TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 82
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Costui non sapeva risponder altro che: - sissignore - a tutte le domande del presidente che gli stringevano il capestro alla gola, guardando inquieto i movimenti d'indignazione dei giurati, non avvezzi alla severa impassibilità della toga, con un'aria di bestia sospettosa.
Incominciò la sfilata dei testimoni, tutti a carico.
- Gli amici del morto, un buon diavolaccio, incapace di far male ad una mosca, - la vedova piangeva.
- I vicini che l'avevano visto barcollare, come preso dal vino, e cadere balbettando: - Mamma mia! - Quelli che avevano gridato: - All'assassino! - Il coraggioso che aveva afferrato pel petto l'omicida, prima che giungessero le guardie, nella brusca e feroce lotta per lo scampo.
- Giustizia! giustizia! - gridava nella folla la vedova, colla voce del sangue che chiedeva sangue, accompagnata dal piagnisteo degli orfani, inteneriti dalla solennità.
Infine fu introdotto un testimonio sinistro, l'amante che quei due uomini si erano disputata a colpi di coltello: una creatura senza nome, senza età, quasi senza sesso, alta, nera, magra, mangiata dagli stenti e dal vizio, che solo le era rimasto vivo negli occhi arditi.
- Destò un senso di ripugnanza al solo vederla.
- Il pubblico accusatore l'aveva fatta venire appunto per ciò.
Ella si piantò tranquillamente in faccia al Cristo, alla legge, a tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di camicia gli sbirri e i doganieri, e giurò, levando la mano sudicia e nera verso il crocifisso d'avorio, come avrebbe fatto una vergine dinanzi all'altare, baciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno cascante.
- Come vi chiamate?
- La Malerba -.
E siccome l'uditorio, nell'attesa tragica, s'era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse:
- Anche lui, gli dicevano Malannata -.
E indicò l'imputato nel banco.
- Di chi siete figlia?
- Di nessuno.
- Quanti anni avete?
- Non lo so.
- Che professione fate? -
"Essa parve cercare la parola."
- Donna di mondo, - disse infine.
Scoppiò un'altra risata nell'uditorio.
Il presidente impose silenzio scampanellando.
- Sì, donna di mondo, - ribatté lei per spiegarsi meglio.
- Ora con questo, e ora con quell'altro.
- Basta, abbiamo capito, - interruppe il presidente.
- Conoscete da molto tempo l'imputato?
- Sissignore.
Questo qui me l'ha fatto lui, tre anni sono -.
E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guancia, dall'orecchio sinistro al labbro superiore.
- E non ve ne querelaste?
- No.
Era segno che mi voleva bene.
- Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?
- Sissignore.
Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
- E ne sapete il motivo?
- Il motivo fu che Malannata era geloso...
- Geloso di Testa?
- Sissignore.
- E a ragione?
- Sissignore -.
Allora la vedova si celò il viso fra le mani.
- Com'è possibile che Rosario Testa, giovane, marito di una bella donna, gli desse ragione d'essere geloso...
per voi?
- Com'è vero Dio, questa è la verità, - rispose la Malerba.
- Va bene, continuate.
- Avevo conosciuto quel poveretto...
il morto, prima di quest'altro cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse.
Allora mi chiamavano la Mora dei Canali, Rosario Testa faceva il fruttaiuolo, lì alla Peschiera.
Era un libertino, buon'anima.
Le lavandaie dei Canali, le serve che venivano a far la spesa, con quella sua galanteria di far regali, se le pigliava tutte.
Ma per me specialmente ci aveva il debole, ché una volta alla festa dell'Ognina gli ruppero la testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva.
Poi seppi che si maritava e mutava vita.
Andò a stare a San Placido col suo banchetto.
Né visto né salutato.
Io mi misi con Malannata, sì, ch'erano i giorni del colèra.
Buon uomo anche lui, buono come il pane, e se lo levava di bocca, quel poco che guadagnava, per darlo a me.
Ma geloso come il Gran Turco: "Dove sei stata? Cosa hai fatto?" E poi si picchiava la testa con un sasso, pentito delle botte che mi dava.
Quell'annata del colèra, che tutti scappavano via e si moriva di fame davvero, egli voleva anche mettersi a beccamorto, per non farmi fare la mala vita, col castigo di Dio che si aveva addosso.
Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mio guadagno.
Sì, glielo dico in faccia, ora che l'avete a condannare, perché questa è la verità dinanzi a Dio.
Mi diceva, poveretto: "No, non me ne importa.
È che penso al come lo guadagni, questo pane, e non posso mandarlo giù".
Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero.
"Non importa", tornava a dire: "almeno non ci voglio pensare".
Ma aveva i suoi capricci anche lui, come una donna, e certuni non me li voleva attorno.
Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli e si rosicava le mani, perché non era più giovane.
Quando mi vedeva insieme al doganiere del molo, che era un bell'uomo, colla montura lucida, mi diceva: "Vedi questo quattrino arrotato, che io tengo in tasca apposta? con questo ti taglierò la faccia, e dopo m'ammazzo io".
E lo fece davvero.
Io gli dissi: "Che serve? Ora che m'avete sfregiata nessuno mi vorrà, e non sarete più geloso" -.
S'interruppe, con un orribile sorriso di trionfo, guardando sfrontatamente in giro il presidente, i giurati, i carabinieri, cinghiati di bianco, incrociando sul petto il vecchio scialle, con un gesto vago.
- Ma non fu così, signor presidente.
Mi volevano ancora, per sua bontà.
Già gli uomini, sono come i gatti...
- E anche Rosario Testa? -
Ella chinò il capo, assentendo, due o tre volte, con quel sorriso.
- Sissignore, anche lui! -
La vedova adesso la guardava cogli occhi ardenti e feroci, le labbra pallide come le guance.
- V'ho detto ch'era un discolo, buon'anima.
E anch'io, al rivederlo, mi sentivo tutta fiacca, come m'avesse fatto bere.
Dicevo di no, perché Malannata era lì vicino, a scaricar zolfo nel magazzino dietro la Villa, e tante volte mi aveva detto lui pure: "Bada che se torni con Rosario, vi faccio la festa a tutti e due".
Ma l'amore antico non si scorda più, vossignoria!
- Basta.
Dite come avvenne l'omicidio.
- Così, come ve lo dico adesso, signor presidente, col coltello dei fichidindia, quello lì.
- Testa era armato?
- Lui? povero ragazzo! Mi aveva invitato a' fichidindia, una galanteria delle sue, lì, al banco di Pocaroba, che ce li ha di quelli di Paternò, sino a Natale.
Pocaroba dice: "Badate che Malannata è in sospetto.
L'ho visto che si affaccia ogni momento alla porta del magazzino, e tien d'occhio compare Rosario".
E Testa: "Lasciatelo guardare, compare Pocaroba, che me ne rido di Malannata e del suo santo".
Allora lasciai stare i fichidindia, e cercavo di condurmi via l'altro; quand'ecco quel cristiano lì correre dall'arco della ferrovia, tutto bianco di zolfo, e cogli occhi come uno che ha bevuto, e in due salti ci fu addosso; afferrò il coltello, dal banco dei fichidindia, prima di dire Gesù e Maria...
- Accusato, avete qualche cosa da aggiungere?
- Nulla, signor presidente.
Questa è la verità sacrosanta -.
Allora sorse il pubblico accusatore, togato e solenne, a malgrado della nota mondana dell'alto colletto inamidato che gli usciva dal nero della toga; e fulminò il reo colla sua implacabile requisitoria, facendo inorridire i giurati col quadro del vizio abbietto che vive nel fango dei bassi strati sociali, per dar l'orrido fiore del delitto, senza neppure la febbre della giovinezza, della passione o dell'onore, senza nemmeno la scusa della tentazione o della gelosia.
- Il vizio che vive del disonore ed osa ribellarvisi col delitto -.
E stendeva verso quel grigio capo avvilito l'indice minaccioso, dall'unghia rosea e lucente.
Le signore, che dovevano alla sua galanteria i posti riservati dell'aula, rianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta di sale inglese, soffocate dall'afa; e i larghi ventagli si agitavano vivamente a scacciare il lezzo immondo della colpa, come farfalle gigantesche.
Poscia il magistrato si assise tranquillamente, ringraziando, con un impercettibile sorriso, all'applauso discreto di quei ventagli che s'inchinavano, ponendosi sul viso il fazzoletto di battista.
Solo l'imputato non aveva caldo, seduto sulla sua panchetta, col dorso curvo, il viso color di terra rivolto verso tutte quelle infamie che gli rinfacciavano.
A sua volta prese a parlare l'avvocato.
Era un giovane di belle speranze, delegato d'ufficio dal presidente a quella difesa senza compenso.
Egli sfoderò gratuitamente tutte le sue brillanti qualità oratorie.
Esaminò lo stato psicologico e morale degli attori del lugubre dramma; sciorinò le teorie più nove sul grado di responsabilità umana; argomentò sottilmente intorno alle circostanze di fatto, per farne risultare tutto ciò che occorreva a dimostrare la provocazione grave e l'ingiuria.
Qui veniva a taglio una pittura commoventissima di quella morbosa gelosia senile, che doveva avere tutti gli strazi e le collere furibonde dell'umiliazione e dell'abbandono.
Sì, egli lo sapeva, non erano le coscienze di uomini onesti, vissuti nel culto della famiglia, resi più sensibili dagli agi, che avrebbero potuto scendere negli abissi di quei cuori tenebrosi e di quelle infime esistenze per scoprire il movente di certe delittuose follie.
Forse soltanto il sentimento più delicato e immaginoso di quelle dame eleganti, avrebbe potuto sorprendere il tenue filo per cui si legano i fatti più mostruosi al sentimento più nobile in quegli animi rozzi.
Egli seguì cotesta fatale concatenazione che c'è fra tutti i sentimenti e le azioni umane con una analisi così acuta, che più di un onesto padre di famiglia sentì turbata la sua digestione dallo smarrimento della colpa, mentre era lì, seduto a giudicare, pensando al ricolto del podere, o al fresco del terrazzino dove lo stava aspettando la famigliuola.
Per poco non si udirono degli applausi alla perorazione dell'avvocato.
Lo stesso presidente gli fece velatamente i mirallegro.
- Accusato, avete nulla da dire a vostra discolpa? - conchiuse il presidente.
L'accusato si alzò di nuovo, colle braccia penzoloni, lungo la sua stecchita persona, e un gesto vago dell'indice, come d'uomo persuaso di quel che dice.
- Signor presidente, ho ucciso Rosario Testa, devo andare a morte anch'io, com'è scritto nella legge, e va bene.
La Malerba, poveretta, è quella che è, e anche ciò va bene.
Ma quando me la lasciavano sulla panchina del molo come una scarpa vecchia, chi andava a dirle una buona parola ero io; e a chi ella diceva una buona parola quando aveva il cuore grosso, ero io pure.
Gli altri, pazienza, oggi questo, domani quell'altro; le buttavano dei soldi e delle male parole, ed essa non ci pensava più.
Ma Testa, nossignore! Essa quando era stata con lui, mi ritornava a casa tutta sossopra, cogli occhi che pareva ci avesse la luminaria dentro.
Io glielo aveva detto a Testa: "Guarda che a te non te ne importa.
Tu ci hai moglie e figliuoli; ma io non ho che questa qui, Testa!" -
Poi tornò a sedersi, accennando ancora del capo, mentre la Corte si ritirava per deliberare.
E rimase immobile, nell'ombra, aspettando il suo destino.
Era venuta la sera.
La folla s'era diradata, e nella sala accendevano il gas.
Infine squillò di nuovo un campanello, e comparvero di nuovo le stesse toghe nere, le stesse facce pallide e stanche che guardavano l'imputato.
Egli non capiva nulla delle frasi che borbottavano in mezzo a quella folla, nell'ombra.
Intese solo il presidente che pronunziava la condanna: - A vita! -
E si alzò un'ultima volta, barcollando sulle gambe, accennando sempre coll'indice quel gesto vago ch'era tutta la sua eloquenza, e balbettò:
- Io glielo avevo detto a colui, signor presidente -.
LA FESTA DEI MORTI
Nella collina solitaria, irta di croci sull'occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d'armenti, c'è un'ora di festa, quando l'autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta.
Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.
Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c'era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori.
Solo un istante i vetri della sua finestra s'accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell'azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare.
Ai suoi piedi, nell'abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti - nell'ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent'anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò "la Camera del Prete".
Dal largo, verso Agnone, i naviganti s'additavano l'illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.
Tutto l'anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s'internava muggendo nella "Camera del Prete", e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l'amo.
Un palombaro che s'era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott'acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch'era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s'accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt'intorno, rosi dall'acqua, e bianchi quali ossa al sole.
L'onda che s'ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell'ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s'era strascinato via.
L'estate, nell'ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l'onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia.
- Così quel prete, un sant'uomo, aveva perso l'anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei - la tentazione - era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure.
Da cent'anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata.
Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati.
La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l'altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane.
L'alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate.
Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all'immobilità di quei cadaveri.
Erano defunti d'ogni età e d'ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l'ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre.
Dallo spiraglio aperto nell'azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli.
I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d'angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude.
Poscia, nell'ore in cui il sole moriva sull'orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime.
Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all'altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide.
Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell'ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d'orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell'ora torbida dell'agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all'altra, come li porta il vento.
- Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero.
- Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d'aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch'esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito!
A quell'ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella "Camera del Prete", recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.
Più nulla! più nulla! - Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo.
- Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più.
Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell'altro l'arma omicida.
- Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall'agonia.
- Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell'attesa già disperata.
- Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità.
- E neppure le lotte in cui l'uno si è logorato.
- Né le speranze che hanno accompagnato l'altro sin là.
- Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato.
- Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita.
- Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte.
- Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani.
- E non l'azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio.
- L'onda che s'ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla "Tavola del Prete" si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.
Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura.
La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l'argano vi geme in mezzo al baccano degli operai.
Quando rimossero l'enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall'incantesimo.
Il mare spumeggiante sotto la catena dell'argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della "Camera del Prete".
Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi.
Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto.
Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.
ARTISTI DA STRAPAZZO
Su tutte le cantonate immensi cartelloni a tre colori annunziavano:
CAFFÈ-CONCERTO NAZIONALE
QUESTA SERA
DEBUTTO DI MADAMIGELLA EDVIGE
GRAN SUCCESSO DEL GIORNO
SENZA AUMENTO SUL PREZZO DELLE CONSUMAZIONI
I pochi avventori mattutini del "Caffè-Concerto Nazionale", già avvezzi ai grandi successi, non degnavano neppure di un'occhiata il lenzuolo bianco, verde e rosso, sciorinato dietro il banco, sul capo della padrona, la quale stava discutendo con una ragazza alta e magra, che la supplicava a voce bassa, in atteggiamento umile, infagottata nella cappa lisa.
In un canto il lavapiatti sbracciato scopava un tavolone che la sera faceva da palco, parato a drappelloni bianchi, verdi e rossi; ornato di corone d'alloro di carta, che pendevano malinconiche.
La padrona scrollava il capo ostinatamente, stringendosi nelle spalle.
L'altra insisteva sempre a mani giunte, facendosi rossa, quasi piangendo.
Infine, come entrò un forestiero stracco a bere un moka da venti centesimi, col naso sul giornale del giorno innanzi, la ragazza si rassegnò ad intascare i pochi soldi che la padrona le contava ad uno ad uno sul marmo, con un fare d'elemosina.
Alle otto in punto di sera, accesi i lumi del pianoforte, il maestro, un giovanotto allampanato sotto una gran barba e uno zazzerone che se lo mangiavano, dopo un grande inchino alla sala quasi vuota, incominciò timidamente una ouverture di propria fabbrica, mentre il "Caffè-Concerto Nazionale" andavasi popolando a poco a poco.
Dopo montò sul tavolone un pezzo d'uomo, vestito tutto di rosso come un gambero cotto, con due enormi sopracciglia alla chinese, per darsi un'aria satanica, e dei cornetti inargentati.
Egli si mise ad urlare "la canzone dell'oro" come un ossesso, allargando le gambe sul tavolato, stendendo gli artigli minacciosi verso l'uditorio, con certi occhi terribili e certe boccacce sardoniche che volevano incutere terrore.
Al "dio dell'oro" mescolavasi l'acciottolìo dei piattini, lo sbattere dell'usciale e la voce dei tavoleggianti, i quali gridavano: - Panna e cioccolata! - oppure: - Tazza Vienna! - Mefistofele salutò lo scarso pubblico, che non gli badava, e scese adagio adagio la scaletta col mantelletto ad ali di pipistrello che gli sventolava dietro.
- Stasera avremo il gran debutto, - osservò un avventore che centellava da tre quarti d'ora una chicchera di levante.
- Il successo del giorno! - grugnì il vicino, ch'era sempre lì a quell'ora, colla coppa di Vienna vuota dinanzi, un mucchio di giornali sotto la mano, e la moglie addormentata accanto.
Infatti, dopo il pezzo con variazioni per pianoforte sulla Stella confidente venne il duetto dell'Ernani, e comparve un'altra volta dalla cucina il baritono vestito alla spagnuola, con un medaglione d'ottone che gli ballava sul ventre, e un cappello piumato in testa, facendo largo a madamigella Edvige, tutta di bianco come un fantasma, sotto la polvere d'amido e la veste di raso del rigattiere.
- Che braccia magre! - osservò un dilettante, fiutandole quasi sotto i guanti lunghi e duri di benzina.
Carlo V offrì cavallerescamente la mano ad Elvira per montare sul palco malfermo, e lì, nella gran sala piena di fumo, il duetto incominciò.
Ahimé! una vera delusione pel pubblico e pel Caffettiere.
Madamigella Edvige aveva una voce stridente che faceva voltare arrabbiati anche i tranquilli lettori di giornali; e la poveretta, pallida come una morta, aveva un bell'annaspare colle mani, e dimenare i fianchi, rizzandosi sulla punta delle scarpette di raso troppo larghe, per acchiappare le note.
Una voce, dal fondo della sala gridò: - Presto! un bicchier d'acqua! - E tutto l'uditorio scoppiò a ridere.
Carlo V invece se la cavava magnificamente, avendo le signore dalla sua, pei suoi effetti di polpa, sotto le maglie di colore incerto, e le sue note alte che assordavano perfino i camerieri, e facevano tintinnare le gocciole delle lumiere.
La debuttante scese dal palco più morta che viva, incespicando, colle sottane in mano, fra gli spintoni dei tavoleggianti che correvano di qua e di là, portando i vassoi in aria.
Il dilettante di prima osservò pure:
- Che piedi! -
Seduta in un cantuccio della cucina, fra i lazzi degli sguatteri, e il fumo delle casseruole, la debuttante aspettava scorata la sua sentenza, ed anche la cena, ch'era compresa nell'onorario, alla tavola comune, insieme al cuoco, il baritono, i camerieri ed il maestro, ancora in cravatta bianca.
Quest'ultimo, un gran buon diavolo, malgrado la sua barbona, cercava di confortarla come poteva: - La sala era tanto sorda! Chissà, una seconda volta, quando fosse stata più sicura dei suoi mezzi...
- La poveretta rispondeva di tanto in tanto con un'occhiata umile e riconoscente a quelle buone parole.
Il baritono intanto, con un pastrano peloso gettato sul giustacuore di Carlo V, e un tovagliuolo al collo, divorava in silenzio.
- Artisti bisogna nascere! - osservò infine a bocca piena.
La padrona, chiuso il libro e spenti i lumi del Caffè, era scesa in cucina a dare un'occhiata.
Alla povera ragazza, che aspettava col viso ansioso, disse bruscamente:
- Cara mia, me ne dispiace, ma non ne facciamo nulla.
Avete visto che fiasco? -
L'altra rimaneva a capo chino, coi fiori di carta nei capelli, e le spalle infarinate.
- Mangiate, mangiate pure! - ripigliava la padrona, una buona donna.
- Che diamine! Non voglio che la gente vada via a pancia vuota da casa mia -.
Il maestro, che pensava al poi, le spingeva il piatto sotto il naso.
Ma la poveretta non aveva più fame; si sentiva la gola come stretta dai singhiozzi; andava riponendo adagio adagio nella borsetta i guanti lavati, i fiori di carta, e le scarpette di raso; senza però potersi risolvere ad andarsene.
Due ragazzacci, che parlavano forse di tutt'altro, si misero a sghignazzare.
Allora essa salutò umilmente tutti, e s'avviò.
Sulla porta un cameriere in giubba stava spengendo i lumi, e staccava il cartellone del Concerto, canticchiando: - Gran successo del giorno! -
Per la via buia e deserta da stringere il cuore, correvano le prime raffiche d'autunno.
Il maestro, mosso a compassione, le era corso dietro.
- Vuol essere accompagnata a casa?...
Senza complimenti.
- No, grazie, sto lontano assai.
- Diamine! diamine! Anch'io sono aspettato a casa...
Ma non posso lasciarla andare sola come un cane...
Vuol dire che affretteremo il passo.
- Davvero...
Non vorrei abusare.
- No, no, spicciamoci piuttosto! Anche per me è tardi...
Ci ha qualcuno che l'aspetti?
- Nossignore, nessuno.
- Almeno ci avrà qualche conoscente qui?
- Neppure, signore; sono arrivata la settimana scorsa, con una lettera pel Caffè Nazionale: una corista, mia compagna che vi era stata questa primavera, mi disse che ci avrei trovato qualche cosa, non molto, è vero, ma nella stagione morta, sa bene...
Laggiù, alla piazza, erano rimaste cinquanta persone sulla strada, dopo la fuga dell'impresario.
Dicono che anche lui, poveraccio, ci abbia perso tutto il suo...
-
Il maestro pensava intanto a quei giorni terribili in cui una notizia simile era arrivata come un fulmine al Caffè, sulla faccia stravolta di un artista, e s'erano trovati tutti, raccolti dallo stesso terrore, davanti alla porta chiusa del teatro.
Poi erano corsi in folla all'agenzia, come pazzi, in paese straniero, in mezzo a gente di cui non conoscevano la lingua, e che si fermava sorridendo al passaggio di quella turba affamata.
E le lunghe ore dei giorni interminabili, passate al Caffè, il solo rifugio, con una tazza di birra dinanzi, le notti terribili d'inverno, le camicie portate tre settimane, il mozzicone di sigaro raccattato di nascosto.
Sentiva perciò una grande simpatia per quell'altra derelitta, e le andava dicendo:
- Coraggio! coraggio! Bisogna farsi animo! L'aiuterò anch'io, come posso...
È vero che non posso far molto...
Son forestiero come lei...
E non sono stato sempre fortunato...
Ma vedrà che il buon tempo giungerà anche per lei...
Diavolo! diavolo! Dov'è andata a scovarlo quest'albergo, così lontano?
- Me lo indicarono laggiù...
perché spendessi meno...
Mi rincresce per lei!...
- No, no...
È che m'aspettano a casa...
Sanno l'ora, press'a poco...
Mi toccherà inventare qualche storiella...
Ma lei non pensi a questo...
Deve aver altro in testa, lei, poveretta! Ci dorma su, si faccia animo, che quanto potrò lo farò ben volentieri per lei.
- Oh, signore!...
Com'è buono!...
- Niente, niente, una mano lava l'altra.
Se non ci aiutiamo fra di noi! Il male è che non posso far molto!...
Infine ella disse:
- È qui -.
Picchiò all'uscio di un albergaccio d'infima classe, e gli strinse la mano colle lagrime agli occhi.
Aveva la faccia tanto buona, colla barba lunga, e il misero paletò che il vento gli incollava addosso come fosse di lustrino.
Dalla finestra una vociaccia assonnata rispose brontolando:
- Vengo! vengo! Bell'ora di tornare a casa! -
Anche lui, in quel momento, la guardò negli occhi, le strinse forte la mano due o tre volte, mosse le labbra, per dire qualche cosa, infine proruppe: - Me ne vado, sono aspettato.
Buona notte! Buona notte! - E partì correndo.
La stanzuccia, che pigliava lume da un finestruolo sulla scala, costava cinquantacinque centesimi al giorno, tre soldi di pane e latte la mattina, trentacinque centesimi il desinare.
La sera poi doveva spendere altri sei soldi per andare al Caffè Nazionale, dove era quasi certa di vedere il maestro, la sola persona che conoscesse nella città.
Negli intermezzi, quando poteva, egli andava a salutarla; da lontano, prima di parlare, gli si vedeva in viso la stessa notizia scoraggiante: - Nulla ancora! - Poi, al vederla così triste e rassegnata, colla chicchera di Caffè vuota sul tavolino, voleva pagar lui.
Ma essa non permetteva, arrossendo fino ai capelli.
- No, signore, un'altra volta! - Egli non osava insistere, ma avrebbe voluto che lei lo considerasse come un vero amico, come un fratello.
Le confidava i suoi piccoli guai, anche lui, per incoraggiarla.
Le narrò a poco a poco tutta la sua vita, proprio come a una sorella, oggi una cosa, domani l'altra: il fallimento dello zio che s'era preso cura di lui orfano, la vocazione strozzata dal bisogno, il pane trovato con mille stenti qua e là, tutta la sua giovinezza scolorita, scoraggiata, senza gioie, senza fede, senza amore.
Essa allora sorrideva, scotendo il capo con una grazia giovanile che la faceva tornar bella.
- No, no! Ve lo giuro! Mai! - Allora chinavano il viso, malinconici.
Una volta i loro occhi s'incontrarono, e si fecero rossi tutti e due.
Ma spesso egli giungeva accompagnato da un donnone coi baffi come un uomo d'arme, la quale aveva il colorito acceso, con un gran cappellone di felpa ornato di piume rosse, ed era serrata in una veste di seta grigia che pareva dovesse scoppiare a ogni momento.
Quelle volte il maestro non osava muoversi neppure; il donnone, dal suo posto, non lo perdeva di vista un momento, sotto le piume rosse del cappellone.
- È la mia padrona di casa, una buona donna, - le aveva detto lui.
- Ma quando ci vede insieme faccia finta di niente, per carità! -
Fu come una fitta al cuore.
Il baritono che l'incontrò per la strada, tutta sottosopra, le propose di accompagnarla.
- Permettereste voi, mia bella damigella, d'offrirvi il braccio mio, per far la strada insieme? - Ella ricusava.
Andava molto lontano...
Non voleva abusare...
- Ma che! ma che! Bagattelle! D'altronde son ben coperto.
Con questa pelliccia qui, potrei andare sino al Polo! Senta! senta! Un regalo dei miei amici di Odessa.
Tutta volpe di Siberia; una bestia che vende cara la sua pelle a quello che dicono!...
Eh! eh! Comincia presto l'inverno quest'anno! Non c'è male, n'è vero?...
Buona notte, maestro! -
Questi passava rattrappito nel suo paletò, dando il braccio alla sua compagna, di cui la veste grigia luccicava come un'armatura sotto il lampione.
- È la fiamma del maestro, - aggiunse il baritono.
- Una pira, come vede! Però un buon diavolaccio anche lui! Un po' timido, un po' bagnato, come diciam noi, ma il mestiere lo conosce, ve lo dico io! Quando vi siete mangiate quelle note della cabaletta, la sera del vostro debutto, vi rammentate? do, sol, do, nessuno se n'è accorto.
Peccato che non riempiano lo stomaco le note che si mangiano, eh! eh! eh! Capisco, capisco, l'emozione, la paura...
Ma bisogna aver la faccia tosta, mia cara; e sputar fuori le vostre note pensando che quanti stanno ad ascoltarvi sono tutti una manica di cretini, se no non si fa nulla! Però vorrei sapere chi è quel boia che vi ha messo in questo mestiere, senza voce come siete!
- La voce ce l'avevo.
Fui ammalata tanto tempo e d'allora in poi, in principio dell'inverno ci ho sempre come una spina qui...
- Ah! ah! Peccato! Alle volte, vedete, succedono di queste cose che si farebbe scendere gli dei del cielo!...
-
In fondo, del cuore ce ne aveva anche lui, sotto la pelliccia, e sapendo che era a spasso cercava di consolarla come poteva.
- Bisogna farsi animo, mia cara amica.
Cent'anni di malinconia non ci danno una sola giornata buona.
E poi son cose che abbiamo passate tutti quanti.
La va così, per noi altri artisti.
Oggi fame, domani fama! Non parlo per me, ché non posso lagnarmi, grazie a Dio! M'hanno sempre voluto bene da per tutto! Guardate questo anello di brillanti! E queste catenelle d'oro, oro di ventiquattro carati, garantito! Ma ogni santo ha la sua festa.
Vedrete che verrà la vostra festa, anche per voi! -
Chiacchierava, chiacchierava, con una certa bonomia che gli veniva in quel momento dallo stomaco pieno, dalla pelliccia calda, dal bicchierino di cognac, e anche dalla vicinanza di quella giovane simpatica, che sentiva tremare di freddo sotto il suo braccio, nella via deserta.
- Vedrete che verrà la vostra festa.
Bisogna tentare un'altra volta; in un'altra piazza, ben inteso! Peccato che non abbiate voce! Avete provato se vi vanno le canzonette allegre? Per quelle si fa anche a meno della voce.
Ma occorrono altri requisiti: del tupé, l'occhio ardito, i fianchi sciolti...
e un po' più di polpa, che diavolo! È vero che questa può venire...
siete giovane!...
-
Così dicendo l'esaminava dalla testa ai piedi, ogni volta che passavano sotto un lampione, col fare allegro e senza cerimonie di buon camerata.
- E non bisogna fare tante smorfie, cara mia.
Colle smorfie non si mangia.
E non aver neppure dei grilli in capo.
Io, come mi vedete, ho fatto i primi teatri del mondo; potete dimandare a chi volete di Arturo Gennaroni; eppure quando vennero ad offrirmi la scrittura pel Concerto del Caffè Nazionale non mi feci tirar le orecchi.
Si piglia quel che capita.
Oggi qui, domani là.
Come? ci siamo di già? Avrei fatto altri due passi, per avere il piacere di stare con voi ancora.
Il tempo passa presto.
Che bella serata, in così buona compagnia eh? Un freddo secco che fa bene allo stomaco.
È quello il vostro albergo? Hum! hum! Quasi quasi v'offrivo ospitalità in casa mia! -
E com'essa si stringeva all'uscio: - Eh, non abbiate paura! Che non voglio mica mangiarvi per forza.
Non volete? Buona notte! -
Il maestro le aveva procurato due o tre indirizzi d'agenti teatrali ai quali l'aveva raccomandata.
La presentò ad un impresario che montava un'operetta.
Tutti rispondevano: - Pel momento non c'è nulla -.
L'impresario soggiunge: - Bisogna vedere se vi è rimasta qualche altra cosa di bello, figliuola mia, perché la voce se n'è andata.
Be', be', se avete di questi scrupoli non ne parliamo più! -
Ella tornava indietro così avvilita che il maestro si fece animo per dirle: - Sentite...
È un pezzo che volevo dirvelo...
Se avete bisogno di denaro...
forestiera come siete...
senza amici...
senza aver altri conoscenti...
Non son ricco, è vero...
Ma quel poco che ho.
No! no! non vi offendete.
In imprestito, vedete! Come tra fratello e sorella!...
-
Ella scoppiò a piangere.
- Dio mio! Vi ho forse offesa? Non intendevo offendervi, vi giuro.
Se mi volete un po' di bene anche voi!...
Io ve ne voglio tanto!...
Basta, basta, perdonatemi! Sia per non detto! Ma promettetemi almeno che se mai...
il giorno in cui...
Pensate che vi voglio bene...
come un fratello...
E vorrei che anche voi...
-
Ella gli stringeva le mani, colle lagrime agli occhi, per dirgli di sì...
che anche lei...
che gli prometteva...
Ma piuttosto sarebbe morta.
Da tutti, da tutti, prima che da lui! Glien'era riconoscente, sì! Avrebbe voluto anzi dirgli tante cose, per provarglielo, che non ci aveva più nessun altro in cuore...
che quell'altro a poco a poco se n'era andato via, com'era andato lontano; e domandargli della donna che spesso veniva con lui al Caffè, e le dava una stretta al cuore...
Delle sciocchezze, via! ma non sapeva da che parte incominciare.
Egli sembrava sulle spine, ogni volta che erano insieme, guardava intorno, con aria inquieta; evitando d'incontrarla, nelle vie frequentate, scappando subito con un pretesto se c'era gente.
Uno dopo l'altro aveva prima impegnato i pochi oggetti che avessero qualche valore: gli orecchini, il braccialetto d'argento dorato, la poca roba d'estate, fino il baule dove la teneva.
Tanto non poteva più andarsene.
Poscia vendette le polizze dei pegni.
Alla posta, l'ultima speranza degli sventurati in paese straniero, le rispondevano invariabilmente, due volte al giorno:
- Nulla! -
Una sera che ne usciva barcollante, incontrò il baritono, Arturo Gennaroni, sempre impellicciato, che le fece un gran saluto cerimonioso, levando in alto il cappello come se volesse dire evviva! Giusto voleva presentarle l'amico che era con lui - Temistocle Marangoni, il primo basso del mondo! - un uomo di mezza età, tutto capelli e barba, con un cappellone a cono, drappeggiato in un mantello grigio, e che sembrava che parlasse di sottoterra.
- E dove corre, signora Edvige? Voleva sfuggirmi? Non è mica in collera con me, spero! -
Ella si scusava di non aver udito perché credeva che non dicesse a lei: - Io mi chiamo Assunta.
Ma sul cartellone la padrona del Caffè pretendeva che quel nome non facesse...
- È vero, è vero.
Anche il mio è un nome di guerra, per riguardi di famiglia, sa bene.
Mio padre è il primo negoziante di Napoli.
Laggiù hanno ancora dei pregiudizi...
Sa bene...
Veniamo con lei, se non le dispiace -.
Strada facendo aggiunse che era libero quella sera, perché la padrona del Caffè Nazionale l'aveva licenziato - una cabala che gli avevano inventato contro per gelosia di donne.
Temistocle, lì, poteva dirlo.
- Il basso agitava il barbone per attestarlo.
Anche a lui avevano rubato la scrittura, quell'animale di Gigi Lotti, una scrittura di seimila franchi, viaggio intero pagato, col pretesto che la conferma al telegramma non era venuta.
Ma gli voleva rompere il muso, la prima volta che l'incontrava alla birreria! Gennaroni, intanto che il suo amico si sfogava, chiedeva ad Assunta cosa avrebbe fatto della sua serata.
- Si voleva andare al Concerto del Caffè Nazionale? Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della padrona fosse venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga.
- Andiamo, andiamo.
Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce n'è sempre qui.
Veniteci anche voi, bella Assuntina.
Chissà che non troverete il fatto vostro? -
Sul tavolato, in mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi neri come avesse il colèra, e i pomelli color cinabro, nuda fino allo stomaco, strillava con voce rauca delle canzonette che facevano andare in visibilio l'uditorio, schioccando le dita, e con una mossa dei fianchi che faceva svolazzare la sua gonnella corta sino ai legaccioli.
Un vecchiotto, seduto in prima fila, col mento sul pomo dell'ombrello, si crogiolava dal piacere, ammiccando ai vicini, ridendo nella bazza, applaudendo anche col cranio calvo sino alle orecchie.
Una modesta famigliuola, padre, madre e figliuoli in abbondanza, era venuta a solennizzare la festa al Caffè, ridendo saporitamente; solo la maggiore, una ragazzina magra e nera come un tizzone, dimenticava persino il sorbetto per ascoltare la cantatrice, sgranando degli occhi enormi, seria seria.
Altri, nella sala, vociavano, picchiavano colle mazze ed i pugni sui tavolini, facevano un chiasso indiavolato, accompagnando il ritornello, interrompendolo con esclamazioni da trivio.
Gennaroni ripeteva: - Ditemi poi se questa è arte! Ditemi se non è vera porcheria! - Tutt'a un tratto si vide la gente affollarsi davanti al palco, intorno a un omettino in tuba il quale gesticolava colle mani in aria.
La donna invece si ostinava, col viso sfacciato, cercando cogli occhi nella folla i suoi protettori.
Un tale, vestito da operaio, coi baffi grossi e la faccia dura, si arrampicò sul tavolato in mezzo ai fischi che assordavano, e prese la cantante per le spalle, spingendola verso due questurini in uniforme che s'erano fatti largo a furia di spintoni, e agitavano le braccia.
Il gruppo scomparve nella folla, verso la cucina, fra un uragano di fischi, d'urli e di risate.
Il baritono si dimenava come un ossesso, smanacciando, gridando: - Bravo! bis! - poi corse a stringere la mano al maestro, ancora sbalordito dinanzi al pianoforte.
- Che cagnara, eh! Ma la colpa non è tua, poveretto! Ci ho gusto per quella carogna della padrona, la quale pretendeva di averne le tasche piene di musica seria, lei e il suo pubblico.
Come se non glielo avessimo fatto noi questo pubblico.
E non le avessi fatto guadagnare più quattrini che non abbia capelli nella parrucca, quella strega! -
Intanto si sbracciava per farsi scorgere, gesticolando, gridando forte, calcandosi ogni momento la tuba sull'orecchio, posando di tre quarti, col bavero della pelliccia rialzato sino alle orecchie, malgrado il gran caldo, e un fazzoletto di seta al collo, come avesse avuto un tesoro da custodirvi.
- Dovresti farle intendere ragione, a quella stupida.
Dovresti metterti in mezzo.
S'è quistione di soldi, si può aggiustarsi.
Non ho mai fatto questione di quattrini per l'arte.
Ma bisogna concludere subito.
Sì o no! Ho delle offerte magnifiche per l'estero.
Domattina devo dare una risposta -.
Poi tornò al suo posto trionfante, facendosi largo nella folla.
- Ah! ah! ve lo dicevo io! Ora tornano a pregarmi! Mi hanno offerto carta bianca.
Hanno bisogno di me per fare andare la baracca! -
Il basso gongolava, come se si fosse trattato di lui, picchiava sul tavolino per ordinare altra birra.
- Ogni conoscente che entrava nel Caffè lo invitava a prendere qualche cosa, facendo segno coll'ombrello, chiamando ad alta voce.
- Tienti sulla tua, sai, Gennaroni! Fatti tirar le orecchie, prima di dir di sì! - L'altro scrollava il capo, minaccioso, come a dire: - Vedrete! vedrete! - Poi si alzava in piedi e faceva le presentazioni in regola: - Romolo Silvani, primo ballerino.
- Augusto Baracconi, primo tenore assoluto, e suo fratello.
- Ernesto Lupi, distinto pittore.
- Fiasco completo, amici miei! Peccato che siate venuti tardi! - Essi, per cortesia, tornavano a pregarlo che narrasse.
Ma Baracconi fratello stava col naso nel bicchiere, tutto intento a godersi il trattamento; Lupi disegnava delle caricature sul marmo del tavolino; il tenore diceva roba da chiodi di un collega sottovoce con Marangoni, e Silvani, dall'altro lato, domandava se quella bella giovane appartenesse all'amico Gennaroni, lisciandosi i baffettini neri come la pece, accarezzando la chioma inanellata, componendo la faccetta incartapecorita a un risolino seduttore.
Tutti quanti però, a ogni pezzo nuovo, quando Gennaroni atteggiava il viso a una boccaccia di disgusto, facevano coro per sdebitarsi coll'amico, battendo in terra coi tacchi e coi bastoni, vociando - basta! basta! - mettendosi a sghignazzare.
Il baritono infine, vedendo che il maestro non osava prendere le sue parti, quasi fosse inchiodato al pianoforte, andò a salutare la padrona del caffè, colla scappellata alta, tutto gentilezze, mentre essa cambiava i gettoni e teneva d'occhio i garzoni che uscivano dalla cucina.
In quella entrò il donnone del maestro, più accesa in viso che mai.
Aveva udito il baccano dalla strada, mentre veniva a prendere Bebè.
- No, no, lui non ci ha colpa, - le dicevano gli amici.
Gennaroni, che tornava dal banco fuori di sé, aggiunse ch'era proprio un bebè, un pulcino bagnato, uno che non era capace di dir due parole per un amico.
Le domandava ridendo se le capitava di dargli le sculacciate, qualche volta.
L'altra continuava a ridere, scrollando le piume del cappello.
- No, no, era così buono il poveretto! proprio come un fanciullo! A lasciarlo fare se lo sarebbero mangiato vivo, certe sgualdrinelle che sapeva lei! - Infine se lo prese sotto il braccio, e se lo portò via.
Gli altri se n'erano andati pure ad uno ad uno.
Il basso protestò che correva a vedere se era giunto il telegramma, e piantò lì il bicchierone vuoto su di una pila di piattelli.
Assunta rimaneva sbalordita, colla tazza a metà piena, il cappellino di paglia e la eterna cappa grigia che la facevano sembrare più misera.
Nell'uscire barcollava perché non aveva preso altro tutto il giorno, quasi il chiasso le avesse dato alla testa.
- Che avete? - chiese Gennaroni.
- Eh, la birra! Non ci sarete avvezza! - Essa invece pensava a quella disgraziata che l'avevano mandata via coi questurini.
- Non temete, no; che il pane non gli manca a quella lì...
e il letto neppure! - conchiuse il baritono.
Tirava vento, e cominciavano a cadere i primi goccioloni della pioggia.
- Sentite, cara Assunta.
Adesso dovreste fare una bella cosa: venirvene a casa mia a scacciare insieme la malinconia! Avete visto come fanno gli altri? Ciascuno colla sua ciascuna! Ci avete il vostro ciascuno voi? -
Ella non rispondeva, colla testa sconvolta, il cuore stretto da un'angoscia vaga, un senso di sconcerto nello stomaco, davanti agli occhi una visione confusa dell'albergatrice arcigna che voleva esser pagata, dell'impiegato postale che le rispondeva - nulla! -, dei visi sconosciuti in mezzo ai quali andava e veniva tutto il giorno, della donna enorme che si era portato il maestro sotto il braccio - intirizzita dalla tramontana, coi ginocchi che le si piegavano sotto.
L'altro seguitava a stordirla chiacchierando, soffiandole sul viso le sue parole calde e il fumo del sigaro, stringendole forte il braccio sotto la pelliccia.
Allo svoltare di un'altra via essa alzava gli occhi, e si guardava intorno, balbettando: - Dove andiamo? Dove andiamo? - come fuori di sé.
Gennaroni le diceva adesso delle parole dolci e sonore che la stordivano: - vieni meco! Sol di rose, intrecciar ti vo' la vita...
- colla chiave che s'era levata di tasca aveva aperto un usciolino sgangherato.
Nell'androne buio, prima d'accendere un fiammifero, se la strinse sul costato come nel melodramma, di tre quarti, un braccio sulla spalla e l'altro sotto l'ascella.
Là nel lettuccio magro e cencioso della cameraccia nuda che prendeva lume da un cortiletto puzzolente, ella gli narrò il povero romanzo della sua vita, per quel bisogno d'abbandono con cui gli si era data, mentre egli sbadigliava, cogli occhi gonfi, e l'alba insudiciava le pareti untuose, da cui pendevano appesi ai chiodi i costumi stinti da teatro.
- Aveva amato un giovane che usciva dal Conservatorio, con due o tre spartiti pronti, e intanto s'era messo a dozzina in casa loro, per sessanta lire al mese, tutto compreso.
Gli altri pigionali erano un professore, un impiegato al dazio, e due studenti.
Sua sorella lavorava in un magazzino di guanti; il babbo era guardia municipale; lei gli avevano consigliato d'imparare il canto, che sarebbe stata una fortuna per tutti, e le avevano fatto lasciare anche il mestiere d'orlatrice, col quale si sciupava le mani, per novanta centesimi al giorno.
Finché giungevano le vacanze, nove mesi dell'anno, si stava piuttosto bene.
Poi quando gli studenti se ne partivano, il professore andava a fare i bagni, e l'impiegato desinava in un'osteria fuori porta per risparmiare i soldi dell'omnibus, si restringevano un po' nelle spese, e il giovane del Conservatorio s'adattava con loro, proprio come uno della famiglia.
Le domeniche andavano a spasso insieme; qualche volta egli portava un bel cocomero, e si faceva festa, nel terrazzino.
Soleva dire scherzando: - Ce ne ricorderemo poi, quando saremo ricchi, sora Assunta! - Era così buono! aveva negli occhi un non so che, come vedesse lontano tante cose, e diceva che l'arte gli spingeva delle nuvole d'oro sconfinate nel pezzettino di cielo che si vedeva al di sopra del vicoletto, allungando il collo.
La sera si metteva a sonare al buio, pratico com'era della tastiera, ed essa stava ad ascoltare più che poteva, dietro l'uscio, quella bella musica che le penetrava al cuore come una dolcezza.
Egli che se n'era accorto infine, le diceva di tanto in tanto: - Le piace? dice davvero? - Voleva pure che Assunta gli cantasse la sua musica.
Un giorno che la sua voce gli era piaciuta tanto, tanto che a lei stessa le sembrava fosse un'altra che cantasse, egli si alzò all'improvviso dal pianoforte, e la strinse fra le braccia, tutta tremante anche lei, senza sapere quel che si facessero.
La mamma, povera e santa donna, non ne seppe nulla.
Allorché fu impossibile nascondere quello che era avvenuto, il giovane scappò al suo paese, per paura del babbo municipale.
Ella ne fece una malattia mortale, durante la quale la mamma sola veniva a trovarla di nascosto.
Un giorno le disse piangendo che lui se n'era andato via lontano, in Grecia, in Turchia, molto lontano insomma! Era svanita l'ultima speranza.
All'ospedale, appena fu guarita, non vollero lasciarla.
Il babbo aveva giurato che non l'avrebbe più ricevuta in casa sua.
Un avventore della guantaia dove lavorava sua sorella le aveva procurato una scrittura di corista al Politeama.
D'allora aveva girato il mondo, da un teatro all'altro, viaggiando in terza classe, dormendo in alberghi dove la notte venivano a bussarle all'uscio e a minacciarla, digiunando spesso per mantenersi onesta, passando lunghe ore nell'anticamera di un'agenzia, assediando il camerino dell'impresa per essere pagata, impegnando la roba d'estate per coprirsi l'inverno.
A Mantova s'era ammalata d'angina, mentre provavano il Ruy Blas, e aveva perso la voce.
La mamma era morta giusto mentre era all'ospedale.
Il babbo s'era rimaritato.
La sorella era andata via di casa per non stare colla matrigna.
- Un bel porco, quel tuo allievo del Conservatorio! te lo dico io! - conchiuse Gennaroni, stirandosi le braccia.
Ora pur troppo gli era cascata addosso quella tegola sul capo! per un momento di debolezza, per aver troppo cuore, e non trovare il verso di dirle: - Cara mia, ogni bel giuoco vuol durar poco! - Ella non se ne dava per intesa, aveva fatto lì il nido come una rondine.
Una che non era neanche buona a stirargli i solini, o a fargli uno stufatino con patate.
Giusto in quel momento poi che si trovava a spasso, e i soldi volavano come avessero le ali! Vero che la poveretta non si lagnava mai, fossero carezze o schiaffi, mangiava poco, e non chiedeva neppure un paio di scarpe.
Ma, tanto, era un altro peso.
Agli amici, che le facevano l'occhietto, Gennaroni, fra burbero e scherzoso, soleva dire: - Da cedere con ribasso, per liquidazione! -
Avevano preso a frequentare un caffeuzzo oscuro annesso al teatro, una specie di succursale dell'agenzia, dove bazzicavano soltanto gli artisti a spasso, che vi facevano un gran consumo di virginia ai ferri e d'acqua fresca, sparlando dei colleghi assenti, portandovi le prime notizie dei fiaschi, sempre a caccia di cinque lire, e giocando alle carte sulla parola.
Gennaroni vi conduceva la sua amante di prima sera, per risparmiare il lume; la faceva sedere nel suo cantuccio, lì vicino alla stufa, dove nessuno andava a disturbarla, giacché il garzone del caffè era avvezzo a non seccar la gente se prima non lo chiamavano, e si metteva a giocare a scopone, oppure se ne andava pei suoi affari.
Spesso le diceva: - Sai, mia cara, io non sono geloso! - Ma il primo ballerino si limitava a strizzarle l'occhio da lontano, col gomito appoggiato al banco, e il busto inarcato sotto la giacchetta bisunta.
Marangoni, all'ombra del suo enorme cappellaccio, facendole il solletico colla barbona nel parlarle all'orecchio, le chiedeva, colla sua bella voce che sembrava venire di sotto il tavolino: - Quando verrà il mio quarto d'ora? - E Lupi diceva che voleva farle il ritratto, "se era tutt'oro quello che riluceva".
- Oro di coppella, com'è vero iddio! - sghignazzava Gennaroni.
Il tenore invece non parlava d'altro che di scritture e di telegrammi che aspettava; di cabale che gli montavano contro tutti i giorni; di gente a cui voleva rompere il muso.
Dell'amore, lui, non sapeva che farne: era buono da mettere in musica soltanto; più d'una volta cogli amici aveva detto chiaro e tondo quel che pensava di Gennaroni, lui stupido che si era appiccicato quel cerotto, una che tossiva sempre, come se gli fossero mancate altre donne, a quel macaco!
Una sera capitò anche il maestro, il quale aveva fatto san Michele lui pure, ora che al Caffè Nazionale c'era un giocatore di bussolotti.
Gennaroni si fregava le mani sbraitando: - Vedrete che chiuderanno fra due mesi! Ve lo dico io! - Assunta si sentì come un tuffo nel sangue appena vide entrare il maestro, e avrebbe desiderato che egli non si accorgesse di lei, nel suo cantuccio presso la stufa.
Il poveraccio era così disfatto e scombussolato che non sapeva nemmeno come rispondere a tutti coloro che gli facevano ressa intorno.
Poi, come la scorse, cogli occhi addosso a lui, andò a salutarla, domandandole come stava, se aveva trovato qualche cosa, nel tempo che non s'erano più visti.
Pur troppo, anche lui non aveva trovato nulla!...
se no glielo avrebbe fatto subito sapere!...
Dopo che il maestro ebbe voltate le spalle, incominciarono le osservazione sul conto di lui.
- Quello lì se ne rideva! - Era ben appoggiato! - Appoggiato a un vero pilastro! - Baracconi disse una parolaccia.
Verso la fine di dicembre gli avventori del Caffè del teatro sembravano ammattiti, formando dei crocchi animati, disputandosi fra di loro, cavando ogni momento dal portafogli lettere e telegrammi sudici, correndo sull'uscio, ogni volta che s'apriva, per vedere se giungeva un fattorino del telegrafo.
Il domani di san Stefano erano tutti lì dalle sette, davanti la porta del Caffè, sotto la pioggia, coll'ombrello aperto, ansiosi, guardandosi in cagnesco fra di loro - delle facce nuove che si vedevano soltanto nelle grandi occasioni, pastrani senza pelo e stivaloni infangati, scialli messi a guisa di pled, cappelloni di donna e sottane che sgocciolavano sul marciapiedi.
Alcuni dei vecchi mancavano: il tenore, un basso, rimorchiatovi da poco dal Silvani, e due o tre altri, di cui i rimasti dicevano corna.
Attraverso l'usciale si udiva come un brontolìo sordo di rivoluzione nello stanzone vuoto, dove il Lupi beveva a piccoli sorsi un Caffè caldo, schizzando la testata di un giornale davanti al garzone in maniche di camicia che gli si buttava addosso per vedere, col ventre sul tavolino.
Assunta, rimasta a casa, stava facendo cuocere due uova in una caffettiera posata sullo scaldino, quando udì picchiare all'uscio, e le comparve dinanzi il maestro all'improvviso - così in camiciuola com'era e ancor spettinata.
Egli pure era sossopra, talché non si avvide nemmeno dell'imbarazzo di lei.
- Lei!...
Lei qui! Come ha saputo?...
- Gennaroni stesso.
Siamo stati insieme -.
Ella avvampò in viso, cercando macchinalmente i bottoni della camiciuola.
- Venivo a portarle una buona notizia...
Un mio amico che è incaricato di formare una compagnia pel Cairo...
m'ha promesso di scritturarla.
- Ma...
Non saprei...
così lontano...
- No, no, bisogna risolversi piuttosto...
Bisogna accettare.
- È che...
dovrei parlarne prima a un'altra persona...
Non potrei risolvermi da sola...
così su due piedi...
-
Il maestro le afferrò le mani, quasi per forza:
- Bisogna accettare! Dica di sì...
È pel suo meglio! -
Essa non l'aveva mai visto a quel mondo.
Allora, colla gola stretta da un'angoscia vaga, si fece animo per interrogarlo...
Voleva sapere...
- Gennaroni partirà stasera col diretto.
Deve imbarcarsi a Genova domani, - disse infine il maestro.
- Chi gliel'ha detto? - Lui stesso; lo sanno tutti -.
La poveretta cercò una seggiola brancolando.
- No! no!...
Non può essere! Non mi ha detto nulla!...
Stamattina ancora!...
- Glielo dirà poi, quand'è il momento di partire...
A che scopo tormentarla avanti tempo? - È vero! è vero!...
-
Allora si mise a piangere cheta cheta nel grembiule.
Poscia, quando fu un po' più calma, si asciugò gli occhi, senza dir nulla, e si mise a preparargli la valigia, un bauletto di cuoio nero tutto strappi e scontrini di ferrovia: le camicie di flanella, la scatola dei polsini, le pantofole slabbrate, la pipa nella quale egli soleva fumare, il berretto di pelo che teneva in casa, i costumi da teatro appesi ai chiodi - ogni oggetto che toglieva dal solito posto si sentiva staccare pure dal seno qualche cosa, dinanzi a quelle pareti nude.
Il maestro l'aiutava.
Gennaroni, tornando a casa, li trovò in quelle faccende.
- Bravi! Bravi! Gliel'hai detto? - In fondo era davvero un buon diavolaccio, penetrato sino al cuore dalla dolcezza con cui Assunta s'era rassegnata.
- Così buona! così giudiziosa, povera ragazza! Tutto l'opposto del tuo carabiniere, eh! -
Egli voleva anche abbracciarla dinanzi al maestro, strizzava l'occhio a costui perché li lasciasse soli.
Ma Assunta gli faceva segno di non andarsene, cogli occhi gonfi di lagrime.
- Non l'avrebbe dimenticata, no, finch'era al mondo! Del resto le montagne sole non s'incontrano.
Intanto dava una mano anche lui per aiutarla, correndole dietro dal cassettone al letto, su cui era il baule, colle braccia piene di roba; voleva che andassero tutti e tre insieme a desinare al Caffè, l'ultima volta, e finir la giornata bene.
Il maestro si scusò.
- Ah! ah! il carabiniere! - Però promise di trovarsi alla stazione.
- Sì, sì, benone! le farai un po' di compagnia.
Poi mi affido a te per trovarle la scrittura.
È un pulcino bagnato questa poverina, se non c'è chi l'aiuti! - Voleva lasciarle anche una ventina di lire, caso mai le abbisognassero...
Ma essa si ribellò, per la prima volta.
- Scusa! scusa! Dicevo caso mai non firmassi subito la scrittura...
Ma non c'è bisogno d'andare in collera.
L'ho fatto a fin di bene -.
Ella si intenerì piuttosto.
Per lei aveva fatto anche troppo! per tanto tempo! Al Caffè poi non le riescì di mandar giù un solo boccone, mentre egli mangiava per due e cercava di tenerla allegra.
Le offerse anche di farle una sigaretta per scioglierle quel gruppo alla gola - roba d'isterismo.
Alla stazione c'era tutta la compagnia che partiva con lui.
Dei poveri diavoli che litigavano coi facchini, due o tre prime parti che pigliavano i posti di seconda, colla borsetta ad armacollo, e le mamme dietro, cariche di fagotti e di scatole di cartone.
Gennaroni disse alla sua amica:
- Tienti un po' in disparte, come tu fossi col maestro -.
Così lo vide per l'ultima volta, col biglietto nel nastro del cappello, allegro e chiassone come al solito, salutando questo e quello.
- Addio! Ciao! Buona fortuna! -
S'era preso anche in mano la gabbia del pappagallo di una compagna di viaggio.
Dalla cancellata fuori la stazione lo videro sbracciarsi a collocare tutto il loro arsenale di scatole e cappellini mentre il treno fuggiva.
Di lui le rimase un bel ritratto in fotografia, formato gabinetto, in posa di tre quarti, colla bocca sorridente, la pelliccia sbottonata, un mazzetto di ciondoli sul ventre - e la sua brava dedica sotto: "Ricordo imperituro!".
In quanto alla scrittura non se ne fece nulla.
L'impresario anzitutto, voleva belle ragazze e non dei cerotti come quella lì.
- Le pare, caro maestro? - Il poveraccio non si diede vinto ancora; continuò ad arrabattarsi come un disperato per lei, correndo di qua e di là, raccomandandola a quanti conosceva.
Ma ciascuno pensava ai propri casi in quel momento.
Ora che Gennaroni aveva piantata la ragazza senza voce e senza quattrini, doveva essere un affar serio levarsi da quella pece, uno che vi si lasciasse prendere, per buon cuore o per altro.
Gli amici, quando essa capitava al Caffè per aspettare il maestro che doveva portare la risposta, se la battevano uno dopo l'altro, primo di tutti il Silvani, colla giacchetta più stretta che mai.
Il garzone stesso, così prudente di solito, veniva ogni momento a strofinare il marmo del tavolino con un cencio, vedendo che non ordinava nulla.
Fino il maestro, a poco a poco, scoraggiato di portarle sempre la stessa cattiva nuova, non si era fatto più vedere.
Però essa gli aveva detto: - Non si affanni tanto, poveretto, ché qualcosa ho già trovato -.
E quando egli, facendosi rosso, era tornato sull'offerta di denaro, essa gli aveva risposto che non occorreva.
A lui glielo avrebbe detto, davvero, di tutto cuore!
Una domenica, verso la fine di luglio, il maestro incontrò Assunta che usciva dalla bottega di un calzolaio.
Essa avrebbe voluto evitarlo, ma l'altro già le si accostava col cappelluccio di paglia ritinto in mano.
- Come va? Tanto tempo che non ci siamo più visti! - Assunta balbettava, cercando di nascondere un fagottino che portava, fattasi di brace in viso.
Il maestro cercava le parole anche lui: - Almeno un vermuttino.
Qui a due passi, al solito Caffè!...
- Essa non voleva, vestita a quel modo!...
Infine si lasciò condurre a un tavolinetto fuori dell'uscio, all'ombra del tendone.
Dapprincipio stettero un po' in silenzio, guardandosi in viso.
Ella sembrava più grassa, disfatta, bianca come cera, con due enormi pèsche sotto gli occhi, e le mani pallide colle vene gonfie.
Il giovanotto aveva la barba lunga, la biancheria sudicia, i calzoni sfrangiati che cercava di nascondere sotto il tavolino.
A poco a poco Assunta gli narrò che s'era acconciata colla padrona stessa della casa; pensava alle spese, riguardava la biancheria, teneva d'occhio la pensione, e ci aveva in compenso vitto e alloggio.
Il tempo che avanzava poi s'era rimessa al suo mestiere d'orlatrice.
- Con lei non mi vergogno, guardi! - Anche lui fece delle vaghe confidenze: le cose non gli erano andate sempre bene; la stagione morta si portava via quelle poche lezioni...
- Accennò pure di aver cambiato alloggio...
- Del resto i suoi abiti parlavano per lui.
Assunta non volle altro che un caffè di quattro soldi.
Egli invece ordinò un giornale, un giornale qualunque, tanto, seguitavano a discorrere con un senso invincibile di malinconia, che pure aveva la sua dolcezza.
Di tratto in tratto si guardavano negli occhi, e ripetevano con un sorriso triste: - Guarda che piacere! -
Si udiva parlare a voce alta nel Caffè; e degli scoppi di risa, delle discussioni tempestose, accompagnate dalla stessa nota bassa del Marangoni che trinciava da caporione.
Assunta, allungando il collo dentro l'usciale, lo vide seduto in mezzo a un crocchio di sfaccendati, dinanzi ad un vassoio di bicchieri vuoti e una bottiglia d'acqua di seltz, con un vestito nuovo del Bocconi e la barba tagliata a punta come un damerino.
Da lì a un po' se ne uscì fuori, seguìto dagli amici che gli facevano codazzo.
Silvani persino lo tirò in disparte sul marciapiede opposto, supplicandolo sottovoce con tutta la persona umile.
Il basso scrollava le spalle e il capo, colla barba dura come una spazzola.
Infine volse un'occhiata sprezzante verso il maestro, il quale s'era fatto pallido al vederlo, e non l'aveva salutato, e cavò fuori il borsellino, scantonando seguìto dal ballerino piegato in due.
Passava della gente in abito da festa; delle famigliuole intere che andavano a sentir la musica al giardino pubblico.
Poscia, di tratto in tratto, succedeva il silenzio grave delle ore calde della domenica.
Infine Assunta e il maestro lasciarono il Caffè, e si avviarono ai Boschetti, rasente al muro, nella striscia d'ombra che orlava il marciapiedi.
Assunta aveva detto ch'era libera fino a sera, e anch'esso non temeva più di farsi vedere insieme a lei.
Il largo viale ombroso era deserto.
Di tanto in tanto solo qualche coppia d'innamorati che passeggiavano sotto i platani, cercando i sedili più remoti.
Anch'essi...
Le ore scorrevano e non sapevano risolversi a lasciarsi.
- Ah! se ci fossimo conosciuti prima! - esclamò infine il maestro.
Ella alzò gli occhi su di lui, si fece rossa, e li chinò di nuovo.
Il maestro giocherellava col fagottino che Assunta teneva sulle ginocchia.
- O piuttosto se avessi fatto il calzolaio!...
No...
dico così...
Son delle giornate nere...
Passeranno! - Chiamò uno che andava vendendo dell'acqua fresca, in un barilotto attorniato di bicchieri, e offrì da bere anche a lei.
L'uomo andò a mettersi in fondo al viale, col barilotto posato a terra, come una macchietta nera nel verde.
Sembrava di essere a cento miglia dalla città, nell'ombra e nel silenzio.
Poco per volta il maestro le disse che l'aveva amata, sì, proprio! tante volte quel segreto gli era spirato sulle labbra! Essa lo sapeva, accennando col capo che teneva chino in aria di rassegnazione dolorosa, la quale scorgevasi anche dall'abbandono di tutta la persona, dalla treccia allentata che le si allungava sul collo.
- Allora perché...
perché ci siamo taciuti?...
- La poveretta lo guardò in tal modo, attraverso le lagrime che le scendevano chete chete per le gote, ch'egli abbassò gli occhi.
- Sì, è vero, fu il destino! Quell'altra non sa neppur il sacrificio che le ho fatto...
per debolezza, per bontà di cuore...
e c'è chi dice per un tozzo di pane! Me lo merito.
Ora essa m'ha piantato pel Marangoni che la batte e fa lo strozzino coi suoi denari.
Come ho dovuto sembrarle spregevole, dica!...
- No...
no...
Era destino!...
Anch'io!...
Però sentivano entrambi una gran dolcezza nel dirsi tutto ciò, seduti accanto sullo stesso banco.
Egli aprì la bocca due o tre volte per farle una domanda che non osava.
Poi strappò un ramoscello che pendeva, e si mise a sminuzzarlo in silenzio.
Assunta più di una volta s'era mossa per andarsene, senza averne la forza.
La sera era venuta prima che se ne fossero accorti, una sera tepida e dolce.
Assunta stava col capo chino, col seno gonfio, le mani pallide e venate d'azzurro sulle ginocchia, come ascoltando le parole che lui non osava pronunziare.
Infine egli le prese in silenzio una di quelle mani, in un modo eloquente.
Per tutta risposta ella aprì le braccia che si teneva sulle ginocchia, con un gesto desolato, e scotendo il capo: - No, guardi...
non posso! -
A quell'atto, per la prima volta, il maestro la fissò in un certo modo che diceva d'aver capito ogni cosa, e glielo disse nell'occhiata ingenua e desolata che le posò in grembo.
- Almeno le ha scritto? - balbettò infine.
Ella rispose di no chinando il capo rassegnato.
Gennaroni ricomparve al Caffè verso il principio dell'inverno, masticando delle pastiglie, col fez come un turco, e le tasche piene di bottigline di marsala, per le quali ebbe a dire agli amici che volevano fargli festa:
- Adagio! adagio, miei cari! Questi qui sono campioni! Voialtri non mi darete certo delle commissioni, eh!...
- To'! il maestro! Ben trovato! So, so, briccone! So che me l'hai portata via, traditore! Dico per scherzo, sai! Non sono in collera con te, tutt'altro! Non siamo mica dei piccioni per far sempre lo stesso paio! Specie uno come me che ha da girare il mondo, ora che mi son dato al commercio.
Non c'è altro per guadagnar quattrini, te lo dico io! Tutto il resto...
roba da pezzenti! Tanti saluti ad Assunta.
Oppure, no, non le dir nulla.
A buon rendere -.
IL SEGNO D'AMORE
- Algio pelsooo...
o cara Nici,
Lo riposùuuu...
Lo riposu di la noootti.
Tostu dunami...
tostu dunami la mooolti,
Tostu dunami la molti, quannu sugnu allatu to!...
-
cantava il Resca strimpellando sulla chitarra, colorendo la canzone con gran boccacce, e aggrottar di sopracciglia.
Cessato appena il fron-fron dell'accompagnamento, scoppiò una lunga smanacciata sul canto del Piano dell'Orbo.
Gli amici si passarono le chitarre ad armacollo, e si raccolsero intorno al Resca, chiacchierando sottovoce, dietro l'uscio di donna Concettina la fruttivendola.
Come lo sportellino dell'uscio non s'apriva, il Resca disse:
- Vuol dire che la vecchia non è ancora addormentata.
Buona notte, signori miei -.
Allora dal voltone sotto il convento del Carmine si staccò un'ombra, piano piano, e si accostò per attaccar discorso con una gentilezza:
- Bravi, signori miei! Bella la voce, e belli gli strumenti! -
Il Resca squadrò lo sconosciuto, un ometto sparuto e colla barba di otto giorni, il quale portava un cappelluccio a cencio sull'orecchio; si passò il nastro della chitarra sulla spalla, e rispose secco secco:
- Grazie tante!
- Ora m'avete a fare un piacere, signori miei, - rispose l'altro.
- Dovete venire a cantare un'altra canzone alla mia innamorata, che sta qui vicino -.
Gli amici, al vedere la piega che pigliava il discorso, tornarono ad accostarsi, seri seri.
Il Resca, che non aveva proprio voglia di attaccar briga lì, a quell'ora, guardò lo sconosciuto nel bianco degli occhi, sotto il lampione, e disse, masticando adagio le parole:
- Scusate amico.
È tardi, e dobbiamo andarcene pei fatti nostri -.
L'altro però, senza darsi vinto:
- Una canzonetta breve; qui, a due passi -.
Il Resca si calcò il berretto sugli occhi, e chiese sottovoce, una voce singolare:
- Cos'è? per soperchieria?
- Siete in cinque...
bella soperchieria!
- Dunque lasciateci andare in pace.
- Allora vi dico che non avete educazione -.
Il Resca fece un passo indietro, e afferrò vivamente la chitarra pel manico.
Ma si frenò; e tornò a ripetere:
- Vi dico di lasciarmi andare pei fatti miei.
- Allora vi dico che non avete educazione! - ribatté l'altro, freddo freddo, e colle mani in tasca.
- Sangue di...! -
Il gruppo si scompose bruscamente, con un luccicare improvviso di coltelli.
L'ometto ch'era saltato indietro, mettendosi colle spalle al muro, esclamò:
- Ssss! Sangue di...! La questura! -
Lì accanto c'era l'impalcatura di una casa in costruzione e in un batter d'occhio i coltelli sparirono dietro l'assito.
La pattuglia accostandosi, col passo cadenzato, addocchiò il crocchio.
- Siamo amici, - disse l'ometto, - che si faceva una serenata alle nostre innamorate, qui vicino.
- Il permesso ce l'avete?
- Il permesso eccolo qua, - rispose il Resca.
In quel momento batteva il tocco, e da lontano si udiva venire una canzonaccia d'ubbriaco, con un'ombra che andava a zig-zag, lungo la fila dei lampioni.
- Quello lì canta senza permesso! - osservò uno della comitiva per ischerzo.
- Finiamola! - intimò il brigadiere, - o se no, vi faccio visitare! -
L'ometto che voleva la canzone per l'innamorata lo stette a guardar zitto, mentre si allontanava colla pattuglia; poi dietro gli sputò: - Sbirro!
- Sentite, amico, - riprese quindi il Resca, - qui non mi piace far del chiasso, perché ci ho il mio motivo.
Ma se volete venire sotto il voltone laggiù, vi servo subito.
- No.
Ho visto or ora che siete un uomo, e mi basta.
Di me, se conosco il mio dovere, potete domandarne a chi vi piace: Vanni Mendola.
- Ed io, don Giovanni, quand'è così, voglio cantarvi la canzone; dovessimo venire all'Ognigna oppure a Cibali.
- Grazie tante! - disse il Mendola.
- Ma la canzone adesso non la voglio più.
Mi basta d'aver visto il vostro buon cuore -.
E come ciascuno se ne andava per la sua strada, dopo molte strette di mano, e - Buona sera! Scusate, se mai, qualche parola...
- Mendola tirò in disparte il Resca, e gli disse:
- Volevo mostrare soltanto...
Come vi chiamate?
- Giuseppe Resca, per servirvi, - rispose l'altro.
- Ma mi dicono anche il Biondo.
- Volevo mostrare a donna Concettina, che è ora la vostra innamorata, e sta dietro l'uscio ad ascoltare...
Volevo mostrarle, don Giuseppe, che gli uomini non si misurano a palmo...
E che se sono piccolo di statura ho il cuore grande quanto questa piazza qui...
Ma vedo che siete un galantuomo, e non voglio che a casa vostra o a casa mia abbiano a piangere per quella donnaccia lì...
che, guardate! non val niente più di questo qui! -
E abbrancatosi il cappelluccio lo buttò a terra con disprezzo e vi sputò sopra.
Allora si spalancò di botto il finestrino della fruttivendola, e ne schizzò fuori un getto d'improperi.
- Il molto che valete voi! brutto nano pezzente che siete! e mi fate stomaco!
- Lasciatela dire, don Giuseppe, - rispose calmo il Mendola, fermando pel braccio il Resca che non si moveva neppure.
- Lasciate parlare donna Concettina che è in collera, e non si rammenta più che allora non mi diceva tutte queste parolacce, quando mi faceva venire qui di notte, al tempo di suo marito il Grosso, buon'anima! qui, dove posiamo i piedi adesso!
- A te? bugiardo infame!
- Sì, a me.
E il tuo innamorato qui presente, adesso, lo vedi? crede più alle mie parole anziché ai tuoi giuramenti.
- Finiamola! - interruppe il Resca.
- Sangue di...
finiamola!
- Avete ragione; è tempo di finirla, - disse il Mendola.
E senza dar retta a donna Concettina che lo colmava di villanie, soggiunse:
- Buona sera, e arrivederci, don Giuseppe.
Tanto piacere della vostra conoscenza.
E scusate qualche parola, se mai.
- Aspettate, vengo con voi.
- Ah, capisco! Anch'io, ai miei tempi, mi sarei fatto ammazzare per colei, s'ella mi avesse detto che adesso c'è il sole fuori.
Ma le chiacchiere non servono.
Sono ai vostri comandi, don Giuseppe.
Quando volete voi.
- Domani.
- Va bene, domani.
Ditemi a che ora, e dove vi farebbe comodo.
- Conoscete il Pizzolato, quello che fa negozio di cenci al Vico Stretto?
- Chi non lo conosce? il magazzino grande, dentro il cortile del Sole?
- Bravo! Il magazzino grande dentro il cortile del Sole.
Trovatevi lì a mezzogiorno, che ci sarò anch'io, don Giovanni -.
Questi se ne andò per la sua strada, dondolandosi, e il Biondo ripassò dinanzi alla bottega della vedova.
Buio da per tutto, e l'uscio chiuso che gli teneva il broncio.
Ritornò il giorno dopo, prima di mezzogiorno, e trovò donna Concettina la quale stava pettinandosi, in fondo alla bottega, con quei bei capelli lunghi che facevano l'onda, ed essa vi metteva apposta un'ora a distrigarli innanzi a lui, senza levar gli occhi dallo specchietto.
- O cos'è donna Concettina? Non vogliono lasciarsi fare oggi quei bei capelli? - cominciò infine il Resca.
- Questo è il grande amore che mi portate...
che andate a bazzicare con tutti quelli che mi vogliono male? - rispose essa senza voltarsi neppure.
- Quel tale l'ho incontrato iersera per caso, e non fui io che lo feci parlare.
Ma conosco il dover mio, e non ho bisogno che nessuno me lo insegni.
Ora son venuto per sentire se avevi qualche cosa da dirmi anche tu, mentre sei sola nella bottega.
- Cosa volete che vi dica? Quel cristiano io non lo conosco, e gli faccio lo scongiuro, a lui e a tutte le bugie che ha avuto il coraggio di inventare, pel Signore delle Quarant'Ore ch'è alla parrocchia!
- Va bene, - disse il Resca alzandosi dallo sgabello.
- Va bene, vi saluto -.
Mendola l'aspettava nel cortile del Sole, discorrendo sottovoce col Pizzolato, un omaccione senza un pelo di barba, e che parlava come un ventriloquo.
Si strinsero la mano, e il Pizzolato li lasciò a discorrere insieme, per correre a dare un'occhiata nel magazzino, e disporre l'occorrente.
Vanni Mendola s'era fatto radere, e aveva messo il vestito nuovo della domenica.
Di giorno, così camuffato, sembrava più piccolo e sparuto ancora, con una faccia da pulcino, e un certo ammiccar dell'occhio, che sembrava dicesse delle barzellette a ogni parola, e quando parlava colle donne doveva far loro come il solletico.
- Sentite, - disse al Biondo, - com'è vero Dio, me ne dispiace! Alle volte, lo sapete, una parola tira l'altra, e non si sa dove si va a finire.
Avrei fatto meglio a tacere, giacché ve la pigliate calda per donna Concettina.
Tanto più che non val la pena di ammazzarsi per colei.
- Lo so.
Son venuto soltanto per fare il mio dovere.
- Donne! - conchiuse il Mendola, - pazzo chi ci si mette! -
Il Pizzolato s'affacciò di nuovo all'uscio, e disse che era pronto.
- Sentite quest'altra cosa, don Giuseppe.
Se volete chiuderle la bocca una volta per tutte, e levarvela di torno, ditele che sapete di un certo segno che le ha lasciato il Mendola.
E ho finito.
- Zitto! - interruppe il Pizzolato.
- Non bisogna scaldarsi il sangue adesso! -
I giovani del magazzino, occupati a spartire i cenci, sgattaiolarono uno dopo l'altro, dinanzi a un randello che aveva ghermito il padrone.
Intanto che Mendola, il Biondo e due altri amici entravano nel magazzino, il Pizzolato affacciò il capo fra i battenti e disse:
- Li ci avete tutto -.
E chiuse l'uscio.
Successero alcuni minuti di silenzio.
Poi uno scalpiccìo dentro il magazzino, dei salti sul battuto, delle esclamazioni brevi e secche.
Infine uno degli amici fece capolino.
- Tutti e due, - rispose alla domanda ch'era negli occhi del Pizzolato.
- Badate ai fatti vostri, voialtri! - minacciò costui, rivolto ai ragazzacci che levavano il capo curiosi.
Primo uscì Mendola, piegato in due, colla faccia più incartapecorita ancora; e dopo venne il Biondo, smorto in viso, sorretto per le ascelle da due amici.
- Gli avete fatto quello che occorreva? - domandò loro il Pizzolato.
- Sissignore, a tutti e due.
Pericolo non ce n'è.
- Voialtri tornate dentro a lavorare! - ordinò il Pizzolato colla voce di cappone ai giovani del magazzino.
- E se mai, non avete visto niente! -
All'ospedale volevano sapere dal Biondo un mondo di cose: chi era stato, come, e quando.
Il Mendola, appunto per evitare tutte quelle noie, si faceva curare di nascosto dagli amici, in un bugigattolo.
Ma anche il Biondo "aveva dello stomaco", e se ne stava apposta col naso contro il muro, per non essere seccato.
- È stato un accidente, lavorando da sellaio.
Avevo il punteruolo in mano, così...
Va bene; fatemi mettere in prigione, ma non posso dir altro -.
Giudice e carabinieri rimasero a denti asciutti.
Quando donna Concettina mandò la vecchia, per vedere come stava, il Biondo tornò a dire le stesse cose, senza nemmeno voltare il capo:
- Bene, bene, sto benone.
È stato un accidente, roba da nulla.
Salutatemi vostra figlia -.
Però appena ebbe lasciato l'ospedale, un po' debole ancora e bianco in viso, andò a trovar la fruttivendola.
- O santo cristiano! che mi avete fatto morire di spavento! - gli disse lei.
- Ora come state?
- Io sto bene, - rispose lui.
- E son venuto apposta, ora che non c'è nessuno, per parlarti da solo a sola.
- O Gesù mio! Tornate un'altra volta con quei discorsi vecchi? Che cosa vi hanno detto contro di me? Parlate chiaro.
- E se parlo chiaro, tu chiaro mi rispondi?
- Sì, per la Madonna Immacolata!
- Guarda che hai gli occhi falsi, Concettina! Con don Giovanni Mendola cosa ci hai avuto?
- Ci ho avuto? Niente ci ho avuto! Veniva a comprar noci e mele.
Viene tanta gente! La bottega è un porto di mare...
In coscienza mia, Peppino, non mi guardare a quel modo! Te lo farò dire dai vicini, se non mi credi...
Vado a chiamarli...
- No! Lascia stare i vicini.
Dimmi cosa c'è stato fra voialtri.
E se dicesti di sì a lui, quand'era vivo il Grosso tuo marito, perché m'hai detto sempre di no, a me, ora che sei vedova?
- Ah, siete venuto ad insultarmi? Per questo siete venuto? Ebbene, giacché credete piuttosto a quel galantuomo, e sospettate ancora di me...
Ebbene, non voglio più saperne di voi, né per marito né per nulla!...
Lasciatemi andare...
- No, non te ne andare! Dimmi perché mi hai detto sempre di no, a me che ti volevo tanto bene, mentre a quell'altro gli hai detto di sì!...
- Aiuto! aiuto!
- No, non gridare! Tu gli hai fatto vedere il segno che ci avevi dalla nascita, a quell'altro, perché l'amavi.
Io voglio lasciartene uno sulla faccia, perché tutti lo vedano, che ti ho voluto bene anch'io! -
Aveva nel taschino del panciotto una moneta sottile come una lama, e arrotata da una parte, una monetina da due centesimi che teneva fra l'indice e il pollice come un confetto, e lasciava il segno dove toccava, per tutta la vita.
- Aiuto! all'assassino! - urlò la donna avventandoglisi contro colle unghie, accecata dal sangue che gli rigava la guancia.
Il Biondo, pallido come un cencio, in mezzo alla folla dei vicini, che lo scrollavano tenendolo pel petto, balbettava:
- Ora vado in galera contento -.
L'AGONIA DI UN VILLAGGIO
"Bollettino dell'eruzione! Il fuoco a Nicolosi!" La folla accorreva dai dintorni, a piedi, a cavallo, in carrozza, come poteva.
Lungo la salita, fra il verde delle vigne, un denso polverone disegnava il zig-zag della strada.
Ad ogni passo s'incontravano carri che scendevano dal villaggio minacciato, carichi di masserizie, di derrate, di legnami, perfino d'imposte e di ringhiere di balconi, tutto lo sgombero di un villaggio che sta per scomparire.
E colla roba, sui carri, a piedi, uomini e donne taciturni, recandosi in collo dei bambini sonnolenti, coi volti accesi dalla caldura e dall'ambascia.
Pei casolari, nelle borgate, lungo la via, gli abitanti affacciati per vedere, colle mani sul ventre; qualche vecchierella che attaccava un'immagine miracolosa allo stipite della porta o al cancello dell'orto; i monelli che ruzzavano per terra festanti; e sulle porte spalancate delle chiesuole, la statua del santo patrono, luccicante sotto il baldacchino, come un fantasma atterrito, colle candele spente, e i fiori di carta dinanzi.
A Torre del Grifo scaricavano carrate intere di assi e di tavole sulla piazzetta, per le baracche dei fuggiaschi.
Le pompe d'incendio tornavano indietro di gran trotto, col fracasso di carri d'artiglieria; e in alto, dirimpetto, il vulcano tenebroso, dietro un gran tendone di cenere, lanciava in aria, con un rombo sotterraneo, getti di fiamme alti cinquecento metri.
All'ingresso del paesetto era un ingombro straordinario di carri, cavalli, gente che gridava, e soldati col fucile ad armacollo, quasi l'avanguardia di un esercito in rotta.
Si camminava su di una sabbia nera, fra due file di case smantellate, irregolari, cogli usci e le finestre divelte.
La gente ancora affaccendata a portare via roba.
Dal balcone di una casa nuova calavano gridando - Largo! - un armadio monumentale.
Una vecchierella stava a custodia di alcune galline, seduta su di un cesto, in un cortile ingombro di doghe e cerchi di botte.
E qua e là, sulle porte senza uscio, vedevasi qualche povero diavolo che voltava le spalle alle stanzucce nude, aspettando colle mani in mano e il viso lungo, in silenzio, come nell'anticamera di un moribondo.
Sul marciapiede del casino di compagnia erano schierate su due file di sedie alcune signore venute a vedere lo spettacolo, che si facevano vento, degli uomini che fumavano, un sorbettiere portava in giro dell'acqua fresca, il baldacchino del Santissimo appoggiato al muro, colle aste in fascio, e di faccia la chiesa spalancata, senza lumi, solo un luccichìo di santi dorati in fondo all'altare in lutto.
- Lassù dal campanile, sul chiacchierìo, sul frastuono, sui boati del vulcano, la campana che sonava a processione, senza cessare un istante.
Al Nord, verso l'Etna, lo stradone si allungava in mezzo a due file di ginestre arboree, formicolante di curiosi che andavano a vedere, ridendo, schiamazzando, chiamandosi da lontano, e gli strilli soffocati delle signore barcollanti sul basto malfermo delle mule, e il vociare di quelli che vendevano gasosa, birra, uova e limoni, sotto le baracche improvvisate.
Via via che i più lontani giungevano sull'erta udivasi gridare: - Ecco! ecco! - con un grido quasi giulivo; di faccia, a destra e a sinistra, fin dove arrivava l'occhio, come il ciglione alto di una ripa scoscesa, nera, fumante, solcata qua e là da screpolature incandescenti, dalle quali la corrente di lava rovinava con un acciottolìo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.
A due passi le ginestre in fiore si agitavano ancora alla brezza della sera; delle signore si stringevano al braccio del loro compagno di viaggio, con un fremito delizioso; altri si sbandavano per le vigne, lungo la linea della corrente minacciosa, scavalcando muricciuoli, saltando fossatelli, le donne colle sottane in mano, con un ondeggiare infinito di veli e d'ombrellini, mentre il crepuscolo moriva nell'occidente, e la marina in fondo dileguava lontana, nel tempo istesso che l'immensa fiumana di lava sembrava accendersi nell'orizzonte tetro.
Dal paesetto perduto nell'oscurità giungeva sempre il suono delle campane, e un mormorìo confuso e lamentevole, un formicolìo di lumi che si avvicinavano, quasi delle lucciole in viaggio.
Poi, dalle tenebre della via, sbucò una processione strana, uomini e donne scalzi, picchiandosi il petto, salmodiando sottovoce, con una nota insistente e lamentosa della quale non si sentiva altro che: - Misericordia! misericordia! -
E sul brulicame nero e indistinto di quei penitenti, fra quattro torce a vento fumose, un Cristo di legno, affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli uomini che affondavano nella sabbia.
...E CHI VIVE SI DÀ PACE
Come la batteria partiva a mezzanotte, Lajn in Primo aveva invitato la sua ragazza a desinare - una gentilezza per mostrarle il dispiacere che provava nel lasciarla.
- Sapevano giusto un'osteria di campagna, appena fuori la porta, bel sito e vino buono, quattro ciuffetti di verde al sole, l'altalena e il gioco delle bocce, i tavolinetti sotto il pergolato, da starci bene in due soli, senza soggezione; e subito dopo la campagna larga e quieta, grandi fabbriche in costruzione, tutte irte di antenne, un folto d'alberi a diritta, e in fondo la linea dei monti, che digradavano.
Anna Maria s'era messa il vestitino nuovo, colla giacchetta attillata, le scarpette di pelle lucida e le calze rosse.
Sentiva una gran contentezza, stando insieme al suo bel militare, coi gomiti sulla tovaglia, i mezzi litri che andavano e venivano, Lajn Primo di faccia a lei, col naso nel piatto, dandole delle ginocchiate di tanto in tanto.
Però al vedergli il chepì coll'incerato, e la striscia gialla della giberna che gli fasciava il petto, si sentiva gonfiare il cuore nel seno, grosso grosso, da mozzarle il fiato.
- Mi scriverai? Dì: mi scriverai? - Egli accennava di sì, a bocca piena, guardandola negli occhi lucenti che l'accarezzavano tutto, il panno grosso dell'uniforme e la faccia lentigginosa di biondo.
C'erano nel piatto dei mandarini colle foglioline verdi.
Essa ne strappò una, e volle mettergliela alla bottoniera.
Lì accanto si udiva l'urtarsi delle bocce fra di loro.
Alcune ragazze schiamazzavano attorno l'altalena, colle gonnelle in aria.
Passavano dei carri per la strada, cigolando, delle nuvole grigie di estate che lasciavano piovere una gran tristezza.
Lajn Primo chiacchierava sempre lui, col sigaro in bocca, la testa già lontana, nei paesi dove andava la batteria, cercando di tanto in tanto la mano di Anna Maria attraverso la tavola, quando in bocca gli venivano le parole buone.
Poi, siccome aveva il vino allegro, si mise a canticchiare:
Morettina di la stacioni.
Ecco il trenno che già parti.
Mi rincresse di lasciarti,
Il soldato mi tocc'affar
E tutt'a un tratto la ragazza scoppiò a piangere, col viso nel tovagliuolo.
- Via! via! I morti soli non si rivedono!...
- Stavolta però gli tremavano i baffi rossi anche a lui, e le mani, nell'affibbiarsi il cinturone.
Vollero fare quattro passi sino al fiume, come le altre volte.
C'era un sentieruolo fangoso a sinistra, fra i campi, sotto dei grandi olmi.
Anna Maria si lasciava condurre a braccetto, colle sottane in mano, gli occhi socchiusi che non vedevano, un gran sbalordimento dentro, una dolcezza infinita e malinconica, al tintinnìo di quella sciabola e di quegli sproni e al contatto di quell'uniforme contro cui tutta la sua persona le sembrava che volesse fondersi.
Egli le aveva passato il braccio attorno alla vita, mormorandole ne' capelli tante paroline affettuose che essa udiva confusamente, l'orecchio però sempre teso verso la tromba della caserma, da buon soldato.
A un certo punto Anna Maria gli sfuggì di mano, e corse a inginocchiarsi sul ciglione del fossatello, senza badare al vestito nuovo, per cogliere delle foglioline verdi che spuntavano dal muricciuolo.
- Per te! Le ho colte per te! -
Egli non sapeva più dove metterle; le diceva scherzando che lo caricava d'erba come un asino, così, per farla ridere.
La ragazza però non rispondeva; stava segnando delle grandi lettere storte sulla corteccia di un olmo, con un sasso, due cuori uniti e una croce sopra.
Lajn non voleva, per via del malaugurio; però l'aveva presa fra le braccia, intenerito anche lui, tanto non passava nessuno nella stradicciuola fangosa di là dall'argine.
Essa diceva di no, diceva di no, col cuore gonfio.
Guardava piuttosto un gran muraglione nerastro ch'era dirimpetto, quasi volesse stamparselo negli occhi.
Gli diceva: - Guarda anche tu! anche tu! - Aveva il viso triste, poveretta! Calava la sera desolata, con una squilla mesta e lontana dell'avemaria che picchiava sul cuore.
Quanto piangere fece Anna Maria cheta cheta nel fazzolettino ricamato!
Prima di lasciarla, sull'angolo della via, egli le aveva detto: - Verrò a salutarti un'altra volta, prima di partire; fatti portare sulla porta -.
E si tenevano per mano, non si risolvevano a staccarsi l'uno dall'altro.
Lajn Primo tornò infatti a salutarla un'altra volta, prima di partire, come passasse per caso, nell'andare in quartiere.
Anna Maria teneva per mano la figlioletta del portinaio - un pretesto per star lì sulla porta - e gli fece segno che c'era gente dietro l'uscio.
Allora scambiarono ancora quattro parole per dirsi addio, senza guardarsi, parlando del più e del meno - lui che gli tremavano i baffi rossi un'altra volta.
- Passerete di qua, per andare alla stazione? - Sì, sì, di qua! - Ogni momento della gente che andava e veniva, Ghita nel cortile ad accendere il gas.
Lajn Primo accese anche un sigaro, e se ne andò colle spalle grosse.
Anna Maria lo guardava allontanarsi.
La gente si affollava per la via, a veder passare i soldati che partivano pel campo: tutti gli inquilini della casa, sotto il lampione della porta; Ghita che teneva abbracciata Anna Maria; suo padre, il portinaio, e i padroni anche loro, alle finestre, coi lumi.
Così la povera ragazza vide passare la batteria dov'era il suo artigliere, in mezzo alla calca e ai battimani; i cavalli neri che sfilavano a due a due, scotendo la testa, dei cassoni enormi che facevano tremare le case, e sopra, sui cappelli e i fazzoletti che sventolavano, i chepì degli artiglieri coll'incerato, dondolando.
Non vide altro: tutti quei chepì si somigliavano.
Il suo Lajn però la scorse, alle folte trecce nere, in mezzo alle comari, la mamma di Ghita che stava contandole delle frottole - la vide che lo cercava, povera figliuola, con gli occhi smarriti e il viso pallido, senza poterlo scorgere, seduto basso com'era sul sediolo accanto al pezzo, il guanto sulla coscia, al suono triste della marcia d'ordinanza, che si allontanava.
Passarono città, passarono villaggi; dovunque, sulle porte, uomini e donne che s'affacciavano a veder passare i soldati.
Alle volte, nella folla, un musetto pallido che somigliava ad Anna Maria - "Morettina di la stacioni..." - Alle volte, lungo lo stradone polveroso, un'osteria di campagna coll'altalena e il pergolato verde, come quella dov'erano stati a desinare insieme.
Alle volte un fossatello con due filari d'olmi, o un muraglione nerastro che rompeva il verde.
Oppure una cascina coi panni stesi al sole, una vecchierella che filava, un sentieruolo come quello per cui era disceso dai suoi monti, col fagottino sulle spalle larghe e robuste che lo avevano fatto prendere artigliere.
Poscia la via bianca e polverosa, rotta, sfondata dal passaggio della truppa formicolante di uniformi - e di tanto in tanto uno squillo di tromba, che sonava alto nel brusìo.
Di qua del fiume una gran folla: soldati di tutte le armi, un luccichìo, tende di cantiniere che sventolavano, e cavalli che nitrivano; delle canzoni dolci e malinconiche, in tutti i dialetti, come un'eco lontana del paese, in mezzo alle risate e al rullo dei tamburi: - "Morettina di la stacioni...
mi rincresse di lasciarti!..." - Sull'altra sponda la campagna calma e silenziosa, coi casolari tranquilli affacciati nel verde delle colline, e sulla linea scura che traversava il fiume, luccicante qua e là, l'ondeggiare delle banderuole turchine, una lunga fila di lancieri polverosi che sfilavano sul ponte.
Le quattro trombe della batteria tutte insieme sonarono - Avanti -.
Poscia, di là del ponte - A trotto! - in mezzo a un nugolo di polvere, alberi e casolari che fuggivano, pennacchi di bersaglieri ondeggianti fra i seminati.
Di tanto in tanto, in mezzo al frastuono, si udiva un rombo sordo, dietro le colline.
E fra gli scossoni dell'affusto, la canzone della partenza che ribatteva: - "Ecco il treno che già parti..." - A galoppo, Marche! - Addio, Morettina! Addio!
Su, su, per l'erta, sfondando le siepi, sradicando i tralci, saltando i fossati, i cavalli fumanti e colle schiene ad arco, gli uomini a piedi, spingendo le ruote, frustando a tutto andare.
Poi, sulla cima del colle, due carabinieri di scorta immobili, a cavallo, dietro un gruppo di ufficiali che accennavano lontano, alle vette coronate di fumo, e dei soldati sparsi per la china, fra i solchi, come punti neri.
Qua e là, dei lampi che partivano dalla terra bruna, e il rombo continuo nelle colline dirimpetto, delle nuvolette dense che spuntavano in fila sulla cresta.
Detto fatto, i pezzi in batteria, e musica anche da questa parte.
Allora, dopo cinque minuti, attorno alla batteria cominciò a tirare un vento del diavolo - la terra che volava in aria, gli alberi dimezzati, solchi che si aprivano all'improvviso, dei sibili acuti che passavano sui chepì.
Però attenti al comando e nient'altro per il capo - né capelli bianchi, né capelli neri.
- Abbracci'avant! - Alt! - Caricat! Prima il povero Renacchi che stava per compir la ferma.
- Mamma mia! Mamma mia - Numero due, manca! - Attenti! - Si udiva il comando secco e risoluto del biondo ufficialetto che stava impettito fra i due pezzi, ammiccando nel fumo, cogli occhi azzurri di ragazza, i quali vedevano forse ancora il piccolo coupé nero che aspettava in piazza d'armi, e la mano bianca allo sportello.
- Abbracci'avant! - Alt! - Caricat! - Tutt'a un tratto giù in un gomitolo anche lui, fra un nugolo di polvere, gemendo sottovoce e mordendo il cuoio del sottogola.
Solo il comandante rimaneva in piedi, ritto sul ciglione, in mezzo al vento furioso che spazzava via tutto, guardando col cannocchiale, come un gran diavolo nero.
Lajn Primo in quel momento stava chino sul pezzo, a puntare, strizzando l'occhio turchino, come soleva fare per dire ad Anna Maria quanto gli piacesse il suo musetto, e facendo segno colla destra al numero tre di spostare a sinistra la manovella di mira, quando venne la sua volta anche per lui.
- Ah! Mamma mia! - Colle mani tentò di aggrapparsi ancora all'affusto, delle mani che vi stampavano il sangue - cinque dita rosse.
- Numero quattro, manca! - Attenti! -
Il telegrafo portava le notizie, una dopo l'altra: tanti morti, tanti feriti.
- Ciascun bollettino cinque centesimi.
- Anna Maria ne aveva raccolto un fascio, lì sul cassettone.
E poi, due volte al giorno, all'andare e venire dalla fabbrica, passava dalla posta.
- Nulla - nulla -.
Che gruppo allora nella gola! che peso sul cuore e dinanzi agli occhi! La sera soprattutto, quando sonava la ritirata! La notte che se lo sognava, e lo vedeva sotto il pergolato, canticchiando - "Mi rincresse di lasciarti", - e le stringeva la mano sulla tovaglia! Avesse avuta la mamma almeno, per sfogarsi! Il babbo, poveretto, cosa poteva farci? notte e giorno sulla macchina, a correre pel mondo.
La sua amica Ghita, che non aveva fastidi, lei, e non se la prendeva di nulla, faceva spallucce, ripetendole:
- Gli uomini, mia cara, son tutti così.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore! - Quanto piangere fece in quel fazzolettino!
Tornavano i soldati, lunghe file di cavalli, battaglioni interi.
Dinanzi al castello, in piazza d'armi, erano pure tornati i carretti colle arance, e quelli del sorbetto a due soldi, e le bambinaie coi ragazzi, e le coppie che si allontanavano sotto gli alberi.
Artiglieri che andavano e venivano, coll'incerato sul chepì, tale e quale come Lajn Primo.
- n.
7, n.
9.
- Solo mancava il numero del suo Lajn.
Nella fabbrica aveva sentito dire che molta truppa era stata mandata in Sicilia - laggiù, lontano.
- Lontano dagli occhi, lontano dal cuore! - Neppure un rigo in tre mesi! Quante gite alla posta! quante volte ad aspettare il portalettere dal portinaio! Tanto che Cesare, il servitore dirimpetto, il quale veniva a pigliare le lettere della contessa, le diceva anche lui, ridendo:
- Nulla, eh? Ha male alla penna il suo artigliere? -
Una vera persecuzione quell'antipatico, colla faccia di donna, e i capelli lucenti di pomata! Aveva un bello sbattergli la finestra sul muso! Tutto il giorno lì, di faccia, in anticamera, a farle dei segni colle manacce sempre infilate nei guanti bianchi, scappando solo un momento appena sonavano il campanello, e tornando subito a montare la sentinella.
Sempre, sempre, quasi si cocesse anch'esso a poco a poco, al vedersela ogni giorno lì di faccia.
Sicché una volta la fermò per le scale, e le disse: - Cosa le ho fatto, infine? Almeno me lo dica! - E come si vedeva che le parole gli venivan dal cuore, essa non ebbe animo di mandarlo a quel paese.
Pensava sempre a quell'altro, però, lavorando alla finestra.
Chissà, chissà dov'era? di là da quelle case, dove andavano quelle nuvole scure? Che tristezza quando giungeva la sera! La campana di Sant'Angelo, lì vicino, che le picchiava sulla testa, e in cuore la tromba della ritirata, che piangeva.
Il servitore accendeva i lumi, dirimpetto, e poi rimaneva ancora lì, nell'ombra delle cortine, si scorgeva dai bottoni che luccicavano.
Quanto piangere in quel fazzolettino ricamato! Tanto che il cuore era stanco e s'era vuotato intieramente.
Il giorno di san Luca, ch'era anche la festa del portinaio, andarono tutti a Monte Tabor.
Ghita era venuta a prenderla per forza, e anche Cesare, il quale s'era fatto dare il permesso quel giorno dalla padrona, e le aveva detto, stringendole le mani: - Venga, venga con noi! Così, a star sempre chiusa, piglierà qualche malanno! - Una gran tavolata all'aria aperta, l'altalena e il giuoco delle bocce -.
Cesare, che pensava sempre ad una cosa, le rispose: - M'importa assai delle bocce adesso! Mi lasci stare vicino a lei piuttosto, ché non la mangio mica! - La sera poi, al ritorno, le diede il braccio; tutta la brigata a piedi pel bastione, sotto i platani che lasciavano cadere le foglie.
Una bella sera fresca e stellata.
Delle ombre a due a due che si parlavano all'orecchio, sui sedili, voltando le spalle alla strada.
Anna Maria chiacchierava di questo e di quello, per non lasciar cadere il discorso.
L'altro zitto, a capo chino.
- Buona sera, buona sera.
- Aspetti, aspetti.
L'accompagno sino all'uscio, di sopra.
Non voglio che salga le scale così al buio e tutta sola.
Ora accendo un cerino.
- No, no, ci son le stelle -.
Delle stelle lucenti che scintillavano sui tetti, attraverso i finestroni ad arco, ogni ramo di scala - sei rami.
Anna Maria, di già stanca, s'era appoggiata al muro, proprio accanto al finestrone, col fiato ai denti.
- Ah! le mie povere gambe! - Egli sempre zitto, guardandola nella poca luce che lasciava vedere soltanto il musetto pallido e gli occhi lucenti.
- Che fatica! Una giornata intera! Dev'essere molto tardi.
Guardi quante stelle! - Batteva un po' la campagna anche lei, poveretta, per sfuggire a quel silenzio.
Ma lui non rispondeva ancora.
- Bella sera! Non è vero? - Allora egli le prese la mano e balbettò con voce mutata: - Se crede che abbia capito quel che m'ha detto, sa!...
- E anche lei fu vinta da una gran dolcezza, da un grande abbandono.
Gli lasciò la mano nella mano e chinò il capo sul petto.
Quest'altro aveva le mani bianche e pulite di uno che non fa nulla, i capelli lisci, la pelle fine, certe garbatezze d'anticamera che l'accarezzavano.
Lo vedeva ogni giorno, l'aspettava alla porta, si lasciava condurre la domenica a desinare in campagna, alla stessa tavola, sotto il pergolato, colle ragazze che schiamazzavano sull'altalena, e gli avventori che giocavano alle bocce.
Avevano passeggiato insieme per quella stradicciuola fangosa, sotto i pioppi, stringendosi l'uno all'altro, nella sera che li celava.
Poi egli voleva sapere questo e quello; voleva frugare come un furetto nel presente e nel passato.
La faceva ritornare, passo passo, verso quelle memorie che le rifiorivano in cuore come una carezza e una puntura.
Era geloso della stradicciuola dove era stata a passeggiare con quell'altro, geloso della campagna che avevano vista insieme, della tavola alla quale s'erano seduti e del vino che avevano bevuto nello stesso bicchiere.
Diventava a poco a poco ingiusto e cattivo.
Un vero ragazzo, ecco.
Un ragazzo bizzoso da mangiarserlo coi baci.
Che dolcezza per Anna Maria allora! Che dolcezza triste ed amara! Tutte le lacrime che egli le faceva versare le restavano in cuore, e glielo rendevano più caro.
Le bruciava le labbra! ma infine...
infine glielo disse: - Non ci penso più, ti giuro! Non ci penso più a quell'altro!...
- Cesare non voleva crederle! Anzi, a ogni cosa che ella facesse per provarglielo, ogni bacio, ogni carezza, ogni parola, era come se quell'altro si mettesse fra loro due.
Allora Anna Maria un sabato sera gli fece segno dalla finestra, con tutte e due le braccia, col viso illuminato.
- Domani! Domani! - E all'ora solita si vestì in fretta, colle mani tremanti, tutta radiosa, le calze rosse, le scarpe lucide, la giacchetta attillata, tale quale come quel giorno ch'era andata l'ultima volta coll'artigliere, e volle condurlo proprio là, nel sentieruolo sotto i pioppi.
- Perché? cosa vuoi fare? - domandava Cesare.
- Vedrai! Vedrai! -
Erano cresciute delle altre fronde all'olmo, nel maggio che fioriva, del verde che celava i due cuori color di ruggine, legati insieme dalla croce.
Essa però li rinvenne subito, e con un sasso, gli occhi lucenti, il seno che le scoppiava, le mani febbrili, si mise a raschiare da per tutto, sulla corteccia dell'olmo, le iniziali, i due cuori, la croce, tutto.
Poi gli buttò le braccia al collo, a lui che stava a guardare con tanto di muso, e se la strinse al petto, furiosamente.
- Mi credi ora? Mi credi ora? -
Egli le credette allora, con quelle braccia annodate al collo, e quel seno che si gonfiava contro il suo petto.
Ma dopo fu la stessa storia: ogni cosa gli dava ombra: se era allegra, se era malinconica, se cantava, se taceva, se si pettinava in un certo modo, e se non voleva confessare che quegli orecchini fossero un ricordo di quell'altro, se la vedeva dal portinaio, o se la incontrava vicino alla posta.
Ogni carezza, ogni parola - delle parolacce amare, dei musi lunghi, delle risate ironiche, degli impeti di collera, dei voltafaccia bruschi di servitore che sputi villanie dietro le spalle dei padroni.
- Con lui non dicevi così! Con quell'altro era un altro par di maniche! - No! no! te lo giuro! Non ci penso più! Tu solo adesso! Tu solo! - Poi gli arrivò a dire: - Non gli ho mai voluto bene!...
- O allora? - rispose il servitore.
E infine un giorno essa gli mostrò una carta; una carta che gli aveva portata nel petto, come una reliquia.
- Guarda! Guarda! - Era il certificato di morte del suo artigliere, come glielo buttava in faccia a ogni momento Cesare.
Il certificato di morte di Lajn Primo, soldato del V artiglieria, c'era il bollo e tutto, non vi mancava nulla; la povera donna glielo portava come un regalo, come un regalo del bene che aveva voluto e delle lacrime che aveva versate, come un regalo di tutta se stessa, della donna innamorata e sottomessa.
L'altro, il maschio, per tutta risposta fece una spallata.
IL BELL'ARMANDO
Ecco quel che gli toccò passare al Crippa, parrucchiere, detto anche il bell'Armando, Dio ce ne scampi e liberi!
Fu un giovedì grasso, nel bel mezzo della mascherata, che la Mora gli venne incontro sulla piazza, vestita da uomo - già non aveva più nulla da perdere colei! - e gli disse, cogli occhi fuori della testa:
- Dì, Mando.
È vero che non vuoi saperne più di me?
- No, no! quante volte te l'ho a dire?
- Pensaci, Mando! Pensa che è impossibile finirla del tutto a questo modo!
- Lasciami in pace.
Ora sono ammogliato.
Non voglio aver storie con mia moglie, intendi?
- Ah, tua moglie? Essa però lo sapeva quello che siamo stati, prima di sposarti.
E oggi, quando t'ho incontrato a braccetto con lei, mi ha riso in faccia, là, in mezzo alla gente.
E tu, che l'hai lasciata fare, vuol dire che non ci hai né cuore, né nulla, lì!
- Be', lasciamo andare.
Buona sera!
- Dì, Mando? È proprio così?
- No, ti dico! Non voglio più!
- Ah, non vuoi più? No? -
E il Crippa, colpito lì dove la Mora diceva che non ci aveva né cuore né nulla, andò annaspando dietro a lei, come un ubbriaco, e gridando: - Chiappatela! chiappatela! - Poi cadde come un masso, davanti alla bottega del farmacista.
Le guardie e la folla a inseguirla, strillando anche loro: - Piglia! piglia! - Finché un giovane di caffè la fece stramazzare con un colpo di sedia sul capo; e tutti quanti l'accerchiarono, stralunata e grondante di sangue, col seno che gli faceva scoppiare il gilè dall'ansimare, balbettando:
- Lasciatemi! lasciatemi! -
Appena la riconobbero, così rabbuffata, a quel po' di luce del lampione, scoppiarono improperi e parolacce:
- È la Mora! quella donnaccia! l'amante del Crippa! -
Come se gli avesse parlato il cuore, al disgraziato! Giusto in quei giorni, era stato dal maresciallo a denunziargli la sua amante, che voleva giocargli qualche brutto tiro: - La Mora non vuole lasciarmi tranquillo, ora che ho preso moglie, signor maresciallo -.
E il maresciallo aveva risposto: - Va bene - al solito, senza pensare a ciò che potesse covare dentro di sé una donna come quella.
Ora le guardie arrivavano dopo che la frittata era fatta, sbracciandosi a gridare: - Largo! Largo! -
In quel momento si udì un urlo straziante, e si vide correre verso la bottega del farmacista, dove stavano medicando il ferito, una donna colle mani nei capelli.
Era l'altra, la moglie vera, che piangeva e si disperava, gridando: - Giustizia! Giustizia, signori miei! Me l'ha ucciso, quell'infame, vedete! - Il Crippa, abbandonato su di una seggiola, tutto rosso di sangue, col viso bianco e stravolto, la guardava senza vederla, come stesse per lasciarla dopo soli due mesi di matrimonio, poveretta! La folla voleva far giustizia sommaria della Mora, ch'era rimasta accasciata sul marciapiedi, in mezzo agli urli e alle minacce della folla, come una lupa.
Arrivarono sino a darle delle pedate nel ventre; tanto che le guardie dovettero sguainare le daghe per menarla in prigione, in mezzo ai fischi, che sembrava una frotta di maschere.
Dopo, al cospetto dei giudici, quando le mostrarono i panni insanguinati della sua vittima, non seppe che cosa rispondere.
- Questa donna ch'è stata di tutti, - tonava il pubblico accusatore, coll'indice appuntato verso di lei, come la spada della giustizia; - questa donna che, per ogni trivio, fece infame mercato della propria abbiezione, e della cecità, voglio anche concedere alla difesa, della acquiescenza del suo amante, questa donna, o signori, osò arrogarsi il diritto delle affezioni pure e delle anime più oneste; osò esser gelosa, il giorno in cui il suo complice apriva gli occhi sulla propria vergogna, e si sottraeva al turpe vincolo, per rientrare nel consorzio dei buoni, ritemprandosi colla santità del matrimonio! -
Ella udì pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e fissi, senza dir verbo.
Si alzò traballando, come ubbriaca, e nell'uscire dalla gabbia di ferro, batté il viso contro la grata.
Prima l'aveva fatta cadere il signorino - se ne rammentava ancora come un bel sogno lontano, svanito.
- Aveva pianto e supplicato.
Indi, a poco a poco, vinta dal rispetto, dalla lusinga di quella tenerezza prepotente, dalla collera di quel ragazzo abituato a fare il suo volere in casa, s'era abbandonata timorosa e felice.
Era stato un bel sogno, ch'era durato un mese.
Egli saliva furtivo nella cameretta di lei, colle scarpe in mano, e si abbracciavano tremanti, al buio.
Il giorno in cui il giovanetto dovette far ritorno all'Università, pioveva a dirotto; essa si rammentava pure dello scrosciare malinconico e continuo di quella grondaia.
L'avevano sentito tutta la notte, colle braccia al collo l'una dell'altro, cogli occhi sbarrati nelle tenebre, contando le ore che sfilavano lente sui tetti.
Poi lo vide partire coll'ombrello sotto l'ascella e la cappelliera in mano, senza dirle una parola davanti ai suoi.
La signora però, coll'istinto della gelosia materna, indovinò le lacrime che doveva soffocare la ragazza in quel momento, e si diede a sorvegliarla.
Un giorno, dopo averla mandata fuori con un pretesto, salì nella cameretta di lei, si chiuse dentro, e quando la Lena fu di ritorno colla spesa, trovò la padrona seria e accigliata, che le aggiustò il conto su due piedi, le ordinò di far fagotto, e la mise alla porta con una brutta parola.
La povera Lena, non sapendo che fare, schiacciata sotto la vergogna, prese la diligenza per la città, e andò a trovare il suo amante.
Egli non era in casa.
L'aspettò sulla porta, seduta sul marciapiede, col fagottino accanto.
Dopo la mezzanotte lo vide che rientrava insieme a un'altra.
Allora si alzò, colle gambe rotte dal viaggio, e si allontanò rasente al muro zitta zitta.
Il giovane non ne seppe mai nulla.
Era sopravvenuto un altro guaio, il suo fallo che era visibile a tutti.
Cercò inutilmente di collocarsi.
Spese quei