I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 6
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Veggo nelle piante e arbuscelli quanto le radici attraggono e distribuiscono alimento al tronco, el tronco a' rami, e' rami alle frondi e a' frutti.
Cosí forse sarà da stimare naturale a' padri che nulla lascino adrieto per nutrire e mantenere quelli che sono di sé usciti e per sé nati.
E confesso a voi padri essere non se non debito avere cura e sollecitudine per bene allevare i vostri nati.
Né ora ti domando se quella cosí fatta sollecitudine a' padri sia naturale necessità, o pure quasi come nato e cresciuto amore da que' piaceri e da quelle speranze, quali si pigliano e' padri dagli atti e presenza de' figliuoli; già che non rarissimo si vede uno amerà questo piú che quello suo figliuolo, e di cui forse gli parerà possa piú sperarne, in questo tale sarà piú curioso a ornarlo, piú liberale e facile a compiacergli.
E ancora si vede tutto il dí chi poco cura il suo figliuolo vada in lontani e strani paesi stracciato fra le stalle, fra' disagii, in mezzo a' pericoli, e dove, qual piú gli debba dispiacere, forse diventi vizioso e incorrigibile.
Ma non sia per ora nostra contenzione investigare che principii, crescimenti o fini in sé abbia ciascuno amore.
Né anche cerchiamo onde ne' padri verso i suoi nasca alcuna disparità d'amore, ché mi potresti rispondere l'essere vizioso viene da corrotta natura e depravato ingegno.
Però la natura medesima, la quale in tutte le cose cerca convenienza e perfezione, disiunge e priva e' viziosi figliuoli dal vero amore e dalla intera carità de' padri.
E anche forse hanno e' padri una o un'altra lode piú cara ne' figliuoli che tenersegli in mezzo a' domestichi ozii e vezzi, o quello ti paresse rispondermi credo sarebbe lungo ragionamento.
E qui, non per contradirti, ma solo per certificarmi ove tu dicevi che sino dalla fascia e' padri truovano ne' figliuoli sí gravissime maninconie, non mi persuade che uno savio padre debba pigliarsi ad animo nonché tristezza, ma né incarco alcuno di molte altre cose, e di questo in prima quale s'appartiene alle femmine, alla nutrice, alla madre piú troppo che al padre.
Stimo tutta quella età tenerina piú tosto devuta al riposo delle donne, che allo essercizio degli uomini.
E quanto io, sono di quelli che vorrei mai né trassinare e' picchini, né vederli troppo da' padri, come talora li veggo, palleggiare.
Stolti, che poco stimano con quanti infiniti pericoli e' puerelli stiano nelle dure braccia de' padri, a' quali piccola cosellina sconcia e distorce quelle ossicine tenerucce, e raro si può stringerli o maneggiarli senza grandissimo modo che non si gli travolga e disvolghi qualche membro, come per questo talora si ritruovano bistorti e bilenchi.
Adunque sia questa prima età in tutto fuori delle braccia de' padri, riposisi, dorma nel grembo della mamma.
Quella età poi che a questa segue, ne viene con molto diletto, col riso di tutti, e già cominciano a proferire e con parole in parte dimonstrare le voglie sue.
Tutta la casa ascolta, tutta la vicinanza riferisce, non manca ragionarne con festa e giuoco, interpetrando e lodando quel fece e disse.
E già si vede gemmare e apparire in quella come primavera di quella età, nel viso, nell'aria, nelle parole e ne' loro modi infinite buone speranze, grandissimi segni di sottilissimo intelletto e di profondissima memoria, e cosí per tutti se ne dice ch'e' putti sono conforto e giuoco a' padri e a' suoi vecchi.
Né credo si truovi sí obligato di faccende, né sí carco di pensieri padre alcuno a chi non sia la presenza de' fanciulli suoi molto sollazzosa.
Catone, quel buono antico, qual fu per sopranome savio chiamato, e riputato quanto era in tutte le cose constantissimo e severissimo, si dice spesso interlassava l'altre grandissime e publice e private sue faccende el dí, tornando molte volte a rivedere que' suoi piccinini, tanto gli parea non acerbo e doglioso avere figliuoli, ma dolce e dilettoso vedere el riso, udire le parole, godere di tutti que' vezzi pieni di molta simplicità e suavità, quali sono sparti nella fronte di quella pura e dolce prima età.
Se adunque cosí è, Adovardo, se le sollecitudine de' padri sono e piccolissime e con molto diletto, tutte piene d'amore e di buona speranza, di riso, di festa e giuoco, queste vostre maninconie in che sono elle? Gioverammi saperne ragionare.
ADOVARDO A me sarebbe molto caro tu, come in parte so io, per pruova sapessi ragionarne.
Ben mi duole di voi non pochi giovani Alberti, e' quali vi trovate senza eredi, senza avere quanto potresti accresciuta la famiglia e fattola molto populosa.
Che è questo a dire? - che io annoverava pochi dí fa non meno che venti e due giovani Alberti vivere soli senza compagna, non aver moglie, niuno manco che sedici, niuno piú che anni trenta e sei.
Duolmene certo e veggo quanto sia danno grandissimo alla famiglia nostra se tanto numero di figliuoli, quanto da voi giovani si richiede, mancherà; ché giudico da volere prima sostenere ogni sconcio e ogni dispiacere che patire qui la famiglia rimanga sola, senza vedere chi succeda nel luogo e nome de' padri.
E perché io vorrei che tu in prima fra gli altri fussi uno di quelli el quale, come fai di fama e nome, cosí di figliuoli simili a te riempiessi e aggrandissi la famiglia Alberta, però mi ritemo persuaderti cosa alcuna onde tu avessi da dubitare e ritrarti.
Ché credo assai da presso ti monstrerrei le maninconie de' padri per ogni età essere non poche, né poco acerbe e dure, e vederesti negli affezionatissimi padri da quella prima età nascere non sempre giuoco e riso, ma spesso tristezza e lacrime.
E anche non negheresti a' padri stare grande affezioni, grande sollecitudini, molto prima ch'e' figliuoli ci portino riso o sollazzo alcuno.
Convienci pensare molto innanzi a ritrovare buona balia, cercarne con molta opera per averla a tempo, investigare ch'ella non sia inferma né scostumata, e porvi mente e diligenza ch'ella sia vacua, libera e netta di que' vizii e di quelle macule quali infettano e corrompono il latte e il sangue; e piú abbiamo da procurarla tale che in casa seco porti né scandolo né vergogna.
Sarebbe lungo racontare quanto riguardo qui sia a noi padri necessario, quanta fatica per ciascuno in tempo vi si duri prima che truovi quanto si conviene onesta, buona e faccente balia.
Né forse crederresti quanto sia maninconia, ripetio e rimordimento d'animo nolla trovare a tempo, o nolla avere poi sufficiente, le quali cose pare che ne' maggiori bisogni piú sempre manchino.
E sai quanto sia nella inferma e scostumata balia pericolo come di lebra, epilenzia, e cosí di tutte quelle gravissime infermitati, quali si dice possono venire dalla poppa; e anche sai quanto siano rare le buone nutrice e da molti richieste.
Ma che vado io pure racontando ogni minima cosa? Poiché m'è piú caro stimi e' figliuoli siano, come a dire il vero sono, a' padri grandissimo sollazzo, que' piccini vederli lieti atornoti, maravigliarti d'ogni loro atto e parola, riputarla da grande sentimento, prometterti fra te stesso assai buona speranza.
Una cosa forse può far piccole queste dolcezze e renderti molto maggiori e piú cocente cure all'animo.
Stima tu a chi duole vederli piangere se forse cadendo un poco si li percuotono le mani, quanto gli sarà molesto pensare che piú fanciulli di quella età che d'ogni altra periscono.
Pensa quanto gli sia acerbità aspettare d'ora in ora essere privato di tanta voluttà.
Anzi mi pare questa età prima esser quella che da ogni parte sparge le molte e grandissime maninconie, e quasi solo questa si vede piena di vaiuoli, fersa e rosolia, né mai sta senza crudezze di stomaco, al continuo giace deboluzza, e sempre langue carca di molte altre infermità, quali né tu conosci, né quelli picchini ti sanno dirle, onde in te stimi ogni loro piccolo male essere grandissimo e tanto maggiore quanto ti sfidi come a non conosciuta malattia vi si possa dare vero e utile rimedio.
Però ogni minima dogliuzza de' figliuoli nell'animo de' padri tiene grandissimo tormento.
LIONARDO Troppo aresti tu caro, Adovardo, ch'io non potessi piú come colui dire quello che si riputa felicissima cosa: «mai ebbi moglie».
Ben sai tu se io vi sono di buono e ardente animo, e credo non fastidia te che a me siano da molti, quanto troppo spesso sono, l'orecchie riscaldate.
E veggo non t'è a odio che chi non ha che dirmi, chi altrimenti si truova povero di parole, mancandogli ogni altra trama a ragionare, entri a cinguettare a darmi moglie, e qui effunda grandissimi fiumi d'eloquenza in demonstrarmi e lodarmi el coniugio, la società constituta da essa primeva natura, la procreazione de' successori eredi, l'accrescimento e amplificazione della famiglia, comandandomi «to' questa o quella nella quale non hai da disiderarvi o piú dota, o maggior bellezze, o migliore parentado».
E cosí spesso con troppa loro presunzione, ove cercano incendermi volontà di non starmi libero come mi sto, incendono in me qualche iusta indegnazione.
E pur vorrei anch'io testé non trovarmi senza moglie, e arei caro aver figliuoli, acciò che in te non fusse tanto avantaggio piú che a me che io non potessi refutare l'autorità tua per pruova quanto con argomenti.
E sallo Dio e anche tu quanto io vi sia d'animo fervente, e come spesso e teco e con altri abbiamo ricercato trovare cosa ci s'affaccia.
Ma che disaventura sia la nostra certo mi pesa.
Quelle vergine quale gusterebbono a te dispiaceno a me.
Quelle che a me forse non sarebbono moleste, a voi altri mai pare si condicano, e cosí mi si rimane l'animo ardentissimo, non tanto d'avere nella famiglia el luogo e il nome mio doppo me non ispento e anullato, ma anche molto piú mi sta el volere omai uscire di tanta seccaggine di tutti gli amici e conoscenti a chi, non so per che invidia, la libertà mia del starmi senza femmina dispiace.
Ma io temo a me non intervenga come si scrive apo gli antichi di quel fonte sacro in Epiro, nel quale un legno infiammato si spegne, e uno spento e freddo vi si raccende.
Però forse sarà il meglio voi lasciate me da me stesso infiammato satisfarvi, o se pure credete il vostro dire in me faccia utile opera alcuna, consigliovi aspettiate questo mio ardente desiderio del tôr donna si rafreddi.
Ma noi abbiamo riso assai.
Quanto se io avessi fanciugli, io non mi piglierei quella fatica di cercare altra nutrice che la loro medesima madre.
E' mi ramenta Favorino, quel filosofo d'Aulo Gelio, e tutti gli altri antichi quanto e' lodan piú el latte della madre che alcuno altro.
Forse questi medici appongano che dare el latte le indebolisce e falle talora sterile.
Ma pure io posso credere dalla natura sia bene a tutto proveduto, e debbasi stimare non sanza cagione, ma bene con gran ragione quanto si vede insieme colla grossezza ivi nascere in copia e multiplicarsi el latte, quasi come la natura stessa ci apparecchi al bisogno e dicaci quanto a' figliuoli dalle madri aspetti.
Piglierei questa licenza se la donna per sinistro alcuno fusse diventata debole: io provederei, come tu di', d'avere balia buona, esperta e costumata, non per lasciar piú ozio alla donna, non per torgli quella verso de' figliuoli devuta faccenda, ma per dare meno tristo nutrimento al fanciullo.
E credo il vero che, oltre a quelle infermità, quali tu dicevi potevano dal corrotto latte venire, ancora piú la nutrice non onesta, non costumata, sarà sufficiente ne' costumi del fanciullo nuocere e inclinallo a' vizii ed empierli l'animo di furiosi e bestiali passioni come d'iracundia, timidità, spaventi e simili mali.
E credo se la balia o da sé fia, o per uso di vini troppo fumosi e pretti, o per altri riscaldamenti d'animo focosa, e arà il sangue suo infiammato e riarso, forse sarà facile in colui, el quale arà da costei preso nutrimento cosí acceso e adusto, conseguirli l'animo proclive e incitato ad ira, immanità e bestialità.
E cosí ancora può la lattatrice male contenta, piena di rancore e gravezza d'animo, rendere quel fanciullo pigro ed enervato e timido, e cosí tali simili cagioni possono assai ne' primi tempi.
Vedesi uno arborcello non avendo donde e' pigli nutrimento appropriato a sé e ne' primi bisogni quanto si doveva copia d'aere e umidità, lo fa di poi stare sempre languido e seccuccio.
E pruovasi che piccola piagolina a uno tenero rampollo piú nuoce che due grandi squarciature a uno annoso tronco.
Pertanto si vuole molto provedere che a quella tenerina età sia nutrimento quanto si può ottimo.
Però si proccuri al bisogno avere la balia lieta, netta, senza alcuno riscaldamento o turbazione di sangue o d'animo; faccia vita modesta, né sia immoderata in cosa alcuna, né scostumata; le quali cose sí, come tu dicevi, raro si truovano nelle nutrice, però ti resta da consentirmi che certo le proprie madri sono come piú che l'altre baliacce modestissime e costumatissime, cosí piú atte e molto piú utili a nutrire e' suoi proprii figliuoli.
Né starò raccontando qui quale con piú amore, con piú fede, diligenza e assiduità governerà el fanciullo, o quella condutta per pregio, o la propria madre.
Né ancora mi stenderò a provarti quanto l'amore verso del figliuolo si conservi e confermi alla madre quando el figliuolo sarà nel suo seno cresciuto e nutrito.
E quando pure bisognasse, che raro non mancando la madre accade, cercare la balia e avere in queste tali dette cose sollecitudine, non pare a me faccenda troppo grave.
E forse veggo molti uomini con diletto affaticarsi in utilitati minori che non è per salute de' figliuoli, cosa lodevole e molto devuta.
Ma ben sai, stare in paura come tu mi parevi e dubitare di quella prima età periscano molti, a me questo non pare da lodare.
E' si vuole, mentre che ne' fanciulli si sente spirare qualche anima, piú tosto sperarne meglio che dubitarne.
Né sono talora sí grande le dogliuzze de' fantini quanto elle paiono.
Vedevilo ieri giacere languido e tutto quasi fuori di vita: oggi tutto vivo, tutto forte ti s'apresenta, per tutto transcorre.
E quando a Dio fusse in qualche età piaciuto che a' figliuoli tuoi el corso de' giorni suoi fusse finito, stimo sia officio de' padri piú tosto ramentarsi e rendere grazia de' molti piaceri e sollazzi, quali e' figliuoli hanno loro dati, che dolersi se chi te gli prestò se gli ha in tempo rivoluti.
Lodasi quella antiqua risposta d'Anassagora, el quale come prudente e savio padre udendo la morte del figliuolo, quanto dovea con paziente e ragionevole animo disse, sapea sé avere generato un uomo mortale, e non gli parea intollerabile se chi era nato per morire già fusse morto.
Ma qual si truova rustico sí imperito e sciocco, el quale in sé non sia certissimo come nulla cosa può dirsi morta qual prima fusse stata non viva, cosí nulla essere in vita che non aspetti quanto era dovuta a morte?
E forse ti dirò tanto, Adovardo, ch'e' padri lo dovrebbono avere, non voglio dire caro, ma certo molto meno a molestia s'e' figliuoli muoiono senza maggior vizii e senza sentire quanti molti affanni siano in questa vita de' mortali.
Niuna cosa si truova piú faticosa che 'l vivere; e beati coloro che uscirono di tanti stenti e finirono i dí suoi giovinetti in casa de' padri nella patria nostra! Felici loro che non sentirono le miserie nostre, non sono iti errando per le terre altrui senza dignità, senza autorità, dispersi, lontani da' parenti, dagli amici e da' cari suoi, sdegnati, spregiati, scacciati, odiati da chi riceveva onore e cortesia da noi! O infelicità nostra per tutte le terre altrui trovare nelle avversità nostre aiuto e qualche riposo, in tutte le genti strane la nostra calamità trovare pietate e compassione, solo da' nostri proprii cittadini già tanto tempo non potere impetrare misericordia alcuna! Senza cagione proscritti, senza ragione perseguiti, senza umanità negletti e odiati!
Ma che volevo io dire? A ogni età non mancano spesse infermità grandi e gravi non meno che nella prima infanzia, se già e' grandi e atempati ti paressino colle sue gotti, scese, fianchi e sciatiche piú che gli altri leggieri e liberi, o vero giudicassi che le febbri, dolori e morbi non potessero a' robusti e fermi giovani nuocere quanto a' fanciulli.
E quando ben qualche età fusse piú percossa dall'ultime infermità, sarae però da non biasimare quel padre, el quale non tenga sé quanto si richiede moderato e prudente? E part'egli poca stultizia pure averti coll'animo pauroso e sollicito dove a te non sia licito prendervi altro alcuno rimedio?
ADOVARDO Io non voglio però contender teco, né disputare le cose sí a sottile.
Sono contento giudichi poco savio chiunque teme quello a che non si può rimediare.
Con questo o tu non riputare me pazzo, benché io in molte cose non sia e inverso de' fanciulli miei sanza paura, o tu ditermina che tutti i padri sieno stoltissimi, poiché niuno si truova el quale non molto procuri e tema di non perdere que' che gli sono carissimi.
La qual cosa se alcuno biasima, insieme vitupera l'essere padre.
E qui me conduco, Lionardo.
Sieno, s'egli è possibile, e' padri certi ch'e' figliuoli persino all'ultima vecchiezza rimarranno in sanità e prosperità; aspettino e' padri veder e' nipoti de' suoi nipoti, qual si scrive vidde a sé nati divo Augusto Cesare; non temano in loro alcune gravissime malattie, le quali talora sono non meno che la morte acerbe e intollerabili, e speri ciascun padre sé essere simile a Dionisio tiranno siracusano, quale in età d'anni sessanta né de' figliuoli di tre sue mogli, né de' molti suoi nipoti, mai acadde farne essequie alcuna; e stia in arbitrio de' padri la vita e la morte de' figliuoli, la lunga età e la breve vita, come stette ad Altea, alla quale concessero gli dii che tanto il suo figliuolo Meleagro vivesse, quanto durava salvo e intero quel tizzone quale essa gittò crucciata in mezzo il fuoco, onde consumato il legno fu la vita a Meleagro finita: dico ch'e' figliuoli non sarebbono però a' padri se non pieni di maninconia.
LIONARDO A me cotesto pare piú da confessarlo a te, el quale non vuoi contendere, che da crederlo a uno altro da cui mi paresse a quel che dice domandarne ragione.
Ma forse io scorgo dove tu potresti riuscire, come interviene a molti pochi savi padri che si straccano e scalpestano la sua vita tutta in arti faticosissime, in viaggi e travagli grandissimi, e vivono in disagii e servitú per lassare gli eredi suoi abondanti d'ozio, delizie e di pompa.
ADOVARDO Tu so non riputi me di quelli cosí fatti che io stia molto tempo pe' miei figliuoli occupato a congregare quello che in uno minimo momento può la fortuna, nonché a chi e' si lascia, ma a chi l'acquista, torlo.
Ben dico che mi sarebbe caro lasciare e' miei ricchi e fortunati piú che poveri, e molto desidero, e molto, quanto in me sta, m'adopero lasciarli in tale fortuna che poco abbino ad arivare alle merzè d'altrui, ché non sono ignorante quanto sia miseria ne' suoi bisogni non potersi aiutare senza le mani d'altrui.
Non credere però, s'e' padri non temono morte e povertà ne' figliuoli, che siano senza maninconia.
E dove sta il peso di fargli costumati? Apresso il padre.
Dove sta la soma di fargli imparare lettere e virtú? Appresso il padre.
Dov'è quel carico smisurato di fargli apprendere una e un'altra dottrina, arte, scienza? Pure appresso il padre, ben sai.
Agiugni a queste la grandissima sollecitudine che hanno i padri in scegliere quale arte, quale scienza, qual vita piú si confaccia alla natura del figliuolo, al nome della famiglia, al costume della terra, alle fortune, a' tempi e condizione presenti, alle occasioni, alle espettazioni de' cittadini.
Non patisce la terra nostra che de' suoi alcuno cresca troppo nelle vittorie dell'armi.
Savia, perché sarebbe pericoloso alla nostra antichissima libertà, se chi have adempiere nella republica le sue voluntà con favore e amore degli altri cittadini, potesse con minacce e forza d'arme aseguire quanto l'animo il traporta, quanto la fortuna si gli porge, quanto il tempo e condizioni delle cose gli accede e persuade.
Né anche fa la terra nostra troppo pregio de' litterati, anzi piú tosto pare tutta studiosa al guadagno e cupida di ricchezze.
O questo il paese che lo dia, o pure la natura e consuetudine de' passati, tutti pare crescano alla industria del guadagno, ogni ragionamento pare che senta della masserizia, ogni pensiero s'argomenta ad acquistare, ogni arte si stracca in congregare molte ricchezze.
Non so se in noi Toscani questo fusse o da' cieli, come diceano gli antichi che, perché Atene avea il cielo puro e leggiero, però ivi erano uomini sottili e d'ingegni acuti; Tebe avea il cielo piú grasso, però erano e' Tebani piú tardi e meno astuti.
Alcuni affermavano perché i Cartaginesi si trovavano il paese sterile e arido, per questo a loro era forza ne' suoi bisogni avere conversazione e ospizio con molte vicine ed estranee genti, onde riveniano esperti e dotti in molta astuzia e inganni.
E anche forse si può credere ne' cittadini nostri l'uso e consuetudine de' passati abbia amminicolo e possanza.
Come scrive Platone, quel principe de' filosofi, che ogni costume de' Lacedemoniesi era infiammato di cupidità di vincere, cosí stimo alla terra nostra il cielo produce gl'ingegni astuti a discernere el guadagno, el luogo e l'uso gl'incende non a gloria in prima, ma ad avanzarsi e conservarsi roba, e a desiderare ricchezze, colle quali e' credono meglio valere contro alle necessità, e non poco potere ad amplitudine e stato in fra i suoi cittadini.
E se cosí fusse, quanto saranno solliciti e' padri quali stimeranno il figliuolo piú atto alle lettere o arme che a racogliere o coadunare denari! Non gli combatterà egli nell'animo uno volere seguire el costume della terra contro a uno desiderare d'adempiere le sue grandissime speranze? Sarà egli poco stimolo a' padri cosí avere a posporre l'utile e onore de' figliuoli e della famiglia sua? Non gli sarà egli gravissimo all'animo, per schifare odio e invidia de' suoi cittadini, esserli non licito quanto vorrebbe e gioverebbe, dirizzare il figliuolo a una o un'altra virtude o lode? E testé non occorrono a me in mente tutte le nostre doglie, e forse sarà troppo lunga opera e troppa esquisita fatica volertele a una a una tutte racontare.
Basti a te quinci vedere ch'e' figliuoli sono a' padri pieni di lagni e maninconie innumerabili.
LIONARDO Quanto, Adovardo, se io ti dicessi ch'e' padri non avessino a sofferire delle fatiche, sendo ogni vita, come dicea Crisippo, grieve e laboriosa.
Nessuno si truova mortale a chi el dolore non tocchi.
Le infermità, la paura e le maninconie lo premano; sotterrare figliuoli, amici e parenti; perdere e di nuovo rifare; aspettare e proccurare quanto bisogna ad infinite nostre necessitati.
E questa pena pare data a chi ci vive, che reiterate le piaghe della fortuna, nelle case s'invecchi con lacrime, merore, e in veste nera.
Sí che, se i padri fussero piú che gli altri mortali sciolti da queste leggi a noi date dalla natura, e securi da queste incursioni e impeti delle cose, e liberi da tante a tutti gli uomini necessarie cure e pensieri, quali al continuo l'animo di chiunque si sia non stolto avolgono, credo sarebbono e' padri piú che gli altri felici e beati.
Non ti niego però ch'e' padri sopratutto piú che gli altri debbano colle mani e co' piedi, con tutti e' nervi, con ogni industria e consiglio, quanto possono sforzarsi ch'e' figliuoli sieno costumati e onestissimi, sí perché fanno l'utile de' suoi, - il costume in uno giovane si stima certo non meno che la ricchezza, - sí etiam perché rendono ornamento e pregio alla casa e alla patria sua e a sé stesso.
I figliuoli costumati sono testimoni e lodo della diligenza de' loro padri.
E stimasi meglio essere alla patria, s'i' non erro, e' cittadini virtudiosi e onesti che i ricchi molto e possenti.
E di certo e' figliuoli non costumati debbono essere a' padri non insensati e stolti grandissimo dolore, non tanto perché a loro dispiacciono le bruttezze e spurcizie de' figliuoli, quanto ché niuno dubita ogni scorretto figliuolo rendere al padre in molti modi non piccola vergogna, ove certo ciascuno conosce e giudica quanto stia ne' padri delle famiglie fare la gioventú sua onesta, costumata e virtudiosa.
Né credo sarà chi nieghi questo, che tanto possono e' padri ne' loro figliuoli quanto e' vogliono.
E come uno buono e sollecito scorgitore farà uno puledro mansueto e ubidiente, quale un altro men destro e negligente non arà potuto imbrigliarlo, cosí e' padri ne' suoi con diligenza e modo gli renderanno civilissimi e modestissimi.
Onde non senza grandissimo biasimo di negligenza saranno e' padri quali aranno e' figliuoli non corretti, ma disviati e scelerati.
Però in questo sarà la prima cura e pensiere de' maggiori, come dianzi diceva Lorenzo, in provedere che la gioventú sua quanto si può sia ornatissima di virtú e costume.
Del resto consiglierei io e' padri che ne' figliuoli seguissero piuttosto il ben della famiglia che il giudicio del volgo, già che si vede questo, alla virtú mai quasi manca ricetto e luogo, per tutto truova dove essere lodata la virtú e amata.
Però farei come faceva quello Apollonio alabandese retorico quale, se i giovani non gli pareano bene atti alla eloquenza, gli traduceva a quegli mestieri da natura piú si gli afaceano, e non se gli lasciava apresso perdere tempo.
E scrivesi di quelli Ginnosofiste, populi orientali, riputati fra gl'Indii savissimi, che allevavano e' nati non a voglia e desiderio del padre, ma secondo el ditto e sentenza di que' publici savi, a' quali era officio notare il nascimento e l'effigie di ciascuno.
Indi giudicavano quanto e a che cosa fussero meglio atti, e in quelle come da questi prudenti vecchi era commendato, sé essercitavano.
E se fussero stati a' buoni essercizii deboli e disadatti, non era chi volesse perdervi né spese né fatiche: dicesi gli gittavano e talora gli anegavano.
Cosí facciano e' padri a quello ch'e' figliuoli sono atti, ascoltino l'oraculo d'Apolline, quale rispuose a Cicerone: «segui coll'opera e colla industria là dove la natura e lo 'ngegno tuo ti tira».
E s'e' figliuoli sono pronti e accomodati alle virtú, a' fatti virili, alle scienze e arti prestantissime, alla vittoria e gloria delle armi, ponganvisi, faccianvisi essercitare e apprenderle, e diesi opera che insino dalla prima età vi si avezzino.
Qualunque uso pigliano e' minori, con esso crescono.
E se forse non fussero o per ingegno, o per intelletto, o per fermezza o prosperità, sufficienti alle cose maggiori, diesi loro minori e piú leggieri essercizii, e sempre se gli preponga essercitazioni quanto a loro sarà possibile essequirle, magnifice, virili e onorate.
E se non fussero idonei e abili a quelle lodatissime, e se fussero inutili ad altro, facciano e' padri simile a que' Ginnosofiste, aneghino i figliuoli nelle cupidità, facciangli cupidenarii, incendino ne' giovani volontà non ad onore e gloria, ma all'auro, ricchezza, al quattrino.
ADOVARDO E questo ci duole ancora, Lionardo, che noi non sappiàno il certo, qual via sia piú a' nostri facile, né bene scorgiamo a quale buon corso la natura gl'invii.
LIONARDO Quanto io, stimo a uno padre diligente e desto non sarà questo molto difficile, conoscere a che essercizio e a che laude e' figliuoli suoi sieno proclivi e disposti.
Quale piú sempre fu incerto e dubbioso che il ritrovare quelle cose, le quali in tutto voleano starsi nascose, le quali la natura si serbava molto entro coperte sotto la terra? Pur questo si vede, gl'industriosi artefici l'hanno ritrovate e agiunte.
Chi disse all'avaro e cupido là sotto fussero metalli, argento e auro? Chi gl'insegnò? Chi gli aperse la via sí difficile e ambigua ad andarvi? Chi lo fé certo fussino minere piú tosto di preziosi metalli che di piombo? Furono gl'indizii, furono e' segni per li quali si mossono ad investigare, e co' quali investigando conseguirono, e addussorli in notizia e uso.
E tanto potette la industria e diligenza degli uomini che nulla cosa di quelle occultissime piú a noi sta non conosciuta.
Ecco ancora gli architetti vorranno edificare el pozzo o la fonte.
Prima cercano gl'indizii, né però cavano in ogni luogo, perché sarebbe inutile spesa cavare dove non fusse buona, netta e presta vena.
Però pongono mente sopra terra onde possano conoscere quello che sta sotto, entro, dalla terra nascoso.
E dove e' veggono el terreno tuffoso, arido e arenoso, ivi non perdono opera, ma dove surgano virgulti, vinci e mirti, o simile verzure, ivi stimano porre sua opera non indarno.
E cosí non, senza indizio, si danno a seguire quanto allo edificio sarebbe accommodato, ma dispongono lo edificio a meglio ricevere quel che gl'indizii gli prescrivono.
Simile adunque faccino e' padri verso de' figliuoli.
Rimirino di dí in dí che costumi in loro nascono, che volontà vi durino, a che piú spesso ritornino, in che piú sieno assidui, e a che peggio volentieri s'induchino.
Imperoché di qui aranno copiosi e chiari indizii a trarne e fermarne perfetta cognizione.
E se tu credessi nell'altre cose ascosissime avere e' segni manco fallaci che ne' costumi e nel viso degli uomini, e' quali sono da essa natura congregabili, e volentieri e con studio si congiungono, e fra gli uomini lieti convivono, fuggono, spiacegli e attristagli la solitudine; se tu in costoro credessi trovare meno indizio e meno certezza che in quell'altre cose copertissime e in tutto dal necessario uso, presenza e giudicio de' mortali rimotissime, certo erreresti.
La natura, ottima constitutrice delle cose, volle nell'uomo non solo che viva palese e in mezzo degli altri uomini, ma certo ancora pare gli abbia imposto necessità che con ragionamento e con altri molti modi comunichi e discopra a' medesimi uomini ogni sua passione e affezione, e raro patisce in alcuno rimanere o pensiero o fatto ascoso, e non da qualcuno lato saputo dagli altri.
E pare che la natura stessa dal primo dí che qualunque cosa esce in luce abbia loro iniunte e interserte certe note e segni patentissimi e manifesti, co' quali porgano sé tale che gli uomini possano conoscerle quanto bisogna a saperle usare in quelle utilità sieno state create.
E piú nell'ingegno e intelletto de' mortali have ancora inseminato la natura e inceso una cognizione e lume di infinite e occultissime ragioni di ferme e propinque cagioni, colle quali conosca onde e a che fine sieno nate le cose.
E agiunsevi una divina e maravigliosa forza di sapere distinguere ed eleggere di tutte qual sia buona e qual nociva, qual mala, qual salutifera, quale accommodata e qual contraria.
E vedi sí tosto come la pianta si scopre sopra della terra, cosí allora il pratico e diligente la conosce, e chi meno fusse pratico, colui alquanto piú tardi la conoscerebbe.
Ma certo ogni cosa prima è conosciuta che scemata, prima redutta ad uso che mancata.
E cosí stimo la natura negli uomini faccia il simile.
Né a' fanciulli diede sí coperte e oscure operazioni, né a' padri sí rozzi e inesperti iudicii che non possano di molti luoghi compreendere a che i figliuoli suoi piú s'adirizzino.
E vederai dal primo dí che 'l fanciullo comincia a dimonstrare suo alcuno appetito, subito si scorge a che la natura lo 'nchina.
Ramentami udire da' medici ch'e' parvuli, quando e' ti veggono cosí grillare colle mani, allora se vi badano, se vi si destano, dimonstrano essere composti alli essercizii virili e all'arme.
E se piú loro piace que' versi e canti co' quali si sogliono ninnare e acquietare, significa che sono nati all'ozio e riposo delle lettere e alle scienze.
E un diligente padre di dí in dí compreenderà e penserà per meglio iudicare ne' figliuoli ogni piccolo atto, ogni parola e cenno, come si scrive fece quel ricco agricoltore Servio Oppidio canusino: perché e' vedea uno de' suoi figliuoli sempre avere el seno suo pieno di noci, giucare e donare a questo e a quello, l'altro vedea egli tutto quieto starsi e tristerello, anoverandole e per le bucherattole transponendole, conobbe per questo solo indizio in ciascuno di loro che ingegno e animo vi fussi.
Però, morendo gli chiamò, e disse dividea loro la eredità, perché e' non volea, se alcuna pazzia toccasse loro, avessero insieme materia d'adirarsi.
E feceli certi come e' vedea non erano di una natura, ma l'uno sarebbe stretto e avaro, l'altro prodigo e gittatore.
E non voleva dove in loro fusse tanta contrarietà d'ingegno e di costumi, ivi fussero simili e' loro animi oppositi e contrarii.
E dove nella masserizia e spese non fussero d'una opinione e volere, provedeva fra loro venisse ira niuna, né vi cadesse dissidio alcuno di ferma benivolenza e amore.
In costui adunque fu buona e lodata diligenza.
Fece come è officio a' padri di fare: stare curioso e cauto a provedere ogni atto ne' figliuoli e ogni indizio, e con questi misurare che volontà e che animi si scuoprono, e a quel modo scorgere a che ciascuno piú sia da natura cinto e pronto.
E possono di molti luoghi e' padri assai bene scorgere a che ciascuno fanciullo s'adirizzi.
Nessuno uomo è di cosí compiuta e pratica età, né di tanta malizia, né di sí artificioso e astuto ingegno a occultare e' suoi appetiti, voglie e passioni d'animo, che se tu piú dí v'arai l'intelletto e l'occhio desto a mirare suoi cenni, atti e maniere, nel quale tu non compreenda ogni suo vizio per occulto che sia.
Scrive Plutarco per solo un guardo quale a certi vasi barbari fé Demostene, che subito Arpallo conobbe quanto e' fusse avaro e cupido.
E cosí un cenno, uno atto, una parola spesso ti scuopre e apre a vedere per tutto dentro l'animo d'uno uomo, e molto piú facile ne' fanciulli che ne' piú saggi per età e per malizia, già che questi non sanno coprirsi bellamente con fizioni o simulazioni alcune.
E ancora credo cosí che uno gran segno di buono ingegno ne' fanciulli sia quando raro si stanno ociosi, anzi vogliono fare ciò che fare veggono; uno grande segno di buona e facile natura quando presto si rachetano e la ricevuta iniuria si dimenticano, né sono nelle cose ostinati, ma rimettono e cedono senza troppa durezza e senza vendicarsi, e senza vincere ogni voluntà.
Uno grande segno d'animo virile sta in uno fanciullo quando egli è a risponderti desto e pronto, presto, ardito a comparire tra gli uomini, e senza salvatichezza e sanza rustico alcuno timore.
E in questo molto pare l'uso e consuetudine gl'aiuti.
Però sarebbe utile, non come alcune madri usano sempre tenerseli in camera e in grembo, ma avezzargli tra le genti e ivi costumargli essere a tutti riverenti, né mai lasciargli soli, né sedere in ozio femminile, né ridursi covando tra le femmine.
Platone solea riprendere quel suo Dione di troppa solitudine, dicendo che la solitudine era compagna e coniunta alla pertinacia.
Catone vedendo un giovane ozioso e solo, lo domandò quello che facesse.
Questo gli rispose, favellava da sé a sé.
«Guarda», disse Catone, «che tu non parli testé con uomo alcuno cattivo».
Prudentissimo, che sapea e per uso e per età quanto ne' giovenili intelletti umani piú possa la volontà incesa e corrotta di libidine, iracundia, o malvagia alcuna opinione e pensiere che la vera e intera ragione.
E però conoscea che a costui, occupato ad ascoltare e rispondere a sé stessi, piú era facile consentire all'apetito e volontà che alla onestà, e manco credere alla continenza e fuga delle cose voluttuose che a' desiderati e aspettati suoi piaceri e diletti.
Diventasi adunque cosí per solitudine coniunta con ozio, pertinace, vizioso e bizzarro.
Voglionsi adunque e' garzoni dal primo dí usarli tra gli uomini ove e' possino imparare piú virtú che vizio, e fino da piccioli cominciarli a fare virili usandogli ed essercitandogli in cose quanto nella loro età si possa magnifice e ample, storli da tutti i costumi e maniere femminile.
E' Lacedemoniesi facevano andare e' fanciulli loro la notte al buio sopra e' sepulcri per asuefarli a non temere né credere le maschere e favole delle vecchie.
Conoscevano, quanto uomo prudente niuno dubita, l'uso in tutta l'età valere assai, e nella prima adolescenza piú quasi avere forza che in tutte l'altre.
Chi da piccolo sarà allevato nelle cose virili e ample, a costui ogni lode non supprema e di piú peso che alla età sua non s'appartenga, parrà se non leggiere, e stimeralla non difficile ad intraprenderla.
Però si vuole cominciare usare e' fanciulli in cose laboriose e ardue, ove con industria e fatica cerchino e sperino vera laude e molta grazia.
E in questo giova essercitargli la persona e l'ingegno; né si potrebbe facilmente lodare quanto sia in ogni cosa l'essercizio utile e molto necessario.
Dicono e' fisici, e' quali lungo tempo hanno con diligenza notato e conosciuto quanto ne' corpi umani vaglia, l'essercizio conserva la vita, accende il caldo e vigore naturale, schiuma le superflue e cattive materie, fortifica ogni virtú e nervo.
Ed è l'essercizio necessario a' giovani, utile a' vecchi; e colui solo non faccia essercizio, el quale non vuole vivere lieto, giocondo e sano.
Solea Socrate, quel padre de' filosofi, per essercitarsi non rarissimo e in casa e, come lo descrive Senofonte, in conviti ballare e saltellare, tanto stimava licito e onesto per essercitarsi quello che certo altrove sarebbe lascivo e inetto.
Ed è l'essercizio una di quelle medicine naturali, colle quali ciascuno può sé stesso senza pericolo alcuno medicare, come il dormire e il vegghiare, saziarsi e astenere, star caldo e fresco, mutare aere, sedersi quieto ed essercitarsi piú e manco ove bisogna.
E soleano gl'infermi, uno tempo, solo colla dieta e collo essercizio purgarsi e rafermarsi.
A' fanciulli che sono per età sí deboli che quasi sostengano sé, piú si loda el giacere in quiete molta e in lungo ozio, però che costoro stando troppo ritti e sofferendo fatica s'indeboliscono.
Ma a' fanciulletti piú forteruzzi e agli altri tutti troppo nuoce l'ozio.
Empionsi per l'ozio le vene di flemma, stanno acquidosi e scialbi, e lo stomaco sdegnoso, i nerbi pigri e tutto il corpo tardo e adormentato; e piú l'ingegno per troppo ozio s'apanna e ofuscasi, e ogni virtú nell'animo diventa inerte e straccuccia.
E per contrario molto giova l'essercizio.
La natura si vivifica, i nervi s'ausano alle fatiche, fortificasi ogni membro, assottigliasi il sangue, impongono le carni sode, l'ingegno sta pronto e lieto.
Né acade per ora referire quanto sia l'essercizio utilissimo e molto necessario a tutte l'età, e in prima a' giovani.
Vedilo come sieno e' fanciulli allevati in villa alla fatica e al sole robusti e fermi piú che questi nostri cresciuti nell'ozio e nella ombra, come diceva Columella, a' quali non può la morte agiugnervi di sozzo piú nulla.
Stanno paliducci, seccucci, occhiaie e mocci.
E però giova usarli alle fatiche, sí per renderli piú forti, sí ancora per non lassarli summergere dall'ozio e inerzia, usargli a ogni cosa virile.
E anche lodo coloro e' quali costumano e' figliuoli sofferire col capo scoperto e il pié freddo, molto vegghiare adrento alla notte, levare avanti el sole, e nell'avanzo dar loro quanto richiede la onestà, e quanto bisogna a imporre e confermarsi la persona; assuefarli adunque in queste necessitadi, e cosí farli quanto si può virili, però che le giovano piú molto non nocendo che elle non nuocono non giovando.
Scrive Erodoto, quello antico greco nominato padre della istoria, che doppo la vittoria di Cambise re de' Persi avuta contro agli Egizii, furono l'ossa de' molti morti ivi ragunate, le quali poi a tempo benché mescolate insieme, facile si conosceano, però che e' teschi de' Persi con minima percossa si sgretolavano, quegli vero degli Egizii erano durissimi e a ogni gran picchiata reggevano; e dice di questo esserne cagione ch'e' Persi piú dilicati usavano el capo coperto, quelli Egizii persino da fanciulli sé adusavano a star sotto la vampa del sole e sotto le piove, e la notte al vento e sereno sempre col capo discoperto.
Certo adunque molto da considerare quanto questo uso vaglia, che dice de' Persi per questo mai quasi niuno si vede esser calvo.
Cosí volse Licurgo, quello prudentissimo re de' Lacedemoni, ch'e' cittadini suoi s'ausassino da piccoli non con vezzi, ma nelle fatiche, non in piazza co' sollazzi, ma nel campo coll'agricultura e colli essercizii militari.
E quanto bene conoscea potere assai l'essercizio in ogni cosa! Non sono eglino pure tra noi alcuni destri e forti diventati, quali prima erano deboli e disadatti, e alcuni per veemente essercizio sono riusciti ottimi corridori, saltatori, lanciatori, saettatori, quali prima a tutte queste cose erano rozzissimi e inutilissimi? Demostene ateniese oratore, non fec'egli collo essercizio la lingua agile e versatile, il quale avendo le parole da natura pigre e agroppate, si empieva la bocca di calculi, e apresso de' liti con molta voce declamava? Giovògli questo essercizio tanto che niuno poi era piú di lui soave a udirlo, niuno quanto lui netto e spiccato a proferire.
Può adunque di certo l'essercizio assai non solo nel corpo, ma nell'animo ancora tanto potrà quanto vorremo con ragione e modo seguire.
E potrà certo l'essercizio non solamente d'uno languido e cascaticcio farlo fresco e gagliardo, ma piú ancora d'uno scostumato e vizioso farlo onesto e continente, d'un debole ingegno possente, d'una inferma memoria farla tenacissima e fermissima.
Nessuno sarà vezzo sí strano né sí indurato che in pochi dí una ferma diligenza e sollecitudine nollo emendi tutto e rimuti.
Scrivono che Stifonte megaro filosofo da natura era inclinato ad essere ubriaco e lussurioso, ma con essercitarsi in scienza e virtú vinse la sua quasi natura, e fu sopra gli altri costumatissimo.
Virgilio, quello nostro divino poeta, da giovane fu amatore, e cosí di molti altri si scrive, e' quali prima in sé avevano qualche vizio, poi con studio essercitandosi in cose lodatissime sé corressero.
Metrodoro, quel filosofo antiquo, el quale fu ne' tempi di Diogene cinico, tanto acquistò con uso ed essercitazione della memoria, che non solo referiva cose insieme dette da molti, ma ancora con quel medesimo ordine e sito profferiva le medesime loro parole.
Che diremo noi di quel sidonio Antipar, el qual soleva per molta essercitazione e uso essametri e pentametri, lirici, comici, tragedi e ogni ragion di versi, ragionando di qualunque proposta materia, esprimere e continuato proferirgli senza punto prima avergli pensato? A costui, per molto avervi l'ingegno essercitato, fu possibile e facile fare quello quale a' meno essercitati eruditi oggi con premeditazione e spazio si vede essere fatigoso.
Se in costoro in cose difficili l'essercitarsi tanto valse, chi dubita quanto sia grandissima la forza dell'essercizio? Ben lo conoscevano e' Pitagorici, e' quali fermavano con essercizio la memoria riducendosi ogni sera a mente qualunque cosa fatta il dí.
E forse questo medesimo giovarebbe a' fanciulli, ascoltare ogni sera quello che il giorno avessono imparato.
E' mi ramenta che nostro padre spesso non bisognando ci mandava con imbasciate a piú persone, solo per essercitarci la memoria, e spess'ora di molte cose voleva udire il parere nostro per acuirci e destarci l'intelletto e l'ingegno, e molto lodava chi meglio avesse detto per incenderci a contenzione d'onore.
E cosí sta bene, anzi debito a' padri in molti modi provare l'ingegno de' suoi, star sempre desto, notare in loro ogn'atto e cenno, quelli che sono virili e buoni trargli innanzi e lodarli, quelli che sono pigri e lascivi emendarli, farli essercitare secondo e' tempi quanto bisogna.
Essercitarsi colla persona subito drieto al pasto si dice che nuoce.
Muoversi innanzi al cibo e afaticarsi alquanto non nuoce, ma straccarsi non giova.
Essercitare l'ingegno e l'animo in virtú in qualunque ora, in ogni luogo, in tutte le cose mai fu se non lodatissimo.
Piglinsi e' padri questa faccenda, adunque, none a maninconia, ma piú tosto a piacere.
Tu vai alla caccia, alla foresta, affatichiti, sudi, stai la notte al vento, al freddo, el dí al sole e alla polvere per vedere correre, per pigliare.
Ett'egli manco piacere vedere concorrere due o piú ingegni ad attingere la virtú? Ett'egli manco utile con tua lodatissima e iustissima opera vestire e ornare il tuo figliuolo di costumi e civilità, che tornare sudato e stracco con qualunque salvaggiume? Adunque e' padri con piacere incitino e' figliuoli a seguire virtú e fama, confortingli a concorrere ad attignere onore, festeggino chi vince, godano d'avere e' figliuoli presti e avidi a meritare lode e pregio.
ADOVARDO Dilettami certo, Lionardo, questa tua copia, e piacemi ogni tua sentenza, e lodo assai questo essercitarsi, e confesso che lo essercizio emenda e' vizii e conferma la virtú.
Ma per certo, Lionardo, o io non so dirlo, o io non posso bene esprimere quello che io sento in me.
In questo essere padre non sono e' pensieri e le fatiche né sí rare, né sí leggieri, né sí grati e dilettosi quanto tu forse credi.
E che so io? E' fanciugli crescono; segue il tempo di fargli, quanto di', apprendere virtú.
E' padri non sanno, forse per maggiori occupazioni non possono, hanno el pensiero e l'animo occupato altrove, non gli è licito lasciare l'altre cose publice e private per dirozzare e instruire e' fanciulli.
E cosí bisogna il maestro, bisógnati udirli stridire, vedili lividi, vergheggiati, e spesso se' necessitato tu stessi darli, gastigarli.
Ma queste so ti paiono nulla, che non sai l'amore e la pietà de' padri quanto ella sia tenera e condogliosa.
Apresso poi e' fanciulli possono riuscire golosi, capresti, bugiardi e viziosi.
Né ora voglio, né potrei senza dolore ricordarmi d'ogni nostro incarco.
LIONARDO Tu forse per far ch'io piú ti creda quanto mi di' che 'l troppo lungo mio ragionare non ti dispiace, però testé mi porgi nuova trama ove io pigli licenza ad estendermi in un altro piú molto lungo favellare.
Accetto questa occasione, ché per ora non so come meglio usufruttare questo ocio che conferendo di simili cose utilissime.
E piacerammi o dilettarti, se cosí aspetti, o trarti dell'animo questa mala opinione, se cosí forse bisogna.
E dimmi, Adovardo, quale dee pesare piú al padre, o la bottega, lo stato, la mercatantia, o il bene e salvamento del figliuolo? Solea dire Crates, quello antiquo e famosissimo filosofo, se a lui fusse licito, salirebbe in sul piú alto luogo della terra e griderebbe: «O cittadini stolti, dove ruinate voi? Seguite voi con tante fatiche, con tanta sollecitudine, con tante innumerabili arte e infinito afanno questo vostro coadunare ricchezze, e di quelli a cui avete e le volete lasciare non vi curate, non ne avete pensiero alcuno né diligenza?»
De' figliuoli adunque si vuole avere cura in prima, e poi delle cose le quali noi proccuriamo perché siano utile e commode a' nostri figliuoli.
E sarebbe non sanza stultizia non far che questi, per chi tu acquisti roba, meritino d'averla e possederla, e sarebbe poca prudenza volere ch'e' figliuoli tuoi avessero a trassinare e governare cose quali e' non conoscessero, né sapessino quanto si debba maneggiare.
Né sia chi stimi le ricchezze se non faticose e incommode a chi non sa bene usarle, e sarà se non dannosa ogni ricchezza a colui el quale nolla saprà bene usare e conservare.
Né a me piacerebbe chi donasse un cavallo gagliardissimo e generosissimo a un che non bene lo sapesse cavalcare.
E chi dubita gl'impedimenti e istrumenti da far il vallo, da contenere l'essercito, da sostenere gl'impeti ostili, l'arme da propulsare e seguire fugando gl'inimici, e cosí simili altre molte cose essere allo essercito non meno utili che necessarie? Ma quale isciocco non conosce lo essercito ivi essere inutile, ove o d'arme o d'impedimenti sia troppo grave? E qual prudente non giudica tutte quelle medesime cose le quali moderate giovano, allora nuocere quando sian immoderate? Sono l'arme quanto basta utilissime a difendere la salute propria e a offendere el nimico.
Le troppe armi certo ti convien o gittarle per vincere, o perdere per serbarle.
Adunque era meglio venire a vincere sanza quello pericoloso incarco, che dubitando perdere convenirtene iscaricare.
Né mai nave alcuna stimo io si potrà riputare sicura, quando di cose benché al sicuro navigar utilissime, remi, sartie, e vele, sia superchio carica.
Suol in ogni cosa non meno essere dannoso quel che v'è troppo, che utile quel che basta.
Né sarà poca ricchezza a' figliuoli nostri lasciarli che da parte niuna cosa necessaria alcuna loro manchi.
E sarà di certo ricchezza lasciare a' figliuoli tanto de' beni della fortuna, che non sia forza loro dire quella acerbissima e agli ingegni liberali odiosissima parola, cioè: «io ti prego».
Ma certo sarà maggiore eredità lasciare a' figliuoli tale instituzion d'animo che sappino piú tosto sofferire la povertà, che indurse a pregare o servire per ottenere ricchezze.
Assai ti sarà grande eredità quella la qual satisfarà, non tanto a tutte le tue necessitati, ma e alle voglie.
Chiamo qui io voglia sol quella che sia onesta.
Le voglie inoneste a me sempre parsero piú tosto furore di mente e vizio d'animo corrotto che vera volontà.
Cioè che tu lasci troppo a' figliuoli rimane loro incarco.
Non è amore paterno caricare i suoi di fatica, ma alleggerirli.
Ogni superchio carco sta difficile a reggere.
Quello el quale non si può reggere, facile cade, né cosa alcuna piú si pruova fragile quanto la ricchezza.
Né chiamerò dono degno dal padre verso el figliuolo quello dono el quale porti seco molestia e servitú a servarlo.
Daremo le cose moleste e gravi a' nostri inimici.
Agli amici daremo letizia e libertà.
Né confesserò sia ricchezza quella la qual abbia in sé servitú e maninconie, come per certo hanno le superchie ricchezze.
Manco nuocerà a' figliuoli procacciarsi al bisogno, che insieme col superfluo e isconcio incarco perdere quella parte la qual era utile e commoda, come sanza dubbio aviene a chi non sa reggere e usufruttare e' beni della fortuna.
Tutto quello el qual e' tuoi figliuoli non sapranno maneggiare e governare, tutto quello sarà loro superfluo e incommodo.
Però si vuole insegnare a' tuoi virtú, farli imparare reggere sé in prima ed emendare gli apetiti e le volontà sue, instituirli che sappino acquistare lodo, grazia e favore molto piú che ricchezze, ammaestrarli che sieno dotti come nell'altre cose civili, cosí a conservarsi onore e benivolenza.
Già però chi non sarà ignorante in questo modo ad essornarsi di fama e dignità, per certo sarà saputo e dotto a conquistare e conservare ogni altra minor cosa.
E se i padri da sé non sono atti, o per altri maggior faccendi (se alcuna n'è maggiore che avere cura de' figliuoli) saranno troppo occupati, abbino ivi persona dalla quale e' figliuoli possano imparare dire e fare le cose lodate bene e prudentemente, come diceano di Pelleo, el quale ad Achille suo avea dato in compagnia quello Fenix prudentissimo ed eloquentissimo, a ciò che da questo el figliuol suo Achilles imparasse essere buono oratore di parole e buono fattore delle cose; o vero darlo a chi piú sappia, porlo apresso di chi e' possa apprendere buone instituzioni al vivere, e buoni erudimenti al conoscere e sapere le pregiate cose.
Marco Tullio Cicerone, quel nostro principe degli oratori, fu dal suo padre dato a Quinto Muzio Scevola iurisconsulto, che mai si gli partisse dal lato.
Prudente padre.
Voleva che 'l figliuolo fusse apresso di chi lo potea rendere dotto ed erudito molto piú che lui forse non potea.
Ma chi può e' suoi con sua opera ornarli di virtú, lettere e scienza, come puoi tu Adovardo, perché non debb'egli lasciare ogn'altra faccenda per averseli piú litterati, costumati, savi e piú civili? Catone, quel buono antiquo, non si vergognava, né gli pareva fatica insegnare al figliuolo, oltre alle lettere, notare, schermire, e simili tutte destrezze militari e civili, e stimava in sé officio de' padri insegnare a' figliuoli tutte le virtú qual fusse degno sapere a liberi uomini, né gli pareva giustamente da chiamare libero alcuno in chi si disiderassi virtú alcuna; però di tutte volle a' figliuoli non altri che lui stesso ne fusse instruttore, né gli parse da preporsi alcuno in simile opera, né stimava si trovasse chi dovesse essere nelle cose sue piú che lui stesso sollicito, né giudicava e' figliuoli con quello amore imparassino da altri quanto e' faceano dal proprio padre.
E piú giova la fede, lo studio e la cura del padre in fare e' figliuoli suoi virtuosissimi, che non farebbe ogni maggior dottrina di qualunque altro litteratissimo.
E quanto a me in questo piacerebbe seguire Catone e gli altri buoni antiqui, e' quali erano a' figliuoli in quello che sapeano maestri e dottori, e sopratutto volevano essere quelli che a' suoi emendassero ogni vizio rendendogli molto virtuosi; e piú agiugnevano e' figliuoli apresso di quelli savi e litterati, ove con maggiore uso e dottrina e' divenissero d'ingegno espertissimi e di virtú ornatissimi.
Cosí farei io, se io fussi padre.
Ogni mia prima e propria cura sarebbe fare e' figliuoli miei molto costumati e riverenti; e se pure e' fanciulli sdrucciolassino in qualche vizio, penserei che l'errare qualche volta si è cosa comune della fanciullezza.
E vogliono e' fanciulli essere corretti con modo e ragione, e anco talora con severità.
Non vi si acanire però suso, come alcuni rotti e furiosi padri fanno; ma lodo io gastigarli sanza ira, senza passione d'animo, fare come si dice fece Archita, quel tarentino el quale disse: «Se io non fussi crucciato, io te ne pagherei».
Savio detto.
Non gli parea da pigliarne punizione in altrui, se prima non deponeva in sé la sua ira.
Né può l'ira colla ragione bene stare insieme; e correggere senza ragione a me pare cosa da stoltissimi.
E chi non sa con senno correggere, credo merita essere né maestro, né padre.
Però correggano e' padri coll'animo sedato e vacuo d'ogni iracundia, ma sempre piaccia loro piú vedere e' figliuoli piangere e continenti, che ridere e viziosi.
E de' loro vizii sopratutto a me pare si voglino emendare e gastigare di tutti, e prima di questi vizii communissimi a' fanciulli, ma piú che gli altri nocivi e molto dannosi, e in questo piú avervi che non sogliono e' padri cura e diligenza ch'e' fanciugli non creschino provani e caparbii, e che non sieno né bugiardi né fallaci.
Suole chi è provano e ostinato in dire e fare l'oppinioni sue, mai dare orecchi ad altrui buoni consigli, sempre in sé stesso troppo fidarsi e piú credere alle oppinioni sue che alla prudenza e ragione di qualunque altro approbatissimo ed espertissimo; e vedilo stare superbo, gonfiato, pieno di veneno e di parole odiose e incomportabili, onde leggiermente da tutti si rende malvoluto.
Onde qui a me piace la sentenza di Gherardo Alberto, al quale ogni durezza troppo dispiaceva, uomo liberalissimo, facilissimo e umanissimo, a cui solea parer che 'l capo dello ostinato e provano uomo fusse non altrimenti che di vetro; e dicea come in sul vetro niuna punta, per acuta e forte ch'ella sia, può né segnarlo né penetrarlo cosí l'uomo duro e nelle sue opinioni confermato e immobile mai aconsente a niuna sottile e forte ragione che proposta gli sia, non consiglio d'amico, non certo e vero disegno d'alcuno, mai contro a' suoi duri propositi si ferma; e sí come el vetro medesimo per ogni minima picchiata si spezza e fracassa, cosí lo indurito e incaparbito sé stessi rompe ad ira, versasi con parole pazze e furiose, sparge e transcorre in cose ove dipoi gli è forza pentirsi e soffrire molta pena della durezza sua.
Però proveggano e' diligenti e prudenti padri e maggiori, estirpino delle menti e consuetudini de' suoi sino dalla prima infanzia questo massime e ogni altro simile vizio, né lassino nelle menti e uso de' suoi invecchiare alcuna mala radice, però che il mal vecchio poi disteso e abarbicato sta con radici troppo grandi e troppe tenaci.
E come a chi scamozza il tronco annoso e indurato per le radici, poi si vede rampollare piú e piú astili e rami, cosí el vizio negli animi degli uomini aradicato e per uso offirmato, che solea stendersi e ampliarsi quanto la volontà lo pingeva, ora circumstretto e rimesso dalle acerbità de' tempi e dalle necessità, pare che da molte parti rampolli altri assai vizii.
Vedesi chi era prima in larga e libera fortuna vivuto prodigo e lascivo, poi per nuove avversitati impoverito, per cupido aseguire alcuna antica e a lui consueta voluttà; per satisfare a' suoi appetiti e voluntà diventa furone, decettore, rattore, e dassi a bruttissimi essercizii e a vilissime arti e infame, e bruttamente cerca riavere quelle ricchezze quali bruttamente perdette.
Cosí si truova chi già in sé stesso abituato a non patire se non quanto gli agradi, e in ciò che a lui piace sarà consueto molto volersi contentare e di tutte le sue opinioni e imprese agli altri soprastare, costui, se caso alcuno se gli oppone e interrompe le voglie e concertazioni sue, pare non curi dare sé stessi in precipizii e ruine maravigliose; non stima robba, non onore, non amistà; ogni lodata e da' mortali desiderata cosa pospone alla opinione sua; solo per adempiere la sua impresa soffra rimanere e senza fortuna, ancora e senza vita.
E cosí chi di sé stessi poco fa cura, molto manco curerà della quiete e bene della famiglia sua.
Però a' padri sta molto debito a buona ora cominciare a resecare e sverglier ne' suoi tanto e sí pericoloso vizio qual si vede questa provanità essere, non solo a chi ne sia vizioso, ma a tutta la famiglia pestifero e mortale.
Adunque in cosa alcuna, per minima che ella sia, mai patischino e' maggiori a' suoi fanciulli indurarvi alcuna ostinata volontà o proposito non onestissimo.
E tanto loro piú ogni gara dispiaccia quanto in sé la veggano men lodevole.
E cosí ancora molto proccurino che i suoi figliuoli sieno in ogni cosa molto veritieri, e stimino quanto egli è troppo piú dannoso che brutto vizio essere bugiardo.
Chi s'avezza a fingere e negare la verità, leggiermente per onestarsi molte volte pergiura, e chi spesso giura con animo fitto e fallace, costui di dí in dí s'avezza a men temere Dio e a spregiare la religione.
E chi non teme Dio, chi nell'animo suo have spenta la religione, questo in tutto si può riputare cattivo.
Agiungi qui che uno bugiardo si truova in tutta la vita sua infame, sdegnato, vile, schifato ne' consigli, sbeffato da tutti, senza avere amistà, senza alcuna autorità.
Né sarà virtú alcuna, per grande ch'ella sia, in uno bugiardo riputata mai o pregiata, tanto sta sozzo e laido questo vizio che immacola e disonesta ogn'altro splendore di lode.
E perché noi qui toccammo della religione, si vuole empiere l'animo a' piccoli di grandissima reverenza e timore di Dio, imperoché l'amore e osservanza delle cose divine tiene mirabile freno a molti vizii.
E se a' padri duole quella cura di correggere e gastigare e' figliuoli, facciano come diceva Simonides poeta ad Ierone apresso Senofonte: «Le cose grate a' figliuoli facciangli loro, e le ingrate lascinle fare ad altri; onde sia benivolenza prendansela, onde nasca odio deferíscallo ad altri».
Abbino e' figliuoli tuoi chi e' temano, el maestro da chi e' siano gastigati piú tosto con paura che con busse.
E sia il precettore piú sollicito a non lasciare e' suoi discepoli errare che a gastigarli.
Ma e' sono molti padri che per troppa ignavia piú che per piatà perdonano ogni cosa a' figliuoli, e pare loro che basti dire: «non lo fare piú».
E, sciocchi babbi, se 'l fanciullo arà scalfito il piè, subito si manderà per lo medico, tutta la casa s'infaccenda, ogni altra cosa si lascia adrieto; ma se el fanciullo cade coll'animo in quella superbia di fare e rispondere se non quello che gli pare, se ruina in quella golosità, se profonda in quella ostinata e caparbia pruova, onde né con ragione, né con argomento alcuno si può cavarlo, perché non volere el medico che gli emendi e guarisca l'animo tanto corrotto, e che gli rassetti la mente malcomposita, che gli fasci e leghi gli apetiti e volontà bestiali con ragioni, ammonimenti e correzioni, che a lui con onestate e tema saldi quella piaga e apertura di licenza, onde e' riusciva cosí dissoluto e disubbidiente, e cosí a sua voglia scelerato? Quale stolto padre dirà non volere udire el suo figliuolo piangere, non gli patire l'animo vederlo gastigato, o non potere attendere a tanto suo officio? Saresti tu di quegli che stimassi essere piú officio del maestro gastigare e' tuoi figliuoli che tuo? Saresti tu di quegli a chi manco dispiacesse el vizio de' figliuoli tuoi che ogni altra fatica? Certo stimo no, però che ti sarebbe scritto a grande errore, ove conosci quanto da' vizii e lascivia di chi per tua negligenza sia fatto vizioso aresti aspettare, oltre alla vergogna, dolori assai, come si vede un vizioso figliuolo essere l'ultimo tormento de' padri.
Adunque gastigarli, averne cura e opera in farli dotti e virtuosi sarà proprio debito al padre.
E vuolsi come suole nel campo fare l'ortolano.
Non si cura di calpestrare qualche buona e fruttifera erba per isverglierne le triste e nocive.
Cosí el padre non curi, facendo il figliuolo migliore, aspreggiare un poco piú che la natura e tenerezza non gli patisce.
Ma sono forse alcuni non che gli svegliano da' giovani e' sozzi costumi, ma e' vi seminano mille vizii.
Che credi tu quanto a' minori nuoca vedere il padre scostumato e nel parlare e ne' fatti altiero e bestiale, a ogni parola salire in voce e in superbia, iurare, garrire sanza fine, bestemiare, furiare? E' pare a' minori ne' costumi quanto a' maggiori o dovere o potere.
E siamo venuti a tanto, colpa, vizio e negligenza di chi regge la gioventú, ch'e' fantini prima ghiotti domandano el cappone e la starna che sappino come le cose abbiano nome, prima richieggano rari cibi ed eletti che possano con tutti e' denti masticargli.
El padre adunque in sé stesso goloso e lascivio, e per questo alle voluttà de' suoi cari piatoso e facile, gliele consentirà.
Costoro cosí fatti, cosí dissoluti padri, arei io per iscusati se per fare e' suoi onesti e costumati non s'attentassino di fargli piangere, perché aspettano, come poi acade, che' figliuoli facciano piangere loro.
E se pure truovi di questi a chi non piace in altri quel vizio che a sé in sé non dispiace, questi essendo lecconi aodiano e' ghiotti, essendo pergiuri sdegnano e' cianciatori, essendo in ogni cosa ostinati biasimano e' gareggiatori, e per questo troppo severi gastigatori, correggendo ne' suoi figliuoli que' vizii in quali sentano sé essere quasi infami, battono, picchiano e' figliuoli, e sfogano altri suoi crucci e sdegni sopra de' suoi.
Iniustissimi, che non emendano sé prima di quello che tanto gli spiace in altri! A costoro si può dire: «O stolti, o pazzi padri, come volete voi che quelli picchini non abbino imparato quello che la vostra canuta gola gl'insegna?».
Siano adunque solleciti e' padri in ogni modo; prima con essemplo di sé stessi insegnando, e con parole ammonendo, e colla scopa gastigando, al tutto cavino e' vizii degli animi che ora verziscono, sementingli di buone virtú, rendano e' figliuoli suoi da ogni parte culti e ornati di fioritissimi costumi, stolgangli dagli ozii, dalla cucina, facciangli essercitare in cose lodate e magnifice, e sappino che poco altro merita laude se non quello che sia faticoso a fare.
ADOVARDO Quanto m'è caro che noi, non so come, siamo entrati in questi ragionamenti certo giocondi e utili.
Molto mi piace, Lionardo, faccia meco come alcuna volta alle nozze in villa mi ramenta che uno si traina drieto due rami di persone che ballano.
Cosí fai tu, Lionardo; a uno suono di parole tu insieme mi pruovi l'essere padre sia cosa dilettosa e dolce, e anche m'insegni come sieno fatti i veri buon padri.
E sino a qui, s'i' t'ho bene inteso e nel ragionar ben compreso, tu vuoi ch'e' padri siano piú diligenti che piatosi; e molto mi piace questa tua sentenza, e molto m'è a grato questo nostro ragionamento.
Né mai si vorrebbe ragionare se non di cose buone e mature, come è tua usanza, quanto facciamo testé noi.
Seguiamo adunque questa tua incominciata, come dissi, danza.
E io voglio, Lionardo, essere teco un poco malizioso, e come quegli che ne' cerchi voglino essere piú che gli altri riputati, ogni non netto e atto detto apuntano.
Ecco testé, Lionardo, tu dicevi ch'e' figliuoli si voglino giudicare là dove la natura gli chiamava; dipoi dicesti che giovava collo essercizio svolgergli altrove, e con uso guidargli a una virilità maggiore e a una tale fermezza d'animo quanto si può intera e ampla.
Tutte queste cose a te paiono forse leggieri, e se quegli filosafi tanto in sé stessi poterono, tu forse credi che ancora per nostra opera e aiuto a' nostri fanciugli quel medesimo sia non difficilissimo, o a noi padri molto ne' nostri possibile? E se quegli maturi tanto poterono in sé statuire e seguire, stimi tu ora che a noi non sia molta difficultà e quasi impossibile prima scorgere l'ambigue e oscure inclinazioni de' nostri, poi emendargli e intorcergli ad altra nuova via contraria a quella per la quale incitati e tratti seguivano sua natura? E quando tutto fusse a noi aperto a intrarvi colla industria e sollecitudine, e non oscuro a provedervi colla discrezione e vigilanza, credi tu sia poco affanno a' padri ove non sanno de' due propositi beni nel figliuolo deliberare, e pigliarne il migliore? E non dubitare ch'e' padri sofferrano grandissimo dolore de' conosciuti mali ne' suoi, ove loro non sia quanto vorrebbono licito schifargli e discacciarli.
Chi desidera che sieno in prima ben litterati, chi solo si contenta sappiano scrivere e contare quanto nel vivere civile sia utile e necessario, chi goderebbe vedergli robusti, forti in arme ed essercitati.
Io ne' miei so bene assai quello che me ne fare, ma io odo spesso degli altri padri in questa maninconia, che non sanno in molte cose deliberarsi, e temono troppo non pigliare partito non utile.
LIONARDO Cosí mi fa, Adovardo: segui, assettami queste mie mal composite parole, come se noi in presenza di molti nelle pubblice e famose scuole disputassimo, ove sogliono non meno curare di parere sottili e acuti d'ingegno, che copiosi di lettere e di dottrina.
Qui tra noi sia licito questo parlare piú libero, non tanto pesato, non ridutto a sí ultima lima quanto forse altri desidererebbe.
Già questo fra noi è stato uno ragionare domestico e familiare, non per insegnarti cosa in che tu piú di me se' esperto e dotto; ma non però, poiché tu mi tiri, mi vergognerò seguirti ragionando quanto vorrai.
Fiemi piacere qui come altrove averti compiaciuto.
Dicono, come tu sai, e' litterati che la natura in tutte le cose molto sé adopera quanto sia dovuto e conveniente produrle compiute di membra e potenza, sanza mancamento o vizio, tali che le possino sé stessi in sua età conservare e all'altre procreate cose in molta parte giovare; e dimonstrano quel si vede in ogni animante da essi primi naturali suoi principii tanta forza, ragione e virtú in lui essere innata, quanta basti per conseguire sue necessitati e riposo, e quanta giovi per fuggire e propulsare quel che a sé fusse contrario e nocivo.
Vedesi questo, quasi da innata ragione a ciascuno uomo non stultissimo in altrui dispiace, e biasima ogni vizio e disonestà, né si truova chi non riputi in uno vizioso esservi mancamento.
Pertanto, se la sentenza di costoro non è da biasimare, e' quali con ancora molte altre ragioni pruovano ogni cosa da prima intera natura venire quanto per sé possa perfetta, a me certo parrà potere affirmare questo, che tutti e' mortali sono da essa natura compiuti ad amare e mantenere qualunque lodatissima virtú.
E non è virtú altro se none in sé perfetta e ben produtta natura.
Pertanto stimo mi sarà licito potere dire el vizio nelle menti e animi de' mortali sia scorretta consuetudine e corrotta ragione, la quale viene da vane opinioni e imbecillità di mente.
Ben forse confesserei qualche stimolo piú e meno da natura fusse congiunto alle cupidità e appetiti degli uomini, come, se ben mi ramenta, già intesi che e' sanguinei sono naturalmente piú ch'e' maninconici amatori, e' collerici subiti ad ira, ne' flemmatici sta una desidia e pigrizia, e sono e' malenconici quasi piú che gli altri timidi e sospettosi, e per questo avari e tegnenti.
Se adunque ne' tuoi apparirà naturale alcuna ottima disposizione d'ingegno, intelletto e memoria, sarà da seguire in loro con ogni industria dove la natura la dirizza, alle scienze suttilissime, alle lettere e dottrine elegantissime e prestantissime.
E se gli vedrai robusti, altieri d'animo, volenterosi e piú atti ad essercizii militari che all'ozio delle lettere, in questo ancora sarà da seguire la natura, usarli in prima a cavalcare, armare, saettare, e nelle altre destrezze lodate negli uomini d'arme, e cosí in ogni buona disposizione seguire amaestrando quanto e' giovi, ma nelle male inclinazioni vincerle con studiosa cura e assidua diligenza.
E qui giudicano e' prudenti piú nel vizio possa l'uso e consuetudine lascivo e immoderato, che naturale alcuno appetito o incitamento.
Tutto il dí si pruova questo, per disonesta compagnia, per trovarsi non rarissimo ne' luoghi poco casti, e' giovani, e' quali da natura erano riposati, rimessi e vergognosi, ivi diventano immodestissimi, sbardellati e avventatacci.
E cosí nell'altre simile cose si vede qualche consuetudine piú valere in noi che e' naturali nostri appetiti a farci viziosi, come abondare di troppi apparecchiati cibi fa l'uomo libidinoso.
Onde nacque lo antiquo proverbio: «Senza Cerere e Bacco giace fredda Venere».
Cosí adunque statuiremo, el male uso corrumpe e contamina ogni bene atta e bene composita natura: la buona consuetudine a tempo vince ed emenda ogni appetito non ragionevole e ogni ragione non perfetta.
Pertanto a me pare officio a' padri, se il fanciullo declina a desidia, a troppa iracundia, ad avarizia e simili, trarlo su a virtú con studio ed essercizio di buone e lodate cose; e se da sé il figliuolo fusse nella via adritto a virtú e lode, confirmarvelo e reggervelo con documenti ed essempli.
E come benché uno sia per la buona e dritta via a 'ndare al tempio, al teatro pure può fermarsi e badare e perdere tempo, cosí benché la via ad acquistare fama e laude li sia da natura aperta e facile, pure in molti modi può ritardarsi e smarrirla.
Però saranno e' padri desti e previdenti in conoscere l'animo e volontà de' figliuoli, nelle laudevoli aiutarli, e contrario storgli da ogni dissoluta maniera e brutto vezzo.
Né credo io a' padri diligenti e maturi sia molto difficile conoscere quanto e' figliuoli sieno bene animati e volontorosi a farse valere e pregiare.
Né stimo troppo gran fatica, se in parte alcuna sono scorretti, emendarli, né giudico molto spesso acaggia che ti s'aparecchi piú cose utili, alle quali tu non abbia qualche disparità da preporne qualcuna.
E io son di quelli che sempre desidererei ne' miei prima l'onore, poi quanto con onore si potesse utile.
ADOVARDO Sono anche io in questa tua sentenza, Lionardo, ma parmi forse da stimare però pur difficile questo conoscere ed emendare e' vizii nella gioventú.
Segue la gioventú sempre volubile le voluntati; gli appetiti dei giovani sono infiniti, sono instabilissimi, e credo io sia quasi impossibile in un animo giovenile fermare certa alcuna instituzione.
E chi potrebbe in tanto mutamento d'animo affermare qual sia buono e qual non buono? Chi potrebbe in tanta incertezza tenere certo ordine e modo a correggere ed emendare e' vizii innumerabili quali d'ora in ora nella gioventú ti pare vedere?
LIONARDO E chi potrebbe essere teco buon massaio del ragionare, Adovardo? A me qui teco interviene come a coloro che ricevono in dono qualche picciola ma molto preziosa cosa, e quella sí a tempo e sí in luogo atta, che volendoli satisfare convien chi ricevette esponga molto e molto delle copie sue domestice.
Cosí testé sento a me teco in questo nostro conferire acade.
Tu con poche brevi parole a me dài molta o necessità o cagione di risponderti forse prolisso troppo e ampio.
Ma cosí veggo el mio molto favellar a te pur piace, ove cosí attento e volentieri me ascolti.
Dico adunque che io riputerei assai buono essere colui in cui non fusse manifesto vizio alcuno, e chiamerei costui perfetto in cui si vedesse molta virtú sanza minimo alcuno vizio.
Manco che mezzani in virtú a me sogliono parere coloro in quali sono le virtú con qualche scelerato e manifesto vizio.
E' vizii si fanno chiaro conoscere, e sono di natura che sempre fanno come solea dire Vespasiano Cesare: «La volpe muta il pelo ma no
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