POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 3
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là, con lo scudo ombelicato e il casco!
negli acquitrini dove voi mietete
lanuginose canne di falasco,
per tetto della casa alta, d'abete.
V
Ei piange, e vede la mia mano ch'apre
rosea, di monte in monte, uscì e cancelli;
apre, toccando lieve i chiavistelli,
alle belanti pecore, alle capre;
anche al fanciullo che la verga toglie,
curva, e si lima i cari occhi col dosso
dell'altra mano: anche al villano scosso
di mezzo ai sogni dall'industre moglie;
anche all'auriga che i cavalli aggioga
al carro asperso ancor del sangue d'ieri,
mentre l'eroe, già stretti gli stinieri,
prende lo scudo per l'argentea soga:
scudo rotondo, di lucente elettro,
grande, con le città, con le capanne,
e greggi e mandre, e corbe d'uva e manne
di spighe, e un re pei solchi, con lo scettro.
VI
Ma te non più porterò via, divino
eroe, sul carro, col rotondo scudo
ch'ha suon di tibie, e dolce canta, AI LINO:
dall'altra parte tornerò del cielo,
a sera, e te con altri ignudi ignudo
io parerò tenendo un aureo stelo;
un aureo stelo con in cima un astro;
e parerò le vostre esili vite,
come un pastore, con quel mio vincastro:
un gregge d'ombre, senza i folti velli
color viola.
E per le vie muffite
v'udrò stridire come vipistrelli.
La bianca Rupe tu vedrai, dov'ogni
luce tramonta, tu vedrai le Porte
del Sole e il muto popolo dei Sogni.
E giunto alfine sosterai nel Prato
sparso dei gialli fiori della morte,
immortalmente, Achille, affaticato.
VII
Dove dirai: Fossi lassù garzone,
in terra altrui, di povero padrone;
ma pur godessi, al sole ed alla luna,
la dolce vita che ad ognuno è una;
e i miei cavalli fossero giovenchi,
che lustro il pelo, i passi hanno sbilenchi;
e ritrovassi, nell'uscir dal tetto,
per asta dalla lunga ombra, il pungetto;
e rimirassi, nell'uscir dal clatro,
per carro dal sonante asse, l'aratro:
l'aratro pio che cigola e lavora
nella penombra della nuova aurora! -
Diceva, e già nel cielo era appassita:
venne il Sole, e s'alzò l'urlo di guerra.
ANTÌCLO
E con un urlo rispondeva Antìclo,
dentro il cavallo, a quell'aerea voce;
se a lui la bocca non empìa col pugno
Odisseo, pronto, gli altri eroi salvando;
e ognun chiamando tuttavia per nome
la voce alata dileguò lontano;
fin ch'all'orecchio degli eroi non giunse
che il loro corto anelito nel buio;
come già prima, quando già lì fuori
impallidiva il vasto urlìo del giorno,
l'urlìo venato da virginei cori,
che udian dietro una nera ombra di sonno;
nel lungo giorno; e poi languì, ché forse
era già sera, e forse già sul mare
tremolava la stella Espero, e forse
la luna piena già sorgea dai monti;
ed allora una voce ecco al cavallo
girare attorno, che sonava al cuore
come la voce dolce più che niuna,
come ad ognuno suona al cuor sol una
II
Era la donna amata, era la donna
lontana, accorsa, in quella ora di morte,
da molta ombra di monti, onda di mari:
sbalzò ciascuno quasi a porre il piede
su l'inverdita soglia della casa.
Ma tutti un cenno di Odisseo contenne:
Antìclo, no.
Poi ch'era forte Antìclo,
sì, ma per forza; e non avea la gloria
loquace a cuore, ma la casa e l'orto
d'alberi lunghi e il solatìo vigneto
e la sua donna.
E come udì la voce
della sua donna, egli sbalzò d'un tratto
su molta onda di mari, ombra di monti;
udì lei nelle stanze alte il telaio
spinger da sé, scendere l'ardue scale;
e schiuso il luminoso uscio chiamare
lui che la bocca aprì, tutta, e vi strinse
il grave pugno di Odisseo Cent'arte;
e sentì nella conca dell'orecchio
sibilar come raffica marina:
Helena! Helena! è la Morte, infante!
III
Ma quella voce gli restò nel cuore:;
e quando uscì con gli altri eroi - la luna
piena pendeva in mezzo della notte -
gli nereggiava di grande ira il cuore;
e per tutto egli uccise, arse, distrusse.
Gittò nel fuoco i tripodi di bronzo,
spinse nel seno alle fanciulle il ferro;
ché non prede voleva; egli voleva
udir, tra grida e gemiti e singulti,
la voce della sua donna lontana.
Ma era nella sacra Ilio il nemico
di gloria Antìclo, non in Arne ancora,
fertile d'uva, o in Aliarto erboso:
e in un vortice rosso Ilio vaniva
a' piè del plenilunïo sereno.
Morti i guerrieri, giù nelle macerie
fumide i Danai ne battean gl'infanti,
alle lor navi ne rapian le donne:
e d'Ilio in fiamme al cilestrino mare,
dalle Porte al Sigeo bianco di luna,
passavano con lunghi ululi i carri.
IV
Ma non ancora alle Sinistre Porte
Antìclo eroe dalla città giungeva.
Lì l'auriga attendeva il suo guerriero
insanguinato; e oro e bronzo, il carro,
e la giovane schiava alto gemente.
Voto era il carro, solo era l'auriga:
legati con le briglie abili al tronco
del caprifico, in cui fischiava il vento,
i due cavalli battean l'ugne a terra,
fiutando il sangue, sbalzando alle vampe.
Ma non giungeva Antìclo: egli giaceva
sul nero sangue, presso l'alta casa
di Deifobo.
E dentro eravi ancora
fremere d'ira, strepere di ferro:
poi che, intorno all'amante ultimo, ancora
gli eroi venuti con le mille navi,
Locri, Etoli, Focei, Dolopi, Abanti,
contendean ai Troiani Helena Argiva;
tutti per lei si percotean con l'aste
i vestiti di bronzo e i domatori
di cavalli; e le loro aste, stridendo,
rigavano di lunghe ombre le fiamme.
V
Ma pensava alla sua donna morendo
Antìclo, presso l'atrïo sonoro
dell'alta casa.
E divampò la casa
come un gran pino; ed al bagliore Antìclo
vide Lèito eroe sul limitare.
Rapido a nome lo chiamò: gli disse:
Lèito figlio d'Alectryone, trova
nell'alta casa il vincitore Atride,
di cui s'ode il feroce urlo di guerra.
Digli che fugge alle mie vene il sangue
sì come il vino ad un cratere infranto.
E digli che per lui muoio e che muoio
per la sua donna, ed ho la mia nel cuore.
Che venga la divina Helena, e parli
a me la voce della mia lontana:
parli la voce dolce più che niuna,
come ad ognuno suona al cuor sol una.
VI
Disse, e la casa entrò Lèito, e seguiva
tra le fiamme il feroce urlo di guerra,
che come tacque, egli trovò l'Atride
poggiato all'asta dalla rossa punta,
dritto, col piede sopra il suo nemico.
E contro gli sedeva Helena Argiva,
tacita, sopra l'alto trono d'oro;
e lo sgabello aveva sotto i piedi.
E Lèito disse al vincitore Atride:
Uno mi manda, da cui fugge il sangue
sì come il vino da cratere infranto:
Antìclo, che muore per te, che muore
per la tua donna, ed ha la sua nel cuore.
Oh! vada la divina Helena, e parli
a lui la voce della sua lontana,
la voce dolce forse più che niuna,
e come suona forse al cuor sol una.
VII
E così, mentre già moriva Antìclo,
veniva a lui con mute orme di sogno
Helena.
Ardeva intorno a lei l'incendio,
su l'incendio brillava il plenilunio.
Ella passava tacita e serena,
come la luna, sopra il fuoco e il sangue.
Le fiamme, un guizzo, al suo passar, più alto;
spremeano un rivo più sottil le vene.
E scrosciavano l'ultime muraglie,
e sonavano gli ultimi singulti.
Stette sul capo al moribondo Antìclo
pensoso della sua donna lontana.
Tacquero allora intorno a lei gli eroi
rauchi di strage, e le discinte schiave.
E già la bocca apriva ella a chiamarlo
con la voce lontana, con la voce
della sua donna, che per sempre seco
egli nell'infinito Hade portasse;
la rosea bocca apriva già; quand'egli
- No - disse: - voglio ricordar te sola.
-
IL SONNO DI ODISSEO
I
Per nove giorni, e notte e dì, la nave
nera filò, ché la portava il vento
e il timoniere, e ne reggeva accorta
la grande mano d'Odisseo le scotte;
né, lasso, ad altri le cedea, ché verso
la cara patria lo portava il vento.
Per nove giorni, e notte e dì, la nera
nave filò, né l'occhio mai distolse
l'eroe, cercando l'isola rupestre
tra il cilestrino tremolìo del mare;
pago se prima di morir vedesse
balzarne in aria i vortici del fumo.
Nel decimo, là dove era vanito
il nono sole in un barbaglio d'oro,
ora gli apparse non sapea che nero:
nuvola o terra? E gli balenò vinto
dall'alba dolce il grave occhio: e lontano
s'immerse il cuore d'Odisseo nel sonno.
II
E venne incontro al volo della nave,
ecco, una terra, e veleggiava azzurra
tra il cilestrino tremolìo del mare;
e con un monte ella prendea del cielo,
e giù dal monte spumeggiando i botri
scendean tra i ciuffi dell'irsute stipe;
e ne' suoi poggi apparvero i filari
lunghi di viti, ed a' suoi piedi i campi
vellosi della nuova erba del grano:
e tutta apparve un'isola rupestre,
dura, non buona a pascere polledri,
ma sì di capre e sì di buoi nutrice:
e qua e là sopra gli aerei picchi
morian nel chiaro dell'aurora i fuochi
de' mandrïani; e qua e là sbalzava
il mattutino vortice del fumo,
d'Itaca, alfine: ma non già lo vide
notando il cuore d'Odisseo nel sonno.
III
Ed ecco a prua dell'incavata nave
volar parole, simili ad uccelli,
con fuggevoli sibili.
La nave
radeva allora il picco alto del Corvo
e il ben cerchiato fonte; e se n'udiva
un grufolare fragile di verri;
ed ampio un chiuso si scorgea, di grandi
massi ricinto ed assiepato intorno
di salvatico pero e di prunalbo;
ed il divino mandrïan dei verri,
presso la spiaggia, della nera scorza
spogliava con l'aguzza ascia un querciolo,
e grandi pali a rinforzare il chiuso
poi ne tagliò coi morsi aspri dell'ascia;
e sì e no tra lo sciacquìo dell'onde
giungeva al mare il roco ansar dei colpi,
d'Eumeo fedele: ma non già li udiva
tuffato il cuore d'Odisseo nel sonno.
IV
E già da prua, sopra la nave, a poppa,
simili a freccie, andavano parole
con fuggevoli fremiti.
La nave
era di faccia al porto di Forkyne;
e in capo ad esso si vedea l'olivo,
grande, fronzuto, e presso quello un antro:
l'antro d'affaccendate api sonoro,
quando in crateri ed anfore di pietra
filano la soave opra del miele:
e si scorgeva la sassosa strada
della città: si distinguea, tra il verde
d'acquosi ontani, la fontana bianca
e l'ara bianca, ed una eccelsa casa:
l'eccelsa casa d'Odisseo: già forse
stridea la spola fra la trama, e sotto
le stanche dita ricrescea la tela,
ampia, immortale...
Oh! non udì né vide
perduto il cuore d'Odisseo nel sonno.
V
E su la nave, nell'entrare il porto,
il peggio vinse: sciolsero i compagni
gli otri, e la furia ne fischiò dei venti:
la vela si svoltò, si sbatté, come
peplo, cui donna abbandonò disteso
ad inasprire sopra aereo picco:
ecco, e la nave lontanò dal porto;
e un giovinetto stava già nel porto,
poggiato all'asta dalla bronzea punta:
e il giovinetto sotto il glauco olivo
stava pensoso; ed un veloce cane
correva intorno a lui scodinzolando:
e il cane dalle volte irrequïete
sostò, con gli occhi all'infinito mare;
e com'ebbe le salse orme fiutate,
ululò dietro la fuggente nave:
Argo, il suo cane: ma non già l'udiva
tuffato il cuore d'Odisseo nel sonno.
VI
E la nave radeva ora una punta
d'Itaca scabra.
E tra due poggi un campo
era, ben culto; il campo di Laerte;
del vecchio re; col fertile pometo;
coi peri e meli che Laerte aveva
donati al figlio tuttavia fanciullo;
ché lo seguiva per la vigna, e questo
chiedeva degli snelli alberi e quello:
tredici peri e dieci meli in fila
stavano, bianchi della lor fiorita:
all'ombra d'uno, all'ombra del più bianco,
era un vecchio, poggiato su la marra:
il vecchio, volto all'infinito mare
dove mugghiava il subito tumulto,
limando ai faticati occhi la luce,
riguardò dietro la fuggente nave:
era suo padre: ma non già lo vide
notando il cuore d'Odisseo nel sonno.
VII
Ed i venti portarono la nave
nera più lungi.
E subito aprì gli occhi
l'eroe, rapidi aprì gli occhi a vedere
sbalzar dalla sognata Itaca il fumo;
e scoprir forse il fido Eumeo nel chiuso
ben cinto, e forse il padre suo nel campo
ben culto: il padre che sopra la marra
appoggiato guardasse la sua nave;
e forse il figlio che poggiato all'asta
la sua nave guardasse: e lo seguiva,
certo, e intorno correa scodinzolando
Argo, il suo cane; e forse la sua casa,
la dolce casa ove la fida moglie
già percorreva il garrulo telaio:
guardò: ma vide non sapea che nero
fuggire per il violaceo mare,
nuvola o terra? e dileguar lontano,
emerso il cuore d'Odisseo dal sonno.
L'ULTIMO VIAGGIO
I
LA PALA
Ed il timone al focolar sospese
in Itaca l'Eroe navigatore.
Stanco giungeva da un error terreno,
grave ai garretti, ch'egli avea compiuto
reggendo sopra il grande omero un remo.
Quelli cercava che non sanno il mare
né navi nere dalle rosse prore,
e non miste di sale hanno vivande.
E già più lune s'erano consunte
tra scabre rupi, nel cercare in vano
l'azzurro mare in cui tuffar la luce;
né da gran tempo più sentiva il cielo
l'odor di sale, ma l'odor di verde:
quando gli occorse un altro passeggero,
che disse; e il vento che ululò notturno,
si dibatteva, intorno loro, ai monti,
come orso in una fossa alta caduto:
Uomo straniero, al re tu muovi? Oh! tardo!
Al re, già mondo è nel granaio il grano.
Un dio mandò quest'alito, che soffia
anc'oggi, e ieri ventilò la lolla.
Oggi, o tarda opra, vana è la tua pala.
Disse; ma il cuore tutto rise accorto
all'Eroe che pensava le parole
del morto, cieco, dallo scettro d'oro.
Ché cieco ei vede, e tutto sa pur morto:
tra gli alti pioppi e i salici infecondi,
nella caligo, egli, bevuto al botro
il sangue, disse: Misero, avrai pace
quando il ben fatto remo della nave
ti sia chiamato un distruttor di paglie.
Ed ora il cuore, a quel pensier, gli rise
E disse: Uomo terrestre, ala! non pala!
Ma sia.
Ben ora qui fermarla io voglio
nella compatta aridità del suolo.
Un fine ha tutto.
In ira a un dio da tempo
io volo foglia a cui s'adira il vento.
E l'altro ancora ad Odisseo parlava:
Chi, donde sei degli uomini? venuto
come, tra noi? Non già per l'aere brullo,
come alcuno dei cigni longicolli,
ma scambiando tra loro i due ginocchi.
Parlami, e narra senza giri il vero.
II
L'ALA
E rispose l'Eroe molto vissuto:
Tutto ti narro senza giri il vero.
Sono, a voi sconosciuti, uomini, anch'essi
mortali sì, ma, come dei, celesti,
che non coi piedi, come i lenti bovi,
vanno, e con la vicenda dei ginocchi,
ma con la spinta delle aeree braccia,
come gli uccelli, ed hanno il color d'aria
sotto sé, vasto.
Io vidi viaggiando
sbocciar le stelle fuor del cielo infranto,
sotto questi occhi, e il guidator del Carro
venir con me fischiando ai buoi lontano,
e l'auree rote lievi sbalzar sulla
tremola ghiaia della strada azzurra.
Né sempre l'ali noi tra cielo e cielo
battiamo: spesso noi prendiamo il vento:
a mezzo un ringhio acuto, per le froge
larghe prendiamo il vano vento folle,
che ci conduca, e con la forte mano
le briglie io reggo per frenarlo al passo.
Ma un dio ce n'odia, come voi la terra
odia, che voi sostenta sì, ma spezza.
Ch'ha tutto un fine.
Or tu fa che un torello
dal re mi venga, ed un agnello e un verro;
che qui ne onori quell'ignoto iddio.
E l'altro ancora rispondea stupito:
L'ignoto è grande, e grande più, se dio.
Or vieni al re, che raddolcito ha il cuore
oggi, che il grano gli avanzò le corbe.
Così l'eroe divino in una forra
selvosa il remo suo piantò, la lieve
ala incrostata dalla salsa gromma.
Al dio sdegnato per il suo Ciclope,
egli uccise un torello ed un agnello
e terzo un verro montator di scrofe;
e poi discese, e insieme a lui più lune
vennero, e l'una dopo l'altra ognuna
sé, girando tra roccie aspre, consunse.
L'ultima, piena tremolò sul mare
riscintillante, e su la bianca sabbia,
piccola e nera gli mostrò la nave,
e i suoi compagni, ch'attendean guardando
a monte, muti.
Ed ei salpò.
Sbalzare
vide ancora le rote auree del Carro
sopra le ghiaie dell'azzurra strada:
rivide il fumo salir su, rivide
Itaca scabra, e la sua grande casa.
Dove il timone al focolar sospese.
III
LE GRU NOCCHIERE
E un canto allora venne a lui dall'alto,
di su le nubi, di raminghe gru.
Sospendi al fumo ora il timone, e dormi.
Le Gallinelle fuggono lo strale
già d'Orïone, e son cadute in mare.
Rincalza su la spiaggia ora la nave
nera con pietre, che al ventar non tremi,
Eroe; ché sono per soffiare i venti.
L'alleggio della stiva apri, che l'acqua
scoli e non faccia poi funghir le doghe,
Eroe; ché sono per cader le pioggie.
Sospendi al fumo ora il timone, e in casa
tieni all'asciutto i canapi ritorti,
ogni arma, ogni ala della nave, e dormi.
Ché viene il verno, viene il freddo acuto
che fa nei boschi bubbolar le fiere
che fuggono irte con la coda al ventre:
quando a tre piedi, il filo della schiena
rotto a metà, la grigia testa bassa,
il vecchio va sotto la neve bianca;
e il randagio pitocco entra dal fabbro,
nella fucina aperta, e prende sonno
un poco al caldo tra l'odor di bronzo.
Navigatore di cent'arti, dormi
nell'alta casa, o, se ti piace, solca
ora la terra, dopo arata l'onda.
Questo era canto che rodeva il cuore
del timoniere, che volgea la barra
verso un approdo, e tedio avea dell'acqua;
ché passavano, agli uomini gridando
giunto il maltempo, venti nevi pioggie,
e lo sparire delle stelle buone;
e tra le nubi esse con fermo cuore,
gittando rauche grida alla burrasca,
andavano, e coi remi battean l'aria.
IV
LE GRU GUERRIERE
Dicean, Dormi, al nocchiero, Ara, al villano,
di su le nubi, le raminghe gru.
Ara: la stanga dell'aratro al giogo
lega dei bovi; ché tu n'hai, ben d'erbe
sazi, in capanna, o figlio di Laerte.
Fatti col cuoio d'un di loro, ucciso,
un paio d'uose, che difenda il freddo,
ma prima il dentro addenserai di feltro;
e cucirai coi tendini del bove
pelli de' primi nati dalle capre,
che a te dall'acqua parino le spalle;
e su la testa ti porrai la testa
d'un vecchio lupo, che ti scaldi, e i denti
bianchi digrigni tra il nevischio e i venti.
Arare il campo, non il mare, è tempo,
da che nel cielo non si fa vedere
più quel branchetto delle sette stelle.
Sessanta giorni dopo volto il sole,
quando ritorni il conduttor del Carro,
allor dolce è la brezza, il mare è calmo;
brilla Boote a sera, e sul mattino
tornata già la rondine cinguetta,
che il mare è calmo e che dolce è la brezza.
La brezza chiama a sé la vela, il mare
chiama a sé il remo; e resta qua canoro
il cuculo a parlare al vignaiolo.
Questo era canto che mordeva il cuore
a chi non bovi e sol avea l'aratro;
ch'egli ha bel dire, Prestami il tuo paro!
Son le faccende, ed ora ogni bifolco
semina, e poi, sicuro della fame,
ode venti fischiare, acque scrosciare,
ilare.
E intanto esse, le gru, moveano
verso l'Oceano, a guerra, in righe lunghe,
empiendo il cielo d'un clangor di trombe.
V
IL REMO CONFITTO
E per nove anni al focolar sedeva,
di sua casa, l'Eroe navigatore:
ché più non gli era alcuno error marino
dal fato ingiunto e alcuno error terrestre.
Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra
a poco a poco.
Ora dovea la morte
fuori del mare giungergli, soave,
molto soave, e né coi dolci strali
dovea ferirlo, ma fiatar leggiera
sopra la face cui già l'uragano
frustò, ma fece divampar più forte.
E i popoli felici erano intorno,
che il figlio, nato lungi alle battaglie,
savio reggeva in abbondevol pace.
Crescean nel chiuso del fedel porcaio
floridi i verri dalle bianche zanne,
e nei ristretti pascoli più tanti
erano i bovi dalle larghe fronti,
e tante più dal Nerito le capre
pendean strappando irsuti pruni e stipe,
e molto sotto il tetto alto giaceva
oro, bronzo, olezzante olio d'oliva.
Ma raro nella casa era il convito,
né più sonava l'ilare tumulto
per il grande atrio umbratile; ché il vecchio
più non bramava terghi di giovenco,
né coscie gonfie d'adipe, di verro;
amava, invano, la fioril vivanda,
il dolce loto, cui chi mangia, è pago,
né altro chiede che brucar del loto.
Così le soglie dell'eccelsa casa
or d'Odissèo dimenticò l'aedo
dai molti canti, e il lacero pitocco,
che l'un corrompe e l'altro orna il convito.
E il Laertiade ora vivea solingo
fuori del mare, come il vecchio remo
scabro di salsa gromma, che piantato
lungi avea dalle salse aure nel suolo,
e strettolo, ala, tra le glebe gravi.
E il grigio capo dell'Eroe tremava,
avanti al mormorare della fiamma,
come là, nella valle solitaria,
quel remo al soffio della tramontana.
VI
IL FUSO AL FUOCO
E per nove anni ogni anno udì la voce,
di su le nubi, delle gru raminghe
che diceano, Ara, che diceano, Dormi;
ed alternando squilli di battaglia
coi remi in lunghe righe battean l'aria:
mentre noi guerreggiamo, ara, o villano;
dormi, o nocchiero, noi veleggeremo.
E il canto il cuore dell'Eroe mangiava,
chiuso alle genti come un aratore
cui per sementa mancano i due bovi.
Sedeva al fuoco, e la sua vecchia moglie,
la bene oprante, contro lui sedeva,
tacita.
E per le fauci del camino
fuligginose, allo spirar de' venti
umidi, ardeano fisse le faville;
ardean, lievi sbraciando, le faville
sul putre dorso dei lebeti neri.
Su quelle intento si perdea con gli occhi
avvezzi al cielo il corridor del mare.
E distingueva nel sereno cielo
le fuggitive Pleiadi e Boote
tardi cadente e l'Orsa, anche nomata
il Carro, che lì sempre si rivolge,
e sola è sempre del nocchier compagna.
E il fulgido Odisseo dava la vela
al vento uguale, e ferree avea le scotte,
e i buoni suoi remigatori stanchi
poneano i remi lungo le scalmiere.
La nave con uno schioccar di tela
correa da sé nella stellata notte,
e prendean sonno i marinai su i banchi,
e lei portava il vento e il timoniere.
L'Eroe giaceva in un'irsuta pelle,
sopra coperta, a poppa della nave,
e, dietro il capo, si fendeva il mare
con lungo scroscio e subiti barbagli.
Egli era fisso in alto, nelle stelle,
ma gli occhi il sonno gli premea, soave,
e non sentiva se non sibilare
la brezza nelle sartie e nelli stragli.
E la moglie appoggiata all'altro muro
faceva assiduo sibilare il fuso.
VII
LA ZATTERA
E gli dicea la veneranda moglie:
Divo Odisseo, mi sembra oggi quel giorno
che ti rividi.
Io ti sedea di contro,
qui, nel mio seggio.
Stanco eri di mare,
eri, divo Odisseo, sazio di sangue!
Come ora.
Muto io ti vedeva al lume
del focolare, fissi gli occhi ingiù.
Fissi in giù gli occhi, presso la colonna,
egli taceva: ché ascoltava il cuore
suo che squittiva come cane in sogno.
E qualche foglia d'ellera sul ciocco
secco crocchiava, e d'uno stizzo il vento
uscìa fischiando; ma l'Eroe crocchiare
udiva un po' la zattera compatta,
opera sua nell'isola deserta.
Su la decimottava alba la zattera
egli sentì brusca salire al vento
stridulo; e l'uomo su la barca solo
era, e sola la barca era sul mare:
soli con qualche errante procellaria.
E di là donde tralucea già l'alba
ora appariva una catena fosca
d'aeree nubi, e torbide a prua l'onde
picchiavano; ecco e si sventò la vela.
E l'uomo allora udì di contro un canto
di torte conche, e divinò che dietro
quelle il nemico, il truce dio del mare,
venìa tornando ai suoi cerulei campi.
Lui vide, e rise il dio con uno schianto
secco di tuono che rimbombò tetro;
e venne.
Udiva egli lo sciabordare
delle ruote e il nitrir degli ippocampi.
E volavano al cielo alto le schiume
dalle lor bocche masticanti il morso;
e l'uragano fumido di sghembo
sferzava lor le groppe di serpente.
Soli nel mare erano l'uomo e il nume
e il nume ergeva su l'ondate il torso
largo, e scoteva il gran capo; e tra il nembo
folgoreggiava il lucido tridente.
E il Laertiade al cuore suo parlava,
ch'altri non v'era; e sotto avea la barra.
VIII
LE RONDINI
E per nove anni egli aspettò la morte
che fuor del mare gli dovea soave
giungere; e sì, nel decimo, su l'alba,
giunsero a lui le rondini, dal mare.
Egli dormia sul letto traforato
cui sosteneva un ceppo d'oleastro
barbato a terra; e marinai sognava
parlare sparsi per il mare azzurro.
E si destò con nell'orecchio infuso
quel vocìo fioco; ed ascoltò seduto:
erano rondini, e sonava intorno
l'umbratile atrio per il lor sussurro.
E si gittò sugli Omeri le pelli
caprine, ai piedi si legò le dure
uose bovine: e su la testa il lupo
facea nell'ombra biancheggiar le zanne.
E piano uscì dal talamo, non forse
udisse il lieve cigolio la moglie;
ma lei teneva un sonno alto, divino,
molto soave, simile alla morte.
E il timone staccò dal focolare,
affumicato, e prese una bipenne.
Ma non moveva il molto accorto al mare,
subito, sì per colli irti di quercie,
per un vïotterello aspro, e mortali
trovò ben pochi per la via deserta;
e disse a un mandriano segaligno,
che per un pioppo secco era la scure;
e disse ad una riccioluta ancella,
che per uno stabbiolo era il timone:
così parlava il tessitor d'inganni,
e non senz'ali era la sua parola.
E poi soletto deviò volgendo
l'astuto viso al fresco alito salso.
Le quercie ai piedi gli spargean le foglie
roggie che scricchiolavano al suo passo.
Gemmava il fico, biancheggiava il pruno,
e il pero avea ne' rosei bocci il fiore.
E di su l'alto Nerito il cuculo
contava arguto il su e giù de l'onde.
E già l'Eroe sentiva sotto i piedi
non più le foglie ma scrosciar la sabbia;
né più pruni fioriti, ma vedeva
i giunchi scabri per i bianchi nicchi;
e infine apparve avanti al mare azzurro
l'Eroe vegliardo col timone in collo
e la bipenne; e l'inquieto mare,
mare infinito, fragoroso mare,
su la duna lassù lo riconobbe
col riso innumerevole dell'onde.
IX
IL PESCATORE
Ma lui vedendo, ecco di subito una
rondine deviò con uno strillo.
Ch'ella tornava.
Ora Odisseo con gli occhi
cercava tutto il grigio lido curvo,
s'egli vedesse la sua nave in secco.
Ma non la vide; e vide un uomo, un vecchio
di triti panni, chino su la sabbia
raspare dove boccheggiava il mare
alternamente.
A lui fu sopra, e disse:
Abbiamo nulla, o pescator di rena?
Ben vidi, errando su la nave nera,
uomo seduto in uno scoglio aguzzo
reggere un filo pendulo sul flutto;
ma il lungo filo tratto giù dal piombo
porta ai pesci un adunco amo di bronzo
che sì li uncina; e ne schermisce il morso
un liscio cerchio di bovino corno.
Ché l'uomo, quando è roso dalla fame,
mangia anche il sacro pesce che la carne
cruda divora.
Io vidi, anzi, mortali
gittar le reti dalle curve navi,
sempre alïando sui pescosi gorghi,
come le folaghe e gli smerghi ombrosi.
E vidi i pesci nella grigia sabbia
avvoltolarsi, per desìo dell'acqua,
versati fuori della rete a molte
maglie; e morire luccicando al sole.
Ma non vidi senz'amo e senza rete
niuno mai fare tali umide prede,
o vecchio, e niuno farsi mai vivanda
di tali scabre chiocciole dell'acqua,
che indosso hanno la nave, oppur dei granchi,
che indosso hanno l'incudine dei fabbri.
E il malvestito al vecchio Eroe rispose:
Tristo il mendico che al convito sdegna
cibo che lo scettrato re gli getta,
sia tibia ossuta od anche pingue ventre.
Ché il Tutto, buono, ha tristo figlio: il Niente.
Prendo ciò che il mio grande ospite m'offre,
che dona, cupo brontolando in cuore,
ma dona: il mare fulgido e canoro,
ch'è sordo in vero, ma più sordo è l'uomo.
Or al mendico il vecchio Eroe rispose:
O non ha la rupestre Itaca un buono
suo re ch'ha in serbo molto bronzo e oro?
che verri impingua, negli stabbi, e capre?
cui molto odora nei canestri il pane?
Non forse il senno d'Odisseo qui regge,
che molto errò, molto in suo cuor sofferse?
e fu pitocco e malvestito anch'esso.
Non sai la casa dal sublime tetto,
del Laertiade fulgido Odisseo?
X
LA CONCHIGLIA
Il malvestito non volgeva il capo
dal mare alterno, ed al ricurvo orecchio
teneva un'aspra tortile conchiglia,
come ascoltasse.
Or all'Eroe rispose:
O Laertiade fulgido Odisseo,
so la tua casa.
Ma non io pitocco
querulo sono, poi che fui canoro
eroe, maestro io solo a me.
Trovai
sparsi nel cuore gl'infiniti canti.
A te cantai, divo Odisseo, da quando
pieno di morti fu l'umbratile atrio,
simili a pesci quali il pescatore
lasciò morire luccicando al sole.
E vedo ancor le schiave moriture
terger con acqua e con porose spugne
il sangue, e molto era il singulto e il grido.
A te cantavo, e tu bevendo il vino
cheto ascoltavi.
E poi t'increbbe il detto
minor del fatto.
Ascolto or io l'aedo,
solo, in silenzio.
Ché gittai la cetra,
io.
La raccolse con la mano esperta
solo di scotte un marinaio, un vecchio
dagli occhi rossi.
Or chi la tocca? Il vento.
Or all'Aedo il vecchio Eroe rispose:
Terpiade Femio, e me vecchiezza offese
e te: ché tolse ad ambedue piacere
ciò che già piacque.
Ma non mai che nuova
non mi paresse la canzon più nuova
di Femio, o Femio; più nuova e più bella:
m'erano vecchie d'Odisseo le gesta.
Sonno è la vita quando è già vissuta:
sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla.
Io, desto alfine nella patria terra,
ero com'uomo che nella novella
alba sognò, né sa qual sogno, e pensa
che molto è dolce a ripensar qual era.
Or io mi voglio rituffar nel sonno,
s'io trovi in fondo dell'oblio quel sogno.
Tu verrai meco.
Ma mi narra il vero:
qual canto ascolti, di qual dolce aedo?
Ch'io non so, nella scabra isola, che altri
abbia nel cuore inseminati i canti.
E il vecchio Aedo al vecchio Eroe rispose:
Questo, di questo.
Un nicchio vile, un lungo
tortile nicchio, aspro di fuori, azzurro
di dentro, e puro, non, Eroe, più grande
del nostro orecchio; e tutto ha dentro il mare,
con le burrasche e le ritrose calme,
coi venti acuti e il ciangottìo dell'acque.
Una conchiglia, breve, perché l'oda
il breve orecchio, ma che il tutto v'oda;
tale è l'Aedo.
Pure a te non piacque.
Con un sorriso il vecchio Eroe rispose:
Terpiade Femio, assai più grande è il mare!
XI
LA NAVE IN SECCO
E il vecchio Aedo e il vecchio Eroe movendo
seguian la spiaggia del sonante mare,
molto pensando, e là, sul curvo lido,
piccola e nera, apparve lor la nave.
Vedean la poppa, e n'era lunga l'ombra
sopra la sabbia; né molt'alto il sole.
E sopra lei bianchi tra mare e cielo
galleggiavano striduli gabbiani.
E vide l'occhio dell'Eroe che fresca
era la pece: e vide che le pietre
giaceano in parte, ché placato il vento
già non faceva più brandir la nave;
e vide in giro dagli scalmi acuti
pender gli stroppi di bovino cuoio;
e vide dal righino alto di poppa
sporger le pale di ben fatti remi.
Gli rise il cuore, poi che pronta al corso
era la nave; e le moveva intorno,
come al carro di guerra agile auriga
prima di addurre i due cavalli al giogo.
E venuto alla prua rossa di minio,
sopra la sabbia vide assisi in cerchio
i suoi compagni tutti volti al mare
tacitamente; e si godeano il sole,
e la primaverile brezza arguta
s'udian fischiare nelle bianche barbe.
Sedean come per uso i longiremi
vecchi compagni d'Odisseo sul lido,
e da dieci anni lo attendean sul mare
col tempo bello e con la nuova aurora.
E veduta la rondine, le donne
recavano alla nave alte sul capo
l'anfore piene di fiammante vino
e pieni d'orzo triturato gli otri.
E prima che la nuova alba spargesse
le rose in cielo, essi veniano al mare,
i longiremi d'Odisseo compagni,
reggendo sopra il forte omero i remi,
ognuno il suo.
Poi su la rena assisi
stavano, sotto la purpurea prora,
con gli occhi rossi a numerar le ondate,
ad ascoltarsi il vento nelle barbe,
ad ascoltare striduli gabbiani,
cantare in mare marinai lontani.
Poi quando il sole si tuffava e quando
sopra venia l'oscurità, ciascuno
prendeva il remo, ed alle sparse case
tornavan muti per le strade ombrate.
XII
IL TIMONE
Ed ecco, appena il vecchio Eroe comparve
sorsero tutti, fermi in lui con gli occhi.
Come quando nel verno ispido i bovi
giacciono, avvinti, innanzi al lor presepe;
sdraiati a terra ruminano il pasto
povero, mentre frusciano l'acquate;
se con un fascio d'odoroso fieno
viene il bifolco, sorgono, pur lenta-
mente, né gli occhi stolgono dal fascio:
così sorsero i vecchi, ma nessuno
gli andava, stretto da pudor, più presso.
Ed egli, sotto il teschio irto del lupo,
così parlò tra lo sciacquìo del mare:
Compagni, udite ciò che il cuor mi chiede
sino da quando ritornai per sempre.
Per sempre? chiese, e, No, rispose il cuore.
Tornare, ei volle; terminar, non vuole.
Si desse, giunti alla lor selva, ai remi
barbàre in terra e verzicare abeti!
Ma no! Né può la nera nave al fischio
del vento dar la tonda ombra di pino.
E pur non vuole il rosichìo del tarlo,
ma l'ondata, ma il vento e l'uragano.
Anch'io la nube voglio, e non il fumo;
il vento, e non il sibilo del fuso,
non l'odïoso fuoco che sornacchia,
ma il cielo e il mare che risplende e canta.
Compagni, come il nostro mare io sono,
ch'è bianco all'orlo, ma cilestro in fondo.
Io non so che, lasciai, quando alla fune
diedi, lo stolto che pur fui, la scure;
nell'antro a mare ombrato da un gran lauro,
nei prati molli di viola e d'appio,
o dove erano cani d'oro a guardia,
immortalmente, della grande casa,
e dove uomini in forma di leoni
battean le lunghe code in veder noi,
o non so dove.
E vi ritorno.
Io vedo
che ciò che feci è già minor del vero.
Voi lo sapete, che portaste al lido
negli otri l'orzo triturato, e il vino
color di fiamma nel ben chiuso doglio,
che l'uno è sangue e l'altro a noi midollo.
E spalmaste la pece alla carena,
ch'è come l'olio per l'ignudo atleta;
e portaste le gomene che serpi
dormono in groppo o sibilano ai venti;
e toglieste le pietre, anche portaste
l'aerea vela; alla dormente nave,
che sempre sogna nel giacere in secco,
portaste ognun la vostra ala di remo;
e ora dunque alla ben fatta nave
che manca più, vecchi compagni? Al mare
la vecchia nave: amici, ecco il timone.
Così parlò tra il sussurrìo dell'onde.
XIII
LA PARTENZA
Ed ecco a tutti colorirsi il cuore
dell'azzurro color di lontananza;
e vi scorsero l'ombra del Ciclope
e v'udirono il canto della Maga:
l'uno parava sufolando al monte
pecore tante, quante sono l'onde;
l'altra tessea cantando l'immortale
sua tela così grande come il mare.
E tutti al mare trassero la nave
su travi tonde, come su le ruote;
e avvinsero gli ormeggi ad un lentisco
che verzicava sopra un erto scoglio;
e già salito, il vecchio Eroe nell'occhio
fece passar la barra del timone;
e stette in piedi sopra la pedagna.
Era seduto presso lui l'Aedo.
E con un cenno fece ai remiganti
salir la nave ed impugnare il remo.
Egli tagliò la fune con la scure.
E cantava un cuculo tra le fronde,
cantava nella vigna un potatore,
passava un gregge lungo su la rena
con incessante gemere d'agnelli,
ricciute donne in lavatoi perenni
batteano a gara i panni alto cianciando
e dalle case d'Itaca rupestre
balzava in alto il fumo mattutino.
E i marinai seduti alle scalmiere
facean coi remi biancheggiar il flutto.
E Femio vide sopra un alto groppo
di cavi attorti la vocal sua cetra,
la cetra ch'egli avea gittata, e un vecchio
dagli occhi rossi lieto avea raccolta
e portata alla nave, ai suoi compagni;
ed era a tutti, l'aurea cetra, a cuore,
come a bambino infante un rondinotto
morto, che così morto egli carezza
lieve con dita inabili e gli parla,
e teme e spera che gli prenda il volo.
E Femio prese la sua cetra, e lieve
la toccò, poi, forte intonò la voga
ai remiganti.
E quell'arguto squillo
svegliò nel cuore immemore dei vecchi
canti sopiti; e curvi sopra i remi
cantarono con rauche esili voci.
- Ecco la rondine! Ecco la rondine! Apri!
ch'ella ti porta il bel tempo, i belli anni.
È nera sopra, ed il suo petto è bianco.
È venuta da uno che può tanto.
Oh! apriti da te, uscio di casa,
ch'entri costì la pace e l'abbondanza,
e il vino dentro il doglio da sé vada
e il pane d'orzo empia da sé la madia.
Uno anc'a noi, col sesamo, puoi darne!
Presto, ché non siam qui per albergare.
Apri, ché sto su l'uscio a piedi nudi!
Apri, ché non siam vecchi ma fanciulli! -
XIV
IL PITOCCO
Cantavano; e il lor canto era fanciullo,
dei tempi andati; non sapean che quello.
E nella stiva in cui giaceva immerso
nel dolce sonno, si stirò le braccia
e si sfregò le palpebre coi pugni
Iro, il pitocco.
E niuno lo sapeva
laggiù, qual grosso baco che si chiude
in un irsuto bozzolo lanoso,
forse a dormire.
Ché solea nel verno
lì nella nave d'Odisseo dormire,
se lo cacciava dalla calda stalla
l'uomo bifolco, o s'ei temeva i cani
del pecoraio.
Nella buona estate
dormia sotto le stelle alla rugiada.
Ora quivi obliava la vecchiaia trista
e la fame; quando il suono e il canto
lo destò.
Dentro gli ondeggiava il cuore:
Non odo il suono della cetra arguta?
Dunque non era sogno il mio, che or ora
portavo ai proci, ai proci morti, un messo:
ed ecco nell'opaco atrio la cetra
udivo, e le lor voci esili e rauche.
Invero udiva il tintinnio tuttora
e il canto fioco tra il fragor dell'onde,
qual di querule querule ranelle
per un'acquata, quando ancor c'è il sole.
E tra sé favellava Iro il pitocco:
O son presso ad un vero atrio di vivi?
e forse alcuno mi tirò pel piede
sino al cortile, poi che la mascella
sotto l'orecchio mi fiaccò col pugno?
Come altra volta, che Odisseo divino
lottò con Iro, malvestiti entrambi.
Così pensando si rizzò sui piedi
e su le mani, e gli fiottava il capo,
e movendo traballava come ebbro
di mol
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