COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 19
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Quella era una conversazione! Se fossi stato stenografo, avrei potuto cavarne ogni sera un libro amenissimo.
Il medico che aveva visitato un arem, il pittore ch'era stato sul Bosforo a fare il ritratto a un pascià, l'avvocato che aveva difeso una causa dinanzi a un tribunale, il caposcarico che aveva stretto il nodo d'un amoretto internazionale, raccontavano le loro avventure, ed ogni racconto era un bozzetto graziosissimo di costumi orientali.
Ogni momento se ne sentiva una nuova.
Arrivava uno: - Sapete quello che è seguito stamani? Il Sultano ha tirato un calamaio sulla testa al ministro delle finanze.
- Arrivava un altro: - Avete inteso la notizia? Il governo, dopo tre mesi, ha finalmente pagato gli stipendi agli impiegati, e Galata è inondata da un torrente di monete di rame.
- Arrivava un terzo, e raccontava che un turco presidente di tribunale, irritato delle cattive ragioni colle quali un cattivo avvocato francese difendeva una causa sballata, gli aveva fatto questo bel complimento in presenza di tutto l'uditorio: - Caro avvocato, è inutile che tu ti affanni tanto per far parer buona la tua causa; la...
- e aveva pronunziato in tutte lettere la parola di Cambronne - per quanto la si volti e la si rivolti, è sempre...
- e aveva pronunziato un'altra volta quella parola.
La conversazione, naturalmente, spaziava in un campo geografico affatto nuovo per me.
Colla stessa frequenza con cui si parla fra noi di persone e di cose di Parigi, di Vienna, di Ginevra, là si parlava di persone e di cose di Tiflis, di Trebisonda, di Teheran, di Damasco, dove uno aveva un amico, un altro c'era stato, un terzo ci voleva andare; io mi sentivo nel centro d'un altro mondo, e tutt'intorno mi si aprivano nuovi orizzonti.
E qualche volta pensavo con rammarico al giorno in cui avrei dovuto rientrare nel cerchio angusto della mia vita ordinaria.
Come potrò più adattarmi - dicevo tra me - a quei soliti discorsi e a quei soliti casi? E questo è un sentimento che provano tutti gli Europei di Costantinopoli.
A chi ha vissuto quella vita, ogni altra pare che debba riuscire scolorita e uniforme.
È una vita più leggiera, più facile, più giovanile di quella d'ogni altra città d'Europa.
Quel viver là come accampati in un paese straniero, in mezzo a un succedersi continuo d'avvenimenti strani e imprevedibili, finisce coll'infondere un certo sentimento della instabilità e della futilità delle cose mondane, che somiglia molto alla fede fatalistica dei musulmani, e dà una certa serenità spensierata d'avventurieri.
L'indole di quel popolo che vive, come disse un poeta, in una specie di famigliarità intima colla morte, considerando la vita come un pellegrinaggio, durante il quale nè c'è tempo nè mette conto di prefiggersi dei grandi scopi da conseguire con lunghe fatiche, si attacca a poco a poco anche all'europeo, e lo riduce a vivere un po' alla giornata, senza frugar troppo dentro sè stesso, e facendo nel mondo, per quanto gli è possibile, la parte semplice e riposata di spettatore.
L'aver che fare con popoli tanto diversi, e il dover pensare e parlare un po' a modo di tutti, dà allo spirito una certa leggerezza che lo fa come sorvolare a molti sentimenti ed idee, a cui noi, nei nostri paesi, vorremmo che si conformasse il mondo, e per ottenerlo, e del non poterlo ottenere, ci affanniamo.
Oltrechè la presenza del popolo musulmano, oggetto continuo di curiosità e di osservazione, è uno spettacolo di tutti i giorni, che rallegra e svia la mente da molti pensieri e da molte cure.
E a questo giova anche la forma della città assai più che non potrebbero fare le città nostre, nelle quali lo sguardo e il pensiero è quasi sempre come imprigionato in una strada o in un circuito angusto; mentre là, ad ogni tratto, occhio e mente trovano una scappatoia per la quale si slanciano a immense lontananze ridenti.
E c'è infine una illimitata libertà di vita, concessa dalla grandissima varietà dei costumi: là tutto si può fare, nulla stupisce; la notizia della cosa più strana muore appena uscita in quell'immensa anarchia morale; gli europei vivono là come in una confederazione di repubbliche; vi si gode la libertà che si godrebbe in qualunque città europea nel momento d'un grande trambusto; è come un veglione interminabile o un perpetuo martedì grasso.
Per questo, più che per la bellezza, Costantinopoli è una città, che non si può abitare un certo tempo, senza ricordarla poi con un sentimento quasi di nostalgia; per questo gli europei l'amano ardentemente e vi mettono radici profonde; ed è giusto in questo senso il chiamarla come i turchi "la fata dai mille amanti" o dire col loro proverbio che chi ha bevuto dell'acqua di Top-hané, - non c'è più rimedio, - è innamorato per la vita.
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[Gl'Italiani]
La colonia italiana è una delle più numerose di Costantinopoli; ma non delle più prospere.
Ha pochi ricchi, molti miserabili, specialmente operai dell'Italia meridionale che non trovan lavoro, ed è la colonia più meschinamente rappresentata dalla stampa periodica, quando pure è rappresentata, perchè i suoi giornali non fanno che nascere e morire.
Quando c'ero io, s'aspettava l'apparizione del Levantino, ed era uscito intanto un numero di saggio, che annunziava i titoli accademici e i meriti speciali del direttore: settantasette in tutto, senza contare la modestia.
Bisogna passeggiare la mattina della domenica in via di Pera, quando le famiglie italiane vanno alla messa.
Si sentono parlare tutti i dialetti d'Italia.
Io mi ci godevo; ma non sempre.
Qualche volta sentivo quasi pietà al vedere tanti miei concittadini senza patria, molti dei quali dovevano esser stati sbalestrati là chi sa da che avvenimenti dolorosi o strani; al veder quei vecchi, che forse non avrebbero mai più riveduta l'Italia; quei bambini, a cui quel nome non doveva risvegliare che un'immagine confusa d'un paese caro e lontano; quelle ragazze di cui molte dovevano forse sposare uomini d'un'altra nazione, e fondar famiglie in cui non sarebbe rimasto altro d'italiano che il nome e le memorie della madre.
Vedevo delle belle genovesine che parevano discese allora dai giardini dell'Acquasola, dei bei visetti napoletani, delle testine capricciose che mi pareva d'aver incontrate cento volte sotto i portici di Po o sotto la Galleria di Milano.
Avrei voluto legarle tutte a due a due con un nastrino color di rosa, metterle in un bastimento e ricondurle in Italia filando quindici nodi all'ora.
Come curiosità, avrei anche voluto portare in Italia un saggio della lingua italiana che si parla a Pera dagl'italiani nati nella colonia; e specialmente da quelli della terza o della quarta generazione.
Un accademico della Crusca che li sentisse, si metterebbe a letto colla terzana.
La lingua che formerebbero mescolando il loro italiano un usciere piemontese, un fiaccheraio lombardo e un facchino romagnolo, credo che sarebbe meno sciagurata di quella che si parla in riva al Corno d'oro.
È un italiano già bastardo, screziato d'altre quattro o cinque lingue alla loro volta imbastardite.
E il curioso è che, in mezzo agl'infiniti barbarismi, si senton dire di tratto in tratto, da coloro che hanno qualche coltura, delle frasi scelte e delle parole illustri, come dei puote, degli imperocchè, degli a ogni piè sospinto, degli havvi, dei puossi; ricordi di letture d'Antologia, colle quali molti di quei nostri buoni compatrioti cercano, nei ritagli di tempo, di rifarsi la bocca al toscano parlar celeste.
Ma appetto agli altri, costoro posson pretendere, come diceva il Cesari, alla fama di buoni dicitori.
Ce n'è di quelli che non si capiscono quasi più.
Un giorno fui accompagnato non so dove da un giovanetto italiano di sedici o diciassette anni, amico d'un mio amico, nato a Pera.
Per strada, attaccai discorso.
Mi parve che non volesse parlare.
Rispondeva a mezza voce, a parole tronche, abbassando la testa, e facendo il viso rosso: si vedeva che pativa.- Via che cos'ha? - gli domandai.
- Ho - rispose sospirando - che parlo tanto male! - Continuando a discorrere, in fatti, m'accorsi che balbettava un italiano bizzarro, pieno di parole contraffatte e incomprensibili, molto somigliante a quella così detta lingua franca, la quale, come disse un bell'umore francese, consiste in un certo numero di vocaboli e di modi italiani, spagnuoli, francesi, greci, che si buttano fuori l'un dopo l'altro rapidissimamente, finchè se ne imbrocca uno che sia capito dalla persona che ascolta.
Questo lavoro, però, occorre raramente di farlo a Pera e a Galata, dove un po' d'italiano lo capiscono e lo parlano quasi tutti, compresi i turchi.
Ma è lingua, se si può chiamar lingua, quasi esclusivamente parlata, se si può dir parlata.
La lingua più comunemente usata scrivendo è la francese.
Letteratura italiana non ce n'è.
Mi ricordo soltanto d'aver trovato un giorno, in un caffè di Galata affollato di negozianti, in fondo a un giornaletto commerciale scritto metà in francese e metà in italiano, sotto le notizie della Borsa, otto versetti malinconici, che parlavano di zeffiri, di stelle e di sospiri.
Oh povero poeta! Mi parve di veder lui, in persona, sepolto sotto un mucchio di mercanzie, che esalasse con quei versi il suo ultimo fiato.
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[I teatri]
A Costantinopoli, chi è molto forte di stomaco, può passar la sera al teatro, e può scegliere tra una canaglia di teatruccoli d'ogni specie, molti dei quali sono insieme giardini e birrerie, e in qualcuno si ritrova sempre la commedia italiana, o piuttosto una muta di attori italiani, i quali fanno spesso desiderare di veder convertita la platea in un vasto mercato di frutte verdi.
I turchi, però, frequentano di preferenza i teatri in cui certe francesi imbellettate, scollacciate e sfrontate, cantano delle canzonette coll'accompagnamento d'un'orchestra da galera.
Uno di questi teatri era allora l'Alhambra, posto nella gran via di Pera: un lungo stanzone, sempre affollato, e tutto rosso di fez dal palco scenico alla porta.
Che cosa fossero quelle canzonette e con che razza di gesti quelle intrepide signore s'ingegnassero di farne capire ai turchi i significati riposti, non si può nè immaginare nè credere.
Solo chi è stato al teatro los Capellanes di Madrid, può dire d'aver sentito e visto qualchecosa di simile.
Agli scherzi più procaci, ai gesti più impudenti, tutti quei turconi, seduti in lunghe file, prorompevano in grasse risa; e cadendo allora dalle loro faccie la maschera della dignità abituale, vi appariva tutto il fondo della loro natura e tutti i segreti della loro vita grossolanamente sensuale.
Eppure non v'è nulla che il turco nasconda abitualmente così bene come la sensualità della sua natura e della sua vita.
Per le strade, l'uomo non s'accompagna mai alla donna; raramente la guarda; più raramente ne parla; ritiene quasi come un'offesa che gli si domandi notizia delle sue mogli; a giudicar dalle apparenze, si direbbe che quel popolo è il più casto e il più austero della terra.
Ma sono mere apparenze.
Quello stesso turco che arrossisce fino alle orecchie se gli si domanda come sta la sua sposa, manda i suoi bimbi e le sue bimbe a sentire le turpissime oscenità di Caragheus, che corrompe la loro fantasia prima che si sian svegliati i loro sensi; ed egli stesso dimentica sovente le dolcezze dell'arem per le voluttà nefande di cui diede il primo esempio famoso Baiazet la folgore, e non l'ultimo, probabilmente, Mahmut il riformatore.
E quando non ci fosse altro, basterebbe quel Caragheus a dare nello stesso tempo un'immagine e una prova della profonda corruzione che si nasconde sotto il velo dell'austerità musulmana.
È una figurina grottesca che rappresenta la caricatura del turco del mezzo ceto, una specie d'ombra chinese, che muove le braccia, le gambe e la testa dietro un velo trasparente, e fa quasi sempre da protagonista in certe commediole strampalatamente buffonesche, di cui il soggetto è per lo più un intrigo amoroso.
Egli è un quissimile, ma depravato, di Pulcinella: sciocco, furbo e cinico, lussurioso come un satiro, sboccato come una baldracca, e fa ridere, anzi urlare d'entusiasmo l'uditorio con ogni sorta di lazzi, di bisticci e di gesticolamenti stravaganti, che sono o nascondono ordinariamente un'oscenità.
E di che natura siano queste oscenità, è facile immaginarlo quando si sappia che se Caragheus nello spirito somiglia a Pulcinella, nel corpo somiglia a Priapo; della quale somiglianza, prima che la censura restringesse d'alquanto la sua libertà sconfinata, egli dava tratto tratto la prova visibile alla platea, e spesso tutta la commedia girava sopra questo nobilissimo perno.
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[La cucina]
Volendo fare un po' di studio anche della cucina turca, mi feci condurre dai miei buoni amici di Pera in una trattoria ad hoc, dove si trova qualunque piatto orientale, dalle più squisite ghiottornie del Serraglio fino alla carne di cammello acconciata all'araba e alla carne di cavallo condita alla turcomanna.
L'amico Santoro ordinò un desinare rigorosamente turco dall'antipasto alle frutta, ed io, incoraggiandomi col pensiero dei molti uomini egregi morti per la scienza, mandai giù un po' di tutto senza emettere un grido.
Ci furono serviti più d'una ventina di piatti.
I Turchi, come gli altri popoli orientali, sono un po' in questo come i ragazzi: al satollarsi di poche cose, preferiscono il beccare un tantino di moltissime; pastori d'ieri l'altro, poichè son diventati cittadini, pare che disdegnino la semplicità del mangiare come una pitoccheria da villani.
Non potrei rendere un conto esatto di tutte le pietanze poichè di molte non m'è rimasta che una vaga reminiscenza sinistra.
Ricordo il Rebab, che è composto di piccolissimi pezzetti di montone arrostiti a fuoco vivo, conditi con molto pepe e molto garofano, e serviti su due biscotti molli e grassi: piatto indicabile per i reati leggieri.
Risento ancora qualche volta il sapore del pilav, composto di riso e di montone, ch'è il sine qua non di tutti i desinari, e per così dire il piatto sacramentale dei turchi, come i maccheroni per i napoletani, il cuscussù per gli arabi e il puchero per gli Spagnuoli.
Ricordo, ed è la sola cosa che ricordi con desiderio, il Rosh'ab, che si beve col cucchiaio in fin di tavola: fatto d'uva secca, di pomi, di prune, di ciliegie e d'altre frutta, cotte nell'acqua con molto zucchero, e aggraziate con essenza di muschio o con acqua di rosa e di cedro.
C'erano poi molti altri piattini di carne d'agnello e di montone, ridotta in bricioli e bollita tanto che non aveva quasi più sapore; dei pesci natanti nell'olio, delle pallottoline di riso ravvolte in foglie di vite, della zucca giulebbata, delle insalatine impastate, delle composte, delle conserve, degl'intingoli conditi con ogni sorta di erbe aromatiche, da poterne notar uno in coda ad ogni articolo del codice penale, per i delinquenti recidivi.
Infine un gran piatto di dolci, capolavoro di qualche pasticciere arabo, fra cui v'era un piccolo piroscafo, un leoncino chimerico e una casettina di zucchero colle sue finestrine ingraticolate.
Tutto sommato, mi parve d'essermi vuotata in corpo una farmacia portatile, e d'aver veduto uno di quei desinaretti che preparano per spasso i ragazzi, coprendo una tavola di piattini pieni di mattone trito, d'erba pesta e di frutti spiaccicati, che facciano un bel vedere di lontano.
Tutti quei piatti vengon serviti rapidamente a quattro o cinque alla volta, e i turchi vi pescano colle dita, non essendo in uso fra loro altro che il coltello e il cucchiaio; e serve per tutti una sola coppa, nella quale un servitore versa continuamente acqua concia.
Così non facevano però i turchi che desinavano vicino a noi nella trattoria.
Eran turchi amanti dei proprii comodi, tanto è vero che tenevano le babbuccie sulla tavola; avevano ciascuno il loro piatto, si servivano bravamente della forchetta, e trincavano liquore a tutto spiano, in barba a Maometto.
Osservai di più che non baciarono il pane, da buoni musulmani, prima di cominciare a mangiare, e che non si peritavano a slanciare tratto tratto un'occhiata concupiscente alle nostre bottiglie, quantunque, giusta le sentenze dei muftì, sia peccato anche il fissar gli occhi sopra una bottiglia di vino.
Del resto questo "padre delle abbominazioni", del quale basta una goccia a far cadere sul capo del musulmano "gli anatemi di tutti gli angioli del cielo e della terra" va di giorno in giorno guadagnando devoti fra i turchi, e ormai si può dire che è un resto di rispetto umano quello che li trattiene dal rendergli un pubblico omaggio; e io credo che se un giorno scendesse tutt'a un tratto sopra Costantinopoli una tenebra fitta, e dopo un'ora tornasse a splendere il sole improvvisamente, si sorprenderebbero cinquantamila turchi colla bottiglia alla bocca.
E anche in questo, come in molti altri traviamenti degli Osmanli, furono la pietra dello scandalo i Sultani; ed è curioso che sia appunto la dinastia regnante sopra un popolo per il quale è un'offesa a Dio il bever vino, quella che forse, fra tutte le dinastie d'Europa, ha dato da registrare alla storia un maggior numero d'ubbriaconi: tanto è parso dolce il frutto proibito anche alle ombre di Dio sulla terra.
Fu, si dice, Baiazet I quello che iniziò la serie interminabile delle cotte imperiali, e come nel peccato originale, fu anche in questo prima colpevole la donna: la moglie dello stesso Baiazet, figlia del re dei Serbi, che offerse al marito il primo bicchiere di Tokai.
Poi Baiazet II s'ubbriacò di vin di Cipro e di vin di Schiraz.
Poi quel medesimo Solimano I, che fece bruciare nel porto di Costantinopoli tutti i bastimenti carichi di vino e versar piombo liquefatto in bocca ai bevitori, morì brillo per mano d'un arciere.
Poi venne Selim II, soprannominato il messth, l'ubbriaco, il quale pigliava delle bertucce che duravan tre giorni, e durante il suo regno trincarono pubblicamente uomini di legge e uomini di religione.
Invano Maometto III tuona contro "l'abbominazione suggerita dal demonio"; invano Ahmed I fa distruggere tutte le taverne e sfondare tutti i tini di Stambul; invano Murad IV gira per la città accompagnato dal carnefice, e fa cader la testa di chi ha il fiato vinoso.
Egli stesso, l'ipocrita feroce, barcolla per le sale del serraglio come un bettolante plebeo; e dopo di lui la bottiglia, piccolo e festoso folletto nero, irrompe nei serragli, si caccia nelle botteghe dei bazar, si nasconde sotto il capezzale dei soldati, ficca la sua testa inargentata o purpurea sotto il divano delle belle, e violata la soglia delle moschee, spruzza le sue spume sacrileghe sulle pagine ingiallite del Corano.
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[Maometto]
A proposito di religione, io non potevo, passeggiando per Costantinopoli, levarmi dalla testa questo pensiero: se non si sentisse la voce dei muezzin, come s'accorgerebbe un cristiano che la religione di questo popolo non è la sua? L'architettura bizantina delle moschee può farle parere chiese cristiane; del rito islamitico non si vede alcun segno esteriore; i soldati turchi scortano il viatico; un cristiano ignorante potrebbe vivere un anno a Costantinopoli senz'accorgersi che sulla maggior parte della popolazione regna Maometto invece di Cristo.
E questo pensiero mi riconduceva sempre a quello delle piccole differenze sostanziali, del filo d'erba, come dicevano gli abissini cristiani ai primi seguaci di Maometto, che divide le due religioni; e alla piccola causa per la quale avvenne che l'Arabia si convertisse all'islamismo, invece che al cristianesimo, o se non al cristianesimo a una religione così strettamente affine ad esso, che, o confondendosi con esso posteriormente od anche rimanendo tal quale, avrebbe mutate affatto le sorti del mondo orientale.
E quella piccola causa fu la natura voluttuosa d'un bel giovane arabo, alto, bianco, dagli occhi neri, dalla voce grave, dall'anima ardente, il quale, non avendo la forza di dominare i propri sensi, invece di recidere alle radici il vizio dominante del suo popolo, si contentò di potarlo; invece di proclamare l'unità coniugale come proclamò l'unità di Dio, non fece che stringere in un cerchio più angusto, consacrato dalla religione, la dissolutezza e l'egoismo dell'uomo.
Certo ch'egli avrebbe avuto a vincere una resistenza più forte; ma non può parere impossibile che la vincesse, chi atterrò, per fondare il culto d'un Dio unico fra un popolo idolatra, un edifizio enorme di tradizioni, di superstizioni, di privilegi, d'interessi d'ogni natura, strettissimamente intrecciati da secoli, e chi fece accettare fra i dogmi della sua religione, per cui morirono poi milioni di credenti, un paradiso, il cui primo annunzio destò in tutto il suo popolo un sentimento d'indignazione e di scherno.
Ma il bel giovane arabo patteggiò coi suoi sensi e mezza la terra mutò faccia, poichè fu veramente la poligamia il vizio capitale della sua legislazione, e la cagione prima della decadenza di tutti i popoli che abbracciarono la sua fede.
Senza questa degradazione dell'un sesso a favore dell'altro, senza la sanzione di questa enorme ingiustizia, che turba tutto quanto l'ordine dei doveri umani, che corrompe la ricchezza, che opprime la povertà, che fomenta l'ignavia, che snerva la famiglia, che generando la confusione dei diritti di nascita nelle dinastie regnanti, sconvolge le reggie e gli Stati, che s'oppone, infine, come una barriera insuperabile all'unione della società musulmana colle società d'altra fede che popolano l'oriente; se, per tornare alla prima cagione, il bel giovane arabo avesse avuto la disgrazia di nascere un po' meno robusto o la forza di vivere un po' più casto, chi sa! forse ci sarebbe ora un Oriente ordinato e civile, e sarebbe più innanzi d'un secolo la civiltà universale.
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[Il Ramazan]
Trovandomi a Costantinopoli nel mese di Ramazan, che è il nono mese dell'anno turco, nel quale cade la quaresima musulmana, vidi ogni sera una scena comica che merita d'essere descritta.
Durante tutta la quaresima è proibito ai turchi di mangiare, di bere e di fumare dal levar del sole al tramonto.
Quasi tutti gozzovigliano poi tutta la notte; ma fin che c'è il sole, rispettano quasi tutti il precetto religioso, e nessuno ardisce di trasgredirlo pubblicamente.
Una mattina il mio amico ed io andammo a visitare un nostro conoscente, aiutante di campo del Sultano, un giovane ufficiale spregiudicato, e lo trovammo in una stanza a terreno del palazzo imperiale, con una tazza di caffè fra le mani.
Come mai - gli domandò Yunk - osate prendere il caffè dopo il levar del sole? - L'ufficiale scrollò le spalle e rispose che se ne rideva del Ramazan e del digiuno; ma proprio in quel punto s'aperse improvvisamente una porta, ed egli fece un movimento così rapido per nasconder la tazza, che se la versò mezza sui piedi.
Si capisce da questo che rigorosa astinenza debbano serbare tutti coloro che stanno tutto il giorno sotto gli occhi della gente: i barcaiuoli per esempio.
Per godersela, bisogna andarli a vedere dal ponte della Sultana Validè, qualche minuto prima che si nasconda il sole.
Tra quei che stan fermi e quei che vogano, tra vicini e lontani, se ne vede intorno a un migliaio.
Sono tutti digiuni dall'alba, arrabbiano dalla fame, han già la loro cenetta pronta nel caicco, girano continuamente gli occhi dal sole alla cena e dalla cena al sole, s'agitano e sbuffano come le fiere d'un serraglio nel momento della distribuzione delle carni.
Il nascondersi del sole è annunziato da un colpo di cannone.
Non c'è caso che prima di quel momento sospirato nessuno si metta in bocca nè un briciolo di pane nè una goccia d'acqua.
Qualche volta, in un angolo del Corno d'oro, abbiamo stimolato a mangiare i barcaiuoli che ci conducevano; ma ci hanno sempre risposto: - Jok! Jok! Jok! - No, no, no -, accennando il sole con un atto timoroso.
Quando il sole è nascosto per più della metà dietro i monti, cominciano a prendere in mano i loro pani, e a palparli e a fiutarli voluttuosamente.
Quando non si vede più che un sottile arco luminoso, allora tutti quei che son fermi e tutti quei che remano, quelli che attraversano il Corno d'oro, quelli che guizzano sul Bosforo, quelli che vogano nel Mar di Marmara, quelli che riposano nei seni più solitarii della riva asiatica, tutti si voltano verso occidente, e stanno immobili collo sguardo nel sole, colla bocca aperta, col pane in aria, colla gioia negli occhi.
Quando non si vede più che un punto di foco, già i mille pani toccano le mille bocche.
Finalmente il punto di foco si spegne, il cannone tuona, e nello stesso momento trentaduemila denti staccano dai mille pani mille enormi bocconi; ma che dico mille! in tutte le case, in tutti i caffè, in tutte le taverne, accade nel medesimo punto la medesima cosa; e per qualche minuto, la città turca non è più che un mostro di centomila bocche che tracanna e divora.
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[Costantinopoli antica]
Ma che cosa doveva essere quella città nei bei tempi della gloria ottomana! Io non potevo levarmi dalla testa questo pensiero.
Allora, dal Bosforo tutto bianco di vele, non s'alzava un nuvolo di fumo nero a macchiar l'azzurro del cielo e delle acque.
Nel porto e nei seni del Mar di Marmara, fra le vecchie navi da guerra, dalle alte poppe scolpite, dalle mezzelune d'argento, dagli stendardi di porpora, dai fanali d'oro, galleggiavano carcasse fracassate e insanguinate di galere genovesi, veneziane e spagnuole.
Sul Corno d'oro non v'erano ponti: da una sponda all'altra guizzava perpetuamente una miriade di barchette pompose, in mezzo alle quali spiccavano di lontano le lancie bianchissime del serraglio, coperte di baldacchini scarlatti dalle frangie dorate, e condotte da rematori vestiti di seta.
Scutari era ancora un villaggio; di là da Galata non si vedevano che case sparpagliate per la campagna; nessun grande palazzo alzava ancora la testa sopra la collina di Pera; l'aspetto della città era meno grandioso che non è ora; ma era più schiettamente orientale.
La legge che prescriveva i colori essendo ancora in vigore, dai colori delle case si riconosceva la religione degli abitanti: Stambul era tutta gialla e rossa, fuorchè gli edifizi pubblici e sacri ch'erano bianchi come la neve; i quartieri armeni erano cinerini chiari, i quartieri greci cinerini carichi, i quartieri ebrei pavonazzi.
Era universale, come in Olanda, la passione dei fiori, e i giardini parevan grandi mazzi di giacinti, di tulipani e di rose.
La vegetazione rigogliosa delle colline non essendo ancora atterrata dai nuovi sobborghi, Costantinopoli presentava l'immagine d'una città nascosta in una foresta.
Dentro non c'eran che viuzze; ma le abbelliva una folla meravigliosamente pittoresca.
Non si vedevano che turbanti enormi, che davano alla popolazione mascolina un'apparenza colossale e magnifica.
Tutte le donne, fuor che la madre del sultano, essendo rigorosamente velate, e in modo da non lasciar vedere che gli occhi, formavano una popolazione a parte, anonima ed enimmatica, che spandeva per tutta la città un'aura di mistero gentile.
Una legge severa determinando il vestiario di tutti, si distinguevano dalle forme dei turbanti e dai colori dei caffettani i ceti, i gradi, gli uffici, le età, come se Costantinopoli fosse un'immensa corte.
Il cavallo essendo ancora quasi "il solo cocchio dell'uomo", giravano per le vie migliaia di cavalieri, e le lunghe file dei cammelli e dei dromedarii dell'esercito che attraversavano la città in tutte le direzioni le davano l'aspetto selvaggio e grandioso d'un'antica metropoli asiatica.
Le arabà dorate, tratte dai buoi, s'incrociavano colle carrozze rivestite di panno verde degli ulemi, con quelle rivestite di panno rosso dei Kadì-aschieri, colle talike leggerissime dalle tendine di raso, colle bussole ornate di pitture fantastiche.
Schiavi di tutti i paesi, dalla Polonia all'Etiopia, passavano a frotte, facendo risuonare le loro catene ribadite sui campi di battaglia.
Sui crocicchi, nelle piazze, nei cortili delle moschee, si vedevano gruppi di soldati vestiti di cenci gloriosi, che mostravano le braccia monche e le cicatrici ancor fresche delle ferite toccate a Vienna, a Belgrado, a Rodi, a Damasco.
Centinaia di rapsodi dalla voce tonante e dal gesto ispirato raccontavano, in mezzo a crocchi di musulmani superbi, le gesta degli eserciti che combattevano a tre mesi di marcia da Stambul.
I pascià, i bey, gli agà, i musselim, un'infinità di dignitari e di gran signori, vestiti con uno sfarzo teatrale, accompagnati da frotte di servi, fendevano la folla che si curvava al loro passaggio come una messe sotto il soffio del vento; passavano, con un corteo da principi, ambasciatori di tutti gli Stati d'Europa, venuti a chieder pace o alleanza; sfilavano carovane cariche di doni di re affricani ed asiatici; sciami di silidar e di spahì fastosi e insolenti, trascinavano per le vie i sciaboloni macchiati del sangue di venti popoli, e i bei paggi greci ed ungheresi del serraglio, vestiti come piccoli re, passeggiavano alteramente fra la moltitudine ossequiosa, che rispettava in loro i capricci snaturati del suo Signore.
Qua e là, dinanzi alle porte, si vedeva un trofeo di bastoni nodosi: era un corpo di guardia di Giannizzeri, che allora esercitavano la polizia nell'interno della città.
S'incontravano degli ebrei che portavano nel Bosforo il corpo dei giustiziati; si trovava ogni mattina nel Balik-bazar qualche cadavere disteso in terra, con la testa sotto l'ascella destra, la sentenza sul petto e una pietra sulla sentenza; si vedevano per le vie nobili impiccati al primo gancio o alla prima trave che avevan trovata i carnefici frettolosi; s'inciampava di notte in qualche disgraziato buttato in mezzo alla strada da una stanza di tortura dove gli avevano spezzato i piedi e le mani con una mazza; si vedevano sotto il sole di mezzogiorno dei mercanti colti in frode inchiodati per un orecchio all'uscio della loro bottega.
E non c'essendo ancora la legge che restrinse poi la libertà sconfinata delle sepolture, si vedevano scavar fosse e sotterrar morti, ad ogni ora del giorno, nei giardini, nei vicoli, nelle piazze, dinanzi alle porte delle case.
Si sentivano nei cortili gli urli dei montoni e degli agnelli scannati in olocausto ad Allà per le nascite e per le circoncisioni.
A quando a quando passava di galoppo un drappello d'eunuchi gridando e minacciando, le vie si facevano deserte, le porte si chiudevano, le finestre si coprivano, un intiero quartiere pareva morto: e allora passavano in una fila di carrozze luccicanti le belle del Gran Signore, che empievano l'aria di profumi e di risa.
Qualche volta un personaggio della corte, attraversando una strada affollata, impallidiva improvvisamente alla vista di sei popolani di meschina apparenza che entravano in una bottega: quei sei popolani erano il sultano, quattro ufficiali e un carnefice, che giravano di bottega in bottega per verificare i pesi e le misure.
In tutto quanto il corpo enorme di Costantinopoli ribolliva una vita pletorica e febbrile.
Il tesoro riboccava di gemme, gli arsenali, d'armi, le caserme, di soldati, i caravanserai, di viaggiatori; il mercato di schiavi era un formicaio di belle, di mercantesse e di gran signori; i dotti s'affollavano nei grandi archivii delle moschee; i vizir dalla lunga lena preparavano alle generazioni future gli annali sterminati dell'impero; i poeti, pensionati dal serraglio, si raccoglievano nei bagni a cantare le guerre e gli amori imperiali; turbe d'operai bulgari ed armeni lavoravano ad innalzar moschee con blocchi di granito d'Egitto e di marmo di Paros, mentre per mare arrivavano le colonne dei tempii dell'Arcipelago e per terra le spoglie delle chiese di Pest e di Ofen; nel porto si allestivano le flotte di trecento vele che dovevano portare il terrore su tutte le rive del Mediterraneo; fra Stambul e Adrianopoli si spandevano cavalcate di settemila falconieri e di settemila guardacaccia, e negl'intervalli delle rivolte soldatesche, delle guerre lontane, degli incendi che riducevano in cenere ventimila case in una notte, si celebravano feste di trenta giorni dinanzi ai plenipotenziarii di tutti gli stati dell'Affrica, dell'Asia e dell'Europa.
Allora l'entusiasmo musulmano diventava follia.
Al cospetto del Sultano e della corte, in mezzo a quelle smisurate palme di nozze, cariche d'uccelli, di frutti e di specchi, per dar passo alle quali si atterravano le case e le mura; in mezzo a file di leoni e di sirene di zucchero, portati da cavalli ingualdrappati di damasco argentato; in mezzo a monti di doni reali recati da tutte le parti dell'Impero e da tutte le corti del mondo, si alternavano le finte battaglie dei giannizzeri, i balli furiosi dei dervis, le mischie sanguinose dei prigionieri cristiani, i banchetti popolari di diecimila piatti di cuscussù; nell'Ippodromo danzavano gli elefanti e le giraffe; si sguinzagliavano tra la folla gli orsi e le volpi coi razzi alla coda; alle pantomime allegoriche succedevano le danze lascive, le mascherate grottesche, le processioni fantastiche, le corse, i carri simbolici, i giochi, le commedie, le ridde; la festa degenerava a poco a poco, col calar della notte, in un tumulto forsennato, e cinquecento moschee scintillanti di lumi formavano sopra la città un'immensa aureola di foco che annunziava ai pastori delle montagne dell'Asia e ai naviganti della Propontide, le orgie della nuova Babilonia.
Così era Stambul, la sultana formidabile, voluttuosa e sfrenata; appetto alla quale la città d'oggi non è più che una vecchia regina malata d'ipocondria.
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[Gli Armeni]
Occupato quasi sempre dei turchi, non ebbi il tempo, come ognuno può capire, di studiare molto le tre nazioni, armena, greca ed ebrea, che formano la popolazione dei rajà; studio, d'altra parte, assai lungo, poichè se ognuno di quei popoli ha conservato dal più al meno la natura propria, la vita esteriore di tutti e tre ha preso come una velatura di colore musulmano, la quale va ora perdendosi alla sua volta sotto la tinta della civiltà europea: onde presentano tutti e tre la difficoltà d'osservazione che presenterebbe un quadro mobile e cangiante.
Gli armeni, in special modo, "cristiani di spirito e di fede, e musulmani asiatici di nascita e di carne", non sono soltanto difficili a studiare intimamente, ma anche a distinguere a occhio dai turchi, poichè quella parte di loro che non ha ancora preso il vestiario europeo, è vestita alla turca, salvo piccolissime differenze; e non usa quasi più affatto l'antico berrettone di feltro, che era, con certi colori speciali, il segno distintivo della nazione.
E non differiscono molto dai turchi anche nell'aspetto.
Sono per lo più alti di statura, robusti, corpulenti, di carnagione chiara, d'andatura e di modi gravi, e mostrano nel viso le due qualità proprie della loro natura: lo spirito aperto, alacre, industrioso, pertinace, per cui sono meravigliosamente atti al commercio, e quella placidità, che altri vuol chiamare pieghevolezza servile, con cui riuscirono a farsi un covo per tutto, dall'Ungheria alla China, e a rendersi accetti particolarmente ai turchi, dei quali si cattivarono la fiducia, sudditi docili e amici ossequenti.
Non hanno nè fuori nè dentro nulla di bellicoso e d'eroico.
Tali, forse, non erano anticamente nella regione asiatica da cui vennero, e si dice infatti che siano tuttora assai diversi i loro fratelli che l'abitano; ma quei che furon trapiantati di qua dal Bosforo, sono veramente un popolo mansueto e prudente, modesto nella vita, non inteso ad altro che ai suoi traffici, e più sinceramente religioso, si dice, d'ogni altro popolo di Costantinopoli.
I turchi li chiamano i cammelli dell'impero e i franchi dicono che ogni armeno nasce calcolatore; questi due motti sono in gran parte giustificati dal fatto, poichè in grazia appunto della loro forza fisica e della loro intelligenza agile ed acuta, oltre a un buon numero d'architetti, d'ingegneri, di medici, d'artefici ingegnosi e pazienti, essi forniscono a Costantinopoli la maggior parte dei facchini e dei banchieri: facchini che portan pesi e banchieri che ammassano tesori favolosi.
A primo aspetto, però, nessuno s'accorgerebbe che v'è un popolo armeno a Costantinopoli, tanto la pianta ha preso, come suol dirsi, il colore del concio.
Le donne stesse, per cagione delle quali la casa armena è chiusa allo straniero quasi altrettanto severamente che la musulmana, vestono alla turca, e non c'è che un occhio molto esperto che le possa riconoscere in mezzo alle loro concittadine maomettane.
Sono anch'esse per lo più bianche e grassotte, ed hanno la linea aquilina del profilo orientale, grandi occhi e lunghe ciglia; molte d'alta statura e di forme matronali, che coronate d'un turbante, parrebbero bellissimi sceicchi; e quasi tutte d'aspetto signorile e modesto ad un tempo, in cui se qualche cosa manca, è la luce dell'anima che brilla sul volto della donna greca.
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[I Greci]
Quanto è difficile riconoscere a occhio l'armeno, altrettanto è facile riconoscere il greco, anche non badando al vestire; tanto egli è diverso di natura e d'aspetto dagli altri sudditi dell'Impero, e principalmente dal turco.
Per rendersi ragione di questa diversità, o piuttosto di questo contrasto, basta osservare un turco ed un greco, che si trovino seduti l'uno accanto all'altro in un caffè o in un piroscafo.
Hanno un bell'essere press'a poco della stessa età e dello stesso ceto, e vestiti tutt'e due all'europea, ed anche somiglianti di viso; non è possibile sbagliare.
Il turco è immobile, e tutti i suoi lineamenti riposano in una specie di quiete senza pensiero, che somiglia a quella d'un animale satollo; o se il suo viso rivela un pensiero, pare che debba essere un pensiero immobile come il suo corpo.
Non guarda nessuno, non dà segno d'accorgersi d'esser guardato; il suo atteggiamento mostra una profonda noncuranza di tutti coloro e di tutto quello che ha intorno; il suo viso esprime qualcosa della tristezza rassegnata d'uno schiavo e dell'orgoglio freddo d'un despota; un che di duro, di chiuso, di cocciuto, da far disperare alla prima chi si proponesse di persuaderlo di qualche cosa o di rimoverlo di una risoluzione.
Ha, insomma, l'aspetto d'uno di quegli uomini tutti d'un pezzo, coi quali pare che non si possa vivere altrimenti che obbedendoli o comandandoli; e che per quanto tempo ci si viva insieme, non si debba mai poterci prendere una famigliarità intera.
Il greco invece è mobilissimo, e rivela con mille sfuggevoli guizzi dello sguardo e delle labbra tutto quello che gli passa nell'anima; scuote la testa con movimenti di cavallo indomito; il suo volto esprime un'alterezza giovanile, e qualche volta quasi fanciullesca; se si vede guardato, s'atteggia; se non è guardato, si mette in mostra; par sempre che desideri o che fantastichi qualche cosa; spira da tutta la persona l'accorgimento e l'ambizione; e inspira simpatia, anche se ha la faccia d'un cattivo soggetto, e gli si darebbe la mano anche quando non si vorrebbe affidargli la borsa.
Basta veder vicini questi due uomini, per capire che l'uno deve parere all'altro un barbaro, un orgoglioso, un prepotente, un brutale; che questi deve giudicar quello un uomo leggiero, falso, maligno, turbolento; e che debbono disprezzarsi e detestarsi reciprocamente con tutte le forze dell'anima; e non trovar la via di vivere d'accordo.
La stessa differenza si osserva tra le donne greche e le altre donne levantine.
In mezzo alle turche e alle armene belle e floride, ma che toccan quasi più i sensi di quello che parlino all'anima, si riconoscono alla prima, con un sentimento di grata meraviglia, i visi eleganti e puri delle greche, illuminati da due occhi pieni di pensiero, dei quali ogni sguardo fa venir sulle labbra il verso d'un ode; e i bei corpi maestosi insieme e leggeri, che ispirano il desiderio di stringerli fra le braccia, piuttosto per metterli sopra un piedestallo, che per portarli nell'arem.
Se ne vedono di quelle che portano ancora i capelli cadenti, all'antica, in lunghe ciocche ondulate, e una grossa treccia ravvolta intorno alla testa in forma di diadema; così belle, così nobili, così classiche, che si piglierebbero per statue di Prassitele e di Lisippo, o per giovanette immortali ritrovate dopo venti secoli in qualche valle ignorata della Laconia o in qualche isoletta dimenticata dell'Egeo.
Sono però rarissime queste bellezze sovrane anche tra le greche, e oramai non se ne trova più esempio che fra la vecchia aristocrazia dell'impero, nel quartiere silenzioso e triste del Fanar, dove s'è rifugiata l'anima dell'antica Bisanzio.
Là si vede ancora qualche volta una di quelle donne superbe affacciata a un balcone a balaustri, o all'inferriata d'una finestra altissima, cogli occhi fissi nella strada solitaria, nell'atteggiamento d'una regina prigioniera; e quando il servidorame dei discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, non sta oziando dinanzi alle porte, si può, contemplandola di nascosto, credere per un momento di veder per lo squarcio d'una nuvola il viso d'una dea dell'Olimpo.
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[Gli Ebrei]
Riguardo alle ebree, posso affermare, dopo esser stato nel Marocco, che quelle di Costantinopoli non hanno che fare con quelle della costa settentrionale dell'Affrica, nelle quali i dotti osservatori credono di vedere ancora in tutta la sua purezza il primo tipo orientale della bellezza ebraica.
Colla speranza di trovare questa bellezza, mi armai di coraggio, e feci molti giri per il vasto ghetto di Balata, che s'allunga, come un serpente immondo, sulla riva del Corno d'oro.
Mi spinsi fin nei vicoli più miserabili, in mezzo a casupole "grommate di muffa" come le ripe della bolgia dantesca, per crocicchi dove non ripasserei più che sui trampoli e colle narici turate; guardando per le finestre tappezzate di cenci nauseabondi, nelle stanze nere e viscose; soffermandomi dinanzi alle porte dei cortili umidi da cui usciva un tanfo da mozzare il fiato, facendomi largo in mezzo a gruppi di ragazzi scrofolosi e tignosi, toccando col gomito dei vecchi orrendi, che parevano morti di peste risuscitati; scansando a ogni passo cani coperti di piaghe e laghi di mota nera e panni schifosi appesi a corde bisunte, e mucchi di putridumi da far cadere in deliquio; ma il mio coraggio non fu ricompensato.
Fra le molte donne che incontrai imbacuccate nel loro calpak nazionale, che sembra un turbante allungato e copre i capelli e le orecchie, vidi bensì qualche viso in cui riconobbi quella regolarità delicata di lineamenti e quell'aria soave di rassegnazione, che si considera come il tratto distintivo delle ebree di Costantinopoli; vidi qualche vago profilo di Rebecca e di Rachele, dagli occhi a mandorla, pieni di dolcezza e di grazia; e qualche figura elegante, ritta in un atteggiamento raffaellesco sulla soglia d'una porta, con una mano sottile appoggiata sul capo ricciuto d'un bimbo.
Ma nella maggior parte non vidi che i segni della degradazione della razza.
Che differenza tra quelle figure stentite, e gli occhi di fuoco, i colori pomposi e le forme opulente che ammirai un anno dopo nei mellà di Tangeri e di Fez! Ed è lo stesso degli uomini, spersoniti, giallognoli, molli, di cui tutta la vitalità pare che si sia raccolta negli occhi scintillanti d'astuzia e di cupidigia, che essi girano continuamente intorno a sè stessi, come se da tutte le parti sentissero saltellare delle monete.
Ed ora m'aspetto che i miei buoni critici israeliti, che già mi diedero sulle dita a proposito dei loro correligionarii del Marocco, ricantino la stessa canzone, scrivendo a colpa dei turchi oppressori la decadenza e l'avvilimento degli ebrei di Costantinopoli.
Ma badino che nelle medesime condizioni politiche e civili degli ebrei si trovarono tutti gli altri sudditi non musulmani della Porta; e che se anche questo non fosse, sarebbe assai difficile il provare che la vergognosa immondizia, la precocità dei matrimonii e l'astensione da tutti i mestieri faticosi, considerate come cause efficacissime di quella decadenza, siano una conseguenza logica della mancanza di libertà e d'indipendenza.
E se mi vorranno dire invece, che non l'oppressione politica dei turchi, ma le piccole persecuzioni e il disprezzo di tutti, sono stati la cagione di quell'avvilimento, domandino prima a sè stessi se per caso non fosse vero il contrario; se la prima cagione non sia piuttosto da ricercarsi nei loro costumi e nella loro vita; e se invece di nasconder la piaga, non sarebbe utile che essi medesimi la toccassero col ferro rovente.
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[Il bagno]
Dopo aver fatto un giro per Balata, non è delle peggio, come si dice a Firenze, l'andare a fare un bagno turco.
Le case dei bagni si riconoscono di fuori: sono edifizi senza finestre, della forma di piccole moschee, sormontati da una cupola e da alti camini conici, che fumano perpetuamente.
Ma prima d'entrare, bisogna pensarci due volte, e domandarsi quid valeant humeri, perchè non tutti possono resistere all'aspro governo che si fa d'un uomo fra quelle mura salutari.
Io confesso che dopo quello che ne avevo inteso dire, c'entrai con un po' di trepidazione; e i lettori vedranno che ero da compatire.
Ripensandoci, mi sento uscire dalle tempie due goccioline di sudore che aspettano ch'io sia nel vivo della descrizione per filarmi giù per le guancie.
Ecco dunque quello che fu fatto della mia povera persona.
Entro timidamente e mi trovo in una gran sala che mi lascia un momento incerto, se sia un teatro o un ospedale.
Nel mezzo zampilla una fontana, coronata di fiori; e lungo le pareti gira una galleria di legno, dove dormono profondamente o fumano sonnecchiando alcuni turchi sdraiati su materasse e ravvolti dalla testa ai piedi in pannolini bianchissimi.
Mentre guardo intorno in cerca del bagnaiuolo, due tarchiati mulatti seminudi, sbucati non so di dove, mi si rizzano dinanzi come due spettri, e mi domandano tutti e due insieme con voce cavernosa: Hammamun? (bagno?) - Evvet (sì) rispondo con un filo di voce.
Mi accennano di seguirli e mi rimorchiano su per una scaletta di legno in una stanza piena di stuoie e di cuscini, dove mi fanno capire che mi debbo spogliare.
Mi stringono una stoffa azzurra e bianca intorno alle reni, mi raspano la testa con un pezzo di mussolina, mi fanno infilare due zoccoli colossali, mi pigliano sotto le braccia come un ubbriaco e mi conducono, o piuttosto mi traducono in un'altra sala calda e semi-oscura, dove mi distendono sopra un tappeto e stanno ad aspettare colle mani sui fianchi che mi si ammorbidisca la pelle.
Tutti questi apparecchi, che somigliano molto a quelli d'un supplizio, mi mettono addosso una inquietudine, la quale si cangia in un sentimento anche meno onorevole, quando i due aguzzini mi toccano la fronte, si scambiano uno sguardo che significa: - può resistere - e par che vogliano dire: - alla ruota - e ripigliandomi per le braccia mi accompagnano in una terza sala.
Qui provo una sensazione stranissima.
Mi par d'essere in un tempio sottomarino.
Vedo vagamente, a traverso un velo bianco di vapori, delle alte pareti marmoree, delle colonne, degli archi, la vôlta d'una cupola finestrata, da cui scendono dei raggi di luce rossa, azzurra e verde, dei fantasmi bianchi che vanno e vengono rasente le pareti, e nel mezzo della sala, uomini seminudi distesi sul pavimento come cadaveri, sui quali altri uomini seminudi stanno chinati nell'atteggiamento di medici che facciano un'autopsia.
La temperatura della sala è tale che, appena entrato, mi sento tutto in sudore, e mi pare che non potrò più uscir di là che sotto la forme d'un fiumicello, come l'amante d'Aretusa.
I due mulatti trasportano il mio corpo in mezzo alla sala e lo adagiano sopra una specie di tavola anatomica, che è una grande lastra di marmo bianco, rilevata dal pavimento, sotto la quale ardono le stufe.
La lastra scotta ed io vedo le stelle; ma oramai ci sono e bisogna striderci.
I due mulatti cominciano la vivisezione, canterellando una canzonetta funebre.
Mi pizzicano le braccia e le gambe, mi premono i muscoli, mi fanno scricchiolare le articolazioni, mi fregano, mi strizzano, mi stropicciano; mi fanno voltar bocconi, e ricominciano; mi rimettono supino, e tornan da capo; mi stirano e mi schiacciano come un fantoccio di pasta, a cui vogliano dare una forma che hanno in mente, e non ci riescano, e ci s'arrabbino; poi pigliano un po' di respiro; poi di nuovo pizzicotti e strizzatine e schiacciature da farmi temere che sia quello il mio ultimo quarto d'ora.
Finalmente, quando tutto il mio corpo schizza acqua come una spugna spremuta, quando mi vedono circolare il sangue sotto la pelle, quando s'accorgono che proprio non ci posso più reggere, tiran su i miei resti da quel letto di tortura, e li portano in un angolo, dinanzi a una piccola nicchia, dove sono due cannelle di rame, che gettano acqua calda e acqua fresca in una vaschetta di marmo.
Ma, ahimè! qui comincia un altro martirio.
E veramente la cosa piglia un certo andare, che, senza celia, io mi domando se non è il caso di appoggiare un cappiotto a destra e uno scopaccione a sinistra, e di battermela come mi trovo.
Uno dei due tormentatori si mette un guanto di pelo di cammello e comincia a fregarmi la schiena, il petto, le braccia e le gambe, colla grazia con cui striglierebbe un cavallo, e la strigliatura si prolunga per la bellezza di cinque minuti.
Finita la strigliatura, mi rovesciano addosso un torrente d'acqua tepida, e ripigliano fiato.
E lo ripiglio anch'io, ringraziando il cielo che sia finita.
Ma non è finita! Il mulatto feroce si leva il guanto e ricomincia l'operazione colla mano nuda, ed io m'indispettisco e gli fo cenno di smettere, e lui, mostrandomi la mano, mi prova, con mia grande meraviglia, che deve fregare ancora.
Finito di fregare, un altro rovescio d'acqua, e poi un'altra operazione.
Prendono tutti e due uno strofinaccio di stoppa imbevuto di sapone di Candia, e m'insaponano dalla testa ai piedi.
Finita l'insaponata, un altro diluvio d'acqua profumata, e poi da capo lo strofinamento colla stoppa.
Ma questa volta, come dio vuole, la stoppa è asciutta e strofinano per asciugare.
Asciugato che sono, mi rifasciano la testa, mi rimettono il grembiale, mi ravvolgono in un lenzuolo, mi riconducono nella seconda sala, e dopo una sosta di qualche minuto, mi fanno rientrar nella prima.
Qui trovo una materassa tepida sulla quale mi distendo mollemente e i due esecutori di giustizia mi danno gli ultimi pizzicotti per rendere uguale in tutte le membra la circolazione del sangue.
Ciò fatto, mi mettono un cuscino ricamato sotto la testa, una coperta bianca addosso, una pipa in bocca, una limonata accanto, e mi lascian lì fresco, leggiero, odoroso, colla mente serena, col cuore contento, con un senso così puro e così giovanile della vita, che mi par d'esser nato allora, come Venere, dalla spuma del mare, e di sentirmi frullare sopra la testa le ali degli amorini.
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[La Torre del Seraschiere]
Sentendosi così puri e disposti a riveder le stelle non c'è di meglio che arrampicarsi sopra la testa di quel titano di pietra che si chiama la torre del Seraschiere.
Io credo che Satana, se volesse tentare un'altra volta qualcuno coll'offerta del regno della terra, sarebbe sicuro del fatto suo, trasportando la sua vittima su quella cima.
La torre, fabbricata sotto il regno di Mahmud II, è piantata sulla collina più alta di Stambul, nel mezzo del cortile vastissimo del ministero della guerra, nel punto che i turchi chiamano l'ombelico della città.
È costrutta in gran parte con marmo bianco di Marmara, sul piano d'un poligono regolare di sedici lati, e si slancia in alto, ardita e svelta come una colonna, sorpassando d'un buon tratto i minareti giganteschi della vicina moschea di Solimano.
Si va su per una scala a chiocciola, rischiarata da poche finestre quadrate, per le quali s'intravvede, passando, ora Galata, ora Stambul, ora i sobborghi del Corno d'oro; e non s'è ancora a mezza altezza, che già, lanciando uno sguardo fuori, pare di essere nella regione delle nuvole.
Qualche volta salendo, si sente un leggero rumore sul proprio capo, e quasi nello stesso punto si vede passare e sparire una larva, che sembra una cosa che precipita piuttosto che un uomo che discende; ed è uno dei guardiani che stanno giorno e notte alla vedetta sulla sommità della torre, il quale ha visto probabilmente in qualche punto lontano dell'orizzonte un nuvolo di fumo sospetto, e ne porta avviso al Seraschierato.
La scala ha circa duecento scalini, e conduce a una specie di terrazza rotonda, coperta di sopra e vetrata tutt'intorno, nella quale gira perpetuamente un guardiano, che serve il caffè ai visitatori.
Al primo entrare in quella gabbia trasparente, che par sospesa tra il cielo e la terra, al vedere tutt'intorno quell'immenso vuoto azzurro, al sentire il vento che strepita e fa sonare i vetri e scricchiolare gli assiti, s'è quasi presi dalle vertigini e tentati di rinunziare al panorama.
Ma alla vista della scaletta appoggiata al finestrino del tetto, il coraggio ritorna, si sale col cuore palpitante, e si getta un grido di meraviglia.
È un momento sublime.
Si rimane come sfolgorati.
Tutta Costantinopoli è là e s'abbraccia tutta con un giro dello sguardo; tutte le colline e tutte le valli di Stambul, dal castello delle Sette Torri ai cimiteri d'Eyub; tutta Galata e tutta Pera, come se lo sguardo vi cadesse a fil di piombo; tutta Scutari, come se fosse lì sotto; tre file di città, di boschi, di flotte, che fuggono a perdita d'occhi lungo tre rive incantevoli, e altre striscie interminabili di villaggi e di giardini che si perdono serpeggiando nell'interno delle terre; tutto il Corno d'oro, immobile, cristallino e picchiettato d'innumerevoli caicchi, che sembrano moscerini natanti; tutto il Bosforo, che par chiuso qua e là dalle colline più avanzate delle due rive, e presenta l'immagine d'una successione di laghi, e ogni lago par circondato da una città, e ogni città è inghirladata di giardini; di là dal Bosforo, il mar Nero azzurrino che si confonde col cielo; dalla parte opposta, il mar di Marmara, il golfo di Nicomedia, le isole dei Principi, la riva europea e la riva asiatica biancheggianti di villaggi; di là dal mar di Marmara, lo stretto dei Dardanelli, che luccica come un sottile nastro d'argento; oltre i Dardanelli un vago bagliore bianco, ch'è il mare Egeo e una curva oscura che è la riva della Troade; di là da Scutari, la Bitinia e l'Olimpo; di là da Stambul, le solitudini ondulate e giallognole della Tracia; due golfi, due stretti, due continenti, tre mari, venti città, una miriade di cupole inargentate e di guglie d'oro, una gloria di colori e di luce, da far dubitare se quella sia una veduta del nostro pianeta o di un altro astro più favorito da Dio.
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[Costantinopoli]
E sulla torre del Seraschiere, come su quella di Galata, come sul vecchio ponte, come a Scutari, io mi domandai cento volte: - Ma in che maniera hai potuto innamorarti dell'Olanda? - E non solo quel paese, ma Parigi, ma Madrid, ma Siviglia, mi parevano città oscure e malinconiche, in cui non avrei più potuto vivere un mese.
Poi ripensavo alle mie povere descrizioni e mi dicevo con rammarico: - Ah! disgraziato! Quante volte hai sciupato le parole bello, splendido, immenso! Ed ora che cosa dirai di questo spettacolo? - Ma già mi pareva che da Costantinopoli non avrei cavato una pagina.
E il mio amico Rossasco mi diceva: - Ma perchè non ti ci provi? - Ed io gli rispondevo: - Ma se non ho nulla da dire! - E alle volte, chi lo crederebbe? quello spettacolo, per qualche minuto secondo, a certe ore, a una certa luce, mi pareva meschino, ed esclamavo quasi con sgomento: - O dov'è la mia Costantinopoli? - Altre volte mi pigliava un sentimento di tristezza pensando che mentre io ero là dinanzi a quella immensità e a quella bellezza, mia madre era in una piccola stanza, da cui non si vedeva che un cortile uggioso e una piccola striscia di cielo; e mi pareva una colpa mia, e avrei dato un occhio per aver la mia buona vecchia a bracetto e condurla a Santa Sofia.
La giornata però correva quasi sempre allegra e leggera come un'ora d'ebbrezza.
E le rare volte che faceva capolino l'umor nero, il mio amico ed io avevamo un mezzo sicuro di liberarcene.
Scendevamo a Galata in due caicchi a due remi, i più variopinti e i più dorati dello scalo, e gridavamo: - Eyub! - ed eravamo già in mezzo al Corno d'oro.
I nostri rematori si chiamavano Mahmut, Baiazet, Ibraim, Murat, avevano vent'anni per uno e due braccia di ferro, e vogavano a gara incitandosi con grida e ridendo come bambini; il cielo era sereno e il mare trasparente; noi rovesciavamo il capo indietro per bere a sorsate più lunghe l'aria piena di profumi, e lasciavamo spenzolare una mano nell'acqua; i due caicchi volavano, di qua e di là ci fuggivano allo sguardo i chioschi, i palazzi, i giardini, le moschee; ci pareva d'esser portati dal vento a traverso un mondo fatato, sentivamo un piacere inesprimibile d'esser giovani e d'essere a Stambul, Yunk cantava, io recitavo delle ballate orientali di Vittor Hugo, e vedevo ora a destra, ora a sinistra, ora vicino, ora lontano, balenare per aria un viso amoroso, coronato di capelli bianchi e illuminato da un sorriso dolcissimo, che diceva: - Sii felice, figliuolo! Io ti benedico e ti seguo.
SANTA SOFIA
Ed ora, se anche un povero scrittore di viaggi può invocare una musa, io la invoco a mani giunte perchè la mia mente si smarrisce "in faccia al nobile subbietto" e le grandi linee della basilica bizantina mi tremano dinanzi come un'immagine riflessa da un'acqua agitata.
La musa m'ispiri, Santa Sofia m'illumini e l'imperatore Giustiniano mi perdoni.
Una bella mattina d'ottobre, accompagnati da un cavas turco del Consolato d'Italia e da un dracomanno greco, andammo finalmente a visitare il "paradiso terrestre, il secondo firmamento, il carro dei cherubini, il trono della gloria di Dio, la meraviglia della terra, il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
La quale ultima sentenza, - lo sappiano i miei amici di Burgos, di Colonia, di Milano, di Firenze, - non è mia, e non oserei farla mia; ma l'ho citata, colle altre, perchè è una delle molte espressioni consacrate dall'entusiasmo dei Greci, che il nostro dracomanno ci andava ripetendo per via.
E avevamo scelto pensatamente, insieme a un vecchio cavas turco, un vecchio dracomanno greco, colla speranza, che non fu delusa, di sentire nelle loro spiegazioni e nelle loro leggende cozzare le due religioni, le due storie, i due popoli; e che l'uno ci avrebbe esaltato la chiesa l'altro magnificato la moschea, in modo da farci vedere Santa Sofia come dev'esser veduta: con un occhio di cristiano e un occhio di turco.
La mia aspettazione era grande e la curiosità vivissima; eppure, strada facendo, pensavo come penso ancora, che non c'è monumento famoso, e sia pure degno della sua fama, dal quale venga all'anima una commozione così vivamente e schiettamente piacevole com'è quella che si prova nell'andarlo a vedere.
Se dovessi rivivere un'ora di tutti i giorni in cui vidi qualche grande cosa, sceglierei quella che passò fra il momento in cui dissi: - Andiamo -; e il momento in cui intesi dire: - Siamo giunti.
Le più belle ore dei viaggi son quelle.
Andando, par di sentirsi ingrandir l'anima come per contenere il sentimento di ammirazione che vi sorgerà tra poco; si rammentano i desiderii della prima giovinezza, che parevan sogni; si rivede un vecchio professore di geografia che, dopo aver segnato Costantinopoli sulla carta d'Europa, traccia per aria, con una presa di tabacco tra le dita, le linee della grande basilica; si vede quella stanza, quel caminetto, dinanzi al quale, nel prossimo inverno, si descriverà il monumento in mezzo a un cerchio di visi meravigliati ed immobili; si sente sonar quel nome di Santa Sofia nella testa, nel cuore, nelle orecchie, come il nome d'un essere vivo che ci aspetti e ci chiami per rivelarci qualche grande segreto; si vedono apparire sul nostro capo archi e pilastri prodigiosi d'edifizii che si perdono nel cielo; e quando si è a pochi passi dalla meta, si prova ancora un piacere inesprimibile a soffermarsi per guardare un ciottolo, per veder fuggire una lucertola, per raccontare una barzelletta, per perdere un po' di tempo, per ritardare di qualche minuto quel momento che s'è desiderato per vent'anni e che si ricorderà per tutta la vita.
Per modo che rimane assai poca cosa di questi celebrati piaceri dell'ammirazione, se si toglie il sentimento che li precede e quello che li segue.
È quasi sempre un'illusione, seguita da un leggiero disinganno, dal quale noi, ostinati, facciamo pullulare altre illusioni.
La moschea di Santa Sofia è posta in faccia all'entrata principale dell'antico Serraglio.
Arrivando, però, nella piazza che si stende dinanzi al Serraglio, la prima cosa che attira gli occhi, non è la moschea, ma la fontana famosa del Sultano Ahmed III.
È uno dei più originali e più ricchi monumenti dell'arte turca.
Ma più che un monumento, è un vezzo di marmo, che un galante sultano mise in fronte alla sua Stambul in un momento d'amore.
Io credo che non lo possa descriver bene che una donna.
La mia penna non è abbastanza fina per ritrarne l'immagine.
A prima vista, non si direbbe una fontana.
Ha la forma d'un tempietto quadrato, ed è coperto da un tetto alla chinese, che spinge le sue falde ondulate molto al di fuori dei muri, e gli dà una vaga apparenza di pagoda.
Ai quattro angoli vi sono quattro torricciuole rotonde, munite di finestrine ingraticolate, o piuttosto quattro chioschetti di forma gentilissima, ai quali corrispondono, sopra il tetto, altrettante cupolette svelte, sormontate ciascuna da una guglia graziosa; le quali fanno corona a una cupoletta più grande, posta nel mezzo.
In ciascuno dei quattro muri ci sono due nicchie eleganti; fra le nicchie un arco a sesto acuto; sotto l'arco, una cannella che versa l'acqua in una piccola vasca.
Intorno all'edifizio gira una iscrizione che dice: - Questa fontana ti parla della sua età nei seguenti versi del sultano Ahmed: volgi la chiave di questa sorgente pura e tranquilla e invoca il nome di Dio; bevi di quest'acqua inesauribile e limpida e prega per il Sultano.
- Il piccolo edifizio è tutto di marmo bianco, che appena apparisce sotto gl'infiniti ornamenti che coprono i muri; sono archetti, nicchiette, colonnine, rosoni, poligoni, nastri, ricami di marmo, dorature su fondo azzurro, frangie intorno alle cupole, intarsiature sotto il tetto, musaici di cento colori, arabeschi di mille forme, che par che s'intrichino a fissarvi lo sguardo, ed irritano quasi il senso dell'ammirazione.
Non c'è lo spazio d'una mano che non sia scolpito, miniato, tormentato.
È un prodigio di grazia, di ricchezza e di pazienza, da tenersi sotto una campana di cristallo; una cosa che pare non sia fatta soltanto per gli occhi, ma che debba avere un sapore, e se ne vorrebbe succhiare una scheggia; uno scrigno, che si vorrebbe aprire, per vedere che cosa c'è dentro: se una dea bambina o una perla enorme o un anello fatato.
Il tempo n'ha in parte sbiadito le dorature, confusi i colori e anneriti i marmi.
Che cosa doveva essere questo gioiello colossale quando fu scoperto la prima volta, tutto nuovo e sfolgorante, agli occhi del Salomone del Bosforo, cento e sessant'anni or sono? Ma così vecchio e nero come si ritrova, tiene ancora il primato su tutte le piccole meraviglie di Costantinopoli; ed oltre a ciò, è un monumento così schiettamente turco, che visto una volta, si fissa per sempre nella memoria in mezzo a quel certo numero d'immagini, che balenano poi tutte insieme alla mente ogni volta che ci suoni all'orecchio il nome di Stambul, e formano come il fondo del quadro orientale, su cui si moverà perpetuamente il nostro pensiero.
Dalla fontana si vede la moschea di Santa Sofia, che chiude un lato della piazza.
L'aspetto esterno non ha nulla di notevole.
La sola cosa che arresti lo sguardo sono i quattro altissimi minareti bianchi, che sorgono ai quattro angoli dell'edifizio su piedestalli grandi come case.
La cupola famosa sembra piccina.
Non pare che possa essere quella medesima cupola che si vede rotondeggiare nell'azzurro, come la testa d'un titano, da Pera, dal Bosforo, dal mar di Marmara e dalle colline dell'Asia.
È una cupola schiacciata, fiancheggiata da due mezze cupole, rivestita di piombo, coronata di finestre, che s'appoggia su quattro muri dipinti a larghe striscie bianche e rosate, sostenuti alla loro volta da enormi contrafforti, intorno ai quali sorgono confusamente molti piccoli edifizii d'aspetto meschino, - bagni, scuole, mausolei, ospizi, cucine pei poveri.
- che nascondono l'antica forma architettonica della basilica.
Non si vede che una mole pesante, irregolare, di color scialbo, nuda come una fortezza, e non tanto grande all'apparenza, da far supporre a chi non lo sappia che vi sia dentro il vano immenso della navata di Santa Sofia.
Della basilica antica non apparisce propriamente che la cupola, la quale pure ha perduto lo splendore argentino che si vedeva, a detta dei Greci, dalla sommità dell'Olimpo.
Tutto il rimanente è musulmano.
Un minareto fu innalzato da Maometto il Conquistatore, un altro da Selim II, gli altri due dal terzo Amurat.
Dello stesso Amurat sono i contrafforti innalzati sulla fine del sedicesimo secolo per sostenere i muri stati scossi da un terremoto, e la smisurata mezzaluna di bronzo, piantata sulla sommità della cupola, di cui la sola doratura costò cinquantamila ducati.
L'antico atrio è sparito; il battisterio convertito in mausoleo di Mustafà e d'Ibraim I quasi tutti gli altri piccoli edifizii annessi alla chiesa greca, o distrutti, o nascosti da nuovi muri, o trasformati in maniera che non si riconoscono.
Da tutte le parti la moschea stringe, opprime e maschera la chiesa, che non ha più libero che il capo, sul quale però vigilano, come quattro sentinelle gigantesche i quattro minareti imperiali.
Dalla parte d'Oriente v'è una porta ornata di sei colonne di porfido e di marmo; a mezzogiorno un'altra porta per cui s'entra in un cortile, circondato d'edifìci bassi e disuguali, in mezzo al quale zampilla una fontana per le abluzioni, coperta da un tempietto arcato, sostenuto da otto colonnine.
A guardarla di fuori, non si distinguerebbe Santa Sofia dalle altre grandi moschee di Stambul, se non perchè è meno bianca e meno leggiera; e molto meno passerebbe pel capo che sia quello "il maggior tempio del mondo dopo San Pietro".
Le nostre guide ci condussero, per una stradicciuola che fiancheggia il lato settentrionale dell'edifizio, a una porta di bronzo che girò lentamente sui cardini, ed entrammo nel vestibolo.
Questo vestibolo, che è una lunghissima ed altissima sala, rivestita di marmo e ancora luccicante qua e là degli antichi mosaici, dà accesso alla navata dal lato orientale per nove porte, e dal lato opposto metteva anticamente, per altre cinque porte, in un altro vestibolo, che per altre tredici porte comunicava coll'atrio.
Appena oltrepassata la soglia, mostrammo il nostro firmano d'entrata a un sacrestano in turbante, infilammo le pantofole, e a un cenno delle guide, ci avvicinammo, trepidando, alla porta di mezzo del lato orientale, che ci aspettava spalancata.
Messo appena il piede nella navata, rimanemmo tutti e due come inchiodati.
Il primo effetto, veramente, è grande e nuovo.
Si abbraccia con uno sguardo un vuoto enorme, un'architettura ardita di mezze cupole che paion sospese nell'aria, di pilastri smisurati, di archi giganteschi, di colonne colossali, di gallerie, di tribune, di portici, su cui scende da mille grandi finestre un torrente di luce; un non so che di teatrale e di principesco, più che di sacro; una ostentazione di grandezza e di forza, un'aria d'eleganza mondana, una confusione di classico, di barbaro, di capriccioso, di presuntuoso, di magnifico; una grande armonia, in cui, alle note tonanti e formidabili dei pilastri e degli archi ciclopici, che rammentano le cattedrali nordiche, si mescono gentili e sommesse cantilene orientali, musiche clamorose dei conviti di Giustiniano e d'Eraclio, echi di canti pagani, voci fioche d'un popolo effeminato e stanco, e grida lontane di Vandali, d'Avari e di Goti; una grande maestà sfregiata, una nudità sinistra, una pace profonda; un'idea della basilica di San Pietro raccorciata e intonacata, e della basilica di San Marco ingigantita e deserta; un misto non mai veduto di tempio, di chiesa e di moschea, d'aspetti severi e d'ornamenti puerili, di cose antiche e di cose nove, e di colori disparati, e d'accessorii sconosciuti e bizzarri; uno spettacolo, insomma, che desta un sentimento di stupore insieme e di rammarico, e fa stare per qualche tempo coll'animo incerto, come cercando una parola che esprima ed affermi il proprio pensiero.
L'edifizio è fabbricato sopra un rettangolo quasi equilatero, nel mezzo del quale s'innalza la cupola maggiore, sorretta da quattro grandi archi, i quali posano su quattro pilastri altissimi, che sono come l'ossatura di tutta la basilica.
Ai due archi che si presentano in faccia a chi entra, si appoggiano due grandi semicupole, le quali coprono tutta la navata, e ciascuna d'esse s'apre in altre due semicupole minori, che formano come quattro tempietti rotondi nel grande tempio.
Fra i due tempietti della parte opposta all'entrata, s'apre l'abside, pure coperta da una vôlta a quarto di sfera.
Sono dunque sette mezze cupole che fanno corona alla cupola maggiore, due sotto questa, e cinque sotto quelle due, senza punto d'appoggio apparente, in modo che presentano tutte insieme un aspetto di leggerezza meravigliosa, e sembrano davvero, come disse un poeta greco, appese per sette fili alla volta del cielo.
Tutte queste cupole sono rischiarate da grandi finestre arcate e simmetriche.
Fra i quattro pilastri enormi che formano un quadrato nel mezzo della basilica, s'alzano, a destra e a sinistra di chi entra, otto meravigliose colonne di breccia verde, su cui s'incurvano degli archi graziosi scolpiti a fogliami, che formano un porticato elegantissimo ai due lati della navata, e sorreggono a una grande altezza due vaste gallerie, le quali presentano due altri ordini di colonne e d'archi scolpiti.
Una terza galleria, che comunica colle due prime, corre lungo tutto il lato dell'entrata, e s'apre sulla navata con tre grandi archi, sostenuti da colonne gemelle.
Altre gallerie minori, sostenute da colonne di porfido, tramezzano i quattro tempietti posti alle estremità della navata, e sorreggono altre colonne, sulle quali s'appoggiano delle tribune.
Questa è la basilica.
La moschea è come sparpagliata nel suo seno e appiccicata alle sue mura.
Il Mirab, - la nicchia che indica la direzione della Mecca, - è scavato in un pilastro dell'abside.
Alla sua destra, in alto, è appeso uno dei quattro tappeti, su cui Maometto faceva le sue preghiere.
Sull'angolo dell'abside più vicino al Mirab, in cima a una scaletta ripidissima, fiancheggiata da due balaustrate di marmo scolpite con una delicatezza magistrale, sotto un bizzarro tetto conico, in mezzo a due bandiere trionfali di Maometto II, sporge il pulpito dove sale il Ratib a leggere il Corano, con una scimitarra sguainata nel pugno, per significare che Santa Sofia è moschea conquistata.
In faccia al pulpito v'è la tribuna del Sultano, coperta da una graticola dorata.
Altri pulpiti, o specie di terrazze, munite di balaustrate scolpite a giorno, e sorrette da colonnine di marmo e da archi arabescati, si stendono qua e là lungo i muri o s'avanzano verso il mezzo della navata.
A destra e a sinistra dell'entrata, ci sono due enormi urne d'alabastro, rinvenute fra le rovine di Pergamo, e fatte trasportare a Costantinopoli da Amurat III.
Dai pilastri, a una grande altezza, pendono dei dischi verdi smisurati, con iscrizioni del Corano a caratteri d'oro.
Di sotto sono attaccate ai muri delle grandi cartelle di porfido, che portano scritti i nomi d'Allà, di Maometto e dei quattro primi Califfi.
Negli angoli formati dai quattro archi che sostengono la cupola si vedono ancora le ali gigantesche di quattro cherubini di musaico, ai quali è stato coperto il viso con un rosone dorato.
Dalle volte delle cupole pendono innumerevoli cordoni di seta, che misurano quasi tutta l'altezza della basilica, e sostengono ova di struzzo, lampade di bronzo cesellato e globi di cristallo.
Qua e là si vedono dei leggii di legno a ìccase, intarsiati di madreperla e di rame, con su dei Corani manoscritti.
Il pavimento è coperto di tappeti e di stuoie.
I muri son nudi, biancastri, giallognoli, grigi oscuri, ornati ancora in qualche punto di musaici scoloriti.
L'aspetto generale, triste.
La prima meraviglia della moschea è la grande cupola.
Guardandola dal mezzo della navata, par davvero di vedere, come dice la Stael della cupola di San Pietro, un abisso sospeso sul nostro capo.
È altissima, ha una circonferenza enorme e la sua profondità non è che un sesto del suo diametro; il che la fa apparire anche più grande.
Alla sua base gira un terrazzino; sopra il terrazzino una corona di quaranta finestre ad arco.
Sulla sommità c'è scritta la sentenza che pronunciò Maometto II arrestando il suo cavallo dinanzi all'altar maggiore della basilica, il giorno della presa di Costantinopoli: - Allà è la luce del cielo e della terra -; e alcune delle lettere, bianche su fondo oscuro, hanno la lunghezza di nove metri.
Come tutti sanno, questo prodigio aereo non si sarebbe potuto compiere coi materiali ordinarii; le volte furon costrutte con pietra pomice che galleggia sull'acqua e con mattoni dell'isola di Rodi, cinque dei quali pesano appena quanto un mattone comune.
In ogni mattone era iscritta la sentenza di Davide: - Deus in medio eius non commovebitur.
Adiuvabit eam Deus vultu suo.
- Ogni dodici giri di mattoni, si muravano nella volta delle reliquie di santi.
Mentre gli operai lavoravano, i sacerdoti cantavano; Giustiniano, vestito d'una tunica di lino, assisteva; una folla immensa ammirava.
E non c'è da stupire quando si pensi che la costruzione di questo "secondo firmamento" ancora meraviglioso ai giorni nostri, era un ardimento senza esempio nel sesto secolo.
Il volgo credeva che stesse su per incanto, e i turchi, per molto tempo dopo la conquista, dovettero, pregando nella moschea di Santa Sofia, far forza a sè stessi per volgere lo sguardo ad Oriente invece d'innalzarlo a quel "cielo di pietra".
La cupola, infatti, copre circa la metà della navata in modo che signoreggia e rischiara tutto l'edifizio e da tutte le parti se ne vede un segmento; e vai vai si finisce sempre per trovarvisi sotto, e tornare per la centesima volta a farci rotear dentro il proprio sguardo e i propri pensieri, con un brivido di piacere acuto, che somiglia alla sensazione del volo.
Vista la navata e la cupola, non s'è che cominciato a veder Santa Sofia.
Chi appena ha un'ombra di curiosità storica, per esempio, può dedicare un'ora all'esame delle colonne.
Qui ci sono le spoglie di tutti i templi del mondo.
Le colonne di breccia verde che sostengono le due grandi gallerie, furon regalate a Giustiniano dai magistrati d'Efeso, e appartenevano al tempio di Diana, messo in fiamme da Erostrato.
Le otto colonne di porfido che s'alzano a due a due fra i pilastri, appartenevano al tempio del Sole innalzato da Aureliano a Balbek.
Altre colonne sono del tempio di Giove di Cizico, del tempio d'Helios di Palmira, dei templi di Tebe, d'Atene, di Roma, della Troade, delle Cicladi, d'Alessandria; e presentano una varietà infinita di grandezze e di colori.
Tra le colonne, le balaustrate, i piedestalli, e le lastre che rimangono dell'antico rivestimento dei muri, si vedon marmi di tutte le cave dell'Arcipelago, dell'Asia Minore, dell'Affrica e della Gallia.
Il marmo del Bosforo, bianco, picchiettato di nero, fa contrapposto al celtico nero venato di bianco; il marmo verde di Laconia si riflette nel marmo azzurro di Libia; il porfido punteggiato d'Egitto, il granito stellato di Tessaglia, il cario del monte Iassi strisciato di bianco e di rosso, il caristio pallido screziato di ferro, mescolano i loro colori alla porpora del marmo frigio, alla rosa del marmo di Synada, all'oro del marmo di Mauritania, alla neve del marmo di Paros.
A questa varietà di colori, s'aggiunge la varietà indescrivibile delle forme dei fregi, dei cornicioni, dei rosoni, dei balaustri, dei capitelli d'un bizzarro stile corinzio, in cui s'intrecciano animali, fogliami, croci, chimere, e di altri che non appartengono a nessun ordine, fantastici di disegno e disuguali di grandezza, accoppiati a casaccio; e dei fusti di colonne e dei piedestalli ornati di sculture capricciose, logorati dai secoli e scheggiati dalle scimitarre; che presentano tutt'insieme un aspetto bizzarro di magnificenza disordinata e barbaresca, e sono il vilipendio del buon gusto, e non se ne può staccare lo sguardo.
Stando nella navata, però, non si può comprendere tutta la vastità della moschea.
La navata, infatti, non ne è che una piccola parte.
I due porticati che sorreggono le gallerie laterali sono per sè soli due grandi edifizii, di cui si potrebbero fare due tempii.
Ciascuno d'essi è diviso in tre parti, separate da archi altissimi.
Qui pure colonne, architravi, pilastri, volte, tutto è enorme.
Passeggiando sotto quelle arcate, s'intravvede appena, per gl'interstizii delle colonne del tempio d'Efeso, la grande navata, e par quasi di essere in un'altra basilica.
Lo stesso effetto si prova dalle gallerie a cui si va per una scala a spirale d'inclinazione leggerissima, o piuttosto per una strada in salita, poichè non ci sono gradini, e potrebbe salirvi comodamente un uomo a cavallo.
Le gallerie erano il "gineceo" ossia la parte della chiesa riserbata alle donne; i penitenti stavano nel vestibolo, il comune dei fedeli nella navata.
Ciascuna galleria potrebbe contenere la popolazione d'un sobborgo di Costantinopoli.
Non par più di essere in una chiesa; par di passeggiare per la loggia d'un teatro titanico, dove debba scoppiare da un momento all'altro un canto di centomila voci.
Per veder la moschea bisogna affacciarsi alla balaustrata e allora tutta la grandezza appare.
Gli archi, le volte, i pilastri, tutto è ingigantito.
I dischi verdi, che parevano da misurarsi colle braccia, coprirebbero una casa.
Le finestre sono portoni di palazzi; le ali dei cherubini sono vele di bastimento; le tribune son piazze; la cupola dà il capogiro.
Abbassando lo sguardo si prova un'altra meraviglia.
Non si credeva d'essere saliti tant'alto.
Il piano della navata è giù in fondo a un abisso, e i pulpiti, le urne di Pergamo, le stuoie, le lampade, sembrano straordinariamente rimpicciolite.
Di là si vede meglio che di sotto una particolarità curiosa della moschea di Santa Sofia, ed è che la navata non avendo la direzione precisa della Mecca, a cui i musulmani debbono rivolgersi pregando, tutte le stuoie e tutti i tappeti sono disposti obliquamente alle linee dell'edifizio, e offendono gli occhi come un madornale errore di prospettiva.
Di lassù si abbraccia bene collo sguardo e col pensiero tutta la vita della moschea.
Si vedono dei turchi inginocchiati sulle stuoie colla fronte a terra; altri ritti come statue colle mani dinanzi al viso, come se interrogassero le rughe delle palme; alcuni seduti a gambe incrociate ai piedi d'un pilastro, come se riposassero all'ombra d'un albero; qualche donna velata, in ginocchio in un angolo solitario; dei vecchi seduti dinanzi ai leggii, che leggono il Corano; un iman che fa recitare dei versetti sacri a un gruppo di ragazzi; e qua e là, sotto le arcate lontane e per le gallerie, iman, ratib, muezzin, servitori della moschea, in abiti strani, che vanno e vengono tacitamente come se non toccassero il pavimento.
La melodia vaga formata dalle voci sommesse e monotone di chi legge e di chi prega, quelle mille lampade bizzarre, quella luce chiara ed eguale, quell'abside deserta, quelle vaste gallerie silenziose, quella immensità, quelle memorie, quella pace lasciano nell'animo un'impressione di grandezza e di mistero, che nè la parola può esprimere nè il tempo può cancellare.
Ma in fondo, come già dissi, è un'impression triste, e non diede nel falso il grande poeta che paragonò la moschea di Santa Sofia a un" colossale sepolcro", perchè da tutte le parti vi si vedono le traccie d'una devastazione orrenda, e si prova maggior rammarico pensando a ciò che fu, di quello che si goda nell'ammirazione di ciò che è ancora.
Quietato il sentimento della prima meraviglia, il pensiero si slancia irresistibilmente nel passato.
E oggi ancora, dopo tre anni, non mi si affaccia mai alla mente la grande moschea, ch'io non mi sforzi di rappresentarmi invece la chiesa.
Atterro i pulpiti musulmani, levo le lampade e le urne, stacco i dischi, e le cartelle di porfido, riapro le porte e le finestre murate, raschio l'intonaco che copre le pareti e le vôlte, ed ecco la basilica intera e novissima, come tredici secoli or sono, quando Giustiniano esclamò: - Gloria a Dio che m'ha giudicato degno di compiere quest'opera! Salomone, io t'ho vinto! - Da qualunque parte si giri lo sguardo, tutto luccica, scintilla e lampeggia come nelle reggie fatate delle leggende.
Le grandi pareti, rivestite di marmi preziosi, mandano dei riflessi d'oro, di avorio, d'acciaio, di corallo, di madreperla; le innumerevoli macchiette dei marmi, offrono l'aspetto di corone e di ghirlande di fiori; gli infiniti mosaici di cristallo danno ai muri, su cui batte un raggio di sole, l'apparenza di muri d'argento tempestati di diamanti.
I capitelli, i cornicioni, le porte, i fregi degli archi sono di bronzo dorato.
Le vôlte dei porticati e delle gallerie, dipinte a fuoco, offrono immagini colossali d'angeli e di santi in campo d'oro.
Dinanzi ai pilastri, nelle cappelle, accanto alle porte, in mezzo alle colonne, si drizzano statue di marmo e di bronzo, candelabri enormi d'oro massiccio, vangeli giganteschi appoggiati sopra leggii risplendenti come sedie reali, alte croci d'avorio, vasi scintillanti di perle.
In fondo alla navata non si vede che un bagliore confuso come di molte cose che ardano.
È la balaustrata del coro, di bronzo dorato; è il pulpito, incrostato di quarantamila libbre d'argento, che costò il tributo d'un anno dell'Egitto; sono le sedie dei sette preti, il trono del patriarca, il trono dell'imperatore, dorati, scolpiti, intarsiati, imperlati, su cui, quando scende diritta la luce, non si può fissare lo sguardo.
Al di là di questi splendori, nell'abside, si vede uno sfolgorio più vivo.
È l'altare, di cui la mensa, sostenuta da quattro colonne d'oro, è fatta d'una fusione d'argento, d'oro, di stagno e di perle, e il ciborio formato da quattro colonne d'argento puro, sulle quali s'innalza una cupola d'oro massiccio, sormontata da un globo e da una croce d'oro del peso di ducento sessanta libbre.
Di là dall'altare, s'alza una figura gigantesca della divina Sapienza che tocca il pavimento coi piedi e la vôlta dell'abside col capo.
Su tutti questi tesori splendono in alto le sette mezzecupole coperte di mosaici di cristallo e d'oro, e la grande cupola, su cui s'allungano le immagini smisurate degli apostoli, degli evangelisti, della Vergine e della Croce, tutta dorata, colorita e scintillante, come una vôlta di gioielli e di fiori.
E cupole e colonne e statue e candelabri si specchiano sull'immenso pavimento di marmo proconnesio ondulato, che visto dalle quattro porte principali, presenta l'immagine di quattro fiumi maestosi, increspati dal vento.
Così era l'interno della basilica.
Ma bisogna rappresentarsi ancora il grande atrio, circondato di colonne e di muri rivestiti di mosaico, e ornato di fontane di marmo e di statuette equestri; la torre da cui trentadue campane facevano sentire i loro rintocchi formidabili alle sette colline; le cento porte di bronzo decorate di bassorilievi e d'iscrizioni d'argento; le sale dei sinodi, le stanze dell'Imperatore, le prigioni dei sacerdoti, il battisterio, le vaste sacristie riboccanti di tesori, e un labirinto di vestiboli, di triclinii, di corridoi, di scale nascoste che giravano nei fianchi dell'edifizio e conducevano alle tribune o gli oratorii segreti.
Ora si può immaginare che spettacolo offerisse una tale basilica nelle grandi solennità di nozze imperiali, di concilii, d'incoronazioni; quando dal palazzo enorme dei Cesari, per una strada fiancheggiata da mille colonne, sparsa di mirto e di fiori, profumata d'incenso e di mirra, fra le case ornate di vasi preziosi e di parati di seta, fra due schiere d'azzurri e di verdi, fra i canti dei poeti e i clamori degli araldi che gridavano evviva in tutte le lingue dell'impero, veniva innanzi l'Imperatore, colla tiara sormontata da una croce, imperlato come un idolo, seduto sopra un carro d'oro dalle tende di porpora, tirato da due mule bianche, e circondato da un corteo di monarca persiano; e gli andava incontro il clero pomposo nell'atrio della basilica; e tutta quella turba di cortigiani, di scudieri, di logoteti, di protospatari, di drongarii, di conestabili, di generali eunuchi, di governatori ladri, di magistrati venduti, di patrizie spudorate, di senatori codardi, di schiavi, di buffoni, di casisti, di mercenarii d'ogni paese, tutta quella canaglia fastosa, tutto quel putridume dorato irrompeva per ventisette porte nella navata illuminata da sei mila candelabri; e si vedeva lungo la balaustrata del coro, sotto i portici e nelle tribune un via vai, un rimescolìo concitato di teste chiomate e di cappe purpuree, uno sfolgorìo di berretti gemmati, di collane d'oro, di corazze d'argento, un ricambiarsi di atti cerimoniosi, un incrociarsi d'inchini e di sorrisi, uno strascicare affettato di zimarre di seta e di spade di gala; e un molle profumo riempiva l'aria; e una immensa folla vigliacca faceva risonare le vôlte di grida di gioia e d'applausi profani.
Dopo aver fatto in silenzio parecchi giri per la moschea, lasciammo parlare le nostre guide, che cominciarono col farci vedere le cappelle poste sotto le gallerie e spogliate d'ogni cosa, come ogni altra parte della basilica.
Alcune servono di tesorerie, come l'opistodomo del Partenone, nelle quali i turchi che partono per un lungo viaggio o che temono i ladri, depositano i loro denari e i loro oggetti preziosi, e ce li lasciano anche per anni sotto la guardia di Dio; altre, chiuse da un muro, son convertite in infermerie, in cui aspetta la guarigione o la morte qualche malato incurabile o qualche idiota, che fanno tratto tratto risonare la moschea di grida lamentevoli o di risate infantili.
Di qui ci ricondussero in mezzo alla navata, e cominciò il dracomanno greco a raccontar le maraviglie della basilica.
Il disegno fu tracciato, è vero, dagli architetti Antemio di Tralles e da Isidoro di Mileto; ma è un angelo che ne ha ispirato loro il primo concetto.
È un angelo pure che ha suggerito a Giustiniano di far aprire tre finestre nell'abside, che rappresentassero le tre persone della Trinità.
Così le cento e sette colonne della chiesa rappresentano le cento e sette colonne che sostengono la casa della Sapienza.
Per radunare i materiali necessarii alla costruzione dell'edifizio, furono impiegati sette anni.
Cento capi mastri sopraintendevano al lavoro, e diecimila operai lavoravano nello stesso tempo, cinque mila da una parte e cinque mila dall'altra.
I muri non erano ancora alti da terra che pochi palmi, e già s'era speso per più di quattro cento cinquanta quintali d'oro.
La spesa totale per il solo edifizio ammontò a venticinque milioni di lire.
La chiesa fu consacrata dal Patriarca cinque anni, undici mesi e dieci giorni dopo che n'era stata messa la prima pietra, e Giustiniano ordinò in quell'occasione dei sacrifizi, delle feste, delle distribuzioni di danaro e di viveri, che durarono due settimane.
Qui prese la parola il cavas turco, e fu per accennarci il pilastro su cui il sultano Maometto II, entrando vincitore in Santa Sofia, lasciò l'impronta sanguinosa della mano destra come per suggellare la sua conquista.
Poi ci mostrò, vicino al Mirab, la così detta finestra fredda, dalla quale spira continuamente un'aria freschissima, che ispirò le più belle prediche ai più grandi dottori dell'Islamismo.
Ci fece vedere, a un'altra finestra, la famosa pietra risplendente, che è una lastra di marmo diafano, la quale risplende come un pezzo di cristallo quando vi batte il raggio del sole.
A sinistra di chi entra per la porta dal lato settentrionale, ci fece toccare la colonna che suda: una colonna rivestita di bronzo, della quale si vede il marmo sempre umido per una piccola screpolatura del rivestimento.
E infine ci indicò un blocco di marmo cavo, portato da Betlemme, nel quale si dice che fu messo, appena nato, Sidi Yssa "il figlio di Maria, l'apostolo di Dio, lo spirito che da lui procede, e che merita onore in questo mondo e nell'altro".
Ma mi parve che nè il turco nè il greco ci credessero molto.
Prese ancora una volta la parola il dracomanno, passando dinanzi a una porta murata delle gallerie, per raccontare la leggenda celebre del vescovo, e questa volta parlò con un accento di persuasione, che se non era schietto, era ben simulato.
Nel momento che i turchi irruppero nella chiesa di Santa Sofia, un vescovo greco stava dicendo la messa all'altar maggiore.
Alla vista degl'invasori abbandonò l'altare, salì sulla galleria e, inseguito dai soldati, scomparve per quella piccola porta, che rimase istantaneamente chiusa da un muro di pietra.
I soldati si misero a percuotere il muro furiosamente; ma non riuscirono che a lasciarvi le traccie delle loro armi; furono chiamati dei muratori; ma dopo aver lavorato un giorno intero coi picconi e le stanghe, dovettero rinunziare all'impresa; ci si provarono in seguito tutti i muratori di Costantinopoli, e tutti caddero inutilmente spossati dinanzi al muro miracoloso.
Ma quel muro si aprirà; s'aprirà il giorno in cui la basilica profanata sarà restituita al culto di Cristo, e allora ne uscirà il vescovo greco, vestito dei suoi abiti pontificali, col calice in mano, col volto radiante, e risaliti i gradini dell'altare, ripiglierà la messa nel punto a cui l'aveva lasciata; e quel giorno splenderà l'aurora di nuovi secoli per la città di Costantino.
Al momento d'uscire, il sacrestano turco, che ci aveva seguiti sino allora ciondolando e sbadigliando, ci diede una manata di pezzetti di mosaico che aveva staccati poco prima da un muro, e il dracomanno, fermandoci sulla porta, incominciò il racconto, che gli tagliammo in bocca, della profanazione di Santa Sofia.
Ma non vorrei che altri lo tagliasse in bocca a me ora che la descrizione della basilica mi ha ravvivato nella mente i particolari di quella scena.
Appena sparsa la notizia, verso le sette della mattina, che i turchi avevano superate le mura, una folla immensa s'era rifugiata in Santa Sofia.
Erano intorno a centomila persone: soldati fuggiaschi, monaci, sacerdoti, senatori, migliaia di vergini fuggite dai monasteri, famiglie patrizie coi loro tesori, grandi dignitari dello Stato e principi del sangue imperiale, che correvano per le gallerie e per la navata, e si pigiavano per tutti i recessi dell'edifizio, alla rinfusa con la feccia del volgo, cogli schiavi, coi malfattori vomitati dalle carceri e dalle galere, e tutta la basilica risonava di grida di terrore come un teatro affollato al divampare d'un incendio.
Quando la navata, tutte le gallerie e tutti i vestiboli furon pieni stipati, si sbarrarono e si asserragliarono le porte, e al frastuono dei primi momenti succedette una quiete spaventosa.
Molti credevano ancora che i vincitori non avrebbero osato profanare la chiesa di Santa Sofia; altri aspettavano con una stupida sicurezza l'apparizione dell'Angelo, annunziato dai profeti, il quale avrebbe sterminato l'esercito musulmano prima che le avanguardie arrivassero alla colonna di Costantino; altri, saliti sul terrazzo interno della grande cupola, spiavano dalle finestre l'avanzarsi del pericolo, e ne davano notizia coi cenni ai centomila volti smorti che guardavano in su dalle gallerie e dalla navata.
Di lassù si vedeva un'immensa nuvola bianca che copriva le mura dalle Blacherne fino alla Porta dorata; e di qua dalle mura, quattro striscie lampeggianti, che s'avanzavano fra le case come quattro torrenti di lava, allargandosi e rumoreggiando, in mezzo al fumo e alle fiamme.
Erano le quattro colonne assalitrici dell'esercito turco, che cacciavano dinanzi a sè gli avanzi disordinati dell'esercito greco, e convergevano, saccheggiando e incendiando, verso Santa Sofia, l'Ippodromo e il palazzo imperiale.
Quando le avanguardie delle colonne arrivarono sulla seconda collina, gli squilli delle trombe risonarono improvvisamente nella chiesa, e la moltitudine atterrita cadde in ginocchio.
Ma anche in quei momenti, molti confidavano ancora nell'apparizione dell'Angelo ed altri speravano che un sentimento di rispetto e di terrore avrebbe arrestato gl'invasori dinanzi alla maestà di quell'enorme edificio consacrato a Dio.
Ma anche quest'ultima illusione non tardò a dileguarsi.
Gli squilli delle trombe s'avvicinarono, un rumore confuso di armi e di grida, irrompendo dalle mille finestre, riempì la basilica, e un minuto dopo rimbombarono i primi colpi delle ascie ottomane sulle porte di bronzo dei vestiboli.
Allora quella immensa folla sentì il freddo della morte, e tutti si raccomandarono a Dio.
Le porte sfracellate o sgangherate rovinarono, e un'orda selvaggia di giannizzeri, di spahì, di timmarioti, di dervis, di sciaù, lordi di polvere e di sangue, trasfigurati dal furore della battaglia, della rapina e dello stupro, apparve sulle soglie.
Al primo aspetto della grande navata sfolgorante di tesori, gettarono un grido altissimo di meraviglia e di gioia; poi irruppero dentro come un torrente furioso.
Una parte si precipitò sulle vergini, sulle dame, sui patrizii, schiavi preziosi, che, istupiditi dal terrore, porsero spontaneamente le braccia alle corde e alle catene; gli altri piombarono sulle ricchezze della chiesa.
I tabernacoli furono predati, le statue stramazzate, i crocifissi d'avorio frantumati; i musaici, creduti gemme, disfatti a colpi di scimitarra, caddero in pioggie scintillanti nei caffettani e nelle cappe aperte; le perle dei vasi, scastonate dalle punte dei pugnali, saltellarono sul pavimento inseguite come cose vive, e disputate a morsi e a sciabolate; l'altar maggiore andò disperso in mille rottami d'oro e d'argento; le seggiole, i troni, il pulpito, la balaustrata del coro scomparvero come stritolati da una valanga di pietra.
E intanto continuavano a irrompere nella chiesa, a ondate sanguinose, le orde asiatiche; e in breve non si vide più che un turbinìo vertiginoso di predoni briachi, camuffati di tiare e di abiti sacerdotali, che agitavano nell'aria calici e ostensorii, trascinando file di schiavi legati colle cinture dorate dei pontefici, in mezzo ai cammelli e ai cavalli carichi di bottino, scalpitanti sul pavimento ingombro di scheggie di statue, di vangeli lacerati e di reliquie di santi; un'orgia forsennata e sacrilega, accompagnata da un frastuono orrendo di urli di trionfo, di minaccie, di nitriti, di risa, di grida di fanciulle e di squilli di trombe; fin che tutto tacque improvvisamente, e sulla soglia della porta maggiore apparve a cavallo Maometto II, circondato da una folla di principi, di vizir e di generali, superbo e impassibile come l'immagine vivente della vendetta di Dio, e rizzandosi sulle staffe, lanciò con voce tonante nella basilica devastata la prima formula della nuova religione: - Allà è la luce del cielo e della terra!
DOLMA BAGCÉ
Ogni venerdì il Sultano va a far le sue preghiere in una moschea di Costantinopoli.
Noi lo vedemmo un giorno che andò alla moschea d'Abdul-Megid, posta sulla riva europea del Bosforo, vicino al palazzo imperiale di Dolma Bagcé.
Per andare a Dolma Bagcé, da Galata, si passa per il quartiere popoloso di Top-hané, fra una grande fonderia di cannoni e un vasto arsenale; si percorre tutto il sobborgo musulmano di Funduclù, che occupa il luogo dell'antico Aïanteion, e si riesce in una piazza spaziosa, aperta verso il mare, di là dalla quale, lungo la riva del Bosforo, s'innalza il palazzo famoso dove risiedono i Sultani.
È la più grande mole di marmo che riflettano le acque dello stretto dalla collina del Serraglio alle bocche del Mar Nero, e non si abbraccia tutta con uno sguardo che passandovi davanti in caicco.
La facciata, che si stende per la lunghezza di circa un mezzo miglio italiano, è rivolta verso l'Asia, e si vede biancheggiare a una grande distanza fra l'azzurro del mare e il verde cupo delle colline della riva.
Non è propriamente un palazzo perchè non c'è un unico concetto architettonico; le varie parti sono slegate e vi si mescolano in una confusione non mai veduta lo stile arabo, il greco, il gotico, il turco, il romano, quello del nascimento; e colla maestà dei palazzi reali d'Europa, la grazia quasi femminea delle moresche di Siviglia e di Granata.
Piuttosto che il "palazzo" si potrebbe chiamare "la città imperiale" come quella dell'Imperatore della China; e più che per la vastità, per la forma, pare che debba essere abitato, non da un solo monarca, ma da dieci re fratelli od amici, che vi passino il tempo fra gli ozi e i piaceri.
Dalla parte del Bosforo presenta una serie di facciate di teatri o di templi, sulle quali v'è una profusione indescrivibile d'ornamenti, buttati via, come dice un poeta turco, dalle mani d'un pazzo; che rammentano quelle favolose pagode indiane, su cui l'occhio si stanca al primo sguardo, e sembrano l'immagine degli infiniti capricci amorosi e fastosi dei principi sfrenati che vivono tra quelle mura.
Sono file di colonne doriche e ioniche, leggiere come aste di lancia; finestre inquadrate in cornici a festoni e in colonnine accannellate; archi pieni di fogliami e di fiori che s'incurvano su porte coperte di ricami; terrazze gentili coi parapetti scolpiti a giorno; trofei, rosoni, viticci; ghirlande che s'annodano e s'intrecciano, vezzi di marmo che s'affollano sui cornicioni, lungo le finestre, intorno a tutti i rilievi; una rete d'arabeschi che si stende dalle porte ai frontoni, una fioritura, uno sfarzo e una finezza di fregi e di gale architettoniche, che danno ad ognuno dei piccoli palazzi di cui è composto il grande edifizio multiforme, l'apparenza d'un prodigioso lavoro di cesellatura.
Pare che non debba essere un tranquillo architetto armeno quello che n'ebbe il primo concetto; ma un sultano innamorato il quale l'abbia visto in sogno, dormendo tra le braccia della più ambiziosa delle sue amanti.
Dinanzi si stende una fila di pilastri monumentali di marmo bianco, uniti da cancellate dorate, che rappresentano un intreccio delicatissimo di rami e di fiori, e che viste di lontano sembrano cortine di trina, che il vento debba portar via.
Lunghe gradinate marmoree discendono dalle porte alla sponda e si nascondono nel mare.
Tutto è bianco, fresco, nitido come se il palazzo fosse fatto d'ieri.
L'occhio d'un artista ci potrà vedere mille errori d'armonia e di gusto; ma l'insieme di quella mole smisurata e ricchissima, il primo aspetto di quella schiera di reggie bianche come la neve, niellate come gioielli, coronate da quel verde, riflesse da quelle acque, lascia un'impressione di potenza, di mistero e d'amore, che fa quasi dimenticare la collina dell'antico Serraglio.
Quelli che ebbero la fortuna di penetrare fra quelle mura, dicono che il di dentro corrisponde alla facciata: che son lunghe sfilate di sale dipinte a fresco di soggetti fantastici e di colori ridenti, con porte di cedro e d'acagiù scolpite e ornate d'oro, che s'aprono su interminabili corridoi rischiarati da una luce dolcissima, dai quali si va in altre sale colorate di foco da cupolette di cristallo porporino, e in stanze da bagno che sembrano scavate in un solo blocco di marmo di Paros; e di qui su terrazze aeree, che pendono sopra giardini misteriosi e sopra boschetti di cipressi e di rose, dai quali, per lunghe fughe di portici moreschi, si vede l'azzurro del mare; e finestre, terrazze, loggie, chioschetti, tutto ribocca di fiori, per tutto c'è acqua che schizza e ricasca in piogge vaporose sulla verzura e sui marmi, e da ogni parte s'aprono vedute divine sul Bosforo, di cui l'aria viva spande in tutti i recessi della reggia enorme un delizioso fresco marino.
Dalla parte di Funduclù v'è una porta monumentale, sopraccarica d'ornamenti; il Sultano doveva uscire da quella porta e attraversare la piazza.
Non c'è altro re sulla terra che abbia una così bella piazza per fare una uscita solenne dalla sua reggia.
Stando ai piedi della collina, si vede da un lato la porta del palazzo, che sembra un arco di trionfo d'una regina; dall'altro la moschea graziosa di Abdul-Megid, fiancheggiata da due minareti gentili, in faccia, il Bosforo; di là, le colline dell'Asia, verdissime, picchiettate d'infiniti colori dai chioschi, dai palazzi, dalle moschee, dalle ville, che presentano l'aspetto d'una grande città parata a festa; più lontano, la maestà ridente di Scutari, colla sua corona funebre di cipressi; e fra le due rive, un incrociarsi continuo di legni a vela, di navi da guerra imbandierate, di vaporini affollati che paiono colmi di fiori, di bastimenti asiatici di forme antiche e bizzarre, di lancie del Serraglio, di barchette signorili, di stormi d'uccelli che radono le acque: una bellezza piena d'allegria e di vita, dinanzi alla quale lo straniero che aspetta l'uscita del corteo imperiale, non può che immaginare un Sultano bello come un angelo e sereno come un fanciullo.
Mezz'ora prima, v'erano già nella piazza due schiere di soldati vestiti alla zuava, che dovevano far ala al passaggio del Sultano, e un migliaio di curiosi.
Non c'è nulla di più strano della raccolta di gente che si vede per il solito in quell'occasione.
C'erano ferme qua e là parecchie splendide carrozze chiuse, con dentro delle turche "dell'alta signoria" guardate da giganteschi eunuchi a cavallo, immobili accanto gli sportelli; alcune signore inglesi in carrozze da nolo scoperte; varii crocchi di viaggiatori col cannocchiale a tracolla, fra i quali vidi il contino conquistatore dell'albergo di Bisanzio, venuto forse, il crudele! per fulminare d'uno sguardo di trionfo il suo rivale potente e infelice.
Tra la folla giravano parecchie figure cappellute, con un album sotto il braccio, che mi parvero disegnatori venuti per schizzare furtivamente le sembianze imperiali.
Vicino alla banda musicale c'era una bellissima signora francese, vestita un po' stranamente, d'aspetto e di atteggiamenti arditi, che stava dinanzi a tutti, che doveva essere un'avventuriera cosmopolitica venuta là per dar nell'occhio al Gran Signore, poichè le si leggeva sul viso "la trepida gioia d'un gran disegno".
C'erano di quei vecchi turchi, sudditi fanatici e sospettosi, che non mancano mai al passaggio del loro Sultano, perchè vogliono proprio assicurarsi coi loro occhi che è vivo e sano per la gloria e la prosperità dell'universo; e il Sultano esce appunto ogni venerdì per dare al suo buon popolo una prova della propria esistenza, potendo accadere, come accadde più volte, che la sua morte naturale o violenta sia tenuta segreta da una congiura di corte.
C'erano dei mendicanti, dei bellimbusti musulmani, degli eunuchi sfaccendati, dei dervis.
Fra questi notai un vecchio alto e sparuto, dagli occhi terribili, immobile, che guardava verso la porta del palazzo con un'espressione sinistra; e pensai che aspettasse il Sultano per piantarglisi davanti e gridargli in faccia come il dervis delle Orientali al Pascià Alì di Tepeleni: - Tu non sei che un cane e un maledetto! - Ma di questi ardimenti sublimi non si dà più esempio dopo la sciabolata famosa di Mahmud.
C'erano poi varii gruppi di donnine turche, in disparte, che parevano gruppi di maschere, e quella solita accozzaglia di comparse da palco scenico che è la folla di Costantinopoli.
Tutte le teste si profilavano sull'azzurro del Bosforo, e probabilmente tutte le bocche dicevano le stesse parole.
Si cominciava a parlare appunto in quei giorni delle stravaganze d'Abdul Aziz.
Già da un pezzo si parlava della sua insaziabile avidità di denaro.
Il popolo diceva: - Mamhud avido di sangue, Abdul-Megid di donne, Abdul-Aziz d'oro.
- Tutte le speranze che s'erano fondate su di lui, principe imperiale, quando, ammazzando un bue con un pugno, diceva: - Così ammazzerò la barbarie, - erano già svanite d'un pezzo.
Le tendenze a una vita semplice e severa, di cui aveva dato prova nei primi anni del suo regno, amando, come si diceva, una donna sola, e ristringendo inesorabilmente le spese enormi del Serraglio, non erano più che una memoria.
Forse erano anche anni ed anni che aveva smesso affatto quegli studi di legislazione, d'arte militare e di letteratura europea, di cui s'era fatto tanto scalpore, come se in essi riposassero tutte le speranze della rigenerazione dell'Impero.
Da molto tempo non pensava più che a sè stesso.
Ogni momento correva la voce di qualche sua escandescenza contro il ministro delle finanze che non voleva o non poteva dargli tutto il denaro ch'egli avrebbe voluto.
Alla prima obbiezione scaraventava addosso alla malcapitata Eccellenza il primo oggetto che gli cadeva nelle mani, recitando per filo e per segno, con quanta voce aveva in gola, la formola antica del giuramento imperiale: per il Dio creatore del cielo e della terra, per il profeta Maometto, per le sette varianti del Corano, per i centoventiquattromila profeti di Dio, per l'anima di mio nonno e per l'anima di mio padre, per i miei figli e per la mia spada, portami del danaro o faccio piantare la tua testa sulla punta del più alto minareto di Stambul.
E per un verso o per un altro veniva a capo di quel che voleva, e il danaro estorto in quella maniera, ora lo ammucchiava e se lo covava gelosamente come un avaro volgare, ora lo profondeva a piene mani in capricci puerili.
Oggi era il capriccio dei leoni, domani delle tigri, e mandava incettatori nelle Indie e nell'Affrica; poi per un mese filato cinquecento pappagalli facevano risonare i giardini imperiali della stessa parola; poi gli pigliava il furore delle carrozze e dei pianoforti che voleva far sonare sorretti dalla schiena di quattro schiavi; poi la mania dei combattimenti dei galli, a cui assisteva con entusiasmo, e appendeva di sua mano una medaglia al collo dei vincitori, e cacciava in esilio, di là dal Bosforo, i vinti; poi la passione del gioco, dei chioschi, dei quadri; la corte pareva tornata ai tempi del primo Ibraim; ma il povero principe non trovava pace, non faceva che passare da una noja mortale a un'inquietudine tormentosa; era torbido e triste; pareva che presentisse la fine infelice che lo aspettava.
A volte si ficcava nel capo di dover morire avvelenato, e per un pezzo, diffidando di tutti, non mangiava più che ova sode; altre volte, preso dal terrore degl'incendi, faceva togliere dalle sue stanze tutti gli oggetti di legno, persino le cornici degli specchi.
In quel tempo appunto si diceva che, per paura del fuoco, leggesse di notte al lume d'una candela piantata in un secchio d'acqua.
E malgrado queste follie, di cui si diceva che fosse la prima cagione una cagione che non c'è bisogno di dire, egli conservava tutta la forza imperiosa della volontà antica, e sapeva farsi obbedire e faceva tremare i più arditi.
La sola persona che potesse sull'animo suo era sua madre, donna d'indole altera e vana, che nei primi anni del suo regno faceva coprire di tappeti di broccato le strade dove passava suo figlio per andare alla moschea, e il giorno dopo regalava tutti quei tappeti agli schiavi che li andavano a levare.
Però, anche nel disordine della sua vita affannosa, fra l'uno e l'altro dei suoi grandi capricci, Abdul Aziz aveva pure dei capricci piccolissimi, come quello di volere sopra una data porta un dipinto a fresco di natura morta, con quei certi frutti e quei certi fiori, combinati in quella data maniera, e prescriveva accuratamente ogni cosa al pittore, e stava là lungo tempo a contare le pennellate, come se non avesse altro pensiero al mondo.
Di tutte queste bizzarrie, frangiate chi sa come dalle mille bocche del Serraglio, tutta la città parlava, e forse fin d'allora s'andavano raccogliendo le prime fila della congiura che lo rovesciò dal trono due anni dopo.
La sua caduta, come dicono i Musulmani, era già scritta, e con essa la sentenza che fu poi pronunziata sopra di lui e sopra il suo regno.
La quale non è molto diversa da quella che si potrebbe dare su quasi tutti i Sultani degli ultimi tempi.
Principi imperiali, spinti verso la civiltà europea da un'educazione superficiale, ma varia e libera, e dal fervore della giovinezza desiderosa di novità e di gloria, vagheggiano, prima di salire sul trono, grandi disegni di riforme e di rinnovamenti, e fanno il proposito fermo e sincero di dedicare a quel fine tutta la loro vita, che dovrà essere una vita austera di lavoro e di lotta.
Ma dopo qualche anno di regno e di lotte inutili, circondati da mille oracoli, inceppati da tradizioni e da consuetudini avversati dagli uomini e dalle cose, spaventati dalla grandezza non prima misurata dell'impresa, se ne sdanno sfiduciati, per domandare ai piaceri quello che non possono avere dalla gloria, e perdono a poco a poco, in una vita tutta sensuale, perfino la memoria dei primi propositi e la coscienza del loro avvilimento.
Così accade che al sorgere d'ogni nuovo Sultano si faccia sempre, e non senza fondamento, un pronostico felice a cui segue sempre un disinganno.
Abdul-Aziz non si fece aspettare.
All'ora fissata, s'udì uno squillo di tromba, la banda intonò una marcia di guerra, i soldati presentarono le armi, un drappello di lancieri uscì improvvisamente dalla porta del palazzo, e si vide apparire il Sultano a cavallo, che venne innanzi lentamente, seguito dal suo corteo.
Mi passò dinanzi a pochi passi, ed ebbi tutto il tempo di considerarlo attentamente.
La mia immaginazione fu stranamente delusa.
Il re dei re, il sultano scialacquatore, violento, capriccioso, imperioso, - che era allora sui quarantaquattr'anni, - aveva l'aspetto di una buonissima pasta di turco, che si trovasse a fare il sultano senza saperlo.
Era un uomo tarchiato e grasso, un bel faccione con due grandi occhi sereni e una barba intera e corta, già un po' brizzolata di bianco; aveva una fisonomia aperta e mansueta, un atteggiamento naturalissimo, quasi trascurato; e uno sguardo quieto e lento in cui non appariva la minima preoccupazione dei mille sguardi che gli erano addosso.
Montava un cavallo grigio bardato d'oro, di bellissime forme, tenuto per le briglie da due palafrenieri sfolgoranti.
Il corteo lo seguiva a grande distanza, e da questo solo si poteva capire che era il Sultano.
Il suo vestimento era modestissimo.
Aveva un semplice fez, un lungo soprabito di color scuro abbottonato fin sotto il mento, un paio di calzoni chiari e gli stivali di marocchino.
Veniva innanzi lentissimamente, guardando intorno con un'espressione tra benevola e stanca, come se volesse dire agli spettatori: - Ah! se sapeste come mi secco! - I musulmani s'inchinavano profondamente; molti europei si levavano il cappello: egli non restituì il saluto a nessuno.
Passando dinanzi a noi, diede uno sguardo a un ufficiale d'alta statura che lo salutava colla sciabola, un altro sguardo al Bosforo, e poi uno sguardo più lungo a due giovani signore inglesi che lo guardavano da una carrozza, e che si fecero rosse come due fragole.
Osservai che aveva la mano bianca e ben fatta, ed era appunto la mano destra, colla quale, due anni dopo, si aperse le vene nel bagno.
Dietro di lui passò uno stuolo di pascià, di cortigiani, di pezzi grossi, a cavallo; quasi tutti omaccioni con gran barbe nere, vestiti senza pompa, silenziosi, gravi, cupi, come se accompagnassero un convoglio funebre; dopo, un drappello di palafrenieri che conducevano a mano dei cavalli superbi; poi uno stuolo d'ufficiali a piedi col petto coperto di cordoni d'oro; passati i quali, i soldati abbassarono le armi, la folla si sparpagliò per la piazza, ed io rimasi là immobile, cogli occhi fissi sulla cima del monte Bulgurlù, pensando alla singolarissima condizione in cui si trova un sultano di Stambul.
È un monarca maomettano, pensavo, e ha la reggia ai piedi di una città cristiana, Pera, che gli torreggia sul capo.
È sovrano assoluto d'uno dei più vasti imperi del mondo, e ci sono nella sua metropoli, poco lontano da lui, dentro ai grandi palazzi che sovrastano al suo Serraglio, quattro o cinque stranieri cerimoniosi che la fanno da padroni in casa sua, e che trattando con lui, nascondono sotto un linguaggio reverente una minaccia perpetua che lo fa tremare.
Ha nelle mani un potere smisurato, gli averi e la vita di milioni di sudditi, il mezzo di soddisfare i suoi più pazzi desiderii, e non può cambiare la forma della sua copertura di capo.
È circondato da un esercito di cortigiani e di guardie, che bacerebbero l'orma dei suoi piedi, e trema continuamente per la propria vita e per quella dei suoi figliuoli.
Possiede mille donne fra le più belle donne della terra, ed egli solo, tra tutti i musulmani del suo impero, non può dare la mano di sposo a una donna libera, non può aver che figli di schiave, ed è chiamato egli stesso: - Figlio di schiava, - da quello stesso popolo che lo chiama "ombra di Dio".
Il suo nome suona riverito e terribile dagli ultimi confini della Tartaria agli ultimi confini del Maghreb, e nella sua stessa metropoli v'è un popolo innumerevole, e sempre crescente, su cui non ha ombra di potere e che si ride di lui, della sua forza e della sua fede.
Su tutta la faccia del suo immenso impero, fra le tribù più miserabili delle provincie più lontane, nelle moschee e nei conventi più solitarii delle terre più selvaggie, si prega ardentemente per la sua vita e per la sua gloria; ed egli non può fare un passo nei suoi stati, senza trovarsi in mezzo a nemici che lo esecrano e che invocano sul suo capo la vendetta di Dio.
Per tutta la parte del mondo che si stende dinanzi alla sua reggia, egli è uno dei più augusti e più formidabili monarchi dell'universo; per quella che gli si stende alle spalle, è il più debole, il più pusillo, il più miserevole uomo che porti una corona sul capo.
Una corrente enorme d'idee, di volontà, di forze contrarie alla natura e alle tradizioni della sua potenza, lo avvolge, lo soverchia, trasforma sotto di lui, intorno a lui, suo malgrado, senza che se n'avveda, consuetudini, leggi, usi, credenze, uomini, ogni cosa.
Ed egli è là, tra l'Europa e l'Asia, nel suo smisurato palazzo bagnato dal mare, come in una nave pronta a far vela, in mezzo a una confusione infinita d'idee e di cose, circondato d'un fasto favoloso e d'una miseria immensa, già non più nè due nè uno, non più vero musulmano, non ancora vero europeo, regnante sopra un popolo già in parte mutato, barbaro di sangue, civile d'aspetto, bifronte come Giano, servito come un nume, sorvegliato come uno schiavo, adorato, insidiato, accecato, e intanto ogni giorno che passa spegne un raggio della sua aureola e stacca una pietra dal suo piedestallo.
A me pare che se fossi in lui, stanco di quella condizione così singolare nel mondo, sazio di piaceri, stomacato d'adulazioni, affranco dai sospetti, indignato di quella sovranità malsicura ed oziosa sopra quel disordine senza nome, qualche volta, nell'ora in cui l'enorme Serraglio è immerso nel sonno, mi butterei a nuoto nel Bosforo come un galeotto fuggitivo, e andrei a passar la notte in una taverna di Galata in mezzo a una brigata di marinai, con un bicchiere di birra in mano e una pipa di gesso fra i denti, urlando la marsigliese.
Dopo una mezz'ora, il Sultano ripassò rapidamente in carrozza chiusa, seguito da un drappello d'ufficiali a piedi, e lo spettacolo fu finito.
Di tutto, quello che mi fece un senso più vivo, furono quegli ufficiali in grande uniforme, che correvano saltellando, come una frotta di lacchè, dietro la carrozza imperiale.
Non vidi mai una prostituzione simile della divisa militare.
Questo spettacolo del passaggio del Sultano, è ora, come si vede, una cosa assai meschina.
I sultani d'altri tempi uscivano in gran pompa, preceduti e seguiti da un nuvolo di cavalieri, di schiavi, di guardie dei giardini, d'eunuchi, di ciambellani, che visti di lontano, presentavano l'aspetto, come dicevano i cronisti entusiastici, "d'una vasta aiuola di tulipani." I sultani d'oggi invece par che rifuggano dalle pompe come da un'ostentazione teatrale della grandezza perduta.
Io mi domando sovente che cosa direbbe uno di quei primi monarchi se, risorgendo per un momento dal suo sepolcro di Brussa o dal suo turbè di Stambul, vedesse passare uno di questi suoi nepoti del secolo diciannovesimo, insaccato in un soprabito nero, senza turbante, senza spada, senza gemme, in mezzo a una folla di stranieri insolenti.
Io credo che arrossirebbe di rabbia e di vergogna, e che in segno di supremo disprezzo gli farebbe, come Solimano I ad Hassan, tagliare la barba a colpi di scimitarra, che è la più crudele ingiuria che si passa fare a un osmano.
E veramente, fra i sultani d'ora e quei primi, i cui nomi risonarono in Europa tra il secolo XII e il XVI come scoppi di folgore, corre la stessa differenza che tra l'impero ottomano dei nostri giorni e quello dei primi secoli.
Quelli raccoglievano davvero in sè la gioventù, la bellezza e il vigore della loro razza; e non erano soltanto un'immagine vivente del proprio popolo, una bella insegna, una perla preziosa della spada dell'islamismo; ma ne costituivano per sè soli una vera forza, e tale, che non c'è chi possa disconoscere nelle loro qualità personali una delle cagioni più efficaci del meraviglioso incremento della potenza ottomana.
Il più bel periodo è quello della prima giovinezza della dinastia che abbraccia centonovantatrè anni da Osmano a Maometto II.
Quella fu davvero una catena di principi fortissimi, e fatta una sola eccezione, e tenuto conto dei tempi e delle condizioni della razza, austeri e saggi e amati dai propri sudditi; spesso feroci, ma di rado ingiusti, e sovente anche generosi e benefici verso i nemici; e tutti poi quali si capisce che dovessero essere dei principi di quella gente, belli e tremendi d'aspetto, leoni veri, come le loro madri li chiamavano "di cui il ruggito faceva tremare la terra." Gli Abdul-Megid, gli Abdul-Aziz, i Murad, gli Hamid non sono che larve di padiscià in confronto di quei giovani formidabili, figli di madri di quindici e di padri di diciott'anni, nati dal fiore del sangue tartaro e dal fiore della bellezza greca, persiana, caucasea.
A quattordici anni comandavano eserciti e governavano provincie, e ricevevano in premio dalle proprie madri delle schiave belle ed ardenti come loro.
A sedici anni erano già padri, a settanta lo diventavano ancora.
Ma l'amore non infiacchiva in loro la tempra gagliardissima dell'animo e delle membra.
L'animo era di ferro, dicevano i poeti, e il corpo era d'acciaio.
Avevano tutti certi tratti comuni, che si perdettero poi nei loro nepoti degeneri: la fronte alta, le sopracciglia arcate e riunite come quelle dei persiani, gli