COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 16
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Formano tutti insieme una grande repubblica di vagabondi liberissimi, senza collare, senza nome, senza uffici, senza casa, senza leggi.
Fanno tutto nella strada; vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini, e vi muoiono; e nessuno, almeno a Stambul, li disturba menomamente dalle loro occupazioni e dai loro riposi.
Essi sono i padroni della via.
Nelle nostre città è il cane che si scansa per lasciar passare i cavalli e la gente.
Là è la gente, sono i cavalli, i cammelli, gli asini che fanno anche un lungo giro per non pestare i cani.
Nei luoghi più frequentati di Stambul, quattro o cinque cani raggomitolati e addormentati proprio nel bel mezzo della strada, si fanno girare intorno per una mezza giornata tutta la popolazione d'un quartiere.
E lo stesso accade a Pera e a Galata, benchè qui siano lasciati in pace non già per rispetto, ma perchè sono tanti, che a volerseli cacciare di fra i piedi, bisognerebbe non far altro che tirar calci e legnate dal momento che s'esce di casa al momento che si ritorna.
A mala pena si scomodano quando, nelle strade piane, si vedono venire addosso una carrozza a tiro a quattro, che va come il vento, e non ha più tempo di deviare.
Allora si alzano, ma non prima dell'ultimo momento, quando hanno le zampe dei cavalli a un filo dalla testa, e trasportano stentatamente la loro pigrizia quattro dita più lontano: lo strettissimo necessario per salvare la vita.
La pigrizia è il tratto distintivo dei cani di Costantinopoli.
Si accucciano in mezzo alle strade, cinque, sei, dieci in fila od in cerchio, arrotondati in maniera che non paion più bestie, ma mucchi di sterco, e lì dormono delle giornate intere, fra un viavai e uno strepito assordante, e non c'è nè acqua, nè sole, nè freddo che li riscuota.
Quando nevica, rimangon sotto la neve; quando piove, restano immersi nella mota fin sopra la testa, tanto che poi, alzandosi, paiono cani sbozzati nella creta, e non ci si vede più nè occhi, nè orecchie, nè muso.
A Pera e a Galata, però, son meno indolenti che a Stambul, perchè ci trovano meno facilmente da mangiare.
A Stambul sono in pensione, a Pera e a Galata mangiano alla carta.
Sono le scope viventi delle strade.
Quello che rifiutano i maiali, per loro è ghiottoneria.
Fuor che i sassi mangiano tutto, e appena hanno tanto in corpo da non morire, tornano a raggomitolarsi in terra e ridormono fin che non li sveglia la fame.
Dormono quasi sempre nello stesso luogo.
La popolazione canina di Costantinopoli è divisa per quartieri come la popolazione umana.
Ogni quartiere, ogni strada è abitata, o piuttosto posseduta da un certo numero di cani, parenti ed amici, che non se ne allontanano mai, e non vi lasciano penetrare stranieri.
Esercitano una specie di servizio di polizia.
Hanno i loro corpi di guardia, i loro posti avanzati, le loro sentinelle fanno la ronda e le esplorazioni.
Guai se un cane d'un altro quartiere, spinto dalla fame, s'arrischia nei possedimenti dei suoi vicini! Una frotta di cagnacci insatanassati gli piomba addosso, e se lo coglie, lo finisce; se non può coglierlo, lo insegue rabbiosamente fino ai confini del quartiere.
Sino ai confini, non più in là; il paese nemico è quasi sempre rispettato e temuto.
Non si può dare un'idea delle battaglie, dei sottosopra che seguono per un osso, per una bella, o per una violazione di territorio.
Ogni momento si vede una frotta di cani stringersi furiosamente in un gruppo intricato e confuso, e sparire in un nuvolo di polvere, e lì urli e latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; poi la frotta si sparpaglia, e a traverso il polverìo diradato si vedono distese sul terreno le vittime della mischia.
Amori, gelosie, duelli, sangue, gambe rotte e orecchie lacerate, son l'affare d'ogni momento.
Alle volte se ne radunan tanti e fanno tali baldorie davanti a una bottega, che il bottegaio e i garzoni son costretti ad armarsi di stanghe e di seggiole e a fare una sortita militare in tutte le regole per sgombrare la strada; e allora si sentono risonar teste e schiene e pancie, e ululati che fanno venir giù l'aria.
A Pera e a Galata in specie, quelle povere bestie sono tanto malmenate, tanto abituate a toccare una percossa ogni volta che vedono un bastone, che al solo sentir battere sul ciottolato un ombrello o una mazzina, o scappano o si preparano a scappare; ed anche quando sembra che dormano, tengono quasi sempre un occhio socchiuso, un puntino impercettibile di pupilla, con cui seguono attentissimamente, anche per un quarto d'ora filato, e a qualunque distanza, tutti i più leggieri movimenti di qualsiasi oggetto che abbia apparenza d'un bastone.
E son così poco assuefatti a trattamenti umani, che basta, passando, accarezzarne uno, che dieci altri accorrono saltellando, mugolando, dimenando la coda, e accompagnano il protettore generoso fino in fondo alla strada, cogli occhi luccicanti di gioia e di gratitudine.
La condizione d'un cane a Pera e a Galata è peggiore, ed è tutto dire, di quella d'un ragno in Olanda, che è l'essere più perseguitato di tutto il regno animale.
Non si può, vedendoli, non credere che ci sia anche per loro un compenso dopo morte.
Anch'essi, come ogni altra cosa a Costantinopoli, mi destavano una reminiscenza storica; ma era un'amara ironia; erano i cani delle caccie famose di Baiazet, che correvano per le foreste imperiali dell'Olimpo colle gualdrappine di porpora e coi collari imperlati.
Quale diversità di condizione sociale! La loro sorte infelice dipende anche in parte dalla loro bruttezza.
Sono quasi tutti cani della razza dei mastini o dei can lupi, e ritraggono un po' del lupo e della volpe; o piuttosto non ritraggono di nulla; sono orribili prodotti d'incrociamenti fortuiti, screziati di colori bizzarri, della grandezza dei così detti cani da macellaio, e magri che se ne possono contar le costole a venti passi.
La maggior parte poi, oltre alla magrezza, son ridotti dalle risse in uno stato che, se non si vedessero camminare, si piglierebbero per carcami di cani macellati.
Se ne vedono colla coda mozza, colle orecchie monche, col dorso spelato, col collo scorticato, orbi d'un occhio, zoppi di due gambe, coperti di guidaleschi e divorati dalle mosche; ridotti agli ultimi termini a cui si può ridurre un cane vivente; veri avanzi della fame, della guerra e della vaga venere.
La coda, si può dire che è un membro di lusso: è raro il cane di Costantinopoli che la serbi intera per più di due mesi di vita pubblica.
Povere bestie! metterebbero pietà in un cuore di sasso; eppure si vedono qualche volta potati e rosicchiati in un modo così strano, si vedono camminare con certi dondolamenti così svenevoli, con certi barcollii così grotteschi, che non si possono trattenere le risa.
E non son nè la fame nè la guerra nè le legnate il loro peggiore flagello: è un uso crudele invalso da qualche tempo a Galata e a Pera.
Sovente, di notte, i pacifici peroti sono svegliati nei loro letti da un baccano indiavolato; e affacciandosi alle finestre, vedon giù nella strada una ridda spaventevole di cani che spiccano salti altissimi, e fanno rivoltoloni furiosi e battono capate tremende nei muri; e la mattina all'alba la strada è coperta di cadaveri.
È il dottorino o lo speziale del quartiere, che avendo l'abitudine di studiare la notte, e non volendo esser disturbati dalla canea, si sono procurati una settimana di silenzio con una distribuzione di polpette.
Queste ed altre cagioni fanno sì che il numero dei cani diminuisca continuamente a Pera e a Galata; ma a che pro? Intanto a Stambul crescono e si moltiplicano, sin che non trovando più alimento nella città turca, migrano a poco a poco all'altra riva, e riempiono nella famiglia sterminata tutti i vuoti che v'han fatto le battaglie, la carestia e il veleno.
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[Gli eunuchi]
Ma vi sono altri esseri, a Costantinopoli, che fanno più compassione dei cani, e son gli eunuchi, i quali, come s'introdussero fra i turchi malgrado i precetti formali del Corano che condannano questa infame degradazione della natura, sussistono ancora, malgrado la legge recente che ne proibisce il traffico, poichè è più forte della legge la scellerata avidità dell'oro che fa commettere il delitto, e l'egoismo spietato che se ne vale.
Questi disgraziati s'incontrano ad ogni passo nelle strade, come s'incontrano, ad ogni passo nella storia.
In fondo a ogni quadro della storia turca, campeggia una di queste figure sinistre, colle fila d'una congiura nel pugno; coperto d'oro o intriso di sangue, vittima, o favorito, o carnefice, palesemente od occultamente formidabile, ritto come uno spettro all'ombra del trono, o affacciato allo spiraglio d'una porta misteriosa.
Così per Costantinopoli, in mezzo alla folla affaccendata dei bazar, tra la moltitudine allegra delle Acque dolci, fra le colonne delle moschee, accanto alle carrozze, nei piroscafi, nei caicchi, in tutte le feste, in tutte le folle, si vede questa larva d'uomo, questa figura dolorosa, che fa colla sua persona una macchia lugubre su tutti gli aspetti ridenti della vita orientale.
Scemata l'onnipotenza della corte, è scemata la loro importanza politica, come rilassandosi la gelosia orientale, è diminuita la loro importanza nelle case private; i vantaggi del loro stato son quindi molto scaduti; essi non trovano più che assai difficilmente nella ricchezza e nella dominazione un compenso alla loro sventura; non si trovano più i Ghaznefer Agà che consentono alla mutilazione per diventar capi degli eunuchi bianchi; tutti sono ora certamente vittime, e vittime senza conforti; comprati o rubati bambini, in Abissinia od in Siria, uno su tre sopravvissuti al coltello infame, e rivenduti in onta alla legge, con una ipocrisia di segretezza, più odiosa d'un aperto mercato.
Non c'è bisogno di farseli indicare, si riconoscono all'aspetto.
Son quasi tutti d'alta statura, grassi, flosci, col viso imberbe e avvizzito, corti di busto, lunghissimi di gambe e di braccia.
Portano il fez, un lungo soprabito scuro, i calzoni all'europea e uno staffile di cuoio d'ippopotamo, che è l'insegna del loro ufficio.
Camminano a lunghi passi, mollemente, come grandi bambini.
Accompagnano le signore a piedi o a cavallo, davanti e dietro le carrozze, quando uno, quando due insieme, e rivolgono sempre intorno un occhio vigilante, che al menomo sguardo o atto irriverente di chi passa, piglia un'espressione di rabbia ferina che mette paura e ribrezzo.
Fuor di questi casi, il loro viso o non dice assolutamente nulla, o non esprime che un tedio infinito d'ogni cosa.
Non mi ricordo d'averne visto ridere alcuno.
Ce ne sono dei giovanissimi, che par che abbiano cinquant'anni; dei vecchi, che sembrano adolescenti invecchiati in un giorno; dei molto pingui, tondi, molli, lucidi, che sembrano enfiati o ingrassati apposta come bestie suine; tutti vestiti di panni fini, puliti e profumati come damerini vanitosi.
Ci sono degli uomini senza cuore che passando accanto a quei disgraziati li guardano e ridono.
Costoro credono forse che, essendo così come sono fin dall'infanzia, non comprendano la loro sventura.
Si sa invece che la comprendono e che la sentono; ma se anche non si sapesse, come si potrebbe dubitarne? Non appartenere ad alcun sesso, non essere che una mostra d'uomo; vivere in mezzo agli uomini e vedersene separati da un abisso; sentir fremere la vita intorno a sè, come un mare, e dovervi rimanere in mezzo, immobili e solitarii come uno scoglio; sentire tutti i propri pensieri e tutti i sentimenti strozzati da un cerchio di ferro che nessuna virtù umana potrà mai spezzare; aver perpetuamente dinanzi un'immagine di felicità, a cui tutto tende, intorno a cui tutto gira, di cui tutto si colora e s'illumina, e sentirsene smisuratamente lontani, nell'oscurità, in un vuoto immenso e freddo, come creature maledette da Dio; essere anzi i custodi di quella felicità, la barriera che l'uomo geloso mette fra i suoi piaceri ed il mondo, il puntello con cui assicura la sua porta, il cencio con cui copre il suo tesoro; e dover vivere tra i profumi, in mezzo alle seduzioni, alla gioventù, alla bellezza, ai tripudi, colla vergogna sulla fronte, colla rabbia nell'anima, disprezzati, scherniti, senza nome, senza famiglia, senza madre, senza un ricordo affettuoso, segregati dall'umanità e dalla natura, ah! dev'essere un tormento che la mente umana non può comprendere, come quello di vivere con un pugnale confitto nel cuore.
E questa infamia si sopporta ancora, questi sventurati passeggiano per le vie di una città d'Europa, vivono in mezzo agli uomini, e non urlano, non mordono, non uccidono, non sputano in viso all'umanità codarda che li guarda senza arrossire e senza piangere, e fa delle associazioni internazionali per la protezione dei gatti e dei cani! La loro vita non è che un supplizio continuo.
Quando le donne non li trovano arrendevoli ai loro intrighi, li odiano come carcerieri e come spie, e li torturano con una civetteria crudele, sino a farli diventar furiosi o insensati, come il povero eunuco nero delle Lettere persiane quando metteva nel bagno la sua signora.
Tutto è sarcasmo per loro: portano dei nomi di profumi e di fiori, per allusione alle donne di cui sono custodi: sono possessori di giacinti, guardiani di gigli, custodi di rose e di viole.
E qualche volta amano, gli sciagurati! perchè in loro delle passioni sono spenti gli effetti, non le cause; e son gelosi, e si rodono e piangono lagrime di sangue; e qualche volta, quando uno sguardo procace si fissa in volto alla loro donna, e s'accorgono che è corrisposto, perdon la ragione e percuotono.
Al tempo della guerra di Crimea un eunuco diede una frustata in viso ad un ufficiale francese, e questi gli spaccò il cranio con una sciabolata.
Chi può dire che cosa soffrano, come li desoli la bellezza, come li strazii un vezzo, come li trafigga un sorriso, e quante volte mentre al loro orecchio arriva il suono d'un bacio, la loro mano afferra il manico del pugnale! Non è meraviglia che nel vuoto immenso del loro cuore non attecchiscano per lo più che le passioni fredde dell'odio, della vendetta e dell'ambizione; che crescano acri, mordaci, pettegoli, pusillanimi, feroci; che siano o bestialmente devoti o astutissimamente traditori, e che quando sono potenti, cerchino di vendicarsi sull'uomo dell'affronto che fu fatto in loro alla natura.
Ma per quanto siano intristiti, sentono sempre nel cuore il bisogno prepotente della donna, e poichè non possono averla amante, la cercano amica; si ammogliano; sposano delle donne incinte, come Sunbullù, il grand'eunuco di Ibraim I, per avere un bambino da amare; si fanno un arem di vergini, come il grand'eunuco di Ahmed II, per avere almeno lo spettacolo della bellezza e della grazia, l'amplesso affettuoso, un'illusione d'amore; adottano una figliuola per aver un seno di donna su cui chinare la testa quando son vecchi, per non morire senza sapere che cos'è una carezza, per sentire nei loro ultimi anni una voce amorosa dopo aver sentito per tutta la vita il riso dell'ironia e del disprezzo; e non son rari quelli che, arricchiti alla corte o nelle grandi case, dove esercitano insieme l'ufficio di capi degli eunuchi e d'intendenti, si comprano, vecchi, una bella villetta sul Bosforo, e là cercano di dimenticare, di sopire il sentimento della propria sventura nell'allegrezza delle feste e dei conviti.
Fra le molte cose che mi furon dette di questi infelici, una mi è rimasta viva più di tutte nella memoria; ed è un giovane medico di Pera che me l'ha raccontata.
Confutando gli argomenti di chi crede che gli eunuchi non soffrano: - Una sera, - mi disse, - uscivo dalla casa d'un ricco musulmano, dov'ero andato a visitare per la terza volta una delle sue quattro mogli malata di cuore.
All'uscire come all'entrare m'aveva accompagnato un eunuco gridando le solite parole: - donne, ritiratevi! - per avvertir signore e schiave che un uomo era nell'arem, e che non dovevano lasciarsi vedere.
Quando fui nel cortile, l'eunuco mi lasciò, ed io mi diressi solo verso la porta.
Nel punto che stavo per aprire, mi sentii toccare il braccio, e voltandomi, mi vidi dinanzi, così tra il chiaro e lo scuro, un altro eunuco, un giovanetto di diciotto o vent'anni, di aspetto simpatico, che mi guardava fisso con gli occhi umidi di lagrime.
Gli domandai che cosa voleva.
Titubò un momento a rispondere, poi m'afferrò una mano con tutt'e due le mani, e stringendomela convulsivamente mi disse con una voce tremante, in cui si sentiva un dolore disperato: - Dottore! Tu che sai un rimedio per tutti i mali, non ne sapresti uno per il mio? - Io non so dire quello che produssero in me queste semplici parole; volli rispondere, mi mancò la voce, e non sapendo nè che fare nè che dire, apersi bruscamente la porta e fuggii.
Ma per tutta quella sera e per molti giorni dopo, mi parve di vedere quel giovane e di sentir quelle parole, e più d'una volta dovetti far forza a me stesso per non piangere di pietà.
- O filantropi, pubblicisti, ministri, ambasciatori, e voi, signori deputati al Parlamento di Stambul e senatori della mezzaluna, levate un grido, in nome di Dio, perchè questa sanguinosa ignominia, questa orrenda macchia dell'onore umano, non sia più nel ventesimo secolo che una memoria dolorosa come le carneficine della Bulgaria.
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[L'esercito]
Benchè sapessi, prima d'arrivare a Costantinopoli, che non ci avrei più ritrovato traccia dello splendido esercito dei bei tempi antichi, pure, appena arrivato, cercai con vivissima curiosità i soldati, mia perpetua simpatia.
Ma, pur troppo, trovai la realtà peggiore dell'aspettazione.
In luogo delle antiche vestimenta ampie, pittoresche e guerriere, trovai le divise nere e attillate, i calzoni rossi, le giacchettine scarse, i galloni da usciere, i cinturini da collegiale, e su tutte le teste, da quella del Sultano a quella del soldato, quel deplorabile fez, che oltre ad esser meschino e puerile, in specie sul cocuzzolo dei musulmani corpulenti, è cagione d'infinite oftalmie ed emicranie.
L'esercito turco non ha più la bellezza d'un esercito turco, non ha ancora la bellezza d'un esercito europeo; i soldati mi parvero tristi, svogliati e sudici; saranno valorosi, ma non son simpatici.
E quanto alla loro educazione, mi basta questo: che ho visto sergenti e ufficiali soffiarsi il naso colle dita in mezzo alla strada; che ho visto un soldato di guardia al ponte, dove è proibito di fumare, strappar il sigaro di bocca a un viceconsole; e che nella moschea dei dervis giranti di via di Pera, un altro soldato, me presente, per far capire a tre signori europei che bisognava levarsi il cappello, li scappellò tutti e tre con una manata.
E ho saputo che, ad alzar la voce in simili casi, il meno che possa capitare è d'essere abbracciati come un sacco di cenci e portati di peso nel corpo di guardia.
Per la qual cosa, in tutto il tempo che rimasi a Costantinopoli, ho sempre dimostrato un profondo rispetto ai soldati.
E d'altra parte, cessai di meravigliarmi delle loro maniere, dopo aver visto coi miei occhi che cosa è quella gente prima di vestir l'uniforme.
Vidi un giorno passare per una strada di Scutari un centinaio di reclute che venivano probabilmente dall'interno dell'Asia Minore.
Mi fecero compassione e ribrezzo.
Mi parve di vedere quegli spaventosi banditi d'Hassan il pazzo, che attraversarono Costantinopoli sulla fine del sedicesimo secolo, per andar a morire sotto la mitraglia austriaca nella pianura di Pest.
Vedo ancora quelle faccie sinistre, quelle lunghe ciocche di capelli, quei corpi seminudi e arabescati, quegli ornamenti selvaggi, e sento il tanfo di serraglio di belve che lasciarono nella via.
Quando giunsero le prime notizie delle stragi di Bulgaria, pensai subito a loro.
- Debbono essere i miei amici di Scutari, - dissi in cuor mio.
Essi però sono l'unica immagine pittoresca che mi sia rimasta de' soldati musulmani.
Belli eserciti di Bajazet, di Solimano e di Maometto, chi vi potesse rivedere per un minuto, dall'alto delle mura di Stambul, schierati sulla pianura di Daud-Pascià! Ogni volta che passavo dinanzi alla porta trionfale d'Adrianopoli, quei belli eserciti mi si affacciavano alla mente come una visione luminosa, e mi soffermavo a contemplare la porta, come se di momento in momento dovesse apparire il pascià quartier mastro, araldo delle schiere imperiali.
Il pascià quartier mastro, in fatti, camminava alla testa dell'esercito, con due code di cavallo, insegna della sua dignità.
Dietro a lui, si vedeva di lontano un vivissimo luccichìo.
Erano ottomila cucchiai di rame confitti nei turbanti di ottomila giannizzeri, in mezzo ai quali ondeggiavano le penne d'airone e scintillavano le armature dei colonnelli, seguiti da uno sciame di servi carichi di armi e di vivande.
Dietro ai giannizzeri veniva un piccolo esercito di volontarii e di paggi, colle vesti di seta, colle maglie di ferro, coi caschi luccicanti, accompagnati da una banda di musici; dietro ai paggi, i cannonieri, coi cannoni uniti da catene di ferro; e poi un altro piccolo esercito di agà, di paggi, di ciambellani, di soldati feudatarii, piantati sopra cavalli corazzati e impennacchiati.
E questa non era che l'avanguardia.
Sopra le schiere serrate sventolavano stendardi di mille colori, ondeggiavano code di cavallo, s'urtavano lancie, spade, archi, turcassi, archibugi, in mezzo ai quali si vedevano appena le faccie annerite dal sole delle guerre di Candia e di Persia; e i suoni scordati dei tamburi, dei flauti, delle trombe e delle timballe, la voce dei cantanti che accompagnavano i giannizzeri, il tintinnio delle armature, lo strepito delle catene, le grida di: Allà, si confondevano in un frastuono festoso e terribile, che dal campo di Daud-Pascià si spandeva fino all'altra riva del Corno d'oro.
Oh! pittori e poeti che avete studiato amorosamente quel bel mondo orientale, svanito per sempre, aiutatemi a far uscir intero dalle vecchie mura di Stambul l'esercito favoloso di Maometto III.
L'avanguardia è passata: un altro sfolgorìo s'avanza.
È il Sultano? No, il Nume non è forse ancora uscito dal tempio.
Non è che il corteo del vizir favorito.
Sono quaranta agà vestiti di zibellino, su quaranta cavalli dalle gualdrappe di velluto e dalle redini d'argento, a cui tien dietro una folla di paggi e di palafrenieri pomposi, che conducono a mano altri quaranta corsieri, bardati d'oro, carichi di scudi, di mazze e di scimitarre.
Viene innanzi un altro corteo.
Non è ancora il Sultano.
Sono i membri della Cancelleria di Stato, i grandi dignitari del Serraglio, il gran tesoriere, accompagnati da una banda di suonatori e da uno sciame di volontarii coi berretti purpurei ornati d'ale d'uccelli, vestiti di pelliccie, di taffettà incarnato, di pelli di leopardo, di kolpak ungheresi, e armati di lunghe lancie fasciate di seta e inghirlandate di fiori.
Un'altra onda di cavalli sfolgoranti esce dalla porta d'Adrianopoli.
Non è ancora il Sultano.
È il corteo del gran vizir.
Vien prima una folla d'archibugieri a cavallo, di furieri e d'agà benemeriti del gran Signore, e poi altri quaranta agà del gran vizir in mezzo a una foresta di mille e duecento lancie di bambù impugnate da mille e duecento paggi, e altri quaranta paggi del gran vizir vestiti di color ranciato e armati d'archi e di turcassi ricamati d'oro, e altri duecento giovanetti divisi in sei schiere di sei colori, in mezzo ai quali cavalcano governatori e parenti del primo ministro, seguiti da una turba di palafrenieri, d'armigeri, d'impiegati, di servi, di paggi, d'agà dalle vesti dorate e di vessilliferi dalle bandiere di seta; e ultimo il Kiaya, ministro dell'interno, in mezzo a dodici sciaù, esecutori di giustizia, seguiti dalla banda del gran vizir.
Un'altra folla sbocca fuori dalle mura.
Non è ancora il Sultano.
È una folla di sciaù, di furieri, d'impiegati, vestiti di assise splendide, che fanno corteo ai giureconsulti, ai mollà, ai muderrì, a cui tien dietro il gran cacciatore per le caccie al falcone, all'avoltoio, allo sparviero ed al nibbio, seguito da una fila di cavalieri che portano in sella i gatti pardi ammaestrati alla caccia, e da una processione di falconieri, di scudieri, di squartatori, di guardiani di furetti, di drappelli di trombettieri e di mute di cani ingualdrappati e ingioiellati.
Un'altra folla compare.
Gli spettatori accalcati si prostrano: è il Sultano! Non è ancora il Sultano; non è la testa, ma il cuore dell'esercito; il focolare del coraggio e dell'ira sacra, l'arca santa, il carroccio dei musulmani, intorno a cui s'alzeranno mucchi di cadaveri e scorreranno torrenti di sangue, la bandiera verde del Profeta, l'insegna delle insegne, tolta alla moschea del Sultano Ahmed, che sventola in mezzo a una turba feroce di dervis coperti di pelli d'orso e di leone, in mezzo a una corona di sceicchi predicatori dall'aspetto ispirato, ravvolti in mantelli di pelo di cammello; fra due schiere d'emiri, discendenti di Maometto, coronati di turbanti verdi, che levano tutti insieme un clamore minaccioso e sinistro di evviva, di ruggiti, di preghiere, di canti.
Esce un'altra ondata d'uomini e di cavalli.
Non è ancora il Sultano.
È uno stuolo di sciaù che brandiscono i loro bastoni inargentati per far largo al giudice di Costantinopoli e al gran giudice d'Asia e d'Europa, i cui turbanti enormi torreggiano al disopra della folla; sono il vizir favorito e il vizir caimacan, coi turbanti stelleggiati d'argento e gallonati d'oro; sono tutti i vizir del divano, dinanzi ai quali ondeggiano le code di cavallo tinte di henné, appese in cima a lancie rosse ed azzurre; e infine i giudici dell'esercito e un codazzo sterminato di servi vestiti di pelli di leopardo e armati di stocco, e paggi e armigeri e vivandieri.
Un altro barbaglio di colori e di splendori annunzia un altro corteo: è il Sultano finalmente! Non è ancora il Sultano.
È il gran vizir, vestito d'un caffettano purpureo foderato di zibellino; montato sopra un cavallo coperto d'acciaio e d'oro, seguito da uno sciame di servi in abito di velluto rosso, attorniato da una folla di alti dignitari e di luogotenenti generali dei giannizzeri, fra i quali biancheggia il muftì, come un cigno in mezzo a uno stormo di pavoni; e dietro a costoro, fra due schiere di lancieri dai giustacuori dorati, fra due file d'arcieri dai pennacchi a mezzaluna, i palafrenieri sfarzosi del serraglio che conducono per mano una frotta di cavalli arabi, turcomanni, persiani, caramaniani, dalle selle di velluto, dalle nappine di canutiglia, dalle redini dorate, dalle staffe damaschinate, carichi di scudi e d'armi scintillanti di rubini e di smeraldi; e infine due cammelli consacrati, uno dei quali porta il Corano e l'altro una reliquia della Kaaba.
Passato il corteo del gran vizir, scoppia una musica fragorosa di trombe e di tamburi, gli spettatori fuggono, il cannone tuona, uno stuolo di battistrada irrompe fuor della porta mulinando le scimitarre, ed ecco in mezzo a una selva fitta di lancie, di pennacchi e di spade, tra uno sfolgorio abbagliante di caschi d'oro e d'argento, sotto un nuvolo di stendardi di raso, ecco il Sultano dei Sultani, il re dei re, il distributore delle corone ai principi del mondo, l'ombra di Dio sulla terra, l'imperatore e signore sovrano del mar bianco e del mar nero, della Rumelia e dell'Anatolia, della provincia di Sulkadr, del Diarbekir, del Kurdistan, dell'Aderbigian, dell'Agiem, dello Sciam, di Haleb, d'Egitto, della Mecca, di Medina, di Gerusalemme, di tutte le contrade dell'Arabia e dell'Yemen e di tutte le altre provincie conquistate dai suoi gloriosi predecessori ed augusti antenati o sottomesse alla sua gloriosa maestà dalla sua spada fiammeggiante e trionfatrice.
Il corteo solenne e tremendo passa lentamente, aprendo a quando a quando un piccolo spiraglio; e allora s'intravvedono i tre pennacchi imperlati del turbante del Dio, il viso pallido e grave e il petto lampeggiante di diamanti; poi il cerchio si richiude, la cavalcata s'allontana, le scimitarre minacciose s'abbassano, gli spettatori atterriti rialzano la fronte, la visione è svanita.
Al corteo imperiale tien dietro una folla d'ufficiali di corte, di cui uno porta sul capo lo sgabello del Sultano, un altro la sciabola, un altro il turbante, un altro il mantello, un quinto la caffettiera d'argento, un sesto la caffettiera d'oro; passano altre schiere di paggi; passa il drappello degli eunuchi bianchi, passano trecento ciambellani a cavallo, vestiti di caffettani candidi; passano le cento carrozze dell'arem dalle ruote inargentate, tratte da buoi inghirlandati di fiori o da cavalli bardati di velluto, e fiancheggiate da una legione d'eunuchi neri; passano trecento schiere di mule che portano i bagagli e il tesoro della corte, passano mille cammelli carichi di acqua, passano mille dromedarii carichi di viveri; passa un esercito di minatori, d'armaioli e d'operai di Stambul, accompagnati da bande di buffoni e di giocolieri; e in fine passa il grosso dell'esercito combattente: le orte dei giannizzeri, i silidar gialli, gli azab porporini, gli spahí dalle insegne rosse, i cavalieri stranieri dagli stendardi bianchi, i cannoni che vomitano blocchi di marmo e di piombo, le milizie feudatarie dei tre continenti, i volontarii selvaggi delle estreme provincie dell'impero; nuvoli di bandiere, selve di pennacchi, torrenti di turbanti, valanghe di ferro, che vanno a rovesciarsi sull'Europa come una maledizione di Dio, lasciando dietro di sè un deserto sparso di macerie fumanti e di piramidi di teschi.
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[L'ozio]
Benchè in qualche ora del giorno Costantinopoli paia molto operosa, in realtà è forse la città più pigra dell'Europa.
Per questo, turchi e franchi si possono dare la mano.
Si levano tutti il più tardi possibile.
Anche d'estate, all'ora in cui le nostre città son già in movimento da un capo all'altro, Costantinopoli dorme ancora.
Prima che il sole sia alto, è difficile trovare una bottega aperta e poter bere una tazza di caffè.
Alberghi, uffici, bazar, banche, tutto russa allegramente, e non si scuoterebbe nemmeno col cannone.
S'aggiungano le feste: il venerdì dei turchi, il sabato degli ebrei, la domenica dei cristiani, i santi innumerevoli del calendarii greci ed armeni, osservati scrupolosamente; tutte feste che, sebbene siano parziali, costringono all'ozio anche una parte della popolazione che v'è straniera; e s'avrà un'idea del lavoro che può fare Costantinopoli nel giro di sette giorni.
Vi sono degli uffici che non stanno aperti più di ventiquattr'ore per settimana.
Ogni giorno v'è uno dei cinque popoli della grande città che va a zonzo per le strade, in abito festivo, senz'altro pensiero che d'ammazzare il tempo.
In quest'arte i turchi sono maestri.
Son capaci di far durare per una mezza giornata una tazza di caffè da due soldi e di star cinque ore immobili a' piedi d'un cipresso d'un cimitero.
Il loro ozio è veramente l'ozio assoluto, fratello della morte come il sonno, un riposo profondo di tutte le facoltà, una sospensione di tutte le cure, un modo di esistenza affatto sconosciuto agli europei.
Non vogliono nemmeno aver il pensiero di passeggiare.
A Stambul non ci sono passeggi fatti espressamente, e se ci fossero, il turco non ci andrebbe, perchè l'andare apposta in un luogo determinato per far del movimento, gli parrebbe una specie di lavoro.
Egli entra nel primo cimitero o infila la prima strada che gli si presenta, e va senza proposito dove lo portan le gambe, dove lo conducono i serpeggiamenti del sentiero, dove lo trascina la folla.
Raramente egli va in un luogo per vedere il luogo.
Vi sono dei turchi di Stambul che non sono mai andati più in là di Kassim-pascià, dei signori musulmani che non si sono mai spinti oltre le isole dei Principi dove hanno un amico, e oltre il Bosforo dove hanno una villa.
Per loro il colmo della beatitudine consiste nell'inerzia della mente e del corpo.
Perciò lasciano ai cristiani irrequieti le grandi industrie che richiedono cure, passi e viaggi; e si ristringono al commercio minuto, che si può esercitar da seduti, e quasi più cogli occhi che col pensiero.
Il lavoro che fra noi è quello che signoreggia e regola tutte le altre occupazioni della vita, là è subordinato, come un'occupazione secondaria, a tutti i comodi e a tutti i piaceri.
Qui, il riposo non è che un'interruzione del lavoro; là il lavoro non è che una sospensione del riposo.
Prima bisogna a qualunque costo dormicchiare, sognare, fumare, quelle tante ore; e poi, nei ritagli di tempo, far qualche cosa per procacciarsi la vita.
Il tempo, per i turchi, significa tutt'altra cosa da quel che significa per noi.
La moneta giorno, mese, anno, per loro non ha che la centesima parte del valore che ha in Europa.
Il minor tempo che domandi un impiegato d'un ministero turco per dare una qualunque risposta intorno al più semplice affare, è un paio di settimane.
La premura di finire una cosa per il piacere di finirla, non sanno che cosa sia.
Dai facchini all'infuori, non si vede mai per le vie di Stambul un turco affaccendato che affretti il passo.
Tutti camminano colla stessa cadenza, come se misurassero tutti l'andatura al suono d'uno stesso tamburo.
Per noi la vita è un torrente che precipita; per loro è un'acqua che dorme.
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[La notte]
Costantinopoli è di giorno la città più splendida e di notte la città più tenebrosa d'Europa.
Pochi fanali, a gran distanza l'un dall'altro, rompono appena l'oscurità nelle vie principali; le altre son buie come spelonche, e non vi è chi ci s'arrischii senza un lume alla mano.
Perciò, col cader della notte, la città si fa deserta; non si vedono più che guardie notturne, frotte di cani, peccatrici furtive, qualche brigata di giovanotti che sbuca dalle birrerie sotterranee, e lanterne misteriose che appariscono e spariscono, come fuochi fatui, qua e là per i vicoli e pei cimiteri.
Allora bisogna contemplare Stambul dai luoghi alti di Pera e di Galata.
Le innumerevoli finestrine illuminate, i fanali dei bastimenti, i riflessi del Corno d'oro e le stelle, formano sopra un orizzonte di quattro miglia un immenso tremolìo di punti di foco, in cui si confondono il porto, la città ed il cielo, e par tutto firmamento.
E quando il cielo è nuvoloso e in un piccolo spazio sereno splende la luna, si vedono sopra Stambul tutta scura, sopra le macchie nerissime dei boschi e dei giardini, biancheggiare le moschee imperiali, come una fila di enormi tombe di marmo, e la città presenta l'immagine della necropoli d'un popolo di giganti.
Ma è anche più bella e più solenne nelle notti senza stelle e senza luna, nell'ora in cui tutti i lumi son spenti.
Allora non si vede che un'immensa macchia nera dal Capo del Serraglio al sobborgo d'Eyub, un profilo smisurato in cui le colline sembran montagne, e le punte infinite che le coronano, pigliano apparenze fantastiche di foreste, di eserciti, di rovine, di castelli, di roccie, che fanno vagare la mente nelle regioni dei sogni.
In queste notti oscure, è bello il contemplare Stambul da un'alta terrazza e abbandonarsi alla propria fantasia: penetrar col pensiero in quella grande città tenebrosa, scoperchiare quella miriade di arem rischiarati da una luce languente, veder le belle favorite che tripudiano, le abbandonate che piangono, gli eunuchi frementi che tendono l'orecchio alle porticine; seguire gli amanti notturni per i labirinti dei vicoli montuosi; girare per le gallerie silenziose del gran bazar, passeggiare per i vasti cimiteri deserti, smarrirsi in mezzo alle innumerevoli colonne delle grandi cisterne sotterranee; raffigurarsi d'esser rimasti chiusi nella gigantesca moschea di Solimano e di far risonare le navate oscure di grida di spavento e d'orrore strappandosi i capelli e invocando la misericordia di Dio; e poi tutt'a un tratto esclamare: - Che baie! Sono sulla terrazza del mio amico Santoro, e nella sala di sotto m'aspetta una cena da sibarita in compagnia dei più amabili capi ameni di Pera.
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[La vita a Costantinopoli]
In casa del mio buon amico Santoro si radunavano ogni sera molti italiani: avvocati, artisti, medici, negozianti, coi quali passai delle ore carissime.
Quella era una conversazione! Se fossi stato stenografo, avrei potuto cavarne ogni sera un libro amenissimo.
Il medico che aveva visitato un arem, il pittore ch'era stato sul Bosforo a fare il ritratto a un pascià, l'avvocato che aveva difeso una causa dinanzi a un tribunale, il caposcarico che aveva stretto il nodo d'un amoretto internazionale, raccontavano le loro avventure, ed ogni racconto era un bozzetto graziosissimo di costumi orientali.
Ogni momento se ne sentiva una nuova.
Arrivava uno: - Sapete quello che è seguito stamani? Il Sultano ha tirato un calamaio sulla testa al ministro delle finanze.
- Arrivava un altro: - Avete inteso la notizia? Il governo, dopo tre mesi, ha finalmente pagato gli stipendi agli impiegati, e Galata è inondata da un torrente di monete di rame.
- Arrivava un terzo, e raccontava che un turco presidente di tribunale, irritato delle cattive ragioni colle quali un cattivo avvocato francese difendeva una causa sballata, gli aveva fatto questo bel complimento in presenza di tutto l'uditorio: - Caro avvocato, è inutile che tu ti affanni tanto per far parer buona la tua causa; la...
- e aveva pronunziato in tutte lettere la parola di Cambronne - per quanto la si volti e la si rivolti, è sempre...
- e aveva pronunziato un'altra volta quella parola.
La conversazione, naturalmente, spaziava in un campo geografico affatto nuovo per me.
Colla stessa frequenza con cui si parla fra noi di persone e di cose di Parigi, di Vienna, di Ginevra, là si parlava di persone e di cose di Tiflis, di Trebisonda, di Teheran, di Damasco, dove uno aveva un amico, un altro c'era stato, un terzo ci voleva andare; io mi sentivo nel centro d'un altro mondo, e tutt'intorno mi si aprivano nuovi orizzonti.
E qualche volta pensavo con rammarico al giorno in cui avrei dovuto rientrare nel cerchio angusto della mia vita ordinaria.
Come potrò più adattarmi - dicevo tra me - a quei soliti discorsi e a quei soliti casi? E questo è un sentimento che provano tutti gli Europei di Costantinopoli.
A chi ha vissuto quella vita, ogni altra pare che debba riuscire scolorita e uniforme.
È una vita più leggiera, più facile, più giovanile di quella d'ogni altra città d'Europa.
Quel viver là come accampati in un paese straniero, in mezzo a un succedersi continuo d'avvenimenti strani e imprevedibili, finisce coll'infondere un certo sentimento della instabilità e della futilità delle cose mondane, che somiglia molto alla fede fatalistica dei musulmani, e dà una certa serenità spensierata d'avventurieri.
L'indole di quel popolo che vive, come disse un poeta, in una specie di famigliarità intima colla morte, considerando la vita come un pellegrinaggio, durante il quale nè c'è tempo nè mette conto di prefiggersi dei grandi scopi da conseguire con lunghe fatiche, si attacca a poco a poco anche all'europeo, e lo riduce a vivere un po' alla giornata, senza frugar troppo dentro sè stesso, e facendo nel mondo, per quanto gli è possibile, la parte semplice e riposata di spettatore.
L'aver che fare con popoli tanto diversi, e il dover pensare e parlare un po' a modo di tutti, dà allo spirito una certa leggerezza che lo fa come sorvolare a molti sentimenti ed idee, a cui noi, nei nostri paesi, vorremmo che si conformasse il mondo, e per ottenerlo, e del non poterlo ottenere, ci affanniamo.
Oltrechè la presenza del popolo musulmano, oggetto continuo di curiosità e di osservazione, è uno spettacolo di tutti i giorni, che rallegra e svia la mente da molti pensieri e da molte cure.
E a questo giova anche la forma della città assai più che non potrebbero fare le città nostre, nelle quali lo sguardo e il pensiero è quasi sempre come imprigionato in una strada o in un circuito angusto; mentre là, ad ogni tratto, occhio e mente trovano una scappatoia per la quale si slanciano a immense lontananze ridenti.
E c'è infine una illimitata libertà di vita, concessa dalla grandissima varietà dei costumi: là tutto si può fare, nulla stupisce; la notizia della cosa più strana muore appena uscita in quell'immensa anarchia morale; gli europei vivono là come in una confederazione di repubbliche; vi si gode la libertà che si godrebbe in qualunque città europea nel momento d'un grande trambusto; è come un veglione interminabile o un perpetuo martedì grasso.
Per questo, più che per la bellezza, Costantinopoli è una città, che non si può abitare un certo tempo, senza ricordarla poi con un sentimento quasi di nostalgia; per questo gli europei l'amano ardentemente e vi mettono radici profonde; ed è giusto in questo senso il chiamarla come i turchi "la fata dai mille amanti" o dire col loro proverbio che chi ha bevuto dell'acqua di Top-hané, - non c'è più rimedio, - è innamorato per la vita.
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[Gl'Italiani]
La colonia italiana è una delle più numerose di Costantinopoli; ma non delle più prospere.
Ha pochi ricchi, molti miserabili, specialmente operai dell'Italia meridionale che non trovan lavoro, ed è la colonia più meschinamente rappresentata dalla stampa periodica, quando pure è rappresentata, perchè i suoi giornali non fanno che nascere e morire.
Quando c'ero io, s'aspettava l'apparizione del Levantino, ed era uscito intanto un numero di saggio, che annunziava i titoli accademici e i meriti speciali del direttore: settantasette in tutto, senza contare la modestia.
Bisogna passeggiare la mattina della domenica in via di Pera, quando le famiglie italiane vanno alla messa.
Si sentono parlare tutti i dialetti d'Italia.
Io mi ci godevo; ma non sempre.
Qualche volta sentivo quasi pietà al vedere tanti miei concittadini senza patria, molti dei quali dovevano esser stati sbalestrati là chi sa da che avvenimenti dolorosi o strani; al veder quei vecchi, che forse non avrebbero mai più riveduta l'Italia; quei bambini, a cui quel nome non doveva risvegliare che un'immagine confusa d'un paese caro e lontano; quelle ragazze di cui molte dovevano forse sposare uomini d'un'altra nazione, e fondar famiglie in cui non sarebbe rimasto altro d'italiano che il nome e le memorie della madre.
Vedevo delle belle genovesine che parevano discese allora dai giardini dell'Acquasola, dei bei visetti napoletani, delle testine capricciose che mi pareva d'aver incontrate cento volte sotto i portici di Po o sotto la Galleria di Milano.
Avrei voluto legarle tutte a due a due con un nastrino color di rosa, metterle in un bastimento e ricondurle in Italia filando quindici nodi all'ora.
Come curiosità, avrei anche voluto portare in Italia un saggio della lingua italiana che si parla a Pera dagl'italiani nati nella colonia; e specialmente da quelli della terza o della quarta generazione.
Un accademico della Crusca che li sentisse, si metterebbe a letto colla terzana.
La lingua che formerebbero mescolando il loro italiano un usciere piemontese, un fiaccheraio lombardo e un facchino romagnolo, credo che sarebbe meno sciagurata di quella che si parla in riva al Corno d'oro.
È un italiano già bastardo, screziato d'altre quattro o cinque lingue alla loro volta imbastardite.
E il curioso è che, in mezzo agl'infiniti barbarismi, si senton dire di tratto in tratto, da coloro che hanno qualche coltura, delle frasi scelte e delle parole illustri, come dei puote, degli imperocchè, degli a ogni piè sospinto, degli havvi, dei puossi; ricordi di letture d'Antologia, colle quali molti di quei nostri buoni compatrioti cercano, nei ritagli di tempo, di rifarsi la bocca al toscano parlar celeste.
Ma appetto agli altri, costoro posson pretendere, come diceva il Cesari, alla fama di buoni dicitori.
Ce n'è di quelli che non si capiscono quasi più.
Un giorno fui accompagnato non so dove da un giovanetto italiano di sedici o diciassette anni, amico d'un mio amico, nato a Pera.
Per strada, attaccai discorso.
Mi parve che non volesse parlare.
Rispondeva a mezza voce, a parole tronche, abbassando la testa, e facendo il viso rosso: si vedeva che pativa.- Via che cos'ha? - gli domandai.
- Ho - rispose sospirando - che parlo tanto male! - Continuando a discorrere, in fatti, m'accorsi che balbettava un italiano bizzarro, pieno di parole contraffatte e incomprensibili, molto somigliante a quella così detta lingua franca, la quale, come disse un bell'umore francese, consiste in un certo numero di vocaboli e di modi italiani, spagnuoli, francesi, greci, che si buttano fuori l'un dopo l'altro rapidissimamente, finchè se ne imbrocca uno che sia capito dalla persona che ascolta.
Questo lavoro, però, occorre raramente di farlo a Pera e a Galata, dove un po' d'italiano lo capiscono e lo parlano quasi tutti, compresi i turchi.
Ma è lingua, se si può chiamar lingua, quasi esclusivamente parlata, se si può dir parlata.
La lingua più comunemente usata scrivendo è la francese.
Letteratura italiana non ce n'è.
Mi ricordo soltanto d'aver trovato un giorno, in un caffè di Galata affollato di negozianti, in fondo a un giornaletto commerciale scritto metà in francese e metà in italiano, sotto le notizie della Borsa, otto versetti malinconici, che parlavano di zeffiri, di stelle e di sospiri.
Oh povero poeta! Mi parve di veder lui, in persona, sepolto sotto un mucchio di mercanzie, che esalasse con quei versi il suo ultimo fiato.
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[I teatri]
A Costantinopoli, chi è molto forte di stomaco, può passar la sera al teatro, e può scegliere tra una canaglia di teatruccoli d'ogni specie, molti dei quali sono insieme giardini e birrerie, e in qualcuno si ritrova sempre la commedia italiana, o piuttosto una muta di attori italiani, i quali fanno spesso desiderare di veder convertita la platea in un vasto mercato di frutte verdi.
I turchi, però, frequentano di preferenza i teatri in cui certe francesi imbellettate, scollacciate e sfrontate, cantano delle canzonette coll'accompagnamento d'un'orchestra da galera.
Uno di questi teatri era allora l'Alhambra, posto nella gran via di Pera: un lungo stanzone, sempre affollato, e tutto rosso di fez dal palco scenico alla porta.
Che cosa fossero quelle canzonette e con che razza di gesti quelle intrepide signore s'ingegnassero di farne capire ai turchi i significati riposti, non si può nè immaginare nè credere.
Solo chi è stato al teatro los Capellanes di Madrid, può dire d'aver sentito e visto qualchecosa di simile.
Agli scherzi più procaci, ai gesti più impudenti, tutti quei turconi, seduti in lunghe file, prorompevano in grasse risa; e cadendo allora dalle loro faccie la maschera della dignità abituale, vi appariva tutto il fondo della loro natura e tutti i segreti della loro vita grossolanamente sensuale.
Eppure non v'è nulla che il turco nasconda abitualmente così bene come la sensualità della sua natura e della sua vita.
Per le strade, l'uomo non s'accompagna mai alla donna; raramente la guarda; più raramente ne parla; ritiene quasi come un'offesa che gli si domandi notizia delle sue mogli; a giudicar dalle apparenze, si direbbe che quel popolo è il più casto e il più austero della terra.
Ma sono mere apparenze.
Quello stesso turco che arrossisce fino alle orecchie se gli si domanda come sta la sua sposa, manda i suoi bimbi e le sue bimbe a sentire le turpissime oscenità di Caragheus, che corrompe la loro fantasia prima che si sian svegliati i loro sensi; ed egli stesso dimentica sovente le dolcezze dell'arem per le voluttà nefande di cui diede il primo esempio famoso Baiazet la folgore, e non l'ultimo, probabilmente, Mahmut il riformatore.
E quando non ci fosse altro, basterebbe quel Caragheus a dare nello stesso tempo un'immagine e una prova della profonda corruzione che si nasconde sotto il velo dell'austerità musulmana.
È una figurina grottesca che rappresenta la caricatura del turco del mezzo ceto, una specie d'ombra chinese, che muove le braccia, le gambe e la testa dietro un velo trasparente, e fa quasi sempre da protagonista in certe commediole strampalatamente buffonesche, di cui il soggetto è per lo più un intrigo amoroso.
Egli è un quissimile, ma depravato, di Pulcinella: sciocco, furbo e cinico, lussurioso come un satiro, sboccato come una baldracca, e fa ridere, anzi urlare d'entusiasmo l'uditorio con ogni sorta di lazzi, di bisticci e di gesticolamenti stravaganti, che sono o nascondono ordinariamente un'oscenità.
E di che natura siano queste oscenità, è facile immaginarlo quando si sappia che se Caragheus nello spirito somiglia a Pulcinella, nel corpo somiglia a Priapo; della quale somiglianza, prima che la censura restringesse d'alquanto la sua libertà sconfinata, egli dava tratto tratto la prova visibile alla platea, e spesso tutta la commedia girava sopra questo nobilissimo perno.
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[La cucina]
Volendo fare un po' di studio anche della cucina turca, mi feci condurre dai miei buoni amici di Pera in una trattoria ad hoc, dove si trova qualunque piatto orientale, dalle più squisite ghiottornie del Serraglio fino alla carne di cammello acconciata all'araba e alla carne di cavallo condita alla turcomanna.
L'amico Santoro ordinò un desinare rigorosamente turco dall'antipasto alle frutta, ed io, incoraggiandomi col pensiero dei molti uomini egregi morti per la scienza, mandai giù un po' di tutto senza emettere un grido.
Ci furono serviti più d'una ventina di piatti.
I Turchi, come gli altri popoli orientali, sono un po' in questo come i ragazzi: al satollarsi di poche cose, preferiscono il beccare un tantino di moltissime; pastori d'ieri l'altro, poichè son diventati cittadini, pare che disdegnino la semplicità del mangiare come una pitoccheria da villani.
Non potrei rendere un conto esatto di tutte le pietanze poichè di molte non m'è rimasta che una vaga reminiscenza sinistra.
Ricordo il Rebab, che è composto di piccolissimi pezzetti di montone arrostiti a fuoco vivo, conditi con molto pepe e molto garofano, e serviti su due biscotti molli e grassi: piatto indicabile per i reati leggieri.
Risento ancora qualche volta il sapore del pilav, composto di riso e di montone, ch'è il sine qua non di tutti i desinari, e per così dire il piatto sacramentale dei turchi, come i maccheroni per i napoletani, il cuscussù per gli arabi e il puchero per gli Spagnuoli.
Ricordo, ed è la sola cosa che ricordi con desiderio, il Rosh'ab, che si beve col cucchiaio in fin di tavola: fatto d'uva secca, di pomi, di prune, di ciliegie e d'altre frutta, cotte nell'acqua con molto zucchero, e aggraziate con essenza di muschio o con acqua di rosa e di cedro.
C'erano poi molti altri piattini di carne d'agnello e di montone, ridotta in bricioli e bollita tanto che non aveva quasi più sapore; dei pesci natanti nell'olio, delle pallottoline di riso ravvolte in foglie di vite, della zucca giulebbata, delle insalatine impastate, delle composte, delle conserve, degl'intingoli conditi con ogni sorta di erbe aromatiche, da poterne notar uno in coda ad ogni articolo del codice penale, per i delinquenti recidivi.
Infine un gran piatto di dolci, capolavoro di qualche pasticciere arabo, fra cui v'era un piccolo piroscafo, un leoncino chimerico e una casettina di zucchero colle sue finestrine ingraticolate.
Tutto sommato, mi parve d'essermi vuotata in corpo una farmacia portatile, e d'aver veduto uno di quei desinaretti che preparano per spasso i ragazzi, coprendo una tavola di piattini pieni di mattone trito, d'erba pesta e di frutti spiaccicati, che facciano un bel vedere di lontano.
Tutti quei piatti vengon serviti rapidamente a quattro o cinque alla volta, e i turchi vi pescano colle dita, non essendo in uso fra loro altro che il coltello e il cucchiaio; e serve per tutti una sola coppa, nella quale un servitore versa continuamente acqua concia.
Così non facevano però i turchi che desinavano vicino a noi nella trattoria.
Eran turchi amanti dei proprii comodi, tanto è vero che tenevano le babbuccie sulla tavola; avevano ciascuno il loro piatto, si servivano bravamente della forchetta, e trincavano liquore a tutto spiano, in barba a Maometto.
Osservai di più che non baciarono il pane, da buoni musulmani, prima di cominciare a mangiare, e che non si peritavano a slanciare tratto tratto un'occhiata concupiscente alle nostre bottiglie, quantunque, giusta le sentenze dei muftì, sia peccato anche il fissar gli occhi sopra una bottiglia di vino.
Del resto questo "padre delle abbominazioni", del quale basta una goccia a far cadere sul capo del musulmano "gli anatemi di tutti gli angioli del cielo e della terra" va di giorno in giorno guadagnando devoti fra i turchi, e ormai si può dire che è un resto di rispetto umano quello che li trattiene dal rendergli un pubblico omaggio; e io credo che se un giorno scendesse tutt'a un tratto sopra Costantinopoli una tenebra fitta, e dopo un'ora tornasse a splendere il sole improvvisamente, si sorprenderebbero cinquantamila turchi colla bottiglia alla bocca.
E anche in questo, come in molti altri traviamenti degli Osmanli, furono la pietra dello scandalo i Sultani; ed è curioso che sia appunto la dinastia regnante sopra un popolo per il quale è un'offesa a Dio il bever vino, quella che forse, fra tutte le dinastie d'Europa, ha dato da registrare alla storia un maggior numero d'ubbriaconi: tanto è parso dolce il frutto proibito anche alle ombre di Dio sulla terra.
Fu, si dice, Baiazet I quello che iniziò la serie interminabile delle cotte imperiali, e come nel peccato originale, fu anche in questo prima colpevole la donna: la moglie dello stesso Baiazet, figlia del re dei Serbi, che offerse al marito il primo bicchiere di Tokai.
Poi Baiazet II s'ubbriacò di vin di Cipro e di vin di Schiraz.
Poi quel medesimo Solimano I, che fece bruciare nel porto di Costantinopoli tutti i bastimenti carichi di vino e versar piombo liquefatto in bocca ai bevitori, morì brillo per mano d'un arciere.
Poi venne Selim II, soprannominato il messth, l'ubbriaco, il quale pigliava delle bertucce che duravan tre giorni, e durante il suo regno trincarono pubblicamente uomini di legge e uomini di religione.
Invano Maometto III tuona contro "l'abbominazione suggerita dal demonio"; invano Ahmed I fa distruggere tutte le taverne e sfondare tutti i tini di Stambul; invano Murad IV gira per la città accompagnato dal carnefice, e fa cader la testa di chi ha il fiato vinoso.
Egli stesso, l'ipocrita feroce, barcolla per le sale del serraglio come un bettolante plebeo; e dopo di lui la bottiglia, piccolo e festoso folletto nero, irrompe nei serragli, si caccia nelle botteghe dei bazar, si nasconde sotto il capezzale dei soldati, ficca la sua testa inargentata o purpurea sotto il divano delle belle, e violata la soglia delle moschee, spruzza le sue spume sacrileghe sulle pagine ingiallite del Corano.
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[Maometto]
A proposito di religione, io non potevo, passeggiando per Costantinopoli, levarmi dalla testa questo pensiero: se non si sentisse la voce dei muezzin, come s'accorgerebbe un cristiano che la religione di questo popolo non è la sua? L'architettura bizantina delle moschee può farle parere chiese cristiane; del rito islamitico non si vede alcun segno esteriore; i soldati turchi scortano il viatico; un cristiano ignorante potrebbe vivere un anno a Costantinopoli senz'accorgersi che sulla maggior parte della popolazione regna Maometto invece di Cristo.
E questo pensiero mi riconduceva sempre a quello delle piccole differenze sostanziali, del filo d'erba, come dicevano gli abissini cristiani ai primi seguaci di Maometto, che divide le due religioni; e alla piccola causa per la quale avvenne che l'Arabia si convertisse all'islamismo, invece che al cristianesimo, o se non al cristianesimo a una religione così strettamente affine ad esso, che, o confondendosi con esso posteriormente od anche rimanendo tal quale, avrebbe mutate affatto le sorti del mondo orientale.
E quella piccola causa fu la natura voluttuosa d'un bel giovane arabo, alto, bianco, dagli occhi neri, dalla voce grave, dall'anima ardente, il quale, non avendo la forza di dominare i propri sensi, invece di recidere alle radici il vizio dominante del suo popolo, si contentò di potarlo; invece di proclamare l'unità coniugale come proclamò l'unità di Dio, non fece che stringere in un cerchio più angusto, consacrato dalla religione, la dissolutezza e l'egoismo dell'uomo.
Certo ch'egli avrebbe avuto a vincere una resistenza più forte; ma non può parere impossibile che la vincesse, chi atterrò, per fondare il culto d'un Dio unico fra un popolo idolatra, un edifizio enorme di tradizioni, di superstizioni, di privilegi, d'interessi d'ogni natura, strettissimamente intrecciati da secoli, e chi fece accettare fra i dogmi della sua religione, per cui morirono poi milioni di credenti, un paradiso, il cui primo annunzio destò in tutto il suo popolo un sentimento d'indignazione e di scherno.
Ma il bel giovane arabo patteggiò coi suoi sensi e mezza la terra mutò faccia, poichè fu veramente la poligamia il vizio capitale della sua legislazione, e la cagione prima della decadenza di tutti i popoli che abbracciarono la sua fede.
Senza questa degradazione dell'un sesso a favore dell'altro, senza la sanzione di questa enorme ingiustizia, che turba tutto quanto l'ordine dei doveri umani, che corrompe la ricchezza, che opprime la povertà, che fomenta l'ignavia, che snerva la famiglia, che generando la confusione dei diritti di nascita nelle dinastie regnanti, sconvolge le reggie e gli Stati, che s'oppone, infine, come una barriera insuperabile all'unione della società musulmana colle società d'altra fede che popolano l'oriente; se, per tornare alla prima cagione, il bel giovane arabo avesse avuto la disgrazia di nascere un po' meno robusto o la forza di vivere un po' più casto, chi sa! forse ci sarebbe ora un Oriente ordinato e civile, e sarebbe più innanzi d'un secolo la civiltà universale.
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[Il Ramazan]
Trovandomi a Costantinopoli nel mese di Ramazan, che è il nono mese dell'anno turco, nel quale cade la quaresima musulmana, vidi ogni sera una scena comica che merita d'essere descritta.
Durante tutta la quaresima è proibito ai turchi di mangiare, di bere e di fumare dal levar del sole al tramonto.
Quasi tutti gozzovigliano poi tutta la notte; ma fin che c'è il sole, rispettano quasi tutti il precetto religioso, e nessuno ardisce di trasgredirlo pubblicamente.
Una mattina il mio amico ed io andammo a visitare un nostro conoscente, aiutante di campo del Sultano, un giovane ufficiale spregiudicato, e lo trovammo in una stanza a terreno del palazzo imperiale, con una tazza di caffè fra le mani.
Come mai - gli domandò Yunk - osate prendere il caffè dopo il levar del sole? - L'ufficiale scrollò le spalle e rispose che se ne rideva del Ramazan e del digiuno; ma proprio in quel punto s'aperse improvvisamente una porta, ed egli fece un movimento così rapido per nasconder la tazza, che se la versò mezza sui piedi.
Si capisce da questo che rigorosa astinenza debbano serbare tutti coloro che stanno tutto il giorno sotto gli occhi della gente: i barcaiuoli per esempio.
Per godersela, bisogna andarli a vedere dal ponte della Sultana Validè, qualche minuto prima che si nasconda il sole.
Tra quei che stan fermi e quei che vogano, tra vicini e lontani, se ne vede intorno a un migliaio.
Sono tutti digiuni dall'alba, arrabbiano dalla fame, han già la loro cenetta pronta nel caicco, girano continuamente gli occhi dal sole alla cena e dalla cena al sole, s'agitano e sbuffano come le fiere d'un serraglio nel momento della distribuzione delle carni.
Il nascondersi del sole è annunziato da un colpo di cannone.
Non c'è caso che prima di quel momento sospirato nessuno si metta in bocca nè un briciolo di pane nè una goccia d'acqua.
Qualche volta, in un angolo del Corno d'oro, abbiamo stimolato a mangiare i barcaiuoli che ci conducevano; ma ci hanno sempre risposto: - Jok! Jok! Jok! - No, no, no -, accennando il sole con un atto timoroso.
Quando il sole è nascosto per più della metà dietro i monti, cominciano a prendere in mano i loro pani, e a palparli e a fiutarli voluttuosamente.
Quando non si vede più che un sottile arco luminoso, allora tutti quei che son fermi e tutti quei che remano, quelli che attraversano il Corno d'oro, quelli che guizzano sul Bosforo, quelli che vogano nel Mar di Marmara, quelli che riposano nei seni più solitarii della riva asiatica, tutti si voltano verso occidente, e stanno immobili collo sguardo nel sole, colla bocca aperta, col pane in aria, colla gioia negli occhi.
Quando non si vede più che un punto di foco, già i mille pani toccano le mille bocche.
Finalmente il punto di foco si spegne, il cannone tuona, e nello stesso momento trentaduemila denti staccano dai mille pani mille enormi bocconi; ma che dico mille! in tutte le case, in tutti i caffè, in tutte le taverne, accade nel medesimo punto la medesima cosa; e per qualche minuto, la città turca non è più che un mostro di centomila bocche che tracanna e divora.
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[Costantinopoli antica]
Ma che cosa doveva essere quella città nei bei tempi della gloria ottomana! Io non potevo levarmi dalla testa questo pensiero.
Allora, dal Bosforo tutto bianco di vele, non s'alzava un nuvolo di fumo nero a macchiar l'azzurro del cielo e delle acque.
Nel porto e nei seni del Mar di Marmara, fra le vecchie navi da guerra, dalle alte poppe scolpite, dalle mezzelune d'argento, dagli stendardi di porpora, dai fanali d'oro, galleggiavano carcasse fracassate e insanguinate di galere genovesi, veneziane e spagnuole.
Sul Corno d'oro non v'erano ponti: da una sponda all'altra guizzava perpetuamente una miriade di barchette pompose, in mezzo alle quali spiccavano di lontano le lancie bianchissime del serraglio, coperte di baldacchini scarlatti dalle frangie dorate, e condotte da rematori vestiti di seta.
Scutari era ancora un villaggio; di là da Galata non si vedevano che case sparpagliate per la campagna; nessun grande palazzo alzava ancora la testa sopra la collina di Pera; l'aspetto della città era meno grandioso che non è ora; ma era più schiettamente orientale.
La legge che prescriveva i colori essendo ancora in vigore, dai colori delle case si riconosceva la religione degli abitanti: Stambul era tutta gialla e rossa, fuorchè gli edifizi pubblici e sacri ch'erano bianchi come la neve; i quartieri armeni erano cinerini chiari, i quartieri greci cinerini carichi, i quartieri ebrei pavonazzi.
Era universale, come in Olanda, la passione dei fiori, e i giardini parevan grandi mazzi di giacinti, di tulipani e di rose.
La vegetazione rigogliosa delle colline non essendo ancora atterrata dai nuovi sobborghi, Costantinopoli presentava l'immagine d'una città nascosta in una foresta.
Dentro non c'eran che viuzze; ma le abbelliva una folla meravigliosamente pittoresca.
Non si vedevano che turbanti enormi, che davano alla popolazione mascolina un'apparenza colossale e magnifica.
Tutte le donne, fuor che la madre del sultano, essendo rigorosamente velate, e in modo da non lasciar vedere che gli occhi, formavano una popolazione a parte, anonima ed enimmatica, che spandeva per tutta la città un'aura di mistero gentile.
Una legge severa determinando il vestiario di tutti, si distinguevano dalle forme dei turbanti e dai colori dei caffettani i ceti, i gradi, gli uffici, le età, come se Costantinopoli fosse un'immensa corte.
Il cavallo essendo ancora quasi "il solo cocchio dell'uomo", giravano per le vie migliaia di cavalieri, e le lunghe file dei cammelli e dei dromedarii dell'esercito che attraversavano la città in tutte le direzioni le davano l'aspetto selvaggio e grandioso d'un'antica metropoli asiatica.
Le arabà dorate, tratte dai buoi, s'incrociavano colle carrozze rivestite di panno verde degli ulemi, con quelle rivestite di panno rosso dei Kadì-aschieri, colle talike leggerissime dalle tendine di raso, colle bussole ornate di pitture fantastiche.
Schiavi di tutti i paesi, dalla Polonia all'Etiopia, passavano a frotte, facendo risuonare le loro catene ribadite sui campi di battaglia.
Sui crocicchi, nelle piazze, nei cortili delle moschee, si vedevano gruppi di soldati vestiti di cenci gloriosi, che mostravano le braccia monche e le cicatrici ancor fresche delle ferite toccate a Vienna, a Belgrado, a Rodi, a Damasco.
Centinaia di rapsodi dalla voce tonante e dal gesto ispirato raccontavano, in mezzo a crocchi di musulmani superbi, le gesta degli eserciti che combattevano a tre mesi di marcia da Stambul.
I pascià, i bey, gli agà, i musselim, un'infinità di dignitari e di gran signori, vestiti con uno sfarzo teatrale, accompagnati da frotte di servi, fendevano la folla che si curvava al loro passaggio come una messe sotto il soffio del vento; passavano, con un corteo da principi, ambasciatori di tutti gli Stati d'Europa, venuti a chieder pace o alleanza; sfilavano carovane cariche di doni di re affricani ed asiatici; sciami di silidar e di spahì fastosi e insolenti, trascinavano per le vie i sciaboloni macchiati del sangue di venti popoli, e i bei paggi greci ed ungheresi del serraglio, vestiti come piccoli re, passeggiavano alteramente fra la moltitudine ossequiosa, che rispettava in loro i capricci snaturati del suo Signore.
Qua e là, dinanzi alle porte, si vedeva un trofeo di bastoni nodosi: era un corpo di guardia di Giannizzeri, che allora esercitavano la polizia nell'interno della città.
S'incontravano degli ebrei che portavano nel Bosforo il corpo dei giustiziati; si trovava ogni mattina nel Balik-bazar qualche cadavere disteso in terra, con la testa sotto l'ascella destra, la sentenza sul petto e una pietra sulla sentenza; si vedevano per le vie nobili impiccati al primo gancio o alla prima trave che avevan trovata i carnefici frettolosi; s'inciampava di notte in qualche disgraziato buttato in mezzo alla strada da una stanza di tortura dove gli avevano spezzato i piedi e le mani con una mazza; si vedevano sotto il sole di mezzogiorno dei mercanti colti in frode inchiodati per un orecchio all'uscio della loro bottega.
E non c'essendo ancora la legge che restrinse poi la libertà sconfinata delle sepolture, si vedevano scavar fosse e sotterrar morti, ad ogni ora del giorno, nei giardini, nei vicoli, nelle piazze, dinanzi alle porte delle case.
Si sentivano nei cortili gli urli dei montoni e degli agnelli scannati in olocausto ad Allà per le nascite e per le circoncisioni.
A quando a quando passava di galoppo un drappello d'eunuchi gridando e minacciando, le vie si facevano deserte, le porte si chiudevano, le finestre si coprivano, un intiero quartiere pareva morto: e allora passavano in una fila di carrozze luccicanti le belle del Gran Signore, che empievano l'aria di profumi e di risa.
Qualche volta un personaggio della corte, attraversando una strada affollata, impallidiva improvvisamente alla vista di sei popolani di meschina apparenza che entravano in una bottega: quei sei popolani erano il sultano, quattro ufficiali e un carnefice, che giravano di bottega in bottega per verificare i pesi e le misure.
In tutto quanto il corpo enorme di Costantinopoli ribolliva una vita pletorica e febbrile.
Il tesoro riboccava di gemme, gli arsenali, d'armi, le caserme, di soldati, i caravanserai, di viaggiatori; il mercato di schiavi era un formicaio di belle, di mercantesse e di gran signori; i dotti s'affollavano nei grandi archivii delle moschee; i vizir dalla lunga lena preparavano alle generazioni future gli annali sterminati dell'impero; i poeti, pensionati dal serraglio, si raccoglievano nei bagni a cantare le guerre e gli amori imperiali; turbe d'operai bulgari ed armeni lavoravano ad innalzar moschee con blocchi di granito d'Egitto e di marmo di Paros, mentre per mare arrivavano le colonne dei tempii dell'Arcipelago e per terra le spoglie delle chiese di Pest e di Ofen; nel porto si allestivano le flotte di trecento vele che dovevano portare il terrore su tutte le rive del Mediterraneo; fra Stambul e Adrianopoli si spandevano cavalcate di settemila falconieri e di settemila guardacaccia, e negl'intervalli delle rivolte soldatesche, delle guerre lontane, degli incendi che riducevano in cenere ventimila case in una notte, si celebravano feste di trenta giorni dinanzi ai plenipotenziarii di tutti gli stati dell'Affrica, dell'Asia e dell'Europa.
Allora l'entusiasmo musulmano diventava follia.
Al cospetto del Sultano e della corte, in mezzo a quelle smisurate palme di nozze, cariche d'uccelli, di frutti e di specchi, per dar passo alle quali si atterravano le case e le mura; in mezzo a file di leoni e di sirene di zucchero, portati da cavalli ingualdrappati di damasco argentato; in mezzo a monti di doni reali recati da tutte le parti dell'Impero e da tutte le corti del mondo, si alternavano le finte battaglie dei giannizzeri, i balli furiosi dei dervis, le mischie sanguinose dei prigionieri cristiani, i banchetti popolari di diecimila piatti di cuscussù; nell'Ippodromo danzavano gli elefanti e le giraffe; si sguinzagliavano tra la folla gli orsi e le volpi coi razzi alla coda; alle pantomime allegoriche succedevano le danze lascive, le mascherate grottesche, le processioni fantastiche, le corse, i carri simbolici, i giochi, le commedie, le ridde; la festa degenerava a poco a poco, col calar della notte, in un tumulto forsennato, e cinquecento moschee scintillanti di lumi formavano sopra la città un'immensa aureola di foco che annunziava ai pastori delle montagne dell'Asia e ai naviganti della Propontide, le orgie della nuova Babilonia.
Così era Stambul, la sultana formidabile, voluttuosa e sfrenata; appetto alla quale la città d'oggi non è più che una vecchia regina malata d'ipocondria.
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[Gli Armeni]
Occupato quasi sempre dei turchi, non ebbi il tempo, come ognuno può capire, di studiare molto le tre nazioni, armena, greca ed ebrea, che formano la popolazione dei rajà; studio, d'altra parte, assai lungo, poichè se ognuno di quei popoli ha conservato dal più al meno la natura propria, la vita esteriore di tutti e tre ha preso come una velatura di colore musulmano, la quale va ora perdendosi alla sua volta sotto la tinta della civiltà europea: onde presentano tutti e tre la difficoltà d'osservazione che presenterebbe un quadro mobile e cangiante.
Gli armeni, in special modo, "cristiani di spirito e di fede, e musulmani asiatici di nascita e di carne", non sono soltanto difficili a studiare intimamente, ma anche a distinguere a occhio dai turchi, poichè quella parte di loro che non ha ancora preso il vestiario europeo, è vestita alla turca, salvo piccolissime differenze; e non usa quasi più affatto l'antico berrettone di feltro, che era, con certi colori speciali, il segno distintivo della nazione.
E non differiscono molto dai turchi anche nell'aspetto.
Sono per lo più alti di statura, robusti, corpulenti, di carnagione chiara, d'andatura e di modi gravi, e mostrano nel viso le due qualità proprie della loro natura: lo spirito aperto, alacre, industrioso, pertinace, per cui sono meravigliosamente atti al commercio, e quella placidità, che altri vuol chiamare pieghevolezza servile, con cui riuscirono a farsi un covo per tutto, dall'Ungheria alla China, e a rendersi accetti particolarmente ai turchi, dei quali si cattivarono la fiducia, sudditi docili e amici ossequenti.
Non hanno nè fuori nè dentro nulla di bellicoso e d'eroico.
Tali, forse, non erano anticamente nella regione asiatica da cui vennero, e si dice infatti che siano tuttora assai diversi i loro fratelli che l'abitano; ma quei che furon trapiantati di qua dal Bosforo, sono veramente un popolo mansueto e prudente, modesto nella vita, non inteso ad altro che ai suoi traffici, e più sinceramente religioso, si dice, d'ogni altro popolo di Costantinopoli.
I turchi li chiamano i cammelli dell'impero e i franchi dicono che ogni armeno nasce calcolatore; questi due motti sono in gran parte giustificati dal fatto, poichè in grazia appunto della loro forza fisica e della loro intelligenza agile ed acuta, oltre a un buon numero d'architetti, d'ingegneri, di medici, d'artefici ingegnosi e pazienti, essi forniscono a Costantinopoli la maggior parte dei facchini e dei banchieri: facchini che portan pesi e banchieri che ammassano tesori favolosi.
A primo aspetto, però, nessuno s'accorgerebbe che v'è un popolo armeno a Costantinopoli, tanto la pianta ha preso, come suol dirsi, il colore del concio.
Le donne stesse, per cagione delle quali la casa armena è chiusa allo straniero quasi altrettanto severamente che la musulmana, vestono alla turca, e non c'è che un occhio molto esperto che le possa riconoscere in mezzo alle loro concittadine maomettane.
Sono anch'esse per lo più bianche e grassotte, ed hanno la linea aquilina del profilo orientale, grandi occhi e lunghe ciglia; molte d'alta statura e di forme matronali, che coronate d'un turbante, parrebbero bellissimi sceicchi; e quasi tutte d'aspetto signorile e modesto ad un tempo, in cui se qualche cosa manca, è la luce dell'anima che brilla sul volto della donna greca.
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[I Greci]
Quanto è difficile riconoscere a occhio l'armeno, altrettanto è facile riconoscere il greco, anche non badando al vestire; tanto egli è diverso di natura e d'aspetto dagli altri sudditi dell'Impero, e principalmente dal turco.
Per rendersi ragione di questa diversità, o piuttosto di questo contrasto, basta osservare un turco ed un greco, che si trovino seduti l'uno accanto all'altro in un caffè o in un piroscafo.
Hanno un bell'essere press'a poco della stessa età e dello stesso ceto, e vestiti tutt'e due all'europea, ed anche somiglianti di viso; non è possibile sbagliare.
Il turco è immobile, e tutti i suoi lineamenti riposano in una specie di quiete senza pensiero, che somiglia a quella d'un animale satollo; o se il suo viso rivela un pensiero, pare che debba essere un pensiero immobile come il suo corpo.
Non guarda nessuno, non dà segno d'accorgersi d'esser guardato; il suo atteggiamento mostra una profonda noncuranza di tutti coloro e di tutto quello che ha intorno; il suo viso esprime qualcosa della tristezza rassegnata d'uno schiavo e dell'orgoglio freddo d'un despota; un che di duro, di chiuso, di cocciuto, da far disperare alla prima chi si proponesse di persuaderlo di qualche cosa o di rimoverlo di una risoluzione.
Ha, insomma, l'aspetto d'uno di quegli uomini tutti d'un pezzo, coi quali pare che non si possa vivere altrimenti che obbedendoli o comandandoli; e che per quanto tempo ci si viva insieme, non si debba mai poterci prendere una famigliarità intera.
Il greco invece è mobilissimo, e rivela con mille sfuggevoli guizzi dello sguardo e delle labbra tutto quello che gli passa nell'anima; scuote la testa con movimenti di cavallo indomito; il suo volto esprime un'alterezza giovanile, e qualche volta quasi fanciullesca; se si vede guardato, s'atteggia; se non è guardato, si mette in mostra; par sempre che desideri o che fantastichi qualche cosa; spira da tutta la persona l'accorgimento e l'ambizione; e inspira simpatia, anche se ha la faccia d'un cattivo soggetto, e gli si darebbe la mano anche quando non si vorrebbe affidargli la borsa.
Basta veder vicini questi due uomini, per capire che l'uno deve parere all'altro un barbaro, un orgoglioso, un prepotente, un brutale; che questi deve giudicar quello un uomo leggiero, falso, maligno, turbolento; e che debbono disprezzarsi e detestarsi reciprocamente con tutte le forze dell'anima; e non trovar la via di vivere d'accordo.
La stessa differenza si osserva tra le donne greche e le altre donne levantine.
In mezzo alle turche e alle armene belle e floride, ma che toccan quasi più i sensi di quello che parlino all'anima, si riconoscono alla prima, con un sentimento di grata meraviglia, i visi eleganti e puri delle greche, illuminati da due occhi pieni di pensiero, dei quali ogni sguardo fa venir sulle labbra il verso d'un ode; e i bei corpi maestosi insieme e leggeri, che ispirano il desiderio di stringerli fra le braccia, piuttosto per metterli sopra un piedestallo, che per portarli nell'arem.
Se ne vedono di quelle che portano ancora i capelli cadenti, all'antica, in lunghe ciocche ondulate, e una grossa treccia ravvolta intorno alla testa in forma di diadema; così belle, così nobili, così classiche, che si piglierebbero per statue di Prassitele e di Lisippo, o per giovanette immortali ritrovate dopo venti secoli in qualche valle ignorata della Laconia o in qualche isoletta dimenticata dell'Egeo.
Sono però rarissime queste bellezze sovrane anche tra le greche, e oramai non se ne trova più esempio che fra la vecchia aristocrazia dell'impero, nel quartiere silenzioso e triste del Fanar, dove s'è rifugiata l'anima dell'antica Bisanzio.
Là si vede ancora qualche volta una di quelle donne superbe affacciata a un balcone a balaustri, o all'inferriata d'una finestra altissima, cogli occhi fissi nella strada solitaria, nell'atteggiamento d'una regina prigioniera; e quando il servidorame dei discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, non sta oziando dinanzi alle porte, si può, contemplandola di nascosto, credere per un momento di veder per lo squarcio d'una nuvola il viso d'una dea dell'Olimpo.
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[Gli Ebrei]
Riguardo alle ebree, posso affermare, dopo esser stato nel Marocco, che quelle di Costantinopoli non hanno che fare con quelle della costa settentrionale dell'Affrica, nelle quali i dotti osservatori credono di vedere ancora in tutta la sua purezza il primo tipo orientale della bellezza ebraica.
Colla speranza di trovare questa bellezza, mi armai di coraggio, e feci molti giri per il vasto ghetto di Balata, che s'allunga, come un serpente immondo, sulla riva del Corno d'oro.
Mi spinsi fin nei vicoli più miserabili, in mezzo a casupole "grommate di muffa" come le ripe della bolgia dantesca, per crocicchi dove non ripasserei più che sui trampoli e colle narici turate; guardando per le finestre tappezzate di cenci nauseabondi, nelle stanze nere e viscose; soffermandomi dinanzi alle porte dei cortili umidi da cui usciva un tanfo da mozzare il fiato, facendomi largo in mezzo a gruppi di ragazzi scrofolosi e tignosi, toccando col gomito dei vecchi orrendi, che parevano morti di peste risuscitati; scansando a ogni passo cani coperti di piaghe e laghi di mota nera e panni schifosi appesi a corde bisunte, e mucchi di putridumi da far cadere in deliquio; ma il mio coraggio non fu ricompensato.
Fra le molte donne che incontrai imbacuccate nel loro calpak nazionale, che sembra un turbante allungato e copre i capelli e le orecchie, vidi bensì qualche viso in cui riconobbi quella regolarità delicata di lineamenti e quell'aria soave di rassegnazione, che si considera come il tratto distintivo delle ebree di Costantinopoli; vidi qualche vago profilo di Rebecca e di Rachele, dagli occhi a mandorla, pieni di dolcezza e di grazia; e qualche figura elegante, ritta in un atteggiamento raffaellesco sulla soglia d'una porta, con una mano sottile appoggiata sul capo ricciuto d'un bimbo.
Ma nella maggior parte non vidi che i segni della degradazione della razza.
Che differenza tra quelle figure stentite, e gli occhi di fuoco, i colori pomposi e le forme opulente che ammirai un anno dopo nei mellà di Tangeri e di Fez! Ed è lo stesso degli uomini, spersoniti, giallognoli, molli, di cui tutta la vitalità pare che si sia raccolta negli occhi scintillanti d'astuzia e di cupidigia, che essi girano continuamente intorno a sè stessi, come se da tutte le parti sentissero saltellare delle monete.
Ed ora m'aspetto che i miei buoni critici israeliti, che già mi diedero sulle dita a proposito dei loro correligionarii del Marocco, ricantino la stessa canzone, scrivendo a colpa dei turchi oppressori la decadenza e l'avvilimento degli ebrei di Costantinopoli.
Ma badino che nelle medesime condizioni politiche e civili degli ebrei si trovarono tutti gli altri sudditi non musulmani della Porta; e che se anche questo non fosse, sarebbe assai difficile il provare che la vergognosa immondizia, la precocità dei matrimonii e l'astensione da tutti i mestieri faticosi, considerate come cause efficacissime di quella decadenza, siano una conseguenza logica della mancanza di libertà e d'indipendenza.
E se mi vorranno dire invece, che non l'oppressione politica dei turchi, ma le piccole persecuzioni e il disprezzo di tutti, sono stati la cagione di quell'avvilimento, domandino prima a sè stessi se per caso non fosse vero il contrario; se la prima cagione non sia piuttosto da ricercarsi nei loro costumi e nella loro vita; e se invece di nasconder la piaga, non sarebbe utile che essi medesimi la toccassero col ferro rovente.
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[Il bagno]
Dopo aver fatto un giro per Balata, non è delle peggio, come si dice a Firenze, l'andare a fare un bagno turco.
Le case dei bagni si riconoscono di fuori: sono edifizi senza finestre, della forma di piccole moschee, sormontati da una cupola e da alti camini conici, che fumano perpetuamente.
Ma prima d'entrare, bisogna pensarci due volte, e domandarsi quid valeant humeri, perchè non tutti possono resistere all'aspro governo che si fa d'un uomo fra quelle mura salutari.
Io confesso che dopo quello che ne avevo inteso dire, c'entrai con un po' di trepidazione; e i lettori vedranno che ero da compatire.
Ripensandoci, mi sento uscire dalle tempie due goccioline di sudore che aspettano ch'io sia nel vivo della descrizione per filarmi giù per le guancie.
Ecco dunque quello che fu fatto della mia povera persona.
Entro timidamente e mi trovo in una gran sala che mi lascia un momento incerto, se sia un teatro o un ospedale.
Nel mezzo zampilla una fontana, coronata di fiori; e lungo le pareti gira una galleria di legno, dove dormono profondamente o fumano sonnecchiando alcuni turchi sdraiati su materasse e ravvolti dalla testa ai piedi in pannolini bianchissimi.
Mentre guardo intorno in cerca del bagnaiuolo, due tarchiati mulatti seminudi, sbucati non so di dove, mi si rizzano dinanzi come due spettri, e mi domandano tutti e due insieme con voce cavernosa: Hammamun? (bagno?) - Evvet (sì) rispondo con un filo di voce.
Mi accennano di seguirli e mi rimorchiano su per una scaletta di legno in una stanza piena di stuoie e di cuscini, dove mi fanno capire che mi debbo spogliare.
Mi stringono una stoffa azzurra e bianca intorno alle reni, mi raspano la testa con un pezzo di mussolina, mi fanno infilare due zoccoli colossali, mi pigliano sotto le braccia come un ubbriaco e mi conducono, o piuttosto mi traducono in un'altra sala calda e semi-oscura, dove mi distendono sopra un tappeto e stanno ad aspettare colle mani sui fianchi che mi si ammorbidisca la pelle.
Tutti questi apparecchi, che somigliano molto a quelli d'un supplizio, mi mettono addosso una inquietudine, la quale si cangia in un sentimento anche meno onorevole, quando i due aguzzini mi toccano la fronte, si scambiano uno sguardo che significa: - può resistere - e par che vogliano dire: - alla ruota - e ripigliandomi per le braccia mi accompagnano in una terza sala.
Qui provo una sensazione stranissima.
Mi par d'essere in un tempio sottomarino.
Vedo vagamente, a traverso un velo bianco di vapori, delle alte pareti marmoree, delle colonne, degli archi, la vôlta d'una cupola finestrata, da cui scendono dei raggi di luce rossa, azzurra e verde, dei fantasmi bianchi che vanno e vengono rasente le pareti, e nel mezzo della sala, uomini seminudi distesi sul pavimento come cadaveri, sui quali altri uomini seminudi stanno chinati nell'atteggiamento di medici che facciano un'autopsia.
La temperatura della sala è tale che, appena entrato, mi sento tutto in sudore, e mi pare che non potrò più uscir di là che sotto la forme d'un fiumicello, come l'amante d'Aretusa.
I due mulatti trasportano il mio corpo in mezzo alla sala e lo adagiano sopra una specie di tavola anatomica, che è una grande lastra di marmo bianco, rilevata dal pavimento, sotto la quale ardono le stufe.
La lastra scotta ed io vedo le stelle; ma oramai ci sono e bisogna striderci.
I due mulatti cominciano la vivisezione, canterellando una canzonetta funebre.
Mi pizzicano le braccia e le gambe, mi premono i muscoli, mi fanno scricchiolare le articolazioni, mi fregano, mi strizzano, mi stropicciano; mi fanno voltar bocconi, e ricominciano; mi rimettono supino, e tornan da capo; mi stirano e mi schiacciano come un fantoccio di pasta, a cui vogliano dare una forma che hanno in mente, e non ci riescano, e ci s'arrabbino; poi pigliano un po' di respiro; poi di nuovo pizzicotti e strizzatine e schiacciature da farmi temere che sia quello il mio ultimo quarto d'ora.
Finalmente, quando tutto il mio corpo schizza acqua come una spugna spremuta, quando mi vedono circolare il sangue sotto la pelle, quando s'accorgono che proprio non ci posso più reggere, tiran su i miei resti da quel letto di tortura, e li portano in un angolo, dinanzi a una piccola nicchia, dove sono due cannelle di rame, che gettano acqua calda e acqua fresca in una vaschetta di marmo.
Ma, ahimè! qui comincia un altro martirio.
E veramente la cosa piglia un certo andare, che, senza celia, io mi domando se non è il caso di appoggiare un cappiotto a destra e uno scopaccione a sinistra, e di battermela come mi trovo.
Uno dei due tormentatori si mette un guanto di pelo di cammello e comincia a fregarmi la schiena, il petto, le braccia e le gambe, colla grazia con cui striglierebbe un cavallo, e la strigliatura si prolunga per la bellezza di cinque minuti.
Finita la strigliatura, mi rovesciano addosso un torrente d'acqua tepida, e ripigliano fiato.
E lo ripiglio anch'io, ringraziando il cielo che sia finita.
Ma non è finita! Il mulatto feroce si leva il guanto e ricomincia l'operazione colla mano nuda, ed io m'indispettisco e gli fo cenno di smettere, e lui, mostrandomi la mano, mi prova, con mia grande meraviglia, che deve fregare ancora.
Finito di fregare, un altro rovescio d'acqua, e poi un'altra operazione.
Prendono tutti e due uno strofinaccio di stoppa imbevuto di sapone di Candia, e m'insaponano dalla testa ai piedi.
Finita l'insaponata, un altro diluvio d'acqua profumata, e poi da capo lo strofinamento colla stoppa.
Ma questa volta, come dio vuole, la stoppa è asciutta e strofinano per asciugare.
Asciugato che sono, mi rifasciano la testa, mi rimettono il grembiale, mi ravvolgono in un lenzuolo, mi riconducono nella seconda sala, e dopo una sosta di qualche minuto, mi fanno rientrar nella prima.
Qui trovo una materassa tepida sulla quale mi distendo mollemente e i due esecutori di giustizia mi danno gli ultimi pizzicotti per rendere uguale in tutte le membra la circolazione del sangue.
Ciò fatto, mi mettono un cuscino ricamato sotto la testa, una coperta bianca addosso, una pipa in bocca, una limonata accanto, e mi lascian lì fresco, leggiero, odoroso, colla mente serena, col cuore contento, con un senso così puro e così giovanile della vita, che mi par d'esser nato allora, come Venere, dalla spuma del mare, e di sentirmi frullare sopra la testa le ali degli amorini.
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[La Torre del Seraschiere]
Sentendosi così puri e disposti a riveder le stelle non c'è di meglio che arrampicarsi sopra la testa di quel titano di pietra che si chiama la torre del Seraschiere.
Io credo che Satana, se volesse tentare un'altra volta qualcuno coll'offerta del regno della terra, sarebbe sicuro del fatto suo, trasportando la sua vittima su quella cima.
La torre, fabbricata sotto il regno di Mahmud II, è piantata sulla collina più alta di Stambul, nel mezzo del cortile vastissimo del ministero della guerra, nel punto che i turchi chiamano l'ombelico della città.
È costrutta in gran parte con marmo bianco di Marmara, sul piano d'un poligono regolare di sedici lati, e si slancia in alto, ardita e svelta come una colonna, sorpassando d'un buon tratto i minareti giganteschi della vicina moschea di Solimano.
Si va su per una scala a chiocciola, rischiarata da poche finestre quadrate, per le quali s'intravvede, passando, ora Galata, ora Stambul, ora i sobborghi del Corno d'oro; e non s'è ancora a mezza altezza, che già, lanciando uno sguardo fuori, pare di essere nella regione delle nuvole.
Qualche volta salendo, si sente un leggero rumore sul proprio capo, e quasi nello stesso punto si vede passare e sparire una larva, che sembra una cosa che precipita piuttosto che un uomo che discende; ed è uno dei guardiani che stanno giorno e notte alla vedetta sulla sommità della torre, il quale ha visto probabilmente in qualche punto lontano dell'orizzonte un nuvolo di fumo sospetto, e ne porta avviso al Seraschierato.
La scala ha circa duecento scalini, e conduce a una specie di terrazza rotonda, coperta di sopra e vetrata tutt'intorno, nella quale gira perpetuamente un guardiano, che serve il caffè ai visitatori.
Al primo entrare in quella gabbia trasparente, che par sospesa tra il cielo e la terra, al vedere tutt'intorno quell'immenso vuoto azzurro, al sentire il vento che strepita e fa sonare i vetri e scricchiolare gli assiti, s'è quasi presi dalle vertigini e tentati di rinunziare al panorama.
Ma alla vista della scaletta appoggiata al finestrino del tetto, il coraggio ritorna, si sale col cuore palpitante, e si getta un grido di meraviglia.
È un momento sublime.
Si rimane come sfolgorati.
Tutta Costantinopoli è là e s'abbraccia tutta con un giro dello sguardo; tutte le colline e tutte le valli di Stambul, dal castello delle Sette Torri ai cimiteri d'Eyub; tutta Galata e tutta Pera, come se lo sguardo vi cadesse a fil di piombo; tutta Scutari, come se fosse lì sotto; tre file di città, di boschi, di flotte, che fuggono a perdita d'occhi lungo tre rive incantevoli, e altre striscie interminabili di villaggi e di giardini che si perdono serpeggiando nell'interno delle terre; tutto il Corno d'oro, immobile, cristallino e picchiettato d'innumerevoli caicchi, che sembrano moscerini natanti; tutto il Bosforo, che par chiuso qua e là dalle colline più avanzate delle due rive, e presenta l'immagine d'una successione di laghi, e ogni lago par circondato da una città, e ogni città è inghirladata di giardini; di là dal Bosforo, il mar Nero azzurrino che si confonde col cielo; dalla parte opposta, il mar di Marmara, il golfo di Nicomedia, le isole dei Principi, la riva europea e la riva asiatica biancheggianti di villaggi; di là dal mar di Marmara, lo stretto dei Dardanelli, che luccica come un sottile nastro d'argento; oltre i Dardanelli un vago bagliore bianco, ch'è il mare Egeo e una curva oscura che è la riva della Troade; di là da Scutari, la Bitinia e l'Olimpo; di là da Stambul, le solitudini ondulate e giallognole della Tracia; due golfi, due stretti, due continenti, tre mari, venti città, una miriade di cupole inargentate e di guglie d'oro, una gloria di colori e di luce, da far dubitare se quella sia una veduta del nostro pianeta o di un altro astro più favorito da Dio.
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* *
[Costantinopoli]
E sulla torre del Seraschiere, come su quella di Galata, come sul vecchio ponte, come a Scutari, io mi domandai cento volte: - Ma in che maniera hai potuto innamorarti dell'Olanda? - E non solo quel paese, ma Parigi, ma Madrid, ma Siviglia, mi parevano città oscure e malinconiche, in cui non avrei più potuto vivere un mese.
Poi ripensavo alle mie povere descrizioni e mi dicevo con rammarico: - Ah! disgraziato! Quante volte hai sciupato le parole bello, splendido, immenso! Ed ora che cosa dirai di questo spettacolo? - Ma già mi pareva che da Costantinopoli non avrei cavato una pagina.
E il mio amico Rossasco mi diceva: - Ma perchè non ti ci provi? - Ed io gli rispondevo: - Ma se non ho nulla da dire! - E alle volte, chi lo crederebbe? quello spettacolo, per qualche minuto secondo, a certe ore, a una certa luce, mi pareva meschino, ed esclamavo quasi con sgomento: - O dov'è la mia Costantinopoli? - Altre volte mi pigliava un sentimento di tristezza pensando che mentre io ero là dinanzi a quella immensità e a quella bellezza, mia madre era in una piccola stanza, da cui non si vedeva che un cortile uggioso e una piccola striscia di cielo; e mi pareva una colpa mia, e avrei dato un occhio per aver la mia buona vecchia a bracetto e condurla a Santa Sofia.
La giornata però correva quasi sempre allegra e leggera come un'ora d'ebbrezza.
E le rare volte che faceva capolino l'umor nero, il mio amico ed io avevamo un mezzo sicuro di liberarcene.
Scendevamo a Galata in due caicchi a due remi, i più variopinti e i più dorati dello scalo, e gridavamo: - Eyub! - ed eravamo già in mezzo al Corno d'oro.
I nostri rematori si chiamavano Mahmut, Baiazet, Ibraim, Murat, avevano vent'anni per uno e due braccia di ferro, e vogavano a gara incitandosi con grida e ridendo come bambini; il cielo era sereno e il mare trasparente; noi rovesciavamo il capo indietro per bere a sorsate più lunghe l'aria piena di profumi, e lasciavamo spenzolare una mano nell'acqua; i due caicchi volavano, di qua e di là ci fuggivano allo sguardo i chioschi, i palazzi, i giardini, le moschee; ci pareva d'esser portati dal vento a traverso un mondo fatato, sentivamo un piacere inesprimibile d'esser giovani e d'essere a Stambul, Yunk cantava, io recitavo delle ballate orientali di Vittor Hugo, e vedevo ora a destra, ora a sinistra, ora vicino, ora lontano, balenare per aria un viso amoroso, coronato di capelli bianchi e illuminato da un sorriso dolcissimo, che diceva: - Sii felice, figliuolo! Io ti benedico e ti seguo.
SANTA SOFIA
Ed ora, se anche un povero scrittore di viaggi può invocare una musa, io la invoco a mani giunte perchè la mia mente si smarrisce "in faccia al nobile subbietto" e le grandi linee della basilica bizantina mi tremano dinanzi come un'immagine riflessa da un'acqua agitata.
La musa m'ispiri, Santa Sofia m'illumini e l'imperatore Giustiniano mi perdoni.
Una bella mattina d'ottobre, accompagnati da un cavas turco del Consolato d'Italia e da un dracomanno greco, andammo finalmente a visitare il "paradiso terrestre, il secondo firmamento, il carro dei cherubini, il trono della gloria di Dio, la meraviglia della terra, il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
La quale ultima sentenza, - lo sappiano i miei amici di Burgos, di Colonia, di Milano, di Firenze, - non è mia, e non oserei farla mia; ma l'ho citata, colle altre, perchè è una delle molte espressioni consacrate dall'entusiasmo dei Greci, che il nostro dracomanno ci andava ripetendo per via.
E avevamo scelto pensatamente, insieme a un vecchio cavas turco, un vecchio dracomanno greco, colla speranza, che non fu delusa, di sentire nelle loro spiegazioni e nelle loro leggende cozzare le due religioni, le due storie, i due popoli; e che l'uno ci avrebbe esaltato la chiesa l'altro magnificato la moschea, in modo da farci vedere Santa Sofia come dev'esser veduta: con un occhio di cristiano e un occhio di turco.
La mia aspettazione era grande e la curiosità vivissima; eppure, strada facendo, pensavo come penso ancora, che non c'è monumento famoso, e sia pure degno della sua fama, dal quale venga all'anima una commozione così vivamente e schiettamente piacevole com'è quella che si prova nell'andarlo a vedere.
Se dovessi rivivere un'ora di tutti i giorni in cui vidi qualche grande cosa, sceglierei quella che passò fra il momento in cui dissi: - Andiamo -; e il momento in cui intesi dire: - Siamo giunti.
Le più belle ore dei viaggi son quelle.
Andando, par di sentirsi ingrandir l'anima come per contenere il sentimento di ammirazione che vi sorgerà tra poco; si rammentano i desiderii della prima giovinezza, che parevan sogni; si rivede un vecchio professore di geografia che, dopo aver segnato Costantinopoli sulla carta d'Europa, traccia per aria, con una presa di tabacco tra le dita, le linee della grande basilica; si vede quella stanza, quel caminetto, dinanzi al quale, nel prossimo inverno, si descriverà il monumento in mezzo a un cerchio di visi meravigliati ed immobili; si sente sonar quel nome di Santa Sofia nella testa, nel cuore, nelle orecchie, come il nome d'un essere vivo che ci aspetti e ci chiami per rivelarci qualche grande segreto; si vedono apparire sul nostro capo archi e pilastri prodigiosi d'edifizii che si perdono nel cielo; e quando si è a pochi passi dalla meta, si prova ancora un piacere inesprimibile a soffermarsi per guardare un ciottolo, per veder fuggire una lucertola, per raccontare una barzelletta, per perdere un po' di tempo, per ritardare di qualche minuto quel momento che s'è desiderato per vent'anni e che si ricorderà per tutta la vita.
Per modo che rimane assai poca cosa di questi celebrati piaceri dell'ammirazione, se si toglie il sentimento che li precede e quello che li segue.
È quasi sempre un'illusione, seguita da un leggiero disinganno, dal quale noi, ostinati, facciamo pullulare altre illusioni.
La moschea di Santa Sofia è posta in faccia all'entrata principale dell'antico Serraglio.
Arrivando, però, nella piazza che si stende dinanzi al Serraglio, la prima cosa che attira gli occhi, non è la moschea, ma la fontana famosa del Sultano Ahmed III.
È uno dei più originali e più ricchi monumenti dell'arte turca.
Ma più che un monumento, è un vezzo di marmo, che un galante sultano mise in fronte alla sua Stambul in un momento d'amore.
Io credo che non lo possa descriver bene che una donna.
La mia penna non è abbastanza fina per ritrarne l'immagine.
A prima vista, non si direbbe una fontana.
Ha la forma d'un tempietto quadrato, ed è coperto da un tetto alla chinese, che spinge le sue falde ondulate molto al di fuori dei muri, e gli dà una vaga apparenza di pagoda.
Ai quattro angoli vi sono quattro torricciuole rotonde, munite di finestrine ingraticolate, o piuttosto quattro chioschetti di forma gentilissima, ai quali corrispondono, sopra il tetto, altrettante cupolette svelte, sormontate ciascuna da una guglia graziosa; le quali fanno corona a una cupoletta più grande, posta nel mezzo.
In ciascuno dei quattro muri ci sono due nicchie eleganti; fra le nicchie un arco a sesto acuto; sotto l'arco, una cannella che versa l'acqua in una piccola vasca.
Intorno all'edifizio gira una iscrizione che dice: - Questa fontana ti parla della sua età nei seguenti versi del sultano Ahmed: volgi la chiave di questa sorgente pura e tranquilla e invoca il nome di Dio; bevi di quest'acqua inesauribile e limpida e prega per il Sultano.
- Il piccolo edifizio è tutto di marmo bianco, che appena apparisce sotto gl'infiniti ornamenti che coprono i muri; sono archetti, nicchiette, colonnine, rosoni, poligoni, nastri, ricami di marmo, dorature su fondo azzurro, frangie intorno alle cupole, intarsiature sotto il tetto, musaici di cento colori, arabeschi di mille forme, che par che s'intrichino a fissarvi lo sguardo, ed irritano quasi il senso dell'ammirazione.
Non c'è lo spazio d'una mano che non sia scolpito, miniato, tormentato.
È un prodigio di grazia, di ricchezza e di pazienza, da tenersi sotto una campana di cristallo; una cosa che pare non sia fatta soltanto per gli occhi, ma che debba avere un sapore, e se ne vorrebbe succhiare una scheggia; uno scrigno, che si vorrebbe aprire, per vedere che cosa c'è dentro: se una dea bambina o una perla enorme o un anello fatato.
Il tempo n'ha in parte sbiadito le dorature, confusi i colori e anneriti i marmi.
Che cosa doveva essere questo gioiello colossale quando fu scoperto la prima volta, tutto nuovo e sfolgorante, agli occhi del Salomone del Bosforo, cento e sessant'anni or sono? Ma così vecchio e nero come si ritrova, tiene ancora il primato su tutte le piccole meraviglie di Costantinopoli; ed oltre a ciò, è un monumento così schiettamente turco, che visto una volta, si fissa per sempre nella memoria in mezzo a quel certo numero d'immagini, che balenano poi tutte insieme alla mente ogni volta che ci suoni all'orecchio il nome di Stambul, e formano come il fondo del quadro orientale, su cui si moverà perpetuamente il nostro pensiero.
Dalla fontana si vede la moschea di Santa Sofia, che chiude un lato della piazza.
L'aspetto esterno non ha nulla di notevole.
La sola cosa che arresti lo sguardo sono i quattro altissimi minareti bianchi, che sorgono ai quattro angoli dell'edifizio su piedestalli grandi come case.
La cupola famosa sembra piccina.
Non pare che possa essere quella medesima cupola che si vede rotondeggiare nell'azzurro, come la testa d'un titano, da Pera, dal Bosforo, dal mar di Marmara e dalle colline dell'Asia.
È una cupola schiacciata, fiancheggiata da due mezze cupole, rivestita di piombo, coronata di finestre, che s'appoggia su quattro muri dipinti a larghe striscie bianche e rosate, sostenuti alla loro volta da enormi contrafforti, intorno ai quali sorgono confusamente molti piccoli edifizii d'aspetto meschino, - bagni, scuole, mausolei, ospizi, cucine pei poveri.
- che nascondono l'antica forma architettonica della basilica.
Non si vede che una mole pesante, irregolare, di color scialbo, nuda come una fortezza, e non tanto grande all'apparenza, da far supporre a chi non lo sappia che vi sia dentro il vano immenso della navata di Santa Sofia.
Della basilica antica non apparisce propriamente che la cupola, la quale pure ha perduto lo splendore argentino che si vedeva, a detta dei Greci, dalla sommità dell'Olimpo.
Tutto il rimanente è musulmano.
Un minareto fu innalzato da Maometto il Conquistatore, un altro da Selim II, gli altri due dal terzo Amurat.
Dello stesso Amurat sono i contrafforti innalzati sulla fine del sedicesimo secolo per sostenere i muri stati scossi da un terremoto, e la smisurata mezzaluna di bronzo, piantata sulla sommità della cupola, di cui la sola doratura costò cinquantamila ducati.
L'antico atrio è sparito; il battisterio convertito in mausoleo di Mustafà e d'Ibraim I quasi tutti gli altri piccoli edifizii annessi alla chiesa greca, o distrutti, o nascosti da nuovi muri, o trasformati in maniera che non si riconoscono.
Da tutte le parti la moschea stringe, opprime e maschera la chiesa, che non ha più libero che il capo, sul quale però vigilano, come quattro sentinelle gigantesche i quattro minareti imperiali.
Dalla parte d'Oriente v'è una porta ornata di sei colonne di porfido e di marmo; a mezzogiorno un'altra porta per cui s'entra in un cortile, circondato d'edifìci bassi e disuguali, in mezzo al quale zampilla una fontana per le abluzioni, coperta da un tempietto arcato, sostenuto da otto colonnine.
A guardarla di fuori, non si distinguerebbe Santa Sofia dalle altre grandi moschee di Stambul, se non perchè è meno bianca e meno leggiera; e molto meno passerebbe pel capo che sia quello "il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
Le nostre guide ci condussero, per una stradicciuola che fiancheggia il lato settentrionale dell'edifizio, a una porta di bronzo che girò lentamente sui cardini, ed entrammo nel vestibolo.
Questo vestibolo, che è una lunghissima ed altissima sala, rivestita di marmo e ancora luccicante qua e là degli antichi mosaici, dà accesso alla navata dal lato orientale per nove porte, e dal lato opposto metteva anticamente, per altre cinque porte, in un altro vestibolo, che per altre tredici porte comunicava coll'atrio.
Appena oltrepassata la soglia, mostrammo il nostro firmano d'entrata a un sacrestano in turbante, infilammo le pantofole, e a un cenno delle guide, ci avvicinammo, trepidando, alla porta di mezzo del lato orientale, che ci aspettava spalancata.
Messo appena il piede nella navata, rimanemmo tutti e due come inchiodati.
Il primo effetto, veramente, è grande e nuovo.
Si abbraccia con uno sguardo un vuoto enorme, un'architettura ardita di mezze cupole che paion sospese nell'aria, di pilastri smisurati, di archi giganteschi, di colonne colossali, di gallerie, di tribune, di portici, su cui scende da mille grandi finestre un torrente di luce; un non so che di teatrale e di principesco, più che di sacro; una ostentazione di grandezza e di forza, un'aria d'eleganza mondana, una confusione di classico, di barbaro, di capriccioso, di presuntuoso, di magnifico; una grande armonia, in cui, alle note tonanti e formidabili dei pilastri e degli archi ciclopici, che rammentano le cattedrali nordiche, si mescono gentili e sommesse cantilene orientali, musiche clamorose dei conviti di Giustiniano e d'Eraclio, echi di canti pagani, voci fioche d'un popolo effeminato e stanco, e grida lontane di Vandali, d'Avari e di Goti; una grande maestà sfregiata, una nudità sinistra, una pace profonda; un'idea della basilica di San Pietro raccorciata e intonacata, e della basilica di San Marco ingigantita e deserta; un misto non mai veduto di tempio, di chiesa e di moschea, d'aspetti severi e d'ornamenti puerili, di cose antiche e di cose nove, e di colori disparati, e d'accessorii sconosciuti e bizzarri; uno spettacolo, insomma, che desta un sentimento di stupore insieme e di rammarico, e fa stare per qualche tempo coll'animo incerto, come cercando una parola che esprima ed affermi il proprio pensiero.
L'edifizio è fabbricato sopra un rettangolo quasi equilatero, nel mezzo del quale s'innalza la cupola maggiore, sorretta da quattro grandi archi, i quali posano su quattro pilastri altissimi, che sono come l'ossatura di tutta la basilica.
Ai due archi che si presentano in faccia a chi entra, si appoggiano due grandi semicupole, le quali coprono tutta la navata, e ciascuna d'esse s'apre in altre due semicupole minori, che formano come quattro tempietti rotondi nel grande tempio.
Fra i due tempietti della parte opposta all'entrata, s'apre l'abside, pure coperta da una vôlta a quarto di sfera.
Sono dunque sette mezze cupole che fanno corona alla cupola maggiore, due sotto questa, e cinque sotto quelle due, senza punto d'appoggio apparente, in modo che presentano tutte insieme un aspetto di leggerezza meravigliosa, e sembrano davvero, come disse un poeta greco, appese per sette fili alla volta del cielo.
Tutte queste cupole sono rischiarate da grandi finestre arcate e simmetriche.
Fra i quattro pilastri enormi che formano un quadrato nel mezzo della basilica, s'alzano, a destra e a sinistra di chi entra, otto meravigliose colonne di breccia verde, su cui s'incurvano degli archi graziosi scolpiti a fogliami, che formano un porticato elegantissimo ai due lati della navata, e sorreggono a una grande altezza due vaste gallerie, le quali presentano due altri ordini di colonne e d'archi scolpiti.
Una terza galleria, che comunica colle due prime, corre lungo tutto il lato dell'entrata, e s'apre sulla navata con tre grandi archi, sostenuti da colonne gemelle.
Altre gallerie minori, sostenute da colonne di porfido, tramezzano i quattro tempietti posti alle estremità della navata, e sorreggono altre colonne, sulle quali s'appoggiano delle tribune.
Questa è la basilica.
La moschea è come sparpagliata nel suo seno e appiccicata alle sue mura.
Il Mirab, - la nicchia che indica la direzione della Mecca, - è scavato in un pilastro dell'abside.
Alla sua destra, in alto, è appeso uno dei quattro tappeti, su cui Maometto faceva le sue preghiere.
Sull'angolo dell'abside più vicino al Mirab, in cima a una scaletta ripidissima, fiancheggiata da due balaustrate di marmo scolpite con una delicatezza magistrale, sotto un bizzarro tetto conico, in mezzo a due bandiere trionfali di Maometto II, sporge il pulpito dove sale il Ratib a leggere il Corano, con una scimitarra sguainata nel pugno, per significare che Santa Sofia è moschea conquistata.
In faccia al pulpito v'è la tribuna del Sultano, coperta da una graticola dorata.
Altri pulpiti, o specie di terrazze, munite di balaustrate scolpite a giorno, e sorrette da colonnine di marmo e da archi arabescati, si stendono qua e là lungo i muri o s'avanzano verso il mezzo della navata.
A destra e a sinistra dell'entrata, ci sono due enormi urne d'alabastro, rinvenute fra le rovine di Pergamo, e fatte trasportare a Costantinopoli da Amurat III.
Dai pilastri, a una grande altezza, pendono dei dischi verdi smisurati, con iscrizioni del Corano a caratteri d'oro.
Di sotto sono attaccate ai muri delle grandi cartelle di porfido, che portano scritti i nomi d'Allà, di Maometto e dei quattro primi Califfi.
Negli angoli formati dai quattro archi che sostengono la cupola si vedono ancora le ali gigantesche di quattro cherubini di musaico, ai quali è stato coperto il viso con un rosone dorato.
Dalle volte delle cupole pendono innumerevoli cordoni di seta, che misurano quasi tutta l'altezza della basilica, e sostengono ova di struzzo, lampade di bronzo cesellato e globi di cristallo.
Qua e là si vedono dei leggii di legno a ìccase, intarsiati di madreperla e di rame, con su dei Corani manoscritti.
Il pavimento è coperto di tappeti e di stuoie.
I muri son nudi, biancastri, giallognoli, grigi oscuri, ornati ancora in qualche punto di musaici scoloriti.
L'aspetto generale, triste.
La prima meraviglia della moschea è la grande cupola.
Guardandola dal mezzo della navata, par davvero di vedere, come dice la Stael della cupola di San Pietro, un abisso sospeso sul nostro capo.
È altissima, ha una circonferenza enorme e la sua profondità non è che un sesto del suo diametro; il che la fa apparire anche più grande.
Alla sua base gira un terrazzino; sopra il terrazzino una corona di quaranta finestre ad arco.
Sulla sommità c'è scritta la sentenza che pronunciò Maometto II arrestando il suo cavallo dinanzi all'altar maggiore della basilica, il giorno della presa di Costantinopoli: - Allà è la luce del cielo e della terra -; e alcune delle lettere, bianche su fondo oscuro, hanno la lunghezza di nove metri.
Come tutti sanno, questo prodigio aereo non si sarebbe potuto compiere coi materiali ordinarii; le volte furon costrutte con pietra pomice che galleggia sull'acqua e con mattoni dell'isola di Rodi, cinque dei quali pesano appena quanto un mattone comune.
In ogni mattone era iscritta la sentenza di Davide: - Deus in medio eius non commovebitur.
Adiuvabit eam Deus vultu suo.
- Ogni dodici giri di mattoni, si muravano nella volta delle reliquie di santi.
Mentre gli operai lavoravano, i sacerdoti cantavano; Giustiniano, vestito d'una tunica di lino, assisteva; una folla immensa ammirava.
E non c'è da stupire quando si pensi che la costruzione di questo "secondo firmamento" ancora meraviglioso ai giorni nostri, era un ardimento senza esempio nel sesto secolo.
Il volgo credeva che stesse su per incanto, e i turchi, per molto tempo dopo la conquista, dovettero, pregando nella moschea di Santa Sofia, far forza a sè stessi per volgere lo sguardo ad Oriente invece d'innalzarlo a quel "cielo di pietra".
La cupola, infatti, copre circa la metà della navata in modo che signoreggia e rischiara tutto l'edifizio e da tutte le parti se ne vede un segmento; e vai vai si finisce sempre per trovarvisi sotto, e tornare per la centesima volta a farci rotear dentro il proprio sguardo e i propri pensieri, con un brivido di piacere acuto, che somiglia alla sensazione del volo.
Vista la navata e la cupola, non s'è che cominciato a veder Santa Sofia.
Chi appena ha un'ombra di curiosità storica, per esempio, può dedicare un'ora all'esame delle colonne.
Qui ci sono le spoglie di tutti i templi del mondo.
Le colonne di breccia verde che sostengono le due grandi gallerie, furon regalate a Giustiniano dai magistrati d'Efeso, e appartenevano al tempio di Diana, messo in fiamme da Erostrato.
Le otto colonne di porfido che s'alzano a due a due fra i pilastri, appartenevano al tempio del Sole innalzato da Aureliano a Balbek.
Altre colonne sono del tempio di Giove di Cizico, del tempio d'Helios di Palmira, dei templi di Tebe, d'Atene, di Roma, della Troade, delle Cicladi, d'Alessandria; e presentano una varietà infinita di grandezze e di colori.
Tra le colonne, le balaustrate, i piedestalli, e le lastre che rimangono dell'antico rivestimento dei muri, si vedon marmi di tutte le cave dell'Arcipelago, dell'Asia Minore, dell'Affrica e della Gallia.
Il marmo del Bosforo, bianco, picchiettato di nero, fa contrapposto al celtico nero venato di bianco; il marmo verde di Laconia si riflette nel marmo azzurro di Libia; il porfido punteggiato d'Egitto, il granito stellato di Tessaglia, il cario del monte Iassi strisciato di bianco e di rosso, il caristio pallido screziato di ferro, mescolano i loro colori alla porpora del marmo frigio, alla rosa del marmo di Synada, all'oro del marmo di Mauritania, alla neve del marmo di Paros.
A questa varietà di colori, s'aggiunge la varietà indescrivibile delle forme dei fregi, dei cornicioni, dei rosoni, dei balaustri, dei capitelli d'un bizzarro stile corinzio, in cui s'intrecciano animali, fogliami, croci, chimere, e di altri che non appartengono a nessun ordine, fantastici di disegno e disuguali di grandezza, accoppiati a casaccio; e dei fusti di colonne e dei piedestalli ornati di sculture capricciose, logorati dai secoli e scheggiati dalle scimitarre; che presentano tutt'insieme un aspetto bizzarro di magnificenza disordinata e barbaresca, e sono il vilipendio del buon gusto, e non se ne può staccare lo sguardo.
Stando nella navata, però, non si può comprendere tutta la vastità della moschea.
La navata, infatti, non ne è che una piccola parte.
I due porticati che sorreggono le gallerie laterali sono per sè soli due grandi edifizii, di cui si potrebbero fare due tempii.
Ciascuno d'essi è diviso in tre parti, separate da archi altissimi.
Qui pure colonne, architravi, pilastri, volte, tutto è enorme.
Passeggiando sotto quelle arcate, s'intravvede appena, per gl'interstizii delle colonne del tempio d'Efeso, la grande navata, e par quasi di essere in un'altra basilica.
Lo stesso effetto si prova dalle gallerie a cui si va per una scala a spirale d'inclinazione leggerissima, o piuttosto per una strada in salita, poichè non ci sono gradini, e potrebbe salirvi comodamente un uomo a cavallo.
Le gallerie erano il "gineceo" ossia la parte della chiesa riserbata alle donne; i penitenti stavano nel vestibolo, il comune dei fedeli nella navata.
Ciascuna galleria potrebbe contenere la popolazione d'un sobborgo di Costantinopoli.
Non par più di essere in una chiesa; par di passeggiare per la loggia d'un teatro titanico, dove debba scoppiare da un momento all'altro un canto di centomila voci.
Per veder la moschea bisogna affacciarsi alla balaustrata e allora tutta la grandezza appare.
Gli archi, le volte, i pilastri, tutto è ingigantito.
I dischi verdi, che parevano da misurarsi colle braccia, coprirebbero una casa.
Le finestre sono portoni di palazzi; le ali dei cherubini sono vele di bastimento; le tribune son piazze; la cupola dà il capogiro.
Abbassando lo sguardo si prova un'altra meraviglia.
Non si credeva d'essere saliti tant'alto.
Il piano della navata è giù in fondo a un abisso, e i pulpiti, le urne di Pergamo, le stuoie, le lampade, sembrano straordinariamente rimpicciolite.
Di là si vede meglio che di sotto una particolarità curiosa della moschea di Santa Sofia, ed è che la navata non avendo la direzione precisa della Mecca, a cui i musulmani debbono rivolgersi pregando, tutte le stuoie e tutti i tappeti sono disposti obliquamente alle linee dell'edifizio, e offendono gli occhi come un madornale errore di prospettiva.
Di lassù si abbraccia bene collo sguardo e col pensiero tutta la vita della moschea.
Si vedono dei turchi inginocchiati sulle stuoie colla fronte a terra; altri ritti come statue colle mani dinanzi al viso, come se interrogassero le rughe delle palme; alcuni seduti a gambe incrociate ai piedi d'un pilastro, come se riposassero all'ombra d'un albero; qualche donna velata, in ginocchio in un angolo solitario; dei vecchi seduti dinanzi ai leggii, che leggono il Corano; un iman che fa recitare dei versetti sacri a un gruppo di ragazzi; e qua e là, sotto le arcate lontane e per le gallerie, iman, ratib, muezzin, servitori della moschea, in abiti strani, che vanno e vengono tacitamente come se non toccassero il pavimento.
La melodia vaga formata dalle voci sommesse e monotone di chi legge e di chi prega, quelle mille lampade bizzarre, quella luce chiara ed eguale, quell'abside deserta, quelle vaste gallerie silenziose, quella immensità, quelle memorie, quella pace lasciano nell'animo un'impressione di grandezza e di mistero, che nè la parola può esprimere nè il tempo può cancellare.
Ma in fondo, come già dissi, è un'impression triste, e non diede nel falso il grande poeta che paragonò la moschea di Santa Sofia a un" colossale sepolcro", perchè da tutte le parti vi si vedono le traccie d'una devastazione orrenda, e si prova maggior rammarico pensando a ciò che fu, di quello che si goda nell'ammirazione di ciò che è ancora.
Quietato il sentimento della prima meraviglia, il pensiero si slancia irresistibilmente nel passato.
E oggi ancora, dopo tre anni, non mi si affaccia mai alla mente la grande moschea, ch'io non mi sforzi di rappresentarmi invece la chiesa.
Atterro i pulpiti musulmani, levo le lampade e le urne, stacco i dischi, e le cartelle di porfido, riapro le porte e le finestre murate, raschio l'intonaco che copre le pareti e le vôlte, ed ecco la basilica intera e novissima, come tredici secoli or sono, quando Giustiniano esclamò: - Gloria a Dio che m'ha giudicato degno di compiere quest'opera! Salomone, io t'ho vinto! - Da qualunque parte si giri lo sguardo, tutto luccica, scintilla e lampeggia come nelle reggie fatate delle leggende.
Le grandi pareti, rivestite di marmi preziosi, mandano dei riflessi d'oro, di avorio, d'acciaio, di corallo, di madreperla; le innumerevoli macchiette dei marmi, offrono l'aspetto di corone e di ghirlande di fiori; gli infiniti mosaici di cristallo danno ai muri, su cui batte un raggio di sole, l'apparenza di muri d'argento tempestati di diamanti.
I capitelli, i cornicioni, le porte, i fregi degli archi sono di bronzo dorato.
Le vôlte dei porticati e delle gallerie, dipinte a fuoco, offrono immagini colossali d'angeli e di santi in campo d'oro.
Dinanzi ai pilastri, nelle cappelle, accanto alle porte, in mezzo alle colonne, si drizzano statue di marmo e di bronzo, candelabri enormi d'oro massiccio, vangeli giganteschi appoggiati sopra leggii risplendenti come sedie reali, alte croci d'avorio, vasi scintillanti di perle.
In fondo alla navata non si vede che un bagliore confuso come di molte cose che ardano.
È la balaustrata del coro, di bronzo dorato; è il pulpito, incrostato di quarantamila libbre d'argento, che costò il tributo d'un anno dell'Egitto; sono le sedie dei sette preti, il trono del patriarca, il trono dell'imperatore, dorati, scolpiti, intarsiati, imperlati, su cui, quando scende diritta la luce, non si