IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga - pagina 4
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Egli sapeva quel che ci vuole a portare il don nel paesetto, il cappello a cilindro alla domenica, i guanti per andare a messa le sorelle; quel che costi di scarpe una bella passeggiata, e quel che valga una giornata di studente.
Egli lavorava quindi come un mezzadro coscienzioso che non voglia rubare la sua giornata.
Le signorine dirimpetto, quando rientravano a casa tardi, vedevano sempre il lume alla finestra di lui, davanti ai libri schierati sul tavolino.
Egli non ignorava che bisognava picchiare e picchiare nella testa come colla zappa per farci entrare la laurea.
Per tutta distrazione, alla sera, quando i camerati sgattaiolavano fuori alla conquista delle serve del vicinato, egli si metteva alla finestra, pensando alle sorelle che chiacchieravano a quell'ora colle vicine dal terrazzino, e alla mamma che gli aveva messo di nascosto cinque lire in tasca prima di partire.
La corte deserta era silenziosa e malinconica, chiusa da tre lati fra alti muri nerastri, colle finestre quasi tutte murate dall'epoca della tassa sulle aperture, e rimaste cieche dal 1848 per economia di vetri, sulle pareti scalcinate, senz'altro rilievo che quei davanzali scantonati che lasciavano colare tuttora la striscia sudicia degli antichi condotti.
Dall'altro lato si rizzava un alto muro di chiesa, tutto bucherellato al pari di una colombaia, con una grande finestra ad arco in cima, che lasciava passare dai vetri cascanti e polverosi, il pallido riflesso delle lampade e un vago odor di cantina.
All'imbrunire una campanella fessa suonava l'angelus, in cima al muraglione della chiesa, fra i quattro pilastri neri del campanile ritti sul fondo pallido del crepuscolo, e sembrava gettare a fiotti nella corte delle ombre grigie, una solitudine più desolata, un desiderio malinconico del paesetto natale, dell'ora in cui i lumi si accendono ad uno ad uno nella stradicciuola tortuosa.
Ogni sera alla stessa ora la serva di don Liborio accendeva anch'essa il lume, e lo lasciava solo, nell'anticamera vuota dalla quale arrivavano il suono gaio del pianoforte di Elena, o la voce delle ragazze.
Il giorno della laurea, quando si dovette spalancare il portone a due battenti per lasciar penetrare nella corte la carrozza che veniva a pigliare Cesare in giubba e cravatta bianca, fu un grande avvenimento per tutto il vicinato.
La notizia correva da un terrazzino all'altro.
Le signorine seppero in tal modo che il giovanotto andava a pigliare la laurea d'avvocato, la parola magica che faceva dire al genitore, col berretto di velluto in capo:
- Oggi quella è la carriera che mena a tutto.
Chissà? forse in cotesto giovane c'è la stoffa di un ministro.
E la mamma donn'Anna che suggeriva all'Elena:
- Adesso, colla cravatta bianca, non c'è male.
È vero?
La signorina Elena, com'era tornata l'estate, si affacciava spesso, coi romanzi, coi versi, coi quadri dipinti.
La sorella si metteva anche lei a lavorare sul terrazzino, al fresco, silenziosamente e cogli occhi fitti sul ricamo.
La mamma non compariva mai, e don Liborio, vedendo sempre quel giovanotto tranquillo e studioso alla finestra di faccia lo salutava toccandosi il berretto.
E naturalmente finirono anche per incontrarsi, di sera o di giorno, nell'androne, nell'uscire o nel tornare a casa, e attaccar discorso con un pretesto qualsiasi.
Così a poco a poco, un passo dietro l'altro, mentre le ragazze procedevano per la scala a capo chino, i due coniugi dissero al giovanotto che se desiderava fare qualche visita, giacché erano vicini, quando le sue occupazioni d'avvocato gliene avessero lasciato il tempo, sarebbero stati lietissimi di riceverlo, così alla buona, in famiglia.
Le ragazze possedevano qualche piccolo talento di società, a don Liborio gli piaceva ragionare con gente istruita, per scambiare delle idee sulla legislazione, la politica, ed altri argomenti serii.
Il giovane andava in casa della signorina Elena a parlare di cose serie, molto serie, guardando di sottecchi la signorina, ed imbrogliandosi allorché costei gli piantava in faccia i suoi occhioni castagni.
La sorella Camilla, tacita come un'ombra, non levava il naso dal lavoro.
Il babbo, commentando le questioni del giorno, faceva la partita colla moglie, un'abitudine che aveva presa da tanti anni, nel lungo tirocinio che aveva fatto in provincia, dove le sere durano eterne, una specie di omaggio reso alla sua buona e fedele compagna per ricompensarla dalle lunghe peregrinazioni, dell'esilio in cui l'aveva costretta a passare quasi tutta la vita.
Donn'Anna, quando non stava a bisticciarsi col marito, era sempre in moto, da buona massaia.
Assicurava che le sue ragazze, con quelle manine bianche, e le virtù che possedevano, sapevano anche far di tutto in famiglia, ed erano più brave di lei.
Fra gli ospiti abituali della casa c'era un giovanotto maturo, vestito sempre all'ultima moda, il quale non mancava mai, non parlava mai, non fumava, sedeva sempre accanto a Camilla, sotto il paralume verde, e passava la sera a sceglierle i gomitoli, e a contarle i punti sul canovaccio.
Donn'Anna nel presentare Roberto, aveva aggiunto che era impiegato all'ospizio dei trovatelli, ed era un po' loro parente.
Più tardi, allorché il giovane avvocato fu maggiormente nell'intimità della famiglia, venne a sapere che doveva entrare nel parentado sposando la signorina Camilla, appena avesse ottenuto l'avanzamento che aspettava da sett'anni.
A poco a poco era arrivato ad essere come un parente della famiglia anche lui.
La mamma gli sorrideva, don Liborio l'accoglieva con un Oh! cordiale, la signorina Camilla, senza aprir bocca, metteva una seggiola accanto a quella della sorella, presso il tavolino, e Roberto gli stendeva in silenzio la mano, perennemente inguantata.
Ma prima di arrivare a questa intimità egli era passato per una specie di tirocinio, aveva dovuto subire qualcosa come un interrogatorio, o piuttosto un esame.
Il padre della signorina Elena era stato vicecancelliere al tempo dei Borboni, e aveva sulla punta delle dita tutte le questioni legali.
Peggio pel governo attuale che aveva messo al riposo un uomo di quella capacità, tanto, s'andava a finire colla repubblica! il vecchio cancelliere borbonico, messo a riposo, era diventato rosso sino al bavaro spelato del soprabito, e prestava anche un po' di orecchio alle novità del socialismo.
La mamma, col lungo stare in provincia, quando suo marito era in carica, aveva appreso perfettamente che in certi paesucoli ci sono delle fortune modeste e solide da invidiare sinceramente, quei giorni in cui il calzolaio o il fornaio assediano la casa, e tutta la famiglia esciva a passeggio in gran gala per non udire ad ogni momento il campanello dell'uscio.
Ella assumeva il contegno bonario di una donna di casa ormai lontana dalle frivolezze, e si intratteneva col giovane in discorsi serii anch'essa, a modo suo, di quel che rendevano i suoi poderi di Altavilla, del vino che davano le vigne, di quanti erano a berlo, e il giovanotto, commosso della premura affettuosa, raccontava per filo e per segno i fatti di casa sua, faceva il conto delle poche entrate della famiglia, e di quanti erano a tavola; anzi un poco vergognoso del numero, arrivava a sopprimerne qualcuno, diceva che una delle sue sorelle era troppo devota per entrare nel mondo, e voleva darsi a Dio.
-La sproporzione delle ricchezze è un'ingiustizia! sentenziava don Liborio calcandosi il berretto sugli occhi.
- Voi non avete che una modesta indipendenza, ma siete giovane e avete una professione che vi può far giungere a tutto.
Mi piacete meglio così! - Donn'Anna allora gli sorrideva amorosamente, Camilla cercava cogli occhi la sorella, e poi interrogava collo sguardo Roberto, il quale approvava silenziosamente, con un cenno del capo.
Elena sola si manteneva riservata in tutta quella espansione d'amicizia.
Se il giovane sorprendeva i suoi sguardi fissi su di lui, ella abbassava tosto gli occhi.
Leggeva delle sere intere a capo chino, colla nuca bianca vellutata da una lanuggine finissima.
Suonava delle ore, cogli occhi lucenti piantati sulla carta, appoggiava sulla tastiera le belle braccia nude sino al gomito, guardando qua e là distrattamente, e posava delle lunghe occhiate sul parente Roberto il quale sedeva accanto alla Camilla, col naso sul ricamo, guardandole le mani.
Ella non aveva detto al giovane avvocato venti parole, quantunque fossero stati soli e senza alcun sospetto un centinaio di volte, cercando insieme una carta di musica dove non era, trovandosi per caso in anticamera quando egli arrivava, andando insieme a lui all'avanguardia se le dava il braccio.
Però il giorno in cui da Altavilla gli scrissero, al tempo della vendemmia, che l'uva infradiciava tutta e non vedevano l'ora di abbracciarlo, appena il giovanotto andò a prender congedo dalla famiglia di Elena, la ragazza gli piantò in viso quegli stessi occhi castagni, che alle volte parevan neri, e chiese:
- Tornerete presto?
- A metà di novembre, - balbettò lui.
- Tanto tempo!
Non si dissero altro.
Donna Anna si congratulò perché se avevano bisogno dell'assistenza di lui nella vendemmia, era segno che la raccolta sarebbe stata abbondante.
- Bisogna rendersi utili alla società! osservò il genitore.
In fin dei conti la prosperità delle famiglie torna a vantaggio della ricchezza generale.
La signorina Elena non diceva più nulla.
Era andata a sedersi nel vano della finestra e guardava fuori nella strada buia, sollevando le tendine, colla fronte appoggiata ai vetri.
Allorché il giovane si alzò per andarsene, si levò anch'essa lentamente, e andò a stringergli la mano, come tutti gli altri, e in mezzo al cicaleccio generale chiese:
- Ci scriverete almeno?
E non gli lasciava le mani.
Il giovanotto, tornato ad Altavilla, nelle tranquille passeggiate, mentre il tramonto si stendeva come una nebbia nella valle sottoposta, quando i lumi s'accendevano smorti ad uno ad uno sulle facciate vaghe delle case, lungo la stradicciuola tortuosa, pensava all'avemmaria che cadeva mesta dall'alto del campanile nel cortile di Elena, al gran muro tetro, seminato di buchi neri, alla lampada solitaria che si dondolava in mezzo all'anticamera silenziosa.
Per mantenere la promessa egli scrisse al padre di lei una lunga lettera, di cui fece e disfece una dozzina di minute, quasi avesse dovuto sostenere con quella l'esame di laurea, e che il babbo mise sotto la tabacchiera, sebbene ci fosse un periodo affettuosissimo per donn'Anna, e dei saluti assai rispettosi per le ragazze.
La signorina Elena, colla sua bella calligrafia inglese, rispose pel babbo, ch'era occupatissimo, e gli cinguettò un po' di tutto, con certo abbandono confidenziale, dandogli conto di quel che era avvenuto dopo la partenza di lui, del come passavano le serate, e che sentivano tutti la sua mancanza e si rammentavano spesso di lui.
Qui la lettera si dilungava alquanto.
Finiva «se le nostre notizie vi hanno fatto veramente piacere, pensate che quelle che ci darete voi ne faranno altrettanto al babbo, alla mamma, a Camilla, ed anche a chi fa da segretario».
Egli rispose subito, ma si ostinò a scrivere a don Liborio, stavolta senza minuta, descrivendogli le occupazioni della sua giornata ora per ora, diffondendosi con tenerezza sui ricordi delle belle serate che aveva avuto l'onore e la fortuna di passare in casa di lui.
«Ah! che piacere sarebbe stato trovarci insieme alla campagna in questi ultimi giorni d'autunno! Quanti bei quadretti avrebbe fatto la signorina Elena! e come sarebbero stati contenti la signora Camilla e Roberto di chiacchierare sul ballatoio, al chiaro di luna, ascoltando le storielle ingenue e le canzoni delle vendemmiatrici, sdraiate alla rinfusa nella corte!...»
Tornò a rispondere la figliuola pel babbo sempre occupato, e si lasciò andare anch'essa sulla china delle memorie.
«Vi rammentate di quella bella sera che passammo insieme alla Villa? quasi nascosti dietro un gruppo d'alberi, attraverso i quali si vedeva sfilare la folla elegante, alla luce del gas? e i lieti suoni della musica che venivano a mischiarsi allo stormir delle frondi? Così mi par di vedervi nel quadretto che mi fate della vostra casina».
Ella firmava: «La vostra amica affezionatissima Elena».
Poi «la vostra affezionatissima Elena».
Infine, «La vostra Elena» senz'altro.
Sicché a vendemmia finita, allorché il giovanotto tornò in città a far la pratica d'avvocato, Elena appena lo rivide si fece di bracia in viso, e gli diede il bentornato con tal voce tremante che il giovane si chiuse quella voce in cuore per non dimenticarla mai più.
Entrambi si trovarono imbarazzati.
Una volta che si sorpresero guardandosi a lungo negli occhi, arrossirono.
Il rossore passava come una fiamma luminosa attraverso il pallore trasparente di Elena.
Ella quasi inconsciamente gli accennò la mamma con uno sguardo rapidissimo che pel giovane fu tutta una rivelazione.
Sino a quel momento egli non le aveva detto una parola che quell'angelo custode della Camilla non avesse potuto ascoltare senza levare gli occhi dal ricamo, seduta fra la sorella e il cugino.
Le prime che le rivolse timidamente, una sera che don Liborio tardava a venire oltre l'avemmaria, e donn'Anna era andata ad aspettarlo sul balcone, furono queste:
- Vostra madre è in collera con me?
Elena scosse il capo negativamente, ma rimase a testa bassa, colla fronte sulla mano.
- Perdonatemi Elena, - aggiunse egli dopo un lungo silenzio.
Allora per la prima volta la giovinetta gli prese la mano di nascosto, timidamente, e gliela strinse forte, senza guardarlo.
Da quel momento per lui cominciò un'altra vita, tutta di sogni, in cui le esigenze della realtà sembravano svegliarlo di soprassalto con altrettante strappate al cuore.
Egli s'indebitò coi colleghi, cogli amici, col sarto, colla camiciaia, per essere ben vestito e portar sempre dei guanti come Roberto.
Ogni volta che scriveva alla sua famiglia gli toccava mentire, inventare de' pretesti per farsi mandare del denaro che era divorato prima ancora che arrivasse.
Nella tranquilla mediocrità in cui era vissuto sino allora non aveva mai provato quelle angoscie acute in mezzo all'indifferenza esigente d'una grande città.
Molte volte, nelle tetre ore di scoraggiamento, solo nella sua cameretta, coi gomiti sul tavolino e la testa fra le mani, pensava come un rifugio alla vasta campagna serena che si svolgeva di là della sua finestra di Altavilla, a quella pace inalterabile del paesello in cui i ferri di una cavalcatura e gli stivali dei contadini che risuonavano a rari intervalli sul selciato delle stradaccie, avevano qualcosa di noto e di amico.
E gli venivano le lagrime agli occhi nel contemplare le fotografie de' suoi parenti, messe in fila lungo il muro, neri e stecchiti nei loro abiti da festa, accanto al ritratto di Elena.
Ormai quando arrivava in casa di don Liborio tutto gli pareva mutato come si sentiva mutato internamente.
Donn'Anna sembrava covasse l'Elena cogli occhi, posava sulla figliuola certi sguardi lunghi e desolati quasi tutte le sue viscere materne vi si stemperassero.
Camilla, impassibile, quando tutti tacevano da un pezzo senza saper perché, diceva qualche parola sottovoce al cugino, come in chiesa, colla sua voce calma che sembrava misteriosa in quel silenzio imbarazzante.
Don Liborio stesso non era più quello, trinciava delle sentenze radicali sulle questioni politiche, aveva degli occhiacci torvi sulla faccia incorniciata dalla onesta barba bianca, si calcava sugli occhi il berretto ricamato, e fra una partita e l'altra tirava su delle prese di tabacco rumorose come razzi.
Elena, colla testolina china sul libro o sul lavoro, in atteggiamento da vittima, figgeva in viso a Cesare delle occhiate lente e malinconiche, ogni volta che alzava il capo, e il seno le si gonfiava e faceva alitare la blonda come cosa viva.
Il pianoforte, lungo disteso, taceva anch'esso da settimane e settimane, talché la cosa più allegra di quel salotto, in mezzo al fruscio delle carte da giuoco, e lo scricchiolio secco dei ferri di Camilla, era Roberto, seduto accanto a lei, a guardarle le mani che facevano andare la spoletta, inamidato e taciturno.
Quell'aria di musoneria si estendeva come un contagio.
Persino la briscola languiva, e don Liborio mischiava le carte svogliatamente.
Donn'Anna una volta arrivò a troncare la partita prima del solito per chiedere al giovane quando pensava ad aprir studio d'avvocato, se nella sua famiglia c'era qualche progetto riguardo al suo avvenire, se le sue sorelle pensavano di accasarsi prima di lui, ecc.
ecc.
Don Liborio, coi gomiti sul tavolino, e il berretto fra le mani, ascoltava taciturno.
Infine, sentenziò che il primo dovere di ogni galantuomo era di crearsi una famiglia, e un avvocato per posarsi agli occhi del pubblico, ha bisogno indispensabile di prendere moglie.
Roberto, il quale aspettava da sett'anni l'avanzamento nell'ospizio dei trovatelli per ammogliarsi anche lui, approvava col capo, seduto accanto alla sorella maggiore.
- Per una madre di famiglia, conchiudeva donn'Anna, è un gran pensiero quello di dar stato ai figliuoli.
Lo so io cos'è aver in casa delle figliuole da marito.
E bisogna star sempre cogli occhi aperti.
Non parlo per voi, Cesare, che siete un galantuomo.
Ma è un pericolo serio, Dio liberi!
E don Liborio andando su e giù per la stanza colla tabacchiera in pugno, aggiungeva:
- La nostra legislazione è incompleta, perché non punisce sufficientemente i tradimenti domestici.
Chi abusa della fiducia e dell'ospitalità di una famiglia onesta dovrebbe essere condannato ai ferri!
Oppure:
- Vorrei vedere, adesso che hanno messa questa moda dei giurati, cosa mi direbbero se mi facessi giustizia colle mie mani, in un caso simile?
Fu allora che Elena, nel momento che il babbo aveva ripreso a giuocare e a bisticciarsi colla mamma, aveva piantato in faccia a Cesare gli occhi penetranti, e gli aveva detto con quella voce tutta sua:
- Ho paura!
IV
Lo zio Luigi telegrafò ad Altavilla che il nipote aveva fatta la frittata.
Il telegramma arrivò in casa Dorello mentre la famigliuola stava per mettersi a tavola.
Don Anselmo impallidì leggendolo, e lo porse senza dir parola alla cognata; la quale lasciò cadere il cucchiaio nel piatto.
Gli altri rimasero allibiti coi gomiti sulla tovaglia, davanti alla finestra tutta verde del noce dell'orto.
Nessuno osava fiatare; le ragazze, spaventate, si guardavano in faccia quasi fossero state colte in fallo.
Dopo qualche momento donna Barbara tornò a prendere in silenzio il tondo del cognato per riempirlo, ma questi disse con un gesto calmo, levando la mano collo smeraldo al dito.
- No, non ho più fame.
Si passò il tovagliuolo sulla bocca, quasi a tergerne l'amaro, lo ripiegò, lo posò sulla sponda, e salì in camera sua a frugare nelle carte che erano sullo scrittoio.
La cognata rimasta colle figliuole, si cacciò le mani nei capelli, senza dir nulla.
Le ragazze sparecchiarono in silenzio, e andarono a rincantucciarsi nelle loro stanzette.
Lo zio canonico non uscì nel dopo pranzo.
Verso sera la cognata andò a picchiare timidamente all'uscio di lui.
- Sto mettendo in ordine le sue carte, - disse il canonico leggendo negli occhi sgomenti della povera madre.
- Ci vorrà un po' di tempo, perché non mi sarei aspettato di dovergli rendere questi conti così presto.
La poveretta si lasciò cadere su di una sedia vicino all'uscio, annientata, colle braccia in croce sulle ginocchia, seguendo macchinalmente cogli occhi lagrimosi ogni gesto del cognato, il quale sembrava tranquillo.
Infine, vieppiù spaventata da quella calma, balbettò:
- Siamo rovinati!
- Voi altri no.
Per voi altri finché vivrò ci penserò io, se volete continuare a star con me; rispose il canonico.
Ma lei piangeva in silenzio colle mani sul viso.
Poi balbettò:
- E lui?...
- Ecco qui - rispose il cognato.
- Egli ha settemila lire di sua rata sul patrimonio paterno.
Se si contenta di pigliare le vigne di Rosamarina, quantunque valgano qualcosa di più, e quel che gli tocca della casa paterna, faremo le cose all'amichevole, a risparmio di spese, e sarà meglio per tutti.
- Settemila lire!...
Son poche per vivere!
Allora il prete si strinse nelle spalle, e fu il solo movimento brusco che gli scappò.
- Qualcosa di dote gli porterà la moglie.
Poi ha un'eccellente professione, e dovete pensare che gli altri vostri figliuoli non hanno neppure quella, e non vi sono costati tanto! Egli ci ha rovinati tutti!
La madre a tutte quelle ragioni rispondeva piangendo.
Infine calmata tutta a un tratto, quasi lo Spirito Santo l'avesse illuminata, colle membra ancora scosse dai singhiozzi, e la faccia bagnata di lagrime, disse:
- Andrò io stessa alla città, da mio figlio.
Gli parlerò, gli toccherò il cuore.
Egli ha avuto sempre il cuore buono per la sua mamma!
Il cognato la guardò in viso, come fosse colpito anche lui da quell'ispirazione.
Poi tornò a leggere il telegramma, e scosse il capo, per dire che era inutile.
- Fate come volete, conchiuse porgendole il dispaccio.
La povera madre si mise in viaggio il domani all'alba, con un fardelletto che Rosalia si affaccendò a metterle insieme tutta sgomenta quasiché partisse per l'America nella carrozzaccia sconquassata che portava la posta alla stazione.
Il cognato l'accompagnò sino al ballatoio.
- Se si ravvede, se vuol tornare qui, la casa è sempre aperta, diteglielo, per lui, ma per lui soltanto!
Il giovane, non osando farsi più vedere dai genitori di Elena, era andato a stare all'albergo.
I suoi camerati in massa gli avevano prestato cento lire, col viso serio, come gli fosse accaduta una sventura, e il più anziano, uno studente di medicina, alla prima barzelletta che avevano arrischiato i compagni sull'avventura di lui, sentenziò che sarebbe stato meno male se si fosse rotta una gamba.
A Cesare per disgrazia erano rimaste le gambe sane e vagabondava tutto il giorno, come un delinquente, finché tornava a buttarsi rifinito sul letto, cogli occhi stralunati, e il viso sfatto.
Così rientrando a casa trovò nella sua cameretta la mamma, seduta vicino all'uscio, pallida e stanca anche lei, col suo fardelletto posato accanto sul tavolino.
Ei sentì darsi un tuffo nel sangue e rimase immobile dinnanzi a lei, avvilito, colle braccia penzoloni, gli occhi impietriti, il mento cascante.
Sua madre s'era preparata tutto il discorso lungo la strada, colle risposte di lui, figurandosi al vivo gli atti, le inflessioni di voce, i menomi gesti, il pentimento del figliuolo il quale si sarebbe buttato piangendo fra le sue braccia, e sarebbe tornato al paese con lei.
Con quelle immagini nella mente andava fissando lagrimosa i campi che fiancheggiavano la strada, gli alberi che sfilavano, quasi per stamparseli in mente, per gustare la gioia del contrasto nel momento in cui avrebbe rifatta quella strada con suo figliuolo.
Il sole sorgeva glorioso come una promessa fra le gole dei monti, e la poveretta diceva al sole colle mani giunte, fervidamente: - Vergine santa! Vi ringrazio! Vi ringrazio, Dio mio! - Ma adesso al cospetto del figliuolo atterrato, a guisa di un reo, lei rincattucciata accanto all'uscio come un'estranea, non sapeva che dire, non si rammentava una sola di quelle parole che dovevano toccargli il cuore.
Scoraggiata, cominciò a far greppo in silenzio, al pari di una bimba, sporgendo il labbro, e tremando tutta pei singhiozzi rattenuti.
Quell'angoscia puerile diveniva straziante su quella faccia sbattuta, sotto quei capelli bianchi.
- Oh mamma! oh mamma! singhiozzava il figliuolo cadendole finalmente ai piedi, colla faccia sui ginocchi di lei.
- Oh mamma! - E non sapeva dir altro.
La povera mamma piangeva cheta cheta, china su di lui, tastandolo colle mani sulla faccia e sulle spalle; gli accarezzava il capo come quando bambino se lo teneva allo stesso modo fra le ginocchia, singhiozzando ad alta voce dalla gioia.
Andava persuadendolo così: - Sai, l'annata è stata scarsa.
Il grano è andato tutto a male.
Sulla vigna ha grandinato.
Quest'inverno c'è stata una gran mortalità di pecore, sì che i Forano hanno venduta la casa.
Ci vuole l'aiuto di Dio! - Tutte quelle povere ragioni dei poveretti che sono eloquenti soltanto per loro, e colle quali le pareva che tutto fosse accomodato.
Talché, sperando che Cesare fosse già partito, le sembrava di scorgere il sole radioso del mattino in quella cameruccia sconosciuta che le aveva stretto il cuore d'angoscia al primo entrare.
Come furono più calmi andò a sedersi sulle ginocchia del figliuolo, e se lo teneva abbracciato stretto, colla testa sull'omero, ripetendo in cuor suo:
- Vergine santa, vi ringrazio! Sono state le anime del Purgatorio che gli hanno toccato il cuore al figlio mio! È stata l'anima di suo padre!
E si dava a rassettare ogni cosa per la stanza, quasi ora si sentisse a casa sua, sollevata da un gran peso, colle mani tremanti tuttavia, disfaceva il suo fagottino, guardando dove potesse mettere la roba: - Mi terrai qui, con te, non è vero? Poi domani torneremo insieme al paese.
Tuo zio ti manda a dire che t'aspetta a braccia aperte.
Andremo domani.
Ora mi sento stanca, sono vecchia.
Mi sento vecchia.
- No, mamma, balbettò il figliuolo.
Non posso più tornare a casa!...
Fu come se ricordasse, e rimase colle sue robe sulle braccia, che non sapeva dove metterle.
Poi le posò un'altra volta sul canterano, giunse le mani scarne, forte forte: - E cosa hai fatto che non puoi tornare a casa? Cosa hai fatto, figlio mio?...
Egli non rispose, scuotendo il capo, cogli occhi colmi di lagrime, seduto tristamente sulla sponda del lettuccio, stringendo fra le mani il fazzoletto fradicio.
- Io son vecchia.
Per me fa pure quello che vuoi.
Ma pensa che le tue povere sorelle rimarrebbero in mezzo a una strada se tuo zio ci abbandonasse anche lui.
- Ah! mamma! rispondeva il giovane scuotendo il capo e col fazzoletto fra le mani.
Se sapeste! se sapeste!
- Sì, sì, lo so, figlio mio! povero figlio mio! Lo so quel che devi averci in cuore! Ma cosa puoi farci se siamo poveri! Tu non sai...
tu non sai nulla!...
Alle volte, quando aspettavi la mesata, tuo zio non dormiva la notte.
A Natale, che massaro Nunzio non aveva mandati i denari del vino, e il camparo era tornato colle mani vuote dalla fiera, che giornata! Per noi non importava, perché le tue povere sorelle sono avvezze a tutto, e con quattro legumi...
Ma il martello era per te...
Colui non sa come fare, in paese forestiero! - diceva tuo zio.
Allora ho pianto tanto, seduta in un cantuccio della camera, ché pensavo - Lui, non sa come fare in paese forestiero! - e mi pareva di vederti andare affamato per le vie della città che non conoscevo, di là dei monti, a quell'ora che solevi tornare a casa, quand'eri al paese, e le tue sorelle ti conoscevano al rumore dei passi, e dicevano: - Questo è lui che torna a casa.
- Vedi, le tue sorelle non sono belle come tante altre, no, non sono belle come tante altre, ma ti vogliono bene di più...
e parlavano sempre di te, la sera, mentre facevano la calza nel tinello, sotto il quadro grande, e dacché sei partito ti rammenti? che eravamo tutti sul ballatoio, finché ti si poté vedere, non hanno mancato un giorno di rifarti il tuo letto, come se avessi dovuto tornare, la sera, e la tua stanza è rimasta tal quale l'hai lasciata, e nessuno se ne è mai servito, nemmeno quando si raccolsero tante di quelle carrubbe, ma tante, che non si sapeva dove metterle, e ce n'erano persino due cestoni sotto il letto di tuo zio.
Tuo zio ha detto - Mettetene una manciata nel forno, che gli piacciono tanto a lui, quando tornerà.
- No, mamma! ripeteva il figliuolo.
- Io non posso più tornare a casa...
- Ma cosa hai fatto, che non puoi tornare a casa? Dillo a tua madre! Cosa hai fatto?
- Ho fatto...
che ella è fuggita da casa sua per amor mio.
È fuggita con me.
Ha abbandonato i suoi parenti, e non ha più nessuno, mamma!
A quella risposta la poveretta non seppe più che dire.
Non pensava più all'abbandono del figliuolo e allo sgomento di ricomparir con quella notizia alla presenza del cognato.
Aveva dinanzi agli occhi le sue ragazze che fuggivano coll'amante come quell'altra, il sottosopra della casa al primo momento che si scopriva la terribile disgrazia.
Allora si mise a raccogliere lentamente le sue cose, accasciata, senz'altra speranza.
In quel momento le cadde sotto gli occhi il ritratto di Elena, inchiodato a capo del letto, nella sua bella cornice dorata, colle labbra e le sopracciglia possenti sul volto color d'ambra.
La poveretta rimase un istante immobile lì accanto, col suo fagottino in mano, umiliata dalle sue vesti meschine e dalla sua figura timida e magra, colle povere dita ossute intrecciate nel nodo del fardelletto.
Oramai sentiva che tutto era finito, e che sarebbe stato inutile lottare coll'incantesimo di quella bellezza che le aveva tolto il cuore del figliuolo.
Soltanto soffriva uno schianto doloroso, e una desolata pietà pel suo ragazzo che doveva penar tanto nel vederla partire.
Ella non pensava ad altro.
Gli diceva: - Senti, io devo andarmene perché il treno sta per partire.
È meglio tornar presto al paese giacché le tue sorelle son rimaste sole, e tuo zio si adirerà maggiormente se gli facciamo aspettare la risposta.
Sarà tanto di risparmiato nella spesa del viaggio.
Ora lui sconvolto andava su e giù per la stanza, come cercasse qualche cosa, collo sguardo fisso e vitreo.
Sua madre sulla soglia, gli disse:
- Io pregherò Dio perché tocchi almeno il cuore di tuo zio.
Le anime sante mi aiuteranno, Cesare!
Ei si era messo il cappello in capo, macchinalmente, e voleva levarle di mano il fardelletto, senza sapere che facesse.
- Ora abbracciami! - gli disse la madre - ché se tuo zio non vuol perdonarti forse non ti vedrò mai più.
Son vecchia, e potrei morire.
- Mamma! disse lui.
Vorrei esser morto!
La madre, mentre se lo teneva fra le braccia, trasalendo in tutte le membra, rispose:
- Cosa vuoi che io faccia? Le tue sorelle non hanno altro sostegno se non tuo zio.
Che vuoi che io faccia?
E andava ripetendo le stesse parole, mentre scendeva adagio adagio la scala, tenendosi alla ringhiera.
Ad un tratto egli parve che si ricordasse di qualche cosa, corse in camera sua di nuovo, e tornò coi pochi denari che gli rimanevano in mano.
- Tenete, vi serviranno pel viaggio.
Non ho altro, mamma!
- Ecco cos'è! osservò la mamma.
Se fossimo ricchi né tu né io avremmo questa croce in cuore adesso!
- Aspettate, aspettate, ché voglio accompagnarvi alla stazione.
Al momento di montare in carrozza, mentre la povera forestiera guardava attonita e sgomenta il via vai della folla, e teneva stretta di nascosto sotto lo scialle la mano del figliuolo, ché così si sentiva stretto il cuore dall'angoscia e le pareva che glielo strappassero colle unghie, egli ripeté ancora:
- Aspettate, che voglio accompagnarvi per un altro po'.
Non gli bastava il cuore di staccarsi da lei.
Ella lo sentiva, tenendogli sempre stretta la mano sotto lo scialle, seduta accanto a lui nel carrozzone, guardando la pianura grigia di stoppie che fuggiva dietro a loro.
Infine dovette lasciarlo, per montare nella carrozzella sconquassata che aspettava i viaggiatori del paesetto, coi ronzini dormenti all'ombra magra delle robinie.
E l'era parso che egli le avrebbe detto ancora: - Aspettate, che voglio accompagnarvi sino al paese...
- stringendogli sempre la mano di nascosto sotto lo scialle.
Egli affacciato allo sportello, premendosi il fazzoletto sulla bocca, seguiva cogli occhi il mantice polveroso del legnetto che ondeggiava e traballava allontanandosi per la straduccia bianca.
Quando non vide più nulla, si rincantucciò in un angolo, buio come l'animo suo, nella notte che avviluppava diggià ogni cosa, piangendo come un ragazzo.
Ma allorquando i lumi della città cominciarono a risplendere nell'orizzonte, anch'egli si rischiarò, ripreso dall'immagine di Elena, e rifletteva che sua madre andava calmandosi essa pure, pensando alla famigliuola che l'aspettava al villaggio.
Così la fiumana della vita li ripigliava e li allontanava sempre più.
La madre arrivò a casa di notte, affranta.
Le ragazze dormivano, suo cognato solo vegliava aspettandola, come avesse indovinato che doveva tornare subito.
Egli non disse una parola, mentre la cognata posava il fardelletto, e le sporse una sedia.
Ma a lei quel silenzio le serrava maggiormente la gola.
Allora il canonico, vedendola presa da un tremito nervoso in tutte le membra andò ad empirle un bicchier d'acqua.
- Pensate che se vi ammalate sarà anche peggio per le vostre figliuole - le disse egli con voce calma.
- Alla fin fine non è morto nessuno.
La poveretta si fece animo, e raccontò finalmente tutto quello che sapeva, fissando timidamente in volto il cognato, per seguir ansiosamente l'effetto delle sue parole.
Il prete rimase impassibile.
Alla fine disse:
- Ora bisogna maritarli.
E siccome sua cognata lo guardava attonita:
- Se no sarebbe uno scandalo.
Nel paese, a diritto o a torto, passo pel capo di casa, e il vescovo mi toglierebbe la messa.
Del resto non potete impedire che vostro figlio si mariti.
Se gli negate il consenso, glielo danno i tribunali.
- Io non glielo nego - balbettò ella timidamente, agitata fra la speranza e il timore, parendole che il cognato inclinasse di già a perdonare.
Il cognato approvò col capo in silenzio.
Allora la povera madre proruppe in lagrime di consolazione.
- Lo sapevo che le anime del Purgatorio non ci avrebbero abbandonato! singhiozzava; e voleva correre a svegliare le figliuole per dar loro la buona novella che lo zio canonico perdonava al nipote e gli apriva le braccia.
Ma il prete la fermò dolcemente, posandole sulla spalla la mano coll'anello, e disse:
- Adagio! Quanto a perdonare, perdono; ché devo andare a celebrar messa domani, ma altro non voglio né devo fare.
Quel poco che posso per la famiglia di mio fratello lo dò volentieri.
Ma non ho la prebenda di un vescovo, e non posso tirarmi sulle braccia anche la famiglia dei figli di mio fratello.
Ognuno a casa sua.
Se voi altri volete andare a stare con vostro figlio, padronissimi.
Ma in casa mia no! pensateci bene.
Il giorno appresso dopo pranzo, lo zio canonico, invece di fare la solita passeggiata fuori del paese, andò a trovare il notaio suo amico, e scrissero insieme a don Liborio una bella lettera.
In casa dell'Elena, passato il primo sfuriare della burrasca, s'erano un po' calmati.
Soltanto don Liborio invece di fare la solita partita continuava a girare i pollici sulla tabacchiera, seduto di faccia al ritratto di Elena che gli voltava sempre la schiena.
Roberto, come un'ombra, arrivava all'ora solita, stringeva la mano in giro a tutti, e andava a mettersi al suo posto, colla sua regolarità d'impiegato.
Al giungere della lettera dello zio canonico che prometteva il consenso della madre del giovane, e voleva sapere quel che avrebbero assegnato in dote all'Elena, donn'Anna saltò su tutte le furie, ricordandosi dell'offesa mortale che avevano fatto alla sua casa, e cominciò a strillare che la gallina si piuma dopo morta, e invece loro erano ancora in vita, lei e suo marito, e non intendevano spogliarsi a beneficio di un'ingrata che li aveva piantati a quel modo.
Del resto poi avevano un'altra figlia da maritare, e quella siccome era buona ed amorevole, meritava più dell'Elena.
Lui, se aveva fatto quella prodezza voleva dire che si sentiva di mantenere la moglie, senza bisogno della dote.
La sua figliuola portava con sé non una ma cento doti, con tutte quelle virtù che possedeva, e come l'avevano insegnata lei.
Il signor avvocato poteva ringraziare Dio e i Santi per la fortuna che aveva acciuffata, e non andare a cercar altro.
Don Liborio, rigido come un Bruto, calcandosi sul capo il berretto ricamato, aggiungeva:
- Io non ho dote da assegnare! Io non ho più figlia!
Quanto al consenso lo diedero con tutte e due le mani.
Alla fin fine avevano viscere paterne, e la mamma arrivò anche ad intenerirsi ricordando che a quel giovane gli aveva voluto bene, ed era arrivata a considerarlo come uno della famiglia.
Don Liborio, rabbonito, confessò che gli era stato simpatico anche a lui, e per questo gli avevano aperto il cuore e l'uscio di casa, favore che non soleva accordare a tutti, Roberto era lì per farne testimonianza.
Roberto, lì presente, accanto alla Camilla, affermava col capo.
- Un avvocato può arrivare a tutto al giorno d'oggi! - finiva don Liborio.
- In quel giovane c'è la stoffa di un ministro.
E donn'Anna soggiungeva:
- Lo zio canonico poi, ch'è un servo di Dio, non dovrebbe badare tanto al sottile, per levare due anime dal peccato.
Ella rilasciò generosamente alla figliuola tutti gli abiti e il corredo che possedeva da ragazza.
Il giovane aveva la sua rata di patrimonio paterno, pel valore di settemila lire, rappresentato dal fondo rustico di Rosamarina, e la rata della casa.
Siccome il tempo stringeva e mancavano i denari di metter su un quartierino, i due sposi decisero d'andare a passare l'autunno nella loro proprietà.
Essi arrivarono in una piovosa giornata di ottobre, preceduti da un carro carico dei bauli, casse e cassettini di Elena.
Il primo giorno alla Rosamarina fu malinconico, in quelle stanzuccie nude, dove si ammonticchiavano quei cassoni come in un magazzino di ferrovia, al cadere di quella giornata scialba, colla prospettiva del paesetto perduto nella nebbia, grigiastro e scolorito nel cielo scuro.
Il giovane avrebbe voluto correre subito ad Altavilla per abbracciare sua madre.
Ma il canonico gli fece sapere che ella stava poco bene, e l'avrebbe vista in chiesa, quando poteva cominciare ad uscire di casa.
Nel paese dicevano: - Come principia allegramente questo matrimonio d'amore!
V
Era di ottobre.
Tutte le famiglie di Altavilla erano in villeggiatura per sorvegliare la vendemmia.
Alla Rosamarina l'arrivo degli sposi fu un avvenimento.
Elena colle sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi, metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle roccie pittoresche, già brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell'estate che si dileguava.
Ella era realmente felice, nel pieno sviluppo della sua natura esuberante, avida di sensazioni piacevoli, sedotta dallo spettacolo nuovo della campagna, accarezzata dalla adorazione concentrata e quasi timida del marito, lusingata dal rispetto semibarbaro con cui i contadini accoglievano la nuova padrona, da quell'ammirazione attonita che leggeva sui loro volti quando si allineavano lungo il muro per lasciarla passare ogni volta che la incontravano mentre andava pei suoi viali, nella sua vigna, nel suo podere, coll'ombrellino sulla spalla, al braccio di suo marito, il padrone, che le si inginocchiava ai piedi, dietro la siepe, e le baciava gli stivalini di pelle dorata.
All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di ramerino.
Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi.
Le piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie, nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite, e bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta la persona avida e abbandonata, l'azzurro intenso del cielo, quei profumi acuti, quel ronzio e quel crepitio sommesso di tanti organismi, quella quiete solenne in cui si sentiva l'espandersi di una vita universale, quel canto dei vendemmiatori che non si vedevano, tutti quei rumori e tutte quelle voci che venivano a morire sull'alta muraglia brulla della Rocca, senza un'ombra, senza un filo d'erba; arsa dal sole, in fondo al verde cupo e profondo dei nocciuoli, ritta contro il cielo turchino.
Quel paesaggio per la maggior parte infruttifero era di un pittoresco stupendo, si svolgeva a destra e a sinistra con bruschi cambiamenti di prospettiva, con ricca varietà di toni e di colori, coi greppi brulli e giganteschi, le macchie sterminate, i valloni profondi, a guisa di un parco immenso, con una grandiosità di linee che Elena sola sapeva apprezzare.
Però i villani facevano spallucce al suo entusiasmo per quella Rocca di granito che non fruttava niente, e di cui ella andava superba come di possedere un feudo.
Invece il loro entusiasmo lo riserbavano per le terre del Barone, piatte, senza una pennellata di colori ricchi, vere terre da maggese, che nell'estate si screpolavano come un vulcano estinto.
Elena era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio.
Il sentimento della proprietà nasceva e si sviluppava in lei con alcunché d'artistico e di raffinato.
Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido.
L'ombra si allargava dalla Rocca, dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza, e il sole invece saliva lentamente sulla facciata bianca della casina, accendeva i vetri delle finestre, sembrava far sbocciare in quel punto i fiori campestri in cima alla siepe coronata da un pulviscolo dorato.
In fondo, nella valle, le terre del Barone si stendevano diggià scure, annegate nella nebbia, solcate dalla lunga fila d'aratri che preparavano il maggese tutto l'anno.
E Cesare, il marito, colla testa sui ginocchi di Elena, le diceva:
- Vorrei essere ricco come il Barone per renderti felice.
Quel paesaggio, quelle nuove sensazioni avevano una grande influenza sulla natura di Elena, impressionabile e appassionata.
In quell'ora di effusione, nel gran silenzio della sera, nell'isolamento completo della campagna profumata, il marito le si abbandonava completamente, le apriva intero il suo cuore, coi pudori, colle timidezze, colle espansioni, colle angoscie e i rimorsi del suo affetto fervente e vergine.
Guardando le stelle che sorgevano al disopra della Rocca, col capo fra i ginocchi di Elena, le narrava le pene che aveva sofferto pel suo amore, il rimorso che ella gli era costato, quando aveva visto partire la sua povera madre desolata.
Ora anch'egli non aveva altri al mondo, perciò alle volte sentiva il bisogno di immergere il suo volto nel seno di lei, di chiudere gli occhi, di non pensare più a nulla.
Con lei dimenticava le inquiete preoccupazioni dell'avvenire e le molestie pungenti e meschine del presente che lo costringevano a farsi prestar denaro dal notaio.
Ella non sapeva nulla di tutto ciò.
Lo credeva felice come lei era felice, avrebbe voluto correre pei campi insieme a lui, come due fanciulli, abbandonarsi completamente ai suoi capricci.
La sera stavano a prendere il fresco sulla terrazza, di faccia alla roccia, che tagliava come una gran tenda nera il cielo tutto luccicante di stelle.
Di là si udivano discorrere i vendemmiatori nel palmento, e dall'altra parte della vallata, nella viottola che correva sulla cornice della Rocca, si udiva il corno che annunziava l'arrivo degli altri carichi d'uva.
Elena, coi gomiti sulla ringhiera, al fianco del marito, ascoltava distrattamente quell'affaccendarsi di gente a tarda ora, quei suoni di corno lontani, vagava cogli occhi sull'aspetto indeciso del podere, di cui i confini sembravano allargarsi indefinitamente nelle tenebre, sino al lumicino lontano che tremolava in fondo la valle, nel vasto caseggiato del Barone.
Si sentiva ricca e felice.
Allora, stranamente commossa, si stringeva contro il marito, in mezzo al discorrere sommesso di tutta quella gente che viveva per loro, e gli appoggiava la testa sulla spalla, con un abbandono pieno e riconoscente di tutto il suo essere.
Lui, nel sogno febbrile della sua luna di miele, aveva dei risvegli bruschi e penosi, dei sussulti inquieti, delle vaghe angoscie.
Ogni cantuccio di quella villetta rustica aveva delle memorie care ed intime, che si ridestavano come un rimorso.
Quand'era solo al balcone, verso l'avemaria, e il paesello di faccia andava abbuiandosi, e spandeva nel cielo pallido, dall'alto, le note meste delle sue campane, e si accendevano ad uno ad uno i suoi lumi tranquilli, gli passava dinanzi agli occhi la visione di tanti ricordi domestici che mai gli erano sembrati tanto affettuosi e impressi al vivo dentro di sé.
Ripensava alle parole di sua madre: «Chissà se ti vedrò mai più?» come una dolcezza melanconica e lontana.
Solo si rasserenava al sentirsi accanto l'Elena che si appoggiava al suo omero.
Né l'accusava di indifferenza, per la sua gaiezza spensierata.
- È una bambina! ella non sa nulla!...
- diceva fra di sé colla generosa indulgenza delle nature vittime della propria bontà, e che cercano nella propria debolezza la spiegazione e la scusa di ogni fallo altrui.
Un giorno andò ad Altavilla all'ora dei vespri, per incontrare la mamma in chiesa.
Là, nella penombra della navata, resa più triste dal lumicino che ammiccava davanti all'altare e dalle lunghe tende violette che chiudevano le arcate, egli vide la sua vecchiarella curva sull'inginocchiatoio, e che pregava certamente il Signore anche per lui.
La poveretta piangeva e rideva di gioia nel rivedere il figliuolo, e si stringeva il suo capo sul petto scarno, dinanzi agli occhi della Madonna, che è madre anche lei.
Ella sembrava più grande di Cesare in quel momento.
Il tramonto, scintillante sui vetri come una gloria, riempiva ancora di luce la volta della chiesa alta e sonora.
- Ora, disse la madre, inginocchiati con me.
E preghiamo insieme Iddio.
- Signore, dategli la grazia dell'anima! borbottava tenendo per mano Cesare come un bambino.
- Signore, dategli la salute! Signore, dategli la providenza, dategli la pace e la felicità coi suoi cari, soprattutto con sua moglie.
Chi gliel'avrebbe detto allora, a quella povera madre!...
Ella rimase qualche momento pregando fervidamente dentro di sé, cogli occhi ardentemente fissi sul Crocifisso.
In questo momento si udiva nelle tenebre del coro, dietro l'altare, il salmodiare funebre dei canonici, nel silenzio della chiesa che cominciava a esser rotto dallo scalpicciare di qualche fedele.
In alto la campana chiamava alla benedizione.
Un chierico accese quattro candele sull'altare maggiore, e un prete piccolo e grasso, rizzandosi sulla punta dei piedi, aprì il tabernacolo, orò un momento colla fronte appoggiata all'altare, e poi si voltò verso il pubblico, accompagnato dallo scampanio festoso, colla sfera raggiante in alto, benedicendo il mondo di là del finestrone lucente, su cui calava la notte.
La vecchierella agitava febbrilmente le labbra con una tacita preghiera, tenendo stretta la mano del figliuolo quasi per comunicargli la sua fede.
La cantilena malinconica degli astanti si estinse a poco a poco.
- Ora lasciami vedere come stai, - gli disse conducendolo alla luce incerta del crepuscolo, sulla porta della chiesa.
Ella però era abbattuta e gialla come una cartapecora.
- Io son vecchia, ripeteva, e non importa.
Ma ti raccomando le tue sorelle, se venisse a mancare tuo zio, e ti raccomando pure di voler sempre bene a tua moglie.
Ora tu appartieni a lei.
Te l'ha data quel Signore istesso che ci ha benedetti or ora.
La gente sgranava gli occhi vedendo Cesare al fianco di sua madre.
Ma questa gli diceva: - Non ci badare.
Tuo zio non dirà nulla se accompagni tua madre sino alla porta di casa.
Lungo la strada si andava informando di tanti piccoli particolari.
Gli chiedeva se il suo studio di avvocato cominciasse ad avviarsi, se la casa l'avesse ben fornita a Napoli, se sua moglie fosse buona massaia.
Gli dava dei consigli grossolani da contadina: - Pensaci, figliuol mio! ora che hai il peso della casa addosso.
La Rosamarina non ti basterà a tirare innanzi.
Bada a non fare debiti, ché si mangiano la casa.
Settemila lire volano in un lampo.
Non far debiti.
- Ella andava ripetendo tutte le massime giudiziose che si dicevano in paese, e andava cercando sgomenta se non avesse dimenticato qualcosa.
Non sapeva che lui aveva cominciato a far debiti sulla Rosamarina.
- Vorrei vedere tua moglie per dirle queste cose.
Intanto erano giunti dinanzi alla casa, e alzando il capo vide il lume nella camera del cognato.
- Se le tue sorelle avessero saputo che venivi, sarebbero al balcone per vederti.
Ma torna domenica, che se posso le condurrò un po' fuori a spasso per vederti.
Le povere ragazze non osano parlarne dinanzi allo zio.
Se non fosse per lui ti farei salire
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