UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 10
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Il tavolo nuovo di Miceni aveva già assunto l'aspetto del vecchio: calamaio, penna, matita disposte nel medesimo ordine, il grande librone su cui lavorava perpendicolare alla linea marginale del tavolo.
Conteggiava su minuti foglietti di carta che riempiva di cifre microscopiche.
Alfonso non sapeva gioire del suo avanzamento.
Era realmente avanzato, perché se anche tutti si divertivano a rammentargli ch'era ben lungi dall'avere il posto di Miceni, aveva abbandonato l'offerta, la copiatura, il lavoro imbecille del servo che maneggia la penna invece della scopa.
Ma quando alla sera gli venivano restituite metà delle sue lettere con annotazioni di Sanneo, disperava e avrebbe preso volentieri il primo treno per ritornare a casa sua e lasciar quelle lettere da rifare al signor Maller stesso.
È ben vero però che se poco dopo Sanneo apponendo il suo segno ad una lettera, faceva col capo un cenno d'approvazione, Alfonso, per quanto grande fosse stata la sua stanchezza, riprendeva di gran lena il suo lavoro.
Stanchezza? Somigliava meglio a nausea.
Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità di poco o nulla mutava.
In un'intiera giornata egli aveva da costruire uno o due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli volte la medesima frase.
Verso sera la mano, l'unica parte del suo corpo veramente stanca, si fermava, l'attenzione non stimolata si distraeva e qualche volta doveva gettare la penna e lasciare il lavoro, per una nausea da persona che ha preso di troppo di un solo cibo.
Non era mai a giorno con i suoi lavori e al suo malessere si aggiungeva l'inquietudine.
White gli aveva detto che tutte le lettere di pura scritturazione potevano venir trattenute parecchi giorni, anche settimane, senza risposta, e questa facoltà gli aveva alleggerito di molto il lavoro delle prime giornate: ben presto però, aumentando i sospesi, il lavoro ne venne complicato, perché molte lettere appena arrivate trovavano altre dello stesso cliente che attendevano la risposta e Alfonso con la poca attenzione che sapeva dare al suo lavoro e per una memoria renitente ai nomi, non sapeva che ci fossero.
Alla sera gli venivano restituite da Sanneo delle lettere con l'annotazione: "E la lettera arrivata precedentemente? N.B.
Signor Nitti".
Il povero peccatore se ne andava da Sanneo a udire una grande predica sul disordine, la quale non lo migliorava perché non era la buona volontà che gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico.
Quando ancora lo spingeva il primo zelo per il nuovo lavoro, la noia era minore.
L'attenzione che doveva avere continua, per finire il maggior numero di lettere nel minor tempo possibile, l'intensità stessa del lavoro lo distraeva, lo stancava come se fosse stato lavoro meno meccanico.
Ma questo primo zelo non rinasceva che per circostanze indipendenti dalla sua volontà, e il suo lavoro procedeva tanto lento che una buona parte della giornata la passava tra la lettura delle lettere arrivate per cercarvi quelle che poteva mettere da parte e la disamina delle carte che nei giorni precedenti aveva lasciato sul tavolo.
Sanneo si diceva sorpreso che a un giovane che dimostrava desiderio di lavorare non riuscisse di fare di più; piombava in stanza di Alfonso credendo di sorprenderlo alla lettura di qualche giornale o uscito a chiacchierare con altri impiegati e lo trovava sempre al suo posto con la penna in mano e gli occhi fissi sulla carta.
Per indulgenza gli diminuì anche il lavoro, ma le quindici o venti letterine che gli dava da fare, alla sera non erano mai fatte tutte e bastavano a mantenere il deposito di sospesi.
Alfonso si figurava che il malessere generale che provava dipendesse dal bisogno che aveva il suo organismo di stancarsi, di esaurirsi.
Si era anche fatto di quest'organismo una concezione plastica che riformava ad ogni novella sensazione.
Alla sera, dopo una giornata passata in mezzo alle cifre o correndo per la banca oppure con la penna sulla carta e il pensiero altrove, immaginava che nel suo corpo si movesse una materia abbondante attraverso a vasi molli incapaci di resistere o di regolare.
Se poteva, faceva allora delle grandi passeggiate e il malessere scompariva.
I polmoni gli si allargavano, sentiva le giunture più flessibili, il corpo gli obbediva più pronto ed egli si figurava che quella materia fosse stata assorbita o regolata e che aiutasse invece d'impedire.
Se si metteva a studiare, deposto il libro, si sentiva la mente stanca, una strana sensazione alla fronte come se il volume di dentro avesse voluto ingrossare, allargare il contenente.
Si sentiva calmo precisamente come se si fosse stancato correndo; vedeva lucidamente e i sogni o erano voluti o mancavano.
Ben presto anche il tempo dedicato alle passeggiate venne assorbito dallo studio; occorreva meno tempo per calmarsi con lo studio che con le corse.
Una sola ora passata su qualche difficile opera critica lo quietava per un'intiera giornata.
Inoltre, in poco tempo, gli era venuta l'ambizione e lo studio era divenuto il mezzo a soddisfarla.
Le cieche obbedienze a Sanneo, le sgridate che giornalmente gli toccava sopportare, lo avvilivano; lo studio era una reazione a quest'avvilimento.
Dinanzi ad un libro pensato faceva sogni da megalomane, e non per la natura del suo cervello, ma in seguito alle circostanze; si trovava ad un estremo, si sognava nell'altro.
Ogni istante di tempo fuori di ufficio od anche all'ufficio ove in un ripostiglio teneva alcuni libri, lo dedicava alla lettura.
Erano in generale letture serie di critica o di filosofia, perché di poesia e di arte stancavano meno.
Scriveva, ma poco; il suo stile, poco solido ancora, la parola impropria che diceva di più o di meno e che non colpiva mai il centro, non lo soddisfaceva.
Credeva che lo studio lo avrebbe migliorato.
Non aveva fretta, e quel poco che faceva era a compimento di un orario che s'era prefisso per il suo lavoro volontario.
Dopo di essersi stancato alla banca e alla biblioteca, gettava in carta qualche concettino, qualche espansione romantica con se stesso e che nessun altro riceveva.
Di notevole in queste espansioni vi era che il giovinetto sembrava soffrisse di certo male mondiale; alle sue reali sofferenze, alla nostalgia da cui ancora era travagliato, in queste espansioni non era dato luogo.
Teneva questi scritti in conto di annotazioni rudimentali di cui voleva servirsi in un lontano avvenire per opere maggiori, drammi, romanzi e peggio.
Non aveva ancora letto interamente un classico italiano e conosceva storie letterarie e studii critici a bizzeffe; più tardi si gettò alla lettura di opere di filosofia tedesca tradotte in francese.
Scoperse la biblioteca civica e quei secoli di cultura messi a sua disposizione, gli permisero di risparmiare il suo magro borsellino.
Con le sue ore fisse, la biblioteca lo legava, apportava nei suoi studii la regolarità ch'egli desiderava.
La frequentava assiduamente anche perché la sua stanza in casa Lanucci era poco adatta a studiarci.
Piccola, a mezzo occupata dal letto, di rado visitata dal sole, era disaggradevole e non era facile pensare su un tavolinetto rotondo di cui le quattro gambe non toccavano mai contemporaneamente il pavimento.
Quando gli era riuscito di vivere la giornata secondo programma, andava alla banca il giorno appresso ancora spossato e lavorava peggio del solito.
I sospesi divenivano maggiori e alla sera si trovava dinanzi un fascio enorme di carte giunte da tutte le città d'Italia; a lui sembrava che tutto il mondo congiurasse contro di lui e gl'imponesse quel lavoro.
In biblioteca fece poche conoscenze.
Entrava nella lunga sala di lettura tutta occupata da tavoli disposti parallelamente, occupava un posto qualunque e per qualche tempo con la testa fra le mani era tanto assorto nella lettura da non vedere neppure chi accanto a lui sedesse.
Dopo un'ora al più, la lettura affaticante gli ripugnava, per qualche tempo ancora vi si costringeva e cessava quando la mente più non afferrava la parola che l'occhio vedeva; usciva non appena deposto il libro e dopo quell'ora passata con gl'idealisti tedeschi, gli sembrava sulla via che le cose lo salutassero.
56
VII
Alfonso era venuto in città apportandovi un grande disprezzo per i suoi abitatori; per lui essere cittadino equivaleva ad essere fisicamente debole e moralmente rilasciato, e disprezzava quelle ch'egli riteneva fossero le loro abitudini sessuali, l'amore alla donna in genere e la facilità dell'amore.
Credeva di non poter somigliare loro e si sentiva ed era per allora molto differente.
Non aveva conosciuto la sensualità che nell'esaltazione del sentimento.
La donna era per lui la dolce compagna dell'uomo nata piuttosto per essere adorata che abbracciata, e nella solitudine del suo villaggio, ove il suo organismo era giunto a maturità, ebbe l'intenzione di serbarsi puro per porre ai piedi di una dea tutto se stesso.
In città quest'ideale perdette ben presto qualunque influenza sulla sua vita per non vivere che nel suo proposito, un proposito vago che non aveva forza che quando non c'era bisogno di lotta.
Ma come teoria ci teneva anche dopo di essersi accorto che appariva ridicola agli occhi di coloro cui la esplicava.
Non sapeva come supplirvi; abbandonandola avrebbe creato un vuoto nella sua vita.
Non la enunciò più, così che Miceni a torto si vantava di aver operato una conversione.
A ventidue anni i suoi sensi avevano la delicatezza e la debolezza dell'adolescenza.
Aveva dei desideri ch'egli sapeva reprimere soltanto con grandi sofferenze.
A provocare questi desideri, dura irrisione al suo sogno, bastava una gonnella o anche il pensarci, ed erano forti abbastanza per toglierlo improvvisamente alla lettura quando vi si era messo e farlo correre per le vie, spinto da un'agitazione vaga, indefinita, s'egli non ne avesse conosciuta l'origine.
In tale stato non poteva dedicarsi che ad una sola occupazione, quella di seguire per lunghi tratti di via qualche gentile figura di donna ammirandola timido e vergognoso.
Tardi gli venne il pensiero di spingere oltre le cose.
Fino ad allora aveva atteso che il suo ideale venisse a lui.
Una sera, correndo, si trovò dietro ad una donna che passando lo aveva guardato.
Vestita di nero, teneva molto alta la sottana e lasciava vedere un piedino calzato in eleganti scarpette lucide, una calza nera, l'attaccatura del piede gentilissima per un corpo agile ma non misero.
Alfonso vide ancora il collo, dalla pelle bianchissima; nulla della faccia.
Risolutamente la seguì, la sorpassò, poi l'attese come un cagnolino.
La signora a lui pareva ridesse guardandolo alla sfuggita e, incoraggiato, egli si propose di avvicinarla.
Era la prima volta ch'egli si trovasse in tale imbarazzo.
Ebbe delle esitazioni che lo costrinsero poi ad accelerare il passo.
Ella attraversò il Corso e imboccò via Cavana; doveva passare dinanzi alla biblioteca.
- Alla peggio andrò in biblioteca, - pensò Alfonso per dare alla sua passeggiata una meta sicura.
La precedette e si fermò alla porta della biblioteca.
Ella passò mentre la luce di un fanale faceva risaltare la bianchezza del collo e brillare la lacca della scarpetta, ma non lo guardò, ciò che ad Alfonso levò per qualche tempo la voglia di seguirla.
Lentamente ella salì l'erta della via dei SS.
Martiri lungo il Tribunale mentre appoggiato ad un paracarro egli si contentava di seguirla con l'occhio.
Poi, quando ella aveva quasi terminata l'erta, egli si avanzò sino al Tribunale.
Vide la figurina prospettarsi sul cielo, le curve precise come se le avesse viste più da vicino.
Ancora un istante di esitazione e l'avrebbe perduta di vista; non v'era tempo a riflettere e il suo desiderio parlò chiaro ed imperioso spingendolo ad una corsa sfrenata in modo che la raggiunse prima ch'ella si trovasse sul piano.
Era agitato, ma tanto stanco ch'era là là per lasciare la risoluzione presa da poco.
In mente la stessa idea che lo aveva fatto correre dal Tribunale in su, le si avvicinò: - Signora...
- le disse e levò il cappello, ma la respirazione divenuta più affannosa dacché s'era fermato, gl'impedì di continuare.
Un occhio azzurro lo guardò con freddezza glaciale e trovandosi poco preparato per parlare avendo pensato solo a correre, semplicemente si fece in parte per lasciarla passare, e pigliò fiato, lieto come se avesse temuto di venirne impedito.
I desideri che lo coglievano con tanta rapidità altrettanto rapidamente lo abbandonavano; per dimenticarli gli bastava di venir scosso da un timore o da una fatica.
Per certo tempo ogni sera correva dietro a qualche donna, ma soltanto a quelle ben vestite, perché l'oggetto dei suoi sogni era tutt'altro che pezzente e ad ogni corsa poteva illudersi di trovarlo.
Questi conati all'amore avevano sempre il medesimo risultato.
La sua timidezza vinceva i propositi fatti con la maggior risolutezza e bastava un gesto di ripulsa dell'aggredita od anche meno, lo sguardo indiscreto di qualche passante, per farlo desistere.
Dovette però fare l'esperienza che non era soltanto la sua timidezza che gl'impediva l'amore, ma i suoi dubbi, le sue esitazioni, e persino quel suo ideale portato dal villaggio e cacciato in un canto ma non scomparso.
Esso capitava fuori tutt'ad un tratto quando Alfonso lo aveva del tutto dimenticato e gli faceva disprezzare col suo splendore quella miserabile realtà che gli era concessa.
Ebbe qualche avventura d'amore, ma non appena iniziata la soffocava con abbandoni bruschi per un risveglio della sua coscienza morale od anche semplicemente per non aver da sacrificare all'amore le ore di studio.
Rammentò per parecchi anni con rimpianto Maria, una giovinetta dai capelli esattamente biondi, il colore puro dell'oro, una figurina diritta che non pareva accorgersi del peso del tanto metallo che portava in testa.
L'affrontò una sera e audacissimo come sono tutti i timidi quando si costringono al coraggio, le fece subito una dichiarazione d'amore.
Maria ch'era, a quanto essa gli disse, dama di compagnia presso una vecchia signora, doveva trovarsi in uno stato d'animo simile al suo, perché, con sua grande sorpresa, ella accolse la sua dichiarazione ch'era sincera e parolaia, uno sfogo di sentimento accumulato, con serietà e con qualche commozione.
Doveva partire pochi giorni appresso, ma prima, in seguito alle sue preghiere insistenti, gli accordò un abboccamento a cui egli non andò.
Le ore di studio serali erano divenute nel frattempo la cosa più importante della sua giornata.
L'abboccamento era stato fissato per quelle ore e all'ultimo momento egli aveva deciso di non andarci.
Ebbe poi un cocente rimorso della sua azione, ma non poté ripararvi perché non la rivide mai più.
Non perciò rinunciò a quelle sue corse dietro alle gonnelle.
Così correndo sognava meglio.
Si vergognava di tale abitudine e sofferse molto un giorno che la vide indovinata da Gustavo.
Fino ad allora era stato lui il maestro di costui.
Volendo essere utile alla famiglia Lanucci, egli aveva cercato di ricondurre il giovinetto sulla buona via.
L'altro stava ad ascoltare seriamente gl'insegnamenti di Alfonso ma vi opponeva le sue massime semplici e sicure: - Il lavoro in genere era duro e mai retribuito abbastanza; preferiva perciò di vivere povero e libero che di poco più ricco e schiavo.
Tutt'ad un tratto Alfonso si trovò ad essere divenuto scolaro e l'altro maestro:
- Che gusto ci trovi? - chiese Gustavo molto sorpreso facendogli interrompere una corsa dietro ad una donna.
Era volgo lui, ma parlava con calma delle cose che profondamente commovevano e turbavano Alfonso, e questi lo invidiò.
Egli più adulto e più intelligente, sotto questo rapporto importantissimo gli era inferiore.
La sua forza disordinata era malattia e debolezza, mentre nella faccia anemica e magra di Gustavo brillava la salute, la pace.
Eppure non si sentiva infelice! Trovava la sua felicità da una parte nello studio accanito stesso, dall'altra nella sua ambizione cresciuta gigante, la fame di gloria.
Sentiva di essere superiore agli altri e se ancora non sapeva come si sarebbe guadagnata questa gloria, lo afforzava nelle sue speranze il suo amore allo studio ch'era divenuto passione.
Completava le ore di studio alla biblioteca con altrettante in casa e non gli bastava ancora.
Lo studio invadeva le ore di ufficio, del pranzo e della cena e andava rubandogli ogni giorno parecchie ore di sonno.
In un'epoca di maggiore attività propose a Lucia di darle delle lezioni di lingua italiana.
Non doveva essere disaggradevole d'imparare insegnando.
La proposta fece andare in visibilio i vecchi Lanucci e il padre volle che anche Gustavo partecipasse a quelle lezioni.
Persino costui s'infiammò.
Volle dimostrare una grande diligenza.
Si fece dettare da Alfonso le definizioni delle parti del discorso e intendeva di studiarle a mente perché per mancanza di preparazione e non d'intelligenza non giungeva a comprenderle.
Poi non si fece più vedere e soltanto le due prime volte si rammentò di scusarsi, quelle però con tutta buona grazia e sempre asserendo che la prima lezione lo aveva grandemente divertito.
La signora Lanucci formalmente consegnò Lucia ad Alfonso.
Le prime lezioni vennero date in tinello, le altre in stanza di Alfonso, perché in tinello a certe ore non vi era quiete bastante.
Alfonso prese il suo compito sul serio e l'entusiasmo della signora Lanucci finì col far credere anche a lui di usare un benefizio a Lucia dandole i suoi insegnamenti.
Avevano principiato col Puoti, ma ben presto mutarono programma, ambedue mortalmente annoiati.
Lucia non aveva capito niente e Alfonso lo sapeva.
Da parecchio tempo Alfonso usava di leggere i sinonimi del Tommaseo.
Risolse di far studiare a Lucia quelli in luogo della grammatica.
- Almeno non si ha da fare con un sistema - le disse.
- Per quanto lo si sia, non ci si accorge mai di essere troppo indietro perché non c'è addentellato, ogni pagina e ogni articolo essendo parti che stanno da sé.
Si studiano queste parti e un bel giorno si scopre con sorpresa di aver edificato un edifizio, conquistata la lingua italiana.
Quello che maggiormente amava in queste lezioni si era di tener discorsi d'introduzione.
Poi non solo l'ignoranza di Lucia, ma i dettagli dell'insegnamento lo annoiavano e lo stancavano.
Lucia per le due prime lezioni si fece credere capace e intelligente perché comprese le non poche sottili differenze fra abbandonare e lasciare.
Portò seco il librone e imparò a mente quell'articolo.
Alla terza lezione, vedendo che la fanciulla lo aveva seguito con tanta facilità sino a quel punto, Alfonso dichiarò che si poteva procedere più rapidamente; una quarta parte circa dell'opera gli era nota e desiderava di giungere presto ove ci sarebbe stato da imparare anche per lui.
Ella non desiderava di meglio volendo giungere rapidamente lontano.
Lo amava o almeno credeva di esserne amata, ciò che sommamente la commoveva.
Dal canto suo, Alfonso in quell'epoca si trovava molto bene con Lucia; non aveva trovato nessuno che supplisse a Maria e Lucia gli serviva di surrogato.
A costei non raccontava dei suoi affanni, ma semplicemente le insegnava, e i dogmi e le teorie ch'egli cacciava fra sinonimo e sinonimo, bastavano a levarlo dal suo avvilimento.
Il visino di Lucia non intelligente ma attento in modo che sembrava lo fosse più in atto di omaggio che per interessamento alla cosa, gli faceva dimenticare gli occhi inquieti e la parola brusca di Sanneo.
Talvolta l'ignoranza di Lucia lo inquietava e diveniva violento quando doveva accorgersi che le sue spiegazioni non venivano capite e le precedenti dimenticate.
Anche sottili distinzioni penetravano qua e là in quel cervello, ma non era abitazione per esse e ne uscivano dopo brevissimo soggiorno.
Se una seconda volta si presentava la medesima idea, bisognava fare un'altra volta la presentazione in tutte le regole, e non bastava, perché alla seconda volta l'ira che trapelava da tutti i pori del maestro toglieva alla scolara la calma necessaria per pensare.
Quando egli le chiedeva di ripetere le sue spiegazioni, ella alzava il nasino; sorridente ma molto pallida diceva il contrario di quanto aveva detto Alfonso o connetteva in fretta delle frasi che le erano rimaste nell'orecchio, senza molto preoccuparsi del loro significato.
Per non perdere la pazienza, Alfonso andava ripetendosi delle massime di bontà e si proponeva di non offendere l'essere meno intelligente.
- Meno intelligente merita compassione - gridava Alfonso una settimana dopo - ma poco diligente, no!
Infatti la ragazza non studiava più.
Con uno sforzo immenso, il suo cervello aveva camminato fino a certo punto e si fermava perché stanco, quasi saturo.
Quando erano principiate le lezioni, la madre, abituata ai sistemi della scuola, per far trovare alla figliuola il tempo necessario alla nuova occupazione, le aveva fatto un orario nel quale un'ora al giorno era stata destinata alla preparazione.
Regolarmente la ragazza passava quest'ora, anziché in stanza sua allo studio, assieme agli altri in tavola a udire i racconti del padre.
Vi rimaneva inquieta, seccata dalla madre che la richiamava allo zelo, seccata dal proprio desiderio di figurare con Alfonso, in fine veramente tormentata dal timore di venire sgridata da lui, ma vi rimaneva! Vi rimaneva vinta dall'inerzia, rassegnata anche di subire le osservazioni taglienti di Alfonso alle quali avrebbe preferito delle legnate, piuttosto di mettersi da sola in lotta con quei concetti esposti alla breve.
Poteva anche studiarli a memoria che con Alfonso non bastava; perché se il caso voleva ch'ella dimenticasse una parola, era proprio quella, secondo Alfonso, l'essenziale.
Quello che ad Alfonso mancava per essere un buon insegnante era la capacità di apprezzare come meritavano i piccoli sforzi della sua scolara.
Lodava di rado e soltanto quando, pentitosi di una parola brutale, voleva risparmiarsi le lagrime che la fanciulla a stento ratteneva, ma mai per una risposta quasi giusta.
S'era fatto illusioni sulla sua vocazione all'insegnamento e se gli piaceva d'insegnare non era per affetto allo scolare.
I progressi di Lucia poco o nulla gl'importavano.
Si sentiva offeso che ella non imparasse di più coi suoi insegnamenti e diveniva violento a sfogo di giornate uggiose nelle quali aveva avuto da subire lui le ire altrui.
Era sorprendente che Lucia non perdesse definitivamente la pazienza e non facesse sospendere quelle lezioni che le apportavano tanti dispiaceri e un utile così piccolo.
Non voleva questo! Anzi, alla fine di ogni singola lezione, quando Alfonso, nel congedarla, si faceva più mite e la trattava da amico coi soliti suoi riguardi, ella si proponeva di essere diligente, di studiare, per meritarsi quel trattamento anche durante la lezione.
Sarebbe stato pur bello di passare insieme da buoni amici anche quell'oretta, ammirandosi vicendevolmente, ciò che a lei riusciva facilmente! Dopo quell'ora di studio forzato, lo studio le sembrava più facile e più aggradevole che non prima della lezione la quale in parte toglieva al cervello la ruggine che vi si faceva durante la giornata passata a lavorare d'ago.
Si proponeva anche per la mattina seguente di levarsi più di buon'ora per rimettersi allo studio, ma bastava la notte a ripiombarla nella solita inerzia.
Sospenderle no, ma che le lezioni le dispiacessero lo si vedeva dalla premura con la quale approfittava di ogni pretesto per risparmiarsene una o l'altra.
Una sera aveva da andare da una sua amica, molte altre, in mancanza di meglio, si sentiva poco bene.
Gustavo una sera, vedendo che fingeva di essere triste e svogliata dacché era venuto Alfonso, non messo a parte dello scopo della malattia, le chiese:
- Così improvvisamente ti ammali?
Non occorreva di questo avvertimento ad Alfonso per fargli sapere quale amore allo studio egli avesse saputo infondere nella sua scolara, ma non gli dispiaceva di venir temuto.
Una volta Lucia ebbe il coraggio di rifiutarsi di prendere lezione e ciò senz'addurre alcun pretesto.
Andò dessa ad aprire la porta ad Alfonso e con una risata clamorosa ch'ella aveva copiata da un'amica, lo avvertì semplicemente che per quella sera non avrebbe preso lezione.
- Perché? - chiese Alfonso corrugando le sopracciglia.
Non rideva lui; era sorpreso poco aggradevolmente.
- Vogliamo stare insieme e ridere e non studiare, - rispose Lucia coraggiosamente.
- Non sarebbe meglio cessare del tutto queste lezioni che non troppo sembrano piacerle?
Lucia impallidì subito spaventata.
La madre le venne in aiuto e spiegò ad Alfonso che la fanciulla non avendo trovato il tempo necessario per studiare, non prendeva quella sera lezione proprio allo scopo di non dover procedere oltre prima di essersi resa padrona di quanto già avevano passato insieme.
Poi anch'egli si divertì quella sera più che se fosse rimasto a studiare con Lucia.
Ciarlò molto e venne ascoltato religiosamente.
La lezione seguente fu più brutale del solito e giunse fino a darle dell'ignorante.
Aveva lasciato alla giovinetta mezz'ora di tempo per dare una risposta che non voleva venire e faceva come se gli sembrasse un delitto che in tale intervallo ella non sapesse raccapezzarsi; dimenticava che donde non c'era non si poteva levar sangue.
Egli dichiarò, non trovando altre frasi pungenti, ch'era ora di sospendere quelle lezioni che non portavano alcun risultato e si alzò in piedi per sospendere intanto quella.
La ragazza fino ad allora non s'era arrischiata di dichiarare nettamente che quello che non sapeva non poteva dire.
Guardava il soffitto a cercarvi la risposta, emetteva dei suoni d'impazienza per diminuire quella d'Alfonso e aveva un sorriso affettato ma forzato tanto che chiedeva compassione.
Alla dichiarazione esplicita di Alfonso, ella scoppiò in pianto dirotto, si alzò, uscì chiudendo con violenza la porta e si gettò fra le braccia della madre ch'era sola in tinello.
Alfonso fu spaventato dell'effetto che aveva prodotto e volentieri l'avrebbe fermata per chiederle scusa.
La seguì e venne colpito da uno sguardo d'ira intensa lanciato verso la sua stanza dalla signora Lanucci che teneva stretta al seno la fanciulla tanto oppressa dai singhiozzi che ancora nulla aveva potuto spiegarle.
Vedendolo, ella lo guardò molto seria:
- Che cosa le ha fatto questa poveretta?
Molto imbarazzato, Alfonso rispose:
- L'ho sgridata perché non aveva studiato nulla!
- Ma se ha studiato! L'ho vista io a studiare.
Come in tutte le persone deboli, l'ira di Lucia perché lungamente repressa, scoppiò con grande violenza.
Ad onta dei singhiozzi inviò ad Alfonso con voce intelligibilissima tre insolenze:
- Imbecille, sciocco, asino!
Le belle maniere apprese con fatica negli ultimi anni non l'accompagnavano nella commozione e ne veniva ridotta alle parole, al suono di voce ed al gesto di Gustavo.
Alfonso era offeso ma senza parole e irresoluto se dovesse difendersi o salvarsi da quell'ira rifugiandosi nella sua stanza.
La signora Lanucci, dolente di vedere rotta la buona armonia ch'ella aveva voluto regnasse fra i due giovani, si adirò con Lucia:
- Sei tu la sciocca, l'imbecille; vuoi star zitta? - e la respinse da sé.
Lucia andò a cadere su una sedia, ma non le pareva d'essersi sfogata abbastanza:
- Crede di essere un dotto...
- Vuoi stare zitta? - la interruppe la Lanucci minacciosamente.
Ancora per una mezz'ora Lucia continuò a singhiozzare.
La signora Lanucci non voleva apparire di dare importanza all'avvenuto e ne rise con Alfonso che davvero non seppe imitarla.
- Però voglio che in casa regni l'armonia e capisco che l'unico mezzo d'averla è di lasciare queste lezioni; peccato!
Poteva parlare del suo dispiacere senza dover temere di destare sospetti in Alfonso, perché al cominciare delle lezioni gli aveva spiegato quanto dalla sua istruzione sperasse per Lucia.
Gli uomini, specialmente coloro i quali hanno il vero entusiasmo per lo studio, diceva la signora Lanucci con un inchino lusinghiero ad Alfonso, sono più idonei ad insegnare che non le donne le quali amano le cose piccole e si perdono in particolari inutili e perciò dannosi alla comprensione del tutto.
Gli uomini però, ora se ne accorgeva, avevano altri difetti ed altrettanto dannosi.
Ad onta di questi difetti ella rimase tanto gentile con Alfonso da sorprenderlo.
Lucia invece meno.
Per otto giorni si astenne dal rivolgergli la parola.
Lo serviva a tavola come la madre le ordinava, ma senza pronunziare una parola.
La signora Lanucci, per consolarlo, gli faceva l'occhietto, rideva e rivolta a Lucia diceva ironicamente:
- Ma porgi dunque quel piatto al signor Alfonso.
Lo odii tanto da volerlo lasciare morire di fame?
Lucia obbediva seria seria; altrettanto serio, con un ringraziamento freddo, Alfonso si lasciava servire.
Una sera, entrando nel tinello improvvisamente perché accompagnato da Gustavo che aveva le chiavi di casa, trovò il vecchio Lanucci e la moglie accigliati e Lucia con gli occhi rossi di pianto.
Evidentemente i due vecchi s'erano uniti per farle la predica.
Sedette a tavola facendo le viste di non essersi accorto di nulla.
Era pentito amaramente del suo contegno, ma non sapeva chieder scuse.
Alla sera quand'era solo o in ufficio, ripensandoci, rivedeva le mute domande di scusa rivoltegli dalla povera fanciulla e doveva confessare che le sue ire erano state scioccamente brutali.
Concludeva ch'era suo dovere di andare incontro a Lucia, chiederle scusa, e toglierle un dispiacere che, si capiva, la rendeva infelice.
Invece quando si vedeva dinanzi quel volto sciocco, senza espressione, dagli zigomi sporgenti, serio, immusonito con tutta risolutezza, la buona parola che già aveva pronta gli ritornava in gola.
Senza guardarlo in faccia, dopo una lunga esitazione, Lucia andò a lui e stendendogli la mano gli disse:
- Mi scusi, signor Alfonso, ho avuto torto; facciamo la pace!
Alfonso, commosso, gliela strinse con vivacità:
- In gran parte il torto fu mio, mi scusi lei!
Lucia gli lanciò un'occhiata raggiante di riconoscenza che la rese meno brutta ed ebbe poscia il contegno tranquillo, disinvolto, da persona che dimentica i malintesi.
Rideva spesso ed era ritornata immediatamente ai suoi costumi affettati e dolci.
Egli fu meno disinvolto; gli dispiaceva di essere stato vinto in generosità.
Avrebbe dovuto cedere per il primo lui, la persona colta, il maestro.
Questo dispiacere, per quanto lieve, continuò ad agitarlo anche quando fu coricato.
Erano sempre questi fatti insignificanti che lo inquietavano nella sua vita del resto vuota d'avvenimenti d'importanza, e ogni sera aveva di che sognare su qualche sua parola detta troppo in fretta o su qualche parola altrui di cui appena allora scopriva il vero significato, per pentirsi di non essersi vendicato di una puntura o di aver risposto troppo brusco ingiustificatamente.
In tinello si parlava e, macchinalmente, egli ascoltò.
Erano la Lanucci ed il marito; egli non distingueva che il suono delle voci e soltanto quando, per recarsi alla loro stanza, passarono dinanzi alla sua porta, udì chiaramente la Lanucci che esclamava, probabilmente a conclusione di quanto fino ad allora avevano discorso, con un risolino di buon umore: - Queste sono proprio dispute da innamorati.
Di sospetti ne aveva già nutriti circa gli scopi della Lanucci su lui, ma più che scopi, fino ad allora gli erano sembrate speranze che non potevano allarmarlo ma che dovevano lusingarlo.
Quelle due parole giunte per caso fino a lui, conclusione di un discorso più lungo, gli parve provassero che non soltanto si sperava da lui ma che si congiurava contro di lui, contro la sua libertà.
Il contegno della madre e della figliuola era stato conforme a questo scopo.
La madre aveva consegnato a lui che ingenuamente voleva insegnare, non una scolara ma una sposa.
Si rammentava di certe parole di raccomandazione che avrebbero potuto avere doppio senso.
La figliuola poi aveva sopportato tutto meno che di veder interrotte le lezioni come egli aveva minacciato di fare.
Ora la pace fatta con Lucia doveva avere rianimato le loro speranze.
Doveva indignarsene? Un tale attentato lo avrebbe meritato perché se fosse riuscito avrebbe apportato un enorme peggioramento della sua situazione.
Era però una situazione terribile quella in cui si trovava la famiglia Lanucci coi suoi due uomini incapaci di migliorarne le condizioni! Si sentiva tanto al sicuro dalle reti che gli tendeva la signora Lanucci, che poté liberarsi dalla preoccupazione per sé e riconoscere che avrebbe potuto vivere altri cent'anni e non offrirglisi più l'occasione di fare una buon'azione come sarebbe stata quella di sposare Lucia.
Quale avvenire sarebbe stato quello di costei? Probabilmente sarebbe rimasta vecchia zitella e avrebbe conservato inutilmente sino alla fine della sua vita tutti quei suoi modi di società, come li chiamava la madre.
Nei suoi sogni egli era capace delle azioni più eroiche, ma il giorno appresso ebbe un contegno meno disinvolto del solito ma non più affettuoso.
Quando era solo vedeva la situazione con tutt'altri occhi che quando si trovava con Lucia.
Prima scusava, perdonava, giungeva persino a sentire rimorso di non poter agire nobilmente, rammentava l'amore di Lucia che si era manifestato tanto nella pazienza con cui aveva sopportato le sue brutalità, quanto nella violenza del suo dolore allorché aveva dovuto riconoscere di non poter raggiungere la sua meta.
Quando era dinanzi a Lucia ne vedeva gli zigomi sporgenti.
Stava all'erta! Non sentiva desideri; era libero e voleva rimanerlo.
- Sono ammalato!
Per giungere a questa conclusione aveva dovuto fare molte osservazioni su se stesso.
La sua profonda tristezza che tutto gli faceva apparire grigio, smorto, fino ad allora gli era sembrata naturale conseguenza del suo malcontento, l'insonnia derivava dall'agitazione in cui metteva il suo cervello con lo studio di sera e infine lo stato anormale, febbrile che qualche volta osservava nel suo organismo era, come egli aveva pensato sempre, il bisogno di fatica e di aria pura che i suoi muscoli ed i suoi polmoni si ostinavano a chiedere.
Altre volte però gli bastava di essere libero per qualche ora per riavere la sua vivacità e la sua quiete.
Ora, invece, una visione dominava sempre, monotona, e gli toglieva la facoltà di prender parte al presente, di udire ed esaminare la parola altrui.
Sanneo, dopo che per lungo tempo gli aveva dato delle istruzioni, con voce mutata gli chiedeva: - Ha capito? - Quel mutamento di voce strappava Alfonso alle sue fantasticherie e diceva di sì tanto per venir lasciato più presto in pace e ripiombare nei suoi sogni.
Ma non aveva capito niente.
Non aveva udito nulla e non era capace neppure d'inquietarsene.
Se ne andava lento al suo posto con passo piccolo per guadagnare tempo e interrompere le care visioni il più tardi possibile.
Si ostinava tuttavia di passare le sue sere in biblioteca, ma ne usciva come ne era entrato, senza idee nuove perché per l'idea nuova il suo cervello era chiuso.
Non sapeva che rievocare cose vecchie e ciò per completare qualche sogno da megalomane in cui si vedeva far mostra della sua scienza dinanzi a terzi.
I suoi nervi erano indeboliti per modo che gli davano persino qualità da pazzo.
Temeva ed evitava i propri simili quando non li conosceva e bastava che di sera un uomo gli passasse accanto per farlo sussultare dallo spavento.
Si sentiva male all'oscuro e il minimo rumore lo faceva trasalire.
Rannicchiato nel suo letto, con la testa sotto le coperte, rimaneva per delle ore senza saper conquistare il sonno.
Era una conquista difficile! Come pensare a nulla? Si coricava talvolta veramente stanco e gli pareva che a dormire non gli mancasse che di chiudere gli occhi.
Gettatosi sul letto, il sonno lo abbandonava e quando dopo ore giungeva a chetarsi su un punto del letto, doveva accontentarsi di un sonno senza intensità in cui il cervello continuava un lavorìo sordo, indistinto, ma non perciò meno affaticante.
- Ella è indisposto, mi pare, - gli disse Cellani vedendolo pallido e stralunato, - si prenda qualche settimana di vacanza, se ne ha bisogno.
Alfonso non accettò subito e dovette alla sera andare a chiedere a Cellani quello che alla mattina aveva rifiutato.
Alquanto bruscamente anche Sanneo gli accordò il chiesto permesso.
Già da parecchio tempo aveva dovuto dare un aiutante ad Alfonso nella persona di certo Carlo Alchieri tenente d'artiglieria, pensionato per debolezza di petto.
Era entrato da Maller non bastandogli per vivere la piccola pensione che gli era stata accordata.
Era un giovane dal volto da vecchio con barba intera d'un colore indeciso; all'apparenza del resto era robusto.
Fu l'unico a bestemmiare allorché udì del permesso accordato ad Alfonso.
Era spaventato perché sapeva che gli sarebbe toccato di sopportare tutto il lavoro da solo.
Sanneo non era uomo da togliere gli altri corrispondenti dalle loro occupazioni abituali per dare aiuto ad uno temporaneamente ammazzato dal lavoro, - naturalmente - come si esprimeva Sanneo, cioè senza suo intervento, per il fatto che l'impiegato conciato in questo modo era supplente, rango ufficiale, dell'impiegato che mancava.
Bastò l'uscire all'aria aperta sapendo di poterci rimanere per parecchio tempo e di esserci per scopo di salute per togliere Alfonso alla sua inerzia.
Aveva intero il desiderio di riconquistare la salute.
Fino ad allora non s'era doluto del suo indebolimento sembrandogli come a certi religiosi dell'India che l'annientamento della materia apporti necessariamente un aumento dell'intelligenza.
Ma non era da intelligente quello stato di noia in cui le cose gli apparivano monotone e grigie.
Il sole s'era appena levato che con violento sforzo di volontà Alfonso balzò dal letto.
Non sapeva dove andrebbe e il caso lo avrebbe condotto; di montagne intorno alla città non ne mancavano.
Si propose da prima di seguire una compagnia di soldati che uscivano all'esercizio.
Il suono del loro passo pesante e misurato sul selciato lo infastidì.
Salì la via Stadion quasi di corsa per allontanarsi da essi che seguivano la stessa via.
Voleva giungere all'altipiano.
La fatica per quel primo giorno sarebbe stata bastante.
Non aveva passato ancora le ultime case della città, dall'aspetto da villaggio, basse, qualcuna col fienile, colorite con colori vivaci per quanto poco puri, e aveva già mutato idea.
Desiderava il verde del colle che giaceva alla sua destra, non il paesaggio sconsolante dell'altipiano.
Varcò su un ponte di legno un torrente dal letto largo ma quasi asciutto; soltanto una piccola vena d'acqua limpida correva la sua via capricciosa in mezzo alle pietre bianche.
Attraversò dall'altra parte un viale largo e sotto ai suoi piedi finalmente sentì la terra nuda, l'erba viva cedere al suo peso.
Già stanco e affannato si gettò a terra.
Si trovava in un boschetto di alberelli giovani dai tronchi sottili ma dalle corone abbastanza ricche mormoranti nella brezza mattutina.
A questo rumore si univa il mormorìo di una piccola caduta d'acqua in un serbatoio, una casetta bassa distante da lui di pochi passi.
Lo riprese il desiderio di correre, l'ambizione di giungere lontano.
Salendo, gli alberi divenivano più fitti e più robusti.
Qua e là gli arbusti gl'impedivano il passo ed egli si faceva la via correndo con impazienza febbrile.
Non sapeva più il passo calmo dell'uomo forte.
Varcò un altro viale ed un altro boschetto sempre salendo senza meta.
Il sangue gli turbinava nella testa e gli mancava il fiato, ma non si lasciò costringere che a brevissime pause.
La stanchezza non lo vinse che dinanzi ad un'alta muraglia che gli chiudeva il passaggio.
Saliva da meno di un'ora e si gettò a terra sfinito; il riposo gli sembrava ora ben meritato.
Per parecchi minuti gli durò la fatica greve che lo spaventò per il violento battito del cuore e alle tempie.
Si levò la giubba, la stese sotto al suo capo e si coricò accanto ad una quercia.
Poco dopo, pur continuando l'agitazione nel sangue, i polmoni gli si aprirono ad un profondo respiro.
Da molto tempo non aveva respirato così profondamente.
Guardò il piccolo prato intorno a sé e vedendolo così chiaro, verde, ridente, ne godette come se fosse stato suo, destinato a sua abitazione.
Un lembo della città era visibile.
Una ventina di case ammucchiate, poi altre singole sparse sul colle dirimpetto.
In fondo un pezzo di mare azzurro con barche immobili.
Il cielo chiaro senza nubi fino all'orizzonte, il verde della campagna, quelle case gettate là a caso gli ricordavano un'oleografia in cui i colori erano stati eguagliati dalla macchina, l'idea del pittore diminuita nella riproduzione e scomparsa la vita, il movimento.
S'addormentò come un bambino, sorridente e coi pugni chiusi.
Sognò fantasticamente di Maria.
La riconobbe a certo vestito dai colori vivaci.
Gli diceva ch'ella già sapeva ch'egli all'appuntamento non aveva potuto venire per forza maggiore.
Lo scusava e l'amava.
69
VIII
Alchieri agitato e smanioso, un fascio di carte in mano, correva verso la cassa quando vide Alfonso che col cappello in mano entrava da Sanneo ad annunziargli che ritornava all'ufficio.
Diede un grido di gioia, volle fermare Alfonso che passò oltre senza accorgersi di lui, poi, immediatamente tranquillato sedette accanto a Giacomo, d'ispezione sul corridoio e tutto intento a compitare a mezza voce un giornale.
Non trovando altri, fu a lui che Alchieri raccontò che da quindici giorni era la prima volta che egli si sedeva per riposare e non per scrivere.
Sanneo salutò Alfonso con cordialità e ritornando ad un enorme registro su cui gettava i suoi larghi caratteri gli chiese se stesse bene.
Senz'attendere la risposta, a frasi interrotte dal lavoro che ad intervalli richiamava tutta la sua attenzione, gli parlò di alcune lettere che aveva lasciato in sospeso ma cui bisognava rispondere quanto prima possibile.
Poi gliene consegnò alcune accompagnandole di spiegazioni che Alfonso non comprese che a mezzo.
Sanneo si riferiva a cose avvenute prima della sua assenza, epoca che ad Alfonso sembrava lontana ben più di quindici giorni.
Lo congedò con una buona nuova:
- Continuerà a farsi aiutare dal signor Alchieri che lavora benino...
mi pare.
Alchieri lo fermò sul corridoio.
Voleva abbracciarlo per ringraziarlo ch'era ritornato precisamente come aveva promesso:
- Non ne potevo più.
Poi anch'egli si mise a spiegargli degli affari e là, sul corridoio, gli consegnò tutte le lettere che egli aveva in mano per guardare dei saldi di conti o per avvisare delle tratte.
Non vedeva l'ora di liberarsene.
Con quelle lettere in una mano, il cappello nell'altra, Alfonso andò a salutare Cellani.
Lo trovò che stava aprendo la posta.
Con delle enormi forbici, con un solo taglio, apriva una parte della copertina, ne toglieva il contenuto che gettava da una parte e, prima di deporre la copertina, per prudenza, la guardava contro la luce.
Anch'egli continuò a lavorare pur parlando con Alfonso, ma quando questi, sempre con la sua abituale timidezza, disse un grazie rammentando che il permesso lo doveva a lui, si alzò, e sul volto pallido un sorriso amichevole, andò a stringergli la mano.
Sembrava che la sua figura lunga da sportsman in riposo, elegante ma debole, venisse portata più che muoversi da sola, tanto poca energia c'era nei suoi movimenti e tanto esattamente, senza esitazioni, passò per un piccolo spazio fra tavolo e sedia.
- Lei ha una cera bellissima - disse ad Alfonso guardandolo quasi con invidia nel volto toccato dal sole.
Aveva fretta di ritornare al suo posto.
Stringendogli ancora una volta la mano, gli disse ridendo: - Adesso...
- e con la penna nella sinistra accennò di scrivere con grande rapidità.
Alfonso trovò che Alchieri aveva diminuito i suoi sospesi e sedendo al suo posto incuorato dalla gentile accoglienza di Cellani si propose di definirli e di non lasciare che altri se ne accumulassero.
In soli quindici giorni, Alchieri, che usciva da una caserma, aveva introdotto nel lavoro un sistema preferibile di molto a quello di Alfonso e ad Alfonso fu facile, almeno per il primo tempo, di conservarlo.
La maggiore tranquillità nel suo organismo rinforzato dall'aria aperta lo rendeva capace di un'attenzione maggiore per quanto sempre forzata.
Anche essendo in ufficio continuava la sua cura d'aria aperta come egli la chiamava.
Faceva ogni mattina una passeggiata di più ore e solitamente verso l'altipiano perché gli occorreva la fatica della salita.
Col suo passo misurato, l'aveva riconquistato, percorreva tutta la lunga strada d'Opicina spaziosa e comoda, la quale, lunghissima, con debole salita, in un solo giro, enorme semicerchio intorno alla città, lo portava sino all'altipiano.
Alfonso riposava ove da questa via si staccava un viottolo verso Longera.
Di là vedeva il vasto altipiano muto e deserto con le sue innumerevoli piccole colline di sassi, di tutte le forme, appuntite, rotonde, appiattate, mucchi di sassi piovuti dall'alto e disposti dal caso che aveva fabbricato anche lo stesso monte Re all'orizzonte, con la sua larga schiena e la dolce salita da una parte, dall'altra la caduta perpendicolare quasi.
Alfonso non varcava mai quel punto e ciò non soltanto perché il tempo gli mancava.
Di là vedeva anche la città con le sue case bianche, il mare abitualmente tanto calmo di mattina come se le poche ore di giorno non fossero ancora bastate a destarlo.
Il verde dei promontori a sinistra della città ed il colore del mare contrastavano singolarmente con i sassi grigi dell'altipiano.
Scendeva in città quieto come in altri tempi non lo era stato che uscendo dalla biblioteca.
Passava senza entrarvi accanto a Longera, un villaggio oblungo, già quasi a valle, il quale si stringeva al monte come se vi cercasse riparo, le sue casette ammonticchiate, quando facilmente avrebbe trovato aria e spazio invadendo i campi circostanti.
Nelle strade del villaggio a quell'ora cominciava il formicolìo e da lontano si vedevano accennate tutte le esteriorità dell'attività e dei destini umani in quelle poche figure che si movevano per le stradicciuole del piccolo luogo.
La rapida corsa di un giovinetto che Alfonso poté seguire da un lato all'altro del villaggio, l'uscita dalla sua casa di un contadino in cappello e che prima di muoversi, con tutta calma esaminava il cielo forse per sapere se dovesse prendere seco anche l'ombrello; in una stradicciuola più remota un uomo e una donna che cianciavano insieme forse già a quell'ora d'amore; in un cortile si batteva del grano e là c'era tanto movimento che da lontano poteva prendersi per allegria.
Poi Alfonso passava per il ridente San Giovanni con le sue case sparse, la sua chiesuola bianca, di settimana vuota e abbandonata, di domenica tanto piena che tutti i devoti non ci capivano e le contadinelle vestite di lana nera marginata di larghe fascie di seta azzurra o rossa ingombravano il piccolo piazzale e facevano le loro devozioni all'aperto.
Il nuovo metodo di vita di Alfonso era dannoso ai suoi studi perché il primo risultato del suo spesso aggirarsi all'aria aperta fu il bisogno di quest'aria e l'incapacità di rimanere a lungo in quella rinserrata.
Talvolta, uscito dall'ufficio si avviava verso la biblioteca, ma di rado sapeva vincere la sua ripugnanza fino a restarci oltre mezz'ora; lo prendeva un'inquietezza invincibile che lo portava all'aperto a incantarsi su qualche molo, senza idee e senza sogni, unica preoccupazione quella di assorbire molto di quella brezza marina di cui s'immaginava di sentire immediati i benefici effetti.
Poi se ne andava a casa e ancora a cena aveva talvolta il proposito di passare la notte su qualche libro, ma la stanchezza lo vinceva e dormiva le nove, dieci ore di sonno tranquillo, benefico tanto che non sapeva averne rimorso.
Eppure fu precisamente allora che la sua ambizione si concretò nel sogno di un successo.
Aveva trovata la sua via! Avrebbe lui fondato la moderna filosofia italiana con la traduzione di un buon lavoro tedesco e nello stesso tempo con un suo lavoro originale.
La traduzione rimase puramente allo stato di proposito, ma fece qualche cosa del lavoro originale.
Il titolo intanto: L'idea morale nel mondo moderno e la prefazione in cui dichiarava lo scopo del suo lavoro.
Era uno scopo teorico senza veruna intenzione di utilità pratica e questa gli sembrava già una novità per la filosofia italiana.
Voleva, questo alla breve il contenuto del libro e fino ad allora Alfonso stesso non ne sapeva di più, voleva provare che l'idea morale nel mondo non ha altro fondamento che da un'imposizione necessaria per il vantaggio della collettività.
L'idea non era molto originale ma il modo di svolgerla poteva divenirlo se esclusivamente inteso alla ricerca della verità senz'alcuna preoccupazione delle possibili conseguenze per la vita pratica: coraggio e sincerità non gli mancavano.
Scrivendo aveva tutto quel coraggio che nella vita gli mancava e nei suoi studî fatti al solo scopo di imparare non poteva aver perduto la sincerità.
Gli elementi che costituiscono il successo letterario non conosceva e poco curava.
Voleva lavorare, lavorare bene e il successo sarebbe venuto da sé.
Lavorava bene ma lavorava poco.
Ricorreva troppo di spesso col pensiero all'opera completa quando le frasi che ne aveva fatte si potevano contare sulle dita.
Così, in sogno, vedeva aumentati i pregi di quest'opera che perché non ancora fatta non poteva essere stata danneggiata dalle resistenze della penna.
Dopo qualche mese, vedendo che il risultato dei suoi sforzi era compreso tutto in quelle tre o quattro paginette di prefazione ove prometteva di fare e di provare ma ove nulla era fatto o provato, venne preso da un grande scoramento.
Quelle pagine rappresentavano il lavoro di mesi perché altro in quel frattempo egli non aveva fatto.
Non una sola volta aveva stancato il suo cervello con lo studio e quelle pagine erano il solo progresso che egli avesse fatto verso la sua meta.
Era tanto poco che equivaleva ad una rinunzia tacita ad ogni ambizione.
Pigliava anche più legittimamente l'aspetto di rinunzia per il fatto incontestabile che alla banca egli si trovava meglio e che odiava meno quel lavoro che da bel principio aveva scoperto in antagonismo a quello intellettuale cui voleva dedicarsi.
L'aiuto e l'esempio di Alchieri avevano cooperato a renderglielo meno odioso ma anche, riteneva, la cessazione quasi intera dell'attività più intelligente.
Per lungo tempo inutilmente tentò di ripigliare le letture alla biblioteca civica, magari lasciando per allora in disparte il suo lavoro filosofico.
Una sera Sanneo lo sgridò per un errore da lui fatto.
Per quanto dovesse riconoscere di meritare quei rimproveri, si irritò del modo, di una parola più brusca.
Altre volte, se ne rammentava, si toglieva all'avvilimento in cui lo gettavano tali accidenti della vita d'impiegato, applicandosi con maggior fervore ai suoi studi che dovevano toglierlo alla sua posizione subalterna.
Fu quel fatto che dopo lunga assenza lo portò di nuovo alla biblioteca.
Si dedicò alla lettura di un giornale bibliografico italiano.
La lingua non gli obbediva e bisognava darsi esclusivamente a letture italiane.
Lesse per un'ora circa con attenzione spontanea, era effetto della brutalità di Sanneo, una discussione sull'autenticità di certe lettere del Petrarca e quando cessò rimase soddisfatto, rimpiangendo i tempi passati che la stanchezza del suo cervello gli ricordava, un rimpianto forte come se da allora la sua vita avesse mutato di molto.
Quando alzò il capo si avvide che a lui dirimpetto sedeva Macario che lo fissava indeciso.
- Il signor Nitti! - disse costui quasi domandandolo; doveva avere la memoria labile.
Poi però gli porse amichevolmente la mano.
Uscirono insieme.
- Ci viene spesso? - chiese Macario occupato anche questa volta a raddrizzare il soprabito, una lunga mantellina grigia dai grandi bottoni d'osso.
Alfonso con tutta disinvoltura rispose che veniva ogni sera e, tacitamente, si propose di fare in futuro della bugia una verità.
- Io da otto giorni, ed è peccato che sia la prima volta che ci vediamo - disse Macario gentilmente.
Gli chiese che cosa studiasse.
- Letteratura! - confessò Alfonso esitante.
Era lieto di poterlo dire a Macario, ma esitava conoscendo e temendone lo spirito maldicente.
Spiegò ch'era sua abitudine di studiare ogni giorno qualche ora per svagarsi del lavoro della giornata.
- E che cosa legge? - chiese Macario che lo guardava con sorpresa.
Trovava che Alfonso, ad onta del viso bronzino, aveva l'aspetto meno rustico di mesi prima.
Parlava più disinvolto e, di più, Macario era abbastanza intelligente per comprenderlo, dinotava una certa superiorità di negare ogni importanza a degli studî fatti con regolarità.
Sapendo quanto disprezzo si avesse da certuni per filosofi e filosofia, Alfonso si astenne dal nominare i suoi autori prediletti e parlò soltanto di qualche critico.
Macario doveva però accorgersi che aveva a fare con persona che si prendeva il lusso di giudizi propri e fu sorpreso di trovarlo alquanto maligno.
Alfonso aveva i grandi entusiasmi per gli autori che a Macario non nominò.
Dal canto suo Alfonso seppe ben presto come fosse fatta la coltura di Macario.
S'accorse con soddisfazione che ne veniva stimato tanto da indurlo a sottostare a qualche mal celata fatica per portare il discorso su quanto meglio conosceva onde poter fare con lui buona figura.
Parlò di naturalisti moderni.
Alfonso aveva letto qualche loro romanzo, poi qualche recensione e se ne era fatta un'idea sua con la calma dello studioso disinteressato ch'era stato allora.
Ammirava qualche parte, biasimava qualche altra.
Macario era un adepto risoluto e il suo entusiasmo bastò ad Alfonso per vagliare la sua mente.
Così mentre Macario lo guardava con certo sorriso derisorio significante "I miei pochi studi valgono i tuoi molti perché ho buon naso", l'aspetto di Alfonso serio, attento, da scolare che riceve una lezione, celava la soddisfazione di sentirsi superiore.
Evitava una discussione da cui non poteva sperare di riuscire vincitore contro la facilità di parola di Macario.
La parte d'indifferente era però impossibile con un parlatore simile e, quasi involontariamente, Alfonso diede dei segni di assenso che per tranquillare la propria coscienza destinava alle singole frasi di Macario, non a tutta la sua idea.
Alcune erano tanto belle che Alfonso sospettò fossero rubate.
Parlava di creazione fatta dall'uomo, la quale, per i risultati, non aveva niente da invidiare a quella biblica.
Nel metodo differivano alquanto, ma ambedue le creazioni finivano coll'arrivare alla produzione di organismi che vivevano a sé e che non portavano alcuna traccia di essere stati creati.
Macario raccontò che veniva in biblioteca per leggere con calma Balzac che i naturalisti dicevano loro padre.
Non lo era affatto o almeno Macario non lo riconosceva.
Classificava Balzac quale un retore qualunque, degno di essere vissuto al principio di questo secolo.
Erano giunti in piazza delle Legna camminando tanto lentamente che ci avevano messo mezz'ora.
Per via Macario aveva trovato il tempo di ammirare il bel visino di una sartina e far arrossire una signorina sgranandole in faccia due occhi ammirati.
Alfonso invece non aveva saputo far altro che ascoltare.
- Dove abita? - chiese Macario appoggiandosi al suo braccio.
- Da quelle parti! - e accennò vagamente alla città vecchia.
- L'accompagnerò un pezzo.
Come si poteva non essere lusingati di tanta gentilezza e come si poteva mettersi in discussione per difendere Balzac dalla taccia di retore? In risposta alla gentile offerta, Alfonso risolutamente sacrificò Balzac.
- È retorico di spesso, certo!
Non entrarono in città vecchia ma ritornarono sul Corso.
- Sa che lei dovrebbe ora trovarsi divinamente in casa di mio zio? È divenuta tutt'altra casa; Annetta si dedica alla letteratura.
Vuole che andiamo a trovarla? È ritornata dalla campagna da otto giorni e riceve quasi ogni sera degli amici; è sulla via di emanciparsi anche più di quanto lo fosse in passato.
- Davvero? - chiese Alfonso dimostrando sorpresa.
Cercava di trovare la risposta per rifiutare l'invito.
Macario fece come se Alfonso avesse già accettato.
Seguito da lui attraversò il Corso e imboccò via Ponte Rosso.
Alfonso era sempre ancora indeciso.
- La vedrà! È bellissima così.
Passa mezza giornata a tavolino.
Ecco almeno una vocazione che non inquieta nessuno; fra qualche mese non ne parlerà più.
Credo le abbia turbata la mente la fama conquistata in Italia da altre donne.
Queste donne! Una comincia e le altre seguono come le oche.
L'esempio degli uomini non conta per esse.
Imitano questa, imitano quella, e mai s'accorgono d'imitare, perché i loro cervellini ne sanno tanto di originalità da ritenerla equivalente ad esattezza, esattezza nella copia.
L'originale fra loro è quella che per la prima imita gli uomini.
Alfonso rise.
- E la signorina Annetta?
- Della signorina Annetta quale scrittrice non so nulla, perché è tanto cauta che finché non avrà imitato qualche cosa con grande accuratezza non farà vedere nulla; quindi bisogna attendere dell'altro per dare un giudizio sicuro, perché si tratta di sapere chi avrà scelto per imitare.
Già ella sa l'opinione che ho di Annetta.
Qualità matematiche sviluppatissime...
- e fece il suo gesto abituale per accentuare il sottinteso.
- Adesso intanto andiamo a farle la corte.
Entrava nella via dei Forni; Alfonso lo fermò.
- Non vengo, non posso venire.
Sono atteso a casa e poi in questo stato...
Aveva il viso infocato e parlava con troppo più calore di quanto abbisognasse [CM4]per rifiutare l'invito di Macario.
- Io non ve lo costringerò di certo.
Peccato però! Se qualcuno l'attende ella ha naturalmente ragione di rifiutare, ma se è per il vestito ha torto.
Prima di tutto è pulito e poi ora che Annetta è letterata ama anzi i bohémiens.
Venga dunque, via!
Ma Alfonso resistette! Aveva già compreso da quanto gli aveva detto Macario che Annetta lo avrebbe trattato con gentilezza, ma voleva farsi pregare.
Non aveva potuto prendersi altra soddisfazione dell'offesa che gli era stata fatta e intendeva di esigere almeno quella.
- Ancora sempre si rammenta della freddezza di Annetta di mesi fa, - e quantunque Alfonso protestasse e asserisse che non se ne rammentava più, andandosene Macario lo sgridò amichevolmente trattandolo di fanciullo.
La sera appresso si trovarono di nuovo in biblioteca.
Alfonso ci andò più vol[CM5]entieri.
La conversazione con Macario lo divertiva e lo lusingava la sua compagnia.
Lo spirito di Macario la vinceva sempre sulla scienza di Alfonso e Macario era convinto di dare delle lezioni.
S'ingannava.
Alfonso se imparava da lui qualche cosa si era osservandolo quale oggetto di studio.
Aveva intanto compreso la qualità dello spirito di Macario.
S'avvedeva degli errori suoi, non gli sfuggiva quando da lui un'idea veniva gonfiata per darle evidenza con maggior facilità, e, infine, se talvolta dimostrava ammirazione era perché ammirava la disinvoltura con la quale Macario negava o asseriva anche là dove menti superiori esitavano.
Macario cadeva spesso in contraddizioni, ma mai nel medesimo giorno.
Era soggetto all'umore della giornata.
Secondo quello si metteva in dati panni non suoi e ci viveva come se fossero stati suoi e non avesse avuto da smetterli mai più.
Ciò gli era facile in grazia della sua cultura superficiale, abbastanza estesa per ricavarne i mezzi a creare un tipo da persona colta e stramba, non abbastanza profonda per dargli una ferma convinzione sua, tale da non potervi rinunziare neppure per ischerzo.
Quella seconda sera l'ebbe con la stampa.
Diceva che scrivendo per la stampa si simulava sempre, non si era mai del tutto sinceri.
In pubblico si diceva nuovo quello ch'era vecchio, meritevole di lode il biasimevole e così via.
Fin qui era debole ma andava pigliando forza.
A che serviva la scienza? All'infuori di coloro che si dedicano alle indagini originali in una data parte, gli altri hanno torto di curarsene troppo.
Stancano il loro cervello e non ne hanno alcun vantaggio, perché chi ha compreso per bene una parte, ha il suo cervello altrettanto educato quanto colui che ne ha studiato più parti.
La carta stampata danneggia quindi il cervello più che non lo avvantaggi.
Quel quindi non era del tutto diretto, ma Alfonso non fece mostra di avvedersene e Macario si compiacque del proprio ragionamento.
- Bellissimo! - esclamò una sera Macario alla biblioteca, e pose dinanzi ad Alfonso un libriccino ch'egli aveva finito di leggere: Louis Lambert di Balzac.
Lo lesse anche Alfonso in due o tre giorni e la sua ammirazione non fu minore.
Salvo una lettera di amore di una passione profonda e tanto sensuale da non esserlo più, egli non ammirò tanto i pregi artistici dell'opera, quanto l'originalità di tutto un sistema filosofico esposto alla breve ma intero, con tutte le sue parti indicate, e regalato dall'autore al suo protagonista con la splendidezza di gran signore.
Macario gli chiese come gli fosse piaciuto e Alfonso era in procinto di dirne con sincerità la sua opinione.
Ma Macario con premura, quasi avesse temuto gli venissero rubate le idee, disse e gl'impose la sua:
- Sa perché è un bel libro? è l'unico di Balzac che sia veramente impersonale, e lo divenne per caso.
Louis Lambert è matto, è composto di matti tutto il suo contorno e, per compiacenza, l'autore in quest'occasione rappresenta matto anche se stesso.
Così è un piccolo mondo che si presenta intatto, da sé, senza la più piccola ingerenza dall'esterno.
Alfonso rimase stupefatto a questa critica altrettanto originale quanto falsa.
Doveva essere stata fatta con un metodo che Alfonso si trattenne dall'indicare, unicamente perché temeva di venir messo anche lui in quel piccolo mondo che si presentava da sé.
La sua compagnia doveva piacere a Macario.
La cercava di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di andarlo a prendere all'ufficio.
Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest'affetto improvviso.
Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua piccolezza.
Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si trovava bene.
Non si compiacque meno di tale amicizia.
Le cortesie, anche se comperate a caro prezzo, piacciono.
Non disistimava Macario.
Per certe qualità ammirava quel giovine tanto elegante, artista inconscio, intelligente anche quando parlava di cose che non sapeva.
Macario possedeva un piccolo cutter e frequentemente invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo.
Nella sua vita triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste.
In barca gli era anche più facile di dare il suo assenso alle asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva.
Si trovava ancora sempre alla conquista della solida salute che gli occorreva, riteneva, per sopportare la dura vita di lavoro a cui faceva proponimento di sottoporsi, e gli effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.
Una mattina soffiava un vento impetuoso e alla punta del molo, ove si trovavano per attendere la barca che doveva venirli a prendere, Alfonso propose a Macario di tralasciare per quella mattina la gita che gli sembrava pericolosa.
Macario si mise a deriderlo e non ne volle sapere.
Il cutter si avvicinava.
Piegato dalle vele bianche gonfiate dal vento, sembrava ad ogni istante di dover capovolgersi e di raddrizzarsi all'ultimo estremo sfuggendo al pericolo imminente.
Alfonso da terra era colto da quei tremiti nervosi che si hanno al vedere delle persone in pericolo di cadere e fu solo per la paura delle ironie di Macario che non seppe lasciarlo partir solo.
Ferdinando, un facchino ch'era stato marinaio, dirigeva la barca.
Lasciò il posto al timone a Macario il quale sedette dopo toltasi la giubba quasi per prepararsi a grandi fatiche:
- Ora fuoco alla macchina, - gridò a Ferdinando.
Ferdinando scese a terra e trascinò il cutter per l'albero di prora da un angolo del molo all'altro; poi, un piede puntellato a terra, l'altro sul cutter, lo spinse al largo.
Alfonso lo guardò tremando; temeva di vederlo piombare in acqua e, per quanto piccolo, l'imminenza di un pericolo lo faceva sussultare.
- Che agile! - disse a Ferdinando.
Gli pareva d'essere in mano sua e aveva il desiderio quasi inconscio d'amicarselo.
Ferdinando alzò il capo, giovanile ad onta del grigio nella barba e della calvizie abbastanza inoltrata, e ringraziò.
Non essendo suo il mestiere, ci teneva molto ad apparire abile.
Comprese però male lo scopo della raccomandazione.
Trasse con forza a sé la vela e la fissò, aiutando poscia a tenderla con tutto il peso del suo corpo.
Immediatamente il vento che pareva sorgesse allora la gonfiò e la barca si piegò con veemenza proprio dalla parte ove sedeva Alfonso.
S'era proposto di far mostra di grande sangue freddo, ma i propositi non bastarono all'improvviso spavento.
Poté trattenersi dal gridare ma balzò in piedi e si gettò dall'altra parte sperando di raddrizzare la barca con il suo peso.
Si tranquillò alquanto sentendosi più lontano dall'acqua e sedette afferrandosi con le mani alla banchina.
Macario lo guardò con un leggero sorriso.
Si sentiva bene nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione del vento.
Alfonso vide il sorriso e volle prendere l'aspetto di persona calma.
Segnalò a Macario all'orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non si vedevano le basi.
Passando accanto al faro poté misurare la rapidità con la quale tagliavano l'acqua; diede un balzo sembrandogli che la barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la contornavano.
- Sa nuotare? - gli chiese Macario con tranquillità.
- Alla peggio ritorneremo a casa a nuoto.
Ma - e finse grande preoccupazione - anche se si sentisse andare a fondo non si aggrappi a me perché saremmo perduti in due.
Penseremo a lei io e Nando.
Nevvero, Nando?
Ridendo sgangheratamente, costui lo promise.
Coi suoi modi da pensatore, Macario si dilungò in considerazioni sugli effetti della paura.
Ogni dieci parole alzava la mano aristocratica, l'arrotondava e tutti i sottintesi che quel gesto segnava, cui nel vuoto della mano creava il posto, Alfonso lo sapeva, dovevano andare a colpire lui e la sua paura.
- Muore maggior numero di persone per paura che per coraggio.
Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono tutti coloro che hanno l'abitudine di afferrarsi a tutto quello che loro è vicino, - e fece una strizzatina d'occhio verso le mani di Alfonso che si chiudevano nervosamente sulla banchina.
E passarono accanto al verde Sant'Andrea senza che Alfonso potesse padroneggiarsi.
Guardava, ma non godeva.
La città, quando al ritorno la rivide, gli parve triste.
Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo si fosse lasciato riposare mai più.
Doveva essere mal di mare e provocò l'ilarità di Macario dicendoglielo.
- Con questo mare!
Infatti il mare sferzato dal vento di terra non aveva onde.
Vi erano larghe strisce increspate, altre incavate, liscie liscie precisamente perché battute dal vento che sembrava averci tolto via la superficie.
Nella diga c'era un romoreggiare allegro come quello prodotto da innumerevoli lavandaie che avessero mosso i loro panni in acqua corrente.
Alfonso era tanto pallido che Macario se ne impietosì e ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.
Si era in porto, ma per giungere al punto di partenza si dovette passarci dinanzi due volte.
Si udivano i piccoli gridi dei gabbiani.
Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di piombo.
Si vedevano solitarii, ognuno volando per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggiere.
- Fatti proprio per pescare e per mangiare, - filosofeggiò Macario.
- Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo.
Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch'è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l'appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall'alto.
Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più.
Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare.
Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere.
Alfonso fu impressionato da questo discorso.
Si sentiva molto misero nell'agitazione che lo aveva colto per cosa di sì piccola importanza.
- Ed io ho le ali? - chiese abbozzando un sorriso.
- Per fare dei voli poetici sì! - rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso.
81
IX
Annetta era ritornata in città un mese circa prima del padre, il quale dalla villeggiatura era partito per affari per la capitale.
Passarono in quel mese per le mani di Alfonso diversi dispacci di Maller, pagine intere, redatte con negligenza, senza risparmio.
Si trattava di affari e Alfonso non volle volontario sottoporsi al lavoro ch'era quella lettura.
Un ultimo dispaccio gli venne fatto vedere da Starringer, lo speditore, per le mani del quale passavano tutti i documenti e che li leggeva tutti.
Il dispaccio di Maller si chiudeva con le parole: "Avvertite la mia famiglia che arrivo domattina.
La carrozza venga a prendermi alla stazione".
Il signor Maller doveva essere giunto da ventiquattr'ore e Alfonso ancora non lo aveva veduto.
Si aspettava di trovarsi da un momento all'altro faccia a faccia con lui e camminava più timido che di solito per il corridoio.
Miceni venne ad avvisarlo che usciva appunto dalla stanza di Maller ove era stato per salutarlo.
Il signor Maller lo aveva accolto con immensa cortesia e gli aveva stretto due volte la mano.
Solitamente, parlando dei superiori, Miceni era velenosamente democratico, ma quel giorno, sotto l'impressione di quelle due strette di mano, era più dolce e pareva gli avessero fatto dimenticare lo scacco subito da Sanneo.
Non soltanto lodava il signor Maller per la sua cortesia, ma anche da impiegato affettuoso si rallegrava di trovargli l'aspetto fiorente.
- Mi consigli di andarlo a salutare anch'io?
- Vanno quasi tutti; puoi fare come meglio ti sembra.
Alchieri ci era andato, ma non valeva quale norma, perché Sanneo lo aveva mandato in direzione per affari e così aveva salutato Maller occasionalmente.
White tanto meno poteva servire d'esempio ad Alfonso perché le stanze dei direttori erano quasi stanze sue e ci passava metà della giornata.
Ballina non volle andarci.
Non aveva dei dubbi lui:
- Gesù non si deride, i suoi vicari sì.
Quando arrivò Sanneo andai a salutarlo perché sapevo che ci teneva e che non era tanto furbo da poter capire che io altro non facevo che un passo diplomatico.
Il signor Maller deve pur avere qualche cosa in testa per poter essere il padrone di noi tutti ed io non mi permetto di scherzare con lui.
Alfonso rimase indeciso per tutto un giorno.
Aveva dimenticato di chiedere consiglio a Macario che con una sola parola gli avrebbe tolto ogni dubbio.
Tutto quello ch'era dubbio finiva col divenire importante per Alfonso.
Andando temeva di seccare Maller e che glielo dimostrasse, e non andandoci, che la sua assenza venisse notata come una mancanza di riguardo.
Stava per uscire dalla banca rimandando la difficile risoluzione al giorno appresso, allorché questa gli venne resa più facile da parecchi impiegati che attendevano in corridoio di poter entrare da Maller per salutarlo.
Rapidamente deciso si unì a loro.
Il vecchio Marlucci, un toscano che parlava sempre del governo granducale rimpiangendolo, uscì dalla stanza del principale.
Sessantenne e seduto da una ventina d'anni dietro a un libro maestro, era l'amico intrinseco di Jassy.
Venivano e andavano insieme riuniti dalla medesima sventura, la debolezza alle gambe; ma mentre Jassy aveva anche il cervello vacillante, le mani deboli, nervose, il toscano aveva l'occhio nero tranquillo, la parola sempre limpida, precisa.
Schierava giornalmente nel suo libro la data quantità di cifre nitide, ordinate e nel suo libro non c'erano altre correzioni all'infuori di quelle rese necessarie dagli errori delle altre sezioni.
Alfonso, seguendo l'impulso datogli dalla sua preoccupazione, gli chiese:
- E che cosa si ha da dire al signor Maller?
- Se non lo sa stia zitto! - gli rispose Marlucci ridendo e passò oltre.
Non c'era altro impiegato che White accanto a Maller che gli dava delle istruzioni.
Nel vano della finestra sedeva una donna; senza guardarla, Alfonso indovinò ch'era Annetta e sentì affluirsi il sangue al cuore.
Il signor Maller interruppe per un istante il suo colloquio con White.
Tese la mano ad Alfonso e con un sorriso freddo gli chiese se stesse bene.
Ritirata la mano si rimise a parlare con White.
Alfonso si avviò, ma una voce dolce, femminile, che in quella stanza stonava, lo fermò:
- Signor Nitti!
S'arrestò e si volse.
Era Annetta.
Portava un vestito grigio, la veletta grigia di un cappellino rotondo alzata sulla fronte bianca.
Una figura casta ma matronale.
Gli porse la mano.
- L'ha con me che non volle vedermi?
Alfonso protestò che realmente non l'aveva veduta.
Balbettava, ma disse più parole di quanto sarebbe stato necessario.
- Non glie ne faccio mica un rimprovero, - gli disse più a bassa voce e tanto confidenzialmente ch'egli trasalì per una sorpresa gioconda ma anche già preoccupato su quanto ne avrebbero pensato i presenti.
- Ella ha ragione anzi.
Mi dia la mano e un po' più amichevolmente dell'ultima volta.
Sorrideva guardandolo fisso, attendendo di vedersi corrisposta prontamente da eguale gentilezza.
Con sforzo Alfonso le sorrise con gratitudine.
Era lusingato ch'ella mostrasse di rammentarsi dei particolari di quella serata.
Ella guardò la sua mano chiusa in quella di Alfonso.
Alfonso aprì la sua e guardò anche lui.
La manina bianca e paffuta di Annetta coperta a mezzo da un guanto giaceva nella sua ruvida, l'anulare, dalla parte dell'indice, nero d'inchiostro.
- Ella vede spesso mio cugino?
- Quasi ogni sera!
- Mi parlò tanto di lei!
- Grazie! - mormorò Alfonso.
Voleva quel grazie diretto a Macario.
- Sarà possibile di vederla qualche volta da me? Vedrà che si annoierà meno dell'ultima volta.
Alfonso mormorò delle parole poco chiare.
Dal loro suono ella comprese ch'egli si metteva a sua disposizione.
- Venga domani a sera.
Probabilmente vi sarà qualche amico.
Senza complimenti ché a lei, a quanto me ne dicono, molto dispiacciono.
La casa le è sempre aperta.
Ridendo Maller si levò in piedi:
- Cari amici, questa è la stanza destinata agli affari.
Se volete chiacchierare andate in stanza dal signor Nitti.
Annetta non fu turbata di questa interruzione.
Rispose al padre invitandolo di sbrigare presto gli affari o che se ne sarebbe andata senz'attenderlo più oltre.
Congedò Alfonso con suono di voce più dolce, sorridendogli cortesemente, forse anche impietosita al vederlo arrossire fino alla radice dei capelli.
White poco dopo venne da lui e, essendoci Alchieri, per delicatezza gli parlò a bassa voce:
- Le mie congratulazioni per l'amicizia che ella seppe ispirare alla signorina Annetta.
È una bella cosa ma pericolosa.
Badi di non innamorarsene.
Macario lo condusse seco la sera appresso da Annetta.
Entrando nell'atrio di quella casa, Alfonso si rammentò dello stato in cui ne era uscito mesi prima e quella visita gli sembrò che avesse una grande importanza nella sua vita.
Infatti, agli esordi della sua vita in città, era stato avvilito da Annetta e il suo avvilimento aveva dato l'impronta a tutto quanto egli poscia aveva fatto.
Aveva aumentato la sua naturale timidezza e aveva reso più difficili i suoi rapporti con Maller, con Sanneo, con tutti i suoi superiori.
Finalmente in altro luogo che in casa Lanucci gli si concedeva di comportarsi altrimenti che da umile inferiore.
Macario, per via, gli presentava le persone che presumibilmente avrebbero trovato da Annetta.
Anzitutto Spalati, il professore di lingua e letteratura italiana dal quale Annetta prendeva delle lezioni.
A giudicarne dalla descrizione che ne fece, Macario doveva amarlo poco.
Era verista a credergli ma viceversa poi, quando si trovava alle prese con uno scrittore italiano, indagava pedantescamente se usava parole non legittimate dal Petrarca.
Del resto un bellissimo giovane, confessò Macario, e si capiva ch'era quella la qualità che lo privava della simpatia di colui che ne faceva la biografia.
Nel desiderio di contornarsi al più presto di persone conformi ai suoi novelli gusti, Annetta aveva attirato a sé le persone più intelligenti fra le sue conoscenze.
Fra gli altri Fumigi, parente di Maller, quarantenne.
Macario raccontava che si sapeva che dapprima la sua ambizione era stata di costituirsi libero col suo lavoro per dedicarsi interamente a certi suoi studî prediletti di matematica.
Era negoziante, capo di una ditta importante, e le male lingue asserivano che la possibilità di questa libertà già sussistesse e anche Macario era di tale parere.
Era naturale che il lavoro accanito di ogni giorno avesse terminato col togliere a Fumigi ogni altro desiderio.
- Credo non abbia più inclinazione che a quelle matematiche il cui risultato si possa toccare con mano.
Conserva il suo aspetto da matematico perché non dev'essere disaggradevole di venir considerato quale il futuro scopritore della quadratura del circolo.
Frequentava le serate di Annetta un giovinotto medico, certo Prarchi, uscito recentemente dall'università, uno dei pochi a questo mondo appassionati del proprio mestiere e non dell'altrui, diceva Macario.
Era una conoscenza fatta in un luogo di bagni e Annetta, per quel poco buon senso artistico di cui va a me debitrice, ama di sentir parlare di cose realistiche e quindi di medicina.
Il giovinetto ha un grande difetto, l'esagerazione delle sue qualità.
Parla tanto volontieri di medicina che talvolta parla anche di dosi.
Annetta mi confidò, e questo resti fra di noi, che tutta questa compagnia di brave persone l'annoia.
L'anno scorso quando aveva amicizia intrinseca con altre persone che valevano meno ma che vivevano meglio, la casa, bisogna confessarlo, era più allegra.
Giunti sul pianerottolo, udirono il suono del pianoforte.
Macario chiese a Santo chi sonasse.
- La signorina Annetta! - e rispondendo come al solito più di quanto gli si chiedesse: - Da un'ora circa!
- Oh! ammirabile la pazienza di quei signori! - esclamò Macario rivolto ad Alfonso.
Chiese a Santo chi ci fosse.
- Non c'è nessuno!
- È mercoledì quest'oggi? - chiese Macario perplesso.
- Sì, signore.
La signorina fece però avvisare il professore Spalati, io lo so perché andai io stesso ad avvisarlo, che non venisse perché aveva una forte emicrania.
- Allora chieda alla signorina se è disposta a riceverci, perché forse l'emicrania c'è anche per noi.
Il suono del piano cessò e Annetta venne a riceverli alla porta del tinello.
- Senza riguardi, avanti! - gridò loro - l'emicrania è cessata.
Macario aveva preceduto Alfonso.
Si fermò con risolutezza:
- A patto che tu non la procuri a noi.
Devi prometterci di non suonare più!
- Sai bene che per farmi udire da te bisogna proprio che tu me ne preghi!
Entrarono.
Annetta non si occupò che di Alfonso e lasciò che Macario si accomodasse da solo.
Ad Alfonso pareva di essere perfettamente libero da imbarazzi perché la cordialità di Annetta doveva averglieli tolti.
Infatti pensava a sangue freddo delle belle frasi come se fosse stato solo nella sua stanza, ma quando volle dirle perdette la calma e le smozzicò balbettando.
Mormorò che volontieri avrebbe udito Annetta a sonare e si era proposto di dire, fermandosi al frizzo fatto da Macario, che se egli avesse avuto l'emicrania, il suono del piano gliel'avrebbe fatta passate.
Annetta ringraziò dopo di averlo aiutato a completare la frase ed egli dovette riconoscere che era ben facile fare buona figura con persone che non hanno l'intenzione di farcela fare cattiva.
Precisamente l'emicrania, raccontò Annetta, l'aveva spinta al pianoforte.
Macario non parlava e quei due che discorrevano insieme per la prima volta si tenevano allo stesso tema quasi avessero temuto, lasciandolo, di non trovarne altro.
Annetta disse ancora che comprendeva che la musica potesse procurare ad altri l'emicrania, ma che l'attenzione che doveva metterci chi l'eseguiva lo distraeva da qualunque preoccupazione e da qualunque male.
Alfonso ammirò la verità di quell'osservazione e avrebbe voluto confermarla citando un suo filosofo che equiparava i dolori alle preoccupazioni e che suggeriva come rimedio ad ambedue la distrazione.
Tacque invece inchinandosi con un sorriso di assenso.
All'ultimo momento aveva preso paura di quelle frasi semplici ma concatenate e, eroicamente, aveva rinunziato a dirle, piuttosto che esporsi al pericolo di confondersi.
Contribuiva a togliergli la disinvoltura un esame accurato dei propri sentimenti.
Aveva principiato a farlo dal momento che aveva varcato la soglia di quella stanza.
Indifferente quella donna non gli era.
Era pur stato addolorato per mesi per esserne stato maltrattato.
Ora invece si scopriva straordinariamente freddo, scioccamente freddo.
Indovinava che per conservare l'amicizia di Annetta egli avrebbe dovuto dimostrarsene un poco innamorato e non gli riusciva.
Annetta si alzò per porgere a Macario il pezzo di musica ch'ella aveva sonato e fu con gioia che Alfonso si sentì trasalire dal desiderio improvviso.
Ella gli era tanto vicina che alzatasi egli non poteva vederla tutta.
Vedeva un petto colmo e una vita elegante quantunque non sottile, chiusa solidamente nella stoffa grigia che Annetta prediligeva.
Aveva sonato una sinfonia di Beethoven ridotta per pianoforte.
- Chissà come l'avrai sonata!
- Non bene! - disse Annetta sorridendo.
- Dev'essere difficile! - osservò Alfonso guardando una facciata nera di note.
- Impossibile! - corresse Annetta.
Raccontò che poco tempo prima ella l'aveva udita eseguita da un'orchestra.
Non si poteva essere soddisfatti di un'esecuzione al pianoforte.
- Del resto io mi accontento di molto meno che della perfezione.
Di queste note per esempio ometto la metà.
- Però - fece Alfonso - deve bastare per il divertimento...
specialmente per chi l'ha udita...
le note che si omettono si sentono lo stesso.
- Ah! sì! per fantasia!
- Quando si ha la fantasia che ha dei doveri verso l'esecutore, - osservò Macario calmamente.
- Ella fa degli studî a quanto si racconta? - chiese Annetta con serietà.
- Qualche poco; quello che posso!
- Mi dicono molto anzi.
Vorrei saperne fare come lei! Scrive qualche cosa? Pubblicherà presto qualche cosa?
- Per il momento, no!
In quei frangenti aveva pensato al suo studio sulla morale e se magari solo il primo capitolo fosse stato terminato ne avrebbe parlato.
- Le donne immediatamente vogliono i risultati! - disse Macario ridendo.
Lo difendeva e lo trattava con più rispetto che quando erano soli.
Sembrava volesse che Annetta molto lo stimasse, e soltanto molto tempo dopo Alfonso comprese che Macario lo aveva portato in quella casa non per apportare vantaggio a lui ma divertimento ad Annetta di cui voleva la riconoscenza.
Dalla parte che, come Alfonso sapeva dalle spiegazioni di Santo, doveva essere quella della stanza di ricevimento di Maller, entrò Francesca.
Alfonso si alzò con vivacità.
Voleva dimostrare la sua riconoscenza alla sua vecchia amica, l'unica che l'avesse accolto subito bene in casa Maller.
Si capiva dal contegno della signorina che non intendeva di fermarsi in quella stanza.
Corrispose con un cenno del capo al saluto di Alfonso.
- Rimanga comodo! - Non salutò Macario e rivolta ad Annetta le disse: - Se avesse bisogno di me, sono in stanza mia.
Aveva tutt'altro contegno del solito, meno libero, più riservato, ed era molto pallida e vestita più trascuratamente.
La sua figurina accanto ad Annetta mancava di forme.
Soltanto il colore caldo dei suoi capelli biondi dava luce alla sua faccia sofferente.
Uscì senz'altro e Alfonso vide che Macario guardava con curiosità Annetta la quale, uscita Francesca, gli diede un'occhiata incollerita come per fargli ammirare l'enormità di quel contegno.
- Perché non pubblicare al più presto qualche lavoro per farsi un nome? Certi giovani per amore all'accuratezza diventano pedanti prima del tempo, preferiscono la lima alla penna e finiscono col non far niente.
Io lo so per descrizioni che me ne vennero fatte.
Per adoperare la lima occorre, oltre che molto ingegno, molto senno critico.
Quando si fa si è artisti, ma quando si lima bisogna essere artisti e scienziati.
Nell'ultima idea il suo volto, ancora molto serio dopo l'uscita di Francesca, si schiarì.
Doveva essersi sentita soddisfatta di dirla.
Era un'idea del resto della quale Alfonso sarebbe stato superbo.
Ella maneggiava con grande libertà quei concettini critici.
- Ella che consiglia a me di pubblicare dà consigli ma non dà esempi.
- Breve, breve, ma la frase era stata detta tutta senza esitazioni.
- Per noi donne vi sono altri riguardi.
Però - aggiunse ridendo - spero che di qua a qualche mese non potrà più movermi un tale rimprovero.
Alfonso se ne congratulò.
Macario diede un grido di sorpresa e volle sapere qualche cosa del lavoro che Annetta preparava e di cui nulla fino ad allora gli aveva detto.
Conoscendo il carattere letterario di Annetta unicamente per la descrizione faceta che gliene aveva fatta Macario, Alfonso pensò che, poiché ella fino ad allora ne aveva taciuto, il lavoro doveva trovarsi in uno stato anche più embrionale del suo e che ne aveva parlato per soddisfare alla vanità stuzzicata.
Finalmente la conversazione deviò e per opera di Annetta stessa.
Si parlò dell'imminente stagione dei teatri ma più del contegno nei palchetti e in platea che sulla scena, e Alfonso stette zitto.
Macario e Annetta si divertirono a nominare e a descrivere alcuni giovanotti frequentatori della platea, e dal momento in cui Annetta fece dello spirito accompagnando i suoi frizzi di certe sue risate lunghe, fragorose che la facevano contorcersi, mettere in mostra un collo bianco, grassoccio, sul quale la tensione faceva visibili poche leggere pieghettature, Alfonso si sentì impacciato.
Gli pareva di vederla di nuovo cantare quella canzone bizzarra e saltare dinanzi a lui con una spudoratezza simile a quella delle matrone romane dinanzi ai loro schiavi.
Ancora una volta si parlò di arte o quasi, come Annetta sorridendo disse al momento del congedo.
Alfonso, che per poco che avesse frequentato il teatro s'era già accorto quale danno apportasse allo spettacolo il chiacchierio degli spettatori, proponeva di introdurre nei teatri il sistema dei teatri tedeschi, d'imporvi il silenzio e di abbassare nella sala i lumi.
Gli spiacque di non poter più dare ragione ad Annetta per la semplice ragione ch'ella adottò il parere contrario al suo dopo ch'egli già lo aveva emesso.
A teatro ad Annetta importava meno lo spettacolo sulla scena che quello in platea.
Diceva che le piaceva osservare i suoi simili più che gli omicciattoli fatture di altri omicciattoli.
- L'arte ci perde, lo riconosco, ma l'arte a teatro è poi arte?
Fece una smorfia di disprezzo che lasciò Alfonso di nuovo ammirato Egli non sapeva abbracciare così ciecamente delle idee altrui.
Uscendo, Alfonso scorse una donna sul pianerottolo superiore, la quale, al vedere Macario, si ritirò con precipitazione.
Aveva la statura di Francesca, ma Alfonso non poté vederne il volto.
Si sentiva avvicinato a Macario più da quella visita che da mesi di relazione.
Fu subito indiscreto:
- Strano che la signorina Francesca non sia rimasta a farci compagnia.
L'altra volta mi era sembrata di carattere espansivo e allegro.
Che cosa può avere da renderla così selvaggia?
- Mal di capo probabilmente, - rispose Macario brevemente e cambiò discorso.
- Ha veduto che mia cugina è migliore della sua fama e dell'idea ch'ella se ne era fatta.
Ha inteso il suo invito.
Da oggi ella appartiene a quello che Spalati chiama il club del mercoledì.
Procuri di diventare il buon amico di mia cugina perché è una amicizia che a lei potrebbe essere utile.
Parlava seriamente.
L'utile a cui alludeva era la protezione di Annetta per l'impiego.
Alfonso trovò l'allusione poco delicata e arrossì ma non protestò e si congedò anzi con una stretta di mano molto amichevole.
Egli poteva dolersi di venir considerato quale una persona che tentasse di giungere per vie insolite al proprio utile; gli parve però di dover essere tanto più riconoscente a chi dimostrava di volerlo aiutare anche dopo di averlo riconosciuto per meno scrupoloso.
90
X
La signora Carolina scriveva ad Alfonso con grande regolarità.
Dalle sue lettere trapelava la noia di scrivere e che non c'era che l'alta idea ch'ella s'era fatta della maternità per indurla ad inviare con regolarità al figliuolo le due paginette delle sue zampe di mosca.
Soltanto per le persone colte lo scrivere può tenere luogo al parlare.
Solitamente riempite da raccomandazioni, da saluti per proprio e per conto altrui, si comprendeva di quanto la scrivente venisse sollevata nella sua fatica quando c'era qualche grosso avvenimento, un matrimonio fra conoscenti nel villaggio oppure qualche morte.
Allora le due paginette diventavano anche tre o quattro.
Ricevette una lettera dalla madre il giorno dopo la visita ad Annetta e anche nell'agitazione in cui si trovava il suo contenuto lo interessò vivamente.
Era una lettera di quattro facciate di cui le due prime erano le solite perché fatte evidentemente senza che la scrivente sapesse di doverci aggiungere le altre due.
Nell'ultima parte la signora Carolina raccontava che la signorina Francesca le aveva scritto chiedendole se avesse abbastanza posto in casa sua per cederle una stanza.
La lettera della signorina Francesca doveva essere stata molto affettuosa e le doveva essere caduta dalla penna anche qualche parola triste.
La signora Carolina, cui non faceva difetto intelligenza, ne era sorpresa e supponeva che la signorina Francesca dovesse sentirsi molto disgraziata per scrivere con tale affetto a persona che le era quasi del tutto sconosciuta.
"Del resto, parla di questa sua venuta fra noi con tristezza.
Io le ho concesso la stanza ch'ella mi chiede, ma avrei bisogno di una compagnia un po' più allegra."
Certamente la causa che induceva la signorina Francesca a lasciare la casa di Maller era la stessa che le aveva fatto mutare a quel modo il suo contegno.
Doveva esserci stata con Annetta qualche forte disputa, dopo la quale la più debole doveva abbandonare il campo.
Forse vedendo che ne conosceva tanta parte, Macario gli avrebbe comunicato anche il resto di quell'affare.
Alla sera lo trovò che camminava accanto ad un uomo attempato, il quale gestiva raccontando qualche cosa che doveva essere molto interessante perché Macario ascoltava con attenzione.
Ad Alfonso parve di scorgere fra quei due la medesima relazione che correva fra lui e Macario.
Non usava fermare Macario che di spesso vedeva con altre persone o camminare con passo celere assorto nei suoi pensieri, ma avendo da raccontargli qualche cosa che non doveva essergli indifferente, non ebbe riguardi.
Gli si avvicinò:
- Avrei a dirle una parola!
Quando non aveva ancora udito la sua domanda Macario accennava di passare oltre con un saluto cortese.
Non appena uditala si volse al suo compagno per congedarsi, poi però chiese ad Alfonso se fosse cosa lunga.
- Un solo istante! - gridò Alfonso già pentito d'averlo fermato.
L'altro acconsentì di attendere.
Si trattava ora di essere conciso, esponendosi al rischio di venir corrisposto da Macario con una alzata di spalle per rimproverarlo di averlo fermato per cosa futile.
Questo non avvenne anzi fu tutt'altro.
Macario stette a udire attento e fece dei gesti di sorpresa.
Alfonso, per aumentare l'importanza della cosa, si lasciò scappar detto anche delle osservazioni fatte dalla signora Carolina sulla tristezza della signorina Francesca.
Supponendo che il tutto gli fosse stato raccontato per chiedergli un consiglio, Macario gli disse di pregare la signora Carolina che aiutasse la signorina Francesca in quanto poteva.
Poi andò all'altro che lo attendeva e Alfonso si trovò di aver raccontato tutto e di non aver appreso nulla.
Pochi giorni dopo Maller lo fece chiamare.
Non era stato mai tanto gentile con lui e parlò con semplicità senza volgere lo sguardo ad un canto o all'altro del suo tavolo come quando si ostinava a non guardare in faccia il suo interlocutore.
Gli disse che non potendo scrivere ella stessa perché indisposta la signorina Francesca lo pregava di scrivere lui alla signora Carolina, che volesse scusarla e considerare nulla la domanda fattale pochi giorni prima.
Alfonso, pronto, dichiarò che voleva scrivere sul momento.
Maller sorrise, s'inchinò ringraziando e prendendolo in parola gli disse che desiderava che la signora Carolina fosse subito avvisata del mutamento nelle disposizioni prese dalla signorina Francesca precisamente per evitarle i disturbi di preparativi inutili.
Doveva però esserci anche altra ragione per cui desiderava tanta premura perché si abbassò fino a raccomandarla un'altra volta come se non avesse dovuto bastare una sola parola per dare ad Alfonso le ali.
- Posso dunque essere sicuro ch'ella scriverà oggi stesso?
- Ma certamente! - assicurò Alfonso meravigliato.
Scrisse infatti immediatamente alla madre comunicandole che la signorina Francesca aveva abbandonato l'idea di ritirarsi nel villaggio.
Assorbito ogni altro pensiero dalla cura di eseguire al più presto l'ordine di Maller, la sua lettera divenne tanto secca che subito dopo dovette farla seguire da altra in cui le inviava notizie proprie e quelle assicurazioni di affetto immutabile che la signora Carolina voleva trovare in ogni sua lettera.
Aveva portato la sua lettera a Starringer per la spedizione immediata.
Ritornando alla sua stanza s'imbatté sul corridoio in Maller che usciva.
Per il desiderio di dimostrargli il suo zelo e levarlo da ogni preoccupazione circa l'esecuzione del suo ordine, gli disse sorridendo:
- Ho già spedita la lettera!
- Grazie! - disse Maller che per un istante rimase attonito quasi non ricordasse più di che cosa si trattasse.
Anche il tono di voce era più freddo di molto di quello usato mezz'ora prima.
Bastò per mettere Alfonso in agitazione.
Aveva avuto torto di fermare con tale famigliarità il suo principale dinanzi ai servi e più ancora di riparlargli di un servizio che gli aveva reso, quasi a chiedergli di replicare i ringraziamenti.
In stanza sua non trovò che Alchieri già pronto per andarsene.
L'agitazione rendeva Alfonso ciarliero.
Non sapeva sopportarla da solo; la parola fredda di un indifferente poteva calmarlo.
Raccontò ad Alchieri della lettera ricevuta da sua madre ed il colloquio avuto con il signor Maller.
Alchieri lo stette a udire distratto perché impensierito da affari propri.
Attendeva con impazienza l'esito che avrebbe avuto una sua domanda di aumento di paga inoltrata quel giorno al principale; minacciava di abbandonare il posto e dava ad intendere di avere altro impiego alle viste, mentre sarebbe stato un uomo ruinato se lo si fosse preso in parola.
- Ho fatto molto male di fermare il signor Maller sul corridoio?
E a questa domanda di Alfonso, Alchieri, che non aveva saputo dare la sua attenzione che a una parte di quanto gli si raccontava, rispose:
- Scommetterei ch'è la sua amante.
Questa supposizione di Alchieri era tanto probabilmente giusta che Alfonso si meravigliò di non averla fatta lui prima.
Ad Alchieri era stata suggerita dalla sua malizia, ma diveniva giusta per le circostanze note ad Alfonso.
Che cosa d'altro poteva essere accaduto da mutare di tanto i rapporti fra Annetta e Francesca e il contegno di quest'ultima? Per quanto fosse naturale che Maller venisse incaricato di parlare con lui, il modo era stato insolito in quella banca ove non si era abituati a ricevere che ordini e anche quelli brevi, concisi, con tono e parole di ufficio.
Gli era stato detto che Maller era donnaiuolo, ma non gli era venuto in mente la supposizione fatta da Alchieri, perché, anche saputo dei costumi di Maller, la sua casa gli era apparsa circondata da un nimbo che non vi lasciava penetrare delle passioni umane che la superbia e la vanità.
Era stato difficile ad Alfonso d'immaginare l'amore in quelle stanze fredde, tenute per lusso, in gran parte non abitate, o meno ancora nella stanza coniugale di Maller ove, come gli aveva raccontato Santo, c'era ancora il letto della moglie, lasciato intatto dacché ci aveva agonizzato la giovine signora.
Bastò però il sospetto di Alchieri, un uomo che in quella casa non aveva mai messo piede, per toglierle quel nimbo, e la fantasia di Alfonso la popolò di amori delittuosi, resi più foschi dal lusso che li circondava.
Gli sembrava un delitto la seduzione di Francesca agevolata di troppo dalla posizione subalterna di costei.
Provò qualche cosa di simile alla gelosia al figurarsi quella figurina bianca e bionda gettata fra le braccia di quel freddo Maller, un'avventura che a lei ruinava la vita, a lui invece non costava niente e non aveva che il valore di un passatempo qualunque.
Egli non comprendeva quale parte in questo romanzetto toccasse ad Annetta.
Probabilmente aveva essa tentato di allontanare Francesca e non le era riuscito.
Per la prima volta sognò di divenire l'amante di Annetta.
La cosa gli pareva meno impossibile ora che la vedeva in mezzo a quelle tresche che non si curavano neppure di rimanere celate a lei; il sogno ne era reso più facile.
Non seppe però sognare di venirne amato, perché su quel volto calmo, marmoreo non sapeva immaginare l'espressione dell'affetto o del desiderio.
Fece un sogno da ragazzo vizioso.
Ella si abbandonava a lui fredda, per compiacenza o per vendicarsi di un terzo oppure per ambizione.
I suoi sogni sempre cominciavano col ricamare sul reale per poi allontanarsene completamente, e con facilità si figurava di valere tanto agli occhi di Annetta da venirne amato anche per ambizione.
Da solo non trovava la via per recarsi da Annetta.
L'invito che gli era stato fatto non gli sembrava abbastanza concreto e il primo mercoledì non vi andò dopo di aver cercato per tutta la settimana inutilmente Macario acciocché lo accompagnasse.
Quei suoi sogni su Annetta dovevano renderlo anche più timido pel timore di lasciarne trapelare qualche cosa.
Desiderava però di rivedere Annetta e più intensamente che non la prima volta allorché per lui si era trattato soltanto di farsi ben volere dalla figliuola del suo principale.
Ora l'amava! Quello doveva essere l'amore, il desiderio di una persona e di nessun'altra.
Egli sottilizzava sui suoi sensi agitati non potendolo su un sentimento qualunque che gli mancava.
Nei pochi giorni in cui aveva inutilmente cercato di soffocare i suoi desideri dando loro altra direzione s'era sentito diventare uomo, adulto.
Egli desiderava una donna, quella, e tutte le altre, per lui, per i suoi sensi, non esistevano.
Si rammentava degli appunti ch'egli aveva fatti alla figura di Annetta e ora si meravigliava di non aver subito compreso che l'originalità di quella figura e la sua bellezza erano precisamente formate da ciò ch'egli aveva qualificato per difetti.
Gli occhi poco neri! I capelli non abbastanza ricciuti! Annetta aveva una figura da Venere e quella testa con gli occhi azzurri, tranquilli, i capelli lisci quasi modestamente, era la testa dell'intelligenza.
Un bacio su quelle labbra che non sembravano capaci di corrispondervi doveva essere tanto più delizioso!
Quando al mercoledì susseguente s'imbatté in Macario il quale per incarico di Annetta gli fece i più forti rimproveri perché aveva mancato la settimana prima, Alfonso trasalì dalla gioia.
Veniva cercato, chiamato.
Poi anche Annetta gli fece dei rimproveri, dolcemente.
Gli disse che Macario le aveva raccomandato di non intimidirlo:
- Altrimenti la sgriderei.
Ha proprio da essere timido anche con me? Le faccio paura?
Queste gentilezze lo commossero però meno di quelle ch'ella gli aveva fatto pervenire per mandato.
Avendola dinanzi agli occhi dimenticava i suoi sogni.
Ella era tutta intenta alla formazione della sua società letteraria e la sua naturale freddezza, che nel ricordo poteva pigliare l'aspetto di qualità secondaria, là invece era imponente e dava il colore a tutte le altre qualità sue.
Non era una donna quando parlava di letteratura.
Era un uomo nella lotta per la vita, moralmente un essere muscoloso.
Si stava bene in quel salotto specialmente perché fuori era scoppiata veemente la bora che in poche ore aveva spazzato via ogni ricordo dell'estate.
Alfonso e Macario trovarono Spalati venuto poco prima; Fumigi e il dottor Prarchi vennero subito dopo.
Il dottor Prarchi fece deviare il discorso dalla letteratura ove era caduto, raccontando del suicidio di un cassiere ch'essi tutti avevano conosciuto.
Si trattava di uomo ch'era vissuto molto modestamente e che non aveva avuto altro torto che di frequentare persone troppo più ricche di lui.
Ad onta della sua moderazione ciò era bastato a ruinarlo.
Prarchi terminò la descrizione con una sentita parola di compassione.
Egli aveva anche veduto il corpo del suicida.
Annetta si strinse nelle spalle con sdegno: - Peggio per lui! - Il tipo non le era simpatico; forse temeva che suo padre s'imbattesse in uno che gli somigliasse.
Alfonso si trovava veramente in lotta con Fumigi per poter rivolgere la sua attenzione alla conversazione generale.
L'ometto gli si era cacciato accanto e lo interrogava sui suoi studî.
Dovevano avergliene parlato molto perché il matematico lo ammirava, gli faceva la corte.
Voleva sapere come avesse disposto l'orario per poter dedicare giornalmente a quegli studî una o più ore.
Diceva di non aver saputo avere questa regolarità nelle sue occupazioni e di crucciarsene perché soltanto lo studio sistematico apportava qualche utile, non quello fatto a sbalzi.
Tutta l'attenzione di Alfonso era rivolta ad Annetta.
Per quanto in sua presenza non sentisse desiderî ne era tuttavia preoccupato.
Anzitutto era quasi addolorato di non sentirli e cercava di provocarli; studiava quel volto per vedere di metterci l'espressione della passione che mancava a far perfetto il suo sogno.
Era mal scelto il momento, immediatamente dopo l'espressione spietata che le era sfuggita a proposito del suicidio di quel cassiere.
Gl'imponeva o almeno così gli parve di dover definire il rispetto che gl'impediva di notare quanto di falso, di affettato ci fosse nel suo contegno.
Quando Macario per la prima volta gliel'aveva descritta, quella donnetta che si era sentita nascere improvvisamente una vocazione aveva destato la sua ilarità, per quanto da questa vocazione egli venisse avvantaggiato.
Era ridicolo anche quell'apparato, quei preparativi per formare a sé d'intorno una società letteraria, e se egli non ne rideva non era per il nuovo suo sentimento.
Egli scorgeva con facilità il lato ridicolo o falso nelle opere altrui, ma spesso gli accadeva di non saperne ridere perché per la soggezione in cui con facilità lo tenevano persone a lui del resto inferiori finiva col dubitare di sé, della giustezza del proprio sentimento o del proprio giudizio.
Anche qui non si trattava d'altro.
In Annetta gl'imponeva la mancanza di dubbî, la sicurezza, l'incuria dell'impressione che potesse produrre in altri il suo contegno, infine l'aspetto di superiorità da persona che non si sente diminuita da nessuna inferiorità e magari nella stessa cosa in cui vuole eccellere, inferiorità di solito avvilente.
Prarchi parlò di un suo romanzo naturalista.
- Rimarrò medico - diceva - anche essendo romanziere.
Si tratta di studiare un lento corso di paralisi progressiva.
I medici cominciano a studiarla quando è già completa; io invece allora l'abbandonerò.
La studierò nel suo formarsi.
Carattere da paralitico, organismo da paralitico, idee da paralitico e che arrechino dei disturbi alle persone che lo contornano e...
il romanzo è fatto.
- Sì - esclamò Annetta - il romanzo sì, ma il successo?
Ad Alfonso, che ne aveva qualche pratica, parve di poter arguire dalla descrizione di Prarchi che del romanzo ch'egli descriveva nulla ancora avesse fatto e che anzi giusto allora ne avesse avuto la prima idea.
Prarchi era un giovane forte senz'esser grasso.
Non bello, aveva la testa grande quasi calva e sul largo volto piccoli mustacchi di un biondo troppo chiaro.
Fumigi avrebbe dovuto riuscire più simpatico ad Alfonso e prima di tutto perché quella sera dirigeva di preferenza a lui la parola.
Ciò però avveniva soltanto perché parlava malvolentieri ad alta voce e stava piuttosto cheto, la personcina magra poggiata allo schienale della seggiola, ascoltando attento e dicendo la sua parola di rado a bassa voce e diretta al suo vicino.
I capelli della testa aveva grigi, dei mustacchi e della barbetta ancora neri.
Alfonso penava per mettere la sua parola nel discorso generale e non gli riusciva.
Fino ad allora Annetta aveva dovuto ammetterlo per letterato sulla raccomandazione di Macario.
Egli non aveva saputo darne alcuna prova.
Proprio quando si era sul punto di congedarsi comparve Francesca.
Era pallida ma tranquilla.
Strinse con effusione la mano ad Alfonso e gli chiese notizie di casa sua.
Alluse con un sorriso, che ad Alfonso parve triste, alla lettera ch'ella aveva scritta alla signora Carolina.
Sapeva dunque dell'incarico da lui ricevuto da Maller.
Annetta le rivolse la parola dandole del lei e Alfonso cercava di rammentarsi se prima non le avesse udite trattarsi con maggior famigliarità.
Sulle scale, alla domanda fattagli da Prarchi sulla ragione che poteva aver fatto desiderare alla signorina Francesca di abbandonare la casa Maller, Macario rispose:
- Donne!...
- con grande disprezzo.
97
XI
Da allora Alfonso fece visita ad Annetta regolarmente ogni mercoledì.
Macario lo aveva avvisato che poteva avvenire che un mercoledì o l'altro trovasse Annetta con opinioni e gusti del tutto mutati e la letteratura abbandonata, ciò che avrebbe significato anche la cessazione di quelle riunioni.
Alfonso vi andava temendo di trovare avverata la predizione di Macario.
Ci teneva molto a quella riunione altrettanto per la soddisfazione di vedere Annetta che per quella della sua vanità.
In ufficio si sapeva che egli frequentava la casa del principale e veniva trattato con maggiore rispetto dai superiori.
Anche il contegno di Cellani ne venne modificato.
Più gentile non poteva divenire ma divenne più famigliare.
Non pareva che Annetta fosse vicina a dare compimento alla profezia di Macario e sempre più si esaltava per i suoi nuovi studî.
Ogni settimana poteva raccontare di aver pensato qualche cosa di artistico, letto qualche libro che con le esagerazioni del neofita ella dichiarava il più importante nel genere, quando, per capriccio o avendovi scorto una parte più debole, non lo demoliva, e ciò sempre col suo abituale tono di competenza, ma spesso trovando detti spiritosi o giudizî acuti che non avevano che il difetto di non trovarsi tutti in buona armonia fra di loro.
Ospite insolito una sera venne Cellani.
Era probabilmente la prima volta che compariva in quella compagnia perché Annetta dovette presentargli Spaiati.
Non si trovò a disagio da quanto Alfonso poté giudicare.
Non parlò affatto ma stette a udire con grande attenzione.
Una volta in una discussione venne chiesto del suo parere.
Egli si rifiutò a dirlo sorridendo e asserendo di non averne.
Con Annetta sembrava avesse rapporti molto amichevoli.
Per quella sera ella si occupò principalmente di lui con cortesia attenta tanto, che diveniva dimostrazione di un affetto rispettoso.
Prarchi interveniva meno spesso a quelle serate perché molto occupato.
Fumigi mancava di rado, ma il più assiduo era Spalati.
Come l'aveva detto Macario, Spalati era anzitutto un bell'uomo, una figura erculea accanto alla quale Alfonso pur alto e non magro doveva scomparire.
Ad Alfonso non era simpatico.
Rimproverava a Spalati la pedanteria, ma l'odiava per gelosia.
Ne aveva qualche ragione.
Spalati era il più innanzi nella confidenza di Annetta.
Per circa un anno le aveva impartito delle lezioni di letteratura italiana e aveva saputo arrivare ad avere con essa la confidenza dell'insegnante, senza seccarla con troppa dottrina.
La lasciava parlare, stava ad ascoltare, approvava o leggermente modificava, sempre contento di venir trattato da pari a pari.
Sentendosi sempre inferiore con la sua parola impacciata, Alfonso ebbe degli assalti violenti di gelosia, tempeste in un bicchier d'acqua.
Al di fuori nulla trapelava per la forzata abituale sua riserva nell'espressione dei suoi sentimenti, la quale tanto maggiore diveniva quanto più forti erano.
Una sera se ne andò via prima dicendo di essere indisposto.
Voleva dimostrare il suo malumore e si adirò che nessuno lo comprendesse, che tutti credessero nella sua malattia.
Gironzò per le vie della città malcontento degli altri e di sé.
Avendo l'abitudine quando era agitato di monologare, doveva accorgersi del ridicolo che c'era nella sua ira.
Anche nel sogno più astratto una parola precisa pronunziata richiama alla realtà.
Egli era giunto a desiderare Annetta, amarla, esserne geloso; ella invece sapeva appena appena quale suono avesse la sua voce.
Con chi doveva prendersela? Lo aveva offeso più di tutto la stretta di mano di congedo ch'ella gli aveva dato freddamente e tenendo gli occhi rivolti a Spalati che continuava a parlare! Avrebbe forse voluto ch'ella si mettesse a meditare sulle cause dell'improvviso pretestato malessere? Un malessere infine non poteva dire nulla quando prima nulla era stato detto per spiegarlo.
Poteva capitare a Spalati e andandosene neppure costui avrebbe potuto ottenere altro che l'augurio di buona salute.
Ironizzando su se stesso si trovò piccolo e malaticcio coi suoi desiderî tanto sproporzionati al possibile, perché egli aveva sognato di venir amato da Annetta!
Voleva abbandonare il giuoco! Era l'unica via che gli restasse aperta.
Non avrebbe fatto più di quelle visite! Era tempo perduto, prima quello che passava in quella casa e poi dell'altro fuori, per l'agitazione in cui quelle visite lo ponevano.
Lo avvilivano! S'era messo in una lotta in cui doveva soggiacere, lui non capace di parlare per piacere ma solo per farsi comprendere, e doveva soggiacere anche per le condizioni in cui si trovava poco atte a sedurre della gente ambiziosa come era quella con cui aveva a fare.
Con una scusa qualunque, anzi procurando di non farla credibile, si sarebbe astenuto dal rimettere più piede in casa Maller.
Erano quelle visite che lo avevano fatto deviare dai suoi propositi ferrei di lavoro continuato e senz'accorgersene l'ambizione, nata in lui da poco, andava mutandosi in vanità, il desiderio di venir tenuto da più di quanto non fosse.
Gli parve di essere già ritornato alla serietà di propositi che aveva avuta altre volte quando era frequentatore assiduo della biblioteca civica, ma col pensiero ricorreva alla casa donde usciva e sognava scene in cui veniva scongiurato di ritornarci.
Ci ritornò senz'esserne pregato, unicamente perché alla mattina del mercoledì Macario passando gli aveva gridato:
- A questa sera, eh!
Gli otto giorni gli erano sembrati lunghissimi, un intervallo di tempo pieno di avventure, mentre nella sua vita realmente nulla era avvenuto.
Aveva pensato soltanto di aver già portato a compimento il suo proposito e sognato mille conseguenze da qualche suo atto energico.
Poi s'era trovato libero di ritornare indietro o meglio di rimanere dove era e ne era stato felice.
Quegli otto giorni gli rammentarono la sua avventura con Maria.
Questa volta il caso e nient'altro gli aveva impedito di fare qualche passo inconsiderato che avrebbe rotto la sua relazione con Annetta.
Se l'avesse rotta, che cosa gli sarebbe rimasto? Sarebbe ridivenuto l'umile impiegatuccio di Maller e alle sue ire niuno avrebbe badato.
Si presentò in casa di Annetta una mezz'ora prima del solito e fu premiato della sua risoluzione perché per la prima volta trovò Annetta sola.
Tutti s'erano fatti scusare, meno Macario ch'era ancora atteso.
Annetta disse che supponeva non avessero saputo rinunziare ad una festa cittadina e dimostrò la sua gratitudine ad Alfonso dicendogli con dolcezza ch'era lui ad aver torto d'essere venuto a chiudersi in una stanza melanconica.
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