio beffardo e insolente.
Il nome era pur quello, ma sotto al nome non c'era piú la cosa.
Il marchese perdeva la pazienza, e l'interrompeva spesso.
Una sera ch'egli faceva la lettura, il marchese era di pessimo umore, e lo correggeva aspramente, ripigliando la parola letta e pronunziandola lui, accompagnando la correzione con un certo suo intercalare favorito, che moveva a riso tutti.
L'abate sbuffava, e non trovava loco, e non potendo piú tenersi, uscí a dire: "Ma insomma, ora debbo alzare la voce, ora no, debbo abbassarla; non so come uno si debba regolare con voi".
Guardammo al marchese, e ci pareva che stesse lí lí per avventarglisi e pigliarlo pel collare; ma si contenne, e gli fece un'ammonizione senza intercalare, fredda e dura.
Da quel dí Meledandri perdette autorità.
Ritornò poi in Castellaneta, sua patria, e non ne seppi piú notizia.
Il marchese era tutto intento a compilare una grammatica a uso dei giovanetti, e si giovava dei miei studi e della mia erudizione.
Mi presentò alla sua famiglia, e piú volte mi tenne a pranzo seco.
Mi avevano posto per soprannome il grammatico.
Io me ne teneva, e andava con la testa alta.
Capitolo NONO
COSE DI CASA
Intanto le cose di casa non andavano bene.
Zio Carlo invecchiava; la famiglia s'era accresciuta; i mezzi scarseggiavano.
Un bel giorno congedarono un maestro, e messero me a insegnare Storia Sacra.
Di storie ne avevo lette infinite, senza critica e bevendomi tutto quello ch'era stampato.
Avvenne che i miei scolari erano piú maliziosi di me, e quando io parlava con molta gravità delle foglie di fico o del vitello d'oro, quei birichini ridevano, e io m'incolleriva.
La mente della famiglia era zio Pietro, gli anni e le fatiche avevano indebolito lo zio che lo lasciava fare, e lui aveva tirato a sé zia Marianna e regolava tutto.
Era alto della persona, magro e asciutto.
Venne dallo zio educato in Napoli, e non gli erano mancati studi letterarii e filosofici.
Tornato dall'esilio, s'era messo a fare il medico, ma era già troppo innanzi con gli anni, e la clientela era scarsa.
Aveva una cert'aria di civiltà, una certa sceltezza di maniere, che gl'imprimeva sul volto pallido non so quale distinzione.
Era uomo accortissimo, con un certo saper fare.
Tirava naturalmente pei figli, e tutto ciò che poteva sottrarre alla mia famiglia, non gli dispiaceva.
In quel tempo Aniello suo secondogenito veniva già con noi alla scuola del Puoti; portava fresche da Roma le impressioni, e aveva, con una bella descrizione della Villa Borghese, attirata l'attenzione del marchese e dei compagni.
Giovannino e io eravamo nel termine degli studi legali.
Zio Pietro pensava già ad allogare Giovannino presso un avvocato, per fargli la strada.
Io poi nel suo pensiero doveva essere un aiuto dello zio per sorreggere la scuola in quei suoi vecchi anni.
Cosí cominciai maestro di Storia Sacra.
Egli ne aveva parlato anche col marchese, al quale piaceva molto ch'io mi consacrassi alle lettere, e fin d'allora mi chiamava "il professorino".
Io era l'occhio dritto dello zio non solo per i miei studi, ma per la mia tranquilla condotta, e non ricordo mai di aver ricevuto da lui alcun castigo.
Naturalmente io era lo scudo della mia famiglia, e quando zio Pietro e zia Marianna dicevano male del babbo o mettevano in canzonatura mio fratello Paolino, zio li ammoniva con l'occhio, accennando alla mia presenza: il qual sentimento di delicatezza mi fece impressione.
Essi mi sogguardavano e tacevano.
In questo mezzo era morto il professore di latino della Università, e s'era aperto il concorso.
Zio Pietro stimolò molto lo zio perché concorresse anche lui.
Zio vi consentí a malincuore, e passò ore angosciose tra preparazione, timori e speranze.
Venne il dí.
Si fecero gli scritti; poi si dovea tenere la lezione pubblica.
Vi andò molta scolaresca, e vi andò zio Pietro, e vi andò il marchese e molti chiari uomini.
A me batte il cuore, e non osai andare; pure i piedi mi tiravano là.
Giunto alla chiesa del Gesú Nuovo, non proseguii, ed entrai e m'inginocchiai avanti all'inferriata dell'altare maggiore.
Non so come, mi era venuta quell'idea.
Rimasi lí per un pezzo col capo appoggiato ai ferri.
Era già lungo tempo ch'io non usava a chiesa.
La prima domenica che non sentii messa, quel pensiero mi stava come un chiodo in capo.
Poi venne l'abitudine e l'indifferenza.
Il governo che voleva per forza la fede della congregazione, ci rendeva odiosa ogni specie di culto.
Pareva un atto servile.
C'erano poi i malcreati che motteggiavano i giovani timorati di Dio.
Io avevo lasciato da parecchio ogni studio di filosofia, e mi stavano ancora in mente i principii religiosi, rimasti però in aria, senza alcuna base nella vita.
Seguii l'andazzo.
Non sentivo piú messa, non mi confessavo piú.
Tutto questo, stando lí inginocchio, mi si affacciava come un rimprovero.
Pensai che forse Dio per punire me non sosterrebbe lo zio nell'ardua prova.
E mi posi fervidamente a pregare.
Non erano avemarie e paternostri, come facevo piccino; era un'onda che mi gonfiava il cuore e si versava fuori.
Stetti cosí un pezzo tra lacrime e preghiere.
Uscí una messa ch'io sentii.
Ma nel bel mezzo mi distrassi, e non seguii piú il prete, e seguii le ombre del mio cervello.
Pensai a don Domenico Cicirelli e a quel tal Fortunato, e mi pareva gente sofistica e dappoco dirimpetto alla solenne e parlante grandezza di quella chiesa.
Il mio sguardo si perdeva tra quelle volte, e mi pareva che tutte quelle facce di santi e di beati dipinti prendessero sangue e carne e guardassero me.
Mi sovvenni del Figliuol prodigo, e m'intenerii, e non sapevo comprendere come avessi potuto tollerare gli sconci parlari dei cattivi compagni, e ripigliando l'antica usanza mi feci un gran segno di croce come per cacciarli via da me.
Quel prete che diceva messa mi spirava divozione; guardavo con occhio amico quelle sottane lunghe e nere con quei berretti quadrati, e fino quel padre gesuita che disapprovò il mio latino, mi venne alla memoria e mi parve amabile nella sua severità.
Finalmente, stanco di quel fantasticare, andai via, pensando che il mio nome era Francesco Saverio, quel Santo che fu Apostolo dell'Indie e decoro della compagnia di Gesú.
Andavo per via piú tranquillo, riconciliato con me stesso, pure non ben sicuro di aver fatto la mia pace con Dio, e mi promettevo di tornare colà a sentir messa il dí appresso.
Continuando il cammino col vago disegno di andare fino all'Università, giunto alla svolta di San Sebastiano, mi voltai anch'io, e distratto e pensoso mi trovai in casa del marchese Puoti.
Seppi ch'era tornato, e mi venne un batticuore, e salivo lentamente le scale come per pigliar tempo, non osando sapere da lui quello che pur tanto desideravo sapere; ma il timore era piú forte del desiderio.
Giunsi ch'era già in camera tra un cerchio di giovani e diceva le sue impressioni.
Io rimasi cosí sull'uscio, mezzo nascosto, e il marchese continuava con vivacità di parola e di gesto, con grandi atti pazienti di Gaetano che gli faceva la barba.
"Il canonico Lucignani, - diceva lui, - ha fatto solo qualche cosa che valga; nella sua lezione c'era un passaggio felicissimo, e una bella interpretazione di un luogo di Quintiliano: gli altri hanno armeggiato".
Quell'armeggiato mi sonò nell'orecchio come la sentenza oscura della Sibilla.
"Come ha detto?" mi voltai con una gomitata a un compagno, e lui mi ripete: "Gli altri hanno armeggiato".
Corsi in sala, dove si teneva la scuola, e presi in furia e in fretta il dizionario.
Quell'armeggiare mi parevi dovesse significare combattere, battagliare, disputare la vittoria; mi rimaneva un filo di speranza per lo zio.
La mia furia era tale che non mi riuscí subito trovare la pagina, e pestavo dei piedi.
Finalmente mi venne innanzi quella maledetta pagina e quel maledetto armeggiare.
Lessi che significava: fare opera vana, e divenni pallidissimo e caddi col capo sulla mano.
Uscii a capo basso, come can frustato, senza pur vedere il marchese.
Giunsi a casa, e lo zio era abbattutissimo e stanchissimo, e sentiva i conforti di D.
Nicola del Buono che leggeva il suo scritto, pur facendo qualche appunto.
Zio Pietro mormorava che D.
Nicola era invidioso, e gli raggiava il volto, credendo alla vittoria di zio Carlo, e si voltò a me, dicendo, "Cosa ne dici tu, Ciccillo? Ah! tu non c'eri".
Io non fiatai; ero inconsolabile, e chinai il capo, e mi ritirai in quell'angolo di casa, testimonio delle mie veglie e dei miei studi.
Era sul tavolo un libro aperto, le Vite de' Santi Padri di Domenico Cavalca.
Io presi il libro con dispetto e lo buttai giú, dicendo: "Al diavolo questi Santi Padri.
Ho invocato oggi tutti i Santi dei paradiso.
A che siete buoni voi altri Santi?" Poi mi pentii di quell'atto di superbia, e mi sovvenni che dovevo sentir messa il dí appresso, e raumiliato e stanco mi buttai sul letto e ingombra la mente di fantasmi m'addormentai.
Venne il dimane.
Mi avviai e mi trovai innanzi al Gesú, ma indugiavo e non volevo entrare, e un pensiero mi diceva: "Sí, entra".
Tra entrare e non entrare continuavo il cammino, e mi trovai dal marchese Puoti, e a chiesa non ci tornai piú.
Mio zio era rimasto percosso, s'era fatto piú curvo, e rompeva spesso in atti d'impazienza.
Qualche volta vidi che lacrimava.
Mi sembrò che fosse divenuto un po' freddo con me, e non mi volesse piú quel bene.
Una sera, mentre io gli facevo le moine, si levò e mi percosse, e dovettero trarmi dalle sue mani.
Cosa era nato? Anche oggi non lo so.
Un'altra volta s'andava a fare una scampagnata sopra i Cacciottoli.
Eravamo giunti al largo della Pigna Secca, quando dissero a zio che io portava una calzetta rotta, e zio s'infuriò e mi ordinò di ritirarmi a casa.
Il mattino, secondo il solito, andai allo zio e dissi: "Zio, sono le sei e mezzo".
Tornato piú tardi lo chiamai un'altra volta, egli si levò.
Ero entrato in cucina allora allora, quando mi giunse una voce: "Ciccillo! Ciccillo!" Tesi l'orecchio, e la voce ripeté "Ciccillo!" Corsi e vidi che lo zio era per terra, e mi chinai per alzarlo, ed egli fece un gesto d'impazienza, come volesse dire: "Cosa puoi fare tu?" Corsi da zio Pietro, gridando: "Zio è caduto".
Fummo tutti attorno a lui, e a gran fatica fu potuto rimettere a letto.
Aveva perduto tutto il lato sinistro.
Ecco subito salassi e sanguisughe e digiuni e cuffia di ghiaccio.
Riebbe la parola, ci guardò, ci ravvisò.
Noti lasciò piú il letto.
Capitolo DECIMO
LA CRISI
Fu quello un momento solenne nella mia vita.
Non avevo mai pensato al dimane; tiravo innanzi alla spensierata e allegramente, come lo zio non dovesse mai morire, e le cose dovessero stare sempre cosí.
Questo medesimo era in capo ai miei cugini.
In casa era un allegria, una gara di studi e di esercizî geniali.
Zio ci seguiva col suo occhio pieno d'affetto, e voleva, quando si levava il mattino, sentire da noi ripetizioni, conferenze, tutto ciò che imparavamo nei diversi rami dello scibile.
Stavo allora leggendo il Galateo ed il Cortigiano, e vago sempre di fatti guerreschi, la sera leggevo come un romanzo le Guerre di Fiandra del Bentivoglio e le Guerre civili del Davila.
Quello studio delle frasi m'era venuto un po' a noia; le cose m'interessavano molto, e avevo la stessa ammirazione verso scrittori differentissimi d'ingegno e di stile, come Guicciardini, Davila, Cellini.
Le Storie del Machiavelli mi seccavano, salvo qualche brano rettorico.
Il mio gusto non era ancora formato.
Cercavo negli scrittori il sentimento, l'immaginazione, l'acutezza e la novità del pensiero, e non m'entrava ancora quell'aurea semplicità che vantava il Puoti.
Sentivo che c'era una certa contraddizione tra quel secco periodare da cinquecentista e quel secco fraseggiare da trecentista.
Venutomi a noia lo studio delle parole, mi prendea vaghezza di studiare le cose.
Sotto Costantino Dimidri avea cominciato lo studio dell'anatomia.
La miopia m'impediva di veder bene il cadavere tra quella folla, e supplivo con le figure e con lo studio camerale.
Quanti libri di zoologia, di chimica, di geologia, di medicina mi venivano in mano, tanti ne divoravo.
Le mie letture erano come di romanzi, senza serietà di fine e di studio, tirato da piacere e da curiosità.
Storia naturale, fisiologia, patologia mi attiravano molto; vedevo aprirsi allo sguardo mondi ignoti e inesplorati.
Zio Pietro ci parlava spesso del suo maestro Nicola d'Andria e di Cotugno e di Bufalini e di stimolo e di controstimolo.
Ci parlava di tempi nei quali si curava, con buoni arrosti e con buon vino, sul fondamento che ciascuna malattia provenisse da debolezza.
Poi combatteva questa dottrina, e parlava di lenitivi e di emollienti e rilassanti, di purghe e di salassi, accompagnati con l'inevitabile digiuno, visto che ciascuna malattia proviene da infiammazione.
Sentivo zio Pietro a bocca aperta; quelle metafisicherie mi facevano gola, e aguzzavano in me l'appetito di nuove letture.
Qualche ora del giorno si passava a studiar greco col Margaris, e latino col Rodinò.
A casa trovavano puntualmente il maestro Cinque, un bassotto sbarbato e guantato; ed ecco sonare, cantare, ballare.
Oh! l'era una bella vita.
Io c'ero tutto dentro, fantasticando, meditando, leggendo, quando il caso dello zio Carlo mi chiamò alla triste realtà.
Tutti gli studi furono interrotti.
Ogni allegria finí.
Quegli squarci di cielo azzurro che ridevano alla mia anima si copersero di nuvole.
Il presente era triste, l'avvenire divenne oscuro.
Zio Pietro dispose che Giovannino andasse a fare la sua pratica presso il Padovano, un riputato avvocato commerciale.
E io rimasi lí in casa, con tutto il peso della scuola sulle mie spalle curve.
La sera andavo sempre alla scuola del Puoti; ma tutta la giornata era spesa a spiegare grammatiche e rettoriche e autori latini e greci, a dettar temi, a correggere errori.
Ero pazientissimo, rotto alla fatica; pure quelle cinque classi prostravano in me ogni virtú.
Finivo mezzo cretino, inetto a capire un libro, e non sapevo come zio avesse potuto durare a quella pena.
Quei cari studi dei miei primi anni mi riuscivano acerbi, non solo per la fatica, ma perché non erano piú d'accordo con la mia coscienza.
Quel Soave, quel Falconieri mi facevano pietà.
Quelle ariette del Metastasio, quelle ottave del Tasso, quei sonetti, quelle sestine, quelle epigrafi, quelle ceneri coronate, quegli Adami rabuffati, quei maestri di fulmini e quegli Eugenii che fanno paura alla morte, non entravano piú nel mio spirito.
Quel dover torturare una frase di Livio o di Tacito che facevano gli scolari per cavarne un senso plausibile, era una tortura al mio spirito, e talora si movevano le mani come per dare uno scappellotto.
Quegli scrittori vivi mi parevano divenire pezzi di anatomia, entro i quali quei giovanotti cercavano faticosamente la costruzione.
Quel contare sulle dita, quel fare la cantilena, quello stupido recitare a memoria, quel darsi i pizzicotti mentr'io mi sfiatava, m'era intollerabile, mi dava sui nervi.
Alcun conforto prendeva, quando veniva la volta delle classi superiori.
Erano miei coetanei, e ci capivamo meglio.
Posi loro in mano le lettere di Annibal Caro.
Era una novità ardita che piacque.
La base dello studio era il latino.
Per l'italiano, oltre la lettura del Tasso, non c'era altro.
Prima si destò la curiosità; poi si cominciò a spigolare frasi; ma questo gioco presto venne a noia a me ed a loro.
Cominciai a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico delle idee, sulla espressione del sentimento, sulle intenzioni e sulle malizie dello scrittore.
Erano cose nuove per loro e per me, che faceva con que' commenti improvvisati opera sottile e ingegnosa.
Si andò tanto innanzi che ne uscí un trattatello sul genere epistolare, di cui fece una bella copia un tal Francesco Durelli.
Bassa persona, faccia terrea, occhi piccoli senza espressione, fisionomia senza colore, mi pare ancora di vederlo questo ragazzotto, che m'era inferiore d'età.
Si era stretto a me; mi veniva a trovare spesso; mi lusingava con lodi esagerate, che per la prima volta accarezzavano il mio orecchio.
Io, inesperto della vita e degli uomini, in un momento d'abbandono gli dissi le mie angustie: "Che sarà di me?" E lui a spacciar protezioni, a vantar nobili parentadi e grandi amicizie; e io apriva gli occhi e beveva tutto.
Mi parlò di un tale Schmücher segretario della Regina Madre e suo grande amico, e "Gli voglio mostrare questo tuo trattatello; vedrà che tu sei forte nel genere epistolare e ti prenderà a' suoi servigi; ma tu devi raggiustare la tua calligrafia".
Io mi feci venire un maestro, e cominciai a tirare aste in su e in giú, a studiare il maiuscolo e il corsivo, il francese e l'inglese.
La scuola non mi rendeva nulla; ché zio Pietro intascava tutto.
Spesso mi mancava il necessario per comparire innanzi alla gente, ancorché fossi trascuratissimo nel vestire.
Mi si porse occasione di una lezione privata in casa del signor Fernandez, spedizioniere di una casa di commercio.
Mi davano trenta carlini al mese, che mi parve un tesoro.
Andavo lí in gran segreto, per tema che quei trenta carlini non cadessero nelle tasche di zio Pietro.
Avevo cosí in pochi mesi accumulate alcune piastre, che mi tenevo carissime e gelosissime.
Era il mio secreto, e non ne dissi verbo ad alcuno, neppure a Giovannino.
Ma quello scaltro ragazzotto fiutò la cosa e mi tirò il secreto di bocca, e fissava certi occhietti di avvoltoio sulle mie povere piastre.
Un dí mi raccontò che aveva parlato con lo Schmücher, e che la cosa era bene avviata, e che fra poco avrei avuto l'impiego.
Mi si fece tanto di cuore.
Egli mi fe' intendere con una vocina insinuante che gli occorreva un po' di danaro, e teneva gli occhi bassi, cosí tra lo scemo e lo sbadato.
Io capii in aria, e volli risparmiargli la vergogna del domandare e me gli offrii prontissimo.
Egli adunghiò quelle amate piastre con un sorrisetto, promettendo la restituzione fra pochi dí, e facendomi balenare sempre innanzi l'impiego.
Tutto a un tratto scomparve.
Che è? che non è? Nessuno l'ha visto; nessuno sa la sua casa.
Ecco un dí venire un suo zio, credo un commissario di guerra, che voleva sapere degli studi e della condotta del suo caro Francesco.
"Ma se non viene piú!" diss'io.
E d'una in altra parola gli sballai tutto.
La mia semplicità lo fece prima ridere; poi si adirò contro il nipote, e ch'era un bugiardo, un intrigante, un discolo, e mi promise le piastre, e che avrebbe fatto, avrebbe detto.
Ma quelle povere piastre non tornarono piú.
E cosí per tema di vederle in mano a zio Pietro finirono tra le unghie di un bricconcello.
Non vidi mai piú questo scroccone e fu questa la prima truffa che mi fu fatta.
Non potevo levarmi dinanzi quelle piastre lucenti, ch'erano il mio secreto, il mio bene.
Peggio è che non potevo sfogarmi con alcuno, stizzoso della burla e pauroso delle beffe.
Poi pensai all'impiego.
"E perché non andrei io da cotesto signor Schmücher? colui gli ha parlato; il mio nome debb'essere scritto, non sono ora un ignoto".
Mi feci animo.
E un dí ch'egli teneva udienza, me gli presentai.
Gli raccontai tutto.
Era un buon tedesco, alto della persona, con la faccia rubiconda e sazia, di modi schietti.
"Chi è questo signor Durelli? Non so nulla io".
Allora io gli parlai dei miei studi, e che sapevo scriver lettere, e che avevo una calligrafia non cattiva.
Egli m'interruppe, e mi guardò fiso e disse: "Ma non c'è nessuna persona che prenda cura di lei?" Io con gli occhi in aria risposi: "Sí; c'è lo zio".
"E dunque?" Innanzi a quel dunque rimasi di stucco, come tocco da un fulmine.
Non balbettai neppure.
Vedendomi a testa bassa e muto, mi volse le spalle indicando l'uscio.
L'usciere voleva il regalo, e io gli posi in mano quelle poche grana che mi trovai, e lui crollando il capo e protendendo le labbra, mi chiamò un pezzente, un calabrese.
Anche questo.
Camminai in fretta, come uomo inseguito.
M'ero preparato un cosí bel discorso; tante belle cose c'erano a dire a quel signore; come non gli diss'io che lo zio era ammalato, e che toccava a me l'aver cura di lui? Ero scoraggiato; mi pareva che tutti mi guardassero e mi facessero le beffe.
Mi guardai bene di dirne motto in casa.
Continuai taciturno a portare il basto, e sognavo i trenta carlini dei nuovo mese.
Un giorno, uscito appena di casa, incontrai zia Marianna.
"Come sta lo zio?" "Come volete che stia?" rispos'io.
Avevo la faccia di un crocifisso.
E andai oltre, studiando il passo per non mancare a non so quale appuntamento.
La zia sali in casa, e voltò la mia frase in quell'altra: "Zio sta peggio"; e riempi la casa di lamentazioni.
Lo zio si turbò.
Aveva la mente indebolita e lacrimava spesso.
Quando io fui tornato, mi chiamò a sé.
Si fece cerchio intorno al letto, e zio con l'aria di un giudice m'interrogò: "Come ti pare che io stia in salute?" Volsi in aria gli occhi smarriti, e dissi: "Molto meglio, mi pare; sarete presto guarito".
Andai via come un accusato; mi sentivo involto in un'atmosfera ostile, e non sapevo perché, e talora dava la colpa a me, e mi facevo un esame di coscienza, e mi promettevo d'essere piú cauto.
Un giorno non ne potevo piú; giacevo sotto la croce.
Era carnevale.
A me quei divertimenti chiassosi non garbavano.
Uscii verso le tre pomeridiane, assetato di aria e di solitudine.
Scesi in piazza della Carità.
C'era un diavoleto.
"Il carro! il carro!" si urlava.
Passava il carro dei principi reali, sfarzosamente addobbato.
Mi feci largo a gomitate, imprecando contro quel gentame che mi chiudeva il passo.
L'onda mi gettò verso il carro, e non solo mi venne addosso una pioggia di confetti duri come pietre, ma mi toccò una frustata da uno stalliere che mi respinse indietro.
Stavo come naufrago quando mi ripescò un tale D'Amore, e mi sorresse e mi tenne sotto il braccio.
Questo D'Amore era figlio d'un cantiniere, e lui faceva il signorino, ed era mio compagno alla scuola del Puoti.
"Che diavol ti porta qui?" "Maledetto paese e maledetto carnevale! - diss'io.
- Volevo andarmene tutto solo a bere un po' d'aria verso Capodimonte".
"E pensi tu solo di farti via? Ti farò la via io, e verrò con te".
Cosí a furia di spintoni giungemmo verso lo Spirito Santo, presso la farmacia Marra.
C'era gran calca; uno spingersi innanzi e indietro, come un mare furioso.
Si vedeva in lontananza il carro dei principi reali, fermato a battagliare con i balconi.
Molti vetri rotti erano testimonia del suo passaggio.
Il carro si avvicinava lentamente; il polverio accecava gli occhi; gli urli e i fischi intronavano la testa.
D'Amore disse: "Non si può passare; andiamo su; che sono amici miei".
E mi tirò per una porticina su in una camera.
Era ivi la casa del farmacista; un balcone stava spalancato; vidi signore che scappavano nelle altre stanze.
Fiutai un cattivo vento e tirai per l'abito D'Amore, dissi: "Andiamo via".
Saltavamo le scale, quando ci vennero di faccia alcuni gendarmi, che ci presero per il collo e ci tennero fermi, noi gridando e protestando invano.
Scesero poi tra gendarmi alcuni giovinastri con le mani infarinate, e tra percosse e pugni pure strepitavano e minacciavano.
Fummo messi in fila a due a due e menati per Toledo.
Bello spettacolo! Io stavo come un asino in mezzo ai suoni; non ci capivo nulla.
Toccai un vicino, e dissi: "Cosa è stato?" E mi narrò che, passando il carro dei principi, le maschere a furia di confetti avevano rotti i vetri al balcone, sfregiando signori e signore.
Ora alcuni giovanotti per far vendetta apparecchiarono della calce, e quando il carro ripassò sotto al balcone, ve la gettarono tutta con parole e con gesti di minaccia.
Figuriamoci.
Le vie erano guardate da gendarmi a piedi ed a cavallo.
Io capii il resto, "E...
cosa sarà di noi ora?" Stava presso a me un gendarme, che mi domandò di quale paese ero.
"Sono di Morra", diss'io.
"E sono di Morra io pure, - disse lui, - e ti voglio dare un buon consiglio.
Dateci qualcosa a noi altri, e vi faremo svicolare".
La cosa fu sentita; si pose mano nel taschino, e io con molta premura diedi al mio bravo compaesano, chi lo sa?, due piastre, avanzo dei famosi trenta carlini.
Ci fecero un bel sorrisetto, e colui disse a me, pigliando le due piastre: "Grazie, signorino".
Noi con gli occhi a destra e a manca guardando i vichi; e quelli con gli occhi di traverso su di noi dicevano: "Avanti, avanti".
Ci condussero in prefettura, e poi a Santa Maria Apparente.
"Dove andiamo?" dicevo io.
"Camminate, signorino, che è tardi; non dubitate".
Salivo salivo che mi veniva l'affanno; quegli m'ammiccava; e io pensando che mi conduceva a casa mi trovai per un ponte tra brutti ceffi in un camerone oscuro, dove fummo gittati tutti come una balla.
Sentimmo chiavare l'uscio con molto fracasso.
Non dico che ci guardammo l'un l'altro stupiti; ché non ci si vedea.
Ma quei giovinastri urlavano a piena gola: "Ehi! ma non è questa la maniera.
Custode, custode.
Ma dateci almeno un lume".
L'uomo aprí e si piantò sull'uscio con un lanternino in mano, gridando: "Cosa volete?" "Ma non c'è un letto, ma non c'è una sedia, ma non c'è un lume; ma che modo è questo? ma che abbiamo fatto?" E l'uomo dal lanternino si fece piú brutto e disse: "Belli figlioli, se fate ancora gl'ineducati, vi metterò giú giú, nel criminale, e v'insegnerò io l'educazione".
E fece un gesto con la mano, che voleva significare, "vi darò le mazzate".
La paura li ammansí; gli fecero cerchio, con aria supplichevole.
E allora il cerbero si mansuefece, e lasciò intendere che coi danari si accomodava tutto.
"Volete sedie? volete letti? volete buona cena e buon vino? pagate, pagate, signori; altrimenti ecco quello che passa il carcere"; e ci mostrò del pan muffito e nero, e una brocca d'acqua polverosa.
Nessuno aveva in tasca piú un grano; ché i gendarmi si avevano preso tutto.
Si venne a patti.
Il custode farebbe la nota; e noi avremmo pagato tutto.
Cosí fu portato del vino, del formaggio, buoni letti, delle sedie.
Vennero certi altri, brutte facce, e si levavano il berretto, e si offrivano a servirci, e il custode a dire ch'eravamo signori e ci trattassero bene.
Tutto andò per lo meglio.
Quei birboni mezzo ubbriachi ci raccontavano tante brutte storielle di quel carcere, e che si davano le mazzate e che l'affare era grosso, nientemeno da lavori forzati, e non ci fecero chiudere occhio tutta la notte.
La mattina, appena mi reggevo in piè.
Ero stato sempre raggomitolato in un cantuccio, con la mano sulla fronte, come estraneo a quella scena.
Quando il freddo mi poteva, camminavo in fretta, e mi parlavano e non sentivo, ero assorto nel mio dolore, tormentato dal pensiero della famiglia: "Che avrà detto lo zio? povero zio!" Le lacrime mi tremavano negli occhi.
Quel D'Amore aveva sparso ch'io poteva molto sul marchese Puoti, e che quella era la via della liberazione.
Ed eccoli intorno a me, e io scrissi una bella lettera al marchese, narrando il fatto e dichiarando tutti innocenti.
Si promise una bella moneta a uno di quei birboni, e la lettera fu portata.
L'ansietà era grande; si contavano i minuti; carcerieri e carcerati sogghignavano, portando false notizie; ora era un prorompere di gioia, ora un impallidire mortale; e intanto la nota s'ingrossava.
Ciascuno aveva scritto alla sua famiglia; e un po' di moneta circolava, appariva e spariva; l'ingordigia di quei bricconi era una botte senza fondo.
Ed ecco si sente come un grande spalancare di porte: "Cosa è nato? sarà un noioso carcerato, sarà la grazia.
Sí e no".
Il custode si accosta gravemente e dice: "Chi è tra voi il signor De Sanctis?" "Ecco", - diss'io.
- "Lei può andar via".
"Come? come? lui solo?" fu il grido di tutti.
E seguitavano che una era la causa, e se usciva uno, dovevano uscir tutti, e che la non andava cosí, e volevano ragione dal custode, come fosse lui il re.
E vollero ch'io non uscissi, e che riscrivessi al marchese.
A farla breve, verso sera che s'era fatto scuro, venne l'ordine per tutti.
Mi abbracciavano; divenni ai loro occhi un pezzo grosso; il custode si levò il berretto.
Ma non fummo lasciati uscir subito.
Si venne al conto; e cominciò un vero battibecco alla napoletana sui prezzi con strilli e voci e gesti grossolani; i piú focosi minacciavano, e quelli ridevano.
"Pagate, pagate, signori".
Poi c'erano i cosí detti servi, che ci avevano rotto la testa tutta la notte; e c'era il custode che voleva il regalo, e altre brutte figure; ciascuno stendeva la mano e voleva la mancia.
Bisognò mandare alle famiglie, e chieder nuovo danaro.
Quando scendevamo pel ponte, quei ladroni fermi sulla gran porta ci facevano le sberleffe, e qualche voce ci giungeva, "bambocci, ragazzaglia", e non dico le parole sconce.
Ma chi l'udiva? Quando fummo fuori, non ci pareva vero.
Ciascuno corse a casa.
Io non vidi zio Pietro e zia Marianna che mi venivano incontro, e corsi difilato allo zio che piangeva.
Me ne disse delle belle; io non cercai difendermi, e stanco morto me ne andai a letto.
La mattina mi levai fresco come una pasqua, e raccontai il fatto ai cugini e a zio Pietro, con certi miei ricami e abbellimenti.
La poca pratica della vita, e la lettura dei romanzi mi avvezzavano a queste bugie della immaginazione.
Tornai muto e tristo.
Non avevo piú gusto per la scuola; non aprivo piú un libro; avevo la testa vagabonda; non venivo a nessuna conclusione.
Zio Pietro pretendeva che dessi a uso della famiglia anche quel po' po' di denaro che mi veniva da qualche lezione privata.
Io non voleva.
Divenni sospettoso, immaginavo le cose piú assurde a mio danno, e fin d'allora mi sentii solo.
Ripensandoci su, vedo che quella concitazione di nervi, quell'umor nero e pieno di sospetti e di fantasmi, avea la sua origine da fanciullaggini.
Ma tant'è.
Il fanciullo mette nelle sue piccole quistioni quella serietà e quella passione che l'uomo mette nelle cose grandi.
Io mi tenevo già un uomo, e non ero che un fanciullo.
La natura non mi avea concesso né garbo, né malizia.
Parlavo di prima impressione, e mi usciva tutto di bocca; poi mi pentivo, e mi promettevo maggior attenzione, per tornar sempre da capo.
Guardavo in me; non guardavo nelle intenzioni e nelle malizie altrui, ed ero come un uomo posto in cosí mala luce, che scopre sé e non vede gli altri.
Capitolo undecimo
SOLO
Stavo cosí isolato in mezzo alla famiglia, con l'animo altrove.
La mia vita era giorno per giorno, senza disegno, senza avvenire e senza studi.
Dell'insegnare m'ero annoiato; pur facevo puntualmente il mio dovere, ma come si fa un mestiere.
Le famiglie, vedendo continuare la malattia dello zio, e non confidando in un giovinetto che aveva egli stesso bisogno di scuola, menavano via i loro figli.
Si fiutava poco lontana una catastrofe.
Le difficoltà della vita inasprivano i caratteri.
Io era come uccello che ha messe le prime piume, e sta per prendere il volo.
Quella casa dove mi sentivo poco amato, mi pareva una prigione.
Quando mi vedea in istrada, mi si schiariva la faccia, mi sentivo il respiro piú libero.
Traevo profitto da ogni ritaglio di tempo, per fare le mie lezioni private, e ne avevo già parecchie.
Il marchese, che mi aveva in grande stima, soleva affidare a me l'incarico di apparecchiare alle sue lezioni i giovani piú scarsi nell'italiano e nel latino.
Cosí mi trovai maestro del Fernandez e di un tal C...
Costui era un furfante, che mi promise di pagare alla fine dell'anno, e dopo di avermi ben bene sfruttato, a me che gli ricordavo la promessa, rispose con una lettera villana, conchiudendo col minacciare.
Rimasi attonito, come innanzi a cosa incredibile, e mostravo la lettera a tutti, e la collera mi schizzava dagli occhi, e tutti dicevano, stringendosi nelle spalle: "Cosa volete? gli è un camorrista".
Era la prima volta che questa brutta parola mi giunse all'orecchio.
L'indifferenza di tutti mi recò non meno stupore che l'audacia di quello.
"Gli uni degni dell'altro", pensai.
Per me, l'avrei preso per la gola.
Non mi pareva possibile il trionfo della forza brutale sulla giustizia.
Un dí scendevo per la via di San Sebastiano, ed ecco che mi viene di faccia quel tale, e io lo investo con parole pronte e focose.
Colui, colto cosí all'improvviso, e forse colto dalla vigliaccheria propria dell'uomo insolente, si turbò, balbettò qualche parola, e tirò diritto.
Quello per me fu uno sfogo, mi sentii piú leggiero.
In quell'anno non potevo andare dal marchese cosí di frequente, come per lo passato.
Non mancavo alle mie lezioni la sera; ci andavo regolarmente tutti i giovedí e le domeniche, e lavoravo sempre con lui alla grammatica.
Allora il marchese si faceva assistere da Gabriele Capuano, uno degli "Eletti", giovane di famiglia patrizia, di una educazione squisita, e bravo amico, al quale mi affezionai molto.
Aveva quel certo sorriso di distinzione che esprime un'incosciente superiorità; ma vi univa un cosí buon garbo, ch'io mi sentivo soggiogato, e pendevo dalle sue labbra.
Andavo spesso e volentieri con lui; mi menò in sua casa, e presi a far lezioni di latino a suo fratello Ciccillo.
Mi davano i soliti trenta carlini.
Quest'amicizia mi fece molto bene in quello stato solitario dell'anima.
Chiuso per natura, con lui mi si scioglieva lo scilinguagnolo, mi veniva la chiacchiera.
Pure quel suo contegno piú cortese che affettuoso mi rendeva timido; non c'era abbandono.
In queste lezioni private avevo piú piacere che in quelle date in classe a casa mia.
Il mio naturale affettuoso era piú appagato in conferenze, nelle quali il linguaggio di maestro era mescolato con l'accento d'amico.
Ma uno dei miei piú vivi piaceri era il fare grandi passeggiate da solo a solo, cosa tanto piú cara, quanto piú rara.
D'ordinario andavo per Capodimonte, e talora mi facevo una camminata a piedi fino a Portici o alla punta di Posillipo o su al Vomero.
Camminavo frettoloso, a testa bassa, abbandonato alla immaginazione, e facevo la faccia brutta quando qualcuno mi si avvicinava.
Andavo occhieggiando qua e là, ma con lo sguardo distratto, senza scopo: ero tutto dentro di me.
Talora qualcuno piú ostinato mi si attaccava a' panni, e voleva per forza entrare in conversazione.
Io non era buono a parlare di altro che di studi, e mi ci riscaldavo e gridavo forte e gestivo ancora piú, a gran sorpresa e noia del mal capitato, che andava via pensando: costui è troppo grand'uomo per me.
I discorsi di moda e di avventure galanti, i sozzi parlari mi seccavano: giungevano appena al mio orecchio.
Anche quel parlar dei fatti altrui, quel contare le scempiaggini o le monellerie di questo o di quello mi trovava distratto.
I momenti piú deliziosi li passavo nella scuola del marchese.
Pochi andavano via; c'erano sempre nuovi venuti; la discussione de' lavori mi allettava; la lettura era sempre di cose nuove; piú che una scuola, pareva quello un trattenimento letterario; era una varietà, quasi uno svago nella monotonia della mia vita.
Il marchese s'era un po' infastidito de' novizi e si volgeva piú volentieri agli "Eletti" e agli "Anziani"; la moltitudine ci stava come gli spettatori nella platea.
Cominciavano i trecentisti a esser messi in disparte; si venne al Quattrocento e al Cinquecento e anche un po' al Seicento.
Quelle letture fatte alla buona, accompagnate dai gesti e dalle esclamazioni del marchese, facevano in me una impressione incancellabile.
Non avevo letto ancora nulla del Poliziano; una sera furono lette alcune delle sue ottave con ammirazione di tutti; il marchese non potea stare fermo e dava di gran pugni sul tavolo; anche oggi mi sta nell'orecchio quella musica che ci rapiva tutti, maestro e discepoli.
Il Boccaccio e Dante e il Petrarca erano "serbati per le frutta", come diceva il marchese, e voleva dire che s'avevano a leggere in ultimo.
Ma l'ordine era rotto; gli "Anziani" avevano preso la mano.
Si lesse una predica dei Segneri sul giudizio finale; una descrizione della chiocciola di Daniello Bartoli, per il quale sentiva il marchese un entusiasmo che non giungeva a comunicare: c'era qui il riflesso e l'eco di Pietro Giordani, gran trombettiere a quel tempo del Bartoli.
Insieme con questi seicentisti si leggeva la novella del Gerbino o la descrizione della peste o la Griselda del Boccaccio, e le "Chiare, fresche e dolci acque", e le tre sorelle sugli occhi di Laura, e il celebre "Levommi il mio pensiero", e parecchi altri sonetti del Petrarca, e i primi canti di Dante, e del Purgatorio e del Paradiso certi luoghi piccanti, come il Sordello e la collera di San Pietro.
Queste cose che avevo lette da solo, tra molta gente e tra cosí vive impressioni, acquistavano un nuovo sapore.
Non perciò i trecentisti erano dimenticati.
Il marchese che lavorava a una grammatica, attendeva pure alla pubblicazione di alcuni testi di lingua piú a lui cari, come i Fatti di Enea, i Fioretti di San Francesco, le Vite dei Santi Padri.
Questi studi di lingua s'erano già divulgati nelle scuole, e si sentiva il bisogno di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti.
Il marchese, intorniato dai giovani, attendeva a questo con gran fervore, tormentando dizionari e grammatiche.
Voleva lasciare di sé un'orma durevole pei suoi cari studi; vagheggiava soprattutto una stampa del soavissimo Domenico Cavalca, ch'egli per semplicità e affetto metteva innanzi a tutti suoi contemporanei.
Una sera, non so come, gli tornò in mente quel frate suo favorito, e volle, come nei primi tempi, si leggessero alcune sue Vite.
Fu data lettura di alcuni capitoli del sant'Antonio abate, e delle Vite di sant'Eugenia e di santo Abraam romito.
Se i trecentisti fanno "spensare", come diceva Alfieri, certo è che la loro lettura svegliava gli spiriti piú sonnolenti, e vi suscitava immagini, colori, affetti.
Nessun libro moderno trovava tanto la via del mio cuore nessuno aveva quella sincerità e caldezza di sentimento, accompagnata con l'unzione e l'ingenuità del credente.
La mia schiettezza quasi ancora fanciullesca, la mia perfetta buona fede, la mia facilità all'entusiasmo mi rendevano atto a cogliere le piú delicate gradazioni di quei sentimenti.
Mi ricordo anche oggi il tumulto che suscitò nel mio animo la lettura della vita di sant'Alessio; anche oggi mi tocca il core il grido della madre: "Fatemi loco, ch'io vegga quello che ha succhiato le mammelle mie"; e mi sdegno con lei contro i servi che "gli davano le guanciate".
Questi modi di dire non li ho dimenticati piú; ma mi è uscito di memoria tutto quel frasario convenzionale, che piaceva alla scuola, e che fu raccolto con tanta pena nei miei quaderni.
Quel sant'Alessio non mi lasciò piú, mi correva appresso dove ch'io fossi.
Una sera mi sentivo cosí tristo, che non volli uscire di casa insieme coi miei cugini, che passavano la serata presso zia Marianna.
E sempre quel sant'Alessio mi stava innanzi, e pensai di scrivere una tragedia sopra questo argomento.
La Merope del Maffei, il Saul dell'Alfieri, l'Aristodemo del Monti erano letture fresche, celate al marchese; e feci la tela, e notai i personaggi, e caldo caldo, scrissi in poche ore il primo atto.
Ci sentivo un gusto che mi alleggeriva l'umore; quegli endecasillabi mi venivano facilissimi sotto la penna.
Parecchi giorni non pensai, non sentii che di Alessio: secondo il mio costume nessun'altra cosa mi voleva entrare in capo.
Cosí in men che due settimane, quasi di un sol fiato, arrivai alla fine.
Non mancavano le tirate e le descrizioni; pur qualche cosa era lí che mi veniva dal cuore.
Avevo stretto amicizia con Enrico Amante, che abitava in un piccolo quartierino a Porta Medina, insieme con suo fratello Alberico.
Egli era studente di legge, aveva fatto buoni studi di diritto romano, conosceva assai bene il latino e scriveva l'italiano latinamente.
Il suo autore era Giambattista Vico; gli aveva fatto molta impressione quell'opuscolo dell'antica sapienza italica.
Vedeva l'Italia in Roma; sembrava un antico romano italianizzato.
Parlava come scriveva, alla maniera di Tacito, breve e reciso; era ingenuo e sincero nei suoi sentimenti.
Ammirava tutto ciò che è grande e forte; sognava il risorgimento della gente latina, libertà, gloria, grandezza, giustizia.
Odiava plebe e preti; c'era in lui anima fiera di patrizio.
Lo studio dell'antichità aveva lasciato orme profonde in quello spirito giovanile; quei sentimenti non gli venivano da un'ammirazione classica o rettorica, ma erano connaturati con lui, fatti sua carne e suo sangue.
Non mi ricordo come ci vedemmo e conoscemmo; fatto è che nacque tra noi quella rara comunione di anime, che non si rompe se non per morte.
A me parevano molto esagerate le sue opinioni; ma quella sua bontà e sincerità mi vinceva, e in quelle sue stesse esagerazioni trovavo una grandezza morale e una caldezza di patriottismo, che mi destavano ammirazione.
Andavo spesso in casa sua, e mi ci sentivo piú tranquillo, piú disposto al lavoro; gli parlavo de' miei studi, del marchese Puoti.
Egli aveva poca inclinazione alle cose letterarie; quella lingua ferrea di Vico gli piaceva piú che tutti i lisci e gli ornamenti; non capiva a che fosse buona la poesia.
Pure la mia coltura letteraria, la mia varia erudizione, la sincerità delle mie opinioni e de' miei sentimenti, la vivacità dell'ingegno e della parola me lo tenevano legato.
In certi momenti che avevo nel core qualche puntura, mi sentivo alleggerire sfogandomi con lui.
Presto divenne il mio amico intimo e confidente.
Gli volevo leggere la mia tragedia; ma non osai, sapendo in quanto dispregio avesse poeti, frati e Santi.
Era in lui piú virilità che tenerezza; io capivo istintivamente che non potea piacergli quel lirismo sentimentale di sant'Alessio.
"Non so che gusto ci è a leggere questi frati Guido e frati Cavalca", mi disse una volta.
La differenza di opinioni e di caratteri generava calde discussioni che stringevano ancora piú la nostra amicizia.
Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi.
Avevo una notizia confusa delle sue opere.
Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome.
Il marchese citava con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa e sopra tutti essi Pietro Giordani.
Tra' nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, l'Imbriani.
Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese.
Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi.
Quando venne il dí, grande era l'aspettazione.
Il marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nipote da noi volgarizzato; ma s'era distratti, si guardava all'uscio.
Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi.
Tutti ci levammo in piè mentre il marchese gli andava incontro.
Il Conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi.
Tutti gli occhi erano sopra di lui.
Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità.
Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri.
In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s'era concentrata nella dolcezza del suo sorriso.
Uno degli "Anziani" prese a leggere un suo lavoro.
Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua.
Poi si volse improvviso a me: "E voi, cosa ne dite, De Sanctis?" C'era un modo convenzionale in questi giudizi.
Si esaminava prima il concetto e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua.
Quest'ordine m'era fitto in mente, e mi dava il filo; era per me quello ch'è la rima al poeta.
L'esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire.
Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i piú acconci, ma i piú eleganti.
Parlai una buona mezz'ora, e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene.
Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l'infinito.
Il marchese faceva sí col capo.
Quando ebbi finito, il conte mi volle a sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo molta disposizione alla critica.
Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente piú alla proprietà de' vocaboli che all'eleganza; una osservazione acuta, che piú tardi mi venne alla memoria.
Disse pure che quell'onde coll'infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi.
Il marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni.
Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il conte parlava cosí dolce e modesto, ch'egli non disse verbo.
"Nelle cose della lingua, - disse, - si vuole andare molto a rilento", e citava in prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli.
"Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile".
Il marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via.
La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari.
Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza, e non vidi piú quell'uomo che avea lasciato un cosí profondo solco nell'anima mia.
Conobbi in quel torno un tale Ambrogio C..., che si spacciava parente del marchese Puoti.
Mi faceva cortesie e lodi, e io, facile all'abbandono, gli dicevo tutti i fatti miei, come si fa a vecchio amico: una facilità di cui mi sono pentito spesso.
Mi fece visita, e gli mostrai una montagna di manoscritti miei.
C'erano lí dentro compendi di libri filosofici e legali, e trattatelli scolastici, e quaderni di frasi e di sentenze e di pensieri e di proverbi, e i miei scritti giovanili, lettere, novelle, racconti, descrizioni, ritratti, fino la mia tragedia di sant'Alessio.
Rimase stupito di quella ricchezza e di tanto lavoro; e mi chiese a imprestito tutta quella roba per potervi studiare a suo agio.
Non seppi dir di no.
Colui studiò, studiò e studia ancora, perché quei manoscritti non sono tornati piú, e di lui non ho avuto piú notizia.
Cosí rimasi solo per davvero.
Quei manoscritti erano stati i miei compagni nelle ore malinconiche.
In casa non mi ci potea piú vedere, e già col pensiero dimoravo in compagnia del mio caro Enrico.
Capitolo dodicesimo
IL COLERA
E ci voleva pure il colera! Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello.
Le immaginazioni furono colpite; la paura rendeva irresistibile l'epidemia.
Si raccontavano molti casi di colera fulminante, con le circostanze piú strazianti.
Si parlava di famiglie intere spente, di migliaia di morti al giorno, e coi piú minuti particolari si descrivevano i casi di contagio.
Non c'erano allora giornali; il governo col suo mutismo accresceva il terrore e provocava le esagerazioni.
Quel tintinnio di campanelli che accompagnava le comunioni, pareva la campana dei morti; i piú agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l'uno fuggiva l'altro.
La vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte.
Il morbo, che dopo alcuni mesi pareva ammansito, riprese con piú furore l'estate dell'anno appresso.
È rimasta ancora nella memoria la giornata di San Pietro e Paolo, per il gran numero dei morti.
Avvenivano scene che richiamavano alla memoria gli untori di Milano.
Gli opuscoli dei medici confondevano ancor piú le menti.
Chi affermava l'epidemia e chi il contagio.
Molti i rimedi, e perciò si prestava poca fede ai medici e alle loro cure.
C'erano i creduli, che narravano cure miracolose; ma il morbo procedeva con tanta violenza che lasciava poco adito alla ciarlataneria.
Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del contagio raffreddava lo zelo religioso.
Nell'ultimo tempo, per non fiaccare piú gli animi, s'era tolta dagli occhi ogni parte spettacolosa, i campanelli, le fraterie, i preti, i fratelli delle congregazioni, ogni Sorta di accompagnamento, il che scemava poco la paura e accresceva lo squallore.
Erano sepolture notturne, le quali, esagerate di bocca in bocca, riempivano nel mattino la città di nuovi spaventi.
Anche a me giungeva un vocío del colera; in casa e fuori casa non si parlava che di questo.
Ma l'impressione su di me era piccola.
Uso alla vita interiore, il mondo mi passava innanzi come una fantasmagoria; non avrei saputo ridire cosa mangiavo, come vestivo e come vestivano gli altri.
Anche oggi dei miei piú cari amici ricordo le fisionomie, non il vestito.
Quelle varie voci del morbo si arrestavano come un ronzío importuno nel mio orecchio, non turbavano la mia serenità; anzi io avevo una certa inclinazione a esagerarle ancora piú, a metterci i miei colori e i miei ricami, a provocare lo spavento sulle facce, stentando molto a frenare il riso.
Vedevo le cose non quali erano, ma quali volevo che fossero secondo la disposizione della mia mente; quei mali già cosí gravi erano inadeguati alla mia immaginazione letteraria, e andavo trattando e tormentando i fatterelli che mi erano raccontati, come fossero pagine di romanzo.
Presto divenni insopportabile agli amici; il mio coraggio e la mia indifferenza già parevano loro un rimprovero; ma ciò che addirittura li metteva fuori di sé, era quella mia aria motteggiatrice, quei riso che mi appariva sulle labbra, innanzi ai moti improvvisi che certe notizie producevano sulle loro facce contraffatte dalla paura.
Sentivo talora che facevo male, e sforzavo il viso a serietà; pur ci riuscivo poco.
La mia condotta non veniva da malignità o durezza di cuore; ma da incosciente, allegra natura, che mi faceva sorvolare sui mali della vita.
Tutti se ne accorgevano, e però molti non se lo avevano a male, e talora ridevano del mio riso e mi chiamavano poeta.
Intanto la scuola del Puoti s'era sciolta da sé; il marchese con tutta la famiglia s'era ricoverato in Arienzo, dove aveva alcune possessioni, e s'era messo a dettare un'Arte di scrivere.
Gli studenti s'erano riparati nelle case loro, dove non ancora li aveva inseguiti il morbo; anche i fratelli Amante s'erano ritirati nel loro paese.
Di questa fuga generale quasi non mi accorsi, tutto pieno del mio compito in casa e fuori casa.
Zio era riuscito a levarsi qualche giorno, appoggiato sul bastone; ma questo non accresceva numero degli scolari, e poco scemava la mia fatica.
Io avevo preso dimestichezza con la casa Fernandez.
Il povero Pasqualino, riparato in villa, era stato colpito dal morbo; poi, guarito appena, e sparsasi la voce che andare in villa era peggio che stare in città, fece con la famiglia ritorno.
La sua casa era nella strada che conduceva al monastero di S.
Pasquale, e c'era un bel terrazzo ombroso, dove solevo passare qualche ora, finita la lezione.
A me non piaceva quel fare dottorale di maestro; anzi mi ci seccavo e me ne vergognavo quasi, e quando qualcuno mi diceva: "Signor maestro", quella parola mi sonava male, cosí come essere chiamato un pedagogo o un pedante, e mi sentivo vile al mio cospetto.
Questa falsa opinione mi veniva dal signor marchese, che non si lasciava mai chiamar maestro.
In quel tempo gl'insegnanti ambivano il titolo piú decoroso di professore, per non lasciarsi confondere coi maestri di musica o di ballo.
Quel maestro perciò garbava poco alla mia testa piena di fumi e di fantasie stravaganti, ed ero disposto a seppellire quel nome sotto l'altro di amico, al che mi sforzava anche la mia natura affettuosa.
Quando Pasqualino mi diceva: "Signor maestro", e faceva atto di volermi baciare la mano, mi sentivo nella gerarchia sociale inferiore al mio discepolo, quasi il suo protetto e il suo stipendiato, e rispondevo subito: "Chiamatemi amico".
Egli aveva due sorelle di modi e costumi semplici, che assistevano alla lezione, e piú tardi vi parteciparono.
Innanzi a loro sentivo anche piú vergogna di fare il maestro, e prendevo il tono della conversazione, e poi, finito, continuavo a star con loro, e spesso uscivamo sul terrazzo, intrattenendoci in discorsi familiari.
Talora facevo letture.
La mia voce era chiara, intonata, ben variata, secondo il senso e l'affetto, un po' enfatica.
Quella declamazione piaceva loro moltissimo, e io che vedevo l'effetto, ci aveva messo una certa vanità, e poco mi faceva pregare, e prendeva il libro in mano con un riso di soddisfazione anticipata.
A poco a poco il maestro scomparve e rimase l'amico.
Non volli danaro da loro, e ci andavo piú spesso, e le ore fuggivano in quelle visite desiderate.
Fino a quella età non mi era mai occorso di stare in compagnia di donne; quelle due giovanette amabili e ingenue mi attiravano con un sentimento che non sapevo e non volevo definire: insomma mi piaceva di star con loro, e mi si schiariva la faccia, e mi si scioglieva la lingua, io ingenuo al par di loro.
Avevo per la donna un culto letterario, e mi sentivo disposto a piegar le ginocchia e adorarla.
I miei sentimenti platonici e spirituali, vestiti di poesia, di cui sonava l'eco in Beatrice e in Laura, entusiasmavano quelle vergini nature, entusiasmavano me stesso.
La faccia mi si trasformava; gli occhi scintillavano, volti al cielo; la voce tremava di commozione; talora nella declamazione si sentiva un accento di verità.
Tuffato in queste distrazioni dello spirito, non mi accorgevo piú del colera, se non quando lo vedevo rappresentato sulle facce de' conoscenti.
Le occupazioni mi erano anche schermo contro il morbo, e non mi lasciavano tempo di pensarci.
Da qualche mese avevo una lezione privata anche presso il duca di Cassano.
Costui era un grosso omone, di buonissima pasta, e mi soleva ricevere con aria benevola, tanto che avevo preso dimestichezza seco.
Facevo lezione a un suo figlio, una testa stordita e distratta che poco mi badava.
Quel signorino aveva quasi l'aria di dirmi: "Non mi seccate".
Poco si andava innanzi, ancoraché io mi c'infervorassi.
Il duca, dopo la lezione, soleva intrattenersi un pochino con me, e la prima domanda era: "Come è andato?" "Male, - dicevo io con la mia sincerità; - egli tiene due diavoli addosso, che gl'impediscono ogni serietà di studio: l'esser nobile e l'esser ricco".
Il duca s'inalberava, e chiamavalo a sé e gli faceva una strillatona.
Ma come era un gran bravo uomo, gli si vedeva un certo riso di bonomia tra' baffi, che rassicurava quel birichino.
E s'era sempre da capo, lui con la sua noia e io col mio dispetto.
Intanto lettere mi venivano da babbo, da mamma e da zio, atterriti dalle voci del colera, che giungevano in paese, e mi chiamavano, e me ripugnante sgridavano e incalzavano.
Io non voleva, e per una cotal sciocca braveria, e perché non voleva lasciare a mezzo le mie lezioni, parendomi fare quasi atto di disertore.
Alfine cedetti alle grida di mia madre, e mi risolsi di andar via.
La sera fui dal duca.
Erano già parecchi giorni che infuriava di piú il colera, e il duca, per non sentirne a parlare, s'era fatto taciturno e solitario.
Giunsi io con un'aria imbarazzata, che annunziava qualche cosa di grosso.
"Cosa c'è?" disse lui.
"C'è che.." "Insomma, vi sentite male?" interruppe lui, che mi vedeva cosí smilzo e con la faccia del colera.
Io balbettava, cercando le parole, e che doveva per un mese allontanarmi, e che mia madre mi voleva, e che sarebbe stato per poco...
Ma egli appena mi udiva, e non capiva niente.
"Andate, andate", diceva, con l'aria di chi mormori tra' denti: Che il diavolo ti porti! "E come? - diceva il duca, tirandosi indietro, - siete in questo stato e venite a casa mia?" Io lo pregai a volermi permettere che prendessi commiato dal figlio; egli non disse di no, ed io entrai.
Il giovinetto ebbe assai caro di sapere che quella sera non c'era lezione, e quel mesetto di vacanza in prospettiva me lo rese amico: mi strinse la mano, e mi promise di scrivermi, e mi fece molte cerimonie.
Mai non mi aveva usato tanti riguardi il bricconcello.
Un'ora piú tardi ero già in via a Porta Capuana.
Mi avevo comprato una buona bottiglia di rum, come salvaguardia contro il mostro, e un po' di salame e non so cos'altro.
Questo era tutto il mio fardello.
Camminavo a piedi velocemente, per non perdere l'ora della diligenza.
L'idea di mettermi in una carrozzella non mi era venuta, e non mi venne che assai piú tardi, quando non guardavo piú al carlino.
Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti, che menano a quella brutta Porta Capuana, cominciò un via vai di carri funebri, con preci sommesse, con grida di monelli, che mi fece capire cos'era il colera.
Mi strinsi tutto in me, chiusi la bocca e mi turai il naso, come per salvarmi dall'infezione.
L'infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti.
Tirai di lungo, quasi scappando, e giunsi affannoso, che il carrozzone era già in via.
"Ferma, ferma, cocchiere!" Fermò, e io mi gettai dentro, che per fortuna c'era ancora un ultimo posto.
Mi ci accomodai alla meglio, tra le mormorazioni dei viaggiatori, che mi guardavano come si fa a uno straccione.
Io non me ne accorgevo; li salutai e offersi loro del rum, ed essi tirarono la mano indietro, come per dir di no.
Non ci fu verso di cavar loro una parola, e io che avevo ripreso il mio buon umore, ed ero divenuto tutto ad un tratto comunicativo, ne presi il mio partito, e mi posi a guardare le stelle, sorbendo di volta in volta un po' di rum.
Giunsi in Avellino che parevo un fantasma, e tirai da Peppangelo, il celebre locandiere a quel tempo.
"Signorino, cosa avete? voi mi sembrate uno spirito".
"Vado a letto, - diss'io, - e dammi un buon bicchiere di vino, ché la polvere m'ha asciugato la gola".
La mattina lasciai Avellino senza vedere alcuno, con l'aria di un fuggitivo.
Prima la via era buona, e io caracollava con un frustino in mano e in aria di bravo, su di una mula.
Mi veniva appresso, correndo, il contadino che m'accompagnava.
Era innanzi l'alba, e il freddo avuto mi dava un tremolio, specie per le vie umide di Atripalda.
Col levarsi del sole la via si faceva sempre piú sassosa e ripida, e la mula spaventata e poltra dava salti, tirava calci, chinava le gambe e il collo, e io mi aggrappavo sulla sella per tenermi saldo.
Il contadino andava stuzzicando la bestia, e la pigliava per la coda e la bastonava di santa ragione, imbestialito anche lui, e le due bestie parevano congiurate a farmi cascare.
Spesso il cappello rimaneva imbrogliato tra le spine, e talora davo di fronte in qualche albero.
La strada era cosí brutta, che in parecchi punti aveva l'aspetto di un vero precipizio, stretta stretta, sdrucciolevole, aperta ai fianchi, di una altezza che mi dava le vertigini, e io gridavo che volevo calare, e il contadino bestia dava dei pugni alla mula.
Avevo smesso quell'aria di bravo cavaliere, e mi rodevo tra la stizza e la paura, col capo dimesso, assetato, affamato, dissossato.
Giunsi alla famosa taverna di Santa Lucia, e il cuore mi si allargò, come vedessi Gerusalemme.
Mi aiutarono a scendere, ché ero intirizzito e non mi potevano le gambe.
Entrai in un camerone oscuro e sudicio, che mi parve una sala principesca, e mi gettai al desco senza badare al tovagliolo e alla forchetta: avrei mangiato con le dita.
Pane nero, formaggio piccante, peperoni gialli e una caraffa di vino asciutto furono per me un pranzo da re.
Mi levai arzillo e mi venne la chiacchiera con quei mulattieri, pastori e contadini, che trincavano, giocavano e bestemmiavano.
Presto mi si fecero familiari, e m'invitarono a bere, e cioncai e giocai con loro, e non mi parve scendere dalla mia altezza.
La natura non mi aveva dato un'aria signorile e di comando, e con la mia sincerità mi presentavo tal quale, senza apparecchio e senza malizia.
"Evviva lo Signorino!" dicevano; e s'erano rabboniti tra loro, e io stringeva quelle grosse mani, come per dare un pegno di fratellanza.
A quel tempo era il regno dei galantuomini; i contadini, in povertà e in servitú, erano trattati come i loro asini; io non ne sapevo nulla, ed ero soddisfatto e quasi sorpreso dei loro evviva.
Rialzato d'animo e di forza, mi messi a caracollare per la discesa, e via via giunsi a un torrente, che si menava dietro grosse pietre e faceva gran fracasso.
Il contadino, presa la briglia, andava innanzi, tirati su i calzoni; io mi tiravo su le gambe per non bagnarmi, e perdendo l'equilibrio, caddi rovescioni nell'acqua, e il contadino mi afferrò e si disperava, e io gli dicevo: "Dio non peggio".
Era un motto di papà, rimastomi impresso.
Non giunsi in paese che a ora tarda, di notte.
Entrai in casa, sorridente, con le braccia aperte.
Non mi attendevano, e maggiore fu la gioia.
Mamma voleva pagare il mulattiere.
"È pagato, - diss'io, e trassi di tasca un borsellino pieno di piastre, e gliele offersi, dicendo: - A voi, mamma, le primizie".
La buona donna rideva tra le lagrime, e tutti avevano gli occhi sbarrati su di me, come fossi un principe.
La mattina mamma mi fece mille tenerezze.
Si staccava il bambino dal petto, e mi avvicinava, ridendo, la mammella, con l'aria di chi dica: "Ti ricordi?" E mi contava tante cose, e io, stando presso al letticciuolo, negl'intimi penetrali della memoria ritrovavo certe notti lunghe, ch'io mi svegliavo con grida e con pianti clamorosi, e lei veniva e mi toglieva in collo e diceva, palpandomi: "Non aver paura, mamma è con te".
Io guardavo, guardavo, come volessi mettermela bene in mente.
Ah! povera mamma, come le volevo bene! E ora m'intenerisco che l'ho innanzi a me, quella persona alta, asciutta e spigliata, con quella faccia bruna e le folte sopracciglia e gli occhi neri e dolci.
Presto la casa fu piena di gente.
Molte strette di mano, molti baciozzi di zie e di comari.
Il discorso si oscurò subito, ché il colera non invitato, entrava nella conversazione.
Pretendevano che il morbo fosse apparso già in Avellino e in molti paesi vicini, e c'era chi sosteneva di averlo incontrato sulla via del cimitero, e della peggior natura, un vero colera fulminante; un contadino, appena colpito, morto.
"Non lo chiamate troppo, che viene per davvero", diss'io.
Quelli mi guardavano con sospetto, e volevano sapere da me perché, cosí giallo e tisico, mi avevano lasciato passare senza la quarantena; e i soprastanti del paese conchiudevano che bisognava chiudersi e non lasciare piú entrare nessuno, e per poco non mi volevano affumicare.
Pochi dí appresso mi giunse notizia che il duca di Cassano, il giorno dopo ch'ero partito, colto da timor panico, s'era rifuggito sul Vomero, ed era morto subitamente.
La notizia accese ancora piú le fantasie, e le facce erano oscure, e i discorsi lugubri.
Io aveva la testa piena di grilli e non sapeva star solo.
Mi vennero a noia paese e paesani, e presi il volo.
La mattina seguente volli partire.
Mamma, ancorché fosse innanzi l'alba, e il freddo grande, volle accompagnarmi fino al cimitero, e là c'inginocchiammo e pregammo.
Io avevo una gran tosse e lei mi si attaccò al collo, e mi stringeva forte, e mi diceva con lacrime: "Figlio mio, forse non ti vedrò piú".
Ed era presaga! Non dovevamo piú rivederci.
Trovai in Napoli il colera un po' rimesso.
Gli studenti tornavano, le scuole si riaprivano; la novità era l'edizione fatta di fresco delle poesie di Giacomo Leopardi.
Io ne andavo pazzo, sempre con quel libro in mano.
Conoscevo già la canzone sull'Italia.
Allora tutto il mio entusiasmo era per Consalvo e per Aspasia.
Avevo preso lezione di declamazione dal signor Emanuele Bidera, che aveva stampato sopra la sua arte un volume, zeppo di particolarità e minuterie.
Io era tra' suoi scolari piú diligenti, e quando c'era visita di personaggi, il primo chiamato ero io.
"Fatevi avanti, signor De Sanctis, declamatemi l'Ugolino".
Quello lí era il mio Achille.
E io, teso e fiero, trinciando l'aria con la mano diritta, cominciavo: "La testa sollevò..." Non mancavano i battimani; ma un uomo di spirito mi disse: "Piangete troppo".
Ricordo il motto, non ricordo la persona.
Ed era un motto vero.
Io peccavo per eccesso, volendo accentuare tutto e imitare tutto, suoni, immagini, idee.
Consalvo mi fece dimenticare Ugolino.
Lo andavo declamando anche per via, e parevo fin ebbro, come Colombo per le vie di Madrid, quando pensava al nuovo mondo.
Lo declamavo in tutte le occasioni, e mi c'intenerivo.
Sovente lo declamai in casa Fernandez, e mi ricordo che, per un delicato riguardo alle signorine, dove il poeta diceva "bacio", io mettevo "guardo".
Poco poi seppi che il gran poeta era morto.
Come, quando, dove non si sapeva.
Pareva che un'ombra oscura lo avvolgesse e ce lo rubasse alla vista.
Le immaginazioni, percosse da tante morti, poco rimasero impressionate da quella morte misteriosa.
Capitolo tredicesimo
ZIO CARLO E ZIO PEPPE
Il colera aveva ripreso con piú di vigore.
Ma avevo ben altro in capo.
Lo stato della famiglia mi teneva tutto tirato a sé.
C'era speranza che zio Carlo guarisse interamente con la stufa ai piedi, come diceva il medico; ma intanto una gran tristezza lo aveva preso, e stava tutto il dí taciturno.
Teneva corrispondenza epistolare una volta per settimana con zio Peppe, ch'era in paese e governava la famiglia.
Zio Carlo, veggendosi in grandi strettezze, sfogava il suo mal umore con zio Peppe, e gli chiedeva non belle frasi di condoglianza, ma soccorso di danaro.
Zio Pietro chiedeva la sua parte, scrivendo: "Non posso resistere al clamore dei miei figli, ai quali manca il bisognevole".
Zio Peppe s'ingegnava alla meglio, e mandava prosciutti e caciocavalli.
Ma ci voleva altro a calmare quei clamori! Il bisogno era grande.
Cominciarono le ire e le recriminazioni, cattive compagne dei cattivi giorni.
Le ire si volgevano contro il babbo, che aveva fatto un debito garantito da zio Carlo, e che non badava ai fatti di casa, e che si mangiava la porzione sua e di zio Pietro.
E se la pigliavano pure con me, che m'ero incocciato ad abitare con Enrico Amante.
In fondo era una lotta tra le due famiglie, quella di Napoli e quella di Morra, sostenuta e capitanata dai due preti, quello di Morra e quello di Napoli.
A me dicevano plagas del babbo, e di me scrivevano plagas a zio Peppe: "Che io faceva lo zio monaco, e stavo sempre mutolo, ed ero l'uomo del mistero, un fanatico sofistico, un testardo".
Zio Peppe mi scriveva lettere agrodolci, e che dovevo essere piú buono, e fare a modo dello zio Carlo, e non lasciar la casa, e non essere avaro dei miei guadagni verso la famiglia.
Io, presupponendo donde venissero le accuse, mi chiudevo ancora piú in me, e non dicevo verbo, e non mi lasciavo scorgere, con gli occhi a terra e il muso duro, ciò che imbestialiva gli zii.
Scrivevo poi a zio Peppe col tuono di un imperatore.
A quel tempo avevo piena fede in me, e perché guadagnavo già di bei quattrini, mi pareva essere un re; mi pareva che bastasse battere i piedi a terra per farne uscir danaro.
E scrivevo non aver bisogno di alcuno, e bastare a me io, ed esser buono anche per gli altri.
Quest'aria di gradasso non dispiaceva a zio Peppe, un po' gradasso anche lui, che fra tante tenebre vedeva in me un raggio di luce.
M'era venuto in capo, disperato com'ero dello zio Carlo, che forse zio Peppe potesse ristorare le sorti della casa, venendo in Napoli e dirigendo lui la scuola.
Avevo un po' gelosia di mio cugino che s'era avviato per il foro: e perché non io pure? Poi, quel maestro di scuola mi sonava cosa miserabile nella mente piena di Demostene e di Cicerone, e sognavo trionfi con la toga indosso, come antico romano.
Non mi spiaceva perciò che zio Peppe stesse lí a fare le cose di scuola, e ch'io entrassi in pratica, come Giovannino.
E scrissi a zio Peppe che gli avevo trovato una buona lezione, e gli dipingevo il suo nuovo stato coi piú bei colori.
Ma non voleva muoversi, e mettersi negl'impicci.
Forse aveva fiutato ch'io voleva caricar lui della soma che stava addosso a me; ma il disegno pareva bello a zio Pietro e a zio Carlo, che ci vedevano uno scopo.
Però quegli stette duro, e allora tornarono alla carica e chiedevano la loro porzione.
Sí e no; gli animi s'inasprirono, e zio Peppe scriveva a zio Carlo che gli piaceva di fare il vezzoso, e questi rispondeva all'altro che gli piaceva di fare l'indiano.
Tra i due si ficcava zio Pietro, che gridava di non poter tollerare che la sua porzione andasse a benefizio dei terzi.
Questi propositi si tenevano talora innanzi a me, che mi facevo verde.
"Anch'io voglio la mia porzione", scriveva l'uno.
"Voi rovinate la famiglia", rispondeva l'altro.
"Ciccillo è che rovina la famiglia".
"Ah! quel briccone di Ciccillo; gli scrivo subito".
"Zio Peppe, volete andare a Santo Jorio? Vi è una magnifica situazione per voi", questa era la mia risposta.
E tra scrivere, rispondere e riscrivere passava il tempo, e i bisogni crescevano e i cuori s'indurivano.
Io n'ero arrabbiatissimo; vedevo tutte le batterie rivolte contro di me, come se al mondo non ci fossi altro che io; e non c'era altro nel mio capo che io, babbo e famiglia mia.
Ora che ci guardo, mi viene da ridere.
Non pensavo che in quella farsa stizzosa ciascuno rappresentava la parte a cui lo chiamava il suo interesse, e che tutto era ragionevole e non poteva andare che cosí.
Finalmente una parola che era nel desiderio degli uni e nel timore degli altri, fu lanciata fuori come una bomba: "La divisione, vogliamo la divisione!" E qui zio Peppe a strepitare ch'era uno scandalo, e che i panni sporchi si lavano in famiglia, e che vis unita fortior.
Invano.
A Napoli non si poteva piú vivere, a Morra c'era da rivendicare il proprio.
Partirono.
Seppi che il povero zio aveva fatto la quarantena.
Quando fu lasciato entrare, ricomparve nella casa paterna, dopo molti anni di assenza e di lavoro, povero e malato, sostenuto a braccia.
E io che ce l'avevo con lui! Ora mi rimprovero di essere stato un fanciullo crudele.
Giovannino andò in casa di zia Marianna; io da Enrico Amante a San Potito, in un secondo piano.
Al primo piano abitava un tal Luigi Isernia, un avvocato amico di casa Puoti, col quale pensavo di poter fare la pratica forense, giacché quel grillo non m'era ancora uscito di capo.
Quando zio Carlo seppe il fatto, mi scrisse: "Evviva la furia francese!" E voleva che io stessi da zia Marianna insieme con Giovannino, col quale ero cresciuto.
Ma gli risposi, che quando i padri si dividono, non potevano i figli restare uniti.
Cosí si divisero a Morra e ci dividemmo a Napoli.
Capitolo quattordicesimo
CASI FORTUNATI
Il secondo palazzo di là dal quartiere dove erano allora accasermati gli Svizzeri, era quello in cui Enrico e io prendemmo casa.
Al secondo piano era un gran terrazzo, con frequenti spaccature impeciate.
Su di una parte di questo terrazzo era stata improvvisata una casetta di quattro stanze e una cucina, piena d'aria e di luce, che a noi parve una reggia.
Zio Carlo aveva dato i mobili di casa tutti a Giovannino, e a stento avevo potuto impetrare un letto.
Con quello m'impossessai d'una stanza.
In un'altra s'installò Enrico col suo letto e con alcuni vecchi mobili.
Un vecchio divano con quattro sedie sdrucite decoravano il nostro salotto.
A dritta veniva uno stanzone immenso, con una gran finestra in fondo, uscito pur allora dalle mani del fabbricatore, con le mura bianche di calce, e col tetto non incartato e col pavimento non mattonato.
Là, entrando, alla dritta era un piccolo tavolino pieno di carte e di libri, ch'io chiamavo una scrivania, e dinanzi era una sedia di paglia, sulla quale, quando mi sedevo con la penna in mano e con gli occhi al tetto irradiato di sole, parevo un re, il re di quel camerone.
Spesso vi andavo passeggiando in lungo e in largo, tutto a caccia delle idee e di frasi, e talora acchiappando mosche e allargandomi sul terrazzo, quasi l'aria mancasse ai voli della mia immaginazione.
Quel camerone oggi non v'è piú: se ne sarà cavato un par di stanze eleganti; ma io non posso pensarci senza tenerezza, e mi par che con esso se ne sia andata una parte della mia esistenza.
Là per la prima volta io mi sentii chez moi, dando libero corso alle mie meditazioni e alle mie immaginazioni.
Enrico ed io eravamo come due studenti, entrati pur allora nel pieno possesso di noi.
Un giorno mi capitò il babbo.
Veniva per "vedere il tutto", come disse.
Non era senza ansietà sul mio indirizzo, cosí solo, senza guida né freno.
Ma s'accorse subito che eravamo buoni figlioli, guidati e frenati da retti principii, ai quali si credeva come al Vangelo.
Virtú, gloria, patria, giustizia, scienza, dignità, castità erano per noi cose reali, non nomi vani.
Papà credeva di trovare due disperati, rimase ammirato alla nostr'aria spensierata e contenta.
Egli si mise per terzo, e scendendo dal suo piedistallo paterno, ci si fece un allegro compagnone, e condiva la mensa con di bei motti e con arguti brindisi.
Egli era dottore in utroque jure, e aveva interrotta la sua carriera per un matrimonio impostogli da ragioni di famiglia.
Era un buontempone, di allegro umore e di buon cuore, senza dimani.
Nei casi piú tristi si consolava dicendo: "Dio non peggio".
Usava dimesticamente con tutti, coi contadini, coi giovani; anzi aveva una certa inclinazione a fare lo scapolo, il giovanotto.
La sua immaginazione ridente lo tirava a ingrandire e indorare gli oggetti, ed era un ottimo istrumento della sua vanità non piccola.
Idolo dei fanciulli, che gli correvano appresso e lo chiamavano zio Alessandro, egli faceva con loro molti giuochi, come la testa del morto, le candele funebri, le ombre, e li divertiva e si divertiva.
Non è dunque meraviglia che, con questa uguaglianza di umore, si sia lasciato ire sino a ottantasei anni, allegro e rubicondo.
Dopo pochi dí prendemmo confidenza, e ce lo menavamo a braccetto per Napoli.
Raccontava con molto sale le piú strane storielle della sua gioventú, e faceva ridere la gente, non me, poco disposto al riso e sdegnoso di quel genere di discorsi.
Un giorno ebbe un invito a pranzo dal marchese Puoti.
Egli ne andò in sollucchero, e scrisse a zio Peppe: "Non vi dico nulla dell'invito marchesiano.
Ah! Peppe, fidiamo nella stella di Ciccillo e preghiamo Iddio che niente arresti i suoi passi".
A Morra s'era in una certa apprensione intorno al mio stato.
A forza di vivere fra quella gente, papa s'era fatto un cervello morrese, voglio dire che vedeva il mondo attraverso di Morra.
Spesso diceva: "Bisogna mostrare a Morra"; ovvero: "Cosa dirà Morra?" Appena giunto, empí tutto il paese di mia grandezza, e raccontò che m'ero già messo in sofà e poltrona, e facevo sonare il borsellino delle mie piastre di argento, a gran consolazione della famiglia, e massime di zio Peppe, che mi voleva bene e credeva a quelle fole.
Mi mandarono subito mio fratello Vito, come s'era convenuto.
Ma se a Morra ero un ricco, a Napoli ero poco meno che un pitocco.
L'affare si faceva serio.
I danari che mi parevano inesauribili, talora non bastavano al vitto.
Un dí venne Enrico, mentre io stavo a capo chino sopra un Cinonio, che fin d'allora ero miope.
"E come si fa? - interruppe lui, - quattrini non ce n'è, e stamane non si mangia".
"Il peggio è, - diss'io, - la nostra vergogna.
Che dirà Annarella? ci piglierà per due straccioni".
"A questo c'è rimedio, - rifletté lui.
- Diremo che siamo stati invitati a pranzo.
Intanto come si fa?" "Faremo danari", diss'io.
E mi posi in giro.
Che brutta giornata fu quella! Salivo le scale; ma non osavo avvicinare la mano al campanello, e morivo di vergogna, e tornavo giú.
Cosí andando con la faccia dimessa, mi sentii dire: "Oh De Sanctis!" Era Leopoldo Rodinò, lungo, pallido, asciutto, con una bella sottoveste bianca.
E "onde vieni? cosa fai?" Cominciarono i soliti parlari.
"A proposito, - diss'egli, - io ti debbo ancora pagare le copie che mi desti dei Santi Padri", e mise le mani nel taschino.
"Fai il tuo comodo", dicevo io, guardandogli le mani.
"Prendi; altrimenti mi dimentico".
E io, tra prendere e non prendere, intascai le due piastre, che mi venivano da alcune copie, dategli per uso dei suo studio, delle Vite dei Santi Padri di Domenico Cavalca, libro messo nuovamente a stampa per cura mia e di mio cugino, con una dedica al marchese Puoti.
Feci la strada d'un fiato e non capivo in me dalla gioia, figurandomi la faccia di Enrico.
E cosí per ischerzo feci prima la faccia brutta, raccontando con una mestizia affettata quell'inutile "scendere e salire per l'altrui scale".
Ma quando venni al Rodinò e mostrai le piastre, mi abbraccio.
"Oggi doppia razione", gridai io.
E chiamai Annarella e diedi gli ordini trionfalmente.
Ma non perciò le nostre condizioni erano migliori.
Io me ne apersi con don Luigi Isernia, presso il quale facevo la pratica, e il poveruomo, che capi il latino, mi disse subito che da lui non avrei cavato mai neppure un tre calli, e mi promise di presentarmi a un avvocato famoso e danaroso.
Era un tal Don Domenico, non mi ricordo piú il cognome; abitava in via Costantinopoli.
Io ci fui, e feci un'anticamera di circa due ore, tra le piú vive impazienze.
"Che modo è questo? - dicevo tra me, pestando dei piedi.
- Come foss'io un servitore! Questo signor Domenico non conosce il prezzo del tempo".
Finalmente eccolo lí quel signore, bocca ridente, che mi sbuca da una stanza, con splendore di orologio e catenella, col panciotto ben teso, e gitta l'occhio verso di me, come per caso, e dice: "Ah! voi siete qui? Andate a studio; il mio giovane vi dirà quello che avete a fare".
E mi voltò le spalle, il grand'uomo.
Entrai.
Un giovanotto sbarbato m'indicò certe carte che dovevo copiare.
"Ma io non sono un copista", dissi, mutando colore.
Egli alzò le spalle con un piglio insolente, e io abbassai il capo e copiai.
Uscii invelenito.
Mi tenevo qualcosa di grosso, poco meno che un Cicerone in erba.
"E questo vuol dire fare l'avvocato? non ne voglio piú sapere".
E feci il giuramento di Annibale, e non vidi piú in vita mia né processi, né tribunali.
Toltami cosí questa fisima dell'avvocheria, i miei studi di lettere presero un nuovo sapore, e mi ci strinsi di piú, come a naturali compagni per tutta la mia vita.
Raccontai il fatto al marchese Puoti, che ne rise assai, e mi volle dimostrare ch'io era nato professore.
Il maestro di scuola si dirugginí ai miei occhi, e prese un aspetto simpatico.
Pensavo che di tutte le professioni quella di maestro aveva meno di servile, anzi era addirittura una professione di comando.
Io non era affitto superbo, e non volevo comandare a nessuno; anzi stavo contento, per naturale modestia, all'ultimo posto; ma quell'ultimo posto lo volevo prendere io, e non volevo che mi fosse assegnato da altri; mi piaceva essere uguale tra uguali, e a chi pretendeva starmi al disopra mi ribellavo.
Il marchese era allora passato ad abitare in un secondo piano, nella via Costantinopoli.
La gioventú affluiva sempre, ed egli affidava a me i piú ignoranti, a fine di scozzonarli, perché la scuola non aveva piú con essi quell'aria di nuovo e di curioso, quello splendore, e il marchese ci si seccava visibilmente.
Amava meglio starsene tra pochi valorosi già sperimentati.
Quel fare atto di pazienza coi novizi ritrosi e riottosi poco gli andava.
Cessato il colera, se n'era venuto di Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno.
Era una specie di nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezzò Arte dello scrivere.
C'era una divisione dei diversi generi accompagnata da regole e da precetti.
Aristotile, Cicerone, Quintiliano, Seneca erano la decorazione.
"O mi metteranno alla berlina, o questo è assolutamente un capolavoro", cosí diceva, narrando per quali vie era giunto alla grande scoperta.
A quei tempo erano in gran voga gli studi filosofici, e il marchese, seguendo la moda, volle filosofare anche lui, e dava alle sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'era veste e non sostanza.
E non gli sarebbe mancata la berlina; ma lo salvò un certo suo natural buon senso.
Facendo olocausto delle sue pretensioni metafisiche, si limitò a quella parte letteraria, nella quale aveva esperienza e autorità.
Intanto, alzando l'animo agli studi rettorici, se ne rimetteva a me per gli studi di lingua e di grammatica, e in poco di tempo il numero dei giovani miei crebbe tanto che facevano ingombro nelle sale del marchese.
Egli, serbati per sé i migliori e i piú anziani, ai quali dava lezione tutte le domeniche, mi trovò una sala al Vico Bisi, nella quale veniva la moltitudine.
Cosí cominciò la mia scuola sotto il suo patronato.
Un lunedí andavamo, il marchese e io, per via Maddaloni, ed eccoci di contro un tal S.
da Lecce, fresco fidanzato d'una giovane e bella nipote del marchese.
Costui, con la familiarità insolente dei giovani patrizi ineducati, presa la mano del marchese, mi sbirciò dicendo: "Ah! il professorino".
Questo nome, che il marchese mi soleva dare cosí per vezzo, diveniva in quella bocca e su quella faccia un dispregiativo.
"Un professorino!" disse il marchese, piantatosi fieramente, come se l'offeso fosse lui, e guardandolo con occhio severo.
Quella guardata l'amico non se la sarà dimenticata piú.
Un "oh!" lungo e sgraziato fu la sua risposta.
E volle accompagnarci.
Arrivammo in tre nella sala.
Il marchese parlò una mezz'ora cosí a braccia, come gli veniva, e gli veniva sempre bene, perché parlava con abbondanza di cuore, senza frasi e senza affettazione.
Fu applauditissimo.
Poi venni io, e con voce tremula lessi non so quanti periodi sulla grammatica e sulla lingua.
Il marchese mi faceva animo coi suoi "bene!", e anche i giovani mi battevano le mani per incoraggiarmi, e piú di tutti il mio leccese, che mi confuse poi di complimenti.
Cosí cominciò la scuola preparatoria, che doveva condurre a quella del marchese Puoti.
Si dice che le sventure non vengono mai sole.
Simile può dirsi delle fortune.
Vi sono certi tempi nei quali i casi fortunati si succedono come le ciliege, e sembra che domini una buona stella.
Appunto in quel momento critico della vita mi rise la mia stella.
Il marchese mi presentò al duca di Sangro come suo collaboratore.
Era un bravo gentiluomo del vecchio stampo, di modi cortesissimi, e leale sotto apparenze diplomatiche.
Presi a dar lezione ai due suoi figliuoli, Nicolino e Placido, cari giovanetti.
Placido mostrava maggiore ingegno e studiava piú, e io me ne promettevo molto bene.
Il marchese si trovava allora nel piú alto della sua fortuna; aveva stretta amicizia col principe Filangieri, potentissimo in corte.
Re Ferdinando mostrava di volersi riconciliare coi pennaruli.
Le nomine di Mazzetti, di Galluppi, di Nicolini fecero buon effetto sulla pubblica opinione, e piú ancora la nomina del marchese Puoti a ispettore degli studi nel Real Collegio Militare.
il partito dell'oscurantismo accennava a voler cadere, quantunque, mandato via monsignor Colangelo, gli rimanessero valido appoggio presso al re, Cocle e Delcarretto.
Il marchese, lieto della nomina, rendette al Filangieri quelle grazie che poté maggiori, e, accompagnato da lui, fece la prima visita ufficiale.
Subito pensò a me, e mi mandò al principe con una sua lettera.
Feci le scale trepido, pensando a Gaetano Filangieri, e gittavo di qua, di là sguardi furtivi, per vedere, chi sa? la Giovannina o la Teresa, figlie del principe, amabili bellezze, delle quali il marchese aveva piena la bocca.
Fui fatto entrare in una camera addobbata con molta semplicità, dov'era il principe.
Rimasi piantato e teso innanzi a lui, mentre egli leggeva.
Il principe era una bella persona, di modi squisiti.
Parecchi segretari gli erano attorno, ai quali dettava: ave
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