LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 4
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Quell'uccellino che perdeva il fiato nella campana pneumatica, mi toccava il core.
Mi pareva essere in Cielo vagante tra quei primi elementi e assistere alla creazione.
Il professore si studiava di tirarci allo studio di ciascun particolare e faceva esperienze delicate; ma io era miope, e gustavo poco quel che poco vedevo, e mi teneva nel largo, aiutandomi con l'immaginazione.
Dove proprio non fu possibile andare avanti, fu nelle matematiche.
L'aritmetica ragionata non mi voleva entrare in capo, e a gran fatica giunsi fino alla moltiplicazione, non seppi mai fare una divisione; non dico nulla dei rotti, delle frazioni e dei problemi.
L'abate ci faceva le operazioni sulla lavagna; io ripeteva bene, perché aveva memoria, ma non ne capiva nulla.
Il medesimo mi avvenne con la geometria piana e solida.
Facevo le figure bene; ma quando cominciavo con l'angolo a b c e la curva e la retta f, e i triangoli e i cateti, mi pareva entrare come in una torre di Babele, e piú andavo innanzi e piú spropositavo, e quelle lettere mi ballavano innanzi e si mescolavano, e non c'era verso di cavarne un sugo, sicché correva subito al finale: Quod era demonstrandum.
Per nascondere al maestro la mia confusione, mi mangiavo mezza la dimostrazione, ingoiando sillabe e correndo a precipizio.
Il maestro ci badava poco, distratto e spesso seccato, e ci accomiatava con il suo solito intercalare: "Appresso!"
Questa mia inattitudine alle matematiche non so s'era colpa mia o del maestro; certo è che di quegli studi non mi è rimasto nulla.
Ero avvezzo a studiare con l'immaginazione, e quei numeri e quelle linee cosí in astratto non mi capivano in mente.
Non era un po' colpa del metodo? E poi il maestro aveva troppa fretta, e non faceva quasi altro che ripetere sulla lavagna il libro di testo.
Queste lacune nel mio spirito erano dissimulate dalla potente memoria, e perché ripetevo tutto, pareva anche a me di sapere tutto.
Portavo la testa alta tra i compagni, e una voce segreta mi diceva: "tu vali piú di loro".
La lezione avuta dal Gesuita non mi aveva corretto, perché nel latino non la pretendevo a gran cosa.
Ma quanto a letteratura e a filosofia, ci tenevo.
Volgevano verso la fine gli studi filosofici.
Era il dí onomastico dell'abate.
Per celebrare la sua festa volle dare una serata, una specie di accademia con versi e prose, in fine complimenti, gelati e confetture.
Giovannino e io ci preparammo.
Avevamo tra mano calde, calde certe poesie del Capasso in dialetto napoletano.
Giovannino vi raffazzonò un sonetto, un luogo comune, girato assai bene in quattordici versi, con frasi goffe tolte a imprestito dal poeta napoletano.
A me parve questa cosa troppo facile e troppo andante, e mi si volgeva nell'animo non so che Iliade, qualcosa di grosso.
Sudai al gran lavoro una quindicina di giorni.
Di qua, di là mi venivano immagini e frasi; non so come, mi brillavano accanto a un'immagine di Omero una frase di Virgilio e un verso sciolto del Trissino, che leggevo allora allora.
Ne nacque una putrida in versi sciolti, un volume di carta scritta, da far paura.
Andammo.
Io era alto della persona, magro e svelto, tutto pulitino, e non capivo in me con quello scartafaccio sotto al braccio.
La sala era piena.
Molte signore con le bambine, numerosa gioventú, vecchi papà bene azzimati.
L'uscio di faccia era aperto, e ne veniva un grato odore di confetture.
L'abatino in guanti faceva assai bene gli onori di casa, di su di giú, sdrucciolava fra tutti i crocchi, dispensando sorrisi e strette di mano e gentili motti.
C'era quel mormorio, che suol venire da una mescolanza confusa di voci.
Ed ecco tutto a un tratto si udí un: "zitto!", e tutti gli occhi si volsero verso la tribuna.
Chi è, chi non è? Ero proprio io col mio personcino e con la mia superbia.
Stavo lí dritto squadernando il sacro volume e precipitando versi sopra versi correndo senza fiato.
C'era una certa curiosità, e dapprima si udiva con pazienza.
Poi a ogni voltata della carta si cominciò a guardare con raccapriccio a quello che rimaneva.
E volto e volto, e pareva che fossi sempre da capo.
Quella gente era venuta non a sentir versi, ma a conversare e a manicare, e non osavano pestar dei piedi, era gente educata, ma si movevano in qua e in là, come chi non trova posa.
Ippolito Certain, quel tal maestro di disegno che abitava con noi, stava presso a me e notava tutto, con lo sguardo verso l'uditorio; io con gli occhi sulla carta continuava tronfio e precipitoso, come un torrente, rotte le dighe.
Ippolito mi mise la mano alla bocca e disse: "Ferma che è tardi", e la gente voleva andare.
"Bravo bravo" si udí attorno; e io tirato pel braccio da Ippolito scesi col mio scartafaccio sotto il naso.
Tutti si levarono in piedi, come liberi da un peso, quando: "Zitto!" si udí, e si vide alla tribuna un bassotto, che gridò: "Sonetto in lingua napoletana".
La brevità e la novità della poesia fece seder tutti.
Giovannino, ch'era lui quel desso, recitava adagio e con grazia quelle frasi goffe, tutte da ridere, e terminò il sonetto tra una salva di applausi.
La gente si precipitò verso il fortunato sonettista; e le signore lo baciavano; i giovani si congratulavano; i papà gli accarezzavano il mento, lui modesto e contento in tanta gloria.
E l'abate sbirciando vide me tutto solo dall'altro lato, e venne e mi disse.
"Hai dovuto faticar molto neh!, povero giovanotto".
"Quindici giorni", diss'io, alzando gli occhi stizzito.
E l'abate mi fece una carezza, come per consolarmi.
Quando fummo di ritorno a casa, zia Marianna ci aspettava, e volle saper da me come l'era andato.
Io aveva come uno strale nel core, e non ebbi la forza di confessare la mia sconfitta, e inorpellai un po' le cose "Ippolito mi disse ch'era tardi, e io lasciai lí, e la gente mi applaudí, gridando: Bravo, bravo!" "Non è vero, - saltò su Giovannino; - gli applausi furono fatti a me, non a te".
"Anche a me", diss'io.
E sí e no, gli occhi ci si accendevano, e zia Marianna rideva.
Capitolo SESTO
DOMENICO CICIRELLI
A quel tempo avevo già i miei sedici anni.
Compiuti erano gli studi letterarii e filosofici.
Avvezzo a una vita interiore, avevo pochissimo gusto per i fatti materiali, e badavo piú alle relazioni tra le cose che alla conoscenza delle cose.
La scuola ci aveva non piccola parte, perché era scuola di forme e non di cose, e si attendeva piú ad imparare le parole e le argomentazioni, che le cose a cui si riferivano.
Oltre a ciò, ero miope, uso piú a guardare dentro a me che fuori.
Quando mi si avvicinava una persona, restavo con gli occhi aperti e quasi incantato, tutto pieno delle cose che si dicevano, e non sapevo ridire alcuna particolarità dei suoi tratti o del suo vestire.
Parlavo spesso dei mio amore alla natura, ai campi, ai fiori, ai ruscelli; ma era una natura che avevo imparata nei poeti.
In verità, non sapevo scerre fior da fiore, e non distinguere albero da albero.
Quei mormorii infiniti della natura che sono come la musica o come le lacrime delle cose, non giungevano alla mia anima.
Pure l'età mi tirava al di fuori, e anche l'esempio dei compagni.
Giovannino mi parlava già dei suoi amori; tutti mi facevano le loro confidenze; guardavo stupido, come chi non ci capisca nulla, e di nuovo a leggere.
Avevo una febbre di lettura che mi divorava, e stavo le intere giornate con un libro avanti in un angolo di casa chiuso da un paravento e illuminato fiocamente da una finestra che metteva nel cortile.
Poi venne il bisogno di compendiare e di postillare.
Talora mi sentivo dolere il magro braccio dal troppo scrivere; mi sentivo gli occhi secchi e abbacinati; uscivo di là come uno scheletro, con un ronzio nell'orecchio, con la testa piena e confusa.
In mezzo ai compagni non mi sentivo nessuna voglia di sciorinare le mie letture; già pochi leggevano, pochi erano atti a capirmi, soprattutto allora che poco mi capivo io stesso.
Nondimeno quel rigoglio di gioventú che mi era attorno mi rapiva seco, volente e nolente, m'infondeva sangue e spirito.
La sera s'andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità.
Una volta s'andò a Porta di Massa in un certo covo puzzolente, dov'era buon vino e dove si bevve assai.
E mi ricordo che mi accompagnarono a casa che menavo pugni e predicavo, andando a poggia e a orza come una nave in tempesta.
Ma queste cattive abitudini erano rintuzzate da quella pianezza di vita intellettuale, che ci tirava a cose meno ignobili.
Ci demmo agli esercizi cavallereschi.
Studiammo scherma sotto il Parisi.
Imparammo [a] ballare.
Cominciammo pure lo studio del pianoforte, e anche oggi in certi momenti con le dita io fo le scale.
Mi provai pure nel canto sotto un tal maestro Cinque, ma la voce non usciva e lasciai stare.
Ci gittammo allo studio del francese, tentando metterci in capo le regole e i dialoghi di Goudar, che allora era in voga.
Zio vedeva tutto e lasciava fare.
Erano certo nobili sforzi, ma senza indirizzo e senza seguito, incoerenti e instabili.
Si lasciava, si ripigliava, molto affannarsi e poca conclusione.
Non perciò io lasciava gli studi filosofici.
Il professore fece una brillante lezione sull'armonia prestabilita di Leibnizio.
E presto Leibnizio divenne il mio filosofo, come Annibale era stato il mio capitano.
Quella figura placida e meditativa, quel carattere conciliativo, punto dommatico, quell'esposizione chiara, che niente avea di pedantesco, m'innamorò.
E come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a leggere Cartesio, Spinosa, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco digeriti.
Questo era il mio corredo di erudizione filosofica verso la fine dell'anno scolastico, quando zio ci diceva: "Ora bisogna cercarvi un maestro di legge".
Si batteva già alle porte della Università.
Venne il settembre e zio veggendomi cosí scheletrito, volle farmi bere un po' d'aria nativa.
Andammo zio Pietro, Giovannino ed io.
Non sapevo di amar tanto il mio paese.
Quando di sopra la via nuova vidi un mucchio di case bianche, mi sentii ricercare le fibre, non so che nuovo mi batteva il core.
Poco piú in là vedemmo non so quali punti neri.
"Sono galantuomini che ci vengono incontro", disse zio Pietro.
Scesi di cavallo a precipizio, e corsi, ed essi corsero a me, e mi trovai tra le braccia del babbo.
La sua faccia allegra e rubiconda raggiava, era tutto un riso, e gli pareva essere cresciuto di altezza, tenendo per mano Ciccillo, e mi presentava tutto glorioso.
Nonna non c'era piú.
La mamma mi venne incontro sui gradini di casa, e mi tenea stretto al seno e piangeva e non sapeva staccarsi da me.
La casa fu piena di gente.
Molte le strette di mano, molte le carezze e i baci.
Ma io m'era seccato, e cercava con gli occhi le compagne e i compagni, mi sentiva un piccino di nove anni, come quando li lasciai.
Costantino alto e robusto, mi levò sulle braccia, dicendo: "Come sei fatto brutto!" Era un piccolo gigante quel Costantino.
I miei gusti non erano mutati.
Abbracciai Michele, il contadino, venuto su rude e saldo, come una torre.
La distinzione delle classi non mi è mai entrata in capo.
Contadino, operaio, galantuomo, gentiluomo, questo per me non aveva senso.
Trattava tutti del pari, e usava il tu, il voi e il lei non secondo le persone e il grado, ma come mi veniva, cosí a casaccio, e spesso alla stessa persona dando del tu e del lei.
La sera ci fu gran pranzo, coi soliti strangolapreti, e il polpettone, e la pizza rustica e altri piatti di rito.
Il dí appresso visitai tutti i luoghi dov'era passata la mia fanciullezza.
Fui nel sottano, e dove si ammazzava il porco, e dove era la mangiatoia pei cavalli, e dove tra mucchi di legna o di grano solevo trovar le uova ancora calde e portarle alla mamma.
Quel sottano sonava ancora dei miei trastulli fanciulleschi.
Poi sbucai nell'orto, e salii il fico e mi empii di ciliege, e feci alle bocce o alle palle, correndo, schiamazzando.
Ero in piena aria, in piena luce, mi sentivo rivivere.
Dopo il pranzo feci la passeggiata per la via nuova, tra compagni e compagne.
Mariangiola mi teneva per mano, una bella giovinotta un po' piú grandicella di me, e io mi lasciavo fare, e mi veniva l'affezione.
Giungemmo alle Croci, che è un piccolo monte, storiato della passione di Cristo, detto perciò anche il Calvario.
Alle falde era il Cimitero, una camera tutta biancheggiata, entro cui erano addossate le ossa degli antenati.
Mi sentii un freddo, e pensai a Genoviefa, e m'inginocchiai innanzi all'inferriata, e piansi piansi, e dissi molti Pater e molte Ave.
Verso la sera, fatte molte visite, ci disse zio Pietro che ci voleva far conoscere D.
Domenico Cicirelli.
E ci menò in piazza, e là dove si apre una scalinata di grosse pietre che conduce alla strada di sopra, c'imboccammo in un portoncino, e fummo subito sopra.
Trovammo D.
Domenico nella prima stanza, già non erano che due stanze in tutto.
Era quella stanza di un bianco sporco, decorata di ragnatele e di spaccature qua e là.
Non so che puzzo mi saliva il naso.
D.
Domenico stava su di una seggiola di faccia all'uscio, presso alla finestra, con una gran tavola avanti, sparsa di scartafacci e d'inchiostro.
Entrando noi, si levò e stese la mano a zio Pietro.
Aveva in capo un berretto da notte, era grasso e basso, con la faccia rossa a fondo nero, la fronte piena di rughe, gli occhi cisposi, e le labbra grosse e bavose.
Toccava l'ottantina, non portava barba.
Appresso a noi entrarono altre persone, si fece folla.
Baciammo la mano al grand'uomo di Morra Irpino; lo chiamavano il dottore e il filosofo.
Ai tempi suoi egli era stato in Napoli, e vi aveva avuta un'educazione finita.
D.
Nicola del Buono, D.
Peppe Manzi, D.
Domenico Cicirelli e zio Carlo erano i sopracciò innanzi ai morresi.
D.
Domenico era un libro vivente.
Cominciò a narrare la presa della Castiglia, la morte di Luigi XVI, Marat, Danton, Robespierre, Carlotta Corday, e poi venne Napoleone.
Molte cose aveva lette, molte vedute, a molte aveva assistito.
S'era lí a sentirlo, a bocca aperta.
Ed ecco due contadini portarono parecchi boccali di vino, e si bevve in giro.
A noi piccini toccò un bicchiere di rosolio.
D.
Domenico era molto ricco, ma stretto nello spendere; e fu punito dalla prodigalità dei nipoti, e oggi un suo nipote fa l'usciere e va stracciato, e i figli zappano la terra.
Votati i boccali, e sgombrata la stanza, si rimase in pochi.
E D.
Domenico mi prese per mano e mi domandò cosa avevo imparato.
E d'uno in altro discorso si venne alla metafisica.
D.
Domenico era secolo decimottavo, vale a dire un materialista e un ateo, e ne domandò sogghignando se c'era Dio.
"Sicuro, - diss'io; - ci può essere dubbio?" "Gli, - rispose lui; - come lo sai tu? Perché te l'ha detto il prete!" "Che prete? - diss'io, - ci sono le prove".
"Oh! e sentiamo".
E io cominciai a infilzare le prove come avemarie: prova di sant'Agostino; prova di sant'Anselmo; prova di Cartesio; prova di Leibnizio; prova di Bossuet, e finii trionfalmente col celebre:
Dovunque il guardo io giro,
Immenso Iddio, ti vedo.
Parlavo con tanto ardore, con tanta facilità, che un mormorio di approvazioni mi accompagnava, e in ultimo papà, non potendo piú tenersi, mi prese in braccio, mi dié tanti baci.
Solo D.
Domenico stava serio, e calava il mento in atto d'incredulo, e ribatteva qua e là, e io con maggior veemenza controbatteva, incoraggiato dal manifesto favore dei presenti.
Finalmente D.
Domenico me ne tirò una buona, che mi fece traballare sulle gambe.
"Dimmi, - disse; - è, vero che niente è nell'intelletto che non sia stato nei sensi?" "Sicuro, - diss'io; - questa è la base della conoscenza".
"E dunque, bello mio, con quale senso tu conosci Dio? Con la punta dei tuo naso? Lo vedi? Lo tocchi? L'odori?" Io m'imbrogliai e balbettai.
E lui m'incalzava, sghignazzando, e zio Pietro gli faceva cenni che non mi stringesse troppo.
Quei cenni mi fecero un gran male, perché mi facevano intendere che di gran cose c'erano a dire, e non si dicevano per non turbare la mia innocenza.
Era la prima volta che vedevo messi in dubbio principii da me succhiati col latte.
Quello sghignazzare di D.
Domenico mi pareva il riso del demonio.
"Ma dunque, voi siete un ateo?, - diss'io con orrore.
- Per voi non c'è Dio, non c'è anima, non c'è rivelazione.
Voi siete andato sino a Lamettrie", conchiusi, ricordando un motto dell'abate Fazzini.
Egli fece una gran risata, che mi turbò piú.
Prese uni grossa pizzicata di tabacco, mutò discorso, mi lodò, mi accarezzò.
Me ne andai poco rabbonito.
Il dí appresso facemmo un'uscita in campagna.
C'era Costantino, e c'erano le tre sorelle Consolazio, e parecchi compagni.
Andammo a piedi, coi contadini che ci portavano il pranzo.
Il luogo di convegno era detto Selvapiano.
La donna non mi faceva ancora impressione, fanciullescamente dava qualche pizzicotto.
Chiacchieravo molto, soprattutto di libri e di scuola, ciò che annoiava molto le donne, alle quali piaceva piú Giovannino, meno novizio di me.
Costantino si pose sotto il braccio Vincenzina, la piú grande delle sorelle, e la tirava e diceva barzellette, ridendo goffamente.
Giovannino faceva il sentimentale con Mariangiola, e le stava all'orecchio con aria di gran mistero, e lei si faceva rossa.
Or questo non potevo io tollerare.
Volevano per forza ch'io stessi con Gennarina; ma io la trovava insipida, e voleva stare con Mariangiola, e la tirava a me e pretendeva che stesse a sentire non so che sonetto.
Costantino si pose in mezzo e mi sgridò.
"Vattene al diavolo col tuo sonetto, - disse.
- Tu sei piú piccino, e devi stare con la Gennarina.
Mariangiola è di Giovannino".
Cosí io scontento e stizzito chinai il capo, e mi avvelenarono la scampagnata.
Capitolo SETTIMO
L'ABATE GARZIA
L'anno appresso si disputò in famiglia, a quale scuola di Dritto dovevamo andare.
La scuola piú riputata era quella di don Niccola Gigli.
Ma c'era troppa folla di giovani, e zio preferí mandarci a studiare presso un vecchio frate secolarizzato, e suo conoscente, un tal Garzia.
La scuola era in Via Porta Medina in una stanza piccola e sudicia, ed eravamo appena una ventina.
Il frate aveva in capo un grosso berretto di pelo, e abito e camicia erano sporchi di tabacco; era tutto macchiato e sordido.
Straniero a ogni movimento d'idee moderno, stava lí come un avanzo dimenticato della Scolastica.
Il suo scrittore piú recente era Volfio, che aveva disciplinato Leibnizio, diceva lui: ciò ch'io non volevo sentire.
Uomo alla mano e sciolto d'ogni forma convenzionale, ci trattava come suoi piccoli amici.
Aveva la faccia rubiconda, sulla quale, come su certe botteghe, si poteva leggere: "buon vino e buon cuore".
Gli piaceva anche il rosolio; e zio a Natale e a Pasqua gliene mandava, con lo zucchero e il caffè.
Lí mi mancava un teatro ove potessi brillare.
Non c'era cattedra.
Egli stava seduto in mezzo a noi; le sue lezioni erano conversazioni, spesso interrotte da grossi pugni sulla tavola o da grosse prese di tabacco.
Non c'erano conferenze, cioè a dire discorsi lunghetti e seguiti, dove si distinguesse l'ingegno.
C'era lí una serie di domande e di risposte, alle quali prendevano parte tutti, e i piú pronti toglievano la parola agli altri, e ne veniva un vocío ingrato.
In quella presa di assalto della parola mi sentivo soverchiato, e stavo lí stizzoso, perché sentivo che avrei risposto meglio di quello sfacciato che mi troncava la parola in bocca.
Talora, quando nel mondo mi vedevo soverchiare da certi presuntuosi ignoranti, pensavo alle conferenze dell'abate Garzia.
Costui non prendeva troppo sul serio il suo ufficio, e chi non voleva studiare, non perciò si guastava la bile, e faceva un'alzatina di spalle, come volesse dire: "Tanto peggio per te".
Io continuava i miei studi filosofici, che mi piacevano assai, e poco teneva dietro a quella congerie di regole e di fatti, di cui il maestro non diceva le ragioni.
Non fu possibile mettermi in capo la Procedura.
Lessi molto il Digesto, come una bella collezione di massime e di sentenze, e ne presi occasione a rinvigorire il mio latino.
Dove cominciai a vedere un po' di luce, fu nello studio del Codice Civile.
Lessi con infinita curiosità i motivi che l'inspirarono; e quando parlava Napoleone mi appariva in una grandezza buia, che mi faceva terrore.
Lessi molti commentatori francesi allora in fama, come Toullier, Delvincourt, Duranton.
Come suole avvenire, si strinse una certa amicizia con alcuni compagni piú simpatici, e si disputava molto di filosofia e di dritto civile.
C'era tra gli altri un tal Fortunato, che aveva una grande riputazione nella compagnia, e faceva da sopracciò.
A me era antipatico con quella sua aria di superiorità; e lui che se n'era avvisto, mi punzecchiava e mi provocava.
Una sera si vantava gran repubblicano; e io per fargli dispetto mi vantai gran realista.
Grandi argomentazioni da l'una parte e dall'altra, non poté ridurmi al silenzio.
Allora in aria di sfida disse che la disputa si facesse in iscritto.
Accettai.
Scrissi uno zibaldone; ma i compagni ai quali era affidato il giudizio, non vollero sentenziare e lasciarono dubbia la vittoria.
Un'altra sera si accese la disputa intorno all'immortalità dell'anima.
Egli la negava; io l'affermava, e mi scaldava e alzava la voce, e lui cosí contraddetto mi scaricò un pugno sulla spalla, e io lo guardai fiso, e gli dissi con l'aria di un antico: "Batti, ma ascolta".
Si venne allo scrivere.
Egli aveva maggior libertà di spirito, e gittava per terra tutte le credenze, e diceva la sua con un fare incisivo che ti chiudeva la bocca.
Ora che ci penso, doveva avere un gran talento colui; ma non l'ho seguito nella vita, e non ricordo il suo cognome.
Egli gittando lo sguardo nella filosofia corrente, trovava inconciliabile il sensismo coi principio religiosi, e ripeteva spesso: "Chi ha veduto l'anima nell'altro mondo?" E io pensava a D.
Domenico Cicirelli.
In verità, quella conciliazione pareva anche a me forzata; ed era chiaro che già si avvicinava il tempo in cui il sensismo male accordato col movimento religioso del secolo dovea cedere il passo a nuova filosofia.
Questo vagamente mi si girava pel capo, e vedendo citare al mio avversario David Hume, e Smith, e la scuola scozzese, e un pochino anche Kant, vedevo fra le tenebre lampi, e venivo in dubbio di me stesso.
Pure, aguzzato l'ingegno dall'amor proprio, scrissi una dissertazione che parve meravigliosa per sottigliezza di argomenti, e per copia di citazioni, frutto della mia immensa lettura.
Il mio stesso avversario, che aveva leggicchiato gli autori piú moderni, rimase sbalordito a sentirmi citare Bayle, Leibnizio e cotali altri, di cui appena egli conosceva i nomi.
Terminavo la mia lettura con l'aria gioiosa del trionfatore, visto che i miei compagni stavano lí lí per battere le mani; quando il mio avversario, vista la parata, prese il davanti, e mi disse: "Ma bravo! Si vede che avete molto letto; fo i miei complimenti".
Questo disse con un tal piglio freddo di maestro che mi facesse un incoraggiamento.
Questo sussiego mi spiacque, mancarono gli applausi, rimasi freddo e mi tenni mal vendicato del pugno avuto.
Si annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico; mi bollivano in capo nuovi libri e nuovi studi.
Si apparecchiavano i tempi di Pasquale Galluppi e dell'abate Ottavio Colecchi, dei quali l'uno volgarizzava David Hume e Adamo Smith, e l'altro ch'era per giunta un gran matematico, volgarizzava Emanuele Kant.
Lorenzo Fazzini era caduto di moda, tanto che per svecchiarsi aveva aggiunto al suo corso certe lezioni di economia politica, date dal suo piccolo fratello Antonio, giovane di grandi speranze, morto indi a poco, che primo fece conoscere a Napoli il Trattato del Rossi.
Cominciò una reazione contro il sensismo, come fautore di empietà.
Io vedevo a terra tutti i miei idoli, e non ne avevo pietà, trascinato dalla nuova corrente.
Il re stesso fatto accorto del pericolo, toglieva il suo favore all'abate Capocasale, a monsignor Colangelo e ad altri sensisti in veste teologica, e credeva il buon'uomo che Kant e Smith fossero roba meno infetta.
C'era nel mio cervello un turbinío, quando un giorno m'incontrai con Francesco Costabile, uno dei miei vecchi compagni nella scuola dei Fazzini.
"Dove vai?" dissi.
"Vado dal marchese Puoti".
Cosí per la prima volta intesi parlare di un uomo, che doveva avere una grande influenza sul mio avvenire.
Capitolo OTTAVO
IL MARCHESE PUOTI
Questo nome già caro e popolare in Napoli, mi giunse nuovo.
La mia vita era tra casa e biblioteca e non conoscevo che pochissimi amici dello zio, come un Corona, un Capobianco, un Boscero.
"Chi è il marchese Puoti?" diss'io a Costabile.
"Insegna l'italiano", disse lui.
"E credi tu ch'io debba ancora imparare l'italiano?" "Sicuro; quell'italiano lí l'è un'altra cosa; vieni"...
Cosí Giovannino e io ci trovammo scolari del marchese Puoti.
Lo zio ci lasciò fare.
Era la prima volta ch'io entrava in un palazzo magnatizio, e che mi presentava ad un marchese.
Era il palazzo Bagnara in piazza del Mercatello.
Ci accompagnava il Costabile, che saliva svelto e ridente, facendoci il cicerone.
Entrammo in una gran sala quadrata, tutta tappezzata di libri, con una lunga tavola in fondo, coverta di un tappeto verde screziato di macchie d'inchiostro.
Lunghe file di sedie indicavano il gran numero di giovani, che la sera venivano ivi a prender lezione.
Costabile parlava e rideva e godeva del nostro imbarazzo.
quando si apri l'uscio a sinistra, e Gaetano con aria grave di cameriere ci annunziò.
Entrammo.
Il marchese stava seduto a una piccola tavola presso la finestra, poco discosto dal comò.
In fondo era un letto molto semplice.
Di fianco un'altra finestra inondava di luce la stanza.
Come vedete, era una camera da letto e da studio insieme, molto modesta, nella quale il marchese s'era rannicchiato, lasciando ai fratelli tutto l'altro del vasto appartamento.
Queste osservazioni locali mi vengono ora in mente; ma in quel tempo i miei occhi erano attirati come per forza magnetica dalla presenza del marchese.
M'ero immaginato per lo meno un re sul trono; ma vidi un semplice mortale in berretto e veste da camera, che si mise a scherzare col Costabile, domandando fra l'altro chi erano quei due marmocchi.
"Sono nipoti di D.
Carlo De Sanctis, e vengono alla vostra scuola".
Io me gli accostai, e gli presi la mano come per baciarla, ed egli la ritirò vivamente, dicendo: "Non si bacia la mano che al papa".
Io mi feci rosso.
Egli rideva, e vedendomi cosí stecchito e allampanato, disse ch'io era de frigidis et maleficiatis: parole sue favorite, come vidi appresso.
Ci fece tradurre un brano di Cornelio Nipote; fé un sorriso di piccola soddisfazione; poi ci consegnò al suo segretario, ch'era appunto il Costabile.
Egli faceva pure il bibliotecario, come Gaetano faceva da cameriere e da barbiere.
Costabile mi parve un po' piú alto, quando lo vidi in tanta dimestichezza col marchese, e dissi sospirando: "Se foss'io cosí!".
Egli ci spiegò che la base della scuola era la buona e ordinata lettura di trecentisti e cinquecentisti; che si voleva leggere prima gli scrittori in istile piano, poi quelli di stile forte, e poi quelli di stile fiorito.
Riserbò per ultimo la lettura di Dante e del Boccaccio.
Solo dopo un par d'anni ci erano consentiti i cinquecentisti; i moderni poi vietati affatto, massime i poeti.
In conclusione, ci pose nelle mani il Novellino e Giovanni Villani.
"Badiamo, - disse: - voi dovete notare tutti i gentili parlari; io voglio vedere i vostri quaderni".
Corsi a casa, come avessi un tesoro, e cominciai a sfogliare.
Mi parve quello un parlare di bambini, e chiamai Giovannino e molto risi con lui.
La sera, con viva curiosità, andammo.
Rimanemmo come naufraghi in mezzo a tanta gente.
Stavano innanzi, nelle prime file, gli Anziani di Santa Zita, come per ischerzo li chiamava il marchese.
C'erano in quello stuolo di maggiorenti parecchi che piú tardi vidi nei primi gradini sociali, come il Pisanelli, il De Vincenzi, il Cappelli, il Torelli, il Dalbono, il Rodinò, il Gasparrini.
Altri meno antichi erano gli Eletti, uno stuolo a parte dei piú valorosi.
Noi stavamo agli ultimi posti, tra la moltitudine.
Il marchese era tra i maggiorenti, che gli facevano corona, vivace, faceto, sempre fresco.
Si correggeva un periodo di Cornelio Nipote voltato in italiano.
Il marchese faceva un minuto esame delle parole, parte benedicendo, parte scomunicando.
"Questa è parola poetica, questa è plebea, questa è volgare, questa è troppo usata, l'è un arcaismo, l'è un francesismo".
Accompagnava queste sentenze con lazzi, motti, esclamazioni e pugni sulla tavola.
Io ne avevo la testa intronata.
Poi si lesse un lavoro, e ciascuno de' maggiorenti a dir la sua, tra il profondo silenzio della moltitudine.
Finalmente si fece la lettura.
Francesco Costabile avea bella presenza, bella voce; leggeva bene, interrotto dalle esclamazioni del marchese, il quale di rido faceva qualche osservazione, ma rivelava con impeto le sue impressioni, e le travasava nei nostri petti.
Non voleva esser detto maestro, né che il suo studio si chiamasse scuola; né che le sue conversazioni si chiamassero lezioni.
Quelle due o tre ore passarono per me velocemente; e mi tardava, giunto a casa, che tornasse l'ora del marchese Puoti.
Uso alle Notti di Young e a Jacopo Ortis e alle Notti Romane del Verri, quel dire semplice e sgrammaticato del Villani non mi entrava.
Ma quando vidi una eletta schiera di giovani sobbarcarsi a quelle letture, e professare quelle dottrine del Puoti con entusiasmo di novellini, mi dovetti persuadere che Francesco Costabile ne sapeva piú di me, e ch'io era un ignorante, e doveva rifare i miei studi.
Il desiderio di comparire, e di piacere al marchese e di attirare i suoi sguardi entrava in gran parte nella mia persuasione.
E lasciai lí studi di filosofia e di legge e letture di commedie, di tragedie e di romanzi e di poesie, e mi gittai perdutamente tra gli scrittori dell'aureo trecento.
Con la foga del novizio divoravo da un capo all'altro un libro intero, e non ristetti, finché non ebbi sfogliati un gran numero di quei volumi.
Invano Costabile gridava, che si dovesse leggere con ordine e notare i piú bei modi di dire.
Prima di darci un libro nuovo, voleva vedere il quaderno del libro letto.
Io voleva ch'egli credesse alla mia parola; e quando si ostinava, improvvisava un notamento di frasi da un giorno all'altro.
Talora mi faceva il tiranno, e io che poco credevo alla sua divinità, andavo lacrimoso dal marchese e me ne richiamavo con lui.
Nella mia malizia cercavo qualche motto o parola o frase ch'era in grazia del marchese, ed egli andava in sollucchero, e mi diceva: "Bravo!".
C'era tra i giovani una gara a chi salisse piú in grazia del marchese; i piú diligenti andavano a lui anche il mattino; si chiacchierava, si leggeva, si copiava, si correggeva errori di stampa; io ci avevo acquistato l'occhio, e il marchese mi voleva presso di sé il mattino per la correzione dei Fatti di Enea, ristampati e annotati da lui.
Il regno di Costabile durò poco; si seccò dell'ufficio, e il marchese si seccò di lui, che andava ricalcitrando con moti d'impazienza.
Successe l'abate Meledandri, un pugliese falso e astuto, che s'insinuava come serpente, lisciando e adulando, e s'imponeva con arroganza ai minori.
I compagni l'odiavano di gran cuore; ma nessuno fiatava per tema del marchese che l'aveva caro per quel solo fare ipocrita di Madonna con gli occhi bassi.
Io non gli avevo invidia, perché mi pareva troppo alto; ma sentivo per lui una grande antipatia.
Egli se n'era accorto, e aveva di me qualche gelosia, massime quando con le mie letture lo accoppava, tra le risa del marchese.
Secondo il mio costume in un anno mi avevo i messo in corpo piú roba che non potessi digerire.
Avevo i miei favoriti, Agnolo Pandolfini, Domenico Cavalca, Iacopo Passavanti, ch'erano per me gli Dei maggiori, circondati dalla turba delle minori divinità.
Sapevo per lo senno a mente un'infinita quantità di modi e di frasi, che mi rimanevano impressi senza ch'io dovessi trascriverli; era divenuto loquace e presuntuoso, e la sera e la mattina faceva sempre nuove osservazioni, e il marchese mi rideva, e Meledandri si facea verde.
Ben presto uscii dalla moltitudine, e andai tra gli Eletti.
Il mio piacere non fu intero, perché Giovannino era rimasto indietro col naso lungo.
Zio Pietro venne al marchese, sicché una quindicina di giorni dopo venne tra gli Eletti anche Giovannino.
C'era lí molti giovani valorosi, come i fratelli Del Giudice, Gatti, Cusani, Ajello, Florio, Capozzi.
Il marchese cominciò a domandare il mio avviso intorno ai lavori, e io parlando in pubblico, cominciai a moderare la mia foga, a battere sulle finali, a spiccar bene la voce, ad accentuare e intonare, secondo il senso, mi tolsi in gran parte quel vizioso leggere e parlare che mi faceva balbutire.
Questo era un grande progresso.
Una sera il marchese volle si scrivesse una novella.
Doveva essere la storia d'una donna sventurata.
Io ci pensai molto.
Trovai in un dizionario geografico tra i villaggi di Firenze indicato Signa.
Non so perché, questo nome mi piacque, e posi là il teatro del fatto.
Dissi poi: "Che nome darò a questa donna?" E le diedi il nome di mia madre, e la chiamai Agnese L'orditura era molto semplice; ma tutto era insipido, e non c'era altro sapore che di frasi.
Pure piacque infinitamente la mia riputazione fu assicurata, e fui annoverato tra gli scrittori esimi o eccellenti, come si diceva.
Serbai quella novella tra le mie carte piú prelibate; per lungo tempo mi parve quello un capolavoro.
Presi a poco a poco lo stile del marchese, con un po' di affettazione, come sogliono fare gl'imitatori.
Quello stile consisteva in una certa scelta di parole solenni o nobili, non logore dall'uso, e non troppo antiquate, e in un certo periodare non troppo complicato o alla boccaccevole, ma pur sostenuto, solenne, copioso.
I periodetti il marchese non poteva digerirli; e quello scrivere alla francese chiamava uno stile a singhiozzi.
Non perciò andava sino al Boccaccio, ma teneva una cotal via di mezzo, che rendeva il suo periodare spedito e semplice.
"Ma in che consiste questa via di mezzo?" domandavano.
E il marchese alzava le spalle e diceva: "Con lo scrivere s'impara a scrivere; e poi ci vuole fin certo genio per imparare il secreto".
Quel secreto io l'aveva imparato.
Scrivendo tutte le mattinate sotto la sua dettatura, mi erano rimasti impressi certi suoi modi favoriti, certi suoi giri di frasi, certe costruzioni convenzionali, e avevo imparato a girare il periodo secondo la sua maniera, sicché dicevano ch'io gli avevo rubato il secreto.
Il marchese finí che non sapeva piú fare senza di me, e mi cercava con l'occhio e mi chiamava il suo collaboratore.
Giovannino ed io divenimmo correttori di stampe.
Io me ne tenevo, e mi stimavo infallibile, quando un dí il proto della stamperia m'indicò innanzi al marchese parecchi errori sfuggiti ai miei occhi pazienti, e m'insegnò la modestia.
Il direttore della stamperia era un tal Gabriele De Stefano, che si teneva da piú del marchese Puoti, e abusando della mia docilità mi faceva scrivere seco, dettando prefazioni e lettere.
Un dí avevo scritto su d'una busta un indirizzo, preceduto dalle sacramentali A.
S.
E.
che dovevano significare: a sua eccellenza.
Egli trovò che quelle lettere erano troppo sopra, e mi fece un rabbuffo e disse: "Sapete voi cosa significano queste tre lettere? significano: asino senza educazione".
Io feci col petto indietro, come avessi ricevuto un colpo di pugnale, e non ci andai piú, e anche oggi quel motto me lo sento sonare nell'orecchio.
Mi strinsi sempre piú col marchese.
Nelle sue annotazioni di lingua e di grammatica ai Fatti di Enea, soleva dire: "Cosa ne dice Francesco?" Io era divenuto una specie di autorità e il marchese mi consultava nelle cose della lingua e della grammatica, come diceva.
M'era venuta la frenesia degli studi grammaticali.
Avevo spesso tra mano il Corticelli, il Buonmattei, il Cinonio, il Salviati, il Bartoli, il Salvini, il Sanzio e non so quanti altri dei piú ignorati.
M'ero gittato anche sui cinquecentisti, sempre avendo l'occhio alla lingua.
Il Gelli, il Giambullari, il Firenzuola, il Caro, il Castiglione, mi deliziavano.
Nessuno dei miei compagni aveva tanto letto.
E poi, ciascuno aveva le sue faccende; a molti quella scuola era una parentesi.
Per me la mia faccenda era quella; non pensavo ad altro; stavo le intere giornate correggendo bozze di stampa, sfogliando dizionari e grammatiche.
E a poco a poco, senza ch'io me ne accorgessi o ci pensassi, mi trovai il segretario e il favorito del marchese Puoti.
Quello a cui prima non poneva la mira, come a cosa troppo alta, parve allora a me e a tutti cosa naturalissima.
Non ch'io surrogassi qualcunaltro; nessun lasciò il suo ufficio; l'abate Meledrandi stava sempre lí col suo piglio beffardo e insolente.
Il nome era pur quello, ma sotto al nome non c'era piú la cosa.
Il marchese perdeva la pazienza, e l'interrompeva spesso.
Una sera ch'egli faceva la lettura, il marchese era di pessimo umore, e lo correggeva aspramente, ripigliando la parola letta e pronunziandola lui, accompagnando la correzione con un certo suo intercalare favorito, che moveva a riso tutti.
L'abate sbuffava, e non trovava loco, e non potendo piú tenersi, uscí a dire: "Ma insomma, ora debbo alzare la voce, ora no, debbo abbassarla; non so come uno si debba regolare con voi".
Guardammo al marchese, e ci pareva che stesse lí lí per avventarglisi e pigliarlo pel collare; ma si contenne, e gli fece un'ammonizione senza intercalare, fredda e dura.
Da quel dí Meledandri perdette autorità.
Ritornò poi in Castellaneta, sua patria, e non ne seppi piú notizia.
Il marchese era tutto intento a compilare una grammatica a uso dei giovanetti, e si giovava dei miei studi e della mia erudizione.
Mi presentò alla sua famiglia, e piú volte mi tenne a pranzo seco.
Mi avevano posto per soprannome il grammatico.
Io me ne teneva, e andava con la testa alta.
Capitolo NONO
COSE DI CASA
Intanto le cose di casa non andavano bene.
Zio Carlo invecchiava; la famiglia s'era accresciuta; i mezzi scarseggiavano.
Un bel giorno congedarono un maestro, e messero me a insegnare Storia Sacra.
Di storie ne avevo lette infinite, senza critica e bevendomi tutto quello ch'era stampato.
Avvenne che i miei scolari erano piú maliziosi di me, e quando io parlava con molta gravità delle foglie di fico o del vitello d'oro, quei birichini ridevano, e io m'incolleriva.
La mente della famiglia era zio Pietro, gli anni e le fatiche avevano indebolito lo zio che lo lasciava fare, e lui aveva tirato a sé zia Marianna e regolava tutto.
Era alto della persona, magro e asciutto.
Venne dallo zio educato in Napoli, e non gli erano mancati studi letterarii e filosofici.
Tornato dall'esilio, s'era messo a fare il medico, ma era già troppo innanzi con gli anni, e la clientela era scarsa.
Aveva una cert'aria di civiltà, una certa sceltezza di maniere, che gl'imprimeva sul volto pallido non so quale distinzione.
Era uomo accortissimo, con un certo saper fare.
Tirava naturalmente pei figli, e tutto ciò che poteva sottrarre alla mia famiglia, non gli dispiaceva.
In quel tempo Aniello suo secondogenito veniva già con noi alla scuola del Puoti; portava fresche da Roma le impressioni, e aveva, con una bella descrizione della Villa Borghese, attirata l'attenzione del marchese e dei compagni.
Giovannino e io eravamo nel termine degli studi legali.
Zio Pietro pensava già ad allogare Giovannino presso un avvocato, per fargli la strada.
Io poi nel suo pensiero doveva essere un aiuto dello zio per sorreggere la scuola in quei suoi vecchi anni.
Cosí cominciai maestro di Storia Sacra.
Egli ne aveva parlato anche col marchese, al quale piaceva molto ch'io mi consacrassi alle lettere, e fin d'allora mi chiamava "il professorino".
Io era l'occhio dritto dello zio non solo per i miei studi, ma per la mia tranquilla condotta, e non ricordo mai di aver ricevuto da lui alcun castigo.
Naturalmente io era lo scudo della mia famiglia, e quando zio Pietro e zia Marianna dicevano male del babbo o mettevano in canzonatura mio fratello Paolino, zio li ammoniva con l'occhio, accennando alla mia presenza: il qual sentimento di delicatezza mi fece impressione.
Essi mi sogguardavano e tacevano.
In questo mezzo era morto il professore di latino della Università, e s'era aperto il concorso.
Zio Pietro stimolò molto lo zio perché concorresse anche lui.
Zio vi consentí a malincuore, e passò ore angosciose tra preparazione, timori e speranze.
Venne il dí.
Si fecero gli scritti; poi si dovea tenere la lezione pubblica.
Vi andò molta scolaresca, e vi andò zio Pietro, e vi andò il marchese e molti chiari uomini.
A me batte il cuore, e non osai andare; pure i piedi mi tiravano là.
Giunto alla chiesa del Gesú Nuovo, non proseguii, ed entrai e m'inginocchiai avanti all'inferriata dell'altare maggiore.
Non so come, mi era venuta quell'idea.
Rimasi lí per un pezzo col capo appoggiato ai ferri.
Era già lungo tempo ch'io non usava a chiesa.
La prima domenica che non sentii messa, quel pensiero mi stava come un chiodo in capo.
Poi venne l'abitudine e l'indifferenza.
Il governo che voleva per forza la fede della congregazione, ci rendeva odiosa ogni specie di culto.
Pareva un atto servile.
C'erano poi i malcreati che motteggiavano i giovani timorati di Dio.
Io avevo lasciato da parecchio ogni studio di filosofia, e mi stavano ancora in mente i principii religiosi, rimasti però in aria, senza alcuna base nella vita.
Seguii l'andazzo.
Non sentivo piú messa, non mi confessavo piú.
Tutto questo, stando lí inginocchio, mi si affacciava come un rimprovero.
Pensai che forse Dio per punire me non sosterrebbe lo zio nell'ardua prova.
E mi posi fervidamente a pregare.
Non erano avemarie e paternostri, come facevo piccino; era un'onda che mi gonfiava il cuore e si versava fuori.
Stetti cosí un pezzo tra lacrime e preghiere.
Uscí una messa ch'io sentii.
Ma nel bel mezzo mi distrassi, e non seguii piú il prete, e seguii le ombre del mio cervello.
Pensai a don Domenico Cicirelli e a quel tal Fortunato, e mi pareva gente sofistica e dappoco dirimpetto alla solenne e parlante grandezza di quella chiesa.
Il mio sguardo si perdeva tra quelle volte, e mi pareva che tutte quelle facce di santi e di beati dipinti prendessero sangue e carne e guardassero me.
Mi sovvenni del Figliuol prodigo, e m'intenerii, e non sapevo comprendere come avessi potuto tollerare gli sconci parlari dei cattivi compagni, e ripigliando l'antica usanza mi feci un gran segno di croce come per cacciarli via da me.
Quel prete che diceva messa mi spirava divozione; guardavo con occhio amico quelle sottane lunghe e nere con quei berretti quadrati, e fino quel padre gesuita che disapprovò il mio latino, mi venne alla memoria e mi parve amabile nella sua severità.
Finalmente, stanco di quel fantasticare, andai via, pensando che il mio nome era Francesco Saverio, quel Santo che fu Apostolo dell'Indie e decoro della compagnia di Gesú.
Andavo per via piú tranquillo, riconciliato con me stesso, pure non ben sicuro di aver fatto la mia pace con Dio, e mi promettevo di tornare colà a sentir messa il dí appresso.
Continuando il cammino col vago disegno di andare fino all'Università, giunto alla svolta di San Sebastiano, mi voltai anch'io, e distratto e pensoso mi trovai in casa del marchese Puoti.
Seppi ch'era tornato, e mi venne un batticuore, e salivo lentamente le scale come per pigliar tempo, non osando sapere da lui quello che pur tanto desideravo sapere; ma il timore era piú forte del desiderio.
Giunsi ch'era già in camera tra un cerchio di giovani e diceva le sue impressioni.
Io rimasi cosí sull'uscio, mezzo nascosto, e il marchese continuava con vivacità di parola e di gesto, con grandi atti pazienti di Gaetano che gli faceva la barba.
"Il canonico Lucignani, - diceva lui, - ha fatto solo qualche cosa che valga; nella sua lezione c'era un passaggio felicissimo, e una bella interpretazione di un luogo di Quintiliano: gli altri hanno armeggiato".
Quell'armeggiato mi sonò nell'orecchio come la sentenza oscura della Sibilla.
"Come ha detto?" mi voltai con una gomitata a un compagno, e lui mi ripete: "Gli altri hanno armeggiato".
Corsi in sala, dove si teneva la scuola, e presi in furia e in fretta il dizionario.
Quell'armeggiare mi parevi dovesse significare combattere, battagliare, disputare la vittoria; mi rimaneva un filo di speranza per lo zio.
La mia furia era tale che non mi riuscí subito trovare la pagina, e pestavo dei piedi.
Finalmente mi venne innanzi quella maledetta pagina e quel maledetto armeggiare.
Lessi che significava: fare opera vana, e divenni pallidissimo e caddi col capo sulla mano.
Uscii a capo basso, come can frustato, senza pur vedere il marchese.
Giunsi a casa, e lo zio era abbattutissimo e stanchissimo, e sentiva i conforti di D.
Nicola del Buono che leggeva il suo scritto, pur facendo qualche appunto.
Zio Pietro mormorava che D.
Nicola era invidioso, e gli raggiava il volto, credendo alla vittoria di zio Carlo, e si voltò a me, dicendo, "Cosa ne dici tu, Ciccillo? Ah! tu non c'eri".
Io non fiatai; ero inconsolabile, e chinai il capo, e mi ritirai in quell'angolo di casa, testimonio delle mie veglie e dei miei studi.
Era sul tavolo un libro aperto, le Vite de' Santi Padri di Domenico Cavalca.
Io presi il libro con dispetto e lo buttai giú, dicendo: "Al diavolo questi Santi Padri.
Ho invocato oggi tutti i Santi dei paradiso.
A che siete buoni voi altri Santi?" Poi mi pentii di quell'atto di superbia, e mi sovvenni che dovevo sentir messa il dí appresso, e raumiliato e stanco mi buttai sul letto e ingombra la mente di fantasmi m'addormentai.
Venne il dimane.
Mi avviai e mi trovai innanzi al Gesú, ma indugiavo e non volevo entrare, e un pensiero mi diceva: "Sí, entra".
Tra entrare e non entrare continuavo il cammino, e mi trovai dal marchese Puoti, e a chiesa non ci tornai piú.
Mio zio era rimasto percosso, s'era fatto piú curvo, e rompeva spesso in atti d'impazienza.
Qualche volta vidi che lacrimava.
Mi sembrò che fosse divenuto un po' freddo con me, e non mi volesse piú quel bene.
Una sera, mentre io gli facevo le moine, si levò e mi percosse, e dovettero trarmi dalle sue mani.
Cosa era nato? Anche oggi non lo so.
Un'altra volta s'andava a fare una scampagnata sopra i Cacciottoli.
Eravamo giunti al largo della Pigna Secca, quando dissero a zio che io portava una calzetta rotta, e zio s'infuriò e mi ordinò di ritirarmi a casa.
Il mattino, secondo il solito, andai allo zio e dissi: "Zio, sono le sei e mezzo".
Tornato piú tardi lo chiamai un'altra volta, egli si levò.
Ero entrato in cucina allora allora, quando mi giunse una voce: "Ciccillo! Ciccillo!" Tesi l'orecchio, e la voce ripeté "Ciccillo!" Corsi e vidi che lo zio era per terra, e mi chinai per alzarlo, ed egli fece un gesto d'impazienza, come volesse dire: "Cosa puoi fare tu?" Corsi da zio Pietro, gridando: "Zio è caduto".
Fummo tutti attorno a lui, e a gran fatica fu potuto rimettere a letto.
Aveva perduto tutto il lato sinistro.
Ecco subito salassi e sanguisughe e digiuni e cuffia di ghiaccio.
Riebbe la parola, ci guardò, ci ravvisò.
Noti lasciò piú il letto.
Capitolo DECIMO
LA CRISI
Fu quello un momento solenne nella mia vita.
Non avevo mai pensato al dimane; tiravo innanzi alla spensierata e allegramente, come lo zio non dovesse mai morire, e le cose dovessero stare sempre cosí.
Questo medesimo era in capo ai miei cugini.
In casa era un allegria, una gara di studi e di esercizî geniali.
Zio ci seguiva col suo occhio pieno d'affetto, e voleva, quando si levava il mattino, sentire da noi ripetizioni, conferenze, tutto ciò che imparavamo nei diversi rami dello scibile.
Stavo allora leggendo il Galateo ed il Cortigiano, e vago sempre di fatti guerreschi, la sera leggevo come un romanzo le Guerre di Fiandra del Bentivoglio e le Guerre civili del Davila.
Quello studio delle frasi m'era venuto un po' a noia; le cose m'interessavano molto, e avevo la stessa ammirazione verso scrittori differentissimi d'ingegno e di stile, come Guicciardini, Davila, Cellini.
Le Storie del Machiavelli mi seccavano, salvo qualche
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