UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 7
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- È un'ingiustizia - diceva Ballina - che con queste paghe miserabili si debba sudare tanto già in maggio.
Il lavoro non era ancora diminuito.
Uscivano dalla stanza del signor Cellani, passavano per quella di Sanneo e terminavano in corrispondenza, pacchi enormi di lettere arrivate.
Sbuffava persino Giacomo che da essi non aveva che il disturbo di trasportarli da un luogo all'altro.
In giugno principiava a pena la diminuzione del lavoro, e Miceni, col suo metodismo abituale, aveva spiegato ad Alfonso la legge che regolava questa diminuzione:
- In giugno si ritirano alla campagna i più ricchi banchieri, gli scienziati del mondo bancario, gl'iniziatori della speculazione.
Il nostro lavoro giornaliero rimane il medesimo perché quello non è creato da costoro, ma mancano le foghe inaspettate di lavoro, tanto dolorose ai subalterni, le emissioni e le conversioni.
Già in luglio diminuisce il lavoro bancario, non perché sia avvenuto nulla di nuovo alle banche, ma perché a loro volta si mettono in libertà i più ricchi commercianti.
In agosto, il più bel mese dell'anno, si trovano al verde, presidenti di banca, direttori e peggio, unitamente ai commercianti.
Non rimane a casa che il numero necessario d'impiegati.
Da Maller il processo non corrispondeva a questa regola.
In maggio e giugno prendevano il permesso alcuni impiegati e i capi, in luglio il signor Cellani, il procuratore, ed in agosto a pena il signor Maller.
Il primo a partire fu Sanneo il quale si prese quindici giorni di permesso mentre ne avrebbe avuto diritto a trenta.
Fra gl'impiegati si asseriva che il signor Sanneo non sapesse restare per troppo lungo tempo privo del suo pane quotidiano, la posta e la polemica.
Alfonso, per caso, presente, Sanneo diede le istruzioni a Miceni, il quale nella sua assenza doveva fungere da capo.
La stanza di Sanneo era posta accanto a quella del signor Cellani, più buia di questa perché un palazzo di faccia le toglieva la luce.
Anche questa stanza, d'inverno aveva i tappeti, ma, salvo il tavolo di legno nero, largo e comodo, cedutogli dal procuratore che ne aveva preso un altro, i mobili erano identici a quelli degli altri impiegati: due armadi di legno dipinti rozzamente in giallo, una sedia di paglia e, di fianco all'unica finestra, un altro tavolo da cui era stato levato il palchetto.
Sanneo, seduto, andava consegnando a Miceni che stava alla sua destra in piedi, lettera per lettera, un grosso pacco, indicandogli esattamente quanto avesse da fare a un dato giorno o dopo ricevuto altro scritto.
Riponeva qualche lettera anche dopo data tutta la spiegazione osservando con una smorfia che c'era tempo per rispondere e che voleva farlo lui a suo tempo.
Si capiva che gli seccava di abbandonare a Miceni tutta la sua gestione.
Miceni ritornò nella sua stanza col capo ritto, la figurina tesa, il passo rigido.
Si sedette e con un sorriso sprezzante mormorò:
- Tante spiegazioni come se fossi da ieri alla banca.
Ripensandoci rammentò dei particolari del suo colloquio con Sanneo e ne rise:
- Vuoi scommettere che all'ultimo momento Sanneo si pente e rimane?
Il più vivo desiderio di Alfonso era di andarsene; non sapeva perciò ammettere che altri volesse rimanere.
Poco dopo venne Sanneo ad avvisare che differiva la partenza al giorno appresso.
Miceni guardò Alfonso, e quando uscì Sanneo esclamò con ira:
- Valeva la pena di tenermi di là per un'ora a darmi delle istruzioni di cui non avevo bisogno!
- Saranno buone per domani! - rispose Alfonso che per affari d'ufficio non comprendeva l'ira.
- Domani partirà come è partito oggi.
Invece Sanneo partì.
Alla sera andò in giro nei diversi uffici a salutare gl'impiegati.
Porse la mano ad Alfonso che, balbettando, gli augurava il buon divertimento, e lo ringraziò con un sorriso veramente benevolo.
Ad onta di quanto gli era stato detto, Alfonso credette di veder brillare in quegli occhi irrequieti la gioia per i quindici giorni di libertà.
Miceni occupò la stanza di Sanneo per essere alla mano dei direttori.
Riceveva gli ordini direttamente dal signor Maller o dal signor Cellani e Alfonso gl'invidiava la disinvoltura con la quale trattava con tali alti personaggi.
Per Alfonso fu questo un intervallo di riposo a quel lavorio di copiatura a cui veniva costretto da Sanneo ed ebbe poscia spesso a rimpiangere questi quindici giorni.
Non importava gran fatto a Miceni che venissero spedite molte offerte; per corrispondere all'impegno preso gli bastava che il lavoro d'obbligo venisse fatto intero e senza errori.
Ebbe l'intelligenza di abbandonare subito il sistema seguito da Sanneo.
Costui non dava da fare la posta corrente che a Miceni e a due altri impiegati; gli altri tutti facevano un lavoro basso di copiatura e di revisione di conteggi: "È preferibile un impiegato che comprenda a dieci imbecilli" soleva dire Sanneo.
Miceni chiamò tutti ad aiutarlo e ad Alfonso toccò scrivere piccole lettere italiane di scritturazione, lavoro più variato e più piccolo di quello avuto sino ad allora.
Solo nella sua stanza, trovò il tempo di leggere dei libri che si portava di casa.
Romanzi non leggeva avendo ancora sempre il disprezzo da ragazzo per la letteratura detta leggera.
Amava i suoi libri scolastici che gli ricordavano l'epoca più felice della sua vita.
Uno di questi leggeva e rileggeva instancabile, un trattatello di retorica contenente una piccola antologia ragionata di autori classici.
Vi si parlava per lungo e per largo di stile fiorito o meno, lingua pura o impura, e Alfonso, avuta l'idea teorica che faceva sua, sognava di divenire il divino autore che avrebbe riunito in sé tutti quei pregi essendo immune da quei difetti.
Alla sera nella stanza di Alfonso, la quale era la più appartata, si riunivano parecchi corrispondenti a chiacchierare.
Quando c'era il signor Sanneo vi si stava sempre all'erta perché capitava inatteso come una bomba, col suo passo sempre affrettato e a pena entrato, qualunque ora fosse, gridava: "Non perdano tempo, non perdano tempo!" Nessuno si arrischiava di rispondere e il gruppo si scioglieva come una mandra dispersa da un cane imbizzito.
Miceni invece, anche adesso, veniva qualche sera a passare la mezz'ora quieto in quella stanza.
Stava zitto, sdraiato sul vecchio sofà, stanco ma lieto della giornata, agitato dall'importanza del suo lavoro.
Ballina lo trattava per derisione con rispetto affettato.
Un giorno, nella foga del lavoro, Miceni gli aveva rimproverato lentezza ed egli non gliela perdonava.[CM1] Miceni cercò di giustificare quella sgridata, ma Ballina gli rise in faccia:
- Come se gli affari della banca fossero i tuoi.
Capisco, quantunque molto difficilmente, che il signor Maller, che il signor Sanneo ci tratti con alterigia, ma non un capo corrispondente per quindici giorni.
Certamente Ballina doveva essere una persona felice; aveva la beatitudine del suo molto lavoro meccanico tanto evidente, che persino Alfonso che volentieri non l'avrebbe ammesso, la comprese.
Si diceva per vanteria capo dell'ufficio informazioni ma ne era l'unico componente.
Lui domandava le informazioni e lui le copiava e le disponeva per ordine alfabetico in un grande armadio.
Non teneva sospesi perché il suo lavoro non lo richiedeva e aveva l'abitudine di rimanere all'ufficio molte più ore di quanto fosse obbligato.
Puliva bocchini d'osso di cui era provvisto in quantità, raddrizzava serrature, aguzzava rasoi, si faceva la barba in ufficio, quando se la faceva.
Grande fumatore, aveva sempre nel cassetto un enorme quantità di tabacco in mucchio su un foglio di carta oleata; era una mescolanza di diverse specie e profumata da una radice che dava alla sua stanza un odore intenso di resina.
Era la sua vera abitazione quella stanza; ci aveva introdotto delle comodità, tra altre inchiodato sulla sedia di paglia un pezzo di corame per sedere più comodo.
Un cassetto del suo tavolo era destinato esclusivamente alle munizioni; del pane, talvolta del burro, spesso una bottiglia di birra, sempre una bottiglietta di zozza di cui usava offrire agli amici che venivano a fargli visita.
Nell'altra sua abitazione non doveva stare troppo comodo.
Raccontava che la stanza ove dormiva era tanto piccola che essendoci il letto e l'armadio, la sedia era di troppo e impediva l'ingresso.
Non potendo farne a meno trovò un meccanismo ingegnoso:
- Legai la sedia ad una corda che attaccai alla parte superiore della porta dopo di averla fatta passare per un gancio sporgente dal muro.
Aprendosi la porta, la sedia sale e lascia l'ingresso libero; chiusa la porta ci si trova la sedia accanto e si può sedervisi senza muover passo.
C'era forse dell'esagerazione in tale descrizione, ma di certo qualche cosa di vero.
Un giorno dinanzi ad Alfonso consegnò ad un servo di piazza le chiavi della sua stanza incaricandolo di trovargli un nuovo alloggio e di trasportarvi i suoi pochi mobili.
La sua abitazione, quella che aveva il suo affetto da femmina, era l'ufficio.
Ballina con quel suo aspetto posato aveva dissipato una piccola sostanza che gli era stata affidata, come egli diceva, quando ancora non comprendeva il valore del denaro.
Per un annetto di piaceri, ne aveva passati molti nella miseria e doveva passarne molti altri, "fino alla morte probabilmente" diceva, mentre se avesse avuto a disposizione qualche poco di denaro, ingegnoso come era avrebbe saputo aiutarsi.
Così invece lavorò sempre per altri, in una fabbrica di bocchini, in altra di aceto, rivenditore ad un'esposizione, da un negoziante di bastoni e così via, sempre malissimo retribuito.
Finalmente capitò da Maller ove si affezionò a quel lavoro tanto da rassegnarsi ad un emolumento misero assai.
Il corrispondente francese, White, faceva di solito le spese della conversazione.
Di famiglia inglese trapiantata in Francia, era stato allontanato da Parigi dai suoi parenti che temevano mangiasse tutta la sua sostanza al giuoco e nella vita comoda e signorile che amava di condurre.
Era entrato alla banca quale corrispondente francese, da prima sottoposto a Sanneo, poi indipendente dopo una violenta baruffa con il suo capo.
Maller riconobbe che quei due non potevano andare d'accordo e li divise non volendo costringere White a sottomettersi.
White era protetto da un banchiere suo vecchio amico.
Il lavoro di White verteva quasi del tutto su affari di borsa di cui pareva avesse una perfetta conoscenza.
Era del resto un buon impiegato, rapido lavoratore quantunque disordinato.
Sempre vestito elegantemente, aveva però una figura tozza, il passo incerto, la schiena teneva curva e gli dava un aspetto molto originale il vestito da lion con quella figura da vecchio.
Il suo volto invece era regolarissimo; gli occhiali lo abbellivano accrescendo serietà alla sua faccia bruna.
Nel luogo che per lui era di provincia, s'era appassionato per la caccia e la sua pelle portava le traccie delle molte ore passate al sole.
Lavorava con grande rapidità e quando nulla aveva da fare, prendendosi una libertà che gli altri impiegati non avrebbero osato, non veniva affatto all'ufficio.
Intelligentemente blagueur, la sua conversazione riusciva interessante; leggeva tutti i nuovi romanzi francesi e ne parlava da un certo punto di vista che dava originalità alle sue osservazioni.
Non amava i romanzi più moderni; ne comprendeva, a quanto Alfonso poteva giudicare, tutti i meriti, ma non li amava sempre.
Vi trovava una cosa di troppo o altra di troppo poco e finiva col dirne male.
Offendeva il feticismo di Alfonso parlando con famigliarità sprezzante degli scrittori più celebri.
"Quegli dava il titolo al suo romanzo per attirare gli acquirenti, l'altro scriveva porcherie al medesimo scopo, il terzo che si diceva buono, scrittore che veniva letto dalle signorine, era un birbante che legnava sua madre."
Offerse ad Alfonso dei libri in prestito, e, dimenticandosi sempre di portarglieli, una sera lo condusse seco a prenderli.
Abitava nel centro della città in un primo piano spazioso.
Attraversata una piccola anticamera, entrarono in uno stanzone non ammobigliato che da un tavolo e alcune sedie; le finestre erano senza coltrinaggi.
In tanta luce e per tanto spazio la stanza rimaneva troppo nuda.
Vestita di un accappatoio color rosa, bionda, dai tratti troppo regolari, una donna era seduta accanto ad una finestra lavorando al telaio.
- Ma femme - disse White presentando, e poi: - Mon ami Monsieur Nitti.
La signora s'era alzata a stento, impedita dal panno che pendeva dal telaio.
I due presentati si guardarono, lui mormorando una parola di complimento, ella proprio attendendo ch'egli se ne andasse per rimettersi al lavoro.
White s'era precipitato in una stanza vicina e Alfonso, seccato di trovarsi muto con una muta, dopo un inchino leggermente corrisposto lo seguì.
La stanza da letto aveva i due letti uno accanto all'altro, un armadio e alcune sedie.
I libri di White, una ventina, giacevano in disordine sul pavimento, sotto all'unica finestra, anche questa mancante di coltrinaggi.
Non un quadro alle pareti; nulla di più del necessario; sembravano due stanze ammobigliate per albergarci per qualche tempo, non un'abitazione.
Uscì con White, e con la donna di costui si ripeté la medesima scena.
Ella si rialzò colla medesima premura, la faccia tranquilla per indifferenza, e il panno una seconda volta minacciò di farla cadere.
Alfonso chiese con sorpresa a White:
- Da quando è ammogliato?
White fu preso da una grande ilarità:
- Ammogliato? Da molto tempo, ma con questa mano! - e alzò la sinistra.
Una donna con un bambino in braccio entrò nella casa.
- Mio figlio! - gridò White toccando il bambino con il bastone; - mi rassomiglia un poco; tiene la schiena come me.
Il bambino s'appoggiava coi braccini sulla spalla della donna che lo teneva troppo in alto e lo costringeva quindi a curvarsi.
- Noi siamo più sinceri di voi; io faccio pubblicamente tutte le mie cose e i parenti che ho qui me ne vogliono perciò, ma io me ne infischio formidabilmente.
Parlava l'italiano con disinvoltura, però si capiva che traduceva dal francese.
Un giorno nella stanza d'Alfonso, mentre c'era White entrò Annetta con un'amica alla quale faceva vedere la banca.
Salutò con grande dimestichezza White, lo presentò all'amica e principiò con lui un vivace chiacchierio in francese.
Congedandosi, disse ad Alfonso con un sorriso cortese:
- Anche lei...
mi farà piacere!
Alfonso s'inchinò ma non aveva compreso.
Annetta era vestita in lutto per la morte di un lontano parente ch'essa non aveva neppur conosciuto.
Il bruno la vestiva meglio che non il chiaro perché la faceva più magra; i suoi occhi parevano persino più espressivi.
- Che cosa mi ha detto? - chiese Alfonso a White.
- Ha invitato me a casa sua e così ha invitato anche lei - rispose White con noncuranza, - io non ci andrò!
- Ed io neppure! - affermò Alfonso risolutamente.
Al suo ritorno, Sanneo salutò gl'impiegati più freddamente che alla partenza.
Rientrato alla banca ridiveniva immediatamente il capo, mentre partendo aveva avuto il tempo di salutarli da collega.
Il primo giorno Miceni lo passò nella stanza di Sanneo per consegnargli i sospesi.
Poi tutto riprese le vie usate e solo Miceni non seppe trovare la sua.
Camminava per la banca più stecchito del solito, in ozio perché essendo assuefatto al lavoro di Sanneo non era occupato abbastanza dal suo.
Rimpiangeva quei quindici giorni di quasi sovranità, lodava il contegno che avevano avuto con lui i direttori ma più di tutto esaltava il genere di lavoro di Sanneo.
- Questo è tutt'altra cosa! - esclamava con disprezzo accennando alle sue carte, - niente varietà e niente d'iniziativa!
Nella stanza era ora l'unico a lagnarsi della vita da travetto.
Alfonso era ozioso perché Sanneo non gli aveva dato ancora da fare delle offerte e si godeva le poesie del de Musset.
Ben presto tutti alla banca seppero che i rapporti fra Miceni e Sanneo erano divenuti difficili e da tutti ne veniva attribuita la colpa a Miceni.
Sanneo aveva l'abitudine di segnare con degli N.B.
(Notabene) le lettere per la cui risposta egli voleva dare degli ordini, imponendo così al corrispondente di andare da lui a chiederglieli prima di rispondere.
Ballina, che aveva la specialità di formare i neologismi necessari agli usi speciali della banca, stabilì che andare a notabenarsi significava recarsi dal capo corrispondente a chiedergli la spiegazione dei suoi segni.
Ora Miceni, perché riteneva di non abbisognare di tante spiegazioni o per poltroneria, spesso ometteva di fare la cosa così designata da Ballina; più spesso ancora, dopo ricevute le istruzioni, le modificava preferendo la propria all'idea di Sanneo.
Questi attribuiva tutte queste irregolarità a sbadataggine e non le puniva che rimandando le lettere con l'ordine di mutarle, e Miceni dal canto suo non trovava altro modo di vendicarsi che scrivendo le lettere con calligrafia trascurata e mormorando:
- Finirò col fargliele rifare a lui!
Quest'inimicizia avrebbe potuto restare latente per molto tempo se Miceni in un momento d'ira non avesse chiaramente spiegato a Sanneo tutto il suo malvolere.
Erano le ore di maggior furia di lavoro, alla sera, e Sanneo trovò una lettera di Miceni fatta del tutto diversamente dal modo ch'egli avrebbe voluto; si rammentò anche che per quella lettera Miceni non s'era notabenato.
Venne da Miceni a passo di corsa, agitatissimo perché sospettava che l'errore fosse stato fatto scientemente.
- Questa lettera non può partire - e la scuoteva con la mano nervosa; - io voleva che si scrivesse altrimenti, non ha visto il notabene? Mi faccia vedere la lettera originale!
Visto che Miceni, che voleva guadagnare tempo, si moveva con troppa lentezza, prese lui il pacco di lettere, le sparse sul tavolo e ne trasse il corpo del delitto.
- Non vide questo notabene? - gridò furibondo.
Infatti era difficile non vederlo.
Era fatto con una matita rossa; la prima gamba della N correva larga diagonalmente attraverso la facciata, la seconda era più breve ma soltanto perché dopo essersene staccata rimaneva parallela alla prima e lo spazio più non bastava; il B si spingeva più piccolo sin fuori della facciata e gli mancava una gobba.
- L'ho visto - gridò Miceni stizzitosi perché la predica gli era fatta dinanzi ad Alfonso e a White, - avevo però già domandato le istruzioni per le altre lettere, e quando mi capitò questa trovai troppo faticoso di correre fino da lei per chiederle delle spiegazioni che supponevo avessero ad essere, come al solito, superflue.
La sua voce aveva dei suoni acuti; una volta scoppiata, l'ira lungamente covata gli faceva dire tutto quanto pensava.
- Ah! così! - urlò Sanneo dopo un istante di sorpresa a tanta petulanza, e stracciò la lettera, - crede che io faccia i notabene per mio piacere? Rifaccia subito questa lettera!
Con voce tremante, interrotta dalla commozione, gli diede le istruzioni.
- Ma poiché non posso più fidarmi di lei, - aggiunse di nuovo gridando, - mi darà sempre, con la sua lettera, la lettera arrivata e si rammenti che se ne fa ancora di queste, mi rivolgerò al signor Maller per farle dire per suo mezzo le mie ragioni.
Miceni s'era già messo a scrivere, ma qui alzò le spalle con movimento quasi impercettibile ma completato da un sorriso ad aperta provocazione.
Asserivasi di Sanneo che gridava finché non trovava opposizioni e certo era che non amava le questioni e che per quanto stava in lui le evitava.
Finse di non aver visto il gesto di Miceni e se ne andò.
Miceni era rosso in modo che sotto ai baffetti neri brillava la pelle colorata; si sentiva stridere più fortemente del solito la sua penna sulla carta.
Terminata la lettera, gettò con violenza la penna sul tavolo e gridò:
- Vuole che faccia anch'io come ha fatto White!
Dopo di aver consegnata la lettera a Sanneo spiegò ad Alfonso che anche a lui era possibile di emanciparsi da Sanneo, perché a costui bastava la corrispondenza con Vienna e l'Italia, e poteva lasciare a lui esclusivamente la corrispondenza con la Germania!
- Il signor Maller sa quanto io valga!
Si capiva che Sanneo nei giorni susseguenti agiva con premeditata moderazione perché non rifiutò alcuna lettera di Miceni il quale del resto andava a chiedergli tutte le istruzioni a cui i pochi notabene di Sanneo lo costringevano.
Ballina gridava:
- È dunque così che bisogna trattarlo per farlo buono?
White si congratulava con Miceni e gli domandava che riconoscesse di non aver fatto altro che imitarlo debolmente.
- Il resto non si farà attendere di troppo! - rispose Miceni trionfante e indicò loro la meta a cui tendeva.
Ballina protestò in nome della giustizia:
- Adesso che la tratta bene sarebbe suo il torto se ancora volesse far baruffe.
Nel timore di perdere il suo impiego non aveva mai avuto il coraggio di reagire contro alcun superiore; fra gl'impiegati della corrispondenza era il peggio trattato e invidiava coloro che potevano dire le proprie ragioni.
Anche White cercava di calmare Miceni: non gli era troppo simpatica la propria azione vista in altrui.
Ma Miceni non volle udire ragione.
Nell'impazienza di fare la sua brava ribellione, non fu capace di attendere l'occasione propizia, pur sapendo che non poteva tardare di molto a presentarsi, perché Sanneo aveva periodicamente delle giornate di forte irritabilità nelle quali facilmente si lasciava andare a parole che anche in direzione sarebbero stati costretti a biasimare.
Fu sua la colpa se Sanneo con tanta facilità ottenne la vittoria.
Una domenica, un impiegato della stessa corrispondenza gli diede l'incarico, in iscritto come al solito, di scrivere subito a un cliente per invitarlo con energia di rimettere la copertura per differenze risultate in affari di borsa.
Quantunque sapesse che l'ordine era stato dato da Sanneo, avendo il desiderio di andarsene, Miceni non lo eseguì e dichiarò che domenica non lavorava.
L'impiegato riferì la risposta a Sanneo il quale andò su tutte le furie.
Corse da Miceni e senza chiedere spiegazioni, con la schiuma alla bocca, gridò:
- Scriva immediatamente questa lettera! - e gettò l'avviso sul tavolo.
- Oggi è domenica, - rispose Miceni livido e tremante; il suo coraggio era voluto e la sua natura era da vile.
- Di domenica io non lavoro.
Era stato Sanneo che aveva imposto alla corrispondenza di lavorare anche alla domenica mattina, ma cose di premura si eran fatte anche prima che egli divenisse capo; certi lavori non ammettevano dilazioni.
- Ah! così! - chiese Sanneo con voce pacata.
Da un momento all'altro era ridivenuto calmo e se ne andò col suo passo rapido quasi non avesse voluto lasciar tempo a Miceni di modificare la sua risposta.
Poco dopo fece chiamare Alfonso.
- La prego, signor Nitti, faccia lei questa lettera.
Gli parlò con una dolcezza insolita e con voce commossa.
Per una lettera di pochi versi trattenne Alfonso per un quarto d'ora abbondante; dapprima gli espose lo scopo della lettera, poscia letteralmente la dettò.
- Così tocca farla a me! - disse Alfonso a Miceni.
Miceni si adirò:
- Se trova con tanta facilità chi gli lavora di domenica, colui che vi si rifiuta finirà sempre coll'aver torto.
Se ne andò allo scopo di poter poscia asserire che non aveva potuto lavorare avendo avuto eccezionalmente un impegno altrove; dopo fatto quanto da tanto tempo s'era proposto di fare, si trovava evidentemente inquieto e preoccupato.
Sanneo rilesse la lettera fatta da Alfonso, fece qualche virgola ch'egli non aveva indicata e che Alfonso con la sua esattezza da copista non aveva osato di aggiungere, e con un sorriso di approvazione gli disse:
- Ma benone! Mi faccia il favore di porla sul tavolo del signor Cellani.
Non era stato mai tanto cortese.
Alle nove della mattina del lunedì, Miceni venne chiamato dal signor Maller.
In parte White, in parte Miceni stesso riferirono ad Alfonso la scena che ebbe luogo in direzione.
Miceni era entrato con un saluto fragoroso e un inchino diretto anche a Cellani ch'era presente.
White che stava per uscire si fermò ad ascoltare.
- Il signor Sanneo si lagnò di lei, signor Miceni, - disse Maller molto serio; - perché si è rifiutato ieri di scrivere quella letterina?
- Ritenevo fossero cose che si potessero fare anche al lunedì, - rispose Miceni; all'ultimo momento s'era deciso di dare una forma dubitativa alla sua risposta.
- Ma se il signor Sanneo ordina che si devono fare alla domenica, - e Maller alzò la voce - son cose che si devono fare alla domenica.
La parziale ripetizione della frase di Miceni rendeva più dura la sua risposta.
- Ad ogni modo - obbiettò Miceni con un tono che chiedeva alla bontà del suo avversario di accettare per buono il suo argomento - è mal fatto da parte del signor Sanneo di obbligarmi a lavorare in giorno festivo.
- Avevo dato ordine io di fare e di spedire ieri stesso quella lettera, - rispose severamente il signor Maller.
Miceni ebbe dei suoni inarticolati; non c'era più nulla da rispondere.
A White fece compassione e uscì.
L'altra parte della scena fu riportata da Miceni che uscì dalla stanza di Maller lieto come se fosse stato sicuro del fatto suo.
Si faceva ammirare.
Gli era stato dato torto per la questione in giudicato e un altro avrebbe abbandonato la partita per perduta, mentre lui aveva saputo spostarla.
Aveva parlato di vecchie storie, in direzione già sapute e per le quali si sapeva che Sanneo era stato biasimato; poi, con disprezzo, - un'altra mancanza di rispetto al suo capo non poteva più nuocergli, - di quei notabene che non avevano altro scopo che d'insudiciare le lettere e di far correre l'impiegato.
- Il contegno del signor Sanneo con gl'impiegati non è quale dovrebb'essere ed io assolutamente non mi vi adatto!
Aveva riconquistato tutta la sua sicurezza.
Venne però chiamato di nuovo in stanza del signor Maller e ne uscì con cera affatto mutata, tanto che Alfonso nulla gli chiese avendo già compreso.
Miceni ebbe un risolino che voleva essere sarcastico; con movimenti più decisi pose sul suo tavolo il cappello e la giacchetta da lavoro e disse:
- Questa è del tutto inaspettata.
White entrato allora guardò Miceni con fredda curiosità.
- Lei viene trasferito alla contabilità?
La vista di chi era stato più fortunato di lui, fece perdere a Miceni quel poco di padronanza di sé che ancora gli era rimasta.
Non c'era nulla da ridere, disse, quantunque White non avesse riso; se egli avesse goduto di tante protezioni come White, l'affare avrebbe preso tutt'altra piega.
White non si difese e freddo, freddo, sorridente, rispose che sapeva di essere protetto e che non gli dispiaceva che anche gli altri lo sapessero; fece inviperire vieppiù Miceni.
Pareva volesse vendicarsi dell'attacco che l'aveva lasciato tanto indifferente.
- Chi troppo abbraccia nulla stringe.
Allora Miceni nella grande ira si commosse.
- Che cosa ho voluto che fosse di troppo? Giustizia! è [CM2]troppo? Venir trattato pulitamente! è [CM3]troppo?
Non piangeva, ma la sua voce era piena di lagrime e White divenne più mite; non seppe risparmiargli l'ultima freccia per mettere a posto i fatti:
- Lei diceva però di voler essere indipendente.
Miceni risolutamente negò; egli voleva, esplicò, essere indipendente solamente nel caso che Sanneo non avesse saputo contenersi meglio.
Adesso, appena, s'accorgeva della difficoltà del compito che s'era assegnato e si vergognava d'essere stato battuto in quel modo.
White spiegò poscia ad Alfonso la gravità del caso toccato a Miceni.
Veniva relegato alla contabilità e ad un posto inferiore perché la pratica del corrispondente non bastava a fare il buon contabile.
- Poi la noia per chi è abituato ad un lavoro più variato! Lì non avrà da fare tutto il giorno che cifre, cifre e cifre.
Ballina entrò e ironicamente fece i suoi mirallegro ad Alfonso; veniva dalla stanza di Sanneo ove aveva udito che Alfonso veniva designato a successore di Miceni.
Alfonso lo guardò incredulo ma già spaventato; gli faceva paura il lavoro di Miceni supponendolo difficile e troppo grande, tale che gli avrebbe tolto quel poco di tempo che gli rimaneva per le sue letture.
White cercò di tranquillarlo; quello che non sapeva fare gli si sarebbe insegnato e se non arrivava a fare tutto, il mondo nondimeno avrebbe continuato a girare e lui a vivere.
Era certamente un avviamento alla sua carriera e se aveva senno doveva rallegrarsene.
- È stato solo nell'ultimo tempo che Miceni si diede quell'aria d'importanza, - gli raccontò Ballina; - non prima, perché il signor Sanneo ha dovuto spiegargli tutto dall'a fino allo zeta.
Citò anche un caso in cui aveva veduto Miceni con gli occhi fuori della testa dalle difficoltà che offriva a lui un affare per altri semplice e chiaro.
- Con gli occhi fuori della testa? - chiese Alfonso che godeva meno della disgrazia toccata al suo rivale di quanto soffrisse per quella che poteva toccare a lui.
Soltanto alle tre del pomeriggio gli venne confermato ufficialmente l'annunzio di Ballina.
Sanneo lo fece chiamare quando ebbe sbrigato i notabene degli altri impiegati.
Gli disse con noncuranza che il signor Miceni aveva lasciato la corrispondenza e ch'egli si era deciso di dare a lui una parte della corrispondenza italiana, il lavoro puramente bancario, anzi, aggiunse con disprezzo, di scritturazione.
Alfonso si era proposto di esporre lo stato delle sue cognizioni, ma non ne ebbe il coraggio; sarebbe stato vergognoso di mostrarsi esitante ad accettare un lavoro tanto facile.
In pochi minuti Sanneo gli mise in mano una quindicina di lettere con poche parole di spiegazione per ciascuna.
Parlò di stornare, di mettere in deposito, di tenere in sospeso, tutti termini di cui il senso era ancor poco chiaro ad Alfonso.
Compilò con facilità la risposta a due o tre lettere, quelle consegnategli ultime da Sanneo, delle quali rammentava ancora le spiegazioni avute; non gli sarebbe riuscito di rispondere alle altre senza l'aiuto di White.
- A chi darà poi il resto del lavoro di Miceni? - chiese White con sorpresa dopo di aver dato ad Alfonso con grande gentilezza una vera lezione di scritturazioni bancarie: - qui mancano ancora gli affari di borsa e poi quelle cinque o sei lettere di polemica; in questa corrispondenza ce ne sono ogni giorno anche più.
È capacissimo di fare tutto lui.
Infatti uscendo dalla banca alla sera tardi, Alfonso vide la stanza di Sanneo ancora illuminata e proiettarsi sulle lastre la figura del capo corrispondente, sottile, china al tavolo.
White accompagnò Alfonso alla cassa per dare l'avviso di una tratta.
Era una stanzetta dimezzata da una leggera parete di legno dietro alla quale sedeva al suo tavolo, leggendo un giornale, il signor Jassy, un vecchio dal volto coperto da numerose pustolette che non ci avevano lasciato che radi i peli bianchicci.
Su un foglio rigato che White gli porse, Alfonso notò gli estremi della tratta; lo consegnò poi a Jassy che lo pose accanto al giornale senza dir parola.
Giusto allora si presentò un giovinetto allo sportello e presentò una cambiale.
Jassy prese il foglio degli avvisi, lo guardò, guardò la cambiale, poi, sempre immobile, con voce di lamento gridò:
- È proprio questa, avvisata in quest'istante, ma perché non la fate segnare in tempo dal signor Cellani? Qui non c'è adesso nessuno che possa muoversi dalla cassa e intanto la gente aspetta.
Gettò il foglio con violenza dinanzi a White.
Questi rispose subito irritato
- Non ho mica avvisata io questa tratta, è cosa che non mi concerne; del resto le tratte non si possono avvisare prima di aver ricevuto le lettere di avviso.
Le pare?
Il vecchio si rivolse ad Alfonso e, più dolcemente, gli disse:
- La prego di far vedere questa tratta al signor Cellani, sa dov'è la sua stanza?
- Venga con me - disse White e s'avviò.
Alfonso lo seguì dopo essersi fermato a guardare Jassy il quale, parlando con la persona ch'era venuta ad incassare la cambiale, andava con passo vacillante verso lo sportello.
Aveva le gambe molli come se fossero state fatte di panno e teneva le mani per innanzi quasi avesse avuto paura di cadere.
- Questi è il cassiere? - chiese Alfonso a White.
- Sì, un povero vecchio che sarebbe più adatto alla contabilità...
o alla pensione.
Il signor Cellani era un uomo che aveva conquistato il suo posto a forza di fatiche, passo passo; lo si diceva cinquantenne, ma, con la sua figura magra e slanciata, la pelle asciutta e senza rughe, non mostrava di avere più di trent'anni.
- Buona fortuna! - augurò con grande cortesia ad Alfonso che per affari d'ufficio veniva per la prima volta da lui.
- Le raccomando di badare molto alla forma delle lettere; non ero molto contento neppur di quella del signor Miceni.
Lei è intelligente e comprenderà quanta importanza abbia la forma nella lettera bancaria.
Appose l'iniziale del suo nome accanto all'importo della tratta.
Nel frattempo erano venute altre persone alla cassa e Giuseppe, il servo del signor Cellani, aiutava Jassy che si moveva lentamente fra la cassa e lo sportello, sempre indeciso, incapace anche di farsi aiutare, forse per diffidenza.
Alfonso, nel grande zelo suscitatogli dalle buone parole di Cellani, volle consegnare l'avviso a Jassy stesso.
Costui stava movendosi verso lo sportello con banconote in ambedue le mani; diede ad Alfonso un'occhiata torva e, senza fermarsi, gridò a Giuseppe:
- Gli tolga dunque di mano quel foglio!
Sanneo sul tardi gli diede da fare ancora due o tre lettere, e per ultimo lavoro dovette spedire delle cambiali.
White lo aiutò anche qui perché Alfonso aveva riguardo di maneggiare quei bollettini di carta tanto preziosi.
Sbollito il primo zelo, copiando nella lettera quegl'importi vistosi, Alfonso calcolava quale minima frazione di ogni singolo gli sarebbe bastata per vivere tranquillo al suo villaggio.
52
VI
Già il giorno appresso il lavoro di Alfonso aumentò.
Sanneo, che nulla sapeva dell'aiuto prestatogli da White, trovava che le lettere di Alfonso non lasciavano nulla a desiderare e si credette autorizzato a dargli da fare di più ed un lavoro più serio.
Quel giorno ancora White aiutò; il terzo giorno arrivò la liquidazione di Parigi che White doveva rivedere e Alfonso rimase abbandonato a se stesso.
A mezzodì ricevette una prima sgridata da Sanneo, alla sera Sanneo andava raccontando per la banca che due giorni di lavoro erano bastati per far incretinire Alfonso.
Lo chiamò ordinandogli di rifare metà delle lettere ch'egli aveva corrette e Alfonso dovette confessargli che nei giorni precedenti era stato aiutato da White.
Sanneo si calmò, ma da allora lo trattò più bruscamente.
Il suo lavoro divenne così più disaggradevole.
Gli era stato proibito di farsi aiutare da White per il quale Sanneo serbava un po' di rancore e, in luogo di dargli le istruzioni, spesso Sanneo gl'indicava il giorno in cui era stata scritta una lettera identica, gli ordinava di cercarsi il copialettere e di copiarla.
Non era cosa facile trovare i copialettere alla banca Maller! Fra tanti impiegati che li usavano, bisognava correre dalla contabilità fino alla cassa, e più volte, perché nessuno aiutava; ognuno badava alle cose sue e bisognava frugare con le proprie mani ogni ripostiglio per accertarsi che non v'era la cosa cercata.
Dapprima Alfonso usava gridare in ogni stanza: - Signori, prego il copialettere del tale e tale giorno.
- Smise quest'uso perché perdeva anche il fiato.
Nessuno rispondeva e qualcuno sorrideva.
Correndo di stanza in stanza, Alfonso finiva col trovare il copialettere accanto a un impiegato cui sarebbe costato poco di avvertirnelo, e di risparmiargli delle corse inutili.
Trovati i copialettere, c'era ancora la fatica di trovarci la lettera voluta.
Se Sanneo gli avesse saputo anche indicare da chi era stata scritta sarebbe stata una grande facilitazione perché non sarebbe occorso sempre di leggerla per riconoscerla.
La grossa scrittura di Sanneo anneriva tutto il foglio su cui era stata copiata, quella di Miceni si riproduceva intiera, nitida come nell'originale, i grossi tratti e larghi di White si sviluppavano nella copia a macchie indistinte.
In contabilità Alfonso salutava Miceni e si fermava talvolta a scambiare qualche parola con lui.
Vi si costringeva contro voglia perché sentiva che Miceni non gli voleva bene.
Il tavolo nuovo di Miceni aveva già assunto l'aspetto del vecchio: calamaio, penna, matita disposte nel medesimo ordine, il grande librone su cui lavorava perpendicolare alla linea marginale del tavolo.
Conteggiava su minuti foglietti di carta che riempiva di cifre microscopiche.
Alfonso non sapeva gioire del suo avanzamento.
Era realmente avanzato, perché se anche tutti si divertivano a rammentargli ch'era ben lungi dall'avere il posto di Miceni, aveva abbandonato l'offerta, la copiatura, il lavoro imbecille del servo che maneggia la penna invece della scopa.
Ma quando alla sera gli venivano restituite metà delle sue lettere con annotazioni di Sanneo, disperava e avrebbe preso volentieri il primo treno per ritornare a casa sua e lasciar quelle lettere da rifare al signor Maller stesso.
È ben vero però che se poco dopo Sanneo apponendo il suo segno ad una lettera, faceva col capo un cenno d'approvazione, Alfonso, per quanto grande fosse stata la sua stanchezza, riprendeva di gran lena il suo lavoro.
Stanchezza? Somigliava meglio a nausea.
Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità di poco o nulla mutava.
In un'intiera giornata egli aveva da costruire uno o due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli volte la medesima frase.
Verso sera la mano, l'unica parte del suo corpo veramente stanca, si fermava, l'attenzione non stimolata si distraeva e qualche volta doveva gettare la penna e lasciare il lavoro, per una nausea da persona che ha preso di troppo di un solo cibo.
Non era mai a giorno con i suoi lavori e al suo malessere si aggiungeva l'inquietudine.
White gli aveva detto che tutte le lettere di pura scritturazione potevano venir trattenute parecchi giorni, anche settimane, senza risposta, e questa facoltà gli aveva alleggerito di molto il lavoro delle prime giornate: ben presto però, aumentando i sospesi, il lavoro ne venne complicato, perché molte lettere appena arrivate trovavano altre dello stesso cliente che attendevano la risposta e Alfonso con la poca attenzione che sapeva dare al suo lavoro e per una memoria renitente ai nomi, non sapeva che ci fossero.
Alla sera gli venivano restituite da Sanneo delle lettere con l'annotazione: "E la lettera arrivata precedentemente? N.B.
Signor Nitti".
Il povero peccatore se ne andava da Sanneo a udire una grande predica sul disordine, la quale non lo migliorava perché non era la buona volontà che gli mancasse, era la capacità; il suo era un difetto organico.
Quando ancora lo spingeva il primo zelo per il nuovo lavoro, la noia era minore.
L'attenzione che doveva avere continua, per finire il maggior numero di lettere nel minor tempo possibile, l'intensità stessa del lavoro lo distraeva, lo stancava come se fosse stato lavoro meno meccanico.
Ma questo primo zelo non rinasceva che per circostanze indipendenti dalla sua volontà, e il suo lavoro procedeva tanto lento che una buona parte della giornata la passava tra la lettura delle lettere arrivate per cercarvi quelle che poteva mettere da parte e la disamina delle carte che nei giorni precedenti aveva lasciato sul tavolo.
Sanneo si diceva sorpreso che a un giovane che dimostrava desiderio di lavorare non riuscisse di fare di più; piombava in stanza di Alfonso credendo di sorprenderlo alla lettura di qualche giornale o uscito a chiacchierare con altri impiegati e lo trovava sempre al suo posto con la penna in mano e gli occhi fissi sulla carta.
Per indulgenza gli diminuì anche il lavoro, ma le quindici o venti letterine che gli dava da fare, alla sera non erano mai fatte tutte e bastavano a mantenere il deposito di sospesi.
Alfonso si figurava che il malessere generale che provava dipendesse dal bisogno che aveva il suo organismo di stancarsi, di esaurirsi.
Si era anche fatto di quest'organismo una concezione plastica che riformava ad ogni novella sensazione.
Alla sera, dopo una giornata passata in mezzo alle cifre o correndo per la banca oppure con la penna sulla carta e il pensiero altrove, immaginava che nel suo corpo si movesse una materia abbondante attraverso a vasi molli incapaci di resistere o di regolare.
Se poteva, faceva allora delle grandi passeggiate e il malessere scompariva.
I polmoni gli si allargavano, sentiva le giunture più flessibili, il corpo gli obbediva più pronto ed egli si figurava che quella materia fosse stata assorbita o regolata e che aiutasse invece d'impedire.
Se si metteva a studiare, deposto il libro, si sentiva la mente stanca, una strana sensazione alla fronte come se il volume di dentro avesse voluto ingrossare, allargare il contenente.
Si sentiva calmo precisamente come se si fosse stancato correndo; vedeva lucidamente e i sogni o erano voluti o mancavano.
Ben presto anche il tempo dedicato alle passeggiate venne assorbito dallo studio; occorreva meno tempo per calmarsi con lo studio che con le corse.
Una sola ora passata su qualche difficile opera critica lo quietava per un'intiera giornata.
Inoltre, in poco tempo, gli era venuta l'ambizione e lo studio era divenuto il mezzo a soddisfarla.
Le cieche obbedienze a Sanneo, le sgridate che giornalmente gli toccava sopportare, lo avvilivano; lo studio era una reazione a quest'avvilimento.
Dinanzi ad un libro pensato faceva sogni da megalomane, e non per la natura del suo cervello, ma in seguito alle circostanze; si trovava ad un estremo, si sognava nell'altro.
Ogni istante di tempo fuori di ufficio od anche all'ufficio ove in un ripostiglio teneva alcuni libri, lo dedicava alla lettura.
Erano in generale letture serie di critica o di filosofia, perché di poesia e di arte stancavano meno.
Scriveva, ma poco; il suo stile, poco solido ancora, la parola impropria che diceva di più o di meno e che non colpiva mai il centro, non lo soddisfaceva.
Credeva che lo studio lo avrebbe migliorato.
Non aveva fretta, e quel poco che faceva era a compimento di un orario che s'era prefisso per il suo lavoro volontario.
Dopo di essersi stancato alla banca e alla biblioteca, gettava in carta qualche concettino, qualche espansione romantica con se stesso e che nessun altro riceveva.
Di notevole in queste espansioni vi era che il giovinetto sembrava soffrisse di certo male mondiale; alle sue reali sofferenze, alla nostalgia da cui ancora era travagliato, in queste espansioni non era dato luogo.
Teneva questi scritti in conto di annotazioni rudimentali di cui voleva servirsi in un lontano avvenire per opere maggiori, drammi, romanzi e peggio.
Non aveva ancora letto interamente un classico italiano e conosceva storie letterarie e studii critici a bizzeffe; più tardi si gettò alla lettura di opere di filosofia tedesca tradotte in francese.
Scoperse la biblioteca civica e quei secoli di cultura messi a sua disposizione, gli permisero di risparmiare il suo magro borsellino.
Con le sue ore fisse, la biblioteca lo legava, apportava nei suoi studii la regolarità ch'egli desiderava.
La frequentava assiduamente anche perché la sua stanza in casa Lanucci era poco adatta a studiarci.
Piccola, a mezzo occupata dal letto, di rado visitata dal sole, era disaggradevole e non era facile pensare su un tavolinetto rotondo di cui le quattro gambe non toccavano mai contemporaneamente il pavimento.
Quando gli era riuscito di vivere la giornata secondo programma, andava alla banca il giorno appresso ancora spossato e lavorava peggio del solito.
I sospesi divenivano maggiori e alla sera si trovava dinanzi un fascio enorme di carte giunte da tutte le città d'Italia; a lui sembrava che tutto il mondo congiurasse contro di lui e gl'imponesse quel lavoro.
In biblioteca fece poche conoscenze.
Entrava nella lunga sala di lettura tutta occupata da tavoli disposti parallelamente, occupava un posto qualunque e per qualche tempo con la testa fra le mani era tanto assorto nella lettura da non vedere neppure chi accanto a lui sedesse.
Dopo un'ora al più, la lettura affaticante gli ripugnava, per qualche tempo ancora vi si costringeva e cessava quando la mente più non afferrava la parola che l'occhio vedeva; usciva non appena deposto il libro e dopo quell'ora passata con gl'idealisti tedeschi, gli sembrava sulla via che le cose lo salutassero.
56
VII
Alfonso era venuto in città apportandovi un grande disprezzo per i suoi abitatori; per lui essere cittadino equivaleva ad essere fisicamente debole e moralmente rilasciato, e disprezzava quelle ch'egli riteneva fossero le loro abitudini sessuali, l'amore alla donna in genere e la facilità dell'amore.
Credeva di non poter somigliare loro e si sentiva ed era per allora molto differente.
Non aveva conosciuto la sensualità che nell'esaltazione del sentimento.
La donna era per lui la dolce compagna dell'uomo nata piuttosto per essere adorata che abbracciata, e nella solitudine del suo villaggio, ove il suo organismo era giunto a maturità, ebbe l'intenzione di serbarsi puro per porre ai piedi di una dea tutto se stesso.
In città quest'ideale perdette ben presto qualunque influenza sulla sua vita per non vivere che nel suo proposito, un proposito vago che non aveva forza che quando non c'era bisogno di lotta.
Ma come teoria ci teneva anche dopo di essersi accorto che appariva ridicola agli occhi di coloro cui la esplicava.
Non sapeva come supplirvi; abbandonandola avrebbe creato un vuoto nella sua vita.
Non la enunciò più, così che Miceni a torto si vantava di aver operato una conversione.
A ventidue anni i suoi sensi avevano la delicatezza e la debolezza dell'adolescenza.
Aveva dei desideri ch'egli sapeva reprimere soltanto con grandi sofferenze.
A provocare questi desideri, dura irrisione al suo sogno, bastava una gonnella o anche il pensarci, ed erano forti abbastanza per toglierlo improvvisamente alla lettura quando vi si era messo e farlo correre per le vie, spinto da un'agitazione vaga, indefinita, s'egli non ne avesse conosciuta l'origine.
In tale stato non poteva dedicarsi che ad una sola occupazione, quella di seguire per lunghi tratti di via qualche gentile figura di donna ammirandola timido e vergognoso.
Tardi gli venne il pensiero di spingere oltre le cose.
Fino ad allora aveva atteso che il suo ideale venisse a lui.
Una sera, correndo, si trovò dietro ad una donna che passando lo aveva guardato.
Vestita di nero, teneva molto alta la sottana e lasciava vedere un piedino calzato in eleganti scarpette lucide, una calza nera, l'attaccatura del piede gentilissima per un corpo agile ma non misero.
Alfonso vide ancora il collo, dalla pelle bianchissima; nulla della faccia.
Risolutamente la seguì, la sorpassò, poi l'attese come un cagnolino.
La signora a lui pareva ridesse guardandolo alla sfuggita e, incoraggiato, egli si propose di avvicinarla.
Era la prima volta ch'egli si trovasse in tale imbarazzo.
Ebbe delle esitazioni che lo costrinsero poi ad accelerare il passo.
Ella attraversò il Corso e imboccò via Cavana; doveva passare dinanzi alla biblioteca.
- Alla peggio andrò in biblioteca, - pensò Alfonso per dare alla sua passeggiata una meta sicura.
La precedette e si fermò alla porta della biblioteca.
Ella passò mentre la luce di un fanale faceva risaltare la bianchezza del collo e brillare la lacca della scarpetta, ma non lo guardò, ciò che ad Alfonso levò per qualche tempo la voglia di seguirla.
Lentamente ella salì l'erta della via dei SS.
Martiri lungo il Tribunale mentre appoggiato ad un paracarro egli si contentava di seguirla con l'occhio.
Poi, quando ella aveva quasi terminata l'erta, egli si avanzò sino al Tribunale.
Vide la figurina prospettarsi sul cielo, le curve precise come se le avesse viste più da vicino.
Ancora un istante di esitazione e l'avrebbe perduta di vista; non v'era tempo a riflettere e il suo desiderio parlò chiaro ed imperioso spingendolo ad una corsa sfrenata in modo che la raggiunse prima ch'ella si trovasse sul piano.
Era agitato, ma tanto stanco ch'era là là per lasciare la risoluzione presa da poco.
In mente la stessa idea che lo aveva fatto correre dal Tribunale in su, le si avvicinò: - Signora...
- le disse e levò il cappello, ma la respirazione divenuta più affannosa dacché s'era fermato, gl'impedì di continuare.
Un occhio azzurro lo guardò con freddezza glaciale e trovandosi poco preparato per parlare avendo pensato solo a correre, semplicemente si fece in parte per lasciarla passare, e pigliò fiato, lieto come se avesse temuto di venirne impedito.
I desideri che lo coglievano con tanta rapidità altrettanto rapidamente lo abbandonavano; per dimenticarli gli bastava di venir scosso da un timore o da una fatica.
Per certo tempo ogni sera correva dietro a qualche donna, ma soltanto a quelle ben vestite, perché l'oggetto dei suoi sogni era tutt'altro che pezzente e ad ogni corsa poteva illudersi di trovarlo.
Questi conati all'amore avevano sempre il medesimo risultato.
La sua timidezza vinceva i propositi fatti con la maggior risolutezza e bastava un gesto di ripulsa dell'aggredita od anche meno, lo sguardo indiscreto di qualche passante, per farlo desistere.
Dovette però fare l'esperienza che non era soltanto la sua timidezza che gl'impediva l'amore, ma i suoi dubbi, le sue esitazioni, e persino quel suo ideale portato dal villaggio e cacciato in un canto ma non scomparso.
Esso capitava fuori tutt'ad un tratto quando Alfonso lo aveva del tutto dimenticato e gli faceva disprezzare col suo splendore quella miserabile realtà che gli era concessa.
Ebbe qualche avventura d'amore, ma non appena iniziata la soffocava con abbandoni bruschi per un risveglio della sua coscienza morale od anche semplicemente per non aver da sacrificare all'amore le ore di studio.
Rammentò per parecchi anni con rimpianto Maria, una giovinetta dai capelli esattamente biondi, il colore puro dell'oro, una figurina diritta che non pareva accorgersi del peso del tanto metallo che portava in testa.
L'affrontò una sera e audacissimo come sono tutti i timidi quando si costringono al coraggio, le fece subito una dichiarazione d'amore.
Maria ch'era, a quanto essa gli disse, dama di compagnia presso una vecchia signora, doveva trovarsi in uno stato d'animo simile al suo, perché, con sua grande sorpresa, ella accolse la sua dichiarazione ch'era sincera e parolaia, uno sfogo di sentimento accumulato, con serietà e con qualche commozione.
Doveva partire pochi giorni appresso, ma prima, in seguito alle sue preghiere insistenti, gli accordò un abboccamento a cui egli non andò.
Le ore di studio serali erano divenute nel frattempo la cosa più importante della sua giornata.
L'abboccamento era stato fissato per quelle ore e all'ultimo momento egli aveva deciso di non andarci.
Ebbe poi un cocente rimorso della sua azione, ma non poté ripararvi perché non la rivide mai più.
Non perciò rinunciò a quelle sue corse dietro alle gonnelle.
Così correndo sognava meglio.
Si vergognava di tale abitudine e sofferse molto un giorno che la vide indovinata da Gustavo.
Fino ad allora era stato lui il maestro di costui.
Volendo essere utile alla famiglia Lanucci, egli aveva cercato di ricondurre il giovinetto sulla buona via.
L'altro stava ad ascoltare seriamente gl'insegnamenti di Alfonso ma vi opponeva le sue massime semplici e sicure: - Il lavoro in genere era duro e mai retribuito abbastanza; preferiva perciò di vivere povero e libero che di poco più ricco e schiavo.
Tutt'ad un tratto Alfonso si trovò ad essere divenuto scolaro e l'altro maestro:
- Che gusto ci trovi? - chiese Gustavo molto sorpreso facendogli interrompere una corsa dietro ad una donna.
Era volgo lui, ma parlava con calma delle cose che profondamente commovevano e turbavano Alfonso, e questi lo invidiò.
Egli più adulto e più intelligente, sotto questo rapporto importantissimo gli era inferiore.
La sua forza disordinata era malattia e debolezza, mentre nella faccia anemica e magra di Gustavo brillava la salute, la pace.
Eppure non si sentiva infelice! Trovava la sua felicità da una parte nello studio accanito stesso, dall'altra nella sua ambizione cresciuta gigante, la fame di gloria.
Sentiva di essere superiore agli altri e se ancora non sapeva come si sarebbe guadagnata questa gloria, lo afforzava nelle sue speranze il suo amore allo studio ch'era divenuto passione.
Completava le ore di studio alla biblioteca con altrettante in casa e non gli bastava ancora.
Lo studio invadeva le ore di ufficio, del pranzo e della cena e andava rubandogli ogni giorno parecchie ore di sonno.
In un'epoca di maggiore attività propose a Lucia di darle delle lezioni di lingua italiana.
Non doveva essere disaggradevole d'imparare insegnando.
La proposta fece andare in visibilio i vecchi Lanucci e il padre volle che anche Gustavo partecipasse a quelle lezioni.
Persino costui s'infiammò.
Volle dimostrare una grande diligenza.
Si fece dettare da Alfonso le definizioni delle parti del discorso e intendeva di studiarle a mente perché per mancanza di preparazione e non d'intelligenza non giungeva a comprenderle.
Poi non si fece più vedere e soltanto le due prime volte si rammentò di scusarsi, quelle però con tutta buona grazia e sempre asserendo che la prima lezione lo aveva grandemente divertito.
La signora Lanucci formalmente consegnò Lucia ad Alfonso.
Le prime lezioni vennero date in tinello, le altre in stanza di Alfonso, perché in tinello a certe ore non vi era quiete bastante.
Alfonso prese il suo compito sul serio e l'entusiasmo della signora Lanucci finì col far credere anche a lui di usare un benefizio a Lucia dandole i suoi insegnamenti.
Avevano principiato col Puoti, ma ben presto mutarono programma, ambedue mortalmente annoiati.
Lucia non aveva capito niente e Alfonso lo sapeva.
Da parecchio tempo Alfonso usava di leggere i sinonimi del Tommaseo.
Risolse di far studiare a Lucia quelli in luogo della grammatica.
- Almeno non si ha da fare con un sistema - le disse.
- Per quanto lo si sia, non ci si accorge mai di essere troppo indietro perché non c'è addentellato, ogni pagina e ogni articolo essendo parti che stanno da sé.
Si studiano queste parti e un bel giorno si scopre con sorpresa di aver edificato un edifizio, conquistata la lingua italiana.
Quello che maggiormente amava in queste lezioni si era di tener discorsi d'introduzione.
Poi non solo l'ignoranza di Lucia, ma i dettagli dell'insegnamento lo annoiavano e lo stancavano.
Lucia per le due prime lezioni si fece credere capace e intelligente perché comprese le non poche sottili differenze fra abbandonare e lasciare.
Portò seco il librone e imparò a mente quell'articolo.
Alla terza lezione, vedendo che la fanciulla lo aveva seguito con tanta facilità sino a quel punto, Alfonso dichiarò che si poteva procedere più rapidamente; una quarta parte circa dell'opera gli era nota e desiderava di giungere presto ove ci sarebbe stato da imparare anche per lui.
Ella non desiderava di meglio volendo giungere rapidamente lontano.
Lo amava o almeno credeva di esserne amata, ciò che sommamente la commoveva.
Dal canto suo, Alfonso in quell'epoca si trovava molto bene con Lucia; non aveva trovato nessuno che supplisse a Maria e Lucia gli serviva di surrogato.
A costei non raccontava dei suoi affanni, ma semplicemente le insegnava, e i dogmi e le teorie ch'egli cacciava fra sinonimo e sinonimo, bastavano a levarlo dal suo avvilimento.
Il visino di Lucia non intelligente ma attento in modo che sembrava lo fosse più in atto di omaggio che per interessamento alla cosa, gli faceva dimenticare gli occhi inquieti e la parola brusca di Sanneo.
Talvolta l'ignoranza di Lucia lo inquietava e diveniva violento quando doveva accorgersi che le sue spiegazioni non venivano capite e le precedenti dimenticate.
Anche sottili distinzioni penetravano qua e là in quel cervello, ma non era abitazione per esse e ne uscivano dopo brevissimo soggiorno.
Se una seconda volta si presentava la medesima idea, bisognava fare un'altra volta la presentazione in tutte le regole, e non bastava, perché alla seconda volta l'ira che trapelava da tutti i pori del maestro toglieva alla scolara la calma necessaria per pensare.
Quando egli le chiedeva di ripetere le sue spiegazioni, ella alzava il nasino; sorridente ma molto pallida diceva il contrario di quanto aveva detto Alfonso o connetteva in fretta delle frasi che le erano rimaste nell'orecchio, senza molto preoccuparsi del loro significato.
Per non perdere la pazienza, Alfonso andava ripetendosi delle massime di bontà e si proponeva di non offendere l'essere meno intelligente.
- Meno intelligente merita compassione - gridava Alfonso una settimana dopo - ma poco diligente, no!
Infatti la ragazza non studiava più.
Con uno sforzo immenso, il suo cervello aveva camminato fino a certo punto e si fermava perché stanco, quasi saturo.
Quando erano principiate le lezioni, la madre, abituata ai sistemi della scuola, per far trovare alla figliuola il tempo necessario alla nuova occupazione, le aveva fatto un orario nel quale un'ora al giorno era stata destinata alla preparazione.
Regolarmente la ragazza passava quest'ora, anziché in stanza sua allo studio, assieme agli altri in tavola a udire i racconti del padre.
Vi rimaneva inquieta, seccata dalla madre che la richiamava allo zelo, seccata dal proprio desiderio di figurare con Alfonso, in fine veramente tormentata dal timore di venire sgridata da lui, ma vi rimaneva! Vi rimaneva vinta dall'inerzia, rassegnata anche di subire le osservazioni taglienti di Alfonso alle quali avrebbe preferito delle legnate, piuttosto di mettersi da sola in lotta con quei concetti esposti alla breve.
Poteva anche studiarli a memoria che con Alfonso non bastava; perché se il caso voleva ch'ella dimenticasse una parola, era proprio quella, secondo Alfonso, l'essenziale.
Quello che ad Alfonso mancava per essere un buon insegnante era la capacità di apprezzare come meritavano i piccoli sforzi della sua scolara.
Lodava di rado e soltanto quando, pentitosi di una parola brutale, voleva risparmiarsi le lagrime che la fanciulla a stento ratteneva, ma mai per una risposta quasi giusta.
S'era fatto illusioni sulla sua vocazione all'insegnamento e se gli piaceva d'insegnare non era per affetto allo scolare.
I progressi di Lucia poco o nulla gl'importavano.
Si sentiva offeso che ella non imparasse di più coi suoi insegnamenti e diveniva violento a sfogo di giornate uggiose nelle quali aveva avuto da subire lui le ire altrui.
Era sorprendente che Lucia non perdesse definitivamente la pazienza e non facesse sospendere quelle lezioni che le apportavano tanti dispiaceri e un utile così piccolo.
Non voleva questo! Anzi, alla fine di ogni singola lezione, quando Alfonso, nel congedarla, si faceva più mite e la trattava da amico coi soliti suoi riguardi, ella si proponeva di essere diligente, di studiare, per meritarsi quel trattamento anche durante la lezione.
Sarebbe stato pur bello di passare insieme da buoni amici anche quell'oretta, ammirandosi vicendevolmente, ciò che a lei riusciva facilmente! Dopo quell'ora di studio forzato, lo studio le sembrava più facile e più aggradevole che non prima della lezione la quale in parte toglieva al cervello la ruggine che vi si faceva durante la giornata passata a lavorare d'ago.
Si proponeva anche per la mattina seguente di levarsi più di buon'ora per rimettersi allo studio, ma bastava la notte a ripiombarla nella solita inerzia.
Sospenderle no, ma che le lezioni le dispiacessero lo si vedeva dalla premura con la quale approfittava di ogni pretesto per risparmiarsene una o l'altra.
Una sera aveva da andare da una sua amica, molte altre, in mancanza di meglio, si sentiva poco bene.
Gustavo una sera, vedendo che fingeva di essere triste e svogliata dacché era venuto Alfonso, non messo a parte dello scopo della malattia, le chiese:
- Così improvvisamente ti ammali?
Non occorreva di questo avvertimento ad Alfonso per fargli sapere quale amore allo studio egli avesse saputo infondere nella sua scolara, ma non gli dispiaceva di venir temuto.
Una volta Lucia ebbe il coraggio di rifiutarsi di prendere lezione e ciò senz'addurre alcun pretesto.
Andò dessa ad aprire la porta ad Alfonso e con una risata clamorosa ch'ella aveva copiata da un'amica, lo avvertì semplicemente che per quella sera non avrebbe preso lezione.
- Perché? - chiese Alfonso corrugando le sopracciglia.
Non rideva lui; era sorpreso poco aggradevolmente.
- Vogliamo stare insieme e ridere e non studiare, - rispose Lucia coraggiosamente.
- Non sarebbe meglio cessare del tutto queste lezioni che non troppo sembrano piacerle?
Lucia impallidì subito spaventata.
La madre le venne in aiuto e spiegò ad Alfonso che la fanciulla non avendo trovato il tempo necessario per studiare, non prendeva quella sera lezione proprio allo scopo di non dover procedere oltre prima di essersi resa padrona di quanto già avevano passato insieme.
Poi anch'egli si divertì quella sera più che se fosse rimasto a studiare con Lucia.
Ciarlò molto e venne ascoltato religiosamente.
La lezione seguente fu più brutale del solito e giunse fino a darle dell'ignorante.
Aveva lasciato alla giovinetta mezz'ora di tempo per dare una risposta che non voleva venire e faceva come se gli sembrasse un delitto che in tale intervallo ella non sapesse raccapezzarsi; dimenticava che donde non c'era non si poteva levar sangue.
Egli dichiarò, non trovando altre frasi pungenti, ch'era ora di sospendere quelle lezioni che non portavano alcun risultato e si alzò in piedi per sospendere intanto quella.
La ragazza fino ad allora non s'era arrischiata di dichiarare nettamente che quello che non sapeva non poteva dire.
Guardava il soffitto a cercarvi la risposta, emetteva dei suoni d'impazienza per diminuire quella d'Alfonso e aveva un sorriso affettato ma forzato tanto che chiedeva compassione.
Alla dichiarazione esplicita di Alfonso, ella scoppiò in pianto dirotto, si alzò, uscì chiudendo con violenza la porta e si gettò fra le braccia della madre ch'era sola in tinello.
Alfonso fu spaventato dell'effetto che aveva prodotto e volentieri l'avrebbe fermata per chiederle scusa.
La seguì e venne colpito da uno sguardo d'ira intensa lanciato verso la sua stanza dalla signora Lanucci che teneva stretta al seno la fanciulla tanto oppressa dai singhiozzi che ancora nulla aveva potuto spiegarle.
Vedendolo, ella lo guardò molto seria:
- Che cosa le ha fatto questa poveretta?
Molto imbarazzato, Alfonso rispose:
- L'ho sgridata perché non aveva studiato nulla!
- Ma se ha studiato! L'ho vista io a studiare.
Come in tutte le persone deboli, l'ira di Lucia perché lungamente repressa, scoppiò con grande violenza.
Ad onta dei singhiozzi inviò ad Alfonso con voce intelligibilissima tre insolenze:
- Imbecille, sciocco, asino!
Le belle maniere apprese con fatica negli ultimi anni non l'accompagnavano nella commozione e ne veniva ridotta alle parole, al suono di voce ed al gesto di Gustavo.
Alfonso era offeso ma senza parole e irresoluto se dovesse difendersi o salvarsi da quell'ira rifugiandosi nella sua stanza.
La signora Lanucci, dolente di vedere rotta la buona armonia ch'ella aveva voluto regnasse fra i due giovani, si adirò con Lucia:
- Sei tu la sciocca, l'imbecille; vuoi star zitta? - e la respinse da sé.
Lucia andò a cadere su una sedia, ma non le pareva d'essersi sfogata abbastanza:
- Crede di essere un dotto...
- Vuoi stare zitta? - la interruppe la Lanucci minacciosamente.
Ancora per una mezz'ora Lucia continuò a singhiozzare.
La signora Lanucci non voleva apparire di dare importanza all'avvenuto e ne rise con Alfonso che davvero non seppe imitarla.
- Però voglio che in casa regni l'armonia e capisco che l'unico mezzo d'averla è di lasciare queste lezioni; peccato!
Poteva parlare del suo dispiacere senza dover temere di destare sospetti in Alfonso, perché al cominciare delle lezioni gli aveva spiegato quanto dalla sua istruzione sperasse per Lucia.
Gli uomini, specialmente coloro i quali hanno il vero entusiasmo per lo studio, diceva la signora Lanucci con un inchino lusinghiero ad Alfonso, sono più idonei ad insegnare che non le donne le quali amano le cose piccole e si perdono in particolari inutili e perciò dannosi alla comprensione del tutto.
Gli uomini però, ora se ne accorgeva, avevano altri difetti ed altrettanto dannosi.
Ad onta di questi difetti ella rimase tanto gentile con Alfonso da sorprenderlo.
Lucia invece meno.
Per otto giorni si astenne dal rivolgergli la parola.
Lo serviva a tavola come la madre le ordinava, ma senza pronunziare una parola.
La signora Lanucci, per consolarlo, gli faceva l'occhietto, rideva e rivolta a Lucia diceva ironicamente:
- Ma porgi dunque quel piatto al signor Alfonso.
Lo odii tanto da volerlo lasciare morire di fame?
Lucia obbediva seria seria; altrettanto serio, con un ringraziamento freddo, Alfonso si lasciava servire.
Una sera, entrando nel tinello improvvisamente perché accompagnato da Gustavo che aveva le chiavi di casa, trovò il vecchio Lanucci e la moglie accigliati e Lucia con gli occhi rossi di pianto.
Evidentemente i due vecchi s'erano uniti per farle la predica.
Sedette a tavola facendo le viste di non essersi accorto di nulla.
Era pentito amaramente del suo contegno, ma non sapeva chieder scuse.
Alla sera quand'era solo o in ufficio, ripensandoci, rivedeva le mute domande di scusa rivoltegli dalla povera fanciulla e doveva confessare che le sue ire erano state scioccamente brutali.
Concludeva ch'era suo dovere di andare incontro a Lucia, chiederle scusa, e toglierle un dispiacere che, si capiva, la rendeva infelice.
Invece quando si vedeva dinanzi quel volto sciocco, senza espressione, dagli zigomi sporgenti, serio, immusonito con tutta risolutezza, la buona parola che già aveva pronta gli ritornava in gola.
Senza guardarlo in faccia, dopo una lunga esitazione, Lucia andò a lui e stendendogli la mano gli disse:
- Mi scusi, signor Alfonso, ho avuto torto; facciamo la pace!
Alfonso, commosso, gliela strinse con vivacità:
- In gran parte il torto fu mio, mi scusi lei!
Lucia gli lanciò un'occhiata raggiante di riconoscenza che la rese meno brutta ed ebbe poscia il contegno tranquillo, disinvolto, da persona che dimentica i malintesi.
Rideva spesso ed era ritornata immediatamente ai suoi costumi affettati e dolci.
Egli fu meno disinvolto; gli dispiaceva di essere stato vinto in generosità.
Avrebbe dovuto cedere per il primo lui, la persona colta, il maestro.
Questo dispiacere, per quanto lieve, continuò ad agitarlo anche quando fu coricato.
Erano sempre questi fatti insignificanti che lo inquietavano nella sua vita del resto vuota d'avvenimenti d'importanza, e ogni sera aveva di che sognare su qualche sua parola detta troppo in fretta o su qualche parola altrui di cui appena allora scopriva il vero significato, per pentirsi di non essersi vendicato di una puntura o di aver risposto troppo brusco ingiustificatamente.
In tinello si parlava e, macchinalmente, egli ascoltò.
Erano la Lanucci ed il marito; egli non distingueva che il suono delle voci e soltanto quando, per recarsi alla loro stanza, passarono dinanzi alla sua porta, udì chiaramente la Lanucci che esclamava, probabilmente a conclusione di quanto fino ad allora avevano discorso, con un risolino di buon umore: - Queste sono proprio dispute da innamorati.
Di sospetti ne aveva già nutriti circa gli scopi della Lanucci su lui, ma più che scopi, fino ad allora gli erano sembrate speranze che non potevano allarmarlo ma che dovevano lusingarlo.
Quelle due parole giunte per caso fino a lui, conclusione di un discorso più lungo, gli parve provassero che non soltanto si sperava da lui ma che si congiurava contro di lui, contro la sua libertà.
Il contegno della madre e della figliuola era stato conforme a questo scopo.
La madre aveva consegnato a lui che ingenuamente voleva insegnare, non una scolara ma una sposa.
Si rammentava di certe parole di raccomandazione che avrebbero potuto avere doppio senso.
La figliuola poi aveva sopportato tutto meno che di veder interrotte le lezioni come egli aveva minacciato di fare.
Ora la pace fatta con Lucia doveva avere rianimato le loro speranze.
Doveva indignarsene? Un tale attentato lo avrebbe meritato perché se fosse riuscito avrebbe apportato un enorme peggioramento della sua situazione.
Era però una situazione terribile quella in cui si trovava la famiglia Lanucci coi suoi due uomini incapaci di migliorarne le condizioni! Si sentiva tanto al sicuro dalle reti che gli tendeva la signora Lanucci, che poté liberarsi dalla preoccupazione per sé e riconoscere che avrebbe potuto vivere altri cent'anni e non offrirglisi più l'occasione di fare una buon'azione come sarebbe stata quella di sposare Lucia.
Quale avvenire sarebbe stato quello di costei? Probabilmente sarebbe rimasta vecchia zitella e avrebbe conservato inutilmente sino alla fine della sua vita tutti quei suoi modi di società, come li chiamava la madre.
Nei suoi sogni egli era capace delle azioni più eroiche, ma il giorno appresso ebbe un contegno meno disinvolto del solito ma non più affettuoso.
Quando era solo vedeva la situazione con tutt'altri occhi che quando si trovava con Lucia.
Prima scusava, perdonava, giungeva persino a sentire rimorso di non poter agire nobilmente, rammentava l'amore di Lucia che si era manifestato tanto nella pazienza con cui aveva sopportato le sue brutalità, quanto nella violenza del suo dolore allorché aveva dovuto riconoscere di non poter raggiungere la sua meta.
Quando era dinanzi a Lucia ne vedeva gli zigomi sporgenti.
Stava all'erta! Non sentiva desideri; era libero e voleva rimanerlo.
- Sono ammalato!
Per giungere a questa conclusione aveva dovuto fare molte osservazioni su se stesso.
La sua profonda tristezza che tutto gli faceva apparire grigio, smorto, fino ad allora gli era sembrata naturale conseguenza del suo malcontento, l'insonnia derivava dall'agitazione in cui metteva il suo cervello con lo studio di sera e infine lo stato anormale, febbrile che qualche volta osservava nel suo organismo era, come egli aveva pensato sempre, il bisogno di fatica e di aria pura che i suoi muscoli ed i suoi polmoni si ostinavano a chiedere.
Altre volte però gli bastava di essere libero per qualche ora per riavere la sua vivacità e la sua quiete.
Ora, invece, una visione dominava sempre, monotona, e gli toglieva la facoltà di prender parte al presente, di udire ed esaminare la parola altrui.
Sanneo, dopo che per lungo tempo gli aveva dato delle istruzioni, con voce mutata gli chiedeva: - Ha capito? - Quel mutamento di voce strappava Alfonso alle sue fantasticherie e diceva di sì tanto per venir lasciato più presto in pace e ripiombare nei suoi sogni.
Ma non aveva capito niente.
Non aveva udito nulla e non era capace neppure d'inquietarsene.
Se ne andava lento al suo posto con passo piccolo per guadagnare tempo e interrompere le care visioni il più tardi possibile.
Si ostinava tuttavia di passare le sue sere in biblioteca, ma ne usciva come ne era entrato, senza idee nuove perché per l'idea nuova il suo cervello era chiuso.
Non sapeva che rievocare cose vecchie e ciò per completare qualche sogno da megalomane in cui si vedeva far mostra della sua scienza dinanzi a terzi.
I suoi nervi erano indeboliti per modo che gli davano persino qualità da pazzo.
Temeva ed evitava i propri simili quando non li conosceva e bastava che di sera un uomo gli passasse accanto per farlo sussultare dallo spavento.
Si sentiva male all'oscuro e il minimo rumore lo faceva trasalire.
Rannicchiato nel suo letto, con la testa sotto le coperte, rimaneva per delle ore senza saper conquistare il sonno.
Era una conquista difficile! Come pensare a nulla? Si coricava talvolta veramente stanco e gli pareva che a dormire non gli mancasse che di chiudere gli occhi.
Gettatosi sul letto, il sonno lo abbandonava e quando dopo ore giungeva a chetarsi su un punto del letto, doveva accontentarsi di un sonno senza intensità in cui il cervello continuava un lavorìo sordo, indistinto, ma non perciò meno affaticante.
- Ella è indisposto, mi pare, - gli disse Cellani vedendolo pallido e stralunato, - si prenda qualche settimana di vacanza, se ne ha bisogno.
Alfonso non accettò subito e dovette alla sera andare a chiedere a Cellani quello che alla mattina aveva rifiutato.
Alquanto bruscamente anche Sanneo gli accordò il chiesto permesso.
Già da parecchio tempo aveva dovuto dare un aiutante ad Alfonso nella persona di certo Carlo Alchieri tenente d'artiglieria, pensionato per debolezza di petto.
Era entrato da Maller non bastandogli per vivere la piccola pensione che gli era stata accordata.
Era un giovane dal volto da vecchio con barba intera d'un colore indeciso; all'apparenza del resto era robusto.
Fu l'unico a bestemmiare allorché udì del permesso accordato ad Alfonso.
Era spaventato perché sapeva che gli sarebbe toccato di sopportare tutto il lavoro da solo.
Sanneo non era uomo da togliere gli altri corrispondenti dalle loro occupazioni abituali per dare aiuto ad uno temporaneamente ammazzato dal lavoro, - naturalmente - come si esprimeva Sanneo, cioè senza suo intervento, per il fatto che l'impiegato conciato in questo modo era supplente, rango ufficiale, dell'impiegato che mancava.
Bastò l'uscire all'aria aperta sapendo di poterci rimanere per parecchio tempo e di esserci per scopo di salute per togliere Alfonso alla sua inerzia.
Aveva intero il desiderio di riconquistare la salute.
Fino ad allora non s'era doluto del suo indebolimento sembrandogli come a certi religiosi dell'India che l'annientamento della materia apporti necessariamente un aumento dell'intelligenza.
Ma non era da intelligente quello stato di noia in cui le cose gli apparivano monotone e grigie.
Il sole s'era appena levato che con violento sforzo di volontà Alfonso balzò dal letto.
Non sapeva dove andrebbe e il caso lo avrebbe condotto; di montagne intorno alla città non ne mancavano.
Si propose da prima di seguire una compagnia di soldati che uscivano all'esercizio.
Il suono del loro passo pesante e misurato sul selciato lo infastidì.
Salì la via Stadion quasi di corsa per allontanarsi da essi che seguivano la stessa via.
Voleva giungere all'altipiano.
La fatica per quel primo giorno sarebbe stata bastante.
Non aveva passato ancora le ultime case della città, dall'aspetto da villaggio, basse, qualcuna col fienile, colorite con colori vivaci per quanto poco puri, e aveva già mutato idea.
Desiderava il verde del colle che giaceva alla sua destra, non il paesaggio sconsolante dell'altipiano.
Varcò su un ponte di legno un torrente dal letto largo ma quasi asciutto; soltanto una piccola vena d'acqua limpida correva la sua via capricciosa in mezzo alle pietre bianche.
Attraversò dall'altra parte un viale largo e sotto ai suoi piedi finalmente sentì la terra nuda, l'erba viva cedere al suo peso.
Già stanco e affannato si gettò a terra.
Si trovava in un boschetto di alberelli giovani dai tronchi sottili ma dalle corone abbastanza ricche mormoranti nella brezza mattutina.
A questo rumore si univa il mormorìo di una piccola caduta d'acqua in un serbatoio, una casetta bassa distante da lui di pochi passi.
Lo riprese il desiderio di correre, l'ambizione di giungere lontano.
Salendo, gli alberi divenivano più fitti e più robusti.
Qua e là gli arbusti gl'impedivano il passo ed egli si faceva la via correndo con impazienza febbrile.
Non sapeva più il passo calmo dell'uomo forte.
Varcò un altro viale ed un altro boschetto sempre salendo senza meta.
Il sangue gli turbinava nella testa e gli mancava il fiato, ma non si lasciò costringere che a brevissime pause.
La stanchezza non lo vinse che dinanzi ad un'alta muraglia che gli chiudeva il passaggio.
Saliva da meno di un'ora e si gettò a terra sfinito; il riposo gli sembrava ora ben meritato.
Per parecchi minuti gli durò la fatica greve che lo spaventò per il violento battito del cuore e alle tempie.
Si levò la giubba, la stese sotto al suo capo e si coricò accanto ad una quercia.
Poco dopo, pur continuando l'agitazione nel sangue, i polmoni gli si aprirono ad un profondo respiro.
Da molto tempo non aveva respirato così profondamente.
Guardò il piccolo prato intorno a sé e vedendolo così chiaro, verde, ridente, ne godette come se fosse stato suo, destinato a sua abitazione.
Un lembo della città era visibile.
Una ventina di case ammucchiate, poi altre singole sparse sul colle dirimpetto.
In fondo un pezzo di mare azzurro con barche immobili.
Il cielo chiaro senza nubi fino all'orizzonte, il verde della campagna, quelle case gettate là a caso gli ricordavano un'oleografia in cui i colori erano stati eguagliati dalla macchina, l'idea del pittore diminuita nella riproduzione e scomparsa la vita, il movimento.
S'addormentò come un bambino, sorridente e coi pugni chiusi.
Sognò fantasticamente di Maria.
La riconobbe a certo vestito dai colori vivaci.
Gli diceva ch'ella già sapeva ch'egli all'appuntamento non aveva potuto venire per forza maggiore.
Lo scusava e l'amava.
69
VIII
Alchieri agitato e smanioso, un fascio di carte in mano, correva verso la cassa quando vide Alfonso che col cappello in mano entrava da Sanneo ad annunziargli che ritornava all'ufficio.
Diede un grido di gioia, volle fermare Alfonso che passò oltre senza accorgersi di lui, poi, immediatamente tranquillato sedette accanto a Giacomo, d'ispezione sul corridoio e tutto intento a compitare a mezza voce un giornale.
Non trovando altri, fu a lui che Alchieri raccontò che da quindici giorni era la prima volta che egli si sedeva per riposare e non per scrivere.
Sanneo salutò Alfonso con cordialità e ritornando ad un enorme registro su cui gettava i suoi larghi caratteri gli chiese se stesse bene.
Senz'attendere la risposta, a frasi interrotte dal lavoro che ad intervalli richiamava tutta la sua attenzione, gli parlò di alcune lettere che aveva lasciato in sospeso ma cui bisognava rispondere quanto prima possibile.
Poi gliene consegnò alcune accompagnandole di spiegazioni che Alfonso non comprese che a mezzo.
Sanneo si riferiva a cose avvenute prima della sua assenza, epoca che ad Alfonso sembrava lontana ben più di quindici giorni.
Lo congedò con una buona nuova:
- Continuerà a farsi aiutare dal signor Alchieri che lavora benino...
mi pare.
Alchieri lo fermò sul corridoio.
Voleva abbracciarlo per ringraziarlo ch'era ritornato precisamente come aveva promesso:
- Non ne potevo più.
Poi anch'egli si mise a spiegargli degli affari e là, sul corridoio, gli consegnò tutte le lettere che egli aveva in mano per guardare dei saldi di conti o per avvisare delle tratte.
Non vedeva l'ora di liberarsene.
Con quelle lettere in una mano, il cappello nell'altra, Alfonso andò a salutare Cellani.
Lo trovò che stava aprendo la posta.
Con delle enormi forbici, con un solo taglio, apriva una parte della copertina, ne toglieva il contenuto che gettava da una parte e, prima di deporre la copertina, per prudenza, la guardava contro la luce.
Anch'egli continuò a lavorare pur parlando con Alfonso, ma quando questi, sempre con la sua abituale timidezza, disse un grazie rammentando che il permesso lo doveva a lui, si alzò, e sul volto pallido un sorriso amichevole, andò a stringergli la mano.
Sembrava che la sua figura lunga da sportsman in riposo, elegante ma debole, venisse portata più che muoversi da sola, tanto poca energia c'era nei suoi movimenti e tanto esattamente, senza esitazioni, passò per un piccolo spazio fra tavolo e sedia.
- Lei ha una cera bellissima - disse ad Alfonso guardandolo quasi con invidia nel volto toccato dal sole.
Aveva fretta di ritornare al suo posto.
Stringendogli ancora una volta la mano, gli disse ridendo: - Adesso...
- e con la penna nella sinistra accennò di scrivere con grande rapidità.
Alfonso trovò che Alchieri aveva diminuito i suoi sospesi e sedendo al suo posto incuorato dalla gentile accoglienza di Cellani si propose di definirli e di non lasciare che altri se ne accumulassero.
In soli quindici giorni, Alchieri, che usciva da una caserma, aveva introdotto nel lavoro un sistema preferibile di molto a quello di Alfonso e ad Alfonso fu facile, almeno per il primo tempo, di conservarlo.
La maggiore tranquillità nel suo organismo rinforzato dall'aria aperta lo rendeva capace di un'attenzione maggiore per quanto sempre forzata.
Anche essendo in ufficio continuava la sua cura d'aria aperta come egli la chiamava.
Faceva ogni mattina una passeggiata di più ore e solitamente verso l'altipiano perché gli occorreva la fatica della salita.
Col suo passo misurato, l'aveva riconquistato, percorreva tutta la lunga strada d'Opicina spaziosa e comoda, la quale, lunghissima, con debole salita, in un solo giro, enorme semicerchio intorno alla città, lo portava sino all'altipiano.
Alfonso riposava ove da questa via si staccava un viottolo verso Longera.
Di là vedeva il vasto altipiano muto e deserto con le sue innumerevoli piccole colline di sassi, di tutte le forme, appuntite, rotonde, appiattate, mucchi di sassi piovuti dall'alto e disposti dal caso che aveva fabbricato anche lo stesso monte Re all'orizzonte, con la sua larga schiena e la dolce salita da una parte, dall'altra la caduta perpendicolare quasi.
Alfonso non varcava mai quel punto e ciò non soltanto perché il tempo gli mancava.
Di là vedeva anche la città con le sue case bianche, il mare abitualmente tanto calmo di mattina come se le poche ore di giorno non fossero ancora bastate a destarlo.
Il verde dei promontori a sinistra della città ed il colore del mare contrastavano singolarmente con i sassi grigi dell'altipiano.
Scendeva in città quieto come in altri tempi non lo era stato che uscendo dalla biblioteca.
Passava senza entrarvi accanto a Longera, un villaggio oblungo, già quasi a valle, il quale si stringeva al monte come se vi cercasse riparo, le sue casette ammonticchiate, quando facilmente avrebbe trovato aria e spazio invadendo i campi circostanti.
Nelle strade del villaggio a quell'ora cominciava il formicolìo e da lontano si vedevano accennate tutte le esteriorità dell'attività e dei destini umani in quelle poche figure che si movevano per le stradicciuole del piccolo luogo.
La rapida corsa di un giovinetto che Alfonso poté seguire da un lato all'altro del villaggio, l'uscita dalla sua casa di un contadino in cappello e che prima di muoversi, con tutta calma esaminava il cielo forse per sapere se dovesse prendere seco anche l'ombrello; in una stradicciuola più remota un uomo e una donna che cianciavano insieme forse già a quell'ora d'amore; in un cortile si batteva del grano e là c'era tanto movimento che da lontano poteva prendersi per allegria.
Poi Alfonso passava per il ridente San Giovanni con le sue case sparse, la sua chiesuola bianca, di settimana vuota e abbandonata, di domenica tanto piena che tutti i devoti non ci capivano e le contadinelle vestite di lana nera marginata di larghe fascie di seta azzurra o rossa ingombravano il piccolo piazzale e facevano le loro devozioni all'aperto.
Il nuovo metodo di vita di Alfonso era dannoso ai suoi studi perché il primo risultato del suo spesso aggirarsi all'aria aperta fu il bisogno di quest'aria e l'incapacità di rimanere a lungo in quella rinserrata.
Talvolta, uscito dall'ufficio si avviava verso la biblioteca, ma di rado sapeva vincere la sua ripugnanza fino a restarci oltre mezz'ora; lo prendeva un'inquietezza invincibile che lo portava all'aperto a incantarsi su qualche molo, senza idee e senza sogni, unica preoccupazione quella di assorbire molto di quella brezza marina di cui s'immaginava di sentire immediati i benefici effetti.
Poi se ne andava a casa e ancora a cena aveva talvolta il proposito di passare la notte su qualche libro, ma la stanchezza lo vinceva e dormiva le nove, dieci ore di sonno tranquillo, benefico tanto che non sapeva averne rimorso.
Eppure fu precisamente allora che la sua ambizione si concretò nel sogno di un successo.
Aveva trovata la sua via! Avrebbe lui fondato la moderna filosofia italiana con la traduzione di un buon lavoro tedesco e nello stesso tempo con un suo lavoro originale.
La traduzione rimase puramente allo stato di proposito, ma fece qualche cosa del lavoro originale.
Il titolo intanto: L'idea morale nel mondo moderno e la prefazione in cui dichiarava lo scopo del suo lavoro.
Era uno scopo teorico senza veruna intenzione di utilità pratica e questa gli sembrava già una novità per la filosofi
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