LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 36
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L'estensore ha egli per mia cura letto anch'egli due volte il libro e ne ha concepito il desiderio di conoscerne l'autore.
Chiudo questo lungo paragrafo co' miei affettuosi saluti per quel nobilissimo ingegno che tanto onora e più è per onorare la Sicilia e l'Italia.
Non mi resta più tempo per te.
L'ora della chiusura della posta già batte: e così tu, Biagini, Piccardi etc.
pigliatevi un sacco di abbracciamenti del vostro Belli.
"E se nel sacco qualcosella avanza,
Datene..."
P.S.
Non so se, rispondendomi tu, io potrei avere qui la tua risposta.
Dunque tu hai talento e capisci cos'hai da fare.
LETTERA 147.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[7 agosto 1832]
Amico carissimo
Ho udito che abbiate ricevuto dal re di Napoli una nuova decorazione, e ne ho giubilato come di uno de' pochi casi ne' quali vedo fra gli uomini posarsi il fregio sul merito, e perciò più ne ho giubilato che questo merito riconosciuto risieda in chi mi onora della sua cara amicizia.
Se la notizia è vera, come ho dei dati per credere, piacciavi di accrescere la mia sodisfazione con una vostra diretta conferma.
Da non molti giorni io sono tornato a Roma dopo un altro breve viaggetto di poco oltre a due mesi.
Qui seguo il mio solito genere di vita: ritiratissimo e solitario.
Mi aspetto di udire altrettanto di voi, meno il vostro sollievo serale de' quartetti in famiglia.
Vi faccio i saluti di mia moglie e vi prego di passare i miei rispetti a tutti i vostri.
Sono di cuore
Il vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli, 2° piano.
Di Roma, 7 agosto 1832.
LETTERA 148.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Sabato 20 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Manca un quarto alle 10 e già siamo a Baccano per rifrescare.
La vettura è eccellente, e i cavalli volano.
Ciro sta benone e saluta tanto tanto la sua mammà pregandola a stare allegra.
Un'ora e mezzo prima dell'Avemaria siamo giunti a Civitacastellana, e appena preso alloggio ho mandato il nostro Ciro con i due fidi angioli custodi a vedere il Duomo, il ponte, la fortezza (di fuori) e lo svizzero che batte le ore sul campanile.
- Tornato a casa, e udendo dire da me che la camera assegnataci doveva per certo essere frequentata da molti sorci, de' quali si vedevano gl'indizii e si udivano gli strilletti, egli il nostro Cirone ha subito esclamato: Questo è certo non vedete che anche sul pagliaccio de' letti ce n'è l'avviso? Queste due lettere S.A.
significano Sorcio Amato.
Infatti ogni paglione aveva un bollo marcato con dette iniziali.
- Ora è la 1/2 ora di notte.
Ciro giuoca a carte con Domenico, e osserva che la sua mammà starà con Don Ferdinando.
- Or'ora si cena e poi si va a letto.
Buona notte anche a te, cara Mariuccia da parte di noi tutti.
Narni 21 - ore 10 1/2 antimerid.e
Siamo giunti sani e salvi.
Ciro mangia d'assai buono appetito.
Abbiamo veduto Bucchi che ti saluta.
Sta grasso.
La moglie sta magra e torna a Roma sul fine del mese.
- Nel dubbio di fare in tempo a Terni, imposto qui la presente.
Se l'ora lo permetterà ti scriverò pure da Terni, e così avrai le notizie nuove di là.
Siamo in legno e scrivo qui dentro; perciò Ciro non può aggiungere di più.
Tanti rispetti d'Antonia e Domenico, co' saluti per Annamaria ed Antonio.
Ti abbraccio di cuore il tuo P.
LETTERA 149.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Mammà mia, io sto bene, e mi diverto vedendo Terni che mi piace, e ci ho trovato un anfiteatro come Corea.
Vi assicuro che non mi manca altro che di stare con voi.
Ma vado a farmi uomo, e questo pensiere deve dare a me coraggio, e a voi consolazione.
Tutti vi salutano; ed io vi bacio la mano chiedendovi la benedizione.
Ciro vostro.
Di Terni, lunedì 22 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Come ti dissi nella mia, data di Narni, non giunsi qui in tempo per impostarti un cenno del nostro ottimo arrivo.
Fummo accolti con somma cordialità da Teodora, Mariuccia e Peppino.
La moglie é restata a Torre Orsina con la figlietta, perché questa è raffreddata, e pel bisogno di attendere alla vendemmia, lo che obliga pure Peppino a tornarvi oggi dopo pranzo.
Ciro piace a tutti quelli che lo vedono, e mostra una franchezza per tutto, in tutto e con tutti, che fa piacere a guardarlo.
Ogni tanto mi va egli dimandando cosa farà adesso Mammà.
Io gli rispondo che starà afflitta per la sua mancanza ed egli dice povera Mammà!
Ho veduto Corazza: siamo restati d'accordo che al mio ritorno lo avviserò e andremo a Cesi sulla faccia del luogo con un muratore e combineremo il tutto secondo il giusto e l'onesto.
Stocchi credeva che a me potesse piacere di prendere lo stesso il semestre d'affitto.
Gli ho mandato a dire da Corazza che il danaro serve a te in Roma, e però, dovendo io subito ripartire per Perugia, o mi fornisce col denaro i mezzi di spedirtelo franco, o lo affranchi egli stesso alla tua direzione.
Già ti ricorderai che in questo semestre ci toccano non già Sc.
105 ma bensì Sc.
97:81, stanti gli Sc.
7:19 che si debbono a Corazza.
- Circa agli Sc.
50 che questi deve dare tuttora per residuo del prezzo del terreno vendutogli, o me li pagherà al mio ritorno da Perugia (e in questo caso gli si abbuoneranno per essi altri Sc.
1:25 di frutti a tutto marzo 1833; epoca in cui entrerà in possesso del fondo); ovvero li pagherà in quell'epoca come meglio a me piacerà.
- Alla riapertura del tribunale, intorno alla festa di S.
Martino, sarà finita la pendenza con i frati Agostiniani, pel sequestro circa Piacenti.
Allora io sarò in Roma o starò per entrarvi, e firmeremo insieme la procura ad esiggere, secondo i termini che in detta epoca sarò ad indicarti.
- Io vorrei ripartire per Perugia dimani mattina, ma il vetturino che ci ha condotti fin qui non può venire, e sinora altro legno non s'è trovato.
Prima che cada il giorno ciò può accadere.
- Il tempo è bello e Peppino voleva condurre Ciro in legno alla caduta e poi di là a cavallo alla Torre; ma cavalli in questi tempi di vendemmia non si sono trovati, ed altronde vetture non si possono prendere stante la privativa della Posta, la quale poi costa troppo.
Egli ha un legnetto, ma attualmente manca di cavallo.
- Oggi penso di mandar Ciro a vedere il così detto Sasso di S.
Paolo a mezzo miglio fuori le porte di Terni, dove il fiume imbattendo in un enorme macigno piantato a traverso il suo corso, forma un salto bellissimo.
Sarà questa vista una miniatura della cascata che vedrà un giorno.
-
Mariuccia mia, pensa a sollevarti quanto più puoi, e sii persuasa che Ciro sta bene e meglio starà sempre coll'aiuto del Cielo.
- Antonia e Domenico non cessano d'insistere perchè io ti porga i loro rispetti, e ti mandi i saluti per la Signora Annamaria la Decana e per Antonio il novizio.
Martedì 23.
Non siamo oggi partiti per mancanza di vettura; partiremo però dimani mattina: si rinfrescherà a Spoleto: la sera a Fuligno; e giovedì mattina saremo a Dio piacendo, in Perugia; ciò accadrà presso a poco allorché tu leggerai la presente.
- Ciro ha fatto una grande amicizia con un canòne di casa.
Bisogna vedere come questa bestia gli corre appresso per tutto.
La seconda amicizia poi l'ha stretta con un bell'albero di fichi che sta giù nell'orto.
Ogni tanto corre giù, e sta contemplandolo a testa alta e bocca aperta.
Questa mattina Domenico ed io siam saliti sull'albero, ed egli era fuori di sé raccogliendo da basso i fichi che gli facevamo cadere.
Non credere però che ne abbia mangiati: li ha tutti portati in casa per pranzo.
Già egli parla di Terni e delle sue strade, come di Roma; e mostra una prontezza tale che credo non avergli mai scoperta dapprima.
Le mangiate e le dormite son come quelle d'Albano, e sta rosso e duro come una mela rosa.
Ieri fu, come ti dissi, al sasso di S.
Paolo, e tornato a casa imitava con salti e suoni di bocca il rumore e il moto di quel fenomeno d'acqua.
Oggi è andato a S.
Martino, al Monumento, alla Madonna del Rio, e verso la strada di Piedelmonte.
Antonia e Domenico gli sono sempre al fianco: io per verità faccio il poltrone.
-
Finisco col pregarti nuovamente a star del migliore animo che puoi.
Tutti ti salutano, e Ciro ti bacia la mano chiedendoti di nuovo la benedizione.
Io ti abbraccio di tutto cuore; e sono al solito
il tuo P.
LETTERA 150.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Partiti ieri mattina da Terni arrivammo ieri a 22 ore e mezzo a Fuligno, dove girammo alquanto per far vedere alla mia gente la Città e i guasti del terremoto.
Dopo bene albergato si è ripartiti questa mattina a giorno e alle ore 11 antimeridiane eravamo già qui in Perugia distante da Fuligno 22 miglia.
Tutto è andato benone.
Smontati appena in locanda è venuto a vederci Biscontini il quale ha fatto tutti i patti col locandiere e ci ha assistiti a pranzo.
Dimani pranzerà con noi: noi poi andremo per un paio di giorni alla sua villeggiatura.
- Ho mandato alla posta, e infatti eravi la tua del 23 con l'inclusa carta bollata che ti rispingo firmata.
Circa alla assicurazione ci avrei sempre badato benché tu non me lo avessi detto.
- Ho già parlato col sarto e col calzuolaio.
Il primo farà a Ciro un abito nero, due pantaloni e gilè simili (tanti ne fanno gli altri) soprabito e pantaloni di borgonzò e feraiuolo simile: il calzuolaio poi gli farà due paia di scarpe.
- Domani andremo a visitare il Collegio, e allora ti saluterò il Presidente Colizzi: oggi sono tutti in campagna.
- Appena vedrò Micheletti gli farò il tuo saluto.
- Di Stocchi già ti dissi nella mia di Terni 24 corr.e; feci a Corazza molte premure, ma nulla vidi prima della mia partenza.
Spero che non vorrà prendersela così comoda.
- Va bene della De L'Arche: se si esigge, dimmelo, ed io le ne accuserò subito il ricevuto.
- Biscontini mi fornirà tutto il danaro che mi occorrerà.
- Ho parlato lungamente e continuamente con Ciro di te, ed oggi in particolare gli ho letto il paragrafo della tua lettera: egli dice che ti dia tanti e tanti baci sulle mani e sul viso da parte sua, e ti chieda a suo nome la benedizione.
- Noi stiamo tutti bene.
Antonia e Domenico ti riveriscono.
Biscontini ti saluta: io ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo P.
LETTERA 151.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 27 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Noi seguitiamo tutti a star bene: ieri conducemmo Ciro a vedere il Collegio: ci ricevé il Presidente Colizzi che ti saluta.
Lo stabilimento non può essere meglio esposto né più propriamente tenuto.
Tutto bene.
Bel refettorio, bella cucina, bel teatrino, bei bigliardi, bellissimo oratorio, insomma tutto bello, proprio e decente.
Si è stabilito che per quest'anno Ciro starà fra i piccoli, onde abbia più cura, non parendo ancor tempo che dorma in una camera solo, né essendo capace di quegli studii che occupano i mezzanelli.
Starà dunque in un grazioso dormitorio scompartito in vaghi lettini di ferro, tutti nuovi.
Accanto al suo lettino, che è coperto di un vidò bianco, avrà il suo tavolinetto da posar le sue cosette, e un attaccapanni coperto da tavoletta e tendina.
- Egli entrerà lunedì prossimo, onde andare subito alla scampagnata che in quel giorno tocca; ed è meglio, a sentimento di tutti, che partecipi di questi ultimi giorni di divertimenti onde al suo ingresso non metterlo subito al travaglio.
Ciro è il più bello di tutta la sua camerata.
Avvicinatosi ai suoi futuri compagni (fra i quali sono Grazioli, Sartori e Bartolucci) tutti gli si andavano mettendo accanto per vedere se era più alto o più basso di loro, e poi tutti pregavano il Presidente che lo facesse restare a pranzo con loro.
- Appena Ciro sarà in Collegio, noi andremo per due giorni al casino di Biscontini e poi tornati a Perugia vi passeremo altri due o tre giorni per visitarlo: quindi partiremo per Terni.
- Addio, Mariuccia mia: Domenico e Antonia ti riveriscono: Ciro ti bacia la mano e ti chiede la benedizione, ed io ti abbraccio di cuore
il tuo P.
LETTERA 152.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 30 ottobre 1832 - martedì
Cara Mammà mia, io sto bene e contento, e vi chiedo la benedizione, baciandovi la mano con rispetto ed affezione.
CIRO VOSTRO.
Mia cara Mariuccia
Hai ragione veramente di lagnarti che nella lettera che ti diressi il 25 non vi fu nulla di carattere di Ciro, come altresì nulla vi avrai trovato nell'altra del 27, ma sappi che dette due lettere per varie circostanze furono da me scritte e chiuse in somma fretta.
Eccoti nella presente due righe di questo caro figlio scritte da lui questa mattina nella camera del Presidente Colizzi.
Ieri, come nella mia precedente ti avvisai, seguì il suo ingresso in Collegio.
Alle 9 lo mandai con Antonia e Domenico per udire a quale ora si poteva tornare con lui e con la canestra del corredo, onde fare la consegna così di esso come della roba: egli corse sempre avanti sino alla porta del Collegio, ed arrivato dentro non volle più tornare indietro, di modo che Antonia e Domerico ve lo lasciarono e tornarono soli, maravigliati dell'allegria e franchezza da lui mostrata nel prendere subito possesso del suo nuovo domicilio.
Dopo le 10 vi tornammo tutti insieme col bagaglio, e trovammo Ciro cogli altri ragazzi della sua camerata in un salone, che è la platea del teatro, dove faceva il capo-popolo giuocando a palla, e dirigendo e vincendo tutti in quell'esercizio.
Era un bel vedere con quale ilarità e destrezza si tratteneva in simile favorita occupazione dentro un gran vano vuoto, circondato da mura amplissime e senza alcuno impedimento, neppur di finestre, che stanno assai in alto.
Mi disse il prefetto che già avevano i ragazzi fra loro accozzato una commediola d'invenzione, nella quale al solito Ciro si fece rimarcare per la sua franchezza e lepidezza.
- Dopo qualche tempo passarono al giuoco delle boccette nella sala de' bigliardi.
Il cattivo tempo non permise la campagnata: e si divertirono tutto il giorno in casa.
Questa mattina è uscito a passeggiare nel suo uniforme nero con tutti gli altri compagni: oggi a 22 ore vi torna un'altra volta.
Lo abbiamo trovato contentissimo di tutto, del vitto, del letto, degli usi etc.
etc.
Accanto al suo bel lettino ha il suo tavolinetto con tiratorini, il suo comodino chiuso, insomma tutto l'occorrente.
Il Presidente Colizzi m'ha assicurato che è il più caro ragazzetto che abbia veduto: e l'Economo del Collegio mi assicura che non già un novizio egli si mostra ma sembra un veterano.
Dunque, Mariuccia mia ringraziamo Iddio di questa nostra risoluzione.
- Il tempo guastatosi non avendoci permesso d'andare al Casino di Biscontini, io penso di partire di qui venerdì 2 novembre.
La sera vorrei essere a Spoleto per trattenermici il sabato mattina onde tentare di parlar con Plinj che al mio primo passaggio non trovai, stando egli a Monte Falco.
Perciò lo avviso oggi per lettera, come avviso altresì Corazza e la casa Vannuzzi del mio arrivo a Terni nella sera di sabato 3.
- Scrivo oggi anche a Stocchi e alla De L'Arche.
- Qui si sono spesi e si spendono dei buoni quattrini: al mio ritorno avrai il conto di tutto, onde metterlo nel libro delle memorie della domestica economia.
Ciro, separatamente dal suo scritto, mi ha incaricato di dirti tante altre cose per lui e di darti trecento baci.
I saluti di tutti per tutti e i miei affettuosi amplessi per te.
Sono il tuo
P.
P.S.
- Ciro è tutto in festa perchè ieri sera vinse in Collegio una tombola, con cui ha dato trattamento di caffè e latte a tutti i convittori.
LETTERA 153.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì, primo novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Gran motivo certo di consolazione mi riesce e deve ancor a te riuscire il vedere con qual brio, contentezza e buona grazia il nostro Ciro si presta alla nuova vita che ha intrapresa.
Non si fa mai aspettare in niun uficio e in niuna circostanza degli usi di comunità: non abbisogna di alcuno stimolo, né guida, né assistenza: tutti i superiori sono incantati di lui, e tutti i ragazzi han gli occhi sopra esso.
Ogni giorno noi lo abbiamo visitato, e ieri andammo a far ciò nell'ora del pranzo del Collegio.
Mangiava con un piacere e con una disinvoltura, facendo al solito tutto da sé, che innamorava il vederlo.
Come poi siano i Convittori trattati e con qual'ordine e proprietà non è cosa da dirsi così di leggieri.
La lettura del pranzo dura momenti, e poi i ragazzi son sempre dispensati dal silenzio, facendosi loro facoltà di parlare scambievolmente, purché ciò sia alquanto sotto-voce e con decenza; mentre, come mi diceva il Presidente Colizzi, questo non è un seminario vescovile, ma un instituto di educazione civile, donde debbono uscire giovani destinati al conversare e a tutti i migliori usi della società.
Questa mattina di buon'ora Antonia e Domenico sono andati a vederlo: allegro come il consueto, e s'incamminava allora alla colazione che consiste in una pagnotta di 5 onze e due fette di prosciutto, il tutto di eccellente qualità.
Egli ha detto a Domenico e Antonia che gli salutassero tanto la sua Mamà, e le dicessero da sua parte che egli è assai contento e studierà assai.
Più tardi ci andrò a vederlo anch'io, e verso sera ci si tornerà.
Domani mattina poi ripartiremo di Perugia: la sera saremo a Spoleto: ivi starò il sabato mattina per veder Plinj, a cui ho scritto, e per ritirare dall'uficio delle ipoteche la cancellazione (che ordinai al primo passaggio) della inscrizione Castelli e Avv.
Conti.
Sabato a sera poi sarò a Terni, dove ho già avvisato tutti per lettera.
Stimolai, come ti dissi, nuovamente lo Stocchi a spedirti il semestre del quale abbisogni.
- Adesso adesso si va in un casino qui vicino dove Biscontini ha preparato un convito a me e varie altre persone scelte.
In questo punto ricevo la tua del 30, che è tale da mettermi in costernazione.
Mariuccia mia, se non vale a consolarti il ripeterti con la maggior sincerità dell'animo mio l'eccellente stato di spirito e di luogo in cui si trova il nostro, figlio, io non so più cosa dirti.
Ieri mentre pranzava così esultante, gli si avvicinò Domenico dimandandogli dove fosse più contento, se a casa o lì.
Senza esitare un momento egli rispose: Qui, e quel David (il suo cameriere) è un gran bravo giovanotto.
Consolati, mia cara Mariuccia, e credi al tuo aff.mo P.
LETTERA 154.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, sabato 3 novembre 1832 alle 4 3/4 pomeridiane
Ciro mio caro
In questo punto siamo qui arrivati, e il mio primo pensiero è di darti questa notizia onde tu sappia che il nostro viaggio è stato felice e che noi pensiamo sempre a te.
Io mi persuado che tu stia benissimo, siccome allorché ti lasciai e spero fermamente che la tua condotta tanto nel costume che nello studio sia, e sia sempre per essere lodevole.
Questo è lo scopo di ogni desiderio della tua mammà e mio, e questo è altresì ciò che tu devi alle amorose cure di chi attualmente veglia alla tua educazione.
Riverisci per me, mio caro figlio, il Sig.
Professor Presidente Colizzi e il Sig.
Economo Don Antonio Ribacchi.
Credo che io starò in questa Città sino a tutto il giorno di Mercoledì 7 corrente, e poi tornerò a Casa per far compagnia a Mammà.
Antonia e Domenico t'inviano mille e mille saluti, ed altrettanto fanno questi nostri parenti.
Io poi amorosamente ti abbraccio e ti benedico.
Il tuo Papà.
LETTERA 155.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 4 novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Secondo l'itinerario già precedentemente partecipatoti, giungemmo ieri sera in questa Città.
- Lasciammo Ciro giovedì sera in ottimo citato di salute e al solito contentissimo della sua sorte.
Per mostrarti come ivi è bene raccomandato, e con quanta facilità noi potremo essere al giorno di tutto ciò che lo riguardi, sappi che i Coniugi Rossi (quelli che vennero a pranzo da Biscontini anni indietro con Scifoni ed altri) lo visiteranno ogni festa, lo terranno raccomandato colle loro molte conoscenze, e lo assisteranno in qualunque occorrenza.
- Micheletti lo conosci: il fratello di Micheletti è Computista del collegio, e molto ivi ben veduto: una Signora che va a sposare detto fratello di Micheletti è intrinseca amica del bravo e caro D.
Antonio Ribacchi economo e factotum del collegio, il quale va in casa di lei ogni sera dall'avemaria ad un'ora, e poi dicendo d'aver tanti figli da assistere torna al Collegio fra essi che lo amano come un padre.
Il rettore Can.co Cambi è parente del mio amico Procacci di Spoleto, il quale gli raccomanderà continuamente il nostro Ciro.
- La famiglia di Monsig.
Cittadini Vescovo di Perugia è tutta amica di Domenico, e mediante l'ascendente che il Vescovo non manca di avere su quell'istituto ancora, essa famiglia terrà esatta cura de' vantaggi di Ciro.
I professori dell'università, fra i quali il chiaro Mezzanotte col quale ho stretto amicizia, dovendo andare in collegio ad istruirvi i giovanetti delle classi inferiori, avranno gli occhi su Ciro.
- I Camerieri, il guardarobiere, e tutti gli altri addetti all'instituto, bravissima e amorosa gente, non mancheranno di assisterlo, e anche d'informarci in caso di bisogno dirigendosi specialmente a Domenico, che ha seco loro combinato ogni cosa.
- Aggiungi a tutto ciò i reali meriti del Collegio stesso, e la eccellenza vera del carattere del Presid.
Colizzi, e poi dubita e temi pel figlio nostro.
Lo so, tu addurrai la ragione di non vederlo: ma ti deve consolare il pensiere che egli si va intanto facendo un degno uomo e stimabile.
Presto tu avrai le sue nuove dirette.
- Nel partire da Perugia pregai Biscontini di rispingermi qui la lettera che tu possa avermi inviato a Perugia giovedì primo del mese.
Oggi dopo il pranzo aspetto poi tue notizie dirette da Roma.
- Io credo che starò qui intorno a quattro giorni, secondoché potrò decidere quando avrò veduto Corazza e Stocchi e terminato le faccende con essi.
Non perdo neppure di mira qualche altra cosetta che vi è da fare: quella però e frati Agostiniani non può materialmente definirsi che verso i 20 del mese.
Farò i conti con Peppino sulle dative da lui pagate in quest'anno, ho già esatto l'annata di F.co Diomede prima di andare a Perugia: stimolerò Desanctis per la prima rata del censuccio di Sc.
28:50 che deve restituire in tre anni per convenzione da noi fatta l'altro antro; e se non paga, ordinerò che si citi.
- Se tu puoi al solito farmi avere il lasciapassare mi farai cosa grata.
- Peppino, la moglie e la figlietta sono ancora a Torre Orsina.
- Mariuccia mia, procura di star bene e il più sollevata che puoi: così operando mi darai gran consolazione, e te ne sarò gratissimo.
- Antonia, Domenico, e le cugine ti dicono mille cose: io ti abbraccio di cuore, e sono il tuo P.
Noi torniamo a Roma carichi di baci di Ciro per te e di sue ambasciate pure per te.
LETTERA 156.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 15 novembre 1832
Mio caro figlio
Per varie combinazioni, fra le quali la pioggia non ebbe l'ultimo luogo, mi trattenni a Terni tanto che giungendo a Roma la sera di martedì scorso vi trovai la tua lettera del 10, giunta al mio indirizzo nell'antecedente lunedì.
In essa trovo, mio Ciro, motivi di consolazione, sia in riguardo al buon stato di tua salute, sia per rapporto alla lusinga che tu porti di aggradire colla tua condotta a' tuoi ottimi Superiori, ma finalmente a motivo della soddisfazione che mi mostri del nuovo tuo stato.
Vivendo, tu conoscerai un giorno quello che tutti gli uomini sperimentarono, la vanità cioè di tutto quanto non è merito e virtù; e questa verità, che ti viene dalla bocca di un padre che non saprebbe mai ingannarti, ti sostenga il coraggio e la ilarità nel bel cammino sul quale la mia tenerezza ti ha messo.
- Se ciò non si contrarii alle regole di codesto instituto, mi piacerebbe oltremodo che tu nella tua corrispondenza con me e con la tua Madre non abbandonassi quel certo tuono di affettuosa confidenza che noi sempre t'inspirammo, e da cui tu mai non iscompagnasti il rispetto dovuto dai figli a' loro parenti: di maniera che i dolci titoli di papà e Mammà ci giungerebbero assai più cari degli altri di Signor Padre e Signora Madre.
Ripeto però che io subordino questo mio desiderio alle leggi della educazione del luogo dove tu ti ritrovi.
Quello però che assolutamente io t'inculco è il modo delle soprascritte da usarsi sulle tue lettere.
Nessun titolo, Ciro mio.
A me semplicemente "Signor Giuseppe Gioachino Belli", e a Mammà tua "Signora Maria Conti Belli" e basta.
In Casa nostra non vi sono titoli di nobiltà fuorché abusivi, per una invalsa consuetudine nata da parentele.
Il mio carteggio poi e quello di Mammà ti prego di conservarlo tutto, dappoiché io sono assai attaccato alle memorie di famiglia.
Altrettanto noi qui faremo delle lettere tue che tu non mancherai di indirizzarci regolarmente secondo le norme del Collegio.
- Gli amici di Casa, che tu hai pel mio mezzo salutati, ti ringraziano e risalutano cordialmente; ed io ti prego di porgere i miei distinti ossequi, uniti a quelli della tua Mammà, a' tuoi Sig.ri Superiori, e distintamente al Sig.
Professore Presidente Colizzi.
- Mammà ti benedice, mio caro Ciro, con tutta la effusione del cuore, ed io faccio altrettando ripetendomi
tuo aff.mo Padre
Palazzo Poli, 2° piano.
LETTERA 157.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 27 novembre 1832
Mio carissimo figlio
Niun'altra consolazione può mai venirmi maggiore, e neppure eguale a quella che mi apportano le tue lettere, e che potranno esse arrecarmi, allorché, siccome nell'ultima tua io vi troverò sicurezze della tua condotta, della tua salute, e del tuo amore per me e per la tua buona Mammà.
La nostra esistenza, Ciro mio, è una cosa che va disciogliendosi come tutto il resto del Mondo; ma la speranza di vedere un giorno in te un frutto onorato delle nostre cure fa quasi parere di avere cominciato una nuova vita al principiar della tua.
Ricevo con gratitudine l'onore de' saluti del Sig.
Presidente; e in quanto al Sig.
Rettore, che si è compiaciuto di aggiungere del Suo nella tua lettera del 24, io qui intendo di rivolgermi a Lui direttamente per ringraziarlo delle Sue gentilezze, ed assicurarlo insieme che io saprò risarcirmi del dispiacere di non averlo ancora conosciuto, allorchè mi recherò in maggio a Perugia per trattenermici qualche tempo.
Ad Antonia, mio caro Ciro, a quell'Antonia che tanto amorosamente ha vegliato sempre su te fin dalla tua nascita, è dispiaciuto di non vedersi mai nominata nelle tue lettere.
Tu sai quanto ti ama questa eccellente donna che per le sue virtuose qualità merita quasi un titolo a dirsi appartenente alla nostra famiglia.
Sii riconoscente, mio caro figlio, a chi ti ha fatto del bene, e pensa che la gratitudine è la sola virtù terrena che potremo portare nel cielo, dove, come dice un autore eccellente, non vi sono né perdoni da dimandare né grazie da ottenere, ma resta solo l'amore de' beneficii.
Parrà a te forse che io voglia portare le mie parole alquanto fuori della intelligenza propria della età tua: ma a me, Ciro mio, piace di parlarti come si deve ad un uomo che dev'essere uomo ogni dì più: e poiché la conversazione fra noi stabilita della nostra corrispondenza mi fa lusingare che tu abbia un qualche giorno a rileggerla per grato passatempo del cuore, così amo che alcuna almeno delle molte frasi delle quali si compone una lettera di famiglia, possa servire a secondare in te lo sviluppo delle morali intelligenze.
Né di rado pure accadrà che le cose stesse che io ti dico confronteranno con le massime a te sviluppate da' tuoi ottimi Superiori, nel che troverai una prova della verità che dirigge le loro bocche e la mia.
Addio, mio carissimo figlio: io non voglio più lungamente separarti da' tuoi doveri.
Mammà ti benedice con me.
Tutti gli amici di casa, fra i quali il Sig.
Dr.
Ferdinando, il Sig.
Canonico Spaziani, il Marchese Ossoli, e i Sig.ri Avv.
Ricci, Spada e Biagini ti salutano con le più cortesi parole.
Ti salutano altresi Domenico, Antonio ed Annamaria, i quali, oltre Antonia, compongono la nostra buona famiglia.
Ama, Ciro mio, il tuo aff.mo Papà.
P.S.
Di qui innanzi avrai le mie lettere affrancate: così la tua piccola borsa farà questo risparmio.
Nell'ordinario passato non vi pensai.
LETTERA 158.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 marzo 1833
Mio caro figlio
Nella mia penultima lettera ti raccomandai di non ripeter più la tanta tardanza de' tuoi caratteri, ma vedo che ciò è subito tornato ad accadere, dappoiché dal tuo foglio del 2 febbraio non hai più scritto.
Questa è una cosa che dà molta molestia a tua madre ed a me; ed io sopratutto, amante rigidissimo delle discipline stabilite e convenute, non posso vedere senza molto rammarico che l'inosservanza di una di esse cada appunto sopra un articolo che valse fra gli altri a determinarmi al distaccarti da me.
Due lettere al mese, siccome prescrive il regolamento del Collegio, se non sono sufficienti a consolare un padre della lontananza di un unico figlio, bastano pure a fargliene sostenere il danno, in armonia colla idea della educazione a cui i genitori pospongono la contentezza della presenza de' figliuoli loro.
Mi farai pertanto cosa gratissima, mio caro Ciro, se pregherai in mio nome chiunque attualmente dirige la tua piccola segreteria, di mantenere in te una diligenza di carteggio che non abbia mai più a rinnovarmi il rammarico di richiamarti a memoria un punto per me del massimo interesse.
Abbiti, figlio mio, gli abbracci e le benedizioni della tua Mammà, ed i saluti singolari di ciascuno degli amici e della famiglia.
Sono con la solita tenerezza
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 159.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, sabato 9 marzo 1833
Mio caro figlio
È precisamente accaduto quello che avvenne la volta precedente.
Lo stesso giorno in cui io scriveva a te fu quello della tua data nello scrivere a me.
Spero però di averti in modo manifestato le mie idee, che quindi impoi il nostro carteggio tornerà ad essere e si conserverà regolare.
Di molto conforto mi è riuscito il sapere da te l'allegro modo col quale si è nel tuo Collegio trapassato il tempo carnevalesco, e quanto i goduti passatempi abbiano contribuito al ricrearti l'animo e al confortarlo a nuove prove di coraggio nello studio, resoti ormai dall'abitudine più piano ed aggradevole.
Così è, Ciro mio: i sollazzi sono allo spirito quel ch'è il cibo al corpo.
Gli alimenti lo ristorano dalle fatiche e gl'infondono vigore per fatiche novelle; nel tempo che le fatiche stesse abbisognano all'uomo onde poi assaporar meglio il divertimento, il quale, non condito dal desiderio, è simile ad una vivanda, che, quantunque saporosa e delicata, riesce insipida e nauseante senza lo stimolo dell'appetito.
Guai a chi mangia nella sazietà; e così, misero colui che estingue lo spirito in diletti non mai alternati dal travaglio.
Il languore, la noja e il disgusto di sé ne faranno un essere morto prima di morire, e in poco dissimile dai candelabri e dalle statue che van decorando i luoghi delle sue dissipazioni.
È inutile che a questo passo io ti ripeta l'assicurazione della paterna sincerità.
Tu lo sai che io non seppi mai ingannarti: ma, nell'attuale soggetto, alla verità delle mie parole voglio unire il soccorso della tua stessa memoria.
Non ricordi tu, Ciro mio, quante volte il giuoco troppo continuo ti ha riempito il cuore di svogliatezza; e tu, deluso nella tua lusinga di sollievo, passavi da un giuoco all'altro senza mai trovar quello che ti dasse il diletto di cui abbisognavi? - Io, lo confesso, talora ti abbandonava a te stesso e ti lasciava fare, perché appunto una verità non insinuata da alcuno, ma sollevatasi spontanea nel nostro cuore dal gran fondo dell'esperienza ci mette meglio nell'animo un principio salutare, che un giorno richiamato opportunamente ad esame sparge la nostra vita passata di una luce che c'illumina l'avvenire.
Comprenderai bene, Ciro mio, queste mie riflessioni? Ne dubito: ma convinto, come sono, che alcuno de' tuoi eccellenti superiori ti aiuterà a penetrarle, non tralascio di fartele e per tuo bene e per mia stessa soddisfazione.
Non puoi credere quante cose affettuose ti dica la tua buona Mammà, la quale, allorché giunse la tua lettera, corse ella medesima a portarmela, tutta ansante di consolazione.
Tutti gli amici che tu hai nominati, e così ciascun individuo della nostra affezionata famiglia ti ripeton cordialmente i loro saluti.
Solamente, ti ripeto, il Sig.
Toceo noi non lo vediamo, ed io non so neppure se sia in Roma.
E di tanto ciò basti.
Io ti abbraccio, mio caro figlio e t'incarico de' mie rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori.
Benedicendoti finalmente mi ripeto
tuo affez.mo Padre
LETTERA 160.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 maggio 1833
Mio carissimo figlio
Ogni tua lettera è una nuova consolazione per la tua buona Mammà e per me.
L'udirti sano e studioso ci rallegra in modo che non saprei facilmente spiegartelo.
Segui, Ciro mio, segui con coraggio ad applicarti agli studii i quali, se ti daranno alcuna fatica, ti diverranno essi medesimi il più dolce premio degli ostacoli che avrai superati colla perseveranza; perché lo sviluppo progressivo che succede nelle facoltà intellettuali a misura del loro esercizio, va a poco a poco tant'oltre, che giunge finalmente ad innamorarci del nostro dovere.
Allorché le tue idee si andranno ordinando, allorché il tuo spirito verrà culto, quando col bel corredo di scienza che ti si prepara conoscerai cosa è il Mondo, cosa è l'uomo, e qual'è il nobile destino di questo, ringrazierai ben di cuore la Provvidenza che si compiacque riporti nel numero di coloro ai quali le Maraviglie di Dio non sono nascoste dall'infelice ignoranza.
E qui figurati, o figlio mio, la gioia che io proverei, se trovandomi, come io spero, al tuo saggio di settembre, ti vedessi onorato di un premio disputato nobilmente agli altri cari giovinetti che ti accompagano nella tua carriera.
Sarebbe quello ai miei occhi quasi un mio stesso trionfo, poiché nulla di bene o di male può a te mai arrivare, che io non io consideri come cosa mia propria.
Forse il Sig.
Presidente ti avrà detto che io meditava di farti un dono lavorato colle stesse mie mani.
Te ne avrei potuto anche fare una sorpresa, ma amo anche più il mettertene in aspettazione.
Esso consiste in tre morali novellette, e secondo la tua capacità, da me tradotte dall'inglese, pur da me ricopiate in guisa ben bene intelligibile, e fatte poi legare in forma di libretto con qualche discreta eleganza.
Quelle con permesso de' tuoi Superiori tu leggerai, e potrai ancora fare udire a' tuoi compagni d'età e di studio, dappoiché io stimo che un buon fanciullo possa per la loro lettura diventare migliore.
Riceverai il libretto da me direttamente nell'entrare del prossimo giugno, allorché ti stringerò al mio cuore, e ringrazierò caldamente chi prende cura di te.
Riverisci intanto a mio nome i Sig.ri Presidente, Rettore, ed Economo: ricevi la benedizione di Mammà e la mia: aggradisci i saluti de' nostri affezionati famigliari, e credimi sempre tuo
amorosissimo Padre
LETTERA 161.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[28 maggio 1833?]
Caro Checco
Eccoci a 500.
Forse mi arresterò un momento: forse non mi arresterò.
Leggi intanto la dozzina che mancava alla mezza chiliade, e più tardi verrò io a riprenderla per porla in collegio.
Ieri sarei venuto: ma che tempo non fu? Il buono.
Oggi che non è il cattivo sarò ad udire se la mia armata possa racconciarsi.
Chi leggesse, altri che te, questo foglio, direbbe: qui c'è congiura di certo: e non saprebbe che si tratta di sonetti...
[solda]tini di stagno.
Questa dichiarazione sia un...
in caso che Antonio dasse per via...
e lo frugassero alla granguardia: benché...
martedì 28.
Sono il tuo
g.
g.
b.
LETTERA 162.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 6 giugno 1833
Mia cara Mariuccia
Ieri mattina tre ore avanti il mezzodì, avendo dovuto staccare un legno per me, finalmente potei partire da Spoleto, e jeri sera alle 23 1/2 stavo alla porta S.
Pietro di questa Città.
Siccome detta porta conduce alla passeggiata del Frontone, mi cadde in mente un desiderio e una lusinga insieme di potervi incontrar Ciro di ritorno dal passeggio.
Detto, fatto.
Appena sono sotto all'arco della porta, eccoti la Camerata de' piccoli del Collegio che passo passo entra in Città.
Al sentire i sonagli, Ciro nostro, vispo come un cardello, si rivolge, e mi riconosce al momento, benchè io stassi al buio dentro un legno con le bandinelle tirate.
Mi vide pel davanti, e disse scuotendo le zampette: ecco Papà.
Per allora ci salutammo e non più.
Io mi fermai per dare il passaporto etc.
etc.
e la Camerata andò innanzi: ma poi sbrigatomi, la raggiunsi sotto alla fortezza presso alla nuova apertura.
Lì discesi e abbracciai Ciro.
Non ti so dire come lo vidi sano, bello, allegro, colorito e prosperoso.
È il più grande de' suoi compagni, sta forte e robusto, e pare un bel fiore di primavera.
Gli dissi qualche cosa di te e della famiglia, lo baciai per tuo conto, e ci lasciammo per rivederci stamattina.
Sono infatti escito per ciò, ma che vuoi? Per arrivare soltanto al Caffè a far colezione mi sono bagnato come in una fontana, tanto era ed è il diluvio che, accompagnato da vento e freddo, vien giù in questa orrenda giornata.
Ho dovuto tornare alla locanda, aprir la valigia, e mutarmi fino dirò alla camicia.
Quindi non calmando l'ira del tempo, gli ho mandato un biglietto dal Cameriere di questa locanda della posta, dove mi è forza sostare per ora sotto alla mannaja dell'onesto cliente di Biscontini.
Appena il tempo lo permetterà, escirò per far qualche cosa e vedere qualcuno.
Intanto ho fatto prendere alla posta la tua lettera del 4.
Godo delle buone notizie di Angelica quanto mi rattristo di Bertinelli.
Non so se a Roma si sarà fatta la processione: qui no per la furia dell'acqua.
- Ti avviso che Frecacavalli ti dovrà prima di partire riportare i miei Promessi Sposi in tre volumetti.
Se lo vedi, salutamelo.
- Giorni indietro è qui stato carcerato in piazza Menicucci, con dispiacere di tutta la Città, la quale del resto è trista ma tranquilla.
- Nello scorso ordinario ti spedii da Spoleto il mio N° 5 con tutto il necessario nell'affare Canale.
Per oggi non so dirti di più.
Ti abbraccio di vero cuore, e sono
il tuo P.
LETTERA 163.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 8 giugno 1833
Non rispondo ad alcuna tua
perché in questo ordinario non
ne ho avute.
Eccomi, mia cara Mariuccia, a darti pieno ragguaglio di ciò che concerne il nostro Ciro.
Ieri mattina, malgrado la continuazione della solita pioggia mi recai al Collegio dove fui ricevuto dal Sig.
Presidente Colizzi e dal Sig.
Rettor Cambi, i quali uno e l'altro ti salutano.
Il secondo andò in persona a chiamar Ciro nella sua Camerata, e poco dopo me lo vidi comparir davanti nel solito aspetto di contentezza, vivacità e buono umore.
Mi dimandò di Mammà e poi di Antonia e quindi di Domenico e di Annamaria: nè obliò alcuno de' parenti e degli amici.
A tutte le dimande io soddisfeci, e lo abbracciai e baciai molto per te e per tutti gli altri.
Alla richiesta del come e quanto fosse egli pago della sua vita del Collegio, mi rispose un sì con quella sua tanto cara maniera giojosa, con cui una volta ci rallegrava in famiglia ed ora rallegra e guadagna il cuore di tutta la Comunità.
Non ti saprei dire la soddisfazione da lui provata al vedere il pallone cominciò a saltare e stropicciare le mani, dicendo che appunto arrivava a proposito, perché il pallone antecedente si era finito di rompere nelle recenti campagnate di Maggio.
Oltre a giuocarci tra compagni al modo consueto, il Maestro di fisica si occupa di tanto in tanto di gonfiarglielo di gas idrogeno, ed allora que' ragazzetti si divertono in farlo ascendere e ritirarlo quindi a terra mercé uno spaghetto dal quale è frenato.
E bisogna sentire come Ciro e Grazioli, tutti due specialmente conoscano gl'ingredienti ed il processo di questa fisica operazione.
In appresso si passò ai soldati.
Nuovi scoppii di gioia: ed altra gioia ai due cartocci di mandorle e confetti di Antonia e Annamaria che ringrazia senza fine, siccome immensamente ringrazia te della cioccolata, della quale è assai ghiotto.
Insomma egli disse, battendo in terra i piedi: Tutto buono: una cosa meglio dell'altra.
E quanto aggradì il mio libretto! Me ne lesse subito la lettera dedicatoria, parlando a zompetti alla perugina, come se qui fosse nato e stato sempre.
Se lo sentissi quanto è curioso! non pare più romano.
Negli studii ho avuto nuova conferma che si conduce benissimo, e secondo le precise parole del Rettore, batte i migliori che nella sua Camerata distinguevansi prima del suo ingresso in Collegio.
Ha già delineata una carta dell'Irlanda, la divisione geografica delle parti principali di tutti i regni e altre terre del globo, la sa a mente come il paternoster; e così comincia a conoscer benino la grammatica italiana.
Nella Calligrafia poi il Maestro fa adesso scrivere a lui gli esemplari pe' suoi compagni.
In una parola non puoi farti una idea adeguata di quanto dia piacere il vederlo e l'udirlo.
Ho interrogato il guardarobbiere per quel che si deve fargli ancora di vestiario.
Mi ha risposto che [...] una sola mutatura per casa.
Io dunque la farò eseguire, e m'informerò ancora se vi sia bisogno di altro per questo caro figlio, come di peculio, di scarpe, etc.
etc.
Egli desidererebbe da me certi pezzetti di cartoncino dipinto che si vendono in una bottega da lui conosciuta, i quali diversamente combinati formano certe piacevoli figure.
Io voglio contentarlo, ed un giorno dopo pranzo me lo farò consegnare, e portandolo a spasso lo appagherò.
Darò pure qualche cosetta di mancia al guardarobbiere e al Cameriere, che entrambi gli prestano molte attenzioni.
Del resto o per loro cura, o per propria esattezza, Ciro nostro è il più pulito della Camerata.
Questa mattina ho veduto il Sig.
Angiolo Rossi che è stato malato per 15 giorni di podagra.
Ci andai appena arrivai in Perugia, ma avendo udito al suo negozio che era in letto, non volli infastidirlo.
La moglie non l'ho ancora veduta.
Al contrario in casa Monaldi ho trovato la moglie sola, e le ho lasciato la lettera di Biscontini pel Marito.
Il Sig.
Luigi Micheletti e la Signora Cangenna mi hanno ricolmato di gentilezze: essi andavano strologando il capo per trovare il modo di poter combinare il modo di ricevermi in casa.
Io però, non volendo permettere il loro incomodo, ho profittato della dozzina che mi hanno trovata in Casa Fani, pel Corso, incontro alla Mercanzia.
Ho un decentissimo alloggio, pranzo di zuppa, tre piatti e frutti, e la sera zuppa, un piatto e frutti.
Alla colazione e alla biancheria penso da me.
Per questo trattamento ed alloggio pago dieci scudi al mese, ed ho già fin da oggi anticipato il primo mese a tutto il 7 di luglio.
Non ho potuto ancora vedere il Signor Bianchi.
So peraltro da Lovery che egli è istruito del mio arrivo, e che mi vorrà rivedere egli stesso.
La sua famiglia passerà in campagna, credo, tutta la state, e sento che un giorno voglia condurmi a vederla e conoscerla.
Tuttoció per relazione di Lovery il quale sta benone, ma un poco in pena sulla salute del padre.
Qui, come sai, vi è Oldani, il quale mena un sussiego come un Ministro di Stato.
Sta sempre sulla sua, dà udienza alla grande, porta una certa fittuccia all'asola del vestito, parla con mezze parole, si dà per primo minutante del Ministero dell'Interno, e fa ridere tutti quelli che lo hanno veduto portiere di questo uficio di delegazione.
Lo stesso Luigi Micheletti che gli prestò 18 scudi perché potesse fare il viaggio di Roma la prima volta che vi venne, è trattato da lui col tuono di un superiore verso un dipendente.
Quanto siamo curiosi noi uomini! Io non l'ho ancora veduto ma se con me fa il pallone assaggerà il mio bracciale.
Io non ti dirò, Mariuccia mia, di essere già senza danari affatto, ma fin qui non è stata che una continua svenarella per tutto e in mille maniere.
Quindi se tu volessi dire a Biscontini che disponesse il Sig.
Rossi, la Signora Rossi, o chi crede, perché mi si somministrasse della moneta alla mia richiesta, mi faresti piacere.
Io poi segno sempre ogni baiocco che mi esce di mano, e buttarne non ne butto davvero.
Forse un altro al fine del giuoco se n'uscirebbe col risparmio di qualche scudo in meno di quello che spenda io, ma in me vi sarà un po' di troppo onde non farmi guardar dietro: spreghi, però, no davvero.
La carta è finita.
Ricevi mille baci di Ciro che ti chiede la benedizione, e saluta Antonia, Domenico, i di lui figli, Annamaria, etc.
etc.
Sono il tuo P.
LETTERA 164.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 2 luglio 1833
Mio carissimo Checco
Che ti potrei più dire intorno alla tua lettera del 31 maggio? Ella è rimasta nell'uficio postale di Terni fino a jeri, per quante premure io abbia fatte colà praticare, appena seppi da Mariuccia che tu mi ve l'avevi spedita.
A quest'ora la tua Ode o è stampata o sta per esserlo con que' ritocchi che il tuo buon gusto non può, via facendo, non averti suggeriti.
La ode è bella, tenera, gentilissima, e tu lascia poi stare che la sia o classica o romantica, qualora pure i romantici e i classici non abbiano un cuore di diversa natura.
Dovunque parla la verità con parole convenienti al soggetto e alla situazione, lì è bellezza ed effetto immancabile, o che la inspirazione venga di Germania o di Grecia.
Le muse son figlie della Memoria, e la Memoria moderna ha ben altre da contarcene che non quella di Pericle e d'Augusto.
Perché andare al tempio della Gloria per una sola via e sempre per quella? Se l'Oriente ha la sua, l'Occidente ne ha fabbricata un'altra; e così altre il Mezzogiorno ed il Nord.
Ciascuno parte da casa sua né ad uno straniero è chiuso il dritto di viaggiare per le strade degli altri col passaporto della Ragione, prima e vera regina degli uomini.
Non era necessario avvertimento perché io m'avvedessi del furto, sor ladroncello buggiarone.
Arrivato a quel di là etc.
esclamai: te conosco, maschera.
Ma, post confessionem remittuntur tibi peccata tua.
Di' al nostro Biagini che nel prossimo 4° fascicolo dell'Ontologia Torricelli mi ha pregato di mandare avanti una sua epistola al Marchetti, dalla quale egli vuol far conoscere chi parlerà del Malvica.
E quel Chi è lo stesso Torricelli che mette fuori alcune sue inscrizioni domestiche e un ragguaglio di un funere da lui celebrato alla Memoria del padre.
Nel successivo 5° fascicolo poi uscirà il suo discorso intorno i Sepolcri e le iscrizioni del Malvica.
Intanto nel 3° fascicolo già pubblicato fu inserito lo squarcio eruditissimo e giudiziosissimo del Malvica stesso intorno all'arte del tradurre.
Mi dice il Mezzanotte quello squarcio (che deve far parte di un'opera del Malvica sulla letteratura italiana) non esistere che in sue mani (cioè di Mezzanotte) e in ms.; ma io mi taglierei la gola se quello stesso io non l'ho già letto, et quidem, stampato, et quidem possedendone io stesso un esemplare, et quidem...
eppure Mezzanotte dice di no; eppure io dico di sì.
Che ne dice Biagini nostro che le cose malvicane le sa come le proprie? - E per tornare all'articolo Torricelli, appena sarà in luce sul giornale, io ne farò estrarre, come stabilii con Biagini, una cinquantine di copie delle quali ne lascerò cinque per l'estensore ed una per me.
Le altre 44 verranno a Roma, affinchè quattro se ne dividano fra te, Biagini, Piccardi e Ricci, e le altre 40 si spediscano in Trinacria che vuol dire Sicilia, a Panormo che significa Palermo.
E il Piccardi e il Ricci salutameli teneramente, prima il primo perché lo vedrai prima, e quindi l'altro perché...
poi.
E salutami Costanza, e salutami tua cognata, e salutami chi ti pare, e buon di'.
Fa di star sano se ci sai stare, se no sta' incomodato a comodo tuo, purché ti mantenga sempre in salute, a consolazione di chi t'ama come me scrivente.
G.
G.
B.
P.S.
Sai? Ciro sta bene, grasso come un tordo, rosso come un peperone, vispo come un grilletto, buono come un angiolo, studioso come un ciceroncino: metti insieme le similitudini, o i cinque soggetti del paragone e fanne una filza.
E di' un po' un'altra cosa: all'ultima strofe della tua ode Costanza non ce n'ha aggiunta un'altra che venga dire: più tardi che sia possibile?
LETTERA 165.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 6 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Questa mattina ho ricevuto la tua del 4 contenente la citazione da presentarsi al Sig.
Bianchi.
Per oggi non è stato possibile di averla spedita dai cursori, come io aveva tentato ed erami lusingato.
Te la spingerò coll'ordinario di martedì 9 e tu l'avrai il giovedì 11.
- Del Sig.
Angelici va bene: ne riparleremo ad ottobre.
- Le pillole le ho avute, e ti ringrazio.
Il ritardo dell'acqua della scala non nuoce.
- Scriverò ad Antaldi.
Ciro lo vedo, come ti dissi, due volte la settimana, oltre quando lo incontro al passeggio.
Hai tu dubbio che non te lo abbracci spesso e che non gli parli sempre di te? - Giovedì egli mi pregò che lo raccomandassi al Rettore affinché gli permetta qualche volta di prendersi un mezzo gelato quando è assai caldo, e secondo ché egli si sia portato bene, tanto più che gli altri compagni lo fanno.
Di assai buon cuore io intercessi presso il Rettore per questa piccola soddisfazione, ed il Rettore, graziosamente annuendo, rispose che Ciro è tale buono e studioso ragazzo che anche colla sua propria voce avrebbe ottenuto questo permesso.
Io dimandai allora al Rettore se dovevo rifonder nulla nel deposito del particolar peculio di Ciro: egli soggiunse esservene ancora intatta la metà, cioè Sc.
3, tantoché il Calzuolaio non ha ancora portato il conto de' lavori fatti per Ciro.
Pare che il Rettore quindi creda che detto peculio particolare destinato a diverse spesette straordinarie potrà bastare fino verso novembre.
Allora avremo lo sfogo dell'erogazione etc.
- Dimani tornerò al Collegio e ti benedirò e bacerò faccione nostro, nominando anche Antonia.
- Tanto per quest'ordinario.
Sèguita ad averti cura, e non lasciare i bagni.
Sono abbracciandoti di tutto cuore
Il tuo P.
LETTERA 166.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 9 luglio 1833
Checcarello mio
Mi caschi la testa se so dove mettermi le mani per fare i ritocchi che si desiderano alla mia ode.
Le cose di getto, come venne giù quella, forman un masso così compatto che vàllo a scomporre! e per ognuno de' cambiamenti proposti, benché in sé apparentemente assai piccoli, mi bisognerebbe non solo il cesello, ma il forbicione per tagliare il filo che dritto dritto vi corre per entro, e Dio sa quali nodacci mi converrebbe poi farci per raccapezzar l'unità.
E li farei anche que' nodi, e vorrei anzi farli; ma, ripeto, mi caschi la testa se so dove mettermi le mani.
Non si dà uomo più imbrogliato di me nel bisogno delle correzioni, e perciò se Iddio non mi aiuta alla prima, guai! - Diamo un po' una guardatella a' tuoi cinque appunti:
1° Di vostra union beò.
Vorrebbero sciogliere quella union in tre sillabe? Lì non si può senza sciogliere il verso; e da capo, mi caschi la testa se trovo un altro pensiere per sostituirvi un altro verso che dica quel che il primo diceva.
Dunque ho paura che la unione resterà intatta, tanto più che ai poeti (come al Papa) data est potestas ligandi et solvendi dove non sia caso riservato ad Apollo: rotta di collo.
2° Spir etc.
Lo spiro non è proprio l'unum et idem che lo spirito, quantunque nato dallo stesso padre e dalla medesima madre! Io intendeva del soffio, dell'afflato divino che forma lo spirito: e in ogni modo poi che questo spiro s'intenda, mi pare che possa patire l'apocope di cui è capace il sospiro, come lo sono tanti altri nomi che escono in iro, non eccettuato il Sig.
Casimiro il barbiere.
3° Vedestù.
Qui do un po' di ragione a chi la chiede, ma tornerei per la quarta volta all'imprecazione contro la mia povera testa che vorrei pure conservar sulle spalle.
Questa stanzetta è come la prova dell'antecedente siccome quella è la soluzione dell'altra più addietro: ed io vi ho proprio bisogno di far quella dimanda al marito, onde persuadendosi si consoli.
4° Transito, voce non bastantemente poetica? Lasciamo in pace il Baron-DeMajo - requiescat, che non conosceva il vocabolario poetico.
Io lo conosco e direi quasi la bestemmia di averci trovato dentro quel transito nel senso appunto che mi chiedeva la mia circostanza, dove io credeva che ci stesse assai meglio che Morte o qualunque altro sinonimo di questa gentil Signora.
Il passaggio dello spirito dal corpo al cielo, dal tempo all'eternità: una idea di moto solenne, accompagnato dalle tre virtù, e terminato in seno a Dio, dov'è perpetua immobilità di vita! E siccome appunto questa specie di Morte io adombrai nella strofa precedente "Non vedestù ne' placidi Moti del suo passaggio", pel medesimo motivo stimai che la voce transito servisse bene al complemento del concetto senza offesa del vocabolario poetico.
Ma se mi sono ingannato, passo alla 5a imprecisione e lì resto.
Avanti.
5° Non più i sommessi gemiti etc.
Echeggian pel silenzio etc.
A questo passo viene in ballo lo Spada.
Sentimi, Spada mio.
Qual'è la specie d'istantanea contraddizione che tu vi trovi? In due raffronti potrebb'ella trovarsi: o tra il sommessi e l'echeggiano, o fra l'echeggiano e il silenzio.
Io credo che tu parli della seconda.
Diciamo pure d'entrambe.
I lamenti in chiesa sogliono essere sommessi, ma non tanto quando sono veramente lamenti, che non suscitano un suono, e nel suono un'eco, o quell'equivalente rimbombo che noi battezziamo talvolta per eco.
(I ragazzi poi alla prima Comunione fanno quegli altri belli strilletti, ai quali niun sordo vorrebbe negare il merito di un sonoro per eccellenza.).
Circa all'echeggiare nel silenzio io intendo di quel suono che deciso e non deciso, qual'è precisamente quello di un pianto mezzo represso, suole udirsi in modo che quasi il silenzio stesso di un tempio non n'è assolutamente vinto: ed oltre a ciò, appunto perché un'eco si ascolti, rendesi necessario che il luogo nel quale l'eco si suscita non sia turbato da altri suoni a quello stranieri, di maniera che ad ogni rinnovarsi e cessare di quell'unico suono, il silenzio proprio del sito resti vinto e poi torni, come per intervallo.
Queste mie spiegazioni ti parranno facilmente arzigoli: ma io travedo che se le avessi fatte meglio, e tali che rendessero appuntino le idee che in esse vorrei sciogliere, tu ti stringeresti nelle spalle, e diresti: Vuole aver ragione? diamogliela, ché già quasi l'ha.
Stringiamola in conclusione.
Io non vedo, per quanto pensi, in qual modo contentare chi mi onora dei suoi consigli.
Non è superbia, perché io ne so meno di tutti.
La è vera, assoluta, invincibile difficoltà di dire altrimenti.
Se voi altri amici trovaste il verso e il modo di cinque sostituzioni che adempiendo al fine cercato non nuocciano ai riguardi del filo, del getto, della unità, del concatenamento, della reciprocità, o di che diavol'altro vogliam dire esistente nel tutt'insieme della mia ode, se trovaste, dico, quel verso e modo, suggerite il balsamo come additaste le piaghe, ed io abbasserò il capo sotto la macchina di Mastro Titta.
Se ciò non accade, e se la Ode non meritasse di vivere senza quei tagli, ti assicuro, Checco mio, da leale uomo, che rimetto in te il darla in luce o nasconderla come tu crederai più spediente al tuo onore o a quello dell'ottima amica, che tutti piangiamo.
Non badare all'orgoglio d'autore: cacciala nel cestino, come fanno i Cardinali e i Ministri di tanti memoriali che han più ragione del mio cencio di ode.
Un bacio a tutti gli amici, e altrettanti per te.
Il tuo Belli
P.S.
Ho capito del cerotto del Canonico Pereyra: ne chiederò, e se v'è, lo porterò.
Altro P.S.
Ho fatto un sonnetto, cioè un'appennicarella (che non s'avesse a confondere con sonetto, cosa che in Arcadia può accadere facilmente), e mi è tornato in capo quel Vedestù.
Vogliamo dire
Non parve a te ne' placidi etc.?
Se a te la va, magari che il sonno mi aiutasse ancora nel transito, nella union, nello spir e nell'echeggiar!; ma una buona dormita mi ci vorrebbe per tanta roba; e allora potrei rispondere alle lodi: bagatelle: gli ho fatti dormendo.
E seriamente, a tanti e tanti non verrebbe meglio così che vegliando? Per esempio fra i molti nominiamo a cagion d'onore l'onesto Villetti buon padre di famiglia, e lo specchiatissimo D.
Raimondo Pigliacelli più degno di pastorale e di bugia che di una pelliccia canonicale.
Va a non dire allora al sonno con Seneca: pars humanae melior vitae!
Bravo il Missirini! Pungoli al Borghi.
Mazzocchi allo Azzocchi.
LETTERA 167.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 9 luglio 1833
Eccoti, mia cara Mariuccia, la citazione eseguita contro questo Sig.
Bianchi, al quale la mostrai prima della legale presentazione, ed egli se ne mostrò pago dicendo che se non avesse avuto d'uopo del mandato di consegna per sua giustificazione mi avrebbe tosto consegnato il danaro, come farà appena il documento sarà in ordine.
In quel caso, fatti dire da Marini se pagata la somma sequestrata io debba rilasciare al Bianchi il mandato, che egli mi chiederà certamente tanto per documento contro il Marcucci quanto per pezza giustificativa verso la Cassa Camerale.
- Domenica io fui a pranzo da lui, e vi fu anche Lovery.
Sono andato questa mattina espressamente al Collegio per vedere Pietruccio Grazioli, che ho trovato in buona salute al solito.
Di lui scrivo direttamente in questo medesimo corso al Sig.
Avvocato suo padre.
In questa occasione mi son fatto chiamare anche il nostro toretto al quale ho consegnato un barattoletto di manteca che mi aveva dimandato, e dieci palle per la provvista, dirò, di tutto l'anno, mentre le ultime mandategli sono già, com'è naturale, tutte in sepoltura.
La soddisfazione di quest'altro suo desiderio gli è riuscita gratissima.
Il Rettore ha fatto a Ciro un elogio avanti a Grazioli nella circostanza di dirmi che il Grazioli oggi è in penitenza per aver rotto già il quarto libro di geografia ricomprato questa mattina dallo stesso Sig.
Rettore per paoli sette.
È vero che Ciro è minor tempo che sta in Collegio, ma pure il di lui primo libro di geografia ancora è buono, e Grazioli che non è poi tanto più anziano di Ciro in Collegio ne ha già cucinati quattro.
Questa cosa però all'avvocato non gliela scrivo.
Nella settimana passata il nostro figlio ha fatto sempre tutti bene tanto nella geografia che nella lingua italiana, di modo ché i superiori si chiamano sempre più contenti di lui.
Senti questa.
Un pittore ha qui esposto un quadro che dipinse per Milano, ed avendolo esposto ha mandato fuori alcuni biglietti a stampa con una linea in bianco da riempirsi col nome del destinatario, onde invitare persone a vedere il suo lavoro.
Che ha fatto Ciro! Se n'è procurato uno, lo ha empiuto col mio nome, e poi piegato in regola me lo ha dato affinché io goda di questo piacere.
Ti assicuro che ciò mi è stato di molta soddisfazione.
- Della salute di questo caro figlio nulla ti dirò.
Tu sai che in ogni estate si dimagrava ed impallidiva.
Se lo vedessi adesso sta meglio di quello che era a Roma l'inverno.
Bisogna certo convenire che questo Collegio è esposto in una gran bella e salubre parte della Città! E per finire pure una volta di Ciro egli ti chiede la benedizione e ti dà tanti baci.
Saluta pure infinitamente Antonia, Annamaria, Domenico, i di lui figli e tutti gli amici.
- Il guardarobiere dice che sei paia annue di calze, tre bianche e tre nere, sono sufficientissime, perché il Collegio le fa raccomodare all'occorrenza, e perché facendone di più si spregherebbero col crescere del ragazzo.
Mi scordavo di dirti che appunto la diligenza di Ciro nel conservare le sue cose, ha reso così mite il consumo che già t'indicai del suo piccolo peculio in deposito.
I danari di Grazioli volano, per lo sciupo particolarmente de' libri scolastici, i quali, secondo i regolamenti, sono naturalmente a carico de' rispettivi studenti.
Le notizie della tua miglior salute mi hanno veramente consolato.
Non mi dici però se hai poi cominciato o no i bagni.
Io sto bene, ma credo che questa sera mi farò la ormai divenuta consueta sanguigna di precauzione, sentendo quella solita ottusità che di tanto in tanto mi sorprende.
I miei polsi infatti sono assai pieni e una slentatina di vena mi si dice molto opportuna.
Anche questi professori sono di sentimento che per qualche tempo io dovrò fare così, e, passato poi il periodo che attualmente ha preso la mia macchina, si potrà diradare i salassi, e ritornare a poco a poco all'antico equilibrio.
Ciò di cui qui si manca è il comodo de' bagni per la scarsezza di acqua, circostanza che ha fatto sì che quest'uso salubre non siasi introdotto in pubblico e sia poco praticato in privato.
Questo Sig.
Angiolo Rossi mi va da molto tempo facendo istanza perché io lo accompagni per tre o quattro giorni a Sinigaglia.
Io non ci sono niente niente disposto e spero di sicuro di sgabellarmela, anzi me la sgabellerò.
Torricelli poi mi fa per lettera più forza ancora affinché vada a passare almeno una settimana con lui.
Dicendo però di no a Rossi, negherò anche a Torricelli, la cui Fossombrone è sulla stessa strada di Sinigaglia.
È vero: mi pare che Frecavalli non possa essersi piccato.
Se lo vedi, salutamelo.
Di Antaldi va bene.
Io aveva già preparato la lettera per impostarla questa sera.
È meglio che resti inutile.
Sono obligato a Marcelli della sua cortesia.
Mi ha scritto Corazza che appena finite le mietiture farà il riscontro delle piante secondo la nota che glie ne mandai.
Dice che ti mandò gli altri due prosciutti, ma che non ne ha avuto riscontro.
Babocci per ora non mi ha fatto sapere altro.
Qui piove regolarmente ogni giorno, e molte di queste acque sono temporali belli e buoni.
Insomma pare che quest'anno a Perugia non vi sarà estate.
Non mi pare d'aver altro da dirti per quest'ordinario.
Ti abbraccio dunque di tutto cuore, e ti prego di salutarmi chi ti chiede di me.
Sono il tuo P.
LETTERA 168.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Risconto la tua del 23.
- Farai fare la sola gabbia piccola al prezzo di Sc.
1:20, purché sia bella e forte; e poi me ne darai avviso.
Starò aspettando il Sig.
Fani con le cose da te consegnategli, ed eseguirò appuntino la tua commissione col nostro figlio.
L'ho veduto questa mattina, e l'ho trovato rosso e rotondo come una mela-appia.
In questa settimana i suoi studii gli hanno fruttato un ottimo e tutti bene.
Gli è venuta una vogliarella.
Amerebbe di avere un paio (almeno) di racchette e qualche volantino.
Io gliel'aveva promessi dopo il mio ritorno a Roma, ma pare che il povero ciuco amerebbe più oggi l'uovo che domani la gallina.
Le racchette dovrebbero, egli dice, essere di quelle che hanno da una parte la cartapecora e dall'altra la reticella di corda di budello; ovvero colla sola cartapecora perché il botto del colpo è l'affar principale.
In casa dovrebbero esserci ancora quel tali cartocci da raccogliere i volantini per aria.
Ci si potrebbero unire.
Povero figlio! Si porta bene.
Gli vogliamo negare questa soddisfazione? Egli ti chiede la benedizione, ti abbraccia, e saluta Antonia e tutti.
Va bene di Costanzi.
Ti accludo la carta firmata in bianco.
- Io credo però che il Sig.
Fabj con quelle offerte e dimande voglia scoprir terreno.
- La sentenza è notificata.
Il Sig.
Bianchi ad ogni mia richiesta (che sarà pronta) mi darà gli Sc.
14:42 dietro mia semplice quietanza a tuo nome, benché io non sia nominato nella causa.
Farò la quietanza colla riserva delle spese.
Intanto sappi che la presentazione, con copia rilasciata al domicilio, ha importato baiocchi 37 1/2.
Fa' aggiungere questa partita al conto.
- Ringrazio tanto il nostro Ricci.
- Lo stato della povera Angelica mi fa molta pena.
- Saluto tutti e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
LETTERA 169.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 8 agosto 1833
Mia cara Mariuccia
La tua del 3 corrente invece di arrivarmi il 5, come dovevami, è giunta jeri.
Appena impostata la mia precedente n.
23 passai avanti al Collegio di Ciro, come fanno le rondinelle, le quali per ogni volta che s'imbucano nel nido vi volano attorno almeno trecento.
Trapassato che ebbi di un poco il portone, mi udii chiamare a voce bassa: Papà, papà; e nell'alzare il capo vidi Ciro alle finestre del suo dormitorio, che mi faceva de' baciamani.
Quindi a poco si affacciò anche il Cameriere David accanto a Ciro, e ad un'altra finestra il prefetto, il quale mi partecipò che per quel giorno, stante il tempo dubbio, non si andava a spasso, ma invece si conducevano gli alunni a giuocare negli spiazzi del Collegio.
Il nostro figlio aveva in capo un berretto di lanetta nera, che era mio, e glielo regalai quest'ottobre nel suo ingresso all'instituto.
Mi piacque di vedere che ancora lo conservi.
Questa mattina gli ho fatto la visita del giovedì, giusta il costume, e gli ho letto le cose a lui appartenenti della tua lettera del 3.
Egli le ha udite con molta attenzione e ilarità, e poi se l'è volute rileggere da sé, dicendomi infine: Papà ringraziate la Mamma a nome mio, ditele che stia bene, e che io Le do tanti baci e le chiedo la benedizione.
E dopo incaricatomi de' saluti per Antonia e per tutti gli altri, ha finito con due zompetti.
Qui sopraggiunsero i Sig.ri Presidente e Rettore, che gli fecero mille carezze, e m'incaricarono di dirti mille cose da loro parte.
Il Sig.
Pres.
Colizzi poi aggiunse che per ora sarà difficile assai che possa farti in Roma un'altra visituccia.
Circa all'affare Costanzi va bene.
Io seguito sempre a ripetere quanto ti dissi, cioè che il Signor Fabj di lui curiale non venne a parlarti che per cercare di pescare qualche altro vampiro da opporti.
Intanto però non so cosa vorrà sostenere.
Di Bertinelli nulla mi fa specie, e non so come quell'uomo vorrà cavarsela da tante pastoje nelle quali tiene avvolti i piedi.
- Povera Angelica! Quella è una donna perduta.
Evviva la spenditrice universale! Ti costerà fatica, ma ne uscirai di certo con onore.
Fa' i miei complimenti con lo sposo.
- Vado a scrivere a Terni intorno a Canale, e vedremo che si potrà fare.
Del resto tu hai operato molto e bene a questo proposito.
Se ti dovessi raccontare al vivo l'acqua che qui cadde tutto jeri e il furioso temporale di questa notte, farei opera inutile per la sua difficoltà.
L'acqua si è mangiata nella nottata una strada che si faceva di nuovo, e i tuoni saranno stati un migliaio.
Ah! Iddio liberi l'Italia nell'autunno da qualche calamità! Basta, a buon conto Ciro nostro dice che non ha udito niente perché ha fatto, come fa sempre, tutto un sonno.
Vedo ancora per Perugia l'Avvocato Marsuzi, il quale con un piglio a destra ed un altro a sinistra, e camminando a gran falde spalancate, prende tutto il corso per sé.
Debbo farti i saluti.
del Sig.
Luigi Micheletti e della Signora Cangenna di lui moglie, come altresì della Sig.ra Marchesa Monaldi, la quale manda spesso da me un professore di letteratura del Collegio di Ciro a informarsi delle mie nuove.
Ogni tanto vado io stesso a riverirla.
Ieri, con quel delicato diluvio, venne detto Professore, e mi offerì da parte della Sig.ra Marchesa la chiave del suo palco al teatro nobile ogni volta che io la desideri.
Forse una sera che non piova e non sia freddo (vedi pretensione!) l'accetterò.
Del resto anche senza questa chiave io frequento moltissimo il teatro, mentre in 64 giorni dacché sono a Perugia (ed il teatro ha agito sempre) vi sono stato per mezz'ora una sera onde vedere il teatro civico, dove allora erano le recite.
Procura di star bene anche tu, amami, e credimi sempre il tuo
aff.mo P.
LETTERA 170.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 22 agosto 1833
Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 20.
Tanto l'altro jeri mattina quanto jeri mattina e giorno, e finalmente questa mattina sono stato presente agli esami annuali del Collegio Pio.
L'udire que' cari ragazzetti a parlare di tante cose erudite, scientifiche e amene, era un piacere da muover le lagrime.
Ciro nostro fu esaminato jeri al giorno sulla grammatica italiana, e questa mattina ha subìto l'esame sulla geografia.
Nella grammatica si portò assai bene, avendo sempre risposto assennatamente, con precisione e con grazia alle varie quistioni promossegli dagli esaminatori, professori della Università.
Nella geografia poi non ti so dire con quanto garbo e possesso ha dato sulla carta la descrizione di tutta l'Asia.
Se ne stava ritto in piedi avanti al quadro eretto sul cavalletto e lì con la sua bacchettina in mano andava indicando i luoghi, le posizioni e i confini, a mano a mano che veniva esponendo con la voce.
Senza mai impuntarsi, e parlando chiaramente e con pausa, ha esaminato tutto il suolo dell'Asia; ne ha indicato le principali Città, i fiumi, i monti: ha distinto le dominazioni, ha annoverato le particolarità dei luoghi e dato un dettaglio delle produzioni e del commercio delle varie nazioni di quella parte di mondo.
Bisognava udirlo a profferire netti e spediti que' brutti nomacci da fracassar la lingua d'ogni galantuomo.
Quella regione gli è toccata a caso: del resto egli conosce tutto il globo egualmente.
Anche i tre suoi compagni, e specialmente Grazioli, si sono portati assai bene.
Grazioli poi ha l'abilità di delineare all'improvviso col gesso sulla lavagna la superficie di qualunque parte di Mondo.
Ha poi Ciro fatto, per esporlo al saggio di settembre, un grande specchio di varii caratteri con a piedi una bella cartina geografica miniata.
Il Maestro di calligrafia mi disse jeri: il suo Sig.
Ciro è il mio sostituto.
Molte e molte carezze gli sono state fatte questa mattina dal professor Mezzanotte che lo ha interrogato.
Insomma Ciro è un bravo ragazzetto, buono, studioso, e amato da tutti.
Egli ti chiede la benedizione e ti abbraccia, mandando i consueti saluti.
- Fu un mio equivoco l'aver udito che già fosse deciso dover Ciro dare il saggio pubblico.
Ciò non è ancora stato determinato, e dipende da certe regole dell'instituto, anche estraneamente all'abilità.
Io spero però che di certo gli toccherà, benchè del primo anno di convitto.
Te ne darò notizie a suo tempo.
Mi duole di Celani, ma più e più del male del povero Pietro Mazzarosa.
Confido però che a quest'ora già starà meglio.
Mi congratulo della buona riuscita delle tue provviste, e del regalo ricevutone.
- Parlerò alla Rossi della gabbia e ci sentiremo.
Non so se ti dissi che essa non vuole che il marito sappia questa sua commissione di modo che è bene che ciò lo senta Biscontini onde in qualche circostanza (non prevenuto) non avesse ad uscirsene col Sig.
Rossi.
Godrò sapere l'esito della causa Costanzi.
- Qui, malgrado la stagione orribile, non vi sono gran malattie, meno qualche poco di reuma da non farne caso.
- Farai bene ad andare in Albano, ma vacci in buona ed allegra compagnia.
Sicuro, Calcagni d'Albano è fratello della Contessa Toruzzi.
Come diavolo commettere una simile imprudenza! Figurati che incendio rovinoso! quel gran locale, e destinato a quell'uso! proprio, poveretto, piove sul bagnato.
Di' a Biagini, quando lo vedi, che ho letto la sua lettera al Prof.
Mezzanotte, il quale lo ringrazia e conviene in tutto e per tutto con lui.
E salutamelo.
Ringrazio chi si ricorda di me e, al solito abbracciandoti sono
Il tuo P.
LETTERA 171.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 agosto 1833
Mio caro Checco
Che diavolo di poema vorresti tu ch'io ti mandassi se in tutto il tempo da che son qui non ho saputo formare un pensiere che mi valesse una parola? Mi chiederai dunque come io passi la mia vita, poiché sei quasi anticipatamente persuaso che io non vada in alcun luogo, e conservi le mie casalinghe abitudini di Roma.
Sto in casa, sto in camera, e leggo.
Passeggio quando l'atmosfera lo concede, passo qualche mezz'ora nel negozio del libraio Bartelli, visito il mio Ciro due volte per settimana, e il resto in casa, in camera, e leggo.
Ho portato meco da cominciar de' lavori e da finirne d'incominciati, ma sarà l'aria troppo fina ed elastica, io, ti ripeto, non so formare un pensiere.
Tu mi desti una vagliatina giudiziosa della mia ode per la povera Lepri: quando vedrai che setacciata me n'ha fatta Torricelli, sentirai allora che nespole! A dargli retta, come forse vorrei, bisognerebbe aprire un buco sino al nucleo della terra, e seppellirla laggiù, acciò il mondo non restasse impestàt, per dirla alla vicariana, cioè secondo Monsieur Vicar.
È vero che il Torricelli conchiude le sue osservazioni esser quelle di un trecentista, ma buggiararlo quel beato Trecento come la sona! Or tu mo stampala, ardila, nettatici, dàlla a salumaio, falla portare dal fiume: ti do carta bianca.
Di Ciro fatti dare notizie da Mariuccia, la quale sino al giorno corrente ha sempre avuto da me il regolar gazzettino intorno alla vita ed ai fatti di questo caro raponzolo, e direi meglio raperonzo per amor del Trecento.
Il tuo bacio glielo darò giovedì, press'a poco all'ora in cui tu riceverai la presente.
Qui non sono niente e poi niente rigidi in fatto di censura di stampe: anzi si stampa tutto senza che questi buoni Revisori vi mutino un ette.
Ciò ti farà piacere.
Lascia però ch'io ti dia il contropelo.
Tutto deve mandarsi alla Censura romana, meno (per grazia) gli articoli del giornale, che da rami divengono bacchette, e meno gli avvisi di nuove tinte per le scarpe, osterie da aprirsi e tridui da celebrarsi.
Protesto altamente contro la taccia del miscere sacra profanis: ma quando la cosa è così, e bisogna dirla tutta in un tempo, va a fare altrimenti.
Come va che Biagini mi dimanda se mi ricordo del cerotto che mi commettesti? Non l'ha già avuto e pagato?
E tu che fai? Scrivi? Leggi? Mangi? hai le tue regolari deiezioni? Aprimi il cuore.
Veramente il cuore accanto alle deiezioni non te lo doveva metterci, ma ripeterò, quando bisogna dir tutto in un fiato, va a fare altrimenti!
Qui una comica Compagnia Ciarli-Brenci etc.
etc.
dopo avere gridato cinquanta sere, passò a gridare a Spoleto, dove il pover'uomo del prim'uomo (Brenci) morì una bella sera sul campo della gloria.
Almeno dicono che morisse a sospetto di fuga.
No, lo dico seriamente e con dispiacere: fu colpito d'apoplessia e morì sul palco.
Ferretti lo avrà conosciuto.
Salutamelo il caro Giacomo, o fammelo salutare con tutta la famiglia.
Stanno tutti bene?
E salutami Biagini, Ricci, Piccardi e suoi, tuo padre, tuo fratello, Lepri, Pulieri, Rosani e chi ti pare, ché pare anche a me.
E ti abbraccio.
Il tuo B.
LETTERA 172.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 3 settembre 1833
Mia cara Maruccia
Rispondo alla tua del 31 passato agosto.
Domenica vidi Ciro nostro, il quale si dispone pel saggio pubblico che sarà giovedì 5 corrente alla mattina.
Nel dopo pranzo della seguente domenica succederà la solenne premiazione.
Egli è giudicato già degno di premio: credo però che il successo debba dipendere da un bussolo con qualche altro di eguale suo merito.
In ogni modo l'onore sarà sempre lo stesso.
Vado facendo eseguire d'accordo col bravo guardarobiere varii lavori nel corredo di Ciro pel mezzo-tempo e pel futuro inverno, stagioni che qui sono molto distinte l'una dall'altra.
A cose fatte ti darò ragguaglio di tutto quanto è stato giudicato necessario di fare.
Questo guardarobi e il cameriere della Camerata sono due veramente eccellenti giovanotti, ed io alla mia partenza li rimunererò con un'altra mancia delle premurosissime attenzioni che mostrano al nostro caro figlio.
Dalla mia precedente avrai udito quando arriverà a Roma il vetturale.
Va benone intorno alle vedute di Roma etc, e ne ringrazio te e l'ottimo Biagini che mi saluterai tanto tanto.
Mi ha consolato la guarigione di Mazzarosa, come seguita a rattristarmi lo stato infelice della povera Angelica.
Qui è caduta la neve sulle montagne di confine, e fa molto freddo.
Ciro ti bacia la mano, ti abbraccia, e ti chiede la benedizione.
Saluta poi Antonia e tutti.
Io ti abbraccio e sono di cuore
il tuo P.
LETTERA 173.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 7 settembre 1833
Cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5, e la riscontro.
Lo stesso malvagio tempo che tu mi descrivi essere stato a Roma in detto giorno fu egualmente qui, unito a un sensibile freddo, di modo che ci volle tutto il mio desiderio di udire Ciro al saggio che mi determinasse ad uscire di casa; ed uscii tutto vestito da inverno.
Sono varii giorni che diluvia di continuo.
Vedremo domani se vorrà, il Signor Tempo permettermi di concorrere allo spettacolo della premiazione, di cui poi ti darò un distinto ragguaglio.
- Ho mandato a vedere se alla posta fosse giunto il pacco per Ciro: mi han detto di no, mentre i gruppi qui non vengono che il lunedì, siccome non ne partono che la domenica, mentre nelle sole domeniche parte di qui il Corriere per Fuligno e ne ritorna il lunedì.
Gli altri due corsi settimanali si fanno per via di staffette latrici di sole lettere.
Dunque darò al nostro caro figlio il regalo appena sia giunto.
Circa alla spedizione della gabbia va bene; e darò a Ciro tutto ciò che vi è annesso per lui.
- La tua intenzione riguardo a Costanzi è buona, ma bisogna poi vedere se il mobilio della sua casa potrà saldare gli Sc.
1200, più qualche arretrato che siavi di frutti spese etc.
Oltre di ché insorgeranno delle dispute sulla comproprietà dei fratelli ed altri di famiglia.
Perciò sta' oculata.
Vedi di far sollecitare la liquidazione delle spese Marcucci, affinché si possa ultimare il tutto con Bianchi fin ch'io sarò qui.
Ti accludo un foglio bollato e da me firmato in bianco, onde tu te ne serva a tuo senno.
L'ho sottoscritto in basso per lasciarti più spazio a scrivere: per la qual cosa, fatta prima una minuta ti regolerai sulla quantità del bianco da riempire.
- Ho piacere che il nostro Biagini abbia già avuto il cerotto che mi richiese.
Il figlio del dottor Micheletti è morto realmente.
Questo ragazzo d'indole assai recalcitrante ripugnava a tutte le volontà paterne, e più alle di lui disposizioni intorno alla educazione.
Mutati varii luoghi ne' quali era stato messo a studiare, finalmente pareva che nel Collegio di Arezzo si fosse un poco calmato.
Ma, avvicinandosi l'epoca delle vacanze, voleva ritornare a farle a Casa.
Il padre che conosceva che una volta tornato si sarebbe penato a farlo ripartire, gli lasciò libera la scelta tra il villeggiare in una bella campagna che possiede il Collegio Aretino, e tra il passare ad un ameno casino di certi Signori d'Arezzo, di lui Clienti.
Udita il fanciullo tale alternativa a lui ingrata, che fa! Una sera si avvolge un panno bagnato attorno al collo e un altro in testa, e poi aperta la finestra si pone in letto per dormire.
Casualmente il Rettore vide dalla sua stanza la finestra aperta del Micheletti, e recatosi nella di lui camera gliela chiusa.
Il ragazzo all'udire aprir la porta si pose la testa fra i lenzuoli, e finse dormire cosicché il Superiore credette la finestra di lui esser rimasta aperta per dimenticanza e più non vi badò.
Riuscito il Rettore, si rialza Micheletti e bagnati di nuovo i panni ripete il mal giuoco, ed anzi riaperta la finestra vi si sdraiò sotto sulla nuda terra, e così seminudo si addormentò.
Figurati alla mattina! Fu ritrovato tutto gonfio.
Interrogato ripetutamente confessò finalmente il tutto, e dopo una orribile malattia di 24 giorni spirò lunedì 2 alle ore tre pomeridiane.
Il povero padre è al colmo dell'afflizione, tanto più che avendo il Collegio tardato a scrivergli fino al 15° giorno del male, ed essendo giunta la lettera mentre egli era a Città di Castello, ha saputo il caso poco prima della morte.
La moglie del Micheletti partì bene subito, ma delirando sempre il figlio non l'ha potuto vedere.
Eppure a malgrado che il povero padre si rammarichi tanto, pure confessa che forse la provvidenza ha così disposto per risparmiargli altre lagrime più amare che il figlio avrebbe un giorno potuto fargli spargere.
Noi, cara Mariuccia, ringraziamo Iddio che Ciro nostro è savio, e i suoi superiori più assai diligenti.
Ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
LETTERA 174.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 10 settembre 1833
Cara Mariuccia
Jeri non ebbi tue lettere, ma bensì la spedizione per Ciro, al quale corsi subito a portarla.
E giunse bene a proposito, mentre nella solenne premiazione di domenica nominato Ciro a tre premii, uno cioè in lingua italiana, uno in geografia ed uno in calligrafia, non ebbe la sorte di conseguirne alcuno, non essendo mai uscito al bussolo in cui fu posto il suo nome tre volte co' suoi competitori nelle tre classi enunciate.
Nella geografia ebbe due altri emuli, uno solo nella lingua italiana, e cinque nella calligrafia.
La sortizione di tutti i nomi in competenza si fece alla presenza degli spettatori a suono di sceltissima banda, la quale si tramezzò a tutti gli atti della funzione.
Dispiacque a tutti i Superiori la poca fortuna di Ciro, al quale però furono tanto più prodigati elogi da essi e da molti astanti, in quanto che si sapeva che i competitori più fortunati di lui erano tutti del secondo anno di collegio, e Ciro del primo; circostanza che pure a detta di alcuno si poteva meglio calcolare dai giudici che stabilirono l'ordine della premiazione.
Io ti spedisco per la posta il libretto di prospetto.
So che ti converrà avere delle noje alla dogana, ma pure pensando che ti farà piacere il leggerlo te lo mando.
Aggiungo su questo proposito che il Rettore convenne con me che forse i primi elogi della scuola si convengono a Ciro, ma che dovendo purtuttavia gli esaminatori e i Consuperiori del Collegio attenersi ai risultati positivi degli esami trimestrali, non potevano negare una parità a chi realmente la ottenne.
Ciro poi si espresse che quantunque avrebbe amato il conseguimento di qualche premio, nulladimeno si appagava dell'onore che la sorte non può contrastargli.
Non ti puoi figurare la di lui gioia al ricevere le vedute di Roma e la pianta.
Disse che quello era il suo premio.
Tutti i ragazzetti della sua Camerata gli si affollarono intorno, ed egli fece da Cicerone.
I ringraziamenti che ti fa sono infiniti; e così ti chiede la benedizione, ti abbraccia, e saluta Antonia, Domenico e tutti.
- Ti debbo dire che da alcuni giorni soffre della flussione all'occhio destro, la quale però, come vedi, non gli ha impedito di fare regolarmente le sue faccende.
Il professore del Collegio gli ordinò certi bagnoli approvati da altro eccellente oculista Sig.
Achille Dottorini, che io ci ho già condotto due volte a mio conto, e ce lo farò tornare fino a completa guarigione.
Il Dottorini, che Biscontini deve certo conoscere, mi assicura che non è niente, e neppure gli ha vietato che possa discretamente applicare.
Sta', cara Mariuccia, tranquilla, e assicurati che con un poco di cura svanirà questo male, il quale è molto minore di quello che Ciro ebbe già a Roma all'occhio medesimo varii anni addietro.
Appena sarà un poco più diminuito il sangue comparsogli sul bianco dell'occhio, all'angolo esterno, il bravo Dottorini gli darà un collirio che servirà a guarirlo del tutto e a rifortificare i vasellini ingorgati.
In caso poi che tardasse alquanto il sangue a svanire saranno applicate alle tempie due mignattine per accelerarne la risoluzione.
Ti ho dato notizia di questo piccolo incomodo del nostro caro figlio, acciò semai ti venisse saputo per parte indiretta, non ti prenda alcuna pena, e ti fidi di me.
Del resto Ciro sta in piedi, allegro, e se la ride; e i superiori gli hanno tutti i più delicati riguardi perché non abbia aria o altri nocumenti esteriori.
Domenica sera andò qui in iscena una opera in Musica, intitolata la Orfanella di Ginevra, cantata benissimo.
C'è un basso poi, chiamato Angelini Dossi che a Valle farebbe fanatismo.
Io comperai un palco al second'ordine per 50 baiocchi, onde salvarmi dalla piena della platea, e mi divertii moltissimo.
Le decorazioni sono eccellenti.
L'opera è al teatro Nobile vicinissimo alla casa dove abito.
Aspetterò la gabbia.
La Signora Rossi è contentissima della scattola che ci hai fatto fare.
La medesima Signora ti prega dirle come sono grandi le pelli di ermellino, e quanto costano l'una.
Per la grandezza puoi fartela dare in modello dal pellicciaio, e poi col lapis disegnarmene la circonferenza sulla tua stessa lettera.
- Avrai avuto la mia, dove ti parlai de' lavori di sarto che faccio fare per Ciro, tanto per l'autunno che pel prossimo inverno.
Ti abbraccio di cuore, e sono il tuo P.
P.S.
È general voce che il Marchese Ettore Florenzi sia morto al suo casino della Colombella.
LETTERA 175.
A ORSOLA MAZIO - ROMA
Di Perugia, 24 settembre 1833
Carissima Orsolina,
Io già sapeva che tu saresti balestrata in ottobre: ti ringrazio però di avermene data partecipazione tu stessa, e tengo ciò in conto di quella gentilezza che ti distingue.
Sii felice, cara cugina, e felice quanto il mio cuore ti desidera e quanto tu meriti di essere.
Lo sposo che la provvidenza ti ha destinato ha tutti i caratteri da farti presagire una bella vita di pace.
Sii felice, ti ripeto.
Io vidi andare a marito tua madre: vedo oggi il tuo imeneo, e così spero trovarmi un giorno agli sponsali della prima tua figlia.
Allora io era quale ora tu sei, e al futuro matrimonio della tua prole tu sarai quale adesso io mi trovo.
Parlo di età.
Io vo sempre sventuratamente innanzi a te; e quando tu ancora vigorosa abbraccerai i tuoi nipotini, mi sarà forza di bamboleggiare con essi.
Vedi, cara cugina, come ancora fra le gioie possano trovarsi pensieri di malinconia.
Ma e poi perché? Se io sarò vecchio, lo saranno tutti quelli che vivranno di poi, e beato chi guardando sui giorni vissuti non vi troverà vergogna che lo faccia arrossire.
Dunque, innanzi, e ciascuno adempia alla propria missione.
Se le tue nozze accadessero verso la fine di ottobre, o almeno a mese inoltrato, io spererei di trovarmi personalmente ad accompagnarti all'altare.
Se poi dovrà accadere altrimenti, mi contenterò in arrivando di salutarti Matrona.
Avrai avuto in mia casa notizie del mio Ciro, e delle belle speranze ch'egli mi dà.
Salutami testa per testa tutti i tuoi, e in favore della circostanza i saluti pel caro Balestra sien due, e più se ti piace reiterarli.
Sono veramente pago di averlo preso parente.
Perdoni, Signora Sposa, la confidenza cuginale di questa mia lettera, e mi creda sempre
Suo aff.mo cugino G.
G.
Belli
LETTERA 176.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 24 settembre 1833
Cara Mariuccia
La guarigione di Ciro mi ha per due ordinarii trattenuto dallo scriverti, onde, non essendovi più un urgente bisogno di carteggio in tutti i corsi postali, rimetterci in regola.
Rispondo pertanto oggi alle tue carissime de' 17 e 21.
Comincerò dal dirti che Ciro seguita a star bene, anzi mi dice il cameriere che neppure gli fa più i bagnoli.
Io l'ho veduto fin qui ogni giorno, e nel solo sabato scorso che non lo vidi, lo incontrai alla Università dov'è l'esposizione del concorso annuale e triennale delle belle arti.
Giovedì 19 non solo non andò Ciro in campagna ma non ci andò neppure nessuno del collegio, stante il pessimo tempo.
Vi andarono però jeri, ed io li vidi tornare.
Ciro era tutto vispo e contento.
Ti dice egli al solito mille cose affettuose, baciandoti la mano e dandoti i saluti per Antonia, etc.
etc.
- Circa ad Angelica, se i polmoni son tocchi, il parto non la può salvare.
Non so perché tanto strepito per la scoperta del corpo di Raffaello, mentre si è sempre saputo che stava sotterrato in quel luogo.
Se lo volevano fuori lo potevano scavar prima.
In tutti i modi, certamente questa è per le arti una bella reliquia.
- Ora che Biscontini non c'è chi guiderà, il nostro delicato affare con l'avv.
Costanzi? E Biscontini non torna in Curia che ad anno nuovo! Che carte vuoi che abbia occulte Costanzi? Non ne può avere, e se ne avesse, le avrebbe già tratte fuori.
Egli tenta come tanti altri che girano mille tribunali per pagar quattro in luogo di uno.
Ti ringrazio de' saluti di Zia Teresa e Mariuccia, come ancora della notizia del matrimonio di Orsolina.
In questo ordinario ho avuto da lei stessa la formale partecipazione, e vado a risponderle rallegrandomi.
- Bravo Biagini! Birbo quel Pippaccio! - Ho avuto lettera di Corazza il quale dice che gli orribili tempi hanno impedito fino ad ora la consumazione della conta degli alberi, la quale però spera di finire in questi giorni, finita la fiera di Campitello.
I ristauri sono a buon punto.
Secondo i termini del contratto egli e Stocchi vanno ad eseguire un taglio nella Macchietta, e perciò stanno all'ordine quattro prosciutti, che io gli scrivo di mandarteli.
Ho avvisato anche Babocci del mio ritorno a Terni circa il 10 ottobre.
I tempi qui seguitano ad essere bestiali, ed io mi sento tutto indolito.
Come salvarsi del tutto? Hai tempo a star dentro: l'aria fredda e umida penetra per ogni luogo.
Sono abbracciandoti di cuore il
tuo P.
LETTERA 177.
AL DOTT.
RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia [5 ottobre 1833]
...
La vostra lettera, segnata da Voi col 23 settembre, non giunse a questo uficio postale che il 27, ed in quel giorno io era in letto con febbre di reuma, che per varii altri ha durato ad affligermi.
Nello scorso ordinario io mandai ciò a notizia di mia moglie, di modoché se voi in oggi la vedeste sappiate che questo non è più per essa un mistero.
Tuttavia il male non è stato grave, ed ora me ne trovo libero.
Mi affliggono veramente le novelle che di voi mi date, e veggo con amarezza che non sia ancor sazia la fortuna di perseguitarvi, quandoché nel Mondo avrebbe dove assai meglio e con più di giustizia esercitare le sue persecuzioni.
Ma poiché quasi sempre gli avvenimenti sono condotti dalla mano degli uomini, i quali poi al complesso de' loro maneggi si compiacciono d'attribuire l'astratto nome di Sorte, non è da stupirsi se i mali effetti della lor gravità cadano più spesso sui migliori che non sui tristi, dappoiché o questi raramente mancano di armi di difesa contro gli attacchi de' loro uguali, o gli ultimi amano, piuttostocché offenderli, farseli complici nella eterna insidia che tendono alla odiata virtù.
Comprendo le mie parole dover giungere fiacco balsamo e inefficace alle acerbe vostre ferite, ma poiché so pure che l'esser compatito nella sventura è, se non altro, un male di meno, io intendo che voi, prendiate per ora dalla mia penna que' conforti che non mancherei di apprestarvi vicino onde ajutarvi a sostenere i colpi della disgrazia la quale siccome tutti gli altri mali agenti della terra non sa poi a lungo resistere contro una determinata costanza.
Tenetevi cara la tibi-Seraphina, nella quale veggo più semplicità che mal'animo contro di voi.
Poverina! Sarebbe necessario un cuore di bronzo per tener saldo contro i combinati attacchi di una raffinata malizia, di maniera che fra tante suggestioni perverse non è maraviglia che il di lei nuovo cuore vada fluttuando.
Io parto di qui fra quattro giorni.
Addio, caro Bertinelli: sono sempre il v.ro aff.mo a.co
Belli
LETTERA 178.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, 15 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Giunsi in questa Città la sera di domenica 13 dopo un felicissimo viaggio.
Ti assicuro che l'essermi allontanato da te mi ha costato molta pena, la quale è però mitigata dall'averti lasciato in buona salute e così bene affidato qual sei.
Procura di conservarti sano col moderato uso di tuttociò che ti si concede al sollievo dello spirito e del corpo, e fa' che le notizie che io andrò di te ricevendo mi riescano sempre di consolazione sotto ogni rapporto, così di salute, come di condotta e profitto, tantoché col rivederti nel prossimo anno ti ritrovi convenientemente più vicino al perfezionamento a cui ti si va conducendo.
Riverisci per me il Sig.
Presidente, il Signor Economo, e il Sig.
Prefetto.
Amami e ricevi la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 179.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, 24 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Mi ha scritto la tua mamma le seguenti cose sul tuo conto.
Io ti copio qui appresso le medesime parole della sua lettera.
Eccole.
"Ieri ho ricevuto una lettera di Ciro, diretta a te.
Credo che abbia sbagliato dirigendola a Roma invece che a Terni, poiché diversamente mi sembrerebbe assai singolare che io non ci sia nominata nemmeno con un saluto.
Mi dispiace peraltro che, ancorché fosse destinata per Terni, non ci abbia messo nessuna parola per quelli di Casa Vannuzzi, nostri parenti, che pure egli conosce, e dai quali ha ricevute molte finezze al suo passaggio per quella Città.
Bisogna che Ciro sia un poco più premuroso sul punto della gratitudine.
Ora dimentica sempre anche Antonia, che è per lui come una seconda Madre; e a me non piace tanta disinvoltura, la quale col tempo diviene durezza ed egoismo.
Debbo pure osservare che le ultime due lettere scritte da lui tanto a te che a me, sono così tirate via e di un caratteraccio così brutto, che fanno nausea: ed anche di questo non sono contenta.
In questo modo egli fa mostra di peggiorare piuttosto che migliorare".
Tu sai, Ciro mio (riprendo qui io tuo Papà) che molte volte ti ho a Perugia rimproverato della tua indifferenza e negligenza nel dimandare nuove della tua tenera Madre, la quale non sarebbe mai stata fra noi nominata se non te ne avessi parlato sempre io pel primo.
Comprendo che circa le lettere che tu scrivi te ne vien data la minuta bell'e fatta, ma chi stende la minuta non è obligato di conoscere tutti gl'impegni del tuo cuore verso le persone alle quali tu devi mostrare riconoscenza.
Devi tu stesso pregarlo ad includerci le debite menzioni.
Riguardo al carattere, badaci un poco di più, caro figlio, e non mostrar di disimparare.
Riverisci per me i Sig.ri tuoi Superiori, e credimi sempre
tuo aff.mo Padre.
LETTERA 180.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Roma, 30 novembre 1833
Mio caro figlio
Riscontro la tua graditissima lettera del 19 spirante, e ti faccio stimolo con la presente a scrivermene un'altra quanto prima, onde istruire la tua Mammà e me stesso del tuo stato di salute e di tutto il resto che ti concerne.
Io già sapeva, sin dal mio partir da Perugia, che i tuoi studii pel nuovo anno scolastico dovevano essere l'aritmetica e la lingua latina: mi ricordo anzi che circa a quest'ultima tu mi dicesti essertene già tanto anticipato qualche principio dal tuo buon Maestro Sig.
Felicioni.
Mi piacerà oggi di udire come ti sembri riuscirti difficile questo dotto idioma.
Io però tengo per fermo che le notizie che tu già possiedi di grammatica in genere, sienti per facilitare d'assai i progressi in una lingua così necessaria a chi nel Mondo vuol sapere.
Ed è tanta, Ciro mio, la necessità del conoscere la lingua latina, che non solo la ignoranza di essa ci priva della conoscenza di tanti capi-d'opera originali, ma ci niega altresì il possedere a perfezione la stessa nostra lingua nativa, che, figlia della latina, prende da quella il più bel lustro delle sue forme.
Allorché tu avrai familiare la superba lingua del Lazio, sarai stupefatto delle bellezze sublimi degli antichi Autori; e le stesse carte che tu scriverai, riterranno l'indole delle tue buone letture.
Il Sig.
Rettore sa se io ti dico il vero.
Studia dunque, o mio Ciro: un poco di fatica sarà un giorno ricompensata da infinito piacere e da gloria.
Te lo prometto.
Riguardo alla Calligrafia, mi sembra, Ciro mio caro, che tu vada prendendo qualche difetto, il quale con qualche attenzione potrai facilmente ritoglierti.
Per esempio, la lettera F, che una volta era da te scritta secondo le forme più lodevoli, ora la fai nel seguente modo...
Questa, figlio mio, è una forma un po' sconcia, e disarmonizza nella scrittura colle lettere vicine.
Giudicherai tu stesso della Verità delle mie asserzioni dalle due parole che qui appresso io ti segno
affetto
difficoltà.
Non vedi tu, Ciro mio, che nel modo scritto alla tua guisa le due ff sembrano piuttosto due lunghe zeta, tantoché quelle due parole si leggono meglio per azzetto dizzicoltà che non per affetto difficoltà? Di dove hai cavato questa barocca forma di lettera? - Nel resto poi bada di non tirar via nello scrivere.
Io so che fra gli studii non si può scrivere sempre con tanto agio e tanta attenzione, mentre l'applicazione ed il tempo debbonsi economizzare in favor del soggetto che si scrive, e non già totalmente o in gran parte concedersi al carattere con cui si scrive: ma almeno in qualche particolar circostanza, dove lo studio non entri per primo, sii accurato nello scrivere in modo da non perdere un'abilità che avevi acquistata.
E in quanto alle lettere che mi dirigi, sieno esse più brevi, se vuoi, ma più corrette, imperocché io ci trovo non poca negligenza nella ortografia, e per conseguenza molte correzioni.
Riflessione, Ciro mio, riflessione in ogni cosa, e non si sbaglia mai, o raramente.
Come ti trovi nella nuova Camerata? - La famiglia Fani mi scrisse i tuoi saluti: il Sig.
Biscontini me li ha portati.
La tua Mammà ti dice mille cose piene di amore e di tenerezza, e ti esorta a studiare, esser buono, e stare allegro.
Antonia e gli altri nostri buoni domestici ti salutano.
Presenta i miei rispettosi ossequii ai Sig.ri tuoi Superiori, e ricevi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 181.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 dicembre 1833
Mio carissimo Ciro
Non dubitare, non perderti di animo.
La lingua latina, sul principio dello studiarla, suole riuscire un poco difficile a quasi tutti; ed io mi ricordo che anche a me accadeva altrettanto allorché io era della tua età, e, come te, principiante.
Di mano in mano però l'esercizio continuo, e l'abitudine che ne consegue, rendono familiare qualunque più astrusa difficoltà.
A te non manca ingegno.
Non ti dico ciò perché tu ne insuperbisca, mentre il talento e tutto quello che abbiamo al Mondo di buono è dono gratuito della Providenza, e non già nostro merito particolare.
Intendo solamente di dimostrarti che con disposizioni sufficienti di spirito non si deve disperare di buon successo in nulla di quanto s'intraprende con ferma volontà.
Il peggio che possa accadere a uno studente è il diffidar troppo di sé, e lasciarsi sgomentare dalle prime difficoltà, inseparabili da tutti i nuovi sperimenti.
Col coraggio e colla perseveranza ogni giorno si guadagna una vittoria sopra gli ostacoli, e non solamente si superano i presenti, ma si acquista ad un tempo il vigore per superare i futuri.
I più famosi uomini della Terra sono stati fanciulli, niuno di essi era nato istruito: tutti si trovarono nuovi al principio nella carriera del sapere.
Che mai sarebbe accaduto di loro, e quale di tante famose opere avremmo noi oggi, se alle prime difficoltà sbigottiti, si fossero arrestati sulla via che li condusse poi a tanta altezza di gloria? Tu hai detto saggiamente che raddoppiando d'impegno speri di far que' progressi che lo studio non nega mai alla costanza.
Quello che oggi ti sarà sembrato oscuro e spinoso, col ritornarci sopra a mente serena e non divagata ti si farà dimani chiaro, molle e fiorito.
Vedi, o mio Ciro, la natura d'inverno.
Ti parrebbe mai che quel prato sterile, nudo e malinconico dovesse poi ben presto ricoprirsi di tutti i doni della fecondità? Eppure pochi raggi di un benefico Sole di primavera bastano a produrre il miracolo.
Dov'erano nevi e brine sorgono indi a poco pingui erbe e vaghissime; e colorite frutta appaiono sugli aridi rami degli alberi.
Altrettanto accade nell'uomo.
Esso non ha da principio che la capacità di produrre; ma il calor dell'ingegno unito al tempo e alla pazienza lo muta a poco a poco in tutt'altro da quello di prima e dice la Sagra Scrittura che colui che seminerà con lagrime, raccoglierà esultando vale a dire, che le fatiche sostenute nel coltivare saranno premiate dall'allegrezza della raccolta.
Sta' dunque di buon'animo, Ciro mio: studia con fiducia di riuscire, e riuscirai.
Il profitto verrà da sé, senza quasi che tu te ne accorga: e un giorno sarai certo che io ti diceva la verità.
Studio, coraggio, e il successo è infallibile.
Tuo padre non t'inganna.
Ho veduto il Signor Presidente Colizzi.
Egli mi ha dato buone notizie di te, e ti vuol bene.
Procura dunque, mio caro figlio, di non demeritare mai la di Lui grazia, né quella degli altri tuoi buoni Superiori.
Sii umano, gentile, obbediente, assiduo ne' tuoi doveri, e grato alle cure che ti sono prodigate in tante maniere.
Ama pure, e rispetta i tuoi compagni, imita il buon procedere di ognuno e non invidiare la gloria di alcuno.
Sii sempre verace ed umile, e quando mai ti avvenga di fallire, ringrazia chi ti ammonisce.
Questi consigli ti diamo tua Madre ed io, ed intendiamo che siano il miglior regalo che possiamo farti per le imminenti SS.
feste, che desideriamo felici a te, a' tuoi Superiori e a tutto il Collegio.
Fra giorni poi avrai qualche cosetta da goderti per amor nostro.
I giuochi però saranno meno, perché ormai ti fai grande.
Ti benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
P.S.
Oltre a Mammà (che ti benedice con me) ti salutano tutti i buoni amici di Casa, e Antonia, e Domenico e gli altri nostri amorosi familiari.
LETTERA 182.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 dicembre 1833
Ciro mio
In questa cassetta che, come nell'anno scorso, ti sarà stata mandata dal Sig.
Angiolo Rossi, e che tu dopo averla vuotata gli restituirai, sono i piccoli doni che ti godrai in quest'anno per amor nostro, secondo che io ti avvisai nella mia lettera del 19.
Vi troverai dunque:
1° Un pangiallo, dono di Annamaria.
2° Un torrone, dono di Domenico.
3° Un cartoccio di mandorle attorrate, dono di Antonia.
4° Un'altro di confetti, dono di Antonia.
5° Una cassettina di colori, dono del Sig.
Marchese Ossoli.
6° N.
7 pennelletti con loro bacchettine.
7° N.
6 piattini da stemprarvi i colori.
8° Un cerino.
9° Due trucchi da terra.
10° Due paja guanti.
11° Un pajo straccali.
12° Una piccola scrivania.
13° Le tue carte mimiche.
14° Il bucciotto, rappresentante il Cavallerizzo.
15° La pompa ad acqua.
16° Il ritratto del Buffon.
17° Le Novantanove disgrazie di Pulcinella.
18° Quattro barattoletti di manteca, fatta da Antonia.
19° Ventiquattro aranci.
20° Un pallone da camera.
21° Quattro libre di cioccolata.
Vorrei sapere quando principieranno le recite nel Collegio, quale commedia si eseguirà; e quale parte tu precisamente vi abbia.
Il Signor Presidente Colizzi ti saluta.
Tu riverisci da parte mia e di Mamà il degnissimo Signor Rettore e il Signor Economo, e per mezzo di questi anche il Sig.
Luigi Micheletti e di lui Consorte, augurando a tutti un buon Capo-d'-anno.
Tutti i nostri parenti ed amici ti salutano, e ti esortano a farti onore, per gloria di te stesso, e della famiglia, che un giorno spera da te il suo lustro.
Tua Madre intanto ed io travagliamo per prepararti uno stato che tu poi dovrai consolidare co' tuoi proprii meriti.
Addio, mio caro figlio.
Ricevi la nostra benedizione.
Sono
il tuo affezionatissimo padre
P.S.
I nostri buoni domestici ti dicono mille cose affettuose, le quali tu riceverai con gratitudine.
LETTERA 183.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 1° febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Giunto di notte a Terni, t'impostai le due righe già preparate fin da Roma, le quali avrai ricevute.
Non avrei mai creduto di essere in tanta compagnia nella diligenza.
Eravamo otto.
- Nella prima giornata e nella notte consecutiva si ebbe diluvio.
Jeri poi da Fuligno fin qui un vento agghiacciante e così impetuoso che faceva prova di atterrare il legno.
Oggi è nuvolo, freddissimo, e minaccia neve.
E la bella è che tutti affermano che sino a jeri si era qui avuta una primavera.
Sempre io mi porto appresso il buon tempo.
Arrivai qui jeri sera, e non ti dirò la sorpresa di questa buona famiglia, che ha messo sossopra la casa onde farmi festa e graziosa accoglienza.
Questa mattina poi ho goduto l'affetto prodotto in Ciro nostro dalla mia repentina visita.
È rimasto estatico, e poi colla voce agitata mi è saltato al collo, dicendo: Papà! è Papà! E Mammà è venuta? Poi ha principiato a saltare rosso come un gambero.
Egli sta di un bene da non potersi spiegare, colorito, prosperoso, lietissimo, e con due guancie grosse e dure come due pietre.
Mi ha condotto a vedere la sua camera, dove ha portato zompando la tazza da noi donatagli, e da lui gradita oltremodo.
Oggi dev'essere giunta a Roma la lettera in cui egli ci dava conto dell'esame trimestrale.
I Superiori ne sono restati contenti e mi han detto che Grazioli stesso gli è rimasto di un grado inferiore.
Lunedì sera andrò ad udirlo recitare in una Commedia intitolata: i Golosi.
Dicono che ha una parte non tanto breve.
Se dovessi riferirti tutte le cose da lui dettemi per questo mio viaggio, e per te, e per Antonia, Domenico, etc.
etc.
non finirei mai.
Parlava, saltava, e si stropicciava le mani, battendole quindi per festa che veramente veniva dal cuore.
Di' al Sig.
Dr.
Micheletti che appena arrivato (a tre ore di notte), consegnai a Barbanera pel di lui studio la lettera e il plico.
Circa a questo, è curiosa che smontato io di diligenza mi scomparve dinnanzi il Sig.
Bianconi che doveva consegnarmelo.
Dovetti dunque farlo cercare per le locande di Fuligno per chiederglielo.
Egli, trovato che fu, mi mandò per risposta che nulla doveva egli darmi per Perugia.
Mi fu pertanto forza, mentre io pranzava, di rimandarci una seconda volta il cameriere di Pollo con una ambasciata più viva e circostanziata.
Allora venne indietro il plico.
Col locandiere Pollo ebbi battaglia.
Di questa parleremo e rideremo poi a voce col Dottor Micheletti.
Sappia Biscontini che dallo stesso Barbanera ho fatto avvisare il Dr.
Speroni.
Ancora però non ho veduto alcun di lui messo per ritirare la roba che debbo consegnargli.
(Ecco che arriva il Dr.
Speroni).
Ho incontrato per istrada questo Sig.
Bianchi, la cui famiglia poi visiterò.
Mi ha detto il Rettore che a loro richiesta, otto giorni indietro, condusse in loro casa Ciro, che ne fu ricolmato di finezze.
La sola visita che è stata da me fatta finora è al Sig.
Rossi nel suo sgabbuzzino.
Egli sta bene e saluta te e Biscontini.
Io ho freddo, sto bene, ti abbraccio di cuore e ti prego ricordarmi agli amici.
Sono
il tuo P.
P.S.
- Martedì 4 puoi azzardare due righe di risposta.
È vero che se debbo trovarmi la sera del 5 a Fuligno per la diligenza della notte, non potrei avere la tua lettera; ma in ogni modo sarà bene che me la invii per tutti i casi che in detto giorno non mi facessero ripartire, mentre Ciro non è affatto contento di soli quattro giorni, e questi Signori Fani ne vorrebbero almeno sette.
Basta, vedremo.
Benedici Ciro che lo desidera tanto.
LETTERA 184.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 4 febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua del 1° corrente.
- Come ti dissi nella mia dello stesso giorno, io già sapeva l'arrivo a Roma della lettera del nostro Ciro.
Sapeva altresì dell'altra lettera di Casa Fani, e me ne hanno qui manifestato il contenuto.
Ti ringrazio delle notizie che mi dai dell'Accademia del Venerdì 31, e mi rallegro che tu abbia goduto di una bella serata.
Anche io sono qui andato sino ad ora una volta al teatro, e questa volta fu sabato a sera, essendovi stata opera tanto la vigilia che il giorno della Candelora.
La esecuzione della Norma mi piacque ben poco.
La Taccani (meno l'antipatia) è sul gusto della Tacchinardi.
Il tenore cantò come un bagherino, movendosi come un manipolatore di torroni.
Il basso e nella voce, e nella figura, e nella mimica, e nel vestiario, pareva un confratello del Suffragio che siasi alzato il cappuccio.
Del resto non occorre parlare.
Jeri sera fui al teatrino del Collegio Pio.
Le decorazioni e il vestiario sono senza pecca.
I convittori declamano come violini scordati.
Due soli ragazzetti de' più piccoli mostrano qualche disposizione naturale.
Pronunciano tutti alla barbarica, e dicono degli spropositi sistematici, che il Sig.
Direttore doveva prevenire.
Ciro non recitò jeri sera, ma insieme con altri compagni comparve da soldato nella farsa del pitocchetto, e con essi eseguì delle evoluzioni militari, che furono il più bel pezzo della serata.
Erano assai cari que' raponzoli, in uniforme e baffetti, marciare armati a suono di tamburo, ed obbedire con sufficiente precisione al comando di un colonnello, rappresentato da uno de' collegiali più grandi, che aveva parte nella farsa.
Egli, cioè Ciro, recita questa sera, ed io andrò ad udirlo.
Essendo egli uno de' piccoli, spero per questo motivo che sia meno cagnolo degli altri maggiori, perché qui vedo che appunto la natura che inclinerebbe al buono è poi falsata in appresso dalla pretensione che va in sull'esagerato, e dalla direzione di un soggetto, i cui allievi me lo fanno calare di credito.
Ci fu anche un ballo di cinque ballerini, pure collegiali.
Consisteva in una specie di contradanza di un centinaio al più di zompetti e di alzate di braccia concertata per dieci scudi da quel manichino vecchio del Serpos, al quale avrei invece contato dieci nerbate sulla schiena degna di un basto sdrucito.
Ha ridotto questi poveri ragazzi, che sembrano dieci salami attaccati a cinque prosciutti, prendendo il prosciutto per vita e il salame per gamba.
Io domani non partirò più, perché non essendo ancora attivata la diligenza nuova per Todi e Narni, se io andassi a Fuligno onde attendervi la diligenza ordinaria che vi passa nella notte seguente tutti mi dicono che in questi ultimi giorni del romano carnevale si può scommettere cento contro uno che non vi troverei posto.
Che farei all