LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 31
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Già non vi starò neppur molti mesi per mille ragioni municipali, ed atmosferiche, e civili.
Mi basterebbe ricuperarvi perfettamente la salute, e poi ambulo.
Col dimorarvi ho scoperto un clima di un'incostanza infernale: certe strade che sembrano scale dell'ultimo piano del Palazzo Poli; e poi certi abitanti...
e poi certi speziali...
Basti dire che il primo fra questi è un doratore, che di cento medicine ne tiene in bottega una dozzina al più; e spesso manca di cassia; e quando l'ha, se non gli tenete sempre gli occhi addosso e vi divagate un tantino, traffete vi ci ficca la mela cotta, o l'acqua, o il diamine che se lo porti: e ciò per aumentare il peso senza diminuzione del fondo di farmacia.
- Un medico quindi!...
ma che medico! fa' dei pessimi sonettacci satirici, ma pure lo credo assai più abile in quelli che nel conoscer la febbre.
- A proposito, da varii giorni mi ripizzicano de' doloretti al petto, alle braccia, e alle mani: un buon medico di Frosinone progetterebbe una ben saturata decozione di...
di...
(non so se lo scrivo bene) di legno guaivo presa per 40 mattine, sostenendo egli che dopo un male reumatico lungo senza un decotto non si guarisce mai bene.
Che ne direbbe Mazzucchelli? - È finita la carta.
Addio: addio.
Abbraccio di tutto cuore te e Ciro nostro.
Il tuo P.
(*) E se fra giorni volessi mangiare magari, ché anzi questo è un soggetto di angustia il salvarmi dalle continue offerte e dagli stimoli di questa natura.
Publio è andato oggi a Ferentino a seccarsi e perdere il sonno.
Io ho preferito di fare il mio comodo: e questa sera quando tornerà gli darò la tua lettera che ho ritirata per lui alla posta.
LETTERA 125.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, 30 giugno 1831
Partirò certamente, Mariuccia mia, e con questi di casa non è necessario alcun pretesto, avendogli io già manifestato chiaramente che la stemperatezza di questo clima mi caccia.
Circa all'interesse sono contentissimi che tu lo accomodi con Publio: si potrà ratizzare sulla mia dimora fatta fino al punto della partenza.
- Tu mi dimandi perché non ti ho dato prima un cenno delle cose che ti dissi nella mia precedente.
- Te ne ho parlato quando era tempo di aprir bocca.
Il tempo anteriore fu consumato in esperienza.
Appena qui giunto, e per qualche giorno di poi, ti dava buone nuove di mia salute, e diceva la verità.
Lo stomaco era stato il primo ad accorgersi del mutamento di clima e se n'era mostrato contento.
Dopo sono succeduti ad avvedersene i muscoli, ed hanno collo stomaco fatto causa a parte.
Allora ho aperto gli occhi io, e ho cominciato meglio ad osservare la bisogna.
Questo paese è situato sopra una montagna tutta scogli, e tutta scoperta.
Ieri cambiò temperatura cinque o sei volte, e sempre da un eccesso all'altro.
Me lo avevano dipinto per un paradiso: potrei anche crederlo per l'elevatezza sua, ma pel resto somiglia meglio all'inferno.
Non ti dico che l'aria non sia buona: non può anzi essere che ottima; ma per reggere alle stravaganze delle montagne è necessaria una costituzione meno scompaginata della mia.
Ciò riguarda al fisico.
Circa poi al civile non ti dissi nella mia ultima che la metà.
Figurati tre giorni addietro la Sig.ra Nanna non trovò un uovo per tutta Veroli, onde darmelo la sera.
Ieri mattina fece girare e battere ad ogni porta onde trovare un paio di piccioni.
Li ebbe finalmente a gran ventura, ma grossi come due quaglie le costarono due paoli.
Ieri sera io aveva necessità di un poco di cassia: il povero Publio dové tornare a casa senza averla potuto portare.
Per farmi un poco d'insalata cotta, bisogna ordinare la cicoria un giorno avanti.
Purtuttavia questa tavola è molto a sufficienza provvista, ma tutto gronda sudore di chi lo ha procacciato.
La carne di macello si deve comperare quando c'è, e poi metterla in grotta.
- In quanto poi all'interno della casa essa è bella e sarebbe anche assai comoda, ma la poca cura manda tutto in deperimento.
La cortesia de' padroni di casa può dirsi senza uguale, ma è una cortesia campagnola che ti porrebbe la casa in collo senza comprendere che il peso eccederà le tue forze.
Prenda un poco di questo: sono tenerissimi: e saranno cavoli.
- Senta com'è delicato e leggiero questo umido: e saranno funghi, la di cui leggerezza la misurano a peso di stadera, e non a capacità di stomaco.
E mangi qui, e riprenda lì, e assaggi di questo, ma lei non mangia niente, ma lei muore di fame, ma lei fa penitenza: e beva un altro bicchiere: e si sforzi; e faccia un poco di merenda ma i suoi dolori provengono da debolezza, etc.
etc.
Intanto io vado scoprendo certe codiche di porco cotte col lesso, vado sentendo pepe e garofani, bevo un'acqua che sa di terra, benché a questi signori sembri acqua celeste, e debbo tutto giorno lottare contro le cordiali insistenze di chi è incapace di essere illuminato quando certe cose non le capisce da sé.
- Mi dicono: Lei sta sempre solo, e si annoierà.
Come vuoi fare altrimenti? Io ho bisogno di riguardi.
Se scendo all'appartamento della signora, trovo tutto aperto, e spesso per le stanze fischia la tramontana come in piazza.
È vero che qualche volta al mio apparire si chiude qualche finestra in qui e in là, ma io mi accorgo assai bene che quello che giova a me nuoce agli altri, e riesce loro un gran sacrificio.
Figurati, la conversazione è composta di tre o quattro persone che giuocano a calabresella in mezzo proprio di una stanzetta con quattro finestre, due porte e un camminetto, che vale a dire sette buchi tutti spalancati.
La Sig.ra Nanna sta in camera sua a dir le orazioni con le figlie; ed io in camera mia a sbadigliare, ma almeno a finestre chiuse.
A due ore e mezzo ceno.
Publio e il Governatore che fan parte della calabresella, cenano verso le due e vanno spesso a letto coll'alba.
Potrei io far questa vita? - Venghiamo adesso alla mia partenza.
Ho fatto consiglio colla Sig.ra Nanna e con Publio.
Due mezzi vi sono: o la diligenza di Frosinone, o la vettura.
Col primo mezzo eviterei la pessima nottata a Valmontone, ma c'è l'incomodo di andare di qui a Frosinone con tutto il bagaglio; e questo è poi soverchio per la condotta della diligenza.
In vettura porterei tutto con me, ma si fa la tremenda nottata fra le cimici di Valmontone.
Or senti bene.
Dimani torna da Roma quel vetturino che io cacciai via allorché venni qui.
Con esso combinerò il giorno ed il modo del partire, e se egli (come qualche volta lo fa) accudisce a fare tutta una tirata, te ne avviserò, e tu mi favorirai di farmi trovare alla porta la facoltà del Conte Moroni firmata e bollata col suggello di uficio a scanso di dispute.
E se potrai unirci anche un lasciapassare te ne sarò grato.
Ci sentiremo però meglio quando avrò parlato col vetturino.
Intanto ho scritto alla Roberti, ma solamente per prevenirla.
La decisione definitiva la prenderò a Roma, perché vorrei almeno arrivare da quella povera gente senza dolori.
Se mi ripigliano là, pazienza; ma scendere dal legno per così dire onde mettermi a letto, non mi parrebbe coscienza; e neppure mi azzarderei a un viaggio lunghetto se non mi sentissi in forze e in sanità sufficiente.
Oltrediché arrivato a Roma dovrò riformare e mutare faccia al bagaglio per passarlo dal baulle alla valigia, e lasciare tante cose che per la diligenza peserebbero troppo.
Dunque il posto non me lo fissare.
Questo si fa presto; ed altronde non mi parrebbe prudente l'obligarmi così in anticipazione a un proseguimento di viaggio che per qualunque motivo mi potesse riuscire ineseguibile pel già fissato momento.
Non mi dilungo di più, avendo scritto abbastanza, e dovendo presto correre ad impostare perché è tardi.
Abbraccia Ciro nostro, e benedicilo.
Intanto godo anticipatamente del piacere di rivederlo unitamente a te, che stringo al cuore dicendomi
Il tuo Peppetella.
LETTERA 126.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Morrovalle, 31 luglio 1831
Mio caro Neroni
Dove siete? Io son qui, dopo aver passeggiato per molti giorni la provincia di Campagna, troppo bello e sfortunato asilo di ladri.
Mi tratterrò in questa terra alcun poco di tempo, alieno pel corrente anno da' miei giri nel Nord d'Italia: ché tre mesi di mori-e-non-mori; 14 libbre di sangue accordato generosamente alla punta di una lancetta e alle trombe di 65 mignatte; dodici vescicatoi; un paio di dozzine di purghe, un battaglione di lavemens, Monsieur; un codicillo di senapismi; 50 giorni di sole bevande insustanziose; una penitenza, una eucarestia, e un preludietto di crisma; le son coserelle da non menar tanto per l'allegra due gambe di un povero galantuomo.
E così è che mi convenne non ha guari scontare sette anni di perfetta e robusta salute, co' quali era io stato dal 24 al 31 premiato di un altro settenario di patimenti sofferti già dal 17 al 24.
Laude sempre ne sia alla Provvidenza che si degna assaggiarci nel crogiuolo de' malanni.
Basta di me.
E voi, mio stracarissimo amico, come state? come ve la passate? Fra le delizie certo di una consolante famiglia, giunta da età e stato di coronare le paterne sollecitudini.
So de' vostri due figli che han dato soggetto ad encomii pubblici per la loro eccellenza nella bell'arte che vi ha sempre sedotto.
Bravi! Me ne rallegro e con essi e con voi.
I Voltattorni? Li saluto tutti e singoli; e qui sta bene un etc.
Abbraccia Neroni suo
G.
G.
Belli
LETTERA 127.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, giovedì 18 agosto 1831
Mia carissima Mariuccia
Riscontro due tue lettere dell'11 cioè e del 13.
- Circa alla prima ti dico che ho fatto a queste Signore l'ambasciata della coperta: se vorranno ordinarla te ne riparlerò a suo tempo.
- Mi dispiacque di darti disturbo intorno al Cholera Morbus, ma ne fui spinto a parlare dallo stretto interesse civico, familiare e personale, che in casi simili non può certamente tacere.
La storiella delle Monache de SS.
Domenico e Sisto già io la sapeva dalla stessa bocca di Mazzucchelli che la ripete ogni momento: ma malgrado della sicurezza di lui e di tutta Roma in un flagello di questa natura, non è meno vero che ci facciamo illusione miserissima, dapoiché questo morbo desolatore si avvanza sempre a passi di gigante, ed ha già di molto trapassato il Danubio che si sperava potesse esserne una barriera.
E lasciamo stare la strage che mena ne' luoghi da noi più remoti: l'11 luglio a Pietroburgo di circa 500 malati non se ne salvarono 15.
Basta, nella universal cecità che pare sempre destinata ad accompagnare agli occhi umani questa specie di flagelli, l'unico conforto è certo quello di sperare nell'aiuto celeste, benché sarebbe sempre assai meglio sperare nel Cielo e d'aiutarci alacremente, onde i nostri sforzi fossero benedetti di felice successo.
Ma è purtroppo sicuro che dopo aversela presa in canzona allorché il male sarà a porta del popolo, si ordinerà in fretta in fretta una processione.
Non voglio più estendermi sopra un argomento così desolante, il quale non può non affligerti, Mariuccia mia, senza nessun compenso.
Lasciamo fare alla provvidenza: seguiremo la sorte degli altri.
- Intorno però alle perniciose e al vaiuolo che mi dici affliggere attualmente Roma, conosco anch'io la difficoltà di garantirsene; ma pure son persuaso che fra cento affetti, ottanta o novanta apparterranno alla classe di chi si è avuto meno cura: almeno usando delle precauzioni, e poi cadendo pure nel male, questo riuscirà meno maligno.
Dunque, per carità, gran cura a te ed a Ciro, il quale da un momento all'altro aspetto di udirlo vaccinato.
Vengo ora, alla tua de' 13.
Secondo quanto mi avvisi sul ritorno indietro delle lettere a Bondì, quella da me scrittagli il 7 dovrà retrocedere a Macerata, dov'è la Direzione che la spinge a Sinigallia.
Quando potrò avere occasione di farne fare ricerca, ne avrò pensiere; benché non so se a me la renderanno.
Intanto ho oggi stesso riscritto alla M.sa Antaldi ne' termini da te indicatimi; e speriamo vederne un successo.
Forse forse Fioravanti pagherà i frutti in agosto, come promette; ma ecco che anche in quest'anno abbiamo perduto l'occasione del pagamento della sorte la quale è per noi di grande importanza, stante la difficoltà della qualità del contratto.
Più si tarda, peggio è; e però io aveva pensato di assalire il debitore per sorte e frutti senza più parlargliene.
Se ora paga i frutti è certo che chiederà altra dilazione per la sorte.
Tu però che stai al regime della casa, queste cose le vedi meglio di me; dunque fa' tu, che è ben fatto.
Godo della stipulazione con Corsini.
Qui piove sempre, fa umido e freddo: e quando queste tre cose non accadono, vi è invece una quantità di vapori secchi, che tingono il Sole in verde, in bleu, in giallo, e in bianco.
Passa da un colore all'altro come una lanterna magica: e si guarda ad occhio nudo.
Che stagione! Che anno! Tanti saluti di questi signori: io abbraccio Ciro e te di tutto cuore.
Il tuo P.
P.S.
Devi avere avuta la mia degli 11, segnata per equivoco col n.
8: doveva portare il n.
7.
Essa ti faceva mille augurii per la tua festa.
LETTERA 128.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, martedì 23 agosto 1831
Mi approfitto, mia cara Mariuccia del ritorno che fa a Roma Meconi, per inviarti la presente risposta alla tua del 18.
Tanto meglio l'aver lasciato Veroli a tempo! In quest'anno per verità l'atmosfera è minacciata dappertutto; ma sotto il Cielo di Veroli si deve soffrirne assai più che altrove, per la incostanza naturale a cui va quel clima soggetto.
Arrivato io qui, dopo alcuni giorni ebbi una lettera di Publio, in cui, come io già me l'aspettava, si faceva un bello elogio di quel soggiorno, diventato un paradiso terrestre appena dopo la mia partenza! Aria dolce, tranquilla, cielo sereno, sole temperatissimo, e gioia universale! Non so cosa direbbe adesso il buon Publio, seppure l'amor del nido de' suoi morti antichi non lo accecasse sulle bare de' morti moderni.
Qui almeno, se il tempo è strano e veramente imperversa, le morti son rare e colpiscono quasi solamente dei vecchi, o de' giovani di vita strapazzata e per lo più ritornati dai lavori delle campagne romane.
In questo territorio di Morrovalle si vede sì qualche perniciosa, ma poche: nell'altro di Montesanto, dove andai ieri a visitare la famiglia Marefoschi, ne sono scoppiate di più, benché l'aria vi sia tenuta per forse più salubre ancora che questa.
Ed io penso, appunto nella maggiore elasticità di quel clima consistere la principal ragione del maggior numero di malori.
Più elevata, più scoperta, e in conseguenza più incostante nella temperatura.
Ho riso assai e ho fatto ridere la famiglia Roberti sulle 3 avemarie a te e 10 a Ciro.
Bisogna senza dubbio convenire nel tuo pensiero che il nostro nuovo penitente ne avesse un carro a quattro cavalli! Se va avanti con questa proporzione, a 20 anni non avrà più che il tempo di far penitenze.
Spero che queste riflessioni lo persuaderanno di più della necessità di esser buono e far sempre il suo dovere.
Così Iddio lo benedirà, e gli uomini gli daranno lode e riverenza.
Come si conosce bene che in Roma si trascurano affatto tutte le salutari osservanze! Non trovarsi ancora un buon pus! fa meraviglia! Il giorno 20 ebbi riscontro di Macerata non esser là ritornata la lettera che io scrissi il 7 a Bondì in Sinigallia sotto l'indirizzo dei Sigg.
Cave e Bondì: il 21 dunque scrissi direttamente al Direttore della posta di Sinigallia, pregandolo, benché non mi conosca personalmente, di respingere quella lettera o direttamente a me o vero in Roma alla Ditta Sigg.
Cave e Bondì, a cui è diretta.
Vedremo che ne nascerà.
Ti dissi già che avevo ripetuto alla M.sa Antaldi, dalla quale non ho ancora riscontro.
Due Elene avrai avuto tu da complimentare: la Barbèri di cui mi parlasti, e la Lovery che è più secondo il tuo cuore.
Di' a Stanislao che in seguito delle di lui notizie ho scritto a Torricelli, benché da Veroli già gli dassi discarico della procura della cresima di Ciro.
Lo ringrazio intanto senza fine il nostro buon Stanislao, che saluto, e che spero stia in ottima salute.
A proposito, di' a Biscontini, che al mio passaggio da Spoleto, non vidi Plinj ma un di lui giovane che egli mi fece trovare per dirmi che Riochi aveva pagato qualche cosa e si disponeva a pagare il di più.
Do a Meconi un libro che ti passerà: mettilo nel mio studio: è una buona edizione di una ottima storia da me comprata a Macerata per pochi baiocchi.
Saluto tutti, ed Ossoli: e ti abbraccio con Ciro.
Il tuo P.
LETTERA 129.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, domenica 4 settembre 1831
Bramoso, mia cara Mariuccia, di compiacerti, mi accingo all'opera di cercare informazioni sul Collegio di Osimo.
Non mi reco espressamente sul luogo distante di qui circa 30 miglia, perché per convincermi col fatto delle cose che caverò da buone fonti mi bisognerebbe passare del tempo onde assistere alle lezioni, conversare co' Maestri ed acquistare l'esperienza necessaria a conoscere l'abilità di questi e la efficacia de' loro metodi.
Però ti prevengo del molto mio dubbio circa alla preferenza che questo vecchio Collegio Vescovile possa meritare sul rinnovato di Perugia che ha una celebre università, un gabinetto, una specola e un museo, a contatto ed aiuto.
Certo egli è bene che in una Casa di educazione regolata da Vescovi l'influenza de' mirabili sistemi della moderna istruzione arriverà appena dopo un altro mezzo secolo, quando cioè già sarà tarda.
Tutti i lumi che io già posseggo in mente intorno al collegio in quistione si riducono all'aver esso dato ne' passati tempi de' bravi preti, abilità che forse non ha oggi perduta.
I professori saranno eccellenti, ma di oscuro nome son certo.
Le risorse poi di Osimo in fatto di scienza e di ornamenti fanno aggricciare le carni a pensarle.
Non ti aggiungo altro su ciò: queste sono mie idee che probabilmente i fatti potranno smentire.
Rispetto per ciò sempre le ragioni che tu abbia per inclinare alla contraria opinione e quando me le avrai manifestate le valuteremo insieme e le confronteremo colle mie per decidere in un punto di tanta importanza.
D'altra parte io stimo Meconi per un buono e bravo giovanotto: ma non lo ritengo assai competente per dar giudizii di cose che poco riguardano la sua sfera e la sua esperienza in somiglianti materie.
Il nome che può aversi acquistato il Collegio ne' vecchi tempi, tra il vecchio modo di vedere, e tra i passati bisogni del secolo, possono illuderlo come possono illudere molti altri: e se aggiungi a queste considerazioni l'altra dello stare ivi in educazione un individuo della famiglia Marefoschi a lui tanto attaccata, potrai tirare una conseguenza de' suoi elogi con poco pericolo d'ingannarti.
Ma vedremo, e saprai.
Intanto ti prego caldamente di passare urgenti istanze al nostro Biscontini affinché ricerchi presto fra' suoi libri, e ti dia la copia del programma del Collegio perugino ch'egli più volte mi promise in reintegrazione di quella che per di lui consenso mandai a Torricelli.
Se ne avrà bisogno per fare con quella ciò che a suo tempo ti dirò.
- Ho piacere che tu sii andata a visitare i miei parenti.
Povera Costanza! Senza legato! - Va bene de' danari da te dati al francese di Bochet.
La carta bollata per le quietanze non serve a nulla: dovremo forse litigare con Bochet? Spero di no.
Come sono contento all'udire che si speri di aver trovato un buon pus! Così almeno avremo preservato quel caro figlio da un malanno.
E circa a mali, mi rattrista che tu vada ricadendo nella riscaldazione.
Badaci, e non trascurarla.
Le migliori notizie del Principe di Piombino mi hanno fatto piacere.
Da tre giorni è qui ripartito il poco di sereno e di caldo che da poco aveva ricominciato.
Tira un vento da gettare per terra, fa freddo e umido: piove e vien grandine in qua e in là.
Quale anno! Con tutto ciò io me la vado passando competentemente.
Oggi è finito il solenne triduo celebrato in questo paese a preservazione del Cholera.
Che dice ora Mazzucchelli? Ci crede che venga? Spero che i medici romani leggano le molte opere, e i moltissimi articoli de' giornali scientifici e letterarj che ne parlano in tutti i sensi.
Ne ristringessero almeno un qualche metodo preservativo e curativo per la povera Roma! Benedici Ciro e abbraccialo come di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
P.S.
Ti rendo i saluti di Casa Roberti.
LETTERA 130.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, mercoldì 5 ottobre 1831
Checco mio
Fra non molto ci riabbracceremo.
Intanto ti fo precorrere la notizia che vengo carico di nuovi versi da plebe.
Ne ho sino ad oggi in 153 sonetti, sessantasei de' quali scritti da dopo la metà di settembre (crescono).
A guardarli tutti insieme, e unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto di qualchecosa, da poter forse davvero restare per un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma.
In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene, al mio giudizio, una impronta che la distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo.
Né Roma è tale che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una Città di sempre solenne ricordanza.
Di più mi sembra non iscomporsi da novità la mia idea.
Un disegno così colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse.
I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica, come nessun popolaccio n'ebbe mai.
Tutto esce spontaneo dalla natura sua, viva sempre e fresca, perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non mercate.
Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlar loro ciò che può vedersi delle fisionomie.
Perché tanto queste diverse nella plebe di una Città da quelle de' cittadini della Città stessa? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità che la educazione civile richiede, si abituano alle contrazioni della passione che domina e dell'affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo corrispondente quasi sempre alla natura dello spirito che que' corpi anima e dirige.
Che se ne' cittadini non accade una totale uniformità di fisionomie, ciò si deve alla fondamentale differenza de' tratti specialmente proveniente dalla ineguaglianza degli ossi che le carni rivestono e dal non aver mai la Natura creato nulla di simile, ma di consimile.
Vero però sempre mi par rimanere che la educaz.e che accompagna l'incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: che se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse uno de' beneficii della creazione.
- Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia.
Se mai una ne cerca, lo fa sforzandosi d'imitare la illustre.
Allora il plebeo non è più lui; ma un fantoccio male e goffam.e rivestito di vesti non attagliate al suo dosso.
Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti mai sin qui vollero rappresentare il dir romanesco in versi che tutto mostrano lo sforzo dell'arte sulla natura e della natura sull'arte.
Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza se non quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo.
Il numero poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di correnti e libere parole e frasi; non iscomposte giammai, né corrette, né modellate, né accomodate, con modo diverso da quello che ci può mandare il testimonio delle orecchie.
Che se con simigliante corredo di colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già esistente, e, più lasciata senza miglioramento.
A te e a Biagini, ed in voi agli amici di maggior mia confidenza io darò a vedere gli ultimi lavori delle mie ore d'ozio, persuaso che la delicatezza e l'amicizia d'entrambi non ne trarrà fuori che la sola lettura.
Ne rideremo poi insieme; e queste risa ci varranno a prepararci l'animo alle possibili sciagure che ci minaccino.
Abbraccia tutti quelli che mi son cari: addio.
Il tuo Belli
La mia salute è mediocre.
La tua?
LETTERA 131.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[31 dicembre 1831]
Mio caro Torricelli
La tua lettera del 27 mi ha tutto pieno di dolore.
Vi leggo quanto tu hai dovuto e devi sentire in questo luttuosissimo avvenimento: nel bacio e nel sorriso paterno, di', non hai trovato oggi un premio, un gran premio, della filiale carità? Il tuo padre morendo si è ricordato che tu non gli hai afflitto gli ultimi giorni di vita malgrado qualche piccola durezza che potesse averti usata.
La di lui benedizione discese sul tuo capo e passerà certo ai figli de' tuoi figli.
Ora sii uomo, un uomo filosofo; sollevati e pensa quante vite sono attaccate alla tua.
- Ho delineato oggi un rozzo pensiero da servire per una idea allo scultore in metallo.
Vedilo intanto tu, e rimandamelo, perché non ne ho un doppio.
Io stimerei che la grandezza fosse conveniente così.
Sto pensando che se le lettere ti sembrano grandi al giusto difficilmente si potranno incidere nette nel marmo e più difficilmente riempire il graffito con l'oro in modo che risalti.
Per l'incisione in marmo vorrebbero le lettere essere di taglio più ampio e profondo che non comporta la proporzione del mio modello: e fatte più grandi, ne risulterebbe un tutto di soverchia mole e di soverchio prezzo (benché questo non sarà mai piccolo): l'anello soprattutto vi si smarrirebbe alla vista.
Non si potrebbe dunque tirare la tavola di bronzo oliva-cupo, incidervi le lettere e dorarle? L'annettervele in rilievo costerebbe troppo caro.
Ma son curioso io che ti vo' facendo l'economo.
Ho preso l'ardire di cambiare qualche parola alla inscriz.e: non però con l'animo di preferire la mia alla tua lezione.
Due o tre volte ho posposto la 6a colla 7a linea, ma poi ho lasciato così suonandomi meglio all'orecchio e alla mente.
Circa alla punteggiatura io sarei contento a questo.
Il carattere corsivo, che ne ammetterebbe di più, parmi che sconvenga.
Le parole di tuo padre in diverso colore mi spiacerebbero: la diversa mole le distinguerà assai.
Dopo la linea 12 non è necessario alcun segno di divisione.
Vedo le migliori epigrafi che non ne hanno.
Il ritorno al carattere piccolo, e il senso staccato non lasciano luogo a questa necessità.
Venendo all'affare Consolidato, vedo, sì, un capitale di Lire italiane 4761,27; pel quale il Tassini avrebbe dato Sc.
300.
Questa specie però di offerta egli la fece in quella stessa lettera in cui avvisava tuo padre che il frutto di quel Capitale era stato fissato dal Monte di Milano a Sc.
25 annui.
Nelle lettere posteriori peraltro il medesimo frutto si vede calare invece a 25 lire ital.e, e poi a L.
24,50, aggiungendovi che soltanto per equivoco si era da lui, Tassini, parlato in addietro di scudi là dove s'intendevano lire.
Mi fa gran meraviglia come un Capitale che ridotto a unità romana al cambio del 535 forma una somma di Sc.
889:95, abbia a rendere un frutto di L.
24,50 equivalenti a Sc.
4:57 1/2.
Il Consolidato essendo al godimento del 5, non rappresenterebbe questa somma annua neppure un valore di cento scudi.
Ci deve dunque essere qualche motivo occulto.
Un'altra cosa ho rilevato dal carteggio Tassini, cioè che prima dell'arrivo a lui della procura del q.m tuo padre, pareva che i denari stassero in tasca: dopo l'arrivo della procura (con la facoltà di alienare) si direbbe quasi che neppure il Monte Napoleone o la Commissione mista avessero pensato ancora a liquidare il credito.
Il Tassini assume d'improvviso un certo discorso d'irre orre che non garbeggia molto.
Ho già fatti varii quesiti in proposito alla Direz.e del debito pubblico; e se posso averne le risposte, come mi sono state promesse, prima della partenza del corriere d'oggi, te le aggiungerò qui sotto.
Altrimenti ad aliam.
- Circa poi alla alienabilità della vendita, oggi il Governo é poco in credito, e perciò appena si potrebbe ricavare un 75 per 100 capitalizzato il frutto al 5.
Mi spiego? Ogni Sc.
5 di rendita sono riguardati rappresentare un capitale di scudi 100.
Orbene questi scudi 100 oggi diventano 75, ed anche meno per chi vuole evitarli: eppure in commercio era già arrivato il consolidato romano al 105 per 100, e il Milanese al 100, cioè alla pari.
Ma ora...
Aspetterò dunque che tu abbi fatto alla tua elegia, i cambiamenti che stimi convenienti, e, avuti questi, metterò tutto nella sua lezione e busserò alle porte degli Odescalchi.
Va bene così?
Davvero la Circolare mi sa di muffa.
Credi l'A.A.
miglior dicitore?
Mi congratulo teco pel ristabilimento del tuo bel Torquatello che mi abbraccerai, come abbraccerai anche il futuro mio santoletto Amantino dal viso dell'Armi.
È più così serio? Sant'Anna aiuti la tua Clorinda.
Mariuccia ti fa le sue sincere condoglianze e ti esorta con me alla rassegnazione.
Addio, addio.
Ti abbraccia il tuo Belli.
Di Roma, l'ultimo dell'anno 1831
LETTERA 132.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
[4 gennaio 1832]
Mio caro Ferretti
Eccoti la introduzione.
Leggila, e dimmi il tuo parere; perché il criterio tuo mi sta per cosa non comune.
Ti accludo anche due altri sonetti che l'ha fatti chi jje pare e ppiasce.
Riprenderò tutto lunedì 9 verso le 3 1/2 pomeridiane, alla qual'ora sarò da te, purché il tempo non vada all'estremo del cattivo, e neppure a quello del buono, lo che in inverno è peggio forse che il tristo per un cerotto mio e tuo pari.
Il tuo Sig.
Avelloni sarà per avventura scandalizzato da alcuni soprattutto de' miei quadretti poetici: ma tu ripetigli il motto da me tolto ad Ausonio "lasciva est nobis pagina, vita proba," cioè "scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto." Eppoi queste cose restano (almeno per ora) nelle menti de' soli amici, i quali, e tu il primo gentilissimo fra essi, mi usano certo la delicatezza di non conservarne altra nota che quella che resti loro nella memoria, lo che solo Iddio potrebbe togliere.
Ti abbraccia il tuo
Belli
4 del 1832.
LETTERA 133.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, sabato 14 gennaio 1832
Mio caro Torricelli
La tua ultima è del 3: ti sei tu forse maravigliato del mio silenzio? Ma
Del vecchio (ladro) guardavam la traccia.
Il vecchio però non si è lasciato trovare.
Potrebbero ben trovarlo gli occhi della giustizia, o criminale, o civile.
Ma che! In certi paesi, la prima, guarda più in cagnesco i buoni che i malvagi, ed altronde il legale probo di cui ti parlai è di avviso che il tuo caso contro il vecchio ladro non presenta tutti i caratteri da aprir l'adito ad una azione contro il corpo, dapoiché sino a tutto il fatto della vendita le cose procedettero regolari: nel resto tuo padre (di troppa buona fede sugli antecedenti) non ti ha lasciato che un credito contro uno inonesto anzi fraudolento procuratore.
Per aver titolo a procedere di crimine, dice il legale, bisognerebbe poter provare una frode sugli antecedenti.
Basta, io legislatore, in certi casi, manderei in galera gli antecedenti e i susseguenti.
Circa poi all'azione civile, ecco come stanno le tue cose.
Il Tassini non più impiegato al Cracas: senza scarpe in piedi, disperato, stoccatore per vivere.
Vivente Leone XII, imprese un giornale ecclesiastico, con sua rappresentanza, ma con occulta opera del P.
Ventura teatino.
Dopo alcuni numeri l'Imprenditore si mangiò le quote anticipate de' Soci, e il giornale arrenò.
Gli ecclesiastici e i filoecclesiastici, a' quali il giornale piaceva, ricorsero al Papa.
Il Papa chiamò il Tassini.
Questi, come puoi credere, era preparato alle ciarle.
Conclusione dell'abboccamento si fu che Leone fece dare al Tassini Sc.
600 per ristorare l'impresa.
Dopo due altri numeri, o meno, la impresa naufragò, e gli Sc.
600 andarono ove poi caddero le somme e i tartufi di Torricelli.
Fu coglionato un Papa, e meno i ferri che non volle imporgli, non seppe che fargli! [....] Non terminarono qui le mie ricerche.
La tua cartella fu venduta il 4 agosto 1829 a un Michele Ajani.
Io, giusta la probabilità, lo stimai l'Ajani Michele del Cracas, nel cui uficio era impiegato il Tassini.
Ma che! Il Michele Ajani del Cracas è già morto da otto anni, e l'uficio Cracas nel 1829 era (salvo i particolari contratti di famiglia) tra le mani di...
Cavalletti e dei cognati suoi Angelo e Pietro Ajani, l'ultimo de' quali è anche egli morto da alcuni mesi a questa parte.
- Ma il Consolidato di Gio.
B.
Torricelli venduto al Michele Ajani (come è scritto in Amm.e del debito pubblico) si possiede almeno da alcuno de' discendenti di lui? Nessuno della famiglia Ajani ha mai comperato rendite pubbliche.
Dunque chi può essere questo Ajani compratore? Il Michele no, perché morto ab antiquo: i due figli di lui no, perché non possessori di vendite pubbliche.
Piano: vi è un quarto Ajani, un Michelino Ajani attuale alunno dell'ospizio degli orfani, procedente da altra linea Ajani.
Ma questo è un fanciullo, è un orfanello; e questa gente non compera.
Però il Michelino ha un tutore.
Chi è questo tutore? Monsignor Ginnasi: peraltro nella intestaz.e di vendita, dovrebbe essere in questo caso stato scritto Mons.
Ginnasi come tutore etc., e non rudamente Michele Ajani dacché un fanciullo degli Orfani non fa certo quello che gli agenti ufficiali di Cambio dovettero presentare al Censore del Debito pubblico insieme col procuratore Tassini quali persone illis notae.
Mi resta dunque di parlare con Mons.
Ginnasi; e poi se il di lui pupillo non fu il compratore, come io credo, dimanderò all'Amm.re del Debito pubblico come sia che si vendano rendite pubbliche a nomi mentiti, ad incogniti.
Ci riudiremo.
Intanto tu vedi se tu avessi costì più fortuna con l'altro baron fottuto amico del baron fottuto Tassini.
Non ho avuto il tuo anello: per ciò non mi sono ancora mosso per la cornice etc.
Conosci tu la seguente sciarada del fu Giulio da Pesaro? La riportava un numero del giornale delle dame sul finire del 1831.
Così mi fu detto da chi me la recitò.
Città Greca è il mio primo illustre al Mondo.
Si fa bianco per gli anni il mio secondo
Penetra il tutto mio dentro il cervello
Od in un buco che il tacere è bello.
Quando avrai tempo e cuore mi manderai la tua variante alla elegia di Properzio, ed io farò fare il rinaccio: pregherò l'Odescalchi perché lo si faccia.
Sei ancor padre in 4°? Come è finita la faccenda Ugolinesca? Sei Deputato? Lo Zurla che disse?
Epigramma di autore a me cognito, per la occasione in cui fu da Bologna mandato oratore alla S.
Sede il poliglotto Mezzofanti, (ora prelato).
Sagacemente invia Bologna a Roma
Un orator che intende ogni idïoma:
Ché a Roma, a farsi onore,
È d'uopo un oratore
Che sappia delle lingue almeno quelle
Parlate nella Torre di Babele.
Il tuo Califfi
alias 996
LETTERA 134.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 2 febbraio Candelora del 1832
Mio caro Torricelli
È vero il tuo precedente annunzio, in fieri, della consegna di un anello a un corriere; ma poiché di tutti i caricamenti de' corrieri si manda dall'Ufficio postale un avviso ai domicilii, la mancanza di questo avviso mi fece supporre che la consegna non fosse accaduta de facto, e tu avessi mutato mezzo di spedizione.
Ad ogni modo ieri ritirai lo astuccetto con entro l'anello, la cui immagine bellissima è appena distinguibile attraverso di un cristalletto di superficie sfregiata.
Dove tu non fossi affezionato anche a detto cristallo (il cui logoramento ti si può forse affacciare alla mente quasi testimonio del lungo uso che ne fu fatto dal tuo padre), io ti proporrei di farcelo cambiare, nel che la miniatura guadagnerebbe moltissimo.
Dimmene il tuo parere.
Dàgli e ridàgli, ho finalmente parlato con Mons.
Ginnasi.
Mi ha fatto ripetere il discorso quattro volte, e poi non ha capito niente.
In ultimo un po' bene un po' male, con qualche aiuto di fianco sono giunto a mettergli in capo la metà di quel che io voleva: ma, lo vorrai credere? si è perduto tutte le cartelle de' consolidati da lui acquistati pel di lui pupillo Michele Ajani.
Cercò per tutto, a più volte, e non giunse a ritrovare queste benedette cartelle.
Era curioso il vederlo mettersi le mani fra i capelli, e di tempo in tempo domandarmi se fosse danno l'averle perdute! Da un libriccino di ricordi ricavò pure l'acquisto acefalo di un consolidato che comincerebbe col tuo nella data della compera, non però nella cifra della vendita, dapoiché il tuo era di Sc.
4:50 annui ed il suo è di Sc.
6.
Il prelato poi non conobbe né il venditore né il procuratore.
Il tutto passò per le mani di un agente di Cambio.
Ma appena io gli ripetei per la 5a volta il portentoso nome del Tassini, ammutolì, inarcò gli occhi, e mi disse: oh! il Tassini! è mio debitore: quando lo avrà trovato me lo mandi.
Ci dividemmo allora colla intesa che io tornerei nel futuro sabato 4 per leggere la fatale cartella, qualora sia ritrovata.
Gli lasciai memoria scritta e partii.
Intanto il portentoso nome del Tassini segue a farmi scoprire nuovi tratti del suo valore quante volte lo pronuncio nelle ricerche che ne vado facendo.
Ho scoperto mangerie, furti, stocchi, piccoli, grandi, pubblici, privati, e tutti corredati di bellissimi amminicoli.
Te ne risparmio le storie.
Dove sarà egli mai? nessuno lo sa.
L'unico luogo dove non è di certo, benché lì solamente dovrebbe trovarsi, è la galera.
Il Piva non è più impiegato alla Dogana di terra: dicono che ho capito male: è a Ripagrande.
Andrò là ma [....] Avesse ad essere un altro furbo! [....] Anche per questa lettera, mio caro Torricelli, nulla, o quasi nulla.
Ma il male viene dagli spini del fiore che mi hai messo tra mani.
L'appartamentino Belli pe' mesi di aprile e di maggio! Se verrò non istarò tanto quanto tu dici.
Dio ti dia pazienza nel tuo nuovo genere di vita.
Saluto tua moglie, abbraccio i tuoi figli e te affettuosamente.
Addio.
Il tuo Belli
LETTERA 135.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 4 febbraio 1832
Mio caro Torricelli
Per dimenticanza di un mio domestico la qui acclusa non andò alla posta nel suo debito corso.
La riapro pertanto e qui la inserisco in modo che formisi il volume di una sola lettera.
Questa mattina ho riveduto Mons.
Ginnasi.
La vendita ch'egli comprò pel suo pupillo Michele Ajani si fu appuntino la tua di Sc.
4:50 1/2 annui formanti un Capitale di Sc.
90:10, pel quale al Cambio allora corrente sborsò al Tassini Sc.
85:59 1/2.
Il Tassini dunque ha rubato per capitale Sc.
85:59 1/2 e per frutti arretrati a tutto il giorno 30 giugno 1829 Sc.
41:29.
In tutto Sc.
126:88 1/2.
Questo Signore è irreperibile.
Il Piva, che non pare cattiva persona, dice che dal mese di Dicembre, anzi dalla vigilia di Natale in cui cenò il Tassini con lui non lo ha più veduto senza più sapere dove siasi ficcato, perché ha per certo lui aver cambiato casa.
La dimora vecchia era nella via de' Coronari, ma la nuova nessuno la conosce.
Forse si è voluto così questo birbante sottrarre alle ricerche dei molti da lui derubati, che sono assai assai, ed ogni giorno ne discopro di più.
Ti assicuro, Torricelli mio, che io non perderò di mira lo scoprimento di lui, ma intanto non posso dirti di più.
Ma scopertolo poi che ne trarremo? Fa una cosa: scrivigli una lettera dicendogli tutta la cosa netta e tonda quale da me si è scoperta, e finisci per minacciargli una querela criminale.
Vediamo un poco di spaventarlo, se ne potesse cavare un costrutto.
E ti abbraccio di tutto cuore
Il tuo 996
LETTERA 136.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 10 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Due righe per annunciarti il ricevimento del pacco da te inviatomi.
Esso contiene appunto ciò che io desiderava: e mi pare bene che io errai nel chiedere due paia di stivaletti bianchi, giacché trovo che le due paia più nuove, fatte l'anno scorso, sono le cenerine di tela russa e quelle di nankin naturale.
Sono sempre in attenzione della risoluzione che prenderà Pippo Ricci sull'invio degli Sc.
40 che tengo per lui, siccome gli scrissi il giorno 3 corrente, nel qual giorno ne scrissi contemporaneamente anche a te col mio n.
3.
Domani o dopo domani vado a Pesaro con Torricelli, e ne ritorneremo dopo due giorni conducendo la di lui suocera ad un casino di campagna che Torricelli ha in questi contorni, ed ove passeremo tutti insieme un mese.
Avrai udito che in Ancona accadono de' sussurri, ed i Carabinieri sono rinchiusi e guardati dai francesi.
Pare che tutto provenga dalla imprudenza di un ufficiale di quel corpo, il quale all'istanza un po' viva di certi cittadini che chiedevano la restituzione di un ottonaio carcerato per fabbricazione d'armi vietate, si vuole che corrispondesse con un colpo di pistola il quale uccidesse un uomo che usciva di chiesa pe' fatti suoi.
Il popolo parve molto indignato.
La frequenza di simili sconcerti pei diversi luoghi dello Stato non può essere favorevole al ristabilimento della buona intelligenza reciproca, tanto necessaria pel ritorno di un ordine desideratissimo, al quale ciascuno dei partiti dovrebbe cospirare, cooperando col sagrifizio d'una parte del proprio orgoglio e del sommo diritto che affaccia.
Il Mondo pare oggimai una caldaia di mosto.
Per ora grand'acido si sviluppa: quando ci consoleremo col vino di tanto fermento? Iddio ci tragga da tanti imbarazzi, ci faccia buoni, ci consoli, amen.
Tanti baci a Ciro nostro che benedico di cuore, come di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
LETTERA 137.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 19 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Apprendo dalla tua del 17 la spedizione della scattola del Sig.
Camilletti, e ne ho parlato a Torricelli, il quale contentissimo di tutto ti ringrazia senza fine delle tue sollecite premure per lui.
Allorché l'invio sarà giunto, ne avrai avviso e ti si spedirà il resto dell'importo.
Gli scudi Trenta che ti spedii martedì 15 gli avrai forse a quest'ora ricevuti, seppure non ti arrivino colla diligenza di martedì 22.
Scrissi giovedì a Pippo dandogli ragguaglio del viaggio Marcolini, e pregandolo di saluti per te e per Ciro.
Torricelli ed io avevamo finalmente risoluto di andare dimani a Pesaro per tornare dopo due giorni, ma chissà se lo stato della Contessa ce lo permetterà.
Di giorno in giorno essa si è ridotta nel modo quasi simile a quello in cui mi ridussi io l'altr'anno.
I tempi qui infuriano invernilmente dopo sentitosi per qualche giorno un caldo veramente da luglio.
- Ti ringrazio rapporto alla Mancini, e riferirò a' di lei parenti le tue parole.
La gita alla Vigna Lelmi mi è un garante che la tua salute del 17 fosse migliore di quella del 16, lo che mi dà molta consolazione.
Venendo a Ciro, godo assai di vedere in lui un certo amor proprio, mentre da questo, allorché è moderato, procedono tutte le virtuose e lodevoli azioni degli uomini.
Benedicilo e abbraccialo per me.
Il sufficiente stato di salute del buon Cav.
Galiano mi dà piacere, e i suoi saluti altrettanto.
Intendi già che io li contraccambio sempre che tu possa farglieli ricevere.
La mia salute è buona, ma gli stessi riguardi che osservo per conservarla tale mi tengono moscetto moscetto, dappoiché sappi che dal mio arrivo a questa parte due sole volte ho potuto azzardare di uscire di Casa, oltre la visita a Marcolini: ed altronde qui dentro non vi sono attualmente motivi di sollievo, stante la malattia della Contessa e la insociabilità del paese.
Che vuoi fare? Vedo bene che da qualche tempo un destino avverso perseguita i miei viaggetti: ma
Purché non venga
Madonna Morte
L'iniqua sorte
Si stancherà.
Saluto tutti, e abbraccio affettuosamente la mia Mariuccia.
P.
LETTERA 138.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 22 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Di pienissimo gusto di Torricelli e di tutti è riuscito il monumento mandato dal Sig.
Caminetti, per dare al quale io ti spedisco oggi franchi i residuati scudi quindici che gli consegnerai dietro la quietanza di saldo in Sc.
45.
Detta quietanza inseriscila in una tua lettera e mandamela.
S'intende già che il Sig.
Camilletti faccia il suo ricevuto a favore dirett.e di Torricelli per le tue mani.
Torricelli torna nuovamente a renderti le maggiori grazie che sa pel bel modo con cui l'hai in questa circostanza favorito.
Della Sig.ra Mancini va benissimo tutto ciò che tu dici, e ne feci parte a' di lei parenti.
Intanto ti ringrazio anche di ciò nuovamente.
Io non volli farti nessuna specie di rimprovero circa la regolarità delle cose che possa io dirigere a favor tuo: soltanto intesi di metterti su ciò l'animo in quiete per questa e per tutte le altre possibili circostanze future.
Va bene di Lazzarini e di Paniani.
- Le stesse parole che Piccolomini ha risposte a te le rispose a me prima della mia partenza: ciò vuol dire che non ha più pensato da quel tempo a far nulla.
Se vedi il Sig.
Perozzi, salutamelo.
Domenica scorsa, vedendo una ottima giornata, detti una corsa a Pesaro, viaggio di tre sole poste, e ne tornai ieri, lunedì, conducendo meco la Madre della Torricelli che sta molto aggravata.
Antaldi mi pagò Sc.
20, frutti a tutto marzo pp.to.
i quali sono in mie mani.
Il buon tempo dura ancora: oggi è il terzo giorno: Dio ce lo conservi.
Delli Sc.
10 che mi facesti ritenere sui denari di Ricci ti risposi in globo nella lettera a Ciro.
Andò benone così, e torno a manifestare la mia soddisfazione.
Povero Ciro! Non poteva ancora vedere i Cavalli! Ma pure egli ricorderà che una volta ci si addormentava e straniva.
Ora però è più grande e giudizioso, e troverà più gusto in quel divertimento.
Io lo abbraccio e benedico col maggior affetto.
Così faccio con te, dalla benedizione in fuori.
Sono il tuo
P.
LETTERA 139.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, giovedì 24 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua carissima del 22 e la riscontro.
Non è già complimento che mi ha ritenuto in casa tanto tempo, ma come ti accennai, la malvagità dell'atmosfera.
Oggi è il 5° giorno che si respira, benché pare già che si vada un poco rannuvolando.
Io sto bene in genere, perchè mi sono avuto riguardo, ma vado sentendo de' doloretti agli articoli dei diti delle mani e de' piedi, ai polzi, ai gomiti, alle ginocchia etc.
Passeranno.
- La Contessa Torricelli sta molto male: le cavano gran sangue: insomma ricordati di me nel 1831: tale è ella ormai: di modo che qui v'è tutt'altro che allegria.
Ci vuol pazienza.
Godo della buona salute di Ciro, e della tua competente vado sperando meglio.
Dunque Borghese è stato trasportato da Firenze a Roma?
Non avrai trovato alla diligenza gli Sc.
15 che ti avvisai in predizione nella mia del 22.
Il motivo fu perché andato alla posta la mattina non ci trovai nessuno, e tornatoci dopo il pranzo trovai che allora passava il corriere, e non fu più tempo di depositare.
Depositai però ieri, e martedì 29 gli Sc.
15 per Camilletti saranno in Roma all'ufficio.
È un ritardo che a nulla nuoce.
La ricevuta del Camilletti per gli Sc.
45, come ti dissi la spedirai a me.
- Dimanda a Biscontini se ebbe poi la risposta di Plinj sul suo conto di stragiudiziali nella causa Marcotte a Ricchi.
Benedico e abbraccio Ciro nostro, e ti abbraccio affettuosamente
il tuo P.
LETTERA 140.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 29 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 26 cadente.
Io sto meglio de' miei doloretti reumatici.
Per tre sere ho fatto de' pediluvii con acqua aceto e senape: per due mattine ho preso cremor di tartaro etc.
- Anche la Contessa sta meglio, benché da quattro giorni sieno qui riprincipiati i venti e le pioggie.
Godo del divertimento di Ciro nostro alla Commedia de' ragazzi; e mi spiace che i Cavalli ti abbiano annoiata.
- Dici benissimo: ho avulso Sc.
40.
Mariuccia mia, la posta sta per partire, ed io chiudo la presente per arrivare in tempo.
Do mille baci a Ciro e a te, saluto tutti e sono
il tuo P.
LETTERA 141.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 7 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5 e mi sorprende che Pippo non ti abbia riferito le cose che io gli scrissi per te coll'ordinario del 2 corr., relative alla tua del 29 p.to Maggio.
Nello scorso ordinario del 5 ti aggiunsi qualche parola a piè di una lettera che volle scriverti il nostro Torricelli.
- Qui ancora il tempo segue ad essere alternato da fitto estate e fitto inverno: piove quasi sempre, e quando non piove tira un vento furioso; insomma è una diavoleria.
La Contessa segue al solito: io me la passo.
- Mi fa gran pena il sentirti così convulsa; ma spero che finalmente questo infame tempo si placherà.
- Di' a Spada che un po' più in là risponderò alla sua lettera.
Abbraccia e benedici il nostro caro Ciro, e credimi sempre affettuosam.e
il tuo P.
LETTERA 142.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 16 giugno 1832
Godo assai, mia cara Mariuccia che finalmente questa tua da sì lungo tempo sospirata gita di Monte Cavi sia pure accaduta.
Ma se io debbo dal tempo che qui fece giovedì 14 arguir quello che avrà fatto in que' paesi, dovrei temere assai del buon esito della tua allegriata, imperocché qui soffiò tutto il giorno un turbine furiosissimo.
Basta, voi altri non sarete stati sciocchi di avventurarvi.
Lo avrei voluto vedere quel caro Ciro sul somarello! Ci fu alcuno che prendesse possesso? - La Contessa cominciò ieri ad alzarsi per una oretta.
Essa ti saluta e così Torricelli.
Anche egli è stato alcun poco malato.
Un po' più di lui lo è stata una di lei figlietta, e più di questa la cameriera della Contessa: tutti contemporaneamente.
- Il mio dito si è sciolto e scrivo bene da me.
- Bravo Cardinali! me l'aspettavo! - Salutami tutti gli amici, dà mille baci a Ciro nostro, e ricevi da me il solito affettuoso amplesso.
Sono il tuo P.
LETTERA 143.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 19 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Il racconto della tua gita mi ha fatto passare una bella mezz'ora, benché avrei amato udire che ti avesse fatto lo stesso buonpro che al nostro amatissimo Ciro.
- M'indovini per aria e poiché lo comandi, ecco per ora in succinto la narrazione del fatto.
Il pretesto del dito e tutto il resto fu un puro artificio per non metterti in pena.
Ora pare tutto finito.
Il 4 mi posi in letto con febbre ed infiammazione di gola, presa collo star sempre in casa e in vetrina.
Dal 4 all'11 mi fecero 9 sanguigne dalle braccia e una dal piede.
Il giorno 17 mi attaccarono 17 mignatte alla gola e il giorno 11 altre 53 nel medesimo sito.
Jeri al giorno mi alzai un poco dopo di avere avuto per 15 giorni a' miei fianchi sempre il medico il chirurgo e lo speziale.
La mia Camera era trasformata in un arsenale di caraffe, di caraffine, di acque, di olii, di cassie, di cartine, di sciroppi, di spugne, di ghiaccio etc-etc.
e ti dico ghiaccio perchè nel giorno 12, vinta appena l'acutezza estrema del male, mi si posero a cacciare in gola ghiaccio e gelati; e così ho durato per 5 giorni dì e notte senza alcuna interruzione.
- Adesso mi si curano le ulcere natemi in gola.
- Ti assicuro che un assalto simile forse non l'ho avuto mai.
Ah! vedo che per questa mia gola è finalmente necessaria una risoluzione per liberarmi per sempre da un tanto flagello.
Ricadere ogni momento, ad ogni leggerissima causa: perdere tutto il sangue ogni tantino: conservare di ogni ricaduta il lievito per una nuova: patir tanto: correr rischio di ammalarmi in viaggio e dove Dio sa: spender tanto; e forse alla fine diventare un canchero!...
A tutto ciò avere un rimedio facile, non doloroso o pochissimo, breve, senza conseguenze, e non farlo? Già da molto tempo molti valenti professori mi ci hanno consigliato: in oggi poi me ne mostrano la precisa necessità.
Io ho due tonzille scirose: ebbene estirparle, e buon anno.
In due minuti tutto è fatto.
Fra due o tre mesi, tutto bene esaminato, voglio farlo: e tu se ami la mia vita ci acconsentirai.
- Ho scritto già troppo.
Tutti ti risalutano: ed io ti abbraccio di cuore con Ciro nostro.
Il tuo P.
P.S.
Il diligentissimo medico, bolognese, scuolaro di Tommasini, segue sempre a visitarmi con assiduità.
LETTERA 144.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 21 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 19 corrente che a cagione della solennità del Corpus domini ho ricevuto pochi momenti prima dell'impostare.
Dalla mia precedente avrai udito tutto quello che in ristretto concerne la sbiossa da me sofferta.
Ora la convalescenza progredisce lentamente ed allorché sarà compiuta io volerò a Roma nelle mie stanze in compagnia di te e di Ciro e degli altri amici veramente fatti pel mio cuore.
- Tu non vuoi conti, ma come farne a meno? - Degli Sc.
40 da me avuti in tre volte, me n'erano restati al principio della malattia 26, coi quali io aveva, più che a sufficienza per soddisfare tutti gl'impegni e le spese fino a pie' fermo in Roma.
Ma vedi, cuor mio, quale diluvio mi è venuto addosso.
Il solo medico mi ha fatte 60 visite, delle quali varie di notte.
Poi tante sanguigne, tante mignatte, tanti crestieri, tante medicine, neve, gelati, doveri di mance di più...
In questo frangente ero lì per chiederti qualche cosa nel mentre che questo Dr.
Baglioni corrispondente di Pippo Ricci è venuto a propormi di lasciare in mie mani Sc.
40 per Ricci stesso.
Io ne scrivo a Pippo in questo medesimo corso e lo prego di venire subito da te per concertare questo affare, parendomi utile che tu non spenda per affrancarmi danaro.
Nella lettera a Pippo sviluppo meglio simile interesse, sicuro che quanto a lui dico potrà forse anche a te convenire.
Perciò qui mi astengo dal dire di più, essendo l'ora tarda e le forze poche.
Spero nel giorno di lunedì 25 avere su ciò una risposta da te concertata con Pippo per mia quiete.
Mia cara Mariuccia, io sono afflittissimo di aver cagionato alla Casa quest'altro dispendio nelle attuali purtroppo luttuose circostanze: ma come si fa? Come cozzar col destino? - Ti rendo i saluti della famiglia Torricelli, e ti prego risalutare chi si è ricordato di me.
A Ciro mille benedizioni e baci.
A te poi un milione di abbracci.
- Smanio di ritrovarmi fra voi altri.
Sono il tuo P.
LETTERA 145.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, martedì 26 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua di sabato 23.
Ecco il motivo del mio artificio per nasconderti il mio stato: temevo di darti troppa pena, ma tu mi forzasti a dir tutto, e tutto fu detto.
Intanto però, cara Mariuccia, non agitarti più affatto perché io son guarito, ed ogni giorno sto meglio.
L'unica cosa che conservo sono quelle dogliarelle nelle articolazioni delle mani e de' piedi: ma, come ti dissi nella mia precedente, qui ti ripeto che il Medico mi assicura un tale incomoduccio dovermi lasciar libero allorché farò dei bagni.
Non attribuire menomamente a mio desiderio di palliarti l'importanza della operazione delle tonsille.
Tutti i professori mi hanno sempre in ogni luogo assicurato, come questi attualmente mi confermano essere detta estirpazione una cosa ridicola e da non farne alcun caso.
Il dolore è piccolissimo e infinitamente minore che quello della estrazione d'un dente: il tempo per eseguirla può al più estendersi a due minuti: l'emorragia se un poco di emorragia accade, si arresta in momenti con l'uso della neve tenuta in bocca.
Insomma io ti ho detto la pura verità: ciononostante ad autunno c'è tempo, ed avremo agio ed opportunità di parlarne per fare il tutto col più scrupoloso giudizio.
Che se verificheremo insieme che in simile operazione c'è tutt'altro che da porsi in orgasmo, non ti pare un gran beneficio quello di liberarmi per sempre da tante maledette angine?
Torricelli è tutt'ora a Sinigaglia: al suo ritorno gli farò i tuoi ringraziamenti: gli ho intanto fatti alla moglie la quale non vuole ascoltarli.
Di ciò parleremo meglio a voce.
- Sii certa che io non mi metterei in viaggio quando non mi sentissi capace di sopportarlo, sarebbe di partire dentro la settimana futura, secondo che potrò e dove il medico non lo giudicasse opportuno.
La mia idea su ciò trovare qui una occasione per venire a piccole giornate sulla via del Furlo.
Tre motivi mi persuadono a scegliere questo partito: 1° il non voler passare presso Ancona con la diligenza, dove questo legno è spesso assalito dai ladri: 2° evitare tre giorni di continua scossa con tre nottate di cammino: 3° il vero incomodo del giungere a Roma di notte.
Su ciò ci risentiremo meglio.
Se intanto ti fosse possibile di ottenere il solitissimo lasciapassare, sarebbe cosa buona.
Io posso riportare piuttosto qualche cosa di meno che non qualche cosa di più di quello che portai via da Roma.
Circa all'affare di Ricci, benché non abbia potuto udire il di lui voto, esiggerò gli Sc.
40 per suo conto, e quello che non ne spenderò lo condurrò a Roma per darlo a lui o a te secondochè sarà stato composto fra noi tre questo affare.
Forse la disgraziata combinazione di D.
Pietro Lante può essere utile alla salute di Ricci padre, togliendolo a quella vita solitaria e cogitabonda che sempre conduce.
La notizia di Galiano mi ha veramente sorpreso! Povero G.
R.
colle sue speranze! Tutti i dolci e le visite delle tre damigelle, tutto gettato! - Anche io però ci perdo, diciamo la verità, imperocché già mi andavo introitando delle altre belle trottate in quel comodissimo legno nelle deliziose giornate estive! Ma senza burla od egoismo, mi dispiace sul serio di non vederlo più!
È un pezzo che Cencio Rosa doveva avere il grado, ma io credevo qualche cosa più che sotto-tenente.
- Eccoti ancora da mia parte una bella letterona.
Lo scriverti non mi ha punto incomodato, ed altronde c'erano a dire varie cosette.
Finisco qui dopo averti pregato di benedire Ciro nostro e di coprirlo di baci.
Mi vado consolando sempre colla speranza che egli si ricordi del suo papà, e che studii.
Quanto godrei se al mio ritorno lo udissi leggere velocemente e a senso due pagine! - Ti abbraccio di vero cuore, Mariuccia mia, e sono il tuo P.
LETTERA 146.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[fine giugno 1832]
Mio caro Checco
E da Mariuccia e da Ricci avrai udito le mie peripezie.
"Eppuro eccheme quà: gnente pavura".
(Io)
Senza dunque altra giustificazione tu vedi qual fu il mio ritardo di riscontro alla tua del 5 giugno spirante.
Se la faccenda andava un poco più avanti invece di giugno ero spirato io.
Allorchè Biagini scriverà al valoroso Malvica fa' che gli dica da mia parte che io ho letto il paragrafo per me e ne ho aggradito la compitezza dell'espressioni.
Esse stesse però, moderate ed oneste quali potevano uscire dalla penna di un gentiluomo quale Malvica è, mi hanno purtuttavia fatto dubitare che da me sino a Lui la natura delle mie opinioni e delle parole sul di lui libro bellissimo de' sepolcri etc.
abbia per avventura potuto alterarsi per successivi malintesi, mentre le doti dell'opera che il Malvica vuole modestamente segnalarmi sono appunto quelle che io trovo ed apprezzo in quel suo lavoro pieno di ardore, di dottrina e di virtù.
Le uniche mie pochissime osservazioni cadevano e cadono sul solo artificio di poche fra le molte inscrizioni onde il volume va ricco.
In questo mi parve che anche voi amici vi accordaste con me: e se così fu, o tutti dicemmo bene o c'ingannammo tutti.
Oltre la lettura da me fatta in Roma dell'esemplare che me ne die' Biagini, l'ho replicata in questa Città maturamente, al quale effetto portai meco il libro.
E già mi accingevo alla estensione dell'articolo per l'Oniologia, quando mi assalì la mia fiera malattia che fece colare dodici volte il mio sangue.
Pretermesso allora ogni pensiere che non fosse di cura, mi sopraggiunse la tua del 5 col paragrafo di Malvica, il quale mi fece mutare idea, onde evitare ogni credibilità di prevenzione sinistra che mi si potesse supporre dell'opera da esaminarsi, ed anzi da lodarsi quasi in tutto.
Malvica però non sarà frodato dall'articolo, seppure non mi manchi una promessa di chi non mi ha mancato giammai: e nell'articolo che rimpiazzerà il mio il nostro Malvica otterrà gli elogi e le osservazioni di ben più degna penna che la mia.
L'estensore ha egli per mia cura letto anch'egli due volte il libro e ne ha concepito il desiderio di conoscerne l'autore.
Chiudo questo lungo paragrafo co' miei affettuosi saluti per quel nobilissimo ingegno che tanto onora e più è per onorare la Sicilia e l'Italia.
Non mi resta più tempo per te.
L'ora della chiusura della posta già batte: e così tu, Biagini, Piccardi etc.
pigliatevi un sacco di abbracciamenti del vostro Belli.
"E se nel sacco qualcosella avanza,
Datene..."
P.S.
Non so se, rispondendomi tu, io potrei avere qui la tua risposta.
Dunque tu hai talento e capisci cos'hai da fare.
LETTERA 147.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[7 agosto 1832]
Amico carissimo
Ho udito che abbiate ricevuto dal re di Napoli una nuova decorazione, e ne ho giubilato come di uno de' pochi casi ne' quali vedo fra gli uomini posarsi il fregio sul merito, e perciò più ne ho giubilato che questo merito riconosciuto risieda in chi mi onora della sua cara amicizia.
Se la notizia è vera, come ho dei dati per credere, piacciavi di accrescere la mia sodisfazione con una vostra diretta conferma.
Da non molti giorni io sono tornato a Roma dopo un altro breve viaggetto di poco oltre a due mesi.
Qui seguo il mio solito genere di vita: ritiratissimo e solitario.
Mi aspetto di udire altrettanto di voi, meno il vostro sollievo serale de' quartetti in famiglia.
Vi faccio i saluti di mia moglie e vi prego di passare i miei rispetti a tutti i vostri.
Sono di cuore
Il vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli, 2° piano.
Di Roma, 7 agosto 1832.
LETTERA 148.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Sabato 20 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Manca un quarto alle 10 e già siamo a Baccano per rifrescare.
La vettura è eccellente, e i cavalli volano.
Ciro sta benone e saluta tanto tanto la sua mammà pregandola a stare allegra.
Un'ora e mezzo prima dell'Avemaria siamo giunti a Civitacastellana, e appena preso alloggio ho mandato il nostro Ciro con i due fidi angioli custodi a vedere il Duomo, il ponte, la fortezza (di fuori) e lo svizzero che batte le ore sul campanile.
- Tornato a casa, e udendo dire da me che la camera assegnataci doveva per certo essere frequentata da molti sorci, de' quali si vedevano gl'indizii e si udivano gli strilletti, egli il nostro Cirone ha subito esclamato: Questo è certo non vedete che anche sul pagliaccio de' letti ce n'è l'avviso? Queste due lettere S.A.
significano Sorcio Amato.
Infatti ogni paglione aveva un bollo marcato con dette iniziali.
- Ora è la 1/2 ora di notte.
Ciro giuoca a carte con Domenico, e osserva che la sua mammà starà con Don Ferdinando.
- Or'ora si cena e poi si va a letto.
Buona notte anche a te, cara Mariuccia da parte di noi tutti.
Narni 21 - ore 10 1/2 antimerid.e
Siamo giunti sani e salvi.
Ciro mangia d'assai buono appetito.
Abbiamo veduto Bucchi che ti saluta.
Sta grasso.
La moglie sta magra e torna a Roma sul fine del mese.
- Nel dubbio di fare in tempo a Terni, imposto qui la presente.
Se l'ora lo permetterà ti scriverò pure da Terni, e così avrai le notizie nuove di là.
Siamo in legno e scrivo qui dentro; perciò Ciro non può aggiungere di più.
Tanti rispetti d'Antonia e Domenico, co' saluti per Annamaria ed Antonio.
Ti abbraccio di cuore il tuo P.
LETTERA 149.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Mammà mia, io sto bene, e mi diverto vedendo Terni che mi piace, e ci ho trovato un anfiteatro come Corea.
Vi assicuro che non mi manca altro che di stare con voi.
Ma vado a farmi uomo, e questo pensiere deve dare a me coraggio, e a voi consolazione.
Tutti vi salutano; ed io vi bacio la mano chiedendovi la benedizione.
Ciro vostro.
Di Terni, lunedì 22 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Come ti dissi nella mia, data di Narni, non giunsi qui in tempo per impostarti un cenno del nostro ottimo arrivo.
Fummo accolti con somma cordialità da Teodora, Mariuccia e Peppino.
La moglie é restata a Torre Orsina con la figlietta, perché questa è raffreddata, e pel bisogno di attendere alla vendemmia, lo che obliga pure Peppino a tornarvi oggi dopo pranzo.
Ciro piace a tutti quelli che lo vedono, e mostra una franchezza per tutto, in tutto e con tutti, che fa piacere a guardarlo.
Ogni tanto mi va egli dimandando cosa farà adesso Mammà.
Io gli rispondo che starà afflitta per la sua mancanza ed egli dice povera Mammà!
Ho veduto Corazza: siamo restati d'accordo che al mio ritorno lo avviserò e andremo a Cesi sulla faccia del luogo con un muratore e combineremo il tutto secondo il giusto e l'onesto.
Stocchi credeva che a me potesse piacere di prendere lo stesso il semestre d'affitto.
Gli ho mandato a dire da Corazza che il danaro serve a te in Roma, e però, dovendo io subito ripartire per Perugia, o mi fornisce col denaro i mezzi di spedirtelo franco, o lo affranchi egli stesso alla tua direzione.
Già ti ricorderai che in questo semestre ci toccano non già Sc.
105 ma bensì Sc.
97:81, stanti gli Sc.
7:19 che si debbono a Corazza.
- Circa agli Sc.
50 che questi deve dare tuttora per residuo del prezzo del terreno vendutogli, o me li pagherà al mio ritorno da Perugia (e in questo caso gli si abbuoneranno per essi altri Sc.
1:25 di frutti a tutto marzo 1833; epoca in cui entrerà in possesso del fondo); ovvero li pagherà in quell'epoca come meglio a me piacerà.
- Alla riapertura del tribunale, intorno alla festa di S.
Martino, sarà finita la pendenza con i frati Agostiniani, pel sequestro circa Piacenti.
Allora io sarò in Roma o starò per entrarvi, e firmeremo insieme la procura ad esiggere, secondo i termini che in detta epoca sarò ad indicarti.
- Io vorrei ripartire per Perugia dimani mattina, ma il vetturino che ci ha condotti fin qui non può venire, e sinora altro legno non s'è trovato.
Prima che cada il giorno ciò può accadere.
- Il tempo è bello e Peppino voleva condurre Ciro in legno alla caduta e poi di là a cavallo alla Torre; ma cavalli in questi tempi di vendemmia non si sono trovati, ed altronde vetture non si possono prendere stante la privativa della Posta, la quale poi costa troppo.
Egli ha un legnetto, ma attualmente manca di cavallo.
- Oggi penso di mandar Ciro a vedere il così detto Sasso di S.
Paolo a mezzo miglio fuori le porte di Terni, dove il fiume imbattendo in un enorme macigno piantato a traverso il suo corso, forma un salto bellissimo.
Sarà questa vista una miniatura della cascata che vedrà un giorno.
-
Mariuccia mia, pensa a sollevarti quanto più puoi, e sii persuasa che Ciro sta bene e meglio starà sempre coll'aiuto del Cielo.
- Antonia e Domenico non cessano d'insistere perchè io ti porga i loro rispetti, e ti mandi i saluti per la Signora Annamaria la Decana e per Antonio il novizio.
Martedì 23.
Non siamo oggi partiti per mancanza di vettura; partiremo però dimani mattina: si rinfrescherà a Spoleto: la sera a Fuligno; e giovedì mattina saremo a Dio piacendo, in Perugia; ciò accadrà presso a poco allorché tu leggerai la presente.
- Ciro ha fatto una grande amicizia con un canòne di casa.
Bisogna vedere come questa bestia gli corre appresso per tutto.
La seconda amicizia poi l'ha stretta con un bell'albero di fichi che sta giù nell'orto.
Ogni tanto corre giù, e sta contemplandolo a testa alta e bocca aperta.
Questa mattina Domenico ed io siam saliti sull'albero, ed egli era fuori di sé raccogliendo da basso i fichi che gli facevamo cadere.
Non credere però che ne abbia mangiati: li ha tutti portati in casa per pranzo.
Già egli parla di Terni e delle sue strade, come di Roma; e mostra una prontezza tale che credo non avergli mai scoperta dapprima.
Le mangiate e le dormite son come quelle d'Albano, e sta rosso e duro come una mela rosa.
Ieri fu, come ti dissi, al sasso di S.
Paolo, e tornato a casa imitava con salti e suoni di bocca il rumore e il moto di quel fenomeno d'acqua.
Oggi è andato a S.
Martino, al Monumento, alla Madonna del Rio, e verso la strada di Piedelmonte.
Antonia e Domenico gli sono sempre al fianco: io per verità faccio il poltrone.
-
Finisco col pregarti nuovamente a star del migliore animo che puoi.
Tutti ti salutano, e Ciro ti bacia la mano chiedendoti di nuovo la benedizione.
Io ti abbraccio di tutto cuore; e sono al solito
il tuo P.
LETTERA 150.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Partiti ieri mattina da Terni arrivammo ieri a 22 ore e mezzo a Fuligno, dove girammo alquanto per far vedere alla mia gente la Città e i guasti del terremoto.
Dopo bene albergato si è ripartiti questa mattina a giorno e alle ore 11 antimeridiane eravamo già qui in Perugia distante da Fuligno 22 miglia.
Tutto è andato benone.
Smontati appena in locanda è venuto a vederci Biscontini il quale ha fatto tutti i patti col locandiere e ci ha assistiti a pranzo.
Dimani pranzerà con noi: noi poi andremo per un paio di giorni alla sua villeggiatura.
- Ho mandato alla posta, e infatti eravi la tua del 23 con l'inclusa carta bollata che ti rispingo firmata.
Circa alla assicurazione ci avrei sempre badato benché tu non me lo avessi detto.
- Ho già parlato col sarto e col calzuolaio.
Il primo farà a Ciro un abito nero, due pantaloni e gilè simili (tanti ne fanno gli altri) soprabito e pantaloni di borgonzò e feraiuolo simile: il calzuolaio poi gli farà due paia di scarpe.
- Domani andremo a visitare il Collegio, e allora ti saluterò il Presidente Colizzi: oggi sono tutti in campagna.
- Appena vedrò Micheletti gli farò il tuo saluto.
- Di Stocchi già ti dissi nella mia di Terni 24 corr.e; feci a Corazza molte premure, ma nulla vidi prima della mia partenza.
Spero che non vorrà prendersela così comoda.
- Va bene della De L'Arche: se si esigge, dimmelo, ed io le ne accuserò subito il ricevuto.
- Biscontini mi fornirà tutto il danaro che mi occorrerà.
- Ho parlato lungamente e continuamente con Ciro di te, ed oggi in particolare gli ho letto il paragrafo della tua lettera: egli dice che ti dia tanti e tanti baci sulle mani e sul viso da parte sua, e ti chieda a suo nome la benedizione.
- Noi stiamo tutti bene.
Antonia e Domenico ti riveriscono.
Biscontini ti saluta: io ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo P.
LETTERA 151.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 27 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Noi seguitiamo tutti a star bene: ieri conducemmo Ciro a vedere il Collegio: ci ricevé il Presidente Colizzi che ti saluta.
Lo stabilimento non può essere meglio esposto né più propriamente tenuto.
Tutto bene.
Bel refettorio, bella cucina, bel teatrino, bei bigliardi, bellissimo oratorio, insomma tutto bello, proprio e decente.
Si è stabilito che per quest'anno Ciro starà fra i piccoli, onde abbia più cura, non parendo ancor tempo che dorma in una camera solo, né essendo capace di quegli studii che occupano i mezzanelli.
Starà dunque in un grazioso dormitorio scompartito in vaghi lettini di ferro, tutti nuovi.
Accanto al suo lettino, che è coperto di un vidò bianco, avrà il suo tavolinetto da posar le sue cosette, e un attaccapanni coperto da tavoletta e tendina.
- Egli entrerà lunedì prossimo, onde andare subito alla scampagnata che in quel giorno tocca; ed è meglio, a sentimento di tutti, che partecipi di questi ultimi giorni di divertimenti onde al suo ingresso non metterlo subito al travaglio.
Ciro è il più bello di tutta la sua camerata.
Avvicinatosi ai suoi futuri compagni (fra i quali sono Grazioli, Sartori e Bartolucci) tutti gli si andavano mettendo accanto per vedere se era più alto o più basso di loro, e poi tutti pregavano il Presidente che lo facesse restare a pranzo con loro.
- Appena Ciro sarà in Collegio, noi andremo per due giorni al casino di Biscontini e poi tornati a Perugia vi passeremo altri due o tre giorni per visitarlo: quindi partiremo per Terni.
- Addio, Mariuccia mia: Domenico e Antonia ti riveriscono: Ciro ti bacia la mano e ti chiede la benedizione, ed io ti abbraccio di cuore
il tuo P.
LETTERA 152.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 30 ottobre 1832 - martedì
Cara Mammà mia, io sto bene e contento, e vi chiedo la benedizione, baciandovi la mano con rispetto ed affezione.
CIRO VOSTRO.
Mia cara Mariuccia
Hai ragione veramente di lagnarti che nella lettera che ti diressi il 25 non vi fu nulla di carattere di Ciro, come altresì nulla vi avrai trovato nell'altra del 27, ma sappi che dette due lettere per varie circostanze furono da me scritte e chiuse in somma fretta.
Eccoti nella presente due righe di questo caro figlio scritte da lui questa mattina nella camera del Presidente Colizzi.
Ieri, come nella mia precedente ti avvisai, seguì il suo ingresso in Collegio.
Alle 9 lo mandai con Antonia e Domenico per udire a quale ora si poteva tornare con lui e con la canestra del corredo, onde fare la consegna così di esso come della roba: egli corse sempre avanti sino alla porta del Collegio, ed arrivato dentro non volle più tornare indietro, di modo che Antonia e Domerico ve lo lasciarono e tornarono soli, maravigliati dell'allegria e franchezza da lui mostrata nel prendere subito possesso del suo nuovo domicilio.
Dopo le 10 vi tornammo tutti insieme col bagaglio, e trovammo Ciro cogli altri ragazzi della sua camerata in un salone, che è la platea del teatro, dove faceva il capo-popolo giuocando a palla, e dirigendo e vincendo tutti in quell'esercizio.
Era un bel vedere con quale ilarità e destrezza si tratteneva in simile favorita occupazione dentro un gran vano vuoto, circondato da mura amplissime e senza alcuno impedimento, neppur di finestre, che stanno assai in alto.
Mi disse il prefetto che già avevano i ragazzi fra loro accozzato una commediola d'invenzione, nella quale al solito Ciro si fece rimarcare per la sua franchezza e lepidezza.
- Dopo qualche tempo passarono al giuoco delle boccette nella sala de' bigliardi.
Il cattivo tempo non permise la campagnata: e si divertirono tutto il giorno in casa.
Questa mattina è uscito a passeggiare nel suo uniforme nero con tutti gli altri compagni: oggi a 22 ore vi torna un'altra volta.
Lo abbiamo trovato contentissimo di tutto, del vitto, del letto, degli usi etc.
etc.
Accanto al suo bel lettino ha il suo tavolinetto con tiratorini, il suo comodino chiuso, insomma tutto l'occorrente.
Il Presidente Colizzi m'ha assicurato che è il più caro ragazzetto che abbia veduto: e l'Economo del Collegio mi assicura che non già un novizio egli si mostra ma sembra un veterano.
Dunque, Mariuccia mia ringraziamo Iddio di questa nostra risoluzione.
- Il tempo guastatosi non avendoci permesso d'andare al Casino di Biscontini, io penso di partire di qui venerdì 2 novembre.
La sera vorrei essere a Spoleto per trattenermici il sabato mattina onde tentare di parlar con Plinj che al mio primo passaggio non trovai, stando egli a Monte Falco.
Perciò lo avviso oggi per lettera, come avviso altresì Corazza e la casa Vannuzzi del mio arrivo a Terni nella sera di sabato 3.
- Scrivo oggi anche a Stocchi e alla De L'Arche.
- Qui si sono spesi e si spendono dei buoni quattrini: al mio ritorno avrai il conto di tutto, onde metterlo nel libro delle memorie della domestica economia.
Ciro, separatamente dal suo scritto, mi ha incaricato di dirti tante altre cose per lui e di darti trecento baci.
I saluti di tutti per tutti e i miei affettuosi amplessi per te.
Sono il tuo
P.
P.S.
- Ciro è tutto in festa perchè ieri sera vinse in Collegio una tombola, con cui ha dato trattamento di caffè e latte a tutti i convittori.
LETTERA 153.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì, primo novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Gran motivo certo di consolazione mi riesce e deve ancor a te riuscire il vedere con qual brio, contentezza e buona grazia il nostro Ciro si presta alla nuova vita che ha intrapresa.
Non si fa mai aspettare in niun uficio e in niuna circostanza degli usi di comunità: non abbisogna di alcuno stimolo, né guida, né assistenza: tutti i superiori sono incantati di lui, e tutti i ragazzi han gli occhi sopra esso.
Ogni giorno noi lo abbiamo visitato, e ieri andammo a far ciò nell'ora del pranzo del Collegio.
Mangiava con un piacere e con una disinvoltura, facendo al solito tutto da sé, che innamorava il vederlo.
Come poi siano i Convittori trattati e con qual'ordine e proprietà non è cosa da dirsi così di leggieri.
La lettura del pranzo dura momenti, e poi i ragazzi son sempre dispensati dal silenzio, facendosi loro facoltà di parlare scambievolmente, purché ciò sia alquanto sotto-voce e con decenza; mentre, come mi diceva il Presidente Colizzi, questo non è un seminario vescovile, ma un instituto di educazione civile, donde debbono uscire giovani destinati al conversare e a tutti i migliori usi della società.
Questa mattina di buon'ora Antonia e Domenico sono andati a vederlo: allegro come il consueto, e s'incamminava allora alla colazione che consiste in una pagnotta di 5 onze e due fette di prosciutto, il tutto di eccellente qualità.
Egli ha detto a Domenico e Antonia che gli salutassero tanto la sua Mamà, e le dicessero da sua parte che egli è assai contento e studierà assai.
Più tardi ci andrò a vederlo anch'io, e verso sera ci si tornerà.
Domani mattina poi ripartiremo di Perugia: la sera saremo a Spoleto: ivi starò il sabato mattina per veder Plinj, a cui ho scritto, e per ritirare dall'uficio delle ipoteche la cancellazione (che ordinai al primo passaggio) della inscrizione Castelli e Avv.
Conti.
Sabato a sera poi sarò a Terni, dove ho già avvisato tutti per lettera.
Stimolai, come ti dissi, nuovamente lo Stocchi a spedirti il semestre del quale abbisogni.
- Adesso adesso si va in un casino qui vicino dove Biscontini ha preparato un convito a me e varie altre persone scelte.
In questo punto ricevo la tua del 30, che è tale da mettermi in costernazione.
Mariuccia mia, se non vale a consolarti il ripeterti con la maggior sincerità dell'animo mio l'eccellente stato di spirito e di luogo in cui si trova il nostro, figlio, io non so più cosa dirti.
Ieri mentre pranzava così esultante, gli si avvicinò Domenico dimandandogli dove fosse più contento, se a casa o lì.
Senza esitare un momento egli rispose: Qui, e quel David (il suo cameriere) è un gran bravo giovanotto.
Consolati, mia cara Mariuccia, e credi al tuo aff.mo P.
LETTERA 154.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, sabato 3 novembre 1832 alle 4 3/4 pomeridiane
Ciro mio caro
In questo punto siamo qui arrivati, e il mio primo pensiero è di darti questa notizia onde tu sappia che il nostro viaggio è stato felice e che noi pensiamo sempre a te.
Io mi persuado che tu stia benissimo, siccome allorché ti lasciai e spero fermamente che la tua condotta tanto nel costume che nello studio sia, e sia sempre per essere lodevole.
Questo è lo scopo di ogni desiderio della tua mammà e mio, e questo è altresì ciò che tu devi alle amorose cure di chi attualmente veglia alla tua educazione.
Riverisci per me, mio caro figlio, il Sig.
Professor Presidente Colizzi e il Sig.
Economo Don Antonio Ribacchi.
Credo che io starò in questa Città sino a tutto il giorno di Mercoledì 7 corrente, e poi tornerò a Casa per far compagnia a Mammà.
Antonia e Domenico t'inviano mille e mille saluti, ed altrettanto fanno questi nostri parenti.
Io poi amorosamente ti abbraccio e ti benedico.
Il tuo Papà.
LETTERA 155.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 4 novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Secondo l'itinerario già precedentemente partecipatoti, giungemmo ieri sera in questa Città.
- Lasciammo Ciro giovedì sera in ottimo citato di salute e al solito contentissimo della sua sorte.
Per mostrarti come ivi è bene raccomandato, e con quanta facilità noi potremo essere al giorno di tutto ciò che lo riguardi, sappi che i Coniugi Rossi (quelli che vennero a pranzo da Biscontini anni indietro con Scifoni ed altri) lo visiteranno ogni festa, lo terranno raccomandato colle loro molte conoscenze, e lo assisteranno in qualunque occorrenza.
- Micheletti lo conosci: il fratello di Micheletti è Computista del collegio, e molto ivi ben veduto: una Signora che va a sposare detto fratello di Micheletti è intrinseca amica del bravo e caro D.
Antonio Ribacchi economo e factotum del collegio, il quale va in casa di lei ogni sera dall'avemaria ad un'ora, e poi dicendo d'aver tanti figli da assistere torna al Collegio fra essi che lo amano come un padre.
Il rettore Can.co Cambi è parente del mio amico Procacci di Spoleto, il quale gli raccomanderà continuamente il nostro Ciro.
- La famiglia di Monsig.
Cittadini Vescovo di Perugia è tutta amica di Domenico, e mediante l'ascendente che il Vescovo non manca di avere su quell'istituto ancora, essa famiglia terrà esatta cura de' vantaggi di Ciro.
I professori dell'università, fra i quali il chiaro Mezzanotte col quale ho stretto amicizia, dovendo andare in collegio ad istruirvi i giovanetti delle classi inferiori, avranno gli occhi su Ciro.
- I Camerieri, il guardarobiere, e tutti gli altri addetti all'instituto, bravissima e amorosa gente, non mancheranno di assisterlo, e anche d'informarci in caso di bisogno dirigendosi specialmente a Domenico, che ha seco loro combinato ogni cosa.
- Aggiungi a tutto ciò i reali meriti del Collegio stesso, e la eccellenza vera del carattere del Presid.
Colizzi, e poi dubita e temi pel figlio nostro.
Lo so, tu addurrai la ragione di non vederlo: ma ti deve consolare il pensiere che egli si va intanto facendo un degno uomo e stimabile.
Presto tu avrai le sue nuove dirette.
- Nel partire da Perugia pregai Biscontini di rispingermi qui la lettera che tu possa avermi inviato a Perugia giovedì primo del mese.
Oggi dopo il pranzo aspetto poi tue notizie dirette da Roma.
- Io credo che starò qui intorno a quattro giorni, secondoché potrò decidere quando avrò veduto Corazza e Stocchi e terminato le faccende con essi.
Non perdo neppure di mira qualche altra cosetta che vi è da fare: quella però e frati Agostiniani non può materialmente definirsi che verso i 20 del mese.
Farò i conti con Peppino sulle dative da lui pagate in quest'anno, ho già esatto l'annata di F.co Diomede prima di andare a Perugia: stimolerò Desanctis per la prima rata del censuccio di Sc.
28:50 che deve restituire in tre anni per convenzione da noi fatta l'altro antro; e se non paga, ordinerò che si citi.
- Se tu puoi al solito farmi avere il lasciapassare mi farai cosa grata.
- Peppino, la moglie e la figlietta sono ancora a Torre Orsina.
- Mariuccia mia, procura di star bene e il più sollevata che puoi: così operando mi darai gran consolazione, e te ne sarò gratissimo.
- Antonia, Domenico, e le cugine ti dicono mille cose: io ti abbraccio di cuore, e sono il tuo P.
Noi torniamo a Roma carichi di baci di Ciro per te e di sue ambasciate pure per te.
LETTERA 156.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 15 novembre 1832
Mio caro figlio
Per varie combinazioni, fra le quali la pioggia non ebbe l'ultimo luogo, mi trattenni a Terni tanto che giungendo a Roma la sera di martedì scorso vi trovai la tua lettera del 10, giunta al mio indirizzo nell'antecedente lunedì.
In essa trovo, mio Ciro, motivi di consolazione, sia in riguardo al buon stato di tua salute, sia per rapporto alla lusinga che tu porti di aggradire colla tua condotta a' tuoi ottimi Superiori, ma finalmente a motivo della soddisfazione che mi mostri del nuovo tuo stato.
Vivendo, tu conoscerai un giorno quello che tutti gli uomini sperimentarono, la vanità cioè di tutto quanto non è merito e virtù; e questa verità, che ti viene dalla bocca di un padre che non saprebbe mai ingannarti, ti sostenga il coraggio e la ilarità nel bel cammino sul quale la mia tenerezza ti ha messo.
- Se ciò non si contrarii alle regole di codesto instituto, mi piacerebbe oltremodo che tu nella tua corrispondenza con me e con la tua Madre non abbandonassi quel certo tuono di affettuosa confidenza che noi sempre t'inspirammo, e da cui tu mai non iscompagnasti il rispetto dovuto dai figli a' loro parenti: di maniera che i dolci titoli di papà e Mammà ci giungerebbero assai più cari degli altri di Signor Padre e Signora Madre.
Ripeto però che io subordino questo mio desiderio alle leggi della educazione del luogo dove tu ti ritrovi.
Quello però che assolutamente io t'inculco è il modo delle soprascritte da usarsi sulle tue lettere.
Nessun titolo, Ciro mio.
A me semplicemente "Signor Giuseppe Gioachino Belli", e a Mammà tua "Signora Maria Conti Belli" e basta.
In Casa nostra non vi sono titoli di nobiltà fuorché abusivi, per una invalsa consuetudine nata da parentele.
Il mio carteggio poi e quello di Mammà ti prego di conservarlo tutto, dappoiché io sono assai attaccato alle memorie di famiglia.
Altrettanto noi qui faremo delle lettere tue che tu non mancherai di indirizzarci regolarmente secondo le norme del Collegio.
- Gli amici di Casa, che tu hai pel mio mezzo salutati, ti ringraziano e risalutano cordialmente; ed io ti prego di porgere i miei distinti ossequi, uniti a quelli della tua Mammà, a' tuoi Sig.ri Superiori, e distintamente al Sig.
Professore Presidente Colizzi.
- Mammà ti benedice, mio caro Ciro, con tutta la effusione del cuore, ed io faccio altrettando ripetendomi
tuo aff.mo Padre
Palazzo Poli, 2° piano.
LETTERA 157.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 27 novembre 1832
Mio carissimo figlio
Niun'altra consolazione può mai venirmi maggiore, e neppure eguale a quella che mi apportano le tue lettere, e che potranno esse arrecarmi, allorché, siccome nell'ultima tua io vi troverò sicurezze della tua condotta, della tua salute, e del tuo amore per me e per la tua buona Mammà.
La nostra esistenza, Ciro mio, è una cosa che va disciogliendosi come tutto il resto del Mondo; ma la speranza di vedere un giorno in te un frutto onorato delle nostre cure fa quasi parere di avere cominciato una nuova vita al principiar della tua.
Ricevo con gratitudine l'onore de' saluti del Sig.
Presidente; e in quanto al Sig.
Rettore, che si è compiaciuto di aggiungere del Suo nella tua lettera del 24, io qui intendo di rivolgermi a Lui direttamente per ringraziarlo delle Sue gentilezze, ed assicurarlo insieme che io saprò risarcirmi del dispiacere di non averlo ancora conosciuto, allorchè mi recherò in maggio a Perugia per trattenermici qualche tempo.
Ad Antonia, mio caro Ciro, a quell'Antonia che tanto amorosamente ha vegliato sempre su te fin dalla tua nascita, è dispiaciuto di non vedersi mai nominata nelle tue lettere.
Tu sai quanto ti ama questa eccellente donna che per le sue virtuose qualità merita quasi un titolo a dirsi appartenente alla nostra famiglia.
Sii riconoscente, mio caro figlio, a chi ti ha fatto del bene, e pensa che la gratitudine è la sola virtù terrena che potremo portare nel cielo, dove, come dice un autore eccellente, non vi sono né perdoni da dimandare né grazie da ottenere, ma resta solo l'amore de' beneficii.
Parrà a te forse che io voglia portare le mie parole alquanto fuori della intelligenza propria della età tua: ma a me, Ciro mio, piace di parlarti come si deve ad un uomo che dev'essere uomo ogni dì più: e poiché la conversazione fra noi stabilita della nostra corrispondenza mi fa lusingare che tu abbia un qualche giorno a rileggerla per grato passatempo del cuore, così amo che alcuna almeno delle molte frasi delle quali si compone una lettera di famiglia, possa servire a secondare in te lo sviluppo delle morali intelligenze.
Né di rado pure accadrà che le cose stesse che io ti dico confronteranno con le massime a te sviluppate da' tuoi ottimi Superiori, nel che troverai una prova della verità che dirigge le loro bocche e la mia.
Addio, mio carissimo figlio: io non voglio più lungamente separarti da' tuoi doveri.
Mammà ti benedice con me.
Tutti gli amici di casa, fra i quali il Sig.
Dr.
Ferdinando, il Sig.
Canonico Spaziani, il Marchese Ossoli, e i Sig.ri Avv.
Ricci, Spada e Biagini ti salutano con le più cortesi parole.
Ti salutano altresi Domenico, Antonio ed Annamaria, i quali, oltre Antonia, compongono la nostra buona famiglia.
Ama, Ciro mio, il tuo aff.mo Papà.
P.S.
Di qui innanzi avrai le mie lettere affrancate: così la tua piccola borsa farà questo risparmio.
Nell'ordinario passato non vi pensai.
LETTERA 158.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 marzo 1833
Mio caro figlio
Nella mia penultima lettera ti raccomandai di non ripeter più la tanta tardanza de' tuoi caratteri, ma vedo che ciò è subito tornato ad accadere, dappoiché dal tuo foglio del 2 febbraio non hai più scritto.
Questa è una cosa che dà molta molestia a tua madre ed a me; ed io sopratutto, amante rigidissimo delle discipline stabilite e convenute, non posso vedere senza molto rammarico che l'inosservanza di una di esse cada appunto sopra un articolo che valse fra gli altri a determinarmi al distaccarti da me.
Due lettere al mese, siccome prescrive il regolamento del Collegio, se non sono sufficienti a consolare un padre della lontananza di un unico figlio, bastano pure a fargliene sostenere il danno, in armonia colla idea della educazione a cui i genitori pospongono la contentezza della presenza de' figliuoli loro.
Mi farai pertanto cosa gratissima, mio caro Ciro, se pregherai in mio nome chiunque attualmente dirige la tua piccola segreteria, di mantenere in te una diligenza di carteggio che non abbia mai più a rinnovarmi il rammarico di richiamarti a memoria un punto per me del massimo interesse.
Abbiti, figlio mio, gli abbracci e le benedizioni della tua Mammà, ed i saluti singolari di ciascuno degli amici e della famiglia.
Sono con la solita tenerezza
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 159.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, sabato 9 marzo 1833
Mio caro figlio
È precisamente accaduto quello che avvenne la volta precedente.
Lo stesso giorno in cui io scriveva a te fu quello della tua data nello scrivere a me.
Spero però di averti in modo manifestato le mie idee, che quindi impoi il nostro carteggio tornerà ad essere e si conserverà regolare.
Di molto conforto mi è riuscito il sapere da te l'allegro modo col quale si è nel tuo Collegio trapassato il tempo carnevalesco, e quanto i goduti passatempi abbiano contribuito al ricrearti l'animo e al confortarlo a nuove prove di coraggio nello studio, resoti ormai dall'abitudine più piano ed aggradevole.
Così è, Ciro mio: i sollazzi sono allo spirito quel ch'è il cibo al corpo.
Gli alimenti lo ristorano dalle fatiche e gl'infondono vigore per fatiche novelle; nel tempo che le fatiche stesse abbisognano all'uomo onde poi assaporar meglio il divertimento, il quale, non condito dal desiderio, è simile ad una vivanda, che, quantunque saporosa e delicata, riesce insipida e nauseante senza lo stimolo dell'appetito.
Guai a chi mangia nella sazietà; e così, misero colui che estingue lo spirito in diletti non mai alternati dal travaglio.
Il languore, la noja e il disgusto di sé ne faranno un essere morto prima di morire, e in poco dissimile dai candelabri e dalle statue che van decorando i luoghi delle sue dissipazioni.
È inutile che a questo passo io ti ripeta l'assicurazione della paterna sincerità.
Tu lo sai che io non seppi mai ingannarti: ma, nell'attuale soggetto, alla verità delle mie parole voglio unire il soccorso della tua stessa memoria.
Non ricordi tu, Ciro mio, quante volte il giuoco troppo continuo ti ha riempito il cuore di svogliatezza; e tu, deluso nella tua lusinga di sollievo, passavi da un giuoco all'altro senza mai trovar quello che ti dasse il diletto di cui abbisognavi? - Io, lo confesso, talora ti abbandonava a te stesso e ti lasciava fare, perché appunto una verità non insinuata da alcuno, ma sollevatasi spontanea nel nostro cuore dal gran fondo dell'esperienza ci mette meglio nell'animo un principio salutare, che un giorno richiamato opportunamente ad esame sparge la nostra vita passata di una luce che c'illumina l'avvenire.
Comprenderai bene, Ciro mio, queste mie riflessioni? Ne dubito: ma convinto, come sono, che alcuno de' tuoi eccellenti superiori ti aiuterà a penetrarle, non tralascio di fartele e per tuo bene e per mia stessa soddisfazione.
Non puoi credere quante cose affettuose ti dica la tua buona Mammà, la quale, allorché giunse la tua lettera, corse ella medesima a portarmela, tutta ansante di consolazione.
Tutti gli amici che tu hai nominati, e così ciascun individuo della nostra affezionata famiglia ti ripeton cordialmente i loro saluti.
Solamente, ti ripeto, il Sig.
Toceo noi non lo vediamo, ed io non so neppure se sia in Roma.
E di tanto ciò basti.
Io ti abbraccio, mio caro figlio e t'incarico de' mie rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori.
Benedicendoti finalmente mi ripeto
tuo affez.mo Padre
LETTERA 160.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 maggio 1833
Mio carissimo figlio
Ogni tua lettera è una nuova consolazione per la tua buona Mammà e per me.
L'udirti sano e studioso ci rallegra in modo che non saprei facilmente spiegartelo.
Segui, Ciro mio, segui con coraggio ad applicarti agli studii i quali, se ti daranno alcuna fatica, ti diverranno essi medesimi il più dolce premio degli ostacoli che avrai superati colla perseveranza; perché lo sviluppo progressivo che succede nelle facoltà intellettuali a misura del loro esercizio, va a poco a poco tant'oltre, che giunge finalmente ad innamorarci del nostro dovere.
Allorché le tue idee si andranno ordinando, allorché il tuo spirito verrà culto, quando col bel corredo di scienza che ti si prepara conoscerai cosa è il Mondo, cosa è l'uomo, e qual'è il nobile destino di questo, ringrazierai ben di cuore la Provvidenza che si compiacque riporti nel numero di coloro ai quali le Maraviglie di Dio non sono nascoste dall'infelice ignoranza.
E qui figurati, o figlio mio, la gioia che io proverei, se trovandomi, come io spero, al tuo saggio di settembre, ti vedessi onorato di un premio disputato nobilmente agli altri cari giovinetti che ti accompagano nella tua carriera.
Sarebbe quello ai miei occhi quasi un mio stesso trionfo, poiché nulla di bene o di male può a te mai arrivare, che io non io consideri come cosa mia propria.
Forse il Sig.
Presidente ti avrà detto che io meditava di farti un dono lavorato colle stesse mie mani.
Te ne avrei potuto anche fare una sorpresa, ma amo anche più il mettertene in aspettazione.
Esso consiste in tre morali novellette, e secondo la tua capacità, da me tradotte dall'inglese, pur da me ricopiate in guisa ben bene intelligibile, e fatte poi legare in forma di libretto con qualche discreta eleganza.
Quelle con permesso de' tuoi Superiori tu leggerai, e potrai ancora fare udire a' tuoi compagni d'età e di studio, dappoiché io stimo che un buon fanciullo possa per la loro lettura diventare migliore.
Riceverai il libretto da me direttamente nell'entrare del prossimo giugno, allorché ti stringerò al mio cuore, e ringrazierò caldamente chi prende cura di te.
Riverisci intanto a mio nome i Sig.ri Presidente, Rettore, ed Economo: ricevi la benedizione di Mammà e la mia: aggradisci i saluti de' nostri affezionati famigliari, e credimi sempre tuo
amorosissimo Padre
LETTERA 161.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[28 maggio 1833?]
Caro Checco
Eccoci a 500.
Forse mi arresterò un momento: forse non mi arresterò.
Leggi intanto la dozzina che mancava alla mezza chiliade, e più tardi verrò io a riprenderla per porla in collegio.
Ieri sarei venuto: ma che tempo non fu? Il buono.
Oggi che non è il cattivo sarò ad udire se la mia armata possa racconciarsi.
Chi leggesse, altri che te, questo foglio, direbbe: qui c'è congiura di certo: e non saprebbe che si tratta di sonetti...
[solda]tini di stagno.
Questa dichiarazione sia un...
in caso che Antonio dasse per via...
e lo frugassero alla granguardia: benché...
martedì 28.
Sono il tuo
g.
g.
b.
LETTERA 162.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 6 giugno 1833
Mia cara Mariuccia
Ieri mattina tre ore avanti il mezzodì, avendo dovuto staccare un legno per me, finalmente potei partire da Spoleto, e jeri sera alle 23 1/2 stavo alla porta S.
Pietro di questa Città.
Siccome detta porta conduce alla passeggiata del Frontone, mi cadde in mente un desiderio e una lusinga insieme di potervi incontrar Ciro di ritorno dal passeggio.
Detto, fatto.
Appena sono sotto all'arco della porta, eccoti la Camerata de' piccoli del Collegio che passo passo entra in Città.
Al sentire i sonagli, Ciro nostro, vispo come un cardello, si rivolge, e mi riconosce al momento, benchè io stassi al buio dentro un legno con le bandinelle tirate.
Mi vide pel davanti, e disse scuotendo le zampette: ecco Papà.
Per allora ci salutammo e non più.
Io mi fermai per dare il passaporto etc.
etc.
e la Camerata andò innanzi: ma poi sbrigatomi, la raggiunsi sotto alla fortezza presso alla nuova apertura.
Lì discesi e abbracciai Ciro.
Non ti so dire come lo vidi sano, bello, allegro, colorito e prosperoso.
È il più grande de' suoi compagni, sta forte e robusto, e pare un bel fiore di primavera.
Gli dissi qualche cosa di te e della famiglia, lo baciai per tuo conto, e ci lasciammo per rivederci stamattina.
Sono infatti escito per ciò, ma che vuoi? Per arrivare soltanto al Caffè a far colezione mi sono bagnato come in una fontana, tanto era ed è il diluvio che, accompagnato da vento e freddo, vien giù in questa orrenda giornata.
Ho dovuto tornare alla locanda, aprir la valigia, e mutarmi fino dirò alla camicia.
Quindi non calmando l'ira del tempo, gli ho mandato un biglietto dal Cameriere di questa locanda della posta, dove mi è forza sostare per ora sotto alla mannaja dell'onesto cliente di Biscontini.
Appena il tempo lo permetterà, escirò per far qualche cosa e vedere qualcuno.
Intanto ho fatto prendere alla posta la tua lettera del 4.
Godo delle buone notizie di Angelica quanto mi rattristo di Bertinelli.
Non so se a Roma si sarà fatta la processione: qui no per la furia dell'acqua.
- Ti avviso che Frecacavalli ti dovrà prima di partire riportare i miei Promessi Sposi in tre volumetti.
Se lo vedi, salutamelo.
- Giorni indietro è qui stato carcerato in piazza Menicucci, con dispiacere di tutta la Città, la quale del resto è trista ma tranquilla.
- Nello scorso ordinario ti spedii da Spoleto il mio N° 5 con tutto il necessario nell'affare Canale.
Per oggi non so dirti di più.
Ti abbraccio di vero cuore, e sono
il tuo P.
LETTERA 163.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 8 giugno 1833
Non rispondo ad alcuna tua
perché in questo ordinario non
ne ho avute.
Eccomi, mia cara Mariuccia, a darti pieno ragguaglio di ciò che concerne il nostro Ciro.
Ieri mattina, malgrado la continuazione della solita pioggia mi recai al Collegio dove fui ricevuto dal Sig.
Presidente Colizzi e dal Sig.
Rettor Cambi, i quali uno e l'altro ti salutano.
Il secondo andò in persona a chiamar Ciro nella sua Camerata, e poco dopo me lo vidi comparir davanti nel solito aspetto di contentezza, vivacità e buono umore.
Mi dimandò di Mammà e poi di Antonia e quindi di Domenico e di Annamaria: nè obliò alcuno de' parenti e degli amici.
A tutte le dimande io soddisfeci, e lo abbracciai e baciai molto per te e per tutti gli altri.
Alla richiesta del come e quanto fosse egli pago della sua vita del Collegio, mi rispose un sì con quella sua tanto cara maniera giojosa, con cui una volta ci rallegrava in famiglia ed ora rallegra e guadagna il cuore di tutta la Comunità.
Non ti saprei dire la soddisfazione da lui provata al vedere il pallone cominciò a saltare e stropicciare le mani, dicendo che appunto arrivava a proposito, perché il pallone antecedente si era finito di rompere nelle recenti campagnate di Maggio.
Oltre a giuocarci tra compagni al modo consueto, il Maestro di fisica si occupa di tanto in tanto di gonfiarglielo di gas idrogeno, ed allora que' ragazzetti si divertono in farlo ascendere e ritirarlo quindi a terra mercé uno spaghetto dal quale è frenato.
E bisogna sentire come Ciro e Grazioli, tutti due specialmente conoscano gl'ingredienti ed il processo di questa fisica operazione.
In appresso si passò ai soldati.
Nuovi scoppii di gioia: ed altra gioia ai due cartocci di mandorle e confetti di Antonia e Annamaria che ringrazia senza fine, siccome immensamente ringrazia te della cioccolata, della quale è assai ghiotto.
Insomma egli disse, battendo in terra i piedi: Tutto buono: una cosa meglio dell'altra.
E quanto aggradì il mio libretto! Me ne lesse subito la lettera dedicatoria, parlando a zompetti alla perugina, come se qui fosse nato e stato sempre.
Se lo sentissi quanto è curioso! non pare più romano.
Negli studii ho avuto nuova conferma che si conduce benissimo, e secondo le precise parole del Rettore, batte i migliori che nella sua Camerata distinguevansi prima del suo ingresso in Collegio.
Ha già delineata una carta dell'Irlanda, la divisione geografica delle parti principali di tutti i regni e altre terre del globo, la sa a mente come il paternoster; e così comincia a conoscer benino la grammatica italiana.
Nella Calligrafia poi il Maestro fa adesso scrivere a lui gli esemplari pe' suoi compagni.
In una parola non puoi farti una idea adeguata di quanto dia piacere il vederlo e l'udirlo.
Ho interrogato il guardarobbiere per quel che si deve fargli ancora di vestiario.
Mi ha risposto che [...] una sola mutatura per casa.
Io dunque la farò eseguire, e m'informerò ancora se vi sia bisogno di altro per questo caro figlio, come di peculio, di scarpe, etc.
etc.
Egli desidererebbe da me certi pezzetti di cartoncino dipinto che si vendono in una bottega da lui conosciuta, i quali diversamente combinati formano certe piacevoli figure.
Io voglio contentarlo, ed un giorno dopo pranzo me lo farò consegnare, e portandolo a spasso lo appagherò.
Darò pure qualche cosetta di mancia al guardarobbiere e al Cameriere, che entrambi gli prestano molte attenzioni.
Del resto o per loro cura, o per propria esattezza, Ciro nostro è il più pulito della Camerata.
Questa mattina ho veduto il Sig.
Angiolo Rossi che è stato malato per 15 giorni di podagra.
Ci andai appena arrivai in Perugia, ma avendo udito al suo negozio che era in letto, non volli infastidirlo.
La moglie non l'ho ancora veduta.
Al contrario in casa Monaldi ho trovato la moglie sola, e le ho lasciato la lettera di Biscontini pel Marito.
Il Sig.
Luigi Micheletti e la Signora Cangenna mi hanno ricolmato di gentilezze: essi andavano strologando il capo per trovare il modo di poter combinare il modo di ricevermi in casa.
Io però, non volendo permettere il loro incomodo, ho profittato della dozzina che mi hanno trovata in Casa Fani, pel Corso, incontro alla Mercanzia.
Ho un decentissimo alloggio, pranzo di zuppa, tre piatti e frutti, e la sera zuppa, un piatto e frutti.
Alla colazione e alla biancheria penso da me.
Per questo trattamento ed alloggio pago dieci scudi al mese, ed ho già fin da oggi anticipato il primo mese a tutto il 7 di luglio.
Non ho potuto ancora vedere il Signor Bianchi.
So peraltro da Lovery che egli è istruito del mio arrivo, e che mi vorrà rivedere egli stesso.
La sua famiglia passerà in campagna, credo, tutta la state, e sento che un giorno voglia condurmi a vederla e conoscerla.
Tuttoció per relazione di Lovery il quale sta benone, ma un poco in pena sulla salute del padre.
Qui, come sai, vi è Oldani, il quale mena un sussiego come un Ministro di Stato.
Sta sempre sulla sua, dà udienza alla grande, porta una certa fittuccia all'asola del vestito, parla con mezze parole, si dà per primo minutante del Ministero dell'Interno, e fa ridere tutti quelli che lo hanno veduto portiere di questo uficio di delegazione.
Lo stesso Luigi Micheletti che gli prestò 18 scudi perché potesse fare il viaggio di Roma la prima volta che vi venne, è trattato da lui col tuono di un superiore verso un dipendente.
Quanto siamo curiosi noi uomini! Io non l'ho ancora veduto ma se con me fa il pallone assaggerà il mio bracciale.
Io non ti dirò, Mariuccia mia, di essere già senza danari affatto, ma fin qui non è stata che una continua svenarella per tutto e in mille maniere.
Quindi se tu volessi dire a Biscontini che disponesse il Sig.
Rossi, la Signora Rossi, o chi crede, perché mi si somministrasse della moneta alla mia richiesta, mi faresti piacere.
Io poi segno sempre ogni baiocco che mi esce di mano, e buttarne non ne butto davvero.
Forse un altro al fine del giuoco se n'uscirebbe col risparmio di qualche scudo in meno di quello che spenda io, ma in me vi sarà un po' di troppo onde non farmi guardar dietro: spreghi, però, no davvero.
La carta è finita.
Ricevi mille baci di Ciro che ti chiede la benedizione, e saluta Antonia, Domenico, i di lui figli, Annamaria, etc.
etc.
Sono il tuo P.
LETTERA 164.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 2 luglio 1833
Mio carissimo Checco
Che ti potrei più dire intorno alla tua lettera del 31 maggio? Ella è rimasta nell'uficio postale di Terni fino a jeri, per quante premure io abbia fatte colà praticare, appena seppi da Mariuccia che tu mi ve l'avevi spedita.
A quest'ora la tua Ode o è stampata o sta per esserlo con que' ritocchi che il tuo buon gusto non può, via facendo, non averti suggeriti.
La ode è bella, tenera, gentilissima, e tu lascia poi stare che la sia o classica o romantica, qualora pure i romantici e i classici non abbiano un cuore di diversa natura.
Dovunque parla la verità con parole convenienti al soggetto e alla situazione, lì è bellezza ed effetto immancabile, o che la inspirazione venga di Germania o di Grecia.
Le muse son figlie della Memoria, e la Memoria moderna ha ben altre da contarcene che non quella di Pericle e d'Augusto.
Perché andare al tempio della Gloria per una sola via e sempre per quella? Se l'Oriente ha la sua, l'Occidente ne ha fabbricata un'altra; e così altre il Mezzogiorno ed il Nord.
Ciascuno parte da casa sua né ad uno straniero è chiuso il dritto di viaggiare per le strade degli altri col passaporto della Ragione, prima e vera regina degli uomini.
Non era necessario avvertimento perché io m'avvedessi del furto, sor ladroncello buggiarone.
Arrivato a quel di là etc.
esclamai: te conosco, maschera.
Ma, post confessionem remittuntur tibi peccata tua.
Di' al nostro Biagini che nel prossimo 4° fascicolo dell'Ontologia Torricelli mi ha pregato di mandare avanti una sua epistola al Marchetti, dalla quale egli vuol far conoscere chi parlerà del Malvica.
E quel Chi è lo stesso Torricelli che mette fuori alcune sue inscrizioni domestiche e un ragguaglio di un funere da lui celebrato alla Memoria del padre.
Nel successivo 5° fascicolo poi uscirà il suo discorso intorno i Sepolcri e le iscrizioni del Malvica.
Intanto nel 3° fascicolo già pubblicato fu inserito lo squarcio eruditissimo e giudiziosissimo del Malvica stesso intorno all'arte del tradurre.
Mi dice il Mezzanotte quello squarcio (che deve far parte di un'opera del Malvica sulla letteratura italiana) non esistere che in sue mani (cioè di Mezzanotte) e in ms.; ma io mi taglierei la gola se quello stesso io non l'ho già letto, et quidem, stampato, et quidem possedendone io stesso un esemplare, et quidem...
eppure Mezzanotte dice di no; eppure io dico di sì.
Che ne dice Biagini nostro che le cose malvicane le sa come le proprie? - E per tornare all'articolo Torricelli, appena sarà in luce sul giornale, io ne farò estrarre, come stabilii con Biagini, una cinquantine di copie delle quali ne lascerò cinque per l'estensore ed una per me.
Le altre 44 verranno a Roma, affinchè quattro se ne dividano fra te, Biagini, Piccardi e Ricci, e le altre 40 si spediscano in Trinacria che vuol dire Sicilia, a Panormo che significa Palermo.
E il Piccardi e il Ricci salutameli teneramente, prima il primo perché lo vedrai prima, e quindi l'altro perché...
poi.
E salutami Costanza, e salutami tua cognata, e salutami chi ti pare, e buon di'.
Fa di star sano se ci sai stare, se no sta' incomodato a comodo tuo, purché ti mantenga sempre in salute, a consolazione di chi t'ama come me scrivente.
G.
G.
B.
P.S.
Sai? Ciro sta bene, grasso come un tordo, rosso come un peperone, vispo come un grilletto, buono come un angiolo, studioso come un ciceroncino: metti insieme le similitudini, o i cinque soggetti del paragone e fanne una filza.
E di' un po' un'altra cosa: all'ultima strofe della tua ode Costanza non ce n'ha aggiunta un'altra che venga dire: più tardi che sia possibile?
LETTERA 165.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 6 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Questa mattina ho ricevuto la tua del 4 contenente la citazione da presentarsi al Sig.
Bianchi.
Per oggi non è stato possibile di averla spedita dai cursori, come io aveva tentato ed erami lusingato.
Te la spingerò coll'ordinario di martedì 9 e tu l'avrai il giovedì 11.
- Del Sig.
Angelici va bene: ne riparleremo ad ottobre.
- Le pillole le ho avute, e ti ringrazio.
Il ritardo dell'acqua della scala non nuoce.
- Scriverò ad Antaldi.
Ciro lo vedo, come ti dissi, due volte la settimana, oltre quando lo incontro al passeggio.
Hai tu dubbio che non te lo abbracci spesso e che non gli parli sempre di te? - Giovedì egli mi pregò che lo raccomandassi al Rettore affinché gli permetta qualche volta di prendersi un mezzo gelato quando è assai caldo, e secondo ché egli si sia portato bene, tanto più che gli altri compagni lo fanno.
Di assai buon cuore io intercessi presso il Rettore per questa piccola sod