COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 8
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A un certo punto, con nostra meraviglia, ci accorgemmo che la strada non era più lastricata, e pareva che il lastrico fosse stato levato di fresco.
Ci fermammo a guardare, cercando d'indovinar la cagione.
Un bottegaio italiano ci levò la curiosità.
Quella strada conduce ai palazzi del Sultano.
[Torre di Galata]
Pochi mesi prima passando di là il corteo imperiale, il cavallo di sua maestà Abdul-Aziz era scivolato e caduto, e il buon Sultano, irritato, aveva ordinato che fosse tolto immediatamente il lastrico dal luogo della caduta fino al suo palazzo.
In questo punto memorabile fissammo il termine orientale del nostro pellegrinaggio, e voltate le spalle al Bosforo, ci dirigemmo, per una serie di vicoli tetri e sudici, verso la torre di Galata.
La città di Galata ha la forma d'un ventaglio spiegato, e la torre, posta sul culmine della collina, rappresenta il suo perno.
È una torre rotonda, altissima, di color fosco, che termina in una punta conica, formata da un tetto di rame, sotto il quale ricorre un giro di larghe finestre vetrate, una specie di terrazza coperta e trasparente, dove giorno e notte vigila una guardia per segnalare il primo indizio d'incendio che apparisca nell'immensa città.
Fino a questa torre giungeva la Galata dei Genovesi, e la torre s'innalza appunto sulla linea delle mura che separavano Galata da Pera; mura di cui non rimane più traccia.
E neanche la torre non è più l'antica torre di Cristo, eretta in onore dei Genovesi caduti combattendo; poichè la rifabbricò il sultano Mahmut II, ed era già stata prima restaurata da Selim III; ma è pur sempre un monumento incoronato della gloria di Genova, e un Italiano non può contemplarlo, senza pensare con un sentimento d'alterezza a quel pugno di mercanti, di marinai e di soldati, orgogliosamente audaci ed eroicamente cocciuti, che vi tennero su inalberata per secoli la bandiera della madre repubblica, trattando da pari a pari cogl'Imperatori d'Oriente.
Appena oltrepassata la torre, ci trovammo in un cimitero musulmano.
[Cimitero di Galata]
Era quello che si chiama il cimitero di Galata: un grande bosco di cipressi, che dalla sommità della collina di Pera scende ripidamente fino al Corno d'Oro, ombreggiando una miriade di colonnette di pietra o di marmo, inclinate in tutte le direzioni, e sparse in disordine giù per la china.
Alcune di queste colonnette son terminate in forma di turbante rotondo, e serbano traccie di colori e d'iscrizioni; altre son terminate in punta; molte rovesciate; alcune monche, col turbante portato via di netto, e si crede che sian quelle dei giannizzeri, che il Sultano Mahmut volle sfregiare anche dopo la morte.
La maggior parte delle fosse sono indicate da un rialzamento di terra in forma di prisma, e da due sassi confitti alle due estremità, sui quali, giusta la superstizione musulmana, devono sedere i due angeli Nekir e Munkir per giudicare l'anima del defunto.
Qua e là si vedono dei piccoli terrapieni circondati da un muricciolo o da una ringhiera, in mezzo ai quali s'alza una colonnetta sormontata da un grosso turbante, e intorno altre colonnette minori: è un pascià o un gran signore, sepolto in mezzo alle sue donne e ai suoi figliuoli.
Dei piccoli sentieri serpeggiano e s'incrociano in mille punti da un'estremità all'altra del bosco; qualche turco fuma la pipa seduto all'ombra; alcuni ragazzi corrono e saltellano in mezzo ai sepolcri; qualche vacca pascola; centinaia di tortore grugano fra i rami dei cipressi; passano gruppi di donne velate; e fra cipresso e cipresso, luccica giù in fondo l'azzurro del Corno d'Oro rigato di bianco dai minareti di Stambul.
[Pera]
Usciamo dal cimitero, ripassiamo ai piedi della torre di Galata e infiliamo la strada principale di Pera.
Pera è alta cento metri sopra il mare, è ariosa ed allegra, e guarda il Corno d'Oro ed il Bosforo.
È la Westend della colonia europea; la città dell'eleganza e dei piaceri.
La strada che percorriamo è fiancheggiata da alberghi inglesi e francesi, da caffè signorili, da botteghe luccicanti, da teatri, da Consolati, da club, da palazzi d'ambasciatori; tra i quali giganteggia il palazzo di pietra dell'ambasciata russa, che domina come una fortezza Pera Galata e il sobborgo di Funduclù, posto sulla riva del Bosforo.
Qui brulica una folla affatto diversa da quella di Galata.
Sono quasi tutti cappelli a staio e cappelletti piumati o infiorati di signore.
Sono zerbinotti greci, italiani e francesi, negozianti d'alto bordo, impiegati delle legazioni, ufficiali di navi straniere, carrozze d'ambasciatori, e figurine equivoche d'ogni nazione.
I turchi si fermano ad ammirare le teste di cera delle botteghe dei barbieri, le turche si piantano colla bocca aperta davanti alle vetrine delle modiste; l'europeo parla ad alta voce, sghignazza e scherza in mezzo alla strada; il musulmano, si sente in casa d'altri, e passa colla testa meno alta che a Stambul.
Tutt'a un tratto il mio amico mi fece voltare indietro perchè guardassi Stambul: da quel punto, infatti, si vedeva lontano, dietro un velo azzurrino, la collina del Serraglio, Santa Sofia e i minareti del Sultano Ahmed; un altro mondo da quello in cui eravamo; e poi mi disse: - Guarda qui, adesso.
- Abbassai gli occhi e lessi in una vetrina: - La dame aux camelias, Madame Bovary, Mademoiselle Giraud ma femme.
E anche a me quel rapido passaggio fece un senso vivissimo, e dovetti star là un momento a pensarci sopra.
Un'altra volta fermai io il mio compagno e fu per mostrargli un caffè meraviglioso: un lungo e largo corridoio oscuro, in fondo al quale, per una grande finestra spalancata, si vedeva a una lontananza che pareva immensa, Scutari illuminata dal sole.
Andiamo innanzi per la gran strada di Pera, e siamo quasi arrivati in fondo, quando sentiamo gridare da una voce tonante: - T'amo, Adele! t'amo più della vita! T'amo quanto si può amare sulla terra! - Ci guardiamo in faccia trasecolati.
Di dove viene quella voce? Voltandoci, vediamo per le fessure d'un assito un giardino pieno di sedili, un palco scenico e dei commedianti che fanno le prove.
Una signora turca, poco lontano da noi, guarda anch'essa per le fessure, e ride dai precordi.
Un vecchio turco che passa scrolla la testa in segno di compassione.
All'improvviso la turca getta un grido e fugge; altre donne là intorno mettono uno strillo e voltan le spalle.
Che è accaduto? È un turco, un uomo sulla cinquantina, conosciuto da tutta Costantinopoli, il quale passeggia per le vie nello stato in cui voleva ridurre tutti i musulmani il famoso monaco Turk sotto il regno di Maometto IV: ignudo dalla testa ai piedi.
Il disgraziato saltella sui ciottoli urlando e sghignazzando, e un branco di monelli lo insegue facendo un baccano d'inferno.
- È da sperarsi che lo arresteranno, - dico al portinaio del teatro.
- Nemmen per sogno, - mi risponde; - son mesi che gira per la città liberamente.
- Intanto vedo giù per la via di Pera gente che vien fuori dalle botteghe, donne che scappano, ragazze che si coprono il viso, porte che si chiudono, teste che si ritirano dalle finestre.
E questo segue tutti i giorni e nessuno se ne dà pensiero!
Uscendo dalla via di Pera, ci troviamo dinanzi a un altro cimitero musulmano, ombreggiato da un boschetto di cipressi e chiuso tutt'intorno da un alto muro.
Se non ce l'avessero detto poi, non avremmo mai indovinato il perchè di quel muro, che fu innalzato di fresco: ed è che il bosco sacro al riposo dei morti era diventato un nido d'amori soldateschi! Andando oltre, infatti, trovammo l'immensa caserma d'artiglieria innalzata da Scialil-Pascià: un solido edificio di forma rettangolare, dello stile moresco del rinascimento turco, con una porta fiancheggiata da colonne leggere e sormontata dalla mezzaluna e dalla stella d'oro di Mahmut, con gallerie sporgenti e finestrine ornate di stemmi e di arabeschi.
Dinanzi alla caserma passa la strada di Dgiedessy che è un prolungamento di quella di Pera, di là dalla strada si stende una vasta piazza d'armi, e di là dalla piazza d'armi altri borghi.
Qui, dove nei giorni feriali regna ordinariamente un profondo silenzio, la sera della domenica passa un torrente di gente e una processione di carrozze, tutta la società elegante di Pera, che va a spandersi nei giardini nelle birrerie e nei caffè di là dalla Caserma.
In uno di questi caffè si fece la nostra prima sosta; nel caffè della Bella vista, luogo di ritrovo del fiore della società perota, e degno veramente del suo nome; perchè dal suo vasto giardino, che sporge come una terrazza sulla sommità dell'altura, si vede sotto il grande sobborgo musulmano di Funduclù, il Bosforo coperto di bastimenti, la riva asiatica sparsa di giardini e di villaggi, Scutari colle sue bianche moschee, una bellezza di verde, d'azzurro, e di luce, che sembra un sogno.
Ci levammo di là con rammarico, e ci parve a tutt'e due d'esser pitocchi a buttar sul vassoio otto miserabili soldi per due tazze di caffè, dopo aver goduto quella visione di paradiso terrestre.
[Gran Campo dei Morti]
Uscendo dalla Bella vista ci trovammo in mezzo al Gran Campo dei morti dove è sepolta in cimiteri distinti gente di tutti i culti, eccettuato l'ebraico.
È un bosco fitto di cipressi, d'acacie e di sicomori, nel quale biancheggiano migliaia di pietre sepolcrali, che da lontano paiono le rovine d'un immenso edifizio.
Tra albero e albero si vede il Bosforo e la riva asiatica.
Fra le tombe serpeggiano dei larghi viali in cui passeggiano dei greci e degli armeni.
Su alcune pietre stanno seduti dei turchi colle gambe incrociate, guardando il Bosforo.
V'è un'ombra, un fresco e una pace che, al primo entrarvi, si prova una sensazione deliziosa, come entrando d'estate in una grande cattedrale semioscura.
Ci arrestammo nel cimitero armeno.
Le pietre sepolcrali son tutte grandi e piane, coperte d'iscrizioni nel carattere regolare ed elegante della lingua armena, e su quasi tutte è scolpita un'immagine che rappresenta il mestiere o la professione del morto.
Sono martelli, seghe, penne, scrigni, collane; il banchiere è rappresentato da una bilancia, il prete da una mitra, il barbiere da una catinella, il chirurgo da una lancetta.
Sopra una pietra vedemmo una testa spiccata dal busto, e il busto grondante di sangue: era il sepolcro d'un assassinato o d'un giustiziato.
Un armeno vi dormiva accanto, sdraiato sull'erba, colla faccia in aria.
Entrammo nel cimitero musulmano.
Anche qui una infinità di colonnette a file e a gruppi disordinati; alcune colla testa dipinta e dorata; quelle delle donne terminate da un gruppo d'ornamenti in rilievo che rappresentano dei fiori; molte circondate d'arbusti e di pianticelle fiorite.
Mentre stavamo osservando una di queste colonne, due turchi che tenevano per mano un bambino, ci passarono accanto, andarono innanzi altri cinquanta passi, si fermarono dinanzi a un tumulo, vi sedettero sopra, e aperto un involto che portavano sotto il braccio, si misero a mangiare.
Io stetti ad osservarli.
Quand'ebbero finito, il più avanzato in età raccolse qualchecosa in un foglio di carta, - mi parve un pesce e del pane, - e con un atto rispettoso, mise il piccolo pacco in un buco accanto al sepolcro.
Dopo questo accesero tutti e due la pipa e fumarono tranquillamente: il bambino s'alzò e si mise a scorrazzare per il cimitero.
Quel pesce e quel pane, ci fu spiegato poi, erano la parte di cibo che i turchi lasciavano in segno d'affetto al loro parente, sepolto probabilmente da poco; e quel buco era l'apertura che si lascia nella terra vicino al capo di tutti i sepolti musulmani, perchè possano udire i lamenti e i pianti dei loro cari e ricevere qualche goccia d'acqua di rosa o sentir il profumo di qualche fiore.
Finita la loro fumatina funebre, i due turchi pietosi si alzarono, e ripreso per mano il bambino, disparvero in mezzo ai cipressi.
[Pancaldi]
Usciamo dal cimitero, ci troviamo in un altro quartiere cristiano, Pancaldi, attraversato da strade spaziose, fiancheggiate da edifizi nuovi; circondato di villette, di giardini, di ospedali e di grandi caserme; il sobborgo di Costantinopoli più lontano dal mare; visitato il quale, torniamo indietro per ridiscendere verso il Corno d'Oro.
Ma nell'ultima strada del sobborgo, assistiamo a uno spettacolo nuovo e solenne: il passaggio d'un convoglio funebre greco.
Una folla silenziosa si schiera dalle due parti della strada: viene innanzi un gruppo di preti greci, colle toghe ricamate; l'archimandrita con una corona sul capo e un lungo abito luccicante d'oro; dei giovani ecclesiastici vestiti di colori vivi; uno stuolo di parenti e d'amici coi loro vestimenti più ricchi, e in mezzo a loro una bara inghirlandata di fiori, sulla quale è distesa una giovanetta di quindici anni, vestita di raso e tutta splendente di gioielli, col viso scoperto, - un piccolo viso bianco come la neve, colla bocca leggermente contratta in una espressione di spasimo, - e due bellissime treccie nere distese sulle spalle e sul seno.
La bara passa, la folla si chiude, il convoglio s'allontana, e noi rimaniamo soli e pensierosi in una strada deserta.
[San Dimitri]
Scendiamo dalla collina di Pancaldi, attraversiamo il letto asciutto d'un torrentello, saliamo su per un altro colle, ci troviamo in un altro sobborgo: San Dimitri.
Qui la popolazione è quasi tutta greca.
Si vedono da ogni parte occhi neri e nasi aquilini e affilati; vecchi d'aspetto patriarcale; giovani svelti e arditi; donnine colle trecce sulle spalle; ragazzi dai visetti astuti che sgallettano in mezzo alla via fra le galline e i maiali, riempiendo l'aria di grida argentine e di parole armoniose.
Ci avvicinammo a un gruppo di quei ragazzi che si baloccavano coi sassi, chiacchierando tutti ad una voce.
Uno di essi, sugli otto anni, il più indiavolato di tutti, che ogni momento buttava in aria il suo piccolo fez gridando: - Zito! Zito! - (Viva! Viva!) - si voltò improvvisamente verso un altro monello seduto dinanzi a una porta e gridò: - Checchino! Buttami la palla! - Io lo afferrai per il braccio con un movimento da zingaro rapitore di fanciulli e gli dissi: - Tu sei italiano! - No signore, - rispose, - sono di Costantinopoli.
- E chi t'ha insegnato a parlare italiano? - domandai.
- Oh bella! - rispose, - la mamma.
- E dov'è la mamma? In quel punto mi s'avvicinò una donna con un bimbo in collo, tutta sorridente, e mi disse ch'era pisana, moglie d'uno scalpellino livornese, che si trovava a Costantinopoli da ott'anni, e che quel ragazzo era suo figlio.
Se quella buona donna avesse avuto un bel viso di matrona, una corona turrita sulla testa e un manto sulle spalle, non avrebbe rappresentato più vivamente l'Italia ai miei occhi e al mio cuore.
- Come vi ritrovate qui?- le domandai; - che ne dite di Costantinopoli? - Che n'ho da dire?- rispose sorridendo ingenuamente.
- L'è una città che...
a dirle il vero, mi ci par sempre l'ultimo giorno di carnovale.
- E qui, dando la stura alla sua parlantina toscana, ci fece sapere che pe' musulmani il loro Gesù è Maometto, che un turco può sposare quattro donne, che la lingua turca è bravo chi ne intende una parola, e altre novità dello stesso conio; ma che dette in quella lingua, in mezzo a quel quartiere greco, ci riuscirono più care di qualunque notizia più peregrina, tanto che prima di andarcene lasciammo un piccolo ricordo d'argento nella manina del monello, e andandocene esclamammo tutti e due insieme: - Ah! una boccata d'Italia, di tanto in tanto, come fa bene!
[Tataola]
Attraversammo una seconda volta la piccola valle, e ci trovammo in un altro quartiere greco, Tataola, dove lo stomaco suonando a soccorso, cogliemmo l'occasione per visitare l'interno d'una di quelle taverne innumerevoli di Costantinopoli, che hanno un aspetto singolarissimo, e son tutte fatte ad un modo.
È uno stanzone grandissimo, di cui si potrebbe fare un teatro, non rischiarato per lo più che dalla porta di strada, e ricorso tutt'intorno da un alta galleria di legno a balaustri.
Da una parte v'è un enorme fornello dove un brigante in maniche di camicia frigge dei pesci, fa girare degli arrosti, rimesta degl'intingoli, e s'adopera in altri modi ad accorciare la vita umana; dall'altra un banco dove un'altra faccia minacciosa distribuisce vino bianco e vino nero in bicchieri a manico; in mezzo e sul davanti, seggiole nane senza spalliera e tavolette poco più alte delle seggiole che rammentano i bischetti dei calzolai.
Entrammo un po' vergognosi perchè v'era un gruppo di greci e d'armeni di bassa lega, e temevamo che ci guardassero con curiosità canzonatoria; ma nessuno invece ci degnò d'un'occhiata.
Gli abitanti di Costantinopoli sono, io credo, la gente meno curiosa di questo mondo; bisogna almeno essere Sultani o passeggiar nudi per le strade come il pazzo di Pera, perchè qualcuno s'accorga che siete al mondo.
Ci sedemmo in un angolo e stemmo ad aspettare.
Ma nessuno veniva.
Allora capimmo che nelle taverne costantinopolitane c'è l'uso di servirsi da sè.
Andammo prima al fornello a farci dare un arrosto, Dio sa di che quadrupede, poi al banco a prendere un bicchier di vino resinoso di Tenedo, e portato ogni cosa sopra la tavola che ci arrivava al ginocchio, mostrandoci l'un l'altro il bianco degli occhi, si consumò il sacrificio.
Pagammo con rassegnazione, e usciti in silenzio per paura che ci uscisse dalla bocca un raglio o un latrato, ripigliammo il nostro viaggio verso il Corno d'Oro.
[Kassim-pascià]
Dopo dieci minuti di cammino, ci trovammo daccapo in piena Turchia, nel grande sobborgo musulmano di Kassim-pascià, in una vera città popolata di moschee e di conventi di dervis, piena d'orti e di giardini, che occupa una collina e una valle, e si distende fino al Corno d'Oro, abbracciando tutta l'antica baia di Mandracchio, dal cimitero di Galata fino al promontorio che prospetta il sobborgo di Balata sull'altra riva.
Dall'alto di Kassim-pascià si gode uno spettacolo incantevole.
Si vede sotto, sulla riva, l'immenso arsenale Ters-Kané: un labirinto di bacini, d'opifici, di piazze, di magazzini e di caserme, che si stende per la lunghezza d'un miglio lungo tutta la parte del Corno d'Oro che serve di Porto di guerra; il palazzo del Ministro della Marina, elegante e leggero, che par che galleggi sull'acqua, e disegna le sue forme bianche sul verde cupo del cimitero di Galata; il porto percorso da vaporini e caicchi pieni di gente, che guizzano in mezzo alle corazzate immobili e alle vecchie fregate della Guerra di Crimea; e sulla sponda opposta, Stambul, l'acquedotto di Valente che slancia i suoi archi altissimi nell'azzurro del cielo, le grandi moschee di Maometto e di Solimano, e una miriade di case e di minareti.
Per godere meglio questo spettacolo ci sedemmo dinanzi a un caffè turco, e sorbimmo la quarta o la quinta delle dodici tazze che, volere o non volere, stando a Costantinopoli, bisogna tracannare ogni giorno.
Era un caffè meschino, ma come tutti i caffè turchi, originalissimo: non molto diverso, forse, dai primissimi caffè dei tempi di Solimano il Grande, o da quelli in cui irrompeva colla scimitarra nel pugno il quarto Amurat, quando faceva la ronda notturna per castigar di sua mano gli spacciatori del liquore proibito.
Di quanti editti imperiali, di quante dispute di teologi e lotte sanguinose è stato cagione questo "nemico del sonno e della fecondità," come lo chiamavano gli ulema austeri; questo "genio dei sogni e sorgente dell'immaginazione", come lo chiamavano gli ulema di manica larga, ch'è ora, dopo l'amore e il tabacco, il conforto più dolce d'ogni più povero Osmano! Ora si beve il caffè sulla cima della torre di Galata e della torre del Seraschiere, il caffè in tutti i vaporini, il caffè nei cimiteri, nelle botteghe dei barbieri, nei bagni, nei bazar.
In qualunque parte di Costantinopoli uno si trovi non ha che a gridare, senza voltarsi : - Caffè-gì! (Caffettiere!) e dopo tre minuti gli fuma dinanzi una tazza.
[Il Caffè]
Il nostro caffè era una stanza tutta bianca, rivestita di legno fino all'altezza d'un uomo, con un divano bassissimo lungo le quattro pareti.
In un angolo c'era un fornello su cui un turco dal naso forcuto stava facendo il caffè in piccole caffettiere di rame, che vuotava man mano in piccolissime tazze, mettendovi egli stesso lo zucchero; poichè da per tutto, a Costantinopoli, si fa il caffè apposta per ogni avventore, e gli si porta bell'inzuccherato, con un bicchiere d'acqua che i Turchi bevono sempre prima di avvicinare la tazza alle labbra.
Ad una parete era appeso un piccolo specchio, e accanto allo specchio una specie di rastrelliera piena di rasoi a manico fisso; poichè la maggior parte dei caffè turchi sono ad un tempo botteghe di barbieri, e non di rado il caffettiere è anche cavadenti e salassatore, e macella le sue vittime nella stanza medesima dove gli altri avventori pigliano il caffè.
Alla parete opposta era appesa un'altra rastrelliera piena di narghilè di cristallo coi lunghi tubi flessibili, attorcigliati come serpenti, e di cibuk di terra cotta colle cannette di legno di ciliegio.
Cinque turchi pensierosi stavano seduti sul divano, fumando il narghilè; altri tre erano dinanzi alla porta, accoccolati sopra bassissime seggiole di paglia senza spalliera, l'uno accanto all'altro, colle spalle appoggiate al muro e colla pipa alle labbra; un giovane della bottega radeva il capo, davanti allo specchio, a un grosso dervis insaccato in una tonaca di pelo di cammello.
Nessuno ci guardò quando sedemmo, nessuno parlava, e fuorchè il caffettiere e il suo giovane, nessuno faceva il menomo movimento.
Non si sentiva altro rumore che il gorgoglio dell'acqua dei narghilè, che somiglia alla voce dei gatti quando fanno le fusa.
Tutti guardavano diritto dinanzi a sè, cogli occhi fissi, e con un viso che non esprimeva assolutamente nulla.
Pareva un piccolo museo di statue di cera.
Quante di queste scene mi son rimaste impresse nella memoria! Una casa di legno, un turco seduto, una bellissima veduta lontana, una gran luce e un gran silenzio: ecco la Turchia.
Ogni volta che questo nome mi passa per la mente, ci passano nello stesse punto quelle immagini, come un mulino a vento e un canale all'udir nominare Olanda.
[Pialì-Pascià]
Di là, fiancheggiando un grande cimitero mussulmano, che dall'alto della collina di Kassim-pascià scende fino a Ters-Kanè, rimontammo verso settentrione, scendemmo nella valletta di Pialì-Pascià, piccolo sobborgo mezzo nascosto in mezzo alla verzura dei giardini e degli orti; e ci fermammo dinanzi alla moschea che gli dà il nome.
È una moschea bianca, sormontata da sei cupole graziose, con un cortile circondato d'archi e di colonnine gentili, un minareto leggerissimo e una corona di cipressi giganteschi.
In quel momento tutte le casette circostanti erano chiuse, le strade deserte, il cortile stesso della moschea, solitario; la luce e l'uggia del mezzogiorno avvolgevano ogni cosa; e non si sentiva che il ronzìo dei tafani.
Guardammo l'orologio: mancavano tre minuti alle dodici: una delle cinque ore canoniche dei musulmani, in cui i muezzin s'affacciano al terrazzo dei minareti per gridare ai quattro punti dell'orizzonte le formole sacramentali dell'Islam.
Sapevamo bene che non c'è minareto in tutta Costantinopoli sul quale, a quell'ora fissa, non comparisca, puntuale come l'automa d'un orologio, l'annunziatore del profeta.
Eppure ci pareva strano che anche in quella estremità della città immensa, su quella moschea solitaria, a quell'ora, in quel silenzio profondo, dovesse comparire quella figura e suonare quella voce.
Tenni l'orologio in mano, e guardando attentamente la lancetta dei minuti e la porticina del terrazzo del minareto, alta quasi come un terzo piano d'una casa ordinaria, stetti aspettando con viva curiosità.
La lancetta toccò il sessantesimo trattino nero, e nessuno comparve.
- Non viene ! - dissi.
-
[Pialì-Pascià]
Eccolo! - rispose Yunk.
Era comparso.
Il parapetto del terrazzo lo nascondeva tutto, fuorchè il viso, di cui, per la lontananza, non si distingueva la fisonomia.
Stette per qualche secondo immobile; poi si tappò le orecchie colle dita, e alzando il volto al cielo, gridò con una voce lenta, tremula e acutissima, con un accento solenne e lamentevole, le sacre parole, che risuonano, nello stesso punto su tutti i minareti dell'Affrica, dell'Asia e dell'Europa: - Dio è grande! Non v'è che un Dio! Maometto è il profeta di Dio! Venite alla preghiera! Venite alla salute! Dio è grande! Dio è un solo! Venite alla preghiera! - Poi fece un mezzo giro sul terrazzo e ripetè le stesse parole rivolto a settentrione; poi a levante, poi a occidente, e poi disparve.
In quel punto ci arrivarono all'orecchio fioche fioche le ultime note d'un'altra voce lontana, che pareva il grido d'uno che chiedesse soccorso, e poi tutto tacque, e rimanemmo anche noi per qualche minuto silenziosi, con un sentimento vago di tristezza come se quelle due voci avessero consigliato la preghiera soltanto a noi, e sparendo quel fantasma, fossimo rimasti soli nella valle come due abbandonati da Dio.
Nessun suono di campana mi ha mai toccato il cuore così intimamente; e soltanto quel giorno compresi il perchè Maometto, per chiamare i fedeli alla preghiera, abbia preferito all'antica tromba israelitica e all'antica tabella cristiana, il grido dell'uomo.
E su quella scelta fu lungo tempo incerto; onde poco mancò che tutto l'Oriente non pigliasse un aspetto assai diverso da quello che ha ora; poichè s'era scelta la tabella, che poi si cangiò in campana, si sarebbe certo trasformato il minareto, e uno dei tratti più originali e più graziosi della città e del paesaggio orientale sarebbe andato perduto.
[Ok-Meidan]
Risalendo da Pialì-Pascià sulla collina, verso occidente, ci trovammo in un vastissimo spazio di terreno brullo, da cui si vedeva tutto il Corno d'Oro e tutta Stambul, dal borgo d'Eyub alla collina del serraglio; quattro miglia di giardini e di moschee, una grandezza e una leggiadria, da contemplarsi in ginocchio come una apparizione celeste.
Era l'Ok-meïdan, la piazza delle freccie, dove andavano i Sultani a tirar dell'arco secondo l'uso dei re Persiani.
Vi sono ancora sparse, a distanze ineguali, alcune colonnine di marmo, segnate d'iscrizioni, che indicano i punti dove caddero le freccie imperiali.
V'è ancora il chiosco elegante, con una tribuna, da cui i sultani tendevano l'arco.
A destra, nei campi, si stendeva una lunga fila di pascià e di bey, punti viventi d'ammirazione, coi quali il padiscià rendeva omaggio alla propria destrezza; a sinistra, dodici paggi della famiglia imperiale, che correvano a raccogliere gli strali e a segnare il punto della caduta; intorno, dietro gli alberi e i cespugli, qualche turco temerario venuto per contemplare di nascosto le sembianze sublimi del Gran Signore; e sulla tribuna campeggiava nell'atteggiamento d'un atleta superbo, Mahmut, il più vigoroso arciere dell'impero, di cui l'occhio scintillante faceva curvar la fronte agli spettatori, e la barba famosa, nera come il corvo del Monte Tauro, spiccava di lontano sul grande mantello candido, spruzzato del sangue dei Giannizzeri.
Ora tutto è cangiato e diventato prosaico: il Sultano tira colla rivoltella nei cortili del suo palazzo e sull'Ok-meïdan s'esercita al bersaglio la fanteria.
Da una parte v'è un convento di dervis, dall'altra un caffè solitario; e tutta la campagna è desolata e malinconica come una steppa.
[Piri-Pascià]
Scendendo dall'Ok-meïdan verso il Corno d'Oro, ci trovammo in un altro piccolo sobborgo musulmano, chiamato Piri-Pascià, forse da quel famoso gran vizir del primo Selim, che educò Solimano il Grande.
Piri-Pascià prospetta il sobborgo israelitico di Balata, posto sull'altra riva del Corno.
Non v'incontrammo che qualche cane e qualche vecchia turca mendicante.
Ma questa solitudine ci permise di considerare a nostro bell'agio la struttura del borgo.
È una cosa singolare.
In quel borgo, come in qualunque altra parte di Costantinopoli uno s'addentri, dopo averla vista o dal mare o dalle alture vicine, si prova la medesima impressione che a guardare un bello spettacolo coreografico dal palco scenico dopo averlo visto dalla platea; ci si meraviglia che quell'insieme di cose brutte e meschine possa produrre una così bella illusione.
Non v'è nessuna città al mondo, io credo, nella quale la bellezza sia così pura apparenza come a Costantinopoli.
Veduta da Balata, Piri-Pascià è una cittadina gentile, tutta colori ridenti, inghirlandata di verzura, che si specchia nelle acque del Corno d'Oro come una ninfa, e desta mille immagini d'amore e di delizia.
Entrateci, tutto svanisce.
Non sono che casupole rozze, tinte di coloracci da baracche di fiera; cortiletti angusti e sucidi, che paiono ricettacoli di streghe; gruppi di fichi e di cipressi polverosi, giardini ingombri di calcinacci, vicoli deserti, miseria, immondizie, tristezza.
Ma scendete una china, saltate in un caicco, e dopo cinque remate, rivedete la cittadina fantastica, in tutta la pompa della sua bellezza e della sua grazia.
[Hasskioi]
Andando innanzi, sempre lungo la riva del Corno d'Oro, scendiamo in un altro sobborgo, vasto, popoloso, d'aspetto strano, dove, fin dai primi passi, ci accorgiamo di non essere più in mezzo ai musulmani.
Da ogni parte si vedono bambini coperti di gore e di scaglie che si ravvoltolano per terra; vecchie sformate e cenciose che lavorano colle mani scheletrite sugli usci delle case ingombre di ciarpame e ferravecchi; uomini ravvolti in lunghi vestiti sudici, con un fazzoletto in brandelli attorcigliato intorno alla testa, che passano lungo i muri in aspetto furtivo; visi macilenti alle finestre; cenci appesi fra casa e casa; strame e belletta in ogni parte.
È Hasskioi, il sobborgo israelitico, il ghetto della riva settentrionale del Corno d'Oro, che fa fronte a quello dell'altra riva, al quale lo congiungeva durante la guerra di Crimea un ponte di legno di cui non rimane più traccia.
Di qui comincia un'altra lunga catena di arsenali, di scuole militari, di caserme e di piazze d'armi, che si stende fin quasi in fondo al Corno d'oro.
Ma di questo non vedemmo nulla perchè ormai non ce lo consentivano nè le gambe, nè la testa.
Già tutte le cose vedute ci si confondevano nella mente; ci pareva di essere in viaggio da una settimana; pensavamo a Pera lontanissima con un leggiero sentimento di nostalgia, e saremmo tornati indietro, se non ci avesse trattenuto il proposito fatto solennemente sul vecchio ponte, e se Yunk non m'avesse rianimato, secondo il suo solito, intonando la gran marcia dell'Aida.
[Halidgi-Oghli]
Avanti dunque.
Attraversiamo un altro cimitero musulmano, saliamo sopra un'altra collina, entriamo in un altro sobborgo, nel sobborgo di Halidgi-Oghli, abitato da una popolazione mista; una piccola città dove ad ogni svolto di vicolo, si trova una nuova razza e una nuova religione.
Si sale, si scende, si rampica, si passa in mezzo alle tombe, alle moschee, alle chiese, alle sinagoghe; si gira intorno a cimiteri e a giardini; s'incontrano delle belle armene di forme matronali e delle turche leggiere che sbirciano a traverso il velo; si sente parlar greco, armeno e spagnuolo, - lo spagnuolo degli ebrei -; e si cammina, si cammina.
Si dovrà pure arrivare in fondo a questa Costantinopoli! - diciamo fra noi.
- Tutto ha un confine su questa terra! Già le case di Halidgi-Oghli diradano, cominciano a verdeggiare li orti, non c'è più che un gruppo di abituri, vi passiamo in mezzo, siamo finalmente arrivati...
[Sudludgé]
Ahimè! non siamo arrivati che a un altro sobborgo.
È il sobborgo cristiano di Sudludgé, che s'innalza sopra una collina, circondato di orti e di cimiteri; sulla collina ai piedi della quale metteva capo il solo ponte che unisse anticamente le due rive del Corno d'oro.
Ma questo sobborgo, come Dio vuole, è l'ultimo, e la nostra escursione è finita.
Usciamo di fra le case per cercare un luogo di riposo; saliamo su per una altura ripida e nuda che s'alza alle spalle di Sudludgé, e ci troviamo dinanzi al più grande cimitero israelitico di Costantinopoli: un vasto piano coperto d'una miriade di pietre abbattute, le quali presentano l'aspetto sinistro d'una città rovinata dal terremoto, senza un albero, senza un fiore, senza un filo d'erba, senza una traccia di sentiero: una solitudine desolata che stringe il cuore, come lo spettacolo d'una grande sventura.
Sediamo sopra una tomba, rivolti verso il Corno d'oro, ed ammiriamo, riposando, il panorama immenso e gentile che ci si stende dintorno.
Si vede, sotto, Sudludgé, Halidgi-Oghli, Hasskioj, Piri-Pascià, una fuga di sobborghi chiusi fra l'azzurro del mare e il verde dei cimiteri e dei giardini; a sinistra l'Okmeïdan solitario, e i cento minareti di Kassim-Pascià; più lontano, Stambul, sterminata e confusa; di là da Stambul, le somme linee delle montagne dell'Asia, quasi svanite nel cielo; dinanzi, proprio in faccia a Sudludgé, dall'altra parte del Corno d'oro, il borgo misterioso d'Eyub, di cui si distinguono uno per uno i ricchi mausolei, le moschee di marmo, le chine ombrose sparse di tombe, i viali solitari, e i recessi pieni di tristezza di grazia; e a destra d'Eyub altri villaggi che si guardan nell'acqua, e poi l'ultima svolta del Corno d'oro, che si perde fra due alte rive rivestite d'alberi e di fiori.
Spaziando collo sguardo su quel panorama, stanchi, quasi in uno stato di dormiveglia, senz'accorgercene, mettiamo in musica quella bellezza, canterellando non so che cosa; ci domandiamo chi sarà il morto su cui siamo seduti; frughiamo con un fuscello dentro un formicaio; parliamo di mille sciocchezze; ci diciamo di tratto in tratto: - Ma siamo proprio a Costantinopoli? -; poi pensiamo che la vita è breve e che tutto è vanità; e poi ci piglian dei fremiti d'allegrezza; ma in fondo sentiamo che nessuna bellezza della terra dà una gioia veramente intera, se contemplandola, non si sente nella propria mano la manina della donna che si ama.
[In caicco]
Verso il tramonto scendiamo al Corno d'oro, entriamo in un caicco a quattro remi, e non abbiamo ancora pronunziato la parola: - Galata! - che la barchetta gentile è già lontana dalla riva.
E il caicco è veramente la barchetta più gentile che abbia mai solcato le acque.
È più lungo della gondola, ma più stretto e più sottile; è scolpito, dipinto e dorato; non ha nè timone, nè sedili; vi si siede sopra in cuscino o un tappeto, in modo che non riman fuori che la testa e le spalle; è terminato alle due estremità in maniera da poter andare nelle due direzioni; si squilibra al menomo movimento, si spicca dalla riva come una freccia dall'arco, par che voli a fior d'acqua come una rondine, passa da per tutto, scivola e fugge specchiando nell'onde i suoi mille colori come un delfino inseguito.
I nostri rematori erano due bei giovani turchi col fez rosso, con una camicia cilestrina, con un paio di grandi calzoni bianchissimi, colle braccia e colle gambe nude; due atleti ventenni, color di bronzo, puliti, allegri e baldanzosi, che ad ogni remata mandavano innanzi la barca di tutta la sua lunghezza; altri caicchi ci passavano accanto di volo, che appena si vedevano; ci passavano vicino degli stormi d'anitre, ci roteavano sul capo degli uccelli, ci rasentavano delle grandi barche coperte, piene di turche velate, e le alghe di tratto in tratto ci nascondevano ogni cosa.
Vista d'in fondo al Corno d'Oro, a quell'ora, la città presentava un aspetto nuovissimo.
Non si vedeva la riva asiatica, a cagione della curvatura della rada; la collina del Serraglio chiudeva il Corno d'oro come un lunghissimo lago; le colline delle due rive sembravano ingigantite; e, Stambul, lontana lontana, sfumata con una gradazione dolcissima di tinte cineree e azzurrine, enorme e leggera come una città fatata, pareva che galleggiasse sul mare e si perdesse nel cielo.
Il caicco volava, le due rive fuggivano, i seni succedevano ai seni, i boschetti ai boschetti, i sobborghi ai sobborghi; e via via che s'andava innanzi, tutto ci s'allargava e ci s'innalzava dintorno, i colori della città illanguidivano, l'orizzonte s'infocava, le acque mandavano dei riflessi d'oro e di porpora, e un profondo stupore ci entrava a poco a poco nell'anima, misto a una dolcezza indefinibile, che ci faceva sorridere e non ci lasciava parlare.
Quando il caicco si fermò allo scalo di Galata, uno dei barcaioli ci dovette gridare negli orecchi: Monsù! Arrivar! - e ci destammo come da un sogno.
IL GRAN BAZAR
Dopo aver visto di volo tutta Costantinopoli, percorrendo le due rive del Corno d'oro, è tempo di entrare nel cuore di Stambul, d'andar a vedere quella fiera universale e perpetua, quella città nascosta, oscura, piena di meraviglie, tesori e di memorie, che si distende fra la collina di Nuri-Osmanié e quella del Seraschiere, e si chiama il Grande Bazar.
Partiamo dalla piazza della moschea Sultana-Validè.
Qui forse si vorrebbe fermare più d'un lettore goloso per dare un'occhiata al Balik-Bazar, mercato dei pesci, famoso fin dai tempi di quel vecchio Andronico Paleologo, il quale, com'è noto, dal solo prodotto della pesca lungo le mura della città ricavava di che far fronte alle spese culinarie di tutta la sua corte.
La pesca, infatti, è ancora abbondantissima a Costantinopoli, e il Balik-Bazar, nei suoi bei giorni, potrebbe offrire all'autore del Ventre de Paris il soggetto d'una descrizione pomposa e appetitosa come le grandi mense dei vecchi quadri olandesi.
I venditori son quasi tutti turchi, e stanno schierati intorno alla piazza, coi pesci ammucchiati sopra stuoie distese in terra, o sopra lunghe tavole, intorno a cui si disputano lo spazio una folla di compratori e un esercito di cani.
Là si ritrovano le triglie squisite del Bosforo, quattro volte più grosse di quelle dei nostri mari; le ostriche dell'isola di Marmara, che i Greci e gli Armeni soli sanno cuocere a punto sulla brace; le palamite e i tonni che son salati quasi esclusivamente dagli Ebrei; le alici che i Turchi impararono a salare dai Marsigliesi; le sardelle di cui Costantinopoli provvede l'Arcipelago; gli ulufer, i pesci più saporiti del Bosforo, che si pigliano al lume della luna; gli scombri del Mar Nero, che fanno sette invasioni successive nelle acque della città, levando uno strepito che si sente dalle ville delle due rive; isdaurid colossali, pesci spada enormi, rombi, o come li chiamano i Turchi, Kalkan-baluk, pesci scudo, e altri mille pesci minori, che guizzano fra i due mari, inseguiti dai delfini e dai falianos, e cacciati da innumerevoli alcioni, a cui strappano la preda dal becco i piombini.
Cuochi di pascià, vecchi buongustai musulmani, schiave e giovani di taverna, s'avvicinano alle tavole, guardano i pesci in atto meditabondo, contrattano a monosillabi, e se ne vanno colla loro compra appesa a uno spago, tutti gravi e taciturni, come se portassero la testa d'un nemico; a mezzogiorno la piazza è sgombra, e i rivenditori son già sparsi per i caffè vicini, dove stanno fino al cader del sole, sognando ad occhi aperti, colle spalle al muro, e il bocchino del narghilè tra le labbra.
Per andare al Gran Bazar, s'infila una strada che sbocca nel mercato dei pesci, tanto stretta che le sporgenze delle case opposte quasi si toccano, e si va innanzi per un buon tratto in mezzo a due file di botteghe basse ed oscure, dove si vende il tabacco "la quarta colonna della tenda della voluttà" dopo il caffè, l'oppio ed il vino, o "il quarto sofà dei godimenti", anch'esso, come il caffè, fulminato un tempo da editti di sultani e da sentenze di muftì, e cagione di torbidi e di supplizi, che lo resero più saporito.
Tutta la strada è occupata dai tabaccai.
Il tabacco è messo in mostra sopra assicciuole, a piramidi e a mucchi rotondi, ognuno sormontato da un limone.
Sono piramidi di latakié d'Antiochia, di tabacco del Serraglio biondo e sottilissimo che par seta della più fina, di tabacco da sigarette e da cibuk, di tutte le gradazioni di sapore e di forza, da quel che fuma il facchino gigantesco di Galata a quello che concilia il sonno alle odalische annoiate nei chioschi dei giardini imperiali.
Il tombeki, tabacco fortissimo, che darebbe al capo anche a un vecchio fumatore, se il fumo non giungesse alla bocca purificato dall'acqua del narghilè, è chiuso in boccie di vetro come un medicinale.
I tabaccai son quasi tutti greci od armeni cerimoniosi, che affettano un certo fare signorile; gli avventori tengono crocchio; vi si fermano degli impiegati del ministero degli esteri e del Seraschierato; alle volte vi dà una capatina qualche pezzo grosso; vi si spolitica, si va a raccogliervi la notizia e a raccontarvi il fattarello; è un piccolo bazar appartato e aristocratico, che invita al riposo, e fa sentire, anche a passarvi soltanto, la voluttà della chiacchera e del fumo.
Andando innanzi, si passa sotto una vecchia porta ad arco, inghirlandata di pampini, e si riesce in faccia ad un vasto edifizio di pietra, attraversato da una lunga strada diritta e coperta, fiancheggiata da botteghe oscure, e ingombra di gente, di casse, di sacchi, di mucchi di mercanzie.
Entrando, si sente un odore d'aromi acutissimo, che quasi ributta indietro.
È il bazar egiziano dove sono raccolte tutte le derrate dell'India, della Siria, dell'Egitto e dell'Arrabia, che ridotte poi in essenze, in pastiglie, in polveri, in unguenti, vanno a colorar visetti e manine d'odalische, a profumar stanze e bagni e bocche e barbe e pietanze, a rinvigorire Pascià sfibrati, ad assopire spose infelici, a istupidire fumatori, a spander sogni, ebbrezza ed obblìo nella città sterminata.
Fatti pochi passi in questo bazar, si comincia a sentir la testa pesante, e si fugge; ma la sensazione di quell'aria calda e grave, e di quei profumi inebbrianti, ci accompagna ancora per un buon tratto all'aria libera, e rimane poi viva nella memoria come una delle più intime e più significanti impressioni dell'Oriente.
Uscendo dal bazar egiziano, si passa in mezzo a officine rumorose di calderai, a taverne turche, che riempiono la strada di puzzi nauseabondi, a mille botteguccie e nicchiette e buchi oscuri, dove si fabbrica e si vende una minutaglia infinita d'oggetti senza nome, e si arriva finalmente al Grande Bazar.
Ma assai prima d'arrivarci, s'è assaliti e bisogna difendersi.
A cento passi dalla gran porta d'entrata, sono appostati, come bravi, i sensali dei mercanti, e i sensali dei sensali, che alla prima occhiata v'hanno riconosciuto per forestiero, hanno capito che andate al bazar per la prima volta, e indovinato presso a poco di che paese siete, tanto che assai di rado sbagliano lingua nel dirigervi la parola.
S'avvicinano col fez in mano e col sorriso sulle labbra e v'offrono i loro servizi.
Allora segue quasi sempre un dialogo come questo.
- Non compro nulla - rispondete.
- Che importa, signore? Io non voglio che farle vedere il bazar.
- Non voglio vedere il bazar.
- Ma io l'accompagno gratis.
- Non voglio essere accompagnato gratis.
- Ebbene, non l'accompagnerò che fino in fondo alla strada, per darle qualche informazione che le sarà utile un altro giorno, quando verrà per comprare.
- Ma se non voglio neppur sentir discorrere di comprare!
- Parleremo d'altro, signore.
È a Costantinopoli da molto tempo? È soddisfatto del suo albergo? Ha ottenuto il permesso di visitare le moschee?
- Ma se vi dico che non voglio parlare, che voglio esser solo!
- Ebbene, la lascierò solo; la seguiterò alla distanza di dieci passi.
- Ma perchè mi volete seguitare?
- Per impedire che la truffino nelle botteghe.
- Ma se non entro nelle botteghe!
- Allora...
per impedire che le diano noia per la strada.
Insomma, o bisogna rimetterci il fiato, o lasciarsi accompagnare.
Il grande bazar non ha nulla all'esterno che attiri l'occhio e faccia indovinare il di dentro.
È un immenso edifizio di pietra, di stile bizantino, di forma irregolare, circondato d'alte mura grigie, e sormontato da centinaia di cupolette rivestite di piombo e traforate, che danno luce all'interno: l'entrata principale è una porta arcata, senza carattere architettonico; dai vicoli intorno non si sente nessun rumore; a quattro passi dalla porta si può credere ancora che dietro quei muri di fortezza non ci sia altro che solitudine e silenzio.
Ma appena entrati, si rimane sbalorditi.
Non si è dentro a un edifizio, ma in un labirinto di strade coperte da volte arcate e fiancheggiate da pilastri scolpiti e da colonne; in una vera città, colle sue moschee, colle sue fontane, coi suoi crocicchi, colle sue piazzette, rischiarata da una luce vaga come quella d'una foresta fitta in cui non penetri un raggio di sole; e percorsa da una folla immensa.
Ogni strada è un bazar, e quasi tutte metton capo in una strada principale, coperta da una volta ad archi di pietre bianche e nere, e decorata d'arabeschi, come una navata di moschea.
In queste strade semioscure, in mezzo alla folla ondeggiante, passano carrozze, cammelli e cavalieri, che fanno uno strepito assordante.
In ogni parte si è apostrofati a parole e a cenni.
Il mercante greco chiama ad alta voce e gesticola in atto quasi imperioso; l'armeno, altrettanto furbo, ma d'apparenza più modesta sollecita con maniere ossequiose; l'ebreo susurra le sue offerte nell'orecchio; il turco silenzioso, accosciato sopra un cuscino sulla soglia della bottega, non invita che cogli occhi e si rimette al destino.
Dieci voci insieme vi chiamano: Monsieur! Captan! Caballero! Signore! Eccellenza! Kyrie! Milord! - Ad ogni svolta, per le porte laterali, si vedono fughe d'arcate e di pilastri, lunghi corridoi, scorci di stradette, prospetti lontani e confusi di bazar, e per tutto botteghe, merci appese ai muri e alle volte, mercanti affaccendati, facchini carichi, gruppi di donne velate, un fermarsi e un disfarsi continuo di crocchi rumorosi, un rimescolìo di gente e di cose, da dare il capogiro.
La confusione, però, non è che apparente.
Questo immenso bazar è ordinato come una caserma, e bastano poche ore per mettersi in grado di trovarci qualunque cosa vi si cerchi, senza bisogno di guida.
Ogni genere di mercanzia ha il suo piccolo quartiere, la sua stradetta, il suo corridoio, la sua piazzuola.
Sono cento piccoli bazar che mettono l'uno nell'altro, come le sale di un vastissimo appartamento; ed ogni bazar è nello stesso tempo un museo, un passeggio, un mercato e un teatro, nel quale si può veder tutto senza comprar nulla, prendere il caffè, godere il fresco, chiacchierare in dieci lingue e fare agli occhi colle più belle donnine dell'Oriente.
Si può prendere un bazar a caso e passarci una mezza giornata senz'accorgersene: per esempio il bazar delle stoffe e dei vestiti.
È un emporio di bellezze e di ricchezze da perderci gli occhi, il cervello e la borsa; e bisogna star in guardia, perchè il menomo capriccio può aver per conseguenza di farci chiedere soccorso a casa per telegrafo.
Si passeggia in mezzo a mucchi e a torri di broccati di Bagdad, di tappeti di Caramania, di sete di Brussa, di tele dell'Indostan, di mussoline del Bengala, di scialli di Madras, di casimir dell'India e della Persia, di tessuti variopinti del Cairo, di cuscini rabescati d'oro, di veli di seta rigati d'argento, di sciarpe di tocca a righe azzurre e incarnate, leggiere e trasparenti che paiono vaporose, di stoffe d'ogni forma e d'ogni disegno, in cui il chermisino, il blu, il verde, il giallo, i colori più ribelli alle combinazioni simpatiche, si avvicinano e s'intrecciano con un ardimento e un'armonia da far rimanere a bocca aperta; di tappeti da tavola d'ogni grandezza, a fondo rosso o bianco, ricamati d'arabeschi, di fiori, di versetti del Corano, di cifre imperiali, che si starebbe un giorno a contemplarli come le pareti dell'Alhambra.
Qui si possono ammirare ad una ad una tutte le parti del vestiario turco signorile, come nelle alcove d'un arem, dalle cappe verdi, ranciate e color di giacinto, che coprono ogni cosa, fino alle camicie di seta, ai fazzoletti ricamati d'oro e alle cinture di raso a cui non può giungere altro sguardo d'uomo che quel del signore e dell'eunuco.
Qui i caffettani di velluto rosso, contornati d'ermellino e coperti di stelle; i bustini di raso giallo, i calzoncini di seta color di rosa, le sottovesti di damasco bianco tempestate di fiori d'oro, i veli di sposa scintillanti di pagliuole d'argento, i casacchini di terzopelo verde, orlati di piumino di cigno; le vesti greche, armene e circasse, di mille tagli capricciosi, sovraccariche d'ornamenti, dure e splendenti come corazze; e in mezzo a tutti questi tesori, le stoffe prosaiche di Francia e d'Inghilterra, dai colori sinistri, che ci fanno la figura della nota d'un sarto in mezzo alle pagine d'un poema.
Nessuno che ami una donna, può passare in quel bazar senza considerare come una grande sventura di non essere millionario, e senza sentirsi per un momento divampare nell'anima il furore del saccheggio.
Per liberarsi da queste idee, non c'è che a svoltare nel bazar delle pipe.
Qui l'immaginazione è ricondotta a desiderii più tranquilli.
Sono fasci di cibuk di gelsomino, di ciliegio, d'acero e di rosaio; bocchini d'ambra gialla del mar Baltico, levigati e luccicanti come il cristallo, d'innumerevoli gradazioni di colore e di trasparenza, ornati di rubini e di diamanti; pipe di Cesarea, colla cannetta fasciata di fili d'oro e di seta; borse da tabacco del Libano, a losanghe di varii colori, rabescati di ricami splendenti; narghilè di cristallo di Boemia, d'acciaio e d'argento, di belle forme antiche, damaschinati, niellati, tempestati di pietre preziose, con tubi di marocchino scintillanti di dorature e d'anelli, fasciati nella bambagia, e perpetuamente custoditi da due occhi fissi, che all'avvicinarsi d'ogni curioso si dilatano come occhi di civetta, e fanno morir sulle labbra la richiesta del prezzo a chiunque non sia almeno vizir o pascià e non abbia dissanguato per qualche anno una provincia dell'Asia Minore.
Qui non viene a comprare che il messo della Sultana che vuol dare un pegno di gratitudine al gran vizir arrendevole, o l'alto dignitario di Corte che, prendendo possesso della nuova carica, è costretto, per suo decoro, a spendere cinquanta mila lire in una rastrelliera di pipe; o l'ambasciatore del Sultano che vuol portare al Monarca europeo un ricordo splendido di Stambul.
Il turco modesto dà uno sguardo malinconico e passa oltre, parafrasando, per consolarsi, la sentenza del Profeta: - il fuoco dell'inferno tuonerà come il muggito del cammello nel ventre di colui che fuma in una pipa d'oro o d'argento.
Di qui si ricasca fra le tentazioni entrando nel bazar dei profumieri, che è uno dei più schiettamente orientali e dei più cari al Profeta, il quale diceva: - Donne, bambini e profumi -, per dire i suoi tre più dolci piaceri.
Qui si trovano le famose pastiglie del Serraglio che profumano i baci, le cassule di gomma odorosa che staccano dal mastico le forti fanciulle di Chio, per mandarla a rafforzar le gengive delle molli musulmane; le essenze squisite di bergamotto e di gelsomino, e quelle potentissime di rosa, chiuse in astucci di velluto ricamato d'oro, d'un prezzo da far rizzare i capelli; qui il collirio per le sopracciglia, l'antimonio per gli occhi, l'henné per le unghie, i saponi che ammorbidiscono la cute delle belle siriane, le pillole che fanno cadere i peli dal volto delle maschie circasse, le acque di cedro e d'arancio, i sacchetti di muschio, l'olio di sandalo, l'ambra grigia, l'aloè per profumare le chicchere e le pipe, una miriade di polveri, d'acque e di pomate, distinte con nomi fantastici e destinate ad usi indicibili, che rappresentano ciascuna un capriccio amoroso, un proposito di seduzione, un raffinamento di voluttà, e spandono tutte insieme una fragranza acuta e sensuale, che fa veder come in sogno dei grandi occhi languidi e delle manine carezzevoli, e sentire un suono sommesso di respiri e di baci.
Tutte queste fantasie svaniscono entrando nel bazar dei gioiellieri, che è una stradetta oscura e deserta, fiancheggiata da botteguccie d'aspetto meschino, in cui nessuno direbbe mai che sian nascosti, come ci sono, dei tesori favolosi.
Le gioie sono chiuse in cofani di legno di quercia, cerchiati e corazzati di ferro, e posti sul davanti delle botteghe, sotto gli occhi dei mercanti: vecchi turchi o vecchi ebrei, dalle lunghe barbe e dallo sguardo acuto, che par che penetri nelle tasche e trapassi i portamonete.
Qualcuno sta ritto dinanzi alla sua tana, e quando gli passate accanto, prima vi ficca gli occhi negli occhi, poi con un rapido movimento vi mette sotto il viso un diamante di Golconda o uno zaffiro d'Ormus o un rubino di Giamscid, che al menomo vostro cenno negativo, ritira colla medesima rapidità con cui l'ha porto.
Altri girano a passi lenti, vi fermano in mezzo alla strada e, dopo aver rivolto intorno uno sguardo sospettoso, tirano fuor del seno un cencio sucido, e lo spiegano, e vi fanno vedere un bel topazio del Brasile o una bella turchina di Macedonia, guardandovi coll'occhio di demoni tentatori.
Altri non fanno che darvi un'occhiata scrutatrice, e non giudicandovi una faccia da pietre preziose, non si degnano di offrirvi nulla.
Nessuno poi fa l'atto d'aprire il cofanetto, se anche aveste la faccia d'un santo o l'aria d'un Creso.
Le collane d'opale, i fiori e le stelle di smeraldo, le mezzelune e i diademi contornati di perle d'Ofir, i mucchietti abbarbaglianti di acque-di-mare, di crisoberilli, d'avventurine, di agate, di granate, di lapislazzuli, rimangono inesorabilmente nascosti agli occhi dei curiosi senza quattrini, e specialmente a quelli d'uno scrittore italiano.
Tutt'al più egli può arrischiarsi a domandare il prezzo di qualche tespí, o coroncina d'ambra, di sandalo o di corallo, da far scorrere tra le dita, come i turchi, per ingannare il tempo negli intervalli dei suoi lavori forzati.
Per divertirsi bisogna entrare nelle botteghe dei franchi, mercanti di stoffe, dove c'è merce per tutte le borse.
Appena entrati, si ha intorno un cerchio di gente che non si capisce di dove sia sbucata.
Non è mai possibile l'aver che fare con un solo.
Tra il mercante, i soci del mercante, i sensali, i manutengoli e i tirapiedi, son sempre una mezza dozzina.
Se non v'accoppa uno, v'impicca l'altro: non c'è modo di scansare una brutta fine.
E non si può dire con che arte, con che pazienza, con che ostinazione, con che diabolici raggiri fanno comprare quello che vogliono.
Domandano d'ogni cosa un subisso: offrite il terzo: lasciano cader le braccia in segno di profondo scoraggiamento, o si battono la fronte in atto disperato, e non rispondono; oppure si espandono in un torrente di parole appassionate per toccarvi il cuore.
Siete un uomo crudele, volete costringerli a chiuder bottega, volete ridurli alla miseria, non avete compassione dei loro figliuoli, non capiscono che cosa possano avervi fatto di male per trattarli in quella maniera.
Mentre vi dicono il prezzo d'un oggetto, un sensale d'una bottega vicina vi susurra nell'orecchio: - Non comprate, vi truffano.
- Voi credete che sia sincero, e invece è d'accordo col mercante; vi dice che vi truffano collo scialle, per guadagnare la vostra fiducia, e farvi rompere il collo un minuto dopo, consigliandovi di comprare il tappeto.
Mentre esaminate la stoffa, essi si parlano a gesti, a occhiate, a colpi di gomito, a mezze parole.
Se sapete il greco, parlano turco; se sapete il turco, parlano armeno; se sapete l'armeno, parlano spagnuolo; ma in qualche modo s'intendono e ve l'accoccano.
Se poi tenete duro, v'insaponano; vi dicono che parlate bene la loro lingua, che avete un fare da gentiluomo e che non dimenticheranno mai più la vostra bella figura; vi discorrono del vostro paese, nel quale sono stati molto tempo, perchè sono stati da per tutto; vi fanno il caffè, vi offrono d'accompagnarvi alla dogana quando partirete, per impedire che vi facciano dei soprusi, ossia per truffar voi, la dogana e i vostri compagni di viaggio, se ne avete; mettono sottosopra tutta la bottega, e non vi fanno punto il viso arcigno se ve n'andate senza comprare: se non è quel giorno, sarà un altro; al bazar ci dovete tornare, i loro cani da caccia vi riconosceranno; se non cadrete nelle loro mani, cadrete in quelle d'un loro socio; se non vi peleranno come mercanti, vi scorticheranno come sensali; se non vi aggiusteranno in bottega, vi serviranno la messa alla dogana; il colpo non può fallire.
A che popolo appartengono costoro? Non si capisce.
A furia di parlar lingue diverse, han perduto il loro accento primitivo; a forza di far la commedia, hanno alterati i tratti fisionomici della loro razza; son di che paese si vuole, fanno il mestiere che si desidera, sono interpreti, guide, mercanti, usurai; e sopra ogni cosa, artisti insuperabili nell'arte di scroccare l'universo.
I mercanti musulmani offrono un campo d'osservazioni affatto diverso.
Fra loro si ritrovano ancora quei vecchi turchi, ormai rari per le vie di Costantinopoli, che sono come la personificazione del tempo dei Maometti e dei Bajazet, i resti viventi del vecchio edifizio ottomano, ch'ebbe il primo crollo dalle riforme di Mahmut, e che di giorno in giorno, pietra per pietra, rovina e si trasforma.
Bisogna venire nel gran bazar e ficcare lo sguardo in fondo alle botteguccie più oscure delle stradette più appartate, per ritrovare i vecchi turbanti enormi dei tempi di Solimano, dalla forma di cupole di moschee; le faccie impassibili, gli occhi di vetro, i nasi adunchi, le lunghe barbe bianche, gli antichi caffettani aranciati e purpurei, i grandi calzoni a mille pieghe stretti intorno alla vita dalle sciarpe smisurate, gli atteggiamenti alteri e tristi dell'antico popolo dominatore, i visi istupiditi dall'oppio o illuminati dal sentimento d'una fede ardente.
Essi son là in fondo alle loro nicchie, colle braccia e colle gambe incrociate, immobili e gravi come idoli, e aspettano, senz'aprir bocca, i compratori predestinati.
Se le cose vanno bene, mormorano: - Mach Allà! - Sia lodato Iddio! -; se vanno male: - Olsun! - Così sia -, e chinano la testa rassegnati.
Alcuni leggono il Corano, altri fanno scorrere fra le dita le pallettine del tespì, mormorando sbadatamente i cento epiteti d'Allà; altri che han fatto buoni affari, bevono il loro narghilè, per dirla coll'espressione turca, girando intorno lentamente uno sguardo voluttuoso e pieno di sonno; altri stanno curvi, cogli occhi socchiusi e colla fronte corrugata come occupati da un profondo pensiero.
A che cosa pensano? Forse ai loro figliuoli morti sotto le mura di Sebastopoli o alle loro carovane disperse o alle loro voluttà perdute o ai giardini eterni, promessi dal Profeta, dove all'ombra delle palme e dei granati, sposeranno le vergini dagli occhi neri, che nè uomo nè genio non ha mai profanate.
Tutti hanno qualchecosa di bizzarro, tutti sono pittoreschi; ogni bottega è la cornice d'un quadro pieno di colori e di pensiero, che fa balenare alla mente la storia intera d'una vita avventurosa e fantastica.
Quest'uomo secco e abbronzato, dai lineamenti arditi, è un arabo che ha guidato egli stesso dal fondo della sua patria lontana i suoi cammelli carichi di gemme e d'alabastro, e s'è sentito più volte fischiare agli orecchi le palle dei ladroni del deserto.
Quest'altro dal turbante giallo e dall'aspetto signorile, ha attraversato a cavallo le solitudini della Siria, portando le sete di Tiro e di Sidone.
Questo nero col capo ravvolto in un vecchio scialle di Persia, colla fronte rigata di cicatrici che gli fecero i negromanti per salvarlo dalla morte, che tiene il viso alto, come se guardasse ancora le teste dei colossi di Tebe e le cime delle Piramidi, è venuto dalla Nubia.
Questo bel moro dalla faccia pallida e dagli occhi neri, ravvolto in una cappa bianchissima, ha portato i suoi caic e i suoi tappeti dalle ultime falde occidentali della catena dell'Atlante.
Questo turco dal turbante verde e dal volto estenuato ha fatto quest'anno stesso il grande pellegrinaggio, ha visto parenti ed amici morir di sete in mezzo alle pianure interminabili dell'Asia Minore, è arrivato alla Mecca in fin di vita, ha fatto sette volte strascinandosi il giro della Kaaba, ed è caduto in deliquio coprendo di baci furiosi la Pietra nera.
Questo colosso dal viso bianco, dalle sopracciglia arcate, dagli occhi fulminei, che par più un guerriero che un mercante, e spira da tutta la persona l'ambizione e l'orgoglio, ha portato le sue pelliccie dalle regioni settentrionali del Caucaso, dove, nei suoi begli anni, fece cader la testa dalle spalle a più d'un Cosacco.
E questo povero mercante di lane, dal viso schiacciato e dagli occhi piccoli e obliqui, tarchiato e rude come un atleta, non è gran tempo che disse le sue preghiere all'ombra dell'immensa cupola che protegge il sepolcro di Timur: egli è partito da Samarkanda, ha valicato i deserti della grande Bukaria, è passato in mezzo alle orde dei turcomanni, ha attraversato il Mar Morto, è sfuggito alle palle dei Circassi, ha ringraziato Allà nelle moschee di Trebisonda, ed è venuto a cercar fortuna a Stambul, di dove ritornerà, vecchio, in fondo alla sua Tartaria, che gli sta sempre nel cuore.
Uno dei bazar più splendidi è il bazar delle calzature, ed è forse anche quello che mette più grilli nel capo.
Sono due file di botteghe smaglianti che danno alla strada l'aspetto d'una sala di reggia, o d'uno di quei giardini delle leggende arabe in cui gli alberi hanno le foglie d'oro e fiori di perle.
C'è da calzare tutti i piedini di tutte le corti dell'Asia e dell'Europa.
Le pareti son coperte di pantofole di velluto, di pelle, di broccato, di raso, dei colori più petulanti e delle forme più capricciose, ornate di filigrana, contornate di lustrini, abbellite di nappine di seta e di piuma di cigno, stelleggiate e infiorate d'argento e d'oro, coperte d'arabeschi intricati che non lasciano più vedere il tessuto, e lampeggianti di zaffiri e di smeraldi.
Ce n'è per le spose dei barcaiuoli e per le belle del Sultano, da cinque e da mille lire il paio; ci sono le scarpette di marocchino che premeranno i ciottoli di Pera, le babbuccie che striscieranno sui tappeti degli arem, gli zoccoletti che faranno risonare i marmi dei bagni imperiali, le pianelline di raso bianco su cui s'inchioderanno le labbra ardenti dei Pascià, e forse qualche paio di pantofole imperlate che aspetteranno ogni mattina lo svegliarsi d'una bella Georgiana accanto al letto del Gran Signore.
Ma che piedi possono entrare in quelle babbuccie? Ve ne sono che paion tagliate ai piedi delle urì e delle fate; lunghe come una foglia di giglio, larghe come una foglia di rosa, d'una piccolezza da far disperare tutta l'Andalusia, d'una grazia da farsi sognare; non babbuccie, ma gioielli da tenersi sul tavolino; scatolini da metterci dei dolci o dei bigliettini amorosi; da non poter immaginare che ci sia un piedino che v'entri, senza desiderare di rivoltarselo un mese fra le mani affollandolo di domande e di vezzi.
Questo bazar è uno dei più frequentati dagli stranieri.
Vi si vedono spesso dei giovani europei, che hanno in un pezzetto di carta la misura d'un piedino italiano o francese, di cui forse sono alteri, e che fanno un atto di stupore o di dispetto, riconoscendo che passa di molto la lunghezza d'una certa babbuccina su cui han posto gli occhi; ed altri che, domandato il prezzo, e sentita una schiopettata, scappano senza ribatter parola.
Qui pure spesseggiano le signore mussulmane, le hanum dai grandi veli bianchi, e occorre sovente di cogliere passando qualche frammento dei loro lunghi dialoghi coi venditori, qualche parola armoniosa della loro bella lingua, pronunziata da una voce chiara e dolce che accarezza l'orecchio come il suono d'una mandòla.
- Buni catscia verersin? - Quanto vale questo? - Pahalli dir.
- È troppo caro.
- Ziadè veremèm.
- Non pagherò di più.
E poi una risata fanciullesca e sonora, che mette voglia di pigliarle un pizzico di guancia e darle una presa di monella.
Il bazar più ricco e più pittoresco è quello delle armi.
Non è un bazar, è un museo, riboccante di tesori, pieno di memorie e d'immagini che trasportano il pensiero nelle regioni della storia e della leggenda, e destano un sentimento indescrivibile di meraviglia e di sgomento.
Tutte le armi più strane, più spaventose e più feroci che sono state brandite dalla Mecca al Danubio in difesa dell'Islam, sono là schierate e forbite, come se ce l'avessero appese poco prima le mani dei soldati fanatici di Maometto e di Selim; e par di veder scintillare fra le loro lame gli occhi iniettati di sangue di quei sultani formidabili, di quei giannizzeri forsennati, di quegli spahì, di quegli azab, di quei silidar senza pietà e senza paura che seminarono l'Asia Minore e l'Europa di teste recise e di corpi dilaniati.
Là si ritrovano le scimitarre famose che tagliavano le penne in aria e spiccavan le orecchie agli ambasciatori insolenti; i cangiari pesanti che d'un colpo fendevano il cranio e scoprivano il cuore; le mazze d'armi che stritolavano i caschi serbi e ungheresi; gli yatagan dal manico intarsiato d'avorio e tempestato d'amatiste e di rubini, che serbano ancora segnato a intagli nella lama il numero delle teste troncate; i pugnali dai foderi d'argento, di velluto e di raso, coi manichi di agata e d'avorio, ornati di granate, di corallo e di turchine, istoriati di versetti del Corano in lettere d'oro, colle lame incurvate e ritorte che par che cerchino un cuore.
Chi sa che in questa armeria confusa e terribile non ci sia la scimitarra d'Orcano, o la sciabola di legno con cui il braccio poderoso d'Abd-el-Murad, il dervis guerriero, spiccava d'un colpo le teste; o il famoso jatagan col quale il Sultano Musa spaccò Hassan dalla spalla al cuore; o la sciabola enorme del gigantesco bulgaro che appoggiò la prima scala alle mura di Costantinopoli; o la mazza con cui Maometto II freddò il soldato rapace sotto le vôlte di Santa Sofia; o la gran sciabola damascata di Scanderberg che fendette in due Firuz-Pascià sotto le mura di Stetigrad? I più formidabili fendenti e le più orrende morti della storia ottomana s'affacciano alla mente, e par che proprio su quelle lame debba esser rappreso quel sangue, e che i vecchi turchi rintanati in quelle botteghe, abbiano raccolto armi e cadaveri sul terreno della strage, e custodiscano ancora gli scheletri sfracellati in qualche angolo oscuro.
In mezzo alle armi si vedono pure le grandi selle di velluto scarlatto e celeste, ricamate a stelle e a mezzelune d'oro e di perle, i frontali impennacchiati, i morsi d'argento niellato e le gualdrappe splendide come manti reali: bardature da cavalli delle Mille e una notte, fatte per l'entrata trionfale d'un re dei genii in una città dorata del mondo dei sogni.
Al di sopra di questi tesori, sono sospesi alle pareti vecchi moschetti a ruota e a miccia, grosse pistole albanesi, lunghissimi fucili arabi lavorati come gioielli, scudi antichi di scorza di tartaruga e di pelle d'ippopotamo, maglie circasse, scudi cosacchi, celate mongoliche, archi turcassi, coltellacci da carnefici, lamaccie di forme sinistre, ognuna delle quali pare la rivelazione d'un delitto, e fa pensare agli spasimi di un'agonia.
In mezzo a quest'apparato minaccioso e magnifico, siedono a gambe incrociate i mercanti più schiettamente turchi del Grande Bazar, la più parte vecchi, d'aspetto tetro, smunti come anacoreti e superbi come Sultani, figure d'altri secoli, vestiti alla foggia delle prime egire, che sembrano risuscitati dal sepolcro per richiamare i nipoti imbastarditi alla austerità dell'antica razza.
Un altro bazar da vedersi è quello degli abiti vecchi.
Qui il Rembrant ci avrebbe preso domicilio e il Goya speso la sua ultima peceta.
Chi non ha mai visto una bottega di rigattiere orientale non può immaginare che stravaganza di stracci, che pompa di colori, che ironia di contrasti, che spettacolo ad un tempo carnevalesco, lugubre e schifoso, presenti questo bazar, questa cloaca di cenci, in cui tutti i rifiuti degli arem, delle caserme, della corte, dei teatri, vengono ad aspettare che il capriccio d'un pittore o il bisogno d'un pezzente li riporti alla luce del sole.
Da lunghe pertiche confitte nei muri, pendono vecchie uniformi turche, giubbe a coda di rondine, dolman di gran signori, tuniche di dervis, cappe di beduini, tutte untume, brindelli e buchi, che paiono state crivellate a colpi di pugnale e rammentano le spoglie sinistre degli assassinati che si vedono sulle tavole delle Corte d'Assisie.
In mezzo a questi cenci luccica ancora qua e là qualche rabesco d'oro; spenzolano vecchie cinture di seta, turbanti sciolti, ricchi scialli lacerati, bustini di velluto a cui pare che la mano furiosa d'un ladro abbia strappato insieme il pelo e le perle, calzoncini e veli che sono forse appartenuti a qualche bella infedele, la quale dorme cucita in un sacco in fondo alle acque del Bosforo, ed altre vesti ed ornamenti di donna, di mille colori gentili, imprigionati fra i grossi caffettani circassi, dai cartuccieri irruginiti, fra le lunghe toghe nere degli ebrei, fra le rozze casacche e i pesanti mantelli, che hanno nascosto chi sa quante volte il fucile del bandito o lo stile del sicario.
Verso sera, alla luce misteriosa che scende dai fori della volta, tutti quei vestiti appesi prendono una vaga apparenza di corpi d'impiccati; e quando in fondo a una bottega si vedono scintillare gli occhi astuti d'un vecchio ebreo, che si gratta la fronte con una mano adunca, si direbbe che è quella la mano che ha stretto i lacci, e si dà uno sguardo alla porta del bazar, per paura che sia chiusa.
Non basterebbe una giornata di giri e di rigiri se si volessero veder tutte le stradette di questa strana città.
V'è il bazar dei fez, dove si trovano fez di tutti i paesi, da quelli del Marocco a quelli di Vienna, ornati d'iscrizioni del Corano che preservano dagli spiriti maligni; i fez che le belle greche di Smirne portano sulla sommità della testa, sopra il nodo delle treccie nere scintillanti di monete; le berrettine rosse delle turche; fez da soldati, da generali, di sultani, da zerbinotti, di tutte le sfumature di rosso e di tutte le forme, da quelli primitivi dei tempi d'Orcano fino al gran fez elegante del Sultano Mahmut, emblema delle riforme e abbominazione dei vecchi mussulmani.
V'è il bazar delle pelliccie dove si trova la sacra pelle di volpe nera, che una volta poteva portare il solo Sultano o il gran vizir; la martora con cui si foderavano i caffettani di gala; l'orso bianco, l'orso nero, la volpe azzurra, l'astrakan, l'ermellino, lo zibellino, in cui altre volte i sultani profusero tesori favolosi.
È pure da vedersi il bazar dei coltellinai, non fosse che per pigliare in mano una di quelle enormi forbici turche, colle lame bronzate e dorate, adorne di disegni fantastici d'uccelli e di fiori, che s'incrociano ferocemente lasciando in mezzo un vano in cui potrebbe entrare la testa d'un critico maligno.
V'è ancora il bazar dei filatori d'oro, quello dei ricamatori, quello dei chincaglieri, quello dei sarti, quello dei vasellami, tutti diversi l'un dall'altro di forma e di gradazione di luce; ma tutti eguali in questo: che non vi si vede nè vendere, nè lavorare una donna.
Tutt'al più può accadere che qualche greca seduta per un momento davanti a una sartoria vi offra timidamente un fazzoletto finito allora di ricamare.
La gelosia orientale interdice la bottega al bel sesso come una scuola di civetteria e un nascondiglio d'intrighi.
Ma ci sono ancora altre parti del gran bazar in cui uno straniero non può avventurarsi se non lo accompagna un mercante o un sensale; e sono le parti interne dei piccoli quartieri in cui è divisa questa città singolare, il di dentro dei piccoli isolati intorno a cui girano le stradette percorse dalla folla.
Se nelle stradette c'è pericolo di smarrirsi, là dentro è impossibile non perdersi.
Da corridoi poco più larghi d'un uomo, in cui bisogna chinarsi per non urtar nella volta, si riesce in cortiletti grandi come celle, ingombri di casse e di balle, e appena rischiarati da un barlume; si scende a tentoni per scalette di legno, si ripassa per altri cortili rischiarati da lanterne, si ridiscende sotto terra, si risale alla luce del giorno, si cammina a capo basso per lunghi anditi serpeggianti, sotto volte umide, in mezzo a muri neri e ad assiti muscosi, che conducono a porticine segrete, dalle quali si ritorna inaspettatamente nel luogo di dove s'è partiti; e da per tutto ombre che vanno e che vengono, spettri immobili negli angoli, gente che rimesta mercanzie o che conta denari; lumicini che appaiono e dispaiono, voci e passi frettolosi che risuonano non si sa dove; e incontri inaspettati di ostacoli neri che non si capisce che cosa siano, e giuochi di luce non mai veduti, e contatti sospetti, e odori strani, che par di girare per i meandri d'una caverna di fattucchieri, e non si vede l'ora d'esserne fuori.
Per solito i sensali fanno passare in questi luoghi gli stranieri per condurli a quelle botteghe, per lo più appartate, nelle quali si vende un po' di tutto: specie di Gran-bazar in miniatura, botteghe da rigattieri signorili, curiosissime a vedersi, ma molto pericolose, perchè contengono tante e così strane e così rare cose da far vuotare la borsa anche all'avarizia incarnata.
Questi mercanti d'un po' d'ogni cosa, furbacchioni matricolati, si sottintende, e poliglotti come i loro fratelli di banda, usano nel tentare la gente un certo procedimento drammatico che diverte assai, e che di rado fallisce allo scopo dell'attore.
Le loro botteghe son quasi tutte stanzuccie oscure piene di casse e d'armadi, dove bisogna accendere il lume e c'è appena posto da rigirarsi.
Dopo avervi fatto vedere qualche vecchio stipetto intarsiato d'avorio e di madreperla, qualche porcellana chinese, qualche vaso del Giappone, il mercante vi dice che ha qualche cosa di speciale per voi, tira fuori un cassetto e vi rovescia sulla tavola un mucchio di ninnoli: un ventaglio di penne di pavone, per esempio, un braccialetto di vecchie monete turche, un cuscinetto di pelo di cammello colla cifra del Sultano ricamata in oro, uno specchietto persiano dipinto d'una scena del libro di paradiso, una spatola di tartaruga con cui i turchi mangiano la composta di ciliegie, un vecchio gran cordone dell'ordine dell'Osmaniè.
Non c'è nulla che vi piaccia? Rovescia un altro cassetto e questo è proprio un cassetto che aspettava voi solo.
È una zanna rotta d'elefante, un braccialetto di Trebisonda che pare una treccia di capelli d'argento, un idoletto giapponese, un pettine di sandalo della Mecca, un gran cucchiaio turco lavorato a rabeschi e a trafori, un antico narghilè d'argento dorato e istoriato, delle pietruzze dei musaici di Santa Sofia, una penna d'airone che ha ornato il turbante di Selim III, il mercante ve lo assicura da uomo d'onore.
Non trovate nulla di vostro genio? E lui rovescia un altro cassetto, da cui casca un ovo di struzzo del Sennahar, un calamaio persiano, un anello damaschinato, un arco di Mingrelia col suo turcasso di pelle d'alce, un caschetto circasso a due punte, un tespì di diaspro, una profumiera d'oro smaltato, un talismano turco, un coltello da cammelliere, una boccettina d'atar-gull.
Non c'è nulla che vi tenti, per Dio? Non avete regali da fare? Non pensate ai vostri parenti? Non avete cuore per i vostri amici? Ma forse voi avete la passione delle stoffe e dei tappeti, e anche in questo egli può servirvi da amico.
- Ecco un mantello rigato del Kurdistan, milord; ecco una pelle di leone, ecco un tappeto d'Aleppo coi chiodini d'acciaio, ecco un tappeto di Casa-blanca spesso tre dita che dura per quattro generazioni, guarentito; ecco, eccellenza, i vecchi cuscini, le vecchie cinture di broccato e i vecchi copripiedi di seta, un po' sbiaditi e un po' tarlati, ma ricamati come ora non si ricamano più, nemmeno a pagarli un tesoro.
A lei, caballero, ch'è venuto qui condotto da un amico, a lei dò questa vecchia cintura per cinque napoleoni, e mi rassegno a mangiar pane e aglio per una settimana.
- Se nemmeno da questo vi lasciate tentare, vi dirà nell'orecchio che può vendervi la corda con cui i terribili muti del Serraglio hanno strangolato Nassuh Pascià, il gran vizir di Maometto III; e se voi gli ridete sul viso dicendogli che non la bevete, la lascia cascare da uomo di spirito, e fa l'ultimo tentativo buttandovi davanti una coda da cavallo di quelle che si portavano davanti e dietro ai pascià; una marmitta di Giannizzero portata via da suo padre, ancora spruzzata di sangue, il giorno stesso della strage famosa; un pezzo di bandiera di Crimea, colla mezzaluna e le stelline d'argento; un vaso da lavarsi le mani, tempestato di agate; un bracierino di rame cesellato; un collare di dromedario colle conchiglie e le campanelle, un frustino da eunuco di cuoio d'ippopotamo, un corano legato in oro, una sciarpa del Korassan, un paio di babbuccie da Cadina, un candelliere fatto con un artiglio d'aquila, tanto che infine la fantasia s'accende, i capricci saltellano, e vi assale una matta voglia di buttar là portamonete, orologio, pastrano, e gridare: - Caricatemi! -; e bisogna proprio esser figliuoli assestati o padri di giudizio per resistere alla tentazione.
Quanti artisti sono usciti di là scannati come Giobbe e quanti ricconi ci hanno bucato il patrimonio!
Ma prima che il gran bazar si chiuda bisogna ancora fare un giro per vedere il suo aspetto dell'ultima ora.
Il movimento della folla si fa più affrettato, i mercanti chiamano con gesti più imperiosi, greci ed armeni corrono gridando per le strade con uno scialle o un tappeto sul braccio, si formano dei gruppi, si contratta alla spiccia, i gruppi si sciolgono e si rifanno più lontano; i cavalli, le carrozze, le bestie da soma passano in lunghe file diretti verso l'uscita.
In quell'ora tutti i bottegai con cui avete litigato senza cadere d'accordo, vi vaneggiano intorno, in quella mezza oscurità, come pipistrelli; li vedete far capolino dietro le colonne, li incontrate alle svolte, vi attraversano la strada e vi passano sui piedi guardando in aria, per rammentarvi colla loro presenza quel tal tessuto, quel certo gingillo, e farvene rinascere il desiderio.
Alle volte ne avete un drappello alle spalle: se vi fermate, si fermano, se scantonate, scantonano, se vi voltate indietro incontrate dieci occhioni dilatati e fissi che vi mangian vivo.
Ma già la luce manca, la folla si dirada.
Sotto le lunghe volte arcate risuona la voce di qualche mezzuin invisibile che annunzia il tramonto da un minareto di legno; qualche turco stende il tappeto dinanzi alla bottega e mormora la preghiera della sera; altri fanno le abluzioni alle fontane.
Già i vecchi centenarii del bazar delle armi hanno chiuso le grandi porte di ferro; i piccoli bazar sono deserti, i corridoi si perdono nelle tenebre, le imboccature delle strade paiono aperture di caverne, i cammelli vi giungono addosso all'impensata, la voce dei venditori d'acqua muore sotto le arcate lontane, le turche affrettano il passo, gli eunuchi aguzzano gli occhi, gli stranieri scappano, le imposte si chiudono, la giornata è finita.
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Ed ora io mi sento domandare da ogni parte: - E Santa Sofia? E l'antico Serraglio? E i palazzi del Sultano? E il castello delle Sette torri? E Abdul-Aziz? E il Bosforo? Descriverò tutto e con tutta l'anima; ma prima ho ancora bisogno di spaziare un po' liberamente per Costantinopoli, cambiando d'argomento a ogni pagina, come là cangiavo di pensieri a ogni passo.
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[La luce]
E prima d'ogni cosa, la luce! Uno dei miei piaceri più vivi, a Costantinopoli, era di veder levare e tramontare il sole, stando sul ponte della Sultana Validè.
All'alba, in autunno, il Corno d'oro è quasi sempre coperto da una nebbia leggiera, dietro alla quale si vede la città confusamente, come a traverso que' veli bianchi che si calano sul palco scenico per nascondere gli apparecchi d'una scena spettacolosa.
Scutari è tutta coperta: non si vedono che i contorni scuri ed incerti delle sue colline.
Il ponte e le rive sono deserte, Costantinopoli dorme: la solitudine e il silenzio rendono lo spettacolo più solenne.
Il cielo comincia a dorarsi dietro le colline di Scutari.
Su quella striscia luminosa si disegnano ad una ad una, precise e nerissime, le punte dei cipressi del vastissimo cimitero, come un esercito di giganti schierati sopra le alture; e da un capo all'altro del Corno d'oro corre un lucicchio leggerissimo che è come il primo fremito della grande città che risente la vita.
Poi dietro ai cipressi della riva asiatica, spunta un occhio di foco, e subito le sommità bianche dei quattro minareti di Santa Sofia si colorano di rosa.
In pochi momenti, di collina in collina, di moschea in moschea, fino in fondo al Corno d'oro, tutti i minareti, l'un dopo l'altro, arrossiscono, tutte le cupole, una dopo l'altra, s'inargentano, il rossore discende di terrazzo in terrazzo, il lucicchio s'allarga, il gran velo cade, e tutta Stambul appare, rosata e risplendente sulle alture, azzurrina e violacea lungo le rive, tersa e fresca, che pare uscita dalle acque.
A misura che il sole s'alza, la delicatezza delle prime tinte svanisce in un immenso chiarore, e tutto rimane come velato dalla bianchezza della luce fin verso sera.
Allora lo spettacolo divino ricomincia.
L'aria è limpida tanto che da Galata si vedono nettamente uno per uno gli alberi lontanissimi dell'ultima punta di Kadi-Kioi.
Tutto l'immenso profilo di Stambul si stacca dal cielo con una nitidezza di linee e un vigore di colori, che si potrebbero contare, punta per punta, tutti i minareti, tutte le guglie, tutti i cipressi che coronano le alture dal capo del Serraglio al cimitero d'Eyub.
Il Corno d'oro e il Bosforo pigliano un meraviglioso colore oltramarino: il cielo, color d'amatista a oriente, s'infuoca dietro Stambul, tingendo l'orizzonte d'infiniti lumeggiamenti di rosa e di carbonchio che fanno pensare al primo giorno della creazione; Stambul s'oscura, Galata s'indora, e Scutari, percossa dal sole cadente, tutta scintillante di vetri, pare una città in preda alle fiamme.
È questo il più bel momento per contemplare Costantinopoli.
È una rapida successione di tinte soavissime, d'oro pallido, di rosa e di lilla, che tremolano e fuggono su per i fianchi dei colli e sulle acque, dando e togliendo ora all'una ora all'altra parte della città il primato della bellezza e rivelando mille piccole grazie pudiche di paesaggio che non osavano mostrarsi alla gran luce.
Si vedono dei grandi sobborghi malinconici, perduti nell'ombra delle valli; delle piccole città purpuree, che ridono sulle alture; villaggi e città che languono, come se mancasse loro la vita; altre che muoiono tutt'a un tratto come incendi soffocati; altre che, credute già morte, risuscitano improvvisamente, tutte in foco, e tripudiano ancora per qualche momento sotto l'ultimo raggio del sole.
Poi non rimangono più che due cime risplendenti sulla riva dell'Asia: la sommità del monte Bulgurlù e la punta del capo che guarda l'entrata della Propontide; son prima due corone d'oro, poi due berrettine di porpora, poi due rubini; poi tutta Costantinopoli è nell'ombra, e dieci mila voci annunziano il tramonto dall'alto di dieci mila minareti.
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[Gli uccelli]
Costantinopoli ha una gaiezza e una grazia sua propria, che le viene da un'infinità d'uccelli d'ogni specie, per i quali i Turchi nutrono un vivo sentimento di simpatia e di rispetto.
Moschee, boschi, vecchie mura, giardini, palazzi, tutto canta, tutto gruga, tutto chiocchiola, tutto pigola; per tutto si sente frullo d'ali, per tutto c'è vita e armonia.
I passeri entrano arditamente nelle case e beccano nella mano dei bimbi e delle donne; le rondini fanno il nido sulle porte dei caffè e sotto le vôlte dei bazar; i piccioni, a sciami innumerevoli, mantenuti con làsciti di Sultani e di privati, formano delle ghirlande bianche e nere lungo i cornicioni delle cupole e intorno ai terrazzi dei minareti; i gabbiani volteggiano festosamente intorno ai caicchi, migliaia di tortorelle amoreggiano fra cipressi dei cimiteri; intorno al castello delle Sette torri crocitano i corvi e rotano gli avvoltoi; gli alcioni vanno e vengono in lunghe file fra il mar Nero e il mar di Marmara; e le cicogne gloterano sulle cupolette dei mausolei solitari.
Per il Turco ognuno di questi uccelli ha un senso gentile o una virtù benigna: le tortore proteggono gli amori, le rondini scongiurano gl'incendi dalle case dove appendono il nido, le cicogne fanno ogni inverno un pellegrinaggio alla Mecca, gli alcioni portano in paradiso le anime dei fedeli.
Così egli li protegge e li alimenta per gratitudine e per religione, ed essi gli fanno festa intorno alla casa, sul mare e tra i sepolcri.
In ogni parte di Stambul si è sorvolati, circuiti, rasentati dai loro stormi sonori, che spandono per la città l'allegrezza della campagna e rinfrescano continuamente nell'anima il sentimento della natura.
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[Le memorie]
In nessun'altra città d'Europa i luoghi e i monumenti leggendarii o storici muovono così vivamente la fantasia come a Stambul, poichè in nessun'altra città essi ricordano avvenimenti così recenti ad un tempo e così fantastici.
Altrove, per ritrovar la poesia delle memorie, bisogna tornar indietro col pensiero di parecchi secoli; a Stambul, basta retrocedere di pochi anni.
La leggenda, o ciò che ha natura ed efficacia di leggenda, è di ieri.
Sono pochi anni che nella piazza dell'At-meidan fu consumata l'ecatombe favolosa dei Giannizzeri; pochi anni che il mar di Marmara rigettò sulla riva dei giardini imperiali i venti sacchi che racchiudevano le belle di Mustafà; che nel castello delle Sette torri fu scannata la famiglia di Brancovano; che due capigì-basci trattenevano per le braccia gli ambasciatori europei al cospetto del Gran Signore, del quale non appariva che mezzo il viso, rischiarato da una luce misteriosa; e che fra le mura dell'antico serraglio cessò quella vita così stranamente intrecciata d'amori, d'orrori e di follie, che ci pare già tanto lontana.
Girando per Stambul con questi pensieri, si prova quasi un sentimento di stupore al veder la città così quieta, così ridente di vegetazione e di colori.
Ah perfida! - si direbbe, - che cos'hai fatto di que' monti di teste e di quei laghi di sangue? Possibile che tutto sia già così ben nascosto, spazzato, lavato, che non se ne ritrovi più traccia? Sul Bosforo, in faccia alla torre di Leandro che sorge dalle acque come un monumento d'amore, sotto le mura dei giardini del Serraglio, si vede ancora il piano inclinato per cui si facevano rotolare nel mare le odalische infedeli; in mezzo all'At-meidan la colonna serpentina porta ancora la traccia della sciabolata famosa di Maometto il Conquistatore; sul ponte di Mahmut si segna ancora il luogo dove il sultano focoso freddò con un fendente il dervis temerario che gli scagliò in volto l'anatema; nella cisterna dell'antica chiesa di Balukli, guizzano ancora i pesci miracolosi che vaticinarono la caduta della città dei Paleologhi; sotto gli alberi delle Acque dolci d'Asia si accennano ancora i recessi dove una Sultana dissoluta imponeva ai favoriti d'un istante un amore che finiva colla morte.
Ogni porta, ogni torre, ogni moschea, ogni piazza, rammenta un prodigio, una strage, un amore, un mistero, una prodezza di Padiscià o un capriccio di Sultana; tutto ha la sua leggenda, e quasi per tutto gli oggetti vicini, le vedute lontane, l'odore dell'aria e il silenzio, concorrono a portar l'immaginazione dello straniero, che s'immerge in quei ricordi, fuori del suo secolo e della città dell'oggi e di sè stesso; tanto che accade sovente, a Stambul, di riscotersi improvvisamente alla strana idea di dover tornare all'albergo.
Come? - si pensa, - c'è un albergo?
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[Le rassomiglianze]
Nei primi giorni, fresco com'ero di letture orientali, vedevo da ogni parte i personaggi famosi delle storie e delle leggende, e le figure che me li rammentavano, somigliavano qualche volta così fedelmente a quelle che m'ero foggiate coll'immaginazione, ch'ero costretto a fermarmi per contemplarle.
Quante volte ho afferrato per un braccio il mio amico, e accennandogli una persona che passava, gli dissi: - Ma è lui, cospetto! non lo riconosci? - Nella piazzetta della Sultana-Validè ho visto molte volte il turco gigante che dalle mura di Nicea rovesciava i macigni sulle teste dei soldati del Buglione; ho visto dinanzi a una moschea Umm Dgiemil, la vecchia megera della Mecca, che spargeva i rovi e le ortiche dinanzi alla casa di Maometto; ho trovato nei bazar dei librai, con un volume sotto il braccio, Digiemal-eddin, il gran dotto di Brussa, che sapeva a memoria tutto il dizionario arabo; son passato accanto ad Aiscié, la sposa prediletta del Profeta, che mi fissò in volto i suoi occhi lucenti e umidi come la stella nel pozzo; ho riconosciuto nell'At-meidan la bellezza famosa della povera greca uccisa ai piedi della colonna serpentina da una palla dei cannoni d'Orban; mi son trovato faccia a faccia, allo svolto d'una stradetta del Fanar, con Kara-Abderrahman, il più bel giovane turco dei tempi d'Orkano; ho riconosciuto Coswa, la cammella di Maometto; ho ritrovato Karabulut, il cavallo nero di Selim; ho visto il povero poeta Fighani condannato a girare per Stambul legato a un asino, per aver ferito con un distico insolente il gran vizir d'Ibrahim; ho trovato in un caffè Solimano il grosso, l'ammiraglio mostruoso, che quattro schiavi robusti riuscivano appena a sollevar dal divano; Alì, il gran vizir, che non trovò in tutta l'Arabia un cavallo che lo reggesse; Mahmut Pascià, l'ercole feroce che strozzò il figlio di Solimano; e lo stupido Ahmet II che ripeteva continuamente: Kosc! Kosc! - va bene, va bene - accovacciato dinanzi alla porta del bazar dei copisti, vicino alla piazza di Bajazet.
Tutti i personaggi delle Mille e una notte, gli Aladini, le Zobeidi, i Sindbad, le Gulnare, i vecchi mercanti ebrei possessori di tappeti fatati e di lampade meravigliose, mi sfilarono dinanzi, come una processione di fantasmi.
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[Il vestire]
Questo è veramente il periodo di tempo migliore per veder la popolazione musulmana di Costantinopoli, perchè nel secolo scorso era troppo uniforme e sarà probabilmente troppo uniforme nel secolo venturo.
Ora si coglie quel popolo nell'atto della sua trasformazione, e perciò presenta una varietà meravigliosa.
Il progresso dei riformatori, la resistenza dei vecchi turchi, e le incertezze e le transazioni della grande massa che ondeggia fra quei due estremi, tutte le fasi, insomma, della lotta fra la nuova e la vecchia Turchia, sono fedelmente rappresentate dalla varietà dei vestimenti.
Il vecchio turco inflessibile porta ancora il turbante, il caffettano e le scarpe tradizionali di marocchino giallo; e i più ostinati fra i vecchi un turbante più voluminoso.
Il turco riformato porta un lungo soprabito nero abbottonato fin sotto il mento e i calzoni scuri colle staffe, non conservando altro di turco che il fez.
Fra questi, però, i giovani più arditi hanno già buttato via il lungo soprabito nero, portano panciotti aperti, calzoni chiari, cravattine eleganti, gingilli, mazza e fiori all'occhiello.
Fra quelli e questi, fra chi porta caffettano e chi porta soprabito, v'è un abisso; non v'è più altro di comune che il nome; sono due popoli affatto diversi.
Il turco del turbante crede ancora fermamente al ponte Sirath, che passa sopra all'inferno, più sottile d'un capello e più affilato d'una scimitarra; fa le sue abluzioni alle ore debite, e si rincasa al calar del sole.
Il turco del soprabito si ride del Profeta, si fa fotografare, parla francese e passa la sera al teatro.
Fra l'uno e l'altro vi son poi i titubanti, dei quali alcuni hanno ancora il turbante, ma piccolissimo, in modo che potranno inaugurare il fez senza scandalo; altri portano ancora il caffettano, ma hanno già inaugurato il fez; altri vestono ancora all'antica, ma non han più nè cintura nè babbuccie, nè colori vistosi; e a poco a poco butteranno via tutto il resto.
Le donne soltanto conservano tutte l'antico velo e il mantello che nasconde le forme; ma il velo è diventato trasparente e lascia intravvedere un cappelletto piumato, e il mantello copre spesso una veste tagliata sul figurino di Parigi.
Ogni anno cadono migliaia di caffettani e sorgono migliaia di soprabiti; ogni giorno muore un vecchio turco e nasce un turco riformato.
Il giornale succede al tespì, il sigaro al cibuk, il vino all'acqua concia, la carrozza all'arabà, la grammatica francese alla grammatica araba, il pianoforte al timbur, la casa di pietra alla casa di legno.
Tutto si altera, tutto si trasforma.
Forse tra meno d'un secolo bisognerà andar a cercare i resti della vecchia Turchia in fondo alle più lontane provincie dell'Asia Minore, come si va a cercare quelli della vecchia Spagna nei villaggi più remoti dell'Andalusia.
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[Costantinopoli futura]
Questo pensiero m'assaliva sovente, contemplando Costantinopoli dal ponte della Sultana-Validè.
Che cosa sarà questa città fra uno o due secoli, anche se i Turchi non siano cacciati d'Europa? Ahimè! Il grande olocausto della bellezza alla civiltà sarà già consumato.
Io la vedo quella Costantinopoli futura, quella Londra dell'Oriente che innalzerà la sua maestà minacciosa e triste sulle rovine della più ridente città della terra.
I colli saranno spianati, i boschetti rasi al suolo, le casette multicolori atterrate; l'orizzonte sarà tagliato da ogni parte dalle lunghe linee rigide dei palazzi, delle case operaie e degli opifici, in mezzo a cui si drizzerà una miriade di camini altissimi d'officine, e di tetti piramidali di campanili; lunghe strade diritte e uniformi divideranno Stambul in diecimila parallelepipedi enormi; i fili del telegrafo s'incrocieranno come un'immensa tela di ragno sopra i tetti della città rumorosa; sul ponte della Sultana-Validè non si vedrà più che un torrente nero di cappelli cilindrici e di berrette; la collina misteriosa del Serraglio sarà un giardino zoologico, il Castello delle Sette torri un penitenziario, l'Ebdomon un museo di storia naturale; tutto sarà solido, geometrico, utile, grigio, uggioso, e una immensa nuvola oscura velerà perpetuamente il bel cielo della Tracia, a cui non s'alzeranno più nè preghiere ardenti nè occhi innamorati nè canti di poeti.
Quando quest'immagine mi si presentava, sentivo proprio una stretta al cuore; ma poi mi consolavo pensando: - Chi sa che qualche sposa italiana del secolo ventunesimo, venendo qui a fare il suo viaggio di nozze, non esclami qualche volta: - Peccato! Peccato che Costantinopoli non sia più come la descrive quel vecchio libro tarlato dell'ottocento che ritrovai per caso in fondo all'armadio della nonna!
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[I cani]
E allora sarà anche sparita da Costantinopoli una delle sue curiosità più curiose, che sono i cani.
Qui proprio voglio lasciar correre un po' la penna perchè l'argomento lo merita.
Costantinopoli è un immenso canile: tutti l'osservano appena arrivati.
I cani costituiscono una seconda popolazione della città, meno numerosa, ma non meno strana della prima.
Tutti sanno quanto i Turchi li amino e li proteggano.
Non ho potuto sapere se lo facciano per il sentimento di carità che raccomanda il Corano anche verso le bestie; o perchè li credano, come certi uccelli, apportatori di fortuna, o perchè li amava il Profeta, o perchè ne parlano le loro sacre storie, o perchè, come altri pretende, Maometto il Conquistatore si conduceva dietro un folto stato maggiore canino che entrò trionfante con lui per la breccia di porta San Romano.
Il fatto è che li hanno a cuore, che molti Turchi lasciano per testamento delle somme cospicue per la loro alimentazione, e che quando il sultano Abdul-Mejid li fece portar tutti nell'isola di Marmara, il popolo ne mormorò, e quando ritornarono, li ricevette a festa, e il Governo, per non provocar malumori, li lasciò in pace per sempre.
Però, siccome il cane, secondo il Corano, è un animale immondo, e ogni turco, ospitandolo, crederebbe di contaminare la casa, così nessuno degli innumerevoli cani di Costantinopoli ha padrone.
Formano tutti insieme una grande repubblica di vagabondi liberissimi, senza collare, senza nome, senza uffici, senza casa, senza leggi.
Fanno tutto nella strada; vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini, e vi muoiono; e nessuno, almeno
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