MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 13
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- Finché c'è la salute, il resto è niente!...
Gesualdo gli lanciò addosso un'occhiata furibonda.
- Parla bene, lui...
che non ha nulla da perdere!...
- No, no, vossignoria!...
Non dite così, che il Signore vi gastiga!...
Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell'uscio, stava masticando da un po' la sua idea, fra le gengive sdentate.
Infine la buttò fuori, rivolgendosi verso il figliuolo all'improvviso:
- E sai cos'ho da dirti? Che non ne voglio più sapere di questo ponte della disgrazia! Piuttosto faremo un mulino, coi materiali che riusciremo a mettere in salvo...
Un affare sicuro quello...
- Un'altra adesso! - saltò su Gesualdo.
- Siete ammattito davvero? E la cauzione? Volete che ci perda anche quella? Se lasciassi fare a voi!...
Quando presi a fabbricare dei mulini, mi toccava sentire che era la rovina...
Ora che vi siete persuaso, non vorreste far altro...
come se tutto il paese dovesse macinarsi le ossa notte e giorno, e le mie prima degli altri!...
santo e santissimo!
La lite s'accese un'altra volta.
Mastro Nunzio che strillava e si lagnava di non esser rispettato.
- Vedete se sono un fantoccio?...
un pulcinella?...
il capo della casa...
signori miei!...
guardate un po'!...
- Gesualdo per finirla saltò di nuovo sulla mula, verde dalla bile, e se ne andò mentre l'acqua veniva ancora giù dal cielo come Dio la mandava, col capo nelle spalle, bagnato sino alle ossa, il cuore dentro più nero del cielo nuvolo che aveva dinanzi agli occhi; il paese grigio e triste nella pioggia anch'esso, lassù in cima al monte, col suono del mezzogiorno che passava a ondate, trasportato dal vento, e si sperdeva in lontananza.
Quanti lo incontravano, conoscendo la disgrazia che gli era capitata, dimenticavano di salutarlo e tiravano via.
Egli guardava bieco e borbottava di tanto in tanto fra di sé:
- Sono ancora in piedi! Mi chiamo mastro-don Gesualdo!...
Finché sono in piedi so aiutarmi!
Un solo, un povero diavolo, che andava per la stessa strada, gli offrì di prenderlo sotto l'ombrello.
Egli rispose:
- Ci vuol altro che l'ombrello, amico mio! Non temete, che non ho paura d'acqua e di grandine, io!
Arrivò al paese dopo mezzogiorno.
Il canonico Lupi s'era coricato allora allora, subito dopo pranzo.
- Vengo, vengo, don Gesualdo! - gli gridò dalla finestra, sentendosi chiamare.
Qualcheduno che andava ancora pei fatti suoi, a quell'ora, vedendolo così fradicio, piovendo acqua come un ombrello, gli disse:
- Eh, don Gesualdo?...
che disgrazia!...
Lui duro come un sasso, col sorriso amaro sulle labbra sottili e pallide, rispondeva:
- Eh, cose che accadono.
Chi va all'acqua si bagna, e chi va a cavallo cade.
Ma sinché non v'è uomini morti, a tutto si rimedia.
I più tiravano di lungo, voltandosi per curiosità dopo ch'erano passati.
Il canonico comparve infine sul portoncino, abbottonandosi la sottana.
- Eh? eh? don Gesualdo? Eccovi qua...
eccovi qua!...
Don Gesualdo s'era fatta una faccia allegra per quanto poteva, colla febbre maligna che ci aveva nello stomaco.
- Sissignore, eccomi qua! - rispose con un sorriso che cercò di fare allargare per tutta la faccia scura.
- Eccomi qua, come volete voi...
ai vostri comandi...
Però, dite la verità, voi parlate col diavolo, eh?
Il canonico finse di non capire: - Perché? pel ponte? No, in fede mia! Mi dispiace anzi!...
- No, no, non dico pel ponte!...
Ma andiamo di sopra, vossignoria.
Non son discorsi da farsi qui, in istrada...
C'era il letto ancora disfatto nella camera del canonico; tutt'in giro alle pareti un bel numero di gabbioline, dove il canonico, gran cacciatore al paretaio, teneva i suoi uccelli di richiamo; un enorme crocifisso nero di faccia all'uscio, e sotto la cassa della confraternita, come una bara da morto, nella quale erano i pegni dei denari dati a prestito; delle immagini di santi qua e là, appiccicate colle ostie, insudiciate dagli uccelli, e un puzzo da morire, fra tutte quelle bestie.
Don Gesualdo cominciò subito a sfogarsi narrando i suoi guai: il padre che si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch'era sempre lui il capo, dopo aver dato fondo al patrimonio...
Gli era toccato ricomprargliela due volte la fornace del gesso! E continuava a metterlo in quegli impicci!...
E se lui diceva ahi! quando era costretto a farsi aprire la vena e a lasciarsi cavar dell'altro sangue per pagare, allora il padre gridava che gli si mancava di rispetto.
La sorella ed il cognato che lo pelavano dall'altra parte.
Una bestia, quel cognato Burgio! bestia e presuntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo!...
Suo fratello Santo che mangiava e beveva alle sue spalle, senza far nulla, da mattina a sera: - Col mio denaro, capite, vossignoria? col sangue mio! So io quel che mi costa! Quando ho lasciato mio padre nella fornace del gesso in rovina, che non si sapeva come dar da mangiare a quei quattro asini del carico, colla sola camicia indosso sono andato via...
e un paio di pantaloni che non tenevano più, per la decenza...
senza scarpe ai piedi, sissignore.
La prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela mio zio il Mascalise...
E mio padre che strepitava perché lasciavo il mestiere in cui ero nato...
E poi, quando presi il primo lavoro a cottimo...
gridava ch'era un precipizio! Ne ho avuto del coraggio, signor canonico! Lo so io quel che mi costa! Tutto frutto dei miei sudori, quello che ho...
E quando lo vedo a buttarmelo via, chi da una parte e chi dall'altra!...
che volete, vossignoria! il sangue si ribella!...
Ho taciuto sinora per aver la quiete in famiglia...
per mangiare in santa pace un boccone di pane, quando torno a casa stanco...
Ma ora non ne posso più! Anche l'asino quando è stanco si corica in mezzo alla via e non va più avanti...
Voi non sapete che gastigo di Dio è Speranza, mia sorella!...
Voglio finirla!...
Ciascuno per casa sua.
Dico bene, canonico mio?
Il canonico intanto governava i suoi uccelli di richiamo.
- Se non mi date retta, vossignoria, è inutile che parli!
- Sì, sì, vi ascolto.
Che diavolo! non ci vuole poi un sant'Agostino a capire quel che volete!...
In conclusione si tratta di salvare la cauzione, non è così? di avere qualche aiuto dal comune?
- Sissignore...
la cauzione...
Poi Gesualdo gli piantò addosso gli occhi grigi e penetranti, e riprese:
- E un'altra cosa anche...
Vi dicevo che voglio far casa da me...
per conto mio...
se trovo la moglie che mi conviene...
Ma se non mi date retta, vossignoria...
allora è inutile...
O se fingete di non capire...
Vi ricordate?...
quel discorso che mi faceste la sera della festa del santo Patrono?...
Ma se fate le viste di non capire, perchè sono venuto qui da voi...
quando vi ho detto per prima cosa...
Vi ho detto: "Eccomi qua, come volete voi..."
- Ah!...
ah!...
- rispose il canonico alzando il capo come un asino che strappi la cavezza.
Poi lasciò stare il nicchio che andava spolverando attentamente, e gli fissò addosso anche lui i suoi occhi da uomo che non si lascia mettere nel sacco.
- Sentite, don Gesualdo...
questo non è discorso che venite a farmi adesso, a questa maniera! Allora vuol dire che non conoscete chi vi è amico e chi vi è nemico, benedetto Dio! Ho piacere che abbiate toccato con mano se il consiglio che vi ho dato allora era tutt'oro! Una giovane ch'è una perla, avvezza ad ogni guaio, che l'avreste tutta ai vostri comandi, e di famiglia primaria anche!...
la quale vi farebbe imparentare con tutti i pezzi grossi del paese!...
Lo vedete adesso di che aiuto vi sarebbe? Avreste dalla vostra i giurati e tutti quanti.
Anche per l'altra faccenda della gabella, poi, se volete entrarci insieme a noi...
- Sissignore - rispose Gesualdo vagamente.
- Tante cose si potrebbero fare...
Si potrebbe parlarne...
- Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio.
Mi prendete per un ragazzo? Una mano lava l'altra.
Aiutami che t'aiuto, dice pure lo Spirito Santo.
Voi, caro don Gesualdo, avete il difetto di credere che tutti gli altri sien più minchioni di voi.
Prima fate lo gnorri, non ci sentite da quell'orecchio, e poi, al bisogno, quando vi casca la casa addosso, mi venite dinanzi con quella faccia.
- Sarà il caldo...
saranno tutti quegli uccelli...
- balbettò l'altro un po' scombussolato.
- Vorrei vedervi nei miei panni, signor canonico! - esclamò infine.
- Nei vostri panni...
sicuro...
mi ci metto! Voglio farvi vedere e toccar con mano chi vi vuol bene o no! Eccomi con voi.
Pensiamo a quest'affare del ponte prima...
a salvare la cauzione...
con un sussidio del comune.
Andremo adesso dal capitano...
e dai giurati che non ci sarebbero contrari...
Peccato che il barone Zacco abbia già dei sospetti per l'affare della gabella!...
Lasciatemi pensare...
Mentre terminava di legarsi il mantello al collo andava raccogliendo le idee, colle sopracciglia aggrottate, guardando in terra di qua e di là.
- Ecco! Io vo prima dalla signora Sganci...
no! no! non le dico nulla per adesso! qualche parola così in aria...
in via accademica...
Mi basta che donna Marianna scriva due righe al capitano.
Quanto alla baronessa Rubiera posso dormire fra due guanciali...
è come se fosse la vostra stessa persona, se mi promettete...
Ma badiamo, veh!...
E il canonico sgranò gli occhi.
Don Gesualdo stese la mano verso il crocifisso.
- No, dico per l'altro affare, quello della gabella.
Non vorrei che giuocassimo a scarica barile fra di noi, caro don Gesualdo!
Costui voleva allungare la mano di nuovo; ma il canonico aveva già infilato l'uscio.
- Voi m'aspetterete giù, nel portone.
Un momento, vado e torno.
Tornò fregandosi le mani: - Ve l'avevo detto.
Non ci vede dagli occhi donna Marianna per quella nipote! Farete un affarone!
Appena fuori si imbatterono nel notaro Neri, che andava ad aprire lo studio, e fece il viso di condoglianza a don Gesualdo.
- Brutto affare, eh? Mi dispiace! - Sotto si vedeva che gongolava.
Il canonico, a tagliar corto, rispose lui: - Cosa da nulla...
Il diavolo poi non è così brutto...
Rimedieremo...
Abbiamo salvato i materiali...
- Dopo, quando furono lontani, e il notaio con la chiave nella toppa li guardava ancora ridendo, il canonico gli soffiò nell'orecchio, a mastro-don Gesualdo:
- E' che avete una certa faccia, caro mio!...
- Io?
- Sì.
Non ve ne accorgete, ma l'avete! Se fate quella faccia, tutti vi metteranno i piedi sopra per camminarvi!...
Con quella faccia non si va a chiedere un favore...
Aspettatemi qui; salgo un momento dal cavalier Peperito.
E' una bestia; ma l'hanno fatto giurato.
Appena il canonico se ne fu andato su per la scala rotta e scalcinata, arrivò il cavaliere dal poderetto, montato su di un asinello macilento, con una bisaccia piena di fave dietro.
Don Gesualdo per ingraziarselo lo aiutò a scaricar le fave, e a legar l'asino alla mangiatoia, sotto l'arco della scaletta; ma il cavaliere parve un po' seccato d'esser stato sorpreso in quell'arnese, tutto infangato, e col vestito lacero da campagna.
- Non ne facciamo nulla, - disse il canonico ritornando poco dopo.
- E' una bestia! Crede di fare il cavaliere sul serio...
Deve avercela con voi...
Bisogna trovare la persona.
Ciolla? ohi? Ciolla? A voi dico, Ciolla! Sapete s'è in casa don Filippo? L'avete visto uscire?
Ciolla ammiccò coll'unico occhio, torcendo ancora la bocca di paralitico.
- No, Canali è ancora lì, da Bomma, che l'aspetta per condurlo dalla cognata, la ceraiuola, sapete bene? E' la loro passeggiata, dopopranzo...
a trastullarsi con lei, dietro lo scaffale...
Che c'è di nuovo, don Gesualdo? Andate a benedire il ponte, insieme al canonico?
Don Gesualdo si sfogò infine con lui, appuntandogli contro le corna, con tutt'e due le mani.
- Vi stava sulla pancia quel ponte!...
Come aveste dovuto spendere di tasca vostra!...
Il canonico lo tirò per un braccio:
- Andiamo, andiamo! Volete chiudere la bocca a tutti gli sfaccendati?
Nel salire per la stradicciuola dei Margarone incontrarono il marchese Limòli, che andava a fare la sua passeggiatina solita della sera, dal Rosario a Santa Maria di Gesù, sempre solo e con l'ombrello rosso sotto il braccio.
Il canonico, rispondendo alla scappellata cerimoniosa del marchese, ebbe un'ispirazione.
- Aspettate, aspettate un momento!
Di lì a un po' tornò a raggiungere don Gesualdo con tutt'altro viso.
- Un gran diavolo quel marchese! Povero come Giobbe, ma è uno che ha voce in capitolo! S'aiutano fra di loro, tutti in un gruppo!...
una buona parola, alle volte!...
fra di loro non possono dir di no...
Lo lascerebbero morir di fame, ma un favore non glielo negano...
Don Filippo era ancora in casa, occupato a rigar la carta per le aste di Nicolino: - Che buon vento? che buon vento?...
- Poscia vedendo entrare anche don Gesualdo, dietro il canonico, calò di nuovo gli occhiali sul naso.
- Ho tanto da fare!...
Ah, sì!...
la cauzione?...
Volete che il comune vi aiuti a ripescarla? Volete qualche agevolazione per riprendere i lavori?...
Vedremo...
sentiremo...
Se l'avete sbagliato la prima volta questo ponte benedetto?...
E' un affar grave...
Non so di che si tratti...
Non sono informato...
Da un pezzo che non me ne occupo...
Tanto da fare!...
Non ho tempo di soffiarmi il naso...
Vedremo...
sentiremo...
In quella entrò Canali, il quale veniva a cercare Margarone, sorpreso di non vederlo all'ora solita.
Anch'esso sapeva del ponte, e sembrava che si divertisse mezzo mondo a prolungare le condoglianze - il veleno che gli scorreva sotto il faccione giallo: - Ahi! ahi! don Gesualdo!...
Era un'impresa grossa!...
Un colpo da mandare ruzzoloni!...
C'era troppa carne al fuoco in casa vostra!...
- Don Filippo, ora che aveva l'appoggio, si rivoltò anche lui: - Bisogna fare il passo secondo la gamba, mio caro!...
Volevate pigliare il cielo a pugni...
Il posto a chi tocca, caro amico!...
Non bisogna mettersi in testa di dare il gambetto a un paese intero!...
Don Gesualdo allora perse la pazienza.
Si alzò di botto, rosso come un gallo, e aprì la bocca per sfogarsi.
Ma il canonico gliela tappò con una mano.
- State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Filippo!
Lo tirò per la falda nell'anticamera.
Di lì a un po' rientrarono a braccetto, don Filippo tornato un pezzo di zucchero con mastro-don Gesualdo, spalancandogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse allora per la prima volta: - Vedremo!...
Quanto a me...
quel che si può fare...
Ho parlato nel vostro interesse, caro don Gesualdo...
Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava ancora:
- Perché dovrei averli tutti contro?...
Non fo male a nessuno...
Fo gli affari miei...
- Eh, caro don Gesualdo! - scappò a dire infine il canonico.
- Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!...
Apposta bisogna tirarli dalla vostra...
Fra di loro si danno la mano...
son tutti parenti...
Voi siete l'estraneo...
siete il nemico, che diavolo!
Il canonico si fermò su due piedi, in mezzo alla piazzetta, di fronte al palazzo dei Trao, alto, nero e smantellato, e guardando fisso don Gesualdo, cogli occhietti acuti di topo che sembrava volessero ficcarglisi dentro come due spilli, il viso a lama di coltello che sfuggiva da ogni parte:
- Vedete?...
quando sarete entrato nel campo anche voi...
Quella è la dote che vi porterebbe donna Bianca!...
E' denaro sonante per voi che avete le mani in tanti affari.
Mastro-don Gesualdo tornò a lisciarsi il mento, come quando stava a combinare qualche negozio con uno più furbo di lui; guardò il palazzo; guardò poi il canonico, e rispose:
- Però caparra in mano, eh? signor canonico? Prima voglio vedere come la pigliano i parenti di lei.
- A braccia aperte la pigliano!...
ve lo dico io! Fate conto che il fiume torni a rifarvi il ponte meglio di prima, e andate a dormirci su.
Nel vicoletto lì accanto, vicino a casa sua, trovò Diodata che stava aspettandolo colla mantellina in testa, rincantucciata sotto l'arco del ballatoio, poiché in casa non la volevano, Speranza principalmente, e la tolleravano soltanto in campagna, pei servigi grossi.
Appena la ragazza vide il suo padrone ricominciò a piangere e a lamentarsi, quasi fosse caduto addosso a lei il ponte: - Don Gesualdo, che disgrazia! Mi sarei contentata d'annegarmi io piuttosto!...
Son venuta a vedervi, vossignoria...
con questa spina che dovete averci in cuore!...
- Quest'altra adesso! Perché sei venuta? Tutta bagnata sei!...
guarda! come le bestie!...
dalla Canziria fin qui a piedi!...
apposta per farmi il piagnisteo...
Come non ne avessi abbastanza dei miei guai!...
Ora dove vai a quest'ora?
La fece entrare nella stalla.
Essa nello staccarsi dal muro lasciò una pozza d'acqua, lì davanti all'uscio dove era stata ad aspettare.
Anche lui si sentiva le ossa rotte.
Per giunta, sua sorella l'accolse come un cane.
- Siete tornato dalla festa? Avete visto che bel guadagno?
Poi si rivolse inviperita a suo marito, nera, magra al par di un chiodo, cogli occhi di carbone, tanto di bocca aperta, quasi volesse mangiarsi la gente:
- Voi non dite nulla?...
A voi non bolle il sangue?...
Burgio, più pacifico, cercava di svignarsela, facendo le spalle grosse, chinando il testone di bue.
- Ecco!...
Nessuno si dà pensiero dei guai che ci càpitano!...
Io sola mi mangio il fegato!
Il fratello Gesualdo, colla bocca amara, le andava cantando:
- Lascia stare, Speranza! Lasciami stare, che ne ho abbastanza, anche senza la tua predica!
- Non volete sentire neppure la predica? Non volete che mi lamenti? Tanti denari persi!...
Che non li guadagnate i vostri denari, voi?...
Egli per fuggire quella vespa, andava cercando in cucina qualcosa da mettere sotto il dente, dopo una giornata simile.
Frugava nel cassone del pane.
Speranza sempre dietro, come il gastigo di Dio.
- Fra poco, seguitando di questo passo, non ce ne sarà più del pane nel cassone, no!...
e non ci sarà neppure il cassone, non ci sarà!...
La casa se ne andrà tutta al diavolo!...
Santo, che tornava affamato dal bighellonare in piazza tutta la giornata, al trovare il fuoco spento diede nelle furie, come un vero animale.
I ragazzi che strillavano; tutti i vicini alle finestre per godersi la scena; tanto che Gesualdo infine perse la pazienza:
- Sapete cosa vi dico? che mi fate fare uno sproposito! Tante volte ve l'ho predicato!...
ora lo fo sul serio, com'è vero Dio! L'asino quando non ne può più si corica, e buona notte a chi resta!
E se ne andò nella stalla, mentre Speranza gli strillava dietro:
- Scappate anche? per andare a trovare Diodata? Vi pare che non l'abbia vista? Mezza giornata che vi aspetta, quella sfacciata!...
Egli sbatacchiò l'uscio.
Da prima non voleva neppur mangiare, digiuno com'era da ventiquattr'ore, con tutti quei dispiaceri che gli empivano lo stomaco.
Diodata andò a comprargli del pane e del salame, bagnata sino alle ossa al par di lui, colla gola secca.
Lì, sulla panchetta della stalla, dinanzi a una fiammata di strame, almeno si inghiottiva in pace un po' di grazia di Dio.
- Ti piace, eh, questa bella vita? Ti piace a te? - domandava egli masticando a due palmenti, ancora imbronciato.
Essa stava a vederlo mangiare, col viso arrossato dalla fiamma, e diceva di sì, come voleva lui, con un sorriso contento adesso.
Il giorno finiva sereno.
C'era un'occhiata di sole che spandevasi color d'oro sul cornicione del palazzo dei Trao, dirimpetto, e donna Bianca la quale sciorinava un po' di biancheria logora, sul terrazzo che non poteva vedersi dalla piazza, colle mani fine e delicate, la persona che sembrava più alta e sottile in quella vesticciuola dimessa, mentre alzavasi sulla punta dei piedi per arrivare alle funicelle stese da un muro all'altro.
- Vedi chi vogliono farmi sposare? - disse lui.
- Una Trao!...
e buona massaia anche!...
m'hanno detto la verità...
E rimase a guardare, pensieroso, masticando adagio adagio.
Diodata guardava anche lei, senza dir nulla, col cuore grosso.
Passarono le capre belando dal vicoletto.
Donna Bianca, come sentisse alfine quegli occhi fissi su di lei, voltò il viso pallido e sbattuto, e si trasse indietro bruscamente.
- Adesso accende il lume, - riprese don Gesualdo.
- Fa tutto in casa lei.
Eh, eh...
c'è poco da scialarla in quella casa!...
Mi piace perché è avvezza ad ogni guaio, e l'avrei al mio comando...
Tu di', che te ne pare?
Diodata volse le spalle, andando verso il fondo della stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, e rispose dopo un momento, colla voce roca:
- Vossignoria siete il padrone.
- E' vero...
Ma veh!...
che bestia! Devi aver fame anche tu...
Mangia, mangia, poveretta.
Non pensar solo alla mula.
VI
Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell'altar maggiore, con un ciuffetto d'erbe legato in cima alla canna, tenendo d'occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell'ora calda, inseguiti a male parole dal sagrestano.
Donna Bianca Trao, inginocchiata dinanzi al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri.
Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell'avvenire, nell'ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro.
Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant'Agata, all'altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto.
Allora la penitente risollevavasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi avidamente alla sponda dell'inginocchiatoio, con un accento più fervido, appoggiando la fronte sulle mani in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza.
Veniva un ronzìo di mosche sonnolenti, un odor d'incenso e di cera strutta, un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e dall'ora.
Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini dell'altare, simile a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia, e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce:
- Bella creanza! Non vedete che c'è una signora prima di voi al confessionario?...
quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da portarci voi al tribunale della penitenza!...
discorsi di famiglia, cara voi!...
affari importanti!
Nell'ombra del confessionario biancheggiò una mano che faceva il segno della croce, e donna Bianca si alzò infine, barcollando, chiusa nel manto sino ai piedi, col viso raggiante di una dolce serenità.
Don Luca, vedendo che la vecchia non si risolveva ad andarsene, toccò la mantellina colla canna.
- Ehi? ehi? zia Filomena?...
E' tardi oggi, è tardi.
Sta per suonare mezzogiorno, e il confessore deve andarsene a desinare.
La vecchia levò il capo istupidito, e si fece ripetere due o tre volte la stessa cosa, testarda, imbambolata.
- Sicuro, sto per chiudere la chiesa.
Potete andarvene, madre mia.
Oggi?...
neppure!...
ci ha la trebbia al Passo di Cava padre Angelino.
Giorni di lavoro, cara mia! - Bel bello riescì a mandarla via, borbottando, trascinando le ciabatte.
Poi, mentre il prete infilava l'uscio della sagrestia, don Luca dovette anche dar la caccia a quei monelli, rovesciando banchi e sedie, facendo atto di tirare l'incensiere: - Fuori! fuori! Andate a giuocare in piazza! - Nello stesso tempo passava e ripassava vicino a donna Bianca che si era inginocchiata a pregare dinanzi alla cappella del Sacramento, sfolgorante d'oro e di colori lucenti da accecare, tossendo, spurgandosi, fermandosi a soffiarsi il naso, brontolando:
- Neppure in chiesa!...
non si può raccogliersi a far le orazioni!...
Donna Bianca si alzò in piedi, segnandosi, colle labbra ancora piene di avemarie.
Il sagrestano le rivolse la parola direttamente, mentr'essa avviavasi per uscire:
- Siete contenta, vossignoria? Un sant'uomo quel padre Angelino! Confessa bene, eh? V'ha lasciata contenta?
Ella accennò di sì col capo, col sorriso breve, rallentando il passo per cortesia.
- Un bravo uomo! un uomo di giudizio! Quello sì che ve lo può dare un buon consiglio...
meglio di vostro fratello don Ferdinando...
ed anche di don Diego, sì!...
Guardò intorno cogli occhi di gatto avvezzi a vederci al buio nella chiesa e su per la scala del campanile, e aggiunse sottovoce, cambiando tono, in aria di gran mistero:
- Sapete che risposta gli hanno dato a don Gesualdo Motta? Aveva mandato a fare la domanda formale di matrimonio, ieri dopo pranzo, col canonico Lupi...
Bianca arrossì senza levare il capo.
Il sagrestano che la guardava negli occhi bassi, seguendola passo passo, riprese più forte:
- Gli hanno detto di no...
tale e quale come ve lo dico adesso...
Il canonico è rimasto di sale!...
Nessuno si sarebbe aspettato quella risposta, non è vero?...
il canonico donna Marianna, anche la baronessa vostra zia, tutti che ci avevano posto un grande impegno!...
Si sarebbe mosso quel Cristo ch'è di legno, vedete! Nessuno l'avrebbe creduto così duro, quel don Diego vostro fratello! un signore umile e buono che pareva di potersi confessare con lui!...
Non parlo di don Ferdinando, ch'è peggio di un ragazzo, poveretto!...
Egli era riuscito a fermare donna Bianca, piantandosele dinanzi, cogli occhi lucenti, il viso acceso, abbassando ancora la voce nel farle una confidenza decisiva:
- Don Gesualdo sembra impazzito!...
Dice che non può mandarla giù! che ne farà una malattia, com'è vero Iddio!...
Sono andato a trovarlo alla Canziria...
faceva trebbiare il grano...
- Don Gesualdo, ch'è questa la maniera di prendersela?...
Ci lascerete la pelle, vossignoria!...
- Lasciatemi stare, caro don Luca, che so io!...
dacché il canonico mi portò quella bella risposta!...
- Sembra davvero malato di cent'anni!...
La barba lunga...
Non dorme e non mangia più...
In quel momento si udì uno scalpiccìo di gente di chiesa.
Don Luca alzò la voce di botto, quasi parlasse a un sordo:
- Oggi padre Angelino ci ha la trebbia al Passo di Cava.
Se avete qualche altro peccato da confessarvi, c'è l'arciprete Bugno sfaccendato...
buono anche quello! un servo di Dio...
Però vedendo il canonico Lupi che s'avanzava verso di loro, inchinandosi a ogni altare, colla destra stillante d'acqua benedetta, il nicchio pendente dall'altra mano:
- Benedicite, signor canonico! Come va da queste parti?...
Il canonico, invece di rispondergli, si rivolse a donna Bianca con un sorriso sciocco sul muso aguzzo di furetto color di filiggine.
- Facciamo del bene, donna Bianca! Raccomandiamoci al Signore! Vi ho vista entrare in chiesa, mentre andavo qui vicino, da don Gesualdo Motta, e ho detto: Ecco donna Bianca che fa la sua visita alle Quarant'ore, e dà il buon esempio a me, indegno sacerdote...
- Giusto...
qui c'è il signor canonico!...
Se avete qualche altro peccato da dirgli, donna Bianca...
- Io non posso, mi dispiace! Monsignore non mi ha data la confessione, perché sa che me ne manca il tempo...
- Indi aggiunse con un certo risolino, lisciandosi il mento duro di barba.
- Poi i vostri fratelli non vorrebbero...
Donna Bianca, rossa come se avesse avuto sul viso tutto il riflesso della cortina che velava l'altare del Crocifisso, finse di non capire.
Il canonico ripigliò, mutando registro:
- Ci ho tante faccende gravi sulle spalle...
mie e d'altrui...
Andavo appunto da don Gesualdo per commissione di vostra zia.
Sapete il grosso affare che hanno insieme, colla baronessa? -Donna Bianca fece segno di no.
- Un affare grosso...
Si tratta di pigliare in affitto le terre di tutti i comuni della Contea!...
Don Gesualdo ha il cuore più grande di questa chiesa!...
e i conquibus anche!...
Assai! assai, donna Bianca! Assai più di quel che si crede...
Uno che si farà ricco come Creso, con quella testa fine che ha!
Don Luca si lasciò scappare di bocca, mentre andava spogliandosi degli abiti ecclesiastici, col viso dentro la cotta, le braccia in aria, la voce soffocata:
- Bisogna vedere quel che ha raccolto alla Canziria, bisogna vedere!
- Ah, ah! venite di lassù?
- Sissignore, - rispose il sagrestano, cavando fuori il viso rosso e imbarazzato.
- Così, per fare quattro passi...
Ci vado ogni anno per la limosina della chiesa...
Don Gesualdo è devoto di sant'Agata!
- Un cuor d'oro! - interruppe il canonico.
- Generoso, caritatevole!...
Peccato che...
E si diede della mano sulla bocca.
- Quello che stavo dicendo a donna Bianca!...
- confermò don Luca, ripreso animo, cogli occhietti di nuovo petulanti.
- Basta! basta! Ciascuno dispone a suo modo in casa sua! Ora vi lascio pei fatti vostri.
Tanti saluti a don Diego e a don Ferdinando!
Donna Bianca imbarazzata voleva andarsene anche lei; ma ma il sagrestano la trattenne:
- Un momento! Cosa devo dire a padre Angelino, se volete mettervi in grazia di Dio prima della festa di san Giovanni Battista...
Il canonico insisteva anche lui: - No, no, restate, donna Bianca, fate gli affari vostri.
- Poscia, appena egli lasciò ricadere la portiera, uscendo, don Luca ammiccò: - E così? che devo dire a don Gesualdo, se mai lo vedo...
per caso?..
Essa sembrava esitante.
Seguitava ad avviarsi verso la porta della chiesa, passo passo, tenendo gli occhi bassi, come infastidita dall'insistenza del sagrestano.
- Giacché i miei fratelli hanno detto di no...
- Una sciocchezza hanno detto! Avrei voluto condurli per mano alla Canziria, e fargli vedere se non vale tutti i vostri ritratti affumicati!...
Scusatemi, donna Bianca!...
parlo nell'interesse di vossignoria...
I vostri fratelli tengono al fumo perché sono vecchi...
hanno i piedi nella fossa, loro!...
Ma voi che siete giovine, come rimanete? Non si rovina così una sorella!...
Un marito simile non ve lo manda neppure san Giuseppe padre della provvidenza!...
Sono pazzi a dir di no i vostri fratelli!...
pazzi da legare!...
Le terre della Contea se le piglierà tutte lui, don Gesualdo!...
e poi le mani in pasta da per tutto.
Non si mura un sasso che non ci abbia il suo guadagno lui...
Domeneddio in terra! Ponti, mulini, fabbriche, strade carreggiabili!...
il mondo sottosopra mette quel diavolo! Fra poco si andrà in carrozza sino a Militello, prima Dio e don Gesualdo Motta!...
Sua moglie andrà in carrozza dalla mattina alla sera!...
camminerà sull'oro colato, come è vero Dio! Anche padre Angelino vi avrà consigliato la stessa cosa che vi dico io...
Non ho udito nulla, per non violare il suggello della confessione, ma padre Angelino è un uomo di giudizio...
vi avrà consigliato di prendere un buon marito...
di mettervi in grazia di Dio.
Donna Bianca lo guardò sbigottita, col mento aguzzo dei Trao che sembrava convulso.
Indi alzò verso il crocifisso gli occhi umidi di lagrime, colle labbra pallide serrate in una piega dolorosa.
Con quelle labbra senza sangue rispose infine sottovoce:
- I miei fratelli sono padroni...
tocca a loro decidere...
Don Luca a corto d'argomenti rimase un istante quasi sbalordito, piantandosi dinanzi a lei per non lasciarla scappare, soffocato da tante buone ragioni che aveva in gola, balbettando, annaspando, grattandosi rabbiosamente il capo, con gli occhietti scintillanti che andavano come frugandola tutta da capo a piedi per trovare il punto debole, scuotendole dinanzi le mani giunte, minaccioso e supplichevole.
Alla fine proruppe:
- Ma è giustizia, santo Dio? è giustizia far tribolare in tal modo un galantuomo che vi vuol tanto bene?...
Dare un calcio alla fortuna?...
Scusatemi, donna Bianca! io parlo nel vostro interesse...
Dovete pensarci voi! Non siete più sotto tutela, alla fin fine!...
Mi scaldo il sangue per voi...
perché sono buon servo della vostra famiglia...
una gran casata!...
peccato che non sia più quella di prima!...
Ora che avreste il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!...
Questo si chiama dare un calcio alla fortuna!...
si chiama essere ingrati colla divina Provvidenza.
Essa seguitava ad andare verso la porta, irresoluta, a capo chino.
Don Luca alle calcagna di lei, accalorandosi, toccando tutti i tasti, mutando tono a ogni registro: - E certe giornate, donna Bianca!...
certe giornate che spuntano a casa vostra!...
Basta, scusatemi, io ne parlo perché ci bazzico sempre ad aiutarvi, insieme a mia moglie...
E quando i vostri parenti si dimenticano che siete al mondo!...
certe giornate d'inverno come vuol Dio!...
Basta! Potreste esser la regina del paese, invece! pensateci bene.
Don Gesualdo spiccherebbe di lassù il sole e la luna per farvi piacere!...
Non ci vede più dagli occhi!...
Sembra un pazzo addirittura.
Donna Bianca s'era fermata su due piedi, a testa alta, con una fiamma improvvisa che parve buttarle in viso la portiera sollevata in quel momento da qualcuno che entrava in chiesa.
Comparve una donna macilenta, colla gonnella in cenci sollevata dalla gravidanza sugli stinchi sottili, sudicia e spettinata, come se non avesse fatto altro in vita sua che portare avanti quel ventre - un viso di chioccia istupidita dal covare, con due occhietti tondi su di una faccia a punta, gialla e incartapecorita, e un fazzoletto lacero da malata, legato sotto il mento; nient'altro sulle spalle, da persona ch'è di casa in casa del Buon Dio.
Essa dalla soglia si mise a gemere, quasi avesse le doglie:
- Don Luca?...
che non lo suonate mezzogiorno?...
la pentola sta per bollire...
- Perché l'hai messa a bollire così presto? Il sole è ancora qui, sul limitare...
L'arciprete fa un casa del diavolo per questa faccenda di suonare mezzogiorno prima dell'ora...
Per stavolta...
giacché è fatta...
eccoti la chiave del campanile...
Don Luca, tenendo ancora la cotta sotto il braccio, litigava colla moglie, stecchito nella sottana bisunta quant'era enorme il ventre della donna:
- Tu ci hai l'orologio lì, nella pancia!...
Pensi solo a mangiare!...
Ci vuol la grazia di Dio!...
I vicini sono ancora tutti fuori...
Ecco lì i ragazzi di Burgio!...
- Aspettano anche loro!...
- piagnucolò la moglie, sempre su quel tono.
- Aspettano che suonate mezzogiorno...
- E se ne andò col ventre avanti.
- I nipoti di don Gesualdo! - riprese il sagrestano ammiccando in modo significativo a donna Bianca nel tornare indietro.
- Stanno lì a farci la spia!...
Li manda sua madre apposta comare Speranza, per sapere tutto quello che facciamo! Tiene d'occhio la roba, colei!...
quasi fosse sua!...
Ci ha fatto i suoi disegni sopra!...
Quando m'incontra ha l'aria di mangiarmi!...
Finse di precedere donna Bianca per sollevare la portiera, onde trattenerla ancora un momento: - Lui fa proprio compassione!...
Una faccia da malato!...
Mi parlò tutto il tempo di vossignoria...
Dice che forse il canonico Lupi non avrà saputo fare l'imbasciata...
che vorrebbe parlarvi...
per vedere...
per sentire...
Donna Bianca si fece di fuoco.
- E' innamorato, che volete farci? Innamorato come un pazzo.
Dovreste tornare a parlargliene coi vostri fratelli.
Mandargli qualche buona parola...
una risposta più da cristiani...
Verrò io stesso a prenderla, dopo mezzogiorno, quando don Diego e don Ferdinando sono in letto...
col pretesto dei fiori per la Madonna...
Sì? Cosa mi dite?
Essa chinò il capo rapidamente, nel passare sotto la cortina, ed uscì fuori.
Don Luca credette di scorgere che volesse frugarsi in tasca, e seguitò, correndole dietro:
- Che fate? No! Mi offendete! Un'altra volta...
più tardi...
quando potrete...
Ho pensato meglio di mandare mia moglie, a prendere la risposta di vossignoria.
Non vorrei che i vostri fratelli, vedendomi bazzicare per casa, sospettassero che mi manda il canonico...
Dopo vespro spicciò lesto lesto il servizio della chiesa e corse alla Canziria: cinque miglia di salita, pazienza, per amore di don Gesualdo che se lo meritava, in verità! - Sta per cascare, don Gesualdo! Ancora essa non mi ha detto chiaro di sì, colla sua bocca; ma si vede che tentenna, come la pera quand'è matura.
Sono pratico di queste cose, perché vedo tutti i giorni in chiesa delle donne che ricorrono al tribunale della penitenza...
prima e poi...
M'ha fatto sudare una camicia!...
Ma ora vi dico che la pera è matura! Un'altra crollatina, e vi casca fra le braccia; ve lo dico io! Dovreste correre al paese e scaldare il ferro mentre è caldo.
Però don Gesualdo non fece una gran festa all'imbasciata amorosa che gli capitava in quel momento: - Vedete, don Luca, ci ho tutta la raccolta nell'aia...
Sono in piedi da stanotte...
Non ho sempre il vento in tasca per trebbiare a comodo mio!...
L'aia era vasta quanto una piazza.
Dieci muli trottavano in giro, continuamente; e dietro i muli correvano Nanni l'Orbo e Brasi Camauro, affondando nella pula sino ai ginocchi, ansanti, vociando, cantando, urlando.
Da un lato, in una nuvola bianca, una schiera di contadini armati di forche, colle camice svolazzanti, sembrava che vangassero nel grano; mentre lo zio Carmine, in cima alla bica, nero di sole, continuava a far piovere altri covoni dall'alto.
Delle tregge arrivavano ogni momento dai seminati intorno, cariche d'altra messe; dei garzoni insaccavano il grano e lo portavano nel magazzino, dove non cessava mai la nenia di Pirtuso che cantava "e viva Maria!" ogni venti moggi.
Tutt'intorno svolazzavano stormi di galline, un nugolo di piccioni per aria; degli asinelli macilenti abboccavano affamati nella paglia, coll'occhio spento; altre bestie da soma erano sparse qua e là; e dei barili di vino passavano di mano in mano, quasi a spegnere un incendio.
Don Gesualdo sempre in moto, con un fascio di taglie in mano, segnando il frumento insaccato, facendo una croce per ogni barile di vino, contando le tregge che giungevano, sgridando Diodata, disputando col sensale, vociando agli uomini da lontano, sudando, senza voce, colla faccia accesa, la camicia aperta, un fazzoletto di cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa.
- Lo vedete, don Luca, se ho tempo da perdere adesso!...
Vino qua! Date da bere a don Luca!...
Sì, sì, verrò; ma quando potrò...
Per ora non posso muovermi, cascasse il mondo!...
Diodata!...
bada che il vento spinge la fiamma verso l'aia, santo e santissimo!...
No, don Luca! non sono in collera pel rifiuto dei suoi fratelli...
Venite qua, accostatevi, ch'è inutile far sapere alla gente i fatti nostri!...
Ciascuno la pensa a modo suo...
Poi è lei che deve risolvere...
Se lei dice di sì, io per me non mi tiro indietro...
Ma oggi non posso venire...
e neppure domani...
Be'! dopodomani!...
Dopodomani devo venire anche per l'affare della gabella, e ne discorreremo.
Don Luca suggerì pure di far precedere due paroline scritte: - Ci abbiamo appunto mia moglie che par fatta apposta per consegnarle sottomano a donna Bianca, senza destar sospetti.
Una bella letterina, con due o tre parole che fanno colpo sulle ragazze! Capite, vossignoria? Ciolla ci ha la mano...
Ne parlerei io stesso a Ciolla in segretezza, senza stare a rompervi il capo, vossignoria; e vi fa fare una bella figura.
Con un bottiglione di vino poi ve lo chetate, il Ciolla.
Don Gesualdo non volle sapere di lettera: - Non per risparmiare il vino; ma che storie mi andate contando? Se a lei l'affare gli va, allora che bisogno c'è di tante chiacchiere.
- Basta! basta! - conchiuse don Luca.
- Dicevo per piantare meglio il chiodo.
Ma voi siete il padrone.
Don Luca se ne tornò tutto contento, con un agnello e una forma di cacio.
Per prudenza mandò la moglie a fare l'imbasciata, sotto un pretesto: - Circa a quel discorso che siete intesi con mio marito, vossignoria, dice che il confessore verrà dopodomani a prendere la risposta!...
Il confessore domenica aspetta la risposta!...
- Don Ferdinando che aveva udito aprire il portone, comparve in quel momento come un fantasma.
- Il confessore!...
- riprese a dire la gnà Grazia senza che nessuno le domandasse nulla.
- Donna Bianca voleva confessarsi!...
Oggi non può, il confessore...
E domani neppure...
Domenica piuttosto, se gli fate sapere che siete pronta...
La poveraccia, sotto quegli occhi stralunati di don Ferdinando, che pareva la frugassero tutta, sospettosi, inquieti, si confondeva, balbettava, cercava le parole.
Poscia, vedendo che l'altro stava zitto e non si moveva, allampanato, tacque anch'essa, e si mise a guardare in aria, a bocca aperta, colle mani sul ventre.
Bianca, a tagliar corto, la condusse nella dispensa, per darle una grembiata di fave.
Don Ferdinando, sempre dietro, cucito alle loro calcagna, taciturno, guardando in ogni cantuccio, sospettoso.
Si chinò anch'esso sul mucchietto di fave, covandolo colla persona, misurandolo ad occhio, palpandolo colle mani.
E dopo che la sagrestana se ne fu andata, come un'anatra, reggendo il grembiule pieno sul ventre enorme, si mise a brontolare:
- Troppe!...
Ne hai date troppe!...
Stanno per terminare!...La zia non ne manda altre prima di Natale!...
La sorella voleva andarsene; ma lui seguitava a cercare, a frugare, a passare in rivista la roba della dispensa: due salsicciotti magri appesi a un gran cerchio; una forma di cacio bucata dai topi; delle pere infracidite su di un'asse; un orciolino d'olio appeso dentro un recipiente che ne avrebbe contenuto venti cafisi; un sacco di farina in fondo a una cassapanca grande quanto un granaio; il cestone di vimini che aspettava ancora il grano della Rubiera.
Infine riprese:
- Ci vuol l'aiuto di Dio!...
Siamo tre bocche da sfamare, in casa!...
Ti par poco? Ci vorrebbe anche un po' di brodo per Diego...
Non mi piace da qualche tempo!...
Hai visto la faccia che ha? Lo stesso viso della buon'anima, ti rammenti?...
quando si mise a letto per non alzarsi più! E il medico non viene neppure, perchè ha paura di non esser pagato...
dopo tanti denari che s'è mangiati nell'ultima malattia della buon'anima!...
La zia Rubiera s'è dimenticata che siamo al mondo...
ed anche la zia Sganci...
Così brontolando andava passo passo dietro alla sorella, chinandosi a raccattar per terra le fave cadute dal grembiule di Grazia.
Poscia, come svegliandosi da un sogno, domandò:
- Tu perché non vai più dalla zia Rubiera? Avrebbe mandato un paio di piccioni, sapendo che Diego non sta bene...
per fargli un po' di brodo...
Bianca divenne di brace in viso, e chinò gli occhi.
Don Ferdinando aspettò un momento la risposta a bocca aperta, battendo le palpebre.
Indi tornò nella dispensa a riporre le fave che aveva raccolte da terra.
Poco dopo essa se lo vide comparire dinanzi un'altra volta, con quell'aria sbalordita.
- Se torna la sagrestana non gli dar nulla, un'altra volta! Sanguisughe sono! Le fave stanno per terminare, hai visto?...
E un'altra cosa...
Dovresti andare dalla zia Sganci per un po' d'olio...
in prestito...
Diglielo bene che lo vuoi in prestito, perché noi non siamo nati per chiedere la limosina...
giacché la zia non ci ha pensato...
Fra poco saremo al buio...
anche Diego che è malato...
tutta la notte!...
E spalancava gli occhi, accennando ancora colle mani e col capo, con un terrore vago sul viso attonito.
Da lontano si udiva di tanto in tanto la tosse che si mangiava don Diego, attraverso agli usci, lungo il corridoio, implacabile e dolorosa, per tutta la casa...
Bianca sussultava ogni volta, col cuore che le scoppiava, chinandosi ad ascoltare, o fuggiva come spaventata, tappandosi le orecchie.
- Non ci reggo, no! Non ci reggo!...
Infine Dio le diede la forza di ricomparire dinanzi a lui, quel giorno in cui don Ferdinando le aveva detto che il fratello stava peggio, nella cameretta sudicia, sdraiato su quel lettuccio che sembrava un canile.
Don Diego non stava né peggio né meglio.
Era lì, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e tenersi per sé i suoi guai e le sue miserie.
Volse il capo, vedendo entrare la sorella, quasi un'ombra gli calasse sul viso incartapecorito.
Poscia le accennò colla mano di accostarsi al letto.
- Sto meglio...
sto meglio...
povera Bianca!...
Tu come stai?...
Perché non ti sei fatta vedere?...
perché?...
Le accarezzava il capo con quella mano scarna e sudicia di malato povero.
Gli era rimasto sulle guance incavate e sparse di peli grigi un calore di fiamma.
- Povera Bianca!...
son sempre tuo fratello, sai!...
il tuo fratello che ti vuol tanto bene...
povera Bianca!...
- Don Ferdinando mi ha detto...
- balbettò essa timidamente.
- Volete un po' di brodo?...
Il malato da prima fece segno di no, guardando in aria, supino.
Poi volse il capo, fissandola cogli occhi avidi dal fondo delle orbite che sembravano vuote, filigginose.
- Il brodo, dicevi? C'è un po' di carne?...
- Manderò dalla zia...
dalla zia Sganci!...
- s'affrettò ad aggiungere Bianca, con una vampa improvvisa sulle guance.
Sul volto del fratello era passata un'altra fiamma simile.
- No! no!...
non ne voglio.
Neppure il medico voleva: - No, no! Cosa mi fa il medico?...
Tutte imposture!...
per spillarci dei denari...
Il vero medico è lassù!...
Quel che vorrà Dio...
Del resto mi sento meglio...
Parve migliorare realmente, di lì a qualche giorno: del buon brodo, un po' di vino vecchio che mandava la zia Sganci, l'aiutarono ad alzarsi da letto, ancora sconquassato, col fiato ai denti.
Venne pure donna Marianna in persona a fargli visita, premurosa, con un rimprovero amorevole sulla faccia buona: - Come? Siete in quello stato ed io non ne so nulla? Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, sì o no? Sempre misteri! Sempre ombrosi e selvatici, tutti voialtri Trao!...
rincantucciati come gli orsi in questa tana! Un bel mattino vi troveranno belli e morti all'improvviso che sarà una vergogna per tutto il parentado!...
Neppure di quel negozio del matrimonio non me ne avete detto nulla!...
E sfilò quest'altro rosario: Erano pazzi, o cos'erano, a rifiutare una domanda simile a quella?...
Uno sulla strada di farsi riccone come don Gesualdo Motta!...
- Don Gesualdo! sissignori! I pazzi lasciateli stare!...
Vedete bene in quale stato vi hanno ridotto!...
Un cognato che potrebbe aiutarvi in tutti i modi...
che vi toglierebbe da tante angustie!...
Ah!...
ah!...
Donna Marianna guardava intorno per la stanzaccia squallida, crollando il capo.
Gli altri non fiatavano: Bianca a capo chino; don Ferdinando aspettando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barbagianni fissi su di lui.
Don Diego da principio rimase attonito, brontolando:
- Mastro-don Gesualdo!...
Siamo arrivati fin lì!...
Mastro-don Gesualdo che vuol sposare una Trao!...
- Sicuro! Chi volete che la sposi?...
senza dote? Non è più una bambina neppure lei!...
E' un tradimento bell'e buono!...
Cosa farà, quando chiuderete gli occhi voi e vostro fratello?...
la serva, eh? La serva della zia Rubiera o di qualchedun altro?...
Don Diego si alzò da letto come si trovava, in camiciuola di flanella, col fazzoletto in testa, le gambe stecchite che gli tremavano a verga dentro le mutande logore: un ecceomo! Andava errando per la stanza, stralunato, facendo gesti e discorsi incoerenti, tossendo, tirando il fiato a stento, soffiandosi il naso, quasi suonasse una tromba.
- Mastro-don Gesualdo!...
Saremmo arrivati a questo, che una Trao sposerebbe mastro-don Gesualdo! Tu acconsentiresti, Bianca?...
di'!...
Tu diresti di sì?...
Bianca pallidissima, senza levare gli occhi da terra, disse di sì col capo, lentamente.
Egli agitò in aria le braccia tremanti, e non seppe più trovare una sola parola.
Don Ferdinando non fiatava neppur lui, atterrito che Don Diego non riuscisse a persuader Bianca.
- Cosa volete che dica? - esclamò la zia.
- Vi pare un bell'avvenire quello d'invecchiare come voialtri...
fra tante angustie?...
Scusatemi, ne parlo perché siamo parenti...
Fo quel che posso anch'io per aiutarvi...
ma non è una bella cosa infine neanche per voialtri...
Ed ora che vi si offre la fortuna, risponderle con un calcio...
Scusatemi, io la direi una porcheria!
Tutt'a un tratto don Diego si mise a ridere, quasi colpito da un'ispirazione, ammiccando dell'occhio, fregandosi le mani, con dei cenni del capo che volevano dire assai.
- Va bene! va bene!...
Non è che questo?...
perché ora come ora siamo un po' angustiati?...
Ti pesa, di'?...
ti pesa questa vita angustiata, povera Bianca?...
Hai paura per l'avvenire?...
Si fregò il mento peloso colla mano ischeletrita, seguitando ad ammiccare, cercando di rendere furbo il sorriso pallido.
- Vieni qua...
Non ti dico altro!...
Anche voi, zia!...
Venite a vedere!...
S'arrampicò tutto tremante su di una seggiola per aprire un armadietto ch'era nel muro, al di sopra della finestra, e ne tirò fuori mucchi di scartafacci e di pergamene - le carte della lite - quella che doveva essere la gran risorsa della famiglia, quando avessero avuto i denari per far valere le loro ragioni contro il Re di Spagna: dei volumi gialli, logori e polverosi, che lo facevano tossire a ogni voltar di pagina.
Sul letto era pure sciorinato un grand'albero genealogico, come un lenzuolo: l'albero della famiglia che bagnava le radici nel sangue di un re libertino, come portava il suo stemma - di rosso, con tre gigli d'oro, su sbarra del medesimo, e il motto che glorificava il fallo della prima autrice: Virtutem a sanguine traho.
S'era messi gli occhiali, appoggiando i gomiti sulla sponda del lettuccio, bocconi, con gli occhi che si accendevano in fondo alle orbite livide.
- Son seicent'anni d'interessi che ci devono!...
Una bella somma!...
Uscirete d'ogni guaio una volta per sempre!...
Bianca era cresciuta in mezzo a simili discorsi che aiutavano a passare i giorni tristi.
Aveva veduto sempre quei libracci sparsi sulle tavole sgangherate e per le sedie zoppe.
Così essa non rispose.
Suo fratello volse finalmente il capo verso di lei, con un sorriso bonario e malinconico.
- Parlo per voialtri...
per te e per Ferdinando...
Ne godrete voialtri almeno...
Quanto a me...
io sono arrivato...
Te'!...
te' la chiave!...
serbala tu!
La zia Sganci, a quei discorsi, da prima scattò come una molla: - Caro nipote, mi sembrate un bambino! - Ma subito si calmò, col sorriso indulgente di chi vuol far capire la ragione proprio a un ragazzo.
- Va bene!...
va benone!...
Intanto maritatela con lo sposo che vi si offre adesso, e poi, se diverrete tanti Cresi, sarà anche meglio.
Don Diego rimase interdetto al vedere che la sorella non prendeva la chiave, e tornò daccapo:
- Anche tu, Bianca?...
Dici di sì anche tu?...
Essa, accasciata sulla seggiola, chinò il capo in silenzio.
- E va bene!...
Giacché tu lo vuoi...
giacché non hai il coraggio di aspettare...
Donna Mariannina seguitava a perorare la causa di don Gesualdo, dicendo ch'era un affare d'oro quel matrimonio, una fortuna per tutti loro; congratulandosi con la nipote la quale fissava fuori dalla finestra, cogli occhi lucenti di lagrime; rivolgendosi financo a don Ferdinando che guardava tutti quanti ad uno ad uno, sbalordito; battendo sulle spalle di don Diego il quale sembrava che non udisse, cogli occhi inchiodati sulla sorella e un tremito per tutta la persona.
A un certo punto egli interruppe la zia, balbettando:
- Lasciatemi solo con Bianca...
Devo dirle due parole...
Lasciateci soli...
Essa alzò gli occhi sbigottita, faccia a faccia col fratello che sembrava un cadavere, dopo che la zia e don Ferdinando furono usciti.
Il pover'uomo esitò ancora prima di aggiungere quel che gli restava a dire, fissando la sorella con un dolore più pungente e profondo.
Poscia le afferrò le mani, agitando il capo, movendo le labbra senza arrivare a profferir parola.
- Dimmi la verità, Bianca!...
Perché vuoi andartene dalla tua casa?...
Perchè vuoi lasciare i tuoi fratelli?...
Lo so! lo so!...
Per quell'altro!...
Ti vergogni a stare con noi, dopo la disgrazia che t'è capitata!...
Continuava ad accennare del capo, con uno struggimento immenso nell'accento e nel viso, colle lagrime amare che gli scendevano fra i peli ispidi e grigi della barba.
- Dio perdona...
Ferdinando non sa nulla!...
Io...
io...
Bianca!...
Come una figliuola ti voglio bene!...
Mia figlia sei...
Bianca!...
Tacque sopraffatto da uno scoppio di pianto.
Ella più morta che viva scosse il capo lentamente e biascicò:
- No...
no...
Non è per questo...
Don Diego lasciò ricadere adagio adagio le mani della sorella, quasi un abisso si scavasse fra di loro.
- Allora!...
Fa quello che vuoi...
fa quello che vuoi...
E le volse le spalle, curvo, senza aggiunger altro, strascicando le gambe.
VII
Nella casa antica dei La Gurna, presa in affitto da don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi.
Davanti alla porta c'era un crocchio di monelli, che il ragazzo di Burgio, in qualità di parente, s'affannava a tener discosti, minacciandoli con una bacchettina; la scala sparsa di foglie d'arancio; un lume a quattro becchi posato sulla ringhiera del pianerottolo; e Brasi Camauro, con una cacciatora di panno blù, la camicia di bucato, gli stivali nuovi, che dava l'ultimo colpo di scopa nel portone imbiancato di fresco.
A ogni momento succedeva un falso allarme.
I ragazzi gridavano: - Eccoli! eccoli! - Camauro lasciava la scopa, e della gente si affacciava ai balconi illuminati.
Verso un'ora, di notte arrivò il marchese Limòli, facendosi largo colla canna d'India.
Vide il lume, vide le foglie d'arancio e disse: - Bravo! - Ma nel salire le scale, stava per rompersi l'osso del collo, e allora scappò anche a bestemmiare:
- Che bestie!...
Han fatto un mondezzaio!..
Brasi corse colla scopa.
- Spazzo via tutto, signor marchese? Butto via ogni cosa?
- No, no!...
Adesso son passato.
Non grattar troppo colla scopa, piuttosto...
Si sente l'odor di stalla.
Udendo delle voci, Santo Motta che aspettava di sopra, vestito di nuovo, coi pantaloni a staffe e un panciotto di raso a fiori, si affacciò nel pianerottolo, infilandosi la giamberga.
- Eccomi! eccomi!...
Sono qui!...
Ah, signor marchese!...
bacio le mani!...
E rimase un po' confuso, non vedendo altri che il Limòli.
- Servo, servo, caro don Santo!...
Non baciate più nulla...
ora siamo parenti.
In cima alla scala comparve anche donna Sara Cirmena, la sola di tutto il parentado della sposa che si fosse degnata di venire, con un moggio di fiori finti in testa, il vestito di seta che aveva preso le pieghe come la carta, nel cassettone, i pendagli di famiglia che le strappavano le orecchie, seccata di aspettare da un gran pezzo in un bagno di sudore, e si mise a strillare di lassù:
- Ma che fanno? C'è qualche altra novità?
- Nulla, nulla, - rispose il marchese salendo adagio adagio.
- Son uscito prima per non far vedere ch'ero solo in chiesa, di tutti i parenti...
Son venuto a dare un'occhiata.
Don Gesualdo aveva fatto delle spese: mobili nuovi, fatti venire apposta da Catania, specchi con le cornici dorate, sedie imbottite, dei lumi con le campane di cristallo: una fila di stanze illuminate, che viste così, con tutti gli usci spalancati, pareva di guardare nella lente di un cosmorama.
Don Santo precedeva facendo la spiegazione, tirando in su ogni momento le maniche che gli arrivavano alla punta delle dita.
- Come? Non c'è nessuno ancora? - esclamò il marchese, giunti che furono nella camera nuziale, parata come un altare.
Compare Santo rannicchiò il capo nel bavero di velluto, al pari di una testuggine.
- Per me non manca...
Io son qui dall'avemaria...
Tutto è pronto...
- Credevo di trovare almeno gli altri parenti...
Mastro Nunzio...
vostra sorella...
- Nossignore...
si vergognano...
C'è stato un casa del diavolo! Io son venuto per tener d'occhio il trattamento...
E aprì l'uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora nella carta ritagliata come erano venuti dalla città, sparsa di garofani e gelsomini d'Arabia, tutto quello che dava il paese, perché la signora Capitana aveva mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti candelieri si erano potuti avere in prestito, a Sant'Agata e nell'altre chiese.
Diodata ci aveva pure messi in bell'ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima.
- Bello! bello! - approvò il marchese.
- Una cosa simile non l'ho mai vista!...
E questi qui, cosa fanno?
Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo Sepolcro ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembravano di cartapesta così lavati e pettinati.
- Per servire il trattamento, sissignore!...
Mastro Titta e l'altro barbiere suo compagno si son rifiutati, con un pretesto!...
Vanno soltanto nelle casate nobili quei pezzenti!...
Temevano di sporcarsi le mani qui, loro che fanno tante porcherie!...
Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano.
Il marchese si schermì:
- Grazie, figliuol mio!...
Ora mi rovini il vestito, bada!
- Di là ci sono anche le tinozze coi sorbetti! - aggiunse don Santo.
Ma appena aprì l'uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che stavano a guardare dal buco della serratura.
- Ho visto, ho visto, caro parente.
Lasciateli stare; non li spaventate.
In quel momento si udì un baccano giù in istrada, e corsero in tempo al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi.
Nanni l'Orbo, a cassetta, col cappello sino alle orecchie, faceva scoppiettare la frusta come un carrettiere, e vociava:
- Largo!...
A voi!...
Guardatevi!...
- Le mule, tolte allora dall'armento, ricalcitravano e sbuffavano, tanto che il canonico Lupi propose di smontare lì dov'erano, e Burgio s'era già alzato per scavalcare lo sportello.
Ma le mule tutt'a un tratto abbassarono il capo insieme, e infilarono il portone a precipizio.
- Morte subitanea! - esclamò il canonico, ricadendo col naso sui ginocchi della sposa.
Salivano a braccetto.
Don Gesualdo con una spilla luccicante nel bel mezzo del cravattone di raso, le scarpe lucide, il vestito coi bottoni dorati, il sorriso delle nozze sulla faccia rasa di fresco; soltanto il bavero di velluto, troppo alto, che gli dava noia.
Lei che sembrava più giovane e graziosa in quel vestito candido e spumante, colle braccia nude, un po' di petto nudo, il profilo angoloso dei Trao ingentilito dalla pettinatura allora in moda, i capelli arricciati alle tempie e fermati a sommo del capo dal pettine alto di tartaruga: una cosa che fece schioccare la lingua al canonico, mentre la sposa andava salutando col capo a destra e a sinistra, palliduccia, timida, quasi sbigottita, tutte quelle nudità che arrossivano di mostrarsi per la prima volta dinanzi a tanti occhi e a tanti lumi.
- Evviva gli sposi! evviva gli sposi! - si mise a gridare il canonico, messo in allegria, sventolando il fazzoletto.
Bianca prese il bacio della zia Cirmena, il bacio dello zio marchese, ed entrò sola nelle belle stanze, dove non era anima viva.
- Ehi? ehi? bada che perdi il marito! - le gridò dietro lo zio marchese fra le risate generali.
- Ci siamo tutti? - borbottò sottovoce donna Sarina.
Il canonico si affrettò a risponder lui.
- Sissignora.
Poca brigata, vita beata!
Dietro di loro saliva Alessi, colla berretta in mano, intimidito da quei lumi e da quell'apparato.
Sin dall'uscio si mise a balbettare:
- Mi manda la signora baronessa Rubiera...
Dice che non può venire perchè le duole il capo...
Manda a salutare la nipote, e don Gesualdo anche...
- Vai in cucina, da questa parte - gli rispose il marchese.
- Di' che ti dieno da bere.
Don Gesualdo approfittò di quel momento per raccomandare sottovoce a suo fratello:
- Stai attento, dinanzi a tutta questa gente!...
Ti metti a sedere, e non ti muovi più.
Come vedi fare a me, fai tu pure.
- Ho capito.
Lascia fare a me!
La zia Cirmena si era impadronita della sposa, e aveva assunta un'aria matronale che la faceva sembrare in collera.
Dopo che ciascuno ebbe preso posto nella bella sala cogli specchi, si fece silenzio; ciascuno guardando di qua e di là per fare qualche cosa, ed ammirando coi cenni del capo.
Alla fine il canonico credette di dover rompere il ghiaccio:
- Don Santo, sedetevi qua.
Avvicinatevi; non abbiate timore.
- A me? - rispose Santo che si sentiva dar del don lui pure.
- Questo è tuo cognato, - disse il marchese a Bianca.
Il notaro ripigliò di lì a un momento:
- Guardate! guardate! Sembra lo sbarco di Cristoforo Colombo!
Vedevasi sull'uscio dell'anticamera un mucchio di teste che si pigiavano, fra curiose e timide, quasi stesse per scoppiare una mina.
Il canonico fra gli altri monelli scorse Nunzio, il nipotino di don Gesualdo, e gli fece segno d'entrare, ammiccandogli.
Ma il ragazzo scappò via come un selvaggio; e il canonico, sempre sorridendo, disse:
- Che diavoletto!...
tutto sua madre...
Il marchese, sdraiato sulla sedia a bracciuoli, accanto alla nipote, sembrava un presidente, chiacchierando soltanto lui.
- Bravo! bravo!...
Tuo marito ha fatto le cose bene!...
Non ci manca nulla in questa casa!...
Ci starai da principessa!...
Non hai che a dire una parola...
mostrare un desiderio...
- Allora ditegli che vi comperi delle altre mule - aggiunse il canonico ridendo.
- E' vero; sei alquanto pallida...
Ti sei forse spaventata in carrozza?
- Sono mule troppo giovani...
appena tolte dall'armento...
non ci sono avvezze...
Ora usano dei cavalli per la carrozza - disse il canonico.
- Certamente! certamente! - si affrettò a rispondere don Gesualdo.
- Appena potrò.
I denari servono per spenderli...
quando ci sono.
Il marchese e il canonico Lupi tenevano viva la conversazione, don Gesualdo approvando coi cenni del capo; gli altri ascoltavano: la zia Cirmena con le mani sul ventre e un sorrisetto amabile che faceva cascare le parole di bocca: un sorriso che diceva: - Bisogna pure! giacché son venuta!...
Valeva proprio la pena di mettersi in gala!...
- Bianca sembrava un'estranea, in mezzo a tutto quel lusso.
E suo marito imbarazzato anche lui, fra tanta gente, la sposa, gli amici, i servitori, dinanzi a quegli specchi nei quali si vedeva tutto, vestito di nuovo, ridotto a guardare come facevano gli altri se voleva soffiarsi il naso.
- Il raccolto è andato bene! - disse il marchese a voce più alta, perché gli altri lo seguissero dove voleva arrivare.
- Io ne parlo per sentita dire.
Eh? eh? massaro Fortunato?...
- Sissignore, grazie a Dio!...
Sono i prezzi che non dicono!...
- Ci sarà tanto da fare in campagna! Nel paese non c'è più nessuno.
La zia Cirmena allora non potè frenarsi:
- Ho vista al balcone la cugina Sganci...
credevo che venisse, anzi!...
- Chissà? chissà? Quella pioggerella ch'è caduta ha ridotto la strada una pozzanghera!...
Io stavo per rompermi il collo.
Però dicono che fa bene alle vigne.
Eh? eh? massaro Fortunato?...
- Sissignore, se vuol Dio!...
- Saranno tutti a prepararsi per la vendemmia.
Noi soli no, donna Sarina! Noi beviamo il vino senza pregare Dio per l'acqua!...
Bisogna condurre la sposa a Giolio per la vendemmia, don Gesualdo!...
Vedrai che vigne, Bianca!
- Certo!...
è la padrona!...
certo!...
- Un momento!...
- esclamò il canonico balzando in piedi.
- Mi pare di sentir gente!...
Santo, che stava all'erta, cogli occhi fissi sul fratello, gli fece segno per sapere se era ora d'incominciare il trattamento.
Ma il canonico rientrò dal balcone quasi subito, scuotendo il capo.
- No!...
Son villani che tornano in paese.
Oggi è sabato e arriva gente sino a tardi.
- Io l'avevo indovinato! - rispose la Cirmena.
- Ho l'orecchio fine!...
Chi aspettate, voi?
- Donna Giuseppina Alòsi, per bacco!...
Quella almeno non manca mai!
- L'avrà trattenuta il cavaliere...
- si lasciò scappare il marchese, perdendo la pazienza.
Santo, che s'era già alzato, tornò a sedere mogio mogio.
- Con permesso! con permesso! - disse il canonico.
- Un momento! Vo e torno!
Donna Sarina gli corse dietro nell'anticamera, e si udì il canonico rispondere forte:
- No! Qui vicino...
dal Capitano!...
Il marchese che stava coll'orecchio teso fingeva d'ammirare ancora i mobili e le stanze, e tornò a dire:
- Belli! belli!...
Una casa signorile! Siete stati fortunati di potervi cacciare nel nido dei La Gurna!...
Eh! eh!...
Se ne videro qui delle feste...
in questo stesso luogo!...
Mi rammento...
pel battesimo dell'ultimo La Gurna...
Corradino...
Adesso sono andati a stare a Siracusa, tutta la famiglia, dopo aver dato fondo a quel po' che rimaneva!...
Mors tua vita mea!...
Qui starete da principi!...
Eh! eh!...
son vecchio e la so lunga!...
Ci staremmo bene anche noi, eh, donna Sarina?...
eh?
Donna Sarina si dimenava sulla seggiola per tener la lingua in freno: - Quanto a me!...
- disse poi - grazie a Dio!...
La prova è che il ragazzo La Gurna, Corradino, viene da me per la villeggiatura.
Lui non ci ha colpa, povero innocente!
- No, no, è meglio star seduti in una bella sedia soffice come questa, che andare a buscarsi il pane di qua e di là, come i La Gurna!...
quando si può buscarselo anche!...
E avere una buona tavola apparecchiata, e la carrozza per far quattro passi dopo, e la vigna per la villeggiatura, e tutto il resto!...
La buona tavola soprattutto!...
Son vecchio, e mi dispiace che il marchesato non possa servirsi in tavola...
Il fumo è buono soltanto in cucina...
La so lunga...
C'è più fumo nella cucina, che arrosto sulla tavola in molte case...
quelle che ci hanno lo stemma più grosso sul portone...
e che arricciano più il naso!...
Se torno a nascere, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limòli, ed esser ricco come voi, nipote mio...
Per godermi i miei denari fra me e me...
senza invitar nessuno...
no!...
- Tacete!...
Sento il campanello! - interruppe donna Sarina.
- E' un pezzo che suonano mentre voi state a predicare...
Però era un tintinnìo sommesso di gente povera.
Santo corse ad aprire, e si trovò faccia a faccia col sagrestano, seguito dalla moglie, la quale portava sotto il braccio un tovagliuolo che pareva un sacco, quasi fosse venuta per lo sgombero.
Al primo momento don Luca rimase imbarazzato, vedendo il fratello di Speranza che gli aveva mandato a dire mille improperi con suo marito Burgio; ma non si perse d'animo per questo, e trovò subito il pretesto:
- C'è il canonico Lupi?...
Mia moglie, qui, m'ha detto ch'era montato in carrozza cogli sposi...
La gnà Grazia allora entrò svolgendo adagio adagio il tovagliuolo, e ne cavò una caraffina d'acqua d'odore, tappata con un batuffoletto di cenci.
- L'acqua benedetta!...
Abbiamo pensato per donna Bianca!
E si misero ad aspettare tranquillamente, marito e moglie, in mezzo alla sala.
In quel momento tornò il canonico Lupi, rosso in viso, sbuffando, asciugandosi il sudore.
E a prevenire ogni domanda si rivolse subito al padrone di casa, sorridendo, coll'aria indifferente:
- Don Gesualdo...
se avete intenzione di farci fare la bocca dolce!...
Mi pare che sia tempo!...
All'alba ho da dir messa, prima d'andare in campagna.
- Vado? - saltò a dire subito Santo.
- Mettiamo mano?
Si alzò in piedi la sposa; si alzarono dopo di lei tutti gli altri, e rimasero fermi ai loro posti, aspettando a chi toccasse aprire la marcia.
Il canonico si sbracciava a far dei segni a compare Santo, e vedendo che non capiva, gli soffiò colla voce di petto, come in chiesa, allorché sbagliavasi la funzione:
- A voi!...
Date braccio alla cognata!...
Ma il cognato non si sentiva di fare quella parte.
Infine glielo spinsero dietro a forza.
Lo zio Limòli intanto era passato avanti colla sposa, e il canonico borbottò all'orecchio di don Gesualdo:
- Credereste?...
fa la sdegnosa anche la Capitana! Lei che non manca mai dove c'è da leccare piatti! Fa la sdegnosa anch'essa! Come se non si sapesse donde viene quella gran dama!...
No! no! che fate?...
- esclamò a un tratto slanciandosi verso compare Santo.
Costui, persa la pazienza, quatto quatto rimboccavasi le maniche del vestito.
Per fortuna la cognata stava parlando collo zio Limòli, e non se ne accorse.
Il marchese, dal canto suo, era distratto, cercando di evitare Giacalone e Pelagatti che volevano servirlo a ogni costo.
- Faranno nascere qualche guaio quei due ragazzi! - borbottò infine.
Anche Bianca abbozzò un sorriso a quell'uscita, e si scostarono dalla tavola tutti e due, per evitare il pericolo.
- Non vuol nulla!...
- tornò dicendo il cognato don Santo, quasi si fosse tolto un gran peso dallo stomaco.
- Io, per me, gliel'ho offerto!...
- Neanche un bicchierino di perfetto amore? - entrò a dire il canonico con galanteria.
La zia Cirmena si mise a ridere, e Santo guardò il fratello, per vedere cosa dovesse fare.
- Eh! eh!...
- aggiunse il marchese con la sua tosserella.
- Eh! eh!...
- Qualcosa, zio?
- Grazie, grazie, cara Bianca...
Non ho più denti né stomaco...
Sono invalido...
Sto a vedere soltanto...
non posso fare altro...
Il canonico si fece pregare un po', e quindi trasse di tasca un fazzoletto che sembrava un lenzuolo.
Intanto la zia Cirmena s'empiva il borsone che portava al braccio, dov'era ricamato un cane tutto intero, e ce n'entrava della roba! Il canonico invece, che aveva le tasche sino al ginocchio, sotto la zimarra, delle vere bisacce, poteva cacciarvi dentro tutto quello che voleva senza dare nell'occhio.
Bianca pure regalò con le sue mani stesse una scatola di confetti al cognato Santo.
- Per vostra sorella e i suoi ragazzi...
- Di' che glieli manda lei stessa...
la cognata...
- soggiunse Gesualdo tutto contento, con un sorriso di gratitudine per lei.
Erano un po' in disparte, mentre tutti gli altri si affollavano intorno alla tavola.
Egli allora le disse piano, con una certa tenerezza:
- Brava! mi piaci perché sei giudiziosa, e cerchi di metter pace in famiglia...
Non sai quel che c'è stato!...
Mia sorella specialmente!...
M'hanno fatto andare tutto in veleno anche il giorno delle nozze!...
Com'essa gli ispirava confidenza, col viso buono, stava per sfogarsi del rimanente, senza avvedersene, quando la zia Cirmena venne ad interromperlo dicendogli:
- Pensate al sagrestano; è lì che aspetta con sua moglie.
Don Luca, vedendo arrivare tanta grazia di Dio, finse di esser sorpreso.
- Nossignore! Non siamo venuti per i dolci...
Non v'incomodate, vossignoria! - Sua moglie intanto andava sciorinando la tovaglia che pareva quella dell'altare.
Lui invece, per dimostrare la sua gratitudine, fingeva di guardare in aria, inarcando le ciglia dalla sorpresa.
- Guarda, Grazia!...
Quanta roba!...
Ce ne sono stati spesi dei denari qui! - Poscia, appena don Gesualdo volse le spalle, aiutò ad insaccare anche lui.
- Par d'essere appestati!...
- borbottò donna Sarina che rientrava col borsone pieno insieme al canonico Lupi.
- Neppure i suoi fratelli son venuti!...
avete visto?...
- Poveretti!...
poveretti!...
- rispose l'altro agitando la mano dinanzi alla fronte, come a dire che coloro non ci avevano più la testa a segno.
Poi si guardò intorno abbassando la voce: - Sembrava che piangessero il morto, quando siamo andati a prendere la sposa!...
due gufi, tale e quale!...
Si rintanavano di stanza in stanza, al buio...
Due gufi, tale e quale!...
Donna Bianca, invece, voleva fare le cose con bella maniera...
almeno pei riguardi umani!...
Infine se si è indotta a questo passo...
Fece un altro segno, coll'indice e il pollice in croce sulla bocca.
E sbirciando colla coda dell'occhio che rientravano in sala anche Bianca e suo marito, disse forte, come in seguito di un altro discorso, mostrando il fazzoletto pieno: - Sono le mie propine!...
frutti di stola...
La moglie del sagrestano, che non si era accorta della sposa aggiunse:
- Sono ancora lì, tutti e due, dietro i vetri della finestra, al buio, a guardare in piazza dove non c'è nessuno!...
come due mummie addirittura!...
Donna Bianca, nel passare, udì quelle parole.
- Tanta salute! - interruppe il sagrestano vedendo la signora.
- Sarà una festa per quei ragazzi, quando arriveremo a casa!...
Cinque figliuoli, donna Bianca!...
Poi, voltandosi verso la moglie che se ne andava barcollando, con quell'altro fardello sulla pancia:
- Salute e figli maschi!...
La roba ce l'avete!...
Ora pregheremo il Signore di darvi i figliuoli...
Vogliamo vedervi come Grazia fra nove mesi...
Il marchese per tagliar corto l'accomiatò: - Va bene! Buona sera, caro don Luca!
Nell'altra stanza, appena furono usciti gli invitati, si udì un baccano indiavolato.
I vicini, la gente di casa, Brasi Camauro, Giacalone, Nanni l'Orbo, una turba famelica, piombò sui rimasugli del trattamento, disputandosi i dolciumi, strappandoseli di mano, accapigliandosi fra di loro.
E compare Santo, col pretesto di difendere la roba, abbrancava quel che poteva, e se lo ficcava da per tutto, in bocca, nelle tasche, dentro la camicia.
Nunzio, il ragazzo di Burgio, entrato come un gatto, si era arrampicato sulla tavola, e s'arrabbattava a calci e pugni anche lui, strillando come un ossesso; gli altri monelli carponi sotto.
Don Gesualdo, infuriato, voleva correre col bastone a far cessare quella baraonda; ma lo zio marchese lo fermò pel braccio!...
- Lasciateli fare...
tanto!...
La zia Cirmena che si era divertita almeno un po', si piantò nel bel mezzo della stanza, guardando in faccia la gente, come a dire ch'era ora d'andarsene.
In quel frattempo tornò di corsa il sagrestano, ansante, con un'aria di gran mistero:
- C'è qui tutto il paese!...
giù in istrada, che stanno a vedere!...
Il barone Zacco, i Margarone, la moglie di Mèndola anche...
tutti i primi signori del paese!...
Fa chiasso il vostro matrimonio, don Gesualdo!...
E se ne andò com'era venuto, frettoloso, infatuato.
La zia Cirmena borbottò:
- Che seccatura!...
Ci fosse almeno un'altra uscita!...
Il canonico invece, curioso, volle andare a vedere.
Di rimpetto, alla cantonata di San Sebastiano, c'era un crocchio di gente; si vedevano biancheggiare dei vestiti chiari nel buio della strada.
Altri passavano lentamente, in punta di piedi, rasente al muro, col viso rivolto in su.
Si udiva parlare sottovoce, delle risa soffocate anche, uno scalpiccìo furtivo.
Due che tornavano indietro dalla parte di Santa Maria di Gesù si fermarono, vedendo aprire il balcone.
E tutti sgattaiolarono di qua e di là.
Rimase solo Ciolla, che fingeva d'andare pei fatti suoi canticchiando:
Amore, amore, che m'hai fatto fare?
Donna Sarina e il marchese Limòli si erano avvicinati anch'essi al balcone.
Quest'ultimo allora disse:
- Adesso potete andarvene, donna Sarina.
Non c'è più nessuno laggiù!...
La zia Cirmena scattò su come una molla:
- Io non ho paura, don Alfonso!...
Io fo quel che mi pare e piace!...
Son qui per far da mamma a Bianca...
giacché non c'è altra parente prossima.
Non possiamo piantar la sposa quasi fosse una trovatella...
pel decoro della famiglia almeno!...
- Ah? ah?...
- sogghignava intanto il marchese.
Donna Sarina gli ribatté sul muso, frenando a stento la voce:
- Non mi fate lo gnorri, don Alfonso!...
Lo sapete meglio di me!...
Deve premere anche a voi che siete della famiglia...
Bisogna farlo per la gente...
se non per lei!...
- E infilò l'uscio della camera nuziale, continuando a sbraitare.
- Va bene, va bene! Non andate in collera...
Vuol dire che ce ne andremo noi!...
Ehi, ehi, canonico...
Mi par che sarebbe tempo d'andarcene!...
Un po' di prudenza!...
- Ah! ah!...
Ah! ah! - chiocciava il canonico.
- Buona notte, nipoti miei! Vi dò pure la benedizione che non costa nulla...
Bianca s'era fatta pallida come un cencio lavato.
Si alzò anche lei, con un lieve tremito nei muscoli del mento, coi begli occhi turchini che sembravano smarriti, incespicando nel vestito nuovo, e balbettò:
- Zio!...
sentite, zio!...
- E lo tirò in disparte per parlargli sottovoce, con calore.
- Sono pazzi! - interruppe il marchese ad alta voce accalorandosi anche lui.
- Pazzi da legare! Se torno a nascere, lo dirò anche a loro, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limòli!...
- Bravo! - sghignazzò il canonico.
- Mi piace quello che dite!
- Buona notte! buona notte! Non ci pensare! Andrò da loro domattina...
E fra nove mesi, ricordati bene, voglio essere invitato di nuovo pel battesimo...
il canonico Lupi ed io...
noi due soli...
Non ci sarà neppure bisogno della cugina Cirmena!...
- Poca brigata, vita beata! - conchiuse l'altro.
Don Gesualdo li accompagnò sino all'uscio, solleticato internamente dai complimenti del canonico, il quale non finiva dal dirgli che aveva fatto le cose ammodo: - Peccato che non sieno venuti tutti gli invitati! Avrebbero visto che spendete da Cesare.
Mi sorprende per la signora Sganci!...
Anche la baronessa Rubiera sarebbe stata contenta di vedere come le rispettate la nipote...
che non siete di quelli che hanno il pugno stretto...
giacché dovete esser soci fra poco.
- Eh! eh! - rispose don Gesualdo che si sentiva ribollire in quel punto i denari male spesi.
- C'è tempo! c'è tempo! Ne deve passare prima dell'acqua sotto il ponte che non c'è più...
Diteglielo pure, alla signora baronessa.
- Come? come? Se era cosa intesa? Se dovete esser soci?
- I miei soci son questi qua! - ripeté don Gesualdo battendo sul taschino.
- Non vorrei che la signora baronessa Rubiera avesse a vergognarsi d'avermi per compagno...
diteglielo pure!
- Ha ragione! - aggiunse il marchese fermandosi a metà della scala.
- Ha l'amor proprio dei suoi denari, che diavolo!...
La cugina Rubiera avrebbe potuto degnarsi...
Non si sarebbe guastato il sangue per così poco, lei!...
- Chissà? chissà perché non è venuta?...
Ci dev'essere qualch'altro motivo...
Poi, gli affari...
è un'altra cosa...
Pensateci bene!...
Vi mancherà un appoggio!...
Li avrete tutti nemici allora!...
- Tutti nemici...
oh bella! perché?
- Pei vostri denari, caspita!...
Perché potete mettere anche voi le mani nel piatto!...
Poi vi siete imparentato con loro!...
Uno schiaffo, caro mio! Uno schiaffo che avete dato a tutti quanti!
- Sapete cosa ho da dirvi? - si mise a strillare allora il marchese levando il capo in su.
- Che se non avessi il vitalizio della mia commenda di Malta per non crepare di fame, sarei costretto a dare uno schiaffo anch'io a tutta la nobile parentela...
Sarei costretto a scopar le strade!...
E se ne andò borbottando.
- Don Gesualdo, - disse Nanni l'Orbo facendo capolino dalla cucina.
- Son qui i ragazzi che vorrebbero baciar la mano alla padrona...
se non c'è più nessuno...
- Spicciatevi! spicciatevi! - rispose lui infastidito.
Prima s'affollarono sulla soglia simili a un branco di pecore; poscia, dopo Nanni l'Orbo, sfilarono dietro tutti gli altri, col sorriso goffo, il berretto in mano, le donne salutando sino a terra come in chiesa, imbacuccate nelle mantelline.
- Questa è Diodata, - disse Nanni l'Orbo.
- Una povera orfanella che il padrone ha mantenuto per carità.
- Sissignora!...
Tanta salute!...
- E Diodata non seppe più che dire.
- Un cuore tanto fatto, don Gesualdo! - seguitò Nanni l'Orbo accalorandosi.
- Gli ha fatto anche la dote! Domeneddio l'aiuta per questo!
Don Gesualdo andava spegnendo i lumi.
Poi si voltò tutto di nuovo vestito, che Diodata non osava nemmeno alzare gli occhi su di lui, e conchiuse:
- Va bene.
Siete contenti?
- Sissignore, - rispose Nanni l'Orbo, guardando con tenerezza Diodata.
- Contentoni!...
può dirlo anche lei!...
- E' un pezzo che compare Nanni teneva d'occhio a quei baiocchi, per non lasciarseli sfuggire! - aggiunse Brasi Camauro.
- E' nato col berretto in testa!
- Sposa Diodata, - narrò allora alla moglie don Gesualdo.
- La marito con lui.
Il camparo aggiunse altre informazioni, ridendo:
- Si correvano dietro! Bisognava far la guardia a loro pure!...
Il padrone mi dovrebbe ancora qualche regaluccio per quest'altra custodia che non era nel patto!...
Allora scoppiò una risata generale, perché compare Carmine era molto lepido, di solito.
La ragazza, tutta una fiamma, gli lanciò un'occhiata di bestia selvaggia.
- Non è vero! nossignore, don Gesualdo!...
- Sì! sì! e Brasi Camauro anche! e Giacalone, allorché veniva pel carro!...
Tutti d'amore e d'accordo, insieme!...
Le risate non finivano più; Nanni l'Orbo pel primo, che si teneva i fianchi.
Solo Diodata, rossa come il fuoco, colle lagrime agli occhi, s'affannava a ripetere:
- Nossignore!...
non è vero!...
Come potete dirlo, compare Carmine?...
non ne avete coscienza?
Donna Sarina comparve di nuovo sull'uscio, colle braccia incrociate, senza profferire una parola; soltanto i fiori che le si agitavano sul capo parlavano per lei.
- Ora basta! - conchiuse il padrone.
- Andatevene, ch'è tardi.
Essi salutarono un'altra volta, inchinandosi goffamente, balbettando confusamente in coro, urtandosi nell'uscire, e se ne andarono con un calpestìo pesante di bestiame grosso.
Appena fuori cominciarono a ridere e scherzare fra di loro; Brasi Camauro e Pelagatti dandosi degli spintoni; Nanni l'Orbo e compare Carmine barattando parolacce e ingiurie atroci, colle braccia l'uno al collo dell'altro, come due fratelli messi in allegria dal vino bevuto.
Una baldoria che fece ridere anche lo stesso don Gesualdo.
- Son come le bestie! - diss'egli rientrando.
- Non dar retta, cara Bianca!
- Un momento! - strillò la zia Cirmena respingendolo colle mani, quasi egli stesse per farle violenza.
- Non potete entrare adesso! fuori! fuori!
E gli chiuse l'uscio sul muso.
Diodata risalì di corsa in quel punto, scalmanata, colle lagrime agli occhi.
- Don Gesualdo!...
Non vogliono lasciarmi andare pei fatti miei!...
Li sentite, laggiù?...
compare Nanni e tutti gli altri!...
- Ebbene? Che c'è? Non dev'essere tuo marito?...
- Sissignore...
Dice per questo!...
ch'è il padrone...
Non mi lasciano andare in pace!...
tutti quanti!
- Aspetta! aspetta, che piglio un bastone!
- No! no! - gridò Nanni dalla strada.
- Ce ne andiamo a casa.
Nessuno la tocca.
- Senti? Nessuno ti tocca.
Vattene...
Che fai adesso?
Essa, stando due scalini più giù, gli aveva presa la mano di nascosto, e andava baciandola come un vero cane affezionato e fedele: - Benedicite!...
benedicite!...
- Ora ricomincia il piagnisteo! - sbuffò lui.
- Non ho un momento di pace, questa sera!...
- Nossignore...
senza piagnisteo...
Tanta salute a vossignoria!...
e alla vostra sposa anche!...
E' che volevo baciarvi la mano per l'ultima volta!...
Mi tremano un po' le gambe...
Tanto bene che mi avete fatto, vossignoria!...
- Be'! be'!...
Sta allegra tu pure!...
Dev'essere un giorno d'allegria questo!...
Hai trovato un buon marito anche tu...
Il pane non te lo farà mancare...
E quando verrà la malannata, ricordati che c'è sempre il mio magazzino aperto...
Sei contenta anche tu? di'?
Essa rispose ch'era contenta, chinando il capo più volte, giacché aveva un groppo alla gola e non poteva parlare.
- Va bene! Ora vattene via contenta...
e senza pensare ad altro, sai!...
senza pensare ad altro!...
Com'essa lo guardava in un certo modo, cogli occhi dolorosi che sembrava gli leggessero anche a lui il cruccio segreto in cuore, cominciò a gridare per non pensarci, quasi fosse in collera.
- E senza cercare il pelo nell'uovo!...
senza pensare a questo e a quell'altro...
Il Signore c'è per tutti...
Anche tu sei una povera trovatella, e il Signore ti ha aiutato!...
Al caso poi, ci son qua io...
Farò quello che potrò...
Non ho il cuore di sasso, no!...
Lo sai! Vai, vai; vattene via contenta!...
Ma Diodata, che gli voltava le spalle, col petto pigiato contro la ringhiera, quasi si sentisse morire dal crepacuore, non poté frenare i singhiozzi che la scuotevano dalla testa ai piedi.
Allora il suo padrone scappò a bestemmiare:
- Santo e santissimo!...
santo e santissimo!
In quel momento comparve la zia Cirmena in cima alla scala, con lo scialle in testa, il borsone infilato al braccio, e gli occhi umidi di lagrime, come si conveniva alla parte di madre che l'era toccata quella volta.
- Eccomi qua, don Gesualdo! eccomi qua! - E stese le braccia come un crocifisso per buttargliele al collo.
- Non ho bisogno di farvi la predica...
Siete un uomo di giudizio...
Povera Bianca!...
Sono commossa, guardate!
Cercò nel borsone il fazzoletto di battista, fra la roba di cui era pieno, e si asciugò gli occhi.
Poi baciò di nuovo lo sposo, asciugandosi anche la bocca con lo stesso fazzoletto, e chiamò il servitore che aspettava giù col lampione.
- Don Camillo! Accendete, ch'è ora di andarsene.
Don Camillo? ehi? cosa fate? dormite?
Dalla strada rispose Ciolla, ripassando col chitarrino:
Amore, amore, che m'hai fatto fare?
E degli altri sfaccendati gli andavano dietro, facendogli l'accompagnamento coi grugniti.
- No! - esclamò la zia Cirmena piantandosi dinanzi al nipote, quasi ad impedirgli di fare una pazzia.
- Non date retta...
Sono ubbriachi!...
canaglia che crepano d'invidia! Andate a trovare vostra moglie piuttosto! Ve la raccomando...
non va presa come le altre...
Siamo fatti di un'altra pasta...
tutta la famiglia...
Mi pare di lasciare il sangue mio nelle vostre mani adesso!...
Non ho avuto figliuole...
non ho mai provato una cosa simile!...
Mi sento tutta sconvolta!...
No! no! Non badate a me!...
mi calmerò...
Voi, don Camillo, andate avanti col lume...
Egli volse le spalle.
- Quante chiacchiere! Infine siamo marito e moglie sì o no? - Entrando nella camera nuziale trasse un sospirone.
- Ah! se Dio vuole, è finita! Ce n'è voluto...
ma è finita, se Dio vuole!...
Non lo fo più, com'è vero Iddio, se si ha a ricominciare da capo!...
Voleva far ridere anche la sposa, metterla un po' di buon umore, per star meglio insieme in confidenza, come dev'essere fra marito e moglie.
Ma lei, ch'era seduta dinanzi allo specchio, voltando le spalle all'uscio, si riscosse udendolo entrare, e avvampò in viso.
Indi si fece smorta più di prima, e i lineamenti delicati parvero affilarlesi a un tratto maggiormente.
Proprio quello che aveva detto la zia Cirmena! Una ragazza che vi basiva per un nulla, e v'imbrogliava la lingua e le mani.
Gli seccava, ecco, quel giorno di nozze che non gli aveva dato un sol momento buono.
- Ehi?...
Perchè non dici nulla?...
Cos'hai?...
- Rimase un momento imbarazzato, senza saper che dire neppure lui, umiliato nel suo bel vestito nuovo, in mezzo ai suoi mobili che gli costavano un occhio del capo.
- Senti...
s'è così...
se la pigli su quel verso anche tu...
Allora ti saluto e vo a dormire su di una sedia, com'è vero Dio!...
Essa balbettò qualche parola inintelligibile, un gorgoglìo di suoni timidi e confusi, e chinò il capo ubbidiente, per cominciare a togliersi il pettine di tartaruga, colle mani gracili e un po' sciupacchiate alle estremità di ragazza povera avvezza a far di tutto in casa.
- Brava! brava! Così mi piaci!...
Se andiamo d'accordo come dico io, la nostra casa andrà avanti...
avanti assai! Te lo dico io! Faremo crepare gli invidiosi...
Hai visto stasera, che non son voluti venire alle nozze?...
Quante spese buttate via!...
Hai visto che mi mangiavo il fegato e ridevo?...
Riderà meglio chi ride l'ultimo!...
Via, via, perchè ti tremano così le mani?...
non sono tuo marito adesso?...
a dispetto degli invidiosi!...
Che paura hai?...
Senti!...
quel Ciolla!...
mi farà fare uno sproposito!...
Essa tornò a balbettare qualche parola indistinta, che le spirò di nuovo sulle labbra smorte, e alzò per la prima volta gli occhi su di lui, quegli occhi turchini e dolci che gli promettevano la sposa amorevole e ubbidiente che gli avevano detto.
Allora egli tutto contento, con un risata larga che gli spianò il viso ed il cuore, riprese:
- Lascialo cantare.
Non me ne importa adesso di Ciolla...
di lui e di tutti gli altri!...
Crepano d'invidia perché i miei affari vanno a gonfie vele, grazie a Dio! Non te ne pentirai, no, di quello che hai fatto!...
Sei buona!...
non hai la superbia di tutti i tuoi...
In cuore gli si gonfiava un'insolita tenerezza, mentre l'aiutava a spettinarsi.
Proprio le sue grosse mani che aiutavano una Trao, e si sentivano divenir leggere leggere fra quei capelli fini! Gli occhi di lui si accendevano sulle trine che le velavano gli omeri candidi e delicati, sulle maniche brevi e rigonfie che le mettevano quasi delle ali alle spalle.
Gli piaceva la peluria color d'oro che le fioriva agli ultimi nodi delle vertebre, le cicatrici lasciatele dal vaccinatore inesperto sulle braccia esili e bianche, quelle mani piccole, che avevano lavorato come le sue, e tremavano sotto i suoi occhi, quella nuca china che impallidiva e arrossiva, tutti quei segni umili di privazioni che l'avvicinavano a lui.
- Voglio che tu sii meglio di una regina, se andiamo d'accordo come dico io!...
Tutto il paese sotto i piedi voglio metterti!...
Tutte quelle bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!...
Vedrai! vedrai!...
Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!...
da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello che vuole...
e buone gambe pure...
per arrivare dove vuole...
Tu sei buona e bella!...
roba fine!...
roba fine sei!...
Essa rannicchiò il capo nelle spalle, simile a una colomba trepidante che stia per esser ghermita.
- Ora ti voglio bene davvero, sai!...
Ho paura di toccarti colle mani...
Ho le mani grosse perchè ho tanto lavorato...
non mi vergogno a dirlo...
Ho lavorato per arrivare a questo punto...
Chi me l'avrebbe detto?...
Non mi vergogno, no! Tu sei bella e buona...
Voglio farti come una regina...
Tutti sotto i tuoi piedi!...
questi piedini piccoli! Hai voluto venirci tu stessa...
con questi piedini piccoli...
nella mia casa...
La padrona!...
la signora bella mia!...
Guarda, mi fai dire delle sciocchezze!...
Ma essa aveva l'orecchio altrove.
Pareva guardasse nello specchio, lontano, lontano.
- A che pensi? ancora al Ciolla?...
Vo a finire in prigione, la prima notte di matrimonio!...
- No! - interruppe lei balbettando, con un filo di voce.
- No...
sentite...
devo dirvi una cosa...
Sembrava che non avesse più una goccia di sangue nelle vene, tanto era pallida e sbattuta.
Mosse le labbra tremanti due o tre volte.
- Parla, - rispose lui.
- Tutto quello che desideri...
Voglio che sii contenta tu pure!...
Com'era di luglio, e faceva un gran caldo, si tolse anche il vestito, aspettando.
Ella si tirò indietro bruscamente, quasi avesse ricevuto un urto in pieno petto; e s'irrigidì, tutta bianca, cogli occhi cerchiati di nero.
- Parla, parla!...
Dimmelo qui all'orecchio...
qui che nessuno ci sente!...
Rideva tutto contento colla risata grossolana, nell'impeto caldo che cominciava a fargli girare il capo, balbettando e anfanando, in maniche di camicia, stringendosi sul cuore che gli batteva fino in gola quel corpo delicato che sentiva rabbrividire e quasi ribellarsi; e come le sollevava il capo dolcemente si sentì cascar le braccia.
Ella si asciugò gli occhi febbrili, col viso tuttora contratto dolorosamente.
- Ah!...
che gusto!...
Aveva ragione la zia Cirmena!...
Bel divertimento!...
Dopo tanti stenti, tanti bocconi amari!...
tante spese fatte!...
Si dovrebbe essere così contenti qui...
due che si volessero bene!...
Nossignore! neanche questo mi tocca! Neanche il giorno delle nozze, santo e santissimo!...
Dimmi almeno che hai!...
- Non badate a me...
Sono troppo agitata...
- Ah! quel Ciolla!...
ancora!...
Com'è vero Dio, gli tiro addosso un vaso di fiori adesso!...
Voglio far la festa anche a lui, la prima notte di matrimonio!
PARTE SECONDA
I
- Tre onze e quindici!...
Uno!...
due!...
- Quattr'onze! - replicò don Gesualdo impassibile.
Il barone Zacco si alzò, rosso come se gli pigliasse un accidente.
Annaspò alquanto per cercare il cappello, e fece per andarsene.
Ma giunto sulla soglia tornò indietro a precipizio, colla schiuma alla bocca, quasi fuori di sé, gridando:
- Quattro e quindici!...
E si fermò ansante dinanzi alla scrivania dei giurati, fulminando il suo contradittore cogli occhi accesi.
Don Filippo Margarone, Peperito e gli altri del Municipio che presiedevano all'asta delle terre comunali, si parlarono all'orecchio fra di loro.
Don Gesualdo tirò su una presa, seguitando a fare tranquillamente i suoi conti nel taccuino che teneva aperto sulle ginocchia.
Indi alzò il capo, e ribatté con voce calma:
- Cinque onze!
Il barone diventò a un tratto come un cencio lavato.
Si soffiò il naso; calcò il cappello in testa, e poi infilò l'uscio, sbraitando:
- Ah!...
quand'è così!...
giacch'è un puntiglio!...
una personalità!...
Buon giorno a chi resta!
I giurati si agitavano sulle loro sedie quasi avessero la colica.
Il canonico Lupi si alzò di botto, e corse a dire una parola all'orecchio di don Gesualdo, passandogli un braccio al collo.
- Nossignore, - rispose ad alta voce costui.
- Non ho di queste sciocchezze...
Fo i miei interessi, e nulla più.
Nel pubblico che assisteva all'asta corse un mormorìo.
Tutti gli altri concorrenti si erano tirati indietro, sgomenti, cacciando fuori tanto di lingua.
Allora si alzò in piedi il baronello Rubiera, pettoruto, lisciandosi la barba scarsa, senza badare ai segni che gli faceva da lontano don Filippo, e lasciò cadere la sua offerta, coll'aria addormentata di uno che non gliene importa nulla del denaro:
- Cinque onze e sei!...
Dico io!...
- Per l'amor di Dio, - gli soffiò nelle orecchie il notaro Neri tirandolo per la falda.
- Signor barone, non facciamo pazzie!...
- Cinque onze e sei! - replicò il baronello senza dar retta, guardando in giro trionfante.
- Cinque e quindici.
Don Ninì si fece rosso, e aprì la bocca per replicare; ma il notaro gliela chiuse con la mano.
Margarone stimò giunto il momento di assumere l'aria presidenziale.
- Don Gesualdo!...
Qui non stiamo per scherzare!...
Avrete denari...
non dico di no...
ma è una bella somma...
per uno che sino a ieri l'altro portava i sassi sulle spalle...
sia detto senza offendervi...
Onestamente...
"Guardami quel che sono, e non quello che fui" dice il proverbio...
Ma il comune vuole la sua garanzia.
Pensateci bene!...
Sono circa cinquecento salme...
Fanno...
fanno...
- E si mise gli occhiali, scrivendo cifre sopra cifre.
- So quello che fanno, - rispose ridendo mastro-don Gesualdo.
- Ci ho pensato portando i sassi sulle spalle...
Ah! signor don Filippo, non sapete che soddisfazione, essere arrivato sin qui, faccia a faccia con vossignoria e con tutti questi altri padroni miei, a dire ciascuno le sue ragioni, e fare il suo interesse!
Don Filippo posò gli occhiali sullo scartafaccio; volse un'occhiata stupefatta ai suoi colleghi a destra e a sinistra, e tacque rimminchionito.
Nella folla che pigiavasi all'uscio nacque un tafferuglio.
Mastro Nunzio Motta voleva entrare a ogni costo, e andare a mettere le mani addosso al suo figliuolo che buttava così i denari.
Burgio stentava a frenarlo.
Margarone suonò il campanello per intimar silenzio.
- Va bene!...
va benissimo!...
Ma intanto la legge dice...
Come seguitava a tartagliare, quella faccia gialla di Canali gli suggerì la risposta, fingendo di soffiarsi il naso.
- Sicuro!...
Chi garantisce per voi?...
La legge dice...
- Mi garantisco da me, - rispose don Gesualdo posando sulla scrivania un sacco di doppie che cavò fuori dalla cacciatora.
A quel suono tutti spalancarono gli occhi.
Don Filippo ammutolì.
- Signori miei!...
- strillò il barone Zacco rientrando infuriato.
- Signori miei!...
guardate un po'! a che siam giunti!...
- Cinque e quindici! - replicò don Gesualdo tirando un'altra presa.
- Offro cinque onze e quindici tarì a salma per la gabella delle terre comunali.
Continuate l'asta, signor don Filippo.
Il baronello Rubiera scattò su come una molla, con tutto il sangue al viso.
Non l'avrebbero tenuto neppure le catene.
- A sei onze! - balbettò fuori di sé.
- Fo l'offerta di sei onze a salma.
- Portatelo fuori! Portatelo via! - strillò don Filippo alzandosi a metà.
Alcuni battevano le mani.
Ma don Ninì ostinavasi, pallido come la sua camicia adesso.
- Sissignore! a sei onze la salma! Scrivete la mia offerta, segretario!
- Alto! - gridò il notaro levando tutte e due le mani in aria.
- Per la legalità dell'offerta!...
fo le mie riserve!...
E si precipitò sul baronello, come s'accapigliassero.
Lì, nel vano del balcone, faccia a faccia, cogli occhi fuori dell'orbita, soffiandogli in viso l'alito infuocato:
- Signor barone!...
quando volete buttare il denaro dalla finestra!...
andate a giuocare a carte!...
giuocatevi il denaro di tasca vostra soltanto!...
Don Ninì sbuffava peggio di un toro infuriato.
Peperito aveva chiamato con un cenno il canonico Lupi, e s'erano messi a confabulare sottovoce, chinati sulla scrivania, agitando il capo come due galline che beccano nello stesso tegame.
Era tanta la commozione che le mani del canonico tremavano sugli scartafacci.
Il cavaliere lo prese per un braccio e andarono a raggiungere il notaro e il baronello che disputavano animatissimi in un canto della sala.
Don Ninì cominciava a cedere, col viso floscio e le gambe molli.
Il canonico allora fece segno a don Gesualdo d'accostarsi lui pure.
- No, - ammiccò questi senza muoversi.
- Sentite!...
C'è quell'affare della cauzione...
Il ponte se n'è andato, salute a noi!...
C'è modo d'accomodare quell'affare della cauzione adesso...
- No, - ripigliò don Gesualdo.
Sembrava una pietra murata.
- L'affare del ponte...
una miseria in confronto.
- Villano! mulo! testa di corno! - ricominciò ad inveire il barone sottovoce.
Don Filippo, dopo il primo momento d'agitazione, era tornato a sedere, asciugandosi il sudore gravemente.
Intanto che il canonico parlava sottovoce a mastro-don Gesualdo, il notaro da lontano cominciò a far dei segni.
Don Filippo si chinò all'orecchio di Canali.
Sottomano, in voce di falsetto, il banditore replicò:
- L'ultima offerta per le terre del comune! A sei onze la salma!...
Uno!...
due!...
- Un momento, signori miei! - interruppe don Gesualdo - Chi garantisce quest'ultima offerta?
A quell'uscita rimasero tutti a bocca aperta Don Filippo apriva e chiudeva la sua senza trovar parola.
Infine rispose:
- L'offerta del barone Rubiera!...
Eh? eh?
- Sissignore.
Chi garantisce pel barone Rubiera?
Il notaro si gettò su don Ninì che sembrava volesse fare un massacro.
Peperito dimenavasi come l'avessero schiaffeggiato.
Lo stesso canonico allibì.
Margarone balbettava stralunato.
- Chi garantisce pel barone Rubiera?...
chi garantisce?...
-
A un tratto mutò tono, volgendola in burla: - Chi garantisce pel barone Rubiera!...
Ah! ah!...
Oh bella! questa è grossa! - E molti, al pari di lui, si tenevano i fianchi dalle risate.
- Sissignore, - replicò don Gesualdo imperturbabile.
- Chi garantisce per lui? La roba è di sua madre.
A quelle parole cessarono le risate, e don Filippo ricominciò a tartagliare.
La gente si affollava sull'uscio come ad un teatro.
Il canonico, che sembrava più pallido sotto la barba di quattro giorni, tirava il suo compagno pel vestito.
Il notaro era riuscito a cacciare il baronello contro il muro, mentre costui, in mezzo al baccano, vomitava:
- Becco!...
cuor contento!...
redentore!
- La parola del barone! - disse infine don Filippo.
- La parola del barone Rubiera val più delle vostre doppie!...
don...
don...
- Don Filippo! - interruppe l'altro senza perdere la sua bella calma.
- Ho qui dei testimoni per metter tutto nel verbale.
- Va bene! Si metterà tutto nel verbale!...
Scrivete che il baronello Rubiera ha fatto l'offerta per incarico di sua madre!...
- Benone! - aggiunse don Gesualdo.
- Quand'è così scrivete pure che offro sei onze e quindici a salma.
- Pazzo! assassino! nemico di Dio! - si udì gridare mastro Nunzio nella folla dell'altra sala.
Successe un parapiglia.
Il notaro e Peperito spinsero fuori dell'uscio il baronello che strepitava, agitando le braccia in aria.
Dall'altro canto il canonico, convulso, si gettò su don Gesualdo, stringendoglisi addosso, sedendogli quasi sulle ginocchia, colle braccia al collo, scongiurandolo sottovoce, in aria disperata, con parole di fuoco, ficcandoglisi nell'orecchio, scuotendolo pei petti della giacca, quasi volesse strapazzarlo, per fargli sentir ragione.
- Una pazzia!...
Dove andiamo, caro don Gesualdo?...
- Non temete, canonico.
Ho fatto i miei conti.
Non mi scaldo la testa, io.
Don Filippo Margarone suonava il campanello da cinque minuti per avere un bicchier d'acqua.
I suoi colleghi s'asciugavano il sudore anch'essi, trafelati.
Solo don Gesualdo rimaneva seduto al suo posto come un sasso, accanto al sacchetto di doppie.
A un certo punto, dalla baraonda ch'era nell'altra stanza, irruppe nella sala mastro Nunzio Motta, stralunato, tremante di collera, coi capelli bianchi irti sul capo, rimorchiandosi dietro il genero Burgio che tentava di trattenerlo per la manica della giacca, come un pazzo.
- Signor don Filippo!...
sono il padre, sì o no?...
comando io, sì o no?...
Se mio figlio Gesualdo è matto!...
se vuol rovinarci tutti!...
c'è la forza, signor don Filippo!...
Mandate a chiamare don Liccio Papa!...
- Speranza, dall'uscio, col lattante al petto, che si strappava i capelli e urlava quasi l'accoppassero.
- Per l'amor di Dio! per l'amor di Dio! - supplicava il canonico, correndo dall'uno all'altro.
- I denari del ponte!...
Vuole la mia rovina!...
Nemico di suo padre stesso! - urlava mastro Nunzio.
- Erano forse denari vostri? - scappò infine a gridare il canonico; - non era sangue del figlio vostro? non li ha guadagnati lui, col suo lavoro? - Tutti quanti erano in piedi, vociando.
Si udiva Canali strillare più forte degli altri per chetare don Ninì Rubiera.
Il barone Zacco avvilito, se ne stava colle spalle al muro, e il cappello sulla nuca.
Il notaro era sceso a precipizio, facendo gli scalini a quattro a quattro, onde correre dalla baronessa.
Per le scale era un via vai di curiosi: gente che arrivava ogni momento attratta dal baccano che udivasi nel Palazzo di Città.
Santo Motta dalla piazza additava il balcone, vociando a chi non voleva saperle le prodezze del fratello.
S'era affacciata perfino donna Marianna Sganci, coll'ombrellino, mettendosi la mano dinanzi agli occhi.
- Com'è vero Dio!...
Io l'ho fatto e io lo disfo!...
- urlava il vecchio Motta inferocito.
- Largo! largo! - si udì in mezzo alla folla.
Giungeva don Giuseppe Barabba, agitando un biglietto in aria.
- Canonico! canonico Lupi!...
- Questi si spinse avanti a gomitate.
- Va bene - disse, dopo di aver letto.
- Dite alla signora Sganci che va bene, e la servo subito.
Barabba corse a fare la stessa imbasciata nell'altra sala.
Quasi lo soffocavano dalla ressa.
Il canonico si buscò uno strappo alla zimarra, mentre il barone stendeva le braccia per leggere il biglietto.
Canali, Barabba e don Ninì litigavano fra di loro.
Poscia Canali ricominciò a gridare: - Largo! largo! - E s'avanzò verso don Gesualdo sorridente:
- C'è qui il baronello Rubiera che vuole stringervi la mano!
- Padrone! padronissimo! Io non sono in collera con nessuno.
- Dico bene!...
Che diavolo!...
Oramai siete parenti!...
E tirando pel vestito il baronello li strinse entrambi in un amplesso, costringendoli quasi a baciarsi.
Il barone Zacco corse a gettarsi lui pure nelle loro braccia, coi lucciconi agli occhi.
- Maledetto il diavolo!...
Non sono di bronzo!...
Che sciocchezza!...
Il notaro sopraggiunse in quel punto.
Andò prima a dare un'occhiata allo scartafaccio del segretario, e poi si mise a battere le mani.
- Viva la pace! Viva la concordia!...
Se ve l'ho sempre detto!...
- Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Marianna Sganci!...
- disse il canonico commosso, porgendo la lettera aperta a don Gesualdo.
E fattosi al balcone agitò il foglio in aria, come una bandiera bianca; mentre la signora Sganci dal balcone rispondeva coi cenni del capo.
- Pace! pace!...
Siete tutti una famiglia!...
Canali corse a prendere per forza mastro Nunzio, Burgio, perfino Santo Motta, scamiciato, e li spinse nelle braccia dei nuovi parenti.
Il canonico abbracciava anche comare Speranza e il suo bambino.
Avrebbero pianto gli stessi sassi.
- Per parte di moglie...
siete cugini...
- E' vero, - aggiunse don Ninì tuttora un po' rosso in viso.
- Siamo cresciuti insieme con Bianca...
come fratello e sorella.
- Caro don Nunzio!...
vi rammentate la fornace del gesso...
vicino Fontanarossa?...
Il vecchio burbe