STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 82
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Ci era lo scrittore, non ci era l'uomo.
E fin d'allora fu considerato lo scrivere come un mestiere, consistente in un meccanismo che dicevasi «forma letteraria», nella piena indifferenza dell'animo: divorzio compiuto tra l'uomo e lo scrittore.
Fra tanto infuriare di prose rettoriche e poetiche comparve la prosa del Machiavelli, presentimento della prosa moderna.
Qui l'uomo è tutto, e non ci è lo scrittore, o ci è solo in quanto uomo.
Il Machiavelli sembra quasi ignori che ci sia un'arte dello scrivere, ammessa generalmente e divenuta moda o convenzione.
Talora ci si prova, e ci riesce maestro; ed è, quando vuol fare il letterato anche lui.
L'uomo è in lui tutto.
Quello che scrive è una produzione immediata del suo cervello, esce caldo caldo dal di dentro, cose e impressioni spesso condensate in una parola.
Perchè è un uomo che pensa e sente, distrugge e crea, osserva e riflette, con lo spirito sempre attivo e presente.
Cerca la cosa, non il suo colore: pure la cosa vien fuori insieme con le impressioni fatte nel suo cervello, perciò naturalmente colorita, traversata d'ironia, di malinconia, d'indignazione, di dignità, ma principalmente lei nella sua chiarezza plastica.
Quella prosa è chiara e piena come un marmo, ma un marmo qua e là venato.
È la grande maniera di Dante che vive là dentro.
Parlando dei mutamenti introdotti al medio evo ne' nomi delle cose e degli uomini, finisce così: «e i Cesari e i Pompei Pietri, Mattei e Giovanni diventarono».
Qui non ci è che il marmo, la cosa ignuda; ma quante vene in questo marmo! Ci senti tutte le impressioni fatte da quell'immagine nel suo cervello, l'ammirazione per quei Cesari e Pompei, il disprezzo per quei Pietri e Mattei, lo sdegno di quel mutamento; e lo vedi alla scelta caratteristica de' nomi, al loro collocamento in contrasto come nemici, e a quell'ultimo ed energico «diventarono», che accenna a mutamenti non solo di nomi, ma di animi.
Questa prosa asciutta, precisa e concisa, tutta pensiero e tutta cose, annunzia l'intelletto già adulto emancipato da elementi mistici, etici e poetici, e divenuto il supremo regolatore del mondo: la logica o la forza delle cose, il fato moderno.
Questo è in effetti il senso intimo del mondo, come il Machiavelli lo concepisce.
Lasciando da parte le sue origini, il mondo è quello che è, un attrito di forze umane e naturali, dotate di leggi proprie.
Ciò che dicesi «fato», non è altro che la logica, il risultato necessario di queste forze, appetiti, istinti, passioni, opinioni, fantasie, interessi, mosse e regolate da una forza superiore, lo spirito umano, il pensiero, l'intelletto.
Il Dio di Dante è l'amore, forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza.
Il Dio di Machiavelli è l'intelletto, l'intelligenza e la regola delle forze mondane: il risultato è scienza.
- Bisogna amare -, dice Dante.
- Bisogna intendere -, dice Machiavelli.
L'anima del mondo dantesco è il cuore: l'anima del mondo machiavellico e il cervello.
Quel mondo è essenzialmente mistico ed etico: questo è essenzialmente umano e logico.
La virtù muta il suo significato.
Non è sentimento morale, ma è semplicemente forza o energia, la tempra dell'animo; e Cesare Borgia è virtuoso, perchè avea la forza di operare secondo logica, cioè di accettare i mezzi, quando aveva accettato lo scopo.
Se l'anima del mondo è il cervello, hai una prosa che è tutta e sola cervello.
Ora possiamo comprendere il Machiavelli nelle sue applicazioni.
La storia di Firenze sotto forma narrativa è una logica degli avvenimenti.
Dino scrive col cuore commosso, con l'immaginazione colpita: tutto gli par nuovo, tutto offende il suo senso morale.
Vi domina il sentimento etico, come in Dante, nel Mussato, in tutt'i trecentisti.
Ma ciò che interessa il Machiavelli è la spiegazione de' fatti nelle forze motrici degli uomini, e narra calmo e meditativo, a modo di filosofo che ti dia l'interpretazione del mondo.
I personaggi non sono còlti nel caldo dell'affetto e nel tumulto dell'azione: non è una storia drammatica.
L'autore non è sulla scena, nè dietro la scena; ma è nella sua camera, e mentre i fatti gli sfilano avanti, cerca afferrarne i motivi.
La sua apatia non è che preoccupazione di filosofo, inteso a spiegare e tutto raccolto in questo lavoro intellettivo, non distratto da emozioni e impressioni.
È l'apatia dell'ingegno superiore, che guarda con compassione a' moti convulsi e nervosi delle passioni.
Ne' Discorsi ci è maggior vita intellettuale.
L'intelletto si stacca da' fatti, e vi torna, per attingervi lena e ispirazione.
I fatti sono il punto fermo intorno a cui gira.
Narra breve, come chi ricordi quello che tutti sanno, ed ha fretta di uscirne.
Ma, appena finito il racconto, comincia il discorso.
L'intelletto, come rinvigorito a quella fonte, se ne spicca tutto pieno d'ispirazioni originali, sorpreso e contento insieme.
Senti lì il piacere di quell'esercizio intellettuale e di quella originalità, di quel dir cose che a' volgari sembrano paradossi.
Quei pensieri sono come una schiera ben serrata, dove non penetra niente dal di fuori, a turbarvi l'ordine.
Non è una mente agitata nel calore della produzione tra quel flutto d'immaginazioni e di emozioni che ti annunzia la fermentazione come avviene talora anche a' più grandi pensatori.
È l'intelletto pieno di gioventù e di freschezza, tranquillo nella sua forza, e in sospetto di tutto ciò che non è lui.
Digressioni, immagini, effetti paragoni, giri viziosi, perplessità di posizioni, tutto è sbandito in queste serie disciplinate d'idee, mobili e generative, venute fuori da un vigor d'analisi insolito e legate da una logica inflessibile.
Tutto è profondo, ed è così chiaro e semplice, che ti par superficiale.
Il fondamento de' Discorsi è questo, che gli uomini «non sanno essere nè in tutto buoni, nè in tutto tristi», e perciò non hanno tempra logica, non hanno virtù.
Hanno velleità, non hanno volontà.
Immaginazioni, paure, speranze, vane cogitazioni, superstizioni tolgono loro la risolutezza.
Perciò «stanno» volentieri «in sull'ambiguo», e scelgono le «vie di mezzo», e «seguono le apparenze».
Ci è nello spirito umano uno stimolo o appetito insaziabile che lo tiene in continua opera e produce il progresso storico.
Ond'è che gli uomini non sono tranquilli, e salgono di un'ambizione in un'altra, e prima si difendono, e poi offendono, e più uno ha, più desidera.
Sicchè negli scopi gli uomini sono infiniti, e ne' mezzi sono perplessi e incerti.
Quello che degl'individui, si può dire anche dell'uomo collettivo, come famiglia, o classe.
Nelle società non ci è in fondo che due sole classi, degli «abbienti» e de' «non abbienti», de' ricchi e de' poveri.
E la storia non è se non l'eterna lotta tra chi ha e chi non ha.
Gli ordini politici sono mezzi di equilibrio tra le classi.
E sono liberi, quando hanno a fondamento l'«equalità».
Perciò libertà non può essere, dove sono «gentiluomini» o classi previlegiate.
È chiaro che una scienza o arte politica non è possibile, quando non abbia per base la conoscenza della materia su che si ha a esercitare, cioè dell'uomo come individuo e come classe.
Perciò una gran parte di questi Discorsi sono ritratti sociali delle moltitudini o delle plebi, degli ottimati o gentiluomini, de' principi, de' francesi, de' tedeschi, degli spagnuoli, d'individui e di popoli.
Sono ritratti finissimi per originalità di osservazione ed evidenza di esposizione, ne' quali vien fuori il «carattere», cioè quelle forze che movono individui e popoli o classi ad operare così o così.
Le sue osservazioni sono frutto di una esperienza propria e immediata; e perciò freschissime e vive anche oggi.
Poichè il carattere umano ha questa base comune, che i desidèri o appetiti sono infiniti, e debole ed esitante è la virtù del conseguirli, hai disproporzione tra lo scopo e i mezzi; onde nascono le oscillazioni e i disordini della storia.
Perciò la scienza politica o l'arte di condurre e governare gli uomini ha per base la precisione dello scopo e la virtù de' mezzi; e in questa consonanza è quella energia intellettuale, che fa grandi gli uomini e le nazioni.
La logica governa il mondo.
Questo punto di vista logico, preponderante nella storia, comunica all'esposizione una calma intellettuale piena di forza e di sicurezza, come di uomo che sa e vuole.
Il cuore dell'uomo s'ingrandisce col cervello.
Più uno sa, e più osa.
Quando la tempra è fiacca, di' pure che l'intelletto è oscuro.
L'uomo allora non sa quello che vuole, tirato in qua e in là dalla sua immaginazione e dalle sue passioni: com'è proprio del volgo.
Un'applicazione di questa implacabile logica è il Principe.
Machiavelli biasima i principi che per fraude o per forza tolgono la libertà a' popoli.
Ma, avuto lo Stato, indica loro con quali mezzi debbano mantenerlo.
Lo scopo non è qui la difesa della patria, ma la conservazione del principe: se non che il principe provvede a se stesso, provvedendo allo Stato.
L'interesse pubblico è il suo interesse.
Libertà non può dare, ma può dare buone leggi che assicurino l'onore, la vita, la sostanza de' cittadini.
Dee mirare a procacciarsi il favore e la grazia del popolo, tenendo in freno i gentiluomini e gli uomini turbolenti.
Governi i sudditi, non ammazzandoli, ma studiandoli e comprendendoli, «non ingannato da loro, ma ingannando loro».
Come stanno alle apparenze, il principe dee darsi tutte le buone apparenze, e non volendo essere, parere almeno religioso, buono, clemente, protettore delle arti e degl'ingegni.
Nè tema d'essere scoperto; perchè gli uomini sono naturalmente semplici e creduli.
Ciò che in loro ha più efficacia è la paura: perciò il principe miri a farsi temere più che amare.
Soprattutto eviti di rendersi odioso o spregevole.
Chi legge il trattato De regimine principum di Egidio Colonna vi troverà un magnifico mondo etico, senza alcun riscontro con la vita reale.
Chi legge questo Principe del Machiavelli, vi troverà un crudele mondo logico, fondato sullo studio dell'uomo e della vita.
L'uomo vi è come natura, sottoposto nella sua azione a leggi immutabili, non secondo criteri morali, ma secondo criteri logici.
Ciò che gli si dee domandare non è se quello che egli fa sia buono o bello, ma se sia ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra' mezzi e lo scopo.
Il mondo non è governato dalla forza come forza, ma dalla forza come intelligenza.
L'Italia non ti potea dare più un mondo divino ed etico: ti dà un mondo logico.
Ciò che era in lei ancora intatto era l'intelletto; e il Machiavelli ti dà il mondo dell'intelletto, purgato dalle passioni e dalle immaginazioni.
Machiavelli bisogna giudicarlo da quest'alto punto di vista.
Ciò a cui mira è la serietà intellettuale, cioè la precisione dello scopo e la virtù di andarvi diritto senza guardare a destra e a manca e lasciarsi indugiare o traviare da riguardi accessorii o estranei.
La chiarezza dell'intelletto non intorbidato da elementi soprannaturali o fantastici o sentimentali è il suo ideale.
E il suo eroe è il domatore dell'uomo e della natura, colui che comprende e regola le forze naturali e umane, e le fa suoi istrumenti.
Lo scopo può essere lodevole o biasimevole; e se è degno di biasimo, è lui il primo ad alzare la voce e protestare in nome del genere umano.
Veggasi il capitolo decimo, una delle proteste più eloquenti che sieno uscite da un gran cuore.
Ma, posto lo scopo, la sua ammirazione è senza misura per colui che ha voluto e saputo conseguirlo.
La responsabilità morale è nello scopo, non è ne' mezzi.
Quanto ai mezzi, la responsabilità è nel non sapere o nel non volere, nell'ignoranza o nella fiacchezza.
Ammette il terribile; non ammette l'odioso o lo spregevole.
L'odioso è il male fatto per libidine o per passione o per fanatismo, senza scopo.
Lo spregevole è la debolezza della tempra, che non ti fa andare là dove l'intelletto ti dice che pur bisogna andare.
Quando Machiavelli scrivea queste cose, l'Italia si trastullava ne' romanzi e nelle novelle, con lo straniero a casa.
Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato.
La tempra era rotta.
Tutti volevano cacciar lo straniero, a tutti «puzzava il barbaro dominio»; ma erano velleità.
E si comprende come il Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra attaccando il male nella sua radice.
Senza tempra, moralità, religione, libertà, virtù sono frasi.
Al contrario, quando la tempra si rifà, si rifà tutto l'altro.
E Machiavelli glorifica la tempra anche nel male.
Innanzi a lui è più uomo Cesare Borgia, intelletto chiaro e animo fermo, ancorachè destituito d'ogni senso morale, che il buon Pier Soderini, cima di galantuomo, ma «anima sciocca», che per la sua incapacità e la sua fiacchezza perdette la repubblica.
Ma, se in Italia la tempra era infiacchita, lo spirito era integro.
Se da una parte Machiavelli poneva a base della vita l'essere «uomo», iniziando l'età virile della forza intelligente, d'altra parte il motivo principale comico dello spirito italiano nella sua letteratura romanzesca era appunto la forza incoerente, cioè a dire indisciplinata e senza scopo.
Il tipo cavalleresco, com'era concepito in Italia, era ridicolo per questo, che si presentava all'immaginazione come un esercizio incomposto di una forza gigantesca senza serietà di scopo e di mezzi, la forza come forza, e tutta la forza ne' fini più seri e più frivoli: ciò che rende così comici Morgante, Mandricardo, Fracasso.
Ci erano certo i fini cavallereschi, come la tutela delle donne, la difesa degli oppressi, ma che parevano a quel pubblico intelligente e scettico comici non altrimenti che quegli effetti straordinari di forza corporale.
Si può dire di quei cavalieri foggiati dallo spirito italiano quello che Doralice dicea a Mandricardo, quando lo vedea intestato a fare per una spada e uno scudo quello avea fatto per impossessarsi di lei: - Non fu amore che ti mosse, «fu naturale ferita di core» - Lo spirito italiano adunque da una parte metteva in caricatura il medio evo come un giuoco disordinato di forze, e dall'altra gittava la base di una nuova età su questo principio virile, che la forza è intelligenza, serietà di scopo e di mezzi.
Ciò che l'Italia distruggeva, ciò che creava, rivelava una potenza intellettuale, che precorreva l'Europa di un secolo.
Ma in Italia c'era l'intelligenza e non ci era la forza.
E si credeva con la superiorità intellettuale di potere cacciar gli stranieri.
Era una intelligenza adulta, svegliatissima, ma astratta, una logica formale nella piena indifferenza dello scopo.
Era la scienza per la scienza, come l'arte per l'arte.
Nella coscienza non ci era più uno scopo, nè un contenuto.
E quando la coscienza è vuota, il cuore è freddo, e la tempra è fiacca anche nella maggiore virilità dell'intelletto.
Il movimento dello spirito era stato assolutamente negativo e comico.
Agl'italiani era più facile ridere delle forze indisciplinate che disciplinarsi, e più facile ridere degli stranieri che mandarli via.
Il frizzo era l'attestato della loro superiorità intellettuale e della loro decadenza morale.
Mancava non la forza fisica, e non il coraggio che ne è la conseguenza, ma la forza morale, che ci tenga stretti intorno ad una idea, e risoluti a vivere e a morire per quella.
Machiavelli ebbe una coscienza chiarissima di questa decadenza, o, com'egli diceva, «corruttela»:
«Qui, - scrive - è virtù grande nelle membra, quando la non mancasse ne' capi.
Specchiatevi ne' duelli e ne' congressi de' pochi, quanto gl'italiani siano superiori con le forze, con la destrezza, con l'ingegno.»
Pure l'Italia era corrotta, perchè difettiva di forze morali, e perciò di un degno scopo, che riempisse di sè la coscienza nazionale Di lui è questo grande concetto: che il nerbo della guerra non sono i danari, nè le fortezze, nè i soldati, ma le forze morali, o, com'egli dice, il patriottismo e la disciplina.
Di quella corruzione italiana la principal causa era il pervertimento religioso.
Abbiamo di lui queste memorabili parole, di cui Lutero era il comento:
«La ...
religione, se ne' princìpi della repubblica cristiana si fosse mantenuta secondo che dal fondatore di essa fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più felici e più unite ch'elle non sono.
Nè si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d'essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione.
Chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l'uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser propinquo o la rovina o il flagello.»
Certo, non è ufficio grato dire dolorose verità al proprio paese, ma è un dovere, di cui l'illustre uomo sente tutta la grandezza:
«Chi nasce in Italia e in Grecia, e non sia divenuto in Italia oltramontano e in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi.»
Per lui è questo una sacra missione, un atto di patriottismo.
Il suo sguardo abbraccia tutta la storia del mondo.
Vede tanta gloria in Assiria, in Media, in Persia, in Grecia, in Italia e Roma.
Celebra il regno de' Franchi, il regno de' Turchi, quello del soldano, e le geste della «setta saracina», e le virtù «de' popoli della Magna» al tempo suo.
Lo spirito umano, immutabile e immortale, passa di gente in gente e vi mostra la sua virtù.
E quando gitta l'occhio sull'Italia, il paragone lo strazia.
Le sue più belle pagine storiche sono dove narra la decadenza di Genova, di Venezia, di altre città italiane in tanto fiorire degli Stati europei.
Non adulare il suo paese, ma dirgli il vero, fargli sentire la propria decadenza, perchè ne abbia vergogna e stimolo, descrivere la malattia e notare i rimedi, gli pare ufficio d'uomo dabbene.
Questo sentimento del dovere dà alle sue parole una grande elevatezza morale:
«Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora regna non fossero più chiari del sole, andrei nel parlare più rattenuto.
Ma, essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi, acciocchè gli animi de' giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi e prepararsi ad imitar quelli...
Perchè gli è ufficio di uomo buono, quel bene, che per la malignità dei tempi e della fortuna non ha potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocchè, sendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.»
Queste parole sono un monumento.
Ci si sente dentro lo spirito di Dante.
Machiavelli tiene la sua promessa.
Giudica con severità uomini e cose.
Del papato tutti sanno quello che ha scritto.
Nè è più indulgente verso i principi:
«Questi nostri principi, che erano stati molti anni nel principato loro, per averlo dipoi perso non accusino la fortuna, ma l'ignavia loro; perchè, non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possono mutarsi, ...
quando poi vennero i tempi avversi, pensarono a fuggirsi e non a difendersi.»
Degli avventurieri scrive:
«Il fine delle loro virtù è stato che [Italia] è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da' svizzeri; ...
tanto che essi han condotto Italia schiava e vituperata.»
Nè è meno severo verso i gentiluomini, avanzi feudali, rimasti vivi ed eterni in questa maravigliosa pittura:
«Gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono de' proventi delle loro possessioni abbondantemente, senz'avere alcuna cura o di coltivare o di alcuna altra necessaria fatica a vivere.
Questi tali sono perniciosi in ogni provincia: ma più perniciosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro.
Di queste due sorte di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia.
Di qui nasce che in quelle provincie non è stato mai alcuno vivere politico, perchè tali generazioni di uomini sono nemici di ogni civiltà.»
Degna di nota è qui l'idea, tutta moderna, che il fine dell'uomo è il lavoro, e che il maggior nemico della civiltà è l'ozio: principio che ha gittato giù i conventi, ed ha rovinato dalla radice non solo il sistema ascetico o contemplativo, ma anche il sistema feudale, fondato su questo fatto: che l'ozio de' pochi vivea del lavoro de' molti.
Un uomo, che con una sagacia pari alla franchezza nota tutte le cause della decadenza italiana, potea ben dire, accennando a Savonarola:
«Ond'è che a Carlo, re di Francia, fu lecito a pigliare Italia col gesso; e chi diceva come di questo ne erano cagione i peccati nostri, diceva il vero; ma non erano già quelli che credeva, ma questi ch'io ho narrati.»
Gli oziosi sono fatalisti.
Spiegano tutto con la fortuna.
Anche allora de' mali d'Italia accagionavano la mala sorte.
Machiavelli scrive:
«La fortuna dimostra la sua potenza, dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini e i ripari a tenerla.
E se voi considererete l'Italia che è la sede di queste variazioni e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun riparo.»
Essendo l'Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un redentore, un principe italiano, che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo, la riordini, persuaso che a riordinare uno Stato si richieda l'opera di un solo, a governarlo l'opera di tutti.
Ne' grandi pericoli i romani nominavano un dittatore: nell'estremo della corruzione Machiavelli non vede altro scampo che nella dittatura:
«Cercando un principe la gloria del mondo, dovrebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto, come Cesare, ma per riordinarla, come Romolo.»
Di Cesare scrive un giudizio originale rimasto celebre:
«Nè sia è alcuno che s'inganni per la gloria di Cesare, sentendolo massime celebrare dagli scrittori; perchè questi che lo lodano sono corrotti dalla fortuna sua e spauriti dalla lunghezza dell'imperio, il quale, reggendosi sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori pèarlassero liberamente di lui.
Ma chi vuol conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbero, vegga quello che dicono di Catilina.
E tanto è più detestabile Cesare, quanto è più da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare un male.
Vegga pure con quante laudi celebrano Bruto; talchè non potendo biasimare quello per la sua potenza, e' celebrano il nimico suo...
E conoscerà allora benissimo quanti obblighi Roma, Italia, il mondo abbia con Cesare.»
Machiavelli promette, a chi prende lo Stato con la forza, non solo l'amnistia, ma la gloria, quando sappia ordinarlo:
«Considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione, come sono loro proposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte gli rende gloriosi; l'altra li fa vivere in continue angustie, e dopo la morte lasciare di se una sempiterna infamia.»
Invoca egli dunque un qualche amato dal cielo, che sani l'Italia dalle sue ferite, «e ponga fine ...
a' sacchi di Lombardia, alle espilazioni e taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite».
È l'idea tradizionale del Redentore o del Messia.
Anche Dante invocava un messia politico, il veltro.
Se non che il salvatore di Dante ghibellino era Arrigo di Lussemburgo, perchè la sua Italia era il giardino dell'impero; dove il salvatore di Machiavelli doveva essere un principe italiano, perchè la sua Italia era nazione autonoma, e tutto ciò che era fuori di lei era straniero, barbaro, «oltramontano».
Chi vuol vedere il progresso dello spirito italiano da Dante a Machiavelli, paragoni la mistica e scolastica Monarchia dell'uno col Principe dell'altro, così moderno ne' concetti e nella forma.
L'idea del Machiavelli riuscì un'utopia, non meno che l'idea di Dante.
Ed oggi è facile assegnarne le cagioni.
«Patria», «libertà», «Italia», «buoni ordini», «buone armi», erano parole per le moltitudini, dove non era penetrato alcun raggio d'istruzione e di educazione.
Le classi colte, ritiratesi da lungo tempo nella vita privata, tra ozi idillici e letterari, erano cosmopolite, animate dagl'interessi generali dell'arte e della scienza, che non hanno patria.
Quell'Italia di letterati corteggiati e cortigiani perdeva la sua indipendenza, e non aveva quasi aria di accorgersene.
Gli stranieri prima la spaventarono con la ferocia degli atti e de' modi; poi la vinsero con le moine, inchinandola e celebrando la sua sapienza.
E per lungo tempo gl'italiani, perduta libertà e indipendenza, continuarono a vantarsi per bocca de' loro poeti signori del mondo, e a ricordare le avite glorie.
Odio contro gli stranieri ce ne era, ed anche buona volontà di liberarsene.
Ma ci era così poca fibra, che di una redenzione italica non ci fu neppure il tentativo.
Nello stesso Machiavelli fu una idea, e non sappiamo che abbia fatto altro di serio per giungere alla sua attuazione, che di scrivere un magnifico capitolo, in un linguaggio rettorico e poetico fuori del suo solito, e che testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore che la calma persuasione di un uomo politico.
Furono illusioni.
Vedeva l'Italia un po' a traverso de' suoi desidèri.
Il suo onore, come cittadino, e di avere avuto queste illusioni.
E la sua gloria, come pensatore, è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della società moderna e della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via.
Le illusioni del presente erano la verità del futuro.
Non è maraviglia che il Machiavelli con tanta esperienza del mondo, con tanta sagacia d'osservazione abbia avuto illusioni, perchè nella sua natura ci entrava molto del poetico.
Vedilo nell'osteria giocare con l'oste, con un mugnaio, con due fornaciari a «picca» e a «tric trac»:
«E ...
nascono molte contese e molti dispetti di parole ingiuriose, e il più delle volte si combatte per un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano.»
Questo non è che plebeo, ma diviene profondamente poetico nel comento appostovi:
«Rinvolto in quella viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento che mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse.»
Vedilo tutto solo pel bosco con un Petrarca o con un Dante «libertineggiare» con lo spirito, fantasticare, abbandonato alle onde dell'immaginazione.
«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nello scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste contadina piena di fango e di loto, e mi metto abiti regali e curiali, e vestito decentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini; da' quali ricevuto amorevolmente, mi pasco del cibo che solum è mio; e non mi vergogno di parlar con loro e domandarli delle loro azioni, ed essi per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.»
Quel «trasferirsi in loro», quel «libertineggiare» sono frasi energiche di uno spirito contemplativo, estatico, entusiastico.
Ci è una parentela tra Dante e Machiavelli.
Ma è un Dante nato dopo Lorenzo de' Medici, nutrito dello spirito del Boccaccio, che si beffa della «divina Commedia», e cerca la commedia in questo mondo.
Nella sua utopia è visibile una esaltazione dello spirito, poetica e divinatrice.
Ecco: il principe leva la bandiera, grida: - Fuori i barbari! - A modo di Giulio.
Il poeta è lì; assiste allo spettacolo della sua immaginazione:
«Quali porte se gli serrerebbero? quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? quale invidia se gli opporrebbe? quale italiano gli negherebbe l'ossequio?»
E finisce co' versi del Petrarca:
Virtù contra al furore
prenderà l'armi, e fia il combatter corto:
chè l'antico valore
negl'italici cor non è ancor morto.
Ma furono brevi illusioni.
C'era nel suo spirito la bella immagine di un mondo morale e civile, e di un popolo virtuoso e disciplinato, ispirata dall'antica Roma: ciò che lo fa eloquente ne' suoi biasimi e nelle sue lodi.
Ma era un mondo poetico troppo disforme alla realtà, ed egli medesimo è troppo lontano da quel tipo, troppo simile per molte parti a' suoi contemporanei.
Ond'è che la sua vera musa non è l'entusiasmo, è l'ironia.
La sua aria beffarda congiunta con la sagacia dell'osservazione lo chiariscono uomo del Risorgimento De' principi ecclesiastici scrive:
«Costoro soli hanno Stati e non gli difendono, hanno sudditi e non gli governano, e gli Stati per essere indifesi non sono lor tolti, ed i sudditi per non essere governati non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da loro.
...
Essendo quelli retti da cagione superiore, alla quale la mente umana non aggiunge, lascerò il parlarne; perchè, essendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe ufficio d'uomo temerario e presuntuoso il discorrerne.»
In tanta riverenza di parole non è difficile sorprendere sulle labbra di chi scrive quel piglio ironico che trovi ne' contemporanei.
Famosi sono i suoi ritratti per l'originalità e vivacità dell'osservazione.
De' francesi e spagnuoli scrive:
«Il francese ruberia con l'alito, per mangiarselo e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi ha rubato: natura contraria dello spagnuolo, che di quello che ti ruba, mai ne vedi nulla.»
Da questo profondo ed originale talento di osservazione, da questo spirito ironico uscì la Mandragola, l'alto riso nel quale finirono le sue illusioni e i suoi disinganni.
Dopo i primi tentativi idillici, la commedia si era chiusa nelle forme di Plauto e di Terenzio.
L'Ariosto scrivea per la corte di Ferrara; il cardinale di Bibbiena scrivea per le corti di Urbino e di Roma.
Vi si rappresentavano anche con molta magnificenza traduzioni dal latino.
Talora gli attori erano fanciulli.
«Fu pur troppo nuova cosa, - scrive il Castiglione - vedere vecchiettini lunghi un palmo servare quella gravità, quelli gesti così severi, [simular] parasiti e ciò che fece mai Menandro.»
Accompagnamento alla commedia era la musica, e intermezzi o intromesse erano le «moresche», balli mimici.
Le decorazioni magnifiche.
Nella rappresentazione della Calandria in Urbino vedevi
«un tempio, ...
tanto ben finito, - dice il Castiglione - che non saria possibile a credere che fosse fatto in quattro mesi: tutto lavorato di stucco, con istorie bellissime: finte le finestre di alabastro, tutti gli architravi e le cornici d'oro fino e azzurro oltramarino, ...
figure intorno tonde finte di marmo, colonnette lavorate...
Da un de' capi era un arco trionfale...
Era finta di marmo, ma era pittura, la storia delli tre Orazi, bellissima...
In cima dell'arco era una figura equestre bellissima, tutta tonda, armata, con un bello atto, che ferìa con un'asta un nudo, che gli era a' piedi.»
L'Italia si vagheggiava colà in tutta la pompa delle sue arti, architettura, scultura, pittura.
Musiche bizzarre, tutte nascoste e in diversi luoghi.
Quattro intromesse, una «moresca di Iasón» o Giasone, un carro di Venere, un carro di Nettuno, un carro di Giunone.
La prima intromessa è così descritta dal Castiglione:
«La prima fu una moresca di Iasón, il quale comparse nella scena da un capo ballando, armato all'antica, bello, con la spada e una targa bellissima dall'altro furon visti in un tratto due tori tanto simili al vero, che alcuni pensàrno che fosser veri, che gittavano fuoco dalla bocca.
A questi si accostò il buon Iasón, e feceli arare, posto loro il giogo e l'aratro, e poi seminò i denti del dracone: e nacquero appoco appoco dal palco uomini armati all'antica, tanto bene quanto credo io che si possa.
E questi ballarono una fiera moresca, per ammazzare Iasón; e poi quando furono all'entrare, si ammazzavano ad uno ad uno, ma non si vedeano morire.
Dietro ad essi se n'entrò Iasòn, e subito uscì col vello d'oro alle spalle, ballando eccellentissimamente, e questo era il Moro, e questa fu la prima intromessa.»
Finita la commedia nacque sul palco all'improvviso un Amorino, che dichiarò con alcune stanze il significato delle intromesse.
Poi
«si udì una musica nascosa di quattro viole, e poi quattro voci con le viole, che cantarono una stanza con un bello aere di musica, quasi una orazione ad Amore: e così fu finita la festa, con grande satisfazione e piacere di chi la vide.»
dice sempre il Castiglione, l'autore del Cortigiano, che ci ebbe non piccola parte ad ordinarla.
Cosa era questa Calandria, nella cui rappresentazione Urbino e poi Roma sfoggiarono tanto lusso ed eleganza? Il protagonista è Calandro, un facsimile di Calandrino, il marito sciocco, motivo comico del Decamerone, rimasto proverbiale in tutte le commedie e novelle.
Non vi manca il negromante o l'astrologo che vive a spese de' gonzi.
L'intreccio nasce da un fratello e una sorella similissimi di figura, che vestiti or da uomo, or da donna generano equivoci curiosissimi.
Dov'è lo sciocco ci è anche il furbo, e il furbo è Fessenio, licenzioso, arguto, cinico, che fa il mezzano al padrone, il cui pedagogo ci perde le sue lezioni.
Molto bella è una scena tra il pedagogo e Fessenio, il pedagogo che moralizza, e Fessenio che gli dà la baia.
Come si vede, l'argomento è di Plauto e il pensiero è del Boccaccio.
La tela è antica, lo spirito è moderno.
Assisti ad una rappresentazione di una delle più ciniche novelle del Decamerone.
Caratteri, costumi, lingua e stile, tutto è vivo e fresco: ci senti la scuola fiorentina del Berni e del Lasca, l'alito di Lorenzo de' Medici.
È uno sguardo allegro e superficiale gittato sul mondo.
I caratteri vi sono appena sbozzati; domina il caso e il capriccio; gli accidenti più strani si addossano gli uni sugli altri, crudi, senza sviluppo, più simili a' balli mimici delle intromesse che a vere e serie rappresentazioni.
Pare che quegli uomini non avessero tempo di pensare e non di sentire, e che tutta la loro vita fosse esteriore, come la vita teatrale in certi tempi è stata tutta nelle gole de' cantanti e nelle gambe delle ballerine.
Queste erano le commedie dette «d'intreccio», sullo stesso stampo delle novelle.
A prima vista ti pare alcuna cosa di simile la Mandragola.
Anche ivi è grande varietà d'intreccio, con accidenti i più comici e più strani.
Ma niente è lasciato al caso.
Machiavelli concepisce la commedia, come ha concepito la storia.
Il suo mondo comico è un gioco di forze, dotate ciascuna di qualità proprie, che debbono condurre inevitabilmente al tale risultato.
L'interesse è perciò tutto nei caratteri e nel loro sviluppo.
Il protagonista è il solito marito sciocco.
Il suo Calandrino o Calandro è il dottor Nicia, uomo istrutto e che sa di latino, gabbato facilmente da uomini, che hanno minor dottrina di lui, ma più pratica del mondo.
Ci è già qui un concetto assai più profondo che non è in Calandro: si sente il gran pensatore.
L'obbiettivo dell'azione comica è la moglie, virtuosissima e prudentissima donna, vera Lucrezia.
E si tratta di vincerla non con la forza, ma con l'astuzia.
Gli antecedenti sono simili a quelli della Lucrezia romana.
Callimaco, come Sesto, sente vantar la sua bellezza, e lascia Parigi, e torna in Firenze sua patria, risoluto di farla sua.
La tragedia romana si trasforma nella commedia fiorentina.
Il mondo è mutato e rimpiccinito, Collatino è divenuto Nicia.
Come Machiavelli ha potuto esercitare il suo ingegno a scriver commedie?
Scusatelo con questo, che s'ingegna
con questi van pensieri
fare il suo tristo tempo più soave;
perchè altrove non ave
dove voltare il viso;
chè gli è stato interciso
mostrar con altre imprese altre virtue,
non sendo premio alle fatiche sue.
Cattivi versi, ma strazianti.
Il suo riso è frutto di malinconia.
Mentre Carlo ottavo correva Italia, Piero de' Medici e Federigo d'Aragona si scrivevano i loro intrighi d'amore, il cardinale da Bibbiena, «assassinato di amore», e il Bembo esalavano in lettere i loro sospiri, e l'uno scrivea gli Asolani e l'altro la Calandria, e Machiavelli parlava al deserto, ammonendo, consigliando, e non udito e non curato, fece come gli altri, scrisse commedie, ed ebbe l'onore di far ridere molto il papa e i cardinali.
Callimaco, l'innamorato di Lucrezia, si associa all'impresa Ligurio, un parasito che usava in casa Nicia.
Lo sciocco è Nicia, il furbo è Ligurio, l'amico di casa, come si direbbe oggi.
Ligurio tiene le fila in mano, e fa movere tutti gli attori a suo gusto, perchè conosce il loro carattere, ciò che li move.
Ligurio è un essere destituito d'ogni senso morale e che per un buon boccone tradirebbe Cristo.
Non ha bisogno di essere Iago, perchè Nicia non è Otello.
E un volgare mariuolo, che con un po' più di spirito farebbe ridere.
Riesce odioso e spregevole, il peggior tipo d'uomo che abbia nel Principe concepito Machiavelli.
Fessenio è più allegro e più spiritoso, perciò più tollerabile.
Ciò che move Ligurio e gli aguzza lo spirito è la pancia: finisce le sue geste in cantina.
Ma questo suo lato comico è appena indicato, e questa figura ti riesce volgare e fredda.
Un altro associato di Callimaco è il suo servo Siro.
Costui ha poca parte, ma è assai ben disegnato.
Ode tutto, vede tutto, capisce tutto, ed ha aria di non udire, non vedere e non capire: fa l'asino in mezzo a' suoni.
Ma questo lato comico è poco sviluppato, e ti riesce anche lui freddo.
Ciò che non guasta nulla, essendo una parte secondaria.
Colui che è dietro la scena e fa ballare i suoi figurini è Ligurio.
E sembra che l'ambizione di questo furfante sia di nascondere sè, e mettere in vista tutto il suo mondo.
Poco interessante per se stesso, lo ammiri nella sua opera, e perdi lui di vista.
Callimaco è un innamorato: per aver la sua bella farebbe monete false.
La parte odiosa è riversata sul capo di Ligurio.
A lui le smanie e i delirii.
Non è amore petrarchesco, e non è cinica volgarità: è vero amor naturale coi colori suoi, rappresentato con una esagerazione e una bonomia che lo rende comico.
«...
Mi fo di buon cuore, ma io ci sto poco su; perchè d'ogni parte m'assalta tanto desio d'essere una volta con costei, ch'io mi sento dalle piante de' piè al capo tutto alterare: le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira.»
Ma queste sono figure secondarie.
L'interesse è tutto intorno al dottor Nicia, il marito sciocco, sì sciocco che diviene istrumento inconsapevole dell'innamorato e lo conduce lui stesso al letto nuziale.
L'autore, molto sobrio intorno alle figure accessorie, concentra il suo spirito comico attorno a costui e lo situa ne' modi più acconci a metterlo in lume.
La sua semplicità è accompagnata con tanta prosunzione di saviezza e con tanta sicurezza di condotta, che l'effetto comico se ne accresce.
E Ligurio non solo lo gabba, ma ci si spassa, e gli tiene sempre la candela sul viso per farlo ben vedere agli spettatori.
Nelle ultime scene ci è una forza e originalità comica che ha pochi riscontri nel teatro antico e moderno.
Il difficile non era gabbare Nicia, ma persuadere Lucrezia.
L'azione, così comica per rispetto a Nicia, qui s'illumina di una luce fosca e ti rivela inesplorate profondità.
Gl'istrumenti adoperati a vincer Lucrezia sono il confessore e la madre, la venalità dell'uno, l'ignoranza superstiziosa dell'altra.
E Machiavelli, non che voglia palliare, qui è terribilmente ignudo, scopre senza pietà quel putridume Sostrata, la madre, in poche pennellate è ammirabilmente dipinta.
È una brava donna, ma di poco criterio, e avvezza a pensare col cervello del suo confessore.
Alle ragioni della figliuola risponde: - Io non ti so dire tante cose, figliuola mia.
Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu di poi sarai consigliata da lui, da noi e da chi ti vuol bene -.
E non si parte mai di là, è la sua idea fissa, la sua sola idea: - T'ho detto e ridicoti che se fra Timoteo ti dice che non ci sia carico di coscienza, che tu lo faccia senza pensarvi -.
Il confessore sa perfettamente che madre è questa.
«...
È ...
una bestia, - dice - e sarammi un grande aiuto a condurre Lucrezia alle mie voglie».
-
Il carattere più interessante è fra Timoteo, il precursore di Tartufo, meno artificiato, anzi tutto naturale.
Fa bottega della chiesa, della Madonna, del purgatorio.
Ma gli uomini non ci credono più, e la bottega rende poco.
E lui aguzza l'ingegno.
Se la prende co' frati, che non sanno mantenere la riputazione dell'immagine miracolosa della Madonna:
«Io dissi mattutino, lessi una Vita de' santi padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada ch'era spenta, mutai il velo a una Madonna che fa miracoli.
Quante volte ho io detto a questi frati che la tengano pulita? E si maravigliano poi che la divozione manca.
Oh quanto poco cervello e in questi mia frati!»
Il suo primo ingresso sulla scena è pieno di significato: còlto sul fatto in un dialogo con una sua penitente, pittura di costumi profonda nella sua semplicità.
Sta spesso in chiesa, perchè «in chiesa vale più la sua mercanzia».
È di mediocre levatura, buono a uccellar donne:
«...
Madonna Lucrezia è savia e buona.
Ma io la giungerò in su la bontà, e tutte le donne hanno poco cervello, e come n'e una che sappia dire due parole, e' se ne predica; perchè in terra di ciechi chi ha un occhio è signore.»
Conosce bene i suoi polli:
«Le più caritative persone che sieno son le donne, e le più fastidiose.
Chi le scaccia, fugge i fastidi e l'utile; chi le intrattiene, ha l'utile e i fastidi insieme.
Ed è vero che non è il mele senza le mosche.»
Biascica paternostri e avemarie, e usa i modi e il linguaggio del mestiere con la facilità indifferente e meccanica dell'abitudine.
A Ligurio che, promettendo larga limosina, lo richiede che procuri un aborto, risponde: - Sia col nome di Dio, facciasi ciò che volete, e per Dio e per carità sia fatta ogni cosa.
...
Datemi ...
cotesti danari, da poter cominciare a far qualche bene -.
Parla spesso solo, e si fa il suo esame, e si dà l'assoluzione, sempre che glie ne venga utile:
«Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno per diversi rispetti sono per trarre assai.
La cosa conviene che stia segreta, perché l'importa così a loro dirla come a me.
Sia come si voglia, io non me ne pento.»
Se mostra inquietudine, è per paura che si sappia:
«Dio sa ch'io non pensava a ingiuriare persona: stavami nella mia cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei divoti.
Capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intignere il dito in un errore, donde io vi ho messo il braccio e tutta la persona, e non so ancora dov'io m'abbia a capitare.
Pure mi conforto che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura.»
Questo è l'uomo, a cui la madre conduce la figliuola.
Il frate spiega tutta la sua industria a persuaderla, e non si fa coscienza di adoperarvi quel poco che sa del Vangelo e della storia sacra.
«Io son contenta, - conchiude Lucrezia - ma non credo mai esser viva domattina».
E il frate risponde:
«Non dubitare, figliuola mia, io pregherò Dio per te, io dirò l'orazione dell'angiolo Raffaello, che t'accompagni.
Andate in buon'ora, e preparatevi a questo misterio, che si fa sera.
- Rimanete in pace, padre -»
dice la madre, e la povera Lucrezia, che non è ben persuasa, sospira:
«Dio m'aiuti e la nostra Donna che non càpiti male».
Quel fatto il frate lo chiama un «misterio», e il mezzano è l'angiol Raffaello!
Queste cose movevano indignazione in Germania e provocavano la Riforma.
In Italia facevano ridere.
E il primo a ridere era il papa.
Quando un male diviene così sparso dappertutto e così ordinario che se ne ride, è cancrena, e non ha rimedio.
Tutti ridevano.
Ma il riso di tutti era buffoneria, passatempo.
Nel riso di Machiavelli ci è alcun che di tristo e di serio, che oltrepassa la caricatura, e nuoce all'arte.
Evidentemente, il poeta non piglia confidenza con Timoteo, non lo situa come fa di Nicia, non ci si spassa, se ne sta lontano, quasi abbia ribrezzo.
Timoteo è anima secca, volgare e stupida, senz'immaginazione e senza spirito, non è abbastanza idealizzato, ha colori troppo crudi e cinici.
Lo stile nudo e naturale ha aria più di discorso che di dialogo.
Senti meno il poeta che il critico, il grande osservatore e ritrattista.
Appunto perciò la Mandragola è una commedia che ha fatto il suo tempo.
È troppo incorporata in quella società, in ciò ch'ella ha di più reale e particolare.
Quei sentimenti e quelle impressioni, che la ispirarono, non li trovi oggi più.
La depravazione del prete e la sua terribile influenza sulla donna e sulla famiglia appare a noi un argomento pieno di sangue: non possiamo farne una commedia.
Machiavelli stesso, che trova tanti lazzi nella pittura di Nicia, qui perde il suo buon umore e la sua grazia, e mi assimiglia piuttosto un anatomico, che nuda le carni e mostra i nervi e i tendini.
Nella sua immaginazione non ci è il riso e non ci è l'indignazione al cospetto di Timoteo: c'è quella spaventevole freddezza con la quale ritrae il principe, o l'avventuriere o il gentiluomo.
Sono come animali strani, che, curioso osservatore, egli analizza e descrive, quasi faccia uno studio, estraneo alle emozioni e alle impressioni.
La Mandragola è la base di tutta una nuova letteratura.
È un mondo mobile e vivace, che ha varietà, sveltezza, curiosità, come un mondo governato dal caso.
Ma sotto queste apparenze frivole si nascondono le più profonde combinazioni della vita interiore.
L'impulso dell'azione viene da forze spirituali, inevitabili come il fato.
Basta conoscere i personaggi, per indovinare la fine.
Il mondo è rappresentato come una conseguenza, le cui premesse sono nello spirito o nel carattere, nelle forze che lo movono.
E chi meglio sa calcolarle, colui vince.
Il soprannaturale, il maraviglioso, il caso sono detronizzati.
Succede il carattere.
Quello che Machiavelli è nella storia e nella politica, è ancora nell'arte.
Si distinsero due specie di commedie, «d'intreccio» e «di carattere».
«Commedia d'intreccio» fu detta, dove l'interesse nasce dagli sviluppi dell'azione, come erano tutte le commedie e novelle di quel tempo e anche tragedie.
Si cercava l'effetto nella stranezza e nella complicazione degli accidenti.
Commedia di carattere fu detta, dove l'azione è mezzo a mettere in mostra un carattere.
E sono definizioni viziose.
Hai da una parte commedie sbardellate per troppo cumulo d'intrighi, dall'altra commedie scarne per troppa povertà d'azione.
Machiavelli riunisce le due qualità.
La sua commedia è una vera e propria azione, vivacissima di movimenti e di situazioni, animata da forze interiori, che ci stanno come forze o istrumenti, e non come fini o risultati.
Il carattere è messo in vista vivo, come forza operante, non come qualità astratta.
Ciò che di più profondo ha il pensiero esce fuori sotto le forme più allegre e più corpulente fino della più volgare e cinica buffoneria, come è il «Don Cuccù», e la «palla di aloè».
Ci è lì tutto Machiavelli, l'uomo che giocava all'osteria e l'uomo che meditava allo scrittoio.
Di ogni scrittore muore una parte.
E anche del Machiavelli una parte è morta, quella per la quale e venuto a trista celebrità.
È la sua parte più grossolana, è la sua scoria quella che ordinariamente è tenuta parte sua vitale, così vitale che è stata detta il «machiavellismo» Anche oggi, quando uno straniero vuol dire un complimento all'Italia, la chiama patria di Dante e di Savonarola e tace di Machiavelli.
Noi stessi non osiamo chiamarci «figli di Machiavelli».
Tra il grande uomo e noi ci è il machiavellismo.
È una parola, ma una parola consacrata dal tempo, che parla all'immaginazione e ti spaventa come fosse l'orco.
Del Machiavelli è avvenuto quello che del Petrarca.
Si è chiamato «petrarchismo» quello che in lui è un incidente ed è il tutto ne' suoi imitatori.
E si è chiamato «machiavellismo» quello che nella sua dottrina è accessorio e relativo, e si è dimenticato quello che vi è di assoluto e di permanente.
Così è nato un Machiavelli di convenzione, veduto da un lato solo e dal meno interessante.
È tempo di rintegrare l'immagine.
Ci è nel Machiavelli una logica formale e c'è un contenuto.
La sua logica ha per base la serietà dello scopo, ciò ch'egli chiama «virtù».
Proporti uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina.
Essere uomo significa «marciare allo scopo».
Ma nella loro marcia gli uomini errano spesso, perchè hanno l'intelletto e la volontà intorbidata da fantasmi e da sentimenti, e giudicano secondo le apparenze.
Sono spiriti fiacchi e deboli quelli che stimano le cose, come le paiono e non come le sono: a quel modo che fa la plebe.
Cacciar via dunque tutte le vane apparenze, e andare allo scopo con lucidità di mente e fermezza di volontà, questo è essere un uomo, aver la stoffa d'uomo.
Quest'uomo può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo.
Ciò è fuori dell'argomento, è un altro aspetto dell'uomo.
Ciò a che guarda Machiavelli è di vedere se è un uomo ciò a che mira è rifare le radici alla pianta «uomo» in declinazione.
In questa sua logica la virtù è il carattere o la tempra, e il vizio è l'incoerenza, la paura, l'oscillazione.
Si comprende che in questa generalità ci è lezioni per tutti, pe' buoni e pe' birbanti, e che lo stesso libro sembra agli uni il codice de' tiranni, e agli altri il codice degli uomini liberi.
Ciò che vi s'impara è di essere un uomo, come base di tutto il resto.
Vi s'impara che la storia, come la natura, non è regolata dal caso, ma da forze intelligenti e calcolabili, fondate sulla concordanza dello scopo e de' mezzi; e che l'uomo, come essere collettivo o individuo, non è degno di questo nome, se non sia anch'esso una forza intelligente, coerenza di scopo e di mezzi.
Da questa base esce l'età virile del mondo, sottratta possibilmente all'influsso dell'immaginazione e delle passioni, con uno scopo chiaro e serio, e con mezzi precisi.
Questo è il concetto fondamentale, l'obbiettivo del Machiavelli.
Ma non è principio astratto e ozioso: ci è un contenuto, che abbiamo già delineato ne' tratti essenziali.
La serietà della vita terrestre, col suo istrumento, il lavoro; col suo obbiettivo, la patria; col suo principio, l'eguaglianza e la libertà; col suo vincolo morale, la nazione, col suo fattore, lo spirito o il pensiero umano, immutabile ed immortale, col suo organismo, lo Stato, autonomo e indipendente, con la disciplina delle forze, con l'equilibrio degl'interessi, ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo del Machiavelli, a cui è di corona la gloria, cioè l'approvazione del genere umano, ed è di base la virtù o il carattere, «agere et pati fortia».
Il fondamento scientifico di questo mondo è la cosa effettuale, come te la porge l'esperienza e l'osservazione.
L'immaginazione, il sentimento, l'astrazione sono così perniciosi nella scienza, come nella vita.
Muore la scolastica, nasce la scienza.
Questo è il vero machiavellismo, vivo, anzi giovane ancora.
È il programma del mondo moderno, sviluppato, corretto, ampliato, più o meno realizzato.
E sono grandi le nazioni che più vi si avvicinano.
Siamo dunque alteri del nostro Machiavelli.
Gloria a lui, quando crolla alcuna parte dell'antico edificio.
E gloria a lui, quando si fabbrica alcuna parte del nuovo.
In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l'entrata degl'Italiani a Roma.
Il potere temporale crolla.
E si grida il «viva» all'unità d'Italia.
Sia gloria al Machiavelli.
Scrittore, non solo profondo, ma simpatico.
Perchè nelle sue transazioni politiche discerni sempre le sue vere inclinazioni.
Antipapale, antimperiale, antifeudale, civile, moderno e democratico.
E quando, stretto dal suo scopo, propone certi mezzi, non di rado s'interrompe, protesta, ha quasi aria di chiederti scusa e di dirti: - Guarda che siamo in tempi corrotti; e se i mezzi son questi, e il mondo è fatto così, la colpa non è mia.
-
Ciò che è morto del Machiavelli non è il sistema, è la sua esagerazione.
La sua «patria» mi rassomiglia troppo l'antica divinità, e assorbe in sè religione, moralità, individualità.
Il suo «Stato» non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente.
Ci sono i dritti dello Stato: mancano i dritti dell'uomo.
La «ragione di Stato» ebbe le sue forche, come l'Inquisizione ebbe i suoi roghi, e la «salute pubblica» le sue mannaie.
Fu stato di guerra e in quel furore di lotte religiose e politiche ebbe la sua culla sanguinosa il mondo moderno.
Dalla forza uscì la giustizia.
Da quelle lotte uscì la libertà di coscienza, l'indipendenza del potere civile e più tardi la libertà e la nazionalità.
E se chiamate machiavellismo quei mezzi, vogliate chiamare anche machiavellismo quei fini.
Ma i mezzi sono relativi e si trasformano, sono la parte che muore: i fini rimangono eterni.
Gloria del Machiavelli è il suo programma, e non è sua colpa che l'intelletto gli abbia indicati de' mezzi, i quali la storia posteriore dimostrò conformi alla logica del mondo.
Fu più facile il biasimarli, che sceglierne altri.
Dura lex, sed ita lex.
Certo, oggi il mondo è migliorato in questo aspetto.
Certi mezzi non sarebbero più tollerati, e produrrebbero un effetto opposto a quello che se ne attendeva Machiavelli, allontanerebbero dallo scopo.
L'assassinio politico, il tradimento, la frode, le sette, le congiure sono mezzi che tendono a scomparire.
Presentiamo già tempi più umani e civili, dove non sieno più possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di Stato e la salute pubblica.
Sarà l'età dell'oro.
Le nazioni saranno confederate, e non ci sarà altra gara che d'industrie, di commerci e di studi.
È un bel programma.
E quantunque sembri un'utopia, non dispero.
Ciò che lo spirito concepisce, presto o tardi viene a maturità.
Ho fede nel progresso e nell'avvenire.
Ma siamo ben lontani dal Machiavelli.
E anche da' nostri tempi.
E non è co' criteri di un mondo nascosto ancora nelle ombre dell'avvenire che possiamo giudicare e condannare Machiavelli.
Anche oggi siamo costretti a dire: - Crudele è la logica della storia; ma quella è.
-
Nel machiavellismo ci è una parte variabile nella qualità e nella quantità, relativa al tempo, al luogo, allo stato della coltura, alle condizioni morali de' popoli.
Questa parte, che riguarda i mezzi, è molto mutata, e muterà in tutto, quando la società sia radicalmente rinnovata.
Ma la teoria de' mezzi è assoluta ed eterna, perchè fondata sulle qualità immutabili della natura umana.
Il principio, dal quale si sviluppa quella teoria, è questo, che i mezzi debbono avere per base l'intelligenza e il calcolo delle forze che movono gli uomini.
È chiaro che in queste forze c'è l'assoluto e il relativo, e il torto del Machiavelli, comunissimo a tutt'i grandi pensatori, è di avere espresso in modo assoluto tutto, anche ciò che è essenzialmente relativo e variabile.
Il machiavellismo, in ciò che ha di assoluto o di sostanziale, è l'uomo considerato come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua grandezza e della sua decadenza, come uomo e come società.
Su questa base sorgono la storia, la politica, e tutte le scienze sociali.
Gl'inizi della scienza sono ritratti, discorsi, osservazioni di uomo che alla coltura classica unisca esperienza grande, e un intelletto chiaro e libero.
Questo è il machiavellismo, come scienza e come metodo.
Ivi il pensiero moderno trova la sua base e il suo linguaggio.
Come contenuto, il machiavellismo su' rottami del medio evo abbozza un mondo intenzionale, visibile tra le transazioni e i vacillamenti dell'uomo politico, un mondo fondato sulla patria, sulla nazionalità, sulla libertà, sull'uguaglianza, sul lavoro, sulla virilità e serietà dell'uomo.
In letteratura, l'effetto immediato del machiavellismo è la storia e la politica emancipate da elementi fantastici, etici, sentimentali, e condotte in forma razionale; è il pensiero volto agli studi positivi dell'uomo e della natura, messe da parte le speculazioni teologiche e ontologiche; è il linguaggio purificato della scoria scolastica e del meccanismo classico, e ridotto nella forma spedita e naturale della conversazione e del discorso.
È l'ultimo e più maturo frutto del genio toscano.
Su questa via incontriamo prima Francesco Guicciardini con tutti gli scrittori politici della scuola fiorentina e veneta, poi Galileo Galilei con la sua illustre coorte di naturalisti.
Francesco Guicciardini, ancorche di pochi anni più giovane di Machiavelli e di Michelangiolo, già non sembra della stessa generazione.
Senti in lui il precursore di una generazione più fiacca e più corrotta, della quale egli ha scritto il vangelo ne' suoi Ricordi.
Ha le stesse aspirazioni del Machiavelli.
Odia i preti.
Odia lo straniero.
Vuole l'Italia unita.
Vuole anche la libertà, concepita a modo suo, con una immagine di governo stretto e temperato, che si avvicina a' presenti ordini costituzionali o misti.
Ma sono semplici desidèri, e non metterebbe un dito a realizzarli.
«Tre cose, - scrive - desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di repubblica bene ordinato nella città nostra, Italia liberata da tutt'i barbari, e liberato il mondo della tirannide di questi scelerati preti.»
Una libertà bene ordinata, l'indipendenza e l'autonomia delle nazioni, l'affrancamento del laicato, ecco il programma del Machiavelli, divenuto il testamento del Guicciardini, e che oggi è ancora la bandiera di tutta la parte liberale e civile europea.
Si può credere che questi fossero i desidèri anche delle classi colte.
Ma erano amori platonici, senza influsso nella pratica della vita.
Il ritratto di quella società è il Guicciardini, che scrive: «Conoscere non è mettere in atto».
Altro è desiderare, altro è fare.
La teoria non è la pratica.
Pensa come vuoi, ma fa come ti torna.
La regola della vita è «l'interesse proprio», «il tuo particolare».
Il Guicciardini biasima «l'ambizione, l'avarizia e la mollizie de' preti» e il dominio temporale ecclesiastico; ama Martino Lutero, «per vedere ridurre questa caterva di scelerati a' termini debiti, cioè a restare o senza vizi o senza autorità»; ma «per il suo particolare» è necessitato «amare la grandezza de' pontefici» e servire a' preti e al dominio temporale.
Vuole emendata la religione in molte parti; ma non ci si mescola, lui, «non combatte con la religione, nè con le cose, che pare che dependono da Dio; perchè questo obbietto ha troppa forza nella mente delli sciocchi».
Ama la gloria e desidera di fare «cose grandi ed eccelse», ma a patto che non sia «con suo danno o incomodità».
Ama la patria, e, se perisce, glie ne duole, non per lei, perchè «così ha a essere», ma per sè, «nato in tempi di tanta infelicità».
È zelante del ben pubblico, ma «non s'ingolfa tanto nello Stato» da mettere in quello tutta la sua fortuna.
Vuole la libertà, ma quando la sia perduta, non è bene fare mutazioni, perchè «mutano i visi delle persone, non le cose, e non puoi fare fondamento sul populo», e quando la vada male, ti tocca «la vita spregiata del fuoruscita».
Miglior consiglio è portarsi in modo che quelli che «governano non ti abbiano in sospetto e neppure ti pongano fra' malcontenti».
Quelli che altrimenti fanno, sono uomini «leggieri».
Molti, è vero, gridano libertà, ma «in quasi tutti prepondera il rispetto dell'interesse suo».
Essendo il mondo fatto così, hai a pigliare il mondo com'è, e condurti di guisa che non te ne venga danno, anzi la maggiore comodità possibile.
Così fanno gli uomini «savi».
La corruttela italiana era appunto in questo, che la coscienza era vuota, e mancava ogni degno scopo alla vita.
Machiavelli ti addita in fondo al cammino della vita terrestre la patria, la nazione, la libertà.
Non ci è più il cielo per lui, ma ci è ancora la terra.
Il Guicciardini ammette anche lui questi fini, come cose belle e buone e desiderabili, ma li ammette sub conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo «particulare», come dice, cioè col tuo interesse personale.
Non crede alla virtù, alla generosità, al patriottismo, al sacrificio, al disinteresse.
Ne' più prepondera l'interesse proprio, e mette se francamente tra questi più, che sono i savi: gli altri li chiama «pazzi», come furono i fiorentini, che «vollero contro ogni ragione opporsi», quando «i savi di Firenze avrebbono ceduto alla tempesta», e intende dell'assedio di Firenze, illustrato dall'eroica resistenza di quei pazzi, tra' quali erano Michelangelo e Ferruccio.
Machiavelli combatte la corruttela italiana, e non dispera del suo paese.
Ha le illusioni di un nobile cuore.
Appartiene a quella generazione di patrioti fiorentini, che in tanta rovina cercavano i rimedi, e non si rassegnavano, e illustrarono l'Italia con la loro caduta.
Nel Guicciardini comparisce una generazione già rassegnata.
Non ha illusioni.
E perchè non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure, e ne fa la sua saviezza e la sua aureola.
I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a regola della vita.
Il dio del Guicciardini è il suo particolare.
Ed è un dio non meno assorbente che il Dio degli ascetici, o lo Stato del Machiavelli.
Tutti gl'ideali scompariscono.
Ogni vincolo religioso, morale, politico, che tiene insieme un popolo, è spezzato.
Non rimane sulla scena del mondo che l'individuo.
Ciascuno per sè, verso e contro tutti.
Questo non è più corruzione, contro la quale si gridi: è saviezza, è dottrina predicata e inculcata, è l'arte della vita.
Il Guicciardini si crede più savio del Machiavelli, perchè non ha le sue illusioni.
Quel venir fuori sempre con l'antica Roma lo infastidisce, e rompe in questo motto sanguinoso:
«Quanto s'ingannano coloro che ad ogni parola allegano i romani! Bisognerebbe avere una città condizionata com'era la loro, e poi governarsi secondo quello esemplo: il quale a chi ha le qualità disproporzionate è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facesse il corso di un cavallo.»
In questo concetto della vita il Guicciardini è di così buona fede, che non sente rimorso, e non mostra la menoma esitazione, e guarda con un'aria di superiorità sprezzante gli uomini che fanno altrimenti.
Il che avviene, a suo avviso, non per virtù o altezza d'animo, ma «per debolezza di cervello», avendo offuscato lo spirito dalle apparenze, dalle impressioni, dalle vane immaginazioni e dalle passioni.
Ci si vede l'ultimo risultato a cui giunge lo spirito italiano, già adulto e progredito, che caccia via l'immaginazione e l'affetto e la fede, ed è tutto e solo cervello, o, come dice il Guicciardini, «ingegno positivo».
Perchè l'ingegno sia positivo si richiede la «prudenza naturale», la «dottrina» che dà le regole, l'«esperienza» che dà gli esempli, e il «naturale buono», tale cioè che stia al reale, e non abbia illusioni.
E non basta.
Si richiede anche la «discrezione» o il discernimento, perchè è «grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e per dire così per regola, perchè quasi tutte hanno distinzione e eccezione, e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su' libri, ma bisogna lo insegni la discrezione».
Il vero libro della vita è dunque «il libro della discrezione», a leggere il quale si richiede da natura «buono e perspicace occhio».
La dottrina sola non basta, e non è bene stare al giudicio di quelli che scrivono, e in ogni cosa «volere vedere ognuno che scrive: così quello tempo che s'arebbe a mettere in speculare, si consuma a leggere libri con stracchezza d'animo e di corpo, in modo che l'ha quasi più similitudine a una fatica di facchini che di dotti».
L'uomo positivo vede il mondo altro da quello che «a' volgari» pare.
Non crede agli astrologi, ai teologi, a' filosofi e a tutti quelli che scrivono le cose sopra natura, o che non si veggono, «e dicono mille pazzie: perchè in effetti gli uomini sono al buio delle cose, e questa indagazione ha servito e serve più a esercitare gl'ingegni che a trovare la verità».
Questa base intellettuale è quella medesima del Machiavelli, l'esperienza e l'osservazione, il fatto e lo «speculare» o l'osservare.
Nè altro è il sistema.
Il Guicciardini nega tutto quello che il Machiavelli nega, e in forma anche più recisa, e ammette quello che il Machiavelli ammette.
Ma è più logico e più conseguente.
Poichè la base è il mondo com'è, crede un'illusione a volerlo riformare, e volergli dare le gambe di cavallo, quando esso le ha di asino, e lo piglia com'è e vi si acconcia, e ne fa la sua regola e il suo istrumento.
Conoscere non è mettere in atto.
Ciò che è nella tua mente e nella tua coscienza non può essere di regola alla tua vita.
Vivere è conoscere il mondo e voltarlo a benefizio tuo.
Tienti bene con tutti, perchè «gli uomini si riscontrano».
Stai con chi vince, perchè «te ne viene parte di lode e di premio».
«Abbi appetito della roba», perchè la ti dà riputazione, e la povertà è spregiata.
Sii schietto, perchè, «quando sia il caso di simulare, più facilmente acquisti fede».
Sii stretto nello spendere, perchè «più onore ti fa uno ducato che tu hai in borsa, che dieci che tu ne hai spesi».
Studia di «parere buono», perchè «il buon nome vale più che molte ricchezze».
Non meritarti nome di sospettoso, ma, perchè più sono i cattivi che i buoni, «credi poco e fidati poco», Questo è il succo dell'arte della vita seguita da' più, ancorchè con qualche ipocrisia, come se ne vergognassero.
Ma il Guicciardini ne fa un codice, fondato sul divorzio tra l'uomo e la coscienza, e sull'interesse individuale.
È il codice di quella borghesia italiana, tranquilla, scettica, intelligente e positiva, succeduta a' codici d'amore e alle regole della cavalleria.
Ma il Guicciardini con tutta la sua saviezza trovò un altro più savio di lui, e volendo usare Cosimo a benefizio suo, avvenne che fu lui istrumento di Cosimo.
Così finì la vita, come il Machiavelli, nella solitudine e nell'abbandono.
Ebbe anche lui le sue illusioni e i suoi disinganni, meno nobili, meno degni della posterità, perchè si riferivano al suo particolare.
Ritirato nella sua villa d'Arcetri, usò gli ozi a scrivere la Storia d'Italia.
Se guardiamo alla potenza intellettuale, è il lavoro più importante che sia uscito da mente italiana.
Ciò che lo interessa non è la scena, la parte teatrale o poetica, sulla quale facevano i loro esercizii rettorici il Giovio, il Varchi, il Giambullari e gli altri storici.
I fatti più maravigliosi o commoventi sono da lui raccontati con una certa sprezzatura, come di uomo che ne ha viste assai e non si maraviglia e non si commove più di nulla.
Non ha simpatie e antipatie, non ha tenerezze e indignazioni, e neppure ha programmi e preconcetti intorno a' risultati generali dei fatti e alle sorti del suo paese.
Il suo intelletto chiaro e tranquillo è chiuso in sè, e non vi entra nulla dal di fuori che lo turbi o lo svii.
È l'intelletto positivo, con quelle qualità che abbiamo notate, e che in lui sono egregie, la prudenza naturale, la dottrina, l'esperienza, il naturale buono e la discrezione.
Maravigliosa è soprattutto la sua discrezione nel non riconoscere princìpi, nè regole assolute, e giudicare caso per caso, guardando in ciascun fatto la sua individualità, quel complesso di circostanze sue proprie, che lo fanno esser quello e non un altro: dov'è la vera distinzione tra il pedante e l'uomo d'ingegno.
Con queste disposizioni è naturale che lo interessa meno la scena che il dietroscena, dove penetra con sicurezza il suo occhio perspicace.
Ha comune col Machiavelli il disprezzo della superficie, di ciò che si vede e si dice il parere, e lo studio dell'essere, di ciò che è al di sotto, e che non si vede.
Hai innanzi non la sola descrizione de' fatti, ma la loro genesi e la loro preparazione, li vedi nascere e svilupparsi.
I motivi più occulti e vergognosi sono rivelati con la stessa calma di spirito che i motivi più nobili.
Ciò che l'interessa non è il carattere etico o morale di quelli, ma la loro azione su' fatti.
Il motivo determinante è l'interesse, ed è sagacissimo nell'indagazione non meno degl'interessi privati che degl'interessi detti pubblici, e sono interessi di re e di corti.
Ma gl'interessi hanno la loro ipocrisia, e si nascondono sotto il manto di fini più nobili, come la gloria, l'onore, la libertà, l'indipendenza, fini che escono in mezzo, quando si vuol cattivare i popoli o gli eserciti.
Di che nasce, massime nelle concioni, una specie di rettorica, ad usum delphini, voglio dire ad uso de' volgari, che non guardano nel fondo, e si lasciano trarre alle belle apparenze.
I popoli e gli eserciti vi stanno come istrumenti, e i veri e principali attori sono pochi uomini, che li movono con la violenza e con l'astuzia, e li usano a' fini loro.
Lo storico avea intenzioni letterarie.
La sua prosa, massime ne' Ricordi, ha la precisione lapidaria di Machiavelli, con quella rapidità e semplicità e perfetta evidenza, che l'avvicina agli esempli più finiti della prosa francese, senza che ne abbia i difetti.
Lo stile e la lingua in questi due scrittori giunge per vigore intellettuale ad un grado di perfezione che non è stato più avanzato.
Ma il Guicciardini, di un giudizio così sano nell'andamento de' fatti umani, avea de' preconcetti in letteratura, opinioni ammesse senza esame, solo perchè ammesse da tutti.
Lo scrivere è per lui, come per i letterati di quel tempo, la traduzione del parlare e del discorso naturale in un certo meccanismo molto complicato e a lui faticoso, quasi vi facesse allora per la prima volta le sue prove.
Molti uomini mediocri, quali il Casa, o il Castiglione, o il Salviati, o lo Speroni, vi riescono con minore difficoltà, come disciplinati ed educati a quella forma.
La sua chiarezza intellettuale e la sua rapida percezione è in visibile contrasto con quei giri avviluppati e affannosi del suo periodo.
Li diresti quasi artifici diplomatici per inviluppare in quelle pieghe i suoi concetti e le sue intenzioni, se non fosse manifesta la sua franchezza spinta sino al cinismo.
Sono artifici puramente letterari e rettorici.
E sono rettorica le sue circonlocuzioni, le sue descrizioni, le sue orazioni, le sue sentenze morali, un certo calore d'immaginazione e di sentimento, una certa solennità di tuono.
Al di sotto di questi splendori artificiali trovi un mondo di una ossatura solida e di un perfetto organismo, freddo come la logica ed esatto come la meccanica, e che non è forse in fondo se non un corso di forze e d'interessi seguiti nei loro più intimi recessi da un intelletto superiore.
La Storia d'Italia è in venti libri e si stende dal 1494 al 1532 Comincia con la calata di Carlo ottavo, finisce con la caduta di Firenze.
Apparisce in ultimo, come un funebre annunzio di tempi peggiori, Paolo terzo, il papa della Inquisizione e del Concilio di Trento.
Questo periodo storico si può chiamare la «tragedia italiana», perchè in questo spazio di tempo l'Italia dopo un vano dibattersi cesse in potestà dello straniero.
Ma lo storico non ha pur sentore dell'unità e del significato di questa tragedia; e il protagonista non è l'Italia e non è il popolo italiano.
La tragedia c'è, e sono le grandi calamità che colpiscono gl'individui, le arsioni, le prede, gli stupri, tutt'i mali della guerra.
Avvolto fra tanti «atrocissimi accidenti», sagacissimo a indagarne i più riposti motivi nel carattere degli attori e nelle loro forze, l'insieme gli fugge.
La Riforma, la calata di Carlo, la lotta tra Carlo quinto e Francesco primo, la trasformazione del papato, la caduta di Firenze, e l'Italia bilanciata di Lorenzo divenuta un'Italia definitivamente smembrata e soggetta, questi fatti generali preoccupano meno lo storico che l'assedio di Pisa e i più oscuri pettegolezzi tra' principi.
Sembra un naturalista, che studi e classifichi erbe, piante e minerali, e indaghi la loro struttura interna e la loro fisiologia, che li fa essere così o così.
L'uomo vi apparisce come un essere naturale, che operi così fatalmente come un animale, determinato all'azione da passioni, opinioni, interessi, dalla sua natura o carattere, con la stessa necessità che l'animale è determinato da' suoi istinti e qualunque essere vivente dalle sue leggi costitutive.
Considerando l'uomo a questo modo, lo storico conserva quella calma dell'intelletto, quell'apatia e indifferenza che ha un filosofo nella spiegazione de' fenomeni naturali.
Ferruccio e Malatesta gl'ispirano lo stesso interesse; anzi Malatesta è più interessante, perchè la sua azione è meno spiegabile e attira più la sua attenzione intellettuale.
Di che si stacca questo concetto della storia, che l'uomo, ancora che sembri nelle sue azioni libero, è determinato da motivi interni, o dal suo carattere, e si può calcolare quello che farà e come riuscirà quasi con quella sicurezza che si ha nella storia naturale.
Perciò chi perde, ha sempre torto, dovendo recarne la cagione a se stesso, che ha mal calcolato le sue forze e quelle degli altri.
Questa specie di fisica storica non oltrepassa gl'individui, i quali ci appaiono qui come una specie di macchinette, maravigliose, anzi miracolose alla plebe, a noi poco interessanti, perchè sappiamo il segreto, conosciamo l'ingegno da cui escono quei miracoli, e tutto il nostro interesse è concentrato nello studio dell'ingegno.
Il Machiavelli va più in là.
Egli intravede una specie di fisica sociale, come si direbbe oggi, un complesso di leggi che regolano non solo gl'individui, ma la società e il genere umano.
Perciò patria, libertà, nazione, umanità, classi sociali sono per lui fatti non meno interessanti che le passioni, gl'interessi, le opinioni, le forze che movono gl'individui.
E se vogliamo trovare lo spirito o il significato di questa epoca, molto abbiamo ad imparare nelle sue opere.
Indi è che, come carattere morale, il segretario fiorentino ispira anche oggi vive simpatie in tutti gl'intelletti elevati, che sanno mirare al di là della scorza nel fondo delle sue dottrine, e come forza intellettuale, unisce alla profonda analisi del Guicciardini una virtù sintetica, una larghezza di vista, che manca in quello.
Lui, è un punto di partenza nella storia, destinato a svilupparsi; l'altro è un bel quadro, finito e chiuso in sè.
XVI
PIETRO ARETINO
Il mondo teologico-etico del medio evo tocca l'estremo della sua contraddizione in questo mondo positivo del Guicciardini, un mondo puramente umano e naturale, chiuso nell'egoismo individuale, superiore a tutt'i vincoli morali che tengono insieme gli uomini.
Il ritratto vivente di questo mondo nella sua forma più cinica e più depravata è Pietro Aretino.
L'immagine del secolo ha in lui l'ultima pennellata.
Pietro nacque nel 1492 in uno spedale di Arezzo da Tita, la bella cortigiana, la modella scolpita e dipinta da parecchi artisti.
Senza nome, senza famiglia, senza amici e protettori, senza istruzione.
«Andai alla scuola, quanto intesi la santa croce, componendo ladramente merito scusa, e non quegli che lambiccano l'arte de' greci e de' latini.» A tredici anni rubò la madre e fuggì a Perugia, e si allogò presso un legatore di libri.
A diciannove anni attirato dalla fama della corte di Roma e che tutti vi si facevano ricchi, vi giunse che non aveva un quattrino, e fu ricevuto domestico presso un ricco negoziante, Agostino Chigi, e poco poi presso il cardinale di San Giovanni.
Cercò fortuna presso papa Giulio, e non riuscitogli, vagando e libertineggiando per la Lombardia, da ultimo si fe' cappuccino in Ravenna.
Salito al pontificato Leone decimo, e concorrendo a quella corte letterati, buffoni, istrioni, cantori, ogni specie di avventurieri, gli parve lì il suo posto, smise l'abito e corse a Roma, e vestì la livrea del papa, divenne suo valletto.
Spiritoso, allegro, libertino, sfacciato, mezzano, in quella scuola compì la sua educazione e la sua istruzione.
Imparò a chiudere in quattordici versi le sue libidini e le sue adulazioni e le sue buffonerie, e ne fe' traffico e ne cavò di bei quattrini.
Ma era sempre un valletto, e poco gli era a sperare in una corte, dove s'improvvisava in latino.
Armato di lettere di raccomandazione, va a Milano, a Pisa, a Bologna, a Ferrara, a Mantova, e si presenta a principi e monsignori sfacciatamente, con aria e prosunzione di letterato.
Studia come una donna l'arte di piacere, e aiuta la ciarlataneria con la compiacenza.
«A Bologna mi fu cominciato a essere donato; il vescovo di Pisa mi fe' fare una casacca di raso nero ricamata in oro, che non fu mai la più superba; presso il signor Marchese di Mantova sono in tanta grazia, che il dormir e il mangiar lascia per ragionar meco, e dice non avere altro piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me che veramente onorevolmente mi gioveranno, e son io regalato di trecento scudi.
Tutta la corte mi adora, e par beato chi può avere uno de' miei versi, e quanti mai feci, il signore li ha fatti copiare, e ho fatto qualcuno in sua lode.
E sto qui, e tutto il giorno mi dona, e gran cose, che le vedrete ad Arezzo.» Gli dànno del messere e del signore; il valletto è un gentiluomo, e torna a Roma «tra paggi di taverna, e vestito come un duca», compagno e mezzano de' piaceri signorili, e con a lato gli Estensi e i Gonzaga che gli hanno familiarmente la mano sulla spalla.
Continua il mestiere così bene incominciato.
Una sua «laude» di Clemente settimo gli frutta la prima pensione; sono versacci:
Or queste sì che saran lodi, queste
lodi chiare saranno, e sole e vere,
appunto come il vero e come il sole.
Il suo spirito, il suo umore gioviale, l'estro libidinoso gli acquistarono tanta riputazione, che fuggito di Roma per i suoi sedici sonetti illustrativi de' disegni osceni di Giulio Romano, fu cercato come un buon compagnone da Giovanni de' Medici, capo delle Bande Nere, detto il gran diavolo.
Aveva poco più che trent'anni.
Giovanni e Francesco primo se lo disputano.
Giovanni voleva fare signore di Arezzo il suo compagno di orgie e di libidini, quando una palla tedesca gli troncò il disegno e la vita.
Pietro avea coscienza oramai della sua forza.
E lasciando le corti, riparò in Venezia come in una rocca sicura, e di lì padroneggiò l'Italia con la penna.
Udiamo lui stesso, come si dipinge nelle sue lettere: «Dopo ch'io mi rifugiai sotto l'egida della grandezza e delle libertà veneziane, non ho più nulla da invidiare.
Nè il soffio dell'invidia, nè l'ombra della malizia non potranno offuscare la mia fama, nè togliere la possanza della mia casa.
- Io sono un uomo libero per la grazia di Dio.
- Non mi rendo schiavo de' pedanti.
- Non mi si vede percorrere le tracce nè del Petrarca nè di Boccaccio.
Bastami il genio mio indipendente.
Ad altri lascio folleggiar la purezza dello stile, la profondità del pensiero; ad altri la pazzia di torturarsi, di trasformarsi, mutando sè stessi.
Senza maestro, senz'arte, senza modello, senza guida, senza luce, io avanzo, e il sudore de' miei inchiostri mi fruttano la felicità e la rinomanza.
Che avrei di più a desiderare? - Con una penna e qualche foglio di carta me ne burlo dell'universo.
Mi dicono ch'io sia figlio di cortigiana; ciò non mi torna male; ma tuttavia ho l'anima di un re.
Io vivo libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice.
- Le mie medaglie sono composte d'ogni metallo e di ogni composizione.
La mia effigie è posta in fronte a' palagi.
Si scolpisce la mia testa sopra i pettini, sopra i tondi, sulle cornici degli specchi, come quella di Alessandro, di Cesare, di Scipione.
Alcuni vetri di cristallo si chiamano vasi aretini.
Una razza di cavalli ha preso questo nome, perchè papa Clemente me ne ha donato uno di quella specie.
Il ruscello che bagna una parte della mia casa è denominato l'Aretino.
Le mie donne vogliono esser chiamate Aretine.
Infine si dice stile aretino.
I pedanti possono morir di rabbia prima di giungere a tanto onore.» E non erano ciarle.
L'Ariosto dice di lui: «il flagello de' principi, il divin Pietro Aretino».
Un pedante, parlando delle lettere dell'Aretino e del Bembo, diceva al Bembo: «Chiameremo voi il nostro Cicerone, e lui il nostro Plinio.» «Purchè Pietro se ne contenti», rispose il Bembo.
E non se ne contentava.
A Bernardo Tasso, che vantava le sue lettere, scrive: «Stimando di troppo le proprie vostre opere, e non abbastanza le altrui, voi avete messo in compromesso il vostro giudizio.
Nello stile epistolare voi siete l'imitator mio, e voi camminate dietro di me a piè nudi.
Voi non potete imitare nè la facilità delle mie frasi, nè lo splendore delle mie metafore.
Son cose che si veggono languire nelle vostre carte, e che nascono vigorose nelle mie.
Convengo che voi avete qualche merito, una certa grazia di stile angelico e di armonia celeste, che risuona gradevolmente negl'inni, nelle odi e negli epitalami.
Ma tutte queste dolcitudini non convengono alle Epistole, che hanno d'uopo di espressione e di rilievo, non di miniatura e di artifizio.
È colpa del vostro gusto che preferisce il profumo de' fiori al sapore de' frutti.
Ma non sapete chi son io? Non sapete quante lettere ho pubblicate, che sonosi trovate maravigliose? Io non mi starò qui a fare il mio elogio, il quale finalmente non sarebbe che verità.
Non vi dirò che gli uomini di merito dovrebbero riguardare siccome un giorno memorabile il dì della mia nascita: io che, senza seguire e senza servir le corti, ho costretto tutto quanto vi ha di grande sulla terra, duchi, principi e monarchi, a diventar tributarii del mio ingegno! Per quanto è lungo e largo il mondo, la fama non si occupa che di me.
Nella Persia e nell'India trovasi il mio ritratto e vi è stimato il mio nome.
Finalmente io vi saluto, e statevi ben certo, che se molte persone biasimano il vostro modo di scrivere, ciò non è per invidia - e se qualche altre lo lodano, egli e per compassione.» Tale si teneva e tale lo teneva il mondo.
Fu creduto un grand'uomo sulla sua fede.
Non mirava alla gloria; dell'avvenire se ne infischiava; voleva il presente.
E l'ebbe, più che nessun mortale.
Medaglie, corone, titoli, pensioni, gratificazioni, stoffe d'oro e d'argento, catene e anella d'oro, statue e dipinti, vasi e gemme preziose, tutto ebbe che la cupidità di un uomo potesse ottenere.
Giulio III lo nominò cavaliere di San Pietro.
E per poco non fu fatto cardinale.
Avea di sole pensioni ottocentoventi scudi.
Di gratificazioni ebbe in diciotto anni venticinquemila scudi.
Spese durante la sua vita più di un milione di franchi.
Gli vennero regali fino dal corsaro Barbarossa e dal sultano Solimano.
La sua casa principesca è affollata di artisti, donne, preti, musici, monaci, valletti, paggi, e molti gli portano i loro presenti, chi un vaso d'oro, chi un quadro, chi una borsa piena di ducati, e chi abiti e stoffe.
Sull'ingresso vedi un busto di marmo bianco coronato di alloro: è Pietro Aretino.
Aretino a dritta, Aretino a manca; guardate nelle medaglie d'ogni grandezza e d'ogni metallo sospese alla tappezzeria di velluto rosso: sempre l'immagine di Pietro Aretino.
Morì a sessantacinque anni, il 1557, e di tanto nome non rimase nulla.
Le sue opere poco poi furono dimenticate, la sua memoria è infame; un uomo ben educato non pronunzierebbe il suo nome innanzi a una donna.
Chi fu dunque questo Pietro, corteggiato dalle donne, temuto dagli emuli, esaltato dagli scrittori, così popolare, baciato dal papa, e che cavalcava a fianco di Carlo quinto? Fu la coscienza e l'immagine del suo secolo.
E il suo secolo lo fece grande.
Machiavelli e Guicciardini dicono che l'appetito è la leva del mondo.
Quello che essi pensarono, Pietro fu.
Ebbe da natura grandi appetiti e forze proporzionate.
Vedi il suo ritratto, fatto da Tiziano.
Figura di lupo che cerca la preda.
L'incisore gli formò la cornice di pelle e zampe di lupo; e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa dell'uomo.
Occhi scintillanti, narici aperte, denti in evidenza per il labbro inferiore abbassato, grossissima la parte posteriore del capo, sede degli appetiti sensuali, verso la quale pare che si gitti la testa, calva nella parte anteriore.
«Figlio di cortigiana, anima di re», dice lui.
Legatore di libri, valletto del papa, miserie! I suoi bisogni sono infiniti.
Non gli basta mangiare; vuole gustare; non gli basta il piacere; vuole la voluttà; non gli basta il vestire; vuole lo sfarzo; non gli basta arricchire; vuole arricchire gli altri, spendere e spandere.
E a chi se ne maraviglia risponde: «Ebbene, che farci a questo? Se io son nato per vivere così, chi m'impedirà di vivere così?» I suoi sogni dorati sono vini squisiti, cibi delicati, ricchi palagi, belle fanciulle, belli abiti.
Di ciò che appetisce, ha il gusto.
E nessuno è giudice più competente in fatto di buoni bocconi e di godimenti leciti e illeciti.
È in lui non solo il senso del piacere, ma il senso dell'arte.
Cerca ne' suoi godimenti il magnifico, lo sfarzoso, il bello, il buon gusto, l'eleganza.
Ed ha forze proporzionate a' suoi appetiti, un corpo di ferro, una energia di volontà, la conoscenza e il disprezzo degli uomini, e quella maravigliosa facoltà che il Guicciardini chiama discrezione, il fiuto, il da fare caso per caso.
Sa quello che vuole.
La sua vita non è scissa in varie direzioni: uno è lo scopo, la soddisfazione de' suoi appetiti, o, come dice il Guicciardini, il suo particolare.
Tutti i mezzi sono eccellenti, e li adopera secondo i casi.
Ora è ipocrita, ora è sfacciato.
Ora è strisciante, ora è insolente.
Ora adula, ora calunnia.
La credulità, la paura, la vanità, la generosità dell'uomo sono in mano sua un ariete per batterlo in breccia ed espugnarlo.
Ha tutte le chiavi per tutte le porte.
Oggi un uomo simile sarebbe detto un camorrista, e molte sue lettere sarebbero chiamate ricatti.
Il maestro del genere è lui.
Specula soprattutto sulla paura.
Il linguaggio del secolo è officioso, adulatorio; il suo tono è sprezzante e sfrontato.
Le calunnie stampate erano peggio che pugnali; cosa stampata voleva dir cosa vera; e lui mette a prezzo la calunnia, il silenzio e l'elogio.
Non gli spiacea aver nome di mala lingua, anzi era parte della sua forza.
Francesco primo gl'inviò una catena d'oro composta di lingue incatenate e con le punte vermiglie, come intinte nel veleno, con sopravi questo esergo: «Lingua eius loquetur mendacium».
Aretino gli fa mille ringraziamenti.
Quando non gli conviene dir male delle persone, dice male delle cose, tanto per conservarsi la reputazione, come sono le sue intemerate contro gli ecclesiastici, i nobili, i principi.
Così l'uomo abbietto fu tenuto un apostolo, e fu detto flagello de' principi.
Talora trovò chi non aveva paura.
Achille della Volta gli die' una pugnalata.
Nicolò Franco, suo segretario, gli scrisse carte di vitupèri.
Pietro Strozzi lo minaccia di ucciderlo, se si attenta a pronunziare il suo nome.
È bastonato, sputacchiato.
È lui allora che ha paura, perchè era vile e poltrone.
Sir Howel lo bastona, ed egli loda il Signore che gli accorda la facoltà di perdonare le ingiurie.
Giovanni, il gran diavolo, morendo gli disse: «Ciò che più mi fa soffrire è vedere un poltrone.» Ma in generale amavano meglio trattarlo come Cerbero, e chiudergli i latrati, gittandogli un'offa.
Le sue lettere sono capilavori di malizia e di sfrontatezza.
Prende tutte le forme e tutti gli abiti, dal buffone e dal millantatore sino al sant'uomo calunniato e disconosciuto.
Come saggio, ecco una sua lettera alla piissima e petrarchesca marchesa di Pescara, che lo aveva esortato a cangiar vita e a scrivere opere pie:
«Confesso che non sono meno utile al mondo e meno gradevole a Gesù, spendendo le mie veglie per cose futili, che se le impiegassi in opere di pietà.
Ma quale ne è la causa? La sensualità altrui e la mia povertà.
Se i principi fossero così divoti, come io sono bisognoso, la mia penna non traccerebbe che miserere.
Illustrissima madonna, tutti al mondo non possedono l'ispirazione della grazia divina.
Il fuoco della concupiscenza divora la maggior parte; ma Voi, voi non ardete che di fiamma angelica.
Per noi musiche e commedie sono quel che è per voi la preghiera e la predica.
Voi non rivolgereste gli occhi per vedere Ercole nelle fiamme o Marsia scorticato; noi altrettanto per non riguardare san Lorenzo sulla graticola o san Bartolomeo spoglio della sua pelle.
Vedete un po': io ho un amico, per nome Brucioli, il quale dedicò la sua Bibbia al Re Cristianissimo.
Dopo cinque anni non ne ebbe tampoco risposta.
La mia commedia, invece, la Cortigiana, acquistossi dal medesimo re una ricca collana.
Di guisa che la mia cortigiana si sentirebbe tentata a beffarsi del Vecchio Testamento, se non fosse cosa troppo indecorosa.
Accordatemi mille scuse, Signora, per le baie che vi ho scritte, non per malizia, ma per vivere.
Che Gesù v'ispiri di farmi tenere da Sebastiano da Pesaro il resto della somma, sulla quale ho già ricevuto trenta scudi, e di cui vi sono anticipatamente debitore.»
All'ultimo una stoccata, come si direbbe oggi.
È una lettera tirata giù di un fiato da un genio infernale.
Con che bonomia si beffa della pia donna, avendo aria di farne l'elogio! Con che cinismo proclama le sue speculazioni sulla libidine e sulla oscenità umana, come fossero la cosa più naturale di questo mondo! Specula pure sulla divozione, e con pari indifferenza scrive libri osceni e vite di santi, il Ragionamento della Nanna e la Vita di santa Caterina da Siena, la Cortigiana errante e la Vita di Cristo.
E perchè no? Posto che traeva guadagno di qua e di là.
Scrisse di ogni materia, e in ogni forma, dialoghi, romanzi, epopee, capitoli, commedie, e anche una tragedia, l'Orazia.
Immagina quali eroi possono essere gli Orazii, quale eroina l'Orazia, e che specie di popolo romano può uscire dall'immaginazione di Pietro.
Pure è il solo lavoro che abbia intenzioni artistiche, fatto ch'era già vecchio e sazio e cupido più di gloria che di danari.
Gli riuscì una freddura, un mondo astratto e pedestre, di cui non comprese la semplicità e la grandezza.
Negli altri suoi lavori senti lui nella verità della sua natura, dedito a piacere al suo pubblico, a interessarlo, a guadagnarselo, a fare effetto.
Ci è innanzi a lui una specie di mercato morale: conosce qual è la merce più richiesta, più facile a spacciare e a più caro prezzo.
Si fa una coscienza e un'arte posticcia, variabile secondo i gusti del suo padrone, il pubblico.
Perciò fu lo scrittore più alla moda, più popolare e meglio ricompensato.
I suoi libri osceni sono il modello di un genere di letteratura, che sotto nome di racconti galanti invase l'Europa.
L'oscenità era una salsa molto ricercata in Italia dal Boccaccio in poi; qui è essa l'intingolo.
Le vite di santi sono veri romanzi, dove ne sballa di ogni sorta, solleticando la natura fantastica e sentimentale delle pinzochere.
Fabbro di versi assai grossolano, senti ne' suoi sonetti e capitoli la bile e la malignità congiunta con la servilità.
Così, alludendo alla munificenza di Francesco primo, dice a Pier Luigi Farnese:
Impara tu, Pier Luigi ammorbato,
impara, ducarel da tre quattrini,
il costume da un Re tanto onorato.
Ogni signor di trenta contadini
e d'una bicoccazza usurpar vuole
le cerimonie de' culti divini.
Pietro non è un malvagio per natura.
È malvagio per calcolo e per bisogno.
Educato fra tristi esempi, senza religione, senza patria, senza famiglia, privo di ogni senso morale, con i più sfrenati appetiti e con molti mezzi intellettuali per soddisfarli, il centro dell'universo è lui, il mondo pare fatto a suo servizio.
Su questa base, la sua logica e uguale alla sua tempra.
Ha una chiara percezione de' mezzi, e nessuna esitazione o scrupolo a metterli in atto.
E non lo dissimula, anzi se ne fa gloria, è lì la sua forza, e vuole che tutti ne sieno persuasi.
Il mondo era un po' a sua immagine, molti erano che avrebbero voluto imitarlo, ma non avevano il suo ingegno, la sua operosità, la sua penetrazione, la sua versatilità, il suo spirito.
Perciò l'ammiravano.
Fra tanti avventurieri e condottieri, di cui l'Italia era ammorbata, gente vagabonda senza princìpi, senza professione e in cerca di una fortuna a qualunque costo, il principe, il modello era lui.
Tiziano lo chiama il condottiero della letteratura.
E lui non se ne offende, se ne pavoneggia.
Lasciato alla sua spontaneità, quando non lo preme il bisogno, e non opera per calcolo, scopre buone qualità.
È allegro, conversevole, liberale, anzi magnifico, amico a tutta prova, riconoscente, ammiratore de' grandi artisti, come di Michelangiolo e di Tiziano.
Aveva la logica del male e la vanità del bene.
Pietro come uomo è un personaggio importante, il cui studio ci tira bene addentro ne' misteri della società italiana, della quale era immagine in quella sua mescolanza di depravazione morale, di forza intellettuale e di sentimento artistico.
Ma non è meno importante come scrittore.
La coltura tendeva a fissarsi e a meccanizzarsi.
Non si discuteva più se si aveva a scrivere in volgare o in latino.
Il volgare aveva conquistato oramai il suo dritto di cittadinanza.
Ma si discuteva se il volgare si avesse a chiamare toscano o italiano.
E non era contesa di parole, ma di cose.
Perchè molti scrittori pretendevano di scrivere come si parlava dall'un capo all'altro d'Italia, e non erano disposti di andare a prender lezione in Firenze.
Amavano meglio latinizzare che toscaneggiare Riconoscevano come modelli il Boccaccio e il Petrarca, ma non davano alcuna autorità alla lingua viva.
Lingua viva era per loro il linguaggio comune, che atteggiavano alla latina e alla boccaccevole.
Questo meccanismo era accettato generalmente; se non che in Firenze il fondo della lingua non era il linguaggio comune, mescolato di elementi locali, siculi, lombardi, veneti, ma l'idioma toscano, così com'era stato maneggiato dagli scrittori.
E Firenze, esaurita la produzione intellettuale, alzò le colonne di Ercole nel suo vocabolario della Crusca, e disse: non si va più oltre.
Il Bembo e più tardi il Salviati fissarono le forme grammaticali.
E le regole dello scrivere in tutt'i generi furono fissate nelle rettoriche, traduzioni o raffazzonamenti di Aristotile, Cicerone e Quintiliano.
Si giunse a questo, che Giulio Camillo pretendea d'insegnare tutto il sapere mediante un suo meccanismo.
Tendenza al meccanizzare: che è fenomeno costante in tutte le età che la produzione si esaurisce, e la coltura si arresta, e si raccoglie nelle sue forme e si cristallizza.
Pietro, di mediocrissima coltura, considera tutte queste regole come pedanteria.
La sua vita interiore così spontanea e piena di forza produttiva mal vi si può adagiare.
Il pedantismo è il suo nemico e lo combatte corpo a corpo.
E chiama pedantismo quel veder le cose non in sè stesse e per visione diretta, ma a traverso di preconcetti, di libri e di regole.
Quegl'inviluppi di parole e di forme gli sono così odiosi, come l'ipocrisia, quel «covrirsi della larva di un'affettata modestia, invilupparsi nella pelle della volpe e predicar l'umiltà e la decenza senza valer meglio degli altri.» Non ascoltate quest'ipocriti,» scrive al cardinale di Ravenna «pedanti comentatori di Seneca, i quali, dopo di aver passata la lor vita nell'assassinare i morti, non sono contenti se non quando crocifiggono i vivi.
Sì, monsignore, egli è il pedantismo, che ha avvelenato i Medici; è il pedantismo che ha ucciso il duca Alessandro; è il pedantismo che ha prodotto tutt'i mali di questo mondo; è desso che per la bocca del pedante Lutero ha provocata l'eresia e l'ha armata contro la nostra santa fede.
Lorenzino si fe' assassino per pedanteria, e per pedanteria si fe' eretico Lutero, cioè a dire operarono per preconcetti, secondo i libri, e senza nessuna intelligenza de' tempi loro.» Non è meno implacabile verso il pedantismo letterario.
Al Dolce scrive: «Andate pur per le vie che al vostro studio mostra la natura.
Il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia, non pur de' «quinci», de' «quindi», de' «soventi» e degli «snelli», ma de' versi interi.
Il pedante che voglia imitare, «rimoreggia» dell'imitazione, e mentre ne schiamazza negli scartabelli, la trasfigura in locuzione, ricamandola con parole tisiche in regola.
O turba errante, io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo della natura nelle sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli e un campanile senza campane, per la qual cosa chi vuol comporre e non trae cotal grazia dalle fasce è un zugo infreddato.
Imparate ciò ch'io favello da quel savio pittore, il quale, nel mostrare a colui che il dimandò, chi egli imitava, una brigata d'uomini col dito, volle inferire che dal vivo e dal vero toglieva gli esempi, come gli tolgo io parlando e scrivendo.
La natura di cui son secretario mi detta ciò ch'io compongo.
È certo ch'io imito me stesso, perchè la natura è una compagnona badiale, e l'arte una piattola che bisogna che si appicchi; sicchè attendete a esser scultore di sensi e non miniator di vocaboli.» Parecchi scrivevano allora così alla naturale, e basta citare fra tutti il Cellini, tutto vita e tutto cose.
Ma il Cellini si teneva un ignorante, e voleva che il Varchi riducesse la sua Vita nella forma de' dotti, dove l'Aretino si teneva superiore a tutti gli altri, e dava facilmente del pedante a quelli che lambiccavano le parole.
Ci è in lui una coscienza critica così diritta e decisa, che in quel tempo ci dee parere straordinaria.
La stessa libertà e altezza di giudizio portò nelle arti, di cui aveva il sentimento.
A Michelangiolo scrive: «Ho sospirato di sentirmi sì piccolo e di saper voi così grande».
Il suo favorito è il suo amico e compare Tiziano, il cui realismo così pieno e quasi sensuale si affà alla sua natura.
Preso di febbre, si appoggia alla finestra, e guarda le gondole e il Canal grande di Venezia, e rimane pensoso e contemplativo, lui, Pietro Aretino! La vista della bella natura lo purifica, lo trasforma.
E scrive al Tiziano: «Quasi uomo che fatto noioso a se stesso non sa che farsi della mente, non che de' pensieri, rivolgo gli occhi al cielo, il quale, da che Dio lo creò, non fu mai abbellito da così vaga pittura di ombre e di lumi, onde l'aria era tale, quale vorrebbono esprimerla coloro che hanno invidia a voi, per non esser voi.
I casamenti, benchè sien pietre vere, parevano di materia artificiata.
E di poi scorgete l'aria, ch'io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta.
Considerate anche la maraviglia ch'io ebbi de' nuvoli, i quali nella principal veduta mezzi si stavano vicini a' tetti degli edificii, e mezzi nella penultima, perocchè la diritta era tutta di uno sfumato pendente in bigio nero.
Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostravano: i più vicini ardevano con le fiamme del foco solare, e i più lontani rosseggiavano d'un ardore di minio non così bene acceso.
O con che belle tratteggiature i pennelli naturali spingevano l'aria in là, discostandola da' palazzi con il modo che la discosta il Vecellio nel far de' paesi! Appariva in certi lati un verde azzurro, e in alcuni altri un azzurro veramente composto dalle bizzarrie della natura maestra de' maestri.
Ella con i chiari e con gli scuri sfondava e rilevava in maniera, che io, che so come il vostro pennello è spirito dei suoi spiriti, e tre e quattro volte esclamai: - O Tiziano, dove sete mo? - Per mia fe' che, se voi aveste ritratto ciò ch'io vi conto, indurreste gli uomini nello stupore che confuse me.» È notabile che questo sentimento della natura vivente, de' suoi colori e de' suoi chiaroscuri, non produce nella sua anima alcuna impressione o elevatezza morale, ma solo una ammirazione o stupore artistico, come in un italiano di quel tempo.
Vede la natura a traverso il pennello di Tiziano e del paesista Vecellio, ma la vede viva, immediata, e con un sentimento dell'arte che cerchi invano nel Vasari.
Fra tante opere pedantesche di quel tempo intorno all'arte e allo scrivere, le sue lettere artistiche e letterarie segnano i primi splendori di una critica indipendente, che oltrepassa i libri e le tradizioni, e trova la sua base nella natura.
Quale il critico, tale lo scrittore.
Delle parole non si dà un pensiero al mondo.
Le accoglie tutte, onde che vengano e quali che sieno, toscane, locali e forestiere, nobili e plebee, poetiche o prosaiche, aspre e dolci, umili e sonore.
E n'esce uno scrivere, che è il linguaggio parlato anche oggi comunemente in Italia dalle classi colte.
Abolisce il periodo, spezza le giunture, dissolve le perifrasi, disfà ripieni ed ellissi, rompe ogni artificio di quel meccanismo che dicevasi forma letteraria, s'accosta al parlar naturale.
Nel Lasca, nel Cellini, nel Cecchi, nel Machiavelli ci è la stessa naturalezza, ma ci senti l'impronta toscana, tutta grazia.
Questi è un toscano ineducato, figlio della natura, vivuto fuori del suo paese, e che parla tutte le lingue fra le quali esercita le sue speculazioni.
Fugge il toscaneggiare, come una pedanteria; non cerca la grazia, cerca l'espressione e il rilievo.
La parola è buona, quando gli renda la cosa atteggiata come è nel suo cervello, e non la cerca, gli viene innanzi cosa e parola, tanta e la sua facilità.
Non sempre la parola è propria, e non sempre adatta, perchè spesso scarabocchia, e non scrive, abusando della sua facilità.
Il suo motto è: «Come viene, viene», e nascono grandi ineguaglianze.
Di Cicerone e del Boccaccio non si dà fastidio, anzi fa proprio l'opposto, cercando non magnificenza e larghezza di forme, nelle quali si dondola un cervello indolente, ma la forma più rapida e più conveniente alla velocità delle sue percezioni.
E neppure affetta brevità, come il Davanzati, cervello ozioso, tutto alle prese con le parole e gl'incisi, perchè la sua attenzione non è al di fuori, è tutta al di dentro.
Abbandona i procedimenti meccanici, non cura le finezze e le lascivie della forma.
Ha tanta forza e facilità di produzione, e tanta ricchezza di concetti e d'immagini, che tutto esce fuori con impeto e per la via più diritta.
Non ci è intoppo, non ci è digressione o distrazione: pronto e deciso nello stile, come nella vita.
Mai non fu così vero il detto, che lo stile è l'uomo.
Come il suo io è il centro dell'universo, è il centro del suo stile.
Il mondo che rappresenta non esiste per sè, ma per lui, e lo tratta e lo maneggia come cosa sua, con quel capriccio e con quella libertà che il Folengo tratta il mondo della sua immaginazione.
Se non che nel Folengo si sviluppa l'umore, perchè il suo mondo è immaginario, e lo tratta senz'alcuna serietà, solo per riderne; dove il mondo di Pietro è cosa reale, e ne ha una perfetta conoscenza, e lo tratta per sfruttarlo, per cavarne il suo utile.
Perciò non rispetta il suo argomento, non si cala e non si obblia in esso; ma ne fa il suo istrumento, i suoi mezzi, anche a costo di profanarlo indegnamente.
Tratta Gesù Cristo come un cavaliere errante, e «che importa» dice «la menzogna che io mescolo a queste opere? Dacchè io parlo de' Santi, che sono il nostro rifugio celeste, le mie parole diventano parole di evangelio».
Di santa Caterina scrive che «Io non avrei fatto sei pagine di tutto, se avessi voluto attenermi alla tradizione e alla storia.
Le mie spalle hanno assunto tutto il peso dell'invenzione; perchè infine queste cose tornano alla più gran gloria di Dio».
Talora si secca per via, il cervello è vuoto, e ammassa aggettivi con uno sfoggio di pompa oratoria, che rivela il ciarlatano: «Come lodare il religioso, il chiaro, il grazioso, il nobile, l'ardente, il fedele, il veridico, il soave, il buono, il salutare, il santo e il sacro linguaggio della giovane Caterina, vergine, sacra, santa, salutare, nobile, graziosa, chiara, religiosa e facile?» Sembra una campana che ti assorda, e ti turi le orecchie.
Questo dicevasi stile fiorito, e l'Aretino te ne regala, quando non ha di meglio.
Talora vuol pur dire, ma non ha vena, e non sentimento, ed esce nelle più sbardellate metafore e nelle sottigliezze più assurde, massime ne' suoi elogi, che gli erano così ben pagati.
«Essendo i meriti vostri» scrive al duca d'Urbino «le stelle del Ciel della Gloria, una di loro, quasi pianeta dell'ingegno mio, lo inclina a ritràrvi con lo stil delle parole la imagine dell'anima, acciocchè la vera faccia delle sue virtù, desiderata dal mondo, possa vedersi in ogni parte; ma il poter suo, avanzato dall'altezza del subbietto, non ostante che sia mosso da cotale influsso, non può esprimere in qual modo la bontà, la clemenza e la fortezza di pari concordia vi abbiano concesso, per fatal decreto, il vero nome di Principe.» È un periodo alla boccaccevole, stiracchiato ne' concetti e nella forma.
Qui non ci è il «come viene, viene»; ma ci è il non voler venire e il farlo venire per forza.
I suoi panegirici sono tutti rettorici, metaforici, miniati, falsamente pomposi, gonfiati sino all'assurdo, e sembrano quasi caricature ironiche sotto forma di omaggi.
Il dir bene non era per lui cosa tanto facile, quanto il dir male, dove spiega tutto il vigore della sua natura cinica e sarcastica.
Assume un tuono enfatico, e cerca peregrinità di concetti e di modi, un linguaggio prezioso, composto tutto di perle, ma di perle false: preziosità passata in Francia con Voiture e Balzac e castigata da Molière, e che in Italia dovea divenire la fisonomia della nostra letteratura.
Ecco alcune di queste perle false, messe in circolazione dall'Aretino: «Io pesco nel lago della mia memoria con l'amo del pensiero.
- Il mio merito risplende della vernice della vostra grazia.
- Il chiodo della riconoscenza conficca il nome de' miei amici nel mio cuore.
- Non seppellite le mie speranze nella tomba delle vostre false promesse.
- La vostra grandezza ascende le scale del cielo con istupor delle genti.
- La vostra eloquenza si move dal natural dell'intelletto con tanta facondia, che si riman confusa nella maraviglia la lingua che le proferisce i concetti e l'orecchie che l'ascoltano.
- Tòrre a Solimano, in servigio della Cristianità, l'animo dall'anima, l'anima dal corpo, e il corpo dalle armi.
- Raccogliete l'affezione mia in un lembo della vostra pietà.
- Mi dono a voi, padri de' vostri popoli, fratelli de' vostri servi, erarii della caritade e subbietti della clemenza