LA CORTIGIANA, di Pietro Aretino - pagina 3
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VALERIO Flaminio, fratello, bisogna altro al dí d'oggi che dire: "De la mia casa fu monsignore tale e messer cotale!" Bisogna essere uomo da bene per le sue e non per le opere de' suoi.
E se la nobilità del sangue avessi a fare onorare gl'òmini che per loro stessi meritano niente, el re di Cipri, e 'l principe de Fiossa non sarebbono cosí male aviati, e anche il Signor Constantino riaría il principato de Macedonia, né si degnerebbe del governo di Fano.
FLAMINIO Veramente giova[n] poco le croniche, gli epitaffi e i privillegi del benemerito de li antichi, né mai Rafaele giudeo vole prestare doi baiocchi alle memorie della nobilità, e in Roma tanto se estima quanto fa el Romanello se 'l Messia vien piú oggi che crai.
VALERIO Questo è chiaro e védesi che sino a la Fortuna si fa beffe del sangue greco e troiano, e il piú de le volte cardinali e papi sono de la stirpe de ser Adriano.
SCENA TREDICESIMA
Parabolano e Valerio suo camariero.
PARABOLANO Valerio!
VALERIO Signor? - A Dio, Flaminio!
PARABOLANO Chiama il Rosso!
VALERIO Fate carezze al Rosso, che poco fa ha detto cose di voi che no 'l punirebbono i tormenti che castigono le colpe!
PARABOLANO Per mia fe' che gl'importa assai! O non sai tu che per il biasmo d'un tal non si scema e per le lode non si cresce?
VALERIO Lo so benissimo, ma basta che i suoi pari sono gl'idoli vostri.
Ma eccolo, e con che fronte!
PARABOLANO Va', rassetta la camera e tu, Rosso, vien meco.
SCENA QUATTORDICESIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Dove se' tu stato?
ROSSO A la taverna, salvando l'onore de la Signoria Vostra, et ho veduto quella buona robba d'Angela Greca.
PARABOLANO Che faceva ella?
ROSSO Parlava con don Cerimonia spagnolo, e dicevano de andare a cena a non so che vigna; et io feci come la gatta de Masino.
PARABOLANO Come faceva la gatta di Masino?
ROSSO Chiudeva gli occhi per non pigliare i topi.
PARABOLANO Tal mi cocessi altra fiamma, ch'io viverei senza noia.
ROSSO Infine gli è un peccato a fare piacere a un gran maestro, perché gli vien a noia ogni cosa.
PARABOLANO Oimè, che colei ch'io adoro non mi verrà mai in fastidio, tanto m'è avara d'un sguardo.
ROSSO Non vi dissi io che 'l cibo vi sazia troppo tosto?
PARABOLANO Or taci: ascoltami.
ROSSO Or dite, ch'io intenda!
PARABOLANO Sai tu la casa di Messer Ceccotto?
ROSSO Di quel pazzo? Signor sí.
PARABOLANO Pazzo o savio, andarai ivi e presenterai messer Maco sanese, perché mio padre ebbe gran servigi dal suo mentre studiò in Siena, ma non so che mandargli.
ROSSO Mandategli quattro tartarughe.
PARABOLANO Son presenti da miei pari tartarughe, bestia ?
ROSSO Mandategli doi gattucci soriani!
PARABOLANO Son buoni a mangiare i gatti, furfante?
ROSSO Se voi li mandate dieci carciofi, vi serà schiavo.
PARABOLANO La peste che t'occida; dove sono ora i carciofi, pecora?
ROSSO Donatili doi fiaschi di Mangiaguerra; oh, il Riccio de la Lepre l'ha perfetto.
PARABOLANO Fai conto che debba essere un imbriaco come te, bufolaccio? Or non mi rompere la testa, va', e con questi dieci scudi compera de le lamprede, e dilli che le mangi per amor mio, ancor che gli sia piccolo presente; e sappi dire quattro parole.
ROSSO Ne saperò dire piú d'ottanta millia non che quattro; et è un peccato ch'io non sia mandato per imbasciatore a qualche Sofí, ch'almeno io mi faría onore.
Io gli direi: 'Magnificenzia, Reverenzia, Sacra Maestà, Padre Santo, Cristianissimo, Illustrissimo, Reverendissimo, in Cristo patri, Paternità, Omnipotenzia, Viro, Domino, e tutto il mondo'; e faría un inchino cosí, l'altro cosí, inchinarei la testa e ogni cosa.
PARABOLANO Deh, spàcciati, matto spacciato, ma porta prima questa vesta a Valerio, e io entrarò nella stalla a vedere quei turchi che mi son stati mandati a donare dal conte di Verucchio.
SCENA QUINDICESIMA
Rosso, solo.
Io vo' provare come sto bene con la seta.
Oh, che pagarei io un specchio per vedere campeggiarmi in questa galantaria; e infine e' panni rifanno sino alle stanghe.
Oh, si questi gran maestri andassino mal vestiti, quanti ce ne sono che parrebbono scimie e babuini.
Ma io sono il bel pazzo a non fare un leva eius, denari e veste! S'io stessi mille anni con questo furfante di Parabolano non son mai per vedere un ducato; dipoi ognuno mi benediria le mani, s'io rubbo un di questi padroni ladroni che ci furano l'anima e il corpo.
Ma sarà bene giuntare questo pescatore col mio padron gaglioffo: mi accaderà piú ingrosso, e voglio usare l'arte che già usò un altro mio pari, che finse d'essere spenditore e menò un che vendeva el pesce a un frate che confessava.
La favola si sa per tutto.
SCENA SEDICESIMA
Rosso e pescatore.
ROSSO Quante n'hai, senza queste?
PESCATORE Nissuna, perché or or l'ha compero l'altre lo spenditore de frate Mariano.
ROSSO Ben, da qui inanzi tieni a mia stanza tutte quelle che tu pigli, e io son per servirmi da te, ch'hai cera de bon compagno.
PESCATORE Signor, Vostra Signoria, non pensi, ch'in fatti, tant'è...
Io vi son servitore!
ROSSO Sta molto ben.
Che vòi tu di queste?
PESCATORE Otto scudi.
Piú o meno, quel che piace alla Signoria Vostra...
in dono; non guardi ch'io sia povero omo, perché io ho il cuor generoso.
ROSSO Sei sono el debito e trapàgate con questo prezzo.
PESCATORE Ciò che piace a la Signoria Vostra.
ROSSO Ma guarda per tua fe' quanto stanno i miei servitori a venire con la mula.
O furfanti, magnapagnotte, io vi manderò a ponte Sisto.
PESCATORE Vostra Signoria non si scrucci perché le porterò io!
ROSSO De grazia; ma io dissi che togliessero la mula e loro aranno inteso il giannetto, il qual è focoso, e stassi un pezzo a metterli la sella.
PESCATORE Per mia fe' che non può essere altro!
ROSSO Andiamo, ché l'incontraremo per la via.
Ma come tu hai nome?
PESCATORE Il Faccenda, fiorentino, da Porta Pinti, abitante a San Pietro Gattolini, et ho due sorelle al Borgo a la Noce, al piacere de la Signoria Vostra.
ROSSO Fara'ti tagliare un par de calze a la mia divisa.
PESCATORE Mi basta la grazia della Signoria Vostra, non pensate altro...
ROSSO Se' tu colonnese o ursino ?
PESCATORE Tengo da chi vince, infatti...
ROSSO Saviamente.
Pur fa' che la dritta sia spezzata e l'altra tutta d'un colore.
PESCATORE Come piace a la Signoria Vostra cosí farò!
ROSSO Farai dipingere la mia arme dove tu vendi el pesce.
PESCATORE Che arme è la vostra?
ROSSO Una scala d'oro in campo azzurro.
Ma ventura ce viene.
Io ho certi ducati scarsi, male al proposito: el magistro di casa ch'è là su l'uscio di San Pietro ti pagherà.
PESCATORE A tempo, come el buon dí.
ROSSO Aspettami qui, ch'adesso torno.
SCENA DICIASSETTESIMA
Rosso e Sagrestano.
ROSSO Padre, quel sciagurato che è quivi ha la sua moglie spiritata ne la ostaria de la Luna, e fa cose indiavolate: onde supplico vostra paternità voglia metterla a la colonna e col nome de Dio cavarli questa maledizione da dosso perché ha forse dieci spiriti in corpo che parlano d'ogni linguaggio, e anche il povero uomo è mezzo aduggiato.
SCENA DICIOTTESIMA
Sagrestano, Rosso e Pescatore.
SAGRESTANO Verrà qua.
Come ho ditto vinte parole a questo amico mio, farò el debito d'una buona voglia.
PESCATORE Io vi ringrazio, padre.
ROSSO Non dubitare; da' qua le lamprede e piglia questi quattro giuli e dagli per caparra al calzettaio.
PESCATORE Voi fate troppo, la Signoria Vostra; ma qual calza va spezzata?
ROSSO Qual tu vuoi.
PESCATORE Basta; ma questo maggiordomo è piú longo che un dí senza pane.
Abrevia, cancar ti venga; ma cicala, pur che tu mi paghi el tempo a peso di zafferano.
Io arei dato per quattro scudi quello che tu paghi otto! Oh, che accorti spenditori, oh che maestri de casa!
SCENA DICIANNOVESIMA
Sagrestano e Pescatore.
SAGRESTANO Tu non odi, an?
PESCATORE Eccomi servitore de la Signoria Vostra, infatti.
SAGRESTANO Non dubitare ch'io ti vo contentare.
PESCATORE Se Vostra Signoria mi farà ben niuno, sarà una limosina perch'i' ho quattro bambolini che non peson l'un l'altro...
SAGRESTANO Quanto è che gl'introrno?
PESCATORE Quattro...
SAGRESTANO Di giorno o di notte?
PESCATORE Tra oggi e stanotte.
SAGRESTANO Come è il suo nome?
PESCATORE No 'l sapete voi? Lamprede.
SAGRESTANO A punto! Io ti domando come la tua moglie si chiama e quanti spiriti l'ha a dosso.
PESCATORE Voi aveti el bel tempo, Iddio ve 'l mantenga; ma se voi avessi a pensare al pan, vi uscirebbono di capo i grilli.
SAGRESTANO Tuo padre ti dovette lasciare la sua maladizione.
PESCATORE Mio padre mi lasciò maladizione troppo a lasciarmi povero.
SAGRESTANO Fagli dire le messe di San Gregorio.
PESCATORE Gli farò dire...
presso ch'io non dissi.
Che diavolo ha da fare le messe de San Gregorio con le lamprede? Maestro di casa, io voglio essere pagato, altrimenti mi basta l'animo di parlare sino al Papa.
SAGRESTANO Pigliàtelo, preti! Sta' saldo.
- Qui habitat.
- Fatti el segno di la croce!
PESCATORE O Cristo! Lasciatemi, pretacci!
SAGRESTANO Tu mordi! Demonio, io ti scongiuro!
PESCATORE Con pugni, schiericati!
SAGRESTANO Tiratelo in chiesa; a l'acqua santa!
PESCATORE Ah, che siate amazzati! Spiritato io? Io spiritato?
SAGRESTANO Tu n'uscirai senza fare male.
In aiutorio Altissimi! Dove entrarai? Rispondi.
PESCATORE In cul, v'entrerò, in culo! Dissi: Ercule!
SCENA VENTESIMA
Cappa e Rosso.
CAPPA Tu sei molto alegro, Rosso; tu vai ridendo da te stesso: che vuol dire?
ROSSO Io mi rido d'una giuntaria ch'è stata fatta, tanto destra che non se ne sarebbe accorto il maestro de le bagatelle, e te la conterò piú per agio.
Io voglio portare questa vesta al padrone, e poi farem un presente di queste lamprede a un gintilomo; e tu ritròvati a la Lepre.
CAPPA Torna presto!
ROSSO Adesso adesso!
SCENA VENTUNESIMA
Pescatore, Cappa.
PESCATORE Roma doma! Oh, credi, ch'è 'l Paradiso, naccheri!
CAPPA Che cosa c'è, Faccenda?
PESCATORE Oh, che ladronerie si fanno per Roma! E a chi? A un fiorentino! O pensa quello che se faría a un senese! Forse che tutto dí non vanno bandi che non si porti armi ?
CAPPA Non si può dire questa sciagura?
PESCATORE Te dirò: io sono stato giuntato di certe lamprede a un modo, per una via, ch'io mi vergogno a dirlo, e poi come un spiritato sono stato messo a la colonna.
'Spegni la lampa..., bussa la porta..., non fare male a persona...' Et ho avuto tanti pugni, e tutto el capo mi hanno pelato, preti becchi, sodomiti, ladroni! Al corpo, al sangue, che s'io giungo quel ghiotton del sagrestano gli mangerò il naso, gli pesterò gli occhi e caverògli la lingua.
Che maledetta sia Roma, la Corte, la Chiesa e chi ci sta e chi li crede!
CAPPA Per Dio, che l'è una gran truffaría e quasi quasi men pare avere, e s'io posso niente, comandami.
PESCATORE Ti ringrazio.
Io voglio irmi con Dio di questa Roma porca, e forse forse ch'un dí, se io trovo un di qua in Firenze..., basta, basta!
SCENA VENTIDUESIMA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Quanto odii comincio avere con la vita!
VALERIO L'odio con la vita abiam noi, poveri servitori.
PARABOLANO Tu non senti quello che mi duole.
VALERIO E' vi nuoce el piú de le volte il troppo bene, e mi dispero quando un vostro pari si lagna.
O pensate ciò che dovería fare un simile a me, che vivo del pan d'altri.
E un inciampare in una paglia ci fa rompere il collo.
PARABOLANO Non t'odo.
VALERIO Se voi avessi nella bilancia de la pretesca discrezione la speranza, come hanno cotanti che servono, voi intenderesti.
PARABOLANO O Fortuna invidiosa!
VALERIO La fortuna sète voi, voi Signori sète la fortuna, che da le stalle e da le staffe su levate il vizio e la ignoranzia, et alle stalle e alle staffe ponete la virtú.
PARABOLANO Io mi consumo!
VALERIO Che voresti voi?
PARABOLANO Il premio de le mie fatiche.
VALERIO Da chi desiderati voi questo premio?
PARABOLANO Dove son io? Almen n'avess'io lettere o ambasciata!
VALERIO Dove s'hanno a dirizzare queste lettere?
PARABOLANO Dove io sono.
VALERIO Voi l'arete tardi.
PARABOLANO Perché?
VALERIO Perché non sète né qui né altrove, pare a me.
PARABOLANO Aiutami!
VALERIO Mai non vi aiuterò, se non me aprite il vostro secreto.
PARABOLANO Quanti amari veneni ascondeno i preziosi vasi.
Entriamo in casa.
SCENA VENTITREESIMA
Maestro Andrea, solo.
Io ho voluto dare padrone a quel sanese e poi mi sono acconcio seco per pedante; questa è pur bella! Or dico io, che son dotto, diàngli pur dentro, acciò che agosto lo trovi bello e legato.
Ma, quando accadessi, non solamente a lui, ma a mio padre l'accoccarei, e parmi un gran mercè a pagare i cavagli a un che voglia mandar e' cervelli per le poste.
E mi penso che non si possa fare la maggior limosina al mondo quanto fare impazzire uno, fosse che gli doni officio o beneficio, anzi non è sí tosto scappato il cervello, che subito el capo è rompito di signorie, di grandezze, di trionfi, di giardini ch'hanno i fiori a ogni luna come il rosmarino; e questi tali gongolano quando gli credi, gl'essalti e ogni loro detto gli confermi.
E per Dio, ch'un simile non cambiaria il suo stato con quello che ha dato l'imperatore a Ceccotto.
Ma io veggio el mio scolare pincolone fermo su la porta come un termine.
A fe', che come trovo il maestro de le cerimonie lo voglio far porre sul catalogo de' pazzi, acciò che di lui si facci solenne commemorazione a laude e gloria de la reverenda e imperialissima Siena.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
M.
ANDREA Ben sia trovata la Signoria Vostra.
MESS.
MACO Buona sera e buon anno.
Io credeva aver perduto voi come el mio famiglio.
M.
ANDREA Gli è meglio perdermi che smarirme.
Or ecco el libro; andiamo dentro ch'io vi legerò una lezioncina dolce dolce per la prima volta.
MESS.
MACO Deh, maestro, fatemi questa grazia; 'nsegnatemi qualche cortigianeria ora.
M.
ANDREA Voluntieri.
Aprite gli occhi ben ben perché le prime e principal cose a essere buon cortigiano son queste: saper biastemare et essere eretico.
MESS.
MACO Cotesto non voglio io fare perché andarei in l'inferno e mal per me.
M.
ANDREA Come in l'inferno? Non sapeti voi ch'a Roma non è peccato a rompersi il collo nella Quaresima?
MESS.
MACO Signor sí.
M.
ANDREA Messer no; e sapiate che tutti quelli che vengono a Roma, subito che sono in Corte, per parere d'essere pratichi, non andarebbeno mai a Messa per tutto l'oro del mondo e poi non parlarebbono mai, che la Vergine e la Sagrata non gli fussi in bocca.
MESS.
MACO Adonque io biastemerò: 'la potta da Modena!', n'è vero?
M.
ANDREA Signor sí.
MESS.
MACO Ma come se doventa eretico? Questo è il caso.
M.
ANDREA Quando un vi dicessi: 'Gli struzzi son camelli', dite: 'Io no 'l credo'.
MESS.
MACO Io no 'l credo.
M.
ANDREA E chi vi dessi ad intendere che i preti abbino una discrezione al mondo, fativene beffe.
MESS.
MACO Io me ne fo beffe.
M.
ANDREA E se alcun vi dicessi ch'a Roma c'è conscienzia niuna, ridètivene.
MESS.
MACO Ah, ah, ah!
M.
ANDREA Insomma, se voi sentite mai dire bene de la Corte di Roma, dite a colui che non dice el vero.
MESS.
MACO Non sarà meglio a dire: 'Voi mentite per la gola ?
M.
ANDREA Madesí, serà piú facile e piú breve.
Or questo basti quanto alla prima parte.
Vi insignerò poi el Barco, la Botte di termine, il Coliseo, gli archi, Testaccio e mille belle cose che un cieco pagaría un occhio per vederle.
MESS.
MACO Che cosa è il Coliseo? Ègli dolce o agro?
M.
ANDREA La più dolce cosa di Roma e piú stimata da ognuno, perché è antico.
MESS.
MACO Gli archi gli cognosco per cronica e gli ho veduti per lettera su la Bibbia, cosí l'anticaglie.
Ma le debbono essere tutte grotte, l'anticaglie?
M.
ANDREA Qual sí e qual no.
E come sapete queste cose, pigliarete pratica con Magistro Pasquino.
Ma vi sarà gran fatica a imparare la natura di Maestro Pasquino, il qual ha una lingua che taglia.
MESS.
MACO Che arte fa egli, questo Maestro Pasquino?
M.
ANDREA Poeta di porco in la ribecca
MESS.
MACO Come, poeta? Io gli so tutti a mente i poeti, e anch'io son poeta!
M.
ANDREA Certo?
MESS.
MACO Chiaro! Ascoltate questo epigramma ch'io ho fatto in mia laude.
M.
ANDREA Dite.
MESS.MACO
Si deus est animas prima cupientibus artem
Silvestrem tenui noli gaudere malorum
Hanc tua Penelope nimium ne crede colori
Titire tu patule numerum sine viribus uxor,
M ANDREA O che stile! Misericordia!
MESS.
MACO
Mortem repentina pleno semel orbe cohissent
Tres sumus in bello, vaccinia nigra leguntur
O formose puer, musam meditaris avena
Dic mihi Dameta recumbens sub tegmine fagi.
M.
ANDREA O che vena da pazzo!
MESS.
MACO Son io dotto, maestro?
M.
ANDREA Piú che l'usura, che insegna a leggere ai pegni.
Or be', io son ricco se voi me date de queste musiche.
Le farò stampare da Ludovico Vicintino e da Lautizio da Perugia, e eccomi un re.
Ma da che avete perduto el paggio, bisogna trovarne un altro perché voglio che voi v'inamorate.
MESS.
MACO Io son inamorato d'una signora e son ricco, e ciò che voi vorrete farò.
M.
ANDREA Poiché sète ricco torrete casa, farete veste, comprarete cavalcature, faremo banchetti a vigne, in maschera.
Ite pur, magnifico messer mio.
Ah, ah, ah, ah!
ATTO SECONDO DE LA CORTIGIANA
SCENA PRIMA
Rosso e il Cappa.
ROSSO Chi non è stato a la taverna non sa che paradiso si sia.
O taverna gintile, forse che fai una reputazione al mondo? Anzi obedisci ognuno da signor e che inchini t'è fatto intorno! Per mia fe', Cappa, che s'io avesse mai figlioli, faría imparare i costumi e le virtú ne le taverne.
CAPPA Tu hai ingegno!
ROSSO Oh che musica galante fanno gli spiedoni quando son pien di tordi, salcicce o capponi! Oh, che odore ha la vitella mongana, barbacano o ambracano dentrovi!
CAPPA Sta bene! Se le taverne fussino a canto a' profumieri, a ognuno putiría il zibetto.
ROSSO C'è qualche bue che fa dolce amore e 'l fare quella novella.
Dolce è un buon pasto che se piglia senza sospiri o gelosia.
Sai tu se quel Cesare che loda tanto il nostro padrone, avessi trionfato per mezzo una taverna ben in ordine d'ogni cosa? Per mia fe' che gli archi de marmo gli venivono a noia e' suoi soldati ci saríano passati più voluntieri.
CAPPA Io el credo.
ROSSO Oh che magnificenzia, oh che allegrezza è vedere fumare gli arosti e' pesci d'ogni sorte! Oh che bel vedere fanno le tavole apparecchiate! Io per me, s'io fussi stato quel papa che fece Belvedere, aría spesi i miei danari in una ostaria ch'almeno una volta il mese facessi un bel vedere d'altro che de logge o camere depinte.
CAPPA Rosso, queste lamprede son bocconi d'angeli; io, per me, ne ho invidia a chi esce da stregiare uno cavallo e fassi grande.
Ma quando io veggio Brandino e 'l Moro de' Nobili che s'empiono il corpo di queste cose sante e divine, io crepo e vienmi l'anima ai denti per lo affanno.
ROSSO Sí che le son buone e conosciute! Ma se quel pescatore mi trova me le farà smaltire.
CAPPA A sua posta! Io non combattei mai a' mie die; ma per una di queste lamprede mi faría amazzare cento volte il dí.
Ma Valerio mi domanda.
A rivederci!
SCENA SECONDA
Messer Maco, Maestro Andrea e Grillo, famiglio di Messer Maco.
M ANDREA Molto ben vi sta questa vesta; da paladino!
MESS.
MACO Voi mi fate ridere, mi fate!
M.
ANDREA Voi avete ben tenuto a mente quello ch'io vi ho insignato, n'è vero?
MESS.
MACO So fare tutto el mondo!
M.
ANDREA Fate el duca.
MESS.
MACO Cosí..., cosí..., a questo modo; ohimè ch'io son caduto!
M.
ANDREA Rizzatevi, castrone!
MESS.
MACO Fatemi doi occhi al mantello, a la vesta, ch'io per me non so fare il duca al buio.
M.
ANDREA Sí, sí; ma come se risponde ai signori?
MESS.
MACO 'Bacio le mani'.
M.
ANDREA A le signore?
MESS.
MACO 'Questo cuore è il mio!'
M.
ANDREA Ai bon compagni?
MESS.
MACO 'Sí, a fe'.'
M.
ANDREA Ai prelati?
MESS.
MACO 'Giuro a Dio'.
M.
ANDREA Buono, savio.
E al servitor come si comanda?
MESS.
MACO 'Porta qua la mula, mena qua la vesta, che t'amazzarò!...'
GRILLO Maestro Andrea, fatemi dare buona licenzia, ch'io non voglio stare con questi bestialacci.
MESS.
MACO Io fo per giambo, Grillo, e imparo a essere cortigiano, né ti farò male.
M.
ANDREA Ora andiamo, ché impararete Borgo Vecchio, Corte Savella, Torre di Nona, Ponte Sisto e Dietro Banchi.
MESS.
MACO Porta la barba, Borgo vecchio?
M.
ANDREA Ah, ah, ah!
MESS.
MACO Torre de Nona suona anche vespero?
M.
ANDREA E compieta, con i tratti de corda! Poi andaremo a Santo Pietro; vederete la Pina, la Nave, Campo Santo e la Guglia,
MESS.
MACO In Campo Santo possiamici ire con le scarpe?
M.
ANDREA [Io] sí, voi altri no.
MESS.
MACO Andiam, ch'io voglio mangiare quella pina, e costi ciò che la vuole.
SCENA TERZA
Rosso, solo.
Il mio padrone gaglioffo non crede ch'io sappia perch'egli sta fantastico, ancora ch'io abbia fatto vista non sapere la sua rabbia.
Questa notte, andando io a procission per casa, come è mio costume, senti' ch'egli sognando era a le mani con madonna Laura, moglie de messer Luzio, e la chiamava per nome, la maneggiava come se fosse stato vero.
Io ho questo secreto, il qual non ho scoperto a persona, e col mezzo de Aloigia specciala, la qual dirò che sia sua baiala, piglierò verso di far credere al signor mio ciò ch'io voglio.
Io vado adesso a trovarla, e so ch'e'la corrompería la castità.
Farà ogni cosa per amor mio.
SCENA QUARTA
Parabolano, solo.
Questo vivere è peggio che morte.
Quando io era in minor grado, tutto il giorno il stimulo del salire mi molestava e ora che quasi mi potrei chiamare contento sono assalito da sí pessima febre che niuna medicina mi può sanare, salvo che una che non si compera per oro né per grandezza, perché Amor la vende di sua mano e per prezzo ne vuole sangue, lagrime e morte de' suoi sugetti.
Oh Amor, che non puoi tu fare! Molto è maggior la tua possanza che quella della fortuna: ella comanda a gli òmini, e tu gli òmini e gli Dei sforzi.
Ella volubile e instabile...
E con queste armi feminili e con questo dolermi non acquisterò io chi piú che la vita desío; e voglio ire in camera e forse ch'Amore m'insegnerà a sciormi come insegnò [a] legarmi.
E potria ancora per me stesso di questi tormenti uscire per industria [di] petra, di ferro, laccio e veneno.
SCENA QUINTA
Flaminio e Sempronio, vecchio.
SEMPRONIO Donque, tu mi consigli di metter Camillo mio figliolo al servizio de la Corte?
FLAMINIO Sí, se già il tuo figliolo odiassi da inimico.
SEMPRONIO Molto è intristita la Corte al tempo di voi altri cortigiani.
Io mi ricordo che quando io stetti con Monsignore Reverendissimo che non era altro paradiso, e tutti eravamo ricchi, favoriti e fratelli.
FLAMINIO Voi vecchi ve ne andate dietro a le regole del tempo antico e noi siamo nel moderno, in nome del centopaia! Al tempo tuo a un servitore di papa Janni era dato letto, camera, legne, candele, cavalcatura, pagato la lavandara, il barbieri, il salario del garzon, e 'l vestito doe volte l'anno; e adesso un povero cortigiano a pena è accettato, [ha] a comprarsi l'acqua e il fuoco, e quando pure pure t'è fatto carezze, te si concede un mezzo famiglio.
Or pensa come è possibile ch'un mezzo uomo basti a un intero! Quanto c'è di buono è che se tu t'ammali, ancor che fussi in lor servitú, ti si provede d'un spedale, e con mille prieghi.
SEMPRONIO O che fanno egli de tante entrate?
FLAMINIO A le puttane e ragazzi, o veramente moiono senza cavarsi mai la fame, e poi lasciano quindici o venti milia scudi a tali che non traríano una coreggia per l'anima loro.
SEMPRONIO Gran pazzia, però.
FLAMINIO Almen trattassero ben la famiglia! Sai tu come fanno i ribaldoni?
S EMPRONIO Non io.
FLAMINIO Gli hanno imparato a mangiar soli in camera e dicano che 'l fanno perché doi pasti il giorno gli amazza e che la sera fanno colazione leggieri leggieri: e i miseroni lo fanno perché non si trattenghino i poveri virtuosi a la tavola loro.
SEMPRONIO Gran vergogna, per certo, e gran meccanecaría.
FLAMINIO Non fu bella quella del Molfetta che, avendo speso el suo spenditore doi baiocchi piú che 'l solito in una laccia, non la volse? Onde certi della famiglia, e cosí lo spenditore, messono tanto per uno e comperòrla e cotta per mangiarla insieme, el bon vescovo, sentito l'odore e corso in cocina, volse anch'egli pagare la rata sua per mangiarne, e i buon compagni non volsero.
SEMPRONIO Ah, ah; eh, eh; oh, oh; uh, uh!
FLAMINIO Una altra piú bella.
Io ho inteso in casa del Ponzetta, che fu un Monsignore Reverendissimo, che faceva mettere un ovo e mezzo per frittata e facevalo poi porre ne le forme dove pigliano le pieghe le berette.
Avvenne una mattina un caso strano, ch'un vento le portò sino a le scale de S.
Pietro come porta le fronde lo autunno, e cadevono in capo a le genti a guisa di diadema.
SEMPRONIO Ah, ah, ah!
FLAMINIO Odi questa altra.
Voi avevate per maestri di casa gli uomini e noi le donne.
Le matri de' nostri padroni ci dànno contumacia, assaggion vini, se c'è poca acqua, tengon le chiavi de le cantine, dànno a conto i bocconi: tanti el dí de le feste e tanti i dí neri; e ci misurano sino a le minestre.
SEMPRONIO So che 'l mio figliolo starà in casa sua.
FLAMINIO Dipoi fatto un cortigiano, è fatto un invidioso, ambizioso, misero, ingrato, adulatore, maligno, iniusto, eretico, ipocrito, ladro, ghiotto, insolente e busardo; e se minor vizio che 'l tradimento si trovassi, direi che 'l tradimento è il minor peccato che ci sia.
SEMPRONIO Come, i ladri ancora sono in Corte?
FLAMINIO Ladri, sí! Il minor furto che ci si faccia è el robarsi dieci o venti anni a la vita e servitú tua, e non si attendere ad altro ch'aspettare che muoia questo o quello; e se per sorte avvenne che colui del quale hai impetrati [i] benefizii campi, tutti quei fastidi, tutte quelle febbre e dolori che ha avuto nel male quello per la morte del quale credevi esser ricco, tormentono te, sconsolato per la sanità sua.
Cose crudeli a desiderare la morte a chi non ti offese mai!
SEMPRONIO Non m'aiuti Dio, se Camillo serve mai Corte.
FLAMINIO Sempronio, se tu ti consigli meco perché io dica a tuo modo è una, ma se tu vuoi ch'io dica el vero è un'altra.
SEMPRONIO Ti sono obligatissimo, Flaminio, e conosco che sei verace uomo e da ben.
Io delibero non mandare il mio figliolo con niuno e ci riparleremo piú per agio.
Io voglio ire a pigliare i denari del mio offizio al banco de li Strozzi.
FLAMINIO E io mi tornerò in Corte a consumarmi de dispiacere.
SCENA SESTA
Rosso e Aloigia roffiana.
ROSSO Dove vai tu con tanta furia?
ALOIGIA Mo' qua e mo' là, tribulando.
ROSSO Che ti manca? Tu governi Roma!
ALOIGIA Gli è vero; ma la disgrazia de la mia maestra mi dà questa briga.
ROSSO Che ha, male?
ALOIGIA L'averà male, e el malanno è pro meriti: si abrucia domattina.
Part'egli onesto?
ROSSO Né giusto, né onesto: come diavolo abrucia? Ha ella crucifisso Cristo?
ALOIGIA Non ha fatto nulla.
ROSSO Oh, àrdese la gente per non fare niente? Che cose son queste ladre e ribalde? Or credi a me, che Roma ha presto a ruinare!
ALOIGIA L'ha bevuto el figliolo de la sua comare, per troppo amore.
ROSSO E non altro?
ALOIGIA Ammaliò il suo compare, per compiacere a un amico.
ROSSO Questo è una galanteria!
ALOIGIA Diede el veleno al marito de la Georgina, perché gli era un tristo.
ROSSO El Senatore non sa ricevere gli scherzi!
ALOIGIA Rosso mio, l'ha fatto un testamento da reina, e m'ha fatto erede de ciò che l'ha.
ROSSO Bon pro'! Che t'ha ella lasciato, se si può dire?
ALOIGIA Molte belle cose: lambicchi da stillare, acqua da levare lentigini e macchie di mal francioso, strettoio da ritirare poppe che pendono, mollette da pelare ciglia, un fiasco de lacrime d'amanti, un bicchiere di sangue di nottola, ossa di morti per tormenti e per tradimento, unghie de gufi, cuori d'avoltori, denti di lupi, grasso d'orso e funi d'impiccato a torto.
E per il vicinato non se ragiona d'altro; dove, per sua grazia, son sempre la prima chiamata a nettare denti, a cavare la puzza del fiato e mille gintilezze.
ROSSO Riscòtila con digiuni, fagli dire le messe de San Gregoro, il paternostro de San Giuliano e qualche orazione, ché la merita.
ALOIGIA Credi tu ch'io no 'l facessi, se bisognassi? La poveretta!
ROSSO Per piangere non la riarai tu!
ALOIGIA Come che quando mi ricordo che sino a gli sbirri gli facevano di beretta, mi scoppia el cuore; e non è però un mese che all'ostaria del Pavone e' la bevette forse di sei ragioni vini, sempre al boccale, senza una reputazione al mondo.
Non fu mai la meglior compagna, né mai fu donna vecchia di sí gran pasto e di cosí poca fatica.
ROSSO Però la morte la vuole per sé.
ALOIGIA Al beccaio, al pizzicagnolo, al mercato, a la fiera, al fiume, al forno, a la stufa, al barbiero, a la gabella, a la taverna, con sbirri, cuochi, messi, preti, frati e fra' soldati, sempre sempre toccava a favellare a lei, e era una Salamona tenuta.
ROSSO Abrucia, impicca, e non ci campa piú né un uomo né una donna da bene!
ALOIGIA Come una draga e una paladina andava a cavare gli occhi agl'impiccati, per cimiteri, de notte, a cavare l'unghie a' morti per fare certe medecine per el mal del fianco.
Si trasformava in gatta, in topo, in cane e andava sopra acqua e sopra vento a la noce de Benevento.
ROSSO Come ha ella nome?
ALOIGIA Madonna Maggiorina, con reverenzia parlando.
Non ti segnare, ché gli è ciò che tu odi.
ROSSO A questo modo si fa ragione a Roma? Oh, oh, oh, oh, la mi rincresce pure.
ALOIGIA Però tu sei uomo diritto, perciò te rincresce!
ROSSO Se fussi mezzo agosto, la faría chiedere da' rioni, per mezzo di Rienzo Capovacina, di Lielo caporione de Parione.
ALOIGIA Se avessino, con la mitria, spuntati gl'orecchi e 'l naso ci si poteva stare, ch'anch'io quando era giovene l'ho provato, e poi [è] un pizzico di mosca; dipoi bisogna provare qualche cosa di qua, per non ire, di là, a casa calda.
ROSSO È vero, e' preti dal bon vino ebbero pazienzia, loro che furono squartati.
ALOIGIA Quella fu altra ribaldaria e forse che non erano fratelli giurati de la mia maestra?
ROSSO Or lasciamo ire le cose coleriche e ragioniamo de le alegre perché morremo anche noi, e Dio el sa se meglio o peggio.
Aloigia, noi siamo felici: el mio padrone è inamorato di Laura di messer Luzio.
ALOIGIA È mio fratello di latte.
ROSSO Ricchi siamo! Egli non l'ha mai scoperto a persona, e sognando hoglielo da lui sentito.
Io vorrei...
ALOIGIA Taci e lascia fare a me: tu vòi che gli diamo ad intendere che la stia mal di lui.
ROSSO Entriamo in casa, ché tu vali piú che un destro a chi ha preso le pillole.
SCENA SETTIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO L'è donque de legno quella pina de bronzo?
M, ANDREA Sere sí.
MESS.
MACO Quella nave dove son quei santi che affogano di chi è?
M, ANDREA Di musaico.
MESS.
MACO Oh, fatemi insegnare la musica da lei, poi che l'importa a farsi cortigiano; bench'io so la mano e: gama-ut, a-re, be-mi, mi, fa, sol, fare
M, ANDREA Voi avete un gran principio, ma sarà buono andare a riposare.
MESS.
MACO Io ho la gran sete, Dio me la perdoni.
M.
ANDREA Ecco la casa; entrate, signore.
MESS.
MACO Entrate voi, ché siate maestro.
M.
ANDREA Procedete voi, messere.
MESS.
MACO Non bene conveniunt; con vostra licenzia.
SCENA OTTAVA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Parlarò, tacerò? Nel parlare è el suo sdegno e nel tacere è la mia morte, perch'io scrivendoli quanto l'amo, si sdegnerà essere amata da sí basso uomo.
S'io sto queto, el celare tanta passione mi condurrà a estremo fine...; ma consigliami tu, Amore.
VALERIO Signore, per usare ufficio de bon servitore e non de presuntuoso, cerco di sapere el vostro male e procacciarvi rimedio con la propria vita.
PARABOLANO L'averti io sempre cognosciuto tale t'ha fatto diventare meco quello che tu sei: ma questo mio novo accidente non ti curare sapere.
VALERIO Qui manca d'assai la grandezza vostra e vi è poco onore che un vil desío signoreggi di cosí mala maniera la prudenzia vostra, e ancora che 'l nascondere il dolore vostro proceda d'amore, ben lo cognosco io al poco mangiare e niente dormire e al volto depinto de le vostre passioni: ma se gli è amore, màncav'egli animo de ottenere qual si voglia donna? Voi sete ricco, bello, nobile, liberale, accorto, dolce del parlare, che son mezzi fideli a ottenere Venere, non solamente questa che cosí vi trafigge.
PARABOLANO Se l'impiastri de le savie parole guaressino le piaghe mie, tu m'aresti a quest'ora sanatomi.
VALERIO Deh, signore mio, retrovate e recognoscete voi stesso e rilevativi di sí stranio umore e non vogliate diventare favola de la Corte e de' vostri emuli.
Donque voleti ch'a Napoli si sappia questa sciocchezza, che vi mena a la vergogna e morte vostra? Sentendo tal cosa, che alegrezza ne averanno li vostri, che gloria la patria, che consolazione li amici e che utile e' poveri servitori?
PARABOLANO Vatti a spasso, ché mi faresti forse uscire del manico, con tante ciance.
SCENA NONA
Parabolano, solo.
Conosco che Valerio mi dice el vero, come giovene prudentissimo, ma el soverchio amore mi diffida d'ogni salute.
Pur ogni cosa si vede avere fine.
Oggi non somiglia a ieri, sempre non sono le nevi e i ghiacci; si placa el cielo e gli Dei.
Serà meglio ch'io intenda il consiglio di Valerio.
Eccolo su la porta.
Valerio?
SCENA DECIMA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Valerio, s'io, come tu dici, fussi inamorato, che remedio mi daresti tu?
VALERIO Trovare una ruffiana e scrivere una lettera.
PARABOLANO E se la non la volessi?
VALERIO Di questo state sicuro, ché mai né lettere né denari sono refiutati da le donne.
PARABOLANO E che vorresti ch'io gli dicessi?
VALERIO Quello ch'amor vi dettarà.
PARABOLANO S'ella l'avesse per male?
VALERIO Io vi ricordo che le donne sono di piú molle carne e de piú tenere ossa di noi.
PARABOLANO Quando manderesti tu questa lettera?
VALERIO Spettarei la opportunità del tempo.
PARABOLANO Scempio, io t'ho pur fatto parlare: io ho altro caldo che d'amore.
VALERIO Padrone, ma per voi non si pigliava San Leo, poi che non vi basta l'animo d'ottenere una donna.
PARABOLANO Né per questo scema una dramma del mio tormento.
Or entriamo in casa, ché l'essere solo piú mi contenta che con altrui ragionare.
SCENA UNDICESIMA
Maestro Andrea, solo.
Mentre che messer Moccicone beeva s'è inamorato di Camilla Pisana per averla vista da le fenestre de la camera.
Questa è quella volta che Cupido doventa una pecora.
Egli canta improviso e compone i piú ladri versi e le piú ribalde parole che se udissero mai.
E per non parere busardo come gl'astrologhi del diluvio, vi voglio leggere una pístola ch'egli manda alla Signora.
(Lettera de messer Maco a la Camilla Pisana)
'Salve Regina misericordie.
Perché i vostri occhi marmorei e inorpellata bocca e serpentini capelli e fronte corallina e labra di broccato m'hanno cavato di me stesso, e son venuto a Roma e faròmi cortigiano, favente Deo, per amore vostro, perché sete piú morvida che le ricotte, piú fresca del ghiaccio, piú polita che la mandragola, piú dolce che la quintadecima, e piú bella che la fata Morgana e la Diana stella.
Sí che spettate il luogo e trovate el tempo dove io possa dirvi millanta parole, le quale seranno secrete come un bando, et fiat voluntas tua.
Maco che sta per voi a pollo pesto
vi voría far quel fatto presto presto.
SCENA DODICESIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO Portate questo strambottino ancora!
M.
ANDREA Di grazia! Ma lo voglio prima leggere, perché voi siate malizioso e chi sa che voi non mi volessi fare dare cento bastonate.
MESS.
MACO No no, maestro, ché vi voglio bene!
M.
ANDREA Io el so, certo, pure...
(Strambottino di messer Maco, letto da Maestro Andrea)
O stelluzza d'amore, o Angel d'orto
Faccia di legno e viso d'oriente
Io sto pur mal di voi, la nave in porto,
È sí piú bella che tutto el ponente.
Le tue belezze veneron di Francia
Come che Giuda che si strangoloe,
Per amor tuo mi fo cortigiano io
Non aspetto già mai con tal desío.
O che versi sentenziosi, tersi, limati, dotti, novi, arguti, divini, correnti, dolci e pien di sugo! Ma c'è un latino falso!
MESS.
MACO Qual'è, la nave in porto?
M.
ANDREA Signor si.
MESS.
MACO Ell'è una licenzia poetica! Ora andate, via, presto a la diva!
SCENA TREDICESIMA
Maestro Andrea, solo.
Ora sí ch'e' poeti andaranno a la stufa! El bisogna fare mettere el basto a' camelli per coronarci su messer Maco de spini, ortiche e bietoloni; al dispetto de' lauri e de' mirti, che fanno tante cacheríe inanzi che vogliono ornare le tempie a niuno e non si degnono se non con
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