PROFUGIORUM AB AERUMNA, di Leon Battista Alberti - pagina 2
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Non volle adunque Pericle, castigando l'altrui errore, contaminare sé stessi e ricevere a sé la perturbazione quale gli era importata; e non la ricevendo, la fece lievissima e spensela tanto quanto e' deliberò sofferendo e vincendo sé stessi aversi uomo e meritare della virtù sua.
Che ti parse di quel Metello numidico cacciato da' suoi cittadini romani non per altro se non perché in lui splendea troppa virtù? Quale, sendo in Asia in teatro mezzo dello spettaculo, gli fu nunziato che la sua patria lo rivocava a grazia con amplissimo beneficio.
In tanta sua letizia osservò constanza, e in suoi gesti nulla fu veduto mutarsi.
Adunque in le cose prospere e in le cose avverse troviamo che gli uomini possono in se stessi quello che molti niegano potersi.
E meravigliomi del giudicio loro s'egli stimano non potersi moderare le nostre volontà e appetiti in queste cose caduce e fragili, quando e' vedono che chi non abandoni se stessi, può contro alle cose gravissime e durissime più quasi che la natura non li richiede.
Quanti sono che soffersono estremi cruciati e intollerabili dolori con animo invitto e fortissimo! E chi non sa che in noi, moderati gli appetiti e frenate le volontà, nulla resta donde ne insurga alcuna perturbazione? Potranno adunque gli uomini le cose da natura acerbissime e molestissime, e non potranno le cose facili e paratissime? Muzio Scevola pose la mano in mezzo el fuoco, e Pompeo vi pose el dito; e molti altri raccolti da Valerio istorico si vede poterono, e dove e quanto a loro non dispiacque, esser constanti ed erti contro non solo a movimenti lievi dell'animo ma e contro a gravi dolori.
Ma che raccontiamo noi questi uomini rarissimi? E dimmi: non vediamo noi tutto el dì e' nostri servi abietti, oppressi dalla lor fortuna, attriti da' disagi, lassi dalle fatiche, in mezzo de' loro mali e ridere e cantare? Chi gli domandasse: perché ridi? credo risponderebbono: perché mi piace; e perché canti?: perché così voglio e cantare e star quieto e rallegrarmi a mia posta.
Pesa loro la lor fortuna? S'ella pesasse, non sarebbono alla levità del ridere o del cantare espediti.
S'ella non pesa, donde vien questo altronde che dal volere con ragione quello che per necessità li conviene sofferire? Fanno costoro pertanto, così volendo, men grave il suo male, o più forti sé a sostenerlo; o forse in prima così volendo solo col volere propulsano da sé ogni molestia.
Non adunque reputeremo sì grave né sì acerbo quello che sia in noi farlo quanto vorremo minore e men difficile.
Ma intervienci come alla colonna: mentre ch'ella tiene sé in stato ritta e in se stessi offirmata, ella non solo se sustenta ma e ancora sopra ivi regge ogni grave peso; e questa medesima colonna, declinando da quella rettitudine, pel suo in se insito carco e innata gravezza ruina.
Così l'animo nostro, mentre che esso se stessi conforma con la rettitudine del vero e non aberra dalla ragione, qual sopravi imposto incarico sarà che lo abatta? Fa che lo animo penda a qualche obliqua opinione, per sua proclività ruina e capolieva.
Rammentami vedere la nostra gioventù a quel giuoco de' pugni, dando e ricevendo le picchiate, contundersi e infrangersi el viso, le mani, el petto, tornare fiacchi, lividi, senza aver dato in tanto dolore un picciol gemito.
E di que' medesimi forse poi vidi qualche uno punto da una zenzada con gran voce mostrare la sua levità e impazienza.
E questo onde avviene se non che ivi l'opinione adritta a virilità lo 'nduce a volere soffrire, e volendo gli si rende el dolore picciolo e da sofferirlo; qui la mollizie effemminata dell'animo per se stessi bieca e obliqua ad impazienza e intolleranza puerile?
Dicea Ermete Trimegisto antiquissimo scrittore: «la volontà, o Asclepi, nasce dal consiglio».
Chi adunque ben consiglia, ben può quanto e' vuole.
Vuolsi adattare l'animo a virtù.
Conduceravvelo la ragione; e sempre sarà l'animo osservatore della ragione purché la sinistra volontà nollo svii; e sempre fie pronto donde tu possa ben consigliarti in vita col modo e via di tradurti grato a te stessi, accetto agli altri e utile a molti.
Né si vuole giudicare quello che tu possa di te stessi prima che tu lo pruovi; e provando, se bene non fussi, diventerai atto a vincere ogni insulto avverso vincendo te stessi.
Ma noi, alcuni, troppo ne disfidiamo, e come in milizia chi sia inesperto e timido, così noi fuggiamo al primo strepito e ombra degli inimici, e prima succumbiamo coll'animo che noi conosciamo quanto possa chi ne urteggia.
E come e' dicono che molti arebbono acquistata sapienza dove e' non avessono prima persuaso alla opinione sua d'esser savi, così, contro, non pochissimi rimangono sanza lode dove non si fidorono potere quanto volendo li era lecito potere.
Così mi pare qui tra noi resti assai esplicato che noi uomini bene consigliati tanto potremo di noi stessi, di nostro animo, volontà, pensieri e affetti, quanto vorremo e instituiremo.
NICCOLA.
Doh! Agnolo, che dura e iniqua sorte fie quella de' mortali se trovaremo in vita niuno sì inculto di dottrina, sì alieno d'ogni ragione, quale udendo queste vostre gravissime e approbatissime sentenze, non v'assentisca e confessi ogni vostro detto esser vero; e d'altra parte si truovi niuno sì perito e sì essercitato in cose lodate a bene e beato vivere, quale con opra affermi quanto e' con parole confessa doversi.
E pensiamoci un poco.
Se voi domandassi el fratello, el padre, la madre d'uno di quei fortissimi cittadini quali perirono superati da Annibale presso al laco Trasumeno qui presso a Cortona: «E che vi dolete? Queste vostre lacrime che giovano? Non sapete voi che il pregio di queste cose sottoposte alla fortuna non sta, in buona o mala parte, altrove posto che in la nostra opinione? Qualunque cosa avvenga a noi mortali mai sarà da chiamarla o riputarla male se non quanto ella a noi nocerà.
Nulla nuoce se non quanto per lei si diventi piggiore.
La ingiustizia, la perfidia, la crudelità fa non te piggiore, ma colui in cui ella abita.
Per qualunque sopravenga fortuna avversa, per qualunque iniuria de' pessimi uomini, mai sarà chi diventi piggiore se non quanto e' vorrà, mal sofferendo se stessi, male avere.
La morte sta a chi nacque natural condizione impostagli dal primo dì ch'egli apparisce in vita.
E chi ben ripensa le miserie del viver nostro, la morte non è altro che uscire d'uno carcere laboriosissimo e d'una assidua fluttuazione e tempesta d'animo.
Giovi a chi espose el sangue suo per salute della patria sua essere uscito di vita con laude, merito e grazia de' suoi», - dico, Agnolo, se voi usassi presso a que' calamitosi parole simili, che vi risponderebbono essi? Credo la madre, vinta dal dolore, arebbe poco atteso e meno inteso alcuna delle vostre parole.
El padre forse, più maturo e d'età e di consiglio, risponderebbe: «Agnolo, voi dite el vero; ma a me quello che è grave continuo preme, e dove e' mi preme, non dubitate, e' mi duole».
El fratello forse risponderebbe: «Se così fusse facile el soffrire gl'incomodi e le calamità con quale la nostra fortuna ne fiacca come è a voi, uomo dottissimo, el disputarne, rendovi certo ch'io m'arei levata questa molestia ingratissima dall'animo.
Ma io sento dal dolor mio quel ch'io non so con parole esplicarvi, donde e' sia da non assentire a queste vostre ragioni qui addotte».
Così credo vi risponderebbono.
E forse se fra costoro vi fusse un di questi severi supercilii stoici, inventori e disputatori di queste discipline, so risponderebbe: «Non ci ricordate che noi perseveriamo in ogni officio e costanza.
Queste cose caduce e fragili sono al tutto escluse da' pensieri e dalle voglie nostre, e sono gli animi nostri adiudicati a cose per quali viviamo beati e acquistianci immortalità».
Simili, credo, sarebbono le loro parole.
Ma e' fatti quali sarebbono? Quanto converrebbono co' detti loro? E' me gli pare vedere disputare con una maiestà di parole e di gesti, con una severità di sentenze astritte a qualche silogismo, con una grandigia di sue opinioni tale che t'aombrano l'animo, e parti quasi uno sacrilegio stimare che possino dicendo errare.
Odi que' loro divini oraculi: «Tu mortale cognosci te stessi.
Di cose poche e minime si contenta la natura.
A chi sia savio mai mancano le cose ottime, mai avviene cosa sinistra, sempre vive libero e sempre vive lieto».
Poi ostentano quella ambiziosa austerità del ripreendere chi sé forse dia alle delizie; mordono chi curi le cose caduce e fragili; perseguitano chi succomba al dolore; inimicano chi tema e' pericoli; odiano chi non esca di vita con animo invitto e nulla perturbato.
Uomini prestantissimi! Uomini rari! E voi con opra come approvate e' vostri detti? Qual fie di voi che potendo non volesse più tosto viver lauto e splendido, che povero e assediato da molti incommodi?
Crates filosofo volle la casa magnifica, gli apparati regi e vari ornamenti, vasi d'oro gemmati, mense argentee; qual cose e' predicava da nolle stimare.
Aristippo, quell'altro filosofo, comperò una perdice cinquanta dramme.
A Senocrate filosofo donò Dionisio tiranno una grillanda d'oro in premio perché e' vinse tutti gli altri a bevere.
Lacides, pur filosofo, per troppo bere divenne paralitico.
Non racconto Bione filosofo quale, domandato che cose facendo in vita lo rendesse lietissimo, rispuose: guadagnando.
Ma mi maraviglio del nostro Aristotile che per delicatezza si lavasse nell'olio tiepido e per avarizia poi lo vendesse a' suoi cittadini.
E Zenone stoico, padre ed esplicatore di questa austera e orrida filosofia, quale per insino alli dii prescrive severità, e con parole combatte assiduo contra la fortuna ed estermina e succulca da sé ogni sua licenza e beneficio, coll'opra come si porta? Egli udì che le sue possessioni erano arse e guaste dagli inimici; perturbossene in modo che 'l re Antigono, quale lo estimava quasi come un dio mortale in terra, se ne maravigliò, e forse ne iudicò quello che iudico io, che molti ragionano delle cose aspere e dure in ombra e in ozio non male, quali le soffrirebbono credo poi non bene.
Chi fu in ogni suo detto e scritto più ostinato biasimatore di chi cede alla fortuna e non affermi la sola virtù essere ultimo bene a' mortali; chi fu in simile superstizioni più veemente ripreenditore che 'l nostro Seneca latino stoico? E qual fu egli in fatti? Quanto dissimile dalle parole! Scrive Cornelio istorico che costui tanto temette la morte che per non cadere in insidie quale e' temea da Nerone e da' suoi veneni, più tempi non si fidò mangiare altro che pomi e frutti crudi, né bevve altro che acqua di quella solo che surgeva fuori da entro della terra.
Potrei raccontarvi molti simili.
Ma questi a che fine? Solo per inferire quello ch'io sento e giudico, e dico: se questi uomini dotti ed essercitatissimi, inventori, defensori e adornatori di queste simili sentenze più tosto maravigliose che vere, o non poterono secondo noi altri men dotti, o forse, secondo voi prudentissimi, non seppero nulla stimare le cose caduce e poco temere le cose avverse, noi altri e d'ingegno e di condizione e di professione minori e in ogni grave cosa più deboli, chente potremo? S'io non erro, tutti vorremo vivere sanza sollicitudine e acerbità.
Ma che a me, o se io non so e non sapendo non posso, o se in tutto io non posso quanto io vorrei? Alcuni poterono soffrire el dolore, nulla curare la miseria, ridere la sua fortuna.
E Muzio Scevola potette sofferire lo incendio della mano.
Molte maggior crudezze possono in noi le paure, le iracundie e gli altri simili furori.
Didone precipitata da furore uccise se stessa.
Molti per paura di maggior tormenti deliberorono uscire di vita.
E quegli altri cupidi di gloria, che col fronte e colle parole ostentorono in sé maravigliosa durezza contro a' casi e contro alle perturbazioni, Dio lo sa se l'animo loro era pacato e tranquillo.
E pure, se uno e un altro si truovò in cui non fusse alle calamità sue sentimento e animo umano, furono o dii o certo non uomini.
Chi non sente le cose che senton gli altri infiniti uomini, costui solo non è uomo.
Se negli animi umani abita la carità, se v'ha luogo l'amore, convien che vi cappia l'ira e la indignazione e simili.
Che maraviglia adunque se uno animo umano desidera e' suoi? Miracolo sarà, anzi immanità non gli desiderare, e desiderandogli non dolersi di non gli avere.
Se v'è sentimento delle cose nocue e nimiche, chi sarà che nulla si dolga in le sue calamità? E' si vuole ben consigliarsi colla ragione, adattar l'animo a virtù.
O Agnolo, rammentavi quel detto di quello antico Gione: «tanto duole a un calvo quanto a un ben capillato quando tu lo peli».
Ma che noi pure ne trastulliamo con parole dove bisognerebbono e' fatti? Dicea Cesare presso a Sallustio: qualunque consiglia conviene che sia libero d'ogni perturbazione.
E noi vorremo che l'animo urtato dagli impeti avversi, caduto in miseria, perturbato dal dolore, ben consigli sé stessi.
L'animo non sano, dicea Ennio poeta, erra sempre.
Ma non voglio estendermi, ch'io sarei prolisso.
Tanto vorrei da questi dotti come da un duttore e addirizzatore del naviglio, non che e' mi disputasse, - e' si vuole alla tempesta ridursi in porto e ivi fuggire ogni impeto di venti avversi, - ma mostrassi qual via e modo mi riduca là dove io mi riposi in ozio e tranquillità.
Così questi filosofi, medicatori delle menti umane e moderatori de' nostri animi, vorre' io m'insegnassero non fingere e dissimulare col volto fuori, ma entro evitare le perturbazioni ed espurgare dall'animo con certa ragione e modo quello che essi giurano potersi.
AGNOLO.
Vedi, Niccola, queste sono materie dove bisognerebbe ragionarne con più ozio e con più premeditata ragion di disputare.
Io resterò d'oppormiti com'io cominciai, ché ti vedo apparecchiato a confutarmi, e sento l'ingegno tuo acuto e pronto; e non m'è occulta quest'arte tua con quale tu studi nascondere quell'arte vulgata dello argumentare disputando; e dilettami.
Ma credi tu ch'io non conosca che tu giudichi di queste cose quello che giudicano tutti e' dotti, che chi vuole opporsi alla fortuna, sostenere e' casi avversi e curare nulla altro che la virtù, può? Non insistiamo più in questo, ma consideriamo questo potere quale e di che natura e' sia.
Io non potrei dipingere né fingere di cera uno Ercole, un fauno, una ninfa, perché non sono essercitato in questi artifici.
Potrebbe questo forse qui Battista quale se ne diletta e scrissene.
Tu, Niccola, come neanche io, non potresti atto schermire, lanciare, lottare.
Potrebbe questo qui Battista in questa sua età robusta, quale in simile cose diede opera ed essercizio.
Non potrebbe, no, Battista, come quel Milone atleta, portare uno bue vivo in ispalla, né, come Aulo Numerio, centurione e commilitone di divo Iulio Augusto, contenere con una mano l'impeto di più giumenti, né come quello Atamante qual Plinio vide andare pel teatro vestito di cinquanta corazze di piombo e calzato con coturni che pesavano libbre cinquecento.
Né forse potrebbe Cicerone ben lodare Clodio suo capital nimico, sendogli in odio e in dispetto suoi detti e fatti.
Così compreendiamo che alcune cose da natura non si possono; alcune non da natura non si possono, ma da nostra inerzia, desidia e concetta opinione sono da noi stessi vetate.
Tu dicesti, ciascuno vorrebbe vivere soluto e libero in queste cose quali più sono facili a disputarne che a sofferirle.
Ma quel ch'è difficile a questi disputatori, a noi non par possibile.
Guarda, Niccola, s'egli è così, che dove ogn'uomo può, rari vogliono ben meritare di sua virtù.
Raccontasti uno e un altro splendido e curioso delle cose caduce.
Chi ti loda in loro quello che non fu loro debito? E di che disputiamo noi, di quello che fecero, o pur di quello che e' poteano e potendo doveano fare? E se dalla vita e costumi loro dobbiamo argumentare e statuire le ragioni e modo del vivere bene e lodati, raccontiamo quegli altri molti più che questi, pur filosofi, quali furono contenti d'una sola e trita vesta, quali per loro diversorio abitavano un vaso putrido e abietto, quali vissero non d'altro che di cavoli, quali sì abdicorono da sé ogni cosa fragile e caduca che né pure una scodella volsero ritenere a sé.
Non te li racconto, ché fuggo anche io esser prolisso; ma tu, omo litterato, riducetegli a memoria e teco pensa donde questi miei così poterono quello che que' tuoi non volsero, e pensa donde que' tuoi non volsero quello che volendo poteano pari a' miei.
Troverrai che questi così poterono perché volseno vincere sé imprima e' suoi appetiti e volontà; quelli non volseno frenare e moderare sé stessi, però soluti e sciolti meno poterono contenersi in suo officio.
Seneca fuggì cadere in insidie e veneno di Nerone.
Dicea quel prudentissimo Agamenon, presso ad Omero, doversi riprendere niuno quale o dì o notte che fusse, fuggissi di non incontrarsi al male.
Altra cosa è vitare gl'incommodi, altra vinto succombere sanza prima concertare e provare sé stessi e sua virtù.
Quello è prudenza provedere e schifare el dispiacere; questo si è ignavia abbandonare sé stessi.
E sarà fortezza fare come e' dicono che fa la palma, legno qual sempre s'accurva e impinge contro al suo incarco.
Questo ti confesso potrà meglio chi più sarà essercitato nelle durezze de' tempi, nella asperità del vivere, e chi già fece e' calli sofferendo.
Diresti; che cagione adunque perturba in noi tanta ragione e officio? Rispondere'ti quello che testé m'occorre a mente; e considerianci, Niccola, s'io m'abatto al vero.
Gli animi nostri gli fece la natura atti ad eternità, simplici, nulla composti, non da altri mossi che da sé stessi.
La eternità credo io non sia altro che una certa perfezione e continuazione inviolabile di vita e d'esser sempre uno e medesimo.
Quello che fu prima coniunto e ascritto alla vita si pruova essere el moto.
E' movimenti dell'animo non accade raccontarli qui, ma restici persuaso che l'animo può mai starsi ocioso, sempre si volge e avvolge in sé qualche investigazione o disposizione o appreensione di cose, quali se saranno gravi, degne e tali ch'elle adempiano l'animo, nulla più altro vi si potrà immergere; se saranno lievi, galleggeranno mezzo a' flutti della mente nostra, e, come avviene, di cosa in cosa ondeggeranno e' nostri pensieri persino che picchieranno a qualche scoglio di qualche aspra memoria o dura alcuna volontà, onde poi ivi noi sentiamo gli urti dentro al nostro petto iterati e gravi.
Perturbasi ancora in noi l'animo dissoluto dalla ragione e condutto dalla opinione a iudicare falso delle cose buone o non buone, come tutto el dì vediamo non rari infetti da questa commune corruttela del vivere, quali e piangono e godono più per satisfare al giudicio e sensi altrui che a sé stessi.
Ma io di me voglio esplicarvi in qual numero io sia infra e' mortali.
Io, Niccola mio, s'io fussi uno di que' calamitosi, desidererei le mie care cose, e non affermerei essere in me sì assoluta e perfetta virtù che non mi dolesse la perdita de' miei; ma cercherei le vie e modi da levarmi ogni molestia dell'animo.
E per quanto e' mi paia conoscere, egli è in pronto e quasi in grembo di ciascuno el potersi acquietare da ogni perturbazione e prima ch'elle offendano e poi che tu le concepesti.
E poi che 'l ragionare ne condusse a questo, riconosciamo insieme s'io erro.
Comincianci da questo capo.
Le perturbazioni, voglio favellare così, piovono e versansi nell'animo nostro vacuo.
Onde? Certo diranno alcuni surgere o dalla perversità de' tempi, o dalla nostra propria iniqua fortuna, o da qualche duro caso, o dalla nequizia e improbità degli altri uomini, o da qualche nostro errore.
Altronde non vedo che in noi possa insurgere acerbità o tedio alcuno.
Ma, dirò io, cosa niuna estrinseca potrà ne' nostri animi se non quanto noi patiremo ch'ella possa.
E parmi accommodata similitudine questa.
Come alle tempeste del verno ne addestriamo e apparecchiamo, coperti e difesi dalle veste, dalle mura, da' nostri refugi e ridutti, e se pure el tedio delle nevi, la molestia de' venti, le durezze de' freddi ne assedia e ostringe, noi oppogniamo e' vetri alle finestre, e' tappeti agli usci, e precludiamo ogni adito onde a noi possa espirare alcuna ingiuria del verno; e se saremo robusti e fermi, vinceremo ogni sua asprezza e acerbità e rigore essercitandoci ed eccitando in noi quel calore innato e immessoci dalla natura a perseverar vita alle nostre membra; se forse saremo malfermi e imbecilli, ne accomandaremo al fuoco e al sole e alle terme: così alle volubilità e impeti e tempeste della fortuna bisogna addestrarsi e apparecchiarsi con l'animo, e precludersi dalle perturbazione ogni adito, ed eccitare e susservare in noi quello ignicolo innato e insito ne' nostri animi quale v'aggiunse e infuse la natura ad immortale eternità.
Addesterremo e apparecchieremo l'animo nostro contro a' commovimenti de' tempi e contro alle ruine de' casi avversi, in prima col premeditare e riconoscere noi stessi, poi col giudicare e statuire delle cose caduce e fragili, non secondo l'errore della opinione, ma secondo la verità e certezza della ragione.
Dicea Tales filosofo essere difficile el conoscere sé stessi.
Non so in qual parte sia da interpretare questo suo detto, ma a me non pare difficile conoscermi uomo simile agli altri uomini, tali quali gli descrive Apulegio.
E chi dubita nell'uomo esservi ragione? Sentilo ragionare, ed etti persuaso che l'animo dell'uomo sia immortale.
Vedi e' suoi membri atti a mancare e perire; conosci quanto sia suo mente lieve e volubile e quasi mai senza ansietà; affermi el corpo suo essergli in molti modi noioso; discerni infra gli uomini costumi al tutto vari e molto dissimili.
Non puoi negare che in loro gli errori sono simili: ardiscono troppo, sperano con pertinacia, affaticansi in cose non certe né utili; loro beni caduci a uno a uno muoiono; la moltitudine perpetuo vive; mutansi di prole in prole; vola loro età; tardi a sapienza, presti a morte, queruli in vita, abitano la terra.
Adunque premeditando e riconoscendo noi stessi, ne accoglieremo pensando: a che nacqui io? venni io in vita forse per tradur mia età vacua e disoporosa? Questo intelletto, questa cognizione e ragione e memoria, donde venne in me sì infinita e immortale se non da chi sia infinito e immortale? E io, lascerò io me simile a un ferraccio macerare e marcire in ozio, sepulto in mezzo el loto delle delizie e voluttà? Non giudicherò io mio debito, essercitandomi in cose pregiate e degne, ben cultivare me stessi e ben meritare di mia industria e virtù? Resterò io di spogliare e astergere da me assiduo ogni improbità e ruggine di vizi? Queste due cose qual dicea Seneca filosofo esserci date da Dio sopra tutte l'altre validissime, la ragione e la società, lascerolle io estinguere per desidia e inerzia e nulla valere in me? O forse le adoperrò solo in servire a questo corpo mio e a queste membra noiose e incommode? Non mi diletterà più adattarle a gloria e immortalità del nome, fama e degnità mia, della famiglia mia e della patria mia? Non premediterò io assiduo me essere nato non solo, come rispose Anassagora, a contemplare el cielo, le stelle e la universa natura, ma e ancora in prima, come affermava Lattanzio, per riconoscere e servire a Dio, quando servire a Dio non sia altro che darsi a favoreggiare e' buoni e a mantenere giustizia? Così mi si richiede; e io così sponte e volonteroso delibero.
Su, dianci coll'animo a queste opere ottime e gratissime al nostro padre e procreatore Iddio.
A' buoni, a' quali deliberammo favoreggiare, non attaglieranno l'opere nostre non buone; né ben potremo mantenere giustizia se non saremo nimici d'ogn'ingiustizia.
Adunque dedichiamo l'animo nostro a esser vacuo d'ogn'ingiustizia e pieno di bontà.
Quinci saremo in ogni officio d'umanità e culto di virtù ben composti, e ben serviremo alla naturale società e vera religione, e preporrenci in ogni nostra vita esser constanti e liberi.
Dicono la levità esser vizio nimico a ogni quiete.
Alla libertà ascrive Lisia oratore esser proprio far cosa niuna contro a sua volontà.
Niuno si truova più lieve che colui el quale non ferma el suo volere a qualche certezza; e fa niuno tant
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