STORIA DI UNA CAPINERA, di Giovanni Verga - pagina 4
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Ho visto il signor Nino così commosso!...
e guardarmi con certi occhi!...
lui ch'è sempre allegro e motteggevole!
Ti ho scritto tutto quello che faccio, tutto quello che penso, tutti i miei divertimenti, tutti i miei peccatacci, a costo anche di buscarmi da te una ramanzina...
Io non avrei osato confessarmene con quel buon vecchio del nostro cappellano...
ma se non ti narrassi tutto, sorella mia, se non mi sfogassi con te raccontandoti tutte queste cose, mi pare che esse mi opprimerebbero.
Ho bisogno di parlartene a lungo, di rammentarne tutti i particolari, di pensarci sopra, e di parlarne a me stessa, di vederle scritte sopra la carta, di sognarle...
Ci son dei momenti in cui questa folla di pensieri fermenta, e mi riempie la testa di vertigini, m'inebbria, mi stordisce.
Son folle, tutte queste nuove sensazioni saranno troppo violente per me, abituata alla pace ed al raccoglimento claustrale.
Scrivimi, scrivimi subito.
Non far passare tanto tempo prima di rispondermi.
Confortami, discorri colla tua povera amica, ch'è inquieta, sconcertata da tutti cotesti rumori, da tutte coteste novità, da tutte coteste nuove impressioni, e trema come un uccelletto, spaventato persino dai curiosi che stanno ad osservarlo, i quali non avranno certamente intenzione di fargli del male, ma gliene fanno col solo stargli d'attorno.
Vorrei piangere, vorrei ridere, vorrei cantare, vorrei stare allegra.
Ho bisogno di una tua lettera.
Ho bisogno di parlare con te, intendi? Abbracciami, Marianna mia...
Se potessi piangere, e nasconderti il viso in seno!...
10 Ottobre
Giovedì fu una bella giornata! Era la festa del babbo! Non occorre dirti che sin dallo spuntar del giorno tutta la nostra famigliuola in moto, e la nostra casetta riboccante di gioia e di allegria.
La mamma aveva già fatto tirare il collo a un tacchino, e sorvegliava ai preparativi del desinare.
Giuditta avea regalato al babbo un bel berretto di seta, che aveva ricamato di nascosto per fargliene una sorpresa; io non potei far altro che recargli un bel mazzo di fiori di campo, che avevo raccolti all'alba ed erano ancora umidi di rugiada.
Era un povero mazzolino il mio; ma il buon padre gradì il mio regalo quanto quello di mia sorella e ci abbracciò entrambe colle lagrime agli occhi.
I nostri amici vennero a trovarci fin dallo spuntare del giorno, facendosi precedere da grida festose, da schioppettate tirate in aria, e dagli abbaiamenti di Alì.
Che festa! I signori Valentini recavano anch'essi dei bei mazzi, ma di veri fiori da giardino, che avevano fatto venire apposta da Viagrande.
Il mio povero mazzolino sembrava tutto vergognoso accanto a quei fiori superbi.
Ci regalarono anche un bel lepre ucciso il giorno innanzi...
Ma il signor Valentini non va mai a caccia...
bensì suo figlio...
La mamma gradì più il lepre che i fiori...
Per parte mia ti confesso che da qualche
giorno son quasi riconciliata con i cacciatori...
sarà effetto di abitudine...
Eppoi che cosa possiamo capirci noi altre in simili divertimenti ai quali gli uomini prendono tanto gusto? Il babbo volle che i nostri amici rimanessero a pranzo con noi.
Fu una bella giornata! Si cantò, si rise, si stette molto allegri, si ballò anche...
io no, sai!
Dopo il pranzo la solita passeggiata.
La sera era bellissima; ma, non so perché, io non fui così gaia, così contenta com'erano tutti, e come fui l'altra volta.
Mi piaceva udire il lieve fruscìo della foglia che cadeva, lo stormire degli alberi, il canto lontano dell'assiuolo, mi piaceva ad aver paura dove l'ombra era più oscura, e tarmi sola in disparte, poiché di tratto in tratto mi si velavano gli occhi di lagrime.
Qual mistero c'è dentro di noi, Marianna? Avrei dovuto essere così allegra in quel giorno in cui tutti lo erano! Non saprei spiegare a me stessa questa stranezza.
Sarà forse un cervellino strambo il mio, cui meglio conviensi la quiete del chiostro, e che qui trovasi fuori di posto, agitato, inquieto, ed anche un poco pazzerello.
Addio.
Questa lettera è breve, ed anche asciutta, mentre ti dovrei una bella lettera lunga lunga che ti narrasse cento altre cose, tutte le sciocchezze che mi vengono in mente, tutto quello di cui non posso chiacchierare con te a viva voce.
Ma che vuoi?...
oggi non mi sento in lena.
Sono stanca, svogliata, e non ho le idee ben chiare.
A domani dunque.
23 Ottobre
Mi rimproveri ch'io abbia lasciato senza risposta la tua lettera, ed hai ragione, Marianna mia; me ne ero già rimproverata io stessa.
Non so quello che m'abbia, non so...
Il più piccolo lavoro, la menoma occupazione mi affatica...
Sgridami...
Sono un'infingarda...
Vorrei stare tutto il giorno seduta all'ombra dei castagni; vorrei passare le notti a fissare gli occhi nel firmamento.
Tutto quello che più mi allettava mi è venuto a noia.
Non voglio più passeggiare nel castagneto, non voglio più cantare, non posso più ridere, tutto m'infastidisce.
La tua povera Maria è assai triste! Non so io stessa il perché.
Sarà forse il Signore che avrà voluto farmi provare quanto fugaci siano i piaceri e le gioie che non sono nella vita del chiostro.
Oh, mio Dio! ci son dei momenti in cui quasi ho paura di me stessa...
perché anche la mia preghiera è distratta!...
Dio mio! perdonatemi! confortatemi! Dio mio, sorreggetemi!
Il mio Carino è diventato quasi selvatico perché da molti giorni non mi trastullo più con lui.
Mi fugge! Sono diventata tanto cattiva adunque? Vigilante non mi fa più le sue solite carezze, perché non gliele ricambio, e si avvede che mi infastidiscono.
Se fossi malata, Marianna? Ti confesso all'orecchio che quasi quasi vorrei esser malata, perché allora tutta cotesta noia, tutta cotesta stanchezza dell'anima avrebbe un motivo e non mi spaventerebbe.
Tu però che sei sana, che sei allegra, che sei felice, scrivimi, scrivimi spesso.
Amami cento volte dippiù perché adesso ho maggior bisogno che tu mi voglia bene, perché io ti voglio bene assai dippiù, e perché l'unico dolce sentimento che mi sia rimasto è una gran tenerezza pei miei cari, per tutti quelli che conosco; figurati poi per te!
2 Novembre
Marianna, son convinta che a noi, poveri cuori deboli e timidi, tutto cotesto tumulto del mondo, tutte coteste sensazioni potenti, tutti cotesti piaceri facciano un male immenso.
Siamo degli umili fiorellini avvezzi alla dolce tutela della stufa, che l'aria libera uccide.
Ti rammenti come io ti scrivessi di essere allegra, felice, due mesi or sono? Come ogni nuova emozione fosse un tesoro pel mio cuore avido di contentezza? Come ringraziassi il mio buon Dio di tutte quelle sensazioni piacevoli a cui si schiudeva l'anima mia benedicendolo?...
È vero, Marianna! Purtroppo è vero quello che ci dicevano sempre le monache, e che il Padre Anselmo ripeteva dal pulpito; le vere gioie tranquille, serene, durevoli, son quelle del chiostro.
Io non saprei spiegartene la ragione, ma quelle del mondo non son sempre le stesse.
Io l'ho provato...
io che mi trovo così cangiata! Tutto mi stanca, mi pesa, mi dà noia...
tutto mi è argomento d'inquietudine, di turbamento...
ed anche di sgomento...
Lo stesso non saper trovare una ragione agli impeti improvvisi di allegria folle e quasi delirante, ed alle repentine tristezze che mi assalgono, mi spaventa.
Mi sento infelice in mezzo a tutti cotesti doni del Creatore che benedissi altra volta...
Vorrei ritornare fra quelle buone pareti del convento.
Vorrei inginocchiarmi in quel coro; vorrei abbracciare i piedi di quel crocifisso; vorrei baciarti, e nasconderti il viso in seno, e sfogarmi delle lagrime che mi si aggruppano in cuore.
Non mi deridere, Marianna; compiangimi, piuttosto; compiangimi, ché son molto triste, e non so spiegarmi la mia tristezza, e non so trovarne la causa, e sono forse cattiva e ingrata verso il buon Dio che mi ha colmata di tante benedizioni, ingrata verso il mio caro babbo che si sforza di dissipare la mia tristezza con mille carezze, ingrata verso la mia famiglia, verso i miei amici...
Non posso più scriverti.
Vorrei piangere.
Ho passato quasi tutta la notte alla finestra, fissando gli occhi nel buio profondo che mi sembrava pieno di larve, ascoltando l'uggiolare lontano dei cani, il ronzìo degli insetti notturni...
e non ho avuto paura!...
Se potessi abbracciarti!...
se potessi piangere!...
Scrivimi almeno tu!...
Scrivimi! Non ti dico altro.
10 Novembre
Mia cara Marianna, tu sei inquieta per me, per lo stato dell'anima mia; mi fai mille domande che non comprendo, che m'imbarazzano, alle quali non saprei rispondere; mi chiedi mille spiegazioni che non saprei dare a me stessa.
Se tu fossi qui, se ci parlassimo all'orecchio, abbracciate, sotto gli alberi, ove l'ombrìa è più densa, tu che sei già una signorina, tu che non anderai più in convento, che conosci il mondo, tu forse sapresti trovarci il bandolo! tu forse sapresti rispondere alle mie domande, sciogliere i miei dubbi, e mi conforteresti, e mi tranquilleresti.
Ma che posso dirti io?...
Le tue stesse interrogazioni m'inquietano, mi turbano...
Perché mi domandi la ragione del non averti più parlato dei signori Valentini nelle mie ultime lettere che sono sì meste, mentre te ne parlavo tanto nelle mie prime ch'erano così allegre? Perché hai osservato che mentre il nome del signor Nino è ricordato venti volte nelle mie prime, sembra poi evitato con molto studio nelle ultime? Come l'hai osservato? Io stessa non me n'ero accorta...
Dio mio! non saprei nemmeno dirtene il perché! Ma tu hai ragione e mi hai fatto scorgere che anche adesso c'è voluto uno sforzo per scrivere quel nome...
Ti sarai anche accorta che la mia mano ha tremato...
E se mi vedessi in viso!
Marianna! Marianna mia!...
Ora ti scriverò tutto, vedi!...
Ti metterò il mio cuore fra le mani; tu l'interrogherai, l'analizzerai meglio di me, e come io non saprei...
Tu mi dirai che cosa devo fare per vincere cotesta malattia che mi travaglia, e per tornare ad essere gaia, spensierata e felice...
Tu mi aprirai le braccia...
Non so quello che si agita dentro di me; ma dev'essere qualche cosa di male, perché io abbia esitato a confidartelo, perché io mi trovi, direi, come colpevole, perché io sia posseduta da una vergogna, da un'inquietudine, da un timore inesplicabile, come se avessi un secreto da nascondere a tutti, e che tutti tenessero gli occhi fissi su di me per scoprirlo.
Qual è cotesto secreto? Mio Dio! io stessa non saprei dirlo...
Ti narrerò tutto! tutto! Se tu potrai indovinarlo me lo additerai, ed io ti prometto di vincerlo, s'è un male od una tentazione; ti prometto di esser buona, di pregar Dio perché mi dia forza e m'illumini, e mi aiuti...
Ho analizzato tutta me stessa per vedere dove sia questo male, da che provenga questo turbamento; ho passato in rassegna tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, fin le mie occupazioni, le persone con cui parlo, gli oggetti che veggo...
Non trovai nulla, tranne che...
Ma tu mi crederai matta, e riderai di me.
Ti ho scritto altre volte che noi ci siamo fatti intimissimi coi signori Valentini.
Annetta è per me un'altra Marianna...
Ma tu mi hai fatto pensare che quel suo fratello mi fa un certo effetto...
È vero: direi quasi che mi fa paura...
No, non son cattiva, Marianna! Non mi condannare! È una stravaganza, una follia certamente.
M'avveggo che ho torto e cerco di vincere me stessa...
perché colui è un buonissimo giovane, ed anche pieno di attenzioni per me...
Ma io non saprei spiegarti l'impressione che egli produce in me...
Non è antipatia, non è avversione...
eppure lo temo...
eppure ogni volta che lo incontro arrossisco, impallidisco, tremo, e vorrei fuggirmene.
Ma poi egli mi parla, lo ascolto, rimango a lui vicina...
non so perché...
mi pare che non potrei staccarmene...
e penso al Padre Anselmo, allorché ci parlava dal pulpito del fascino dello spirito del male, ed ho paura...
Dio mio! Non ti dico già che sia lo stesso...
È un paragone.
Vorrei poterti spiegare l'effetto che egli mi fa...
Eppure egli è cortesissimo con tutti, ed anche con me...
ed io non son cattiva, ti giuro!...
Io gli son grata delle sue delicate premure...
Uno degli scorsi giorni, dopo il famoso ballo, egli mi disse, in un momento in cui eravamo solo: «Io vi ringrazio, signorina».
«Di che?» «Di avermi fatto il favore di ballare con me.
Se sapeste com'ero felice!» E diceva questo in certo modo che io mi sentiva tutta turbata.
Dio mio! come sono esagerati gli uomini nei loro complimenti!...
Ma non so perché egli mi abbia detto questo sottovoce...
e mi parve anche di accorgermi ch'egli abbia arrossito...
e forse per questo anch'io mi feci rossa...
e non seppi rispondergli nulla...
Vedi a qual delicatezza egli arriva per farmi piacere! Un'altra volta mi disse: «Come vi sta bene cotesta tonaca!».
Mi ha detto questo!...
La mia brutta tonaca nera!...
Non saprei spiegartene la ragione...
ma mi parve che ne provassi un gran piacere; arrossivo, balbettavo e non sapevo che farmi.
Tu mi dirai che son matta, e avrai ragione, perché non sono certamente le sue cortesie che possono sconvolgermi così tutta quanta.
Perché adunque allorché ascolto la sua voce mi confondo? Perché quando incontro il suo sguardo fisso su di me mi sento a un tratto una vampa al viso e come un brivido al cuore?
Senti, Marianna; io credo di aver trovato la ragione di tutto questo.
In convento ci hanno abituate a farci tale idea degli uomini in generale e dei giovanotti in particolare, che non possiamo incontrarne uno senza sentirci tutte sossopra.
Perché dunque Giuditta, mia sorella, che pure è più giovane di me, non prova mai il menomo imbarazzo discorrendo con lui? Perché anzi scherza con lui, e ride, e gli parla a lungo con franchezza, senza arrossire, mentre se io dovessi fare altrettanto mi parrebbe di morire?...
Nullameno...
Dio mel perdoni...
mi pare che per questa ragione talune volte io provi per mia sorella un sentimento che somiglia all'invidia...
Oh! Dio mio! Chiamatemi a voi, nel vostro convento, fra la calma, il silenzio, il raccoglimento; calmate la mia mente, rischiarate la mia ragione!
16 Novembre
Lunedì l'incontrai nel castagneto.
Per fortuna Gigi mi accompagnava.
Egli aveva il suo schioppo ad armacollo e cantarellava da lontano prima che si fosse accorto di noi.
Tu non sai che dolce voce egli abbia! Io lo riconobbi subito: mi sembrava che il cuore mi scappasse dal petto, e avrei voluto allontanarmi, fuggirmene, per quel solito sciocchissimo turbamento...
Il suo cane, Alì, ci vide pel primo, e ci corse incontro latrando e facendoci festa.
Bisognava rimaner lì, non è vero?...
malgrado che mi fossi fatta di brace, malgrado che tremassi tutta...
Egli si sarà accorto del mio turbamento.
Si avvicinò e mi stese la mano; dovetti dargli la mia, perché qui si usa stringere la mano anche agli uomini, e non mi par bene...
poiché egli dovette accorgersi che la mia povera mano tremava...
Per tornare a casa si doveva attraversare la parte più fitta del castagneto, e sul limite, ch'è assai roccioso, c'erano molti sterpi e spine.
Egli volle accompagnarmi e darmi il braccio.
Tremavo talmente ch'egli mi disse: «Appoggiatevi francamente, signorina; voi inciampate ad ogni passo».
Ed era vero.
Si fece un bel tratto di strada in silenzio, e camminando io spingevo apposta col piede le foglie secche che coprivano il suolo, per nascondergli il battito del mio cuore.
Egli avrà avuto pietà del mio imbarazzo, poiché tentò rompere quel silenzio dicendomi: «Che bella giornata! che bella passeggiata abbiamo fatto!» e sospirava...
Anzi Gigi si lagnò che io gli camminassi sui piedi...
Poi ci mettemmo a sedere su di un muricciuolo accanto alla vigna, e lui mi si pose al fianco.
Io non vedevo che il calcio del suo schioppo che disegnava sulle zolle certe bizzarre figure.
Alì venne a posare la sua grossa testa sui miei ginocchi sorridendomi con quei suoi begli occhi pieni di vita; io lo accarezzavo ed esso mi ringraziava dimenando la coda.
Il suo padrone mi disse: «Vedete come vi vuol bene Alì? Lo amate voi?».
Non so perché quell'innocentissima domanda mi commosse tutta, e mi parve d'amare immensamente quel povero Alì...
E accarezzò anch'egli il suo cane...
e allora le nostre mani s'incontrarono, e sentii che la mia tremava.
Il mio silenzio istesso m'imbarazza.
Cercavo una rispostane non seppi balbettare che: «Come è bello il vostro cane, signore!...»
Egli non disse più nulla e sospirò.
Perché sospirava? Sarà anch'egli infelice, poverino! Infatti da qualche giorno m'è parso più malinconico...
ed in quel momento che egli sospirava provavo per lui una gran tenerezza, e non più il solito sgomento, bensì un sentimento tanto amichevole che avrei desiderato essere un uomo come lui, un suo amico, un fratello, per gettargli le braccia al collo e chiedergli che cosa lo affliggesse così, per confortarlo o per dividere almeno con lui le sue pene.
Oh! sì! son peccatacci grossi!...
e chi sa quanto dovrò soffrire nel farne la confessione! Poi ne ho sulla coscienza un altro più grosso ancora...
una viva curiosità...
di conoscere che cosa lo rattristasse in quel modo...
Noi altre donne siamo tanto curiose!...
Ma capisci benissimo che non osai domandarglielo.
D'allora non lo vidi più che la sera, insieme ai suoi.
Non ardisco più uscir sola.
Agucchio, agucchio alla mia finestrella, e tutti i giorni allorché odo la sua voce o il fischio con cui chiama il suo cane, laggiù nel bosco, allorché mi sembra vedere un'ombra passare rapidamente fra i gruppi lontani degli alberi, il cuore mi batte come quando eravamo rimasti in silenzio, l'una accanto all'altro, colle mani posate sulla testa di quel bel cane.
Tutte le volte che l'incontro provo lo stesso turbamento, ed è perciò che evito d'incontrarlo.
Ma accade delle volte che non posso sfuggirlo, capisci!...
che devo dissimulare il mio soffrir e restar lì.
Quand'egli mi guarda, il cuore mi balza nel petto, e vorrei morire per nascondere il mio rossore...
Mi pare che tutti gli occhi sieno fissi su di me a domandarmi perché arrossisco...
ed io, Dio mio!...
non saprei dirlo...
non lo so! Pure appena posso approfittare del primo pretesto vado a rifugiarmi nella mia cameretta, a nascondere fra i guanciali il viso infuocato, e piangere...
non so...
ma mi pare che il pianto mi faccia bene e mi alleggerisca di un gran peso!
Frattanto ieri l'altro, mentre mi asciugavo gli occhi, vidi un'ombra alla finestra.
Era lui! che appoggiava i gomiti al davanzale e si teneva il volto fra le mani...
Ti lascio immaginare come rimanessi! Anche lui era assai turbato.
Volle sorridere e mi parve che piangesse, tanto quel sorriso era triste.
Poscia balbettò: «Perché ci fuggite, signorina?».
Avrei desiderato che il suolo si fosse aperto ad inghiottirmi.
Per fortuna sopraggiunse mia sorella.
mi fu d'uopo uno sforzo miracoloso per calmarmi o piuttosto per imporre al mio viso di mentire, e andai a raggiungere la comitiva che si sollazzava sulla spianata.
Giuditta era accanto a lui, gli parlava, rideva, era tranquilla, non tremava...
lei!
Oh! il convento! il convento! Ecco quello che mi abbisogna, che è fatto per me.
Al di fuori non c'è che turbamento e sofferenze.
Vedi...
mi crederanno cattiva lui pel primo! Dio che mi legge in cuore sa che io non sono tale, che io non ci ho colpa se la mia timidità, le mie abitudini tanto diverse dalle loro mi fanno sembrar cattiva! Ma chi mi crederà?...
Ieri mentre tutti rientravano in casa, perché il fresco della sera era divenuto frizzante, egli mi si accostò, triste, pallido, mi prese la mano, tremavo talmente che non seppi ritirarla, ero sbalordita...
egli mi disse colla sua voce più dolce: «Che vi ho mai fatto, signorina? Perché mi fuggite?...».
Mio Dio! Mio Dio! Avrei voluto buttarmi ai suoi piedi, domandargli perdono, dirgli che s'ingannava, che non era colpa mia...
Non so che cosa dissi, non so che cosa balbettai.
Sopraggiunse Annetta, mi buttai fra le sue braccia, e mi sfogai in pianto.
Marianna mia, cerca un conforto per me, aiutami!...
Anche tu mi abbandoni! Son sola, sono triste, sono infelice!...
Prega Iddio che mi faccia presto ritornare alla mia tranquilla e modesta esistenza, e che nel silenzio di quei corridoi si estingua il soffio tempestoso che viene dal mondo a turbare la sbigottita anima mia.
Ti ho scritto cogli occhi velati di lagrime; non so nemmeno quello che ho scritto.
Perdonami ed amami, ché ho molto bisogno di essere amata.
17 Novembre
L'altra sera, dopo ch'egli mi disse quelle parole, allorché entrai nella stanza dove stavano radunati i miei parenti coi signori Valentini ero così turbata che tutti se ne avvidero.
Mia matrigna fece una scena; mi rimproverò che io sono una ragazza male educata, capricciosa, che mi abbandono a degli impeti di gioia e degli accessi di malinconia ingiustificabili.
Mio padre tentò difendermi sostenendo ch'io fossi indisposta.
Tutti gli altri tacevano.
Quel supplizio durò quasi mezz'ora.
Allorché potei chiudermi nel mio stanzino io ringraziai il Signore e lo pregai fervidamente di chiamarmi a sé.
Passai una cattivissima notte senza nemmeno chiudere occhio.
Ho interrogato il mio cuore, ed ho paura.
Marianna mia, se non temessi di far peccato e di addolorare mio padre, Giuditta, mio fratello, te...
e tutti quelli che mi vogliono bene...
io vorrei morire di coléra.
Addio.
20 Novembre
Marianna! Marianna!...
io lo amo! io lo amo! Pietà! pietà di me! Non mi disprezzare! son molto infelice! perdonami!
Mio Dio! perché questo castigo così duro? Ecco che bestemmio! Oh, mio Dio!...
quanto ho pianto! Oh! Dio mio...
vi ha una donna più sciagurata di me?...
L'amo! È un'orribile parola! è un peccato! è un delitto! ma è inutile dissimularlo a me stessa.
Il peccato è più forte.
Ho tentato di sfuggirgli, esso mi ha abbrancato, mi tiene in ginocchio sul petto, mi calpesta la faccia nel fango.
Tutto il mio essere è pieno di quell'uomo: la mia testa, il mio cuore, il mio sangue.
L'ho dinnanzi agli occhi in questo momento che ti scrivo, nei sogni, nella preghiera.
Non posso pensare ad alto; mi pare che ad ogni istante il suo nome mi venga sulle labbra, che ogni parola che profferisco si trasformi nel nome di lui; allorché lo ascolto son felice; quando mi guarda tremo; vorrei stargli vicina ad ogni momento e lo fuggo; vorrei morire per lui.
Tutto ciò che sento per quell'uomo è nuovo, è strano, è spaventoso...
è più ardente dell'amore che porto a mio padre; è più forte di quello che porto a mio padre; è più forte di quello che porto al mio Dio!...
Questo è quello al mondo chiamano amore...
l'ho conosciuto; lo veggo...
È orribile! è orribile!...
È il castigo di Dio, la perdizione, la bestemmia! Marianna, io son perduta! Marianna, prega per me!...
Ieri egli era andato a Catania per certi affari della sua famiglia.
Avrebbe dovuto essere di ritorno prima di sera coll'omnibus di Trecastagne, e alle nove ancora non si vedeva.
Figurati lo sgomento della sua famiglia e di tutti! Le notizie che corrono sono tristissime; non ci era chi non pensasse a qualche disgrazia.
La madre ed Annetta piangevano; il signor Valentini era agitatissimo, ed andava ogni momento al ciglione che sovrasta la vigna da dove si può vedere un bel tratto del viottolo che mena al villaggio, poiché suo figlio avrebbe dovuto lasciar l'omnibus alla solita fermata e venirsene a piedi sin qui.
L'oscurità era fitta; nel viottolo non si vedeva a dieci passi.
Si erano spediti due messi per cercare di sapere la causa di quel ritardo e per annunciare più presto il suo ritorno.
Il povero padre lo chiamava di tratto in tratto ad alta voce, come se avesse sperato di udirlo a rispondere da lontano.
Tutti tendevano l'orecchio, ti puoi bene immaginare con quale ansia; si attendeva un minuti, dieci, la voce moriva lontan lontano nella valle, e succedeva il silenzio.
Suonarono le nove e mezzo, le dieci! i piagnistei erano generali.
Il signor Valentini era andato ad incontrarlo, solo, al buio, come un pazzo, per domandarne a tutti i viandanti, deciso a non fermarsi che allorquando avrebbe trovato il figlio.
Ma, Dio mio! se non si vedeva anima viva! e il più ardito viandante non si sarebbe arrischiato a quell'ora di percorrere le strade, invigilate sospettosamente dai contadini che fanno la guardia al coléra! Quei pianti mi spezzavano il cuore; quel silenzio mi atterriva; quel buio mi sembrava pieno di orribili visioni.
M'ero chiusa nella mia cameretta onde inginocchiarmi ai piedi del crocifisso e piangere, e pregare per lui.
Di tratto in tratto interrompevo la mia preghiera, asciugavo le mie lagrime, soffocavo i miei singhiozzi per tendere l'orecchio, per mettere tutta l'anima mia nell'ascoltare.
Al di fuori si udiva solo in lontananza il rumore di qualche fucilata che mi metteva in convulsione e l'uggiolare ch'era lugubre.
Diventai superstiziosa.
Pensai: "quando avrò detto cento avemarie udrò la sua voce".
Ne dissi cinquanta tutte di un fiato; poi incominciai a recitar le altre più lentamente, perché mi pareva che avessi detto le prime troppo in furia, che il tempo prefissomi non fosse quello, che Dio non mi avrebbe esaudito perché avevo recitato le mie avemarie troppo distratta.
Quand'ebbi detto le ultime dieci tornai da capo, lusingandomi che mi fossi sbagliata nel contare...
Recitai le ultime due ad una ad una, interrompendomi per ascoltare...
e mi parve di aver udito delle voci lontane...
attesi, attesi...
nulla!...
il silenzio! Poi dissi a me stessa: "se la prima che parlerà sarà Annetta, egli arriverà fra un quarto d'ora...".
Indi: "quanto il vento avrà fatto stormire le foglie degli alberi dieci volte, egli sarà quì".
I rami si agitavano, si agitavano e nessuno veniva!...
Allora mi parve che soffocassi, che la mia testa si smarrisse, che il sangue mi scorresse in tutte le vene con tale impeto da spingermi a correre non so dove come una pazza; mi parve che quella stanza fosse angusta, che quel tetto mi schiacciasse! Uscii sulla spianata.
Mi faceva male vederli piangere quei poveri parenti, ascoltare ansiosamente i menomi rumori della campagna, e sussurrarsi sottovoce delle lusinghe per ingannare sé stessi più che gli altri.
Andai a sedermi sul muricciuolo, lontana da tutti, al buio, cogli occhi ardenti, fissi nelle tenebre, quasi mi sembrasse poterle diradare col mio desiderio, ascoltando l'uggiolare lontano dei cani e cercando d'indovinare se essi abbaiassero pel suo passaggio.
Mio Dio! che soffrire! Ad un tratto mi parve che i battiti del cuore si arrestassero...
udii un urlo lontano, un urlo che conoscevo.
Il cuore cominciò a battere in tumulto, cominciò a far rumore quando avrei voluto unicamente ascoltare...
Nulla! nulla!...
mi ero forse ingannata...
Poi si udì un altro urlo più vicino, più distinto; questa volta tutti lo udirono: era Alì che abbaiava.
È lui! viene! è la voce di Alì!...
Ah!...
Alì correva, si avvicinava, urlava a festa, ci gridava la buona novella!...
ci sapeva inquieti, spaventati e veniva correndo...
s'udivano i tralci delle viti scossi bruscamente dalla sua corsa; ancora non si vedeva, ma avrei potuto precisare il punto dov'egli correva.
Mi pareva che il cuore scappasse via dal petto.
Tutti erano corsi lì, sul muricciuolo, vicino a me.
Alì arriva, salta sul muro, è lui! è lui! Esso mi salta addosso latrando, festoso, eppure ansante, commosso anche lui, il povero Alì! Io lo abbracciai, lo abbracciai stretto stretto perché mi pareva di svenire, e scoppiai in lagrime.
Quando arrivò, quel povero Nino! pallido, stanco, trafelato! Veniva a piedi da Catania perché l'omnibus era partito prima di lui, e non aveva potuto trovare altra carrozza che volesse fare il viaggio a quell'ora.
Suo padre era tornato con lui, lo baciava.
Sua madre ed Annetta se lo tenevano fra le braccia.
Tutti lo festeggiavano; tutti piangevano di giubilo.
Egli mi avrà creduta egoista e cattiva, perché io corsi a rinchiudermi nel mio camerino, a piangere, a ridere, a singhiozzare liberamente, ad abbracciare i piedi del crocifisso, i mobili, le pareti!
Dacché cotesta tentazione si è impossessata di me, io non mi riconosco più.
I miei occhi vedono più chiaro, la mia mente scopre misteri che per me avrebbero dovuto rimaner ignorati per sempre; il mio cuore prova sentimenti nuovi, che non avrebbe mai provato, che non avrebbe dovuto provare giammai: è felice, si sente più vicino a Dio, piange, si trova piccolo, isolato, debole.
Tutto questo è spaventoso! Aggiungi minuzie insignificanti che diventano torture: uno sguardo, un gesto, un'inflessione di voce, un passo; - ch'egli segga a quel posto invece che a quell'altro; - ch'egli parli a quella persona piuttosto che a quell'altra.
Tu non mi comprenderai; tu mi crederai folle!...
Mio Dio! se lo fossi, come sarei felice! È un dubbio continuo, un'ansia, uno sgomento, una dolcezza indicibile.
Aggiungi a tutto questo il pensiero della mia condizione, il rimorso del peccato, l'impotenza di lottare contro un sentimento ch'è più forte di me, che mi ha invaso, mi logora, mi vince, e mi rende felice soggiogandomi...
la desolazione di trovarmi umile, di trovarmi quella sono...
io sono meno di una donna, io sono una povera monaca, un cuor meschino per tutto quello che oltrepassa i limiti del chiostro, e l'immensità di quest'orizzonte che le si schiude improvvisamente dinanzi l'acceca, la sbalordisce...
Io domando a me stessa se questo amore, questo peccato, questa mostruosità non è parte di Dio!...
Vorrei esser bella come ciò che sento dentro di me; getto uno sguardo su di me, sorpresa io stessa di cotesta curiosità insolita, e mi rattristo non trovando in me che un fagotto di saja nera, dei capelli tirati sgarbatamente all'indietro, maniere rozze, timidità che potrebbe sembrare goffaggine...
e mi veggo accanto altre ragazze eleganti, graziose, che non fanno peccato se amano come me...
Arrossisco di me stessa, arrossisco del mio rossore...
E poi...
non ti ho ancora detto tutto! c'è un'altra croce; c'è il timore che cotesto segreto che mi chiudo gelosamente in seno venga scoperto! Aver paura del tuo rossore, del tuo pallore, del tremito della tua voce, del battito del tuo cuore! Sembrarti che tutta te stessa ti accusi, che tutti stiano a spiarti...
e sentirti presso a morir di vergogna se questa disgrazia accadesse! Arrossisco di quello che sto scrivendo, di quello che tu leggerai...
tu che sei parte di me!...
e me l'impongo come una specie di penitenza...
L'amo così pazzamente e morirei di vergogna s'egli lo sapesse! Vorrei gettargli le braccia al collo, e non oserei dargli la mano per tutto l'oro del mondo!...
e se mi guarda chino gli occhi...
E pensare intanto che mio padre...
mia matrigna, che lui! potrebbero leggermi in cuore!...
E se ti dicessi che questo mio timore non è assolutamente infondato?...
che la mia matrigna stamane mi chiamò, e fissandomi di un'occhiata che sembrava mi penetrasse sino al cuore mi disse: «Tu sei troppo pallida e agitata da qualche tempo in qua: che hai?».
Io tremava, balbettavo non so che cosa, ma non sapevo che dire.
Ella ripigliò con quella stessa cera che mi faceva male: «Da qualche giorno mi sono accorta che c'è in te un gran cambiamento.
Ragazza mia, se l'aria della campagna ti male, tuo padre non insisterà a tenerti qui, e ti permetterà di ritornare al tuo convento».
Ed accompagnò queste parole con tale sguardo e tal suono di voce che parevami dicesse: «So tutto; conosco il tuo segreto!».
Mi sentivo morire.
Fortuna che mi trovavo seduta, perché altrimenti sarei caduta a terra, ed ella non si avvide che gli occhi mi si riempivano di lagrime, perché in quel momento entrò Giuditta tutta allegra.
Oh, la mia povera mamma! che dorme laggiù nel Camposanto!...
Come mi si sarei buttata fra le sue braccia, e le avrei domandato perdono sfogandomi in lagrime!
Giuditta le disse: «Mamma, sai? I signori Valentini c'invitano ad andare con loro alla casina dei Bertoni che son nostri vicini di campagna.
Si ballerà, capisci! Sii buonina, via, mamma! Andiamoci...
Che piacere sarà un ballo qui in campagna!».
E quella cara Giuditta l'accarezzava con tanta grazia, che sua madre raddolcì immediatamente quell'aria severa.
La baciò sorridendo e le disse una sola parola: «Pazzerella!».
Oh! benedetto il santo affetto di una madre che si rivela tutto in una parola o in una carezza! Benedetta la felicità dei nostri cari! Mi parvero sì belle entrambe in quel momento della benedizione che il Cielo pioveva su di loro, che pregai Iddio per tutti coloro che ne son privi al pari di me.
Giuditta corse ad abbigliarsi saltellando e cantarellando, e mi chiamò perché la pettinassi.
Ella ha magnifiche treccie castagne; e tutti i giorni, quando le sciolgo i capelli per pettinarla, penso al gran peccato che sarebbe se fossero condannati ad essere recisi come i miei.
Però quel giorno ero così turbata che non riuscivo a nulla di bene.
Feci e disfeci venti volte le sue treccie, e ogni volta non ne rimaneva soddisfatta e le disfaceva con stizza.
«Mio Dio!» esclamò.
«Sembra che oggi tu lo faccia apposta!» «Perdonami, sorella!» le dissi «non ci ho colpa io!» «No, è che probabilmente ti annoi a pettinarmi.» «Oh, che dici mai, Giuditta! No, te lo giuro! Io faccio del mio meglio», risposi piangendo...
Ella è buona infine, la mia cara sorella.
Mi guardò sorpresa, si strinse nelle spalle, mi tolse il pettine dalle mani e mi disse: «Via, non c'è poi ragion di piangere.
Farò da me.».
Volevo abbracciarla, volevo baciarla per domandarle perdono, per sfogare quel groppo amaro che mi sentivo qui, nel cuore.
Come sono sciocca ed uggiosa! era già tardi, non si aspettava che lei; ella ebbe ragione d'impazientirsi e di dirmi: «Ma, Dio mio! lasciami pettinare da me almeno!».
Allora sono uscita asciugandomi gli occhi.
Annetta m'incontrò sulla soglia e mi disse: «Ebbene, che fai? Non vieni anche tu?».
«Che cosa vi salta mai in mente?» esclamò mia matrigna.
«Una educanda!...
Non ci mancherebbe altro!» Nino teneva gli occhi fissi su di me e non parlava; io lo vedevo, quantunque non lo guardassi.
Frattanto sopraggiunse mio padre e si informò del motivo dei preparativi e di tutta quella festa.
«E tu?» mi domandò poscia.
«Io rimarrò in casa, babbo.» «Ma no; puoi venire anche tu; siamo in campagna.» «Babbo mio; amo meglio rimanere in casa.» «Rimarrò io con te allora.» (Caro babbo! quello che sì che mi ama!) «Che? e che ci accompagnerà?» disse sua moglie.
«Potreste andare in compagnia dei nostri amici.» «Ma non sta bene, per la prima volta che andiamo da persone che non ci conoscono.
Maria potrà benissimo rimanere in compagnia della fante e della castalda.» Ci fu ancora qualche diverbio; ma poi il babbo finì coll'accondiscendere alla volontà di sua moglie; poiché tu sai che il mio povero babbo non la contraddice mai per amor della pace.
Amica mia, ti confesso che per la prima volta in vita mia provai il dispiacere di essere esclusa io sola da un divertimento per cui tutti anticipatamente erano così allegri...
E poi...
vuoi saperlo? Ho provato un nuovo dolore...
pensando che egli avrebbe veduto tante altre belle signorine, che avrebbe anche ballato con quelle!...
Pensando a queste cose...
il cuore mi si è riempito tutto di lagrime...
Ora son sola.
Li ho visti partire, allegri, cantando.
Egli solo pareva triste.
Mi guardava come se avesse voluto domandarmi cento cose.
Egli dava il braccio a mio sorella...
Come era bella Giuditta col suo bell'abito cilestre, appoggiata al braccio di lui, ridendo chiacchierando con lui!
Io li ho accompagnati cogli occhi sinché svoltarono la viottola e scomparvero dietro la siepe di biancospino che sorpassa il muricciuolo della vigna.
Poi ho udito ancora per qualche tempo le loro voci, le loro allegria che mi faceva male...
Oh! Dio mio! come sono invidiosa! come sono cattiva!...
Ho dovuto pensare a lui per singhiozzare; ho dovuto ricordarmi dello sguardo che fissava su di me per non invidiarli...
Sono rimasta sola...
Le stelle cominciavano a scintillare.
Era una bella sera dell'autunno che si mantiene ancora dolce e tiepido.
La castalda ha acceso il fuoco per la minestra e si è tolto in collo il suo bimbo.
Il marito è ritornato dalle vigne, ha deposto lo schioppo accanto alla porta e si è messo a giocherellare col suo figliuoletto che si tiene fra le ginocchia.
Tutto è calma, pace, serenità.
Io sola sono inquieta, triste, infelice.
Ti scrivo tutto quello che mi passa pel cuore, e allorché le lagrime non mi lasciano più vedere quello che scrivo, guardo il cielo stellato e l'ombra degli alberi dalla mia finestra; penso a quella festa, e a tutta quella gente allegra, che si diverte, che è vicino a lui!...
penso a lui!...
E allora non posso più scrivere, non ho pensieri che per lui solo; bisogna che lo vegga almeno cogli occhi della mente, mentre egli laggiù balla e ride con un'altra...
e ti dico addio...
21 Novembre
Marianna! Marianna! piangi con me! ridi con me! abbracciami! Egli mi ama! nol sai?...
mi ama! intendi?...
non posso dirti dippiù! Tu comprenderai tutto quello che vogliono dire queste due sole parole: mi ama!
Ieri a sera, ti rammenti? ero con quella triste lettera dinanzi agli occhi, coi gomiti appoggiati al tavolino.
Le lagrime cadevano chete chete sulla carta, e senza che me ne avvedessi cassavano quello che avevo scritto.
Tutt'a un tratto si udì rumore al di fuori...
il rumore di un passo!...
Sapresti dirmi perché il rumore di taluni passi si senta col cuore come se il cuore udisse? e perché scuota tutti i nervi, e faccia gelare tutto il sangue?...
Levai gli occhi...
la finestra era aperta, e dietro la finestra c'era un'ombra, una voce che mi chiamava sommessamente...
Lui! intendi?...
Lui!...
Se non gridai si fu perché mi mancò il respiro.
«Perdonatemi, signorina,» mi diceva egli «perdonatemi» non diceva altro.
Io non osava guardarlo: ma quelle parole mi scendevano al cuore dolci come il miele.
«Vostra madre è ingiusta e cattiva con voi.
Tutti laggiù si divertono, ed io ho pensato a voi ch'eravate qui sola...
Ho fatto male;» aggiunse dopo una breve pausa, durante la quale avrà udito i battiti del mio cuore; «mi perdonerete?» Allora levai gli occhi su di lui e lo vidi coi gomiti appoggiati sul davanzale e il mento sulle mani come l'avevo visto altra volta.
Egli aveva pensato a me e la sua voce tremava! «Signore!...» gli dissi, «signore!...» e non sapevo dire altro.
Allora egli si mise a sospirare così che sospirai anch'io, ed egli mi disse: «Ascoltatemi, Maria...» e non diceva altro, e si passava la mano sugli occhi, pareva che balbettasse, lui, un uomo! io tremai tutta come se quel nome mi penetrasse da tutti i pori della viva carne.
Mi diceva Maria!...
capisci?...
Perché mi faceva quell'effetto il sentirmi a chiamare per nome? «Ascoltatemi», ripigliò; «voi siete una vittima.» «Oh! no, signore!» «Sì, voi siete la vittima della vostra posizione, della cattiveria di vostra matrigna, della debolezza di vostro padre, del destino!» «No, signore, no!» «Perché dunque siete costretta a farvi monaca?» «Nessuno mi ha costretta, signore...
è stata la mia libera volontà...» «Ah!» ed egli sospirò di nuovo, anzi mi parve che si asciugasse gli occhi.
Io non potevo vederlo distintamente perché egli stava al buio, nel vano della finestra, e le lagrime mi velavano gli occhi.
«La necessità», ripresi.
Egli non disse nulla.
Poi dopo alcuni istanti di silenzio mi domandò, ma la sua voce era rauca: «E rientrerete in convento?».
Esitai, ma risposi: «Sì».
Egli tacque di nuovo.
Non disse più nulla.
Allora aspettai, aspettai lungamente ch'egli mi dicesse qualche cosa; mi asciugai gli occhi per vedere se fosse partito: era ancora lì, allo stesso luogo, nella stessa positura, soltanto aveva il viso celato fra le mani.
Ciò mi diede animo e feci un passo per scostarmi dalla candela che mi infastidiva...
Tu sai quanto sia angusto il mio camerino; in un passo si arriva alla finestra...
Egli mi udì, alzò il capo e vidi che piangeva.
Mi stese la mano senza dire una parola.
Ci fu un istante che non vidi più nulla né con la mente né cogli occhi e mi trovai colle mani nelle sue.
«Maria» mi diceva, «perché andrete in convento?» «Lo so io, forse? È necessario, nacqui monaca.» «Voi mi lascerete adunque?...» e piangeva in silenzio come un fanciullo, senza aver l'orgoglio che hanno gli altri uomini di nascondere le lagrime.
Credo che piangessi anch'io perché mi trovai le gote tutte bagnate, ed anche le mani...
ma le mani potevano esser umide delle lagrime di lui che vi sentivo cadere sopra a goccia a goccia...
anzi quando fui sola e chiusa nella mia cameretta...
rimproverami, sgridami se vuoi...
ma io baciai le mie mani ancora umide...
Rimanemmo molto tempo così in silenzio.
Egli diceva soltanto: «Quanto son felice!».
«Anch'io!» risposi quasi senza avvedermene.
Vedi, Marianna, piangevamo e dicevamo d'esser felici! Ma ancora non ci eravamo detto che ci amavamo.
Avevo il cuore inondato di tanta dolcezza che non pensavo più a nulla, e non mi vergognavo più di star con un uomo...
con lui...
sola di notte! Non parlavamo, non ci guardavamo...
Marianna! Questa parte di Dio ch'è stata data alla creatura deve essere ben grande se innanzi ad essa tutto è meschino, il peccato come il delitto, i doveri come le affezioni più care...
Se essa può fare un paradiso di una sola parola!...
Ora ti lascio.
Ho il cuore troppo pieno per pensare ad altro.
Scrivendoti ho provato ancora le stesse emozioni...
Ora ho bisogno di rimaner sola, di sognare e di pensare di esser felice...
26 Novembre
Quanto siamo meschini, amica mia, se non possiamo essere giudici della nostra istessa felicità.
Ti ho scritto una lettera che oggi è un'amara ironia, che non posso leggere senza piangere.
Ascolta.
Eravamo lì, alla finestra, silenziosi, felici, sognando.
Tutt'a un tratto si udì rumore; Vigilante abbaiava.
Si udì la voce di mio padre e quella di Gigi.
Mi trassi indietro bruscamente, e chiusi la finestra.
Tremavo tutta come se avessi commesso un gran fallo.
Il babbo mi trovò a letto, avevo la febbre e mi durò tutta la notte.
Giuditta non venne; la sentivo parlare nell'altra stanza; sembrava irritata e di assai cattivo umore.
Il giorno dopo mi levai così pallida che il babbo voleva mandare pel medico.
Più tardi la mamma mi chiamò nella sua stanza e al solo guardarla in viso mi sentii piegar le ginocchia.
Ella mi parlò lungamente de' suoi doveri, dei miei, della mia vocazione, della necessità impostami dalla mia povertà di dar retta a quella vocazione.
Mio Dio! come sopportai la tortura di quelle ammonizioni?...
sembrava che ella si divertisse a punzecchiarmi a colpi di spillo, ad accusarmi in enigma di mille torti, e non mi fece neanche intendere se avesse scoperto oppure no che Nino aveva lasciato il ballo per venirmi a trovare.
Più di una volta, mentre ella parlava, mi sentii sul punto di svenire; ma ella non si avvide del mio pallore, del mio tremito, non si avvide che dovetti afferrarmi alla spalliera di una seggiola perché non mi reggevo più.
Se si fosse accorta del mio stato, ne avrebbe avuto pietà certamente, e mi avrebbe risparmiato quel supplizio.
Quando potei rimaner sola andai a mettermi a letto; la febbre mi aveva riassalita; mi sentivo malata e avrei voluto morire.
Giuditta non venne neanche allora.
Mi teneva il broncio!...
Che le ho fatto, mio Dio?...
Mi pareva di essere come quei delinquenti che tutti sfuggono e che nessuno ardisce avvicinare...
Arrossivo di quella finestra che stava lì, di faccia al mio letto, come un'inflessibile accusatrice.
Quella solitudine, quell'abbandono mi facevano male; verso sera chiamai mia sorella, avevo bisogno di vederla, di essere confortata.
Anche il mio caro babbo mi sembrava più serio del solito.
Giuditta venne infine, ma mi sembrò assai fredda.
Mi gettai nelle sue braccia, e mi parve che quel pianto che mi faceva tanto bene l'irritasse.
Ora son sola.
Mi pare che tutti mi fuggano; sono odiosa a me stessa.
Hanno ragione, sono molto colpevole! Dio solo può perdonarmi: Dio verso di cui ho peccato amando una sua creatura più di Lui...
Agucchio, agucchio, gli intieri giorni presso la finestra di cui le tende sono accuratamente chiuse, e piango quando ho la felicità di non esser veduta e di potermi sfogare...
e gli occhi mi abbruciano...
Il cielo è nuvoloso, i campi son desolati, il mormorio del bosco mi fa paura; gli uccelli non cantano più...
soltanto qualche volta, laggiù l'assiuolo piange...
Me ne sto delle ore intiere colle mani incrociate sulle ginocchia a guardare attraverso i vetri della finestra quei grossi nuvoloni bigi che corrono verso il ponente, e le cime di quegli alberi che si agitano lentamente e scuotono le loro foglie morte.
È l'inverno della natura che sopraggiunge, com'è sopraggiunto l'inverno dell'anima! Il mio Carino è fuggito, poverino! l'ho trascurato tanto! ed è andato a recare altrove la sua allegria e il suo vispo cinguettare, perché l'atmosfera in cui vivo è malinconica assai.
Vigilante solo viene di tanto in tanto a cercarmi, mi domanda un sorriso, vuole le mie carezza, si avanza pian pianino, come esitante, domandandomi coi suoi begli occhi se è indiscreto, poi si arresta indeciso, e dimena la coda, e si lecca il muso, tutte cose che vogliono dire: «Perdonami la mia insistenza;» e viene a posarmi la testa sui ginocchi per dirmi che mi vuol bene ancora, e allorché si allontana è triste, ma dimena ancora la coda e si ferma sull'uscio per dirmi addio.
Tutto il giorno odo nelle altre stanze la voce dei signori Valentini che sono a discorrere insieme ai miei.
Due o tre volte ho udito una voce che mi ha penetrato nel cuore...
la sua!
Lui! lui! sempre lui! sempre cotesta spina fitta nel cuore, questa tentazione nella mente, questa febbre nel sangue! lui sempre fisso dinanzi agli occhi, lì, presso quella finestra, col volto fra le mani!...
Il suono di quella voce sempre nelle orecchie, le mani sempre umide di quel pianto!...
Dio mio! Dio mio!
Ho udito qualche volta un passo dietro la mia finestra, e il cuore m'è sembrato scapparmi dal petto.
Provo delle vertigini, degli smarrimenti, dei deliri.
Non posso più piangere, non posso più dormire, non posso pregare!...
Oh! Marianna mia!...
Che penserà egli di me non vedendomi più? Saprà che mi è stato proibito?...
mi maledirà forse?...
sarà in collera?...
mi dimenticherà?...
Vedi quanto son caduta al basso! Prego Iddio di farmelo dimenticare e mi pare d'impazzire al solo pensiero che egli possa dimenticarsi di me! Qualche volta, all'alba, quando sono ben sicura che nessuno potrebbe sorprendermi, apro pian pianino la finestra per vedere laggiù in fondo alla valle, la casa dove egli abita, dove egli dorme forse a quell'ora, per vedere il suo tetto, la sua finestra, quel vaso di gelsomini,quella vite che ombreggia la sua porta...
Poi cerco d'indovinare il punto del davanzale dove egli appoggerà i gomiti allorché aprirà la finestra, la zolla dove egli poserà la prima pedata, la traccia che seguirà nell'aria il suo primo sguardo che cercherà la mia finestra...
perché il cuore mi dice che il suo sguardo sarà per la mia finestra, e che egli saprà che io sono stata qui a vederlo dormire, a pensare a lui.
Sempre a lui! nei sogni, prima d'addormentarmi, al primo svegliarmi, nella preghiera! Oh! Marianna! prega per questa povera peccatrice che è più debole del suo peccato; mandami l'abitino della Madonna del Carmine che fu benedetto a Roma; mandami il tuo libriccino di preghiere.
Voglio pensare a Dio; voglio pregare la Madonna che mi protegga, che mi nasconda sotto il suo manto misericordioso agli occhi del mondo, a me stessa, alla mia vergogna, alla mia colpa, al castigo di Dio!...
20 Dicembre
Sono stata malata, amica mia, molto malata, ecco perché n
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