STORIA DI UNA CAPINERA, di Giovanni Verga - pagina 3
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27 Settembre
Marianna, perché non sei qui a passeggiare, a trastullarti, a divertirti con noi? Perché non posso abbracciarti e dirti ad ogni istante: vedi com'è bello questo? vedi com'è piacevole quest'altro?...
e mostrarti quanto io son felice, mio Dio! felice come non potrei desiderare dippiù! Che sarebbe poi se tu fossi qui!...
Ieri verso il tramonto abbiamo fatto una passeggiata coi signori Valentini nel bosco dei castagni.
Che bel bosco! se tu lo vedessi, Marianna! Un'ombra deliziosa, qualche raggio di sole morente che s'insinua fra le fronde, uno stormire grave e prolungato dei rami più alti, il canto degli uccelli, e poi, di tratto in tratto, silenzio solenne e profondo.
Sotto quelle immense volte di rami, fra quelli andirivieni sterminati di viali si avrebbe quasi paura, se la stessa paura non fosse piacevole.
Le foglie secche frusciavano sotto i nostri passi; di tratto in tratto qualche uccelletto spaventato, che fuggiva, scuoteva con improvviso stormire le poche fogliuzze che lo nascondevano; Vigilante, il nostro bel cane, correva innanzi festoso, abbaiando dietro i merli spaventati; Annetta, Gigi e Giuditta si davano il braccio e cantarellavano; il signor Nino li seguiva col suo fucile ad armacollo; il resto della comitiva era molto lontano, e ci gridava ad ogni istante che non corressimo tanto perché l'erta del monte è faticosa.
Il signor Nino anch'egli ha un bel cane, un bel bracco, dalle orecchie lunghe, e picchiettato tutto di nero: si chiama Alì e ha già stretto amicizia con Vigilante.
Giuditta ed Annetta ad ogni passo restavano impigliate per le loro lunghe vesti a qualche sterpo; ma io no, ti assicuro! io corro, saltello, ma non inciampo mai, né le siepi lasciano i segni sulla mia tonaca.
Il signor Nino mi veniva appresso, mi raccomandava di badare che non cadessi, temeva per me, poverino!...
Se non fosse per la vergogna, quasi quasi lo sfiderei a correre, quel signorino! Giuditta si lamentava ad ogni momento di sentirsi stanca.
Che donne son quelle, Marianna? non sanno fare dieci passi senza aver bisogno del braccio di un uomo, e senza lasciare qualche brandello della veste ad ogni cespuglio! Benedetta la mia tonaca! Il signor Nino mi ha offerto venti volte il braccio, come se ne avessi bisogno, io! l'avrà fatto apposta per farmi arrabbiare! Perché dunque non l'ha offerto a mia sorella che si lagnava della salita e che ne aveva bisogno lei? non io!
Quando siamo giunti in cima al monte, che magnifico spettacolo! Il castagneto non arriva sin là, e dalla vetta del monte si può godere la vista di uno sterminato orizzonte.
Il sole tramonta da un lato, mentre la luna sorgeva dall'altro: alle due estremità due crepuscoli diversi, le nevi dell'Etna che sembrava di fuoco, qualche nuvoletta trasparente che viaggiava per l'azzurro del firmamento come un fioco di neve, un profumo di tutte le vigorose vegetazioni della montagna, un silenzio solenne, laggiù il mare che s'inargentava ai primi raggi della luna, e sul lido, come una macchietta biancastra, Catania, e la vasta pianura limitata da quella catena di monti azzurri, e solcata da quella striscia lucida e serpeggiante che è il Simeto, e poi, grado grado salendo verso di noi, tutti quei giardini, quelle vigne, quei villaggi che ci mandano da lontano il suono dell'avemaria, la vetta superba dell'Etna che si slancia verso il cielo, e le sue vallate che già sono tutte nere, e le sue nevi che risplendono degli ultimi raggi del sole, e i suoi boschi che fremono, che mormorano che si agitano.
Marianna, ci son delle ore in cui vorrei piangere, in cui vorrei stringere le mani a tutti quelli che mi son vicini, in cui non potrei profferire una sola parola, mentre mi si affollano in testa mille pensieri...
Guarda!...
io non so come non stringessi la mano al signor Nino che mi era accanto!...
Son sempre matta!
Credo che tutti in quel momento avran provato quello che io provavo, poiché tutti tacevano.
Il signor Nino istesso, ch'è sempre allegro, come tu sai, taceva anche lui!!!
Poi siam discesi correndo, schiamazzando, ridendo, facendo paura agli uccelli (che ne facevano a noi allorché scappavano con istrepito improvviso fra le foglie) e giocando a rimpiattino fra gli alberi, nonostante che i nostri genitori si sfiatassero a gridarci di non correre.
Alì e Vigilante prendevano parte a quella festa saltando e abbaiando allegramente.
Di tanto in tanto, fra quelle immense ombre, un raggio di luna penetrava fra i rami, strisciava sui tronchi inargentandoli, e disegnava bizzarre figure sulle foglie morte che tappezzano il suolo.
Il signor Nino correva anche lui come un fanciullo, come un matto, né più né meno di tutti noi.
Due o tre volte l'ho sopravanzato e ne sono andata orgogliosa.
Vincere un uomo!...
E siccome faceva buio tra gli alberi, ed egli non poteva vedermi arrossire...
così non mi vergognavo...
e allorché m'ero lasciati di molto addietro tutti gli altri...
e anche lui...
sostavo ansante, senza poter tirare il fiato, ma tutta giuliva, e non avevo paura di trovarmi sola al buio, perché udivo le loro voci, gli abbaiamenti dei cani...
e poi il signor Nino non aveva il suo bravo schioppo ad armacollo?
Uscendo dal bosco fu un'altra festa allorché vedemmo i lumi della nostra casetta.
Sai com'è piacevole in campagna, nel silenzio, fra il buio, vedere da lontano quelle finestre rischiarate, quel lume ospitale che ci guida, che ci chiama, che ci fa pensare alle pareti domestiche e a tutte le tranquille contentezze della famiglia?
Non sai che in questi otto giorni siamo diventati intimissimi coi signori Valentini? La brava gente! ci pare che sieno nostri amici da vent'anni.
Annetta è una cara ragazza e non ride della mia tonaca e delle mie singolari maniere da educanda; siamo insieme dal mattino alla sera; si passeggia, si chiacchiera, si giuoca, si fa colazione e qualche volta anche si desina assieme.
Se ti dicessi che ho imparato a giocare anch'io!...
Per carità non dirlo ad anima viva! Però ancora non sono molto brava e perdo quasi sempre; ma il signor Nino ha la bontà di star di continuo a dirigermi, a consigliarmi, e si contenta di non giocare lui.
Quando tornerò al convento di dimenticare tutte le quaranta carte.
Il convento! mio Dio!...
Ecco la sola nube che offuschi cotesto ridente orizzonte.
Ma non ci pensiamo per ora, Marianna mia, siamo allegri e felici; sia poi quel che Dio vuole!
E intanto che noi siamo qui, lontani, dal pericolo, sicuri, tranquilli, e che ci divertiamo, quanta povera gente che piange, che soffre! quante miserie, quante lagrime, quante vittime! Le notizie che ci giungono sin qui, ogni quattro o cinque giorni, sono assai tristi! Dio mio, pietà di tanti tribolati!
Quanti sospetti! quanti terrori! Tu saprai che i nostri contadini credono agli avvelenatori, ai razzi avvelenati, che so io...
Meschinelli! sono come me che, quando ho molta paura, veggo i fantasmi! Perciò tutte le notti si veggono per le valli, sui monti, dappertutto, i fuochi, i segnali delle guardie, si odono continuamente delle schioppettate, come se si volesse far paura a dei lupi intelligenti, a delle belve umane!...
-Ciò è triste; ma la notte, fra il buio e il silenzio, fra questa commozione generale, è anche spaventevole!
Son triste anch'io, non è vero? e un momento innanzi ero allegra parlandoti dei nostri divertimenti.
Mi dici che anche tu ti diverti e che sei in buona compagnia; ti credo, ma giurerei che non varrà certamente la nostra.
Mi dici anche che non rientrerai più in convento...
beata te!...
Ma se dovessi rientrarvi senza di te?...
Voglio stare allegra adesso; penserà Iddio al resto!...
Il mio Carino è guarito; s'è fatto grandicello ed anche un poco cattivo; è vispo, chiassone, ardito, e gli è venuta una vociaccia! Se lo lasciassi fare, credo che avrebbe l'audacia di tener testa al gatto.
Il povero Vigilante s'ebbe un cattivo colpo di bastone dal castaldo, ed è venuto strillando il suo guaio.
Io l'ho accarezzato, gli dò sempre qualche boccone ghiotto, e adesso non lascia più la soglia del mio camerino.
Mi pare che non abbia dimenticato di dirti nulla.
Scrivimi presto e lungamente.
Dimmi che mi vuoi bene, e che vuoi bene anche alla mia Annetta, che te ne vuol molto.
Addio, addio, addio.
1 Ottobre
Se sapessi, Marianna! se sapessi!...
Il peccataccio che ho fatto!...
Mio Dio! come avrò il coraggio di dirtelo? Non mi sgridare!...
a te, a te sola lo confesserò...
ma all'orecchio, veh! e sommessamente...
Non mi guardare in viso!...
Abbracciami e ascolta...
Ho ballato!...
intendi? ho ballato!...
ma senti...
non mi sgridare!...
non c'era nessuno...
il babbo, Giuditta, Gigi, la mamma, Annetta, i signori Valentini...
e il signor Nino...
Ascolta! mi giustificherò...
vedrai che non sono stata io...
che non fu mia colpa...
che mi costrinsero...
Si dovette disfare il letto di mia sorella per formare la sala da ballo.
Dopo che Giuditta ebbe finito di ballare, il signor Nino venne ad invitarmi, io mi sentivo ardere il viso e avrei voluto trovarmi cento piedi sotterra.
Balbettavo, non sapevo che dire.
Rifiutai, rifiutai venti volte, te lo giuro; tutti ridevano e battevano le mani; il babbo venne a prendermi per la mano, ridendo anche lui mi accarezzò, mi disse che po' poi non c'era il gran male a ballare anch'io.
Tentai inutilmente far comprendere che non sapevo ballare affatto, che non mi avevano insegnato neanche cotesto; il signor Nino s'impegnò di dirigermi lui; non ci vedevo più provavo le vertigini sentivo un ronzìo alle orecchie, e le gambe mi tremavano; mi lasciai condurre, mi lasciai trascinare senza sapere io stessa quello che facessero di me.
Quanto soffersi, Marianna!...
Eppure...
allorché egli mi prese per la mano...
allorché mi passò il braccio attorno alla vita...
mi sembrò che la sua mano ardesse, che mi bruciasse il sangue nelle vene, che mi facesse scorrere un'onda di gelo sino al cuore!...
ma nello stesso tempo parvemi che mi confortasse.
Il cuore mi si spezzava sentendo battere quell'altro cuore contro il mio! Tutti avranno riso di me! Ridi anche tu.
Si, anch'io adesso ne rido.
Chi è delle fanciulle della nostra età che non abbia ballato almeno venti volte? Chi sa se in principio provarono tutte quello che io provai?...
Ma in seguito ti confesso che quella musica, quei volti allegri, le parole che egli mi sussurrava all'orecchio per rincorarmi, la sua mano che stringeva la mia, fecero quasi svanire il mio turbamento, anche direi la vergogna...
Povera Marianna! non mi rimproverare!...
Quasi quasi mi parve d'esser felice...
Marianna mia! perdonami! non lo farò più! Del resto spero che mi lasceranno tranquilla; avranno riso abbastanza della mia tonaca e della mia goffaggine...
anche lui...
il signor Nino...
Ma no! son sicura che egli non volle farmi ballare per ridere di me...
ma la sua intenzione era di farmi piacere...
e difatti è stato troppo buono per me, per una povera educanda che non sapeva muoversi, che inciampava ad ogni passo, che soffriva di capogiro...
egli che balla così bene! Se tu l'avessi visto ballare con Giuditta!...
lei sì che sa ballare, lei!
Dopo si fece un po' di musica.
Annetta e Giuditta cantarono alcune belle ariette da teatro.
Vollero in seguito che cantassi anch'io ad ogni costo!...
Dimmi tu che cosa avrei potuto cantare all'infuori del Salve Regina? Ebbene, dissero che si contentavano anche del Salve Regina! Volevano prendersi spasso di me certamente, il mio babbo pel primo che mi costrinse a cantare! Nel coro, tu lo sai bene, cantavamo quasi al buio, dietro le gelosie, col velo sul viso, infine fra persone intime; ma cantare lì, allo scoperto, fra tanta gente!...
c'era anche il signor Nino!...
Pure dovetti cantare! non le parole, s'intende, ma la sola musica.
La voce mi tremava, mi mancava il fiato; ebbero però la bontà di essere indulgentissimi, di non ridere, ed anzi di applaudirmi.
Pare che la sia davvero una bella musica, quella del Salve Regina!...
Ho visto il signor Nino così commosso!...
e guardarmi con certi occhi!...
lui ch'è sempre allegro e motteggevole!
Ti ho scritto tutto quello che faccio, tutto quello che penso, tutti i miei divertimenti, tutti i miei peccatacci, a costo anche di buscarmi da te una ramanzina...
Io non avrei osato confessarmene con quel buon vecchio del nostro cappellano...
ma se non ti narrassi tutto, sorella mia, se non mi sfogassi con te raccontandoti tutte queste cose, mi pare che esse mi opprimerebbero.
Ho bisogno di parlartene a lungo, di rammentarne tutti i particolari, di pensarci sopra, e di parlarne a me stessa, di vederle scritte sopra la carta, di sognarle...
Ci son dei momenti in cui questa folla di pensieri fermenta, e mi riempie la testa di vertigini, m'inebbria, mi stordisce.
Son folle, tutte queste nuove sensazioni saranno troppo violente per me, abituata alla pace ed al raccoglimento claustrale.
Io son felice di poterne parlare almeno con te, di poter riversare nel tuo cuore quella parte del mio che trabocca.
Scrivimi, scrivimi subito.
Non far passare tanto tempo prima di rispondermi.
Confortami, discorri colla tua povera amica, ch'è inquieta, sconcertata da tutti cotesti rumori, da tutte coteste novità, da tutte coteste nuove impressioni, e trema come un uccelletto, spaventato persino dai curiosi che stanno ad osservarlo, i quali non avranno certamente intenzione di fargli del male, ma gliene fanno col solo stargli d'attorno.
Vorrei piangere, vorrei ridere, vorrei cantare, vorrei stare allegra.
Ho bisogno di una tua lettera.
Ho bisogno di parlare con te, intendi? Abbracciami, Marianna mia...
Se potessi piangere, e nasconderti il viso in seno!...
10 Ottobre
Giovedì fu una bella giornata! Era la festa del babbo! Non occorre dirti che sin dallo spuntar del giorno tutta la nostra famigliuola in moto, e la nostra casetta riboccante di gioia e di allegria.
La mamma aveva già fatto tirare il collo a un tacchino, e sorvegliava ai preparativi del desinare.
Giuditta avea regalato al babbo un bel berretto di seta, che aveva ricamato di nascosto per fargliene una sorpresa; io non potei far altro che recargli un bel mazzo di fiori di campo, che avevo raccolti all'alba ed erano ancora umidi di rugiada.
Era un povero mazzolino il mio; ma il buon padre gradì il mio regalo quanto quello di mia sorella e ci abbracciò entrambe colle lagrime agli occhi.
I nostri amici vennero a trovarci fin dallo spuntare del giorno, facendosi precedere da grida festose, da schioppettate tirate in aria, e dagli abbaiamenti di Alì.
Che festa! I signori Valentini recavano anch'essi dei bei mazzi, ma di veri fiori da giardino, che avevano fatto venire apposta da Viagrande.
Il mio povero mazzolino sembrava tutto vergognoso accanto a quei fiori superbi.
Ci regalarono anche un bel lepre ucciso il giorno innanzi...
Ma il signor Valentini non va mai a caccia...
bensì suo figlio...
La mamma gradì più il lepre che i fiori...
Per parte mia ti confesso che da qualche
giorno son quasi riconciliata con i cacciatori...
sarà effetto di abitudine...
Eppoi che cosa possiamo capirci noi altre in simili divertimenti ai quali gli uomini prendono tanto gusto? Il babbo volle che i nostri amici rimanessero a pranzo con noi.
Fu una bella giornata! Si cantò, si rise, si stette molto allegri, si ballò anche...
io no, sai!
Dopo il pranzo la solita passeggiata.
La sera era bellissima; ma, non so perché, io non fui così gaia, così contenta com'erano tutti, e come fui l'altra volta.
Mi piaceva udire il lieve fruscìo della foglia che cadeva, lo stormire degli alberi, il canto lontano dell'assiuolo, mi piaceva ad aver paura dove l'ombra era più oscura, e tarmi sola in disparte, poiché di tratto in tratto mi si velavano gli occhi di lagrime.
Qual mistero c'è dentro di noi, Marianna? Avrei dovuto essere così allegra in quel giorno in cui tutti lo erano! Non saprei spiegare a me stessa questa stranezza.
Sarà forse un cervellino strambo il mio, cui meglio conviensi la quiete del chiostro, e che qui trovasi fuori di posto, agitato, inquieto, ed anche un poco pazzerello.
Addio.
Ti scriverò quanto prima.
Questa lettera è breve, ed anche asciutta, mentre ti dovrei una bella lettera lunga lunga che ti narrasse cento altre cose, tutte le sciocchezze che mi vengono in mente, tutto quello di cui non posso chiacchierare con te a viva voce.
Ma che vuoi?...
oggi non mi sento in lena.
Sono stanca, svogliata, e non ho le idee ben chiare.
A domani dunque.
23 Ottobre
Mi rimproveri ch'io abbia lasciato senza risposta la tua lettera, ed hai ragione, Marianna mia; me ne ero già rimproverata io stessa.
Non so quello che m'abbia, non so...
Il più piccolo lavoro, la menoma occupazione mi affatica...
Sgridami...
Sono un'infingarda...
Vorrei stare tutto il giorno seduta all'ombra dei castagni; vorrei passare le notti a fissare gli occhi nel firmamento.
Tutto quello che più mi allettava mi è venuto a noia.
Non voglio più passeggiare nel castagneto, non voglio più cantare, non posso più ridere, tutto m'infastidisce.
La tua povera Maria è assai triste! Non so io stessa il perché.
Sarà forse il Signore che avrà voluto farmi provare quanto fugaci siano i piaceri e le gioie che non sono nella vita del chiostro.
Oh, mio Dio! ci son dei momenti in cui quasi ho paura di me stessa...
perché anche la mia preghiera è distratta!...
Dio mio! perdonatemi! confortatemi! Dio mio, sorreggetemi!
Il mio Carino è diventato quasi selvatico perché da molti giorni non mi trastullo più con lui.
Mi fugge! Sono diventata tanto cattiva adunque? Vigilante non mi fa più le sue solite carezze, perché non gliele ricambio, e si avvede che mi infastidiscono.
Se fossi malata, Marianna? Ti confesso all'orecchio che quasi quasi vorrei esser malata, perché allora tutta cotesta noia, tutta cotesta stanchezza dell'anima avrebbe un motivo e non mi spaventerebbe.
Tu però che sei sana, che sei allegra, che sei felice, scrivimi, scrivimi spesso.
Amami cento volte dippiù perché adesso ho maggior bisogno che tu mi voglia bene, perché io ti voglio bene assai dippiù, e perché l'unico dolce sentimento che mi sia rimasto è una gran tenerezza pei miei cari, per tutti quelli che conosco; figurati poi per te!
2 Novembre
Marianna, son convinta che a noi, poveri cuori deboli e timidi, tutto cotesto tumulto del mondo, tutte coteste sensazioni potenti, tutti cotesti piaceri facciano un male immenso.
Siamo degli umili fiorellini avvezzi alla dolce tutela della stufa, che l'aria libera uccide.
Ti rammenti come io ti scrivessi di essere allegra, felice, due mesi or sono? Come ogni nuova emozione fosse un tesoro pel mio cuore avido di contentezza? Come ringraziassi il mio buon Dio di tutte quelle sensazioni piacevoli a cui si schiudeva l'anima mia benedicendolo?...
È vero, Marianna! Purtroppo è vero quello che ci dicevano sempre le monache, e che il Padre Anselmo ripeteva dal pulpito; le vere gioie tranquille, serene, durevoli, son quelle del chiostro.
Io non saprei spiegartene la ragione, ma quelle del mondo non son sempre le stesse.
Io l'ho provato...
io che mi trovo così cangiata! Tutto mi stanca, mi pesa, mi dà noia...
tutto mi è argomento d'inquietudine, di turbamento...
ed anche di sgomento...
Lo stesso non saper trovare una ragione agli impeti improvvisi di allegria folle e quasi delirante, ed alle repentine tristezze che mi assalgono, mi spaventa.
Mi sento infelice in mezzo a tutti cotesti doni del Creatore che benedissi altra volta...
Vorrei ritornare fra quelle buone pareti del convento.
Vorrei inginocchiarmi in quel coro; vorrei abbracciare i piedi di quel crocifisso; vorrei baciarti, e nasconderti il viso in seno, e sfogarmi delle lagrime che mi si aggruppano in cuore.
Non mi deridere, Marianna; compiangimi, piuttosto; compiangimi, ché son molto triste, e non so spiegarmi la mia tristezza, e non so trovarne la causa, e sono forse cattiva e ingrata verso il buon Dio che mi ha colmata di tante benedizioni, ingrata verso il mio caro babbo che si sforza di dissipare la mia tristezza con mille carezze, ingrata verso la mia famiglia, verso i miei amici...
Non posso più scriverti.
Vorrei piangere.
Ho passato quasi tutta la notte alla finestra, fissando gli occhi nel buio profondo che mi sembrava pieno di larve, ascoltando l'uggiolare lontano dei cani, il ronzìo degli insetti notturni...
e non ho avuto paura!...
Se potessi abbracciarti!...
se potessi piangere!...
Scrivimi almeno tu!...
Scrivimi! Non ti dico altro.
10 Novembre
Mia cara Marianna, tu sei inquieta per me, per lo stato dell'anima mia; mi fai mille domande che non comprendo, che m'imbarazzano, alle quali non saprei rispondere; mi chiedi mille spiegazioni che non saprei dare a me stessa.
Se tu fossi qui, se ci parlassimo all'orecchio, abbracciate, sotto gli alberi, ove l'ombrìa è più densa, tu che sei già una signorina, tu che non anderai più in convento, che conosci il mondo, tu forse sapresti trovarci il bandolo! tu forse sapresti rispondere alle mie domande, sciogliere i miei dubbi, e mi conforteresti, e mi tranquilleresti.
Ma che posso dirti io?...
Le tue stesse interrogazioni m'inquietano, mi turbano...
Perché mi domandi la ragione del non averti più parlato dei signori Valentini nelle mie ultime lettere che sono sì meste, mentre te ne parlavo tanto nelle mie prime ch'erano così allegre? Perché hai osservato che mentre il nome del signor Nino è ricordato venti volte nelle mie prime, sembra poi evitato con molto studio nelle ultime? Come l'hai osservato? Io stessa non me n'ero accorta...
Dio mio! non saprei nemmeno dirtene il perché! Ma tu hai ragione e mi hai fatto scorgere che anche adesso c'è voluto uno sforzo per scrivere quel nome...
Ti sarai anche accorta che la mia mano ha tremato...
E se mi vedessi in viso!
Marianna! Marianna mia!...
Ora ti scriverò tutto, vedi!...
Ti metterò il mio cuore fra le mani; tu l'interrogherai, l'analizzerai meglio di me, e come io non saprei...
Tu mi dirai che cosa devo fare per vincere cotesta malattia che mi travaglia, e per tornare ad essere gaia, spensierata e felice...
Tu mi aprirai le braccia...
Non so quello che si agita dentro di me; ma dev'essere qualche cosa di male, perché io abbia esitato a confidartelo, perché io mi trovi, direi, come colpevole, perché io sia posseduta da una vergogna, da un'inquietudine, da un timore inesplicabile, come se avessi un secreto da nascondere a tutti, e che tutti tenessero gli occhi fissi su di me per scoprirlo.
Qual è cotesto secreto? Mio Dio! io stessa non saprei dirlo...
Ti narrerò tutto! tutto! Se tu potrai indovinarlo me lo additerai, ed io ti prometto di vincerlo, s'è un male od una tentazione; ti prometto di esser buona, di pregar Dio perché mi dia forza e m'illumini, e mi aiuti...
Ho analizzato tutta me stessa per vedere dove sia questo male, da che provenga questo turbamento; ho passato in rassegna tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, fin le mie occupazioni, le persone con cui parlo, gli oggetti che veggo...
Non trovai nulla, tranne che...
Ma tu mi crederai matta, e riderai di me.
Ti ho scritto altre volte che noi ci siamo fatti intimissimi coi signori Valentini.
Ma tu mi hai fatto pensare che quel suo fratello mi fa un certo effetto...
È vero: direi quasi che mi fa paura...
No, non son cattiva, Marianna! Non mi condannare! È una stravaganza, una follia certamente.
M'avveggo che ho torto e cerco di vincere me stessa...
perché colui è un buonissimo giovane, ed anche pieno di attenzioni per me...
Ma io non saprei spiegarti l'impressione che egli produce in me...
Non è antipatia, non è avversione...
eppure lo temo...
eppure ogni volta che lo incontro arrossisco, impallidisco, tremo, e vorrei fuggirmene.
Ma poi egli mi parla, lo ascolto, rimango a lui vicina...
non so perché...
mi pare che non potrei staccarmene...
e penso al Padre Anselmo, allorché ci parlava dal pulpito del fascino dello spirito del male, ed ho paura...
Dio mio! Non ti dico già che sia lo stesso...
È un paragone.
Vorrei poterti spiegare l'effetto che egli mi fa...
Eppure egli è cortesissimo con tutti, ed anche con me...
ed io non son cattiva, ti giuro!...
Io gli son grata delle sue delicate premure...
Uno degli scorsi giorni, dopo il famoso ballo, egli mi disse, in un momento in cui eravamo solo: «Io vi ringrazio, signorina».
«Di che?» «Di avermi fatto il favore di ballare con me.
Se sapeste com'ero felice!» E diceva questo in certo modo che io mi sentiva tutta turbata.
Dio mio! come sono esagerati gli uomini nei loro complimenti!...
Ma non so perché egli mi abbia detto questo sottovoce...
e mi parve anche di accorgermi ch'egli abbia arrossito...
e forse per questo anch'io mi feci rossa...
e non seppi rispondergli nulla...
Vedi a qual delicatezza egli arriva per farmi piacere! Un'altra volta mi disse: «Come vi sta bene cotesta tonaca!».
Mi ha detto questo!...
La mia brutta tonaca nera!...
Non saprei spiegartene la ragione...
ma mi parve che ne provassi un gran piacere; arrossivo, balbettavo e non sapevo che farmi.
Tu mi dirai che son matta, e avrai ragione, perché non sono certamente le sue cortesie che possono sconvolgermi così tutta quanta.
Perché adunque allorché ascolto la sua voce mi confondo? Perché quando incontro il suo sguardo fisso su di me mi sento a un tratto una vampa al viso e come un brivido al cuore?
Senti, Marianna; io credo di aver trovato la ragione di tutto questo.
In convento ci hanno abituate a farci tale idea degli uomini in generale e dei giovanotti in particolare, che non possiamo incontrarne uno senza sentirci tutte sossopra.
Perché dunque Giuditta, mia sorella, che pure è più giovane di me, non prova mai il menomo imbarazzo discorrendo con lui? Perché anzi scherza con lui, e ride, e gli parla a lungo con franchezza, senza arrossire, mentre se io dovessi fare altrettanto mi parrebbe di morire?...
Nullameno...
Dio mel perdoni...
mi pare che per questa ragione talune volte io provi per mia sorella un sentimento che somiglia all'invidia...
Oh! Dio mio! Chiamatemi a voi, nel vostro convento, fra la calma, il silenzio, il raccoglimento; calmate la mia mente, rischiarate la mia ragione!
16 Novembre
Lunedì l'incontrai nel castagneto.
Per fortuna Gigi mi accompagnava.
Egli aveva il suo schioppo ad armacollo e cantarellava da lontano prima che si fosse accorto di noi.
Tu non sai che dolce voce egli abbia! Io lo riconobbi subito: mi sembrava che il cuore mi scappasse dal petto, e avrei voluto allontanarmi, fuggirmene, per quel solito sciocchissimo turbamento...
Il suo cane, Alì, ci vide pel primo, e ci corse incontro latrando e facendoci festa.
Bisognava rimaner lì, non è vero?...
malgrado che mi fossi fatta di brace, malgrado che tremassi tutta...
Egli si sarà accorto del mio turbamento.
Si avvicinò e mi stese la mano; dovetti dargli la mia, perché qui si usa stringere la mano anche agli uomini, e non mi par bene...
poiché egli dovette accorgersi che la mia povera mano tremava...
Per tornare a casa si doveva attraversare la parte più fitta del castagneto, e sul limite, ch'è assai roccioso, c'erano molti sterpi e spine.
Egli volle accompagnarmi e darmi il braccio.
Tremavo talmente ch'egli mi disse: «Appoggiatevi francamente, signorina; voi inciampate ad ogni passo».
Ed era vero.
Si fece un bel tratto di strada in silenzio, e camminando io spingevo apposta col piede le foglie secche che coprivano il suolo, per nascondergli il battito del mio cuore.
Egli avrà avuto pietà del mio imbarazzo, poiché tentò rompere quel silenzio dicendomi: «Che bella giornata! che bella passeggiata abbiamo fatto!» e sospirava...
Anzi Gigi si lagnò che io gli camminassi sui piedi...
Poi ci mettemmo a sedere su di un muricciuolo accanto alla vigna, e lui mi si pose al fianco.
Io non vedevo che il calcio del suo schioppo che disegnava sulle zolle certe bizzarre figure.
Alì venne a posare la sua grossa testa sui miei ginocchi sorridendomi con quei suoi begli occhi pieni di vita; io lo accarezzavo ed esso mi ringraziava dimenando la coda.
Il suo padrone mi disse: «Vedete come vi vuol bene Alì? Lo amate voi?».
Non so perché quell'innocentissima domanda mi commosse tutta, e mi parve d'amare immensamente quel povero Alì...
E accarezzò anch'egli il suo cane...
e allora le nostre mani s'incontrarono, e sentii che la mia tremava.
Il mio silenzio istesso m'imbarazza.
Cercavo una rispostane non seppi balbettare che: «Come è bello il vostro cane, signore!...»
Egli non disse più nulla e sospirò.
Perché sospirava? Sarà anch'egli infelice, poverino! Infatti da qualche giorno m'è parso più malinconico...
ed in quel momento che egli sospirava provavo per lui una gran tenerezza, e non più il solito sgomento, bensì un sentimento tanto amichevole che avrei desiderato essere un uomo come lui, un suo amico, un fratello, per gettargli le braccia al collo e chiedergli che cosa lo affliggesse così, per confortarlo o per dividere almeno con lui le sue pene.
Oh! sì! son peccatacci grossi!...
e chi sa quanto dovrò soffrire nel farne la confessione! Poi ne ho sulla coscienza un altro più grosso ancora...
una viva curiosità...
di conoscere che cosa lo rattristasse in quel modo...
Noi altre donne siamo tanto curiose!...
Ma capisci benissimo che non osai domandarglielo.
D'allora non lo vidi più che la sera, insieme ai suoi.
Non ardisco più uscir sola.
Agucchio, agucchio alla mia finestrella, e tutti i giorni allorché odo la sua voce o il fischio con cui chiama il suo cane, laggiù nel bosco, allorché mi sembra vedere un'ombra passare rapidamente fra i gruppi lontani degli alberi, il cuore mi batte come quando eravamo rimasti in silenzio, l'una accanto all'altro, colle mani posate sulla testa di quel bel cane.
Tutte le volte che l'incontro provo lo stesso turbamento, ed è perciò che evito d'incontrarlo.
Ma accade delle volte che non posso sfuggirlo, capisci!...
che devo dissimulare il mio soffrir e restar lì.
Quand'egli mi guarda, il cuore mi balza nel petto, e vorrei morire per nascondere il mio rossore...
Mi pare che tutti gli occhi sieno fissi su di me a domandarmi perché arrossisco...
ed io, Dio mio!...
non saprei dirlo...
non lo so! Pure appena posso approfittare del primo pretesto vado a rifugiarmi nella mia cameretta, a nascondere fra i guanciali il viso infuocato, e piangere...
non so...
ma mi pare che il pianto mi faccia bene e mi alleggerisca di un gran peso!
Frattanto ieri l'altro, mentre mi asciugavo gli occhi, vidi un'ombra alla finestra.
Era lui! che appoggiava i gomiti al davanzale e si teneva il volto fra le mani...
Ti lascio immaginare come rimanessi! Anche lui era assai turbato.
Volle sorridere e mi parve che piangesse, tanto quel sorriso era triste.
Poscia balbettò: «Perché ci fuggite, signorina?».
Avrei desiderato che il suolo si fosse aperto ad inghiottirmi.
Per fortuna sopraggiunse mia sorella.
mi fu d'uopo uno sforzo miracoloso per calmarmi o piuttosto per imporre al mio viso di mentire, e andai a raggiungere la comitiva che si sollazzava sulla spianata.
Giuditta era accanto a lui, gli parlava, rideva, era tranquilla, non tremava...
lei!
Oh! il convento! il convento! Ecco quello che mi abbisogna, che è fatto per me.
Al di fuori non c'è che turbamento e sofferenze.
Vedi...
mi crederanno cattiva lui pel primo! Dio che mi legge in cuore sa che io non sono tale, che io non ci ho colpa se la mia timidità, le mie abitudini tanto diverse dalle loro mi fanno sembrar cattiva! Ma chi mi crederà?...
Ieri mentre tutti rientravano in casa, perché il fresco della sera era divenuto frizzante, egli mi si accostò, triste, pallido, mi prese la mano, tremavo talmente che non seppi ritirarla, ero sbalordita...
egli mi disse colla sua voce più dolce: «Che vi ho mai fatto, signorina? Perché mi fuggite?...».
Mio Dio! Mio Dio! Avrei voluto buttarmi ai suoi piedi, domandargli perdono, dirgli che s'ingannava, che non era colpa mia...
Non so che cosa dissi, non so che cosa balbettai.
Sopraggiunse Annetta, mi buttai fra le sue braccia, e mi sfogai in pianto.
Marianna mia, cerca un conforto per me, aiutami!...
Anche tu mi abbandoni! Son sola, sono triste, sono infelice!...
Prega Iddio che mi faccia presto ritornare alla mia tranquilla e modesta esistenza, e che nel silenzio di quei corridoi si estingua il soffio tempestoso che viene dal mondo a turbare la sbigottita anima mia.
Ti ho scritto cogli occhi velati di lagrime; non so nemmeno quello che ho scritto.
Perdonami ed amami, ché ho molto bisogno di essere amata.
17 Novembre
L'altra sera, dopo ch'egli mi disse quelle parole, allorché entrai nella stanza dove stavano radunati i miei parenti coi signori Valentini ero così turbata che tutti se ne avvidero.
Mia matrigna fece una scena; mi rimproverò che io sono una ragazza male educata, capricciosa, che mi abbandono a degli impeti di gioia e degli accessi di malinconia ingiustificabili.
Mio padre tentò difendermi sostenendo ch'io fossi indisposta.
Tutti gli altri tacevano.
Quel supplizio durò quasi mezz'ora.
Allorché potei chiudermi nel mio stanzino io ringraziai il Signore e lo pregai fervidamente di chiamarmi a sé.
Passai una cattivissima notte senza nemmeno chiudere occhio.
Ho interrogato il mio cuore, ed ho paura.
Marianna mia, se non temessi di far peccato e di addolorare mio padre, Giuditta, mio fratello, te...
e tutti quelli che mi vogliono bene...
io vorrei morire di coléra.
Addio.
20 Novembre
Marianna! Marianna!...
io lo amo! io lo amo! Pietà! pietà di me! Non mi disprezzare! son molto infelice! perdonami!
Mio Dio! perché questo castigo così duro? Ecco che bestemmio! Oh, mio Dio!...
quanto ho pianto! Oh! Dio mio...
vi ha una donna più sciagurata di me?...
L'amo! È un'orribile parola! è un peccato! è un delitto! ma è inutile dissimularlo a me stessa.
Il peccato è più forte.
Ho tentato di sfuggirgli, esso mi ha abbrancato, mi tiene in ginocchio sul petto, mi calpesta la faccia nel fango.
Tutto il mio essere è pieno di quell'uomo: la mia testa, il mio cuore, il mio sangue.
L'ho dinnanzi agli occhi in questo momento che ti scrivo, nei sogni, nella preghiera.
Non posso pensare ad alto; mi pare che ad ogni istante il suo nome mi venga sulle labbra, che ogni parola che profferisco si trasformi nel nome di lui; allorché lo ascolto son felice; quando mi guarda tremo; vorrei stargli vicina ad ogni momento e lo fuggo; vorrei morire per lui.
Tutto ciò che sento per quell'uomo è nuovo, è strano, è spaventoso...
è più ardente dell'amore che porto a mio padre; è più forte di quello che porto a mio padre; è più forte di quello che porto al mio Dio!...
Questo è quello al mondo chiamano amore...
l'ho conosciuto; lo veggo...
È orribile! è orribile!...
È il castigo di Dio, la perdizione, la bestemmia! Marianna, io son perduta! Marianna, prega per me!...
Ieri egli era andato a Catania per certi affari della sua famiglia.
Figurati lo sgomento della sua famiglia e di tutti! Le notizie che corrono sono tristissime; non ci era chi non pensasse a qualche disgrazia.
La madre ed Annetta piangevano; il signor Valentini era agitatissimo, ed andava ogni momento al ciglione che sovrasta la vigna da dove si può vedere un bel tratto del viottolo che mena al villaggio, poiché suo figlio avrebbe dovuto lasciar l'omnibus alla solita fermata e venirsene a piedi sin qui.
L'oscurità era fitta; nel viottolo non si vedeva a dieci passi.
Si erano spediti due messi per cercare di sapere la causa di quel ritardo e per annunciare più presto il suo ritorno.
Il povero padre lo chiamava di tratto in tratto ad alta voce, come se avesse sperato di udirlo a rispondere da lontano.
Tutti tendevano l'orecchio, ti puoi bene immaginare con quale ansia; si attendeva un minuti, dieci, la voce moriva lontan lontano nella valle, e succedeva il silenzio.
Suonarono le nove e mezzo, le dieci! i piagnistei erano generali.
Il signor Valentini era andato ad incontrarlo, solo, al buio, come un pazzo, per domandarne a tutti i viandanti, deciso a non fermarsi che allorquando avrebbe trovato il figlio.
Ma, Dio mio!
...
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