TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 89
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Al Nord, verso l'Etna, lo stradone si allungava in mezzo a due file di ginestre arboree, formicolante di curiosi che andavano a vedere, ridendo, schiamazzando, chiamandosi da lontano, e gli strilli soffocati delle signore barcollanti sul basto malfermo delle mule, e il vociare di quelli che vendevano gasosa, birra, uova e limoni, sotto le baracche improvvisate.
Via via che i più lontani giungevano sull'erta udivasi gridare: - Ecco! ecco! - con un grido quasi giulivo; di faccia, a destra e a sinistra, fin dove arrivava l'occhio, come il ciglione alto di una ripa scoscesa, nera, fumante, solcata qua e là da screpolature incandescenti, dalle quali la corrente di lava rovinava con un acciottolìo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.
A due passi le ginestre in fiore si agitavano ancora alla brezza della sera; delle signore si stringevano al braccio del loro compagno di viaggio, con un fremito delizioso; altri si sbandavano per le vigne, lungo la linea della corrente minacciosa, scavalcando muricciuoli, saltando fossatelli, le donne colle sottane in mano, con un ondeggiare infinito di veli e d'ombrellini, mentre il crepuscolo moriva nell'occidente, e la marina in fondo dileguava lontana, nel tempo istesso che l'immensa fiumana di lava sembrava accendersi nell'orizzonte tetro.
Dal paesetto perduto nell'oscurità giungeva sempre il suono delle campane, e un mormorìo confuso e lamentevole, un formicolìo di lumi che si avvicinavano, quasi delle lucciole in viaggio.
Poi, dalle tenebre della via, sbucò una processione strana, uomini e donne scalzi, picchiandosi il petto, salmodiando sottovoce, con una nota insistente e lamentosa della quale non si sentiva altro che: - Misericordia! misericordia! -
E sul brulicame nero e indistinto di quei penitenti, fra quattro torce a vento fumose, un Cristo di legno, affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli uomini che affondavano nella sabbia.
...E CHI VIVE SI DÀ PACE
Come la batteria partiva a mezzanotte, Lajn in Primo aveva invitato la sua ragazza a desinare - una gentilezza per mostrarle il dispiacere che provava nel lasciarla.
- Sapevano giusto un'osteria di campagna, appena fuori la porta, bel sito e vino buono, quattro ciuffetti di verde al sole, l'altalena e il gioco delle bocce, i tavolinetti sotto il pergolato, da starci bene in due soli, senza soggezione; e subito dopo la campagna larga e quieta, grandi fabbriche in costruzione, tutte irte di antenne, un folto d'alberi a diritta, e in fondo la linea dei monti, che digradavano.
Anna Maria s'era messa il vestitino nuovo, colla giacchetta attillata, le scarpette di pelle lucida e le calze rosse.
Sentiva una gran contentezza, stando insieme al suo bel militare, coi gomiti sulla tovaglia, i mezzi litri che andavano e venivano, Lajn Primo di faccia a lei, col naso nel piatto, dandole delle ginocchiate di tanto in tanto.
Però al vedergli il chepì coll'incerato, e la striscia gialla della giberna che gli fasciava il petto, si sentiva gonfiare il cuore nel seno, grosso grosso, da mozzarle il fiato.
- Mi scriverai? Dì: mi scriverai? - Egli accennava di sì, a bocca piena, guardandola negli occhi lucenti che l'accarezzavano tutto, il panno grosso dell'uniforme e la faccia lentigginosa di biondo.
C'erano nel piatto dei mandarini colle foglioline verdi.
Essa ne strappò una, e volle mettergliela alla bottoniera.
Lì accanto si udiva l'urtarsi delle bocce fra di loro.
Alcune ragazze schiamazzavano attorno l'altalena, colle gonnelle in aria.
Passavano dei carri per la strada, cigolando, delle nuvole grigie di estate che lasciavano piovere una gran tristezza.
Lajn Primo chiacchierava sempre lui, col sigaro in bocca, la testa già lontana, nei paesi dove andava la batteria, cercando di tanto in tanto la mano di Anna Maria attraverso la tavola, quando in bocca gli venivano le parole buone.
Poi, siccome aveva il vino allegro, si mise a canticchiare:
Morettina di la stacioni.
Ecco il trenno che già parti.
Mi rincresse di lasciarti,
Il soldato mi tocc'affar
E tutt'a un tratto la ragazza scoppiò a piangere, col viso nel tovagliuolo.
- Via! via! I morti soli non si rivedono!...
- Stavolta però gli tremavano i baffi rossi anche a lui, e le mani, nell'affibbiarsi il cinturone.
Vollero fare quattro passi sino al fiume, come le altre volte.
C'era un sentieruolo fangoso a sinistra, fra i campi, sotto dei grandi olmi.
Anna Maria si lasciava condurre a braccetto, colle sottane in mano, gli occhi socchiusi che non vedevano, un gran sbalordimento dentro, una dolcezza infinita e malinconica, al tintinnìo di quella sciabola e di quegli sproni e al contatto di quell'uniforme contro cui tutta la sua persona le sembrava che volesse fondersi.
Egli le aveva passato il braccio attorno alla vita, mormorandole ne' capelli tante paroline affettuose che essa udiva confusamente, l'orecchio però sempre teso verso la tromba della caserma, da buon soldato.
A un certo punto Anna Maria gli sfuggì di mano, e corse a inginocchiarsi sul ciglione del fossatello, senza badare al vestito nuovo, per cogliere delle foglioline verdi che spuntavano dal muricciuolo.
- Per te! Le ho colte per te! -
Egli non sapeva più dove metterle; le diceva scherzando che lo caricava d'erba come un asino, così, per farla ridere.
La ragazza però non rispondeva; stava segnando delle grandi lettere storte sulla corteccia di un olmo, con un sasso, due cuori uniti e una croce sopra.
Lajn non voleva, per via del malaugurio; però l'aveva presa fra le braccia, intenerito anche lui, tanto non passava nessuno nella stradicciuola fangosa di là dall'argine.
Essa diceva di no, diceva di no, col cuore gonfio.
Guardava piuttosto un gran muraglione nerastro ch'era dirimpetto, quasi volesse stamparselo negli occhi.
Gli diceva: - Guarda anche tu! anche tu! - Aveva il viso triste, poveretta! Calava la sera desolata, con una squilla mesta e lontana dell'avemaria che picchiava sul cuore.
Quanto piangere fece Anna Maria cheta cheta nel fazzolettino ricamato!
Prima di lasciarla, sull'angolo della via, egli le aveva detto: - Verrò a salutarti un'altra volta, prima di partire; fatti portare sulla porta -.
E si tenevano per mano, non si risolvevano a staccarsi l'uno dall'altro.
Lajn Primo tornò infatti a salutarla un'altra volta, prima di partire, come passasse per caso, nell'andare in quartiere.
Anna Maria teneva per mano la figlioletta del portinaio - un pretesto per star lì sulla porta - e gli fece segno che c'era gente dietro l'uscio.
Allora scambiarono ancora quattro parole per dirsi addio, senza guardarsi, parlando del più e del meno - lui che gli tremavano i baffi rossi un'altra volta.
- Passerete di qua, per andare alla stazione? - Sì, sì, di qua! - Ogni momento della gente che andava e veniva, Ghita nel cortile ad accendere il gas.
Lajn Primo accese anche un sigaro, e se ne andò colle spalle grosse.
Anna Maria lo guardava allontanarsi.
La gente si affollava per la via, a veder passare i soldati che partivano pel campo: tutti gli inquilini della casa, sotto il lampione della porta; Ghita che teneva abbracciata Anna Maria; suo padre, il portinaio, e i padroni anche loro, alle finestre, coi lumi.
Così la povera ragazza vide passare la batteria dov'era il suo artigliere, in mezzo alla calca e ai battimani; i cavalli neri che sfilavano a due a due, scotendo la testa, dei cassoni enormi che facevano tremare le case, e sopra, sui cappelli e i fazzoletti che sventolavano, i chepì degli artiglieri coll'incerato, dondolando.
Non vide altro: tutti quei chepì si somigliavano.
Il suo Lajn però la scorse, alle folte trecce nere, in mezzo alle comari, la mamma di Ghita che stava contandole delle frottole - la vide che lo cercava, povera figliuola, con gli occhi smarriti e il viso pallido, senza poterlo scorgere, seduto basso com'era sul sediolo accanto al pezzo, il guanto sulla coscia, al suono triste della marcia d'ordinanza, che si allontanava.
Passarono città, passarono villaggi; dovunque, sulle porte, uomini e donne che s'affacciavano a veder passare i soldati.
Alle volte, nella folla, un musetto pallido che somigliava ad Anna Maria - "Morettina di la stacioni..." - Alle volte, lungo lo stradone polveroso, un'osteria di campagna coll'altalena e il pergolato verde, come quella dov'erano stati a desinare insieme.
Alle volte un fossatello con due filari d'olmi, o un muraglione nerastro che rompeva il verde.
Oppure una cascina coi panni stesi al sole, una vecchierella che filava, un sentieruolo come quello per cui era disceso dai suoi monti, col fagottino sulle spalle larghe e robuste che lo avevano fatto prendere artigliere.
Poscia la via bianca e polverosa, rotta, sfondata dal passaggio della truppa formicolante di uniformi - e di tanto in tanto uno squillo di tromba, che sonava alto nel brusìo.
Di qua del fiume una gran folla: soldati di tutte le armi, un luccichìo, tende di cantiniere che sventolavano, e cavalli che nitrivano; delle canzoni dolci e malinconiche, in tutti i dialetti, come un'eco lontana del paese, in mezzo alle risate e al rullo dei tamburi: - "Morettina di la stacioni...
mi rincresse di lasciarti!..." - Sull'altra sponda la campagna calma e silenziosa, coi casolari tranquilli affacciati nel verde delle colline, e sulla linea scura che traversava il fiume, luccicante qua e là, l'ondeggiare delle banderuole turchine, una lunga fila di lancieri polverosi che sfilavano sul ponte.
Le quattro trombe della batteria tutte insieme sonarono - Avanti -.
Poscia, di là del ponte - A trotto! - in mezzo a un nugolo di polvere, alberi e casolari che fuggivano, pennacchi di bersaglieri ondeggianti fra i seminati.
Di tanto in tanto, in mezzo al frastuono, si udiva un rombo sordo, dietro le colline.
E fra gli scossoni dell'affusto, la canzone della partenza che ribatteva: - "Ecco il treno che già parti..." - A galoppo, Marche! - Addio, Morettina! Addio!
Su, su, per l'erta, sfondando le siepi, sradicando i tralci, saltando i fossati, i cavalli fumanti e colle schiene ad arco, gli uomini a piedi, spingendo le ruote, frustando a tutto andare.
Poi, sulla cima del colle, due carabinieri di scorta immobili, a cavallo, dietro un gruppo di ufficiali che accennavano lontano, alle vette coronate di fumo, e dei soldati sparsi per la china, fra i solchi, come punti neri.
Qua e là, dei lampi che partivano dalla terra bruna, e il rombo continuo nelle colline dirimpetto, delle nuvolette dense che spuntavano in fila sulla cresta.
Detto fatto, i pezzi in batteria, e musica anche da questa parte.
Allora, dopo cinque minuti, attorno alla batteria cominciò a tirare un vento del diavolo - la terra che volava in aria, gli alberi dimezzati, solchi che si aprivano all'improvviso, dei sibili acuti che passavano sui chepì.
Però attenti al comando e nient'altro per il capo - né capelli bianchi, né capelli neri.
- Abbracci'avant! - Alt! - Caricat! Prima il povero Renacchi che stava per compir la ferma.
- Mamma mia! Mamma mia - Numero due, manca! - Attenti! - Si udiva il comando secco e risoluto del biondo ufficialetto che stava impettito fra i due pezzi, ammiccando nel fumo, cogli occhi azzurri di ragazza, i quali vedevano forse ancora il piccolo coupé nero che aspettava in piazza d'armi, e la mano bianca allo sportello.
- Abbracci'avant! - Alt! - Caricat! - Tutt'a un tratto giù in un gomitolo anche lui, fra un nugolo di polvere, gemendo sottovoce e mordendo il cuoio del sottogola.
Solo il comandante rimaneva in piedi, ritto sul ciglione, in mezzo al vento furioso che spazzava via tutto, guardando col cannocchiale, come un gran diavolo nero.
Lajn Primo in quel momento stava chino sul pezzo, a puntare, strizzando l'occhio turchino, come soleva fare per dire ad Anna Maria quanto gli piacesse il suo musetto, e facendo segno colla destra al numero tre di spostare a sinistra la manovella di mira, quando venne la sua volta anche per lui.
- Ah! Mamma mia! - Colle mani tentò di aggrapparsi ancora all'affusto, delle mani che vi stampavano il sangue - cinque dita rosse.
- Numero quattro, manca! - Attenti! -
Il telegrafo portava le notizie, una dopo l'altra: tanti morti, tanti feriti.
- Ciascun bollettino cinque centesimi.
- Anna Maria ne aveva raccolto un fascio, lì sul cassettone.
E poi, due volte al giorno, all'andare e venire dalla fabbrica, passava dalla posta.
- Nulla - nulla -.
Che gruppo allora nella gola! che peso sul cuore e dinanzi agli occhi! La sera soprattutto, quando sonava la ritirata! La notte che se lo sognava, e lo vedeva sotto il pergolato, canticchiando - "Mi rincresse di lasciarti", - e le stringeva la mano sulla tovaglia! Avesse avuta la mamma almeno, per sfogarsi! Il babbo, poveretto, cosa poteva farci? notte e giorno sulla macchina, a correre pel mondo.
La sua amica Ghita, che non aveva fastidi, lei, e non se la prendeva di nulla, faceva spallucce, ripetendole:
- Gli uomini, mia cara, son tutti così.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore! - Quanto piangere fece in quel fazzolettino!
Tornavano i soldati, lunghe file di cavalli, battaglioni interi.
Dinanzi al castello, in piazza d'armi, erano pure tornati i carretti colle arance, e quelli del sorbetto a due soldi, e le bambinaie coi ragazzi, e le coppie che si allontanavano sotto gli alberi.
Artiglieri che andavano e venivano, coll'incerato sul chepì, tale e quale come Lajn Primo.
- n.
7, n.
9.
- Solo mancava il numero del suo Lajn.
Nella fabbrica aveva sentito dire che molta truppa era stata mandata in Sicilia - laggiù, lontano.
- Lontano dagli occhi, lontano dal cuore! - Neppure un rigo in tre mesi! Quante gite alla posta! quante volte ad aspettare il portalettere dal portinaio! Tanto che Cesare, il servitore dirimpetto, il quale veniva a pigliare le lettere della contessa, le diceva anche lui, ridendo:
- Nulla, eh? Ha male alla penna il suo artigliere? -
Una vera persecuzione quell'antipatico, colla faccia di donna, e i capelli lucenti di pomata! Aveva un bello sbattergli la finestra sul muso! Tutto il giorno lì, di faccia, in anticamera, a farle dei segni colle manacce sempre infilate nei guanti bianchi, scappando solo un momento appena sonavano il campanello, e tornando subito a montare la sentinella.
Sempre, sempre, quasi si cocesse anch'esso a poco a poco, al vedersela ogni giorno lì di faccia.
Sicché una volta la fermò per le scale, e le disse: - Cosa le ho fatto, infine? Almeno me lo dica! - E come si vedeva che le parole gli venivan dal cuore, essa non ebbe animo di mandarlo a quel paese.
Pensava sempre a quell'altro, però, lavorando alla finestra.
Chissà, chissà dov'era? di là da quelle case, dove andavano quelle nuvole scure? Che tristezza quando giungeva la sera! La campana di Sant'Angelo, lì vicino, che le picchiava sulla testa, e in cuore la tromba della ritirata, che piangeva.
Il servitore accendeva i lumi, dirimpetto, e poi rimaneva ancora lì, nell'ombra delle cortine, si scorgeva dai bottoni che luccicavano.
Quanto piangere in quel fazzolettino ricamato! Tanto che il cuore era stanco e s'era vuotato intieramente.
Il giorno di san Luca, ch'era anche la festa del portinaio, andarono tutti a Monte Tabor.
Ghita era venuta a prenderla per forza, e anche Cesare, il quale s'era fatto dare il permesso quel giorno dalla padrona, e le aveva detto, stringendole le mani: - Venga, venga con noi! Così, a star sempre chiusa, piglierà qualche malanno! - Una gran tavolata all'aria aperta, l'altalena e il giuoco delle bocce -.
Cesare, che pensava sempre ad una cosa, le rispose: - M'importa assai delle bocce adesso! Mi lasci stare vicino a lei piuttosto, ché non la mangio mica! - La sera poi, al ritorno, le diede il braccio; tutta la brigata a piedi pel bastione, sotto i platani che lasciavano cadere le foglie.
Una bella sera fresca e stellata.
Delle ombre a due a due che si parlavano all'orecchio, sui sedili, voltando le spalle alla strada.
Anna Maria chiacchierava di questo e di quello, per non lasciar cadere il discorso.
L'altro zitto, a capo chino.
- Buona sera, buona sera.
- Aspetti, aspetti.
L'accompagno sino all'uscio, di sopra.
Non voglio che salga le scale così al buio e tutta sola.
Ora accendo un cerino.
- No, no, ci son le stelle -.
Delle stelle lucenti che scintillavano sui tetti, attraverso i finestroni ad arco, ogni ramo di scala - sei rami.
Anna Maria, di già stanca, s'era appoggiata al muro, proprio accanto al finestrone, col fiato ai denti.
- Ah! le mie povere gambe! - Egli sempre zitto, guardandola nella poca luce che lasciava vedere soltanto il musetto pallido e gli occhi lucenti.
- Che fatica! Una giornata intera! Dev'essere molto tardi.
Guardi quante stelle! - Batteva un po' la campagna anche lei, poveretta, per sfuggire a quel silenzio.
Ma lui non rispondeva ancora.
- Bella sera! Non è vero? - Allora egli le prese la mano e balbettò con voce mutata: - Se crede che abbia capito quel che m'ha detto, sa!...
- E anche lei fu vinta da una gran dolcezza, da un grande abbandono.
Gli lasciò la mano nella mano e chinò il capo sul petto.
Quest'altro aveva le mani bianche e pulite di uno che non fa nulla, i capelli lisci, la pelle fine, certe garbatezze d'anticamera che l'accarezzavano.
Lo vedeva ogni giorno, l'aspettava alla porta, si lasciava condurre la domenica a desinare in campagna, alla stessa tavola, sotto il pergolato, colle ragazze che schiamazzavano sull'altalena, e gli avventori che giocavano alle bocce.
Avevano passeggiato insieme per quella stradicciuola fangosa, sotto i pioppi, stringendosi l'uno all'altro, nella sera che li celava.
Poi egli voleva sapere questo e quello; voleva frugare come un furetto nel presente e nel passato.
La faceva ritornare, passo passo, verso quelle memorie che le rifiorivano in cuore come una carezza e una puntura.
Era geloso della stradicciuola dove era stata a passeggiare con quell'altro, geloso della campagna che avevano vista insieme, della tavola alla quale s'erano seduti e del vino che avevano bevuto nello stesso bicchiere.
Diventava a poco a poco ingiusto e cattivo.
Un vero ragazzo, ecco.
Un ragazzo bizzoso da mangiarserlo coi baci.
Che dolcezza per Anna Maria allora! Che dolcezza triste ed amara! Tutte le lacrime che egli le faceva versare le restavano in cuore, e glielo rendevano più caro.
Le bruciava le labbra! ma infine...
infine glielo disse: - Non ci penso più, ti giuro! Non ci penso più a quell'altro!...
- Cesare non voleva crederle! Anzi, a ogni cosa che ella facesse per provarglielo, ogni bacio, ogni carezza, ogni parola, era come se quell'altro si mettesse fra loro due.
Allora Anna Maria un sabato sera gli fece segno dalla finestra, con tutte e due le braccia, col viso illuminato.
- Domani! Domani! - E all'ora solita si vestì in fretta, colle mani tremanti, tutta radiosa, le calze rosse, le scarpe lucide, la giacchetta attillata, tale quale come quel giorno ch'era andata l'ultima volta coll'artigliere, e volle condurlo proprio là, nel sentieruolo sotto i pioppi.
- Perché? cosa vuoi fare? - domandava Cesare.
- Vedrai! Vedrai! -
Erano cresciute delle altre fronde all'olmo, nel maggio che fioriva, del verde che celava i due cuori color di ruggine, legati insieme dalla croce.
Essa però li rinvenne subito, e con un sasso, gli occhi lucenti, il seno che le scoppiava, le mani febbrili, si mise a raschiare da per tutto, sulla corteccia dell'olmo, le iniziali, i due cuori, la croce, tutto.
Poi gli buttò le braccia al collo, a lui che stava a guardare con tanto di muso, e se la strinse al petto, furiosamente.
- Mi credi ora? Mi credi ora? -
Egli le credette allora, con quelle braccia annodate al collo, e quel seno che si gonfiava contro il suo petto.
Ma dopo fu la stessa storia: ogni cosa gli dava ombra: se era allegra, se era malinconica, se cantava, se taceva, se si pettinava in un certo modo, e se non voleva confessare che quegli orecchini fossero un ricordo di quell'altro, se la vedeva dal portinaio, o se la incontrava vicino alla posta.
Ogni carezza, ogni parola - delle parolacce amare, dei musi lunghi, delle risate ironiche, degli impeti di collera, dei voltafaccia bruschi di servitore che sputi villanie dietro le spalle dei padroni.
- Con lui non dicevi così! Con quell'altro era un altro par di maniche! - No! no! te lo giuro! Non ci penso più! Tu solo adesso! Tu solo! - Poi gli arrivò a dire: - Non gli ho mai voluto bene!...
- O allora? - rispose il servitore.
E infine un giorno essa gli mostrò una carta; una carta che gli aveva portata nel petto, come una reliquia.
- Guarda! Guarda! - Era il certificato di morte del suo artigliere, come glielo buttava in faccia a ogni momento Cesare.
Il certificato di morte di Lajn Primo, soldato del V artiglieria, c'era il bollo e tutto, non vi mancava nulla; la povera donna glielo portava come un regalo, come un regalo del bene che aveva voluto e delle lacrime che aveva versate, come un regalo di tutta se stessa, della donna innamorata e sottomessa.
L'altro, il maschio, per tutta risposta fece una spallata.
IL BELL'ARMANDO
Ecco quel che gli toccò passare al Crippa, parrucchiere, detto anche il bell'Armando, Dio ce ne scampi e liberi!
Fu un giovedì grasso, nel bel mezzo della mascherata, che la Mora gli venne incontro sulla piazza, vestita da uomo - già non aveva più nulla da perdere colei! - e gli disse, cogli occhi fuori della testa:
- Dì, Mando.
È vero che non vuoi saperne più di me?
- No, no! quante volte te l'ho a dire?
- Pensaci, Mando! Pensa che è impossibile finirla del tutto a questo modo!
- Lasciami in pace.
Ora sono ammogliato.
Non voglio aver storie con mia moglie, intendi?
- Ah, tua moglie? Essa però lo sapeva quello che siamo stati, prima di sposarti.
E oggi, quando t'ho incontrato a braccetto con lei, mi ha riso in faccia, là, in mezzo alla gente.
E tu, che l'hai lasciata fare, vuol dire che non ci hai né cuore, né nulla, lì!
- Be', lasciamo andare.
Buona sera!
- Dì, Mando? È proprio così?
- No, ti dico! Non voglio più!
- Ah, non vuoi più? No? -
E il Crippa, colpito lì dove la Mora diceva che non ci aveva né cuore né nulla, andò annaspando dietro a lei, come un ubbriaco, e gridando: - Chiappatela! chiappatela! - Poi cadde come un masso, davanti alla bottega del farmacista.
Le guardie e la folla a inseguirla, strillando anche loro: - Piglia! piglia! - Finché un giovane di caffè la fece stramazzare con un colpo di sedia sul capo; e tutti quanti l'accerchiarono, stralunata e grondante di sangue, col seno che gli faceva scoppiare il gilè dall'ansimare, balbettando:
- Lasciatemi! lasciatemi! -
Appena la riconobbero, così rabbuffata, a quel po' di luce del lampione, scoppiarono improperi e parolacce:
- È la Mora! quella donnaccia! l'amante del Crippa! -
Come se gli avesse parlato il cuore, al disgraziato! Giusto in quei giorni, era stato dal maresciallo a denunziargli la sua amante, che voleva giocargli qualche brutto tiro: - La Mora non vuole lasciarmi tranquillo, ora che ho preso moglie, signor maresciallo -.
E il maresciallo aveva risposto: - Va bene - al solito, senza pensare a ciò che potesse covare dentro di sé una donna come quella.
Ora le guardie arrivavano dopo che la frittata era fatta, sbracciandosi a gridare: - Largo! Largo! -
In quel momento si udì un urlo straziante, e si vide correre verso la bottega del farmacista, dove stavano medicando il ferito, una donna colle mani nei capelli.
Era l'altra, la moglie vera, che piangeva e si disperava, gridando: - Giustizia! Giustizia, signori miei! Me l'ha ucciso, quell'infame, vedete! - Il Crippa, abbandonato su di una seggiola, tutto rosso di sangue, col viso bianco e stravolto, la guardava senza vederla, come stesse per lasciarla dopo soli due mesi di matrimonio, poveretta! La folla voleva far giustizia sommaria della Mora, ch'era rimasta accasciata sul marciapiedi, in mezzo agli urli e alle minacce della folla, come una lupa.
Arrivarono sino a darle delle pedate nel ventre; tanto che le guardie dovettero sguainare le daghe per menarla in prigione, in mezzo ai fischi, che sembrava una frotta di maschere.
Dopo, al cospetto dei giudici, quando le mostrarono i panni insanguinati della sua vittima, non seppe che cosa rispondere.
- Questa donna ch'è stata di tutti, - tonava il pubblico accusatore, coll'indice appuntato verso di lei, come la spada della giustizia; - questa donna che, per ogni trivio, fece infame mercato della propria abbiezione, e della cecità, voglio anche concedere alla difesa, della acquiescenza del suo amante, questa donna, o signori, osò arrogarsi il diritto delle affezioni pure e delle anime più oneste; osò esser gelosa, il giorno in cui il suo complice apriva gli occhi sulla propria vergogna, e si sottraeva al turpe vincolo, per rientrare nel consorzio dei buoni, ritemprandosi colla santità del matrimonio! -
Ella udì pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e fissi, senza dir verbo.
Si alzò traballando, come ubbriaca, e nell'uscire dalla gabbia di ferro, batté il viso contro la grata.
Prima l'aveva fatta cadere il signorino - se ne rammentava ancora come un bel sogno lontano, svanito.
- Aveva pianto e supplicato.
Indi, a poco a poco, vinta dal rispetto, dalla lusinga di quella tenerezza prepotente, dalla collera di quel ragazzo abituato a fare il suo volere in casa, s'era abbandonata timorosa e felice.
Era stato un bel sogno, ch'era durato un mese.
Egli saliva furtivo nella cameretta di lei, colle scarpe in mano, e si abbracciavano tremanti, al buio.
Il giorno in cui il giovanetto dovette far ritorno all'Università, pioveva a dirotto; essa si rammentava pure dello scrosciare malinconico e continuo di quella grondaia.
L'avevano sentito tutta la notte, colle braccia al collo l'una dell'altro, cogli occhi sbarrati nelle tenebre, contando le ore che sfilavano lente sui tetti.
Poi lo vide partire coll'ombrello sotto l'ascella e la cappelliera in mano, senza dirle una parola davanti ai suoi.
La signora però, coll'istinto della gelosia materna, indovinò le lacrime che doveva soffocare la ragazza in quel momento, e si diede a sorvegliarla.
Un giorno, dopo averla mandata fuori con un pretesto, salì nella cameretta di lei, si chiuse dentro, e quando la Lena fu di ritorno colla spesa, trovò la padrona seria e accigliata, che le aggiustò il conto su due piedi, le ordinò di far fagotto, e la mise alla porta con una brutta parola.
La povera Lena, non sapendo che fare, schiacciata sotto la vergogna, prese la diligenza per la città, e andò a trovare il suo amante.
Egli non era in casa.
L'aspettò sulla porta, seduta sul marciapiede, col fagottino accanto.
Dopo la mezzanotte lo vide che rientrava insieme a un'altra.
Allora si alzò, colle gambe rotte dal viaggio, e si allontanò rasente al muro zitta zitta.
Il giovane non ne seppe mai nulla.
Era sopravvenuto un altro guaio, il suo fallo che era visibile a tutti.
Cercò inutilmente di collocarsi.
Spese quei pochi quattrini che le avanzavano, e infine, per vivere, fu costretta a prendere alloggio in un albergaccio dove la Questura veniva, di tanto in tanto, a far le sue retate.
Lì ebbe a fare la prima volta con quella gente.
Padrona e avventori ridevano delle paure sciocche di lei, quando le guardie entravano all'improvviso di notte, e frugavano sotto i letti.
Uno di quegli avventori, detto il Bulo, uomo sulla cinquantina, colla faccia dura, il quale arrivava ogni quindici o venti giorni, senza bagaglio, ed era sempre in moto di qua e di là, s'innamorò di lei.
Ella disse di no.
Allora egli le offerse di sposarla.
Lena disse ancor di no, sbigottita da quella faccia, e vergognosa di dover confessare il suo passato.
Poscia, quando fu all'ospedale, e che lui soltanto venne a trovarla, colle mani piene d'arance, vinta da una gran debolezza, chinò il capo piangendo, e gli confessò il suo fallo.
Il Bulo protestava che non gliene importava nulla - acqua passata - purché non si ricominciasse da capo - e così si accordarono.
Il Bulo non era affatto geloso; la lasciava sola per mesi e settimane, e continuava ad andare sempre in giro pel suo mestiere, che non si sapeva quale fosse.
Il Crippa, suo compagno, bazzicava solo in casa, aiutandolo nei negozi ai quali ei solo aveva mano, aspettandolo quando non c'era, avendo sempre qualche cosa da dirgli sottovoce, prima che il Bulo si mettesse in viaggio.
Nel medesimo tempo faceva l'asino alla comare, s'irritava alla resistenza di lei, abituato a fare il gallo della Checca, sempre vestito come un figurino, coi capelli arricciati e lucenti.
Le portava dei vasetti di pomata, delle boccette di profumeria.
Ella ribatteva che suo marito non se lo meritava.
- Era stato tanto buono con lei! - Il Crippa, che certe storie non le capiva, badava a ripetere: - Or bene, giacché vostro marito ha chiuso gli occhi una prima volta...
-
Fu un giorno che il marito tardava a venire, e il Crippa la colse nella stanza di sopra, col pretesto di cercare un pacchettino che il compare gli aveva scritto di mandargli.
La Lena, china sul cassetto del mobile, cercava insieme a lui, col seno gonfio, quando il bell'Armando tutt'a un tratto l'afferrò pei fianchi e le accoccò un bacio alla nuca.
- No! no! - balbettava essa tutta tremante, bianca come cera; ma il sangue le avvampò all'improvviso in faccia; arrovesciò il capo, cogli occhi chiusi, le labbra convulse, che scoprivano i denti.
Dopo rimase tutta sottosopra, tenendosi la testa fra le mani, quasi fuori di sé.
- Cosa ho fatto, Dio mio! Cosa m'avete fatto fare! -
Il Crippa, contento come una Pasqua, cercava di chetarla.
Oramai...
suo marito non ne avrebbe saputo mai nulla, parola di galantuomo, se avesse avuto giudizio anche lei.
Il Bulo però lo seppe o lo indovinò, al vedere l'aria smarrita della Lena, che ancora non aveva fatto il callo a certe cose.
Crippa, il bell'Armando, più sfacciato, gli faceva le solite accoglienze da fratello, buttandogli le braccia al collo, dandogli conto dei loro negozi per filo e per segno.
Il Bulo lo guardò colla faccia dura, e gli rispose secco secco:
- Vi ringrazio, compare, di tutto quello che avete fatto per me, e un giorno o l'altro ve lo renderò -.
La Lena sentì gelarsi il sangue a quelle parole.
Ma il Crippa, che aveva mangiato la foglia anche lui, le disse all'orecchio, mentre il compare era andato di sopra un momento, a mutarsi i panni:
- Stai tranquilla, che ci penso io! -
La notte stessa vennero le guardie ad arrestare il Bulo, e misero sottosopra tutta la casa, rimovendo perfino i mattoni del pavimento per vedere quel che c'era sotto.
Il Bulo, mentre lo menavano via ammanettato, le lasciò detto per ultimo addio:
- Salutami il compare, e digli che ci rivedremo al mio ritorno -.
Il giorno dopo arrivò il Crippa, fresco come una rosa.
La Lena, che aveva qualche sospetto, non seppe nascondergli la brutta impressione.
Però egli si scolpò subito giurando colle braccia in croce.
Due giorni dopo arrestarono anche lui, come complice del Bulo, mettendoli a confronto l'uno con l'altro.
Ma prove non ce n'erano; il Crippa dimostrò ch'era innocente come Dio, e per ribattere l'accusa spiattellò innanzi ai giudici la storia della comare, un tiro che cercava di giocargli il marito per gelosia.
- Pelle per pelle, cara mia!...
- disse poi alla Lena.
- Da mio compare non me l'aspettavo questo servizio!...
Quante ne ho passate, vedi, per causa tua!...
-
Ormai non c'era più rimedio.
Tutto il paese lo sapeva.
Perciò ella si mise col Crippa apertamente.
E si rammentava anche di questo - che un giorno, dopo che gli si era data tutta, anima e corpo, dopo che per amor suo aveva sofferto ogni cosa, la fame, gli strapazzi, la vergogna del suo stato, dopo che per lui era arrivata a vendere sin la lana delle materasse, il bell'Armando l'aveva piantata per correre dietro a una stracciona che gli spillava quei pochi soldi strappati a lei.
E quando, pazza di dolore e di gelosia, cercava di trattenerlo, cogli occhi arsi di lagrime, dicendogli: - Guarda, Mando!...
Guarda che ti rendo la pariglia!...
- egli si stringeva nelle spalle, per tutta risposta.
Poi, allorché s'incontrarono di nuovo, era passato tanto tempo! tanto tempo! e tante vicende! Anch'essa era mutata, tanto mutata! Ma quell'uomo non se l'era potuto levare mai dal cuore, e adesso, la sciagurata, chinava il capo e si sentiva venir rossa come una volta.
Fu una sera tardi, che ella tornava a casa tutta sola, per combinazione.
Egli la chiamò per nome, guardandola negli occhi con un certo fare, con un risolino che la rimescolava tutta.
Lei voleva scusarsi balbettando, tentando di giustificarsi umilmente, mentre sentiva che il cuore le balzava verso quell'uomo.
Lui le tappò la confessione in bocca con un bel bacio, un bacio che la fece impallidire, e le passò il cuore come un ferro.
Avrebbe preferito una coltellata addirittura.
Ma egli non era geloso, no.
Ormai!...
Un giorno le capitò dinanzi tutto rabbuffato.
Aveva bisogno di denari; ma si fece pregare un bel pezzo prima di confidarglielo.
Lena glieli diede il giorno dopo.
D'allora in poi tornò spesso a domandargliene, senza farsi più pregare.
E infine quando la poveretta, colla nausea alla gola, come una costretta a mandar giù delle porcherie, si arrischiò a dirgli: - Ma dove vuoi che li pigli questi denari? - per tutta risposta Mando le voltò le spalle.
- Senti, - esclamò la Lena con un impeto di tenerezza selvaggia, buttandoglisi al collo; - se li vuoi...
se li vuoi proprio questi denari...
Ma dimmi almeno che mi vorrai bene lo stesso...
-
Egli si lasciò abbracciare, ancora accigliato, brontolando fra i denti.
Lena glielo diceva spesso:
- Vedi, lo so che tu non mi vuoi bene.
Ma non me ne importa; perché te ne voglio tanto io; tutto il male che ho fatto, l'ho fatto per te, intendi? -
E il giorno in cui venne a sapere che egli prendeva moglie, l'ultima volta che ebbe ancora il coraggio di comparirle dinanzi col sorrisetto ironico e la giacchetta nuova, gli disse:
- Lo so che la sposi pei quattrini.
Ma ora tu devi fare quel che io ho fatto per te -.
Il bell'Armando fingeva di non capire.
Allora Lena lo afferrò pei capelli profumati, colle labbra bianche, e gli disse:
- Guarda, Mando! Guardami bene negli occhi! E dimmi s'è possibile finirla così, del tutto, dopo quel che abbiamo fatto tutti e due! Dimmi se potresti dormire senza rimorsi nel letto di tua moglie...
-
Il Crippa campò, per sua fortuna; mise giudizio, ed ebbe figliuoli e sonni tranquilli, in quel buon letto morbido e caldo, mentre la Mora scontava la pena sul tavolaccio dell'ergastolo.
NANNI VOLPE
Nanni Volpe, nei suoi begli anni, aveva pensato soltanto a far la roba.
- Testa fine di villano, e spalle grosse - grosse per portarci trent'anni la zappa, e le bisacce, e il sole, e la pioggia.
Quando gli altri giovani della sua età correvano dietro le gonnelle, oppure all'osteria, egli portava paglia al nido, come diceva lui: oggi un pezzetto di chiusa, domani quattro tegole al sole: tutto pane che si levava di bocca, sangue del suo sangue, che si mutava in terra e sassi.
Allorché il nido fu pronto, finalmente, Nanni Volpe aveva cinquant'anni, la schiena rotta, la faccia lavorata come un campo; ma ci aveva pure belle tenute al piano, una vigna in collina, la casa col solaio, e ogni ben di Dio.
La domenica, quando scendeva in piazza, col vestito di panno blu, tutti gli facevano largo, persino le donne, vedove o zitelle, sapendo che ora, fatta la casa, ci voleva la padrona.
Egli non diceva di no, anzi, ci stava pensando.
Però faceva le cose adagio, da uomo uso ad allungare il passo secondo la gamba.
Vedova non la voleva, ché vi buttano ogni momento in faccia il primo marito; giovinetta di primo pelo neppure, per non entrare subito nella confraternita, diceva lui.
Aveva messo gli occhi sulla figliuola di comare Sènzia la Nana, una ragazza quieta del vicinato, cucita sempre al telaio, che non si vedeva alla finestra neppure la domenica, e sino ai ventott'anni non aveva avuto un cane che le abbaiasse dietro.
Quanto alla dote, pazienza! Vuol dire che aveva lavorato egli per due.
La Nana era contenta; la ragazza non diceva né si né no, ma doveva esser contenta anche lei.
Soltanto qualche mala lingua, dietro le sue spalle, andava dicendo: - Acqua cheta rovina mulino -.
Oppure: - Questa è volpe che se la mangia il lupo, stavolta! -
A Pasqua finalmente giunse il momento della spiegazione.
I seminati erano alti così, gli ulivi carichi, Nanni Volpe aveva terminato allora di pagare l'ultima rata del mulino.
- Ogni cosa proprio opportuna.
- Infilò il vestito blu, e andò a parlare a comare Sènzia.
La ragazza era dietro l'uscio della cucina ad ascoltare.
Quando poi sua madre la chiamò, comparve tutta rossa, lisciata di fresco, colla calzetta in mano, e il mento inchiodato al petto.
- Raffaela, qui c'è massaro Nanni che ti vuole per sposa, - disse la madre.
La giovane rimase a capo chino, seguitando a infilare i punti della calza, col seno che le si gonfiava.
Massaro Nanni aggiunse:
- Ora si aspetta che diciate anche voi la vostra -.
La mamma allora venne in aiuto della sua creatura.
- Io, per me, sono contenta -.
E Raffaela levò gli occhi dolci di pecora, e rispose:
- Se siete contenta voi, mamma...
-
Le nozze si fecero senza tanto chiasso, perché compare Nanni Volpe non aveva fumi pel capo, e sapeva che a fare un tarì ci vogliono venti grani.
Pure non si dimenticarono i parenti più stretti ed i vicini; ci furono dolci del Monastero, e vino bianco.
Fra gli invitati c'erano anche quelli che sarebbero stati gli eredi di Nanni Volpe, poveri diavoli che s'empivano di roba, e si sarebbero mangiata cogli occhi anche la sposa.
Questa, impalata nel vestito di lana e seta, cogli ori al collo, badava già ai suoi interessi, l'occhio al trattamento, il sorrisetto della festa e una buona parola per tutti, amici e nemici.
Nanni Volpe, tutto contento, si fregava le mani, e diceva fra sé e sé:
- Se non riesce bene una moglie come questa vuol dire che non c'è più né santi né paradiso! -
E Carmine, suo cugino alla lontana, che lo chiamava zio per amor della roba, ed ora gli toccava anche mostrarsi amabile con lei che gli rubava il fatto suo, diceva alla zia, ogni manciata di confetti che abbrancava:
- Avessi saputo la bella zia che mi toccava!...
Vorrei pigliarmi gli anni e i malanni di mio zio, stanotte! -
Chiusa la porta, quando tutti se ne furono andati, compare Nanni condusse la sposa a visitare le stanze, il granaio, sin la stalla, e tutto il ben di Dio.
Dopo posò il lume sul canterano, accanto al letto, e le disse:
- Ora tu sei la padrona -.
Raffaela, che sapeva dove metter le mani, tanto gliene aveva parlato sua madre, chiuse gli ori nel cassetto, la veste di lana e seta nell'armadio; legò le chiavi in mazzo, così in sottanina com'era, e le ficcò sotto il guanciale.
Suo marito approvò con un cenno del capo, e conchiuse:
- Brava! Così mi piaci! -
Tutto andava pel suo verso.
Nanni Volpe badava alla campagna, duro come la terra, e sua moglie poi gli faceva trovare la camicia di bucato bella e pronta sul letto, quando tornava il sabato sera, la minestra sul tagliere, il pane a lievitare per l'altra settimana.
Teneva conto della roba che il marito mandava a casa: tanti tumoli di grano, tanti quintali di sommacco, tutto segnato nelle taglie, appese in mazzo a pié del crocifisso; buona massaia e col timor di Dio, a messa col marito la domenica e le feste, confessarsi due volte al mese, e il resto del tempo poi tutta per la casa, sino a far la predica al marito, se Carmine, il nipote povero, veniva a ronzargli intorno.
- Non gli date nulla, a quel disutilaccio, o se no, non ve lo levate più di dosso.
A lasciarli fare, i vostri parenti, vi mangerebbero vivo -.
E compare Nanni si fregava le mani, e rispondeva:
- Brava! Così mi piaci! -
Carmine alla fine aveva odorato da che parte soffiasse il vento, e s'era attaccato alla gonnella della zia per strapparle di mano qualche misura di fave, o qualche fascio di sarmenti, nell'inverno rigido che spaccava le pietre.
- Che ci avete un sasso lì nel cuore, per lasciar morire di fame il sangue vostro? Con tanto ben di Dio che ci avete in casa! Se voi volete, lo zio Nanni non dice di no.
- Io che posso farci? Lo sai che è lui il padrone -.
Poi un'altra volta:
- Almeno aveste dei figliuoli, pazienza! Ma cosa volete farne di tutta quella roba, quando sarete morti, marito e moglie?
- Se non abbiamo figliuoli, vuol dire che non c'è la volontà di Dio -.
Il giovinastro allora si grattava il capo, guardando la zia cogli occhi di gatto.
Un giorno, per toccarle il cuore, arrivò a dirle:
- Così bella e giovane come siete, è un vero peccato che non ci sia la volontà di Dio!
- O a te che te ne importa? -
Carmine ci pensò su un momento, e poi rispose, fregandosi le mani:
- Vorrei essere nella camicia dello zio Nanni, e vi farei vedere se me ne importa!
- Zitto, scomunicato! O lo dico a tuo zio, i discorsi che vieni a farmi, sai!
- Me lo date dunque cotesto fiasco di vino?
- Sì, per levarmiti dai piedi.
Non dir nulla a compare Nanni però -.
Carmine, finalmente, trovato ora il tasto che bisognava toccare, quando aveva bisogno di qualcosa, tornava a dire alla zia:
- Siete bella come il sole.
Siete grassa come una quaglia.
Il Signore non fa le cose bene, a dare il biscotto a chi non ha più denti -.
La zia Raffaela si faceva rossa dalla bile, lo sgridava come un ragazzaccio che era, e perché gli si levasse dinanzi gli metteva in mano qualche cosuccia.
Una volta gli lasciò andare anche un ceffone.
- Fate, fate, - disse Carmine, - ché dalle vostre mani ogni cosa mi è dolce.
- Non venirci più qui! Non mi far peccare a causa tua! Ogni volta, poi, mi tocca dirlo al confessore.
- Che male c'è? Son vostro nipote, sangue vostro.
- No, no, non voglio.
La gente parlerebbe, vedendoti sempre qui.
Poi, no, non voglio!
- Io ci vengo soltanto per vedervi.
Non vi domando più nulla, ecco.
Mi avete affatturato; è colpa mia? -
Un giorno, durante la raccolta, mentre Carmine aiutava a scaricare l'orzo nel granaio - Raffaela, che faceva lume, tutta rossa e in camiciuola anche lei - lo scellerato l'afferrò a un tratto pei capelli, come una vera bestia che era, e non volle lasciarla più, per quanto essa gli martellasse gli stinchi cogli zoccoli e gli piantasse le unghie in faccia.
- Per la santa giornata ch'è oggi!...
- sbuffava Carmine col fiato grosso.
- Stavolta non vi lascio, no! -
Raffaela, tutta scomposta, torva, col seno ansante che le rompeva la camiciuola, andava brancicando per trovare la lucerna caduta a terra, e balbettava, colle labbra ancora umide:
- M'hai fatto spandere dell'olio! Accadrà qualche disgrazia! -
Nanni Volpe, nel rompere il maggese, alle prime acque, aveva acchiappata una perniciosa.
- La terra che se lo mangiava finalmente - e il medico e lo speziale pure.
Raffaela, poveretta, si sarebbe meritata una statua, in quella circostanza.
Tutto il giorno in faccende col nipote, a far cuocere decotti e preparar le medicine pel malato.
Lui rimminchionito in fondo a un letto, pensando sempre ai denari che volavano via, e ai suoi interessi ch'erano in mano di questo e di quello - gli uomini che mangiavano e bevevano alle sue spalle e se ne stavano intanto nell'aia senza far nulla, ora che mancava l'occhio del padrone - il curatolo che gli rubava certo una pezza di formaggio ogni due giorni - la porta del magazzino che ci voleva la serratura nuova, tanto che il camparo doveva averci pratica colla vecchia.
- La notte non sognava altro che ladri e ruberie, e si svegliava di soprassalto, col sudore della morte addosso.
Una volta gli parve anche di udir rumore nella stanza accanto, e saltò dal letto in camicia, collo schioppo in mano.
C'erano davvero due piedi che uscivano fuori, di sotto il tavolone, e Raffaela in sottanino che s'affannava a buttarvi roba addosso:
- Al ladro, al ladro! - si mise a gridare Nanni Volpe, frugando sotto la tavola colla canna dello schioppo.
- Non mi uccidete, ché sono sangue vostro! - balbettò Carmine rizzandosi in piedi, pallido come la camicia, e Raffaela, facendosi il segno della croce, brontolava:
- L'avevo ben detto, che l'olio per terra porta disgrazia! -
Poscia, spinto fuori dell'uscio Carmine più morto che vivo, e ancora mezzo svestito, Raffaela si mise attorno al suo marito, coi beveroni, col vino medicato, per farlo rimettere dallo spavento, scaldandogli i piedi col fiasco d'acqua calda, rincalzandogli nella schiena la coperta; - Lei non sapeva, in coscienza, come si fosse ficcato lì quel ragazzaccio.
Gli aveva detto, è vero, in prima sera, di aiutarla a cavar fuori il bucato; ma credeva che a quell'ora se ne fosse già andato da un pezzo.
Nanni, rammollito dal letto e dalla malattia, lasciava dire e lasciava fare.
Però, testa fina di villano, col naso sotto il lenzuolo, pensava ai casi suoi e al modo di levare i piedi da quel pantano, senza lasciarci le scarpe.
- Senti, - disse alla moglie appena giorno.
- Ho pensato di far testamento.
- Che malaugurio vi viene in mente adesso?
- No, no, figliuola mia.
Ho i piedi nella fossa.
Mi son logorata la pelle per far la roba, e voglio aggiustare i conti prima di lasciar la fattoria.
- Almeno si può sapere che intenzioni avete?
- Quanto a questo sta' tranquilla.
Sai come dice il proverbio? "L'anima a chi va e la roba a chi tocca".
- Dio vi terrà conto del bene che mi avete fatto e che mi fate! - rispose Raffaela intenerita.
- Mi avete presa nuda e cruda come un'orfanella, e anch'io vi ho rispettato sempre come un padre.
- Sì, sì, lo so, - accennò il marito, e la nappina del berretto che accennava di sì anch'essa.
Volle pure confessarsi e comunicarsi, per essere in pace con Dio e cogli uomini, quando il Signore lo chiamava.
Mandò a cercare persino suo nipote, e gli disse:
- Bestia, perché sei scappato? Avevi paura di me, che sono il sangue tuo? -
Carmine, come un baccellone, non sapeva che rispondere, dondolandosi or su una gamba e ora sull'altra, col berretto in mano.
- Rimetti il tuo berretto, - conchiuse lo zio Nanni.
- Qui sei in casa tua, e puoi venirci quando vuoi.
Anzi sarà meglio, per guardarti i tuoi interessi -.
E come l'altro spalancava gli occhi di bue:
- Sì, sì, va' a chiederlo al notaro il testamento che ho fatto, ingrataccio! "L'anima a Dio e la roba a chi tocca" -.
Allora Raffaela saltò su come una furia:
- L'anima la darete al diavolo! Come un ladro che siete! Sì, un ladro! Perché vi ho sposato dunque?
- Questo è un altro affare - rispose Nanni spogliandosi per tornare a letto - un altro affare che non può aggiustarsi, al caso, come un testamento.
- Ohè! - gridò Carmine affrontando la zia, che voleva slanciarsi colle unghie fuori.
- Ohè! non toccate mio zio! O vi tiro il collo come una gallina -.
Raffaela uscì di casa inferocita, giurando che andava a citare suo marito dinanzi al giudice per avere il fatto suo, e voleva farlo morir solo e arrabbiato come un cane.
- Non importa! - disse Carmine, il nipote.
- Se mi volete, ci resto io a curarvi che sono sangue vostro.
- Bravo! - rispose Nanni.
- E ti guarderai i tuoi interessi pure -.
Però Raffaela in casa della mamma fu accolta come un cane che viene a mangiare nella scodella altrui.
- Non hai la tua casa adesso? Non sei già maritata? Che vuoi qui? -
Essa voleva almeno gli alimenti dal marito.
Ma Nanni Volpe sapeva il codice meglio di un avvocato.
- L'ho forse cacciata via di casa? - rispose al giudice.
- La porta è aperta, se vuol tornare, lei -.
Carmine badava a dirgli che faceva uno sbaglio grosso a mettersi di nuovo la moglie in casa con quell'odio che doveva covar lei, che un giorno o l'altro l'avrebbe avvelenato per levarselo dinanzi.
- No, no, - rispose lo zio col suo risolino d'uomo dabbene.
- Il testamento è in favor tuo, e se mi avvelena non ci guadagna nulla.
Anzi! - Si grattò il capo a pensare se dovesse dirla, e infine se la tenne per sé, ridendo cheto cheto.
Infine Raffaela tornò a casa sottomessa come una pecora.
L'accompagnò la mamma Sènzia e gli altri parenti.
- Nulla nulla.
Son cose che succedono fra marito e moglie; ma ora la pace è fatta, e vedrete come vostra moglie si ripiglia il cuore che gli avete dato, compare Nanni.
- Io non gliel'ho tolto, - rispose Nanni Volpe.
- E non voglio toglierle nulla, se lo merita -.
Raffaela per meritarselo si fece buona ed amorevole che non pareva vero, sempre intorno al marito, a curarlo, a prevenire ogni suo desiderio e ogni malanno.
Il vecchio le diceva:
- Fai bene, fai bene.
Perché se mi accade una disgrazia prima che io abbia avuto il tempo di rifare il testamento, è peggio per te -.
E si lasciava cullare e lisciare, e mettere nel cotone, e ci stava come un papa.
- Un giorno o l'altro, - tornava a dire, - se il Signore mi dà tempo, voglio rifare il testamento.
Ho lavorato tutta la vita; ho fatto suola di scarpe della mia pelle; ma ora ho il benservito.
Tutto sta ad avere il giudizio per procurarsi il benservito -.
Il solo fastidio che gli fosse rimasto, in quella beatitudine, erano le liti continue fra Carmine e la zia.
Strilli e botte da orbi tutto il giorno, e non poteva neppure alzarsi per chetarli.
Alle volte Raffaela compariva tutta arruffata, sputando fiele, col sangue che le colava giù dal naso, mostrando gli sgraffi e le lividure:
- Guardate cosa m'ha fatto, quell'assassino!
- Ehi, ehi, Carmine, cosa le hai fatto a tua zia, birbante?
- Perché non lo cacciate via a pedate quel fannullone?
- Eh, eh, bisogna averci un uomo in casa, ora che sono inchiodato al letto.
- Vedrete! vedrete! Un giorno o l'altro vi fa fare la morte del topo, per non lasciarvi il tempo di rifare il testamento.
Vi dà il tossico, com'è vero Dio!
- O tu che ci stai a fare allora, se non mi guardi la pelle e i tuoi interessi? -
Sempre quell'affare del testamento, che Carmine n'era contento, così come gli aveva detto lo zio, e la moglie no; e Nanni Volpe fra i due non trovava modo di rifarlo, diceva ogni volta che si sentiva peggio; sicché Raffaela, al veder che se ne andava di giorno in giorno, ormai tutto una cosa gialla col berretto di cotone, si mangiava il fegato dalla bile, e si sentiva male anche lei, tanto che infine glielo disse chiaro e tondo in faccia a Carmine stesso, il quale stava imboccando lo zio col cucchiaio in una mano e reggendogli il capo coll'altra.
- Fate bene a tenervi così caro il sangue vostro, perché non sapete il bel servizio che v'ha reso vostro nipote! -
Carmine voleva romperle sul muso la scodella e il candeliere; ma il vecchio, agitando due o tre volte adagio adagio il fiocco del berretto, disse:
- Sì, sì, lo so -.
Così se ne andò all'altro mondo, pian pianino e servito come un principe.
Quando Carmine volle cacciar via a pedate Raffaela dalla casa, che oramai doveva esser di lui solo, fece aprire il testamento, e si vide allora quant'era stato furbo Nanni Volpe, che aveva canzonato lui, la moglie e anche Cristo in paradiso.
La roba andava tutta all'ospedale, e zia e nipote s'accapigliarono per bene, stavolta, dinanzi al notaro.
QUELLI DEL COLÈRA
Il colèra mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado - e anche dei ricchi: il parroco di Canzirrò, ch'era scappato ai primi casi, e veniva soltanto in paese per dir messa a sole alto, l'aveva pigliato nell'ostia consacrata: a don Pepè, il mercante di bestiame, gliel'aveva dato invece in una presa di tabacco, alla fiera di Muglia, un sensale forestiero - per conchiudere il negozio - diceva lui.
Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; bestie e cristiani vi restavano, là! a Rosegabella, venti case, un bel giorno era capitato il merciaiuolo, di quelli che vanno in giro colle scarabattole in spalla, e quanti misero il naso fuori per vedere, tanti ne morirono, fin le galline.
Ciascuno badava quindi ai casi propri, collo schioppo in mano, appiattato dietro l'uscio, accanto la siepe, bocconi nel fossatello, per le fattorie, nei casolari, da per tutto.
Quelli di San Marino s'erano anche armati, uomini e donne.
Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d'altra morte che manda Dio.
Ma il colèra, no, non lo volevano!
Nonostante, lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate.
Oggi scoppiava a Catenavecchia, il giorno dopo si sentiva dire che era alla Broma, cinque miglia soltanto da San Marino.
Una povera donna gravida di sei mesi, per aver aiutato certa vecchia che l'era caduto l'asino dinanzi alla sua porta, e fingeva di piangere e disperarsi, era stata presa da dolori quasi subito, ed era morta, lei e il bambino: sangue d'innocente che grida vendetta dinanzi a Dio!
La sera, da quelle parti, chi aveva il coraggio di arrischiarsi sino in cima alla salita, vedeva dietro la china che nasconde il paesetto i fuochi e i razzi avvelenati che sembravano quelli della festa del santo patrono, tutti col capitombolo verso San Martino, e il domani poi si trovavano le macchie d'unto per terra e lungo i muri; qua e là si sussurrava dei rumori strani che si udivano la notte: gatti che miagolavano come in gennaio, tegole smosse quasi tirasse il maestrale, gente che aveva udito bussare all'uscio dopo la mezzanotte - nientemeno - e dei carri che passavano per le stradicciuole più remote, come delle macchine asmatiche che andavano strascinandosi di porta in porta, soffiando e sbuffando, il Signore ce ne scampi e liberi!
Il venerdì, verso mezzogiorno, Agostino, quello delle lettere, era tornato dal rilievo della Posta colla borsa vuota e tutto stravolto.
Sua moglie, poveretta, al vederlo con quel viso, si cacciò le mani nei capelli: - Che avete fatto, scellerato? Dove l'avete preso tutto quel male in un momento? - Egli non sapeva dirlo.
Laggiù, arrivato al ponte, s'era sentito stanco tutt'a un tratto, e s'era seduto un momento sul parapetto.
Prima di lui c'era seduto un viandante, il quale si asciugava il sudore con un fazzoletto turchino.
- Don Domenico, il fattore, l'aveva predicato tante e tante volte, di badare sopra tutto a certe facce nuove che andavano intorno, per le vie, e nelle chiese perfino! (Potevate sospettarlo, nella casa di Dio?) Cavavano fuori il fazzoletto, finta di soffiarsi il naso, e lasciavano cadere certe polverine invisibili, che chi ci metteva il piede sopra poi, per sua disgrazia, era fatta!
Il giorno stesso, a precipizio, chi aveva qualche cosa da portar via, e un buco dove andare a rintanarsi, in una grotta, fra le macchie dei fichidindia, nelle capannucce delle vigne, era fuggito dal villaggio.
Avanti il somarello, con quel po' di grano o di fave, il cesto delle galline, il maiale dietro, e poi tutta la famiglia, carica di roba.
Quelli che erano rimasti, i più poveri, da principio avevano fatto il diavolo, minacciando di sfondar le porte chiuse, e bruciare le case dei fuggiaschi; poscia erano corsi a tirar fuori dal magazzino tutti i santi del paese, come quando si aspetta la pioggia o il bel tempo, l'Addolorata, coi sette pugnali di stagno, san Gregorio Magno, tutto una spuma d'oro, san Rocco miracoloso che mostrava col dito il segno della peste, sul ginocchio.
All'ora della benedizione, nel crepuscolo, quelle statue ritte in cima all'altare buio, facevano arricciare i peli ai più induriti peccatori.
Si videro delle cose allora da far piangere di tenerezza gli stessi sassi: Vito Sgarra che si divise dalla Sorda, colla quale viveva in peccato mortale da dieci anni; padre Giuseppe Maria a far la croce sul debito degli inquilini che proprio non potevano pagarlo; Angelo il Ciaramidaro andare a messa e a comunione come un santo, senza che gli sbirri gli dessero noia, e la notte dormire tranquillo nel suo letto, colla disciplina irta di chiodi e insanguinata al capezzale, accanto allo schioppo carico che ne aveva fatte tante.
Misteri della Grazia! come diceva il predicatore.
Tutta la notte, in fondo alla piazzetta, si vedeva la finestra della chiesa illuminata che vegliava sul villaggio, e di tratto in tratto udivasi martellare la campana, alla quale rispondeva da lontano una schioppettata, poi un'altra, poi un'altra - una fucilata che non finiva più, pazza di terrore, e si propagava per le fattorie, pei casolari, per le ville, per tutta la campagna circostante, dove i cani uggiolavano, sino all'alba.
La domenica mattina, spuntava appena l'alba, si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera, appena fuori del villaggio.
Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte sopra, e lì vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche.
I cani avevano dato l'allarme tutta la notte, e quello del maniscalco, che stava da quelle parti, non s'era dato pace, quasi avesse il giudizio!
- Eccolo lì, povera bestia! gli manca solo la parola! -
Il maniscalco raccontava a tutti la stessa cosa, via via che andavasi facendo gente dinanzi alla bottega.
La gente guardava il cane, guardava la baracca, e scrollava il capo.
Dirimpetto, sugli scalini della croce in campo alla strada, c'erano altri in crocchio che guardavano, e parlavano sottovoce fra di loro, col viso scuro.
Dal muro del cimitero spuntava lo schioppo di Scaricalasino, malarnese, che accennava a tre o quattro altri suoi compagni della stessa risma, lontan lontano, verso la Broma, e poi verso Catenanuova, con gran gesti neri al sole.
Dal ballatoio della gnà Giovanna suo marito chiamava gente anche lui, in fondo alla piazza, agitando le braccia in aria.
- Quello! Quello! - gridavasi da un crocchio all'altro.
E il vecchio carponi era corso a rintanarsi.
Sul finestrino del carrozzone era passata una figura scarna di donna, coi capelli scarmigliati; poi s'erano uditi strilli di ragazzi e pianti soffocati.
Dalla strada principale giungevano il farmacista, il Capo Urbano, le guardie, col giglio sul berretto e grossi randelli in mano.
La folla dietro, come un torrente, mormorando, uomini torvi, donne col lattante al petto.
Da lontano, verso San Rocco, la campana sonava sempre a distesa.
Don Ramondo, colle mani e colla voce andava dicendo alla folla: - Largo, largo, signori miei! Lasciatemi vedere di che si tratta -.
Poi sgusciarono dentro il baraccone tutti e due, lui e il Capo Urbano; le guardie sbatterono l'uscio sul naso ai più riottosi.
Ci fu un po' di parapiglia, un po' di schiamazzo, qualche pugno sulla faccia.
Infine il farmacista e il Capo Urbano ricomparvero vociando tutti e due che non era nulla, il Capo Urbano sventolando un foglio di carta in aria, don Ramondo sgolandosi a ripetere: - Niente! Niente! Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane.
Poveri diavoli morti di fame -.
La folla nonostante li seguiva mormorando e accavallandosi come un mare.
Sulla piazza il Capo Urbano fece anche lui il suo discorsetto: - Via! via! State tranquilli.
Sono o non sono il Capo Urbano? - Poi infilò l'uscio della farmacia con don Ramondo.
La folla cominciò a diradarsi.
Alcuni andarono a casa, a contar la notizia; altri, siccome il sagrestano si slogava sempre a sonare a messa, entrarono in chiesa.
Qualcheduno, più ostinato, ritornò verso il Prato della Fiera.
Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della lumaca, passato il temporale, tornarono a metter fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca.
Il vecchio aveva sciorinato all'uscio un gran cartellone dipinto.
La moglie, con un tamburo al collo, chiamava gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nella maglie color di carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le braccia e le spalle nere fuori dal corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba, col poco fiato del suo petto scarno.
Pure era una novità pel paese, e i giovinastri correvano a vedere, spingendosi col gomito.
Inoltre i comici avevano altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava i numeri del lotto; il ronzino che contava le ore, e indovinava gli anni degli spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani, portando in giro, stretto fra i denti, il piattello per raccogliere la buona grazia.
Quando si era fatta un po' di gente, calavano il tendone un'altra volta, e rientravano tutti a rappresentare la commedia coi burattini, la donna col tamburone al collo, gridando sempre dalla piattaforma: - Avanti, signori! Avanti, che comincia! - Si pigliava alla porta quel che si poteva: un baiocco, delle fave, qualche manciata di ceci anche.
I ragazzi gratis.
Fino alla sera, tardi, ci fu ressa dinanzi alla baracca, sotto il gran lampione rosso che chiamava gente da lontano.
Amici e conoscenti si vociavano da un capo all'altro del Prato della Fiera; si scambiavano i frizzi salati e le parolacce come dentro avevano fatto Pulcinella e la Colombina.
Nessuno pensava più al castigo di Dio che avevano addosso.
Ma la notte - ci volevano più di due ore alla messa dell'alba - tac tac, vennero a chiamare in fretta lo speziale.
- Presto, alzatevi, don Ramondo, ché dai Zanghi hanno bisogno di voi! - Il poveraccio non riusciva a trovare i calzoni al buio, in quella confusione.
Zanghi, steso sul letto, freddo, colla barba arruffata, andava acchiappando mosche, colle mani fuori del lenzuolo, le mani nere, gli occhi in fondo a due buchi della testa.
Sua moglie seminuda, coi capelli sulle spalle, tutta gonfia e arruffata anche lei come una gallina ammalata, correva per la stanza, cercando di aiutarlo senza saper come, coi figliuoli che le strillavano dietro.
- Dottore! dottore! Cos'è? che ve ne pare? - Don Ramondo non diceva nulla: guardava, tastava, versava la medicina nel cucchiaio, colle mani tremanti, la boccetta che urtava ogni momento nel cucchiaio, e faceva trasalire al tintinnìo.
E il malato pure, colla voce cavernosa, che sembrava venire dal mondo di là, balbettando: - Don Ramondo! Don Ramondo! Che non ci sia più aiuto per me? fatelo per questi innocenti, ché son padre di famiglia! - Poi, come s'irrigidì, colla barba in aria, e i figliuoli si misero ad urlare più forte, aggrappandosi alle coperte di lui che non udiva, don Ramondo prese il suo cappello, e la donna gli corse dietro in sottana com'era, colle mani nei capelli, gridando aiuto per tutto il vicinato.
Spuntava l'alba serena nel cielo color di madreperla; alla chiesa, lassù, si udiva sonare la prima messa.
Per le stradicciuole ancora buie si udiva uno sbatter d'usci, un insolito va e vieni, un mormorio crescente.
Sull'angolo della piazza, nel caffè di Agostino il portalettere buon'anima, avevano dimenticato il lume acceso, nella bottega vuota, i bicchieri ancora capovolti nel vassoio, e dinanzi all'uscio c'era un crocchio di gente che discuteva colla faccia accesa.
Neli, il maggiore dei figliuoli, sporgeva il capo di tanto in tanto fra le tendine dello scaffale, più pallido del suo berretto da notte, cogli occhi gonfi, per vedere se qualcuno venisse a prendere il rum o l'acquavite.
E a tutti coloro che l'interrogavano dall'uscio, senza osare di entrare, rispondeva quasi sempre scrollando il capo: - Così! Sempre la stessa! - Poi si vide uscire dalla parte del vicoletto la ragazzina che andava correndo dal sagrestano per le candele benedette.
Ogni momento giungeva qualcheduno che veniva dalla casa di Zanghi, e aveva visto dall'uscio spalancato il letto in fondo alla camera, col lenzuolo disteso, le candele accese al capezzale e i figliuoli che piangevano.
Altri portavano altre brutte notizie.
- Il Capo Urbano che stava imballando le materasse; il farmacista che tardava ad aprire la bottega.
La folla cominciava ad ammutinarsi a misura che cresceva.
- Cristiani del mondo! Che ci vogliono far morire davvero come bestie nella tana! -
Uno, colla faccia stralunata, raccontava come Zanghi avesse acchiappato il male, nella baracca dei commedianti.
L'aveva visto lui, coi suoi occhi, il vecchio che lo tirava per la falda del vestito perché gli pareva che volesse passare a scappellotto.
- Anche comare Barbara! che pur non si era mossa di casa! - E quell'infame Capo Urbano che andava dicendo: - Non è nulla, non è nulla -, e mostrava la carta bianca! Quella era la carta del Sotto Intendente che ordinava di lasciar spargere il colèra! Ah! volevano proprio farli morire come bestie nella tana, cristiani di Dio!
Tutt'a un tratto si udirono dietro lo scaffale delle grida: - Mamma! mamma! - e delle grida di dolore disperate.
Neli irruppe nella bottega urlando come una bestia feroce, coi pugni sugli occhi.
Un parente corse lesto lesto a chiudere gli scaffali, per tutta quella gente che s'affollava nella bottega e nessuno poteva tenerla d'occhio.
Allora la folla, quasi fosse corsa una parola d'ordine, si mosse tutta come una fiumana, gridando e minacciando.
Un'anima buona si mise le gambe in spalla, e corse per le scorciatoie dal Capo Urbano, a dirgli che scappasse.
Ma il poveraccio, da un bel pezzo, fiutando come si mettevano le cose, aveva infilato l'usciolo dell'orto, carponi fra le viti, e preso il volo pei campi.
Quelli del baraccone stavano facendo cuocere quattro fave, a ridosso del muricciuolo, seduti sulle calcagna, per covar la pentola cogli occhi, tutta la famiglia.
A un tratto udirono gridare: - Dàlli! dàlli! - e videro la folla inferocita che correva per sbranarli.
- Signori miei! siamo poveri diavoli, poveri commedianti che andiamo intorno per buscarci il pane! - Il vecchio annaspava colle mani, per fare intendere le sue ragioni; la donna copriva i figlioletti colle ali, come una chioccia; la giovinetta colle braccia in aria.
Arrivò una prima sassata, che fece colare il sangue.
Poi un parapiglia, la gente in mucchio accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano più forte.
- No! no! non li ammazzate ancora! Vediamo prima se sono innocenti! vediamo prima se portano il colèra! - C'erano pure delle anime buone in quella ressa.
- Ma gli altri non volevano intender ragioni: Neli di comare Barbara, che gli sanguinava il cuore dall'angoscia, Scaricalasino che aveva visto coi suoi occhi Zanghi stecchito sotto il lenzuolo, massaro Lio che si sentiva già i dolori di ventre addosso.
In un attimo la baracca fu tutta sottosopra: i burattini, gli scenari, i cenci, la poca paglia fradicia dei sacconi.
Poi, dopo che non ebbero più dove frugare, fecero un mucchio d'ogni cosa, e vi appiccarono il fuoco.
- Bravo! E adesso come farete a scoprire se portavano il colèra? - gridarono alcuni.
Ma il povero capocomico non sentiva e non badava più a nulla, né le grida di morte, né le falci, né le scuri; pallido e stravolto, col sangue giù per la faccia, i capelli irti, gli occhi fuori della testa, voleva buttarsi sul fuoco per spegnerlo colle sue mani, urlando che lo rovinavano, che gli toglievano il suo pane, strappandosi i capelli dalla disperazione, in mezzo alla famigliuola tutta pesta e malconcia, scampata per miracolo alla strage.
- Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti! - Neppure il colèra li aveva voluti, da per tutto dove l'avevano incontrato, stanchi ed affamati.
Ancora, dopo cinquant'anni, Scaricalasino, il quale è diventato un uomo di giudizio, dice a chi vuol dargli retta, che il colèra ci doveva essere, nel baraccone.
Peccato che lo bruciarono! Quelli erano bricconi che andavano attorno così travestiti per non dar nell'occhio, e buscavano centinaia d'onze a quel mestiere.
Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colèra e dalla fame, il giorno in cui s'erano viste lì pure certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colèra colle mani in mano.
Anche costoro mostravano di essere dei viandanti rifiniti dal lungo viaggio, come una famigliuola di zingari: l'uomo che si dava per calderaio, la moglie che diceva la buona ventura, la figlia, una bella bruna, la quale doveva averne fatte molte, così giovane com'era, e portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento.
Dei suoi diciotto anni non le erano rimasti che due grandi occhi neri, degli occhi scomunicati che vi mangiavano vivo.
Anch'essi si portavano dietro tutta la loro casa in un carretto sconquassato, coperto da una tenda a brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello sfinito.
Siccome la popolazione si era commossa al loro apparire, e minacciava, il sindaco accorse anche qui colle guardie, armate sino ai denti, gridando da lontano: - Via! via! - come si fa ai lupi.
Loro a ripeter la commedia che venivano da lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati, e preferivano li uccidessero a schioppettate.
Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del colèra, li lasciarono lì, fuori del paese, guardati a vista come bestie pericolose.
Nessuno chiuse occhio, quella notte, la vigilia di San Giovanni, che c'era un chiaro di luna come di giorno.
Tutt'a un tratto, coloro che stavano a guardia, nascosti dietro il muro, videro lo zingaro che s'era avventurato carponi sino alle prime case, razzolando in un mondezzaio.
Colà l'uccisero di una schioppettata, senza dirgli neppure: - guàrdati! - Dopo gli trovarono un torsolo di cavolo che ci aveva ancora in pugno, e il petto della camicia tutto gonfio di bucce e frutta marcia.
Al rumore, alle grida che si udivano da lontano, tutto il paese fu in piedi subito, e la caccia incominciò.
La vecchia fu raggiunta all'argine del fossatello, barcollando sulle gambe stecchite.
La giovane dinanzi al carretto, che voleva difendere la sua creatura, come succede anche alle bestie, con certi occhi che facevano paura, e cercava di afferrare le scuri per aria, colle mani insanguinate.
Dopo, frugando fra i cenci della carretta, si disse che avevano scovato le pillole del colèra e ogni cosa.
Ma quegli occhi più d'uno non poté dimenticarli.
E ancora, dopo cinquant'anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.
Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia, che diceva la buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?
LACRYMAE RERUM
Alla finestra dirimpetto, si vedeva sempre il lume che vegliava, la notte - le lunghe notti piovose d'inverno, e quando la luna di marzo, ancora fredda, imbiancava la facciata della casa silenziosa.
La stanza era gialla, con una meschina tenda di velo appesa alla finestra.
A volte vi apparivano dietro delle ombre nere, che si dileguavano rapidamente.
Ogni sera, alla stessa ora, si vedeva passare un lume di stanza in stanza, sino alla camera gialla, dove la luce si avvivava intorno a un letto bianco circondato dalle stesse ombre premurose.
Indi la casa tornava scura e sembrava deserta, nel gran silenzio della via.
Solamente, allorché vi saliva lo schiamazzo notturno di un ubbriaco, o il passaggio di una carrozza faceva tremare i vetri nelle finestre, una di quelle ombre tacite e dolorose si affacciava a spiare nella via, e poi si dileguava.
Di giorno tutte quelle finestre chiuse sembravano quasi misteriose.
Al balcone della camera gialla c'era un vaso di garofani che morivano di incuria, spioventi sul muro umidiccio, agitati dal vento perennemente.
Verso il tramonto si fermava dinanzi alla porta un legnetto, che dei visi pallidi stavano ad attendere ansiosamente dietro i vetri; s'intravedeva un affaccendarsi per le stanze, e il lume che si accendeva anche di giorno nella camera solitaria.
L'ultima visita che fece il legnetto nella stradicciuola solitaria fu più breve delle altre.
Un vecchio dai capelli bianchi, col piede sul montatoio, scrollava pietosamente il capo, rispondendo a una giovinetta che le era scesa dietro supplichevole sino alla porta, colle mani giunte e il viso disfatto; anch'essa diceva di sì col capo, macchinalmente, cogli occhi sbarrati e quasi pazzi in quelli del vecchio.
Poi quando egli fu partito, si celò il viso nel fazzoletto e rientrò nell'andito.
Era una sera di primavera, tepida e dolce.
Dalla strada saliva la canzone nuova, e il chicchierìo delle ragazze innamorate, nel plenilunio d'aprile.
Al primo piano della casa, dietro una ricca tenda di broccato, si udiva sonare il valzer di Madama Angot.
Più tardi, per la via deserta si udì una squilla, lo scalpiccìo e il borbottare dei fedeli che accompagnavano il viatico; s'affacciarono i vicini, alcuni ginocchioni, col lume in mano, e la folla s'ingolfò sotto la porta spalancata a due battenti, fra due file di lanterne che andavano balzelloni.
Tutte le finestre del quartierino desolato si illuminarono per la prima volta, dopo tanto tempo, per l'ultima solennità, mentre la folla degli estranei ingombrava la casa, con un luccichìo tremolante di ceri, nella camera gialla.
E dopo che tutti quanti furono partiti, la casa rimase sempre illuminata e deserta, quasi per una lugubre festa.
Vi si vedeva solo di tanto in tanto il passaggio delle solite ombre che correvano all'impazzata, in un affaccendarsi disperato.
Nel silenzio alto dell'ora tarda, dietro quei vetri lucenti sulla facciata bianca di luna, sembravano correre delle invocazioni deliranti, dei singhiozzi soffocati, delle braccia supplichevoli stese verso il cielo sereno.
Un usignolo si mise a cantare all'improvviso da un terrazzino tutto verde di pianticelle odorose, nel silenzio della luna alta, dimenticando forse in quell'ora la sua prigione, pei cespugli del bosco nativo.
Di quarto d'ora in quarto d'ora l'orologio squillava lentamente, dall'alto della torre.
La quiete greve della notte cadeva lenta anche su quella casa desolata.
Il lume vegliava sempre tristamente nella camera silenziosa.
Solo le ombre desolate si agitavano più frettolose e più smarrite, e nell'angolo dove ogni sera si ravvivavano i lumi, luccicavano adesso due fiammelle funebri.
Verso la mezzanotte si era udito bussare alla porta, e per le stanze si era notato un via vai.
Poi tutto si era raccolto in quell'attesa sconfortata.
La luna ora lambiva il pavimento, mentre i lumi si spegnevano.
La brina sgocciolava ghiacciata sui vetri.
A un tratto, in quella semioscurità, nacque un correre affannato, un affaccendarsi di gente smarrita, colle mani nei capelli, uno sbattere d'usci.
Poi la camera gialla si illuminò vivamente sulla facciata di tutta la casa nera.
L'alba imbiancava pallida e piovigginosa; allora si vide per la prima volta, dopo tanto tempo, la finestra della camera gialla spalancata, e le due candele che ardevano immobili al capezzale del letto bianco.
Più tardi vennero degli estranei che andavano e venivano per la stanza, indifferenti, col cappello in capo.
Uno che fumava un sigaro alla finestra, si chinò a fiutare il garofano rugginoso che penzolava; aveva una faccia pallida da malato o da prigioniero, colle gote azzurrognole di una folta barba accuratamente rasa.
Di poi quella finestra rimase chiusa e buia la notte; e le altre accanto si aprirono ogni mattina a lasciare entrare l'estate che veniva.
E la sera perfino vi si affacciavano timidamente delle giovanette vestite di nero, che ascoltavano in silenzio la canzone nuova, il suono del pianoforte di sotto, e il chiacchiericcio dei vicini.
Una mattina di settembre si videro tutte le finestre spalancate, e le stanze vuote, anche quella gialla, che si era spogliata delle meschine tende bianche, e mostrava una gran macchia di un giallo più carico al posto del letto che non c'era più.
Quelle povere masserizie erano sgomberate silenziosamente nella notte, coll'umile famigliuola timida.
Una vecchia serva venne a pigliare il vaso di garofani, mentre il padrone di casa andava guardando per ogni dove coi muratori, gridando e bestemmiando.
Egli additava le macchie della vecchia tappezzeria gialla, e i mattoni rotti del pavimento, sputando pel disgusto su quei guasti: tanto che la vecchierella se ne andò a capo chino, portandosi sotto lo scialle il vaso di garofani come una reliquia.
I muratori si misero a scrostare e martellare da per tutto.
E da mattina a sera udivasi la sega del falegname che strideva.
Nell'ultima camera avevano alzato un gran ponte, e attraverso quei trespoli si vedevano pendere i brandelli della carta gialla.
Dopo vennero pittori tappezzieri, e le persone ch'erano sloggiate un mese prima non avrebbero ritrovato più le memorie delle loro ore d'angoscia in quelle stanze tappezzate di nuovo e ridenti.
Il lume vegliava un'altra volta sino a notte tarda nell'antica camera gialla, dietro le tende di trina foderate di seta celeste; ma le due ombre che si vedevano sempre accanto, cercandosi, correndosi dietro, si confondevano con molli ondulazioni, si univano in una sola; e la mattina si vedeva pure qualche volta una testolina bionda e rosea, che sollevava la tendina allato a una testa bruna e sorridente.
Nella sala attigua, sotto un grande specchio dorato che rifletteva la luce di una lumiera velata da un paralume color di rosa, si udivano alle volte le note allegre di un pianoforte, nello scrosciare della pioggia notturna.
Quando giunse la primavera, e l'usignolo tornò a cantare fra il verde del terrazzino, e le ragazze al lume di luna, i due innamorati presero il volo come due farfalle, e non si videro più.
Al settembre la casa mutò d'aspetto, e nella camera azzurra venne a stare un gran letto matrimoniale, che tutte le mattine prendeva aria onestamente dalla finestra spalancata.
La casa risonò da mattina a sera del gridìo dei bimbi, e degli strilli del neonato che la mamma allattava a piè del letto.
Il marito tornava la sera stanco, colla faccia disfatta, e litigava tutto il tempo colla moglie e coi figliuoli.
Poi rimaneva a scartabellare dei conti sulla tavola sparecchiata, sino ad ora tarda, colla fronte fra le mani, sotto il lume che agonizzava.
La mattina usciva a buon'ora col passo frettoloso.
Di tanto in tanto si udiva una scampanellata furiosa in anticamera, e la madre correva a chiudersi in camera, facendo segno al suo ragazzo di dire che non c'era, coll'indice sulle labbra.
Il bimbo tornava, dopo un lungo ciangottare, a parlar colla mamma, la quale riaffacciava la testa allo sbattere violento della porta che faceva tintinnare il campanello, e l'uomo che se ne era andato così in collera, si fermava in mezzo alla strada, a spiare la finestra chiusa.
Alle volte la povera donna era costretta a mostrarsi, per calmare il visitatore che non voleva sentir ragione, giungendo le mani in croce, con gran gesti che volevano esser creduti.
Tutte le finestre spalancate lasciavano diffondersi pel vicinato indifferentemente pianti di bimbi e liti di genitori.
Un giorno, verso mezzodì, venne un vecchietto col cappello bisunto e un fascio di cartacce in mano, seguìto da due uomini malvestiti, i quali si misero a frugare dappertutto, scrivendo dei fogliacci in fretta.
La famigliuola li seguiva di stanza in stanza tristamente.
La roba fu portata via, alcuni giorni dopo, e delle poche masserizie rimaste caricarono un carro, e se ne andarono dietro a quello, il padre prima, coll'ombrello sotto il braccio, e la moglie dietro coi bambini in coda e il poppante al collo, senza neppure voltarsi a guardare quelle finestre che rimasero spalancate notte e giorno, per mesi e mesi, come se il padrone avesse voluto farne svaporare il tanfo di miseria che vi era rinchiuso.
Poi vi tornarono dei mobili eleganti, e delle stoffe ricche appese alle finestre.
Non vi si udirono più né strilli né schiamazzi; ma un silenzio beato dappertutto; i lumi sembrava s'accendessero da sé, fin nella camera azzurra che aveva una luce velata d'alcova.
Non vi si vedeva nessuno; soltanto a notte alta, una testa che faceva capolino timidamente, e guardava nella via, socchiudendo adagio adagio le persiane; e la luce che passava fra le stecche ne indorava i capelli biondi, e si stampava sul muro della casa dirimpetto in strisce lucenti, come un faro.
Dopo alcuni minuti un passo frettoloso e guardingo si udiva nella via, l'ombra della testa bionda appariva rapidamente dietro le persiane, e la finestra si chiudeva.
Una sera, nell'alto silenzio, squillò all'improvviso una scampanellata minacciosa.
Si videro delle ombre correre dietro le tende all'impazzata, e le stanze illuminarsi rapidamente una dopo l'altra.
Indi un silenzio d'attesa profondo, nel quale risonarono ad un tratto delle strida di terrore e degli urli di collera.
I vicini corsero alle finestre, col lume in mano.
Ma il quartiere era tornato silenzioso, soffocando i dolori o le collere che racchiudeva fra le sue tappezzerie sontuose.
Le finestre rimasero chiuse per un gran pezzo, e allorché si riaprirono, entrarono nelle stanze i muratori che demolivano la casa, per far luogo alla strada nuova, la quale passava di là.
Giorno e notte, dal muro sventrato, si vedevano le stanze nude e abbandonate, colle pitture del soffitto che pendevano, le gole dei camini squarciate e nere.
La carta gialla ricompariva sotto la tappezzeria lacera, il segno del letto e le macchie scure, i chiodi sul camino a cui era appeso il grande specchio dorato, il campanello ciondoloni sull'uscio della scala spalancato.
Il vento vi faceva turbinare la polvere, la pioggia le inondava, il sole vi rideva ancora sulle pitture, gialle, verdi, azzurre; la luna e la luce dei lampioni vi entravano ogni notte, si posavano sulla macchia unta del letto, sui fiorami dorati del salottino misterioso, scendendo sempre, di mano in mano che il piccone dei muratori si mangiava le rovine.
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I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE (1891)
I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE
D'Arce, cullato dal rullìo del bastimento, aveva posato il bicchierino sulla tavola, affissando l'orizzonte mobile attraverso il cristallo del finestrino, quasi vedesse ancora ciò che stava narrando.
No, neanche la punta di un dito.
Adesso è storia vecchia...
e anche triste!...
Non ci siamo neppur detto di amarci...
quello che si chiama amare...
Mi piaceva assai, ecco.
Andavo da per tutto dove sapevo d'incontrarla, alla Villa, al Sannazzaro, al concerto serale dello Châlet.
Mi sentivo battere il cuore e inciampavo nelle seggiole appena scorgevo da lontano i nastri rossi del suo cappellino.
Mi rassegnavo al cipiglio e all'accoglienza glaciale del Comandante, solo per vedere i begli occhi grigi di lei che mi cercavano nella folla.
Essa mi salutava con un sorriso appena accennato: sapete, quel sorriso che vedete soltanto voi, quella fiamma lieve e rapida che illumina a un tratto un bel viso delicato, e vi dice: - Grazie!...
- Ma amore, no.
Perché c'era di mezzo Alvise Casalengo, mio camerata, mio compagno d'armi e di scuola.
- Adesso è andato a finire nella Navigazione Generale, requiescat anche lui! - Ma allora era il mio Pilade, troppo Pilade, ahimé, perché potessi fingere d'ignorare quello che sapevano tutti, sebbene Alvise, com'è naturale, non me ne avesse fatta mai la confidenza.
Appunto, giusto per rappresentare la parte di uno che non vuol sapere, filavo anch'io il mio briciolo di corte alla signora Ginevra Silverio, la moglie del mio Comandante, in quei due mesi di licenza che avevo passato a Napoli: una corte modesta e superficiale, da non passare il guanto, quel tanto d'omaggio ch'era indispensabile di tributare alla moglie del mio superiore, bella, elegante, un po' civetta pure, dicevano; ma civetta con tanta naturalezza e tanta grazia che quasi non se ne accorgeva.
Essa s'era lasciata corteggiare anche da me perché non stonassi nel coro, perché tutti le facevano la corte, perch'ero intimo di Alvise, perché le piacevo, infine.
Ciò che era venuto in seguito, ciò che mi sembrava a volte vederle balenare negli occhi e sentirmi tremare nella voce...
Sapete come avviene...
gli ostacoli, i riguardi umani, la diffidenza del marito, la stessa sicurezza leale di Alvise...
Tante premure deliziose, un'attrattiva di sacrificio, un profumo soave di frutto proibito, più velenoso di quelli rubati nell'orto coniugale...
In conclusione, ditemi un po', adesso che ne parliamo coi gomiti sulla tovaglia, qual merito ne ho avuto agli occhi di quell'animale che ha piantato amici e spalline per fare il cabotaggio da Palermo a Genova? Il guaio era che il Comandante se la pigliava con l'intero genere umano, causa la pulce che Alvise gli aveva messo nell'orecchio - un pasticcio dell'ordinanza per cui c'erano state fra marito e moglie delle scene spiacevoli, convulsioni, lagrime, il dottore chiamato in fretta e furia, di notte...
Insomma quello che non sarebbe avvenuto, se il Comandante, credendo di far meglio, non avesse avuto la cattiva idea di prendere al suo servizio un cretino di nuova leva il quale non capiva nulla.
Poi ogni cosa s'era chiarita per il meglio.
Alvise, com'è naturale, era rimasto a latere del Comandante, e quella bestia dell'ordinanza, in punizione, sacco e branda, e imbarcarsi subito.
I cocci rotti avevano dovuto pagarli gli altri, gli amici di casa, il Comandante stesso, pover'uomo, diventato un orso, un Otello, una bestia feroce.
Ti rammenti, Serravalle, quando la signora Ginevra ti si svenne o quasi nelle braccia, ballando in casa Maio? Era tanto delicata, poveretta! E le piaceva tanto il ballo, che suo marito, per la tranquillità dell'alcova coniugale, si rassegnava ad essere di tutte le feste, insieme a lei.
Ma con che viso ci veniva, quell'uomo! Come faceva cascar le braccia ai poveri ufficialetti che gli arrivavano freschi freschi dalla Spezia o da Livorno, e che s'immaginavano di disarmarlo pigliandolo colle buone! Anch'io, purtroppo, ero nella lista dei sospetti.
Non so per qual motivo - perché ero più gentile e premuroso degli altri, perché gli ero simpatico, perch'ero amico d'Alvise, fors'anche...
Giudizi umani! Il fatto è che nell'animo del Comandante ero un uomo perduto.
Tante cose me l'avevano fatto capire: quel diavolo d'uomo aveva un modo di piantarvi gli occhi in faccia per dirvi buongiorno, che v'imbarazzava realmente.
E le ingiustizie del superiore, le punizioni e gli arresti che piovevano come gragnuola, l'ordine d'imbarco comunicatomi per telegrafo, quando si sapeva che la squadra sarebbe rimasta a Genova un'altra settimana! Anche lei, povera donna, sembrava consegnata, colla sentinella alla porta, un genovese cane il quale si piantava rispettosamente per mandarmi via, se tentavo di rompere il blocco in un giorno della settimana che non fosse il martedì, il giorno di ricevimento della signora Ginevra, il giorno di tutti e di nessuno.
Allorché l'avevo pregata di accordarmi un'entrata di favore, l'avevo vista così imbarazzata, così esitante...
Ecco, se avessi voluto permettermi un'indiscrezione col mio amico Alvise, sarebbe stata quella di chiedergli in un orecchio: - Come diavolo fai?...
-
Era una povera vittima, quella disgraziata! una schiava legata alla catena corta.
Chi l'avrebbe immaginato, di voialtri, quando la vedevi arrivare, col nasino palpitante e la febbre negli occhi, e una voglia di divertirsi fino nelle scarpette che si sarebbero messe a ballare da sole? Ma una paura del marito con tutto ciò! Bastava un'occhiata di lui per farle gelare il sorriso con cui vi si abbandonava nelle braccia, anelante, facendosi vento presto presto, smarrita da un capogiro delizioso.
E le carezze timide colle quali cercava di sedurre quel cerbero, l'aria inquieta con cui si abbandonava a certe graziose imprudenze, guardandosi intorno per non esser sorpresa da lui, o gli fissava in volto i begli occhi sorridenti per cercare d'indovinare che vento tirasse, le piccole astuzie, le bugiette dietro il ventaglio, i complotti colle amiche per strappare al marito il permesso di un'ultima polca.
Giacché la poveretta sapeva quel che le sarebbero costati poi a quattr'occhi quelle audacie disperate, quei colpi di testa ai quali cedeva con tutto il sangue al viso - delle audacie innocentissime.
Noi altri uomini non sappiamo mai quanto coraggio ci vuole a fare certe cose.
Immaginate adesso un uomo che vi tira a bruciapelo l'ordine d'imbarco dopo una di quelle sere...
innocente com'ero...
e la povera signora Ginevra anch'essa!...
Nulla di nulla, vi giuro! Neanche una parola, neanche un dito...
Se ce ne fu il pericolo, dopo...
un momento solo...
la colpa fu tutta sua, di lui!...
D'Arce vuotò d'un fiato il resto del cognac, e posò il bicchierino sulla tavola, stringendosi nelle spalle come un uomo che ha navigato per tutti i mari, ne ha viste di tutte le razze e di tutti i colori, e non si meraviglia più di nulla.
Però non potevo abbandonare Napoli e l'Italia senza andare a salutare la signora Ginevra, tanto più che non avevo potuto vedere neppure il lembo del suo vestito, quand'ero andato a fare la mia visita di congedo, in gran tenuta, fra le dieci e le undici.
Lui sì, ce l'avevo trovato il signor Comandante, straordinariamente rabbonito dalla mia partenza, e mi aveva accomiatato con belle parole:
- Faccia buon viaggio, e metta il tempo a profitto.
So da buona fonte che li terranno un pezzo imbarcati, e avranno tempo di studiare e di farsi onore.
Il mare è una gran scuola e un gran corroborante per la gioventù -.
Grazie tante! Ma il buon viaggio volevo che me lo desse lei, la signora Ginevra.
Non poteva rassegnarmi a tutte quelle belle cose che mi aveva detto suo marito, senza vederla un'ultima volta, e sentire anche quel che ne pensava lei.
La mia stessa innocenza mi dava ai miei occhi una specie di salvacondotto per andare a trovarla.
Per altro m'ero proposto di essere prudente ed audace come un vero innamorato.
E contavo sul gran da fare che c'era al Comando, appunto per quella benedetta partenza.
La sera, appena sbirciai il mio superiore che svoltava l'angolo della piazza...
- due ore di guardia col naso incollato ai vetri del Caffè d'Europa, amici miei, temendo ogni momento di veder capitare Alvise, che volentieri avrei voluto sapere a casa, magari agli arresti, magari colla febbre.
- Vedevo il mio amico in ogni soprabito gallonato che incontravo, lungo la strada, rasente al muro, e il cuore mi batteva un po'...
Quando fui poi in via Partenope...
Il cerbero che custodiva la porta della signora Ginevra mi lasciò passare senza alzare gli occhi dal Pungolo, o credette forse che venissi per un affare di servizio, o si lasciò ingannare dalla somiglianza dell'uniforme...
prendendomi per quell'altro...
Sì in quel momento mi faceva un certo effetto di esser scambiato con un altro.
Pensavo ad Alvise, che andava e veniva senza tante difficoltà, e che sarebbe rimasto a Napoli!...
Entrava appunto un bel chiaro di luna dai finestroni colorati, e passava per la strada il ritornello della canzone in voga che solevano suonare allo Châlet.
Tutte le piccole seduzioni che vi formano le grandi, sapete!...
Avevo il cuore alla gola nel bussare all'uscio della signora Ginevra, forse perché ella stava al terzo piano...
o perch'ero giovanissimo allora...
Il fatto è che mi sentii penetrare lo squillo acuto e vibrante del campanello sino al cuore, come un sussulto, come una puntura, direi, ripensando ad Alvise...
Al mio superiore, no, non ci pensai, altro che per almanaccare un pretesto, pel caso che mi avesse fatto trovare un marinaio comandato di sentinella all'uscio della moglie anche a quell'ora...
Ma invece venne ad aprire Gioconda, quella bella giovane che aveva il viso come il nome, vi rammentate? Essa mi aveva visto spesso venire, nei bei giorni in cui non avevo ancora perso la stima del Comandante, e mi accolse con un graziosissimo sorriso: il medesimo sorriso della sua padrona, indulgente e grato verso le debolezze umane, il sorriso che comprendeva e perdonava, e voleva farsi perdonare ciò che doveva dirmi: - La signora era un po' sofferente, stava già per andare a letto...
Era scritto, vi dico! Mentre mi rassegnavo a tornarmene via, triste come la morte, e indugiavo a scusarmi per l'ora indebita, adducendo la partenza immediata..., l'assenza lunga, e questo e quell'altro...
- intanto le vedevo negli occhi una gran simpatia, alla buona giovane.
- In quel momento il campanello elettrico squillò di nuovo, premuroso e carezzevole, uno squillo che veniva dalle stanze interne stavolta, e diceva: Sì! sì! sì!...
- Se vuol passare un momento in sala, farò a ogni modo l'imbasciata...
-
Ho anch'io adesso i galloni di Comandante, e molti anni di più sulle spalle, ma ancora, vedete, mi sembra di sentirmi battere il cuore nel soprabito attillato di guardiamarina, rammentando quell'istante in cui vidi comparire sull'uscio del salotto lei, tutta sorriso, nella bocca, negli occhi, nel fruscìo del vestito, quel sorriso carezzevole e buono con cui accoglieva i suoi amici e che ho ancora dinanzi agli occhi, quando vado a pregare sulla sua tomba, poveretta!
D'Arce riempì di nuovo il bicchiere, sforzandosi di mostrarsi disinvolto, ripreso, suo malgrado, dalla commozione di quei ricordi.
La vedo ancora, seduta su quel canapè basso e largo come un letto.
Aveva delle calze di seta nera, delle calze terribili, amici miei, sotto quel vestito bianco, tanto che ella se ne accorse, e ritirò adagio adagio i piedini, facendosi rossa.
Proprio una bambina, vi dico! civetta, innocente nella sua civetteria come l'aveva fatta sua madre, e con una paura del marito, in quel momento, che le faceva tendere l'orecchio e troncare il discorso di tratto in tratto.
Anch'io mi sentivo assai sconvolto...
Allora scappammo a parlare tutti e due in una volta, come cavalli spaventati, battendo la campagna, con una vivacità che voleva sembrar sincera.
- Io non avevo voluto partire senza andare a salutarla.
- Essa non aveva voluto lasciarmi partire senza dirmi addio.
- Partire, lasciarsi...
- In fondo a ogni parola c'era sempre quella nota, sempre quel tono triste, in sordina, in note tenute, in tutte le note, all'infuori della tua, mio povero Alvise, che dormivi lealmente fra i due guanciali della tua felicità o piuttosto che perdevi al Circolo, in quel momento stesso, lieto del proverbio che lusingava il tuo amor proprio.
- E le nostre parole dicevan tutt'altro, dicevano tutt'al più di viaggi e paesi lontani, di orizzonti sconosciuti, o delle memorie che si portano via, e dei luoghi cari che non si vorrebbero lasciare...
- Felice lei che andrà così lontano, per tanto mare, per tanto mondo! Come vorrei volare anch'io, come vorrei venire! - Felice lei piuttosto, che rimane in questa città di cui il cuore porta via tanti ricordi...
in questo nido di cui gli occhi non si saziano di baciare ogni angolo e ogni cosa!...
- Questo dicevano i sorrisi vaghi, gli occhi umidi, erranti per quel salotto di cui tu conosci ogni gingillo, di cui ogni gingillo ha contato le tue ore felici, fortunato Alvise! - voi! - voi! - voi! - Ma non una parola d'amore, torno a dirvi.
S'indovinava, era sottinteso, in ogni sillaba, in ogni frase, discorrendo di amici e di conoscenti...
anche di Alvise - ella per provarmi ch'era lontano, tanto lontano dal suo salotto e dal suo pensiero! - io per rallegrarmi della sua assenza - per rallegrarcene intimamente tutt'e due, come eravamo lieti dell'assenza del Comandante...
il quale però avrebbe potuto ascoltare tutto ciò che si diceva, lei ed io, senza dover snudare il brando, senza che l'angelo custode della sua casa avesse avuto motivo di tapparsi le orecchie.
In quella squillò di nuovo il campanello dell'anticamera, forte, improvviso, minaccioso: una scampanellata da padrone, di quelle scampanellate che vi pigliano pei capelli, e vi fanno saltare in aria.
Ella impallidì visibilmente, e s'alzò di botto, come fuori di sé, agitando istintivamente la mano in un gesto vago.
E tutto a un tratto mi si abbandonò fra le braccia, quasi stesse per svenire, cogli occhi smarriti, il seno palpitante...
balbettando: - lui! lui! -
Proprio lui che l'aveva voluto, non è vero? Una povera donna il più delle volte si butta nel precipizio pel timore dell'abisso! Non ascoltava più, non capiva più che così facendo si accusava della colpa di cui eravamo innocenti...
Innocenti dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio! Essa era caduta come una morta sul canapè, fissando gli occhi spaventati sull'uscio, quasi aspettando di veder comparire di momento in momento il suo giudice e il suo giustiziere...
Aspettai anch'io, in piedi, abbottonandomi macchinalmente l'uniforme, come si aspetta in un duello la pistolettata dell'avversario...
cinque minuti...
dieci...
un'eternità.
Nulla, non era stato nulla.
La cameriera venne a dire poco dopo che eran venuti a cercare il padrone per un affare di servizio.
Accidenti al servizio! La povera signora mi sfuggì di mano come un'anguilla, e non volle più saperne di ripigliare il duetto, proprio quando avevo tante altre cose da dirle, quando il suo viso pallido e i suoi occhi stralunati mi davano le vertigini, mentre respingevami colle mani tremanti, balbettando: - Andatevene! andatevene!...
-
Soltanto mi dava del voi; mi dava le mani tremanti e gli occhi che si smarrivano nei miei, bramosi e spaventati...
Nient'altro, amici miei...
Una donna che ha paura, capite...
La paura me l'aveva data un momento e la paura me la ritolse.
GIURAMENTI DI MARINAIO
- Giuratemi!...
giurami! -
Chi non avrebbe giurato, al vederla così pallida sotto i nastri rossi del cappellino, al vedere i begli occhi lucenti e il sorriso triste che mi cercava come un bacio? - povera e cara Ginevra, innamorata sino ai capelli, in un fiat, da un momento all'altro, dacché le avevo confessato d'amarla, in segreto, senza speranza, da circa due mesi! - Anch'essa! anch'essa! Peccato che avessimo aspettato l'ultimo momento a dircelo! - Almeno voleva lasciarmi negli occhi, nel sangue, nell'anima, la sua immagine, il suo profumo, le ultime sue parole.
- Lì, lì, e lì! in tutto voi, fin nel vostro vestito, dovunque sarete, sempre! - Era venuta per questo alla Villa, a quell'ora.
- Non sapete quel che ci è voluto! - In ogni suo accento, nel suono della voce, nel muovere delle labbra, c'erano tali carezze che penetravano in me come una gran dolcezza, e come altrettante punture anche, di tratto in tratto, allorché pensavo ad Alvise che dicevano suo amante.
- È gelosa, sapete!...
di tutte!...
di tutte le donne che avete conosciuto...
La Seraffini, dite?...
o la Maio...
a costei le facevate la corte! Non negate.
V'ho conosciuto in casa sua.
Il guaio è che l'avrete compagna di viaggio sino a Genova! Giuratemi!...
Neanche una parola!...
almeno a lei...
almeno a quelle che conosco!...
Pensate a me, d'Arce! Pensate che vi veggo, laggiù, dovunque sarete, che vi seguo col pensiero, dal momento che metterete il piede sul battello, nella cabina, a tavola...
Colei ci verrà pure, a tavola, dovesse rendere l'anima a Dio, per farvi ammirare le sue smorfie e il suo vestito da viaggio...
-
Ella guardava tristamente il bel mare azzurro che doveva separarci per tanto tempo, fra poche ore, e aveva gli occhi gonfi di lagrime, e mi abbandonava la mano, senza curarsi della gente che poteva vederci - per altro erano delle coppie mattutine che venivano a cercare le ombre discrete della Villa, e avevano altro pel capo anche loro - senza pensare al pericolo che correva, senza pensare a quell'orco di suo marito...
senza pensare ad altri.
E mi si abbandonava tutta, con quella manina tremante di cui parevami di sentire le carezze e la febbre attraverso il guanto di Svezia; e intrecciava le sue dita alle mie, e si attaccava a me, voleva legarsi a me, per sempre - l'una dell'altro - col cuore gonfio ambedue di amore eterno, di costanza e di fedeltà - io a dispetto dei miei venticinque anni - ella col marito sulle spalle...
ed Alvise, e tutti gli spergiuri latenti in una bella donna che ride volentieri, e ama sentirsi dire che il suo sorriso fa perdere la testa al prossimo...
Allora balbettai:
- Anche voi!...
anche tu...
giurami!...
-
Ella non rispose, colle mani nelle mie, gli occhi negli occhi, e una fiamma rapida le salì al viso: - Che posso farci? che posso farci? - voleva dirmi, povera donna.
Ma a un tratto mi lesse in viso il nome di un altro, l'immagine odiosa del mio amico Alvise che tornava a mettersi fra di noi.
- Oh! - mormorò, scolorandosi rapidamente.
- Oh, d'Arce! -
Chinò il capo, passandosi le mani sul volto, e non disse altro.
Aveva una peluria bionda che moriva dolcemente sulla bianchezza immacolata della nuca.
Le dolci parole, il delirio, la frenesia che mi si gonfiarono in cuore allora per chiederle perdono! Come avrei voluto buttarmi a' suoi piedi e abbracciare i suoi ginocchi, i ginocchi che si accennavano vagamente fra le molli pieghe del vestito bigio!...
Essa continuava a scuotere il capo, con un sorriso dolce e malinconico, e riprese:
- Quanti orrori vi avranno narrato sul conto mio...
le mie buone amiche...
lui stesso, fors'anche! Non negate...
è inutile.
Voglio che sappiate tutto...
oramai, sul punto di lasciarci forse per sempre!...
Come a un fratello...
come in punto di morte...
Mi crederete, d'Arce? mi crederete?...
Sono stata un po' leggiera...
un po' civetta anche, mettiamo...
Ecco, vi dico tutto! In casa mia poi, bisogna sapere quante noie! Che scene e che musi lunghi per un misero ballonzolo, fra quattro gatti...
per andare una sera a teatro...
Non sono né vecchia né gobba infine.
Mio marito invece vorrebbe tenermi sotto chiave nella santabarbara della sua nave.
Pedante, sospettoso, uggioso! Una cosa tremenda, caro mio! Allora, capite bene...
se bisogna nascondergli le cose più innocenti...
la colpa è tutta sua...
E una povera donna...
a meno di finir tisica...
Sì, parola d'onore, tante volte ho sputato sangue.
Chi sa se mi troverete ancora quando tornerete in Italia, povero d'Arce!...
Vi ricorderete sempre di me, dite? Verrete a trovarmi al camposanto? -
Trasse pure il fazzolettino dalla tasca del petto, e se lo recò alla bocca, tossendo un po', con certe piccole scosse che facevano sollevare gli omeri delicati sotto la giacchetta attillata, e le inumidivano gli occhi di un languore sorridente, e le facevano il viso tutto color di rosa.
No, no, non volevo sentirla parlare così! L'avrei difesa da quelle malinconie, fra le mie braccia, stretta stretta.
Ella schermivasi gaiamente; minacciava pure col fazzolettino...
- Badate!...
Che matto!...
Siamo due matti!...
Avete sempre quel brutto sospetto? No, sentite, voglio dirvi tutto.
È meglio che sappiate tutto da me stessa...
pel caso che egli vi abbia fatto le sue confidenze...
quell'altro...
giacché siete suo amico...
Sì, lo so...
voialtri uomini siete discreti...
Lasciamola lì! È vero che mi ha fatto un po' di corte...
come tanti altri...
più degli altri anche...
E me la son lasciata fare.
Mio marito...
me lo ha messo fra i piedi lui stesso, il vostro amico, col pretesto di farne il suo ufficiale d'ordinanza...
E gli ha attaccato il suo male pure...
le sue esigenze e le sue gelosie.
Dite la verità, vi avrà fatto delle scene anche a voi, Alvise? Un bel divertimento, quei musi lunghi! E senza averne il diritto, vi giuro! Mi credete, d'Arce! mi credete? Vedete adesso come sono venuta a voi!...
Lo sapete...
da due mesi...
i miei occhi che vi dicevano...
- Poi, a voce più bassa, accostando il viso al mio, figgendomi gli occhi nell'anima, con un sospiro: - Tua! Soltanto tua!...
Mi credi? -
Li avessi visti ai suoi piedi, in quel momento, il marito, e quell'altro, mi avessero detto che anche loro...
Avrei giurato che mentivano.
Mi turbava però il rimorso delle infedeltà che le avevo fatto...
prima di conoscerla...
e anche dopo...
Sì, delle vertigini...
qualche momento di oblio...
Ero arrivato a farle di queste confessioni, in quel punto, nel caldo della passione...
Volevo dirle tutto, per ispirarle la mia fede, perché non avesse a dubitare anch'essa, mentre saremmo stati tanto lontani!...
- Ah, sentite, è una cosa terribile! Volersi tanto bene...
proprio all'ultimo momento...
volersi così!...
E neanche la punta di un dito!...
Non mi guardate a quel modo, per l'amor di Dio!...
Proprio un amore senza macchia e senza paura, questo nostro!...
Ah! quel sorriso che mi fiorirà sempre in cuore! Quella fossetta che fate sulla guancia, ridendo!...
Un amore siffatto non deve aver paura di nulla...
e di nessuno...
del tempo che passa...
- Che ora sarà adesso? - chiese a un tratto lei.
Erano circa le due.
Essa s'alzò in piedi sgomenta.
- Dio mio! così tardi! Ah, povera me! - Poi mi stese la mano e volle pure cavarsi un po' il guanto, buona e cara Ginevra, perché le baciassi il polso sulla nuda carne, lì, dove la piccola vena azzurra avrebbe voluto portarmi su su pel braccio, e le labbra volevano struggersi.
- Addio! addio! - Per ricordo strappò una foglia dal cespuglio, dandomene la metà; l'altra se la nascose dentro il guanto, proprio dove si era posata la mia bocca.
E nel viso affilato, negli occhi, nella voce, la poveretta aveva il medesimo struggimento che sentiva, pareva che non potesse staccarsi da me.
Dovette fare uno sforzo - come uno strappo, nell'ultima stretta di mano - e se ne andò frettolosa, pensando ch'era tardi.
Ho ancora nelle orecchie il fruscìo della sua sottana di raso.
Povera Ginevra, come doveva avere il cuore gonfio anche lei! E le sarebbe toccato dissimulare poi col marito e con tutti gli altri! Almeno io...
Io mi posi a sedere dove essa era stata, andai a rintracciare il ramoscello dal quale aveva strappato la fogliolina.
Feci insomma tutto ciò che fanno gl'innamorati in casi simili.
Infine dovetti accorgermi che si faceva tardi e che avevo ancora la valigia da terminare.
La prima persona che vidi sul battello, al momento d'imbarcarmi, fu Alvise, il buon Alvise che era venuto a salutarmi, e mi stendeva la mano, a mia confusione.
Gliela strinsi con un po' di rossore al viso, ma grato e commosso, quasi mi avesse recato qualcosa della donna che amavamo entrambi.
Non c'era nulla di male, se l'amava anch'esso, giacché lei non poteva soffrirlo, e mi preferiva a lui, e si lasciava rubare a lui.
Per nascondere il mio imbarazzo gli domandai se ci fossero già dei passeggeri a bordo.
- No, non molti - rispose lui.
- La signora Maio, una simpatica compagna di viaggio -.
La signora Maio risaliva sul ponte in quel momento; c'incontrammo insieme alla scaletta.
- Oh, d'Arce! - Colei è un vero demonio, poiché al vedermi quella faccia i suoi occhi si misero a ridere da soli sotto il velo blu; e non la finiva più colle domande: - Dove andavo - se mi era toccata una buona destinazione - se sarei stato un pezzo laggiù - se mi rincresceva di lasciare l'Italia - il bel cielo di Napoli - gli amici...
- Ah, Ginevra! Buona Ginevra! Che pensiero gentile!...
che piacere mi hai fatto!...
-
Era proprio lei, la buona Ginevra, che inaspettatamente veniva a dare il buon viaggio alla cara amica che odiava, come Alvise era venuto per me.
- Per voi! per vedervi ancora un'ultima volta! - dicevano i suoi occhi nel rapido sguardo che mi rivolse.
E bastò per farmi rizzare le orecchie sul vero motivo che aveva condotto Alvise a bordo, e farmi allungare tanto di muso.
Però essa era meno imbarazzata di me, che dovevo esser pallido in modo ridicolo.
Filava imperturbabile il cinguettìo delle donne che non vogliono dir nulla, con la sua amica, con Alvise - a me rivolse appena qualche parola.
- Ah, va via anche lei? Partono tutti! Cosa hanno al Ministero che vi mandano tutti via? - Poi fu colta d'ammirazione pel berrettino da viaggio della signora Maio, un cosino di stoffa eguale al vestito, ch'era un amore, posato bravamente sui bei capelli castani, avvolti nella garza che dava una straordinaria finezza al bel visetto ardito e al mento spiritoso.
Si mise ad accomodare le pieghe con un buffetto che sembrava una carezza, dietro le spalle della sua amica, e intanto mi lanciò pure un'occhiata tremenda.
- L'amica prestavasi discretamente alla manovra, col tatto di una donna che sa vivere e lasciar vivere, tutta per lei, affabilissima anche con Alvise, dimenticando quasi che io fossi lì, come un intruso in quel terzetto spensierato che lasciava suonare la campana della partenza senza badarci.
Infine la ragazza che andava in giro col piattello a raccogliere i soldi pei virtuosi che ci avevano strimpellato l'augurio di buon viaggio, il cameriere che spingeva verso la scaletta i venditori di cannocchiali e di pettini di tartaruga, fecero capire ch'era il momento di separarci.
Le due amiche si buttarono le braccia al collo.
Alvise s'ebbe pure la sua stretta di mano all'inglese dalla signora Maio, la quale trovò un mondo di saluti da lasciargli, per lui, pei suoi amici, per tutto il genere umano, occupandolo, impadronendosene, pigliandoselo tutto per sé, tenendolo sempre per mano, mentre Ginevra stringeva la mia forte forte - fu l'unico segno - e le labbra che tremavano, il sorriso che spasimava, e l'occhiata lunga...
Poi la rivolse sull'amica, scintillante, e quasi minacciosa.
- Buona Ginevra! - osservò la Maio, rispondendo al saluto che essa continuava a mandare dalla barchetta, mentre si allontanava in compagnia di Alvise.
- E pensare che le toccherà pigliarsi delle osservazioni da quell'orso del Comandante, se egli arriva a sapere...
-
La gentile signora volle ancora restar lì, appoggiata al parapetto, perché la nostra amica potesse continuare a salutarci, rispondendo al saluto col fazzoletto anche lei, di tanto in tanto, sbadatamente e guardando altrove.
Poi mi lasciò solo, e scese nella cabina, allorché il fazzolettino della barchetta poté seguitare a sventolare da lontano senza compromettersi.
Caro fazzolettino che tremava nella brezza, e palpitava verso di me, e moriva nella caligine della sera, sul fondo già scuro del bel lido che cominciava a formicolare di lumi, a destra verso Portici, a sinistra per la Riviera.
Quante volte avevo colà cercato i nastri rossi del tuo cappellino, amor mio, e i tuoi occhi bramosi mi avevano detto: - Sì, sì, lo so!...
Io pure!...
- Tu pure pensi a me in questo momento, e cerchi il lume del mio bastimento fra gli altri lumi che si allontanano dal porto, mentre Alvise ti dà la mano per aiutarti a scendere a terra, seccatore! Egli può ancora udire lo scricchiolìo delle tue scarpette che si affrettano verso una carrozzella, e vedere il tuo piedino che si posa sul montatoio.
Qual via farai per andare a casa? San Ferdinando...
Chiaia...
Le vetrine scintillanti del Caffè d'Europa, dinanzi a cui tu passi come una visione...
Gli oziosi che stanno a vederti dal marciapiedi! Quante volte ti ho aspettata anch'io, lì...
Lo sai che ti vedo...
e ti accompagno cogli occhi, io pure...
passo passo, come tu promettesti di pensare a me?...
Come ero felice di sentirti parlare, di sentirti dire che volevi seguirmi col pensiero, col cuore, ogni momento, dacché avrei messo il piede sul ponte, nella cabina, a tavola!...
Povera e cara Ginevra! ti seccava che ci dovesse venire quell'altra, a tavola! Ti seccava, come mi secca che Alvise ti abbia accompagnata...
Eri gelosa...
E senza motivo, credi! Colei ha capito subito che son ben preso, sino ai capelli, tutto tuo!...
Non è mica una sciocca la signora Maio!...
E a tavola non vorrà perdere il tempo a farmi ammirare le sue smorfie, come le chiami, cattiva! Non vorrà che io rida di lei sotto i baffi...
Ed io non voglio ch'essa rida di me, se non mi vede a pranzo, se le lascio immaginare che io stia qui a pascermi di lai...
com'ella suol dire quando il suo musetto sardonico vi mette tutti i diavoli in corpo.
La signora Maio però non era scesa a tavola.
Il posto di lei rimaneva vuoto, a destra del capitano.
Ma l'udivo muoversi nella cabina, dietro le mie spalle, con un fruscìo d'abiti che mi turbava, a volte sommesso, quasi timido e pudibondo, a volte alto e brusco, come agitato da un'improvvisa fantasia.
Che diavolo faceva la bella signora? Si sentiva male? Stava per coricarsi? Non la finiva più di sgusciare delle sottane e di sfibbiare dei ganci?...
Il vestito, no...
Quello non era il frù-frù vivo della seta...
Era piuttosto il fruscìo molle della biancheria più intima.
Pareva di sentirne il profumo all'ireos.
Il fatto è che mi guastava il pranzo, mi dava delle distrazioni, una tensione d'udito in cui sembravami di vedere ogni parte del suo vestiario, a misura che le passava per le mani, di vederla nelle bottiglie e negli specchi dirimpetto, colle braccia nude, pettinandosi per la notte.
- Buona notte che avrei passato con quella cabina attaccata alla mia! - Povera Ginevra, le parlava il cuore! - Talché non volli aspettare neppure il caffè, e andai sul ponte a fumare un sigaro...
e pensare a lei...
- Bravo, d'Arce! Venite a farmi compagnia, - udii una voce che mi chiamava da poppa.
Proprio la Maio, che desinava tranquillamente, al lume della bussola, col piatto sulle ginocchia.
- Come...
voi qui! - mi scappò detto.
- Grazie! Credevo che aveste già notata la mia presenza a bordo, ingrato! - rispose sorridendo e mordendo una fetta di pera.
- Mi era parso di sentire...
Chi c'è dunque nella vostra cabina?
- La cameriera, credo.
Starà mettendo in ordine la mia roba.
Pensate che devo starci qu