I LIBRI DELLA FAMIGLIA, di Leon Battista Alberti - pagina 3
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Non vorrei inanzi tempo esserne privato.
Forse meno mi sarebbono grave e poco acerbe perderle, se io potessi di me come solea Iulio Cesare di sé dire, sé alla età, alla felicità essere assai vivuto.
Ma né io sono in età che la morte non sia ancora in me pure acerba, né sono in tanta felicità che vivendo non desideri potere vedermi in piú lieta fortuna.
E quanto mi sarebbe desideratissima letizia, quanto mi riputerei ad estrema felicità in casa del padre mio, nella patria mia potere, se non con qualche pregio vivere, almanco morirvi, e poi giacere tra' miei passati! Se la fortuna non me lo permette, o se la natura qui usa el corso suo, o se pure io sono nato a patire queste miserie, stimo non sarebbe saviezza fare senza pazienza quel che pure mi fusse forza fare.
Ben sarei piú contento, figliuoli miei, in questa età non vi abandonare, e manco mi dorrebbe morire non giovane, solo per afaticarmi come soglio in utile e onore di casa nostra.
Ma se altro destino richiede questo mio spirito, né debbo, né voglio averlo per male, né piglio contro a mio animo quello che nulla mi gioverebbe non lo volere.
Sia di me quanto piace a Dio.
ADOVARDO Cosí credo, a soperchiare ogni paura della morte, questo medesimo sia grande aiuto, pensare che a' mortali el finire sua vita sempre fu necessario.
Ma ben si vole ancora nella infermità e debolezza non vi si adiudicare, ché benché e' giovi al superare la paura e ombre della morte, pur credo questo nuoce alla quiete e tranquillità dell'animo starsi colla mente in quella sollecitudine dalla quale forse e io non saperei distormi sendo in quella tale affezione, pensando e chi lascio, e come ordino, e a chi racomando le care mie e amate cose; alle quali tutte cocentissime cure non so chi allora potesse non pendervi coll'animo, e credo forse non gioverebbe a sostenere el carco della infermità.
Però sarai da lodarti, Lorenzo, se starai di miglior voglia.
E cosí fa.
Confòrtati, spera bene e della fortuna e di te stesso in prima, e stima con noi insieme, se noi non siamo troppo grandemente ingannati, questi tuoi figliuoli saranno di certo tali che assai poteranno contentarti.
LORENZO Figliuoli miei, alla virtú sempre fu questo premio non piccolo: ella per forza fa lodarsi.
Vedetelo come costoro vi pregiano e quanti e' vi promettono.
Saravvi onore, quanto piú in voi sia, con ogni opera e arte sforzarvi d'essere come essi vi sperano.
E suole ogni lodata virtú ne' buoni ingegni crescere.
Forse dirò quello che in verità, Adovardo, e tu Lionardo, non è; ma sia licito a' padri parergli le virtú de' figliuoli maggiori che le non sono, né sia in me ascritto ad imprudenza se per incender costoro ad amar la virtú, in presenza gli dimostro quanto m'agradi, e quanto mi piacerebbe vederli molto virtuosi, poiché ogni loro picciola lode a me parerà grande.
Vero è che io sempre con ogni industria e arte mi sono molto ingegnato d'essere da tutti amato piú che temuto, né mai a me piacque apresso di chi mi riputasse padre volere ivi parere signore.
E cosí costoro sono stati da sé sempre ubidienti, riverenti, e hannomi ascoltato molto e seguito i comandamenti miei, né in loro mai vidi alcuna durezza o rilevato alcuno vizio.
Hommi d'ogni loro buono costume preso piacere, ed èmmi paruto potere meco meglio di dí in dí sperare e aspettare.
Ma chi non sa quanto sia dubbiosa la via della gioventú, nella quale se alcuno vizio era, quello già o per paura o per vergogna de' padri o de' maggiori stava coperto e ascoso, di poi in tempo si scopre e manifesta? E quanto el timore e reverenza de' giovani manca, tanto in loro nascono di dí in dí e crescono vari vizii, ora per proprio ingegno da sé a sé depravato e corrotto, ora per brutte conversazioni e consuetudini viziato e guasto; e per mille ancora altri modi sufficienti a fare scelerato qualunque buono, come abbiamo altrove e nella nostra terra veduti figliuoli di valentissimi cittadini da piccioli porgere di sé ottima indole, avere in sé aere e aspetto molto ornatissimo, pieno di mansuetudine e costume, poi riusciti infami, credo per negligenza di chi no' gli resse bene.
Però qui mi ramenta di nostro padre messer Benedetto Alberto, uomo di prudenza, autoritate e fama non vulgare, e come nelle altre cose diligente, cosí al bene e onore della famiglia nostra affezionatissimo e officiosissimo, el quale spesso con gli altri antichi Alberti confortandogli a essere quanto egli certo erano in le cose desti e diligenti, solea dire queste parole:
«Non è solo officio del padre della famiglia, come si dice, riempiere el granaio in casa e la culla, ma molto piú debbono e' capi d'una famiglia vegghiare e riguardare per tutto, rivedere e riconoscere ogni compagnia, ed essaminare tutte le usanze e per casa e fuori, e ciascuno costume non buono di qualunque sia della famiglia correggere e ramendare con parole piú tosto ragionevoli che sdegnose, usare autorità piú tosto che imperio, monstrare di consigliare dove giovi piú che comandare, essere ancora severo, rigido e aspero dove molto bisogni, e sempre in ogni suo pensiero avere inanti il bene, la quiete e tranquillità della tutta universa famiglia sua, come quasi uno segno dove egli adrizzi ogni suo ingegno e consiglio per ben guidare la famiglia tutta con virtú e laude; sapere con l'aura, con favore e con quella onda populare e grazia de' suoi cittadini condursi in porto di onore, pregio e autorità, e ivi sapere soprastarsi, ritrarre e ritendere le vele a' tempi, e nelle tempestati, - in simili fortune e naufragii miserandi, quali iniustamente patisce la casa nostra anni già ventidue -, darsi a reggere gli animi de' giovani, né lasciargli agl'impeti della fortuna abandonarsi, né patilli giacere caduti, né mai permettergli attentare cosa alcuna temeraria e pazzamente, o per vendicarsi, o per adempiere giovinile alcuna e leggiere oppinione; e nella tranquillità e bonaccia della fortuna, e molto piú ne' tempestosi tempi, mai partirsi dal timone della ragione e regola del vivere, stare desto, provedere da lungi ogni nebbia d'invidia, ogni nugolo d'odio, ogni fulgore di nimistà in le fronti de' cittadini, e ogni traverso vento, ogni scoglio e pericolo in che la famiglia in parte alcuna possa percuotere, essere ivi come pratico ed essercitatissimo navichiero, avere a mente con che venti gli altri abbino navigato, e con che vele, e in che modo abbiano scorto e schifato ciascuno pericolo, e non dimenticarsi che mai nella terra nostra alcuno mai spiegò tutte le vele, benché non superchie fussero grandi, il quale mai le ritraesse intere e non in gran parte isdrucite e stracciate.
E cosí conoscerà essere piú danno male navigare una volta, che utile mille giugnere a salvamento.
Le invidie si dileguano dove risplende non pompa ma modestia; l'odio s'atuta dove non alterezza cresce ma facilità; l'inimicizia si rimette e spegne dove tu te armi e fortifichi non di sdegno e stizza, ma di umanitate e grazia.
A tutte queste cose debbono e' maggiori delle famiglie aprire gli occhi e la mente, tendere el pensiero e l'animo, stare da ogni parte apparecchiati e pronti a prevedere e conoscere el tutto, durarvi fatica e sollecitudine, avervi grandissima cura e diligenza in far di dí in dí la gioventú piú onesta, piú virtuosa e piú a' nostri cittadini grata.
«E sappino e' padri ch'e' figliuoli virtuosi porgono al padre in ogni età molta letizia e molto sussidio, e nella sollecitudine del padre sta la virtú del figliuolo.
La inerzia e desidia inrustichisce e disonesta la famiglia, i solleciti e officiosi padri la ringentiliscono.
Gli uomini cupidi, lascivi, iniqui, superbi caricano le famiglie d'infamia, d'infortunii e di miserie.
I buoni, per mansueti, moderati e umani che siano, se non saranno molto nella famiglia solliciti, diligenti, preveduti e faccenti in emendare e reggere la gioventú, sappino che cadendo alcuna parte della famiglia, sarà forza a loro insieme ruinare, e quanto e' saranno in la famiglia con piú amplitudine, fortuna e grado, tanto sentiranno in sé maggior fracasso.
Le priete piú che l'altre in alto murate son quelle che cadendo piú s'infrangono.
Però siano e' maggiori al bene e onore di tutta la famiglia sempre desti e operosi, consigliando, emendando e quasi sostenendo la briglia di tutta la famiglia.
Né però è se non lodata, pia e grata opera con parole e facilità frenare gli apetiti de' giovani, destare gli animi pigri, scaldare le volontà fredde a onorare sé stessi insieme e magnificare la patria e la casa sua.
Né anche a me pare opera se non molto dignissima e facilissima nei padri delle famiglie a contenere con gravità e modo, e ristrignere la troppa licenza della gioventú; anzi da qualunque di sé stessi vorrà da' minori molto meritare serà cosa molto condecentissima mantenersi il pregio in sé della vecchiezza, el qual credo sia non altro che autoritate e reverenza.
Né possono bellamente e' vecchi in altro miglior modo acquistare, accrescere e conservare in sé maggiore autorità e dignità, che avendo cura della gioventú, traendola in virtú, e renderla qualunque dí piú dotta e piú ornata, piú amata e pregiata, e cosí traendola in desiderio di cose amplissime e supreme, tenendola in studii di cose ottime e lodatissime, incendendo nelle tenere menti amore di laude e onore, sedando loro ogni dissoluta volontà e ogni minima dislodata turbazione d'animo, e cosí estirpandogli ogni radice di vizio e cagione di nimistà, ed empiendogli di buoni ammaestramenti ed essempli, e non fare come usano forse molti vecchi dati alla avarizia, e' quali ove e' cercano e' figliuoli farli massai, ivi gli fanno miseri e servili, dove eglino stimano piú le ricchezze che lo onore, insegnano a' figliuoli arti brutte e vili essercizii.
Non lodo quella liberalità quale sia dannosa senza premio di fama o d'amistà, ma biasimo troppo ogni scarsità, e sempre mi spiacque ogni superchia pompa.
Stiano e' vecchi adunque come communi padri di tutti e' giovani, anzi come mente e anima di tutto il corpo della famiglia.
E come avere il piè negletto e nudo sarebbe disonore al viso a tutto l'uomo e vergogna, cosí e' vecchi e ciascuno maggiore in qualunque infimo di casa negligente sappia sé meritare gran biasimo, se in parte alcuna lascia la famiglia essere dissorevole o disonesta.
Stia loro in mente essere de' vecchi prima faccenda intraprendere per ciascuno di casa, come que' buoni passati Lacedemoniesi che si riputavano padri e tutori d'ogni minore, e correggevano ciascuno tutti i disviamenti in qualunque loro giovane cittadino si fusse, e aveano i suoi piú stretti e piú congiunti carissimo e accettissimo fossero da qualunque altri stati fatti migliori.
Ed era lode a' padri render grazia e merzè a chiunque si fusse, per far la gioventú piú moderata e piú civile, el quale n'avesse intrapreso alcuna opera.
E con questa buona e utilissima disciplina de' costumi renderono la terra loro gloriosa, e ornoronla di fama immortale e meritata.
Però che ivi non era inimistà fra loro, ove gli sdegni e le inimicizie subito erano nascendo svelte e regittate; ivi una sola volontà fra tutti commune e operosa d'avere la terra ben virtudiosa e costumata.
Alle quali cose tutti s'afaticavano quanto in loro era studio, forza e ingegno, e' vecchi con ammunire e ricordare e di sé stessi porgere lodatissimo essemplo, e' giovani ubidendo e imitando».
Se queste e molte piú cose, quali soleva messer Benedetto recitare, tutte sono a' padri delle famiglie necessarie; se la cura del reggere la gioventú non solo ne' padri, ma negli altri ancora si conosce essere lodatissima, non sia adunque chi stimi non essere debito come degli altri padri cosí mio procurare con ogni argumento, ingegno e arte ch'e' miei a me figliuoli e carissimi rimangano quanto piú si può alla fede e pietà de' parenti e di ciascuno racomandatissimi e gratissimi.
E cosí, o figliuoli miei, veggo essere officio de' giovani amare e ubidire e' vecchi, riverire l'età e avere e' maggiori tutti in luogo di padre, e rendergli come è dovuto grandissima osservanza e onore.
Nella molta età si truova lunga pruova delle cose, ed èvvi el conoscere molti costumi, molte maniere e animi degli uomini, e stavvi l'aver veduto, udito, pensato infinite utilitati, e ad ogni fortuna ottimi e grandissimi rimedii.
Nostro padre messer Benedetto, del quale uomo, come fo in ogni cosa, però m'è debito ricordarmi, perché in ogni cosa lui sempre cercò da noi essere conosciuto prudentissimo e civilissimo, trovandosi con alcuni suoi amici in l'isola di Rodi, introrono in ragionamenti delle inique e acerbe calamità della famiglia nostra, e iudicavano avesse la nostra famiglia Alberta dalla fortuna ricevuta iniuria troppo grande; e vedendo forse in qualcuno de' nostri cittadini qualche fiamma d'invidia e d'ingiusto odio essere incesa, accadde a ragionamento che messer Benedetto allora predisse alla terra nostra molte cose delle quali medesime già n'abbiàno non poca parte vedute.
Ivi parendo a chi l'udiva cosa molto maravigliosa cosí apertamente predire quel che agli altri era udendo difficile compreendere, pregorono gli piacesse manifestarli donde egli avesse quel che cosí da lungi prediceva.
Messer Benedetto, uomo umanissimo e facilissimo, sorridendo si discoperse alto la fronte e monstròngli que' canuti, e disse: «Questi capelli di tutto mi fanno prudente e conoscente».
E chi ne dubitasse nella età lunga essere gran memoria del passato, molto uso delle cose, assai essercitato intelletto a pregiudicare e conoscere le cagioni, il fine e riuscimento delle cose, e sapere coniungere da ora le cose presenti con quelle che furono ieri, e indi presentire quanto domani possa riuscirne, onde prevedendo apparisca e conséguiti certo e accomodatissimo consiglio, e consigliando renda ottimo rimedio a sostenere la famiglia in stato riposato e rilevato, in qual sempre con fede e diligenza possa difenderla da qualunque subita ruina, e con forza e virilità d'animo adirizzarla e ristituirla se già fusse dagli urti della fortuna in parte alcuna commossa o piegata? L'intelletto, la prudenza e conoscimento de' vecchi insieme colla diligenza sono quelle che mantengono in fiorita e lieta fortuna e adornano di splendore e laude la famiglia.
A chi adunque può questo ne' suoi, mantenerli in felicità, reggerli contro all'infelicità, sostenerli non senza ornamento a ogni fortuna, qual possano e' vecchi, debbase loro non aver grandissima riverenza?
Debbano adunque e' giovani riverire e' vecchi, ma molto piú i propri padri, e' quali e per età e per ogni rispetto troppo da' figliuoli meritano.
Tu dal padre avesti l'essere e molti principii ad acquistare virtú.
El padre con suo sudore, sollecitudine e industria t'ha condutto ad essere uomo in quella età, quella fortuna, e a quello stato ove ti truovi.
Se tu se' obligato a chi nella necessità e miseria tua t'aiuta, certo a chi quanto poté mai te lasciò patire alcuno minimo bisogno, a quello sarai obligatissimo.
Se e' si debba ogni pensiero, ogni tua cosa, ogni fortuna coll'amico communicare, sofferire sconcio, fatica e sudore per chi ti porta amore, molto piú pel padre tuo a chi tu se' piú che alcuno altro carissimo, e quasi piú che a te stesso obligatissimo.
Se dell'avere, del bene, delle ricchezze tue, gli amici e conoscenti tuoi debbono in buona parte goderne, molto piú il padre, dal quale tu hai avuto se non la roba la vita, non la vita solo ma il nutrimento tanto tempo, se none il nutrimento l'essere e il nome.
Adunque sia debito a' giovani referire co' padri e co' suoi vecchi ogni volontà, pensiero e ragionamento suo, e di tutto con molti consigliarsi, e con quegli in prima a' quali conoscono sé essere piú che agli altri cari e amati, udirgli volentieri come prudentissimi ed espertissimi, seguire lieti gli amaestramenti di chi abbia piú senno e piú età.
Né siano e' giovani pigri ad aiutare ogni maggiore nella vecchiezza e debolezze loro; sperino in sé da' suoi minori quella umanità e officio quale essi a' suoi maggiori aranno conferita.
Però siano pronti e diligentissimi cercando di dargli in quella stracchezza della lunga età conforto, piacere e riposo.
Né stimino a' vecchi essere alcuno piacere o letizia maggiore quanto è in loro di vedere la gioventú sua ben costumata e tale che meriti d'essere amata.
E di certo niuno sarà maggior conforto a' vecchi quanto di vedere quelli in chi lungo tempo hanno tenuto ogni loro speranza ed espettazione, quelli per chi hanno avuti sempre i suoi desiderii curiosi e solleciti, questi vederli per loro costumi e virtú esser pregiati, amati e onorati.
Molto sarà contenta quella vecchiezza quale vedrà ciascuno de' suoi adritto e avviato in pacifica e onorevole vita.
Sempre sarà pacifica vita quella de' molto costumati; sempre sarà onorevole vita quella de' virtuosi.
Da cosa niuna tanto segue alla vita de' mortali gran perturbazione quanto da' vizii.
Però sia vostro officio, o giovani, con virtú e costumi cercare di contentare e' padri e ogni vostro maggiore come nell'altre cose cosí in queste, le quali sono in voi lodo e fama, e a' vostri rendono allegrezza, voluttà e letizia.
E cosí, figliuoli miei, seguite la virtú, fuggite e' vizii, riverite e' maggiori, date opera d'essere ben voluti, fate di vivere liberi, lieti, onorati e amati.
El primo grado a essere onorato si è farsi voler bene e amare; el primo grado ad acquistar benivolenza e amore si è porgersi virtuoso e onesto; el primo grado per adornarsi di virtú si è avere in odio e' vizii, fuggire i viziosi.
Volsi adunque sempre aversi apresso de' buoni lodati e pregiati, né partirsi mai da quelli onde abbiate essemplo e dottrina ad acquistare e appreendere virtú e costume.
E doveteli amare, riverire, e dilettarvi d'essere da tutti conosciuti senza alcuno biasimo.
Non siate difficili, non duri, non ostinati, non leggeri, non vani, ma facilissimi, trattabili, versatili, e quanto s'appartenga nella età pesati e gravi, e quanto in voi sia cercate con tutti essere gratissimi, e inverso e' maggiori quanto molto si può reverenti e ubidenti.
Suole la umanità, mansuetudine, continenza e modestia ne' giovani non poco essere lodata; ma verso e' maggiori la riverenza ne' giovani sempre fu grata e molto richiesta.
Non dirò per millantarmi, ma ben per darvi domestici essempli, e' quali vi siano piú ad animo udirgli e piú a mente a ricordarvene che gli strani.
Non mi ramenta in luogo alcuno, dove Ricciardo nostro fratello, o de' nostri altri di piú età di me fossero, ch'io mai volessi ivi essere veduto o sedere o starmi senza rendergli grandissima riverenza.
Mai fra piú gente né in alcuno luogo publico fu chi appresso de' miei maggiori mi vedesse se non ritto e aparecchiato se cosa mi volessino comandare.
Dovunque io gli avessi veduti, sempre levavo me verso loro e discoprivami ad onorarli, e dovunque io gli trovassi, era mio costume lasciare adrieto ogni mio sollazzo e compagnia per essere co' maggiori, rendergli onore e acompagnarli.
Né sarei mai ritrattomi da loro, né reduttomi tra' giovani amici, se prima come da padre non avea impetrata licenza.
Ed era di questa mia osservanza e subiezione non da' vecchi tanto, ma da' giovani ancora non biasimato, e a me parea averne fatto el debito mio, ché fare il contrario, non aggradire, non pregiare, non sottoaversi a' maggiori arei riputatomi a vergogna e biasimo.
E piú in ogni cosa a me sempre parse dovere con Ricciardo come sempre feci, apertomi con lui, consigliatomi, riputatolo come padre, tanto mi stava in animo essere debito degnare e onorare l'età.
Sarete adunque quanto vi conforto verso e' maggiori molto riverenti, e quanto in voi stessi potrete virtuosi.
Né guardate, figliuoli miei, che la virtú in vista sia forse duretta e aspretta, gli altri disviamenti in primo aspetto sieno proclivi e dilettosi, imperoché adentro vi si truova questa tra loro grandissima differenza: nel vizio abita piú pentimento che contentamento, piú vi surge dolore che piacere, piú vi truovi perdimento da ogni parte che utile.
Nella virtú tutto contra, lieta, graziosa e amena, sempre ti contenta, mai ti duole, mai ti sazia, ogni dí piú e piú t'è grata e utile.
E quanto in te saranno buoni costumi e intere ragioni, tanto sarai pregiato e lodato, e da' buoni ben voluto, e godera'ne fra te stesso.
E se conoscerai te non essere non uomo, e non vorrai umanitate alcuna essere da te lontana, certo arai non pochissima parte di vera felicità in te stessi.
Questo può la virtú per sé sola, rendere beato e felice chi con tutto l'animo e tutte l'opere dedica sé a seguire e osservare ogni erudimento e precetto col quale alontani sé da' vizii e fugga ogni rio costume e cosa non lodata.
Io sono di quelli che vorrei piú tosto, figliuo' miei lasciarvi per eredità virtú che tutte le ricchezze, ma questo non sta in me.
Quello che in me stimai licito, sempre mi sono operato darvi ogni principio, aiuto e modo con che voi conseguiate molta lode, assai grazia e grande onore.
A voi sta usare l'ingegno avete da natura, credo non piccolo, né debole, e farlo migliore con studio ed essercizio di buone cose, e con molta copia di buone arti e lettere.
E la fortuna, la quale io vi lascio, dovete adoperarla e distribuirla in que' modi tutti siano utili a farvi grati come a' vostri, ancora simile a ogni strano.
E' mi par ben potere però dubitare che desiderarete qualche volta avermi in vita, figliuoli miei; forse patirete degli affanni e necessità, quale essendoci io, manco vi nocerebbono, ché a me non è nuovo quello possa la fortuna ne' deboli anni negli animi inesperti de' giovani, a' quali manca e consiglio e aiuto.
Ed èmmi essemplo la casa nostra, la quale abonda di prudenza, ragione ed esperienza, fermezza, virilità e constanza d'animo; pure conosce in queste nostre avversità quanto con sua furia e iniquità la fortuna in qualunque saldo consiglio, e in qualunque ferma e ben constituta ragione vaglia.
Ma siate di forte e intero animo.
Le avversità sono materia della virtú.
E chi è colui el quale di sua fermezza d'animo, di sua constanza di mente, di sua forza d'ingegno, di sua industria e arte vaglia di sé nelle seconde e quiete cose, nell'ozio e tranquillità della fortuna, tanto meritare e acquistare laude e nome quanto nella avversa e difficile? Però vincete la fortuna colla pazienza, vincete la iniquità degli uomini collo studio delle virtú, adattatevi alle necessitati e a' tempi con ragione e prudenza, agiugnetevi all'uso e costume degli uomini con modestia, umanità e discrezione, e sopratutto con ogni vostro ingegno, arte, studio e opera, cercate molto in prima essere, e apresso parere virtuosi.
Né a voi sia piú caro, né prima desiderata alcuna cosa che la virtú, e in voi stessi arete statuito sempre alla scienza e sapienza posporre ogni altra cosa, e indi ogni utile della fortuna apresso di voi riputerete da non molto essere pregiato.
E ne' vostri desiderii lo onore solo e la fama si vendicaranno e' primi luoghi, né mai posporrete le lode alle ricchezze e per asseguire onore e pregio niuna cosa benché ardua e laboriosa mai vi parrà da nolla intraprendere e proseguire, e delle fatiche vostre basteravvi aspettare non altro che grazia e nome.
Né dubitate che chi è virtuoso, quando che sia troverrà frutto dell'opere sue, né vi sfidate con perseveranza e assiduità durare in studii di buone arti, in pervestigazioni di cose rarissime e lodatissime, e in apprendere e tenere buone dottrine e discipline, ché un tardo renditore spess'ora ne suole venire con molta usura.
Né a me spiace in voi che 'nsino da questa puerile e tenera età abbiate apparecchiata non mezzana materia ad essercitarvi e ad imparare opporsi e sostenere gl'impeti degli avversi casi umani.
Lasciovi in essilio e senza padre, fuori della patria e della casa vostra.
Fievi lodo, figliuoli miei, ne' teneri e deboli anni, se none in tutto, in parte almanco traiettarvi a superare la durezza e asprezza delle necessitati, e nella ferma età a voi sarà quasi meritato in voi stessi triunfo, se arete in ogni vita saputo poco temere la malignità e vincere l'ingiuria della fortuna.
E da ora stimate quanto in voi non mancherà diligenza, sollecitudine e amore alle cose pregiate e oneste, tanto rarissimo v'acaderà desiderare la presenza mia e molto meno l'aiuto degli altri mortali.
Chi in sé arà virtú, a costui pochissime altre cose di fuori saranno necessarie.
Troppo ampla ricchezza, troppo grande possanza, troppo singulare felicità risiede in colui el quale saprà essere contento solo della virtú.
Beatissimo colui el quale si porge ornato di costumi, forte d'amicizie, copioso di favori e grazia fra' suoi cittadini.
Niuno sarà piú in alta e piú ferma e salda gloria, che costui el quale arà sé stessi dedicato ad aumentare con fama e memoria la patria sua, e' cittadini e la famiglia sua.
Costui solo meriterà avere il nome suo apresso de' nipoti suoi pien di lode e famoso e immortale, el qual d'ogn'altra cosa fragile e caduca ne giudicherà quanto si debba, da nolla curare e da spregiarla, solo amerà la virtú, solo seguirà la sapienza, solo desiderrà intera e corretta gloria.
Qui, figliuoli miei, nella virtú, nelle buone arti, nelle lodate discipline sarà vostro officio essercitarvi, e dare opera che per voi non manchi di venire tali quali costoro aspettano voi siate e desiderano.
Cosí fate, cercate in qualunque onesto modo, con tutte le fatiche, con molto sudore, con ogni forza e industria meritare apresso di costoro lodo e grazia, e insieme apresso degli altri benivolenza, dignità e autorità, e apresso de' nipoti e di chi de' nipoti verrà memoria di voi, di vostri singulari detti e fatti e opere.
E siate di migliore animo.
Qui è Adovardo, e Lionardo, e saracci Ricciardo, a' quali spero sarete racomandati.
Io conosco la natura di ciascuno di casa nostra Alberta molto amorevole, e stimo non vorranno essere riputati sí duri, né sí spiatati che non aiutassero e' suoi vedendo essercitarvi in virtú.
Cosí vi priego, Adovardo e tu Lionardo; voi vedete l'età di questi garzoni, conoscete el pericolo della gioventú, gustate el bene e onore di casa; siate adunque solliciti, pigliatene ciascuno di voi tutta la somma fatica.
Egli è debito a tutti studiare che nella casa crescano ingegni con virtú e fama.
Perché piace egli onorare chi già sia caduto di vita con sepulcri, ornarli con quelle superchie e a' passati inutile pompe de' mortorii, se non perché la piatà e officio de' vivi sia lodata e approvata? Se cosí credete, non serà egli necessario molto piú ornare e onorare e' vivi, contribuirvi, concorrere ove bisogna a pignerli inanti e statuirli in luogo prestante e famoso a tutta la famiglia.
Non però voglio s'intenda questo esser ditto perché io stimi tanta cosa in alcuno di costoro due miei, ma pure sarà vostra faccenda monstrare che questo mio racomandarvegli, qual fo in presenza, doppo me gli sia giovato.
Cosí aveva detto Lorenzo.
Adovardo e Lionardo stavano muti, intenti, ascoltando.
In questi ragionamenti e' medici sopragiunsero e consigliorono Lorenzo alquanto si riposasse.
Cosí fece.
Asettossi, e noi usciti fuori in sala: - Chi potrebbe stimare, - disse Adovardo, - se none chi in sé stessi lo pruova, quanto sia l'amore de' padri inverso a' figliuoli grande e veemente? Ciascuno amore a me pare non piccolo.
Sonsi veduti molti e' quali hanno esposto la roba, el tempo e ogni suo fortuna, e sofferte ultime fatiche, pericoli e danni, solo per dimonstrare quanto in sé sia fede e merito inverso dello amico.
E dicesi essere stato chi per desiderio delle cose amate, stimando sé già esserne privato, non ha sofferto piú restare in vita.
E cosí sono le storie e la memoria degli uomini piene di queste forze, le quali simili affezioni d'animo in molti hanno provate.
Ma per certo non credo amore alcuno sia piú fermo, di piú constanza, piú intero, né maggiore che quello amore del padre verso de' figliuoli.
Ben confesserei a Platone que' suoi quattro furori essere nell'animo e mente de' mortali molto possenti e veementissimi, quali e' ponea de' vaticinii, de' ministerii, de' poeti e dell'amore.
E cosí la passione venerea molto piú in sé mi par feroce e furiosissima.
Ma vedesi quello non rade volte per disdegno, per disuso, per nuova volontà, o per che altro si sia, scema, perisce e quasi sempre di sé lascia inimistà.
Né anche ti negherei la vera amicizia star legata d'uno amore bene intero e ben forte.
Ma non credo però ivi sia maggiore, né piú officiosa e ardente affezione d'animo che quella la quale da essa vera natura nelle menti de' padri tiene sua radice e nascimento, se già a te altro non paresse.
LIONARDO A me non acade giudicare quanto ne' padri verso de' suoi nati sia l'animo affezionatissimo, perché io non so questo avere figliuoli, Adovardo, che piacere o che dolcezza e' si sia.
Ma quanto da lungi compreenda per coniettura, ben mi pare giustamente potere essere di questa tua sentenza, e dire che l'amore del padre per piú rispetti sia troppo grandissimo; come d'altronde, cosí vedendo da ora con quanta opera e con quanta tenerezza Lorenzo testé ci racomandava questi suoi, non perché essistimasse necessario rendere a noi piú grati costoro, e' quali conosce ci sono gratissimi, ma credo quel fervore del paterno amore lo traportava, e non gli parea che uomo alcuno, per sollecitissimo, curiosissimo, prudentissimo che sia, possa abastanza negli altrui figliuoli avere quanto riguardo e consiglio l'amore de' padri vi desidera.
E dicoti el vero, quelle parole di Lorenzo testé movevano me non piú là se non quanto mi pareva giusto e ragionevole avere pensiero e buona diligenza de' pupilli e della gioventú di casa.
Pure io non poteva alle volte ritenere le lacrime.
Te vedevo io stare tutto astratto; parevami pensassi fra te stesso molto piú oltre che io in me forse non faceva.
ADOVARDO Or cosí era.
Ogni parola di Lorenzo premeva me parte a pietà, parte a compassione.
Conoscermi ancora me essere padre, a' figliuoli d'un amico, parente buono amorevole, a quelli che per sangue mi debbono essere cari, e tanto piú poiché e' sono a noi stati racomandati, non far quel medesimo loro che a' miei, non essere inverso di loro animato come a' propri miei figliuoli, veramente, Lionardo, sarei non buono parente né vero amico, anzi mi giudicaresti spiatato, fraudulento e bene di cattivissima condizione, sare'ne biasimato, infame.
E chi non dovesse de' pupilli avere piatà? E chi non dovesse avere sempre inanzi agli occhi quel padre di questi orfani, quel medesimo tuo amico, e quelle ultime parole inscritte nel cuore, quali coll'ultimo spirito quel tuo, quel parente e amico ti racomanda la piú carissima cosa sua, e' figliuoli, fidasi di te, lasciali nel grembo, nelle braccia tue? Quanto io, Lionardo mio, sono di questo animo, che inanzi che io lasci costoro qui avere minimo disagio alcuno, prima patirò che a' miei proprii ogni cosa manchi.
Delle necessità de' miei io solo n'ho a conoscere, ma de' mancamenti in chi m'è racomandato n'arà ogni buono, ogni piatoso, ogni discreto a giudicare.
E cosí a noi è debito satisfarne alla fama, allo onore, al ben vivere e a' costumi.
E stimo cosí: chi o per avarizia, o per negligenza lascia uno ingegno atto e nato a conseguire pregio e onore perire, costui merita non solo riprensione, ma ben grandissima punizione.
S'egli è poco lodo non custodire, non tenere pulito e in punto el bue, la giumenta; e s'egli è biasimo, per inutile ch'ella sia, lasciare la bestia per tua negligenza perire, chi uno umano ingegno terrà sommerso fra le necessitati e malinconie, disonorato, arallo a vile, patirà per sua inerzia e strettezza che manchi e perisca, non sarà costui degno di grandissima riprensione? Sarà egli da nollo stimare ingiusto e inumanissimo? Ah! guardisi di tanta crudeltà, tema la vendetta d'Iddio, oda quel publico espertissimo e verissimo proverbio quale si dice: «chi l'altrui famiglia non guarda, la sua non mette barba».
LIONARDO Ben veggio in parte quanto sia sollecita cosa l'essere padre.
Le parole di Lorenzo mi pare abbino te piú a lungi tutto commosso che io non istimava.
Questo tuo ragionamento mi tira là, credo, dove sta l'animo a te sopra a' fanciulli tuoi.
E mentre che tu ragionavi, testé mi parse dubitare fra me stessi qual fusse piú o la cura e sollecitudine de' padri verso e' figliuoli, o il piacere e contentamento in allevare e' nati.
Della fatica non dubito io, ma credo però essa sia non ultima cagione a voi padri farvi e' figliuoli piú carissimi.
Veggo da natura quasi ciascuno ama l'opere sue, el pittore e il scrittore, e il poeta; el padre molto piú, stimo, perché piú vi dura richiesta e piú lunga fatica.
Tutti cercano l'opere sue piaccino a molti, sieno lodate, stiano quanto sia possibile eterne.
ADOVARDO Sí bene, quello in che tu se' affaticatoti piú t'è caro.
Ma pure egli è da natura ne' padri non so come una maggior necessità, uno tale appetito d'avere e allevare figliuoli, e apresso prenderne diletto di vedere in quelli espressa la imagine e similitudine sua, dov'elli aduni tutte le sue speranze, e indi aspetti nella sua vecchiezza averne quasi uno presidio fermo, e buono riposo alla già stracca e debole sua età.
Ma chi vorrà tutto ripensare seco e considerare, troverrà che in allevare e' figliuoli sono sparse molte e varie malinconie, e vederà come stanno e' padri sempre sospesi coll'animo, qual faceva apo Terrenzio quel buono Mizio perché il figliuolo suo non era tornato ancora.
Che pensieri erano e' suoi? Che sospetti gli scorrevono per l'animo? Quante paure lo premevano? Temea che il figliuolo non si trovassi caduto ove che sia, o rotto o fiaccatosi qualche cosa.
Va! ha! che alcuno uomo si metta in animo a sé cosa cara piú che sé stesso, e cosí c'interviene.
Stiamo sempre coll'animo al presente sollicito e timoroso, o col pensiero innanzi molto a lungi desto e pauroso a scoprire ogni via per la quale noi pensiamo guidare e' nostri a buona fortuna.
E se la natura non richiedesse da' padri questa sollicitudine e cura, credo sieno pochi e' quali non si pentissino avere figliuoli.
Vedi l'uccello e gli altri animali che fanno solo quanto in loro comanda la natura, durano fatica in finire il nido, le cove, il parto, e stanno obligati e faccendosi a guardare, difendere e conservare quello che è nato, aggirano solleciti per pascere e nutrire que' deboli suoi picchini, e cosí tutti questi e molti piú altri affanni in sé grandi e gravi el debito della natura ce gli alleggerisce.
E quello che a te sarebbe spiacere e sconcio incarco, pare che a noi padri sia grata, condecente e lieta soma, essendoci quasi naturale necessità.
E che però piú de' figliuoli che d'ogni altra cosa? Io nella vita de' mortali non so in che non sia tanto di male quanto di bene.
Le ricchezze sono riputate utili e da volerle, pur si pruova quanto sieno piene di pensieri e malinconie.
E sono le signorie riverite e temute, e pur si vede manifesto quanto sieno cariche di sospetti e paure.
E pare che ad ogni cosa corrisponda il suo contrario; alla vita la morte, alla luce le tenebre; né puossi avere l'uno senza l'altro.
Cosí acade de' figliuoli, ne' quali sta niuna speranza non accompagnata di molto desperare, né ivi truovi dolcezza alcuna o letizia senza qualche tristezza e amaritudine.
Quanto e' ti piú crescono in età, non nego, tanto e' ti portano allegrezza e' figliuoli, ma insieme altretante maninconie ti s'aumentano.
E negli animi umani si sentono piú le miserie che la felicità, meno le voluttà e letizie che e' dolori e acerbità, però che queste piú veementi pungono e premono, quelle piú soavi ti solleticano.
E convienti avere de' figliuoli in ogni età pensiere e persino dalle fasce; ancora e vie maggior sollecitudine quando e' ti crescono, e molta, infinita piú diligenza quando e' vengono piú grandicelli, e molto piú ancora e piú cura e opera quando e' vengono di piú età.
Però non dubitare, Lionardo, che l'essere padre non sia cosa non solo sollicita, ma pienissima di maninconia.
LIONARDO Io posso in voi padri credere cosí sia come altrove.
Sempre veggo la natura da ogni parte sollecita a provedere che ogni cosa procreata sé stessi conservi, ricevendo da chi la produsse nutrimento e aiuto a perseverare in vita e a porgere le sue utilitati in luce.
Veggo nelle piante e arbuscelli quanto le radici attraggono e dist
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