MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 9
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Come la visione di lui che se ne andava insieme a un'altra, senza voltarsi, senza dirle nulla, senza rispondere a lei che lo chiamava dal fondo del cuore, con un gemito, con un lamento d'ammalata, affondando il viso nel guanciale bagnato di lagrime calde e silenziose.
IV
Mentre i muratori si riparavano ancora dall'acquazzone dentro il frantoio di Giolio vasto quanto una chiesa facendo alle piastrelle, entrò il ragazzo che stava a guardia sull'uscio, addentando un pezzo di pane, colla bocca piena, vociando:
- Il padrone!...
ecco il padrone!...
Dietro di lui comparve mastro-don Gesualdo, bagnato fradicio, tirandosi dietro la mula che scuoteva le orecchie.
- Bravi!...
Mi piace!...
Divertitevi! Tanto, la paga vi corre lo stesso!...
Corpo di!...
Sangue di!...
Agostino, il soprastante, annaspando, bofonchiando, affacciandosi all'uscio per guardare il cielo ancora nuvolo coll'occhio orbo, trovò infine la risposta:
- Che s'aveva a fare? bagnarci tutti?...
La burrasca è cessata or ora...
Siamo cristiani o porci?...
Se mi coglie qualche malanno mia madre non lo fa più un altro Agostino, no!
- Sì, sì, hai ragione!...
la bestia sono io!...
Io ho la pelle dura!...
Ho fatto bene a mandare qui mio fratello per badare ai miei interessi!...
Si vede!...
Sta a passare il tempo anche lui giuocando, sia lodato Iddio!...
Santo, ch'era rimasto a bocca aperta, coccoloni dinanzi al pioletto coi quattrini, si rizzò in piedi tutto confuso, grattandosi il capo.
Gesualdo, intanto che gli altri si davano da fare, mogi mogi, misurava il muro nuovo colla canna; si arrampicava sulla scala a piuoli; pesava i sacchi di gesso, sollevandoli da terra: - Sangue di Giuda!...
Come se li rubassi i miei denari!...
Tutti quanti d'intesa per rovinarmi!...
Due giorni per tre canne di muro? Ci ho un bel guadagno in questo appalto!...
I sacchi del gesso mezzi vuoti! Neli? Neli? Dov'è quel figlio di mala femmina che ha portato il gesso?...
E quella calce che se ne va in polvere, eh?...
quella calce?...
Che non ne avete coscienza di cristiani? Dio di paradiso!...
Anche la pioggia a danno mio!...
Ci ho ancora i covoni sull'aia!...
Non si poteva metter su la macina intanto che pioveva?...
Su! animo! la macina! Vi do una mano mentre son qua io...
Santo piuttosto voleva fare una fiammata per asciugargli i panni addosso.
- Non importa, - rispose lui.
- Me ne sono asciugata tanta dell'acqua sulle spalle!...
Se fossi stato come te, sarei ancora a trasportare del gesso sulle spalle!...
Ti rammenti?...
E tu non saresti qua a giuocare alle piastrelle!...
Brontolando, dandosi da fare per preparare la leva, le biette, i puntelli, si voltava indietro per lanciargli delle occhiatacce.
- Malannaggia! - esclamò Santo.
- Sempre quella storia!...
- E se ne andò sull'uscio accigliato, colle mani sotto le ascelle, guardando di qua e di là.
I manovali esitavano, girando intorno al pietrone enorme; il più vecchio, mastro Cola, tenendo il mento sulla mano, scrollando il capo, aggrondato, guardando la macina come un nemico.
Infine sentenziò ch'erano in pochi per spingerla sulla piattaforma: - Se scappa la leva, Dio liberi!...
Chi si metterà sotto per dar lo scambio alle biette? Io no, com'è vero Dio!...
Se scappa la leva!...
mia madre non lo fa più un altro mastro Cola Ventura!...
Eh, eh!...
Ci vorrebbero dell'altre braccia...
un martinetto...
Legare poi una carrucola lassù alla travatura del tetto...
poi dei cunei sotto...
vedete, vossignoria, a far girare i cunei, si sta dai lati e non c'è pericolo...
- Bravo! ora mi fate il capomastro! Datemi la stanga!...
Io non ho paura!...
Intanto che stiamo a chiacchierare il tempo passa! La giornata corre lo stesso, eh?...
Come se li avessi rubati i miei denari!...
Su! da quella parte!...
Non badate a me che ho la pelle dura...
Via!...
su!...
Viva Gesù!...
Viva Maria!...
un altro po'!...
Badate! badate!...
Ah Mariano! santo diavolone, m'ammazzi!...
Su!...
Viva Maria!...
La vita! la vita!...
Su!...
Che fai, bestia, da quella parte?...
Su!...
ci siamo! E' nostra!...
ancora!...
da quella parte!...
Non abbiate paura che non muore il papa...
Su!...
su!...
se vi scappa la leva!...
ancora!...
se avessi tenuta cara la pelle...
ancora!...
come la tien cara mio fratello Santo...
santo diavolone! santo diavolone, badate!...
a quest'ora sarei a portar gesso sulle spalle!...
Il bisogno...
via! via!...
il bisogno fa uscire il lupo...
ancora!...
su!...
il lupo dal bosco!...
Vedete mio fratello Santo che sta a guardare?...
Se non ci fossi io egli sarebbe sotto...
sotto la macina...
al mio posto...
invece di grattarsi...
a spingere la macina...
e la casa...
Tutto sulle mie spalle!...
Ah! sia lodato Iddio!
Infine, assicurata la macina sulla piattaforma, si mise a sedere su di un sasso, trafelato, ancora tremante dal batticuore, asciugandosi il sudore col fazzoletto di cotone.
- Vedete come ci si asciuga dalla pioggia? Acqua di dentro e acqua di fuori! - Santo propose di passare il fiasco in giro.
- Ah?...
per la fatica che hai fatto?...
per asciugarti il sudore anche tu?...
Attaccati all'abbeveratoio...
qui fuori dell'uscio...
Il tempo s'era abbonacciato.
Entrava un raggio di sole dall'uscio spalancato sulla campagna che ora sembrava allargarsi ridente, col paese sull'altura, in fondo, di cui le finestre scintillavano.
- Lesti, lesti, ragazzi! sul ponte, andiamo! Guadagniamoci
tutti la giornata...
Mettetevi un po' nei panni del padrone che vi paga!...
L'osso del collo ci rimetto in quest'appalto!...
Ci perdo diggià, come è vero Iddio!...
Agostino! mi raccomando! l'occhio vivo!...
La parola dolce e l'occhio vivo!...
Mastro Cola, voi che siete capomastro!...
chi vi ha insegnato a tenere il regolo in mano?...
Maledetto voi! Mariano, dammi quassù il regolo, sul ponte...
Che non ne avete occhi, corpo del diavolo!...
L'intonaco che screpola e sbulletta!...
Mi toccherà poi sentire l'architetto, malannaggia a voialtri!...
Quando torna quello del gesso ditegli il fatto suo, a quel figlio di mala femmina!...
ditegli a Neli che sono del mestiere anch'io!...
Che ne riparleremo poi sabato, al far dei conti!...
Badava a ogni cosa, girando di qua e di lá, rovistando nei mucchi di tegole e di mattoni, saggiando i materiali, alzando il capo ad osservare il lavoro fatto, colla mano sugli occhi, nel gran sole che s'era messo allora.
- Santo! Santo! portami qua la mula...
Fagli almeno questo lavoro, a tuo fratello! - Agostino voleva trattenerlo a mangiare un boccone, poiché era quasi mezzogiorno, un sole che scottava, da prendere un malanno chi andava per la campagna a quell'ora.
- No, no, devo passare dal Camemi...
ci vogliono due ore...
Ho tant'altro da fare! Se il sole è caldo tanto meglio! Arriverò asciutto al Camemi...
Spicciamoci, ragazzi! Badate che vi sto sempre addosso come la presenza di Dio! Mi vedrete comparire quando meno ve lo aspettate! Sono del mestiere anch'io, e conosco poi se si è lavorato o no!...
Intanto che se ne andava, Santo gli corse dietro, lisciando il collo alla mula, tenendogli la staffa.
Finalmente, come vide che montava a cavallo senza darsene per inteso, si piantò in mezzo alla strada, grattandosi l'orecchio: - Così mi lasci? senza domandarmi neppure se ho bisogno di qualche cosa?
- Sì, sì, ho capito.
I denari che avesti lunedì te li sei giuocati.
Ho capito! ho capito! eccoti il resto.
E divèrtiti alle piastrelle, che a pagare poi ci son io...
il debitore di tutti quanti!...
Brontolava ancora allontanandosi all'ambio della mula sotto il sole cocente: un sole che spaccava le pietre adesso, e faceva scoppiettare le stoppie quasi s'accendessero.
Nel burrone, fra i due monti, sembrava d'entrare in una fornace; e il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato, senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso.
La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire la via erta.
Un povero vecchio che s'incontrò, carico di manipoli, sfinito, si mise a borbottare:
- O dove andate vossignoria a quest'ora?...
Avete tanti denari, e vi date l'anima al diavolo!
Giunse al paese che suonava mezzogiorno, mentre tutti scappavano a casa come facesse temporale.
Dal Rosario veniva il canonico Lupi, accaldato, col nicchio sulla nuca, soffiando forte:
- Ah, ah, don Gesualdo!...
andate a mangiare un boccone?...
Io no, per mia disgrazia! Sono a bocca asciutta sino a quest'ora...
Vado a celebrare la santa messa...
la messa di mezzogiorno!...
un capriccio di Monsignore!
- Sono salito al paese apposta per voi!....
Ho fatto questa pettata!...
E' caldo, eh! - intanto si asciugava il sudore col fazzoletto.
- Ho paura che mi giuochino qualche tiro, riguardo a quell'appalto delle strade comunali, signor canonico.
Vossignoria che vi fate sentire in paese...
ci avete pensato? So poi l'obbligo mio!...
- Ma che dite?...
fra di noi!...
ci sto lavorando...
A proposito, che facciamo per quell'altro affare? ci avete pensato? che risposta mi date?
Don Gesualdo il quale aveva messo al passo la mula, camminandogli allato, curvo sulla sella, un po' sbalordito dal gran sole, rispose:
- Che affare? Ne ho tanti!...
Di quale affare parlate vossignoria?
- Ah! ah! la pigliate su quel verso?...
Scusate...
scusate tanto!...
Il canonico mutò subito discorso, quasi non gliene importasse neppure a lui: parlò dell'altro affare della gabella, che bisognava venire a una conclusione colla baronessa Rubiera: - C'è altre novità...
Il notaro Neri ha fatto lega con Zacco...
Ho paura che...
Don Gesualdo allora smontò dalla mula, premuroso, tirandola dietro per le redini, mentre andava passo passo insieme al prete, tutto orecchi, a capo chino e col mento in mano.
- Temo che mi cambino la baronessa!...
Ho visto il barone a confabulare con quello sciocco di don Ninì...
ieri sera, dietro il Collegio...
Finsi d'entrare nella farmacia per non farmi scorgere.
Capite? un affare grosso!...
Son circa cinquecento salme di terra...
C'è da guadagnare un bel pezzo di pane, su quell'asta.
Don Gesualdo ci si scaldava lui pure: gli occhi accesi dall'afa che gli brillavano in quel discorso.
Temeva però gli intrighi degli avversari, tutti pezzi grossi, di quelli che avevano voce in capitolo! E il canonico viceversa, andava raffreddandosi di mano in mano, aggrottandosi in viso, stringendosi nelle spalle, guardandolo fisso di tanto in tanto, e scrollando il capo di sotto in su, come a dargli dell'asino.
- Per questo dicevo!...
Ma voi la pigliate su quel verso!...
Scusate, scusatemi tanto!...
Volevo con quell'affare procurarvi l'appoggio di un parentado che conta in paese...
la prima nobiltà...
Ma voi fate l'indifferente...
Scusatemi tanto allora!...
Anche per dare una risposta alla signora Sganci che ci aveva messo tanto impegno!...
Scusatemi, è una porcheria...
- Ah, parlate dell'affare del matrimonio?...
Il canonico finse di non dar retta lui stavolta: - Ah! ecco vostro cognato! Vi saluto, massaro Fortunato!
Burgio aveva il viso lungo un palmo, aggrottato, con tanto di muso nel faccione pendente.
- V'ho visto venire di laggiù, cognato.
Sono stato ad aspettarvi lì, al belvedere.
Sapete la notizia? Appena quindici salme fecero le fave!...
Neanche le spese, com'è vero Iddio!...
Son venuto apposta a dirvelo...
- Vi ringrazio! grazie tante! Ora che volete da me? Io ve l'aveva detto, quando avete voluto prendere quella chiusa!...
buona soltanto per dar spine!...
Volete sempre fare di testa vostra, e non ne indovinate una, benedett'uomo! - rispose Gesualdo in collera.
- Bene, avete ragione.
Lascerò la chiusa.
Non la voglio più! Che pretendete altro da me?
- Non la volete?...
L'affitto vi dura altri due anni!...
Chi volete che la pigli?...
Non son tutti così gonzi!...
Il canonico, vedendo che il discorso si metteva per le lunghe, volse le spalle:
- Vi saluto...
Don Luca il sagrestano mi aspetta...
digiuno come me sino a quest'ora! - E infilò la scaletta pel quartiere alto.
Don Gesualdo allora infuriato prese a sfogarsi col cognato: - E venite apposta per darmi la bella notizia?...
mentre stavo a discorrere dei fatti miei...
sul più bello? mi guastate un affare che stavo combinando!...
I bei negozi che fate voi! Chi volete che la pigli quella chiusa?
Massaro Fortunato dietro al cognato tornava a ripetere:
- Cercando bene...
troveremo chi la pigli...
La terra è già preparata a maggese per quest'altr'anno...
mi costa un occhio...
Vostra sorella fa un casa del diavolo...
non mi dà pace!...
Sapete che castigo di Dio, vostra sorella!
- Vi costa, vi costa!...
Io lo so a chi costa! - brontolò Gesualdo senza voltarsi.
- Sulle mie spalle ricadono tutte queste belle imprese!...
Burgio s'offese a quelle parole:
- Che volete dire? Spiegatevi, cognato!...
Io già lavoro per conto mio! Non sto alle spalle di nessuno, io!
- Sì, sì, va bene; sta a vedere ora che devo anche pregarvi? Come se non l'avessi sulle spalle la vostra chiusa...
come se il garante non fossi io...
Così brontolando tutti e due andarono a cercare Pirtuso, che stava al Fosso, laggiù verso San Giovanni.
Mastro Lio stava mangiando quattro fave, coll'uscio socchiuso.
- Entrate, entrate, don Gesualdo.
Benedicite a vossignoria! Ne comandate? volete restar servito? - Poi come udì parlare della chiusa che Burgio avrebbe voluto appioppare a un altro, di allegro che era si fece scuro in viso, grattandosi il capo.
- Eh! eh!...
la chiusa del Purgatorio? E' un affar serio! Non la vogliono neanche per pascolo.
Burgio s'affannava a lodarla, terre di pianura, terre profonde, che gli avevano dato trenta salme di fave quell'anno soltanto, preparate a maggese per l'anno nuovo!...
Il cognato tagliò corto, come uno che ha molta altra carne al fuoco, e non ha tempo da perdere inutilmente.
- Insomma, mastro Lio, voglio disfarmene.
Fate voi una cosa giusta...
con prudenza!...
- Questo si chiama parlare! - rispose Pirtuso.
- Vossignoria sa fare e sa parlare...
- E adesso ammiccava coll'occhietto ammammolato, un sorrisetto malizioso che gli errava fra le rughe della bazza irta di peli sudici.
Sulla strada soleggiata e deserta a quell'ora stava aspettando un contadino, con un fazzoletto legato sotto il mento, le mani in tasca, giallo e tremante di febbre.
Ossequioso, abbozzando un sorriso triste, facendo l'atto di cacciarsi indietro il berretto che teneva sotto il fazzoletto: - Benedicite, signor don Gesualdo...
Ho conosciuto la mula...
Tanto che vi cerco, vossignoria! Cosa facciamo per quelle quattro olive di Giolio? Io non ho denari per farle cogliere...
Vedete come sono ridotto?...
cinque mesi di terzana, sissignore, Dio ne liberi vossignoria! Son ridotto all'osso...
il giorno senza pane e la sera senza lume...
pazienza! Ma la spesa per coglier le olive non posso farla...
proprio non posso!...
Se le volete, vossignoria...
farete un'opera di carità, vossignoria...
- Eh! eh!...
Il denaro è scarso per tutti, padre mio!...
Voi perché avete messo il carro innanzi ai buoi?...
Quando non potete...
Tutti così!...
Vi mettereste sulle spalle un feudo, a lasciarvi fare...
Vedremo...
Non dico di no...
Tutto sta ad intendersi...
E lasciò cadere un'offerta minima, seguitando ad andarsene per la sua strada senza voltarsi.
L'altro durò un pezzetto a lamentarsi, correndogli dietro, chiamando in testimonio Dio e i santi, piagnucolando, bestemmiando, e finì per accettare, racconsolato tutto a un tratto, cambiando tono e maniera.
- Compare Lio, avete udito? affare fatto! Un buon negozio per don Gesualdo...
pazienza!...
ma è detta! Quanto a me, è come se fossimo andati dal notaio! - E se ne tornò indietro, colle mani in tasca.
- Sentite qua, mastro Lio, - disse Gesualdo tirando in disparte Pirtuso.
Burgio s'allontanò colla mula discretamente, sapendo che l'anima dei negozi è il segreto, intanto che suo cognato diceva al sensale di comprargli dei sommacchi, quanti ce n'erano, al prezzo corrente.
Udì soltanto mastro Lio che rispondeva sghignazzando, colla bocca sino alle orecchie: - Ah! ah!...
siete un diavolo!...
Vuol dire che avete parlato col diavolo!...
Sapete quel che bisogna vendere e comprare otto giorni prima...
Va bene, restiamo intesi...
Me ne torno a casa ora.
Ho quelle quattro fave che m'aspettano.
Burgio non si reggeva in piedi dall'appetito, e si mise a brontolare come il cognato volle passare dalla posta.
- Sempre misteri...
maneggi sottomano!
Don Gesualdo tornò tutto contento, leggendo una lettera piena di sgorbi e suggellata colla midolla di pane:
- Lo vedete il diavolo che mi parla all'orecchio! eh? M'ha dato anche una buona notizia, e bisogna che torni da mastro Lio.
- Io non so nulla...
Mio padre non m'ha insegnato a fare queste cose!...
- rispose Burgio brontolando.
- Io fo come fece mio padre...
Piuttosto, se volete venire a prendere un boccone a casa...
Non mi reggo in piedi, com'è vero Dio!
- No, non posso; non ho tempo.
Devo passare dal Camemi, prima d'andare alla Canziria.
Ci ho venti uomini che lavorano alla strada...
i covoni sull'aia...
Non posso...
E se ne andò sotto il gran sole, tirandosi dietro la mula stanca.
Pareva di soffocare in quella gola del Petraio.
Le rupi brulle sembravano arroventate.
Non un filo di ombra, non un filo di verde, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi, la pianura sotto Budarturo come una landa bruciata dal sole, i monti foschi nella caligine, in fondo.
Dei corvi si levarono gracchiando da una carogna che appestava il fossato; delle ventate di scirocco bruciavano il viso e mozzavano il respiro; una sete da impazzire, il sole che gli picchiava sulla testa come fosse il martellare dei suoi uomini che lavoravano alla strada del Camemi.
Allorché vi giunse invece li trovò tutti quanti sdraiati bocconi nel fossato, di qua e di là, col viso coperto di mosche, e le braccia stese.
Un vecchio soltanto spezzava dei sassi, seduto per terra sotto un ombrellaccio, col petto nudo color di rame, sparso di peli bianchi, le braccia scarne, gli stinchi bianchi di polvere, come il viso che pareva una maschera, gli occhi soli che ardevano in quel polverìo.
- Bravi! bravi!...
Mi piace...
La fortuna viene dormendo...
Son venuto io a portarvela!...
Intanto la giornata se ne va!...
Quante canne ne avete fatto di massicciata oggi, vediamo?...
Neppure tre canne!...
Per questo che vi riposate adesso? Dovete essere stanchi, sangue di Giuda!...
Bel guadagno ci fo!...
Mi rovino per tenervi tutti quanti a dormire e riposare!...
Corpo di!...
sangue di!...
Vedendolo con quella faccia accesa e riarsa, bianca di polvere soltanto nel cavo degli occhi e sui capelli; degli occhi come quelli che dà la febbre, e le labbra sottili e pallide; nessuno ardiva rispondergli.
Il martellare riprese in coro nell'ampia vallata silenziosa, nel polverìo che si levava sulle carni abbronzate, sui cenci svolazzanti, insieme a un ansare secco che accompagnava ogni colpo.
I corvi ripassarono gracidando, nel cielo implacabile.
Il vecchio allora alzò il viso impolverato a guardarli, con gli occhi infuocati, quasi sapesse cosa volevano e li aspettasse.
Allorché finalmente Gesualdo arrivò alla Canziria, erano circa due ore di notte.
La porta della fattoria era aperta.
Diodata aspettava dormicchiando sulla soglia.
Massaro Carmine, il camparo, era steso bocconi sull'aia, collo schioppo fra le gambe; Brasi Camauro e Nanni l'Orbo erano spulezzati di qua e di là, come fanno i cani la notte, quando sentono la femmina nelle vicinanze; e i cani soltanto davano il benvenuto al padrone, abbaiando intorno alla fattoria.
- Ehi? non c'è nessuno? Roba senza padrone, quando manco io! - Diodata, svegliata all'improvviso, andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata.
Lo zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca contratta dai sbadigli, cercava delle scuse.
- Ah!...
sia lodato Dio! Voi ve la dormite da un canto, Diodata dall'altro, al buio!...
Cosa facevi al buio?...
aspettavi qualcheduno?...
Brasi Camauro oppure Nanni l'Orbo?...
La ragazza ricevette la sfuriata a capo chino, e intanto accendeva lesta lesta il fuoco, mentre il suo padrone continuava a sfogarsi, lì fuori, all'oscuro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno all'aia.
Il camparo mogio mogio gli andava dietro per rispondere al caso: - Gnorsì, Pelorosso sta un po' meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo.
La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa...
Bisognerebbe mutar di pascolo...
tutto il bestiame...
Il mal d'occhio, sissignore! Io dico ch'è passato di qui qualcheduno che portava il malocchio!...
Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo...
Le pecore stanno bene, grazie a Dio...
e il raccolto pure...
Nanni l'Orbo? Laggiù a Passanitello, dietro le gonnelle di quella strega...
Un giorno o l'altro se ne torna a casa colle gambe rotte, com'è vero Dio!...
e Brasi Camauro anch'esso, per amor di quattro spighe...
- Diodata gridò dall'uscio ch'era pronto.
- Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado a buttarmi giù un momento...
Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr'ore, don Gesualdo poté mettersi a tavola, seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch'esse una grazia di Dio.
La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomidori ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa.
Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall'uscio entrava un venticello fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all'odore dei covoni nell'aia: - il suo raccolto lì, sotto gli occhi, la mula che abboccava anch'essa avidamente nella bica dell'orzo, povera bestia - un manipolo ogni strappata! Giù per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccichìo dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava.
Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone, e appoggiò i gomiti sul deschetto:
- Tu non mangi?...
Cos'hai?
Diodata stava zitta in un cantuccio, seduta su di un barile, e le passò negli occhi, a quelle parole, un sorriso di cane accarezzato.
- Devi aver fame anche tu.
Mangia! mangia!
Essa mise la scodella sulle ginocchia, e si fece il segno della croce prima di cominciare, poi disse: - Benedicite a vossignoria!
Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il capo chino.
Aveva una massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro della montagna: dei capelli di gente ricca, e degli occhi castagni, al pari dei capelli, timidi e dolci: de' begli occhi di cane carezzevoli e pazienti, che si ostinavano a farsi voler bene, come tutto il viso supplichevole anch'esso.
Un viso su cui erano passati gli stenti, la fame, le percosse, le carezze brutali; limandolo, solcandolo, rodendolo; lasciandovi l'arsura del solleone, le rughe precoci dei giorni senza pane, il lividore delle notti stanche - gli occhi soli ancora giovani, in fondo a quelle occhiaie livide.
Così raggomitolata sembrava proprio una ragazzetta, al busto esile e svelto, alla nuca che mostrava la pelle bianca dove il sole non aveva bruciato.
Le mani, annerite, erano piccole e scarne: delle povere mani pel suo duro mestiere!...
- Mangia, mangia.
Devi essere stanca tu pure!...
Ella sorrise, tutta contenta, senza alzare gli occhi.
Il padrone le porse anche il fiasco: - Te', bevi! non aver suggezione!
Diodata, ancora un po' esitante, si pulì la bocca col dorso della mano, e s'attaccò al fiasco arrovesciando il capo all'indietro.
Il vino, generoso e caldo, le si vedeva scendere quasi a ogni sorso nella gola color d'ambra; il seno ancora giovane e fermo sembrava gonfiarsi.
Il padrone allora si mise a ridere.
- Brava, brava! Come suoni bene la trombetta!...
Sorrise anch'essa, pulendosi la bocca un'altra volta col dorso della mano, tutta rossa.
- Tanta salute a vossignoria!
Egli uscì fuori a prendere il fresco.
Si mise a sedere su di un covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani penzoloni fra le gambe.
La luna doveva essere già alta, dietro il monte, verso Francofonte.
Tutta la pianura di Passanitello, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba.
A poco a poco, al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila.
Degli altri punti neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente.
Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parte di ponente, e per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi.
Nell'aia la bica alta e ancora scura sembrava coronata d'argento, e nell'ombra si accennavano confusamente altri covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento lunga si posava in cima al tetto del magazzino, che diventava immenso nel buio.
- Eh? Diodata? Dormi, marmotta?...
- Nossignore, no!...
Essa comparve tutta arruffata e spalancando a forza gli occhi assonnati.
Si mise a scopare colle mani dinanzi all'uscio, buttando via le frasche, carponi, fregandosi gli occhi di tanto in tanto per non lasciarsi vincere dal sonno, col mento rilassato, le gambe fiacche.
- Dormivi!...
Se te l'ho detto che dormivi!...
E le assestò uno scapaccione come carezza.
Egli invece non aveva sonno.
Si sentiva allargare il cuore.
Gli venivano tanti ricordi piacevoli.
Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto...
gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donferrante! Quante volte l'aveva fatta quella strada di Licodia, dietro gli asinelli che cascavano per via e morivano alle volte sotto il carico! Quanto piangere e chiamar santi e cristiani in aiuto! Mastro Nunzio allora suonava il deprofundis sulla schiena del figliuolo, con la funicella stessa della soma...
Erano dieci o dodici tarì che gli cascavano di tasca ogni asino morto al poveruomo! - Carico di famiglia! Santo che gli faceva mangiare i gomiti sin d'allora; Speranza che cominciava a voler marito; la mamma con le febbri, tredici mesi dell'anno!...
- Più colpi di funicella che pane! - Poi quando il Mascalise, suo zio, lo condusse seco manovale, a cercar fortuna...
Il padre non voleva, perché aveva la sua superbia anche lui, come uno che era stato sempre padrone, alla fornace, e gli cuoceva di vedere il sangue suo al comando altrui.
- Ci vollero sette anni prima che gli perdonasse, e fu quando finalmente Gesualdo arrivò a pigliare il primo appalto per conto suo...
la fabbrica del Molinazzo...
Circa duecento salme di gesso che andarono via dalla fornace al prezzo che volle mastro Nunzio...
e la dote di Speranza anche, perché la ragazza non poteva più stare in casa...
- E le dispute allorché cominciò a speculare sulla campagna!...
- Mastro Nunzio non voleva saperne...
Diceva che non era il mestiere in cui erano nati.
"Fa l'arte che sai!" - Ma poi, quando il figliuolo lo condusse a veder le terre che aveva comprato, lì proprio, alla Canziria, non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero vecchio, a gran passi, come avesse nelle gambe la canna dell'agrimensore...
E ordinava "bisogna far questo e quest'altro" per usare del suo diritto, e non confessare che suo figlio potesse aver la testa più fine della sua.
- La madre non ci arrivò a provare quella consolazione, poveretta.
Morì raccomandando a tutti Santo, che era stato sempre il suo prediletto e Speranza carica di famiglia com'era stata lei...
- un figliuolo ogni anno...
- Tutti sulle spalle di Gesualdo, giacché lui guadagnava per tutti.
Ne aveva guadagnati dei denari! Ne aveva fatta della roba! Ne aveva passate delle giornate dure e delle notti senza chiuder occhio! Vent'anni che non andava a letto una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si mettesse.
- Quante avemarie, e di quelle proprio che devono andar lassù, per la pioggia e pel bel tempo! - Tanta carne al fuoco! tanti pensieri, tante inquietudini, tante fatiche!...
La coltura dei fondi, il commercio delle derrate, il rischio delle terre prese in affitto, le speculazioni del cognato Burgio che non ne indovinava una e rovesciava tutto il danno sulle spalle di lui!...
- Mastro Nunzio che si ostinava ad arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo, per provare che era il padrone in casa sua!...
- Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa grave di pensieri, il cuore grosso d'inquietudini, le ossa rotte di stanchezza; dormendo due ore quando capitava, come capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare.
- Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro; mai un'ora come quelle che suo fratello Santo regalavasi in barba sua all'osteria! - trovando a casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o le querimonie del cognato, o il piagnucolìo dei ragazzi - le liti fra tutti loro quando gli affari non andavano bene.
- Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse.
- Nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto.
- Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l'impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l'occhio vigilante, la bocca seria! Le astuzie di ogni giorno; le ambagi per dire soltanto "vi saluto"; le strette di mano inquiete, coll'orecchio teso; la lotta coi sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall'ira, spumanti bava e minacce - la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza o di timore...
- Ci hai lavorato, anche tu, nella roba del tuo padrone!...
Hai le spalle grosse anche tu...
povera Diodata!...
Essa, vedendosi rivolta la parola, si accostò tutta contenta e gli si accovacciò ai piedi, su di un sasso, col viso bianco di luna, il mento sui ginocchi, in un gomitolo.
Passava il tintinnìo dei campanacci, il calpestìo greve e lento per la distesa del bestiame che scendeva al torrente, dei muggiti gravi e come sonnolenti, le voci dei guardiani che lo guidavano e si spandevano lontane, nell'aria sonora.
La luna ora discesa sino all'aia, stampava delle ombre nere in un albore freddo; disegnava l'ombra vagante dei cani di guardia che avevano fiutato il bestiame; la massa inerte del camparo, steso bocconi - Nanni l'Orbo, eh?...
o Brasi Camauro? Chi dei due ti sta dietro la gonnella? - riprese don Gesualdo che era in vena di scherzare.
Diodata sorrise: - Nossignore!...
nessuno!...
Ma il padrone ci si divertiva: - Sì, sì!...
l'uno o l'altro...
o tutti e due insieme!...
Lo saprò!...
Ti sorprenderò con loro nel vallone, qualche volta!...
Essa sorrideva sempre allo stesso modo, di quel sorriso dolce e contento, allo scherzo del padrone che sembrava le illuminasse il viso, affinato dal chiarore molle: gli occhi come due stelle; le belle trecce allentate sul collo; la bocca un po' larga e tumida, ma giovane e fresca.
Il padrone stette un momento a guardarla così, sorridendo anch'esso, e le diede un altro scapaccione affettuoso.
- Questa non è roba per quel briccone di Brasi, o per Nanni l'Orbo! no!...
- Oh, gesummaria!...
- esclamò essa facendosi la croce.
- Lo so, lo so.
Dico per ischerzo, bestia!...
Tacque un altro po' ancora, e poi soggiunse: - Sei una buona ragazza!...
buona e fedele! vigilante sugli interessi del padrone, sei stata sempre...
- Il padrone mi ha dato il pane, - rispose essa semplicemente.
- Sarei una birbona...
- Lo so! lo so!...
poveretta!...
per questo t'ho voluto bene!
A poco a poco, seduto al fresco, dopo cena, con quel bel chiaro di luna, si lasciava andare alla tenerezza dei ricordi.
- Povera Diodata! Ci hai lavorato anche tu!...
Ne abbiamo passati dei brutti giorni!...
Sempre all'erta, come il tuo padrone! Sempre colle mani attorno...
a far qualche cosa! Sempre l'occhio attento sulla mia roba!...
Fedele come un cane!...
Ce n'è voluto, sì, a far questa roba!...
Tacque un momento intenerito.
Poi riprese, dopo un pezzetto, cambiando tono:
- Sai? Vogliono che prenda moglie.
La ragazza non rispose; egli non badandoci, seguitò:
- Per avere un appoggio...
Per far lega coi pezzi grossi del paese...
Senza di loro non si fa nulla!...
Vogliono farmi imparentare con loro...
per l'appoggio del parentado, capisci?...
Per non averli tutti contro, all'occasione...
Eh? che te ne pare?
Ella tacque ancora un momento col viso nelle mani.
Poi rispose, con un tono di voce che andò a rimescolargli il sangue a lui pure:
- Vossignoria siete il padrone...
- Lo so, lo so...
Ne discorro adesso per chiacchierare...
perché mi sei affezionata...
Ancora non ci penso...
ma un giorno o l'altro bisogna pure andarci a cascare...
Per chi ho lavorato infine?...
Non ho figliuoli...
Allora le vide il viso, rivolto a terra, pallido pallido e tutto bagnato.
- Perché piangi, bestia?
- Niente, vossignoria!...
Così!...
Non ci badate...
- Cosa t'eri messa in capo, di'?
- Niente, niente, don Gesualdo...
- Santo e santissimo! Santo e santissimo! - prese a gridare lui sbuffando per l'aia.
Il camparo al rumore levò il capo sonnacchioso e domandò:
- Che c'è?...
S'è slegata la mula? Devo alzarmi?...
- No, no, dormite, zio Carmine.
Diodata gli andava dietro passo passo, con voce umile e sottomessa:
- Perché v'arrabbiate, vossignoria?...
Cosa vi ho detto?...
- M'arrabbio colla mia sorte!...
Guai e seccature da per tutto...
dove vado!...
Anche tu, adesso!...
col piagnisteo!...
Bestia!...
Credi che, se mai, ti lascerei in mezzo a una strada...
senza soccorsi?...
- Nossignore...
non è per me...
Pensavo a quei poveri innocenti...
- Anche quest'altra?...
Che ci vuoi fare! Così va il mondo!...
Poiché v'è il comune che ci pensa!...
Deve mantenerli il comune a spese sue...
coi denari di tutti!...
Pago anch'io!...
So io ogni volta che vo dall'esattore!...
Si grattò il capo un istante, e riprese:
- Vedi, ciascuno viene al mondo colla sua stella...
Tu stessa hai forse avuto il padre o la madre ad aiutarti? Sei venuta al mondo da te, come Dio manda l'erba e le piante che nessuno ha seminato.
Sei venuta al mondo come dice il tuo nome...
Diodata! Vuol dire di nessuno!...
E magari sei forse figlia di barone, e i tuoi fratelli adesso mangiano galline e piccioni! Il Signore c'è per tutti! Hai trovato da vivere anche tu!...
E la mia roba?...
me l'hanno data i genitori forse? Non mi son fatto da me quello che sono? Ciascuno porta il suo destino!...
Io ho il fatto mio, grazie a Dio, e mio fratello non ha nulla...
In tal modo seguitava a brontolare, passeggiando per l'aia, su e giù dinanzi la porta.
Poscia vedendo che la ragazza piangeva ancora, cheta cheta per non infastidirlo, le tornò a sedere allato di nuovo, rabbonito.
- Che vuoi? Non si può far sempre quel che si desidera.
Non sono più padrone...
come quando ero un povero diavolo senza nulla...
Ora ci ho tanta roba da lasciare...
Non posso andare a cercar gli eredi di qua e di là, per la strada...
o negli ospizi dei trovatelli.
Vuol dire che i figliuoli che avrò poi, se Dio m'aiuta, saranno nati sotto la buona stella!...
- Vossignoria siete il padrone...
Egli ci pensò un po' su, perché quel discorso lo punzecchiava ancora peggio di una vespa, e tornò a dire:
- Anche tu...
non hai avuto né padre né madre...
Eppure cosa t'è mancato, di'?
- Nulla, grazie a Dio!
- Il Signore c'è per tutti...
Non ti lascerei in mezzo a una strada, ti dico!...
La coscienza mi dice di no...
Ti cercherei un marito...
- Oh...
quanto a me...
don Gesualdo!...
- Sì, sì, bisogna maritarti!...
Sei giovane, non puoi rimaner così...
Non ti lascerei senza un appoggio...
Ti troverei un buon giovane, un galantuomo...
Nanni l'Orbo, guarda! Ti darei la dote...
- Il Signore ve lo renda...
- Son cristiano! son galantuomo! Poi te lo meriti.
Dove andresti a finire altrimenti?...
Penserò a tutto io.
Ho tanti pensieri pel capo!...
e questo cogli altri!...
Sai che ti voglio bene.
Il marito si trova subito.
Sei giovane...
una bella giovane...
Sì, sì, bella!...
lascia dire a me che lo so! Roba fine!...
sangue di barone sei, di certo!...
Ora la pigliava su di un altro tono, col risolino furbo e le mani che gli pizzicavano.
Le stringeva con due dita il ganascino.
Le sollevava a forza il capo, che ella si ostinava a tener basso per nascondere le lagrime.
- Già per ora son discorsi in aria...
Il bene che voglio a te non lo voglio a nessuno, guarda!...
Su quel capo adesso, sciocca!...
sciocca che sei!...
Come vide che seguitava a piangere, testarda, scappò a bestemmiare di nuovo, simile a un vitello infuriato.
- Santo e santissimo! Sorte maledetta!...
Sempre guai e piagnistei!...
V
Masi, il garzone, corse a svegliare don Gesualdo prima dell'alba, con una voce che faceva gelare il sangue nelle vene:
- Alzatevi, vossignoria; ch'è venuto il manovale da Fiumegrande e vuole parlarvi subito!...
- Da Fiumegrande?...
a quest'ora?...
- Mastro-don Gesualdo andava raccattando i panni tastoni, al buio, ancora assonnato, con un guazzabuglio nella testa.
Tutt'a un tratto gridò:
- Il ponte!...
Deve essere accaduta qualche disgrazia!...
- Giù nella stalla trovò il manovale seduto sulla panchetta, fradicio di pioggia, che faceva asciugare i quattro cenci a una fiammata di strame.
Appena vide giungere il padrone, cominciò a piagnucolare di nuovo:
- Il ponte!...
Mastro Nunzio, vostro padre, disse ch'era ora di togliere l'armatura!...
Nardo vi è rimasto sotto!...
Era un parapiglia per tutta la casa: Speranza, la sorella, che scendeva a precipizio, intanto che suo marito s'infilava le brache; Santo, ancora mezzo ubbriaco, ruzzoloni per la scaletta della botola, urlando quasi l'accoppassero.
Il manovale, a ciascuno che capitava, tornava a dire:
- Il ponte!...
l'armatura!...
Mastro Nunzio dice che fu il cattivo tempo!...
Don Gesualdo andava su e giù per la stalla, pallido, senza dire una parola, senza guardare in viso nessuno, aspettando che gl'insellassero la mula, la quale spaventata anch'essa sparava calci, e Masi dalla confusione non riusciva a mettergli il basto.
A un certo punto gli andò coi pugni sul viso, cogli occhi che volevano schizzargli dall'orbita.
- Quando? santo e santissimo!...
Non la finisci più, peste che ti venga!
- Colpa vostra! Ve l'avevo detto! Non sono imprese per noialtri! - sbraitava la sorella in camicia, coi capelli arruffati, una furia tale e quale! Massaro Fortunato, più calmo, approvava la moglie, con un cenno del capo, silenzioso, seduto sulla panchetta, simile a una macina di mulino.
- Voi non dite nulla! state lì come un allocco!
Adesso Speranza inveiva contro suo marito: - Quando si tratta d'aiutar voi, che pure siete suo cognato!...
carico di figliuoli anche!...
allora saltano fuori le difficoltà!...
denari non ce ne sono!...
i denari che si son persi nel ponte della malora!
Gesualdo da principio si voltò verso di lei inviperito, colla schiuma alla bocca.
Poscia mandò giù la bile, e si mise a canterellare mentre affibbiava la testiera della mula: un'allegria che gli mangiava il fegato.
Si fece il segno della croce, mise il piede alla staffa; infine di lassù, a cavallo, che toccava quasi il tetto col capo, sputò fuori il fatto suo, prima d'andarsene:
- Avete ragione! M'ha fatto fare dei bei negozi, tuo marito! La semenza che abbiamo buttato via a Donninga! La vigna che m'ha fatto piantare dove non nasce neppure erba da pascolo!...
Testa fine tuo marito!...
M'è toccato pagarle di tasca mia le vostre belle speculazioni! Ma son stanco, veh, di portare la soma! L'asino quand'è stanco si corica in mezzo alla via e non va più avanti...
E spronò la mula, che borbottava ancora; la sorella sbraitandogli dietro, dall'uscio della stalla, finché si udirono i ferri della cavalcatura sui ciottoli della stradicciuola, nel buio.
Il manovale si mise a correre, affannato, zoppicando; ma il padrone, che aveva la testa come un mulino, non se ne avvide.
Soltanto allorché furono giunti alla chiusa del Carmine, volse il capo all'udire lo scalpiccìo di lui nella mota, e lo fece montare in groppa.
Il ragazzo, colla voce rotta dall'andatura della mula, ripeteva sempre la stessa cosa:
- Mastro Nunzio disse che era tempo di togliere l'armatura...
Era spiovuto dopo il mezzogiorno...
- No, vossignoria, disse mastro Nardo; lasciamo stare ancora sino a domani...
- Disse mastro Nunzio: - tu parli così per papparti un'altra giornata di paga...
- Io intanto facevo cuocere la minestra per gli uomini...
Dal monte si udiva gridare: "La piena! cristiani!..." Mentre Nardo stava sciogliendo l'ultima fune...
Gesualdo, col viso al vento, frustato dalla burrasca, spronava sempre la mula colle calcagna, senza aprir bocca.
- Eh?...
Che dite, don Gesualdo?...
Non rispondete?...
- Che non ti casca mai la lingua? - rispose infine il padrone.
Cominciava ad albeggiare prima di giungere alla Torretta.
Un contadino che incontrarono spingendo innanzi l'asinello, pigliandosi l'acquazzone sotto la giacca di cotonina, col fazzoletto in testa e le mani nelle tasche, volle dire qualche cosa; accennava laggiù, verso il fiume, mentre il vento si portava lontano la voce.
Più in là una vecchierella raggomitolata sotto un carrubbio si mise a gridare:
- Non potete passare, no!...
Il fiume!...
badate!...
In fondo, nella nebbia del fiume e della pioggia, si scorgeva confusamente un enorme ammasso di rovine, come un monte franato in mezzo al fiume, e sul pilone rimasto in piedi, perduto nella bruma del cielo basso, qualcosa di nero che si muoveva, delle braccia che accennavano lontano.
Il fiume, di qua e di là dei rottami, straripava in larghe pozze fangose.
Più giù, degli uomini messi in fila, coll'acqua fino al ginocchio, si chinavano in avanti tutti in una volta, e poi tiravano insieme, con un oooh! che sembrava un lamento.
- No! no! - urlavano i muratori trattenendo pel braccio don Gesualdo.
- Che volete annegarvi, vossignoria?
Egli non rispondeva, nel fango sino a mezza gamba, andando su e giù per la riva corrosa, coi capelli che gli svolazzavano al vento.
Mastro Nunzio, dall'alto del pilone, gli gridava qualche cosa: delle grida che le raffiche gli strappavano di bocca e sbrindellavano lontano.
- Che ci fate adesso lassù?...
State a piangere il morto? Lasciate...
lasciate andare! - gli rispose Gesualdo dalla riva.
Il rumore delle acque si mangiò anche le sue parole furiose.
Il vecchio, in alto, nella nebbia, accennava sempre di no, testardo.
Dell'altra gente gridava anche dalla riva opposta, sotto gli ombrelloni d'incerata, senza potere farsi intendere, indicando verso il punto dove gli uomini tiravano in salvo delle travi.
A seconda del vento giungevano pure di lassù, donde veniva la corrente, delle voci che sembravano cadere dal cielo, delle grida disperate, e un suono di corno rauco.
Gesualdo, curvo sotto l'acquazzone, sfangando sulla riva, aiutava a tirare in salvo i legnami dell'armatura che la corrente furiosa seguitava a scuotere e a sfasciare.
- A me!...
santo Dio!...
non vedete che si porta anche quelli?...
- A un certo punto barcollò e stava per affondare nella melma spumosa che dilagava.
- Santo diavolone! Che volete lasciarvi anche la pelle? - urlò il capomastro afferrandolo pel bavero.
- Un altro po' strascinate me pure alla perdizione!
Egli, pallido come un morto, cogli occhi stralunati, i capelli irti sul capo, quasi colla schiuma alla bocca, rispondeva:
- Lasciatemi crepare! A voi non ve ne importa!...
Dite così perché voi non ci avete il sangue vostro in mezzo a quell'acqua!...
Lasciatemi crepare!
Mastro Nunzio, vedendo smaniare a quel modo il suo figliuolo, voleva buttarsi a capo fitto giù nella corrente addirittura: - Per non stare a sentir lui!...
Adesso mi dirà ch'è tutta colpa mia!...
vedrete!...
Non son padrone di muovere un dito in casa mia...
Sono padrone da burla...
Allora è meglio finirla in una volta!...
- E andava tentando l'acqua col piede.
- Sentite! - interruppe il figliuolo con voce sorda.
- Lasciatemi in pace anche voi! Io v'ho lasciato fare, voi! Avete voluto che prendessi l'appalto del ponte...
per non stare in ozio...
Vedete com'è andata a finire!...
E bisogna tornare da capo, se non voglio perdere la cauzione...
Potevate starvene quieto e tranquillo a casa...
Che vi facevo mancare?...
Lasciatemi in pace almeno.
Tanto, voi non ci avete perso nulla...
- Ah! Non ci ho perso nulla?...
Sapevo bene che glielo avresti rinfacciato...
a tuo padre!...
Già non conto più nulla io! Non so far più nulla!...
Ti ho fatto quel che sei!...
Come se non fossi il capo di casa!...
come se non conoscessi il mio mestiere!...
- Ah!...
il vostro mestiere?...
perché avevate la fornace del gesso?...
e mi è toccato ricomprarvela due volte anche!...
vi credete un ingegnere!...
Ecco il bel mestiere che sapete fare!...
Mastro Nunzio guardò infuriato il suo figliuolo, annaspando, agitando le labbra senza poter proferire altre parole, strabuzzando gli occhi per tornare a cercare il posto migliore da annegarsi, e infine brontolò:
- E allora perché mi trattieni?...
Perché non vuoi che mi butti nel fiume? perché?
Gesualdo cominciò a strapparsi i capelli, a mordersi le braccia, a sputare in cielo.
Poscia gli si piantò in faccia disperato, scuotendogli le mani giunte dinanzi al viso.
- Per l'amor di Dio!...
per l'anima di mia madre!...
con questo po' di tegola che m'è cascata fra capo e collo...
capite che non ho voglia di scherzare adesso!...
Il capomastro si intromise per calmarli.
- Infine quel ch'è stato è stato.
Il morto non torna più.
Colle chiacchiere non si rimedia a nulla.
Piuttosto venite ad asciugarvi tutti e due, che arrischiate di pigliare un malanno per giunta, così fradici come siete.
Avevano acceso un gran fuoco di giunchi e di legna rotte, nella capanna.
Pezzi di travi su cui erano ancora appiccicate le immagini dei santi che dovevano proteggere il ponte, buon'anima sua! Mastro Nunzio, il quale perdeva anche la fede in quella disdetta, ci sputò sopra un paio di volte, col viso torvo.
Tutti piangevano e si fregavano gli occhi dal fumo, intanto che facevano asciugare i panni umidi.
In un canto, sotto quelle quattro tegole rotte, era buttato Nardo, il manovale che s'era rotta la gamba, sudando e spasimando.
Volle mettere anch'egli una buona parola nel malumore fra padre e figlio:
- Il peggio è toccato a me; - si lamentò, - che ora rimango storpio e non posso più buscarmi il pane.
Uno dei suoi compagni, vedendo che non poteva muoversi, gli ammucchiò un po' di strame sotto il capo.
Mastro Nunzio, sull'uscio, coi pugni rivolti al cielo, lanciava fuoco e fiamme.
- Giuda Iscariota! Santo diavolone! Doveva venire adesso questa grazia di Dio!...
Ciascheduno diceva la sua.
Dei vicini, venuti per vedere; dei viandanti che volevano passare il fiume, e aspettavano, al riparo, con la schiena alla fiammata.
- Evviva voi! Avete fatto un bel lavoro! Tanti denari spesi! I denari del comune!...
Ora ci tocca aspettare chissà quanto, prima di vedere un altro ponte...
O com'era fatto, di ricotta?
- Questi altri, adesso!...
Arrivate giusto nel buon momento!...
Volete che faccia scendere Dio e i santi di lassù?...- sbraitava mastro Nunzio.
Gesualdo, lui, non diceva nulla, con la faccia color di terra, seduto su di un sasso, le mani fra le cosce, penzoloni.
Quindi prese a sfogarsi col manovale.
- Guarda quella carogna! Mi lascia fuori la mula, con questo tempo! Poltronaccio! Nemico del tuo padrone!
- Non vi disperate, vossignoria! - piagnucolò Nardo dal suo cantuccio.
- Finché c'è la salute, il resto è niente!...
Gesualdo gli lanciò addosso un'occhiata furibonda.
- Parla bene, lui...
che non ha nulla da perdere!...
- No, no, vossignoria!...
Non dite così, che il Signore vi gastiga!...
Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell'uscio, stava masticando da un po' la sua idea, fra le gengive sdentate.
Infine la buttò fuori, rivolgendosi verso il figliuolo all'improvviso:
- E sai cos'ho da dirti? Che non ne voglio più sapere di questo ponte della disgrazia! Piuttosto faremo un mulino, coi materiali che riusciremo a mettere in salvo...
Un affare sicuro quello...
- Un'altra adesso! - saltò su Gesualdo.
- Siete ammattito davvero? E la cauzione? Volete che ci perda anche quella? Se lasciassi fare a voi!...
Quando presi a fabbricare dei mulini, mi toccava sentire che era la rovina...
Ora che vi siete persuaso, non vorreste far altro...
come se tutto il paese dovesse macinarsi le ossa notte e giorno, e le mie prima degli altri!...
santo e santissimo!
La lite s'accese un'altra volta.
Mastro Nunzio che strillava e si lagnava di non esser rispettato.
- Vedete se sono un fantoccio?...
un pulcinella?...
il capo della casa...
signori miei!...
guardate un po'!...
- Gesualdo per finirla saltò di nuovo sulla mula, verde dalla bile, e se ne andò mentre l'acqua veniva ancora giù dal cielo come Dio la mandava, col capo nelle spalle, bagnato sino alle ossa, il cuore dentro più nero del cielo nuvolo che aveva dinanzi agli occhi; il paese grigio e triste nella pioggia anch'esso, lassù in cima al monte, col suono del mezzogiorno che passava a ondate, trasportato dal vento, e si sperdeva in lontananza.
Quanti lo incontravano, conoscendo la disgrazia che gli era capitata, dimenticavano di salutarlo e tiravano via.
Egli guardava bieco e borbottava di tanto in tanto fra di sé:
- Sono ancora in piedi! Mi chiamo mastro-don Gesualdo!...
Finché sono in piedi so aiutarmi!
Un solo, un povero diavolo, che andava per la stessa strada, gli offrì di prenderlo sotto l'ombrello.
Egli rispose:
- Ci vuol altro che l'ombrello, amico mio! Non temete, che non ho paura d'acqua e di grandine, io!
Arrivò al paese dopo mezzogiorno.
Il canonico Lupi s'era coricato allora allora, subito dopo pranzo.
- Vengo, vengo, don Gesualdo! - gli gridò dalla finestra, sentendosi chiamare.
Qualcheduno che andava ancora pei fatti suoi, a quell'ora, vedendolo così fradicio, piovendo acqua come un ombrello, gli disse:
- Eh, don Gesualdo?...
che disgrazia!...
Lui duro come un sasso, col sorriso amaro sulle labbra sottili e pallide, rispondeva:
- Eh, cose che accadono.
Chi va all'acqua si bagna, e chi va a cavallo cade.
Ma sinché non v'è uomini morti, a tutto si rimedia.
I più tiravano di lungo, voltandosi per curiosità dopo ch'erano passati.
Il canonico comparve infine sul portoncino, abbottonandosi la sottana.
- Eh? eh? don Gesualdo? Eccovi qua...
eccovi qua!...
Don Gesualdo s'era fatta una faccia allegra per quanto poteva, colla febbre maligna che ci aveva nello stomaco.
- Sissignore, eccomi qua! - rispose con un sorriso che cercò di fare allargare per tutta la faccia scura.
- Eccomi qua, come volete voi...
ai vostri comandi...
Però, dite la verità, voi parlate col diavolo, eh?
Il canonico finse di non capire: - Perché? pel ponte? No, in fede mia! Mi dispiace anzi!...
- No, no, non dico pel ponte!...
Ma andiamo di sopra, vossignoria.
Non son discorsi da farsi qui, in istrada...
C'era il letto ancora disfatto nella camera del canonico; tutt'in giro alle pareti un bel numero di gabbioline, dove il canonico, gran cacciatore al paretaio, teneva i suoi uccelli di richiamo; un enorme crocifisso nero di faccia all'uscio, e sotto la cassa della confraternita, come una bara da morto, nella quale erano i pegni dei denari dati a prestito; delle immagini di santi qua e là, appiccicate colle ostie, insudiciate dagli uccelli, e un puzzo da morire, fra tutte quelle bestie.
Don Gesualdo cominciò subito a sfogarsi narrando i suoi guai: il padre che si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch'era sempre lui il capo, dopo aver dato fondo al patrimonio...
Gli era toccato ricomprargliela due volte la fornace del gesso! E continuava a metterlo in quegli impicci!...
E se lui diceva ahi! quando era costretto a farsi aprire la vena e a lasciarsi cavar dell'altro sangue per pagare, allora il padre gridava che gli si mancava di rispetto.
La sorella ed il cognato che lo pelavano dall'altra parte.
Una bestia, quel cognato Burgio! bestia e presuntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo!...
Suo fratello Santo che mangiava e beveva alle sue spalle, senza far nulla, da mattina a sera: - Col mio denaro, capite, vossignoria? col sangue mio! So io quel che mi costa! Quando ho lasciato mio padre nella fornace del gesso in rovina, che non si sapeva come dar da mangiare a quei quattro asini del carico, colla sola camicia indosso sono andato via...
e un paio di pantaloni che non tenevano più, per la decenza...
senza scarpe ai piedi, sissignore.
La prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela mio zio il Mascalise...
E mio padre che strepitava perché lasciavo il mestiere in cui ero nato...
E poi, quando presi il primo lavoro a cottimo...
gridava ch'era un precipizio! Ne ho avuto del coraggio, signor canonico! Lo so io quel che mi costa! Tutto frutto dei miei sudori, quello che ho...
E quando lo vedo a buttarmelo via, chi da una parte e chi dall'altra!...
che volete, vossignoria! il sangue si ribella!...
Ho taciuto sinora per aver la quiete in famiglia...
per mangiare in santa pace un boccone di pane, quando torno a casa stanco...
Ma ora non ne posso più! Anche l'asino quando è stanco si corica in mezzo alla via e non va più avanti...
Voi non sapete che gastigo di Dio è Speranza, mia sorella!...
Voglio finirla!...
Ciascuno per casa sua.
Dico bene, canonico mio?
Il canonico intanto governava i suoi uccelli di richiamo.
- Se non mi date retta, vossignoria, è inutile che parli!
- Sì, sì, vi ascolto.
Che diavolo! non ci vuole poi un sant'Agostino a capire quel che volete!...
In conclusione si tratta di salvare la cauzione, non è così? di avere qualche aiuto dal comune?
- Sissignore...
la cauzione...
Poi Gesualdo gli piantò addosso gli occhi grigi e penetranti, e riprese:
- E un'altra cosa anche...
Vi dicevo che voglio far casa da me...
per conto mio...
se trovo la moglie che mi conviene...
Ma se non mi date retta, vossignoria...
allora è inutile...
O se fingete di non capire...
Vi ricordate?...
quel discorso che mi faceste la sera della festa del santo Patrono?...
Ma se fate le viste di non capire, perchè sono venuto qui da voi...
quando vi ho detto per prima cosa...
Vi ho detto: "Eccomi qua, come volete voi..."
- Ah!...
ah!...
- rispose il canonico alzando il capo come un asino che strappi la cavezza.
Poi lasciò stare il nicchio che andava spolverando attentamente, e gli fissò addosso anche lui i suoi occhi da uomo che non si lascia mettere nel sacco.
- Sentite, don Gesualdo...
questo non è discorso che venite a farmi adesso, a questa maniera! Allora vuol dire che non conoscete chi vi è amico e chi vi è nemico, benedetto Dio! Ho piacere che abbiate toccato con mano se il consiglio che vi ho dato allora era tutt'oro! Una giovane ch'è una perla, avvezza ad ogni guaio, che l'avreste tutta ai vostri comandi, e di famiglia primaria anche!...
la quale vi farebbe imparentare con tutti i pezzi grossi del paese!...
Lo vedete adesso di che aiuto vi sarebbe? Avreste dalla vostra i giurati e tutti quanti.
Anche per l'altra faccenda della gabella, poi, se volete entrarci insieme a noi...
- Sissignore - rispose Gesualdo vagamente.
- Tante cose si potrebbero fare...
Si potrebbe parlarne...
- Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio.
Mi prendete per un ragazzo? Una mano lava l'altra.
Aiutami che t'aiuto, dice pure lo Spirito Santo.
Voi, caro don Gesualdo, avete il difetto di credere che tutti gli altri sien più minchioni di voi.
Prima fate lo gnorri, non ci sentite da quell'orecchio, e poi, al bisogno, quando vi casca la casa addosso, mi venite dinanzi con quella faccia.
- Sarà il caldo...
saranno tutti quegli uccelli...
- balbettò l'altro un po' scombussolato.
- Vorrei vedervi nei miei panni, signor canonico! - esclamò infine.
- Nei vostri panni...
sicuro...
mi ci metto! Voglio farvi vedere e toccar con mano chi vi vuol bene o no! Eccomi con voi.
Pensiamo a quest'affare del ponte prima...
a salvare la cauzione...
con un sussidio del comune.
Andremo adesso dal capitano...
e dai giurati che non ci sarebbero contrari...
Peccato che il barone Zacco abbia già dei sospetti per l'affare della gabella!...
Lasciatemi pensare...
Mentre terminava di legarsi il mantello al collo andava raccogliendo le idee, colle sopracciglia aggrottate, guardando in terra di qua e di là.
- Ecco! Io vo prima dalla signora Sganci...
no! no! non le dico nulla per adesso! qualche parola così in aria...
in via accademica...
Mi basta che donna Marianna scriva due righe al capitano.
Quanto alla baronessa Rubiera posso dormire fra due guanciali...
è come se fosse la vostra stessa persona, se mi promettete...
Ma badiamo, veh!...
E il canonico sgranò gli occhi.
Don Gesualdo stese la mano verso il crocifisso.
- No, dico per l'altro affare, quello della gabella.
Non vorrei che giuocassimo a scarica barile fra di noi, caro don Gesualdo!
Costui voleva allungare la mano di nuovo; ma il canonico aveva già infilato l'uscio.
- Voi m'aspetterete giù, nel portone.
Un momento, vado e torno.
Tornò fregandosi le mani: - Ve l'avevo detto.
Non ci vede dagli occhi donna Marianna per quella nipote! Farete un affarone!
Appena fuori si imbatterono nel notaro Neri, che andava ad aprire lo studio, e fece il viso di condoglianza a don Gesualdo.
- Brutto affare, eh? Mi dispiace! - Sotto si vedeva che gongolava.
Il canonico, a tagliar corto, rispose lui: - Cosa da nulla...
Il diavolo poi non è così brutto...
Rimedieremo...
Abbiamo salvato i materiali...
- Dopo, quando furono lontani, e il notaio con la chiave nella toppa li guardava ancora ridendo, il canonico gli soffiò nell'orecchio, a mastro-don Gesualdo:
- E' che avete una certa faccia, caro mio!...
- Io?
- Sì.
Non ve ne accorgete, ma l'avete! Se fate quella faccia, tutti vi metteranno i piedi sopra per camminarvi!...
Con quella faccia non si va a chiedere un favore...
Aspettatemi qui; salgo un momento dal cavalier Peperito.
E' una bestia; ma l'hanno fatto giurato.
Appena il canonico se ne fu andato su per la scala rotta e scalcinata, arrivò il cavaliere dal poderetto, montato su di un asinello macilento, con una bisaccia piena di fave dietro.
Don Gesualdo per ingraziarselo lo aiutò a scaricar le fave, e a legar l'asino alla mangiatoia, sotto l'arco della scaletta; ma il cavaliere parve un po' seccato d'esser stato sorpreso in quell'arnese, tutto infangato, e col vestito lacero da campagna.
- Non ne facciamo nulla, - disse il canonico ritornando poco dopo.
- E' una bestia! Crede di fare il cavaliere sul serio...
Deve avercela con voi...
Bisogna trovare la persona.
Ciolla? ohi? Ciolla? A voi dico, Ciolla! Sapete s'è in casa don Filippo? L'avete visto uscire?
Ciolla ammiccò coll'unico occhio, torcendo ancora la bocca di paralitico.
- No, Canali è ancora lì, da Bomma, che l'aspetta per condurlo dalla cognata, la ceraiuola, sapete bene? E' la loro passeggiata, dopopranzo...
a trastullarsi con lei, dietro lo scaffale...
Che c'è di nuovo, don Gesualdo? Andate a benedire il ponte, insieme al canonico?
Don Gesualdo si sfogò infine con lui, appuntandogli contro le corna, con tutt'e due le mani.
- Vi stava sulla pancia quel ponte!...
Come aveste dovuto spendere di tasca vostra!...
Il canonico lo tirò per un braccio:
- Andiamo, andiamo! Volete chiudere la bocca a tutti gli sfaccendati?
Nel salire per la stradicciuola dei Margarone incontrarono il marchese Limòli, che andava a fare la sua passeggiatina solita della sera, dal Rosario a Santa Maria di Gesù, sempre solo e con l'ombrello rosso sotto il braccio.
Il canonico, rispondendo alla scappellata cerimoniosa del marchese, ebbe un'ispirazione.
- Aspettate, aspettate un momento!
Di lì a un po' tornò a raggiungere don Gesualdo con tutt'altro viso.
- Un gran diavolo quel marchese! Povero come Giobbe, ma è uno che ha voce in capitolo! S'aiutano fra di loro, tutti in un gruppo!...
una buona parola, alle volte!...
fra di loro non possono dir di no...
Lo lascerebbero morir di fame, ma un favore non glielo negano...
Don Filippo era ancora in casa, occupato a rigar la carta per le aste di Nicolino: - Che buon vento? che buon vento?...
- Poscia vedendo entrare anche don Gesualdo, dietro il canonico, calò di nuovo gli occhiali sul naso.
- Ho tanto da fare!...
Ah, sì!...
la cauzione?...
Volete che il comune vi aiuti a ripescarla? Volete qualche agevolazione per riprendere i lavori?...
Vedremo...
sentiremo...
Se l'avete sbagliato la prima volta questo ponte benedetto?...
E' un affar grave...
Non so di che si tratti...
Non sono informato...
Da un pezzo che non me ne occupo...
Tanto da fare!...
Non ho tempo di soffiarmi il naso...
Vedremo...
sentiremo...
In quella entrò Canali, il quale veniva a cercare Margarone, sorpreso di non vederlo all'ora solita.
Anch'esso sapeva del ponte, e sembrava che si divertisse mezzo mondo a prolungare le condoglianze - il veleno che gli scorreva sotto il faccione giallo: - Ahi! ahi! don Gesualdo!...
Era un'impresa grossa!...
Un colpo da mandare ruzzoloni!...
C'era troppa carne al fuoco in casa vostra!...
- Don Filippo, ora che aveva l'appoggio, si rivoltò anche lui: - Bisogna fare il passo secondo la gamba, mio caro!...
Volevate pigliare il cielo a pugni...
Il posto a chi tocca, caro amico!...
Non bisogna mettersi in testa di dare il gambetto a un paese intero!...
Don Gesualdo allora perse la pazienza.
Si alzò di botto, rosso come un gallo, e aprì la bocca per sfogarsi.
Ma il canonico gliela tappò con una mano.
- State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Filippo!
Lo tirò per la falda nell'anticamera.
Di lì a un po' rientrarono a braccetto, don Filippo tornato un pezzo di zucchero con mastro-don Gesualdo, spalancandogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse allora per la prima volta: - Vedremo!...
Quanto a me...
quel che si può fare...
Ho parlato nel vostro interesse, caro don Gesualdo...
Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava ancora:
- Perché dovrei averli tutti contro?...
Non fo male a nessuno...
Fo gli affari miei...
- Eh, caro don Gesualdo! - scappò a dire infine il canonico.
- Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!...
Apposta bisogna tirarli dalla vostra...
Fra di loro si danno la mano...
son tutti parenti...
Voi siete l'estraneo...
siete il nemico, che diavolo!
Il canonico si fermò su due piedi, in mezzo alla piazzetta, di fronte al palazzo dei Trao, alto, nero e smantellato, e guardando fisso don Gesualdo, cogli occhietti acuti di topo che sembrava volessero ficcarglisi dentro come due spilli, il viso a lama di coltello che sfuggiva da ogni parte:
- Vedete?...
quando sarete entrato nel campo anche voi...
Quella è la dote che vi porterebbe donna Bianca!...
E' denaro sonante per voi che avete le mani in tanti affari.
Mastro-don Gesualdo tornò a lisciarsi il mento, come quando stava a combinare qualche negozio con uno più furbo di lui; guardò il palazzo; guardò poi il canonico, e rispose:
- Però caparra in mano, eh? signor canonico? Prima voglio vedere come la pigliano i parenti di lei.
- A braccia aperte la pigliano!...
ve lo dico io! Fate conto che il fiume torni a rifarvi il ponte meglio di prima, e andate a dormirci su.
Nel vicoletto lì accanto, vicino a casa sua, trovò Diodata che stava aspettandolo colla mantellina in testa, rincantucciata sotto l'arco del ballatoio, poiché in casa non la volevano, Speranza principalmente, e la tolleravano soltanto in campagna, pei servigi grossi.
Appena la ragazza vide il suo padrone ricominciò a piangere e a lamentarsi, quasi fosse caduto addosso a lei il ponte: - Don Gesualdo, che disgrazia! Mi sarei contentata d'annegarmi io piuttosto!...
Son venuta a vedervi, vossignoria...
con questa spina che dovete averci in cuore!...
- Quest'altra adesso! Perché sei venuta? Tutta bagnata sei!...
guarda! come le bestie!...
dalla Canziria fin qui a piedi!...
apposta per farmi il piagnisteo...
Come non ne avessi abbastanza dei miei guai!...
Ora dove vai a quest'ora?
La fece entrare nella stalla.
Essa nello staccarsi dal muro lasciò una pozza d'acqua, lì davanti all'uscio dove era stata ad aspettare.
Anche lui si sentiva le ossa rotte.
Per giunta, sua sorella l'accolse come un cane.
- Siete tornato dalla festa? Avete visto che bel guadagno?
Poi si rivolse inviperita a suo marito, nera, magra al par di un chiodo, cogli occhi di carbone, tanto di bocca aperta, quasi volesse mangiarsi la gente:
- Voi non dite nulla?...
A voi non bolle il sangue?...
Burgio, più pacifico, cercava di svignarsela, facendo le spalle grosse, chinando il testone di bue.
- Ecco!...
Nessuno si dà pensiero dei guai che ci càpitano!...
Io sola mi mangio il fegato!
Il fratello Gesualdo, colla bocca amara, le andava cantando:
- Lascia stare, Speranza! Lasciami stare, che ne ho abbastanza, anche senza la tua predica!
- Non volete sentire neppure la predica? Non volete che mi lamenti? Tanti denari persi!...
Che non li guadagnate i vostri denari, voi?...
Egli per fuggire quella vespa, andava cercando in cucina qualcosa da mettere sotto il dente, dopo una giornata simile.
Frugava nel cassone del pane.
Speranza sempre dietro, come il gastigo di Dio.
- Fra poco, seguitando di questo passo, non ce ne sarà più del pane nel cassone, no!...
e non ci sarà neppure il cassone, non ci sarà!...
La casa se ne andrà tutta al diavolo!...
Santo, che tornava affamato dal bighellonare in piazza tutta la giornata, al trovare il fuoco spento diede nelle furie, come un vero animale.
I ragazzi che strillavano; tutti i vicini alle finestre per godersi la scena; tanto che Gesualdo infine perse la pazienza:
- Sapete cosa vi dico? che mi fate fare uno sproposito! Tante volte ve l'ho predicato!...
ora lo fo sul serio, com'è vero Dio! L'asino quando non ne può più si corica, e buona notte a chi resta!
E se ne andò nella stalla, mentre Speranza gli strillava dietro:
- Scappate anche? per andare a trovare Diodata? Vi pare che non l'abbia vista? Mezza giornata che vi aspetta, quella sfacciata!...
Egli sbatacchiò l'uscio.
Da prima non voleva neppur mangiare, digiuno com'era da ventiquattr'ore, con tutti quei dispiaceri che gli empivano lo stomaco.
Diodata andò a comprargli del pane e del salame, bagnata sino alle ossa al par di lui, colla gola secca.
Lì, sulla panchetta della stalla, dinanzi a una fiammata di strame, almeno si inghiottiva in pace un po' di grazia di Dio.
- Ti piace, eh, questa bella vita? Ti piace a te? - domandava egli masticando a due palmenti, ancora imbronciato.
Essa stava a vederlo mangiare, col viso arrossato dalla fiamma, e diceva di sì, come voleva lui, con un sorriso contento adesso.
Il giorno finiva sereno.
C'era un'occhiata di sole che spandevasi color d'oro sul cornicione del palazzo dei Trao, dirimpetto, e donna Bianca la quale sciorinava un po' di biancheria logora, sul terrazzo che non poteva vedersi dalla piazza, colle mani fine e delicate, la persona che sembrava più alta e sottile in quella vesticciuola dimessa, mentre alzavasi sulla punta dei piedi per arrivare alle funicelle stese da un muro all'altro.
- Vedi chi vogliono farmi sposare? - disse lui.
- Una Trao!...
e buona massaia anche!...
m'hanno detto la verità...
E rimase a guardare, pensieroso, masticando adagio adagio.
Diodata guardava anche lei, senza dir nulla, col cuore grosso.
Passarono le capre belando dal vicoletto.
Donna Bianca, come sentisse alfine quegli occhi fissi su di lei, voltò il viso pallido e sbattuto, e si trasse indietro bruscamente.
- Adesso accende il lume, - riprese don Gesualdo.
- Fa tutto in casa lei.
Eh, eh...
c'è poco da scialarla in quella casa!...
Mi piace perché è avvezza ad ogni guaio, e l'avrei al mio comando...
Tu di', che te ne pare?
Diodata volse le spalle, andando verso il fondo della stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, e rispose dopo un momento, colla voce roca:
- Vossignoria siete il padrone.
- E' vero...
Ma veh!...
che bestia! Devi aver fame anche tu...
Mangia, mangia, poveretta.
Non pensar solo alla mula.
VI
Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell'altar maggiore, con un ciuffetto d'erbe legato in cima alla canna, tenendo d'occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell'ora calda, inseguiti a male parole dal sagrestano.
Donna Bianca Trao, inginocchiata dinanzi al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri.
Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell'avvenire, nell'ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro.
Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant'Agata, all'altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto.
Allora la penitente risollevavasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi avidamente alla sponda dell'inginocchiatoio, con un accento più fervido, appoggiando la fronte sulle mani in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza.
Veniva un ronzìo di mosche sonnolenti, un odor d'incenso e di cera strutta, un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e dall'ora.
Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini dell'altare, simile a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia, e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce:
- Bella creanza! Non vedete che c'è una signora prima di voi al confessionario?...
quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da portarci voi al tribunale della penitenza!...
discorsi di famiglia, cara voi!...
affari importanti!
Nell'ombra del confessionario biancheggiò una mano che faceva il segno della croce, e donna Bianca si alzò infine, barcollando, chiusa nel manto sino ai piedi, col viso raggiante di una dolce serenità.
Don Luca, vedendo che la vecchia non si risolveva ad andarsene, toccò la mantellina colla canna.
- Ehi? ehi? zia Filomena?...
E' tardi oggi, è tardi.
Sta per suonare mezzogiorno, e il confessore deve andarsene a desinare.
La vecchia levò il capo istupidito, e si fece ripetere due o tre volte la stessa cosa, testarda, imbambolata.
- Sicuro, sto per chiudere la chiesa.
Potete andarvene, madre mia.
Oggi?...
neppure!...
ci ha la trebbia al Passo di Cava padre Angelino.
Giorni di lavoro, cara mia! - Bel bello riescì a mandarla via, borbottando, trascinando le ciabatte.
Poi, mentre il prete infilava l'uscio della sagrestia, don Luca dovette anche dar la caccia a quei monelli, rovesciando banchi e sedie, facendo atto di tirare l'incensiere: - Fuori! fuori! Andate a giuocare in piazza! - Nello stesso tempo passava e ripassava vicino a donna Bianca che si era inginocchiata a pregare dinanzi alla cappella del Sacramento, sfolgorante d'oro e di colori lucenti da accecare, tossendo, spurgandosi, fermandosi a soffiarsi il naso, brontolando:
- Neppure in chiesa!...
non si può raccogliersi a far le orazioni!...
Donna Bianca si alzò in piedi, segnandosi, colle labbra ancora piene di avemarie.
Il sagrestano le rivolse la parola direttamente, mentr'essa avviavasi per uscire:
- Siete contenta, vossignoria? Un sant'uomo quel padre Angelino! Confessa bene, eh? V'ha lasciata contenta?
Ella accennò di sì col capo, col sorriso breve, rallentando il passo per cortesia.
- Un bravo uomo! un uomo di giudizio! Quello sì che ve lo può dare un buon consiglio...
meglio di vostro fratello don Ferdinando...
ed anche di don Diego, sì!...
Guardò intorno cogli occhi di gatto avvezzi a vederci al buio nella chiesa e su per la scala del campanile, e aggiunse sottovoce, cambiando tono, in aria di gran mistero:
- Sapete che risposta gli hanno dato a don Gesualdo Motta? Aveva mandato a fare la domanda formale di matrimonio, ieri dopo pranzo, col canonico Lupi...
Bianca arrossì senza levare il capo.
Il sagrestano che la guardava negli occhi bassi, seguendola passo passo, riprese più forte:
- Gli hanno detto di no...
tale e quale come ve lo dico adesso...
Il canonico è rimasto di sale!...
Nessuno si sarebbe aspettato quella risposta, non è vero?...
il canonico donna Marianna, anche la baronessa vostra zia, tutti che ci avevano posto un grande impegno!...
Si sarebbe mosso quel Cristo ch'è di legno, vedete! Nessuno l'avrebbe creduto così duro, quel don Diego vostro fratello! un signore umile e buono che pareva di potersi confessare con lui!...
Non parlo di don Ferdinando, ch'è peggio di un ragazzo, poveretto!...
Egli era riuscito a fermare donna Bianca, piantandosele dinanzi, cogli occhi lucenti, il viso acceso, abbassando ancora la voce nel farle una confidenza decisiva:
- Don Gesualdo sembra impazzito!...
Dice che non può mandarla giù! che ne farà una malattia, com'è vero Iddio!...
Sono andato a trovarlo alla Canziria...
faceva trebbiare il grano...
- Don Gesualdo, ch'è questa la maniera di prendersela?...
Ci lascerete la pelle, vossignoria!...
- Lasciatemi stare, caro don Luca, che so io!...
dacché il canonico mi portò quella bella risposta!...
- Sembra davvero malato di cent'anni!...
La barba lunga...
Non dorme e non mangia più...
In quel momento si udì uno scalpiccìo di gente di chiesa.
Don Luca alzò la voce di botto, quasi parlasse a un sordo:
- Oggi padre Angelino ci ha la trebbia al Passo di Cava.
Se avete qualche altro peccato da confessarvi, c'è l'arciprete Bugno sfaccendato...
buono anche quello! un servo di Dio...
Però vedendo il canonico Lupi che s'avanzava verso di loro, inchinandosi a ogni altare, colla destra stillante d'acqua benedetta, il nicchio pendente dall'altra mano:
- Benedicite, signor canonico! Come va da queste parti?...
Il canonico, invece di rispondergli, si rivolse a donna Bianca con un sorriso sciocco sul muso aguzzo di furetto color di filiggine.
- Facciamo del bene, donna Bianca! Raccomandiamoci al Signore! Vi ho vista entrare in chiesa, mentre andavo qui vicino, da don Gesualdo Motta, e ho detto: Ecco donna Bianca che fa la sua visita alle Quarant'ore, e dà il buon esempio a me, indegno sacerdote...
- Giusto...
qui c'è il signor canonico!...
Se avete qualche altro peccato da dirgli, donna Bianca...
- Io non posso, mi dispiace! Monsignore non mi ha data la confessione, perché sa che me ne manca il tempo...
- Indi aggiunse con un certo risolino, lisciandosi il mento duro di barba.
- Poi i vostri fratelli non vorrebbero...
Donna Bianca, rossa come se avesse avuto sul viso tutto il riflesso della cortina che velava l'altare del Crocifisso, finse di non capire.
Il canonico ripigliò, mutando registro:
- Ci ho tante faccende gravi sulle spalle...
mie e d'altrui...
Andavo appunto da don Gesualdo per commissione di vostra zia.
Sapete il grosso affare che hanno insieme, colla baronessa? -Donna Bianca fece segno di no.
- Un affare grosso...
Si tratta di pigliare in affitto le terre di tutti i comuni della Contea!...
Don Gesualdo ha il cuore più grande di questa chiesa!...
e i conquibus anche!...
Assai! assai, donna Bianca! Assai più di quel che si crede...
Uno che si farà ricco come Creso, con quella testa fine che ha!
Don Luca si lasciò scappare di bocca, mentre andava spogliandosi degli abiti ecclesiastici, col viso dentro la cotta, le braccia in aria, la voce soffocata:
- Bisogna vedere quel che ha raccolto alla Canziria, bisogna vedere!
- Ah, ah! venite di lassù?
- Sissignore, - rispose il sagrestano, cavando fuori il viso rosso e imbarazzato.
- Così, per fare quattro passi...
Ci vado ogni anno per la limosina della chiesa...
Don Gesualdo è devoto di sant'Agata!
- Un cuor d'oro! - interruppe il canonico.
- Generoso, caritatevole!...
Peccato che...
E si diede della mano sulla bocca.
- Quello che stavo dicendo a donna Bianca!...
- confermò don Luca, ripreso animo, cogli occhietti di nuovo petulanti.
- Basta! basta! Ciascuno dispone a suo modo in casa sua! Ora vi lascio pei fatti vostri.
Tanti saluti a don Diego e a don Ferdinando!
Donna Bianca imbarazzata voleva andarsene anche lei; ma ma il sagrestano la trattenne:
- Un momento! Cosa devo dire a padre Angelino, se volete mettervi in grazia di Dio prima della festa di san Giovanni Battista...
Il canonico insisteva anche lui: - No, no, restate, donna Bianca, fate gli affari vostri.
- Poscia, appena egli lasciò ricadere la portiera, uscendo, don Luca ammiccò: - E così? che devo dire a don Gesualdo, se mai lo vedo...
per caso?..
Essa sembrava esitante.
Seguitava ad avviarsi verso la porta della chiesa, passo passo, tenendo gli occhi bassi, come infastidita dall'insistenza del sagrestano.
- Giacché i miei fratelli hanno detto di no...
- Una sciocchezza hanno detto! Avrei voluto condurli per mano alla Canziria, e fargli vedere se non vale tutti i vostri ritratti affumicati!...
Scusatemi, donna Bianca!...
parlo nell'interesse di vossignoria...
I vostri fratelli tengono al fumo perché sono vecchi...
hanno i piedi nella fossa, loro!...
Ma voi che siete giovine, come rimanete? Non si rovina così una sorella!...
Un marito simile non ve lo manda neppure san Giuseppe padre della provvidenza!...
Sono pazzi a dir di no i vostri fratelli!...
pazzi da legare!...
Le terre della Contea se le piglierà tutte lui, don Gesualdo!...
e poi le mani in pasta da per tutto.
Non si mura un sasso che non ci abbia il suo guadagno lui...
Domeneddio in terra! Ponti, mulini, fabbriche, strade carreggiabili!...
il mondo sottosopra mette quel diavolo! Fra poco si andrà in carrozza sino a Militello, prima Dio e don Gesualdo Motta!...
Sua moglie andrà in carrozza dalla mattina alla sera!...
camminerà sull'oro colato, come è vero Dio! Anche padre Angelino vi avrà consigliato la stessa cosa che vi dico io...
Non ho udito nulla, per non violare il suggello della confessione, ma padre Angelino è un uomo di giudizio...
vi avrà consigliato di prendere un buon marito...
di mettervi in grazia di Dio.
Donna Bianca lo guardò sbigottita, col mento aguzzo dei Trao che sembrava convulso.
Indi alzò verso il crocifisso gli occhi umidi di lagrime, colle labbra pallide serrate in una piega dolorosa.
Con quelle labbra senza sangue rispose infine sottovoce:
- I miei fratelli sono padroni...
tocca a loro decidere...
Don Luca a corto d'argomenti rimase un istante quasi sbalordito, piantandosi dinanzi a lei per non lasciarla scappare, soffocato da tante buone ragioni che aveva in gola, balbettando, annaspando, grattandosi rabbiosamente il capo, con gli occhietti scintillanti che andavano come frugandola tutta da capo a piedi per trovare il punto debole, scuotendole dinanzi le mani giunte, minaccioso e supplichevole.
Alla fine proruppe:
- Ma è giustizia, santo Dio? è giustizia far tribolare in tal modo un galantuomo che vi vuol tanto bene?...
Dare un calcio alla fortuna?...
Scusatemi, donna Bianca! io parlo nel vostro interesse...
Dovete pensarci voi! Non siete più sotto tutela, alla fin fine!...
Mi scaldo il sangue per voi...
perché sono buon servo della vostra famiglia...
una gran casata!...
peccato che non sia più quella di prima!...
Ora che avreste il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!...
Questo si chiama dare un calcio alla fortuna!...
si chiama essere ingrati colla divina Provvidenza.
Essa seguitava ad andare verso la porta, irresoluta, a capo chino.
Don Luca alle calcagna di lei, accalorandosi, toccando tutti i tasti, mutando tono a ogni registro: - E certe giornate, donna Bianca!...
certe giornate che spuntano a casa vostra!...
Basta, scusatemi, io ne parlo perché ci bazzico sempre ad aiutarvi, insieme a mia moglie...
E quando i vostri parenti si dimenticano che siete al mondo!...
certe giornate d'inverno come vuol Dio!...
Basta! Potreste esser la regina del paese, invece! pensateci bene.
Don Gesualdo spiccherebbe di lassù il sole e la luna per farvi piacere!...
Non ci vede più dagli occhi!...
Sembra un pazzo addirittura.
Donna Bianca s'era fermata su due piedi, a testa alta, con una fiamma improvvisa che parve buttarle in viso la portiera sollevata in quel momento da qualcuno che entrava in chiesa.
Comparve una donna macilenta, colla gonnella in cenci sollevata dalla gravidanza sugli stinchi sottili, sudicia e spettinata, come se non avesse fatto altro in vita sua che portare avanti quel ventre - un viso di chioccia istupidita dal covare, con due occhietti tondi su di una faccia a punta, gialla e incartapecorita, e un fazzoletto lacero da malata, legato sotto il mento; nient'altro sulle spalle, da persona ch'è di casa in casa del Buon Dio.
Essa dalla soglia si mise a gemere, quasi avesse le doglie:
- Don Luca?...
che non lo suonate mezzogiorno?...
la pentola sta per bollire...
- Perché l'hai messa a bollire così presto? Il sole è ancora qui, sul limitare...
L'arciprete fa un casa del diavolo per questa faccenda di suonare mezzogiorno prima dell'ora...
Per stavolta...
giacché è fatta...
eccoti la chiave del campanile...
Don Luca, tenendo ancora la cotta sotto il braccio, litigava colla moglie, stecchito nella sottana bisunta quant'era enorme il ventre della donna:
- Tu ci hai l'orologio lì, nella pancia!...
Pensi solo a mangiare!...
Ci vuol la grazia di Dio!...
I vicini sono ancora tutti fuori...
Ecco lì i ragazzi di Burgio!...
- Aspettano anche loro!...
- piagnucolò la moglie, sempre su quel tono.
- Aspettano che suonate mezzogiorno...
- E se ne andò col ventre avanti.
- I nipoti di don Gesualdo! - riprese il sagrestano ammiccando in modo significativo a donna Bianca nel tornare indietro.
- Stanno lì a farci la spia!...
Li manda sua madre apposta comare Speranza, per sapere tutto quello che facciamo! Tiene d'occhio la roba, colei!...
quasi fosse sua!...
Ci ha fatto i suoi disegni sopra!...
Quando m'incontra ha l'aria di mangiarmi!...
Finse di precedere donna Bianca per sollevare la portiera, onde trattenerla ancora un momento: - Lui fa proprio compassione!...
Una faccia da malato!...
Mi parlò tutto il tempo di vossignoria...
Dice che forse il canonico Lupi non avrà saputo fare l'imbasciata...
che vorrebbe parlarvi...
per vedere...
per sentire...
Donna Bianca si fece di fuoco.
- E' innamorato, che volete farci? Innamorato come un pazzo.
Dovreste tornare a parlargliene coi vostri fratelli.
Mandargli qualche buona parola...
una risposta più da cristiani...
Verrò io stesso a prenderla, dopo mezzogiorno, quando don Diego e don Ferdinando sono in letto...
col pretesto dei fiori per la Madonna...
Sì? Cosa mi dite?
Essa chinò il capo rapidamente, nel passare sotto la cortina, ed uscì fuori.
Don Luca credette di scorgere che volesse frugarsi in tasca, e seguitò, correndole dietro:
- Che fate? No! Mi offendete! Un'altra volta...
più tardi...
quando potrete...
Ho pensato meglio di mandare mia moglie, a prendere la risposta di vossignoria.
Non vorrei che i vostri fratelli, vedendomi bazzicare per casa, sospettassero che mi manda il canonico...
Dopo vespro spicciò lesto lesto il servizio della chiesa e corse alla Canziria: cinque miglia di salita, pazienza, per amore di don Gesualdo che se lo meritava, in verità! - Sta per cascare, don Gesualdo! Ancora essa non mi ha detto chiaro di sì, colla sua bocca; ma si vede che tentenna, come la pera quand'è matura.
Sono pratico di queste cose, perché vedo tutti i giorni in chiesa delle donne che ricorrono al tribunale della penitenza...
prima e poi...
M'ha fatto sudare una camicia!...
Ma ora vi dico che la pera è matura! Un'altra crollatina, e vi casca fra le braccia; ve lo dico io! Dovreste correre al paese e scaldare il ferro mentre è caldo.
Però don Gesualdo non fece una gran festa all'imbasciata amorosa che gli capitava in quel momento: - Vedete, don Luca, ci ho tutta la raccolta nell'aia...
Sono in piedi da stanotte...
Non ho sempre il vento in tasca per trebbiare a comodo mio!...
L'aia era vasta quanto una piazza.
Dieci muli trottavano in giro, continuamente; e dietro i muli correvano Nanni l'Orbo e Brasi Camauro, affondando nella pula sino ai ginocchi, ansanti, vociando, cantando, urlando.
Da un lato, in una nuvola bianca, una schiera di contadini armati di forche, colle camice svolazzanti, sembrava che vangassero nel grano; mentre lo zio Carmine, in cima alla bica, nero di sole, continuava a far piovere altri covoni dall'alto.
Delle tregge arrivavano ogni momento dai seminati intorno, cariche d'altra messe; dei garzoni insaccavano il grano e lo portavano nel magazzino, dove non cessava mai la nenia di Pirtuso che cantava "e viva Maria!" ogni venti moggi.
Tutt'intorno svolazzavano stormi di galline, un nugolo di piccioni per aria; degli asinelli macilenti abboccavano affamati nella paglia, coll'occhio spento; altre bestie da soma erano sparse qua e là; e dei barili di vino passavano di mano in mano, quasi a spegnere un incendio.
Don Gesualdo sempre in moto, con un fascio di taglie in mano, segnando il frumento insaccato, facendo una croce per ogni barile di vino, contando le tregge che giungevano, sgridando Diodata, disputando col sensale, vociando agli uomini da lontano, sudando, senza voce, colla faccia accesa, la camicia aperta, un fazzoletto di cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa.
- Lo vedete, don Luca, se ho tempo da perdere adesso!...
Vino qua! Date da bere a don Luca!...
Sì, sì, verrò; ma quando potrò...
Per ora non posso muovermi, cascasse il mondo!...
Diodata!...
bada che il vento spinge la fiamma verso l'aia, santo e santissimo!...
No, don Luca! non sono in collera pel rifiuto dei suoi fratelli...
Venite qua, accostatevi, ch'è inutile far sapere alla gente i fatti nostri!...
Ciascuno la pensa a modo suo...
Poi è lei che deve risolvere...
Se lei dice di sì, io per me non mi tiro indietro...
Ma oggi non posso venire...
e neppure domani...
Be'! dopodomani!...
Dopodomani devo venire anche per l'affare della gabella, e ne discorreremo.
Don Luca suggerì pure di far precedere due paroline scritte: - Ci abbiamo appunto mia moglie che par fatta apposta per consegnarle sottomano a donna Bianca, senza destar sospetti.
Una bella letterina, con due o tre parole che fanno colpo sulle ragazze! Capite, vossignoria? Ciolla ci ha la mano...
Ne parlerei io stesso a Ciolla in segretezza, senza stare a rompervi il capo, vossignoria; e vi fa fare una bella figura.
Con un bottiglione di vino poi ve lo chetate, il Ciolla.
Don Gesualdo non volle sapere di lettera: - Non per risparmiare il vino; ma che storie mi andate contando? Se a lei l'affare gli va, allora che bisogno c'è di tante chiacchiere.
- Basta! basta! - conchiuse don Luca.
- Dicevo per piantare meglio il chiodo.
Ma voi siete il padrone.
Don Luca se ne tornò tutto contento, con un agnello e una forma di cacio.
Per prudenza mandò la moglie a fare l'imbasciata, sotto un pretesto: - Circa a quel discorso che siete intesi con mio marito, vossignoria, dice che il confessore verrà dopodomani a prendere la risposta!...
Il confessore domenica aspetta la risposta!...
- Don Ferdinando che aveva udito aprire il portone, comparve in quel momento come un fantasma.
- Il confessore!...
- riprese a dire la gnà Grazia senza che nessuno le domandasse nulla.
- Donna Bianca voleva confessarsi!...
Oggi non può, il confessore...
E domani neppure...
Domenica piuttosto, se gli fate sapere che siete pronta...
La poveraccia, sotto quegli occhi stralunati di don Ferdinando, che pareva la frugassero tutta, sospettosi, inquieti, si confondeva, balbettava, cercava le parole.
Poscia, vedendo che l'altro stava zitto e non si moveva, allampanato, tacque anch'essa, e si mise a guardare in aria, a bocca aperta, colle mani sul ventre.
Bianca, a tagliar corto, la condusse nella dispensa, per darle una grembiata di fave.
Don Ferdinando, sempre dietro, cucito alle loro calcagna, taciturno, guardando in ogni cantuccio, sospettoso.
Si chinò anch'esso sul mucchietto di fave, covandolo colla persona, misurandolo ad occhio, palpandolo colle mani.
E dopo che la sagrestana se ne fu andata, come un'anatra, reggendo il grembiule pieno sul ventre enorme, si mise a brontolare:
- Troppe!...
Ne hai date troppe!...
Stanno per terminare!...La zia non ne manda altre prima di Natale!...
La sorella voleva andarsene; ma lui seguitava a cercare, a frugare, a passare in rivista la roba della dispensa: due salsicciotti magri appesi a un gran cerchio; una forma di cacio bucata dai topi; delle pere infracidite su di un'asse; un orciolino d'olio appeso dentro un recipiente che ne avrebbe contenuto venti cafisi; un sacco di farina in fondo a una cassapanca grande quanto un granaio; il cestone di vimini che aspettava ancora il grano della Rubiera.
Infine riprese:
- Ci vuol l'aiuto di Dio!...
Siamo tre bocche da sfamare, in casa!...
Ti par poco? Ci vorrebbe anche un po' di brodo per Diego...
Non mi piace da qualche tempo!...
Hai visto la faccia che ha? Lo stesso viso della buon'anima, ti rammenti?...
quando si mise a letto per non alzarsi più! E il medico non viene neppure, perchè ha paura di non esser pagato...
dopo tanti denari che s'è mangiati nell'ultima malattia della buon'anima!...
La zia Rubiera s'è dimenticata che siamo al mondo...
ed anche la zia Sganci...
Così brontolando andava passo passo dietro alla sorella, chinandosi a raccattar per terra le fave cadute dal grembiule di Grazia.
Poscia, come svegliandosi da un sogno, domandò:
- Tu perché non vai più dalla zia Rubiera? Avrebbe mandato un paio di piccioni, sapendo che Diego non sta bene...
per fargli un po' di brodo...
Bianca divenne di brace in viso, e chinò gli occhi.
Don Ferdinando aspettò un momento la risposta a bocca aperta, battendo le palpebre.
Indi tornò nella dispensa a riporre le fave che aveva raccolte da terra.
Poco dopo essa se lo vide comparire dinanzi un'altra volta, con quell'aria sbalordita.
- Se torna la sagrestana non gli dar nulla, un'altra volta! Sanguisughe sono! Le fave stanno per terminare, hai visto?...
E un'altra cosa...
Dovresti andare dalla zia Sganci per un po' d'olio...
in prestito...
Diglielo bene che lo vuoi in prestito, perché noi non siamo nati per chiedere la limosina...
giacché la zia non ci ha pensato...
Fra poco saremo al buio...
anche Diego che è malato...
tutta la notte!...
E spalancava gli occhi, accennando ancora colle mani e col capo, con un terrore vago sul viso attonito.
Da lontano si udiva di tanto in tanto la tosse che si mangiava don Diego, attraverso agli usci, lungo il corridoio, implacabile e dolorosa, per tutta la casa...
Bianca sussultava ogni volta, col cuore che le scoppiava, chinandosi ad ascoltare, o fuggiva come spaventata, tappandosi le orecchie.
- Non ci reggo, no! Non ci reggo!...
Infine Dio le diede la forza di ricomparire dinanzi a lui, quel giorno in cui don Ferdinando le aveva detto che il fratello stava peggio, nella cameretta sudicia, sdraiato su quel lettuccio che sembrava un canile.
Don Diego non stava né peggio né meglio.
Era lì, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e tenersi per sé i suoi guai e le sue miserie.
Volse il capo, vedendo entrare la sorella, quasi un'ombra gli calasse sul viso incartapecorito.
Poscia le accennò colla mano di accostarsi al letto.
- Sto meglio...
sto meglio...
povera Bianca!...
Tu come stai?...
Perché non ti sei fatta vedere?...
perché?...
Le accarezzava il capo con quella mano scarna e sudicia di malato povero.
Gli era rimasto sulle guance incavate e sparse di peli grigi un calore di fiamma.
- Povera Bianca!...
son sempre tuo fratello, sai!...
il tuo fratello che ti vuol tanto bene...
povera Bianca!...
- Don Ferdinando mi ha detto...
- balbettò essa timidamente.
- Volete un po' di brodo?...
Il malato da prima fece segno di no, guardando in aria, supino.
Poi volse il capo, fissandola cogli occhi avidi dal fondo delle orbite che sembravano vuote, filigginose.
- Il brodo, dicevi? C'è un po' di carne?...
- Manderò dalla zia...
dalla zia Sganci!...
- s'affrettò ad aggiungere Bianca, con una vampa improvvisa sulle guance.
Sul volto del fratello era passata un'altra fiamma simile.
- No! no!...
non ne voglio.
Neppure il medico voleva: - No, no! Cosa mi fa il medico?...
Tutte imposture!...
per spillarci dei denari...
Il vero medico è lassù!...
Quel che vorrà Dio...
Del resto mi sento meglio...
Parve migliorare realmente, di lì a qualche giorno: del buon brodo, un po' di vino vecchio che mandava la zia Sganci, l'aiutarono ad alzarsi da letto, ancora sconquassato, col fiato ai denti.
Venne pure donna Marianna in persona a fargli visita, premurosa, con un rimprovero amorevole sulla faccia buona: - Come? Siete in quello stato ed io non ne so nulla? Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, sì o no? Sempre misteri! Sempre ombrosi e selvatici, tutti voialtri Trao!...
rincantucciati come gli orsi in questa tana! Un bel mattino vi troveranno belli e morti all'improvviso che sarà una vergogna per tutto il parentado!...
Neppure di quel negozio del matrimonio non me ne avete detto nulla!...
E sfilò quest'altro rosario: Erano pazzi, o cos'erano, a rifiutare una domanda simile a quella?...
Uno sulla strada di farsi riccone come don Gesualdo Motta!...
- Don Gesualdo! sissignori! I pazzi lasciateli stare!...
Vedete bene in quale stato vi hanno ridotto!...
Un cognato che potrebbe aiutarvi in tutti i modi...
che vi toglierebbe da tante angustie!...
Ah!...
ah!...
Donna Marianna guardava intorno per la stanzaccia squallida, crollando il capo.
Gli altri non fiatavano: Bianca a capo chino; don Ferdinando aspettando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barbagianni fissi su di lui.
Don Diego da principio rimase attonito, brontolando:
- Mastro-don Gesualdo!...
Siamo arrivati fin lì!...
Mastro-don Gesualdo che vuol sposare una Trao!...
- Sicuro! Chi volete che la sposi?...
senza dote? Non è più una bambina neppure lei!...
E' un tradimento bell'e buono!...
Cosa farà, quando chiuderete gli occhi voi e vostro fratello?...
la serva, eh? La serva della zia Rubiera o di qualchedun altro?...
Don Diego si alzò da letto come si trovava, in camiciuola di flanella, col fazzoletto in testa, le gambe stecchite che gli tremavano a verga dentro le mutande logore: un ecceomo! Andava errando per la stanza, stralunato, facendo gesti e discorsi incoerenti, tossendo, tirando il fiato a stento, soffiandosi il naso, quasi suonasse una tromba.
- Mastro-don Gesualdo!...
Saremmo arrivati a questo, che una Trao sposerebbe mastro-don Gesualdo! Tu acconsentiresti, Bianca?...
di'!...
Tu diresti di sì?...
Bianca pallidissima, senza levare gli occhi da terra, disse di sì col capo, lentamente.
Egli agitò in aria le braccia tremanti, e non seppe più trovare una sola parola.
Don Ferdinando non fiatava neppur lui, atterrito che Don Diego non riuscisse a persuader Bianca.
- Cosa volete che dica? - esclamò la zia.
- Vi pare un bell'avvenire quello d'invecchiare come voialtri...
fra tante angustie?...
Scusatemi, ne parlo perché siamo parenti...
Fo quel che posso anch'io per aiutarvi...
ma non è una bella cosa infine neanche per voialtri...
Ed ora che vi si offre la fortuna, risponderle con un calcio...
Scusatemi, io la direi una porcheria!
Tutt'a un tratto don Diego si mise a ridere, quasi colpito da un'ispirazione, ammiccando dell'occhio, fregandosi le mani, con dei cenni del capo che volevano dire assai.
- Va bene! va bene!...
Non è che questo?...
perché ora come ora siamo un po' angustiati?...
Ti pesa, di'?...
ti pesa questa vita angustiata, povera Bianca?...
Hai paura per l'avvenire?...
Si fregò il mento peloso colla mano ischeletrita, seguitando ad ammiccare, cercando di rendere furbo il sorriso pallido.
- Vieni qua...
Non ti dico altro!...
Anche voi, zia!...
Venite a vedere!...
S'arrampicò tutto tremante su di una seggiola per aprire un armadietto ch'era nel muro, al di sopra della finestra, e ne tirò fuori mucchi di scartafacci e di pergamene - le carte della lite - quella che doveva essere la gran risorsa della famiglia, quando avessero avuto i denari per far valere le loro ragioni contro il Re di Spagna: dei volumi gialli, logori e polverosi, che lo facevano tossire a ogni voltar di pagina.
Sul letto era pure sciorinato un grand'albero genealogico, come un lenzuolo: l'albero della famiglia che bagnava le radici nel sangue di un re libertino, come portava il suo stemma - di rosso, con tre gigli d'oro, su sbarra del medesimo, e il motto che glorificava il fallo della prima autrice: Virtutem a sanguine traho.
S'era messi gli occhiali, appoggiando i gomiti sulla sponda del lettuccio, bocconi, con gli occhi che si accendevano in fondo alle orbite livide.
- Son seicent'anni d'interessi che ci devono!...
Una bella somma!...
Uscirete d'ogni guaio una volta per sempre!...
Bianca era cresciuta in mezzo a simili discorsi che aiutavano a passare i giorni tristi.
Aveva veduto sempre quei libracci sparsi sulle tavole sgangherate e per le sedie zoppe.
Così essa non rispose.
Suo fratello volse finalmente il capo verso di lei, con un sorriso bonario e malinconico.
- Parlo per voialtri...
per te e per Ferdinando...
Ne godrete voialtri almeno...
Quanto a me...
io sono arrivato...
Te'!...
te' la chiave!...
serbala tu!
La zia Sganci, a quei discorsi, da prima scattò come una molla: - Caro nipote, mi sembrate un bambino! - Ma subito si calmò, col sorriso indulgente di chi vuol far capire la ragione proprio a un ragazzo.
- Va bene!...
va benone!...
Intanto maritatela con lo sposo che vi si offre adesso, e poi, se diverrete tanti Cresi, sarà anche meglio.
Don Diego rimase interdetto al vedere che la sorella non prendeva la chiave, e tornò daccapo:
- Anche tu, Bianca?...
Dici di sì anche tu?...
Essa, accasciata sulla seggiola, chinò il capo in silenzio.
- E va bene!...
Giacché tu lo vuoi...
giacché non hai il coraggio di aspettare...
Donna Mariannina seguitava a perorare la causa di don Gesualdo, dicendo ch'era un affare d'oro quel matrimonio, una fortuna per tutti loro; congratulandosi con la nipote la quale fissava fuori dalla finestra, cogli occhi lucenti di lagrime; rivolgendosi financo a don Ferdinando che guardava tutti quanti ad uno ad uno, sbalordito; battendo sulle spalle di don Diego il quale sembrava che non udisse, cogli occhi inchiodati sulla sorella e un tremito per tutta la persona.
A un certo punto egli interruppe la zia, balbettando:
- Lasciatemi solo con Bianca...
Devo dirle due parole...
Lasciateci soli...
Essa alzò gli occhi sbigottita, faccia a faccia col fratello che sembrava un cadavere, dopo che la zia e don Ferdinando furono usciti.
Il pover'uomo esitò ancora prima di aggiungere quel che gli restava a dire, fissando la sorella con un dolore più pungente e profondo.
Poscia le afferrò le mani, agitando il capo, movendo le labbra senza arrivare a profferir parola.
- Dimmi la verità, Bianca!...
Perché vuoi andartene dalla tua casa?...
Perchè vuoi lasciare i tuoi fratelli?...
Lo so! lo so!...
Per quell'altro!...
Ti vergogni a stare con noi, dopo la disgrazia che t'è capitata!...
Continuava ad accennare del capo, con uno struggimento immenso nell'accento e nel viso, colle lagrime amare che gli scendevano fra i peli ispidi e grigi della barba.
- Dio perdona...
Ferdinando non sa nulla!...
Io...
io...
Bianca!...
Come una figliuola ti voglio bene!...
Mia figlia sei...
Bianca!...
Tacque sopraffatto da uno scoppio di pianto.
Ella più morta che viva scosse il capo lentamente e biascicò:
- No...
no...
Non è per questo...
Don Diego lasciò ricadere adagio adagio le mani della sorella, quasi un abisso si scavasse fra di loro.
- Allora!...
Fa quello che vuoi...
fa quello che vuoi...
E le volse le spalle, curvo, senza aggiunger altro, strascicando le gambe.
VII
Nella casa antica dei La Gurna, presa in affitto da don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi.
Davanti alla porta c'era un crocchio di monelli, che il ragazzo di Burgio, in qualità di parente, s'affannava a tener discosti, minacciandoli con una bacchettina; la scala sparsa di foglie d'arancio; un lume a quattro becchi posato sulla ringhiera del pianerottolo; e Brasi Camauro, con una cacciatora di panno blù, la camicia di bucato, gli stivali nuovi, che dava l'ultimo colpo di scopa nel portone imbiancato di fresco.
A ogni momento succedeva un falso allarme.
I ragazzi gridavano: - Eccoli! eccoli! - Camauro lasciava la scopa, e della gente si affacciava ai balconi illuminati.
Verso un'ora, di notte arrivò il marchese Limòli, facendosi largo colla canna d'India.
Vide il lume, vide le foglie d'arancio e disse: - Bravo! - Ma nel salire le scale, stava per rompersi l'osso del collo, e allora scappò anche a bestemmiare:
- Che bestie!...
Han fatto un mondezzaio!..
Brasi corse colla scopa.
- Spazzo via tutto, signor marchese? Butto via ogni cosa?
- No, no!...
Adesso son passato.
Non grattar troppo colla scopa, piuttosto...
Si sente l'odor di stalla.
Udendo delle voci, Santo Motta che aspettava di sopra, vestito di nuovo, coi pantaloni a staffe e un panciotto di raso a fiori, si affacciò nel pianerottolo, infilandosi la giamberga.
- Eccomi! eccomi!...
Sono qui!...
Ah, signor marchese!...
bacio le mani!...
E rimase un po' confuso, non vedendo altri che il Limòli.
- Servo, servo, caro don Santo!...
Non baciate più nulla...
ora siamo parenti.
In cima alla scala comparve anche donna Sara Cirmena, la sola di tutto il parentado della sposa che si fosse degnata di venire, con un moggio di fiori finti in testa, il vestito di seta che aveva preso le pieghe come la carta, nel cassettone, i pendagli di famiglia che le strappavano le orecchie, seccata di aspettare da un gran pezzo in un bagno di sudore, e si mise a strillare di lassù:
- Ma che fanno? C'è qualche altra novità?
- Nulla, nulla, - rispose il marchese salendo adagio adagio.
- Son uscito prima per non far vedere ch'ero solo in chiesa, di tutti i parenti...
Son venuto a dare un'occhiata.
Don Gesualdo aveva fatto delle spese: mobili nuovi, fatti venire apposta da Catania, specchi con le cornici dorate, sedie imbottite, dei lumi con le campane di cristallo: una fila di stanze illuminate, che viste così, con tutti gli usci spalancati, pareva di guardare nella lente di un cosmorama.
Don Santo precedeva facendo la spiegazione, tirando in su ogni momento le maniche che gli arrivavano alla punta delle dita.
- Come? Non c'è nessuno ancora? - esclamò il marchese, giunti che furono nella camera nuziale, parata come un altare.
Compare Santo rannicchiò il capo nel bavero di velluto, al pari di una testuggine.
- Per me non manca...
Io son qui dall'avemaria...
Tutto è pronto...
- Credevo di trovare almeno gli altri parenti...
Mastro Nunzio...
vostra sorella...
- Nossignore...
si vergognano...
C'è stato un casa del diavolo! Io son venuto per tener d'occhio il trattamento...
E aprì l'uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora nella carta ritagliata come erano venuti dalla città, sparsa di garofani e gelsomini d'Arabia, tutto quello che dava il paese, perché la signora Capitana aveva mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti candelieri si erano potuti avere in prestito, a Sant'Agata e nell'altre chiese.
Diodata ci aveva pure messi in bell'ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima.
- Bello! bello! - approvò il marchese.
- Una cosa simile non l'ho mai vista!...
E questi qui, cosa fanno?
Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo Sepolcro ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembravano di cartapesta così lavati e pettinati.
- Per servire il trattamento, sissignore!...
Mastro Titta e l'altro barbiere suo compagno si son rifiutati, con un pretesto!...
Vanno soltanto nelle casate nobili quei pezzenti!...
Temevano di sporcarsi le mani qui, loro che fanno tante porcherie!...
Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano.
Il marchese si schermì:
- Grazie, figliuol mio!...
Ora mi rovini il vestito, bada!
- Di là ci sono anche le tinozze coi sorbetti! - aggiunse don Santo.
Ma appena aprì l'uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che stavano a guardare dal buco della serratura.
- Ho visto, ho visto, caro parente.
Lasciateli stare; non li spaventate.
In quel momento si udì un baccano giù in istrada, e corsero in tempo al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi.
Nanni l'Orbo, a cassetta, col cappello sino alle orecchie, faceva scoppiettare la fru