IL MARITO DI ELENA, di Giovanni Verga - pagina 5
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Ella firmava: «La vostra amica affezionatissima Elena».
Poi «la vostra affezionatissima Elena».
Infine, «La vostra Elena» senz'altro.
Sicché a vendemmia finita, allorché il giovanotto tornò in città a far la pratica d'avvocato, Elena appena lo rivide si fece di bracia in viso, e gli diede il bentornato con tal voce tremante che il giovane si chiuse quella voce in cuore per non dimenticarla mai più.
Entrambi si trovarono imbarazzati.
Una volta che si sorpresero guardandosi a lungo negli occhi, arrossirono.
Il rossore passava come una fiamma luminosa attraverso il pallore trasparente di Elena.
Ella quasi inconsciamente gli accennò la mamma con uno sguardo rapidissimo che pel giovane fu tutta una rivelazione.
Sino a quel momento egli non le aveva detto una parola che quell'angelo custode della Camilla non avesse potuto ascoltare senza levare gli occhi dal ricamo, seduta fra la sorella e il cugino.
Le prime che le rivolse timidamente, una sera che don Liborio tardava a venire oltre l'avemmaria, e donn'Anna era andata ad aspettarlo sul balcone, furono queste:
- Vostra madre è in collera con me?
Elena scosse il capo negativamente, ma rimase a testa bassa, colla fronte sulla mano.
- Perdonatemi Elena, - aggiunse egli dopo un lungo silenzio.
Allora per la prima volta la giovinetta gli prese la mano di nascosto, timidamente, e gliela strinse forte, senza guardarlo.
Da quel momento per lui cominciò un'altra vita, tutta di sogni, in cui le esigenze della realtà sembravano svegliarlo di soprassalto con altrettante strappate al cuore.
Egli s'indebitò coi colleghi, cogli amici, col sarto, colla camiciaia, per essere ben vestito e portar sempre dei guanti come Roberto.
Ogni volta che scriveva alla sua famiglia gli toccava mentire, inventare de' pretesti per farsi mandare del denaro che era divorato prima ancora che arrivasse.
Nella tranquilla mediocrità in cui era vissuto sino allora non aveva mai provato quelle angoscie acute in mezzo all'indifferenza esigente d'una grande città.
Molte volte, nelle tetre ore di scoraggiamento, solo nella sua cameretta, coi gomiti sul tavolino e la testa fra le mani, pensava come un rifugio alla vasta campagna serena che si svolgeva di là della sua finestra di Altavilla, a quella pace inalterabile del paesello in cui i ferri di una cavalcatura e gli stivali dei contadini che risuonavano a rari intervalli sul selciato delle stradaccie, avevano qualcosa di noto e di amico.
E gli venivano le lagrime agli occhi nel contemplare le fotografie de' suoi parenti, messe in fila lungo il muro, neri e stecchiti nei loro abiti da festa, accanto al ritratto di Elena.
Ormai quando arrivava in casa di don Liborio tutto gli pareva mutato come si sentiva mutato internamente.
Donn'Anna sembrava covasse l'Elena cogli occhi, posava sulla figliuola certi sguardi lunghi e desolati quasi tutte le sue viscere materne vi si stemperassero.
Camilla, impassibile, quando tutti tacevano da un pezzo senza saper perché, diceva qualche parola sottovoce al cugino, come in chiesa, colla sua voce calma che sembrava misteriosa in quel silenzio imbarazzante.
Don Liborio stesso non era più quello, trinciava delle sentenze radicali sulle questioni politiche, aveva degli occhiacci torvi sulla faccia incorniciata dalla onesta barba bianca, si calcava sugli occhi il berretto ricamato, e fra una partita e l'altra tirava su delle prese di tabacco rumorose come razzi.
Elena, colla testolina china sul libro o sul lavoro, in atteggiamento da vittima, figgeva in viso a Cesare delle occhiate lente e malinconiche, ogni volta che alzava il capo, e il seno le si gonfiava e faceva alitare la blonda come cosa viva.
Il pianoforte, lungo disteso, taceva anch'esso da settimane e settimane, talché la cosa più allegra di quel salotto, in mezzo al fruscio delle carte da giuoco, e lo scricchiolio secco dei ferri di Camilla, era Roberto, seduto accanto a lei, a guardarle le mani che facevano andare la spoletta, inamidato e taciturno.
Quell'aria di musoneria si estendeva come un contagio.
Persino la briscola languiva, e don Liborio mischiava le carte svogliatamente.
Donn'Anna una volta arrivò a troncare la partita prima del solito per chiedere al giovane quando pensava ad aprir studio d'avvocato, se nella sua famiglia c'era qualche progetto riguardo al suo avvenire, se le sue sorelle pensavano di accasarsi prima di lui, ecc.
ecc.
Don Liborio, coi gomiti sul tavolino, e il berretto fra le mani, ascoltava taciturno.
Infine, sentenziò che il primo dovere di ogni galantuomo era di crearsi una famiglia, e un avvocato per posarsi agli occhi del pubblico, ha bisogno indispensabile di prendere moglie.
Roberto, il quale aspettava da sett'anni l'avanzamento nell'ospizio dei trovatelli per ammogliarsi anche lui, approvava col capo, seduto accanto alla sorella maggiore.
- Per una madre di famiglia, conchiudeva donn'Anna, è un gran pensiero quello di dar stato ai figliuoli.
Lo so io cos'è aver in casa delle figliuole da marito.
E bisogna star sempre cogli occhi aperti.
Non parlo per voi, Cesare, che siete un galantuomo.
Ma è un pericolo serio, Dio liberi!
E don Liborio andando su e giù per la stanza colla tabacchiera in pugno, aggiungeva:
- La nostra legislazione è incompleta, perché non punisce sufficientemente i tradimenti domestici.
Chi abusa della fiducia e dell'ospitalità di una famiglia onesta dovrebbe essere condannato ai ferri!
Oppure:
- Vorrei vedere, adesso che hanno messa questa moda dei giurati, cosa mi direbbero se mi facessi giustizia colle mie mani, in un caso simile?
Fu allora che Elena, nel momento che il babbo aveva ripreso a giuocare e a bisticciarsi colla mamma, aveva piantato in faccia a Cesare gli occhi penetranti, e gli aveva detto con quella voce tutta sua:
- Ho paura!
IV
Lo zio Luigi telegrafò ad Altavilla che il nipote aveva fatta la frittata.
Il telegramma arrivò in casa Dorello mentre la famigliuola stava per mettersi a tavola.
Don Anselmo impallidì leggendolo, e lo porse senza dir parola alla cognata; la quale lasciò cadere il cucchiaio nel piatto.
Gli altri rimasero allibiti coi gomiti sulla tovaglia, davanti alla finestra tutta verde del noce dell'orto.
Nessuno osava fiatare; le ragazze, spaventate, si guardavano in faccia quasi fossero state colte in fallo.
Dopo qualche momento donna Barbara tornò a prendere in silenzio il tondo del cognato per riempirlo, ma questi disse con un gesto calmo, levando la mano collo smeraldo al dito.
- No, non ho più fame.
Si passò il tovagliuolo sulla bocca, quasi a tergerne l'amaro, lo ripiegò, lo posò sulla sponda, e salì in camera sua a frugare nelle carte che erano sullo scrittoio.
La cognata rimasta colle figliuole, si cacciò le mani nei capelli, senza dir nulla.
Le ragazze sparecchiarono in silenzio, e andarono a rincantucciarsi nelle loro stanzette.
Lo zio canonico non uscì nel dopo pranzo.
Verso sera la cognata andò a picchiare timidamente all'uscio di lui.
- Sto mettendo in ordine le sue carte, - disse il canonico leggendo negli occhi sgomenti della povera madre.
- Ci vorrà un po' di tempo, perché non mi sarei aspettato di dovergli rendere questi conti così presto.
La poveretta si lasciò cadere su di una sedia vicino all'uscio, annientata, colle braccia in croce sulle ginocchia, seguendo macchinalmente cogli occhi lagrimosi ogni gesto del cognato, il quale sembrava tranquillo.
Infine, vieppiù spaventata da quella calma, balbettò:
- Siamo rovinati!
- Voi altri no.
Per voi altri finché vivrò ci penserò io, se volete continuare a star con me; rispose il canonico.
Ma lei piangeva in silenzio colle mani sul viso.
Poi balbettò:
- E lui?...
- Ecco qui - rispose il cognato.
- Egli ha settemila lire di sua rata sul patrimonio paterno.
Se si contenta di pigliare le vigne di Rosamarina, quantunque valgano qualcosa di più, e quel che gli tocca della casa paterna, faremo le cose all'amichevole, a risparmio di spese, e sarà meglio per tutti.
- Settemila lire!...
Son poche per vivere!
Allora il prete si strinse nelle spalle, e fu il solo movimento brusco che gli scappò.
- Qualcosa di dote gli porterà la moglie.
Poi ha un'eccellente professione, e dovete pensare che gli altri vostri figliuoli non hanno neppure quella, e non vi sono costati tanto! Egli ci ha rovinati tutti!
La madre a tutte quelle ragioni rispondeva piangendo.
Infine calmata tutta a un tratto, quasi lo Spirito Santo l'avesse illuminata, colle membra ancora scosse dai singhiozzi, e la faccia bagnata di lagrime, disse:
- Andrò io stessa alla città, da mio figlio.
Gli parlerò, gli toccherò il cuore.
Egli ha avuto sempre il cuore buono per la sua mamma!
Il cognato la guardò in viso, come fosse colpito anche lui da quell'ispirazione.
Poi tornò a leggere il telegramma, e scosse il capo, per dire che era inutile.
- Fate come volete, conchiuse porgendole il dispaccio.
La povera madre si mise in viaggio il domani all'alba, con un fardelletto che Rosalia si affaccendò a metterle insieme tutta sgomenta quasiché partisse per l'America nella carrozzaccia sconquassata che portava la posta alla stazione.
Il cognato l'accompagnò sino al ballatoio.
- Se si ravvede, se vuol tornare qui, la casa è sempre aperta, diteglielo, per lui, ma per lui soltanto!
Il giovane, non osando farsi più vedere dai genitori di Elena, era andato a stare all'albergo.
I suoi camerati in massa gli avevano prestato cento lire, col viso serio, come gli fosse accaduta una sventura, e il più anziano, uno studente di medicina, alla prima barzelletta che avevano arrischiato i compagni sull'avventura di lui, sentenziò che sarebbe stato meno male se si fosse rotta una gamba.
A Cesare per disgrazia erano rimaste le gambe sane e vagabondava tutto il giorno, come un delinquente, finché tornava a buttarsi rifinito sul letto, cogli occhi stralunati, e il viso sfatto.
Così rientrando a casa trovò nella sua cameretta la mamma, seduta vicino all'uscio, pallida e stanca anche lei, col suo fardelletto posato accanto sul tavolino.
Ei sentì darsi un tuffo nel sangue e rimase immobile dinnanzi a lei, avvilito, colle braccia penzoloni, gli occhi impietriti, il mento cascante.
Sua madre s'era preparata tutto il discorso lungo la strada, colle risposte di lui, figurandosi al vivo gli atti, le inflessioni di voce, i menomi gesti, il pentimento del figliuolo il quale si sarebbe buttato piangendo fra le sue braccia, e sarebbe tornato al paese con lei.
Con quelle immagini nella mente andava fissando lagrimosa i campi che fiancheggiavano la strada, gli alberi che sfilavano, quasi per stamparseli in mente, per gustare la gioia del contrasto nel momento in cui avrebbe rifatta quella strada con suo figliuolo.
Il sole sorgeva glorioso come una promessa fra le gole dei monti, e la poveretta diceva al sole colle mani giunte, fervidamente: - Vergine santa! Vi ringrazio! Vi ringrazio, Dio mio! - Ma adesso al cospetto del figliuolo atterrato, a guisa di un reo, lei rincattucciata accanto all'uscio come un'estranea, non sapeva che dire, non si rammentava una sola di quelle parole che dovevano toccargli il cuore.
Scoraggiata, cominciò a far greppo in silenzio, al pari di una bimba, sporgendo il labbro, e tremando tutta pei singhiozzi rattenuti.
Quell'angoscia puerile diveniva straziante su quella faccia sbattuta, sotto quei capelli bianchi.
- Oh mamma! oh mamma! singhiozzava il figliuolo cadendole finalmente ai piedi, colla faccia sui ginocchi di lei.
- Oh mamma! - E non sapeva dir altro.
La povera mamma piangeva cheta cheta, china su di lui, tastandolo colle mani sulla faccia e sulle spalle; gli accarezzava il capo come quando bambino se lo teneva allo stesso modo fra le ginocchia, singhiozzando ad alta voce dalla gioia.
Andava persuadendolo così: - Sai, l'annata è stata scarsa.
Il grano è andato tutto a male.
Sulla vigna ha grandinato.
Quest'inverno c'è stata una gran mortalità di pecore, sì che i Forano hanno venduta la casa.
Ci vuole l'aiuto di Dio! - Tutte quelle povere ragioni dei poveretti che sono eloquenti soltanto per loro, e colle quali le pareva che tutto fosse accomodato.
Talché, sperando che Cesare fosse già partito, le sembrava di scorgere il sole radioso del mattino in quella cameruccia sconosciuta che le aveva stretto il cuore d'angoscia al primo entrare.
Come furono più calmi andò a sedersi sulle ginocchia del figliuolo, e se lo teneva abbracciato stretto, colla testa sull'omero, ripetendo in cuor suo:
- Vergine santa, vi ringrazio! Sono state le anime del Purgatorio che gli hanno toccato il cuore al figlio mio! È stata l'anima di suo padre!
E si dava a rassettare ogni cosa per la stanza, quasi ora si sentisse a casa sua, sollevata da un gran peso, colle mani tremanti tuttavia, disfaceva il suo fagottino, guardando dove potesse mettere la roba: - Mi terrai qui, con te, non è vero? Poi domani torneremo insieme al paese.
Tuo zio ti manda a dire che t'aspetta a braccia aperte.
Andremo domani.
Ora mi sento stanca, sono vecchia.
Mi sento vecchia.
- No, mamma, balbettò il figliuolo.
Non posso più tornare a casa!...
Fu come se ricordasse, e rimase colle sue robe sulle braccia, che non sapeva dove metterle.
Poi le posò un'altra volta sul canterano, giunse le mani scarne, forte forte: - E cosa hai fatto che non puoi tornare a casa? Cosa hai fatto, figlio mio?...
Egli non rispose, scuotendo il capo, cogli occhi colmi di lagrime, seduto tristamente sulla sponda del lettuccio, stringendo fra le mani il fazzoletto fradicio.
- Io son vecchia.
Per me fa pure quello che vuoi.
Ma pensa che le tue povere sorelle rimarrebbero in mezzo a una strada se tuo zio ci abbandonasse anche lui.
- Ah! mamma! rispondeva il giovane scuotendo il capo e col fazzoletto fra le mani.
Se sapeste! se sapeste!
- Sì, sì, lo so, figlio mio! povero figlio mio! Lo so quel che devi averci in cuore! Ma cosa puoi farci se siamo poveri! Tu non sai...
tu non sai nulla!...
Alle volte, quando aspettavi la mesata, tuo zio non dormiva la notte.
A Natale, che massaro Nunzio non aveva mandati i denari del vino, e il camparo era tornato colle mani vuote dalla fiera, che giornata! Per noi non importava, perché le tue povere sorelle sono avvezze a tutto, e con quattro legumi...
Ma il martello era per te...
Colui non sa come fare, in paese forestiero! - diceva tuo zio.
Allora ho pianto tanto, seduta in un cantuccio della camera, ché pensavo - Lui, non sa come fare in paese forestiero! - e mi pareva di vederti andare affamato per le vie della città che non conoscevo, di là dei monti, a quell'ora che solevi tornare a casa, quand'eri al paese, e le tue sorelle ti conoscevano al rumore dei passi, e dicevano: - Questo è lui che torna a casa.
- Vedi, le tue sorelle non sono belle come tante altre, no, non sono belle come tante altre, ma ti vogliono bene di più...
e parlavano sempre di te, la sera, mentre facevano la calza nel tinello, sotto il quadro grande, e dacché sei partito ti rammenti? che eravamo tutti sul ballatoio, finché ti si poté vedere, non hanno mancato un giorno di rifarti il tuo letto, come se avessi dovuto tornare, la sera, e la tua stanza è rimasta tal quale l'hai lasciata, e nessuno se ne è mai servito, nemmeno quando si raccolsero tante di quelle carrubbe, ma tante, che non si sapeva dove metterle, e ce n'erano persino due cestoni sotto il letto di tuo zio.
Tuo zio ha detto - Mettetene una manciata nel forno, che gli piacciono tanto a lui, quando tornerà.
- No, mamma! ripeteva il figliuolo.
- Io non posso più tornare a casa...
- Ma cosa hai fatto, che non puoi tornare a casa? Dillo a tua madre! Cosa hai fatto?
- Ho fatto...
che ella è fuggita da casa sua per amor mio.
È fuggita con me.
Ha abbandonato i suoi parenti, e non ha più nessuno, mamma!
A quella risposta la poveretta non seppe più che dire.
Non pensava più all'abbandono del figliuolo e allo sgomento di ricomparir con quella notizia alla presenza del cognato.
Aveva dinanzi agli occhi le sue ragazze che fuggivano coll'amante come quell'altra, il sottosopra della casa al primo momento che si scopriva la terribile disgrazia.
Allora si mise a raccogliere lentamente le sue cose, accasciata, senz'altra speranza.
In quel momento le cadde sotto gli occhi il ritratto di Elena, inchiodato a capo del letto, nella sua bella cornice dorata, colle labbra e le sopracciglia possenti sul volto color d'ambra.
La poveretta rimase un istante immobile lì accanto, col suo fagottino in mano, umiliata dalle sue vesti meschine e dalla sua figura timida e magra, colle povere dita ossute intrecciate nel nodo del fardelletto.
Oramai sentiva che tutto era finito, e che sarebbe stato inutile lottare coll'incantesimo di quella bellezza che le aveva tolto il cuore del figliuolo.
Soltanto soffriva uno schianto doloroso, e una desolata pietà pel suo ragazzo che doveva penar tanto nel vederla partire.
Ella non pensava ad altro.
Gli diceva: - Senti, io devo andarmene perché il treno sta per partire.
È meglio tornar presto al paese giacché le tue sorelle son rimaste sole, e tuo zio si adirerà maggiormente se gli facciamo aspettare la risposta.
Sarà tanto di risparmiato nella spesa del viaggio.
Ora lui sconvolto andava su e giù per la stanza, come cercasse qualche cosa, collo sguardo fisso e vitreo.
Sua madre sulla soglia, gli disse:
- Io pregherò Dio perché tocchi almeno il cuore di tuo zio.
Le anime sante mi aiuteranno, Cesare!
Ei si era messo il cappello in capo, macchinalmente, e voleva levarle di mano il fardelletto, senza sapere che facesse.
- Ora abbracciami! - gli disse la madre - ché se tuo zio non vuol perdonarti forse non ti vedrò mai più.
Son vecchia, e potrei morire.
- Mamma! disse lui.
Vorrei esser morto!
La madre, mentre se lo teneva fra le braccia, trasalendo in tutte le membra, rispose:
- Cosa vuoi che io faccia? Le tue sorelle non hanno altro sostegno se non tuo zio.
Che vuoi che io faccia?
E andava ripetendo le stesse parole, mentre scendeva adagio adagio la scala, tenendosi alla ringhiera.
Ad un tratto egli parve che si ricordasse di qualche cosa, corse in camera sua di nuovo, e tornò coi pochi denari che gli rimanevano in mano.
- Tenete, vi serviranno pel viaggio.
Non ho altro, mamma!
- Ecco cos'è! osservò la mamma.
Se fossimo ricchi né tu né io avremmo questa croce in cuore adesso!
- Aspettate, aspettate, ché voglio accompagnarvi alla stazione.
Al momento di montare in carrozza, mentre la povera forestiera guardava attonita e sgomenta il via vai della folla, e teneva stretta di nascosto sotto lo scialle la mano del figliuolo, ché così si sentiva stretto il cuore dall'angoscia e le pareva che glielo strappassero colle unghie, egli ripeté ancora:
- Aspettate, che voglio accompagnarvi per un altro po'.
Non gli bastava il cuore di staccarsi da lei.
Ella lo sentiva, tenendogli sempre stretta la mano sotto lo scialle, seduta accanto a lui nel carrozzone, guardando la pianura grigia di stoppie che fuggiva dietro a loro.
Infine dovette lasciarlo, per montare nella carrozzella sconquassata che aspettava i viaggiatori del paesetto, coi ronzini dormenti all'ombra magra delle robinie.
E l'era parso che egli le avrebbe detto ancora: - Aspettate, che voglio accompagnarvi sino al paese...
- stringendogli sempre la mano di nascosto sotto lo scialle.
Egli affacciato allo sportello, premendosi il fazzoletto sulla bocca, seguiva cogli occhi il mantice polveroso del legnetto che ondeggiava e traballava allontanandosi per la straduccia bianca.
Quando non vide più nulla, si rincantucciò in un angolo, buio come l'animo suo, nella notte che avviluppava diggià ogni cosa, piangendo come un ragazzo.
Ma allorquando i lumi della città cominciarono a risplendere nell'orizzonte, anch'egli si rischiarò, ripreso dall'immagine di Elena, e rifletteva che sua madre andava calmandosi essa pure, pensando alla famigliuola che l'aspettava al villaggio.
Così la fiumana della vita li ripigliava e li allontanava sempre più.
La madre arrivò a casa di notte, affranta.
Le ragazze dormivano, suo cognato solo vegliava aspettandola, come avesse indovinato che doveva tornare subito.
Egli non disse una parola, mentre la cognata posava il fardelletto, e le sporse una sedia.
Ma a lei quel silenzio le serrava maggiormente la gola.
Allora il canonico, vedendola presa da un tremito nervoso in tutte le membra andò ad empirle un bicchier d'acqua.
- Pensate che se vi ammalate sarà anche peggio per le vostre figliuole - le disse egli con voce calma.
- Alla fin fine non è morto nessuno.
La poveretta si fece animo, e raccontò finalmente tutto quello che sapeva, fissando timidamente in volto il cognato, per seguir ansiosamente l'effetto delle sue parole.
Il prete rimase impassibile.
Alla fine disse:
- Ora bisogna maritarli.
E siccome sua cognata lo guardava attonita:
- Se no sarebbe uno scandalo.
Nel paese, a diritto o a torto, passo pel capo di casa, e il vescovo mi toglierebbe la messa.
Del resto non potete impedire che vostro figlio si mariti.
Se gli negate il consenso, glielo danno i tribunali.
- Io non glielo nego - balbettò ella timidamente, agitata fra la speranza e il timore, parendole che il cognato inclinasse di già a perdonare.
Il cognato approvò col capo in silenzio.
Allora la povera madre proruppe in lagrime di consolazione.
- Lo sapevo che le anime del Purgatorio non ci avrebbero abbandonato! singhiozzava; e voleva correre a svegliare le figliuole per dar loro la buona novella che lo zio canonico perdonava al nipote e gli apriva le braccia.
Ma il prete la fermò dolcemente, posandole sulla spalla la mano coll'anello, e disse:
- Adagio! Quanto a perdonare, perdono; ché devo andare a celebrar messa domani, ma altro non voglio né devo fare.
Quel poco che posso per la famiglia di mio fratello lo dò volentieri.
Ma non ho la prebenda di un vescovo, e non posso tirarmi sulle braccia anche la famiglia dei figli di mio fratello.
Ognuno a casa sua.
Se voi altri volete andare a stare con vostro figlio, padronissimi.
Ma in casa mia no! pensateci bene.
Il giorno appresso dopo pranzo, lo zio canonico, invece di fare la solita passeggiata fuori del paese, andò a trovare il notaio suo amico, e scrissero insieme a don Liborio una bella lettera.
In casa dell'Elena, passato il primo sfuriare della burrasca, s'erano un po' calmati.
Soltanto don Liborio invece di fare la solita partita continuava a girare i pollici sulla tabacchiera, seduto di faccia al ritratto di Elena che gli voltava sempre la schiena.
Roberto, come un'ombra, arrivava all'ora solita, stringeva la mano in giro a tutti, e andava a mettersi al suo posto, colla sua regolarità d'impiegato.
Al giungere della lettera dello zio canonico che prometteva il consenso della madre del giovane, e voleva sapere quel che avrebbero assegnato in dote all'Elena, donn'Anna saltò su tutte le furie, ricordandosi dell'offesa mortale che avevano fatto alla sua casa, e cominciò a strillare che la gallina si piuma dopo morta, e invece loro erano ancora in vita, lei e suo marito, e non intendevano spogliarsi a beneficio di un'ingrata che li aveva piantati a quel modo.
Del resto poi avevano un'altra figlia da maritare, e quella siccome era buona ed amorevole, meritava più dell'Elena.
Lui, se aveva fatto quella prodezza voleva dire che si sentiva di mantenere la moglie, senza bisogno della dote.
La sua figliuola portava con sé non una ma cento doti, con tutte quelle virtù che possedeva, e come l'avevano insegnata lei.
Il signor avvocato poteva ringraziare Dio e i Santi per la fortuna che aveva acciuffata, e non andare a cercar altro.
Don Liborio, rigido come un Bruto, calcandosi sul capo il berretto ricamato, aggiungeva:
- Io non ho dote da assegnare! Io non ho più figlia!
Quanto al consenso lo diedero con tutte e due le mani.
Alla fin fine avevano viscere paterne, e la mamma arrivò anche ad intenerirsi ricordando che a quel giovane gli aveva voluto bene, ed era arrivata a considerarlo come uno della famiglia.
Don Liborio, rabbonito, confessò che gli era stato simpatico anche a lui, e per questo gli avevano aperto il cuore e l'uscio di casa, favore che non soleva accordare a tutti, Roberto era lì per farne testimonianza.
Roberto, lì presente, accanto alla Camilla, affermava col capo.
- Un avvocato può arrivare a tutto al giorno d'oggi! - finiva don Liborio.
- In quel giovane c'è la stoffa di un ministro.
E donn'Anna soggiungeva:
- Lo zio canonico poi, ch'è un servo di Dio, non dovrebbe badare tanto al sottile, per levare due anime dal peccato.
Ella rilasciò generosamente alla figliuola tutti gli abiti e il corredo che possedeva da ragazza.
Il giovane aveva la sua rata di patrimonio paterno, pel valore di settemila lire, rappresentato dal fondo rustico di Rosamarina, e la rata della casa.
Siccome il tempo stringeva e mancavano i denari di metter su un quartierino, i due sposi decisero d'andare a passare l'autunno nella loro proprietà.
Essi arrivarono in una piovosa giornata di ottobre, preceduti da un carro carico dei bauli, casse e cassettini di Elena.
Il primo giorno alla Rosamarina fu malinconico, in quelle stanzuccie nude, dove si ammonticchiavano quei cassoni come in un magazzino di ferrovia, al cadere di quella giornata scialba, colla prospettiva del paesetto perduto nella nebbia, grigiastro e scolorito nel cielo scuro.
Il giovane avrebbe voluto correre subito ad Altavilla per abbracciare sua madre.
Ma il canonico gli fece sapere che ella stava poco bene, e l'avrebbe vista in chiesa, quando poteva cominciare ad uscire di casa.
Nel paese dicevano: - Come principia allegramente questo matrimonio d'amore!
V
Era di ottobre.
Tutte le famiglie di Altavilla erano in villeggiatura per sorvegliare la vendemmia.
Alla Rosamarina l'arrivo degli sposi fu un avvenimento.
Elena colle sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi, metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle roccie pittoresche, già brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell'estate che si dileguava.
Ella era realmente felice, nel pieno sviluppo della sua natura esuberante, avida di sensazioni piacevoli, sedotta dallo spettacolo nuovo della campagna, accarezzata dalla adorazione concentrata e quasi timida del marito, lusingata dal rispetto semibarbaro con cui i contadini accoglievano la nuova padrona, da quell'ammirazione attonita che leggeva sui loro volti quando si allineavano lungo il muro per lasciarla passare ogni volta che la incontravano mentre andava pei suoi viali, nella sua vigna, nel suo podere, coll'ombrellino sulla spalla, al braccio di suo marito, il padrone, che le si inginocchiava ai piedi, dietro la siepe, e le baciava gli stivalini di pelle dorata.
All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di ramerino.
Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi.
Le piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie, nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite, e bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta la persona avida e abbandonata, l'azzurro intenso del cielo, quei profumi acuti, quel ronzio e quel crepitio sommesso di tanti organismi, quella quiete solenne in cui si sentiva l'espandersi di una vita universale, quel canto dei vendemmiatori che non si vedevano, tutti quei rumori e tutte quelle voci che venivano a morire sull'alta muraglia brulla della Rocca, senza un'ombra, senza un filo d'erba; arsa dal sole, in fondo al verde cupo e profondo dei nocciuoli, ritta contro il cielo turchino.
Quel paesaggio per la maggior parte infruttifero era di un pittoresco stupendo, si svolgeva a destra e a sinistra con bruschi cambiamenti di prospettiva, con ricca varietà di toni e di colori, coi greppi brulli e giganteschi, le macchie sterminate, i valloni profondi, a guisa di un parco immenso, con una grandiosità di linee che Elena sola sapeva apprezzare.
Però i villani facevano spallucce al suo entusiasmo per quella Rocca di granito che non fruttava niente, e di cui ella andava superba come di possedere un feudo.
Invece il loro entusiasmo lo riserbavano per le terre del Barone, piatte, senza una pennellata di colori ricchi, vere terre da maggese, che nell'estate si screpolavano come un vulcano estinto.
Elena era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio.
Il sentimento della proprietà nasceva e si sviluppava in lei con alcunché d'artistico e di raffinato.
Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido.
L'ombra si allargava dalla Rocca, dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza, e il sole invece saliva lentamente sulla facciata bianca della casina, accendeva i vetri delle finestre, sembrava far sbocciare in quel punto i fiori campestri in cima alla siepe coronata da un pulviscolo dorato.
In fondo, nella valle, le terre del Barone si stendevano diggià scure, annegate nella nebbia, solcate dalla lunga fila d'aratri che preparavano il maggese tutto l'anno.
E Cesare, il marito, colla testa sui ginocchi di Elena, le diceva:
- Vorrei essere ricco come il Barone per renderti felice.
Quel paesaggio, quelle nuove sensazioni avevano una grande influenza sulla natura di Elena, impressionabile e appassionata.
In quell'ora di effusione, nel gran silenzio della sera, nell'isolamento completo della campagna profumata, il marito le si abbandonava completamente, le apriva intero il suo cuore, coi pudori, colle timidezze, colle espansioni, colle angoscie e i rimorsi del suo affetto fervente e vergine.
Guardando le stelle che sorgevano al disopra della Rocca, col capo fra i ginocchi di Elena, le narrava le pene che aveva sofferto pel suo amore, il rimorso che ella gli era costato, quando aveva visto partire la sua povera madre desolata.
Ora anch'egli non aveva altri al mondo, perciò alle volte sentiva il bisogno di immergere il suo volto nel seno di lei, di chiudere gli occhi, di non pensare più a nulla.
Con lei dimenticava le inquiete preoccupazioni dell'avvenire e le molestie pungenti e meschine del presente che lo costringevano a farsi prestar denaro dal notaio.
Ella non sapeva nulla di tutto ciò.
Lo credeva felice come lei era felice, avrebbe voluto correre pei campi insieme a lui, come due fanciulli, abbandonarsi completamente ai suoi capricci.
La sera stavano a prendere il fresco sulla terrazza, di faccia alla roccia, che tagliava come una gran tenda nera il cielo tutto luccicante di stelle.
Di là si udivano discorrere i vendemmiatori nel palmento, e dall'altra parte della vallata, nella viottola che correva sulla cornice della Rocca, si udiva il corno che annunziava l'arrivo degli altri carichi d'uva.
Elena, coi gomiti sulla ringhiera, al fianco del marito, ascoltava distrattamente quell'affaccendarsi di gente a tarda ora, quei suoni di corno lontani, vagava cogli occhi sull'aspetto indeciso del podere, di cui i confini sembravano allargarsi indefinitamente nelle tenebre, sino al lumicino lontano che tremolava in fondo la valle, nel vasto caseggiato del Barone.
Si sentiva ricca e felice.
Allora, stranamente commossa, si stringeva contro il marito, in mezzo al discorrere sommesso di tutta quella gente che viveva per loro, e gli appoggiava la testa sulla spalla, con un abbandono pieno e riconoscente di tutto il suo essere.
Lui, nel sogno febbrile della sua luna di miele, aveva dei risvegli bruschi e penosi, dei sussulti inquieti, delle vaghe angoscie.
Ogni cantuccio di quella villetta rustica aveva delle memorie care ed intime, che si ridestavano come un rimorso.
Quand'era solo al balcone, verso l'avemaria, e il paesello di faccia andava abbuiandosi, e spandeva nel cielo pallido, dall'alto, le note meste delle sue campane, e si accendevano ad uno ad uno i suoi lumi tranquilli, gli passava dinanzi agli occhi la visione di tanti ricordi domestici che mai gli erano sembrati tanto affettuosi e impressi al vivo dentro di sé.
Ripensava alle parole di sua madre: «Chissà se ti vedrò mai più?» come una dolcezza melanconica e lontana.
Solo si rasserenava al sentirsi accanto l'Elena che si appoggiava al suo omero.
Né l'accusava di indifferenza, per la sua gaiezza spensierata.
- È una bambina! ella non sa nulla!...
- diceva fra di sé colla generosa indulgenza delle nature vittime della propria bontà, e che cercano nella propria debolezza la spiegazione e la scusa di ogni fallo altrui.
Un giorno andò ad Altavilla all'ora dei vespri, per incontrare la mamma in chiesa.
Là, nella penombra della navata, resa più triste dal lumicino che ammiccava davanti all'altare e dalle lunghe tende violette che chiudevano le arcate, egli vide la sua vecchiarella curva sull'inginocchiatoio, e che pregava certamente il Signore anche per lui.
La poveretta piangeva e rideva di gioia nel rivedere il figliuolo, e si stringeva il suo capo sul petto scarno, dinanzi agli occhi della Madonna, che è madre anche lei.
Ella sembrava più grande di Cesare in quel momento.
Il tramonto, scintillante sui vetri come una gloria, riempiva ancora di luce la volta della chiesa alta e sonora.
- Ora, disse la madre, inginocchiati con me.
E preghiamo insieme Iddio.
- Signore, dategli la grazia dell'anima! borbottava tenendo per mano Cesare come un bambino.
- Signore, dategli la salute! Signore, dategli la providenza, dategli la pace e la felicità coi suoi cari, soprattutto con sua moglie.
Chi gliel'avrebbe detto allora, a quella povera madre!...
Ella rimase qualche momento pregando fervidamente dentro di sé, cogli occhi ardentemente fissi sul Crocifisso.
In questo momento si udiva nelle tenebre del coro, dietro l'altare, il salmodiare funebre dei canonici, nel silenzio della chiesa che cominciava a esser rotto dallo scalpicciare di qualche fedele.
In alto la campana chiamava alla benedizione.
Un chierico accese quattro candele sull'altare maggiore, e un prete piccolo e grasso, rizzandosi sulla punta dei piedi, aprì il tabernacolo, orò un momento colla fronte appoggiata all'altare, e poi si voltò verso il pubblico, accompagnato dallo scampanio festoso, colla sfera raggiante in alto, benedicendo il mondo di là del finestrone lucente, su cui calava la notte.
La vecchierella agitava febbrilmente le labbra con una tacita preghiera, tenendo stretta la mano del figliuolo quasi per comunicargli la sua fede.
La cantilena malinconica degli astanti si estinse a poco a poco.
- Ora lasciami vedere come stai, - gli disse conducendolo alla luce incerta del crepuscolo, sulla porta della chiesa.
Ella però era abbattuta e gialla come una cartapecora.
- Io son vecchia, ripeteva, e non importa.
Ma ti raccomando le tue sorelle, se venisse a mancare tuo zio, e ti raccomando pure di voler sempre bene a tua moglie.
Ora tu appartieni a lei.
Te l'ha data quel Signore istesso che ci ha benedetti or ora.
La gente sgranava gli occhi vedendo Cesare al fianco di sua madre.
Ma questa gli diceva: - Non ci badare.
Tuo zio non dirà nulla se accompagni tua madre sino alla porta di casa.
Lungo la strada si andava informando di tanti piccoli particolari.
Gli chiedeva se il suo studio di avvocato cominciasse ad avviarsi, se la casa l'avesse ben fornita a Napoli, se sua moglie fosse buona massaia.
Gli dava dei consigli grossolani da contadina: - Pensaci, figliuol mio! ora che hai il peso della casa addosso.
La Rosamarina non ti basterà a tirare innanzi.
Bada a non fare debiti, ché si mangiano la casa.
Settemila lire volano in un lampo.
Non far debiti.
- Ella andava ripetendo tutte le massime giudiziose che si dicevano in paese, e andava cercando sgomenta se non avesse dimenticato qualcosa.
Non sapeva che lui aveva cominciato a far debiti sulla Rosamarina.
- Vorrei vedere tua moglie per dirle queste cose.
Intanto erano giunti dinanzi alla casa, e alzando il capo vide il lume nella camera del cognato.
- Se le tue sorelle avessero saputo che venivi, sarebbero al balcone per vederti.
Ma torna domenica, che se posso le condurrò un po' fuori a spasso per vederti.
Le povere ragazze non osano parlarne dinanzi allo zio.
Se non fosse per lui ti farei salire di sopra...
Ma sai che abbiamo bisogno di lui.
Ora addio!
E infilò la scala, stanca, tenendosi alla ringhiera.
Il figlio tornò indietro, col cuore stretto, avendo sempre dinanzi agli occhi quella mano scarna, che si appoggiava alla ringhiera, e quel dorso curvo, che ansimava ad ogni scalino.
Quante volte, in mezzo alle spensierate prodigalità del presente ricco di sensazioni e di divertimenti, gli si sarà abbuiata la gioia rammentando le inquiete raccomandazioni della mamma e i suoi consigli di parsimonia? Finita la vendemmia, i vicini di campagna, i quali non sapevano come ingannare il tempo, mentre aspettavano la raccolta delle olive, vennero a fare visita agli sposi: la signora Goliano, la signora Brancato, le ragazze Favrini, infagottate in abiti da festa, rialzando sino al ginocchio le sottane per non insudiciarle sull'erba umida: i mariti nascondendo nei guanti nuovi le loro mani nere dal sole, vere mani da contadini.
Si faceva della musica, si ballava, si improvvisavano delle merende nell'erba, delle sciarade in azione, prendendosi in giro per le mani a significare O, e camuffati colle coperte del letto, e cogli scialli avvolti in turbante quando il tutto era Serraglio.
Elena, elegante, piena di brio, aveva messo in rivoluzione il vicinato.
Le signore, tappate in casa, lavoravano d'ago e di forbice tutto il giorno per copiare le sue vesti attillate, i suoi guanti lunghi, i suoi cappellini arditi, si cucivano delle sottane, si mettevano in testa tutti i fiori del giardino.
Ella era tanto felice che non si accorgeva dei momenti di preoccupazione, delle ansietà crudeli che passavano di tanto in tanto sul volto del marito, allorché andava a rincantucciarsi nello studiolo per scrivere al notaio, delle lunghe confabulazioni col messo che portava la risposta.
Tutt'al più gli domandava:
- Di che scrivi?
- D'affari, rispondeva lui.
- Ah! E si stringeva nelle spalle con un atto d'ingenuo egoismo, quasi il suo solo e grande affare fosse di godersi quella vita facile e allegra, senza badare alle pene segrete che arrecava a Cesare tutto quel movimento, quell'allegria rubata alla sua luna di miele, quel desiderio di piacere che ispirava sua moglie, che egli indovinava colla sua penetrazione delicata e quasi malaticcia, che sentiva ronzare là intorno, per quei burroni, fra quelle macchie, dove i vicini stavano tutto il giorno col pretesto di cacciare.
Però sarebbe morto di vergogna prima di confessarle la sua strana gelosia.
Anzi, allorché udiva l'abbaiare dei cani nella Rocca, o lo sparo dei fucili, la chiamava, le indicava la leggera fumata che si dileguava lentamente da un folto di macchie arrampicate sulla fenditura della montagna ad un'altezza vertiginosa, e le diceva: - Là, vedi, là! dev'essere il tale, o il tal altro.
- Ah! esclamava Elena, mettendosi una mano sugli occhi, lassù?...
su quel precipizio?
E restava intenta, coi pugni stretti.
Alle volte chiedeva:
- Perché non sei cacciatore anche tu?
Ella aveva di cotesti istinti, quella giovinetta.
Lui non trovava altro che un sorriso dolce e triste.
Delle altre volte ella esclamava:
- Se fossi un uomo, vorrei andare a caccia anch'io!...
Dev'essere una bella cosa!...
una cosa in cui ci si sente vivere!
I vicini avevano progettato una cavalcata sugli asini che per Elena fu un vero avvenimento.
Era una bella sera fresca e profumata.
Ogni siepe, ogni macchia di capperi, ogni sterpolino di rovo era in festa, coi suoi fiori, colle sue bacche, coi suoi ciuffetti ondeggianti, col ronzio degli insetti, col trillare dei grilli, col cinguettio dei pettirossi che si annidavano, col gracidar delle rane che saliva dalla pianura, stesa come un mare, laggiù, sino alle montagne color di cielo.
Tutte quelle cose che lasciano germi misteriosi nella testa o nel cuore.
Di tanto in tanto la brezza recava il suono delle campane dal paesetto in festa, dorato dal sole, scintillante da tutte le sue finestre.
Elena chiamava suo marito che cavalcava un po' avanti, col pretesto di farsi accorciare la staffa, ma in realtà per vedersi china sul ginocchio la sola testa in cui potesse supporre in quel momento i medesimi pensieri che si agitavano nella sua, in mezzo a quegli uomini che cavalcavano come se andassero alla fiera, e quelle donne che ciarlavano tutte insieme al pari di gazze.
- Tu sei per me! gli disse all'orecchio.
Stammi vicino.
Non mi lasciar sola.
La viottola formava un gomito e s'internava in un boschetto lungo il vallone, di cui i rami si intrecciavano sul sentiero perennemente verde di muschio, irto di sassi umidi.
In fondo l'acqua scorreva con un gorgoglio sommesso, quasi fosse stata a cento metri di profondità sotto i roveti che coprivano il vallone, su cui si posavano le cicale al meriggio, colle ali aperte, con un ronzio fresco anch'esso come lo scorrere delle acque, e le rondini volavano inquiete.
Ogni volta che i rami si diradavano vedevasi sempre a sinistra la Rocca, ritta sino al cielo, nuda, screpolata da larghe fenditure boscose, sparsa come una lebbra da qualche rara macchia.
Si sentiva sempre, a ridosso del sentiero, anche quando i rami la nascondevano, dall'uggia densa, dall'umidità perpetua, da un non so che di tetro e di selvaggio che spandeva fin dove stendevasi la sua ombra.
Di tratto in tratto un merlo fuggiva all'improvviso, schiamazzando, facendo scrosciare le frasche.
Erano rimasti soli; si era dileguato perfino il rumore delle cavalcature che precedevano.
Elena allora trasaliva e scoppiava a ridere.
E all'orecchio, attirandolo più vicino a sé: - Se ci assalissero i ladri, mi difenderesti? - Egli si metteva a ridere; Elena tornava ad insistere, voleva sapere se si sentiva di difenderla.
Si corrucciava quasi che egli non fosse un ercole, e che non fosse pronto a farsi ammazzare per lei.
Infine gli diceva:
- Quanto ti voglio bene! Come mi sento felice!
E sporgendo il viso verso di lui, gli avventava un bacio.
Giunti alla pianura uno della comitiva propose di fare una visita alla villa del Barone.
A dritta e a manca si stendevano delle praterie immense, solcate dal maggese, tagliate a vasti quadrati di fave; qua e là giallastre di stoppia a perdita di vista.
Alle falde delle colline si arrampicavano le vigne, in interminabili filati già diradati dall'autunno, sino agli oliveti, folti, vasti come un mare di nebbia, grigiastri nell'ora malinconica.
Più in alto, sulle cime brulle, si vedevano errare le numerose mandre, come delle immense ombre di nuvole vaganti in un giorno procelloso sul paesaggio lontano, e i buoi che scendevano al piano, più radi, di cui si sentiva la campanella monotona nel gran silenzio del tramonto.
Di tanto in tanto, s'incontrava un casolare, un gruppetto di fabbricati rustici, specie di piccoli centri di cultura, cogli arnesi sparsi all'intorno sull'aia verde, le alte biche di paglia che sovrastavano il tetto colla crocetta di canna.
In fondo, in mezzo a un quadrato di verdura cinto da un muro bianco si vedeva un gran casamento col tetto rosso, i vetri delle finestre lucenti, sormontato da un campanile tozzo.
- Son le case del Barone, dicevano.
C'è anche la chiesa.
- Quei possessi, di qua, di là, dappertutto, erano del Barone, sin dove si vedevano biancheggiare delle mandre che pascolavano nelle sue terre, sin dove si udiva la campanella della sua chiesa.
Narravano pure quel che rendevano quelle vigne, quanto valessero quegli oliveti, quanti capi di bestiame pascolassero nel suo, quanto misuravano quelle buone terre in pianura che valevano 200 ducati la salma.
Pareva che volessero fare entrare nella testa di quella cittadina l'importanza enorme della ricchezza.
- Alle volte, quando l'annata è buona, quei casamenti là non gli bastano per rinchiudervi la sua raccolta.
- I giorni in cui vendemmia il Barone non si può avere più un ragazzo o una vendemmiatrice a 15 miglia in giro.
- I suoi fattori facevano il prezzo del bestiame alle fiere.
I denari gli piovevano da ogni parte come la grandine.
- Ed è figliuol unico! Nelle case ricche i figliuoli vengono sempre con parsimonia! Sua madre, la baronessa, per non lasciarlo affogare nel denaro, ogni anno gli comprava una tenuta, o un oliveto.
- È una donna coi calzoni, dicevano.
Se campa lascerà tanta terra al figliuolo, che i suoi possessi non finiranno più.
Non si può maritare, perché è difficile trovare una moglie ricca come lui.
La viottola, dacché erano entrati nelle terre del barone, diventava una bella strada carrozzabile, fiancheggiata da una doppia fila di alberi giovani, ancora circondati da un muricciuolo a secco per difenderli dalle bestie.
- Faranno ombra quando saranno cresciuti, e intanto daranno frutto, e non si mangeranno la terra a tradimento - aggiungevano.
- La baronessa è una donna coi calzoni! Facendo la strada non ha voluto perder del tutto la terra, e ha fatto la strada perché ci hanno cavalli e carrozze.
Potrebbero sfoggiarla in città, tanto son ricchi!
Sulla strada passavano continuamente carri, e bestie da soma, e vetturali che salutavano i vicini rispettosamente, da gente di buona famiglia.
Di là dalle siepi, pei campi, scorazzavano stormi interi di tacchini e di polli.
In fondo si vedeva il caseggiato massiccio, grande quanto un villaggio, su cui aleggiava un nugolo di piccioni.
Tutt'intorno all'aia che si stendeva dinanzi al portone spalancato erano delle carrette colle stanghe in aria, degli aratri staccati, una doppia fila di cestoni giganteschi di vimini, che aspettavano i buoi, riboccanti di fieno, fissati al suolo con dei cavicchi di legno e la fune pendente da un lato.
A diritta ed a manca si stendevano delle tettoie immense, delle montagne di fieno grandi come case; sulla porta stavano una dozzina di contadini, delle donne accoccolate, dei campieri massicci, colla tracolla sull'uniforme sbottonato e gli sproni agli stivali, a godersi la domenica, senza far nulla, colle mani in mano, e un branco di cani ronzanti e abbaianti intorno.
Il fattore si alzò per ricevere gli ospiti, e andò ad acquietare i cani a grida e a sassate.
La piccola comitiva entrò in una corte vasta quanto una piazza, coperta di erba secca come un prato.
Alcuni sentieri battuti la segnavano con lunghe strisce biancastre da un capo all'altro e la facevano sembrare più grande.
All'ingiro erano dei magazzini che non finivano più, con piccole finestre ingraticolate lungo i muri screpolati, con delle immense cantine di cui l'umidità sotterranea trasudava dalle muraglie verdastre, delle rimesse spalancate come stallazzi, delle case di contadini nere e profonde a guisa di antri.
Ai due lati, degli abbeveratoi larghi come stagni, che allagavano quella parte della corte, dove sguazzavano le anitre e sgambettavano i monelli colle brache tirate sul ginocchio.
La notte vi si sentivano le rane.
Da un lato era la scala sconquassata, tremante in ogni balaustro di granito, larga come una scalinata di cattedrale, che si arrampicava tutta a gobbe sino alla porta dell'abitazione principale sormontata da un grande scudo, sbocconcellato, incoronato da un cimiero di cui restava una sola piuma di pietra confitta a un rampone di ferro.
Sotto l'arco della scala si rincantucciava come sotto il pronao di una basilica medioevale, la porta della chiesa sgangherata, bianca dal tempo, murata da ciottoli e da arnesi gettati lì contro per tener sgombra la corte, e al di sopra, sullo scudo impennacchiato che si reggeva sui ramponi arrugginiti, rizzava il capo dimezzato il campanile, colla campanella fessa, colla croce magra di ferro, sull'immenso azzurro del cielo.
Elena camminava adagio sull'erba secca, in quell'immensa corte deserta e silenziosa, quasi timida, dietro il servo dagli scarponi da contadino che andava ad annunziare la visita col berretto in mano, precedendoli in punta di piedi per la vasta anticamera sonora e scura come una chiesa, dall'ammattonato nudo, dalle pareti imbiancate a calce, alle quali tutt'ingiro, al disopra di selle vecchie e di finimenti messi sul cavalletto, di giganteschi cestoni colmi di legumi e di nocciuoli, erano appesi dei ritratti di famiglia, fatti colla scopa, polverosi, alcuni senza cornice, ma tutti decorati da un grosso blasone messo in cima, di lato, sotto i piedi, coronato, zeppo di croci, di torri, di sbarre, di stelle, e di bestie feroci.
I ritratti rappresentavano cavalieri bardati di ferro, gentiluomini di s.
m.
cattolica, colla testa adagiata sul collaretto spagnuolo come su di un piatto, creadi del re; gli ultimi, i più recenti, vestiti dell'abito di spada, o in costume da senatore, la più alta carica municipale del paese, imbacuccati nella toga che nessuno aveva mai avuto, e che l'artista disegnava di maniera su di un modello noto; dame stecchite nel busto, e che sembrava fossero state sempre dipinte, per non aversi a piegare.
Tutti sotto il nero fumo, e il giallo d'ocra, serbavano il cipiglio solenne, l'atteggiamento maestoso di gente che ha lì, a portata di mano, il berretto ricamato di perle da barone; e persino quei faccioni moderni di buoni campagnuoli, erano posati pian piano dall'artista sul rettangolo bianco del collare della toga, onde mostrare che erano teste per quelle corone là.
- Son gli antenati del Barone, - andavano chiacchierando dietro le spalle di Elena - gente venuta di Spagna col re, ce n'è di 600 anni fa! Hanno avuto sempre voce in capitolo.
E la fortuna poi di non aver mai troppi figliuoli!
Elena ascoltava, intenta, colle sopracciglia aggrottate, passando in rivista i ritratti, senza dire una parola, mentre gli altri chiacchieravano familiarmente col domestico della raccolta, degli armenti, dei nuovi acquisti che aveva fatto la baronessa, interessandosi come se fossero della famiglia anche loro; il servitore stesso diceva: - Le nostre pecore, le nostre vigne, la tenuta che abbiamo acquistato da ultimo.
La baronessa soleva stare in una cameraccia tutta bucata da porte e da finestre, nella quale si gelava d'inverno, ingombra di mobili dorati, di specchi, di scaffali pieni di cartaccie polverose, di macchine per far nascere i bachi, di sacchetti che contenevano i campioni delle derrate, col suo vecchio scrittoio in mezzo, e le sue donne in giro, ciarlanti tutte in una volta, spettinate, male in arnese, alcune delle quali si arrischiavano di venire anche scalze nelle ore tarde, filavano, facevano la calza, litigavano fra loro, mentre la padrona rivedeva i conti, dava gli ordini ai fattori, consultava l'avvocato che veniva apposta da Altavilla, spartiva il lavoro.
Ella accolse i nuovi arrivati colla cordialità che si leggeva sulla faccia dei suoi antenati imbavagliati nel collare della toga; baciò le donne, fece portare dei rinfreschi che sarebbero bastati per una compagnia, li menò in giro per la casa, vasta quanto un convento, nel tinello in cui nessuno mangiava più da un secolo, nel salone che non era stato mai terminato, negli stanzoni abbandonati e ingombri di mobili vecchi, e che servivano quasi tutti da magazzini.
- Non c'è dove mettere uno spillo - diceva la baronessa.
- La casa è tanto piccola! - Gli uomini ammiccavano cogli occhi, e immergevano le mani nei cestoni riboccanti di ogni ben di Dio.
- Queste son le stanze di mio figlio; - disse poi la baronessa conducendoli in un altro quartierino un po' meglio arredato del resto della casa, di cui però il solo lusso erano delle armi e degli arnesi da caccia di gran prezzo, sparsi per ogni dove, in ogni angolo, sui divani, sui mobili, sullo scrittoio polveroso e dal calamaio vergine.
- È la sua passione, - diceva la baronessa.
- Cani e schioppi! non pensa ad altro.
Voglio maritarlo per fargli entrare qualche altra cosa in testa.
- Le signore guardavano contegnose, colle labbra strette, e il fazzoletto ricamato fra le mani inguantate.
Ella si era presa di una gran simpatia per l'Elena, la conduceva per mano, la chiamava figliuola mia, le diceva: - Voglio cercargli una moglie bella come voi, al mio Peppino.
Ma non una cittadina, perché con noi non saprebbe adattarsi, in paese, e da mio figlio voglio separarmi solo quando sarò morta.
Che volete, è figlio unico! - Poi facendogli vedere nella sua camera, a capo del lettuccio piatto, il ritratto di un giovanotto bruno e tarchiato, un po' al modo di quei signori messi a festa, soggiunse: - Questo è Peppino!
Elena lo guardò un po' per compiacenza, e rispose qualche parola insignificante.
Peppino era uno come tutti gli altri, coi capelli ricciuti per giunta, e pettinati apposta per andare a farsi il ritratto, insaccato in un vestito che voleva esser di città, con certi solini e certa cravatta che Elena aveva visti solamente ad Altavilla.
Poi si rimise a considerare silenziosamente la baronessa che discorreva con gli uomini di maggese, di rimonda d'olive, di prezzi di derrate, e interrogava le donne sui lavori che avevano per mano, con la benevolenza di una parente.
Era una donnetta piccola e magra, cogli occhiali sul naso, vestita sempre di scuro dacché le era morto il marito, con un grembiale di seta verde, ed uno scialletto nero incrocicchiato sul petto; infine aveva sul mento un po' di barba, e un modo di camminare dondolandosi, così piccola com'era, quasi fosse stata sempre a cavallo, per giustificare quel che dicevano di lei che portasse i calzoni - per forza! diceva a chi le raccomandava di riposarsi oramai alla sua età; - quel ragazzo non ha nessuno altri che badi ai suoi interessi; se non ci fossi io se lo mangerebbero vivo.
Tutti ladri! lo sapete meglio di me, cari miei!
Al momento di accomiatarsi li accompagnò sino al ballatoio, volle assolutamente farli scortare da due campieri colle lanterne accese, che si era fatto buio.
- La cittadina avrà paura a quest'ora, per le nostre campagne.
Io non avrei paura di niente; tutti mi conoscono, grazie a Dio.
Mi dispiace che non ci sia Peppino.
Ma tornate un'altra volta, quando andrete a spasso da queste parti.
Venite a San Martino, sapete, gusteremo il vino nuovo.
Era sopraggiunta la notte, profonda tutto intorno ai lumi del casamento, nella campagna silenziosa, scintillante di stelle al di sopra della Rocca che si stampava in distanza come un nugolone minaccioso.
Le cavalcature andavano passo passo, fiutando il cammino dietro i fanali delle guide che sembravano far saltellare i ciottoli della viottola.
Qua e là un lumicino ammiccava nel tenebrore, e ad ogni fermata si udiva l'acqua del vallone che scorreva lenta, sotto i macchioni, e il gracidare lontano delle rane nella pianura.
Ad intervalli arrivava l'uggiolare di un cane, perduto nello spazio, in quello sterminato silenzio che faceva rabbrividire leggermente l'Elena quasi pel primo freddo dell'autunno inoltrato.
Tutto a un tratto si udì lo scalpitio di un cavallo.
- Questo è il Barone! disse uno dei campieri.
Un cane si mise ad abbaiare sospettoso e feroce in fondo alla viottola.
Poco dopo comparve infatti don Peppino, nell'ombra, sull'alto cavallo pugliese come un fantasma nero, seguito da due campieri di cui luccicavano le borchie d'ottone, e le carabine ad armacollo.
Qualcuno diede la voce, e il Barone fermò il cavallo per salutare le signore.
- Siamo stati alla villa, - gli dissero.
- Questa qui è la signora forestiera.
Don Peppino allora smontò da cavallo, per salutare la signora, tenendo il cappello in mano, colossale al lume dei fanali che lo rischiaravano dal petto in su; ma timido, come un ragazzo.
Elena aveva inchinato appena il capo.
Il barone consegnò le redini ad uno dei campieri.
Egli continuava a discorrere, col piede su d'un sasso, mentre il vecchio servo inginocchiato gli sfibbiava gli sproni, colla testa bianca a livello degli stivali del padrone.
- Ora andate alle case, disse infine.
Io verrò dopo.
Badate di non fare star fermo il cavallo a questa aria.
Egli volle accompagnare la brigatella sino al principio della viottola.
Poi salutò le signore, si inchinò più profondamente all'Elena, e scomparve nel buio.
- E pensare che se lo incontrasse qualche briccone, potrebbe cavargli 20 mila ducati di taglia! osservò uno della brigata.
- Don Peppino è bravo come un cane corso, - aggiunse un altro.
- E non si lascerebbe pigliare.
Allora senza saper perché Elena, per tutto il resto del viaggio, pensò a quel ragazzo che non aveva paura di andare solo al buio, a quell'ora.
VI
L'ortolano, tutto sottosopra, venne ad annunziare che arrivava la visita del signor Barone.
Elena era sotto il pergolato, dove soleva passare le ore calde della giornata, col ricamo o con un libro in mano.
Senza scomporsi accennò di sì col capo al contadino stupefatto e ricevette il Barone fra quelle quattro macchie di dalie come una regina.
Don Peppino, avvezzo alle accoglienze premurose e imbarazzate, fu sconcertato da quella disinvoltura signorile.
Egli era venuto con delle intenzioni conquistatrici veramente baronali, vestito in gala, sbattendo il frustino sugli stivali.
Giunto al cospetto dell'Elena, per non fare la figura che aveva visto fare agli altri, girando il cappello nelle mani, cominciò ad ammirare il paesaggio, il banco di legno rustico sotto il pergolato, il panierino da lavoro adorno di nastri.
Elena offrì il rosolio in una cassetta da liquori simile a quella che la Baronessa madre teneva sottochiave per le grandi occasioni.
A don Peppino sembrava di trovarsi al teatro, quando i dilettanti di Altavilla rizzavano una campagna di cartone, nella quale le pastorelle recitavano coi guanti e le scarpette verniciate.
Al momento di congedarsi offrì di venire a prendere la signora in carrozza, per fare una trottata sino ad un paesetto vicino.
Elena dopo un lieve cenno di ringraziamento che non voleva dire né si né no, ed un mezzo sorriso più insignificante ancora, seguitava a lavorare d'uncinetto attentamente, lasciando al marito la cura di rispondere.
Questi disse:
- Volentieri, se ciò fa piacere ad Elena.
Ma appena il barone fu partito, Elena gli buttò le braccia al collo.
- Hai fatto bene a dir di sì.
Ne morivo di voglia!
Nella sera, alla Rosamarina si parlava ancora del Barone, ed Elena disse:
- Peccato che colui sia tanto ricco!
- Io son più ricco di lui! rispose suo marito baciandole le mani.
Intanto il Barone non ha queste!
- No! no davvero! disse Elena con un movimento leggiadro della spalla, e non le avrebbe mai.
Mi piacerebbe esser ricca, ma non con un marito così fatto!
- Oh, tu sapresti ridurlo a modo tuo! rispose storditamente Cesare sorridendo.
Chi può analizzare le conseguenze lontane delle parole più semplici! Elena si mise a ridere del pari, mormorando:
- Ah, sì! - Ma rimase un momento soprappensieri.
Il barone venne il giorno dopo sino al principio della strada carrozzabile col suo phaeton e i suoi quattro cavalli bai.
Elena era leggiadrissima nel suo vestito grigio e nero, sotto l'ombrellino di seta greggia.
Due altre signore del vicinato erano venute, e riempivano il legno di stoffe gaie, di ombrellini rossi, di allegria e di risa.
Raramente gli abitanti del villaggio avevano visto siffatto spettacolo per le strade larghe e deserte del paese, e fu un gridio, una festa generale, lungo i muri degli orti, le facciate basse delle casette, appena si udì da un capo all'altro del paese il trotto sonoro dei quattro cavalli.
I monelli correvano vociando dietro il cocchio, le comari si additavano Elena dagli usci, colle rocche, a bocca aperta, tutti quelli che giuocavano a tresette si affacciarono sulla porta del casino.
Il barone arrestò il phaeton dinanzi al caffè, con un tratto vigoroso del polso che fece piegare sui garretti i cavalli fumanti, e ordinò dei gelati.
Le signore, rosse come i loro ombrellini, vergognose di vedersi il punto di mira di tutto il paesetto affollato intorno al legno, col naso in aria, per vederle mettere il cucchiarino nel gelato, chiacchieravano a voce alta, ridevano forte, con la bocca stretta, e tenevano il mignolo in aria, quasi fossero innanzi allo specchio.
Elena invece discorreva tranquillamente col Barone, tutto occupato di lei, colla frusta ritta come un cocchiere, sorbiva
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