POEMI CONVIVIALI, di Giovanni Pascoli - pagina 2
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Nacquero sopra le montagne nere,
che ancor la luna non correa su quelle:
nacque dopo essi, e palpitò per loro
gemiti strani.
Era un meriggio estivo:
io sentiva negli occhi arsi il barbaglio
della via bianca, e nell'orecchio un vasto
tintinnìo di cicale ebbre di sole.
Ed ecco io vidi alla mia destra un folto
bosco d'antiche roveri, che al giogo
parea del monte salir su, cantando
a quando a quando con un improvviso
lancio discorde delle mille braccia.
Entrai nel bosco abbrividendo, e molto
con muto labbro venerai le ninfe,
non forse audace violassi il musco
molle, lambito da' lor molli piedi.
E giunsi a un fonte che gemea solingo
sotto un gran leccio, dentro una sonora
conca di scabra pomice, che il pianto
già pianto urgea con grappoli di stille
nuove, caduchi, e ne traeva un canto
dolce, infinito.
Io là m'assisi, al rezzo.
Poi, non so come, un dio mi vinse: presi
l'eburnea cetra e lungamente, a prova
col sacro fonte, pizzicai le corde.
Così scoppiò nel tremulo meriggio
il vario squillo d'un'aerea rissa:
e grande lo stupore era de' lecci,
ché grande e chiaro tra la cetra arguta
era l'agone, e la vocal fontana.
Ogni voce del fonte, ogni tintinno,
la cava cetra ripetea com'eco;
e due diceva in cuore suo le polle
forse il pastore che pascea non lungi.
Ma tardo, al fine, m'incantai sul giogo
d'oro, con gli occhi, e su le corde mosse
come da un breve anelito; e li chiusi,
vinto; e sentii come il frusciare in tanto
di mille cetre, che piovea nell'ombra;
e sentii come lontanar tra quello
la meraviglia di dedalee storie,
simili a bianche e lunghe vie, fuggenti
all'ombra d'olmi e di tremuli pioppi:
Allora io vidi, o Deliàs, con gli occhi,
l'ultima volta.
O Deliàs, la dea
vidi, e la cetra della dea: con fila
sottili e lunghe come strie di pioggia
tessuta in cielo; iridescenti al sole.
E mi parlò, grave, e mi disse: Infante!
qual dio nemico a gareggiar ti spinse,
uomo con dea? Chi con gli dei contese,
non s'ode ai piedi il balbettìo dei bimbi,
reduce.
Or va, però che mite ho il cuore:
voglio che il male ti germogli un bene.
Sarai felice di sentir tu solo,
tremando in cuore, nella sacra notte,
parole degne de' silenzi opachi.
Sarai felice di veder tu solo,
non ciò che il volgo vìola con gli occhi,
ma delle cose l'ombra lunga, immensa,
nel tuo segreto pallido tramonto.
Disse, e disparve; e, per tentar che feci
le irrequïete palpebre, più nulla
io vidi delle cose altro che l'ombra,
pago, finché non m'apparisti al raggio
della tua voce limpida, o fanciulla
di Delo, o palma del canoro Inopo,
sola tu del mio sogno anche più bella,
maggior dell'ombra che di te serpeggia
nel mio segreto pallido tramonto.
Ora a te sola ridirò le storie
meravigliose, che sentii quel giorno
come vie bianche lontanar tra i pioppi.
E quale il tuo, che non maggior potevi,
tale il mio dono, né potrei maggiore;
ché il bene in te qui lascerò, come ape
che punge, e il male resterà più grave,
grave sol ora, al tuo cantor, cui diede
la Musa un bene e, Deliàs, un male!
LA CETRA D'ACHILLE
I
I re, le genti degli Achei vestiti
di bronzo, tutti, sì, dormian domati
dal molle sonno, e i lor cavalli sciolti
dai giogo, avvinti con le briglie ai carri,
pascean, soffiando, il bianco orzo e la spelta.
Dormivano i custodi anche de' fuochi,
abbandonato il capo sugli scudi
lustri, rotondi, presso i fuochi accesi,
al cui guizzare balenava il rame
dell'armi, come nuvolaglia a notte,
prima d'un nembo: Domator di tutto
teneva il sonno i Panachei chiomanti,
mirabilmente, nella notte ch'era
l'ultima notte del Pelide Achille;
e in cuore ognuno lo sapea, nel cielo
e nella terra, e tutti ora sbuffando:
dalle narici il rauco sonno, in sogno
lo vedean fare un grande arco cadendo,
e sollevare un vortice di fumo;
ma in sogno senza altro fragor cadeva,
simile ad ombra; e senza suono, a un tratto,
i cavalli e gli eroi misero un ringhio
acuto, i carri scosser via gli aurighi,
mentre laggiù, sotto Ilio, alta e feroce
la bronzea voce si frangea, d'Achille.
II
Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno
giungeva un vasto singhiozzar dal mare.
Piangean le figlie del verace Mare,
nel nero Ponto, l'ancor vivo Achille,
lontane, ch'egli non ne udisse il pianto.
Ed altre, sì, con improvviso scroscio
ululando montavano alla spiaggia,
per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano:
fuggian con grida e gemiti e singhiozzi
lasciando le lor bianche orme di schiuma.
Ma non le udiva, benché desto, Achille,
desto sol esso; ch'egli empiva intanto
a sé l'orecchio con la cetra arguta,
dedalea cetra, scelta dalle prede
di Thebe sacra ch'egli avea distrutta.
Or, pieno il cuore di quei chiari squilli,
non udiva su lui piangere il mare,
e non udiva il suo vocale Xantho
parlar com'uomo all'inclito fratello,
Folgore, che gli rispondea nitrendo.
L'eroe cantava i morti eroi, cantava
sé, su la cetra già da lui predata.
Avea la spoglia, su le membra ignude,
d'un lion rosso già da lui raggiunto,
irsuta, lunga sino ai pie' veloci.
III
Così le glorie degli eroi consunti
dal rogo, e sé con lor cantava Achille,
desto sol esso degli Achei chiomanti:
ecco, avanti gli stette uno, canuto,
simile in vista a vecchio dio ramingo.
E gli fu presso e gli baciò le mani
terribili.
Sbalzò attonito Achille
su, dal suo seggio, e il morto lion rosso
gli raspò con le curve unghie i garretti.
E gli volgeva le parole alate:
Vecchio, chi sei? donde venuto? Sembri,
sì, nell'aspetto Primo re, ma regio
non è il mantello che ti para il vento.
Chi ti fu guida nella notte oscura?
Parla, e per filo il tutto narra, o vecchio.
E gli parlava rispondendo il vecchio:
No, non ti sono io re, splendido Achille;
un dio felice non mi fu l'auriga:
io da me venni.
Tutti, anche i custodi
dormono presso il crepitar dei fuochi.
Tu solo vegli; e non udii, venendo,
ch'esili stridi dagli eroi sopiti,
e che un sommesso brulichio dai morti.
E nella sacra notte a me fu guida
un suono, il suono d'una cetra, Achille.
IV
Lo guardò scuro e gli rispose Achille:
Tu non m'hai detto il caro nome, e donde
vieni e perché.
Non forse tu notturno
vieni, alle navi degli Achei ricurve,
per dono grande, ad esplorare, o vecchio?
E gli parlava rispondendo il vecchio:
Io sono aedo, o pieveloce Achille,
caro ai guerrieri, non guerriero io stesso.
Io nacqui sotto la selvosa Placo,
in Thebe sacra, già da te distrutta.
Da te non vengo a liberarmi un figlio
cui lecchi il sangue un vigile tuo cane;
il figlio, no; recando qui sul forte
plaustro mulare tripodi e lebeti
e pepli e manti e molto oro nell'arca.
Non a me copia, non a te n'è d'uopo;
ché tu sei già del tuo destino, e tutti
lo sanno, il cielo, l'infinito mare,
la nera terra, e lo sai tu ch'hai dato
ai cari amici le tue prede e i doni
splendidi; ansati tripodi, cavalli,
muli, lustranti buoi, donne ben cinte,
e grigio ferro, e reso Ettore al padre
e la tua vita al suo dovere...
Oh! rendi
dunque all'aedo la sua cetra, Achille!
V
Disse, e sporgea la mano alla sua cetra
bella, dedalea, ma l'argenteo giogo
era dai peli del lion coperto.
E il cuor d'Achille, mareggiava, come
il mare in dubbio di spezzar la nave,
piccola, curva.
E poi parlava, e disse:
TE'; riporgendo al pio cantor 'la cetra;
non sì che, urtando nel pulito seggio,
non mettesse, tremando, ella uno squillo.
Poi tacque, in mano dell'aedo, anch'ella.
Allora, stando, il pari a un dio Pelide
udì ringhiare i suoi grandi cavalli,
intese Xantho favellar com'uomo,
e parlar della sua morte al fratello,
Folgor, che gli rispondea nitrendo.
Allora udì su lui piangere il mare,
piangere le figlie del verace Mare,
lui, così bello, lui così nel fiore;
e molte con un improvviso scroscio
venir per trarlo via con sé; ma in vano.
E vide nella sacra notte il fato
suo, che aspettava alle Sinistre Porte,
come l'auriga asceso già sul carro,
la sferza in pugno, che all'eroe si volge,
sopragiungente nel fulgor dell'armi.
VI
E il vecchio disse le parole alate:
Lascia ch'io vada senz'indugio, e porti
- meco la cetra, che non forse il cuore
nero t'inviti a piangere, su questa
cetra di glorie, l'ancor vivo Achille.
Lascia che pianga e mare e terra e cielo;
tu no.
Non devi inebbriar di canto
tu, divo Achille, l'animo sereno
che sa, non devi a te celare il fato,
non che ti volle ma che tu volesti.
Restaci grande, o Peleiade Achille!
Noi, canteremo.
Noi di te diremo
che, sì, piangevi, ma lontano e solo,
e che dicevi il tuo dolore all'onde
del mare ed alle nuvole del cielo.
E noi diremo che una dea non vista
a frenar la tua fosca ira veniva,
e ti prendea per la criniera rossa,
rossa criniera che così sconvolta
poi ti lisciava un'altra dea non vista,
nel tuo dolore; e che obbedivi a voci
dell'infinito o cielo o mare: avanti,
spingendo con un grande urlo d'auriga
verso la morte l'immortal tuo Xantho.
Disse e disparve nell'ambrosia notte.
VII
E stette Achille ad ascoltare i ringhi
de' suoi cavalli, e più lontano il pianto
delle Nereidi, e dentro i lor singhiozzi
sentì più trista, sì ma più sommessa,
la voce della sua cerulea madre.
Anche sentì tra il sonno alto del campo
passar con chiaro tintinnìo la cetra,
di cui tentava il pio cantor le corde;
mentre i cavalli sospendean, fremendo,
di dirompere il bianco orzo e la spelta.
Passava il canto tra la morte e il sogno:
qualche avvoltoio, sorto su dai morti,
gli eroi viventi ventilava in fronte.
Lontanò ella sotto il cielo azzurro,
e poi vanì.
Né più la intese Achille.
Né gli restava, oltre i cavalli e il carro
da guerra e le stellanti armi, più nulla,
se non montare sopra i due cavalli,
fulgido, in armi, come Sole, andando
al suo tramonto.
Quando udì vicino
un singulto: Briseide su la soglia
stava, e piangeva, la sua dolce schiava.
Ed egli allora si corcò tenendo
lei tra le braccia, con su lor la pelle
del lion rosso; ed aspettò l'aurora.
LE MEMNONIDI
Ecco apparì l'Aurora che la terra
nera toccava con le rosee dita.
I
Disse: - Uccidesti il figlio dell'Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!
E sì, t'amavo come un suo fratello.
Tu fulvo, ei nero; nero sì, ma bello:
tu come rogo che divampa al vento,
ei come rogo che la pioggia ha spento:
Memnone amato! E tu dovevi amare
lui nato in cielo figlio tu del mare!
L'azzurro mare ama la terra nera;
il giorno ardente ama l'opaca sera;
l'opera, il sonno; ama il dolor la morte...
Va dunque, Achille, alle Sinistre Porte!
II
Io sì t'amava, e ti ricordo, molle
della mia guazza la criniera fulva,
nella lontana Ftia ricca di zolle:
nei boschi, invasi dall'odor di lauro,
del Pelio: lungo lo Sperchèo, tra l'ulva
pesta dall'ugne del tuo gran Centauro.
Io ti mostrava là su l'alte nevi
i foschi lupi che notturni a zonzo
fiutaron l'antro dove tu giacevi:
e tu gettavi contro loro incauto
la voce ch'ora squilla come bronzo,
allor sonava come lidio flauto.
Io ti vedeva predatore impube
correre a piedi, immerso nella tua
anima azzurra come in una nube;
io, rosseggiando, e con la bianca falce
la luna smorta, vedevam laggiù
correre un uomo dietro una grande alce.
III
E meco c'era Memnone, che un urlo
dal ciel mandava ai piedi tuoi veloci.
Tu li credevi di laggiù le voci
forse della palustre oca o del chiurlo.
Perché t'amava anch'esso, il tuo fratello
crepuscolare, che poi te protervo
seduto sopra il boccheggiante cervo,
circondava de' suoi strilli d'uccello.
Or egli è pietra, e ben che nera pietra,
il figlio dell'Aurora ha le sue pene,
ché quando io sorgo, e piango, ei dalle verte
rivibra un pianto come suon di cetra...
forse sospesa a un ramo, quale io credo
d'udite ancora, qui tra i pini e i cedri,
che al primo sbuffo de' miei due polledri
vibrò chiamando il suo perduto aedo.
IV
E quando io sorgo, le Memnonie gralle
fanno lor giochi, quali intorno un rogo,
non come aurighi con Ferèe cavalle
sbalzano in alto sotto il lieve giogo,
con la lucida sferza su le spalle;
e né come unti lottatori ignudi
che si serrano a modo di due travi,
e né come aspri pugili coi crudi
cesti allacciati intorno ai pugni gravi;
ma come eroi, con l'aste e con gli scudi.
Quasi al fuoco d'un rogo, al mio barlume
ecco ogni eroe contro un eroe si slancia:
lottano in mezzo alle rosate schiume
del lago, e il molle becco è la lor lancia,
e non ferisce sul brocchier di piume.
Guarda le innocue gralle irrequiete,
là, con lo scudo ombelicato e il casco!
negli acquitrini dove voi mietete
lanuginose canne di falasco,
per tetto della casa alta, d'abete.
V
Ei piange, e vede la mia mano ch'apre
rosea, di monte in monte, uscì e cancelli;
apre, toccando lieve i chiavistelli,
alle belanti pecore, alle capre;
anche al fanciullo che la verga toglie,
curva, e si lima i cari occhi col dosso
dell'altra mano: anche al villano scosso
di mezzo ai sogni dall'industre moglie;
anche all'auriga che i cavalli aggioga
al carro asperso ancor del sangue d'ieri,
mentre l'eroe, già stretti gli stinieri,
prende lo scudo per l'argentea soga:
scudo rotondo, di lucente elettro,
grande, con le città, con le capanne,
e greggi e mandre, e corbe d'uva e manne
di spighe, e un re pei solchi, con lo scettro.
VI
Ma te non più porterò via, divino
eroe, sul carro, col rotondo scudo
ch'ha suon di tibie, e dolce canta, AI LINO:
dall'altra parte tornerò del cielo,
a sera, e te con altri ignudi ignudo
io parerò tenendo un aureo stelo;
un aureo stelo con in cima un astro;
e parerò le vostre esili vite,
come un pastore, con quel mio vincastro:
un gregge d'ombre, senza i folti velli
color viola.
E per le vie muffite
v'udrò stridire come vipistrelli.
La bianca Rupe tu vedrai, dov'ogni
luce tramonta, tu vedrai le Porte
del Sole e il muto popolo dei Sogni.
E giunto alfine sosterai nel Prato
sparso dei gialli fiori della morte,
immortalmente, Achille, affaticato.
VII
Dove dirai: Fossi lassù garzone,
in terra altrui, di povero padrone;
ma pur godessi, al sole ed alla luna,
la dolce vita che ad ognuno è una;
e i miei cavalli fossero giovenchi,
che lustro il pelo, i passi hanno sbilenchi;
e ritrovassi, nell'uscir dal tetto,
per asta dalla lunga ombra, il pungetto;
e rimirassi, nell'uscir dal clatro,
per carro dal sonante asse, l'aratro:
l'aratro pio che cigola e lavora
nella penombra della nuova aurora! -
Diceva, e già nel cielo era appassita:
venne il Sole, e s'alzò l'urlo di guerra.
ANTÌCLO
E con un urlo rispondeva Antìclo,
dentro il cavallo, a quell'aerea voce;
se a lui la bocca non empìa col pugno
Odisseo, pronto, gli altri eroi salvando;
e ognun chiamando tuttavia per nome
la voce alata dileguò lontano;
fin ch'all'orecchio degli eroi non giunse
che il loro corto anelito nel buio;
come già prima, quando già lì fuori
impallidiva il vasto urlìo del giorno,
l'urlìo venato da virginei cori,
che udian dietro una nera ombra di sonno;
nel lungo giorno; e poi languì, ché forse
era già sera, e forse già sul mare
tremolava la stella Espero, e forse
la luna piena già sorgea dai monti;
ed allora una voce ecco al cavallo
girare attorno, che sonava al cuore
come la voce dolce più che niuna,
come ad ognuno suona al cuor sol una
II
Era la donna amata, era la donna
lontana, accorsa, in quella ora di morte,
da molta ombra di monti, onda di mari:
sbalzò ciascuno quasi a porre il piede
su l'inverdita soglia della casa.
Ma tutti un cenno di Odisseo contenne:
Antìclo, no.
Poi ch'era forte Antìclo,
sì, ma per forza; e non avea la gloria
loquace a cuore, ma la casa e l'orto
d'alberi lunghi e il solatìo vigneto
e la sua donna.
E come udì la voce
della sua donna, egli sbalzò d'un tratto
su molta onda di mari, ombra di monti;
udì lei nelle stanze alte il telaio
spinger da sé, scendere l'ardue scale;
e schiuso il luminoso uscio chiamare
lui che la bocca aprì, tutta, e vi strinse
il grave pugno di Odisseo Cent'arte;
e sentì nella conca dell'orecchio
sibilar come raffica marina:
Helena! Helena! è la Morte, infante!
III
Ma quella voce gli restò nel cuore:;
e quando uscì con gli altri eroi - la luna
piena pendeva in mezzo della notte -
gli nereggiava di grande ira il cuore;
e per tutto egli uccise, arse, distrusse.
Gittò nel fuoco i tripodi di bronzo,
spinse nel seno alle fanciulle il ferro;
ché non prede voleva; egli voleva
udir, tra grida e gemiti e singulti,
la voce della sua donna lontana.
Ma era nella sacra Ilio il nemico
di gloria Antìclo, non in Arne ancora,
fertile d'uva, o in Aliarto erboso:
e in un vortice rosso Ilio vaniva
a' piè del plenilunïo sereno.
Morti i guerrieri, giù nelle macerie
fumide i Danai ne battean gl'infanti,
alle lor navi ne rapian le donne:
e d'Ilio in fiamme al cilestrino mare,
dalle Porte al Sigeo bianco di luna,
passavano con lunghi ululi i carri.
IV
Ma non ancora alle Sinistre Porte
Antìclo eroe dalla città giungeva.
Lì l'auriga attendeva il suo guerriero
insanguinato; e oro e bronzo, il carro,
e la giovane schiava alto gemente.
Voto era il carro, solo era l'auriga:
legati con le briglie abili al tronco
del caprifico, in cui fischiava il vento,
i due cavalli battean l'ugne a terra,
fiutando il sangue, sbalzando alle vampe.
Ma non giungeva Antìclo: egli giaceva
sul nero sangue, presso l'alta casa
di Deifobo.
E dentro eravi ancora
fremere d'ira, strepere di ferro:
poi che, intorno all'amante ultimo, ancora
gli eroi venuti con le mille navi,
Locri, Etoli, Focei, Dolopi, Abanti,
contendean ai Troiani Helena Argiva;
tutti per lei si percotean con l'aste
i vestiti di bronzo e i domatori
di cavalli; e le loro aste, stridendo,
rigavano di lunghe ombre le fiamme.
V
Ma pensava alla sua donna morendo
Antìclo, presso l'atrïo sonoro
dell'alta casa.
E divampò la casa
come un gran pino; ed al bagliore Antìclo
vide Lèito eroe sul limitare.
Rapido a nome lo chiamò: gli disse:
Lèito figlio d'Alectryone, trova
nell'alta casa il vincitore Atride,
di cui s'ode il feroce urlo di guerra.
Digli che fugge alle mie vene il sangue
sì come il vino ad un cratere infranto.
E digli che per lui muoio e che muoio
per la sua donna, ed ho la mia nel cuore.
Che venga la divina Helena, e parli
a me la voce della mia lontana:
parli la voce dolce più che niuna,
come ad ognuno suona al cuor sol una.
VI
Disse, e la casa entrò Lèito, e seguiva
tra le fiamme il feroce urlo di guerra,
che come tacque, egli trovò l'Atride
poggiato all'asta dalla rossa punta,
dritto, col piede sopra il suo nemico.
E contro gli sedeva Helena Argiva,
tacita, sopra l'alto trono d'oro;
e lo sgabello aveva sotto i piedi.
E Lèito disse al vincitore Atride:
Uno mi manda, da cui fugge il sangue
sì come il vino da cratere infranto:
Antìclo, che muore per te, che muore
per la tua donna, ed ha la sua nel cuore.
Oh! vada la divina Helena, e parli
a lui la voce della sua lontana,
la voce dolce forse più che niuna,
e come suona forse al cuor sol una.
VII
E così, mentre già moriva Antìclo,
veniva a lui con mute orme di sogno
Helena.
Ardeva intorno a lei l'incendio,
su l'incendio brillava il plenilunio.
Ella passava tacita e serena,
come la luna, sopra il fuoco e il sangue.
Le fiamme, un guizzo, al suo passar, più alto;
spremeano un rivo più sottil le vene.
E scrosciavano l'ultime muraglie,
e sonavano gli ultimi singulti.
Stette sul capo al moribondo Antìclo
pensoso della sua donna lontana.
Tacquero allora intorno a lei gli eroi
rauchi di strage, e le discinte schiave.
E già la bocca apriva ella a chiamarlo
con la voce lontana, con la voce
della sua donna, che per sempre seco
egli nell'infinito Hade portasse;
la rosea bocca apriva già; quand'egli
- No - disse: - voglio ricordar te sola.
-
IL SONNO DI ODISSEO
I
Per nove giorni, e notte e dì, la nave
nera filò, ché la portava il vento
e il timoniere, e ne reggeva accorta
la grande mano d'Odisseo le scotte;
né, lasso, ad altri le cedea, ché verso
la cara patria lo portava il vento.
Per nove giorni, e notte e dì, la nera
nave filò, né l'occhio mai distolse
l'eroe, cercando l'isola rupestre
tra il cilestrino tremolìo del mare;
pago se prima di morir vedesse
balzarne in aria i vortici del fumo.
Nel decimo, là dove era vanito
il nono sole in un barbaglio d'oro,
ora gli apparse non sapea che nero:
nuvola o terra? E gli balenò vinto
dall'alba dolce il grave occhio: e lontano
s'immerse il cuore d'Odisseo nel sonno.
II
E venne incontro al volo della nave,
ecco, una terra, e veleggiava azzurra
tra il cilestrino tremolìo del mare;
e con un monte ella prendea del cielo,
e giù dal monte spumeggiando i botri
scendean tra i ciuffi dell'irsute stipe;
e ne' suoi poggi apparvero i filari
lunghi di viti, ed a' suoi piedi i campi
vellosi della nuova erba del grano:
e tutta apparve un'isola rupestre,
dura, non buona a pascere polledri,
ma sì di capre e sì di buoi nutrice:
e qua e là sopra gli aerei picchi
morian nel chiaro dell'aurora i fuochi
de' mandrïani; e qua e là sbalzava
il mattutino vortice del fumo,
d'Itaca, alfine: ma non già lo vide
notando il cuore d'Odisseo nel sonno.
III
Ed ecco a prua dell'incavata nave
volar parole, simili ad uccelli,
con fuggevoli sibili.
La nave
radeva allora il picco alto del Corvo
e il ben cerchiato fonte; e se n'udiva
un grufolare fragile di verri;
ed ampio un chiuso si scorgea, di grandi
massi ricinto ed assiepato intorno
di salvatico pero e di prunalbo;
ed il divino mandrïan dei verri,
presso la spiaggia, della nera scorza
spogliava con l'aguzza ascia un querciolo,
e grandi pali a rinforzare il chiuso
poi ne tagliò coi morsi aspri dell'ascia;
e sì e no tra lo sciacquìo dell'onde
giungeva al mare il roco ansar dei colpi,
d'Eumeo fedele: ma non già li udiva
tuffato il cuore d'Odisseo nel sonno.
IV
E già da prua, sopra la nave, a poppa,
simili a freccie, andavano parole
con fuggevoli fremiti.
La nave
era di faccia al porto di Forkyne;
e in capo ad esso si vedea l'olivo,
grande, fronzuto, e presso quello un antro:
l'antro d'affaccendate api sonoro,
quando in crateri ed anfore di pietra
filano la soave opra del miele:
e si scorgeva la sassosa strada
della città: si distinguea, tra il verde
d'acquosi ontani, la fontana bianca
e l'ara bianca, ed una eccelsa casa:
l'eccelsa casa d'Odisseo: già forse
stridea la spola fra la trama, e sotto
le stanche dita ricrescea la tela,
ampia, immortale...
Oh! non udì né vide
perduto il cuore d'Odisseo nel sonno.
V
E su la nave, nell'entrare il porto,
il peggio vinse: sciolsero i compagni
gli otri, e la furia ne fischiò dei venti:
la vela si svoltò, si sbatté, come
peplo, cui donna abbandonò disteso
ad inasprire sopra aereo picco:
ecco, e la nave lontanò dal porto;
e un giovinetto stava già nel porto,
poggiato all'asta dalla bronzea punta:
e il giovinetto sotto il glauco olivo
stava pensoso; ed un veloce cane
correva intorno a lui scodinzolando:
e il cane dalle volte irrequïete
sostò, con gli occhi all'infinito mare;
e com'ebbe le salse orme fiutate,
ululò dietro la fuggente nave:
Argo, il suo cane: ma non già l'udiva
tuffato il cuore d'Odisseo nel sonno.
VI
E la nave radeva ora una punta
d'Itaca scabra.
E tra due poggi un campo
era, ben culto; il campo di Laerte;
del vecchio re; col fertile pometo;
coi peri e meli che Laerte aveva
donati al figlio tuttavia fanciullo;
ché lo seguiva per la vigna, e questo
chiedeva degli snelli alberi e quello:
tredici peri e dieci meli in fila
stavano, bianchi della lor fiorita:
all'ombra d'uno, all'ombra del più bianco,
era un vecchio, poggiato su la marra:
il vecchio, volto all'infinito mare
dove mugghiava il subito tumulto,
limando ai faticati occhi la luce,
riguardò dietro la fuggente nave:
era suo padre: ma non già lo vide
notando il cuore d'Odisseo nel sonno.
VII
Ed i venti portarono la nave
nera più lungi.
E subito aprì gli occhi
l'eroe, rapidi aprì gli occhi a vedere
sbalzar dalla sognata Itaca il fumo;
e scoprir forse il fido Eumeo nel chiuso
ben cinto, e forse il padre suo nel campo
ben culto: il padre che sopra la marra
appoggiato guardasse la sua nave;
e forse il figlio che poggiato all'asta
la sua nave guardasse: e lo seguiva,
certo, e intorno correa scodinzolando
Argo, il suo cane; e forse la sua casa,
la dolce casa ove la fida moglie
già percorreva il garrulo telaio:
guardò: ma vide non sapea che nero
fuggire per il violaceo mare,
nuvola o terra? e dileguar lontano,
emerso il cuore d'Odisseo dal sonno.
L'ULTIMO VIAGGIO
I
LA PALA
Ed il timone al focolar sospese
in Itaca l'Eroe navigatore.
Stanco giungeva da un error terreno,
grave ai garretti, ch'egli avea compiuto
reggendo sopra il grande omero un remo.
Quelli c
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