POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 4
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L'ULTIMO VIAGGIO
I
LA PALA
Ed il timone al focolar sospese
in Itaca l'Eroe navigatore.
Stanco giungeva da un error terreno,
grave ai garretti, ch'egli avea compiuto
reggendo sopra il grande omero un remo.
Quelli cercava che non sanno il mare
né navi nere dalle rosse prore,
e non miste di sale hanno vivande.
E già più lune s'erano consunte
tra scabre rupi, nel cercare in vano
l'azzurro mare in cui tuffar la luce;
né da gran tempo più sentiva il cielo
l'odor di sale, ma l'odor di verde:
quando gli occorse un altro passeggero,
che disse; e il vento che ululò notturno,
si dibatteva, intorno loro, ai monti,
come orso in una fossa alta caduto:
Uomo straniero, al re tu muovi? Oh! tardo!
Al re, già mondo è nel granaio il grano.
Un dio mandò quest'alito, che soffia
anc'oggi, e ieri ventilò la lolla.
Oggi, o tarda opra, vana è la tua pala.
Disse; ma il cuore tutto rise accorto
all'Eroe che pensava le parole
del morto, cieco, dallo scettro d'oro.
Ché cieco ei vede, e tutto sa pur morto:
tra gli alti pioppi e i salici infecondi,
nella caligo, egli, bevuto al botro
il sangue, disse: Misero, avrai pace
quando il ben fatto remo della nave
ti sia chiamato un distruttor di paglie.
Ed ora il cuore, a quel pensier, gli rise
E disse: Uomo terrestre, ala! non pala!
Ma sia.
Ben ora qui fermarla io voglio
nella compatta aridità del suolo.
Un fine ha tutto.
In ira a un dio da tempo
io volo foglia a cui s'adira il vento.
E l'altro ancora ad Odisseo parlava:
Chi, donde sei degli uomini? venuto
come, tra noi? Non già per l'aere brullo,
come alcuno dei cigni longicolli,
ma scambiando tra loro i due ginocchi.
Parlami, e narra senza giri il vero.
II
L'ALA
E rispose l'Eroe molto vissuto:
Tutto ti narro senza giri il vero.
Sono, a voi sconosciuti, uomini, anch'essi
mortali sì, ma, come dei, celesti,
che non coi piedi, come i lenti bovi,
vanno, e con la vicenda dei ginocchi,
ma con la spinta delle aeree braccia,
come gli uccelli, ed hanno il color d'aria
sotto sé, vasto.
Io vidi viaggiando
sbocciar le stelle fuor del cielo infranto,
sotto questi occhi, e il guidator del Carro
venir con me fischiando ai buoi lontano,
e l'auree rote lievi sbalzar sulla
tremola ghiaia della strada azzurra.
Né sempre l'ali noi tra cielo e cielo
battiamo: spesso noi prendiamo il vento:
a mezzo un ringhio acuto, per le froge
larghe prendiamo il vano vento folle,
che ci conduca, e con la forte mano
le briglie io reggo per frenarlo al passo.
Ma un dio ce n'odia, come voi la terra
odia, che voi sostenta sì, ma spezza.
Ch'ha tutto un fine.
Or tu fa che un torello
dal re mi venga, ed un agnello e un verro;
che qui ne onori quell'ignoto iddio.
E l'altro ancora rispondea stupito:
L'ignoto è grande, e grande più, se dio.
Or vieni al re, che raddolcito ha il cuore
oggi, che il grano gli avanzò le corbe.
Così l'eroe divino in una forra
selvosa il remo suo piantò, la lieve
ala incrostata dalla salsa gromma.
Al dio sdegnato per il suo Ciclope,
egli uccise un torello ed un agnello
e terzo un verro montator di scrofe;
e poi discese, e insieme a lui più lune
vennero, e l'una dopo l'altra ognuna
sé, girando tra roccie aspre, consunse.
L'ultima, piena tremolò sul mare
riscintillante, e su la bianca sabbia,
piccola e nera gli mostrò la nave,
e i suoi compagni, ch'attendean guardando
a monte, muti.
Ed ei salpò.
Sbalzare
vide ancora le rote auree del Carro
sopra le ghiaie dell'azzurra strada:
rivide il fumo salir su, rivide
Itaca scabra, e la sua grande casa.
Dove il timone al focolar sospese.
III
LE GRU NOCCHIERE
E un canto allora venne a lui dall'alto,
di su le nubi, di raminghe gru.
Sospendi al fumo ora il timone, e dormi.
Le Gallinelle fuggono lo strale
già d'Orïone, e son cadute in mare.
Rincalza su la spiaggia ora la nave
nera con pietre, che al ventar non tremi,
Eroe; ché sono per soffiare i venti.
L'alleggio della stiva apri, che l'acqua
scoli e non faccia poi funghir le doghe,
Eroe; ché sono per cader le pioggie.
Sospendi al fumo ora il timone, e in casa
tieni all'asciutto i canapi ritorti,
ogni arma, ogni ala della nave, e dormi.
Ché viene il verno, viene il freddo acuto
che fa nei boschi bubbolar le fiere
che fuggono irte con la coda al ventre:
quando a tre piedi, il filo della schiena
rotto a metà, la grigia testa bassa,
il vecchio va sotto la neve bianca;
e il randagio pitocco entra dal fabbro,
nella fucina aperta, e prende sonno
un poco al caldo tra l'odor di bronzo.
Navigatore di cent'arti, dormi
nell'alta casa, o, se ti piace, solca
ora la terra, dopo arata l'onda.
Questo era canto che rodeva il cuore
del timoniere, che volgea la barra
verso un approdo, e tedio avea dell'acqua;
ché passavano, agli uomini gridando
giunto il maltempo, venti nevi pioggie,
e lo sparire delle stelle buone;
e tra le nubi esse con fermo cuore,
gittando rauche grida alla burrasca,
andavano, e coi remi battean l'aria.
IV
LE GRU GUERRIERE
Dicean, Dormi, al nocchiero, Ara, al villano,
di su le nubi, le raminghe gru.
Ara: la stanga dell'aratro al giogo
lega dei bovi; ché tu n'hai, ben d'erbe
sazi, in capanna, o figlio di Laerte.
Fatti col cuoio d'un di loro, ucciso,
un paio d'uose, che difenda il freddo,
ma prima il dentro addenserai di feltro;
e cucirai coi tendini del bove
pelli de' primi nati dalle capre,
che a te dall'acqua parino le spalle;
e su la testa ti porrai la testa
d'un vecchio lupo, che ti scaldi, e i denti
bianchi digrigni tra il nevischio e i venti.
Arare il campo, non il mare, è tempo,
da che nel cielo non si fa vedere
più quel branchetto delle sette stelle.
Sessanta giorni dopo volto il sole,
quando ritorni il conduttor del Carro,
allor dolce è la brezza, il mare è calmo;
brilla Boote a sera, e sul mattino
tornata già la rondine cinguetta,
che il mare è calmo e che dolce è la brezza.
La brezza chiama a sé la vela, il mare
chiama a sé il remo; e resta qua canoro
il cuculo a parlare al vignaiolo.
Questo era canto che mordeva il cuore
a chi non bovi e sol avea l'aratro;
ch'egli ha bel dire, Prestami il tuo paro!
Son le faccende, ed ora ogni bifolco
semina, e poi, sicuro della fame,
ode venti fischiare, acque scrosciare,
ilare.
E intanto esse, le gru, moveano
verso l'Oceano, a guerra, in righe lunghe,
empiendo il cielo d'un clangor di trombe.
V
IL REMO CONFITTO
E per nove anni al focolar sedeva,
di sua casa, l'Eroe navigatore:
ché più non gli era alcuno error marino
dal fato ingiunto e alcuno error terrestre.
Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra
a poco a poco.
Ora dovea la morte
fuori del mare giungergli, soave,
molto soave, e né coi dolci strali
dovea ferirlo, ma fiatar leggiera
sopra la face cui già l'uragano
frustò, ma fece divampar più forte.
E i popoli felici erano intorno,
che il figlio, nato lungi alle battaglie,
savio reggeva in abbondevol pace.
Crescean nel chiuso del fedel porcaio
floridi i verri dalle bianche zanne,
e nei ristretti pascoli più tanti
erano i bovi dalle larghe fronti,
e tante più dal Nerito le capre
pendean strappando irsuti pruni e stipe,
e molto sotto il tetto alto giaceva
oro, bronzo, olezzante olio d'oliva.
Ma raro nella casa era il convito,
né più sonava l'ilare tumulto
per il grande atrio umbratile; ché il vecchio
più non bramava terghi di giovenco,
né coscie gonfie d'adipe, di verro;
amava, invano, la fioril vivanda,
il dolce loto, cui chi mangia, è pago,
né altro chiede che brucar del loto.
Così le soglie dell'eccelsa casa
or d'Odissèo dimenticò l'aedo
dai molti canti, e il lacero pitocco,
che l'un corrompe e l'altro orna il convito.
E il Laertiade ora vivea solingo
fuori del mare, come il vecchio remo
scabro di salsa gromma, che piantato
lungi avea dalle salse aure nel suolo,
e strettolo, ala, tra le glebe gravi.
E il grigio capo dell'Eroe tremava,
avanti al mormorare della fiamma,
come là, nella valle solitaria,
quel remo al soffio della tramontana.
VI
IL FUSO AL FUOCO
E per nove anni ogni anno udì la voce,
di su le nubi, delle gru raminghe
che diceano, Ara, che diceano, Dormi;
ed alternando squilli di battaglia
coi remi in lunghe righe battean l'aria:
mentre noi guerreggiamo, ara, o villano;
dormi, o nocchiero, noi veleggeremo.
E il canto il cuore dell'Eroe mangiava,
chiuso alle genti come un aratore
cui per sementa mancano i due bovi.
Sedeva al fuoco, e la sua vecchia moglie,
la bene oprante, contro lui sedeva,
tacita.
E per le fauci del camino
fuligginose, allo spirar de' venti
umidi, ardeano fisse le faville;
ardean, lievi sbraciando, le faville
sul putre dorso dei lebeti neri.
Su quelle intento si perdea con gli occhi
avvezzi al cielo il corridor del mare.
E distingueva nel sereno cielo
le fuggitive Pleiadi e Boote
tardi cadente e l'Orsa, anche nomata
il Carro, che lì sempre si rivolge,
e sola è sempre del nocchier compagna.
E il fulgido Odisseo dava la vela
al vento uguale, e ferree avea le scotte,
e i buoni suoi remigatori stanchi
poneano i remi lungo le scalmiere.
La nave con uno schioccar di tela
correa da sé nella stellata notte,
e prendean sonno i marinai su i banchi,
e lei portava il vento e il timoniere.
L'Eroe giaceva in un'irsuta pelle,
sopra coperta, a poppa della nave,
e, dietro il capo, si fendeva il mare
con lungo scroscio e subiti barbagli.
Egli era fisso in alto, nelle stelle,
ma gli occhi il sonno gli premea, soave,
e non sentiva se non sibilare
la brezza nelle sartie e nelli stragli.
E la moglie appoggiata all'altro muro
faceva assiduo sibilare il fuso.
VII
LA ZATTERA
E gli dicea la veneranda moglie:
Divo Odisseo, mi sembra oggi quel giorno
che ti rividi.
Io ti sedea di contro,
qui, nel mio seggio.
Stanco eri di mare,
eri, divo Odisseo, sazio di sangue!
Come ora.
Muto io ti vedeva al lume
del focolare, fissi gli occhi ingiù.
Fissi in giù gli occhi, presso la colonna,
egli taceva: ché ascoltava il cuore
suo che squittiva come cane in sogno.
E qualche foglia d'ellera sul ciocco
secco crocchiava, e d'uno stizzo il vento
uscìa fischiando; ma l'Eroe crocchiare
udiva un po' la zattera compatta,
opera sua nell'isola deserta.
Su la decimottava alba la zattera
egli sentì brusca salire al vento
stridulo; e l'uomo su la barca solo
era, e sola la barca era sul mare:
soli con qualche errante procellaria.
E di là donde tralucea già l'alba
ora appariva una catena fosca
d'aeree nubi, e torbide a prua l'onde
picchiavano; ecco e si sventò la vela.
E l'uomo allora udì di contro un canto
di torte conche, e divinò che dietro
quelle il nemico, il truce dio del mare,
venìa tornando ai suoi cerulei campi.
Lui vide, e rise il dio con uno schianto
secco di tuono che rimbombò tetro;
e venne.
Udiva egli lo sciabordare
delle ruote e il nitrir degli ippocampi.
E volavano al cielo alto le schiume
dalle lor bocche masticanti il morso;
e l'uragano fumido di sghembo
sferzava lor le groppe di serpente.
Soli nel mare erano l'uomo e il nume
e il nume ergeva su l'ondate il torso
largo, e scoteva il gran capo; e tra il nembo
folgoreggiava il lucido tridente.
E il Laertiade al cuore suo parlava,
ch'altri non v'era; e sotto avea la barra.
VIII
LE RONDINI
E per nove anni egli aspettò la morte
che fuor del mare gli dovea soave
giungere; e sì, nel decimo, su l'alba,
giunsero a lui le rondini, dal mare.
Egli dormia sul letto traforato
cui sosteneva un ceppo d'oleastro
barbato a terra; e marinai sognava
parlare sparsi per il mare azzurro.
E si destò con nell'orecchio infuso
quel vocìo fioco; ed ascoltò seduto:
erano rondini, e sonava intorno
l'umbratile atrio per il lor sussurro.
E si gittò sugli Omeri le pelli
caprine, ai piedi si legò le dure
uose bovine: e su la testa il lupo
facea nell'ombra biancheggiar le zanne.
E piano uscì dal talamo, non forse
udisse il lieve cigolio la moglie;
ma lei teneva un sonno alto, divino,
molto soave, simile alla morte.
E il timone staccò dal focolare,
affumicato, e prese una bipenne.
Ma non moveva il molto accorto al mare,
subito, sì per colli irti di quercie,
per un vïotterello aspro, e mortali
trovò ben pochi per la via deserta;
e disse a un mandriano segaligno,
che per un pioppo secco era la scure;
e disse ad una riccioluta ancella,
che per uno stabbiolo era il timone:
così parlava il tessitor d'inganni,
e non senz'ali era la sua parola.
E poi soletto deviò volgendo
l'astuto viso al fresco alito salso.
Le quercie ai piedi gli spargean le foglie
roggie che scricchiolavano al suo passo.
Gemmava il fico, biancheggiava il pruno,
e il pero avea ne' rosei bocci il fiore.
E di su l'alto Nerito il cuculo
contava arguto il su e giù de l'onde.
E già l'Eroe sentiva sotto i piedi
non più le foglie ma scrosciar la sabbia;
né più pruni fioriti, ma vedeva
i giunchi scabri per i bianchi nicchi;
e infine apparve avanti al mare azzurro
l'Eroe vegliardo col timone in collo
e la bipenne; e l'inquieto mare,
mare infinito, fragoroso mare,
su la duna lassù lo riconobbe
col riso innumerevole dell'onde.
IX
IL PESCATORE
Ma lui vedendo, ecco di subito una
rondine deviò con uno strillo.
Ch'ella tornava.
Ora Odisseo con gli occhi
cercava tutto il grigio lido curvo,
s'egli vedesse la sua nave in secco.
Ma non la vide; e vide un uomo, un vecchio
di triti panni, chino su la sabbia
raspare dove boccheggiava il mare
alternamente.
A lui fu sopra, e disse:
Abbiamo nulla, o pescator di rena?
Ben vidi, errando su la nave nera,
uomo seduto in uno scoglio aguzzo
reggere un filo pendulo sul flutto;
ma il lungo filo tratto giù dal piombo
porta ai pesci un adunco amo di bronzo
che sì li uncina; e ne schermisce il morso
un liscio cerchio di bovino corno.
Ché l'uomo, quando è roso dalla fame,
mangia anche il sacro pesce che la carne
cruda divora.
Io vidi, anzi, mortali
gittar le reti dalle curve navi,
sempre alïando sui pescosi gorghi,
come le folaghe e gli smerghi ombrosi.
E vidi i pesci nella grigia sabbia
avvoltolarsi, per desìo dell'acqua,
versati fuori della rete a molte
maglie; e morire luccicando al sole.
Ma non vidi senz'amo e senza rete
niuno mai fare tali umide prede,
o vecchio, e niuno farsi mai vivanda
di tali scabre chiocciole dell'acqua,
che indosso hanno la nave, oppur dei granchi,
che indosso hanno l'incudine dei fabbri.
E il malvestito al vecchio Eroe rispose:
Tristo il mendico che al convito sdegna
cibo che lo scettrato re gli getta,
sia tibia ossuta od anche pingue ventre.
Ché il Tutto, buono, ha tristo figlio: il Niente.
Prendo ciò che il mio grande ospite m'offre,
che dona, cupo brontolando in cuore,
ma dona: il mare fulgido e canoro,
ch'è sordo in vero, ma più sordo è l'uomo.
Or al mendico il vecchio Eroe rispose:
O non ha la rupestre Itaca un buono
suo re ch'ha in serbo molto bronzo e oro?
che verri impingua, negli stabbi, e capre?
cui molto odora nei canestri il pane?
Non forse il senno d'Odisseo qui regge,
che molto errò, molto in suo cuor sofferse?
e fu pitocco e malvestito anch'esso.
Non sai la casa dal sublime tetto,
del Laertiade fulgido Odisseo?
X
LA CONCHIGLIA
Il malvestito non volgeva il capo
dal mare alterno, ed al ricurvo orecchio
teneva un'aspra tortile conchiglia,
come ascoltasse.
Or all'Eroe rispose:
O Laertiade fulgido Odisseo,
so la tua casa.
Ma non io pitocco
querulo sono, poi che fui canoro
eroe, maestro io solo a me.
Trovai
sparsi nel cuore gl'infiniti canti.
A te cantai, divo Odisseo, da quando
pieno di morti fu l'umbratile atrio,
simili a pesci quali il pescatore
lasciò morire luccicando al sole.
E vedo ancor le schiave moriture
terger con acqua e con porose spugne
il sangue, e molto era il singulto e il grido.
A te cantavo, e tu bevendo il vino
cheto ascoltavi.
E poi t'increbbe il detto
minor del fatto.
Ascolto or io l'aedo,
solo, in silenzio.
Ché gittai la cetra,
io.
La raccolse con la mano esperta
solo di scotte un marinaio, un vecchio
dagli occhi rossi.
Or chi la tocca? Il vento.
Or all'Aedo il vecchio Eroe rispose:
Terpiade Femio, e me vecchiezza offese
e te: ché tolse ad ambedue piacere
ciò che già piacque.
Ma non mai che nuova
non mi paresse la canzon più nuova
di Femio, o Femio; più nuova e più bella:
m'erano vecchie d'Odisseo le gesta.
Sonno è la vita quando è già vissuta:
sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla.
Io, desto alfine nella patria terra,
ero com'uomo che nella novella
alba sognò, né sa qual sogno, e pensa
che molto è dolce a ripensar qual era.
Or io mi voglio rituffar nel sonno,
s'io trovi in fondo dell'oblio quel sogno.
Tu verrai meco.
Ma mi narra il vero:
qual canto ascolti, di qual dolce aedo?
Ch'io non so, nella scabra isola, che altri
abbia nel cuore inseminati i canti.
E il vecchio Aedo al vecchio Eroe rispose:
Questo, di questo.
Un nicchio vile, un lungo
tortile nicchio, aspro di fuori, azzurro
di dentro, e puro, non, Eroe, più grande
del nostro orecchio; e tutto ha dentro il mare,
con le burrasche e le ritrose calme,
coi venti acuti e il ciangottìo dell'acque.
Una conchiglia, breve, perché l'oda
il breve orecchio, ma che il tutto v'oda;
tale è l'Aedo.
Pure a te non piacque.
Con un sorriso il vecchio Eroe rispose:
Terpiade Femio, assai più grande è il mare!
XI
LA NAVE IN SECCO
E il vecchio Aedo e il vecchio Eroe movendo
seguian la spiaggia del sonante mare,
molto pensando, e là, sul curvo lido,
piccola e nera, apparve lor la nave.
Vedean la poppa, e n'era lunga l'ombra
sopra la sabbia; né molt'alto il sole.
E sopra lei bianchi tra mare e cielo
galleggiavano striduli gabbiani.
E vide l'occhio dell'Eroe che fresca
era la pece: e vide che le pietre
giaceano in parte, ché placato il vento
già non faceva più brandir la nave;
e vide in giro dagli scalmi acuti
pender gli stroppi di bovino cuoio;
e vide dal righino alto di poppa
sporger le pale di ben fatti remi.
Gli rise il cuore, poi che pronta al corso
era la nave; e le moveva intorno,
come al carro di guerra agile auriga
prima di addurre i due cavalli al giogo.
E venuto alla prua rossa di minio,
sopra la sabbia vide assisi in cerchio
i suoi compagni tutti volti al mare
tacitamente; e si godeano il sole,
e la primaverile brezza arguta
s'udian fischiare nelle bianche barbe.
Sedean come per uso i longiremi
vecchi compagni d'Odisseo sul lido,
e da dieci anni lo attendean sul mare
col tempo bello e con la nuova aurora.
E veduta la rondine, le donne
recavano alla nave alte sul capo
l'anfore piene di fiammante vino
e pieni d'orzo triturato gli otri.
E prima che la nuova alba spargesse
le rose in cielo, essi veniano al mare,
i longiremi d'Odisseo compagni,
reggendo sopra il forte omero i remi,
ognuno il suo.
Poi su la rena assisi
stavano, sotto la purpurea prora,
con gli occhi rossi a numerar le ondate,
ad ascoltarsi il vento nelle barbe,
ad ascoltare striduli gabbiani,
cantare in mare marinai lontani.
Poi quando il sole si tuffava e quando
sopra venia l'oscurità, ciascuno
prendeva il remo, ed alle sparse case
tornavan muti per le strade ombrate.
XII
IL TIMONE
Ed ecco, appena il vecchio Eroe comparve
sorsero tutti, fermi in lui con gli occhi.
Come quando nel verno ispido i bovi
giacciono, avvinti, innanzi al lor presepe;
sdraiati a terra ruminano il pasto
povero, mentre frusciano l'acquate;
se con un fascio d'odoroso fieno
viene il bifolco, sorgono, pur lenta-
mente, né gli occhi stolgono dal fascio:
così sorsero i vecchi, ma nessuno
gli andava, stretto da pudor, più presso.
Ed egli, sotto il teschio irto del lupo,
così parlò tra lo sciacquìo del mare:
Compagni, udite ciò che il cuor mi chiede
sino da quando ritornai per sempre.
Per sempre? chiese, e, No, rispose il cuore.
Tornare, ei volle; terminar, non vuole.
Si desse, giunti alla lor selva, ai remi
barbàre in terra e verzicare abeti!
Ma no! Né può la nera nave al fischio
del vento dar la tonda ombra di pino.
E pur non vuole il rosichìo del tarlo,
ma l'ondata, ma il vento e l'uragano.
Anch'io la nube voglio, e non il fumo;
il vento, e non il sibilo del fuso,
non l'odïoso fuoco che sornacchia,
ma il cielo e il mare che risplende e canta.
Compagni, come il nostro mare io sono,
ch'è bianco all'orlo, ma cilestro in fondo.
Io non so che, lasciai, quando alla fune
diedi, lo stolto che pur fui, la scure;
nell'antro a mare ombrato da un gran lauro,
nei prati molli di viola e d'appio,
o dove erano cani d'oro a guardia,
immortalmente, della grande casa,
e dove uomini in forma di leoni
battean le lunghe code in veder noi,
o non so dove.
E vi ritorno.
Io vedo
che ciò che feci è già minor del vero.
Voi lo sapete, che portaste al lido
negli otri l'orzo triturato, e il vino
color di fiamma nel ben chiuso doglio,
che l'uno è sangue e l'altro a noi midollo.
E spalmaste la pece alla carena,
ch'è come l'olio per l'ignudo atleta;
e portaste le gomene che serpi
dormono in groppo o sibilano ai venti;
e toglieste le pietre, anche portaste
l'aerea vela; alla dormente nave,
che sempre sogna nel giacere in secco,
portaste ognun la vostra ala di remo;
e ora dunque alla ben fatta nave
che manca più, vecchi compagni? Al mare
la vecchia nave: amici, ecco il timone.
Così parlò tra il sussurrìo dell'onde.
XIII
LA PARTENZA
Ed ecco a tutti colorirsi il cuore
dell'azzurro color di lontananza;
e vi scorsero l'ombra del Ciclope
e v'udirono il canto della Maga:
l'uno parava sufolando al monte
pecore tante, quante sono l'onde;
l'altra tessea cantando l'immortale
sua tela così grande come il mare.
E tutti al mare trassero la nave
su travi tonde, come su le ruote;
e avvinsero gli ormeggi ad un lentisco
che verzicava sopra un erto scoglio;
e già salito, il vecchio Eroe nell'occhio
fece passar la barra del timone;
e stette in piedi sopra la pedagna.
Era seduto presso lui l'Aedo.
E con un cenno fece ai remiganti
salir la nave ed impugnare il remo.
Egli tagliò la fune con la scure.
E cantava un cuculo tra le fronde,
cantava nella vigna un potatore,
passava un gregge lungo su la rena
con incessante gemere d'agnelli,
ricciute donne in lavatoi perenni
batteano a gara i panni alto cianciando
e dalle case d'Itaca rupestre
balzava in alto il fumo mattutino.
E i marinai seduti alle scalmiere
facean coi remi biancheggiar il flutto.
E Femio vide sopra un alto groppo
di cavi attorti la vocal sua cetra,
la cetra ch'egli avea gittata, e un vecchio
dagli occhi rossi lieto avea raccolta
e portata alla nave, ai suoi compagni;
ed era a tutti, l'aurea cetra, a cuore,
come a bambino infante un rondinotto
morto, che così morto egli carezza
lieve con dita inabili e gli parla,
e teme e spera che gli prenda il volo.
E Femio prese la sua cetra, e lieve
la toccò, poi, forte intonò la voga
ai remiganti.
E quell'arguto squillo
svegliò nel cuore immemore dei vecchi
canti sopiti; e curvi sopra i remi
cantarono con rauche esili voci.
- Ecco la rondine! Ecco la rondine! Apri!
ch'ella ti porta il bel tempo, i belli anni.
È nera sopra, ed il suo petto è bianco.
È venuta da uno che può tanto.
Oh! apriti da te, uscio di casa,
ch'entri costì la pace e l'abbondanza,
e il vino dentro il doglio da sé vada
e il pane d'orzo empia da sé la madia.
Uno anc'a noi, col sesamo, puoi darne!
Presto, ché non siam qui per albergare.
Apri, ché sto su l'uscio a piedi nudi!
Apri, ché non siam vecchi ma fanciulli! -
XIV
IL PITOCCO
Cantavano; e il lor canto era fanciullo,
dei tempi andati; non sapean che quello.
E nella stiva in cui giaceva immerso
nel dolce sonno, si stirò le braccia
e si sfregò le palpebre coi pugni
Iro, il pitocco.
E niuno lo sapeva
laggiù, qual grosso baco che si chiude
in un irsuto bozzolo lanoso,
forse a dormire.
Ché solea nel verno
lì nella nave d'Odisseo dormire,
se lo cacciava dalla calda stalla
l'uomo bifolco, o s'ei temeva i cani
del pecoraio.
Nella buona estate
dormia sotto le stelle alla rugiada.
Ora quivi obliava la vecchiaia trista
e la fame; quando il suono e il canto
lo destò.
Dentro gli ondeggiava il cuore:
Non odo il suono della cetra arguta?
Dunque non era sogno il mio, che or ora
portavo ai proci, ai proci morti, un messo:
ed ecco nell'opaco atrio la cetra
udivo, e le lor voci esili e rauche.
Invero udiva il tintinnio tuttora
e il canto fioco tra il fragor dell'onde,
qual di querule querule ranelle
per un'acquata, quando ancor c'è il sole.
E tra sé favellava Iro il pitocco:
O son presso ad un vero atrio di vivi?
e forse alcuno mi tirò pel piede
sino al cortile, poi che la mascella
sotto l'orecchio mi fiaccò col pugno?
Come altra volta, che Odisseo divino
lottò con Iro, malvestiti entrambi.
Così pensando si rizzò sui piedi
e su le mani, e gli fiottava il capo,
e movendo traballava come ebbro
di molto vino; e ad Odisseo comparve,
nuotando a vuoto, ed ai remigatori,
terribile.
Ecco e s'interruppe il canto,
e i remi alzati non ripreser l'acqua,
e la nave da prua si drizzò, come
cavallo indomito, e lanciò supino,
a piè di Femio e d'Odisseo seduti,
Iro il pitocco.
E lo conobbe ognuno
quando, abbrancati i lor ginocchi, sorse
inginocchioni, e gli grondava il sangue
giù per il mento dalle labbra e il naso.
E un dolce riso si levò di tutti,
alto, infinito.
Ed egli allor comprese,
e vide dileguare Itaca, e vide
sparir le case, onde balzava il fumo:
e le due coscie si percosse e pianse.
E sorridendo il vecchio Eroe gli disse:
Soffri.
Hai qui tetto e letto, e orzo e vino.
Sii nella nave il dispensier del cibo,
e bevi e mangia e dormi, Iro non-Iro.
XV
LA PROCELLA
E sopra il flutto nove dì la nave
corse sospinta dal remeggio alato,
e notte e giorno, ché Odisseo due schiere
dinumerò degl'incliti compagni;
e l'una al sonno e l'altra era alla voga.
Nel decimo l'aurora mattiniera
a un lieve vento dispergea le rose.
Ei dalla scassa l'albero d'abete
levò, lo congegnò dentro la mastra,
e con drizze di cuoio alzò la vela,
ben torto, e saldi avvinse alle caviglie
di prua gli stragli, ma di poppa i bracci.
E il vento urtò la vela in mezzo, e il flutto
rumoreggiava intorno alla carena.
E legarono allora anche le scotte
lungo la nave che correa veloce:
e pose in mezzo un'anfora di vino
Iro il pitocco, ed arrancando intorno
lo ministrava ai marinai seduti;
e sorse un riso.
E nove dì sul flutto
li resse in corsa il vento e il timoniere.
Nel decimo tra nubi era l'aurora,
e venne notte, ed una aspra procella
tre quattro strappi fece nella vela;
e il Laertiade ammainò la vela,
e disse a tutti di gettarsi ai remi;
ed essi curvi sopra sé di forza
remigavano.
E nove dì sbalzati
eran dai flutti e da funesti venti.
Infine i venti rappaciati e i flutti,
sul far di sera, videro una spiaggia.
A quella spinse il vecchio Eroe la nave,
in un seno tranquillo come un letto.
E domati da sonno e da stanchezza,
dormian sul lido, ove batteva l'onda.
Ma non dormiva egli, Odisseo, pur vinto
dalla stanchezza.
Ché pensava in cuore
d'essere giunto all'isola di Circe:
vedea la casa di pulite pietre,
come in un sogno, e sorgere leoni
lenti, e le rosse bocche allo sbadiglio
aprire, e un poco già scodinzolare;
e risonava il grande atrio del canto
di tessitrice.
Ora Odisseo parlava:
Terpiade Femio, dormi? Odimi: il sogno
dolce e dimenticato ecco io risogno!
Era l'amore; ch'ora mi sommuove,
come procella omai finita, il cuore.
Diceva; e nella notte alta e serena
dormiva il vento, e vi sorgea la falce,
su macchie e selve, della bianca luna
già presso al fine, e s'effondea l'olezzo
di grandi aperti calici di fiori
non mai veduti.
Ed il gran mare ancora
si ricordava, e con le lunghe ondate
bianche di schiuma singhiozzava al lido.
XVI
L'ISOLA EEA
E con la luce rosea dell'aurora
s'avvide, ch'era l'isola di Circe.
E disse a Femio, al molto caro Aedo:
Terpiade Femio, vieni a me compagno
con la tua cetra, ch'ella oda il tuo canto
mortale, e tu l'eterno inno ne apprenda.
E disse ad Iro, dispensier del cibo:
Con gli altri presso il grigio mar tu resta,
e mangia e bevi, ch'ella non ti batta
con la sua verga, e n'abbi poi la ghianda
per cibo, e pianga, sgretolando il cibo,
con altra voce, o Iro non-più-Iro.
Così diceva sorridendo, e mosse
col dolce Aedo, per le macchie e i boschi,
e vide il passo donde l'alto cervo
d'arboree corna era disceso a bere:
Ma non vide la casa alta di Circe.
Or a lui disse il molto caro Aedo:
C'è addietro.
Una tempesta è il desiderio,
ch'agli occhi è nube quando ai piedi è vento.
Ma il luogo egli conobbe, ove gli occorse
il dio che salva, e riconobbe il poggio
donde strappò la buona erba, che nera
ha la radice, e come latte il fiore.
E non vide la casa alta di Circe.
Or a lui disse il molto caro Aedo:
C'è innanzi.
La vecchiezza è una gran calma,
che molto stanca, ma non molto avanza.
E proseguì pei monti e per le valli,
e selve e boschi, attento s'egli udisse
lunghi sbadigli di leoni, désti
al lor passaggio, o l'immortal canzone
di tessitrice, della dea vocale.
E nulla udì nell'isola deserta,
e nulla vide; e si tuffava il sole,
e la stellata oscurità discese.
E l'Eroe disse al molto caro Aedo:
Troppo nel cielo sono alte le stelle,
perché la strada io possa ormai vedere.
Or qui dormiamo, ed assai caldo il letto
a noi facciamo; ché risorto è il vento.
Disse, e ambedue si giacquero tra molte
foglie cadute, che ammucchiate al tronco
di vecchie quercie aveva la procella;
e parvero nel mucchio, essi, due tizzi,
vecchi, riposti con un po' di fuoco,
sotto la grigia cenere infeconda.
E sopra loro alta stormìa la selva.
Ed ecco il cuore dell'Eroe leoni
udì ruggire.
Avean dormito il giorno,
certo, e l'eccelsa casa era vicina.
Invero intese anche la voce arguta,
in lontananza, della dea, che, sola,
non prendea sonno e ancor tessea notturna.
Né prendea sonno egli, Odisseo, ma spesso
si volgea su le foglie stridule aspre.
XVII
L'AMORE
E con la luce rosea dell'aurora
non udì più ruggito di leoni,
che stanchi alfine di vegliar, col muso
dormian disteso su le lunghe zampe.
Dormiva anch'ella, allo smorir dell'alba,
pallida e scinta sopra il noto letto.
E il vecchio Eroe parlava al vecchio Aedo:
Prenda ciascuno una sua via: ch'è meglio.
Ma diamo un segno; con la cetra, Aedo,
tu, che ritrova pur da lungi il cuore.
Ma s'io ritrovi ciò che il cuor mi vuole,
ti getto allora un alalà di guerra,
quale gettavo nella mischia orrenda
eroe di bronzo sopra i morti ignudi,
io; che il cuore lo intenda anche da lungi.
Disse, e taceva dei leoni uditi
nell'alta notte, e della dea canora.
E prese ognuno la sua via diversa
per macchie e boschi, e monti e valli, e nulla
udì l'Eroe, se non ruggir le quercie
a qualche rara raffica, e cantare
lontan lontano eternamente il mare.
E non vide la casa, né i leoni
dormir col muso su le lunghe zampe,
né la sua dea.
Ma declinava il sole,
e tutte già s'ombravano le strade.
E mise allora un alalà di guerra
per ritrovare il vecchio Aedo, almeno;
e porse attento ad ogni aura l'orecchio
se udisse almeno della cetra il canto;
e sì, l'udì; traendo a lei, l'udiva,
sempre più mesta, sempre più soave,
cantar l'amore che dormia nel cuore,
e che destato solo allor ti muore.
La udì più presso, e non la vide, e vide
nel folto mucchio delle foglie secche
morto l'Aedo; e forse ora, movendo
pel cammino invisibile, tra i pioppi
e i salici che gettano il lor frutto,
toccava ancora con le morte dita
l'eburnea cetra: così mesto il canto
n'era, e così lontano e così vano.
Ma era in alto, a un ramo della quercia,
la cetra arguta, ove l'avea sospesa
Femio, morendo, a che l'Eroe chiamasse
brillando al sole o tintinnando al vento:
al vento che scotea gli alberi, al vento
che portava il singulto ermo del mare.
E l'Eroe pianse, e s'avviò notturno
alla sua nave, abbandonando morto
il dolce Aedo, sopra cui moveva
le foglie secche e l'aurea cetra il vento.
XVIII
L'ISOLA DELLE CAPRE
Indi più lungi navigò, più triste,
E corse i flutti nove di la nave
or col remeggio or con la bianca vela.
E giunse alfine all'isola selvaggia
ch'è senza genti e capre sole alleva.
E qui vinti da sonno e da stanchezza
dormian sul lido a cui batteva l'onda.
Ma con la luce rosea dell'aurora
vide Odisseo la terra dei Ciclopi,
non presso o lungi, e gli sovvenne il vanto
ch'ei riportò con la sua forza e il senno,
del mangiatore d'uomini gigante.
Ed oblioso egli cercò l'Aedo
per dire a lui: Terpiade Femio, il sogno
dolce e dimenticato io lo risogno:
era la gloria...
Ma il vocale Aedo
dormia sotto le stridule aspre foglie,
e la sua tetra là cantava al vento
il dolce amore addormentato in cuore,
che appena desto solo allor ti muore.
E l'Eroe disse ai vecchi remiganti:
Compagni, udite.
Qui non son che capre;
e qui potremmo d'infinita carne
empirci, fino a che sparisca il sole.
Ma no: le voglio prendere al pastore,
pecore e capre; ch'è, così, ben meglio.
È là, pari a un cocuzzolo silvestro,
quel mio pastore.
Io l'accecai.
Ma il grande
cuor non m'è pago.
Egli implorò dal padre,
ch'io perdessi al ritorno i miei compagni,
e mal tornassi, e in nave d'altri, e tardi.
Or sappia che ho compagni e che ritorno
sopra nave ben mia dal mio ritorno.
Andiamo: a mare troveremo un antro
tutto coperto, io ben lo so, di lauro.
Avessi ancora il mio divino Aedo!
Vorrei che il canto d'Odisseo là dentro
cantasse, e quegli nel tornare all'antro
sostasse cieco ad ascoltar quel canto,
coi greggi attorno, il mento sopra il pino.
E io sedessi all'ombra sua, nel lido!
Disse, e ai compagni longiremi ingiunse
di salir essi e sciogliere gli ormeggi.
Salirono essi, e in fila alle scalmiere
facean coi remi biancheggiare il flutto.
E giunti presso, videro sul mare,
in una punta, l'antro, alto, coperto
di molto lauro, e v'era intorno il chiuso
di rozzi blocchi, e lunghi pini e quercie
altochiomanti.
E il vecchio Eroe parlava:
Là prendiam terra, ch'egli dal remeggio
non ci avvisti; ch'a gli orbi occhio è l'orecchio;
e non ci avventi un masso, come quello
che troncò in cima di quel picco nero,
e ci scagliò.
Rimbombò l'onda al colpo.
Ed accennava un alto monte, tronco
del capo, che sorgeva solitario.
XIX
IL CICLOPE
Ecco: ai compagni disse di restare
presso la nave e di guardar la nave.
Ed egli all'antro già movea, soletto,
per lui vedere non veduto, quando
parasse i greggi sufolando al monte.
Ora all'Eroe parlava Iro il pitocco:
Ben verrei reco per veder quell'uomo
che tanto mangia, e portar via, se posso,
di sui cannicci, già scolati i caci,
e qualche agnello dai gremiti stabbi.
Poi ch'Iro ha fame.
E s'ei dentro ci fosse,
il gran Ciclope, sai ch'Iro è veloce
ben che non forte; è come Iri del cielo
che va sul vento con il piè di vento.
L'Eroe sorrise, e insieme i due movendo,
il pitocco e l'Eroe, giunsero all'antro.
Dentro e' non era.
Egli pasceva al monte
i pingui greggi.
E i due meravigliando
vedean graticci pieni di formaggi,
e gremiti d'agnelli e di capretti
gli stabbi, e separati erano, ognuni
ne' loro, i primaticci, i mezzanelli
e i serotini.
E d'uno dei recinti
ecco che uscì, con alla poppa il bimbo,
un'altocinta femmina, che disse:
Ospiti, gioia sia con voi.
Chi siete?
donde venuti? a cambiar qui, qual merce?
Ma l'uomo è fuori, con la greggia, al monte;
tra poco torna, ché già brucia il sole.
Ma pur mangiate, se il tardar v'è noia.
Sorrise ad Iro il vecchio Eroe: poi disse:
Ospite donna, e pur con te sia gioia.
Ma dunque l'uomo a venerare apprese
gli dei beati, ed ora sa la legge,
benché tuttora abiti le spelonche,
come i suoi pari, per lo scabro monte?
E l'altocinta femmina rispose:
Ospite, ognuno alla sua casa è legge,
e della moglie e de' suoi nati è re.
Ma noi non deprediamo altri: ben altri,
ch'errano in vano su le nere navi,
come ladroni, a noi pecore o capre
hanno predate.
Altrui portando il male
rischian essi la vita.
Ma voi siete
vecchi, e cercate un dono qui, non prede.
Verso Iro il vecchio anche ammiccò: poi disse:
Ospite donna, ben di lui conosco
quale sia l'ospitale ultimo dono.
Ed ecco un grande tremulo belato
s'udì venire, e un suono di zampogna,
e sufolare a pecore sbandate:
e ne' lor chiusi si levò più forte
il vagir degli agnelli e dei capretti.
Ch'egli veniva, e con fragore immenso
depose un grande carico di selva
fuori dell'antro: e ne rintronò l'antro.
E Iro in fondo s'appiattò tremando.
XX
LA GLORIA
E l'uomo entrò, ma l'altocinta donna
gli venne incontro, e lo seguiano i figli
molti, e le molte pecore e le capre
l'una all'altra addossate erano impaccio,
per arrivare ai piccoli.
E infinito
era il belato, e l'alte grida, e il fischio.
Ma in breve tacque il gemito, e ciascuno
suggea scodinzolando la sua poppa.
E l'uomo vide il vecchio Eroe che in cuore
meravigliava ch'egli fosse un uomo;
e gli parlò con le parole alate:
Ospite, mangia.
Assai per te ne abbiamo.
Ed al pastore il vecchio Eroe rispose:
Ospite, dimmi.
Io venni di lontano,
molto lontano; eppur io già, dal canto
d'erranti aedi, conoscea quest'antro.
Io sapea d'un enorme uomo gigante
che vivea tra infinite greggie bianche,
selvaggiamente, qui su i monti, solo
come un gran picco; con un occhio tondo...
Ed il pastore al vecchio Eroe rispose:
Venni di dentro terra, io, da molt'anni;
e nulla seppi d'uomini giganti.
E l'Eroe riprendeva, ed i fanciulli
gli erano attorno, del pastore, attenti:
che aveva solo un occhio tondo, in fronte,
come uno scudo bronzeo, come il sole,
acceso, vuoto.
Verga un pino gli era,
e gli era il sommo d'un gran monte, pietra
da fionda, e in mare li scagliava, e tutto
bombiva il mare al loro piombar giù...
Ed il pastore, tra i suoi pastorelli,
pensava, e disse all'altocinta moglie:
Non forse è questo che dicea tuo padre?
Che un savio c'era, uomo assai buono e grande
per qui, Telemo Eurymide, che vecchio
dicea che in mare piovea pietre, un tempo,
sì, da quel monte, che tra gli altri monti
era più grande; e che s'udian rimbombi
nell'alta notte, e che appariva un occhio
nella sua cima, un tondo occhio di fuoco...
Ed al pastore chiese il moltaccorto:
E l'occhio a lui chi trivellò notturno?
Ed il pastore ad Odisseo rispose:
Al monte? l'occhio? trivellò? Nessuno.
Ma nulla io vidi, e niente udii.
Per nave
ci vien talvolta, e non altronde, il male.
Disse: e dal fondo Iro avanzò, che disse:
Tu non hai che fanciulli per aiuto.
Prendi me, ben sì vecchio, ma nessuno
veloce ha il piede più di me, se debbo
cercar l'agnello o rintracciare il becco.
Per chi non ebbe un tetto mai, pastore,
quest'antro è buono.
Io ti sarò garzone.
XXI
LE SIRENE
Indi più lungi navigò, più triste.
E stando a poppa il vecchio Eroe guardava
scuro verso la terra de' Ciclopi,
e vide dal cocuzzolo selvaggio
del monte, che in disparte era degli altri,
levarsi su nel roseo cielo un fumo,
tenue, leggiero, quale esce su l'alba
dal fuoco che al pastore arse la notte.
Ma i remiganti curvi sopra i remi
vedeano, sì, nel violaceo mare
lunghe tremare l'ombre dei Ciclopi
fermi sul lido come ispidi monti.
E il cuore intanto ad Odisseo vegliardo
squittiva dentro, come cane in sogno:
Il mio sogno non era altro che sogno;
e vento e fumo.
Ma sol buono è il vero.
E gli sovvenne delle due Sirene.
C'era un prato di fiori in mezzo al mare.
Nella gran calma le ascoltò cantare:
Ferma la nave! Odi le due Sirene
ch'hanno la voce come è dolce il miele;
ché niuno passa su la nave nera
che non si fermi ad ascoltarci appena,
e non ci ascolta, che non goda al canto,
né se ne va senza saper più tanto:
ché noi sappiamo tutto quanto avviene
sopra la terra dove è tanta gente!
Gli sovveniva, e ripensò che Circe
gl'invidiasse ciò che solo è bello:
saper le cose.
E ciò dovea la Maga
dalle molt'erbe, in mezzo alle sue belve.
Ma l'uomo eretto, ch'ha il pensier dal cielo,
dovea fermarsi, udire, anche se l'ossa
aveano poi da biancheggiar nel prato,
e raggrinzarsi intorno lor la pelle.
Passare ei non doveva oltre, se anco
gli si vietava riveder la moglie
e il caro figlio e la sua patria terra.
E ai vecchi curvi il vecchio Eroe parlò:
Uomini, andiamo a ciò che solo è bene:
a udire il canto delle due Sirene.
lo voglio udirlo, eretto su la nave,
né già legato con le funi ignave:
libero! alzando su la ciurma anela
la testa bianca come bianca vela;
e tutto quanto nella terra avviene
saper dal labbro delle due Sirene.
Disse, e ne punse ai remiganti il cuore,
che seduti coi remi battean l'acqua,
saper volendo ciò che avviene in terra:
se avea fruttato la sassosa vigna,
se la vacca avea fatto, se il vicino
aveva d'orzo più raccolto o meno,
e che facea la fida moglie allora,
se andava al fonte, se filava in casa.
XXII
IN CAMMINO
Ed ecco giunse all'isola dei loti.
E sedean sulla riva uomini e donne,
sazi di loto, in dolce oblìo composti.
E sorsero, ai canuti remiganti
offrendo pii la floreal vivanda.
O così vecchi erranti per il mare,
mangiate il miele dell'oblìo ch'è tempo!
Passò la nave, e lento per il cielo
il sonnolento lor grido vanì.
E quindi venne all'isola dei sassi.
E su le rupi stavano i giganti,
come in vedetta, e su la nave urlando
piovean pietre da carico con alto
fracasso.
A stento si salvò la nave.
E quindi giunse all'isola dei morti.
E giacean lungo il fiume uomini e donne,
sazi di vita, sotto i salci e i pioppi.
Volsero il capo; e videro quei vecchi;
e alcuno il figlio ravvisò fra loro,
più di lui vecchio, e per pietà di loro
gemean: Venite a riposare: è tempo!
Passò la nave, ed esile sul mare
il loro morto mormorio vanì.
E di lì venne all'isola del sole.
E pascean per i prati le giovenche
candide e nere, con le dee custodi.
Essi udiano mugliare nella luce
dorata.
A stento lontanò la nave.
E di lì giunse all'isola del vento.
E sopra il muro d'infrangibil bronzo
vide i sei figli e le sei figlie a guardia.
E videro la nave, essi, e nel bianco
suo timoniere, parso in prima un cigno
o una cicogna, uno Odisseo conobbe,
che così vecchio anco sfidava i venti;
e con un solo sibilo sul vecchio
scesero insieme di sul liscio masso.
Ed ora l'ira li portò, dei venti,
per giorni e notti, e li sospinse verso
le rupi erranti, ma così veloce,
che a mezzo un cozzo delle rupi dure
come uno strale scivolò la nave.
E allora l'aspra raffica discorde
portava lei contro Cariddi e Scilla.
E già l'Eroe sentì Scilla abbaiare,
come inquïeto cucciolo alla luna,
sentì Cariddi brontolar bollendo,
come il lebete ad una molta fiamma;
e le dodici branche avventò Scilla,
ed assorbì la salsa acqua Cariddi:
invano.
Era passata oltre la nave.
E tornarono i venti alla lor casa
cinta di bronzo, mormorando cupi
tra loro, in rissa.
E venne un'alta calma
senza il più lieve soffio, e sopra il mare
un dio forse era, che addormentò l'onde.
XXIII
IL VERO
Ed il prato fiorito era nel mare,
nel mare liscio come un cielo; e il canto
non risonava delle due Sirene,
ancora, perché il prato era lontano.
E il vecchio Eroe sentì che una sommessa
forza, corrente sotto il mare calmo,
spingea la nave verso le Sirene
e disse agli altri d'inalzare i remi:
La nave corre ora da sé, compagni!
Non turbi il rombo del remeggio i canti
delle Sirene.
Ormai le udremo.
Il canto
placidi udite, il braccio su lo scalmo.
E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il divino Odisseo vide alla punta
dell'isola fiorita le Sirene,
stese tra i fiori, con il capo eretto
su gli ozïosi cubiti, guardando
il mare calmo avanti sé, guardando
il roseo sole che sorgea di contro;
guardando immote; e la lor ombra lunga
dietro rigava l'isola dei fiori.
Dormite? L'alba già passò.
Già gli occhi
vi cerca il sole tra le ciglia molli.
Sirene, io sono ancora quel mortale
che v'ascoltò, ma non poté sostare.
E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il vecchio vide che le due Sirene,
le ciglia alzate su le due pupille,
avanti sé miravano, nel sole
fisse, od in lui, nella sua nave nera.
E su la calma immobile del mare,
alta e sicura egli inalzò la voce.
Son io! Son io, che torno per sapere!
Ché molto io vidi, come voi vedete
me.
Sì; ma tutto ch'io guardai nel mondo,
mi riguardò; mi domandò: Chi sono?
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il Vecchio vide un grande mucchio d'ossa
d'uomini, e pelli raggrinzate intorno,
presso le due Sirene, immobilmente
stese sul lido, simili a due scogli.
Vedo.
Sia pure.
Questo duro ossame
cresca quel mucchio.
Ma, voi due, parlate!
Ma dite un vero, un solo a me, tra il tutto,
prima ch'io muoia, a ciò ch'io sia vissuto!
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E s'ergean su la nave alte le fronti,
con gli occhi fissi, delle due Sirene.
Solo mi resta un attimo.
Vi prego!
Ditemi almeno chi sono io! chi ero!
E tra i due scogli si spezzò la nave.
XXIV
E il mare azzurro che l'amò, più oltre
spinse Odisseo, per nove giorni e notti,
e lo sospinse all'isola lontana,
alla spelonca, cui fioriva all'orlo
carica d'uve la pampinea vite.
E fosca intorno le crescea la selva
d'ontani e d'odoriferi cipressi;
e falchi e gufi e garrule cornacchie
v'aveano il nido.
E non dei vivi alcuno,
né dio né uomo, vi poneva il piede.
Or tra le foglie della selva i falchi
battean le rumorose ale, e dai buchi
soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi,
e dai rami le garrule cornacchie
garrian di cosa che avvenia nel mare.
Ed ella che tessea dentro cantando,
presso la vampa d'olezzante cedro,
stupì, frastuono udendo nella selva,
e in cuore disse: Ahimè, ch'udii la voce
delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!
E tra le dense foglie aliano i falchi.
Non forse hanno veduto a fior dell'onda
un qualche dio, che come un grande smergo
viene sui gorghi sterili del mare?
O muove già senz'orma come il vento,
sui prati molli di viola e d'appio?
Ma mi sia lungi dall'orecchio il detto!
In odio hanno gli dei la solitaria
Nasconditrice.
E ben lo so, da quando
l'uomo che amavo, rimandai sul mare
al suo dolore.
O che vedete, o gufi
dagli occhi tondi, e garrule cornacchie?
Ed ecco usciva con la spola in mano,
d'oro, e guardò.
Giaceva in terra, fuori
del mare, al piè della spelonca, un uomo,
sommosso ancor dall'ultima onda: e il bianco
capo accennava di saper quell'antro,
tremando un poco; e sopra l'uomo un tralcio
pendea con lunghi grappoli dell'uve.
Era Odisseo: lo riportava il mare
alla sua dea: lo riportava morto
alla Nasconditrice solitaria,
all'isola deserta che frondeggia
nell'ombelico dell'eterno mare.
Nudo tornava chi rigò di pianto
le vesti eterne che la dea gli dava;
bianco e tremante nella morte ancora,
chi l'immortale gioventù non volle.
Ed ella avvolse l'uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l'udia nessuno:
- Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! -
IL POETA DEGLI ILOTI
I
IL GIORNO
Figlio di Dio, molto giocondo in cuore
prendesti terra in Aulide pietrosa!
Tornavi tu dal suolo degli Abanti
ricco di vigne, dalla popolata
di belle donne Calcide; né prima
d'allora avevi traversato il mare.
Ma il largo mare traversasti allora;
ché il re, più re degli uomini mortali,
era là morto, ed una gara indetta
e di lotte e di corse era, e di canto.
E tu nel canto ogni cantor vincesti,
anche il vecchio di Chio cieco e divino,
col tuo ben congegnato inno di guerra.
Ed ora sceso dalla nera nave
movevi ad Ascra, assai giocondo in cuore;
ché per la via ti camminava a paro
un curvo schiavo, che reggea sul dorso
il premio illustre: un tripode di bronzo.
Ché l'orecchiuto tripode di bronzo
gravava in prima al buon Ascreo le spalle;
e prima l'una, e l'altra poi; ché grave
era, di bronzo; e poi l'avea, per l'anse,
sospeso al ramo ch'era suo, d'alloro;
e lo portava: ma venuto a un grande
platano, donde chiara acqua sgorgava,
sostò, già stanco.
Ed era quello il fonte
dove il segno gli Achei videro, d'otto
passeri implumi, e nove con la madre.
E di passeri il platano sul fonte
garriva ancora, e il buon Ascreo li udiva,
pensando in cuore un nuovo inno di guerra.
E riprendeva già la via, col caro
tripode, in dosso, che brillava al sole,
quando sorvenne un viator che bevve;
e seguitò.
Ma poco dopo "O vecchio."
disse, "ch'io porti il tuo laveggio: è peso."
E tolse prima il tripode, che l'altro
gli rispondesse: dopo, gli rispose:
"Grave era, è grave.
Ed anche tu sei vecchio."
"Ma sono schiavo" gli rispose il vecchio:
"schiavo; e dal monte Citerone io venni
menando al mare, ad una curva nave,
due bei vitelli, nati schiavi anch'essi.
Torno al padrone.
Ma tu dove, o babbo?"
"Ad Ascra: ad Ascra, misero villaggio,
tristo al freddo, aspro al caldo, e non mai buono."
E non addimandato altro gli disse:
"Venni per mare, ad Aulide: ho passato
l'Euripo.
Indetta a Calcide una gara
e di lotte e di corse era, e di canto.
Vinsi codesto tripode di bronzo
cantando gesta degli eroi..." "Sei dunque
rapsodo errante, e sai le false cose
far come vere, ma non dir le vere."
Non rispondeva il vecchio Ascreo, ché tutto
era in pensar le mille navi in porto,
mentre sul curvo lido la procella
scotea le chiome degli Achei chiomanti.
E il sole era già caldo, e la campagna
fervea di mugli.
Ché la pioggia a lungo
n
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